Perché l’Italia può uscire con le ossa rotte da una guerra di dazi Usa-Ue

Il nostro export verso gli Stati Uniti vale 4,2 miliardi. Ed è in crescita costante (+8,9% nel 2019). Le tariffe di Trump possono azzopparlo. Al pari di una ritorsione europea contro Boeing, di cui siamo tra i primi fornitori.

La guerra dei dazi è all’orizzonte. E tra i Paesi destinati a farne maggiormente le spese c’è l’Italia. Dopo che il 2 ottobre l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ha dato il via libera ai dazi statunitensi contro l’Unione europea, da Bruxelles è arrivata immediata la promessa di rispondere colpo su colpo: «Anche se gli Stati Uniti hanno avuto l’autorizzazione dal Wto, scegliere di applicare le contromisure adesso sarebbe miope e controproducente», ha commentato a caldo la commissaria Ue al Commercio, Cecilia Malmstroem. «Restiamo pronti a trovare una soluzione equa, ma se gli Usa decidono di imporre le contromisure autorizzate dal Wto, la Ue non potrà che fare la stessa cosa».

IL PESO DELL’EXPORT NEL SETTORE ALIMENTARE

Al centro della contesa tra Usa e Ue ci sono gli aiuti illegali concessi al consorzio aeronautico europeo Airbus. In questo senso, i 7,5 miliardi di dollari (circa 6,8 miliardi di euro) di dazi approvati dal Wto avrebbero funzione di compensazione per gli Usa. Le tariffe statunitensi andranno a colpire una serie di beni che dall’Ue vengono esportati Oltreoceano: la componentistica per aerei, ovviamente, ma anche altri settori, l’agroalimentare in primis. L’impatto si annuncia particolarmente dirompente sul made in Italy, per cui gli Usa rappresentano sempre più il principale mercato di sbocco fuori dal territorio europeo. Le esportazioni italiane negli Stati Uniti valgono 4,2 miliardi di euro e, solo nei primi otto mesi del 2019, sono aumentate dell’8,9%. Nella lista dei prodotti a rischio dazi ci sono formaggi Dop, con il Grana Padano che rischia danni per circa 270 milioni di euro, vini, salumi, olio d’oliva, pomodori e pasta. Con ricadute che la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha definito potenzialmente «devastanti».

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Come ha ricordato il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, quello alimentare è il secondo settore manifatturiero in Italia, con un fatturato di oltre 140 miliardi di euro. E circa un quarto di questo fatturato arriva dalle esportazioni, che nel quinquennio 2013-2018 sono cresciute vertiginosamente: +25%. Il paradosso per l’Italia – che nemmeno fa parte del consorzio Airbus, composto da Regno Unito, Francia, Germania e Spagna – è che a danneggiarne l’export potrebbe essere non solo Washington, ma anche Bruxelles. L’Unione europea è pronta a reagire. Dalla riunione informale dei ministri del Commercio dei 28 tenutasi nella capitale europea, il messaggio è stato recapitato forte e chiaro. «Siamo determinati a proseguire un’agenda del commercio positiva con gli Usa, ma siamo anche pronti a difendere con fermezza i nostri interessi, se e quando sarà necessario», ha dichiarato il ministro del Commercio estero finlandese, Ville Skinnari.

GLI EFFETTI COLLATERALI DI UNA RITORSIONE CONTRO BOEING

Perché l’Italia rischia di pagare anche in questo caso un conto salato è presto detto: il nostro Paese è tra i primi fornitori di Boeingche ogni anno vi investe circa 2 miliardi di dollari per servizi e forniture di equipaggiamenti -, ragion per cui è stato escluso dai dazi statunitensi sulla componentistica. Se però Bruxelles andasse a colpire il gigante Usa, le ripercussioni per l’Italia sarebbero inevitabili. Il contenzioso è tutt’altro che chiuso. L’anno prossimo il Wto si pronuncerà su quanti dazi potrà imporre l’Ue contro gli Usa (a loro volta sanzionati per Boeing). Dietro le quinte, le diplomazie sono al lavoro. L’obiettivo resta scongiurare una trade war che rischia di fare danni da una parte e dall’altra dell’oceano. Con il made in Italy vittima collaterale di una guerra che non gli appartiene.

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L’Ue dà la parola ai disabili: adesso tocca a noi

L'Europa non è una entità astratta, anzi. Ora ci invita a rispondere a un questionario per valutare le nostre condizioni, le aspettative e gli ostacoli. Un dialogo istituzioni-cittadini che dovrebbe essere da esempio per la politica.

Se qualcuno vi chiedesse informazioni rispetto alla strategia dell’Unione europea sulla disabilità 2010-2020 sapreste rispondere? Io, lo confesso, sarei in difficoltà. So che è uno dei più importanti documenti politici a livello comunitario in questo campo, ne ricordo in generale gli obiettivi e le aree di intervento ma le mie conoscenze non si spingono molto oltre. Poi, quando mi capita di usare il contrassegno del parcheggio, o in occasione della giornata europea delle persone con disabilità o ancora ogni volta che mi ripropongo di richiedere la tessera europea d’invalidità per viaggiare più agevolmente all’interno degli Stati membri, mi ritorna alla mente “mamma Europa” e il fatto che tutte queste opportunità di cui oggi godo sono merito suo.

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L’UE HA DECISO DI CONSULTARE NOI DISABILI

Ma quali sono le politiche europee in materia di disabilità? Quali le principali linee strategiche e i più importanti risultati raggiunti? Facciamo fatica, per lo meno io, a non considerare l’Unione europea come un’entità astratta e lontana, che c’entra ben poco con la vita reale. Niente di più sbagliato visto che influisce sulla nostra quotidianità attraverso leggi, provvedimenti e promozione di buone prassi. Ma c’è di più. L’Europa ha deciso di consultarci. Vuole sapere qual è la nostra valutazione rispetto alla condizione in cui ci troviamo noi persone con disabilità, la conoscenza che abbiamo delle politiche europee a nostro favore, l’impatto della strategia a livello nazionale, europeo e mondiale, gli ostacoli al conseguimento degli obiettivi e le nostre aspettative per il futuro. Lo sta facendo attraverso un questionario che potete scaricare qui o richiedere via email all’indirizzo EMPL-C3-CONSULTATION@ec.europa.eu.

UN METODO CHE ANDREBBE ALLARGATO A TUTTI

Io ho partecipato. La compilazione richiede un po’ di tempo perché le domande sono molte ma, dopo averlo completato e inviato, mi sono sentita soddisfatta e quasi commossa. Non sono abituata a essere interpellata da alti livelli istituzionali e penso che, in generale, noi persone con disabilità (ma lo stesso vale per tutti i cittadini, con o senza disabilità) non siamo avvezze a venire coinvolte nei processi decisionali e gestionali che ci riguardano, né in sede di ideazione e progettazione, né al momento della valutazione dell’efficacia. Quando mai in Italia è successo che i rappresentanti politici ci abbiano chiesto di valutare l’impatto del loro operato sulle nostre vite? Mai, credo.

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SERVE UN DIALOGO COSTANTE TRA ISTITUZIONI E CITTADINI

È vero che il voto rappresenta la cartina di tornasole del grado di soddisfazione della popolazione ma le preferenze indicate nell’urna non entrano nel merito dell’analisi sull’operato di un governo. Invece sarebbe proprio da questo che bisognerebbe partire, dal dialogo e dal confronto continui tra il “basso” e l’”alto”. La politica dovrebbe sempre partire dal basso, dalle persone: ascoltare la loro voce e stimolarla, se necessario.
Talvolta i nostri rappresentanti ricevono le associazioni di persone con disabilità ma non sempre questo è sufficiente. In Unione europea l’hanno capito benissimo ed è per questo che al questionario sono invitati a rispondere le persone con disabilità, le loro famiglie, gli attivisti ma anche le istituzioni, il Terzo Settore e le aziende che lavorano nel campo della disabilità.

SOLO COSÌ GLI INTERVENTI SARANNO DAVVERO UTILI

Promuovere la partecipazione alla vita politica, sociale ed economica significa riprogrammare le linee d’indirizzo, gli obiettivi, le strategie e gli strumenti per raggiungerli coinvolgendo i diretti interessati e coloro che costituiscono la loro rete sociale di riferimento. Chiedere loro di offrire un riscontro sulla qualità dell’operato delle istituzioni, sui risultati, sugli aspetti critici e sulle aspettative è fondamentale per realizzare interventi che siano davvero utili. E anche il resto della cittadinanza servirebbe fosse interpellata perché le priorità di chi è socialmente più “fragile” sono potenzialmente importanti per tutti.

ORA STA A NOI DIVENTARE PROTAGONISTI

Trasformare le persone con disabilità e le loro reti di riferimento da destinatari di intervento a protagonisti delle azioni a loro rivolte è la direzione che cerca di prendere l’Ue quando interpella i suoi cittadini. Credo che anche i nostri governanti dovrebbero prendere spunto da questa consultazione per pensare a nuove modalità di dialogo e collaborazione. Ma anche noi ci dovremmo dare una svegliata senza delegare le questioni che ci pertengono solo alle associazioni che ci rappresentano. Conosciamo troppo poco sulla strategia dell’Unione europea sulla Disabilità. Ne danno notizia per lo più i media di settore ma l’impressione è che, tra i più, non se ne sappia molto. Le informazioni in merito dovrebbero essere diffuse capillarmente ma penso che, prima ancora, dovremmo imparare a sentirci cittadini con disabilità europei, oltre che italiani. Da parte dell’Unione, come abbiamo visto, c’è la volontà di renderci partecipi in merito alle politiche a nostro favore. Ora tocca fare la nostra parte perché una relazione, per definizione, non è mai unidirezionale e necessita del contributo di tutte le parti per produrre risultati efficaci.

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