Scannapieco punta alla vicepresidenza della Banca mondiale

Il suo obiettivo era di tornare alla Bei, di cui era vice presidente e da cui si è staccato per rispondere alla chiamata di Mario Draghi che lo voleva alla guida di Cassa depositi e prestiti. Ma il governo ha preferito puntare su Daniele Franco, l’ex ministro dell’Economia che dopo aver lasciato via XX Settembre è in attesa di una ricollocazione (avrebbe voluto sostituire Ignazio Visco in Bankitalia, ma con Fabio Panetta non c’era partita). Così ora Dario Scannapieco, sapendo che Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di riconfermargli l’incarico che scadrà nel 2024, ha messo nel mirino la poltrona di vicepresidente della Banca mondiale, dove Ajay Banga, ex presidente di Exor, è appena stato eletto presidente.

Salario minimo, le opposizioni trovano l’intesa sulla soglia a 9 euro

I partiti di opposizione hanno trovato l’intesa sul salario minimo. Pd, Movimento 5 stelle, Azione, Sinistra italiana, Europa Verde e +Europa lo hanno annunciato con una nota congiunta in cui si evidenzia come la soglia minima da cui partire è fissata a 9 euro. A firmare il documento sono Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Richetti, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Riccardo Magi. Manca Matteo Renzi, che con il suo partito, Italia Viva, si defila: «Distanti dalle loro posizioni». Nella nota delle opposizioni si legge: «La necessità di un intervento a garanzia dell’adeguatezza delle retribuzioni dei lavoratori, in particolare di quelli in condizione di povertà anche per colpa dell’inflazione, è un elemento qualificante dei nostri programmi elettorali. Per questo abbiamo lavorato a una proposta unica che depositeremo alla Camera nei prossimi giorni».

I partiti d'opposizione, tranne Italia Viva, trovano l'accordo: la proposta prevede il salario minimo a 9 euro
Schlein, Fratoianni, Conte e Calenda, rispettivamente leader di Pd, Si, M5s e Azione, durante il congresso nazionale della Cgil (Imagoeconomica).

La nota: «Riconoscere una retribuzione proporzionata»

L’annuncio prosegue: «Vogliamo infatti sottolineare con forza la comune convinzione che è giunto il momento di dare piena attuazione all’articolo 36 della costituzione che richiede che al lavoratore sia riconosciuta una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa per sé e per la propria famiglia». Poi le proposte. I partiti chiedono che «al lavoratore di ogni settore economico sia riconosciuto un trattamento economico complessivo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative, salvo restando i trattamenti di miglior favore». E ancora che «a ulteriore garanzia del riconoscimento di una giusta retribuzione, venga comunque introdotta una soglia minima inderogabile di 9 euro all’ora, per tutelare in modo particolare i settori più fragili e poveri del mondo del lavoro, nei quali è più debole il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali». Una retribuzione considerata «giusta» e che deve riguardare i subordinati, ma anche il lavoro autonomo e i parasubordinati.

Renzi dice no: «Non firmeremo»

A prendere le distanze è Italia Viva. In una nota di risposta ai partiti di opposizione, si spiega che «Matteo Renzi non firmerà la proposta sul lavoro insieme a Fratoianni, Conte e Schlein come non firmerà proposte su giustizia o fisco con Meloni e Salvini. Il fatto di essere all’opposizione del governo Meloni non significa essere in una coalizione alternativa. Nel merito sul salario minimo Italia Viva aveva presentato alle elezioni un testo diverso da quello che è stato proposto dal Campo Largo e dunque in coerenza con il mandato elettorale Italia Viva proporrà degli emendamenti al testo, votando a favore dei punti su cui è d’accordo. Italia Viva si comporterà allo stesso modo sui prossimi disegni di legge su giustizia, su infrastrutture, su sanità. Votiamo le leggi che ci convincono ma restiamo all’opposizione di Meloni e distanti dalle posizioni sul lavoro di Fratoianni, Conte e Schlein».

I partiti d'opposizione, tranne Italia Viva, trovano l'accordo: la proposta prevede il salario minimo a 9 euro
Matteo Renzi, leader di Italia Viva (Imagoeconomica).

Ultimo giorno per la rottamazione delle cartelle: come trasmettere le domande

E’ fissata per venerdì 30 giugno, la scadenza per aderire alla definizione agevolata. Con l’adesione alla Rottamazione-quater relativa ai debiti affidati alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022  è consentito versare solo l’importo del debito residuo. Attenzione al termine di adesione per i contribuenti che alla data del 1° maggio 2023 avevano residenza, sede legale o sede operativa nei territori interessati dai gravi eventi alluvionali. In questo caso il termine di adesione è posticipato al 30 settembre 2023.

Scade venerdì 30 giugno il termine per presentare la domanda di adesione per la rottamazione delle cartelle. Come fare per procedere.
Ufficio (foto repertorio Getty Images).

Rottamazione cartelle, come presentare le domande

Per presentare le richieste all’agenzia delle Entrate-Riscossione occorrerà procedere esclusivamente in via telematica andando sul sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it, utilizzando l’apposito servizio disponibile nell’area pubblica, pertanto senza pin e password, o nell’area riservata, per tutti coloro che dispongono di Spid, Cie o Cns e, per gli intermediari fiscali, Entratel. Una volta entrati all’interno, basterà presentare la dichiarazione di adesione tramite la funzionalità che consente di selezionare le cartelle o gli avvisi dall’elenco dei debiti che si vogliono inserire nella domanda. Agenzia delle entrate-Riscossione procederà con l’invio della comunicazione con l’esito, l’ammontare delle somme dovute ai fini della definizione e i moduli di pagamento, entro il 30 settembre 2023.

I guai di Meloni sui migranti per l’ennesima spaccatura dei sovranisti europei

Se due indizi non sono ancora una prova, certo sembra davvero difficile considerali solo una coincidenza. Tre settimane dopo il primo strappo, il fronte sovranista europeo si è spaccato di nuovo. Giorgia Meloni da una parte, Polonia e Ungheria dall’altra. Il motivo è sempre lo stesso: la gestione dei migranti. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che di fatto dovrebbe sostituire il regolamento di Dublino, è visto come fumo negli occhi dalle parti di Varsavia e Budapest.

Polonia e Ungheria contro la maggioranza qualificata

Teatro della nuova frattura è stato così il Consiglio europeo del 29-30 giugno durante il quale i due Paesi hanno deciso di imboccare la strada dell’ostruzionismo, rifiutandosi, al termine del primo giorno, di sottoscrivere qualsiasi documento conclusivo se non fossero state affrontate le loro perplessità sulle questioni migratorie. Che il clima fosse tutt’altro che idilliaco lo si era capitò già l’8 giugno quando, nel corso di un vertice dei ministri degli Interni europei in Lussemburgo, si era consumata la prima vera frattura tra Meloni e gli amici del gruppo di Visegrad. Il nuovo patto Ue sui migranti era stato, infatti, approvato con 25 sì e due no. Un’intesa considerata “illegale” da Polonia e Ungheria perché raggiunta con una maggioranza qualificata e non con il voto unanime.

I guai di Meloni sui migranti per l'ennesima spaccatura dei sovranisti europei
Giorgia Meloni durante il Consiglio europeo (Imagoeconomica).

Ricollocamento o sanzione da 20 mila euro a migrante

Il no di Varsavia e Budapest è legato al meccanismo di solidarietà previsto dalla riforma: per il Paese europeo che si trova ad affrontare un afflusso straordinario di migranti, scatta il ricollocamento dei richiedenti asilo negli altri Stati membri. Chi si rifiuta di accogliere sarà costretto a pagare 20 mila euro a migrante. Strumento che, nelle intenzioni di chi vuole la riforma, serve soprattutto per andare incontro ai Paesi di primo approdo, come l’Italia. Tant’è che da più parti a Bruxelles si considerava proprio Giorgia Meloni come la vera vincitrice dell’accordo. “Sull’immigrazione ha vinto l’Italia” titolava per esempio Politico.eu in un articolo pubblicato il 21 giugno.

L’Italia era riuscita a convincere persino la Germania

La premier italiana era riuscita a piegare soprattutto le resistenze della Germania: «I colloqui», racconta ancora Politico.eu, «erano sull’orlo del fallimento, come da anni. L’Italia voleva più autorità per rimuovere i richiedenti asilo respinti. La Germania temeva che ciò avrebbe creato violazioni dei diritti umani». Nonostante Berlino abbia sempre fatto valere, nelle trattative con gli alleati europei, la sua forza politica ed economica, a spuntarla in questo caso è stata proprio la premier italiana: «È stato un momento significativo. La Germania, il Paese più popolato dell’Ue e la sua maggiore economia, spesso ottiene ciò che vuole quando negozia a Bruxelles. L’Italia, con i suoi governi in continuo cambiamento, no. Questa volta, però, il clima è cambiato», continua Politico.eu.

I guai di Meloni sui migranti per l'ennesima spaccatura dei sovranisti europei
Viktor Orban e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La contro-proposta dei due dissidenti è un no a tutto

Nonostante i successi celebrati anche dall’establishment europeo, Meloni non può gioire a pieno: i vecchi amici sovranisti che non sentono ragioni sono un problema. E per alleggerire il clima non può bastare l’elegante baciamano alla premier italiana a favore di flash del presidente ungherese Viktor Orban o le dichiarazioni pubbliche di grande intesa del premier polacco e principale alleato nei conservatori europei, Mateusz Morawiecki. La frattura c’è, basta guardare la contro-proposta, portata dal governo polacco al Consiglio europeo. Intitolata “Europa delle frontiere”, di fatto è un “no” a tutto: «No all’immigrazione clandestina, no all’imposizione di sanzioni pecuniarie o sanzioni varie».

Meloni non vuole passi indietro sul dossier tra Ue e Tunisia

Come spiega Europa Today difficilmente, però, l’accordo sul Patto Ue sui migranti verrà rivisto a livello di governi: l’iter legislativo andrà avanti, passando dal parlamento, per poi tornare al tavolo dei leader europei, dove non saranno necessari i voti di Polonia e Ungheria. Per l’Italia, l’importante è che l’ostruzionismo di Orban e Morawiecki non metta a repentaglio i passi avanti sulla cooperazione tra Ue e Tunisia. Dossier molto caro alla Meloni. L’obiettivo della premier è dunque ambizioso quanto difficile: mettere tutti d’accordo evitando la terza frattura in poche settimane con gli amici di Visegrad. Se non ci riuscisse, tre indizi finirebbero per essere la prova che nel sovranismo europeo qualcosa scricchiola.

Chi sono i cinque figli di Bobby Solo: Alain, Chantal, Muriel, Veronica e Ryan

Il celebre Bobby Solo, interprete di brani molto famosi come Una lacrima sul viso, Cuore matto e Non c’è più niente da fare, è stato legato sentimentalmente a 3 diverse donne nel corso della sua vita. Da tutte e tre ha avuto almeno un figlio, per un totale di 5 “pargoli” ormai cresciuti.

Chi sono state le compagne di Bobby Solo e chi sono i suoi 5 figli

Il primo grande amore della vita di Bobby Solo è stata la ballerina Sophie Teckel, con la quale è convolato a nozze nel 1967. Dalla danzatrice francese l’artista ha avuto ben tre figli, nell’ordine Alain (nato nel 1968), Chantal (nata nel 1971), Muriel (nata nel 1975) . Successivamente, il cantante è stato legato anche con un’altra donna, Mimma Foti, con la quale ebbe una relazione piuttosto fugace dalla quale però nacque una figlia, Veronica.

Il quarto figlio Bobby Solo l’ha avuto dalla sua seconda moglie, con la quale è ancora oggi legatissimo: l’hostess coreano-americana Tracy Quade l’ha reso padre nel 2013 dell’ultimo arrivato, Ryan.

Alain, oggi 50enne, ha dovuto affrontare in passato dei gravi problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti, che l’hanno costretto ad un lungo ricovero presso la comunità di San Patrignano. Sembra che alla base delle sue sofferenze ci fosse un rapporto complicato con i genitori, che avrebbe però poi ricucito nel corso degli anni. Chantal, oggi 47enne, è una business coach la cui attività è divisa fra Roma e Milano. Muriel, invece, di lavoro fa la cake designer.

La storia di Veronica Satti

La figlia di Bobby Solo più chiacchierata in assoluto è però probabilmente Veronica Satti, influencer e scrittrice che oggi su Instagram vanta oltre 100.000 follower.

Bobby Solo ha avuto un totale di 5 figli da 3 donne diverse: ecco quando sono nati e che vita fanno oggi tutti loro.
Veronica Satti (Instagram).

L’influncer è nata da una relazione extraconiugale che l’attore intrattenne con Mimma Foti quando ancora era sposato con Sophie Teckel. Veronica, nata a Genova nel 1990, non ha rivolto la parola al padre per ben 14 anni, se non tramite avvocati. Proprio alla luce della sua storia difficile, Barbara d’Urso l’aveva voluta nel cast del suo Grande Fratello, dove la gieffina aveva avuto l’occasione di raccontare qualche dettaglio in più sul suo passato. Alla fine, anche grazie all’insistenza della stessa conduttrice, Bobby Solo e Veronica Satti si sono finalmente rinconciliati e sono oggi più uniti che mai.

Scade un’altra rata del Pnrr e l’Italia è sempre più in ritardo, ci sono almeno 17 obiettivi mancati


Oggi, 30 giugno, è l'ultimo giorno per le scadenze legate alla quarta rata del Pnrr, da 16 miliardi di euro. Mentre il governo Meloni continua a rassicurare sulla terza rata, che doveva arrivare a febbraio e ancora non c'è, l'Italia ha accumulato altri ritardi. Il piano, per l'esecutivo, resta puntare tutto sulla "rimodulazione".
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La ministra Roccella contro i nomi per bambini ai cani: «Spia di un bisogno di avere figli»

Il cane è mio e me lo gestisco io. Potrebbe essere questo il nuovo slogan delle piazze dopo l’ennesima uscita della ministra per la Famiglia Eugenia Maria Roccella. Dopo aver pontificato su aborto e maternità, eccola tornare all’attacco. «Questo tentativo di dare i nomi dei bambini ai cani, è sintomo di un bisogno che evidentemente c’è, però viene trasferito sugli animali», ha detto intervenendo a Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia. «Serve una rivolta a difesa dell’umano. La famiglia, la filiazione, sono il cuore, sono le basi dell’umano, ma ora sono a rischio». La ministra si è accodata al pensiero del Papa che, circa un mese fa, si era rifiutato di benedire un cagnolino, condividendo la sua idea già espressa in passato: «Invece dei figli preferiscono avere cani e gatti: è l’affetto programmato, un affetto senza problemi».

Eugenia Roccella, ministra per le pari opportunità e la famiglia (foto Imagoeconomica).

Roccella, no a cani chiamati «Riccardo, Eugenio, Giovanni Maria»

La ministra ha proseguito la sua «analisi» sulla crisi della natalità nel Paese: «Il problema oggi sono proprio le basi dell’umano che sono a rischio, perché la famiglia è il cuore dell’umano. Perché sono a rischio? Io sono animalista, amo moltissimo cani e gatti, ho quattro gatti e un cane, non è una questione di ostilità nei confronti degli animali, però quando mi capita di portare il cane ai giardinetti sento il richiamo dei proprietari rispetto al proprio cagnolino e sento Giovanni, Eugenio, Riccardo, addirittura anche nomi compositi, ho sentito pure Giovanni Maria, cioè comincia a diventare effettivamente, abbastanza… una confusione non casuale perché questo tentativo di appaiare in qualche modo i nomi che si danno ai bambini, nomi umani, ai cani, è sintomo di un desiderio, di un bisogno che evidentemente c’è, un bisogno di affettività, un bisogno in qualche modo di famiglia, che però viene trasferito in maniera impropria sugli animali, sui cagnolini e così via».

La soluzione? «Una cultura a difesa dell’umano»

Eugenia Roccella ha dato una delle soluzioni per invertire la tendenza: «Manca una cultura a difesa della vita, a difesa dell’umano, che sostenga la vita, l’umano. Penso che la prima cosa che ha fatto il nostro governo, è stato proprio rimettere al centro questo problema, tornare a mettere al centro la famiglia e la natalità. La natalità era qualcosa di cui neanche si poteva parlare, famiglia e natalità sono ormai vocaboli che non sono più nel lessico internazionale, nei documenti internazionali; maternità è ad esempio una parola completamente cancellata. Noi veniamo dagli anni 60 in cui il club di Roma, l’élite intellettuale e scientifica internazionale diceva che c’era un problema di equilibrio tra le risorse e la popolazione, che c’era troppa popolazione, troppe nascite, che gli umani dovevano essere ridotti perché altrimenti non ci sarebbe stata appunto la possibilità di sfamarci, la possibilità di avere un minimo di benessere, e che quindi il problema era ridurre la natalità. E’ così è stato fatto in tutto il mondo». Una cultura definita dalla ministra come profondamente antinatalista: «La famiglia come criterio premiante, sono una mamma, sono un papà devono essere qualcosa di premiante, serve un cambiamento culturale con il coinvolgimento di tutti gli attori in gioco».

Linda Sabbadini: «L’aumento della natalità non è la soluzione»

L’intervento della Roccella arriva a due giorni esatti dall’evento che si è svolto a Roma martedì 27 giugno, dal titolo «Demografica: Popolazione, persone, natalità» durante il quale è intervenuta Linda Laura Sabbadini, direttore centrale Istat: «Parlare di calo di natalità senza considerare anche la progressiva perdita di popolazione in età lavorativa rischia di non dare quella visione di insieme necessaria per affrontare il problema nella sua interezza». Sabbadini ha parlato di «politiche miopi, prive di una visione di lungo periodo» che «hanno portato alla situazione attuale» e indica due linee di intervento: «incentivare l’occupazione femminile con politiche sociali e risolvere il problema della carenza di popolazione in età lavorativa con politiche che includano l’immigrazione, come ad esempio è stato fatto in Germania nel 2015. Non è realistico e corretto dire che il problema del calo demografico si possa risolvere solo con un aumento della natalità».

Arrestato Galtier, per l’allenatore francese accuse di discriminazione razziale e religiosa

L’allenatore francese Christophe Galtier e il suo figlio adottivo John Valovic sono stati arrestati dalla polizia a Nizza. Il provvedimento è arrivato nell’ambito delle indagini su episodi di discriminazione razziale e religiosa da parte del tecnico, che nella stagione appena conclusa ha allenato il Paris Saint-Germain, relativi ai tempi in cui era sulla panchina del Nizza. Il fermo consentirà agli inquirenti di avere Galtier e figlio a disposizione per 24 ore, poi i due verranno rilasciati oppure portati davanti al tribunale per rispondere delle accuse.

Arrestato Cristophe Galtier, l’allenatore francese del Psg è accusato di discriminazione razziale e religiosa.
L’allenatore Christophe Galtier (Getty Images).

I fatti risalirebbero all’inizio della stagione 2021/22, quando allenava il Nizza

I fatti, che risalirebbero all’inizio della stagione 2021/22, sono stati denunciati da Julien Fournier, ex direttore sportivo del Nizza, tramite un’email inviata al management di Ineos: la società, una delle più grandi aziende chimiche al mondo, è dal 2019 proprietaria del club francese che milita nella Ligue 1. Nella mail inviata al manager di Ineos Dave Brailsford, Fournier ha raccontato quanto accaduto il 9 agosto 2021: quel giorno Galtier, ribadendo un concetto appena espresso dal figlio (che è il suo procuratore), si sarebbe lamentato con il dirigente del Nizza per l’eccessiva presenza di «neri e musulmani nella squadra», cosa che andava in contrasto con «la realtà della città». Fournier aveva poi aggiunto: «Mi ha detto che era andato al ristorante e che tanti gli avevano fatto notare cheil Nizza è una squadra di neri».

Arrestato Cristophe Galtier, l’allenatore francese del Psg è accusato di discriminazione razziale e religiosa.
Christophe Galtier, ormai ex allenatore del PSG (Getty Images).

Galtier, che era stato in lizza per la panchina del Napoli, ha smentito le accuse

Il tecnico ha sempre smentito fermamente le accuse e aveva persino sporto denuncia. Diversi giocatori e dirigenti del Nizza, tra cui il presidente del club Jean-Pierre Rivère, sono già stati interrogati dagli inquirenti. Galtier, prossimo a lasciare ufficialmente la panchina del PSG, è stato in lizza per sostituire Luciano Spalletti a Napoli, ma il presidente Aurelio De Laurentiis – forse perché a conoscenza di questa vicenda – gli ha poi preferito il connazionale Rudy Garcia.

Tracy Quade, chi è la seconda moglie di Bobby Solo

Roberto Satti in arte Bobby Solo, tra i più celebri interpreti della musica italiana a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70, è convolato a nozze per due volte nel corso della sua vita: la prima fu nel 1967, quando sposò la ballerina francese Sophie Teckel; la seconda è stata nel 2005, quando si è unito con Tracy Quade.

Chi è Tracy Quade, la seconda moglie di Bobby Solo

L’attuale compagna di Bobby Solo ha oggi 52 anni (28 in meno del marito, che ne ha 80) e di lavoro fa la hostess. Di origini coreano-statunitensi, Quade ha conosciuto il marito nell’ormai lontano 1995: a quanto pare la scintilla fra i due sarebbe scoppiata immediatamente, come un vero e proprio colpo di fulmine travolgente.

Insieme a Bobby Solo Tracy Quade (che vive una vita piuttosto riservata e non ha profili social) ha avuto un figlio, Ryan, venuto al mondo nel 2013. L’artista di Una lacrima sul viso ha in realtà un totale di 5 figli da tre donne diverse: i primi tre sono Alain (nato nel 1968), Chantal (classe 1971), Muriel (nata nel 1975) avuti dalla prima moglie; il quarto figlio l’ha avuto da una breve relazione con Mimma Foti, da cui ha avuto la figlia Veronica (riconosciuta solo in un secondo momento).

Bobby Solo parla della moglie Tracy: «Quando dissi a mia madre che ci saremmo sposati pensava che fossi matto»

Oggi la coppia si divide fra l’Italia e gli Stati Uniti ed è, a quanto pare, più unita che mai. A parlare più nel dettaglio del loro splendido rapporto è stato lo stesso Bobby Solo in una recente intervista concessa a Verissimo di Silvia Toffanin, trasmissione a cui ha partecipato con la stessa moglie e il figlio Ryan. A proposito, l’artista ha raccontato: «Da ragazzino mi innamoravo delle donne mature. Forse perché ero molto legato a mia mamma e mi davano un senso di protezione, ma invece con Tracy mi sono innamorato subito ed ho sentito un senso di romanticismo. Lei era assistente di volo, andava dal New Jersey a Roma tutte le settimane e un giorno le dissi che se non avessi avuto 28 anni più di lei l’avrei sposata. Lei allora mi disse ‘perché non me lo chiedi?’ e ci siamo sposati. È molto dolce e perfetta».

Una piccola curiosità: Bobby Solo, originario del Friuli Venezia Giulia, ha rivelato che in un primo momento la madre non aveva preso bene la relazione con l’hostess, secondo il suo gusto troppo giovane (l’aveva definita solo una «putea, cioè una ragazzina). Ecco le parole dell’artista a proposito: «Quando le dissi che ci saremmo sposati mi rispose ‘Ma sei matto? questa è una ‘putea’. Tuttavia, anche lei col tempo ha cambiato idea».