Gli effetti economici del coronavirus e la lezione delle epidemie del passato

Nel 2003 la Sars causò nel mondo tra i 30 e i 100 miliardi di dollari di danni. Ma l'impatto di Covid-19 sarà molto più forte. Guido Alfani, ordinario di Storia economica alla Bocconi: «La Spagnola ci ha insegnato che gli Stati devono coordinarsi». Per il pubblico meglio investire nel contenimento che nello sviluppo di un vaccino. L'intervista.

Mentre il governo blinda la Lombardia e altre 14 province del Nord Italia, alla Bocconi di Milano ci si attrezza per la didattica a distanza. Ma le lezioni che possono aiutarci meglio a comprendere gli effetti socio-economici delle epidemie sono quelle che arrivano dal nostro passato. Il professor Guido Alfani, ordinario di Storia economica nell’ateneo privato milanese, si occupa da anni proprio di questo argomento.

CON LA PESTE FURONO INVENTATE QUARANTENE E LAZZARETTI

«La peste portò all’invenzione delle quarantene e dei lazzaretti», spiega a Lettera43.it, «ma nacquero anche le Commissioni di sanità permanenti, strutture di salute pubblica in grado di agire in maniera preventiva, non più solo a emergenza in corso».

DANNI DEL NUOVO CORONAVIRUS PIÙ CONSISTENTI

Per Alfani, il termine di paragone più direttamente confrontabile con l’attuale diffusione del coronavirus è rappresentato dallo scoppio della Sars nel 2003. Ma è già possibile affermare che dal punto di vista economico Covid-19 «causerà danni decisamente più consistenti». E le ragioni sono molte.

Il professor Guido Alfani. (Università Bocconi)

DOMANDA. Standard & Poor’s ha tagliato le stime di crescita per l’Italia nel 2020, portandole a -0,3% dal precedente +0,4%. Una cifra plausibile?
RISPOSTA. È molto più di quanto stimato pochi giorni fa dalla Banca d’Italia, che prevedeva un danno economico per l’Italia dello 0,2% del Pil.

Per il primo anno…
Sì, ma teniamo presente che nessuno sta immaginando che la crisi possa durare più di qualche mese. È un’aspettativa abbastanza ragionevole. Poi da qui a dire che il coronavirus sparirà completamente, come fu per la Sars nel 2003, è un altro discorso.

In che senso allora la situazione attuale può essere paragonata a quel periodo?
Se cerchiamo un termine di confronto storico, il caso della Sars rimane quello più direttamente comparabile. Perché l’epidemia aveva caratteristiche relativamente simili. Ovviamente bisogna essere cauti: nel caso di Covid-19, non sappiamo ancora quanti saranno i contagiati e i decessi totali.

Cosa possiamo aspettarci?
Non sembra che questa epidemia possa essere sulla scala delle peggiori epidemie di influenza della storia dell’umanità. Probabilmente, quando si sarà conclusa, dal punto di vista storico si rivelerà relativamente contenuta.

Quali sono le differenze rispetto al 2003?
Covid-19 avrà conseguenze economiche decisamente più consistenti. Nel 2003 la Sars causò nel mondo tra i 30 e i 100 miliardi di dollari di danni. Buona parte dei quali, tra l’altro, concentrati in Cina, dove la perdita fu nell’ordine dell’1% del Pil. Verosimilmente nel 2020 le ripercussioni saranno più gravi. Per Pechino parliamo di alcuni punti percentuali di Pil.

Personale sanitario cinese si prepara a trasferire pazienti affetti da Covid-19 da uno degli ospedali speciali di Wuhan. (Ansa)

Perché?
Oggi la Cina ha un’economia più grande, l’1% del suo Pil vale 140 miliardi. Quindi oggi un solo punto di Pil cinese equivale a un danno maggiore di quello fatto dalla Sars a livello mondiale nel 2003. E poi attualmente, tra i Paesi coinvolti, ci sono anche il Giappone, la Corea del Sud e l’Italia. Tutte grandi economie, con un peso non trascurabile nel contribuire al calo a livello globale.

Quali sono i settori che soffriranno di più in Italia?
Trasporti e turismo nell’immediato. Ma non bisogna dimenticare i danni per l’industria. Alcune delle aree industriali più importanti del Paese sono sottoposte a vincoli abbastanza rigidi e incontrano crescenti difficoltà. Molte utilizzano componenti che arrivano dalla Cina, quindi la catena del valore è già interrotta.

Dalla Spagnola del 1918-19 all’Asiatica del 1957, fino all’influenza di Hong Kong del 1968-69: ci sono analogie nel grado di interconnessione delleconomia globale?
Direi che non si possono fare molti paragoni. La Sars rimane l’esempio migliore perché ha colpito un mondo relativamente simile a quello di oggi. Anche se rispetto al 2003 sono cambiate molte cose. La Cina è molto più importante, sia per le dimensioni della sua economia, sia per la rilevanza raggiunta nel sistema produttivo globale. Più andiamo indietro nel tempo, meno era sviluppata l’interdipendenza economica tra le diverse aree del mondo. Negli Anni 60 era già relativamente facile per gli uomini spostarsi, ma non al livello e con la frequenza attuali. Se andiamo ancora più indietro, alla Spagnola, il contesto è completamente diverso.

Perché?
Tutto l’Occidente, o quasi tutto, nella prima fase di quell’epidemia era coinvolto nella Prima guerra mondiale. E dopo nella riconversione dall’economia di guerra all’economia di pace. Il che ha avuto una serie di conseguenze.

Quali?
La prima è che di fatto nessuno è in grado di stimare con precisione qual è stato il danno economico globale prodotto dalla Spagnola. La situazione era talmente perturbata dalla guerra che è estremamente difficile dirlo. In quel caso il problema non fu tanto l’interdipendenza tra i diversi Paesi, che spesso anzi erano su fronti contrapposti. Il problema fu il collasso interno dei settori produttivi, dovuto al fatto che una parte molto importante della popolazione era malata.

Un ospedale militare pieno di pazienti affetti dall’influenza Spagnola in Kansas, Stati Uniti, 1918. (Getty)

Ci furono altri fattori rilevanti?
Nel lungo periodo una serie di altri effetti potrebbe essere stata altrettanto se non addirittura più importante, sebbene difficile da misurare. Alcuni studi suggeriscono per esempio che la Spagnola abbia portato, anche per il clima di guerra in cui si è sviluppata, a un generalizzato sospetto verso gli altri e verso le istituzioni. Sospetto che ha determinato una diminuzione duratura della fiducia nelle popolazioni, compresi i discendenti di chi aveva avuto un’esperienza diretta della Spagnola. E la fiducia è una componente del capitale umano particolarmente rilevante per lo sviluppo.

Rispetto alla precedenti epidemie è cambiato qualcosa dal punto di vista dei comportamenti sociali o si ripetono sempre gli stessi schemi? Panico collettivo, ricerca dei “colpevoli”, dinamiche economiche speculative…
Purtroppo ci sono dei forti elementi di continuità, ma per fortuna qualcosa l’abbiamo imparata. Per esempio, rispetto ai tempi della Spagnola, quando bisognava educare la popolazione a lavarsi regolarmente le mani, oggi certi standard di igiene li consideriamo più acquisiti. Detto questo, altri aspetti della reazione alle epidemie ci accompagnano dai tempi della peste.

Quali?
Per esempio la tentazione di ignorare le indicazioni in termini di isolamento o quarantena. Per paura o per opportunismo, si può essere tentati dal mettere in atto comportamenti che finiscono per favorire la diffusione dell’epidemia. Un altro aspetto costante è la tendenza a individuare alcune categorie di persone come quelle che diffondono la malattia. Anche per la Sars è stato così e anche per Covid-19, originariamente, ci sono stati episodi di sospetto e violenza nei confronti dei cittadini cinesi. E oggi noi italiani ci troviamo a essere visti con sospetto su scala globale.

Esempi invece di comportamenti positivi scaturiti storicamente dalle epidemie?
Se prendiamo l’era della peste, quello è il periodo in cui si inventano le quarantene e i lazzaretti, che erano ospedali di isolamento. E si inventano anche le Commissioni di sanità permanenti, cioè strutture di salute pubblica per l’appunto permanenti, che non devono più essere create ex novo quando c’è la crisi, ma che possono agire con un certo preavviso. Per quanto riguarda i lazzaretti, inoltre, non è vero che all’interno si moriva più facilmente. Anzi, i lazzaretti del Seicento sono gli antenati diretti delle strutture dedicate alla cura delle malattie infettive.

Guardando a tempi più recenti?
La malattia che caratterizza l’Ottocento è il colera. E il colera ha insegnato agli Stati una cosa fondamentale. L’esigenza di un centro di coordinamento a livello nazionale. L’Istituto superiore di sanità è diretta conseguenza di questa acquisizione.

Il lazzaretto di Milano in Porta Venezia, 1870. (Wikipedia)

E nel Novecento?
Nel Novecento, che possiamo considerare l’era dell’influenza, si è aggiunto un ulteriore livello, quello del coordinamento internazionale. L’Organizzazione mondiale della sanità è stata creata proprio perché la Spagnola aveva reso evidente che in un mondo già per certi versi globalizzato, come quello che si era delineato nella prima parte del secolo, serviva un coordinamento tra Stati su scala globale. Ed è questa la vera arma che ci può consentire di affrontare crisi come quella che vediamo oggi.

Eppure in Italia abbiamo assistito a contrasti fra Stato e Regioni…
I contrasti sicuramente non aiutano. Creano confusione nel pubblico e anche qualche problema rispetto al contenimento dell’epidemia. La riforma che ha delegato l’autorità sul settore sanitario alle Regioni forse ha dimenticato di includere un caveat sugli aspetti epidemici, che vanno governati a livello nazionale prima e sovranazionale poi, tramite l’Unione europea e l’Oms. Su questo non c’è proprio alcun dubbio. In tema di epidemie, più l’azione è coordinata su un territorio vasto, meglio è.

Che ruolo hanno avuto nella storia recente delle epidemie le case farmaceutiche? Ci sono stati sforzi coordinati o ha prevalso uno spirito concorrenziale?
Il problema è molto complesso, perché i costi di sviluppo di certi farmaci, per esempio di un ipotetico vaccino contro il Covid-19, sono molto elevati. E non sono necessariamente remunerativi per le società private. Il problema allora diventa quanto il pubblico debba contribuire a finanziare la ricerca. E quale pubblico poi? I singoli Stati o una coalizione di Stati sotto la guida dell’Oms?

Ci sono dei precedenti?
Il caso più emblematico di questa tensione risale all’influenza suina del 2009. In quel caso venne sviluppato un vaccino che poi si rivelò inutile, perché la Suina aveva una letalità (probabilità di morire per chi viene contagiato, ndr) inferiore a quella delle normali influenze stagionali. Ma capire se è stato commesso un errore oppure no è molto complicato.

Per quale ragione?
Perché il virus dell’influenza è capace di mutare in modo profondo in tempi molto rapidi. La Spagnola fu un caso di questo tipo. Iniziò come una normale influenza relativamente poco letale, ma finì per provocare milioni di morti in tutto il mondo. Il virus mutò durante l’epidemia. Di sicuro, se si vuole una strategia improntata alla cautela, il vaccino va sviluppato e ha dei costi. Ma nel caso di coronavirus come Sars e Sars-CoV-2, per il pubblico è meglio investire in questo campo, oppure nel contenimento dell’epidemia nelle sue fasi iniziali? Probabilmente più la seconda. Quello che l’Italia sta facendo e quello che hanno fatto tutti i Paesi colpiti da Covid-19 è corretto. Anche perché non ci si aspetta una diffusione analoga a quella dell’influenza.

La morfologia ultrastrutturale del virus Sars-CoV-2. (Ansa)

Senza dimenticare poi l’impatto sul sistema sanitario…
Con la Spagnola i contagiati divennero così tanti che non era più possibile assisterli in strutture attrezzate. Si utilizzarono tutti gli ambienti possibili e il personale sanitario finì per ammalarsi in massa. Nel caso di Covid-19 non è questo che temiamo, temiamo però un’altra cosa. Per i casi più gravi serve la terapia intensiva, ma i posti sono limitati. Quindi la priorità oggi è debellare i focolai, o quantomeno rallentare il più possibile lo sviluppo del contagio, per distribuire nel tempo l’impatto sul sistema sanitario. È qui che si deve investire.

Mentre la Cina ha potuto costruire 16 nuovi ospedali speciali soltanto a Wuhan, il primo dei quali ha chiuso pochi giorni fa, dopo il calo registrato nei nuovi contagi…
Ma la Cina lo ha fatto perché poteva permetterselo, o perché prima non aveva un numero sufficiente di strutture? Fino a oggi, il nostro sistema sta tenendo. L’Italia non ha bisogno di costruire nuovi ospedali. Gli interventi che stiamo mettendo in atto sono importanti per evitare di doverlo fare in futuro, ricorrendo a strutture che sarebbero più simili a degli ospedali da campo. Finora non servono, e questo è un successo.

Tornando alle conseguenze economiche dell’epidemia, peserà di più lo choc sul lato dell’offerta o su quello della domanda?
A conti fatti, secondo me, quasi certamente il danno maggiore sarà sul lato della domanda. Perché su questo fronte tutti i cittadini sono potenzialmente interessati. Consumano di meno, si spostano di meno… e magari parte di questo minor dinamismo non verrà recuperato entro la fine dell’anno. Gli choc del passato sul lato dell’offerta, invece, sono stati rilevanti in casi in cui la mortalità – cioè la percentuale di popolazione complessiva deceduta – era importante. Al momento siamo lontanissimi da uno scenario di questo tipo. Serve però cautela, perché non sappiamo ancora quale sarà la durata dell’epidemia e resta il problema di stimare la capacità di recupero della Cina. In questa fase l’economia cinese è molto meno dinamica del 2003. Quindi il danno potrebbe essere più duraturo.

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