Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Da quando è al governo è la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni, oltretutto netta, sull’unica vera riforma che il centrodestra ha messo fin qui in campo, quella della giustizia. Terreno bollente, naturalmente, perché i rapporti tra politica e magistratura sono ai minimi termini da più di 30 anni. E forse, col senno di poi, la questione è stata sottovalutata dalla stessa maggioranza, che poteva focalizzarsi su altro invece che affrontare subito l’Armageddon con le toghe. Partita oltretutto lasciata nelle mani di big che non si sono rivelati all’altezza del compito: il Guardasigilli Carlo Nordio, con le sue uscite improvvide, la sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. E proprio l’ultima vicenda di Delmastro – ex socio in affari con la figlia di un prestanome dei Senese – può aver contato non poco nella disfatta referendaria. Consultazione che, giusto per smentire i sondaggisti, ha avuto un’affluenza alta, molto più di tutte le ultime elezioni.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La vittoria del No affossa anche Forza Italia

Il centrodestra, dunque, incassa una sconfitta pesante in quelle che rappresentano una sorta di elezioni di midterm. Sconfitta che peserà sulla lunga campagna elettorale per le Politiche che si aprirà già da domani. Ha perso innanzitutto Giorgia Meloni, che per tirar su i consensi e bloccare la rimonta del No (perché di rimonta si è trattato), nelle ultime tre settimane è stata costretta a metterci la faccia con interviste, una manifestazione pubblica, interventi sui social e pure andando ospite nel podcast di Fedez.

Ha perso tutta FdI, che ha sposato in blocco la riforma, dando pieno appoggio a Nordio. E ha perso Forza Italia, che ha voluto fortemente questa riforma nel solco della battaglia ventennale di Silvio Berlusconi contro la magistratura: e infatti Antonio Tajani ha tirato parecchio la carretta del Sì, oltre alle dichiarazioni di voto per il Sì di Pier Silvio e Marina Berlusconi.

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Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La débâcle risulta un filo meno pesante per Matteo Salvini che, forse, capita l’antifona, non ha impegnato la Lega pancia a terra nella campagna elettorale, beccandosi le accuse di scarso impegno anche da parte degli alleati.

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Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Aria di dimissioni nella maggioranza?

Di sicuro ora Giorgia Meloni dovrà aprire una riflessione della maggioranza, perché la sconfitta al referendum rischia di essere un macigno che può trasformarsi in valanga tra un anno quando si tornerà al voto. E forse dovrebbe capire che alla fine certi atteggiamenti non sono più tollerati nemmeno tra i suoi elettori: il caso Delmastro, per l’appunto, ma anche i guai giudiziari di Daniela Santanché. Insomma, forse qualche dimissione sul tavolo la premier a questo punto dovrebbe pretenderla, invece di continuare a difendere a spada tratta, e non senza qualche imbarazzo, i suoi.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
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Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Freno alla riforma del premierato e accelerata sulla legge elettorale

Detto questo, alla luce del risultato e delle percentuali finali, potrebbero esserci due conseguenze: l’abbandono della riforma del premierato, su cui potrebbe servire un referendum confermativo con tutti i rischi del caso (una sconfitta passi, ma due no) e il metter mano a una legge elettorale che favorisca il più possibile l’attuale maggioranza. Sulla sconfitta può aver pesato anche la politica estera: l’atteggiamento su Gaza, le distrazioni volute su Donald Trump e soprattutto la guerra in Iran, che ha fatto schizzare il costo della vita per gli italiani, a cominciare dal pieno di benzina. Insomma, se non ci sarà una sterzata anche in politica estera e su quella economica, il governo rischia di logorarsi per più di un anno arrivando alle urne spompato.

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Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il centrosinistra esulta: Schlein vince su tutti i fronti

Il centrosinistra, invece, in questo momento può godere di qualche giorno di giubilo: la vittoria del No è soprattutto un successo per Elly Schlein e della sua idea di campo largo tanto fortemente inseguita, con il suo essere «testardamente unitaria». La segretaria dem esce rafforzata dalle urne anche all’interno del partito, mettendo a tacere (per ora) gli oppositori interni e i riformisti duri e puri capeggiati da Pina Picierno. Brindano naturalmente anche Giuseppe Conte e Avs (Fratoianni&Bonelli). Soddisfatto Matteo Renzi, che alla fine ha scelto di restare nel perimetro del centrosinistra (anche se in Italia Viva c’era libertà di voto).

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Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Ora si infiamma la sfida per la leadership del campo largo

Intanto però fa pensare il fatto che proprio a ridosso della vittoria, Conte abbia annunciato la sua apertura alle primarie del centrosinistra. Primarie aperte a tutti i cittadini, ha sottolineato il leader cinquestelle, e «non di apparato». Un modo per distogliere l’attenzione da Schlein? Probabile. Anche perché la scelta dei tempi in politica non è mai casuale e sicuramente la mossa è stata studiata a tavolino. Conte avrebbe proposto le primarie anche se avesse vinto il Sì? Probabilmente no. Insomma, da domani non si apre ufficialmente solo la lunga campagna elettorale che porterà il Paese alle urne, ma anche la battaglia per la leadership nel centrosinistra. Insomma, neanche qualche ora di relax per festeggiare che subito si ricomincia.  

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Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).