Tre semplici domande sul Mes a un sovranista tipo

Cosa accadrebbe all'Italia se fosse l'unico Paese Ue a non accedere al Meccanismo Salva Stati? Ci sono vie alternative per trovare i 36 miliardi che ci spetterebbero? E, infine, gli aiuti non equivarrebbero a mezzo Piano Marshall? Sono quesiti a cui solo un "euroscettico" potrebbe rispondere. Se solo avesse qualcosa da dire.

Bloccare l’accesso dell’Italia ai fondi del Mes è diventata la linea del Piave degli anti-Ue italiani, che mai accetterebbero il titolo di anti-Ue preferendo di gran lunga quello di euroscettici, che fa così tanto pensoso.

Detestano in particolare le intrusioni di Bruxelles sulle questioni del bilancio e del debito, che vanno diritte al cuore delle autonomie nazionali. Sul Mes si prepara una battaglia in parlamento: sì o no?

LA STORIA DEL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ

Ci sono tre domande che si potrebbero porre agli euroscettici. Prima di farlo, ricordiamo che cos’è il Mes e che cosa oggi, per la pandemia, potrebbe fare, a che costi e a che rischi. L’acrononimo Mes sta per Meccanismo europeo di stabilità (Esm l’acronimo in inglese) ed è un fondo finanziario intergovernativo creato nel 2012 con sede a Lussemburgo sulla base di un fondo preesistente per dare sostegno ai Paesi dell’euro in caso di difficoltà dei conti pubblici, sostenibili ma in difficoltà, o quando comunque ne fanno richiesta. Le quote versate dai 19 Paesi membri, tutti quelli dell’euro, sono il capitale. Su questa base il Mes colloca obbligazioni sui mercati e ha oggi una potenza di fuoco di circa 500 miliardi. Le condizioni di un intervento, da definire in un memorandum caso per caso, sono diverse e più stringenti se si tratta di un prestito, meno se di una linea di credito. La Banca d’Italia ha preparato una semplice guida che si può utilmente leggere (Il Meccanismo europeo di stabilità e la sua riforma: domande frequenti e risposte), che parla anche dei progetti di riforma, approvati in principio a dicembre 2019 dai 19 ministri dell’Eurogruppo – l’organo decisionale del Mes – ma non ancora attuati. Il Mes non rientra nel sistema giuridico della Commissione, e opera parallelamente a essa. L’Italia a differenza di Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro (la Grecia fu il maggiore beneficiario con oltre 200 miliardi di euro, ma negoziati con il predecessore del Mes) non ha mai fatto finora ricorso al Mes.

L’ACCORDO SUL 2% DEL PIL

Con la pandemia, il Mes ha annunciato e il Consiglio Ue confermato l’8 maggio che ci saranno presto a disposizione di ogni Paese fondi pari al 2% del Pil, fino a circa 36 miliardi per l’Italia, per un prestito speciale e con un’unica condizione: che serva direttamente o indirettamente alla difesa dalla pandemia, quindi per la spesa sanitaria di ogni tipo, da mascherine e farmici a ristrutturazioni ospedaliere e nuovi ospedali o reparti e altro. Non più memorandum di intesa né interventi su bilancio e debito. Ovviamente quando l’Unione dichiarerà la fine dell’emergenza rientreranno in vigore i criteri di Maastricht del 1992 e il Patto di stabilità del 1997. E questo preoccupa gli euroscettici. Sostengono che la regola unica del Mes in versione pandemia non è affidabile perché, a fine emergenza, potrebbe restare sempre la minaccia delle vecchie regole, sospese ma non abolite, con forti intrusioni nella gestione del debito e perdita temporanea di sovranità. Così hanno parlato Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I costi di un debito “pandemia” con il Mes sarebbero minimi, non oltre lo 0,1% annuo indica un’analisi italiana condotta da Luca Fava e Carlo Stagnaro per l’Istituto Bruno Leoni, a fronte di un costo per le ultime emissioni del Tesoro arrivato per titoli decennali attorno all’1,8% l’anno. Su 36 miliardi per 10 anni ci sarebbe quindi un risparmio di circa 5,7 miliardi di euro, pari – dato importante da ricordare come si vedrà fra poco – a 6,20 miliardi di dollari. È troppo sostenere che con un finanziamento Mes, alle condizioni “pandemia”, l’Italia riceverebbe l’equivalente di un aiuto a fondo perduto pari a 5,7 miliardi di euro? Se non vogliamo chiamarlo “prezzo di favore”, come lo chiamiamo? E ora passiamo alle domande, e a una ipotesi di risposta, ovviamente quest’ultima a puro titolo indicativo – e senza impegno – perché solo un vero sovranista sarebbe titolato a rispondere.

1. COSA SUCCEDE SE SIAMO L’UNICO PAESE UE A NON ACCEDERE AGLI AIUTI?

DOMANDA. Che cosa succede se vari altri Paesi tra cui forse anche la Francia, secondo quanto il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha anticipato, accedono al prestito Mes stile “pandemia” e l’Italia, l’unico Paese tra l’altro spaccato da un acceso dibattito sulla questione, non lo fa? In che posizione ci troveremmo?
RISPOSTA. «In quella», potrebbe essere la risposta, «di un Paese che sa fare i propri interessi e non accetta ricatti». Il che implicherebbe che gli altri non sanno fare i propri interessi. Oppure varie variazioni sul tema, ad esempio «gli altri non hanno valutato con sufficiente attenzione le vere clausole del Mes, noi siamo attenti e lo abbiamo fatto». Comunque, una risposta non facile.

2. DOVE TROVIAMO I 36 MILIARDI SE DICIAMO NO AL MES?

DOMANDA. Visto che non si tratta di cifre di cui possiamo fare a meno con un debito pubblico destinato a passare da circa 2.400 a circa 2.600 miliardi di euro causa pandemia, e con emissioni 2020 valutate per i titoli a medio e lungo (Bot esclusi quindi) a 202 miliardi per copertura di titoli in scadenza e a 45 miliardi di nuovo fabbisogno, dove troviamo i 36 che avrebbe potuto darci il Mes, e a che costi?
RISPOSTA. Qui è molto difficile ipotizzare una risposta, tutta affidata all’abilità dialettica del sovranista incaricato. Sulla base dell’analisi Fava-Stagnaro, e non cambierebbe molto con qualsiasi altra analisi, c’è tra i costi Mes e i costi di mercato una differenza superiore ai 5 miliardi di euro, in 10 anni. Direbbero forse qualcosa del genere: «L’onore nazionale non ha prezzo», in linea con una visione sovranista. Più probabilmente ricorderebbero che non sono soldi del Mes ma soldi nostri, visto che la quota versata dall’Italia è di 14 miliardi, il che è vero in senso contabile e non vero in senso politico, perché il Mes è una forma di assicurazione collettiva alla quale si contribuisce nella speranza di non averne mai bisogno. A questo si potrebbe rispondere che i 36 di prestito, e i 5,7 di “favore” sarebbero comunque una buona occasione per riavere indietro un po’ di quei 14 versati. Ma potrebbero uscire risposte impensate e impensabili, perché i sovranisti sul Mes si trovano con le spalle al muro e difendono la loro stessa ragion d’essere politica. Come del resto, in una posizione però più sostenibile perché inserita in un quadro europeo più ampio e coerente, fa il fronte opposto degli “europeisti”. Nazionalismo vuol dire, per definizione, essere soli. «Meglio soli che male accompagnati» è la classica risposta sovranista.

3. IL MES VALE PER NOI MEZZO PIANO MARSHALL?

DOMANDA. Terzo e ultimo quesito. Se il prestito Mes alle condizioni “pandemia” equivale a uno sconto di costi finanziari pari a circa 6,2 miliardi di dollari in 10 anni, e visto che all’Italia andarono nel 1948-52 circa 1,4 miliardi di dollari del Piano Marshall in gran parte a fondo perduto, pari a 14 miliardi di dollari oggi, e sia pure considerando il fatto che 1,4 miliardi di allora avevano sull’Italia di allora un peso più alto di 14 miliardi di oggi sull’Italia, non si può forse dire che il Mes da solo, e prima di altri interventi Ue, vale per l’Italia mezzo Piano Marshall?
RISPOSTA. Difficilissmo ipotizzare una risposta. Probabilmente si cercherebbe di ribadire che quello del Mes non è affatto un “dono” ma un cavallo di Troia.

QUELLO CHE NON SI DICE SUGLI EUROBOND

Conclusione. Aspettiamo il dibattito parlamentare. Si sentiranno alti toni patriottici e accuse agli avversari di svendita dell’onore nazionale. Il peggior armamentario del vecchio nazionalismo, che da sempre cerca di togliere al fronte opposto la dignità del libero pensiero. Naturalmente i sovranisti diranno che non sono contro l’Europa ma contro “questaEuropa. Il problema è che l’Europa giusta che va bene a loro non si trova mai. Messi alle strette, sostengono in genere che sarebbero per una vera Europa unita che corre in soccorso di ogni nazione così come negli Stati Uniti Washington fa con il Minnesota piuttosto che l’Arizona o il Tenneesee, ma non per “questa” Europa. Ancor più alle strette, invocano sempre gli eurobond, la cui assenza prova la perfidia europea da cui dobbiamo difenderci. Ma in genere non sanno che dire a chi ricordaloro che gli eurobond, come mutualizzazione di un debito nazionale che diventa comune, hanno per logica necessità e conseguenza la creazione di un superministro delle Finanze che, affiancato dal Parlamento europeo, controlla le spese degli Stati approvate dai rispettivi parlamenti. Gli eurobond implicano quindi una nuova consistente cessione di sovranità. A questo punto in genere i sovranisti cambiano discorso. Salvo continuare a imprecare, come ha scritto Mattia Feltri, contro «…quel popolo che noi chiamiamo gli egoisti del Nord, e dal quale pretendiamo i denari con le vene gonfie al collo». Ma non i denari del Mes. Quello, come tanti Nennillo nel Natale in casa Cupiello di Eduardo, «nun ce piace».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mes, Dombrovskis: «In Italia narrative ingannevoli»

Così il vicepresidente della Commissione Ue ha definito le preoccupazioni espresse da una parte della politica italiana.

«Narrative ingannevoli». Così il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha commentato le preoccupazioni espresse da alcuni politici italiani sul debito e sul Mes. «Vediamo invece cosa sta accadendo in realtà», ha detto Dombrovskis facendo riferimento alla sospensione del Patto di stabilità, alla maggiore flessibilità per i bilanci degli Stati membri Ue in termini di deficit e sul fatto che per il Mes, come deciso dall’Eurogruppo l’unica condizione è che le spese vadano per la sanità

Nel formulario con cui accedere alla nuova linea di credito, che dovrà essere siglato dal Paese interessato e dalla Commissione Ue e che sostituisce il vecchio Memorandum, vanno dettagliate le spese sanitarie fino al 2% del Pil. «Possono includere la parte della spesa pubblica destinata alla sanità direttamente o indirettamente legata all’impatto del Covid sul sistema, nel 2020 e nel 2021», specifica il modulo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I buoni propositi dell’Ue ricordando Schuman

In occasione del 70esimo anniversario del discorso del politico francese sulla cooperazione tra Paesi europei, Michel, Von der Leyen e Sassoli insistono sulla solidarietà: «L'Europa emergerà dalla crisi più forte di prima».

«La generazione degli Anni 50 pensava che sulle rovine della guerra si potessero costruire un’Europa e un mondo migliori. Come poi è avvenuto. Se impariamo queste lezioni, se rimaniamo uniti nella solidarietà e con i nostri valori, allora l’Europa potrà emergere anche questa volta dalla crisi, più forte di prima».

Lo scrivono in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera nel giorno del 70esimo anniversario del discorso di Robert Schuman sulla cooperazione tra Paesi europei il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Carlo Sforza e René Pleven durante gli incontri italo francesi del 1951 a Santa Margherita Ligure (Ansa).

SALUTE E LAVORO

I tre presidenti ringraziano il personale sanitario, le forze dell’ordine, i lavoratori e anche «i cittadini, per lo spirito di solidarietà e il senso civico. L’Europa mostra il suo lato migliore quando dà prova di vicinanza e solidarietà». «Dopo aver temuto per la loro vita, molti europei sono ora preoccupati per il loro lavoro. È necessario riavviare il motore dell’economia europea», sottolineano. «Ricordiamoci dello spirito di Robert Schuman e dei padri fondatori, uno spirito creativo, audace, pragmatico. Queste grandi personalità hanno dimostrato che per superare i momenti di crisi occorre pensare la politica in modo nuovo e rompere con il passato. Dobbiamo fare così anche noi e riconoscere che per sostenere la ripresa ci sarà bisogno di nuove idee e di nuovi strumenti»

L’EUROPA POST-COVID NON SARÀ LA STESSA

«L’Europa che uscirà da questa crisi non potrà più essere la stessa. Innanzitutto, dobbiamo fare di più per migliorare la vita dei più poveri e dei più vulnerabili», rimarcano Michel, Sassoli e von der Leyen. «L’Europa deve dar prova di coraggio e fare tutto ciò che serve per proteggere la vita degli europei e fornire mezzi di sussistenza ai suoi cittadini, in particolare nelle aree dove la crisi si è fatta sentire maggiormente».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’accordo sul Mes spacca maggioranza e M5s: Conte cerca la quadra

La mancanza di condizionalità paradossalmente divide governo e pentastellati. Il premier cerca di ricompattare i suoi portando in Aula l'intero pacchetto Ue. Pressing di Iv e Pd. Delrio: «Il fondo va usato, il M5s non si senta sconfitto».

L’accordo raggiunto sul Mes dall’Eurogruppo paradossalmente complica la posizione di Giuseppe Conte. Se la linea di credito avesse contenuto delle palesi condizionalità, i rischi di spaccature nella maggioranza sarebbero infatti stati pari a zero. E invece così non è stato.

Il premier si ritrova così a percorrere un sentiero strettissimo, delimitato da una parte dal pressing di Pd e Iv per attivare il fondo e, dall’altra da un M5s che rischia a sua volta di spaccarsi.

Per questo, per Conte, solo il parlamento potrà decidere il da farsi. E, l’unica strada per evitare plateali fratture in Aula è portare al voto l‘intero pacchetto di aiuti europei, incluso quel Recovery Fund che, per Palazzo Chigi, resta il piano A da seguire.

CONTE LAVORA PER PORTARE IN AULA L’INTERO PACCHETTO UE

Fonti di governo assicurano che, nonostante l’accordo arrivato all’Eurogruppo, la strategia europea di Conte non sia cambiata. Il Recovery Fund, da mettere in campo già nei prossimi mesi per il premier è la sola arma che può rendere efficiente l’intero pacchetto, costituito anche da Sure, Bei e, appunto, dal Mes. Le prossime settimane saranno decisive per Conte che, in Europa, punta anche sulla relazione, innanzitutto temporale, tra il Recovery Fund e il Quadro Finanziario Pluriennale che va ancora approvato. Quadro che, con l’ok al fondo finanziato dalla Commissione Ue, potrebbe prevedere una percentuale in più peil-mes-spacca-maggioranza-e-m5s-conte-cerca-la-quadrar i contributi di ciascun Stato membro.

IL PRESSING DI PD E ITALIA VIVA

Ma è sul piano interno che il Mes pone più di un problema a Conte. Il pressing del Pd è tornato a farsi sentire e a questo si aggiunge quello di Iv che, nonostante la tregua siglata giovedì, non perde occasione per allargare i suoi aut aut al premier.

DELRIO OTTIMISTA: «NESSUNO SI SENTA SCONFITTO»

«Anche io ero contrario all’uso del Mes in stile Grecia», ha ribadito il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio in una intervista a La Stampa. «Ma se le condizionalità non ci sono, se c’è uno strumento nuovo, prendiamone atto e usiamolo». Delrio confida che l’alleato pentastellato cambi idea. «Da parte del M5s c’è stata molta prudenza, ma nel momento in cui il no alle condizionalità sarà nero su bianco sarà difficile non usare quelle risorse», osserva, assicurando che sul tema si discuterà «con calma da buoni alleati. Se c’è uno strumento nuovo dobbiamo prenderne atto: nessuno si senta sconfitto da questa scelta. Quei circa 37 miliardi sono più di un quarto del bilancio della sanità».

I DURI E PURI DEL M5S IN FIBRILLAZIONE

I duri e puri del Movimento 5 stelle, da Ignazio Corrao a Giovanni Currò, restano in fibrillazione.

Avete sentito suonare le trombe in segno di vittoria? Nei tg, nelle tv e nelle dichiarazioni roboanti di lorsignori…

Posted by Ignazio Corrao on Friday, May 8, 2020

E la nota finale del Movimento è quasi un avvertimento a Conte: sul Mes i cinque stelle non sono compatti. Sottotraccia i pontieri sono al lavoro. Non a caso, Luigi Di Maio non si spinge a bocciare il Mes mentre l’ala più moderata prepara la lunga opera di convincimento per non spaccare i gruppi. Anche perché al Senato, se i dissidenti nel M5s – come sembra – saranno numerosi, il Mes non otterrà la maggioranza: i voti di Pd, Iv, Fi e parte del gruppo Misto non sarebbero sufficienti a farlo approvare. Conte lo sa e, per questo, prende tempo.

I FRONTI APERTI NELLA MAGGIORANZA

Ma non è solo il Mes ad agitare il M5s. Sulla regolarizzazione degli stagionali proposta dalla ministra Teresa Bellanova il “no a una sanatoria” resta fermissimo, tanto che l’intesa nel governo stenta a decollare. E poi c’è la bufera sul Guardasigilli Alfonso Bonafede, costretto a fronteggiare una mozione di sfiducia sulla quale Iv resta volutamente ambigua. I tecnici di via Arenula sono al lavoro per un nuovo decreto sulle scarcerazioni dei boss: l’idea è quella di accorciare i tempi per il riesame, legando la decisione al mutamento (in positivo) della curva dei contagi e dando così ai giudici di sorveglianza l’opportunità di una il-mes-spacca-maggioranza-e-m5s-conte-cerca-la-quadra. Il dl, chiaramente, sarà vagliato dal presidente Sergio Mattarella anche se, al Quirinale, c’è fiducia nella sua costituzionalità. Anche perché, con il decreto che potrebbe vedere luce già tra domenica e lunedì, il governo può fare ben poco di più. L’ordinanza che dava ai magistrati la possibilità di decidere la scarcerazione a causa dell’emergenza Covid vale, di fatto, come una sentenza e gode, quindi, della totale autonomia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le mosse del Consiglio europeo contro la crisi economica da coronavirus

Il vertice chiamato a decidere la strategia comune dei Paesi membri è iniziato nel pomeriggio in teleconferenza. Sassoli: «Questo è il momento dell'unità».

È iniziato nel pomeriggio del 23 aprile il Consiglio europeo chiamato a decidere la strategia comune degli Stati membri per affrontare le conseguenze economiche della pandemia di coronavirus.

Il vertice si sta svolgendo a distanza, in teleconferenza, e al termine ci sarà una conferenza stampa in diretta streaming del presidente del Consiglio europeo Charles Michel e della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Il presidente del parlamento europeo, David Sassoli, nel corso del suo intervento ha ricordato che «questo è il momento dell’unità». Anche perché «il mercato europeo è unico», dunque «se non ripartiremo insieme nessuno potrà pensare di rilanciare economie profondamente interconnesse e fortemente interdipendenti tra di loro».

Sassoli ha aggiunto che «non tutti gli Stati europei sono stati colpiti alla stessa maniera dall’epidemia, alcuni hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane. È il momento di andare oltre la logica di ognun per sé e rimettere al centro la solidarietà che sta al cuore del progetto europeo».

Da sciogliere ci sono soprattutto i nodi del Recovery Fund proposto dalla Francia e appoggiato dall’Italia e i dettagli per il ricorso al Mes, dopo la faticosa intesa raggiunta nel corso dell’ultimo Eurogruppo dai ministri dell’Economia dell’Unione europea. Proposte che ora necessitano del via libera dei capi di Stato e di governo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’insostenibile masochismo italiano in Europa

La politica nostrana litiga in maniera grottesca su Mes e bond, parlando spesso a sproposito. E in vista del prossimo Consiglio mette il governo davanti a un bivio drammatico.

Le lancette del pendolo hanno acquistato velocità incredibile e in poche settimane hanno percorso alcuni anni. D’improvviso con la pandemia e il blocco economico ci troviamo di fronte a due passaggi obbligati, uno italiano e uno europeo, che sembravano prima assai più lontani e, il secondo, forse evitabile.

SU MES E BOND SI PARLA A SPROPOSITO

Occorre essere ciechi per non ammettere che nel giro di alcuni anni l’Italia avrebbe dovuto affrontare comunque la situazione del suo debito pubblico, che è il convitato di pietra della politica italiana almeno dal 2011 e in realtà dal 1998, quando nonostante un debito già abnorme l’Italia grazie a Helmut Kohl riuscì a entrare nell’euro. Attorno al tema del debito, citato poco («chi parla del debito perde le elezioni» diceva Matteo Renzi che le ha perse anche senza parlarne), ha ruotato tutta la recente politica italiana, tra sovranisti e non. I sovranisti dicono ancora oggi che hanno un sistema per uscirne in modo indolore (la lira), gli altri non credono a questa magia. L’Italia deve decidere come procedere, se con l’Unione europea o “da soli”. Ciò dipende, è chiaro, anche da che cosa fa l’Europa. Ma avere fatto del Mes (Meccanismo europeo di stabilità, prestiti dell’Unione) e dei bond europei due campi di battaglia di politica interna non aiuta. Siamo l’unico Paese dove ci si divide su queste linee, Mes e bond, parlando spesso a sproposito.

SIAMO DAVANTI A UN DILEMMA DRAMMATICO

L’offerta ultima del Mes, un prestito pari al 2% del Pil per noi circa 36 miliardi con una sola condizione, fare spesa sanitaria, può o non può essere attivata, secondo le convenienze di vario tipo, anche di trattativa trattandosi pur sempre di un prestito, ma non è di per sé una minaccia. La pandemia ora obbliga a un massiccio ricorso a nuovo debito e chiede quindi subito una scelta su come gestirlo: di concerto con l’Unione appunto, o “da soli”. Siamo arrivati in quattro settimane al climax di una “scelta greca” che imporrà al nostro governo un dilemma non molto diverso da quello affrontato dal premier greco Alexis Tsipras nel drammatico vertice di Bruxelles quando, il 13 luglio 2015, contro il mandato ricevuto da un referendum, concordò il piano finanziario con la Ue e la permanenza della Grecia nell’euro. Le conseguenze per l’Italia sarebbero ora assai diverse, per le molte differenze tra i due Paesi e le due situazioni, e perché il disastro da pandemia paradossalmente ci facilita rendendo meno asincrona la nostra situazione. Ma il momento ha analoga drammaticità.

I coronabond non potranno esserci in tempi rapidi, se non in forma mimetizzata, perché richiedono strumenti che vanno scritti nei Trattati, tra i quali quei controlli che sono considerati impropri per il Mes

“Da soli” è un’espressione vaga di impronta sovranista. Vuol dire senza ricorso al Mes , quali che siano le regole, perché sempre il Mes è percepito come un pericolo di intrusione nelle nostre scelte di bilancio. E senza ricorso a veri coronabond che l’Italia come altri del “fronte Sud” hanno chiesto, ma che non potranno esserci in tempi rapidi, se non in forma mimetizzata, perché richiedono strumenti che non ci sono e vanno scritti nei Trattati, tra i quali quei controlli che sono considerati impropri per il Mes. Arriveranno, forse, in uno o due anni, ma a condizioni, è chiaro. Tutto il dibattito ruota in Italia, unico Paese che a questo si è ridotto, attorno alle parole Mes e bond, parole senza idee, e siamo a un teatro dell’assurdo di cui i sovranisti si sono presi la piena responsabilità. Sono i fantasmi che i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni e altri hanno creato e attorno ai quali combattono la loro decisiva battaglia.

ANCHE LA GERMANIA SI TROVA AL BIVIO

Per l’Italia, oltre ai massicci acquisti di titoli pubblici e privati da parte Bce e pari al momento a circa 50 miliardi, sono in teoria già disponibili crediti valutati da Carlo Cottarelli in nuovi 50 miliardi, più altri, notevoli, non quantificabili (Bei) se non caso per caso. Resta da vedere se i capi di Stato e di governo al Consiglio del 23 aprile, o poco dopo, sapranno dare polpa a un progetto per ora solo delineato di Fondo per la ripresa, lanciato da Emmanuel Macron, con un debito comune di fatto, attraverso la Commissione probabilmente, analogo quindi ai coronabond o ai recovery bond, ma chiamato in modo diverso. Sarebbe il ponte per dire che l’Unione risponde alla crisi con il suo Piano Marshall. E questo ci porta al secondo punto, il passaggio obbligato europeo, e alla Germania soprattutto. Riguarda la presenza dell’Unione nel mondo e la sua credibilità diplomatico-strategica.

NEL PIENO DI UN TERREMOTO GEOPOLITICO

Già prima del coronavirus era tra il modesto e il nullo. Dopo, cioè da ora, sarà inevitabilmente marginale, surclassata e alla fine derisa e vittima del bullismo altrui. L’Europa oggi conta poco sul piano globale, se non come presenza produttivo/commerciale; i singoli Stati conterebbero ancora meno, come presto potrà capire anche la Gran Bretagna, con buona pace di tutti i sovranisti. E tutto questo mentre il mondo cambia in fretta, anche qui con la nuova velocità imposta dal coronavirus che accelera quanto già camminava di suo: meno America, la tutela diplomatico-strategica che ha protetto fino a pochi anni fa un’Europa “gioiello della corona” dell’impero americano; più Cina soprattutto; e una nuova Russia assertiva e che farà sempre più pesare il suo unico vero punto di forza oltre alle risorse energetiche, e cioè le armi, la diplomazia della forza, e il bullismo come metodo. La Russia lo fa da sempre.

coronavirus-unione-europea-piano-marshall
Angela Merkel.

La Germania, che si affaccia sulle grandi pianure dell’Europa centrale, è la più esposta in questo mondo post Pax Americana. L’ideale della Germania, come ricorda Eurointelligence, newsletter quotidiana anglo-tedesca di economia e politica, sarebbe “un’Europa così com’è” e che ha servito benissimo gli interessi tedeschi. Ma il coronavirus ha accelerato tremendamente i tempi e l’Europa “così com’è” non c’è più. I tedeschi devono, rapidamente, rispondere a un quesito: può la Germania continuare a prosperare senza Unione europea, che è stata la garanzia della sua rinascita e la culla della sua riunificazione? È l’evoluzione drammatica di un qualcosa già in atto, con l’America First di Donald Trump (e già prima di lui, a ben vedere) e che Angela Merkel identificava chiaramente già nel maggio 2017 quando dichiarava: «Noi europei dobbiamo renderci conto che ci attende una lotta per il nostro futuro e per il nostro destino».

Parlare oggi di piano Marshall europeo non è solo nostalgia perché le possibilità finanziarie di fare qualcosa di simile, di più grosso addirittura, ci sono. Manca purtroppo la volontà politica

Parlare oggi di piano Marshall europeo non è solo nostalgia perché le possibilità finanziarie di fare qualcosa di simile, di più grosso addirittura, ci sono. Mancano ancora purtroppo la volontà politica, la chiarezza di idee, da parte tedesca in particolare, comprensibile se si vuole perché spetta alla Germania più che ad altri mettere mano alla borsa. Inoltre la storia dell’Europa comunitaria, e soprattutto negli ultimi 20 anni la storia dell’Unione, non garantiscono affatto ancora un risultato positivo. Il 23 aprile potrebbe benissimo produrre un comunicato intitolato “Vittoria” dove è chiaro che l’Europa ha perso. Ma il tempo stringe. Il Piano Marshall, annunciato nel giugno 47, realizzato tra l’aprile 48 e il 1952, fu tre cose insieme: finanziamenti in gran parte a fondo perduto, e spesi in parte in prodotti americani; grande spinta alla cooperazione fra i Paesi europei e quindi un co-fondatore di Ceca, Mec e Ue e alla fine anche dell’euro se vogliamo; un progetto geopolitico per rimettere in piedi, a fronte di un’URSS molto assertiva, un piccolo continente devastato.

MERKEL, STATISTA O CONTABILE?

L’Urss rispose con il blocco di Berlino nel giugno 48, ma dovette arrendersi. Il Piano mise a disposizione 13,3 miliardi di dollari, 128 circa ai valori di oggi, e di questi circa 1,5 per l’Italia, pari a 14,4 miliardi di dollari oggi, circa 13,35 miliardi di euro. Quanto la Ue sta approntando, se alcuni dei prestiti fossero a tassi quasi zero e a maturazione lunghissima in modo da avvicinarsi a una donazione, potrebbe essere di portata anche superiore. Occorre vedere se la Germania saprà aggirare, in nome alla fine anche del suo interesse nazionale, l’ostacolo di un “dono” a partner ritenuti da molti tedeschi inaffidabili. E se frau Merkel saprà agire da statista e non da contabile. Quanto a noi, stiamo a fare al momento soprattutto caciarra, lanciando anatemi contro un Mes che molti neppure sanno come funziona, e che potrebbe convenire o non convenire, se c’è dell’altro, guidati da personaggi sovranisti che hanno la visione delle talpe, notoriamente cieche, e che sperano solo aizzando il nazionalismo più sprovveduto di tornare al potere.

LA SPAGNA SI MUOVE MEGLIO DI NOI

Tre anni fa esatti, allora si parlava del “no euro” salviniano, queste note indicavano nella Spagna il Paese che ci salverà, perché, in condizioni analoghe alle nostre, farà alla fine ciò che noi diciamo di non voler fare. E non potremo che fare altrettanto. Può darsi che la Spagna attivi il Mes, e al momento sembra che non lo farà. Ma certamente non sbatterà nessuna porta. Tratta, mirando in alto. L’uscita dall’euro non è mai stata un’opzione di forze importanti, neppure dei populisti di Vox. «Per restare con l’Europa… Madrid sarà pronta a impegnarsi anche tutte le Plazas de Toros», scriveva questo cronista. «Dietro Madrid cercherà di arrancare anche Lisbona, che mai vuole essere da meno, in una logica tutta iberica… L’esempio spagnolo parlerà come un libro stampato, scaccerà i dubbi, illuminerà le menti, sarà chiaro a tutti…». Non sarebbe la prima volta. Già nel 96, pare, l’Italia cercò di convincere la Spagna a ritardare un poco l’ingresso dei due Paesi nell’euro, ma Madrid entrò fin dall’inizio e l’Italia pure, una versione che Romano Prodi ha sempre smentito e José María Aznar, l’altro premier dell’epoca, ha sempre confermato.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Con la cura Borghi-Salvini rischiamo la deriva argentina

L'Unione europea è tutt'altro che un paradiso, ma chi tifa per la sua fine o per una Italexit solo per vincere le elezioni ignora cosa accadrebbe al nostro Paese senza Bruxelles o la Bce. Una farsa che ci porterebbe dritti a una iperinflazione e, quindi, alla rovina.

Molti dicono che l’Europa non esiste ma ne parlano sempre. Cresciuti anche nel solco profondo del pensiero di Beppe Grillo, hanno come maestri di Twitter Matteo Salvini, Giorgia Meloni e altri.

Ci sarà a ore qualche “sistema innovativo” che sarà proibito chiamare eurobond ma in fondo per vie traverse lo sarà? Se sì, arriverà una nuova cessione, prima o poi, di sovranità. Lo sanno i sovranisti?

Le solite alchimie europee si sono riproposte con la quadratura del cerchio alla quale l’Eurogruppo (i ministri del Tesoro dei 19 Paesi euro) si è applicato nei giorni scorsi. È la seguente: trovare il sistema di offrire capitali che non vadano ad aggiungersi ai debiti nazionali, ma senza nessuno strumento formalmente e direttamente garantito da tutti, senza bond, cioè obbligazioni, offerte sui mercati finanziari.

PIÙ DELL’OLANDA, IL VERO NODO SONO LE ELEZIONI TEDESCHE

Il vero nodo ancor più dell’Olanda sono le elezioni tedesche di inizio autunno 2021, alle quali gli ipernazionalisti dell’AfD (gli amici di Salvini e di Meloni) non devono arrivare, secondo Frau Merkel, con il bazooka elettorale di un regalo fatto ora dalla stessa Merkel alle cicale del Sud Europa. AfD è entrata per la prima volta al Bundestag nel 2017 con 94 deputati. Se nel 2021 ne prendono 130 o 140 ogni discorso europeo è chiuso. Questa settimana vedremo che cosa decidono i capi di Stato e di governo.

CHI VUOLE LA FINE DELL’UE O L’ITALEXIT HA UNA VISIONE DEL FUTURO?

Realtà nazionali radicate nei secoli sono ben più profonde di una realtà multinazionale dove non si parla la stessa lingua, nata appena 70 anni fa su trattative e Trattati e che in vario modo lascia, anche questo viene sempre dimenticato, quasi tutta la sovranità nelle mani degli Stati-Nazione. L’Unione. Sarebbe meglio definirla “Unione”, virgolettata, più un desiderio che una realtà. Lo Stato è più vecchio e solido e soprattutto più sentito e familiare, per molti. Occorre decidere però se chi vuole la fine della Ue, per tutti o come solitaria scelta italiana, vede giusto, ha capacità per farlo e visione saggia del futuro. Quello che al momento stanno garantendo, purtroppo, è il clima gingoista, in chiave questa volta anti-Ue, che William James vedeva crescere negli Stati Uniti e in Europa a cavallo tra 800 e 900, un vocabolario guerriero «che spinge l’opinione pubblica a un punto tale che nessun leader politico riesce a fermare».

I FAN DELLA VIA NAZIONALISTA

L’Europa di Bruxelles, si sostiene da quel fronte, è una congiura tra le grandi banche e i tedeschi per dominarci, e per farlo meglio hanno imposto anche a noi l’euro. L’Europa di Bruxelles, sia chiaro, non è quella favola edificante che i bardi dell’europeismo, oggi più rari, volevano farci credere. Il caso greco, pur con tutte le responsabilità di Atene, insegna (2010-2015). Ma non è nemmeno quella che il circo equestre Salvini/Meloni più 5 stelle sovranisti – anche qui è Beppe Grillo che con la sua nota profondità di pensiero che li ha istruiti e coltivati – va raccontando e non da oggi, convinto ancora di poter conquistare sulle macerie dell’europeismo e sulle ali del nazionalismo il potere in Italia per un ventennio.

LEGGI ANCHE: L’Europa dei nazionalismi ci farà schiacciare da Cina, Usa e Russia

Troppi italiani sono convinti che quella nazionalista sia l’unica via. Certamente è la più facile, regole semplici (frontiere, bandiera, lira…) che tutti capiscono. Lo dice anche Vladimir Putin, maestro d’elezione di Salvini e altri. Nella conferenza stampa di fine 2019 Putin ha ribadito che il patriottismo «è l’unica possibile ideologia in una moderna società democratica». Come nazionalista non ama l’Unione europea, struttura sovranazionale, come non la ama Donald Trump. Il nazionalismo esasperato, guarda caso, distrugge l’Unione, cosa che per motivi diversi perseguono entrambi. E a noi, starebbe bene? Questa è la domanda cruciale, al di là di tutte le carnevalate: a noi starebbe bene?

SE L’ALTERNATIVA SONO CINA E RUSSIA

Ripassiamo un po’ di storia, soffermiamoci un attimo sulla geografia, materia ormai negletta, diamo un’occhiata a che cosa è la nostra piccola Europa nel mondo di oggi, ormai senza più Pax americana. L’attuale Unione era il 20% abbondante del Pil mondiale nel 1986, il 17% nel 2014 e sarà poco più del 14% nel 2024, dice una media delle più accreditate analisi, perché gli altri crescono più di noi. E poi come italiani poniamoci una domanda: se ce ne andiamo dall’Unione europea, dove andiamo? C’è la Russia, c’è la Cina, dicono molti senza sapere bene che cosa dicono. Lasciare alleati a noi simili, semi-identici in qualche caso, vicini, grossi quanto noi o più piccoli, conosciutissimi, per metterci con altri lontani, enormi, diversissimi e nel caso russo con meno soldi di noi, nonostante le armi e le risorse naturali?

I TRE OBIETTIVI CON CUI NACQUE L’EUROPA DI BRUXELLES

L’Europa di Bruxelles nasceva tra il 1950 e il 1957 con tre obiettivi e tutti sotto l’ala della diplomazia americana, disposta ad avere un blocco alleato anche se sarebbe diventato commercialmente concorrente. Si trattava di cambiare alla radice la secolare dura ostilità Francia-Germania, mettendole al cuore dello stesso progetto. Si trattava di reimmettere in pieno nel sistema democratico i Paesi ex dittatoriali protagonisti principali dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Germania e Italia. E si trattava di avviare un’economia continentale in un continente troppo piccolo per avere una trentina di Paesi sovrani, e fino ad allora economie sovrane e troppo in concorrenza. La grande tappa intermedia venne a fine Anni 80 con il Mercato Unico, il vero Mec, la fine della presenza russa in Europa centrale, la nascita dell’Unione e dell’euro, collante per tenere insieme i Paesi in una nuova realtà non più motivata dalla paura, dalla ingombrante presenza dell’Urss.

PRESI SINGOLARMENTE SIAMO NANI, GERMANIA COMPRESA

La geografia ci dice che insieme, i 27 Ue più Svizzera e Norvegia che di fatto partecipano allo stesso mondo socio-economico, abbiamo la metà della superficie degli Stati Uniti, metà di quella della Cina e poco meno di un quarto della superficie della Russia. E siamo in 29, con in media 146 mila chilometri quadrati circa a testa, in realtà con molti Paesi ben più piccoli, in dieci sotto i 50 mila chilometri quadrati. Nel mondo post-americano sta emergendo un triumvirato Usa-Cina-Russia, quest’ultima nostra vicina forte solo in armi e materie prime ma non in industria, e noi invocando il nazionalismo molliamo gli ormeggi comuni? Singolarmente siamo tutti dei nani, anche la Germania, come diplomazia e difesa.

LA MAGIA E LA FARSA PROPINATE DA BORGHI

Dire che la Ue è un disastro standosene ovviamente sulle generali fa molto “pensoso” e dire che non ci aiuta suona patriottico, anche se già adesso per noi stanno facendo enormemente di più, come cifre, Commissione e soprattutto Bce di quanto stia facendo chiunque altro. Comunque, a fronte di tanti “pensosi” connazionali proviamo a entrare in una macchina del tempo e a pensare che l’Unione europea scompaia di botto perché non è mai esistita. Tutti e solo Stati-Nazione, una trentina oggi come nel 1936, ad esempio. Niente Bce, per cominciare, con i suoi massicci acquisti di obbligazioni dello Stato e delle imprese sui mercati. Chacun pour soi nel vero senso delle parole. Così sarebbe la pandemia con un’Europa stile 85 anni fa. Soli, davvero soli.

LEGGI ANCHE: Cinque pillole contro il virus nazionalista di Meloni & Co

Magari! Questo dicono oggi i tanti nazionalisti doc e di ritorno italiani, sarebbe la condizione ideale. Il clou del loro pensiero è tornare a una Banca centrale nazionale che rinunci subito all’indipendenza dal Tesoro concordata in Italia nel 1981 e torni a sottoscrivere tutto il debito pubblico invenduto, asta dopo asta. «Non ci sarebbero più problemi», ripete da anni il leghista Claudio Borghi, stratega economico/monetario di Salvini, facendo scuola. Una magia e una farsa. Non funziona così. Una Banca centrale può creare tutta la moneta ritenuta compatibile (da chi? Da chi compera i titoli sovrani, naturalmente) con la forza dell’economia e dei conti nazionali, non in base alle necessità di un Tesoro senza freni. Se invece lo fa, parte l’inflazione e poi l’iperinflazione e quindi la rovina.

IL RISCHIO DI UNO SCENARIO ARGENTINO

Una eventuale regata in solitaria dell’Italia con Salvini timoniere, Meloni prodiere, Borghi mozzo e la lira come vela, ricorda quanto Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong e da tempo rettore di Oxford, ha scritto alcuni mesi fa sulla ormai certa Brexit: «Le promesse e le rosee previsioni…verranno presto misurate sulla realtà. A quel punto non vorrei essere tra i capi brexiteer». I seguaci del grande timoniere, i tanti nostri sovranisti anti-Ue via tweet, farebbero presto a rinsavire leccandosi le ferite, ma dovrebbero prima rompersi il naso, rompendo anche il nostro. Il prezzo sarebbe altissimo per molte generazioni di italiani, perché si chiamerebbe Argentina. Un peso del 1945, prima di Juan Domingo Perón, vale 10 mila miliardi di pesos attuali circa, a forza di inflazione, riforme monetarie scacciazero e rotative, e nessuno vuole peso se non per pagare il caffè, chi può li cambia subito, e tutto funziona in dollari e….euro. L’Italia non è l’Argentina? L’Argentina era in vario modo molto più dell’Italia fino a 80 anni fa. La geografia è diversa, ma la cura Borghi/Salvini/sovranisti in genere è molto simile alla cura Perón. Chi si avvolge nella bandiera non ha solo per questo ragione.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Quello che la narrazione tedesca sul Covid-19 non dice. E perché

Il dramma c'è, ma in Italia e Spagna. I numeri ufficiali di contagi e decessi sono comunicati con ritardo. E si dedicano pochi approfondimenti alle falle della sanità. Così la narrazione fatta dai media tedeschi minimizza l'emergenza domestica. Creando ulteriori spaccature in Europa.

L’emergenza Covid-19 è un problema comune, ma per gli italiani (e poi per gli spagnoli) pare essere più grave che in altri Paesi. Tutta l’area Ue potrebbe saltare, ma senza la locomotiva del Nord Europa, il Sud arrancherebbe. Convinzioni comuni che portano a una conclusione: per gli Stati più in difficoltà basta un prestito del Mes. Insomma, le economie più forti giocano sempre la loro partita e vogliono ancora condurre il gioco.

Nonostante l’esortazione – formale – della Commissione Ue all’Eurogruppo di risolvere «insieme un problema comune», va in scena il solito braccio di ferro. In un’Europa unita non dai valori fondanti ma dai rapporti di forza. Affinché questo ricatto si perpetui, è fondamentale anche la narrazione sul coronavirus di Paesi come la Germania. Narrazione che sa un po’ di rimozione su quanto accade in casa. Ma non su quanto accade altrove.

CATASTROFE SÌ, MA ALTROVE

Ridimensionare l’allarme interno sembra la priorità di testate tedesche anche di prim’ordine, spesso di orientamento conservatore ma non necessariamente. Parecchia enfasi viene data alla «catastrofe» italiana e spagnola: un’etichetta da maglia nera che potrebbe presto essere estesa anche al Regno Unito e agli Usa, considerata la gravità di quanto succede nei due Paesi. Il riflettore è meno luminoso sui quasi 11 mila morti in Francia, negli ospedali allo stremo e negli ospizi. Detto questo, è assodato, come correttamente riportato, che in Germania non ci sia alcuna ecatombe sanitaria, né che probabilmente mai ci sarà. Ma sarebbe bene non presentare questa disparità tra gli Stati colpiti dal Covid come il solo frutto di una buona o cattiva gestione della pandemia. Alla quale come si afferma in Germania in alcuni commenti “buonisti”, bisognerebbe rispondere con degli aiuti «solidali»: non prestiti ma neanche bond. Beneficenza dall’alto insomma.

Avvisi sul “distanziamento sociale” in Germania (Gett Images).

È NORMALE AVERE I SOLDATI NEGLI OSPIZI IN BAVIERA?

Contro questi pregiudizi occorrerebbe soprattutto spiegare che anche in Germania non tutto fila liscio. Per esempio nelle case di riposo: la ministra della Difesa tedesca, Annegret Kramp-Karrenbauer (Akk) ha spedito un battaglione della Bundeswehr, addestrato per l’emergenza Covid-19, nelle case di cura e negli ospizi del distretto bavarese di Bamberg, per «ragioni organizzative», si afferma, e per «assistere» anziani e disabili. Alla luce delle centinaia di morti al giorno anche nelle Rsa francesi e belghe, ci si chiede quale sia la situazione negli ospizi del Land più sotto pressione per l’epidemia: Akk ammette il rinforzo, a uso civile, dell’esercito per quelle «strutture che per lo stress non riescono più a portare a termine le mansioni». Ma i media nazionali non se lo chiedono: il provvedimento estremo è citato solo nei lanci di agenzia degli aggiornamenti sul Covid-19 o riportato da testate locali. Evidentemente mandare militari nelle Rsa in Germania deve essere la normalità.

NUMERI DEI BOLLETTINI DATI AL RALLENTATORE

Un’altra informazione fuorviante dalla Germania è quella sui numeri dei contagi e dei morti interni per Covid-19. Testate come la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) si attengono ai dati assemblati e validati dal Robert Koch Institut (Rki) la massima autorità nazionale sulle malattie infettive. Numeri che però divergono da quelli, più alti e realmente aggiornati alle ultime 24 ore, delle autorità sanitarie dei singoli Land: in buona sostanza i dati del Rki sono indietro di almeno un giorno e quindi più bassi, perché i Land comunicano i bollettini all’organo centrale in formato elettronico più o meno tempestivamente, e per tirare le somme passano ore e a volte giorni. Il risultato è che sul trend nazionale c’è una gran confusione, a seconda della fonte scelta e ripresa di volta in volta dai diversi media stranieri. La Faz la mattina del 9 aprile titolava sui contagiati e sui morti confermati del Rki: 108.202 e 2.107. Die Zeit, che ha scelto di attingere ai dati dei Land, riportava invece già 113.236 contagi e 2.303 vittime.

LA PRIVACY PREVALE SULLE STORIE

Tutte le testate sono autorevoli, e la differenza nei numeri è molto ampia. A chi credere? Di per sé, il fatto che da settimane diversi media tendano a diffondere il bollettino con i dati dei giorni precedenti – senza precisare la dinamica dello screening – attenua la percezione dell’avanzamento del virus nel Paese, riducendo il panico. Anche per questa procedura, in Germania non ha avuto eco la soglia superata dei 2 mila morti. A esclusione dei tabloid popolari come die Bild, è difficile trovare anche su giornali come la Frankfurter Allgemeine Zeitung o die Welt, le storie delle famiglie colpite dal virus, dei deceduti più giovani, degli infermieri o dei medici contagiati negli ospedali tedeschi (il Rki ne ha contati circa 2.300): ce ne sono come dappertutto, ma in Germania non fanno notizia. Evidentemente prevalgono le tutele sulla privacy: giustamente, verrebbe da dire. Peccato però che non si risparmino toni drammatici per «l’apocalisse in Ecuador». Come già per l’Iran, per l’Italia a Bergamo, per Madrid.

Il comune di Gangelt, uno dei più colpiti dall’epidemia (Getty Images).

I TAGLI CI SONO ANCHE ALLA SANITÀ TEDESCA

Per fortuna ci sono eccezioni. Va reso atto al settimanale die Zeit di un’informazione molto più obiettiva. Per esempio con l’articolo di denuncia sui tagli nella sanità tedesca, anche in tempi di pandemia. Se in Italia si richiamano medici in pensione, a marzo più di 50 tra dottori e infermieri del Land della Sassonia-Anhalt hanno perso il posto, prepensionati o in cassa integrazione a causa della riorganizzazione degli ospedali. Lo stesso accade ad Amburgo e in altre città, dove talvolta le cliniche arrivano all’insolvenza. A essere smantellati sono soprattutto i piccoli ospedali e il personale ritenuto obsoleto per la cosiddetta modernizzazione. Ma così si perdono quei presidi territoriali pubblici preziosi per ridurre il disastro sanitario di questi mesi. Risparmiando sulla forza lavoro, in Germania rischia di mancare in queste settimane la copertura per i posti di terapia intensiva, aumentati da 28 mila a 40 mila. Il punto debole della sanità tedesca sta nel personale, non nelle attrezzature e nelle strutture, anche se pochi lo ricordano.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mes ed Eurobond: l’Unione europea alla resa dei conti

Al via l'Eurogruppo della verità. Si lavora per alleggerire le condizioni per l'accesso al salva-Stati. Mentre restano divisioni sulle obbligazioni comuni. Dal meccanismo anti-disoccupazione al fondo Bei: gli strumenti sul tavolo e gli schieramenti in campo.

L’Unione europea alla resa dei conti. L’Eurogruppo del 7 aprile è chiamato a trovare una quadra sulla risposta comunitaria alla crisi economica da coronavirus, in un’atmosfera su cui pesano le divisioni tra Stati membri.

SURE, MES, FONDO BEI E BOND: GLI STRUMENTI SUL TAVOLO

Alla vigilia, i Paesi della Ue sono spaccati in due gruppi: da una parte, i Paesi del Sud – Italia e Spagna in testa – che chiedono di creare una forma di emissioni comuni come Eurobond, Coronabond o Recovery bond; dall’altra, gli Stati rigoristi – Olanda, Finlandia, ma anche la Germania – che spingono per limitarsi al ricorso al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), da affiancarsi alla creazione di un meccanismo anti-disoccupazione (Sure) – che andrebbe a rimpolpare la cassa integrazione dei 27 Paesi e si muoverebbe fino a 100 miliardi, partendo da 25 miliardi di euro di garanzie comuni – e nuova liquidità alle imprese tramite la Banca europea per gli investimenti (Bei), con un fondo di garanzia di 25 miliardi per offrire alle imprese fino a 200 miliardi.

POTENZA DI FUOCO DI 500 MILIARDI DI EURO

L’Olanda, attraverso le parole del ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, ha ribadito la propria posizione: no agli Eurobond e sì al Mes ma con condizioni. «Gli Eurobond io non li farei, e neppure il governo», ha detto in parlamento prima dell’avvio della riunione, aggiungendo che per quanto riguarda l’uso del Mes ci devono sempre essere delle condizioni. Dietro le quinte, si lavora per ridurre al minimo queste condizioni. Il fronte del Sud sembra disposto ad accettarne soltanto una: ovvero, la garanzia che gli aiuti vadano a coprire solo i danni economici legati alla pandemia. Resta aperta la discussione su chi sorveglierà l’utilizzo che gli Stati ne faranno. La linea di credito sarebbe di 240 miliardi di euro, da cui ogni Stato potrebbe attingere fino al 2% del proprio Pil (nel caso dell’Italia, circa 35 miliardi di euro). Mes, Sure e Bei metterebbero dunque in campo poco più di 500 miliardi complessivi, circa un terzo dello stimolo necessario secondo gli esperti a far ripartire l’economia europea.

LA PROPOSTA DEI COMMISSARI GENTILONI E BRETON

Per arrivare a cifre simili serve qualcosa di più del pacchetto sul tavolo dell’Eurogruppo. In questo senso, Spagna, Italia e Francia chiedono un ulteriore sforzo all’insegna della condivisione di quel debito creato per fare fronte all’emergenza. Per la ministra dell’Economia spagnola Nadia Calvino, «che si chiamino Eurobond o Coronabond, che sia un meccanismo dentro o fuori di quanto già esiste nell’Ue, è secondario; l’importante è andare uniti sui mercati finanziari per garantire la ripresa. Siamo aperti e lavoriamo per una proposta che abbia appoggio, sia efficace ed operativa al più presto». Anche la Francia insiste. Parigi propone un fondo temporaneo (5-10 anni) alimentato da garanzie comuni, gestito dalla Commissione Ue che emetterebbe bond, così come farà per Sure. I commissari europei Paolo Gentiloni e Thierry Breton propongono una soluzione simile: un Fondo per la rinascita che abbia una capacità di bilancio propria, che emetta obbligazioni a lungo termine fino a raggiungere i 1.500 miliardi di euro necessari alla ripresa, in pratica anticipando il prossimo bilancio Ue 2021-2027.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Von der Leyen boccia ancora i coronabond e punta sul bilancio Ue

Per la presidente della Commissione Ue basta lo strumento che già abbiamo: «Possiamo far leva per la somma di cui abbiamo bisogno». Ma il commissario all'Economia Gentiloni chiede un altro passo avanti ai Paesi.

E l’Europa cosa fa? Mentre diversi osservatori e politici, soprattutto in Italia, stanno puntando il dito contro le istituzioni comunitarie troppo timide nell’affrontare l’emergenza coronavirus, si continua a parlare di possibile condivisione del debito. Ma la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen continua a non essere convinta.

SI PUNTA SU UN FORTE BILANCIO EUROPEO

La risposta al Covid-19 secondo la tedesca è nel mettere a disposizione grosse somme di denaro, «e questo funziona al meglio attraverso l’uso pieno dello strumento che abbiamo: un nuovo forte bilancio europeo». Niente coronabond, insomma, come confermato in un’intervista a die Zeit.

IL MANDATO È FAR CRESCERE TUTTI I PAESI

Von der Leyen ha detto che il bilancio «viene sostenuto da tutti, è trasparente, le regole sono chiare. E il suo mandato è far crescere tutti i Paesi dell’Ue insieme. Attraverso il bilancio di sette anni possiamo fare leva per la somma di cui abbiamo bisogno per reagire al virus».

SEDE DEL PARLAMENTO UE COME CENTRO PER I TEST

Intanto ci si muove almeno per l’assistenza diretta ai cittadini. Come annunciato dal presidente del parlamento Ue, David Sassoli, che ha aperto la “casa” da lui guidata: «In collaborazione con le autorità francesi, abbiamo messo a disposizione la sede del parlamento europeo di Strasburgo affinché sia trasformata in un centro per i test e di consulto sul Covid-19. Vogliamo essere vicini alla città che ci ospita e ai suoi cittadini in questi tempi difficili».

GENTILONI CHIEDE UN ALTRO PASSO AVANTI

Ma la strada da fare è ancora tanta. E il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni ha lanciato un appello con un tweet, poco prima dell’inizio della riunione in videoconferenza dell’Eurogruppo: «Di fronte alla crisi più grave dopo la guerra, per i Paesi europei è il momento di fare un altro passo avanti nella risposta comune. Responsabilità e ambizione». Il messaggio verrà recepito?

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I punti deboli degli altri Paesi Ue nell’emergenza coronavirus

Le stragi nelle case di riposo in Francia e il focolaio di Parigi. I centinaia di malati francesi e olandesi ospitati da Berlino. I 2.300 sanitari contagiati in Germania e il ceppo della Baviera che continua a crescere. Le anomalie della Svezia sui dati. Perché l'Italia non è sola in Europa.

Il 7 aprile l’Italia arriva all’eurogruppo per l’emergenza del Covid 19 come lo Stato più duramente colpito dalla pandemia. Come la Spagna, contiamo in questo momento più di 10 mila vittime accertate, l’Italia oltre 16.500: il bilancio più doloroso. Ancor prima della Spagna l’Italia si è dovuta chiudere ai turisti e ha, dovuto fermare le attività, con danni economici ancora più prolungati. Il governo di Roma è anche tra quelli con meno riserve di budget spendibili per rimediare allo choc: a causa del secondo debito pubblico più alto dell’Ue (dopo la Grecia) e dopo anni di austerity che hanno costretto la sanità a tagliare posti letto negli ospedali, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti, non si può scialare. Per i coronavirus dobbiamo insomma chiedere più aiuto di altri Paesi all’Ue. E non vi è dubbio che, come in passato, dietro una solidarietà a volte pietista, i governo più forti della comunità batteranno ancora i pugni sul tavolo.

PUNTI DEBOLI ANCHE AL NORD

L’Ue si regge su rapporti di forza, e non per niente gli Stati che con retorica mostrano i muscoli verso il Sud Europa non si mostrano mai vulnerabili, anche quando un po’ lo sono. Perché è vero che per l’emergenza del Covid 19 l’Italia ha commesso errori, anche micidiali come nella Bergamasca, aggravando il bilancio delle vittime di migliaia di morti. Ma anche i Paesi più forti dell’Ue hanno delle falle nella gestione dell’epidemia. La differenza è che mentre le foto dei reparti al collasso dell’Italia e della Spagna hanno fatto il giro del mondo, sui trasferimenti delle centinaia di pazienti all’estero ai quali è stata costretta la Francia (in linea di principio sull’Ue vicina all’Italia, ma poi per tornaconto ancella dei tedeschi) si accenna soltanto. E poco è trapelato da Paesi come l’Olanda, la Svezia o anche la Germania: certo non nelle condizioni a giorni disperate dell’Italia. Ma anche loro nell’ultima settimana sotto stress, e con dei punti deboli che mostrano poco.

Bare dei morti di Covid 19 in ospedale, nell’Est della Francia (Foto: GettyImages).

1) I 1.400 MORTI NELLE CASE DI RIPOSO FRANCESI E LE BANLIEUE FOCOLAIO

In Francia in una settimana i morti di Covid 19 sono raddoppiati, arrivando a oltre 8 mila. L’impennata è dovuta agli oltre 1.400 decessi avvenuti nelle case di riposo d’Oltralpe nelle scorse settimane, e comunicata dal governo il 2 e il 3 aprile, quando al numero di contagi sono stati anche aggiunti quasi 18 mila casi. La notizia della strage non è stata riportata dai tg e sui giornali stranieri. Si è parlato – poco – della situazione drammatica negli ospedali dell’Île de France, la regione di Parigi che ha migliaia di contagiati nelle banlieue, con decine di malati gravi trasferiti in treno o in elicottero nelle terapia intensive di altre province o Stati, e cioè in Germania, Svizzera e Lussemburgo.

MANDATI IN GERMANIA 130 PAZIENTI

Una pressione delle strutture sanitarie che, già la settimana precedente, in Alsazia aveva reso necessario dirottare decine di pazienti negli ospedali tedeschi. Il 4 aprile, nella Francia diretta verso il picco dell’epidemia, si sono superate le mille vittime registrate in un giorno. 130, dai dati aggiornati del ministero degli Esteri tedesco, sono i pazienti in cura per Covid 19 nel Paese. Molti più dei 44 provenienti dall’Italia.

Coronavirus Ue Germania Francia Italia Covid-19
La Croce Rossa tedesca trasporta pazienti con il Covid-19 (Foto: GettyImages).

2) IN GERMANIA 2.300 SANITARI INFETTATI E L’ALLARME BAVIERA

La Germania, al contrario, regge senza lockdown delle attività produttive: forte dei 28 mila posti in terapia intensiva – raddoppiati a 40 mila – e delle centinaia di migliaia di tamponi eseguiti che hanno limitato la diffusione e prevenuto l’aggravarsi di molti pazienti monitorati a domicilio. I respiratori non mancano negli ospedali, e il personale ha protezioni adeguate, al confronto degli altri Paesi. Non di meno, anche alcuni reparti tedeschi sono al limite, soprattutto in Baviera, per l’intensificarsi dei ricoveri: il tasso di mortalità si è alzato, anche in Germania, dallo 0,3% delle prime settimane all’1,6%. Da poche decine le vittime dell’epidemia sono salite al picco di più di 150 al giorno, per un totale di circa 1600 morti e oltre 100 mila casi di Covid 19 secondo le comunicazioni regionali dei Land (il dato ufficiale del Robert Koch Institut, RKI è al contrario più basso e riflette i dati vagliati, trasmessi nel giorno precedente).

Covid 19 coronavirus Olanda
In Olanda restare a casa per il Covid 19 è un invito. Basta tenere la distanza di un metro e mezzo (Foto: GettyImages).

IL CEPPO DELLA BAVIERA

Sebbene il dato non sia gridato neanche dai media tedeschi, tra i contagiati ci sono anche circa 2.300 tra medici e infermieri, ha precisato il RKI: positivi in camice che nella realtà si stima «più alto». Così si programmano test a tappeto: come in Italia, non ancora fatti in tutte le strutture, negli ambulatori e nelle case di riposo. E mentre la cancelliera Angela Merkel, vedendo il trend generale dell’epidemia rallentare l’epidemia, vuole allentare le restrizioni, preoccupa la situazione in Baviera: nell’area di Monaco in particolare la crescita non si ferma. È l’area dove a fine gennaio si registrarono i primi casi di Covid 19 tra europei: un ceppo, dalle prime indagini genetiche, risultato molto simile al lombardo, e da dove i ricercatori italiani sospettano sia partito tutto. Se confermato dalle mappature, anche in Germania qualcosa allora sarebbero andato storto all’inizio nel tracciare e isolare la catena di contagi.

3) LE ANOMALIE DEI DATI DALLA SVEZIA

Un caso peculiare è il trend del Covid in Svezia, per diverse incongruenze. Se è fuori di dubbio che l’andamento dei contagi sia stato, in queste settimane, assai più lento che in Italia, nel Paese nordico che ha preso le misure più blande di contenimento, la curva matematica dell’epidemia non torna. Le variazioni di casi e morti quotidiani (da varie decine a nessuno) sono troppo altalenanti, e calano soprattutto nei week-end. In misura minore, lo stesso accade anche in Germania, probabilmente per il numero molto minore dei test e per il trasferimento ridotto dei dati nei giorni non lavorativi. Ma così la curva viene alterata. E non riflette la crescita preoccupante – di contagi e di morti – soprattutto a Stoccolma, dove il governo pensa di inasprire le misure di contenimento. L’incidenza di casi di Covid 19 risulta poi molto alta – e ad alta mortalità – tra i rifugiati somali, che formano meno dello 0,8% della popolazione: quanti tamponi vengono eseguiti in Svezia, come e quanto vengono tracciati i contagi, e a quanto ammonta (se c’è) il sommerso?

4) ANCHE L’OLANDA È IN AFFANNO

L’altro Stato europeo che mantiene fede all’immunità di gregge è l’Olanda: il governo in capo al gruppo dei rigoristi che puntano a scaricare la pandemia sui singoli Paesi. Verrebbe da pensare che, come la Germania, il piccolo Stato sia in grado di far fronte ai sui contagiati con un sistema sanitario capace di sostenersi da solo e con poche vittime: invece no. In un mese e mezzo i Paesi Bassi hanno accumulato quasi 19 mila contagiati da Covid 19 e quasi 1.900 morti. Il ritmo in media di oltre 1000 nuovi malati e di 150 morti al giorno stressa gli ospedali olandesi al punto da dover chiedere aiuto – rifiutati – al Belgio confinante. E di dover ripiegare sulle terapie intensive dei tedeschi: 24 pazienti dai Paesi Bassi sono ricoverati al momento in Germania. Ma all’eurogruppo il premier olandese Mark Rutte parlerà dell’Italia con Merkel.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Anche Dombrovskis è scettico sui corona bond

Per il vice presidente della Commissione europea, il bilancio pluriennale dell'Ue sarà «il nostro piano Marshall». E l'Olanda propone un fondo sanitario d'emergenza.

Il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, si mostra scettico sull’eventuale emissione di titoli comuni europei di debito per fronteggiare gli effetti economici della pandemia di coronavirus.

BRUXELLES PUNTA SUL BILANCIO PLURIENNALE DELL’UNIONE

«Stiamo esplorando tutte le opzioni», ha detto infatti Dombrovskis, «i corona bond hanno molti titoli sui giornali e c’è una controversia politica, ma ci sono molte opzioni in preparazione. Il bilancio pluriennale Ue sarà il nostro piano Marshall, come ha detto la presidente Ursula von der Leyen, e deve essere ambizioso. Con fondi in anticipo e una forte componente sugli investimenti».

GERMANIA E OLANDA SI OPPONGONO A DEBITI COMUNI

I principali oppositori dei corona bond, chiesti da Italia, Spagna e Francia, sono Germania e Olanda. E il ministro delle Finanze olandese, Woepke Hoekstra, ha ribadito le sue perplessità in un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo: «Non crediamo che gli eurobond siano la risposta giusta» alla crisi, «ma il nostro è un messaggio di solidarietà e a favore di una maggiore spesa pubblica». Per l’Olanda, titoli di debito comuni «aumenterebbero i rischi a lungo termine per l’Eurozona».

LA PROPOSTA DI UN FONDO SANITARIO D’EMERGENZA

Da qui la proposta di un fondo sanitario d’emergenza, che non funzionerebbe come un prestito bensì come una donazione: «È vitale che sia chiaro che non si tratta di un prestito da rimborsare in seguito. Sarebbe moralmente sbagliato per me. Sono soldi nuovi e reali che mettiamo a disposizione», ha concluso Hoekstra.

I FALCHI TEDESCHI NON CEDONO

Anche Lars Feld, numero uno del Consiglio dei saggi dell’economia tedesca, organo consultivo del governo composto da cinque esperti, si è espresso contro i corona bond. «In Europa dobbiamo evitare di assumere responsabilità comune sui debiti», aggiungendo che i corona bond richiesti da Italia, Francia e Spagna «per me sono uno strumento di un vecchio repertorio».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa ha scritto Giuseppe Conte a Ursula von der Leyen

Il premier italiano ha risposto alla lettera con cui la presidente della Commissione Ue chiedeva scusa all'Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell'emergenza coronavirus.

«Cara Ursula, ho apprezzato il sentimento di vicinanza e condivisione che ha ispirato le parole con cui ieri, dalle pagine di questo giornale (La Repubblica, ndr) ti sei rivolta alla nostra comunità nazionale e, in particolare, al nostro personale sanitario, che, con grande sacrificio e responsabilità, è severamente impegnato nel fronteggiare questa emergenza». Si apre così la lettera, pubblicata da Repubblica, che Giuseppe Conte ha indirizzato alla presidente della Commissione Ue von der Leyen che il 2 aprile, sempre tramite lo stesso quotidiano, chiedeva scusa all’Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell’emergenza coronavirus.

«NON C’È TEMPO DA PERDERE»

E dopo gli irrinunciabili convenevoli, il premier torna su un tema a lui caro: «L’Italia sa che la ricetta per reggere questa sfida epocale non può essere affidata ai soli manuali di economia», scrive riecheggiando quanto già detto durante l’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. Secondo Conte deve essere la solidarietà l’inchiostro con cui scrivere questa pagina di storia: «La storia di Paesi che stanno contraendo debiti per difendersi da un male di cui non hanno colpa, pur di proteggere le proprie comunità, salvaguardando le vite dei suoi membri, soprattutto dei più fragili, e pur di preservare il proprio tessuto economico-sociale». Una solidarietà europea che, come la stessa presidente della Commissione Ue ha ricordato, nei primi giorni di questa crisi non si è avvertita: «E ora non c’è altro tempo da perdere».

OK AL PIANO SURE

Il presidente del Consiglio italiano poi promuove la proposta della Commissione europea di sostenere, attraverso il piano Sure da 100 miliardi di euro, i costi che i governi nazionali affronteranno per finanziare il reddito di quanti si trovano temporaneamente senza lavoro in questa fase difficile: «È una iniziativa positiva, poiché consentirebbe di emettere obbligazioni europee per un importo massimo di 100 miliardi di euro, a fronte di garanzie statali intorno ai 25 miliardi di euro».

«BISOGNA PRENDERE ESEMPIO DAGLI STATI UNITI»

Ma non è abbastanza perché, come scrive Conte, le risorse necessarie per sostenere i sistemi sanitari, garantire liquidità in tempi brevi a centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, per mettere in sicurezza l’occupazione e i redditi dei lavoratori autonomi, sono molte di più. «E questo non vale certo solo per l’Italia. Per questo occorre andare oltre», scrive lui portando come esempio gli Stati Uniti. «Stanno mettendo in campo uno sforzo fiscale senza precedenti e non possiamo permetterci, come italiani e come europei, di perdere non soltanto la sfida della ricostruzione delle nostre economie, ma anche quella della competizione globale».

LA SOLUZIONE NEGLI EUROBOND

La soluzione per avviare la ricostruzione sarebbe l’European Recovery and Reinvestment Plan: «Si tratta di un progetto coraggioso e ambizioso che richiede un supporto finanziario condiviso e, pertanto, ha bisogno di strumenti innovativi come gli European Recovery Bond: dei titoli di Stato europei che siano utili a finanziare gli sforzi straordinari che l’Unione dovrà mettere in campo per ricostruire il suo tessuto sociale ed economico», spiega ribadendo come questi titoli non siano in alcun modo volti a condividere il debito che ognuno dei Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni membri dell’Unione si trovino a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri.

«SI INSISTE NEL RICORSO DI STRUMENTI INADEGUATI»

Peccato che le anticipazioni dei lavori tecnici che Conte ha potuto visionare non sembrino «all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato». Secondo il presidente del Consiglio italiano si continua a insistere nel ricorso a strumenti che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi che dobbiamo perseguire, considerato che siamo di fronte a uno shock epocale a carattere simmetrico, che non dipende dai comportamenti di singoli Stati. «È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio». Senza tutto questo il 2020 potrebbe essere l’anno del fallimento del sogno europeo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa prevede il “piano Marshall” dell’Ue contro il coronavirus

In arrivo il maxi piano anti-disoccupazione Sure. Mentre l'Eurogruppo continua il lavoro sulle proposte che finiranno sul tavolo dei ministri il 7 aprile. Le opzioni al vaglio.

Un maxi piano anti-disoccupazione, un fondo di sostegno sanitario con quel che resta del bilancio comune, e fondi strutturali già assegnati ai Paesi dirottati sull’emergenza coronavirus. Così l’Unione europea prova a scuotersi e a ritrovare una solidarietà finora rimasta solo sulla carta. «Il nostro piano Marshall», lo definisce la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Unito agli interventi nazionali, finora vale 2.770 miliardi di euro, «la più ampia risposta finanziaria a una crisi europea mai data nella storia». Ma ancora non basta, fa notare il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, soddisfatto almeno di aver dimostrato che bond con garanzie comuni, legati ad un progetto, sono possibili.

IL FONDO ANTI-DISOCCUPAZIONE SURE

L’intervento più importante è il fondo anti-disoccupazione Sure, che potrà mobilitare fino a 100 miliardi di euro da concedere ai governi che hanno bisogno di rifinanziare la propria cassa integrazione. Lo strumento, gestito dalla Commissione Ue, parte con una base di 25 miliardi di garanzie versate dagli Stati membri su base volontaria e andrà a finanziarsi sul mercato. Si tratta di un prestito, destinato dunque ad aumentare il debito pubblico dello Stato che lo riceve. Questo lo fa assomigliare all’Efsf che fu creato nel 2010 durante la crisi finanziaria, con la differenza che nel caso di Sure non vi è alcuna condizionalità per il beneficiario.

VERSO L’EUROGRUPPO DEL 7 APRILE

Inoltre, è trascurabile la convenienza in termini di tassi rispetto al finanziarsi emettendo debito: qualcuno, fra gli esperti, stima un risparmio medio, in termini di costo del debito, pari a circa 0,015 punti percentuali rispetto all’emettere Btp italiani. Per Gentiloni, comunque, «è un primo esempio, molto importante, del fatto che è possibile prendere delle azioni comuni». Ovvero, che è possibile usare le emissioni di bond comuni (un meccanismo già esistente da anni, seppur in forma minima) per finanziare altre urgenze. Il 7 aprile l’Eurogruppo dovrà dare il via libera a Sure, assieme al resto del pacchetto che prevede anche un fondo per gli indigenti, aiuti a pescatori e agricoltori, un piano per dirottare verso l’emergenza tutti gli aiuti delle politiche di coesione e un mini-fondo di sostegno ai sistemi sanitari da 3 miliardi.

Il premier Giuseppe Conte insiste sulla necessità di coronabond e di un più ampio European Recovery and Reinvestment Plan

Ma non è ancora abbastanza per mettere in sicurezza l’economia europea ed assicurarne la ripartenza una volta che la crisi sarà finita. Il premier Giuseppe Conte insiste sulla necessità di coronabond e di un più ampio European Recovery and Reinvestment Plan. Mentre l’Eurogruppo continua il suo lavoro sulle proposte che finiranno sul tavolo dei ministri martedì 7 aprile. C’è ancora chi vuole usare il Mes come risposta principale. «È completamente inadeguato a quello che ci troviamo di fronte», sottolinea però Gentiloni. Si punta a modificarlo, alleggerendone le condizionalità per farlo digerire meglio ai governi del Sud. Per la Francia può essere una delle armi, ma certamente non la sola, anche perché i suoi 410 miliardi non sono sufficienti ai 19 Paesi dell’euro. Inoltre, anche i prestiti del Mes vanno rimborsati. Si lavora quindi per affiancargli un nuovo fondo.

LE PROPOSTE DI FRANCIA E OLANDA

La Francia propone un fondo temporaneo che somiglia molto allo schema anti-disoccupazione: anche questo sarebbe gestito da Bruxelles, nascerebbe con garanzie comuni, emetterebbe bond. Per finanziare la ripresa post-crisi. La differenza è che i prestiti non andrebbero restituiti, ma sarebbero coperti da una nuova tassa europea o dalle risorse proprie del bilancio Ue. Di diversa filosofia è il fondo che propone l’Olanda: sarebbe alimentato dai contributi degli Stati membri, in liquidità, in proporzione a ciascun reddito nazionale lordo. Non sarebbe quindi molto ampio, se l’Olanda stessa si dice pronta a metterci 1 miliardo di euro. Non concederebbe prestiti ma sovvenzioni a fondo perduto, utilizzabili soltanto per fare fronte all’emergenza sanitaria.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Bce non può fare come la Fed, sostenerlo è demenziale

Gli Stati Uniti sono una nazione da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Chi pensa al loro modello deve sapere che come minimo serve un superministero Ue dell’Economia che, se necessario, possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi.

La fine dell’avventura europea è il rischio che incombe sull’Italia e su altri, e sull’intero quasi secolare progetto europeo (incominciò già prima del 1950), se l’eccezionale peso economico che il coronavirus ci costringe a pagare non vedrà un minimo indispensabile di unità e solidarietà. Gli europei si ricorderanno chi c’era e chi non c’era nel momento del bisogno, ha ammonito il 26 marzo di fronte a un Europarlamento vuoto (erano quasi tutti in teleconferenza, dati i tempi), la presidente della Commissione dell’Unione europea, l’ex ministro tedesco Ursula von der Leyen.

Poi la Realpolitik della scena interna tedesca l’ha costretta a una marcia indietro, faremo la nostra parte, ma no eurobond/coronabond, parola vietata in Germania e altrove. E poi ancora un’altra correzione, a fronte dell’irritazione italiana e non solo: faremo comunque qualcosa di importante. Presto, si spera.

Non è che in 70 anni si sia fatto poco per avvicinare i popoli europei, impresa lunga e contrastata come si è visto, svaniti gli entusiasmi iniziali. Tutt’altro. Ma ora, aldilà della facciata dell’Unione che rimarrebbe chissà quanto a lungo, è in gioco la sostanza, e c’è il rischio di un rapido svuotamento. È già vuota, dicono molti all’attacco della Ue in Italia, espressione più nota i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni e i loro più tipici collaboratori, alla Claudio Borghi.

Tutti questi però si guardano bene dal chiedersi e dal chiedere alle folle a che punto sarebbe la situazione finanziaria, italiana e di altri, e il nostro spread, senza l’euro e gli acquisti illimitati della Bce. Giocano solo sul negativo, sull’Europa matrigna, non dicono dove e come piantare le tende andando via dall’Europa alla riscoperta della vera madre nazionale, e nazionalista. Si fermano qui, al nazionalismo puro e semplice, e inarticolato. Sono leader?

L’ITALIA NON È SOLA COME LA GRECIA

Esistono invece possibili vie d’uscita che, ma qui non resta che incrociare le dita, potrebbero offrire risposte positive all’appello della von der Leyen (in sintesi un «occorre agire insieme da europei»), ma con alla fine, fuori dall’emergenza, una gestione più europea delle politiche di bilancio, un patto di stabilità rafforzato e non solo, un potere centrale vero e proprio che ci dice che cosa non va nel nostro bilancio e alla fine, se lo ritiene, se appoggiato dal Parlamento europeo, ci obbliga a cambiarlo. Ci piacerà?

Come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini

Sarebbe infatti un’ulteriore e grossa cessione di sovranità per tutti. Negli ultimi giorni è emerso per l’Italia un dato non disprezzabile in questi tempi terribili: non siamo soli come la Grecia alcuni anni fa, ma esiste un fronte con gli iberici, l’appoggio della Francia e altri disposti a sfidare il rigore nordico, comprensibile in termini contabili, suicida in termini politici. Una mediazione tra le due logiche è urgente, e il Consiglio Ue ha accettato il 26 maggio due settimane di tempo, chiamando “rinvio” quello che è stato per ora un fallimento. Ma tutto è affidato a Giuseppe Conte e a Roberto Gualtieri, all’appoggio che Mario Draghi ha lanciato loro con la sua uscita sul Financial Times, alla sagacia di uomini e donne dell’Economia e della Farnesina e dei loro omologhi in alcune altre capitali, alla mediazione di Bruxelles e Francoforte, e al buon senso di tutti.

conte-merkel-immigrazione
Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Per l’Italia non è semplice però invocare uno sforzo corale mentre al governo e all’opposizione ci sono forze che hanno compiuto grandi balzi in avanti nel 2018 grazie a facili promesse elettorali incompatibili con gli impegni di bilancio. Quando la nebbia si alzerà sulle paludi del miasma virale sarà chiaro, è questione di settimane, come e quanto la pesantezza del conto economico potrà cambiare gli italiani. L’Italia è oggi uno dei due simboli dello scontro in corso fra i partner dell’Unione. L’altro è la Germania, con in avanscoperta l’Olanda. Ma come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini, e dire,cosa nota, che sono come al solito rigidi, craponi e ottusi. Tedeschi, insomma.

IL PESO DEI LANDER ORIENTALI DELLA GERMANIA

Per capire l’ascendente dei sentimenti neonazionalisti tedeschi applicati ora al caso Unione europea occorre mettere insieme due grandi episodi della storia tedesca ed europea recente e due unioni monetarie, quella fra Germania Ovest e Germania Est del 1991 e il progetto euro avviato a Maastricht nel dicembre dello stesso anno e perfezionato nel 1998 con la molto discussa – in Germania soprattutto – inclusione dell’Italia. Fu tenacemente voluta da Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi e molti altri, e dal cancelliere Helmut Kohl, ma non certo dal suo intero governo, come i documenti ottenuti nel 2012 dallo Spiegel hanno dimostrato. E per niente dal suo sfidante al voto del 1998, Gerhard Scrhöder, che vinse e lo spodestò anche a causa dell’euro, come Kohl scriverà nelle sue memorie, senza peraltro rinnegare l’euro, tutt’altro.

I nazionalpopulisti tedeschivogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco

In pochi anni molti  tedeschi dell’Ovest furono spesso spaventati due volte, e la seconda volta più ancora quelli dell’Est, e naturalmente tutti si ricordano molto più queste paure che non i vantaggi ottenuti e regalati al Paese da chi ha voluto queste mosse, Kohl essenzialmente. Furono spaventati dai costi di un’unione monetaria 1 a 1 con la vecchia e inesistente valuta orientale, e dai costi di un euro che sostituiva il loro solidissimo deutsche mark. Era stata questa moneta la bandiera della rinascita tedesca dal 1948, simbolo di una nuova Germania fondata sul successo economico e non più sul militarismo, perno monetario dell’Europa, una Germania pienamente occidentalizzata come Konrad Adenauer, il grande renano sempre sospettoso della Prussia, aveva tenacemente voluto.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. GETTY.

Questa profonda occidentalizzazione, naturale da tempo nella Germania renana e meno altrove, è però del tutto ovviamente mancata dal 1945 al 1991 ai sei Länder orientali. Per loro l’unificazione tedesca è stato il ricongiugimento al sognato deutsche mark, e a questo molti di loro sono rimasti, a una moneta tedesca, un sogno tedesco, un nazionalismo tedesco. Sanno poco del progetto europeo, costretti come erano al tempo a suonare un’altra campana. Per il 20% circa e forse più sono sostanzialmente neonazisti o comunque “giustificazionisti”, per il resto nazionalisti o nazionalpopulisti. Sostanzialmente antieuropei come ogni buon nazionalista, vogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco. Sono arrivati al Bundestag, prima assenti, con ben 94 deputati nel 2017 quando democristiani e socialdemocratici ne perdevano 65 e 40. Non si può genericamente imprecare contro la Germania, come molti in Italia stanno facendo oggi, senza sapere queste cose. Sapendole, si può continuare a imprecare se si vuole, c’è spazio per farlo, ma non più da sprovveduti.

LA BCE NON PUÒ ESSERE COME LA FED, CHI LO DICE NON CONOSCE LA POLITICA

Quanto a noi, abbiamo rispettato alcuni aspetti delle regole Ue di bilancio, quelle dell’avanzo primario in sostanza, ma non abbiamo quasi mai imbrigliato la dinamica crescente del debito, anzi. E le previsioni di molti, tedeschi e altri, ministri deputati e alti funzionari, sono state confermate. Non solo, abbiamo leader politici di primo piano e loro accoliti che continuano a sparare fesserie colossali, e di successo direbbero i sondaggi.  «Il gioco è sempre lo stesso, i tedeschi vogliono far pagare il debito pubblico italiano ai risparmiatori italiani», tuona la Meloni. A parte che non si tratta in senso stretto di pagare nessun debito, ma di invertirne la tendenza, chi dovrebbe sopportare il grosso di questa operazione, i tedeschi, o altri? È logico che il ruolo principale spetterà agli italiani. O no?

Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni

E ancora Meloni: «Se la Ue fosse una cosa seria, sul modello degli Usa, ci penserebbe la Bce che, come la Fed, dovrebbe avere il compito di garantire la crescita e favorire il lavoro». Oh pensosa, americanista signora! Qui siamo alla demenza, anche se la frase è da tempo ripetuta da molti, al bar soprattutto. Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Una Bce come la Fed? Come minimo serve un superministero Ue dell’economia che se necessario possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi o altrove, naturalmente con un europarlamento che lo giustifichi democraticamente. Le starebbe bene, signora?

uscita italia euro conseguenze borghi
Claudio Borghi.

Noi continuiamo a mettere in campo gente come il Borghi, mai sufficientemente sbertucciato tanto le spara grosse, che sa solo fare battute e avanzare proposte lunatiche. Nei giorni scorsi Ferdinando Giugliano, economista e commentatore di buon livello, invitava via tweeter a riflettere su quanto già Bce e Bruxelles fanno da giorni per sostenere i Paesi europei e sull’importanza degli acquisti di titoli per l’Italia, e parlava di «…credibilità e potenza di fuoco della Bce». Tweet beffardo di Borghi in risposta, quattro parole: «credibilità…potenza di fuoco…». Ogni commento è superfluo. O Borghi, proviamo a farne a meno? «Sono abbastanza indigeno», scriveva nel 1946 Corrado Alvaro, dimenticato oggi forse perché troppo sincero nella denuncia dei mali nazionali e regionali italiani, «per rendermi conto dell’animo con cui i miei connazionali lavorano inconsciamente a rovinarsi la reputazione».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Ue e il messaggio (non recepito) di Draghi sul coronavirus

La Germania non rimuoverà il veto sugli Eurobond, e Paesi deboli come l’Italia non possono sostenere da soli il peso della crisi. Non resta che pensare a vie alternative Ma dalla Ue è giusto pretendere solidarietà, non l’elemosina.

Abbiamo appena vissuto una delle più importanti settimane, per il futuro dell’Italia e dell’Unione Europea. Lunedì 23 marzo il governo tedesco ha deciso un intervento senza precedenti a sostegno dell’economia nazionale, la dimensione e la velocità di intervento sono essenziali quando si deve affrontare un’emergenza come quella che sta travolgendo, ormai, tutto il mondo. Un intervento effettuato, come lo stesso ministro Scholz ha specificato, con la tranquillità di chi sa di avere i conti in ordine e può deliberare una espansione del proprio bilancio – quando occorre – senza esitare. È un riferimento, nemmeno troppo trasversale, a chi la disciplina di bilancio non l’ha perseguita, ma anche un atto sostanziale: la Germania si alza dal tavolo di chi discute di una soluzione comune, avendo messo in atto una soluzione in autonomia. Una soluzione comune sarebbe oggi «non necessaria» per la Germania e dunque per essere accettabile dovrebbe avere requisiti molto elevati.

DRAGHI E IL RUOLO DELLO STATO

Mercoledì 25, l’ex presidente della Bce Mario Draghi, in un editoriale sul Financial Times, ha steso un vero e proprio manuale di responsabilità istituzionale. Lui che ha sempre saputo stigmatizzare la scellerata mancanza di rigore, ha ricordato che «il ruolo dello Stato è proprio quello di redigere il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto, di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico […] Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro […] il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti. Né la regolamentazione né le regole collaterali devono ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette».

SERVONO STRUMENTI COMUNI

È un richiamo molto chiaro all’urgenza di strumenti comuni, come potrebbero essere degli eurobond (o Coronabond come li chiama qualcuno per definirne meglio le caratteristiche di debito di scopo): se devono essere strumenti non influenzati dal costo di finanziamento del governo che li emette, in SuperMario World questi strumenti non devono essere dei “comuni” BTP in Italia o dei Btan in Francia, ma un buffer di capitale che l’Unione Europea predispone per la copertura dei costi che derivano dalla gestione dell’emergenza Covid-19. Un’emergenza che colpisce tutti i Paesi dell’Unione Europea, della cui insorgenza nessuno ha colpa.

UN VERTICE ANDATO A VUOTO

La presidente della Commissione europea ha pronunciato una frase che potrebbe essere intesa come un avvertimento finale: «Quando l’Europa doveva davvero esserci, troppi pensavano solo a sé stessi». Non sembra che il messaggio sia arrivato. Al vertice di giovedì 26, i capi di Stato e di governo non sono stati in grado di concordare una posizione comune sul finanziamento di misure per combattere la crisi. Venerdì 27 è poi arrivato il messaggio alla nazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un messaggio che conteneva, sostanzialmente, una invocazione ai governi europei ad agire in scia a quanto già predisposto dalla Banca Centrale, «prima che sia troppo tardi». Un appello che dovrebbe far suonare nella testa dei contribuenti e dei risparmiatori italiani più di un allarme, perché palesa inequivocabilmente lo stato di difficoltà in cui versano le finanze pubbliche italiane, specie in prospettiva del danno economico che arriverà a causa dell’inevitabile blocco delle attività che stiamo attuando.

A RISCHIO LA SOSTENIBILITÀ DEL NOSTRO DEBITO

A quanto pare senza un supporto esterno, la sostenibilità del nostro debito (aggravata da una ulteriore espansione e poggiata su una economia danneggiata dagli eventi) potrebbe tornare seriamente in discussione: la necessità di capitale per contenere l’epidemia è talmente ingente da rischiare di andare oltre le reali possibilità di un Paese come l’Italia. In una situazione del genere, gli Italiani (né gli Spagnoli o i Portoghesi) non devono essere minacciati da sanzioni da Bruxelles. Non a caso la Bce si è predisposta ad acquisti illimitati, e ha previsto una certa flessibilità nel rispettare il principio del Capital Key (il criterio secondo il quale l’acquisto di titoli avviene proporzionalmente al peso che ciascun Paese ha nel capitale della Bce): se non arriverà alcun sostegno da Bruxelles, la Bce dovrà comprimere gli spread in misura molto maggiore rispetto a prima attraverso l’acquisto di titoli di Stato italiani o spagnoli. La Banca Centrale diventerebbe quindi di fatto un’agenzia finanziaria statale, sollevando un’ondata di obiezioni. Ma se tutte le altre opzioni sono bloccate, sarà l’unico modo per fornire supporto ai Paesi interessati.

UN COMPROMESSO POSSIBILE

Consapevoli di questo, è possibile che entro un paio di settimane (anche se il tempo non andrebbe dilapidato, come Draghi ricordava nel suo intervento) si arrivi ad un compromesso. Il compromesso potrebbe essere quello di avere una dotazione parziale comune che derivi dall’emissione di Coronabond da parte di un’entità centrale (come ad esempio Bei) per finanziare – ad esempio – il rafforzamento delle strutture sanitarie e il sostegno economico alle imprese, lasciando un’altra parte dei provvedimenti (esenzioni e dilazioni fiscali, allargamento della cassa integrazione ecc) alla copertura dei singoli Paesi attraverso l’emissione di nuovo debito pubblico. Dobbiamo ricordare infatti che (oltre alle disponibilità messe a disposizione dalla Bce) il Patto di stabilità è stato sospeso, insieme ai divieti per gli aiuti di Stato, quindi delle aperture in tal senso sono già arrivate.

DIVERSE STRATEGIE DI CONTENIMENTO

Una soluzione ibrida sarebbe anche rispettosa di un altro principio: se è vero che l’insorgenza del problema non è colpa di nessuno, la diversa gestione dello stesso può, invece, aumentare o ridurre l’entità del danno. Ogni Paese ha attuato metodi diversi. In Italia molte persone, pur manifestando i sintomi, non hanno avuto il tampone, probabilmente per l’intento di contenere la contabilità dei casi, l’Italia è stato il primo Paese colpito e – almeno all’inizio – temeva che i propri prodotti subissero una sorta di danno d’immagine. Oggi però questa strategia impedisce di far scattare quarantene a cascata e isolamenti preventivi, e dunque rende inevitabilmente più lungo il lockdown che deprime le prospettive della nostra economia.

POCHI TAMPONI AL PERSONALE DEGLI OSPEDALI

Inoltre pare sempre più evidente che negli ospedali italiani non sono stati fatti tamponi al personale, a meno che avesse sintomi gravi, per evitare di mettere in malattia gente preziosa. Il risultato è che l’Italia ha la percentuale più alta al mondo di infetti nel personale medico, rendendo gli ospedali dei centri di infezione prima che dei centri di trattamento e cura. Questo non ci mette nelle condizioni ideali per pretendere l’introduzione dei Coronabond: in altri Paesi europei, viene effettuato un controllo sistematico specialmente del personale medico per aumentare l’efficienza della fase di blocco delle attività è necessario realizzare il più preciso isolamento possibile dei casi.

TROPPO INNAMORATI DEL LOCKDOWN

La vertiginosa crescita del consenso per l’operato del governo, dall’introduzione del lockdown, rischia di far innamorare del lockdown il governo stesso. Ma la chiusura delle attività, se da una parte è necessaria, dall’altra bisogna renderla il più breve possibile. Per sederci con dignità al tavolo di giuste trattative dovremmo fare il massimo per contenere il danno, per poter reclamare con la massima forza l’aiuto degli altri chiedendo «se no che comunità è?». Invece talvolta sembra che l’Italia sia preda di un istinto perverso: lasciare che gli eventi ci travolgano, per palesare inequivocabili condizioni di bisogno. Questo però è ottenere elemosina, più che solidarietà. È un modo equivoco di intendere il senso di partecipazione ad una Comunità.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

E se il vaffa all’Europa lo dicessimo noi, allievi di Spinelli?

Al netto dei soliti tragediatori, i lavoratori e gli imprenditori italiani hanno bisogno di aiuto. Ora. Se abbiamo deciso di fare spesa in deficit, la si faccia. Sostenendo anche chi ha poco o nulla. Non ha senso voler condividere i destini con i rigoristi dell'Ue.

In questa discussione, molto di palazzo, attorno alla candidatura di Mario Draghi al vertice dello Stato con uno schieramento parlamentare largo (ipotesi che ha una sua fondatezza e anche un suo fascino) si sta svolgendo il solito inutile dibattito.

In primo luogo perché indebolisce il governo che c’è proprio nel momento in cui assume posizioni più che dignitose di fronte gli alleati europei. In secondo luogo perché elude il tema costituzionale.

Come ci si arriva al governo Draghi? Chi si dimette? E se non si dimette alcuno? Quali tempi avrà di fronte a sé chi lo dovrebbe nominare? L’Italia ha il tempo di una crisi politica ancorché breve?

LE FACILONERIE DI UNA CLASSE DIRIGENTE SENZA MESTIERE

Piccolo questioncelle che tuttavia fanno a cazzotti con la realtà, con le regole costituzionali, con il buon senso e che si ritrovano nel filone facilistico di questa nuova classe dirigente poco più che quarantenne, e senza mestiere, che, non avendo passato, immagina che la politica sia una cosetta che si amministra in piccoli conciliaboli invece che nei faticosi caminetti di democristiana memoria.

SERVONO PIÙ TECNICI CHE POLITICI

Quello che non appare è l’emergere di due questioni. La prima la presenza decisiva più che di politici di ogni schieramento, di tecnici di ogni formazione. Abbiamo capito che non c’è nessuno che sa scrivere un regolamento che disciplini la libertà di movimento degli italiani. Sappiamo che, ancora oggi, nessuno ha detto a questa o quella fabbrica: ti pago io sull’unghia, ma mi produci un tot di mascherine al giorno. Meno male che ci sono Armani e pochi altri. Non c’è nessuno che ha mandato al diavolo i signori del calcio o quelli di Autostrade. Volete soldi? Guadagnateveli.

BASTA CON I TRAGEDIATORI, DA NORD A SUD

Si proclama il dirigismo statale e poi nessuno vuole comandare. A fronte di questa fuga dalla responsabilità, c’è il fatto che si ignora come la gente vive davvero. Sui social è apparsa ieri quella drammatica scena sulle vie centrali di Bari dove una coppia di commercianti inveiva violentemente contro una banca chiusa perché, non avendo più liquidità, non riusciva più ad andare avanti. Nel Sud ci sono molti tragediatori, come al vertice della regione Lombardia. Mettiamo anche che vi sia chi soffia sul fuoco, ma il tema è gigantesco.

L’EUROPA DEVE DARE RISPOSTE AI CITTADINI

Chi ha gestito in questi anni piccole iniziative imprenditoriali a debito spendendo poco per sé e molto per l’approvvigionamento spesso sono ragazzi con famiglie. Quanto tempo dovranno aspettare che l’Europa dica sì prima di vedere un euro? E nel frattempo che cosa mangiano? Come pagano l’affitto dell’esercizio chiuso? Mettere oggi soldi in tasca agli italiani vuol dire essere umani ma anche evitare una rivolta sociale che può diventare ingovernabile. Se abbiamo deciso di stare in deficit facciamo subito sia grandi scelte sia qualcosa per dare sostegno a chi ha poco o nulla e vaffa all’Europa, frase che da vecchio europeista mi brucia sulla lingua. Ma che senso ha condividere i destini con la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Olanda, l’Ungheria? La Germania alterna momenti di apertura a momenti di chiusura? Peggio per loro se un giorno scopriranno che a guidare il fronte che vuol far saltare questa Europa matrigna non ci saranno i facinorosi di Matteo Salvini, ma gente inappuntabilmente allieva di Altiero Spinelli.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Gualtieri, Di Maio: l’opposizione che sta dentro al governo

L'ultimatum dei 5 stelle, già divisi al loro interno, al ministro dell'Economia perché a Bruxelles insista per i coronabond facendo la voce grossa contro l'Olanda e i rigoristi del Nord preoccupa il Quirinale. In questa fase di emergenza una crisi sarebbe drammatica.

L’ultimo motivo di discordia è quella che qualcuno ha chiamato la dichiarazione di guerra all’Olanda.

C’è chi vorrebbe che l’Italia lasciasse perdere linutile richiesta di sostegno attraverso il Mes – che intanto a capo del Meccanismo europeo di stabilità c’è l’economista tedesco Klaus Regling che ci odia e non farà mai passare nulla a nostro favore – e si concentrasse nel pretendere la nascita di un debito federale attraverso l’emissione di eurobond (nello specifico coronabond).

E siccome ad opporsi a questa ipotesi è il governo olandese guidato da Mark Rutte – cui probabilmente una componente importante dei popolari tedeschi, ostili ad Angela Merkel e oltranzisti, ha delegato il compito di costituire il fronte anti-eurobond – ecco che si è chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di battere i pugni sul tavolo, ricordare a L’Aja che quello dei tulipani è un Paese paradiso fiscale che ci porta via tasse (vedi gli Agnelli), e se del caso rompere.

L’ULTIMATUM DEI 5 STELLE CHE PREOCCUPA IL QUIRINALE

Ma Gualtieri, che ha passato la vita a Bruxelles e si sente integrato nella comunità dei politici e dei burocrati europei, si è rifiutato, in questo spalleggiato da Giuseppe Conte. Ecco, allora, che i 5 stelle si sono mossi, mandando ultimatum neanche troppo velati al premier e all’uomo di via XX Settembre. Scatenando così una rissa che preoccupa il Quirinale, convinto che in una fase di emergenza come questa una crisi sarebbe esiziale. Anche perché questi scontri si sommano a quelli già in corso da tempo del fronte Di Maio-Fraccaro – quasi sempre uniti, nonostante non manchino distinzioni, non fosse altro perché entrambi devono fronteggiare sia l’area Fico, da un lato, che quella Di Battista, dall’altro – sia con il duo Conte-Casalino per quanto riguarda la gestione del governo e della sua comunicazione, considerate in entrambi i casi individualistiche e accentratrici, sia con il Tesoro (Gualtieri ma anche il direttore generale Alessandro Rivera), soprattutto sul fronte delle nomine.

IL PROBLEMA POLITICO È TUTTO INTERNO AL GOVERNO

Insomma, altro che le opposizioni indisciplinate. Con il parlamento in quarantena e i partiti desaparecidi, compreso quello di Matteo Renzi, il problema politico, ai fini della tenuta del Conte bis, è tutto dentro il governo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le divisioni in Ue su Mes ed eurobond

«Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa siamo tutti italiani». Lo scorso 11..

«Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa siamo tutti italiani». Lo scorso 11 marzo, mentre in Italia la pandemia del coronavirus si aggravava ora dopo ora, un tweet in italiano della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen spezzava l’assordante silenzio delle istituzioni comunitarie.

Il giorno dopo, sempre von der Leyen assicurava: «Siamo pronti ad aiutare l’Italia con tutto quello di cui ha bisogno». Adesso è arrivato il momento di pretendere che quelle promesse si concretizzino.

Martedì sera l’Eurogruppo è chiamato a discutere dell’uso del Fondo salva Stati (il Mes) e della proposta italiana di emettere eurobond ad hoc (coronabond) in modo da suddividere tra tutti i Paesi membri il peso del debito per la ricostruzione. I rigoristi del Nord hanno già fatto capire di non essere poi così solidali.

LEGGI ANCHE: Il whatever it takes di Berlino contro il Covid-19 sacrifica l’Ue

L’ALLENTAMENTO DEL PATTO DI STABILITÀ

Sarebbe però scorretto accusare Bruxelles di non aver fatto nulla. È alla sua task force sul coronavirus che dobbiamo, anzitutto, l’allentamento del Patto di stabilità (confermato dall’Ecofin, il summit tra i 27 ministri delle Finanze, del 23 marzo) che vincolava la nostra possibilità di spesa al rispetto dei parametri di Maastricht sul rapporto debito/Pil. Sempre la Commissione Ue ha promesso di chiudere un occhio su eventuali aiuti di Stato alle imprese (severamente proibiti dai Trattati) fino a mezzo miliardo.

LE OPZIONI SUL TAVOLO

Ma tutto questo non basta. Finora la risposta dell’Unione europea è stata restituire ai singoli Stati membri un po’ della loro sovranità originaria in tema di gestione delle finanze. L’Italia intende chiedere altro e cioè solidarietà. All’emergenza sanitaria seguirà, con ogni probabilità, una gravissima crisi economica. Lo stesso commissario all’Economia Paolo Gentiloni ha detto che sarà impossibile attendersi «una ripresa a “V”», ovvero un rapido rimbalzo dalla recessione. Stroncata sul nascere la proposta di modificare lo statuto della Banca centrale europea per renderla figura di garanzia di ultima istanza di un bilancio unico europeo, sono tre le opzioni sul tavolo della Commissione: coprire solo le spese mediche affrontate dai Paesi, ma sarebbe troppo poco; emettere i coronabond per spalmare il debito dell’emergenza sul bilancio comunitario e l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità ma con regole meno rigide.

IL MES: COS’È E COME FUNZIONA

Il Mes è un fondo da oltre 400 miliardi (spesso si sente un’altra cifra, 700 miliardi. È la somma della potenza di fuoco del Mes più l’Efsf che, però, come vedremo subito, sopravviverà solo fino alla restituzione dei prestiti già concessi) cui non si può attingere liberamente perché chiede in cambio una sorta di commissariamento del Paese che se ne avvale. Fu creato in fretta e furia tra il 2010 e il 2011, quando l’Ue affrontò la sua peggiore crisi economica, con i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che rischiavano di scivolare fuori dal club europeo e Atene che arrivò a un passo dal fallimento. Bruxelles per intervenire dovette aggirare l’articolo 123 dei Trattati, che impediva di salvare i Paesi membri dal rischio default. Da qui la creazione di un fondo temporaneo, l’Efsf, cui attinsero le economie malmesse della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo per circa 200 miliardi di euro. Poi, però, il gruppo di Paesi dell’area mediterranea, guidato dall’Italia, chiese di istituzionalizzare l’Efsf. Nacque il Mes, organizzazione che si fonda su di un Trattato parallelo a quelli europei e che finora ha erogato oltre 60 miliardi di prestiti alla Grecia, più di 40 alla Spagna e 6 a Cipro.

LO SPAURACCHIO DEL MEMORANDUM D’INTESA

Il Mes non regala i soldi che tutti i Paesi dell’Unione, sulla base della loro forza economica, vi destinano (il nostro Paese, con 14,33 miliardi di euro versati, secondo i bollettini di Bankitalia, e altri 125,4 miliardi sottoscritti, è il terzo contributore, dietro a Germania e Francia). Prima di elargirli richiede la firma del Mou, il Memorandum of understanding o memorandum d’intesa, spauracchio di qualsiasi governo dato che di fatto impone il commissariamento dello Stato obbligandolo a una seria ristrutturazione del proprio debito. Una cura da cavallo non dissimile a quella cui è stata sottoposta Atene, con tagli di tutti i servizi erogati e un aumento drastico delle tasse. Impedire a uno Stato di indebitarsi, in periodi di recessione, può essere però molto pericoloso. D’altra parte viene invece fatto notare che il fallimento di un Paese è anche peggio perché senza regole.

LE RICHIESTE DEL GOVERNO CONTE

L’Italia chiede di poter attivare gli strumenti principali del Mes: la linea di credito precauzionale o la linea di credito rafforzata, entrambe concretizzabili come prestiti oppure attraverso l’acquisto da parte del Fondo di titoli di Stato sul mercato primario. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte fa però notare come la crisi che seguirà alla pandemia non sarà «interna», dovuta cioè alla nostra negligenza, ma causata da un evento eccezionale. Non avrebbe senso, insomma, commissariare un esecutivo che non ha colpe. E, soprattutto, sarebbe un azzardo sottoporre alla cura greca un Paese già stremato dal coronavirus.

IL M5S PUNTA I PIEDI

Il M5s intanto punta i piedi. «L’emergenza innescata dal coronavirus, con tutte le sue conseguenze economiche, ha ormai reso chiara l’inadeguatezza delle regole ragionieristiche sin qui seguite dall’Unione europea», ha messo in chiaro Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio del Senato. «Il Mes, da più parti invocato in questi giorni, è uno strumento che presenta delle condizionalità automatiche, in grado di vincolare pesantemente i Paesi dell’eurozona che dovessero accedere ai suoi fondi. Né ci convince, come pure si è provato a fare, la formula di un Mes che eroga fondi con condizionalità attenuate o differite nel tempo. Non è questo il momento di condizioni o strettoie, in qualsiasi modo declinate». Per il grillino è invece invece «il momento di strumenti europei di debito solidale, che distribuiscano in modo paritetico l’onere degli interessi. Gli eurobond dovranno essere uno strumento innovativo e federale, è quindi un errore di fondo utilizzare a tale scopo un vecchio strumento nato con regole non adeguate al periodo attuale e per altri scopi».

I PAESI CHE CHIEDONO UN MES SENZA CONDIZIONI

Ai negoziati stanno partecipando, oltre alla Commissione europea e ai governi nazionali, anche il Meccanismo europeo di stabilità e la Banca europea per gli investimenti (Bei). Affiancano l’Italia nella richiesta di un Mes che conceda prestiti senza vincoli in proposito è stato molto chiaro: anche la Francia e, soprattutto, la Spagna, il secondo Paese europeo su cui il virus si è abbattuto con maggior virulenza. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha chiesto all’Unione «un piano Marshall» che preveda anche «un fondo contro la disoccupazione» e li aiuti a vincere «la guerra contro il coronavirus».

LEGGI ANCHE: Dai coronavirus bond al Qe, il duro scontro dentro la Bce

IL MURO DEI RIGORISTI, OLANDA IN TESTA

L’idea è vista come fumo negli occhi dai Paesi del Nord. Su tutti, dall’Olanda che, nella riunione di lunedì ha già fatto capire di non essere disposta a concedere niente in più rispetto allentamento del Patto di stabilità. Nella relazione finale ha anche imposto che fosse evidente che si tratti di una concessione straordinaria e che non si usasse apertamente la parola «sospensione». Il terrore dei rigoristi è dover pagare i debiti dei Paesi mediterranei, che da sempre considerano lassisti e portatori di idee economiche troppo fantasiose. E il destino ha voluto che siano anche quelli più colpiti dal Covid-19. Sarebbe invece a metà del guado la Germania, spaventata dalla possibilità che l’Italia fallisca subito dopo la fine dell’epidemia. Nelle ultime ore era anche circolata l’ipotesi di un prestito del Mes all’Unione europea ma è stata subito scartata: il meccanismo è stato pensato solo perché ne usufruiscano i singoli Stati.

LEGGI ANCHE: Europa, consumi, debito: che mondo troveremo dopo il Covid-19

LA CARTA DEI CORONABOND

C’è poi la proposta italiana di emettere obbligazioni a livello europeo. Per la verità un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e del suo ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che però in Europa non è mai stato preso sul serio (erano i tempi dello spread alle stelle e dei risolini di intesa tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy). Conte li ha chiesti all’Ue mercoledì scorso. Se ne inizia a discutere ora, dopo una settimana. Un tempo incredibilmente rapido, per la farraginosità delle istituzioni europee. Ma anche qui, nel litigioso condominio comunitario, bisogna mettere d’accordo tutti e i 27 inquilini e chi occupa l’attico teme il rischio insolvenza di quelli, chiassosi e sregolati, dei piani sottostanti. E come in tutti i condomini, il rischio è che anche nell’assemblea di martedì non si decida nulla. Il 26 ci sarà un’altra riunione tra i capi di Stato e di governo. Ma l’economia non può aspettare. La crisi men che meno.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il whatever it takes di Berlino contro il Covid-19 sacrifica l’Ue

Il super piano annunciato dalla Germania per arginare l'emergenza coronavirus vale oltre 350 miliardi. Con un massiccio ricorso al deficit. Una pietra tombale sulle velleità di chi, Italia in testa, sperava negli eurobond.

L’umanità sta affrontando una pandemia, non è la prima volta. Servirà tempo, ma metteremo anche questa pagina alle nostre spalle.

Siamo ancora nella fase iniziale, quella in cui i singoli Paesi si rassegnano all’idea di avere una emergenza da gestire. Di recente anche Stati Uniti e Gran Bretagna hanno dovuto abbandonare il negazionismo e smettere di sminuire il problema Covid-19.

Peraltro, storicamente, nei Paesi in cui i contratti di lavoro offrono meno tutele (non garantendo lo stipendio a chi è a casa in malattia) la diffusione delle epidemie è più veloce, perché chi non sta bene è indotto a recarsi comunque al lavoro. Anche così si spiega il recente cambio di rotta di Uk e Usa.

LE ARMI SPUNTATE DELLE BANCHE CENTRALI

L’andamento dei mercati è uno dei tanti aspetti della crisi, le principali Banche centrali si sono tutte mosse lanciando piani di acquisto di titoli e allentando, dove possibile, le condizioni in termini di tassi. Non è servito a molto, finora, ed è naturale che sia così: il costo del denaro e la disponibilità di liquidità sono molto importanti davanti a una crisi finanziaria, in questo caso però la preoccupazione non è il fallimento delle banche, ma quello dell’economia reale. Se stare a casa è l’unica forma di difesa dal virus, dobbiamo difenderci dai danni provocati dallo stare a casa: il fatturato zero.

LEGGI ANCHE: Europa, consumi, debito: che mondo troveremo dopo il Covid-19

Troppe aziende non sarebbero in grado di sopravvivere, troppe persone perderebbero il lavoro, servirebbe poi un’enorme quantità di tempo per ricostruire un sistema economico che rischia di collassare se lasciato preda del solo “restiamo a casa”.

L’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI UE

Ecco perché il prossimo passo sarà salvare l’economia. Come? Con provvedimenti simili a quello italiano (nella direzione, non certo nell’entità): coperture per i lavoratori, dilazioni fiscali, dispositivi di protezione dai licenziamenti, tutele per le imprese. Come si realizza? Gli Stati raccoglieranno le risorse emettendo quintali di nuovi titoli. Non a caso la Commissione Ue ha aperto alla sospensione del patto di Stabilità e ai suoi vincoli sull’indebitamento. Ecco che allora la disponibilità delle banche centrali a fare ingenti acquisti si rivelano importanti, almeno come prerequisiti per poter lanciare questa rete di salvataggio all’economia. E l’annuncio di oggi della Fed di essere pronta ad «acquisti illimitati» racconta molto, in proposito. In Italia (e non solo, vedi lettera di appello) molti si chiedono se queste risorse non potrebbero essere reperite su base europea, emettendo degli eurobond o dei coronavirus-bond. La situazione potrebbe essere un ottimo pretesto per fare un salto in avanti su questo fronte, ma è molto complesso: gli strumenti di tutela dell’economia sono prevalentemente di carattere fiscale, e la fiscalità è separata, ogni Paese ha la propria.

IL PIANO RECORD DELLA GERMANIA

Ecco allora che a sparigliare, rompendo gli indugi, è la Germania. Il Paese storicamente più avverso a fare debito, lancia un mega piano di sostegno all’economia. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, è stato molto chiaro: il governo si aspetta 35 miliardi di euro in meno di entrate fiscali, ma la necessità di potenziare la Sanità richiede risorse che non possono essere rimandate: gli ospedali devono essere in condizione di aumentare le capacità lavorative, e gli attuali 28 mila posti di terapia intensiva (con oltre 29 letti ogni 100 mila abitanti, più del doppio dell’Italia e della media, la Germania è oggi di gran lunga il Paese con la maggior accoglienza ospedaliera intensiva d’Europa) verranno raddoppiati per far fronte alla pandemia. Vengono stanziati aiuti per tutti quelli che perdono il lavoro: dipendenti, ma anche gli autonomi e piccole aziende. Cinquanta miliardi di euro vengono messi a disposizione per salvaguardare la liquidità delle piccole imprese, altri 100 miliardi di euro come garanzia per crediti, perché le aziende possano ricevere aiuti.

LEGGI ANCHE: Dai coronavirus bond al Qe, il duro scontro dentro la Bce

Il senso di tutto questo si riassume bene in poche righe: «Faremo tutto il necessario per salvaguardare posti di lavoro, le aziende e la salute dei cittadini. E possiamo permetterci di farlo, con decisione e senza esitazioni, perché negli ultimi 50 anni abbiamo rispettato i parametri e questo ora ci dà facoltà di agire». Il piano, nel suo complesso, vale oltre 350 miliardi di euro. Uno sforzo notevole anche per un Paese come la Germania, e probabilmente la pietra tombale sulle velleità di chi, consapevole che proteggere l’economia comporterà un’ulteriore espansione del debito pubblico, sperava negli eurobond.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Europa, consumi, debito: che mondo troveremo dopo il Covid-19

Per vincere la battaglia servono solidarietà e collaborazione. Ma non è detto che l'Ue resista ai nazionalismi. E anche la proposta degli eurobond potrebbe cadere nel vuoto. Quanto a noi dovremo abituarci a uno choc dell'offerta e a livelli di disoccupazione elevati. Sarà dura, ma alla fine tornerà l'arcobaleno.

Verrà l’arcobaleno. E sarà bellissimo. Ci sentiremo di nuovo liberi, di andare a fare una gita, di abbracciare un amico e di soffiarci il naso senza troppe ansie. Ma come ci arriveremo? Che mondo troveremo quando sarà passata l’emergenza Covid-19?

Per gestire il momento corrente, sembra che ci sia una sola strada: l’economia va messa in pausa, ci si deve fermare (quasi) tutti. Ma nessuna attività può sopravvivere a diverse settimane a fatturato zero. Le banche centrali hanno provato a facilitare le condizioni di credito, dove era possibile tagliando i tassi e/o aumentando la flessibilità per le riserve bancarie, ma il responso dei mercati finanziari è molto chiaro.

LE BANCHE CENTRALI NON SONO LA PANACEA DI OGNI MALE

Christine Lagarde è stata accusata di aver fatto crollare i mercati negando un whatever it takes ma pochi giorni dopo Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha lanciato un whatever it takes potenziato e i mercati hanno continuato a crollare comunque. Ci siamo abituati a considerare le Banche centrali come il luogo dove sta la soluzione a ogni problema, tanto da reclamarne nuovamente una “sovrana” per poter disporre di una sorta di panacea a ogni male. Oggi è evidente a tutti che era un’illusione, la realtà è ben più complessa.

COME STERILIZZARE GLI EFFETTI DELLO STOP ALLA PRODUZIONE

Quello che serve oggi è uno strumento che sterilizzi l’impatto di dover fermare tutte le attività produttive per qualche tempo. I vari Paesi si stanno attrezzando predisponendo somme ingenti alla copertura delle esigenze di tutti: salariati, lavoratori autonomi, imprenditori. Per ottenere questo risultato non si può passare dalle banche (che poi erogano, giustamente, il denaro secondo il merito di credito), bisogna erogarlo come esenzione o dilazione delle imposte, tutela economica per le mancate entrate, copertura normativa per i lavoratori: sono cose che fa lo Stato. Ma con che risorse? Con denaro che ottiene attraverso l’emissione di nuovi titoli. Ecco allora che la disponibilità delle Banche centrali a fare grandi acquisti attraverso nuovi Asset Purchase Programme (Programmi di acquisto di attività) diventa cruciale: gli Stati emetteranno molta nuova carta e le Banche centrali garantiscono che un sottoscrittore ci sarà.

MEGLIO NUTRIRE POCHE ASPETTATIVE SUGLI EUROBOND

Dunque, passato questo inverno economico dovuto al virus, usciremo da una sorta di letargo con un’economia da riattivare (e andremo più lenti per un po’ prima di ritrovare il passo) e molto più debito pubblico di oggi.
Vedremo cosa accadrà con il tentativo di creare eurobond proposti da Romano Prodi e rilanciati da Giuseppe Conte. Anche se meglio non nutrire eccessive aspettative. Alla fine ogni Stato provvederà ai suoi cittadini secondo le proprie inclinazioni, capacità e disponibilità.

L’EUROPA NON È DETTO CHE REGGA AI LOCALISMI

Per vincere la battaglia contro il Covid-19 ciascuno di noi deve essere disposto a fare dei sacrifici. Non per sé, ma prevalentemente per gli altri.
Nella moderna società dove negli Usa si applaude all’America First e in Italia si grida «prima gli italiani» non sarà facile. Solidarietà e collaborazione saranno le parole chiave, ma non è detto che l’Europa riesca a “tenere” in questa prova, visto che il provincialismo imperversa anche tra Regioni, perfino tra Comuni. Sarà un test importante e difficile da superare: la tentazione di proteggersi con le frontiere (come se il virus le riconoscesse) è molto forte. E noi? Come saremo? Oggi è come se fossimo tutti concorrenti dell’Isola dei Famosi. Isolati ciascuno nella sua spiaggia. Ne usciremo come i concorrenti del programma: consapevoli di cosa sia davvero necessario e di quanto molte cose che ritenevamo vitali erano in realtà futili. Un duro colpo per il consumismo, per l’industria che ha imparato a prosperare “creando le esigenze” dei clienti. Un enorme cambiamento socio-economico.

ASPETTIAMOCI ANCHE UNO CHOC DELL’OFFERTA

Infine quale sarà il contesto generale? Dopo questo iniziale choc di domanda, con i consumi forzatamente contratti, avremo probabilmente un più duraturo choc di offerta: la popolazione mondiale continuerà a crescere ma la produzione ferma (e la chiusura di alcune attività) avrà generato scarsità di molti beni. Nonostante un livello di disoccupazione probabilmente più alto di quello attuale, vedremo i prezzi crescere, spinti da maggiori costi di produzione, dal reshoring, dal ripristino dei margini per reazione al calo dei volumi di un possibile post-consumismo. Dunque avremo un sacco di cose di cui preoccuparci, dopo. Ma adesso pensiamo alla battaglia che dobbiamo affrontare e vincere, facendoci forza nella consapevolezza che, un giorno, verrà l’arcobaleno. E sarà bellissimo.

*dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Come Francia e Germania si preparano al boom di contagi

Il crollo del turismo e le industrie bloccate. I piani eccezionali per risollevare l'economia. L'invito a lavorare da casa o prendere ferie. Oltralpe e nel resto dell'Ue si apre a tutte le opzioni. Mentre le Borse vivono la peggiore giornata dall'11 settembre.

Mentre il Dax, anche a Francoforte, crollava dell’8% (-11% Milano), in Germania la grande coalizione varava un pacchetto di «miliardi di aiuti all’economia»: sostegno alle imprese per la cassa integrazione in deroga (per il 60% a carico dello Stato) e caldo invito a «lavorare da casa in smart working» o a prendere «ferie del coronavirus». In Francia, nel lunedì nerissimo delle Borse, la musica da requiem non cambiava: -8% anche Parigi, mentre all’unisono il ministro dell’Economia Bruno Le Maire snocciolava le misure per l’emergenza: potenziamento e semplificazione del ricorso alla disoccupazione parziale (richiesta da 900 aziende d’Oltralpe), prestiti della Banca per gli investimenti pubblici (Bpi) alle piccole e medie imprese, rinvio di contributi e sgravi fiscali per le aziende a rischio chiusura.

Coronavirus Covid-19 Europa economia Francia Germania
Lo stadio degli ottavi di Champions League chiuso per il Covid-19, Francia. GETTY.

PRIORITÀ DI FRANCIA E GERMANIA RALLENTARE

Le due potenze pilastro dell’Ue – con l’Italia bloccata, terza economia dell’Eurozona – non sono all’acme dell’emergenza sanitaria come il Nord Italia. Per quanto i contagi da Covid-19 siano in crescita sostanziale in entrambi i Paesi (oltre i 1.200 ormai), non è detto che ci arriveranno: l’epicentro dell’epidemia in Europa resta, al momento, la Lombardia con il suo tragico bilancio di morti e l’aumento vertiginoso dei casi. Ma proprio perché la massima priorità della Germania è «far continuare a funzionare il sistema sanitario nazionale», ha sottolineato il ministro della Salute tedesco Jens Spahn, «è in ogni modo necessario rallentare la dinamica dei contagi. Ognuno è chiamato a fare la sua parte, tutta la società si deve concentrare su questo». «Il governo», ha rassicurato l’ufficio della cancelliera Angela Merkel, «è pronto a un sostegno rapido e appropriato all’economia. Per governare questa situazione estremamente difficile, nessun imprenditore dovrà fallire, nessun posto di lavoro dovrà andare perso».

TREMA TURISMO, AUTOMOTIVE E AERONAUTICO


In attesa di uno spettrale ottavo di finale di Champions League dell’11 marzo, a porte chiuse, tra Paris Saint-Germain e Borussia Dortmund, infiamma fino all’ultimo anche a Parigi e Berlino il dibattito se bloccare o meno i principali campionati calcistici, tra rinvii e partite senza pubblico.

In Francia crolli di fatturato del 60% nel catering, fino al 40% per gli hotel, perdite del 25% per i ristoranti e significative per gli eventi

Solo il calcio si ostina ad andare avanti in Europa, mentre Oltralpe anche Parigi e le altre località turistiche si svuotano.  Le Maire ha ammonito del «grave impatto» della crisi del Covid-19 sull’economia nazionale: crolli di fatturato che si prospettano in Francia «in media del 60% nel catering, tra il 30% e il 40% per gli hotel, perdite del 25% per i ristoranti e significative per gli eventi», – a fronte di cali di prenotazioni in Italia fino al 95%; mentre i settori strutturalmente più interessati sono «l’automobilistico e aeronautico». Un destino in comune con la Germania, in frenata nell’industria pesante dal 2019: il Nord Italia industriale sconvolto dall’emergenza sanitaria, principale indotto della componentistica dell‘automotive e dell’industria meccanica, è un disastro anche per la Germania.

Coronavirus Covid-19 Europa economia Francia Germania
Drive in dei tamponi per il coronavirus, Germania. GETTY.

LA FINANZA FRANCESE E L’ECONOMIA REALE TEDESCA

Quanto alla Francia, anche prendendo in considerazione solo la paralisi italiana, oltre 1.700 aziende d’Oltralpe sono controllate da investitori italiani (Business France 2018) e occupano oltre 63 mila lavoratori. L’export italiano, ancora diretto per il 38% dentro l’Ue, secondo gli ultimi dati di Confindustria ha come primi partner europei i tedeschi (12,5%) e poi i francesi (10,5%), che da un’indagine del 2019 dell’Istituto Piepoli, commissionata dalla CCI France Italie – Camera di commercio francese in Italia, hanno oltre 50 miliardi di euro di investimenti nelle loro aziende portate in Italia. La compenetrazione tra l’economia e la finanza italiane e francesi, insomma, è ampia e parecchio consolidata nelle relazioni. Come quella tra l’economia reale della Locomotiva d’Europa e il secondo distretto manifatturiero (dopo il tedesco) dell’Ue nel Nord Italia. Se l’Italia collassa, e anche le industrie tedesche e francesi arrivano alla semi-paralisi, tutta l’Europa insomma si ferma. 

BORSE: IL 9 MARZO 2020 COME L’11 SETTEMBRE 2001

Non per niente, per l’epidemia di Covid-19 la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha aperto a «tutte le opzioni per la flessibilità prevista dal patto di stabilità e sugli aiuti di Stato alle circostanze eccezionali in questo quadro». Mentre dalla Banca centrale europea (Bce)di Christine Lagarde si arma. Per l’Eliseo ci sarà «un prima e un dopo», anche a livello economico, del coronavirus. Il 9 marzo 2020 il mondo occidentale, riporta la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha vissuto le «maggiori perdite finanziarie dal crollo delle Torri gemelle dell’11 settembre 2001». Una giornata allora apocalittica, «profumo di crack» per Le Figaro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Migranti, Ankara si mobilita per fermare i respingimenti

Il governo invia 1000 agenti al confine greco. Quasi 139 mila persone si starebbero muovendo per raggiungere l'Europa. L'Ue cerca di mediare: «Vogliamo avere un dibattito sereno con Ankara».

Continuano le accuse reciproche tra Turchia e Grecia sulle spalle dei migranti.

Il 5 marzo, il ministro dell’interno di Ankara Suleyman Soylu ha annunciato l’invio al confine di 1.000 agenti delle forze speciali per evitare i respingimenti da parte delle guardia di frontiera elleniche. Gli agenti, che saranno «pienamente equipaggiati», agiranno lungo «tutto il confine» nella zona del fiume Evros (Meric in turco), frontiera naturale tra i due Paesi, ha spiegato Soylu.

Il 4 marzo Ankara aveva nuovamente accusato la Grecia di respingimenti violenti anche con l’utilizzo di proiettili veri che avrebbero causato un morto e cinque feriti. Accuse che Atene aveva rispedito al mittente, negando ogni responsabilità.

QUASI 139 MILA MIGRANTI DIRETTI VERSO LA FRONTIERA

Giovedì la guardia costiera turca ha riferito di aver soccorso nel mar Egeo 130 migranti e rifugiati, in maggioranza siriani e afghani, tra cui donne e bambini, che sarebbero stati respinti dai greci mentre cercavano di raggiungere le isole dove nell’ultima settimana sono sbarcate oltre 1.700 persone. Sempre secondo il governo turco sono 138.647 i migranti diretti dalle zone interne del Paese verso la frontiera greca dopo l’annuncio che Ankara non li avrebbe più fermati. Atene ha confermato finora 24 mila tentativi illegali di attraversamento impediti.

LA CROAZIA PRONTA A SUPPORTARE LA GRECIA

Con la Grecia si è schierata la Croazia che si è detta pronta a inviare nell’Egeo un altro pattugliatore. Una prima nave, infatti, già da tempo assiste la polizia greca nei controlli davanti alle coste turche. Inoltre, Zagabria sta considerando anche di inviare un contingente di agenti di frontiera terrestri per dare manforte ai greci.

L’EUROPA CERCA DI MEDIARE CON ANKARA

L’Europa che per bocca della presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva ringraziato la Grecia per essere il «nostro scudo», cerca di ricucire con la Turchia. Secondo l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell gli aiuti ad Ankara non sono sufficienti «dato che oggi la situazione è diversa da quella nel 2016» quando fu raggiunto l’accordo sugli aiuti finanziari in cambio del contenimento dei migranti. «L’Ue continuerà ad aiutare la Turchia, ma dobbiamo essere chiari e dire che spingere le persone verso i confini non può essere una soluzione per nessuno, e in più espone a rischi questi migranti», ha aggiunto.

LEGGI ANCHE:Migranti, lo squadrismo greco che non disturba l’Ue

«Non vogliamo che i migranti siano attirati da false promesse, vogliamo avere un dibattito sereno con la Turchia sulla cause della crisi dei rifugiati e per farlo dobbiamo ristabilire la serenità sul campo alle frontiere e questo è il messaggio della Ue», ha sottolineato il portavoce della commissione europea Eric Mamer. «Siamo al centro di un processo diplomatico, è importante che i contatti continuino e che non si rompano i fili del dialogo, tutti gli attori politici della commissione hanno detto che stanno lavorando a soluzioni sul campo, e ciò non si risolve con una sola visita ad Ankara».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il sedativo Merkel è agli sgoccioli. E non è un buon segno

La Germania ereditata e governata dalla Cancelliera è sul viale del tramonto. La crisi della Cdu e della Spd da un lato, la minaccia della AfD dall'altro lo confermano. Senza contare la debolezza politico-strategica dell'Ue che pesa soprattutto su Berlino.

A complicare la scena a Berlino non c’è soltanto la sfida dei nazionalisti della super-destra di Alternative für Deutschland ai democristiani tedeschi, Cdu e Csu, insidiati nel loro elettorato più conservatore. 

Non c’è soltanto la crisi profonda dei socialdemocratici della Spd, con il peso elettorale passato dal 43% del 1980 al 20% delle ultime Politiche del 2017. E non c’è soltanto uno scenario politico completamente diverso da quello super-stabile dell’epoca, mezzo secolo fa, in cui democristiani e socialisti avevano insieme il 90% dei suffragi elettorali, qualcosa andava ai liberali e il resto erano peanut, se c’era qualcosa. Oggi, presi insieme, democristiani e socialdemocratici raccolgono meno del 50% delle preferenze. 

Ma insieme alla diversa aritmetica parlamentare, già un rompicapo, vi è un quarto elemento: non c’è più, o sta rapidamente svanendo, il mondo di sicurezze multilaterali che hanno assicurato alla Germania il suo miracolo e del quale restano ormai una Nato malconcia e un’Unione europea che la Germania deve o rafforzare, assumendo (con altri, ma come perno del tutto) la leadership del suo rinnovamento, o lasciare languire. Come in sostanza sta facendo da anni. 

IL RAPPORTO DELLA GERMANIA CON L’UE È DESTINATO A CAMBIARE

Sta per forza cambiando anche l’idea stessa di Germania, così come forgiata negli anni (felici) della Pax americana e della Guerra Fredda; e parallelamente dovrà cambiare il rapporto tedesco con l’Unione europea, che così utile è stata per reinserire la Germania – opera compiuta con gli Anni 60 ma mai in realtà conclusa – nel circuito delle nazioni democratiche e civili. Oggi siamo a un bivio: per difendere gli interessi tedeschi occorre davvero “più Europa” o basta parlarne a mo’ di giaculatoria e poi fare il meno possibile? Alla maggioranza dei tedeschi piacciono cose difficilmente conciliabili: in sintesi, avere i vantaggi di una grande e ricca nazione, comandare rispetto, ma senza noblesse oblige, continuando a farsi schermo di un’Europa ormai matrimonio di convenienza e sulla quale, parlando di amore, si sorride.  

AKK, VITTIMA ILLUSTRE DELL’INSTABILITÀ PARLAMENTARE

A fare clamore sono state nei giorni scorsi le dimissioni da leader della Cdu e da candidata cancelliera di Annegret Kramp-Karrenbauer, da sei mesi ministra della Difesa, in precedenza premier della Saarland, e soprattutto erede designata da Angela Merkel per la cancelleria al voto politico del 2021. È stata vittima autorevole dell’instabilità parlamentare citata. Causa immediata delle dimissioni, come noto, è il pasticcio in Turingia, dove AfD è diventata al voto regionale di fine ottobre 2019 il secondo partito dopo la sinistra della Linke che in Turingia con il 31% dei voti è ai vertici nazionali, irripetibili per ora negli agli altri 15 Länder.  L’ultra-destra ha come l’ultra-sinistra di die Linke la sua roccaforte nei Länder ex Ddr, all’Est, ma a differenza della sinistra ha rotto gli argini anche in Länder importanti dell’Ovest.

AfD replica il “sovranismo” e i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare

In Turingia AfD ha raddoppiato a fine ottobre i seggi, da 11 a 22, mentre la Cdu ne ha persi 13 ed è stato un chiaro travaso di voti. Dopo oltre tre mesi di trattative si è arrivati a un governo locale guidato dai piccoli liberali e sostenuto da Cdu ed AfD. Il leader AfD locale, Björn Höcke, è però particolarmente controverso, un tribunale ha sentenziato l’anno scorso che può essere legalmente definito fascista, e addirittura alcuni leader AfD ne hanno chiesto l’espulsione per troppo…nazismo. Più di così, difficile dire. AfD replica il “sovranismo” e, fra l’altro, i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare. Subito dopo il caso Turingia Kramp-Karrenbauer ha dovuto lasciare. 

SI APRE LA BATTAGLIA PER SUCCEDERE A MERKEL

Personaggi Cdu di rango come il giovane ministro della Sanità Jens Spahn e l’ex deputato Friedrich Merz, un pezzo da 90 nel partito e da sempre avversario di Merkel, da tempo osteggiavano Kramp-Karrenbauer, ritenendola poco adatta alla difficile situazione e poco attenta ai rischi della destra, che va secondo loro svuotata recuperando l’elettorato transfuga, cioè spostando Cdu e Csu a destra. «Merkel ha sempre dato il meglio di sé nella gestione delle crisi», sostiene Andreas Rödder, storico di fama, professore a Magonza e uno dei pensatori della Cdu. Solo che questa ultima crisi arriva alla fine della sua parabola politica, all’inizio del 15esimo anno di governo. Sta già manovrando per far emergere un nuovo delfino, Armin Laschet  premier del potente Land del Nordreno-Westfalia, un moderato rispetto a Merz e Spahn, ma non sarà un’operazione facile. Markus Söder, premier bavarese e presidente Csu, la Dc bavarese partito gemello della Cdu, potrebbe essere il kingmaker, o addirittura il candidato finale. Söder è anti-immigrazione, non noto per particolare simpatia europeista, e certamente non sarebbe un erede dell’attuale cancelliera. Intanto tutta l’impostazione politica di Frau Merkel va rivisitata. Il mondo non è più quello di ieri.

LA DIPLOMAZIA ECONOMICA DELLA GERMANIA

La Germania federale nasceva insieme alla Nato, nel 1949, all’inizio della Guerra Fredda. Grazie alla Nato sul piano strategico e poco dopo alla Ceca e al Mec sul piano economico riprendeva il suo posto nel consesso delle nazioni, con un asse preferenziale con Parigi, archiviando una inimicizia storica più che tragica. Da allora Berlino ha giocato le sue carte economiche a tutto tondo, partendo dall’Europa ovviamente, seguendo una diplomazia globale ma strettamente economica, quasi da Grande Svizzera, saldamente però all’interno di un sistema collegiale, Nato e Cee e poi Ue e infine l’euro, che come ogni moneta di rango è all’incrocio fra economia e strategia. Merkel ha ereditato la riunificazione tedesca di Helmut Kohl e le riforme economiche di Gerhard Schröder e le ha governate. Ma senza grandi strategie per un dopo che inevitabilmente è arrivato, come lei stessa da ultimo ha riconosciuto.  

IL MULTILATERALISMO È SOTTO ATTACCO

Il pilastro strettamente strategico, militare, cioè la Nato, oggi più che mai vacilla. Donald Trump, il neonazionalista presidente americano, insofferente dei legami multilaterali che limitano nella sua mentalità la forza americana, l’ha definita «obsoleta». E in parte lo è, dopo la fine dell’Urss. Ma anche senza l’Urss la Russia potenza militare resta un problema, soprattutto per un Paese come la Germania per metà nelle grandi pianure del Centro Europa. Un Trump rieletto il 3 novembre del 2020 e deciso a disegnare la “sua” America, che farà della Nato? Ma non c’è solo questo grosso interrogativo.

La maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, una domanda di fondo: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica?

«L’Ue come entità sovranazionale di 27 Paesi», ha scritto recentemente l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer descrivendo i rischi dell’Unione, «è il modello di ordine multilaterale attualmente sotto attacco e in declino». La Germania di oggi ha prosperato in questo modello, come altri Paesi ma, data la sua storia e altre realtà, con vantaggi ancora maggiori. Negli anni Merkel il modello è stato, come dire, narcotizzato, con il concetto di “più Europa” proiettato nel lontano futuro. Un po’ perché, come successo altrove, si è capito che i sogni federalisti andavano meglio collegati con la realtà degli Stati-nazione. Un po’ perché la netta maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, la domanda di fondo della Germania contemporanea: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica? Intanto le difficoltà a Berlino rischiano di ritardare quanto già concordato a Bruxelles, a partire da banche, immigrazione e bilancio Ue. Il primo luglio la presidenza di turno sarà tedesca, ma non c’è da aspettarsi una grande leadership .

BERLINO È LA PRIMA A RISENTIRE DELLA DEBOLEZZA DELL’UE

Tuttavia vari episodi recenti dimostrano che il mondo non è più molto  amico dell’Unione, che non si può restare a guardare e soprattutto non può farlo Berlino, che ha come gli altri e più degli altri nella Ue la sua migliore difesa. Si tratta delle pressioni di Trump sulle sanzioni all’Iran, della minaccia di Trump di sanzioni alla Turchia di Erdogan dopo le sue mosse in Siria, dell’autorizzazione data dalla Casa Bianca al Tesoro americano per sanzionare anche le imprese europee che non si fossero adeguate a queste sanzioni, finora sospese, delle pressioni cinesi per ottenere spazio alla sua alta tecnologia nel disegno delle nuove infrastrutture 5G in Europa. La debolezza politico-strategica dell’Ue spinge Washington e Pechino a fare la voce grossa con gli europei. La Russia intanto è lì con le sue forze armate, forte strategicamente e debole economicamente, l’esatto contrario dell’Unione. Il primo Paese a subire i contraccolpi di questa debolezza politico/strategica è la Germania. Ma non è chiaro chi possa, a Berlino, trarne le conclusioni, mentre la stagione del «grande sedativo» Angela Merkel, come l’ha definita Der Spiegel, sta finendo, e non bene.    

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Salvini torna a parlare di uscita dell’Italia dall’Ue

In un live su Facebook, il leader leghista minaccia: «O si cambia, o facciamo come gli inglesi». Ma due giorni prima aveva rassicurato la stampa estera: «Non vogliamo uscire dall'Unione».

«O l’Europa cambia o non ha più senso di esistere». Sarà l’onda lunga della Brexit, ma Matteo Salvini ha cambiato di nuovo idea sull’Ue. In un live su Facebook, il leader leghista è tornato ad attaccare le istituzioni europee, con cui sembrava aver siglato una tregua almeno parziale nel periodo in cui era stato ministro, dopo anni di campagna elettorale condotta all’insegno dell’euroscetticismo, con tanto di minacce di tornare alla lira. «O si sta dentro cambiando le regole di questa Europa oppure, come mi ha detto un pescatore di Bagnara Calabra, ragazzi, facciamo gli inglesi. O le regole cambiano o è inutile stare in una gabbia dove ti impediscono di fare il pescatore, il medico e il ricercatore», ha detto Salvini.

LA CONFERENZA STAMPA EURO-FRIENDLY

Eppure, appena due giorni prima, Salvini aveva accolto la stampa estera a una conferenza il cui obiettivo era proprio quello di riposizionare il partito sui temi che riguardano l’Unione: «La nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica» aveva detto il 13 febbraio. Concetto ribadito dall’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti in un intervista rilasciata il giorno dopo al Corriere della Sera. Due giorni sembrano essergli bastati per cambiare radicalmente idea e tornare a minacciare una Italexit.

IL PIEDE IN DUE STAFFE

La sensazione è che Salvini cerchi da una parte una credibilità istituzionale che la sua vicinanza alle forze sovraniste europee gli aveva fatto perdere, ma che al tempo stessa non voglia cedere davanti a un elettorato scontento, che finora è stato la chiave del suo successo. Due facce, insomma, una più istituzionale e ufficiale, l’altra da uomo del popolo. Strategia confermata anche da quanto, secondo quello che riporta il Corriere, avrebbero spiegato i suoi comunicatori: una linea che è quella annunciata davanti ai giornalisti stranieri con qualche potenziale deroga su casi specifici.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Agricoltori, tra Inps e Agea l’ennesima beffa della burocrazia

Il debito che le aziende contraggono con l'istituto di previdenza, spesso a causa di problemi economici, può essere decurtato dai fondi Ue a cui hanno diritto. Il tutto senza preavviso. E chi poi si mette in regola rischia di pagare due volte. A quel punto recuperare la somma è un'odissea.

Centinaia di aziende agricole finite ostaggio della burocrazia.

Rimpallate tra l’Inps e l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), con il rischio di dover pagare più volte i contributi arretrati, maturati talvolta per una condizione di difficoltà economica, dovuti all’Istituto di previdenza.

Le imprese agricole, infatti, possono richiedere e ottenere dei fondi dall’Unione europea, in base ai requisiti richiesti, come sostegno al reddito nell’ambito della Politica agricola comune (Pac). Tuttavia, queste cifre possono essere sottoposte a una decurtazione, senza alcun preavviso, in caso di morosità dell’imprenditore nei confronti dell’Inps, così come previsto dalla legge italiana.

LEGGI ANCHE: I dati Inps sulle pensioni 2019

Solo che se l’impresa ha già provveduto a saldare il debito, finisce per “pagare” due volte la stessa quota. Una volta in maniera indiretta, attraverso il prelievo forzoso sui fondi Ue, e un’altra direttamente con il pagamento all’Inps.

COME FUNZIONANO I PRELIEVI AI FONDI UE

Il meccanismo è messo in moto da una legge entrata in vigore nel 2006, secondo cui l’Inps può fare ricorso agli «organismi pagatori», in questo caso l’Agea, per compensare gli aiuti dell’Ue «con i contributi previdenziali dovuti dall’impresa agricola beneficiaria, comunicati dall’Istituto previdenziale all’Agea in via informatica». Insomma, di fronte alla morosità di alcuni imprenditori, l’Istituto di previdenza si rivale sui fondi in arrivo dall’Ue: l’Agea è di fatto autorizzata, in automatico, a decurtare la somma corrispondente a versamenti previdenziali non pagati dall’impresa agricola. Opera una trattenuta a riparazione dei debiti insoluti, basandosi sulle informazioni a disposizione.

LA BEFFA DI PAGARE IL DEBITO DUE VOLTE

Si può verificare così la beffa per l’imprenditore agricolo che nemmeno è consapevole di aver pagato doppiamente il debito. Per scoprirlo bisognerebbe compiere delle ricerche a ritroso, chiamando a supporto un esperto del settore. E non sempre accade per una questione di praticità e di tempo. L’allarme è stato lanciato dal senatore del Gruppo Misto (eletto con il Movimento 5 stelle), Saverio De Bonis, con un’interrogazione depositata a Palazzo Madama, rivolta in particolare alla ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova.

LE CONTESTAZIONI ALLA PROCEDURA

De Bonis spiega a Lettera43.it: «Già ci sarebbe da ridire sulla legge che consente il prelievo dai fondi comunitari per sanare la situazione contributiva con l’Inps. Il sostegno al reddito dell’Ue serve a sviluppare politiche agricole, non a saldare arretrati con gli istituti di previdenza». Al di là di questo aspetto, all’agricoltore non arriva alcuna comunicazione né prima né dopo l’eventuale operazione “di taglio” dei contributi comunitari. Come notifica ufficiale è considerata sufficiente la registrazione del recupero nella piattaforma del Sistema informativo agricolo nazionale (Sian). 

I DATABASE DELL’INPS NON SONO AGGIORNATI

Il problema, stando sempre all’interrogazione, è legato all’aggiornamento del database dell’Inps. Agea consulta quei dati e interviene secondo l’accordo con l’Istituto di previdenza. A questo punto diventa onere del contribuente inviare la segnalazione alla competente sede Inps per comunicare l’eventuale pagamento già avvenuto a saldo di quel debito. Il titolare dell’impresa è poi costretto a chiedere lo storno della somma, con tempi non proprio rapidi e con una procedura da affrontare complessa, che richiede l’intervento di professionisti. Si concretizza inevitabilmente la necessità di sborsare altri soldi per cercare di recuperare quella cifra pagata più volte. Insomma, una storia di ordinaria burocrazia. Sul caso De Bonis ribadisce una precisa richiesta: «Vorrei sapere, e sarebbe giusto farlo sapere a tutti i cittadini, con quale frequenza l’Inps aggiorna i suoi database, perché questa tempestività incide, eccome, sul problema che ho denunciato. Ed è giusto che l’istituto ripaghi rapidamente l’imprenditore che per due volte ha versato la somma, invece di costringerlo ad avviare una farraginosa procedura dal commercialista». La soluzione potrebbe essere a portata di mano. «Tenuto conto che la tecnologia informatica è a uno stadio più che avanzato e non si comprendono le ragioni di tali disguidi che si verificano ormai da diversi anni, creando pregiudizi agli operatori agricoli», si legge alla fine dell’interrogazione. Con l’auspicio di uno scambio di informazioni più precise e celeri.  

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché il Mes rischia di mandare l’Italia in Serie B

La riforma del fondo salva-Stati crea un'Eurozona a due velocità. E il nostro Paese, il secondo più indebitato dell'Ue dopo la Grecia, è fuori dai parametri di sostenibilità. Così i Btp finiscono nel mirino delle speculazioni. Anche per i vincoli dei tedeschi sull'unione bancaria. I no degli esperti.

Riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità per finanziare gli Stati dell’euro in gravi difficoltà in base alla sostenibilità dei loro debiti. Poi un’unione bancaria a patto che si valuti il tasso di rischio dei titoli sovrani (Btp) o con tetti alla loro detenzione. Su entrambe le manovre di politica monetaria dell’Unione europea l’Italia è esposta significativamente per il debito pubblico al 135% del Pil – molto oltre la soglia massima del 60% del Fiscal compact – e per i circa 400 miliardi di euro in Btp custoditi nelle banche del Paese, circa un quinto delle emissioni totali.

RISOLUZIONE APPROVATA DALLE CAMERE

Non a caso prima del Consiglio europeo del 12 e del 13 dicembre 2019, sulle modifiche al Fondo salva-Stati, il governo giallorosso ha messo all’approvazione di Camera e Senato una risoluzione per escludere in particolare «interventi di carattere restrittivo sulla dotazione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari, e comunque la ponderazione dei titoli di Stato».

L’APPELLO PER IL NO SU MICROMEGA

La lente del Mes sull’indebitamento (l’Italia è il secondo Paese nell’Ue per debito pubblico dopo la Grecia), e di conseguenza sui suoi mattoni dei Btp, ha fatto sobbalzare anche economisti come il governatore di Bankitalia Ignazio Visco o come Carlo Cottarelli dell’Osservatorio sui conti pubblici. Allarmati dalla possibilità, scongiurata all’ultimo vertice dell’Eurogruppo, che per accedere al nuovo Fondo salva-Stati i Paesi con un debito insostenibile (in Italia per il 70% in mano agli italiani) dovessero necessariamente ristrutturarlo. La prospettiva getterebbe le banche del Paese in pasto alle speculazioni dei mercati ben prima dell’ipotesi di salvataggio di uno Stato, incentivandolo. Scrivono 32 economisti nel loro appello su Micromega “No al Mes se non cambia la logica europea”, di non voler pensare che la «strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi».

Mes riforma Fondo salva-Stati Italia Draghi
Il tedesco Klaus Regling, a capo del Mes, nel 2014 con l’allora capo della Bce, Mario Draghi. (Getty).

PIÙ VULNERABILI AI MERCATI

Il pericolo di una spirale per l’Italia era noto agli ultimi governi e al mondo finanziario ben prima che il dibattito sul Mes si infiammasse, visto che i capitoli sulla riforma sono all’esame dei Paesi membri dell’eurozona dal 2018. Ma che alla fine siano spariti i passaggi sulla ristrutturazione automatica del debito non ripara dal rischio di avvitamento. Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa ricerche, dice a Lettera43.it: «Basta che resti la divisione tra i Paesi con i requisiti per una fast line sui finanziamenti e quelli senza, perché la vulnerabilità sia da subito molto chiara ai mercati». Un rating targato Ue istituzionalizzerebbe un’Europa a due, tre velocità. E le banche, anche quelle francesi con in pancia il 16% dei Btp, inizierebbero a disfarsi dei titoli di Stato con minori garanzie. A maggior ragione se nell’Ue prendesse corpo la proposta sull’unione bancaria del ministro alle Finanze tedesco Olaf Scholz, con garanzie e limitazioni sui titoli dei debiti sovrani.

CRISI INTERNE MA CONTAGI LIMITATI

Gli economisti della lettera sul “No al Mes” ammoniscono: «Uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi». Il paradosso della riforma è che se anche «i giudizi sul debito» facessero «precipitare tutto il sistema creditizio» della terza economia dell’eurozona, cioè dell’Italia, sempre grazie al Mes le altre economie dell’euro sarebbero più protette rispetto, per esempio, agli effetti della crisi del debito sovrano della Grecia nel 2010. Il Fondo Ue salva-Stati è stato istituito nel 2012 proprio per ridurre i danni del contagio, e allo stesso scopo viene perfezionato. Giovanni Dosi dell’Istituto di economia della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, tra i firmatari dell’appello, spiega a L43: «È un meccanismo per isolare i mercati finanziari del Nord. Con questa riforma le probabilità di crisi interne in alcuni Stati dell’Ue aumenteranno, mentre diminuirà ancora il rischio sistemico per l’Europa».

I CRITERI DEL FISCAL COMPACT NEL MES

Anche uno studio del Centro Europa ricerche mette in guardia sui «nuovi strumenti di sostegno finanziario dell’Eurozona» che «si baserebbero ab origine su una distinzione fra buoni e cattivi». Le economie al momento più sensibili al monitoraggio del Mes sono nell’ordine la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo. «Ed è evidente che il nostro Paese, al contrario di altri, non possa soddisfare a priori alcuni dei criteri inseriti per definire la sostenibilità», precisa Dosi, «oltre al tetto del debito sotto il 60% del Pil, a nostro svantaggio c’è il calcolo del saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento. In questo modo non si esce dalla logica dell’austerity, tanto più che con la riforma si rafforza il peso sulla politica del Mes, un organo tecnico con ai vertici economisti e banchieri centrali tedeschi e francesi». La combinazione del nuovo Fondo salva-Stati e dell’unione bancaria alla tedesca, aggiunge, sarebbe poi «esplosiva» per la tenuta dei Btp italiani.

Mes riforma Fondo salva-Stati Italia Scholz lagarde
Christine Lagarde, nuova presidente della Bce, con il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz. (Getty).

CONVERGENZA SULL’UNIONE BANCARIA

Va detto che mentre sul Mes si accelera per chiudere all’inizio del nuovo anno, sull’unione bancaria l’intesa è più lontana e resta problematica. Proprio la Germania – alle prese con una serie crescente di problemi bancari (di istituti nazionali e locali) sia a causa del peso dei derivati sia per la frenata dell’economia reale nel 2019 – quest’autunno ha aperto il dibattito nell’Ue per creare un’assicurazione comune che sia di aiuto nelle crisi bancarie dell’eurozona. Proponendo però valutazioni di rischio per i titoli di Stato, piuttosto che per prodotti opachi come i derivati. Di nuovo, un concept ritagliato sulle esigenze finanziarie di Stati come la Germania, piuttosto che come l’Italia. «C’è una convergenza in una direzione. Con la riforma del Mes, la proposta di completamento dell’unione bancaria, e anche con le pressioni per lo stop al Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli dalle banche da parte della Bce per stimolare la crescita, si accende un faro sul debito pubblico».

Sarebbe più utile per tutti modificare le regole sul bail-in che non completare l’unione bancaria a condizioni inaccettabili o modificare il Mes


Vladimiro Giacché, Centro Europa Ricerche

I COEFFICIENTI DI RISCHIO SUI BTP

Segnali chiari per i mercati e di impatto per i risparmiatori, come lo fu nel 2016 in Italia l’introduzione del bail-in: il «salvataggio interno» alle banche imposto dalla direttiva Ue che sgrava gli Stati dai salvataggi con fondi pubblici, scaricando i dissesti sugli azionisti e sugli investitori privati. Prima del bail-in obbligazionisti e correntisti non correvano rischi particolari, perché le banche non potevano fallire: il solo via libera alla nuova legge costò al sistema bancario italiano una perdita di capitalizzazione di 46 miliardi. Lo stesso scossone si avrebbe con i coefficienti di rischio sui titoli di Stato, premessa per la loro svalutazione. «Oltretutto, anche con una cornice ideale per le banche tedesche, i salvataggi resteranno complicati anche per i tedeschi a causa delle rigidità sulle norme del bail-in» conclude il presidente del Centro Europa ricerche, «sarebbe più utile per tutti modificare le regole sul bail-in che non completare l’unione bancaria a condizioni inaccettabili o modificare il Mes».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I temi al centro dell’incontro fra Di Maio e Lavrov

Il ministro degli Esteri ha chiesto all'omologo russo di rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano. E sulla Libia ha invitato Mosca ad agire nell'alveo della Conferenza di Berlino.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Roma Sergej Lavrov, capo della diplomazia russa. Tanti i temi al centro del bilaterale: dalla guerra in Libia alle sanzioni che l’Unione europea ha imposto alla Russia, passando per le contromisure di Mosca che hanno colpito, tra le altre cose, anche le esportazioni italiane di parmigiano reggiano.

ITALIA PREOCCUPATA PER L’ESCALATION MILITARE IN LIBIA

«Questo confronto conferma l’importanza della Russia per l’Italia come interlocutore fondamentale», ha detto Di Maio nella conferenza stampa finale, «ho rappresentato al ministro Lavrov le nostre preoccupazioni per l’intensificarsi della guerra civile in Libia, ribadendo che per noi non esiste una soluzione militare».

SUL CAMPO INTERESSI DIVERGENTI

Mosca, tuttavia, appoggia il generale Khalifa Haftar e sarebbe presente sul campo con alcune migliaia di mercenari: una scelta opposta rispetto a quella fatta da Roma, che al contrario sostiene il governo del premier Fayez al-Serraj. In Libia, ha detto non a caso Di Maio, ci sono «troppe interferenze, mentre ogni iniziativa dovrebbe entrare nell’alveo della Conferenza di Berlino. Non perché ci sia una presunzione di superiorità europea, ma perché se tutti sono impegnati a lavorare sul cessate il fuoco è importante non promuovere fughe in avanti».

LA STOCCATA DI LAVROV ALLA NATO

Lavrov, intervenendo ai Med Dialogues, non ha risparmiato una stoccata all’Alleanza atlantica: «In Libia la Nato ha svolto un’avventura pericolosa, che ha avuto un impatto negativo sull’economia del Paese. Solo con un dialogo inclusivo e internazionale si potrà risolvere la crisi. Plaudiamo all’iniziativa della cancelliera Merkel, che ha organizzato la Conferenza di Berlino per proseguire quella di Parigi e quella di Palermo».

UNA «RIFLESSIONE POLITICA» SULLE SANZIONI EUROPEE

Quanto alle sanzioni europee in risposta alle azioni russe contro l’integrità territoriale dell’Ucraina, Di Maio ha detto che l’Italia «si muove nel solco dell’Unione europea», ma vuole «promuovere una riflessione politica che preveda gli effetti sulle nostre aziende delle sanzioni e delle contromisure russe».

IL DOSSIER PARMIGIANO

Allo stesso tempo «servono passi avanti sugli accordi di Minsk, fondamentali per riuscire a scongelare la situazione». Il titolare della Farnesina ha quindi chiesto a Lavrov di «rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano», perché a suo giudizio «non rientrano nei parametri di quelle ideate nei confronti dell’Unione europea». Una mossa spendibile anche in ottica elettorale, visto che in Emilia-Romagna si vota il 26 gennaio. Il leader del M5s ha infine annunciato che a luglio sarà in Russia per ricambiare la visita diplomatica e per partecipare all’Innoprom, la fiera sulla tecnologia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La riforma del Mes e l’unione bancaria viste da Berlino

Scholz, vice di Merkel, ha un piano soft per assicurare i risparmi nell’Ue. Anche attraverso il fondo Salva-Stati. Ma restano le resistenze della Bundesbank. E, sullo sfondo, aleggia la crisi della Grande Coalizione. L'analisi.

L’Italia è il secondo Paese con il debito pubblico più alto dell‘Eurozona dopo la Grecia. Ma è anche la terza potenza dell’area dopo la Germania e la Francia.

Su questa contrapposizione si basa la dialettica tra il ministro delle Finanze italiano Roberto Gualtieri e l’omologo tedesco Olaf Scholz. Appendice della battaglia che sta portando avanti il nostro Paese per strappare più concessioni possibili sul Fondo salva-Stati Ue (il Meccanismo europeo di stabilità, Mes), come parte della riforma complessiva dell’Unione economica e monetaria per un’unione bancaria tra i gli Stati membri.

Il premier Giuseppe Conte c’è, la cancelliera Angela Merkel all’apparenza molto meno. Preferisce stare dietro le quinte, disposta molto più di anni fa a sostanziali compromessi. Ma solo se costretta e soprattutto senza darlo a vedere, per non scatenare un vespaio.

IL SILENZIO DI MERKEL

In un mese Merkel non si è espressa sulla proposta di unione bancaria del suo ministro e vice socialdemocratico Scholz, che in Italia ha fatto sollevare i vertici di Bankitalia e di Palazzo Chigi. Ma che in Germania non è mai diventata oggetto di dibattito tra i conservatori (Cdu-Csu) e i socialdemocratici (Spd) della Grande coalizione. Si attendeva, e non a torto, l’esito della consultazione tra gli iscritti del partito socialdemocratico per la nuova leadership. Al primo turno era prevalso proprio il vice-cancelliere che, anche per accendere i riflettori su di sé, con un editoriale sul Financial Times aveva presentato la proposta di unione bancaria come un modo «per sbloccare lo stallo che si ripercuote sul mercato interno e sulla fiducia dei cittadini europei». Scholz, ex ministro del Lavoro del Merkel II e sindaco di Amburgo fino alla seconda chiamata a Berlino nel 2018, tra i più borghesi e competenti della Spd, sperava di dare così prova di leadership. Aumentando sia il suo consenso interno e sia la visibilità nell’Ue.

Germania Scholz unione bancaria Mes
Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Getty).

GLI IMPRONUNCIABILI EUROBOND

Il ricambio all’Europarlamento e a Bruxelles – determinato dal sì di Merkel al presidente francese Emmanuel Macron – permetteva a Scholz di distanziarsi dalla rigida austerity del predecessore Wolfgang Schäuble. Nell’Ue c’erano, e ci sono, i margini per compiere dei progressi. La Francia e la Commissione Ue guardano con favore all’iniziativa del ministro tedesco, sebbene il vice di Merkel non possa permettersi (né probabilmente neanche la vorrebbe) la parola eurobond – da sempre amata dall’Italia – per lo stesso motivo per il quale la cancelliera resta così cauta. Il silenzio della Germania è dovuto però a ragioni opposte rispetto a quelle che hanno scatenato il frastuono dell’Italia su Mes e unione bancaria all’Eurogruppo del 4 dicembre a cui seguirà il Consiglio europeo del 12. Il cuore finanziario protezionista della Bundesbank rema contro, come i Paesi nordici e il blocco sovranista dell’Est, anche alla proposta ponderata di Scholz, ben accolta invece a sorpresa da parte delle banche tedesche.

UN’ASSICURAZIONE DELL’UE CONTRO L’INSOLVENZA

La cancelliera deve fronteggiare il dissenso dei bavaresi (Csu) e di frange più a destra della Cdu. Ma a maggior ragione in queste settimane l’Italia può spingere l’acceleratore sulle sue pretese, di fronte a una Germania indebolita dalla frenata economica e da una Grande coalizione tornata molto fragile. La linea moderata di Scholz è sconfessata dalla maggioranza degli iscritti ai socialdemocratici, che gli ha preferito Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, il duo dell’ala più solidale e comunarda, probabilmente anche più favorevole agli eurobond per spalmare i debiti dell’Ue. Il vice-cancelliere, visibilmente deluso, partecipa all’Eurogruppo fresco di sconfitta mentre il quarto governo Merkel traballa: il progetto di rilancio della Spd a sua immagine è fallito. Ma se non altro l’intenzione di «riattivare un dibattito morto» nell’Ue ha avuto successo: la sua proposta di creare un sistema comunitario di assicurazione sui depositi, anche attraverso il paracadute del fondo Salva-Stati europeo, per integrare il settore finanziario dell’Eurozona a tutela dei risparmiatori degli istituti insolventi, ha un senso per tutti i 19 Stati nell’euro.

Germania Scholz unione bancaria Mes Conte
Il premier italiano Giuseppe Conte con il ministro delle Finanze Roberto Gualtieri (Getty).

UN’UNIONE A IMMAGINE DELLA GERMANIA?

Ma è da evitare che con l’unione bancaria si ripetano i soliti squilibri dell’euro a vantaggio della Germania, per i rapporti di forza che hanno prodotto anche i vincoli del Mes attuale, in vigore dal 2012 e figlio dell’austerity di Schäuble. Scholz non è così fiscale, vuole mitigare: «Accettare un meccanismo comune di assicurazione dei depositi non è un piccolo passo per un ministro delle Finanze tedesco», ha scritto pensando a un sistema di riassicurazione che aiuterebbe i fondi nazionali a coprire i risparmi bancari fino a 100 mila euro. Il contraltare dell’unione bancaria sarebbe valutare i titoli di Stato in base al loro fattore di rischio, impiccando l’Italia (con un debito pubblico pari al 138% del Pil) e gli altri Stati dell’Eurozona esposti sui Btp come la Spagna. Allora sì, costretti a interventi di salvataggio del Mes. Comprensibile che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e Gualtieri siano inorriditi di fronte alla prospettiva di un possibile scaricabarile a Bruxelles sui bond statali, dati in pasto allo spread assieme alle banche italiane che ne sono piene. 

IL NODO DEUTSCHE BANK

Va poi capito quanto bisogno abbia ora anche la Germania di un’unione bancaria. Prima della crisi di Deutsche Bank e del calo interno di produzione a causa dei dazi degli Usa all’Ue e alla Cina, i fortini finanziari di Francoforte dietro i governi di Berlino respingevano piani europei che esponessero i contribuenti tedeschi ad alleggerire i crac in altri Paesi. Abbattere le barriere nazionali – con particolari garanzie – faciliterebbe però di questi tempi la fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank, fallita per il rischio che il secondo gigante tedesco affondasse sotto il peso del primo. Tra le precondizioni per l’unione bancaria, nella proposta di Scholz non si accenna alle masse di derivati presenti in gruppi come Deutsche Bank. Mentre si chiede per esempio di ridurre sotto il 5% dei crediti totali i crediti inesigibili che affliggono gli istituti italiani in sofferenza. Non c’è da stupirsi se le reazioni della finanza su Scholz riflettono gli interessi in gioco: per Deutsche Bank «carte molto benvenute», per Commerzbank un’unione che «rafforzerebbe l’Europa». Gruppi tedeschi più sani sono molto più prudenti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Europarlamento contro Consiglio: «La proposta sul bilancio fa fallire l’Europa»

Gli eurodeputati contro la bozza della presidenza finlandese che programma solo 1,07% del reddito per le politiche Ue. Il ministro per gli Affari europei Amendola: l'Italia è «assolutamente contraria».

Emmanuel Macron ne aveva fatto la sua scommessa. Con il ministro dell’Economia dell’Eurozona bocciato dalla Germania, con un vero fondo salva Stati sotto controllo del governo, almeno l’obiettivo di un vero bilancio europeo doveva essere centrato. E invece, quello che è maturato sotto la presidenza socialista finlandese è un compromesso che, complice la Brexit, definire al ribasso è poco. Il parlamento europeo non a caso lo ha bocciato sonoramente.

«CON QUESTE RISORSE PROGRAMMA IMPOSSIBILE»

La posizione della squadra di eurodeputati che dovrà negoziare il dossier con il Consiglio e la Commissione Ue è chiara: «La proposta della presidenza di turno finlandese per il bilancio Ue 2021-2027, inviata il 2 dicembre alle rappresentanze dei Paesi membri, «condanna l’Unione europea al fallimento» perché sarà «impossibile mettere in pratica» il programma della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen.

TROPPO POCO PER INVESTIMENTI, CLIMA, SICUREZZA E GIOVANI

Helsinki ha messo sul tavolo un bilancio per il prossimo settennato di programmazione pari all’1,07% del reddito nazionale lordo europeo. La Commissione ha proposto l’1,11%, mentre l’Eurocamera vorrebbe l’1,3%. Oggi, il bilancio 2014-2020 vale l’1,16% del Rnl Ue a 27 (Regno unito escluso). «La proposta della presidenza finlandese è molto al di sotto delle aspettative del Parlamento per quanto riguarda il rispetto degli impegni dell’Ue sugli investimenti, i giovani, il clima e la sicurezza», ha dichiarato in una nota il presidente della commissione bilanci del Pe, Johan Van Overtveldt. Il Pe critica anche il fatto che il documento faccia una «menzione molto limitata della riforma del sistema delle risorse proprie» del nuovo bilancio.

ITALIA «ASSOLUTAMENTE CONTRARIA»

Il ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola in un incontro con le imprese appartenenti al Gii, Gruppo di iniziativa italiana, ha detto che l’Italia è «assolutamente contraria» alla proposta di bilancio per il periodo 2021-2027 presentata dalla presidenza di turno finlandese dell’Ue. Amendola ha criticato in particolare i tagli prospettati per la politica di coesione osservando che quest’ultima, insieme alla politica agricola (che invece registrerebbe un aumento delle risorse), vengono comunque trattate come “vecchi arnesi”, senza comprendere che possono essere il motore del New Green Deal. «Rifiutiamo questa logica e chiediamo di lavorare molto di più sulle nuove risorse», ha osservato il ministro che era accompagnato dal rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, ambasciatore Maurizio Massari. «Non credo che la proposta della Finlandia raggiungerà alcun risultato».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it