Di Olga Chieffi
Se si pensa a De André, si ricordano le sue canzoni “Bocca di Rosa” e “Via del Campo”, che raccontano le storie delle più celebri prostitute di Italia. Fabrizio non ha timore di rivelare che quella “bambina con occhi grandi come foglie” e “le labbra di rugiada” altro non è che un travestito. Lo scenario è quello stretto di Via del Campo, nel Porto Antico, luogo ideale per i personaggi più umili e quindi più luminosi del “paradiso” di De André, simile a quello descritto da Villon e Brassens. Un paradiso, al primo piano, che è sia sporco che fiorente: “Ama e ridi se l’amore risponde / piangi forte se non ti sente / dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fiori”. Ma sulla famosa etichetta viola Bluebell, De André si presenta come unico autore, con la nota: “Da una musica del XVI secolo tratta da una ricerca di Dario Fo”. È uno scherzo: due anni prima, Jannacci aveva inciso “La mia morosa la va alla fonte” con la stessa melodia di “Via del Campo”, fingendo di averla scoperta in una ballata medievale insieme a Fo, ma in realtà l’aveva scritta lui stesso, e Fabrizio ci cascò. Questa sera, alle ore 20, a Palazzo Fruscione, si celebrerà nell’ambito della mostra Infiniti Mondi, che si interseca con I racconti del Contemporaneo, il centenario della nascita di Dario Fo, in una serata affidata ad Alfonso Amendola, docente di Sociologia dei processi culturali, Università degli Studi di Salerno e Pasquale De Cristofaro, regista e attore, introdotti da Maria Beatrice Russo, cultrice in discipline dello spettacolo, Università degli Studi di Salerno. L’incontro ha quale titolo Dario fo ed altre storie teatrali, nato in collaborazione con l’indirizzo Sperimentale Teatro del Liceo Artistico Sabatini-Menna di Salerno. Nel centenario della nascita di Dario Fo, Premio Nobel per la Letteratura, ricordarlo significa celebrare una voce libera e popolare del teatro italiano, capace di dare dignità agli ultimi con ironia e satira civile. Con De André condivide soprattutto lo stesso sguardo sugli emarginati e una comune critica del potere. A partire da quest’omaggio una riflessione su una certa idea di teatro nel Novecento: attraversando la Marta pirandelliana, l’universo Leo de Berardinis e la drammaturgia contemporanea. un fenomeno artistico che si può osservare, grosso modo, nell’arco di circa un ventennio, nell’Italia della fine del secolo scorso. De André e Dario Fo si sono incontrati in quel Medioevo sospetto carico di ideologia, tanto più perché sembrano dirci che quel Medioevo è qui tra di noi, vive nel nostro tempo, una caricatura, ma seria, un’ironia, un gioco, ma carico d’impegno. De Andrè non è stato il solo, in quegli anni, a ispirarsi, più o meno direttamente, ad autori e contesti del Medioevo, cercando di riproporre, in forme accessibili al grande pubblico, alcune atmosfere e alcuni atteggiamenti compositivi genericamente attribuiti a quel passato lontano; e utilizzando queste forme straniate di produzione artistica per trasmettere in modo efficace un determinato messaggio, tendenzialmente di rottura rispetto all’orizzonte della cultura dominante. Per fare solo alcuni esempi notissimi, in quello stesso arco di tempo, oltre a Dario Fo che riproponeva sulle scene teatrali una sua personalissima versione dei Misteri, mentre un grande scrittore-regista come Pasolini trasferiva sullo schermo cinematografico tre grandi capolavori letterari e Monicelli inventava le avventure scombinate e spassose di Brancaleone, il Medioevo rievocato in questo tipo di produzione non aveva certo nulla in comune col medievalismo romantico e post-romantico: quello, per intenderci, dei nazionalismi europei che andavano in cerca di testi poco noti o dimenticati per trovare in essi le ‘origini’ in cui poter indicare le proprie più autentiche radici. Si trattava piuttosto della ricreazione volutamente artificiosa di un orizzonte esotico, in cui si intrecciavano elementi schiettamente popolari, spesso e volentieri al limite del volgare e del blasfemo e tradizioni poetiche quasi estranee al più collaudato canone scolastico: il tutto a sostegno di proposte artistiche decisamente devianti rispetto ai percorsi consueti della cultura dominante. La riscoperta, o piuttosto l’invenzione di questo mondo arcaico e marginale il più delle volte sembra essere stata particolarmente funzionale alla critica o alla ridicolizzazione della cultura dominante, con la sua deriva di alienazione, la sua ipocrisia, la sua inautenticità. Di quali elementi si componeva lo stile di quanti, in quegli anni, hanno tentato di ‘rifare il medioevo’ oppure di riproporne i prodotti artistici spesso sconosciuti al grande pubblico? Successo di nicchia ottenuto dalla parodia di ‘pastorella’ che è stata Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers di De Andrè e Mistero Buffo, si incontrano, in un qualcosa che ci fa associare il tutto al sirventese d’epoca medievale. Il teatro di Dario Fo, infatti, si costruisce sulla realtà storico-politica dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Fatti, costumi, personaggi sono sottoposti a una reinvenzione satirica che trae dalle numerose forme della comicità la forza del paradosso e l’autonomia di un linguaggio globale costruito sul corpo usato come vettore di significati, su una phonè ricca di modulazioni espressive e sul contributo delle arti plastiche. La storia alimenta una drammaturgia intesa quale pratica sociale iscritta nella polis, in una dinamica performativa che rimette lo spettatore al centro della costruzione del senso. L’osservazione critica sul tempo presente si esprime attraverso l’arma del riso, così, la comicità ribadisce la fiducia nella modificabilità del mondo, decostruendo la realtà per smascherarne gli aspetti contraddittori, proponendo un teatro come strumento di cambiamento della società.
L'articolo Dario Fo e Faber a “Via del Campo” proviene da Le Cronache.
