Pochi secondi, girati con un telefonino. Immagini dalla qualità instabile, quasi sporca: l’inquadratura tremola, la scena è distante, come spesso accade nei filmati ripresi da civili. Si intravede il profilo di un edificio basso, probabilmente residenziale, sul cui tetto si muovono alcune figure armate, riconducibili a soldati israeliani. Non c’è un audio chiaro, solo rumori indistinti, forse voci lontane. Poi il momento centrale: uno o più militari trascinano un corpo immobile, apparentemente privo di vita fino al bordo. Per un attimo la scena sembra sospesa. Poi, il corpo viene spinto nel vuoto e scompare oltre il bordo del tetto.

Le ripercussioni del post di Lee Jae-myung sui rapporti con Tel Aviv
Questo video di pochi secondi ha innescato una crisi senza precedenti nei rapporti tra Corea del Sud e Israele, aprendo a potenziali scossoni sull’alleanza tra Seul e gli Stati Uniti. Il filmato è stato infatti rilanciato sui social dal presidente sudcoreano Lee Jae-myung, che lo ha accompagnato con un messaggio che ne amplifica il significato ben oltre il singolo episodio. «Dobbiamo verificare se questo è vero e, se lo è, capire quali misure sono state adottate. Non c’è alcuna differenza tra questo tipo di uccisioni in guerra, l’Olocausto e la schiavitù sessuale delle donne durante il periodo coloniale». È proprio questo parallelo tra le operazioni militari israeliane, l’Olocausto e il sistema delle comfort women, di cui decine di migliaia di donne sudcoreane sono state vittime durante la dominazione giapponese, ad aver provocato una reazione durissima. Israele ha accusato Lee di banalizzare la Shoah e di aver rilanciato un contenuto fuorviante, risalente a due anni prima e già oggetto di indagini.

Seul insiste sulla centralità del diritto internazionale
Dopo le critiche, Lee è tornato sulla questione con un secondo messaggio, senza ritrattare: «Il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato in ogni circostanza e la dignità umana deve essere mantenuta come valore prioritario e imprescindibile». E ancora, in un ulteriore intervento: «È deludente che non si rifletta nemmeno una volta sulle critiche provenienti da persone in tutto il mondo che soffrono a causa di continue azioni contro i diritti umani e il diritto internazionale». Infine, ha sintetizzato il suo approccio in una formula più generale: «La sovranità di ogni Paese e i diritti umani universali devono essere rispettati… Il rispetto si guadagna attraverso il rispetto».
La politica estera sudcoreana abbandona la tradizionale prudenza
A distanza di alcuni giorni, il ministro degli Esteri sudcoreano, Cho Hyun, ha dichiarato che un alto funzionario israeliano ha affermato di aver accettato la spiegazione fornita anche attraverso canali diplomatici dal governo di Seul. In ogni caso, l’episodio è rilevante in senso più ampio, sia per il contesto in cui nasce sia per le sue implicazioni e potenziali conseguenze. Dietro l’inusuale uscita di Lee si intravede infatti una trasformazione più ampia della politica estera sudcoreana, che rompe con una tradizione consolidata di prudenza e non interferenza nei conflitti lontani. La Corea del Sud ha costruito la propria proiezione internazionale su due pilastri. Primo: la dipendenza dalla sicurezza garantita dall’alleanza con gli Stati Uniti, che mantengono sul territorio del Paese asiatico circa 29 mila soldati e svariati dispositivi militari. Secondo: la necessità di mantenere relazioni economiche stabili con una vasta gamma di partner globali, inclusi Paesi spesso in tensione tra loro. Seul ha sempre evitato di prendere posizioni pubbliche nette su crisi geopolitiche che non riguardassero direttamente la penisola coreana o l’Asia orientale.

Da spettatrice silenziosa, Seul vuole farsi valere a livello internazionale
Per decenni, Seul ha deciso di non esporsi sulle questioni mediorientali, privilegiando una linea di ambiguità strategica che le permettesse di mantenere relazioni economiche con tutte le parti. Lee ha deciso di deviare da questa linea. La sua presa di posizione su Gaza segna un passaggio da una diplomazia silenziosa a una più esplicita e assertiva, in cui la Corea del Sud si presenta come attore globale capace di esprimere giudizi normativi. Stando anche ai commenti di altri funzionari del suo governo, Lee sembra voler ridefinire il ruolo della Corea del Sud come attore responsabile nel sistema internazionale. Non più una potenza media silenziosa ma un Paese che, forte della propria storia di occupazione, guerra e divisione, si sente legittimato a parlare di diritti umani e violazioni del diritto internazionale.
Le ricadute economiche della guerra in Medio Oriente
Dietro l’uscita di Lee ci sono però anche questioni di natura economica. La guerra in Medio Oriente ha effetti diretti e tangibili sulle importazioni energetiche di Seul, visto che una quota enorme del petrolio che consuma transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Nei giorni scorsi, la Corea del Sud ha annunciato di essersi garantita oltre 270 milioni di barili di greggio attraverso rotte alternative. Secondo diversi analisti sudcoreani, le parole di Lee possono essere lette dunque come un messaggio non solo a Israele, ma all’intero sistema internazionale: la destabilizzazione del Medio Oriente ha un costo globale, e la Corea del Sud non intende subirlo passivamente.

Trump ha destabilizzato gli equilibri storici con il Paese
Attenzione però anche alle implicazioni, sin qui implicite, circa il rapporto con gli Stati Uniti. Tradizionalmente, la politica estera sudcoreana è stata fortemente allineata a Washington. Ma l’era di Donald Trump ha introdotto elementi di discontinuità profondi. Le richieste americane di un maggiore contributo finanziario per la difesa, le tensioni commerciali, alcuni episodi percepiti come umilianti (su tutti il raid della scorsa estate contro lavoratori sudcoreani negli Stati Uniti) e la gestione unilaterale di operazioni militari sensibili hanno eroso la fiducia nell’alleato. A questo, si aggiunge la linea peculiare adottata da Lee, che sin dal suo insediamento di un anno fa ha prefigurato una politica estera “pragmatica”. Pur senza mettere in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti, Lee cerca di recuperare margini di autonomia strategica. Con lui, leader democratico in passato etichettato come il «Bernie Sanders sudcoreano» dai media internazionali, Seul cerca di riequilibrare i rapporti con la Cina e persegue il dialogo con la Corea del Nord.

Il messaggio contenuto nella critica di Seul a Tel Aviv
Da questa prospettiva, nello scontro con Israele sembra arrivare un segnale che Lee crede di muoversi in un nuovo ecosistema in cui il primato di Washington non è più dato per scontato. La critica a Israele, Paese come noto strettamente legato agli Stati Uniti, può essere dunque interpretata anche come un segnale indiretto: Seul non è più disposta a seguire automaticamente le preferenze americane, soprattutto quando queste entrano in conflitto con i suoi interessi economici o con la percezione interna della giustizia internazionale.
