Contrada, il più tragico dei “Si”

di Antonio Manzo

È morto alla venerabile età di 94 anni, Bruno Contrada il superpoliziotto vittima della malagiustizia italiana. E’ come se il Padreterno avesse voluto risarcirlo degli anni passati ingiustamente in galera e, il caso della coincidenza storica, avesse voluto fargli idealmente chiudere la campagna elettorale con il più tragico dei sì sul referendum. È morto a 94 anni Bruno Contrada, ex funzionario di polizia e dirigente dei servizi segreti italiani. E, quando il “coccodrillo” funerario non sa come giudicare il personaggio tra il bene e il male, chi scrive è pronto ad utilizzare il sostantivo più efficace per non prendere posizione. Si scrive, personaggio controverso. No, Bruno Contrada è stata una vittima il cui nome per decenni è rimasto legato alle indagini sui rapporti tra apparati dello Stato e criminalità organizzata tanto da farlo diventare emblema umano dell’antimafia a gettoni. La sua tragedia la ricorda Lino Jannuzzi nel suo libro “Lo sbirro e lo Stato” nel quale ricorda come Contrada fu drammaticamente “mascariato” tanto da finire in galera con il caso del “pentito” Francesco Marino Mannoia che in tribunale definì Contrada il confidente di un altro mafioso. Si aiutavano, in poche parole, il poliziotto e il mafioso. Contrada fu condannato ma poi al processo in appello i difensori scoprirono che esistevano dei verbali di interrogatorio dove i pm incalzavano lo stesso Mannoia per sapere se sapesse qualcosa su Bruno Contrada. Il pentito Mannoia disse di non sapere nulla. Scattò l’assoluzione per Contrada. E ai difensori chiesero perché non fossero stati esibiti nel processo quei verbali di Mannoia. Il pm Antonio Ingroia disse che qui verbali li aveva “ritenuto irrilevanti perché non riferivano alcuna circostanza a carico di Bruno Contrada” e perché l’accusa del pm era “interessata solo ai documenti che erano a sostegno delle tesi accusatorie”. Contrada è morto nei giorni del referendum. Il suo è il più tragico “si” per evitare che la cultura della giurisdizione finisca nelle mani dei pubblici ministeri. Come avvenne con Enzo Tortora, come si è ripetuto con la vittima di Stato Bruno Contrada. Lui superpoliziotto fu arrestato il 24 dicembre 1992, era imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo una prima assoluzione in appello, nel 2007 la condanna divenne definitiva con una pena a 10 anni di reclusione. Contrada da innocente terminò di scontare la pena nel 2012. La sua vicenda giudiziaria ebbe però un ulteriore sviluppo sul piano internazionale. Nel 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano. I giudici europei ritennero che la mancata concessione dei domiciliari nonostante le gravi condizioni di salute avesse violato il divieto di trattamenti inumani o degradanti. L’anno successivo la stessa Corte stabilì che, all’epoca dei fatti contestati (1979-1988), il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non fosse sufficientemente chiaro e prevedibile. Nel 2017 la Corte di Cassazione dichiarò quindi ineseguibile la condanna, chiudendo definitivamente il caso. Nello stesso anno il capo della Polizia Franco Gabrielli revocò il provvedimento di destituzione, reintegrando Contrada come pensionato nella Polizia di Stato con effetto retroattivo al 1993. Oggi ne avrebbe scritto con la straordinaria penna Leonardo Sciascia. Lo fanno pensare il suo interesse per le vicende mafiose, l’attenzione agli sbirri siciliani, il suo garantismo militante unito alla capacità di rileggere sotto un’altra ottica le vicende legate a Cosa Nostra. Ma Sciascia è morto il 20 novembre 1989, tre anni prima dell’arresto del superpoliziotto allora numero due del Sisde, la vigilia di Natale del 1992, su ordine della Procura di Palermo. Ha tentato nella sua vita di dimostrare la sua innocenza ripercorrendo trent’anni della sua vita, trent’anni di storia della lotta alla mafia. Anni ruggenti. Anni finiti sotto accusa. E che non saranno cancellati neppure dopo la morte. «Processo dei morti», lo definì lo stesso Contrada in una lettera alla moglie. Infatti il superpoliziotto non aveva accusatori diretti. Tutti, tra protagonisti e comprimari, riferirono le parole di gente scomparsa. Contrada è stato paragonato a Dreyfus, l’ufficiale francese accusato di spionaggio che finì alla Cayenna, condannato e poi riabilitato dopo una mobilitazione di intellettuali, Emile Zola in testa. Il Dreyfus nostrano ha spaccato l’Italia tra colpevolisti e innocentisti. I primi accusano anche alcuni dei secondi di avere un altro fine: sfruttare il caso per creare un clima più adatto a favorire il nuovo disegno di legge sulla custodia cautelare. In pratica, ricordare con Contrada che i “mammasantissima” delle procure sono ancora presenti e militanti.

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