di Luigi Tursi
Era finito sotto indagine per una multa annullata, il presidente della sezione giurisdizionale regionale per la Campania della Corte dei conti Michele Oricchio a cui, circa 5 anni fa, dopo essere passato con il rosso a Capaccio-Paestum (poi rivelatosi in realtà giallo), venne contestato di avere esercitato la sua influenza per farsi togliere una multa. Nei giorni scorsi la Procura di Salerno, dopo avere accertato che la multa gli era stata annullata in accoglimento di un regolare ricorso, ha deciso di archiviare la sua posizione. L’indagine, che puntava a fare luce su un presunto sistema di contravvenzioni stradali annullate illecitamente al comune di Capaccio-Paestum, ha infatti evidenziato l’estraneità del magistrato che dopo sei mesi è stato completamente scagionato dall’accusa. All’epoca dei fatti, inoltre, la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati si diffuse anche sui social scatenando commenti offensivi nei confronti di Oricchio. “Indagini lacunose – sottolinea il magistrato in una nota – hanno originato una vicenda giudiziaria che, in un Paese civile, non avrebbe dovuto nemmeno arrivare all’attenzione degli Uffici inquirenti in quanto derivata dalla mancata negligente ricerca della documentazione cartacea che avevo prodotto in sede di ricorso amministrativo e che, una volta rinvenuta su mia sollecitazione, ha dimostrato la palese insussistenza del teorema accusatorio”.”Da uomo delle Istituzioni – si legge ancora nella nota firmata dal presidente Oricchio – ho pazientemente atteso con doveroso riserbo un esito per me scontato, attesa la quantomeno cervellotica contestazione mossami, peraltro finita subito in pasto a certa stampa scandalistica e fatta oggetto di un vero e proprio sciacallaggio mediatico. Ho sempre ritenuto di dover rispondere delle mie azioni con senso istituzionale e ho atteso pazientemente la chiusura dell’indagine che, è bene ribadirlo, si riferiva – per quanto mi riguarda – alla formale impugnativa di una contravvenzione elevata cinque anni or sono, di cui avevo ritualmente richiesto l’annullamento nell’esercizio di un mio elementare diritto costituzionale di ricorrere contro un atto della pubblica amministrazione che ritenevo illegittimo. Inoltre, tale mia contestazione era coerente con le regole di condotta- più volte espresse in convegni scientifici – cui mi sono sempre ispirato anche nella mia attività istituzionale, volte a contrastare ogni abuso nella pretesa di prestazioni patrimoniali (in questo caso derivanti da contravvenzioni al codice della strada) cui non di rado fanno ricorso alcuni enti pubblici, stavolta locali, solo per far fronte ad esigenze di bilancio”. “Anche stavolta – tiene a precisare – non mi sono, dunque, sottratto alle mie responsabilità certo dell’inesistenza di qualsiasi mia condotta passibile di censura non solo sotto il profilo giuridico ma anche e soprattutto etico. Resta l’amarezza per il fatto che una banale vicenda abbia impegnato oltre ogni ragionevolezza gli inquirenti e abbia offerto lo spunto per dare sfogo ai bassi istinti di alcuni odiatori seriali e di taluni sedicenti moralizzatori, tali autoproclamatisi anche in virtù di rapporti di parentela con ‘vittime di morte violenta’, le cui cause sono ancora tutte da accertare. Non si è trattato, dunque, di un episodio di giornalismo d’inchiesta ma di una dissennata diffusione di notizie false, ricostruite fantasiosamente sulla base di inverosimili frammenti d’indagine, dimostratisi subito privi di alcun riscontro probatorio”. “È mia ferma intenzione difendere il principio secondo cui in un Paese civile nessuno può permettersi di diffamare impunemente attraverso media e social un cittadino, tanto più se investito di un elevato munus publicum, con una narrazione capziosa manipolando frammenti di notizie e rielaborandoli in maniera tendenziosa con accostamenti inverosimili privi di qualsiasi riscontro fattuale e giuridico, i cui autori dovranno, pertanto, risponderne nelle competenti sedi giudiziarie”, conclude il presidente Oricchio.
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