di Rossella Taverni
La giustizia torna al centro dello scontro politico con il referendum che chiamerà gli italiani alle urne. Un tema complesso, spesso percepito come distante – soprattutto dai più giovani – ma destinato a incidere direttamente sul funzionamento dello Stato e sull’equilibrio tra i poteri.
Per capire cosa c’è davvero in gioco abbiamo intervistato Luigi Bobbio, magistrato per oltre quarant’anni ed ex senatore della Repubblica. Con lui abbiamo affrontato i nodi del referendum: cosa cambierebbe nella giustizia italiana, perché il voto conta e quale direzione potrebbe prendere il sistema giudiziario nei prossimi anni.
Dottor Bobbio, molti giovani percepiscono politica e giustizia come mondi lontani. Di chi è la responsabilità: della politica, della magistratura o di una generazione che ha smesso di credere nelle istituzioni?
«Parlare di colpe è riduttivo. Il distacco nasce prima di tutto dal contesto sociale. Molti giovani crescono in un ambiente fatto di media invadenti, famiglie spesso distratte – quando non assenti – e di una scuola che talvolta appare più attenta a una certa propaganda buonista che alla trasmissione di valori solidi. A questo si aggiunge una vita spesso troppo facilitata, che non aiuta a capire cosa significhi conquistare qualcosa con fatica. Tutto questo produce disinteresse e distanza. Detto questo, anche la scarsa qualità della politica e l’invadenza del potere giudiziario contribuiscono ad alimentare il distacco. Il risultato finale è un diffuso cinismo tra i giovani, che è il frutto di queste condizioni».
Il referendum sulla giustizia è pieno di termini tecnici. Se dovesse spiegarlo a un ventenne: cosa si decide davvero con questo voto?
«Con questo referendum si decide una cosa molto semplice: se gli italiani potranno finalmente avere un giudice davvero estraneo al pubblico ministero e non più un suo collega. Votando sì si decide anche se avere una magistratura libera dal dominio delle correnti interne, e quindi – a mio avviso – molto migliore. Va poi chiarito un punto: nonostante le menzogne che circolano, la magistratura resterà autonoma e indipendente. Non è previsto alcun controllo politico. Questo è scritto chiaramente nel testo della riforma».
Molti pensano che questo referendum riguardi solo magistrati e addetti ai lavori. In realtà, cosa cambierebbe concretamente nella vita dei cittadini?
«La riforma riguarda direttamente tutti i cittadini. È interesse di chiunque sapere che il giudice davanti al quale si presenta è davvero estraneo al pubblico ministero e quindi strutturalmente terzo e imparziale. Con questa riforma si introdurrebbe in Costituzione un principio che non potrebbe più essere tolto agli italiani. Per questo la giustizia quotidiana diventerebbe molto più affidabile e, di conseguenza, molto migliore».
Negli ultimi anni la fiducia degli italiani nella giustizia è stata spesso messa in discussione. Questo referendum nasce davvero per migliorare il sistema o è diventato anche uno strumento di scontro politico?
«Questa riforma non è né di destra né di sinistra: è una riforma di civiltà. Paradossalmente nasce da una battaglia storica della sinistra, che oggi la rinnega per quello che considero un ignobile cinismo politico. È proprio la sinistra che sta cercando di trasformare questo referendum in un voto contro il governo. Ma nel farlo rischia di spingere gli italiani, pur di inseguire un obiettivo politico che sa di non poter raggiungere — perché il governo comunque non cadrebbe — a rinunciare a una conquista di civiltà e di certezza giuridica che sarebbe invece nell’interesse di tutti».
Lei come voterà a questo referendum? E qual è l’argomento più forte che userebbe per convincere un giovane elettore a fare la sua stessa scelta?
«Io sono attivamente in campo per il sì. Le ragioni le ho già illustrate. Sono magistrato da oltre quarant’anni e conosco molto bene le degenerazioni che si sono prodotte all’interno della magistratura. Questa riforma nasce proprio per restituire agli italiani una giustizia e una magistratura normali».
Chi sostiene il referendum parla di una svolta per la giustizia italiana. Dal suo punto di vista cambierebbe davvero qualcosa nel funzionamento concreto del sistema giudiziario?
«Cambierebbero molte cose. Innanzitutto, avremmo finalmente giudici formati per fare i giudici: attenti, rigorosi e intransigenti nella valutazione delle prove, senza più quei cedimenti culturali verso il modo distorto con cui talvolta il pubblico ministero interpreta i fatti. Di conseguenza avremmo anche pubblici ministeri migliori: più attenti nella raccolta delle prove, meno faciloni e meno spregiudicati, perché saprebbero di non poter più contare sulla benevolenza o sulla comunanza culturale dei giudici».
In Italia il rapporto tra politica e magistratura è stato spesso segnato da forti tensioni. Questo referendum può davvero riequilibrare quel rapporto o rischia di aprire nuovi scontri istituzionali?
«Lo scontro, in realtà, è la magistratura a cercarlo, perché vuole difendere quello che considero uno strapotere incostituzionale di cui si è impossessata negli ultimi trent’anni, prevaricando gli altri poteri dello Stato. La giustizia è diventata, di fatto, cosa loro: una concezione proprietaria che contrasta con lo spirito della Costituzione. Questa riforma può contribuire a riportare la magistratura sui binari costituzionali».
Guardando al sistema nel suo complesso: questi referendum affrontano davvero i problemi più gravi della giustizia italiana, come i tempi lunghi dei processi, oppure si stanno discutendo questioni secondarie?
«La riforma non nasce per risolvere direttamente problemi pratici, come la durata dei processi. Interviene invece su questioni di sistema che sono preliminari e indispensabili per affrontare anche quei problemi. Detto questo, avrà comunque effetti concreti e immediati: consegnerà agli italiani giudici più rigorosi nella valutazione delle prove e pubblici ministeri meno faciloni e meno superficiali. Avremo, in sostanza, processi migliori e quindi anche più veloci. Una giustizia finalmente più efficace ed efficiente».
Se un giovane le dicesse: “La giustizia italiana non funziona e il mio voto non cambierà nulla”, cosa gli risponderebbe?
«Gli direi il contrario: il suo voto può davvero fare la differenza, insieme a quello di milioni di altri giovani. Mai come oggi il futuro di un’Italia migliore, con una giustizia più giusta ed efficace, è nelle mani delle nuove generazioni».
Nel dibattito pubblico sulla giustizia emerge spesso un tema più ampio: quello della fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario e nella sua capacità di garantire equità. Molti giovani, in particolare, si interrogano su quanto il principio di uguaglianza davanti alla legge sia effettivamente percepito come reale.
Secondo lei, la giustizia italiana oggi tutela davvero allo stesso modo il cittadino comune e chi detiene potere politico o economico?
«La giustizia italiana deve ancora migliorare. Per farlo, deve liberarsi della propria autoreferenzialità e autosufficienza. Oggi garantisce principalmente sé stessa ed è troppo influenzata dalla politica. Il suo disegno attuale non tutela davvero nessun altro».
Il referendum sulla giustizia riporta al centro una questione che riguarda il cuore stesso dello Stato: la fiducia tra cittadini e istituzioni. Un tema che spesso appare lontano, soprattutto ai più giovani, ma che in realtà riguarda diritti, garanzie e il modo in cui la giustizia esercita il proprio potere ogni giorno. In questo contesto, secondo il dottor Luigi Bobbio, la partecipazione al voto diventa decisiva. In un Paese in cui l’astensione cresce e la distanza dalle urne si allarga, informarsi e votare non è solo un diritto: è una responsabilità. Perché il futuro della giustizia — e con esso quello della qualità della nostra democrazia — non si decide nell’indifferenza. Oggi più che mai, dipende dalle scelte delle nuove generazioni.
L'articolo Bobbio: “La magistratura difende strapotere incostituzionale” proviene da Le Cronache.
