Cinema chiusi: i film da vedere in streaming a casa

Le misure contro il coronavirus impongono di evitare luoghi affollati. E quindi anche le sale. Quindi, come fare? Occorre sistemare il divano, prendere un qualsiasi dispositivo elettronico, collegarsi a internet e seguire questa breve guida.

Andare al cinema, ai tempi del coronavirus, non è proprio semplice. Buona parte dei cittadini del Nord non può fisicamente. Ma anche per chi abita più a Sud, le notizie non sono buone perché alcuni film (Si vive una volta sola di Carlo Verdone, Lupin III – The First, Volevo Nascondermi e molti altri) sono stati temporaneamente sospesi. «Quindi, come facciamo?», vi starete chiedendo. Cari cinefili, non vi preoccupate: la soluzione è molto semplice ed è a portata di “clic”.

IL CINEMA A CASA

Basta un qualsiasi dispositivo elettronico, connesso a internet, per poter accedere a siti web a applicazioni che offrono servizi di streaming. Per alcuni è necessario l’abbonamento mensile, per altri, invece, basta l’acquisto o il noleggio una tantum. Scopriamo cosa offrono i cataloghi digitali dei principali servizi di streaming.

NETFLIX

Per quanto riguarda Netflix, serve necessariamente un abbonamento mensile. Per fortuna, ogni nuovo account ha a disposizione un mese di prova gratuito. Tra i film in catalogo a febbraio 2020, tra nuove pellicole e classici assolutamente da recuperare, vi consigliamo questi.

I PIÙ RECENTI

Storia di un matrimonio
The Irishman
Un posto tranquillo
Blade Runner 2049

DRAMMATICI

Whiplash
Se mi lasci ti cancello
La grande scommessa
Le ali della libertà
La teoria del tutto
Rush
12 anni schiavo
Lei

I GRANDI CLASSICI

Il padrino
American Histoy X
Jurassic Park
Quella sporca dozzina
Il Mago di Oz
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
Salvate il Soldato Ryan
Lo squalo
Forrest Gump
Colazione da Tiffany
Scarface

Blade Runner

PER I FAN DI MARTIN SCORSESE

Quei bravi ragazzi
The Departed
The Wolf of Wall Street

PER I FAN DI QUENTIN TARANTINO

Pulp fiction
Kill Bill Vol. 1
Kill Bill Vol. 2
Le iene

PER I FAN DI STANLEY KUBRICK

2001: odissea nello spazio
Arancia meccanica

PER I FAN DELLO STUDIO GHIBLI

Il mio vicino Totoro
Il castello nel cielo
Kiki – Consegne a domicilio
Porco Rosso

AMAZON PRIME VIDEO

Anche Prime Video, il servizio streaming di Amazon, ha nel suo catalogo alcuni titoli molto interessanti, da recuperare assolutamente in attesa che l’attività cinematografica torni regolare:

Il cavaliere oscuro – Il ritorno
Lady Bird
Quarto potere
Rocketman
Arrival
Il signore degli Anelli – La compagnia dell’anello
Ritorno al futuro
Il magico mondo di Amelie
Mad Max – Fury Road

SKY

Per quanto riguarda Sky, il discorso è leggermente diverso. A fianco dell’offerta in abbonamento, c’è anche quella di “Primafila”, ovvero il servizio a noleggio.

SKY IN ABBONAMENTO

Aquaman
Lo Hobbit
Ted Bundy – Fascino criminale

SKY PRIMAFILA

C’era una volta… a Hollywood
Joker
Ad Astra
Il re leone
Rambo – Last Blood

Gemini Man

INFINITY

Anche il servizio di streaming di Mediaset, Infinity, ha qualche asso nella manica. Nel catalogo, infatti, si può trovare:

C’era una volta… a Hollywood
Dunkirk
A star is born
La grande bellezza
Il cavaliere oscuro
Il traditore
Grand Budapest Hotel
Matrix
Dogman
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

GOOGLE PLAY FILM

Per quanto riguarda Google Play Film, si punta maggiormente sui titoli molto recenti. In questo caso, però, si tratta di acquisti e noleggi una tantum. E un singolo film può costare da 0,99€ a 13,99€. Tra i più visti, ci sono:

Spiderman – Far From Home
Downton Abbey – Il film
Yesterday
It – Volume 1
It – Volume 2
Avengers – Endgame
Harry Potter – La serie completa
Animali fantastici e dove trovarli – La serie completa
Suicide Squad

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L’Agcom contro la Rai sovranista: multa da 1,5 milioni

L'Authority ha accertato il mancato rispetto dei principi di indipendenza, imparzialità e pluralismo. Il Pd chiede le dimissioni di Salini.

Il Consiglio dell’Agcom ha accertato, con due diverse delibere, alcune violazioni degli obblighi di contratto di servizio da parte della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. In particolare, in merito a numerosi episodi riguardanti la programmazione diffusa dalle tre reti generaliste, l’Autorità ha accertato il mancato rispetto da parte di Rai dei principi di indipendenza, imparzialità e pluralismo e ha irrogato una sanzione pecuniaria di 1,5 milioni di euro.

L’Agcom – si legge in una nota – ha inoltre accertato il mancato rispetto dei principi di non discriminazione e trasparenza, in relazione al pricing effettivamente praticato, dalla concessionaria Rai, nella vendita degli spazi pubblicitari.

LO SPOT DI SALVINI DURANTE JUVE-ROMA

L’11 febbraio l’Agcom aveva risposto a un esposto del segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi, sullo spot di lancio di Porta a Porta con il leader della Lega Matteo Salvini durante Juve-Roma a tre giorni dalle elezioni in Emilia Romagna.

IL PD ALL’ATTACCO DEI VERTICI RAI

«La pronuncia (e multa)di Agcom sulla Rai dice cose chiare e gravi. Se si aggiunge la trasferta sanremese il quadro è completo. Cambiare e cambiare velocemente è l’unica via», ha scritto su Twitter il vicesegretario Pd Andrea Orlando.

«Dopo la sanzione da 1,5 milioni di euro alla Rai da parte dell’Agcom che ha accertato la violazione del contratto di servizio relativamente agli obblighi di imparzialità, pluralismo, trasparenza, indipendenza del servizio pubblico all’Ad Salini non resta che valutare la propria permanenza al vertice dell’azienda così come la permanenza degli attuali vertici dell’informazione», ha scritto in una nota il vicecapogruppo Pd alla Camera Michele Bordo.

UN VOTO CONTRARIO E UN’ASTENSIONE

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha deciso di irrogare la sanzione, con il voto contrario del commissario Mario Morcellini e l’astensione del commissario Francesco Posteraro, in ragione dell’ampiezza e della durata delle infrazioni, ma tenendo conto di alcune iniziative ripristinatorie. L’Autorità ha poi diffidato la concessionaria pubblica affinché elimini, nella vigenza del contratto di servizio 2018-2022, le violazioni e gli effetti delle infrazioni accertate, adottando specifiche misure volte a garantire il rispetto degli obblighi e a evitare il ripetersi delle violazioni in futuro, richiamando l’importanza della responsabilità editoriale pubblica della concessionaria.

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Raicarpet Sanremo: tutto quello che non ha luccicato

Dal record di presenze aziendali, circa 600 tra dirigenti e parenti, all'ambiguità del sponsor unico del Festival. Che ha avuto un unico vero padrone in questa 70esima edizione: Lucio Presta.

Il Pd ci ha persino fatto un’interrogazione. Quest’anno per Sanremo la Rai ha esagerato, occupando le prime file dell’Ariston con una pletora di dirigenti ma soprattutto, come ebbe a dire Giulio Andreotti commentando la rappresentanza numerosa che accompagnò Bettino Craxi in un viaggio in Cina, i loro cari. La prima fila Rai all’Ariston ha una storia di splendori e miserie: abolita da Luigi Gubitosi quando era direttore generale, decisione che fu confermata dai suoi successori Antonio Campo dall’Orto e Mario Orfeo, dallo scorso Festival è stata ripristinata dall’attuale amministratore delegato Fabrizio Salini.

L’edizione di quest’anno però si è distinta per la folta pattuglia di dirigenti, con tanto di parenti e staff al seguito. Una carica dei 600 sui cui il collegio sindacale dell’azienda vuole vederci chiaro. C’erano Salini con moglie e segretaria, il presidente Marcello Foa e consorte con addetta stampa, capo staff, consigliere per la comunicazione e segretaria, il direttore generale Alberto Matassino anche lui accompagnato, la consigliera M5s Beatrice Coletti (sempre presente con il marito), quello leghista Igor De Biasio alla prima serata.

Alcuni, tanto per ammortizzare le fatiche della trasferta, hanno affollato la platea per tutte e cinque le serate. A inchiodarli le immagini delle telecamere che li ritraevano gioiosamente soddisfatti mentre ballavano e sudavano, si alzavano in piedi e applaudivano. Più che un teatro, sembrava il karaoke del villaggio Valtur. Del resto il praticamente co-conduttore Fiorello è proprio da lì che ha mosso i primi passi di quella che poi è stata una folgorante carriera. Alle spalle dei top manager una pletora di conduttori e conduttrici (mancavano due o tre. Per scelta o perché non invitati/e dalla rete? Bisognerà forse chiederlo a Enza Gentile, responsabile comunicazione di RaiUno) e dirigenti di ogni ordine e grado.

RECORD DI PRESENZE AZIENDALI: CIRCA 600 TRA DIRIGENTI E CONGIUNTI

Si calcola fossero appunto in 600, ovvero un centinaio di persone in più rispetto alle altre edizioni del Festival. Insomma, record di ascolti, ma anche di presenze aziendali mai così folte. Alcuni lì per il gusto di esserci, visto che difficilmente la partecipazione di Antonio Preziosi (direttore di Rai Parlamento) o di Pier Francesco Forleo (direttore dei diritti sportivi) aveva una qualche attinenza al loro incarico. Per carità, i ricavi non sono certo mancati, anche per coprire la pletorica trasferta.

Da sinistra, Claudio Fasulo, vicedirettore di RaiUno, Amadeus e Stefano Coletta, direttore di Ra Uno.

Ci si augura che almeno i congiunti non siano finiti sulla nota spese di viale Mazzini. Ricavi copiosi, con qualche grana all’orizzonte, riassumibile nella battuta «Tim sponsor unico con Nutella» che risuonava all’Ariston tutti i giorni per descrivere lo strano e connubio tra il main sponsor, ovvero il colosso dei telefoni, e la più famosa spalmabile del mondo sui cui cartelloni le telecamere insistevano con reiterata frequenza. Pare che l’ad di Tim nonché ex dg Rai, ovvero Luigi Gubitosi, non l’abbia presa benissimo, soprattutto dopo i continui servizi “illuminanti” di Striscia la notizia.

IL VERO PADRONE DEL FESTIVAL: LUCIO PRESTA

Tra i vincitori della 70esima edizione della kermesse, anche l’agente dei teledivi Lucio Presta. Come lui stesso ha del resto sottolineato in un suo tweet giustamente denso di soddisfazione. È lui alla fine il vero padrone del Festival. Ha imposto Amadeus alla fino a un mese fa direttrice di RaiUno Teresa De Santis (che ha fatto causa alla Rai rivendicando i meriti del successo della manifestazione) quando Salini voleva a tutti i costi Alessandro Cattelan, pupillo della concorrenza Sky.

Amadeus e Lucio Presta.

E ha portato sul palco nelle varie serate un’infornata dei suoi assistiti. Da Rula Jebreal, si dice simpaticamente suggeritagli da Matteo Renzi, alla conduttrice albanese amica della moglie Paola Perego, da Antonella Clerici a Sabrina Salerno… fino naturalmente a Roberto Benigni. Sui cachet di tutti si è già detto e scritto in lungo e in largo. Un’ultima annotazione per dire che in questo Sanremo la Rai ha duplicato le conferenze stampa giornaliere. La prima, tradizionale, gestita dall’ufficio stampa dell’azienda. Una seconda, sperimentale, condotta in stile question time dalla conduttrice Giorgia Cardinaletti e andata in onda su RaiPlay, non esattamente un successo. Così come il dopo festival di Nicola Savino andato in onda sulla medesima piattaforma, che ha avuto meno di 20 mila visualizzazioni.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Sanremo 2021 fatelo condurre a Sabrina Salerno

Sa cantare, sa ballare e intrattenere, sa indossare e sa giocare, e, sopra ogni altra cosa, sa annunciare. Misteriosa miscela di sensualità, è stata lei l'autentica sorpresa del festival.

Dieci ragazze per lui posson bastare. Amadeus s’è allargato, ha fatto lo sborone, due vallette per sera, alcune incomprensibili, voleva valorizzare le donne e ha finito, come sempre quando si esagera, per sacrificarle: in tutto quel va e vieni, pareva la sala d’aspetto di un aeroporto. Pensare che era così facile. Dieci ragazze per lui e invece ne bastava una. L’unica, la sola, la spettacolare Sabrina Salerno. Altro che le regine Elisabette di Achille e le maschere su maschere di Ghali, è lei la vera sorpresa di questo Festival altrimenti soffocante. Lei che non ha controfigure. Senza coloranti e conservanti. Lei che sa cantare. Sa ballare e intrattenere; sa indossare e sa giocare, e, sopra ogni altra cosa, sa annunciare.

Frizzante al naturale, diva ma simpatica, rilassata e consapevole senza bisogno di parlarsi addosso, senza necessità di tirarsela (vero, Diletta Dilotta?). Senza sensi di colpa, falsi pudori, lacrimose intemerate. E smettetela di chiamarla solo per quei mesti amarcord, ella non è meteora, è una stella che brilla, favilla e scintilla come e più di allora. Perché trent’anni fa era un po’ troppa, in tutti i sensi, troppo irraggiungibile, troppo sopra le righe. Troppo Anni 80.

Adesso è la radiosa vicina di casa che ha sconfitto il tempo che non aspetta nessuno: confessa che ha vissuto, ma non lo fa pesare. Una leggerezza sbarazzina dentro un appeal senza scampo. Si chiama fascino, viene con l’età; quel restar ragazzina con gli occhi di una donna, la malizia di chi non si fa più travolgere da quello che le accade; invece travolge lei, misteriosa miscela di sensualità, autentica sorpresa che sa di conferma.

Sabrina Salerno e Amadeus durante la seconda serata di Sanremo.

LEGGI ANCHE: Le pagelle della finale di Sanremo 2020

In un Festival bricabrac dove tutti si parlavano addosso: Ama e Fiore di quanto sono amici; Tiziano Ferro dei suoi 40 anni; Laura Chimenti (Tg1) dei suoi figli; il vincitore Diodato della perduta Levante, che è sempre una faccenda personale; l’insopportabile Alketa, altra proposta impossibile da rifiutare, di sé, cioè del popolo albanese, cioè ancora di sé, e poi di sé, e dunque di sé, e quinci il mar da lungi e quindi il monte di parole su di sé; i rapper, per via che sono giovani e quindi incazzati e quindi al centro del mondo. Tutti quanti, di quanto erano umani – di come si preoccupavano – dei loro grandi successi.

L’intera prima linea, quella alla conduzione, era presidiata da un solo impresario al comando, Lucio Presta

In un Festival robivecchi dove tutti rubavano a tutti: Achille Lauro, senza pudore, dall’intera epopea del glam; i rapper l’uno dall’altro, tanto son tutti uguali; i Pinguini Tattici Nucleari da Leo Gassman, o viceversa; Elodie da Mahmood; Irene Grandi da Vasco; Piero Pelù, sfacciatissimamente, dai The Rasmus di Keep Your Heart Broken; Paolo Jannacci da suo padre; Anastasio, con quel riffone hard rock che insospettisce tutti, ma ancor da mettere a fuoco, forse giusto un sospetto di Rockets (On The Road Again).

Da sinistra, Diletta Leotta, Sabrina Salerno. Francesca Sofia Novello.

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In un Festival di misera riccanza, dove hanno imbarcato tale Elettra Miura, di professione ereditiera, evidentemente sulla base del censo, altra ragione davvero non è data; dove certe ragazze passavano in quanto fidanzate o ex ombrelline; dove l’intera prima linea, quella alla conduzione, era presidiata da un solo impresario al comando, Lucio Presta, che ha spedito al fronte: Amadeus, Rula Jeabral, Antonella Clerici, Alketa VeJsiu, già Mara Venier (sua testimone di nozze), col contorno di un pedagogico Roberto Benigni e tutto il resto è soia, inteso come alimento un po’ sfigato, anemico, esangue: in un carrozzone così.

La speranza è quella di riaverti, l’anno prossimo, dolce uragano che sei, tormento imprescindibile di tutte le serate

Sabrina ci ha messo un ritorno, vivaddio, senza nostalgia canaglia. Non ce n’era bisogno, lei è meglio di prima. «Io avevo il tuo poster in camera», gaffeggia Amadues strabuzzando anche il naso. Dimmi qualcosa che non so, Ama: tutti ce l’avevamo, il poster di Sabrina – e ogni tanto andava sostituito. Minchia Sabri, che ricordi; e che presente, e che speranze: quelle di riaverti, l’anno prossimo, dolce uragano che sei, tormento imprescindibile di tutte le serate. Tanto, li riconfermano tutti, un baraccone che fa il 60% l’ultima sera ha già scritto il destino nei titoli di coda. E noi a Sabrina non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo rinunciarci. Perché, come dice il poeta: «Mi sento così ipnotizzato, non posso spiegarti la scena: è tutto mesmerizzato, tutto dentro di me». E quando canterai ancora una volta Boys, Boys, Boys, ci alzeremo in piedi tutti quanti, noi maschi in bianco, la mano stretta sul cuore, perché quello è il nostro solo, unico, commovente, esaltante Inno di Mammelle.

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Chi è il vero vincitore del Festival di Sanremo 2020

No, non c'è stato solo un primo classificato. A trionfare siamo stati noi, i tele spettatori sopravvissuti. Ma anche Antonio, lo storico direttore di palco, la nostalgia, la famiglia e la pubblicità.

Chi ha vinto Sanremo? Anzitutto, l’abbiamo vinto noi, che siamo qui il giorno dopo a parlarne, sopravvissuti, scampati all’orgia canora e televisiva che ha impazzato per quasi un’intera settimana. Può sembrare ironico, ma scamparla è verbo principe della contemporaneità. Se siamo scampati (per ora) al coronavirus cinese, al disastro del Frecciarossa, alle frenate della metropolitana, alle scocciature degli importuni, figuriamoci se non potevamo sopravvivere al 70° Festival della canzone italiana, anche se ci è voluta molta ironia e pazienza per farcela.

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ANTONIO, LO STORICO DIRETTORE DI PALCO

Il secondo vincitore di Sanremo 2020 è Antonio, il direttore di palco che da 30 anni da dietro le quinte fa funzionare la macchina dello spettacolo e che forse mai come questa volta ha dovuto dirigere un conduttore così scoordinato, che non sapeva un momento prima cosa sarebbe successo il momento dopo, in una confusione di vallette, Fiorelli, ospiti di ogni risma tipo baraccone di circo in cui si entra per vedere l’uomo più forte del mondo e la donna barbuta. In alcuni momenti Amadeus ha mostrato fastidio per la presenza di Antonio che lo teneva legato a un filo come un marionettista che muove il suo pupazzo, ma nei pochi istanti in cui Antonio è comparso sulla scena, si è capito che senza di lui il casino sarebbe diventato inestricabile.

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I CANTANTI (SOLO PER IL FATTO DI ESSERCI)

I cantanti hanno vinto tutti, per il solo fatto di esserci e di potersi esibire. La loro vittoria l’avevano già agguantata nella fase di selezione. La componente agonistica ha ormai poco appeal, anch’essa un marasma poco chiaro che comprende la giuria demoscopica – entità misteriosa, probabilmente hackerata dalla Russia – e altre giurie variamente composte, ma tutto molto opaco e indistinto, con i verdetti da accettare con un atto di fede, tanto chissenefrega.

Massimo Ranieri.

LA NOSTALGIA E L’ITALIA CHE FU

Poi, ha vinto la nostalgia, evocata da una serie infinita di révenant della canzone, che non portavano solo la loro vecchia musica, ma istantanee di un’Italia che fu, e che ancora rimane in sottofondo, ed è forse la stessa continuamente invocata da Salvini quando fa balenare – a generazioni di pensionati e pensionandi – la possibilità di un ritorno a un mondo passato, quando non c’erano migranti da tollerare e Vorrei la pelle nera era solo una canzonetta tra le altre.

LA FAMIGLIA

Altra immancabile vincitrice, la famiglia, in tutte le salse. Albano e Romina Power che vengono presentati dalla loro figlia. Le mogli dei campioni sportivi. La nonna di Diletta Leotta. La madre di Rula Jebreal. Il figlio di Amadeus seduto in prima fila. Il rampollo della dinastia Gassman che vince tra i giovani, che strano, chi l’avrebbe mai detto? La famiglia vince sempre in Italia, vince tutto, anche se è una famiglia finta, rimescolata e ricomposta, come nel caso di Albano e Romina Power, che pure sarebbero divorziati, ma cosa importa, il divorzio qui non è una cosa seria, è solo un passaggio nelle cronache rosa dei settimanali di gossip.

Achille Lauro sul palco (LaPresse).

LO SCENOGRAFO

Ancora, ha vinto lo scenografo, che con le sue megacurve voluttuose e i colori cangianti si è candidato direttamente per allestire lo show del prossimo Eurovision Song Contest di Rotterdam, in programma il prossimo maggio. Per l’Italia ci andrà Diodato. Dio glielo ha dato e guai a chi glielo tocca.

GLI SPONSOR E LA PUBBLICITÀ

Infine, hanno vinto gli sponsor e gli investitori pubblicitari che hanno dilagato, facendo aumentare a dismisura la durata delle serate.

Cinque giorni di Sanremo. Quasi un periodo di quarantena, con milioni di persone in casa davanti al televisore, senza affollare cinema e ristoranti a rischio di contagio. Se l’Italia scamperà al virus lo dovremo anche al Festival, che almeno per questo sarà servito a qualcosa.

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Le pagelle della finale di Sanremo 2020

Vince Diodato, secondo Francesco Gabbani. Ma il Festival non convince: è estenuante, all'insegna della megalomania, una fiera del conformismo. Il migliore dei cantanti? Masini. La peggiore? Elettra Lamborghini. I voti di Massimo Del Papa.

Quale Festival sia stato, dico la verità, io non l’ho capito. Quest’anno come non mai. Estenuante, dirottato, dilatato Festival donchisciottesco, come il cavaliere che «salì sul destriero e partì in tutte le direzioni». Un anniversario, questo dei 70 anni, all’insegna della megalomania: dieci vallette per Amadeus, il superospite che ha finito per superrompere, Tiziano Ferro, che in una settimana ha ricantato praticamente tutto il repertorio, 24 prescindibili canzoni dei sedicenti big, più quelle dei presunti giovani, più un numero imprecisato di ospiti o avventizi, trasmissioni di cinque, di sei ore ogni notte. Di tutto e di più, come vuole la filosofia della megaditta, ma dove andasse a parare era difficile dire.

Forse la sua fisionomia stava nel non averne una, nel rivestirsi ogni volta di panni diversi, un po’ come i cantanti, mediocri, prescindibili, che si susseguivano sul palco mettendo e smettendo maschere, costumi, espedienti scenici. Nella tragica ammissione che le canzoni, lievito, ragione prima del Festival, non c’erano, non potevano bastare.

ELETTRA LAMBORGHINI NEI BIG: STIAMO SCHERZANDO?

Festival della musica, delle canzoni no, assolutamente: Sanremo poteva rispecchiare un panorama sonoro agli esordi, quando in tre o quattro cantavano quasi tutto e non c’erano alternative. Oggi no. Oggi abbiamo una rassegna tra color che son sospesi, da una parte i senatori che la musica italiana la rappresentavano 50 anni fa, dall’altra aspiranti che non la rappresenteranno mai. Fino ai casi limite, inspiegabili con le ragioni della logica, come questa ereditiera Elettra Miura, per giunta fatta esordire nei cosiddetti big: stiamo scherzando? Siamo messi male, ma c’è nel mezzo tutta una effervescenza di proposte, di generi, di canali di diffusione che Sanremo assolutamente non intercetta. Sanremo semplicemente offre ogni anno 20, 24 pezzulli di insostenibile leggerezza, che di solito finiscono per evaporare in una settimana.

NO, SANREMO NON RISPECCHIA IL PAESE

Allo stesso modo, Sanremo non rispecchia il Paese. Le ragioni le abbiamo dette e sono semplicissime: il Paese non è, non può essere il baraccone vanitoso e ipocrita, aspirante e rantolante di una settimana di Festival. Per evidenti riscontri: tanto falsamente amoroso quanto veramente infame la cosiddetta società civile, unico reale momento di corrispondenza il duello rusticano tra gli amiconi Bugo e Morgan, minacce, miraggi, sputi, morsi e la scissione in diretta. Il resto è noia festaiola roba per gaudenti intristiti, alimentati a Ovomaltina.

SANREMO NON È CANZONISSIMA MA LA CORRIDA

Sanremo Festival non rispecchia, se non per coazione a ripetere, la televisione intesa come show: non è Canzonissima, anche se la cerca, trovando se mai La Corrida. Non è talent, anche se i talent li succhia. Non è reality, anche se spesso lo ricorda. Meno di tutto è trasgressione, esperimento. È una fiera di conformismi borghesi, di buoni sentimenti e di valori rassicuranti, trafitti da siparietti il più delle volte insulsi. È televisione senza tempo, con troppi riferimenti e quindi senza riferimenti certi, un modo di fare intrattenimento televisivo “in tutte le direzioni”, brancaleonesco, velleitario. Il fatto che il pubblico lo premi sta a significare solo che non ha alternative, che è automatizzato, e magari addestrato a considerare questa kermesse bestiale una messa solenne cui sarebbe imperdonabile, chissà poi perché, mancare.

Sanremo non è impegno vero, perché le lacrime sono sintetiche, asciugano subito, e non è autentico svago, quest’anno hanno saggiamente rinunciato ai comici, che a Sanremo non fanno mai ridere. Si sono affidati a un Fiorello a corrente alternata, ed è bastato ed è avanzato.

ALLA FINE, SANREMO È SEMPRE SANREMO

Allora chi rappresenta Sanremo? È semplice: rappresenta se stesso. Si alimenta e si fagocita, nutre una proiezione, difende la Disneyland alla vaccinara che è. Pura autoreferenzialità che tuttavia a cerchi concentrici finisce per abbracciare “in tutte le direzioni” la discografia, gli sponsor, la pubblicità televisiva, la Rai, la politica, il sottobosco di affaristi, intrallazzi, maneggi, corruzioni, lottizzazioni. Sanremo è Sanremo, come dice la sigletta: e significa un tutto, un’idea magari non hegeliana ma terribilmente pratica, senz’altro. Per questo Sanremo, come gli uomini di Mia Martini, non cambia, se non molto lentamente, un passo felpato dopo l’altro. Sanremo non cambia, è un po’ come il Clero, aspetta che il mondo cambi intorno a lui e poi se ne appropria, si adegua millantando chissà quali mutazioni.

Nella sua eternità gattoparda sta il suo trionfo miserabile, da sintetizzare come segue: «Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo». Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologhi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. Il fatto che a cantare fossero dei giovani, serviva a garantirli che la loro approvazione rientrava nell’aspetto giovanile del fenomeno. La verità è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso, di quella gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali, lo spettacolo mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato. Nessuna idea, nelle parole e nei motivi. Nessuna idea nelle interpretazioni. E alcune mi venivano segnalate come particolarmente buone.

C’era un tale, per esempio, coi capelli alla bebè che sembrava protestare contro il fatto che malintenzionati gli tirassero delle pietre. Non si capiva perché si lamentasse tanto. Avrebbe voluto che gli tirassero delle bombe? Oppure? Che un tipo simile venga lapidato dovrebbe essere normale. È brutto, sporco e probabilmente velenoso. So bene che è inutile lamentarsi sui risultati di una politica produzione-consumo. Interessi economici molto forti possono modificare non soltanto il gusto, ma la biologia di un popolo che cade in questa impasse. La trasmissione era ascoltata, dicono, da 22 milioni di telespettatori, che è a dire tutta l’Italia, il Paese dei mandolini.

Questo è Flaiano e scrive nel 1968. Si può discordare sulla percezione, non sulla descrizione, e tanto meno sul fatto che siano righe senza tempo. Sanremo è senza tempo. In tutti i sensi, la finale dura 6 ore. Fine della tragggedia, da domani torniamo ad occuparci di minima immoralia, storie di tutti i giorni a base di epidemie, stragi, carestie. Sono le 3, nunc animus redit! ‘Na pisciatina, ‘na salve Regina, e in santa pace se n’annamo a letto.

LE PAGELLE DEI CONDUTTORI: SABRINA NON SI TOCCA, MALISSIMO LEOTTA E NOVELLO. AMADEUS? AFFIDABILE. FIORELLO NON PUNGE

AMADEUS: 5. La spalla di Fiorello. Affidabile, sì, ma se non c’era l’altro avrebbe talmente stufato che per almeno un anno nessuno avrebbe più voluto saperne manco dei Soliti ignoti.

FIORELLO: 6. Si è detto tanto della normalizzazione di Benigni, ma che dire della sua? Cazzeggia, diverte (a sprazzi), ma non punge. E poi ogni tanto spostati, Fiore, fammi vedere il Festival.

MARA VENIER: S. V. Finitela di chiamarla “Venié“: non è di Parigi, xe de Venessia, orco can! Quanto a leggiadria, se la gioca con Elettra Pem Pem.

DILETTA LEOTTA: 3. L’han fatta tornare dopo la disastrosa prima sera. Artefatta senz’arte. Questa di sintetico ha pure l’anima.

SABRINA SALERNO: 10. Giù le mani da Sabrina, Sabrina non si tocca. Purtroppo. Minchia Sabri, l’anno prossimo voglio solo te, sempre te, tutte le sere, tutte le ore, pure al dopofestival, pure al tigì.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. Qua qua qua, leggere non sa, annunciare per carità, cosa ci fa nessuno lo sa, è un portaombrelli, qua qua qua.

LE PAGELLE DEI CANTANTI: MASINI IL MIGLIORE, TERRIBILI I “FIGLI DI MARIA. MA MAI QUANTO ELETTRA

MICHELE ZARRILLO: 4. E vola vola vola vola e vola lu Zarrillo, ha un pezzo piccirillo, ma chi lo ascolterà.

ELODIE: 4. Finalmente raffinata, la nuova Elodie, una Elodie verde. È una cantante o una benzina?

ENRICO NIGIOTTI: 2. Dolciastro, pienotto, a volte un po’ indigesto. Pernigiotti.

IRENE GRANDI: 4. Irene, facci un favore: piantala con le frattaglie di Vasco. Hai 50 anni, 25 di carriera, come fai a infognarti con una cazzata così? Fallo per te. Vasco io non ci casco.

ALBERTO URSO: 1. «Voglio che la mia musica vada all’estero». Anche noi, anche noi. Migra, migra, biglietto di sola andata. Vai ad est, che c’è il sole.

DIODATO: 5/6. Diodato una vregadura e du non de ne sei aggordo. E gosì ho vindo io.

MARCO MASINI: 7. Guardate che la sua è una gran bella canzone. Con salti di ottava rischiosi. Con una linea melodica efficace. Padre Masini, canta pro nobis.

LEO GASSMAN: 2. In famiglia si saranno detti, basta col cinema, col teatro, possiamo solo peggiorare; a questo gli facciamo fare il cantante, che ci vuole, un paio di telefonate ed è fatta.

PIERO PELÙ: 4. Con questo spigliato pezzo plagio di Keep Your Heart Broken dei The Rasmus, Pieringo Boys consacra il nipote “piccolo Budda”. Sì, un Buddino al Tamarrindo.

LEVANTE: 6+. Participio presente del verbo levare. Sì, ma troppo secca: diletta le ossa. Tikibombom, magnati un cappon.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI: 4/5. Che fa rima con cazzari: è la quota indie, inderogabile al Festival, come i rapper e i figli di Maria. Indie per cui, terzi: ma clonano Leo Gassman, o viceversa.

ACHILLE LAURO: 2. «Ullallà, oddio». Scusate, reghèzzi, a me mi pare una stronzèta. Musicalmente un pacco. Pacchettino, va’. Pacchille Lauro dice «no alla mascolinità tossica». Sì, si vede.

JUNIOR CALLY: 2. Il rap ha il grande merito di mostrare quanti sordi ci sono in giro. Così tante parole, così poco da dire. Nessun filosofo, cito Keith Richards.

RAFAEL GUALAZZI: 6 1/2. L’estate è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare. Sia benedetto Rafael, che è una persona seria perché non si prende sul serio (e ci sa fare).

TOSCA: 6+. Brava interprete, soffusa atmosfera, discreta canzone. In 3 minuti t’invecchia di 60 anni.

FRANCESCO GABBANI: 4/5. “Scè dovesscimo schpiegare”, diremmo che queschta canscione sciembra la réclame dell’antiacido. E arriva scieconda.

RITA PAVONE: 5/6. Gian Burrasca all’ultimo «hurrah». Bene brava, complimenti alla resilienza, però, per il futuro, possiamo fare senza?

LE VIBRAZIONI: 2. Imporre ‘sta solfa anche ai non udenti è cattiveria. Vibreranno pure, ma come uno smartphone, sono un pendolo tra la noia e il languore, dovrebbero chiamarsi le Oscillazioni.

ANASTASIO: 6+. Quo vadis, Anastasio? D’accordo, sei ragazzo, dillo pure «m’incazzo», ma quello che ci vuole è non dimenticare che fa presto a seccare un fiore sotto al sole. Scusa, stavo rappando.

RIKI: 1. «Sin da piccolo Riki si avvicina al mondo della Musica». La Musica regolarmente lo caccia a nerbate. Poi arriva Maria. Ciao zia, guarda come li dispero.

GIORDANA ANGI: 1/2. «Il mio nuovo disco si chiama Voglio essere tua». No, ma chi ti ha chiesto niente.

PAOLO JANNACCI: 6-. Se me lo dicevi prima, che cantavi, cambiavo canale. Perché ci vuole orecchio. Se ti limiti a suonare, invece, va bene.

ELETTRA LAMBORGHINI: 0. E su, che mi spaventi il cane.

RANCORE: 4. Non ho afferrèto, scusi. Due quintali di parole, ho capito solo tac tac tac. O sono sordo io, o è sordo chi lo apprezza. Ma vince il premio miglior testo. L’ho perso, ho un rancore.

(In memoriam) MORGAN E BUGO. Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata. Nella notte, Salvini ha citofonato a Morgan: ha risposto quell’altro.

LE PAGELLE DEGLI OSPITI: S.V.

IVAN COTTINI-BIANCA MARIA BERARDI: S.V. Ballare con la sla. Fin che si può, sapendo la fine che viene. Lasciarla un istante su quella carrozzina è umano, chiamarla “un valore” una bugia.

BIAGIO ANTONACCI: S.V. Va beh, io vado a fumarmi una sigaretta, eh

TIZIANO FERRO: S.V. Va beh, io vado a fumarmi tutto il pacchetto, eh?

LO SHOW: 5. La mamma, la patria, lo stellone, il pallone. E finisce all’alba.

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Le pagelle della quarta serata di Sanremo 2020

Il Festival è un trionfo di perbenismo. Amadeus senza ironia, Novello senza talenti. Meglio Fiorello e Clerici. E tra i cantanti in gara si salvano Tosca, Gualazzi, Anastasio e la veterana Pavone.

Vanitas vanitatum et omnia Festival. Sanremo schizoide non rinuncia a ciò che gli riesce meglio: predicare dal pulpito sbagliato. Non è più un Festival, è un catechismo, un oratorio, un convento, un confessionale, un eremo, un corso di educazione civica, una lezione di comportamento sociale, un trionfo del perbenismo borghese, un’orgia di politicamente corretto mascherato da trasgressione. Pipponi travestiti da monologhi anche sciatti, imprecisi, approssimativi ma da ascoltare in religiosa contrizione; e questa è per l’appunto la vanità del cardinale.

Vanità sono i 300 mila euro pretesi da Benigni per recitare un Cantico dei Cantici liofilizzato. Vanità è il vecchio istrione che si atteggia a “Diablo” ma si vergogna “di essere uomo”, tutti qui ostentano vergogna per quello che sono ma la vergogna è estroflessa, mi vergogno per come siete, per la categoria cui appartengo senza colpa, mi vergogno per voi e di voi. Vanità è la megalomania di Fiorello che dice: Tiziano Ferro mi manda l’odio, offesissimo da un tweet di Tiziano il quale si è superbamente offeso perché l’altro la tira in lungo e ci vuole la diplomazia di Amadeus per risolver tutto a tarallucci e baci, roba da asilo Mariuccia, con tanto di vanitose letterine di scuse vergate a mano e diffuse via social.

Vanità è la mamma di Diletta Leotta, autrice di un disastroso discorso sulla bellezza – la sua; vanità è la madre che difende la figlia, «attacchi sessisti e invidiosi proprio dalle donne», che è una squisita logica di cosca. Vanità sono le tre generazioni di Leotta ritoccate, si vede che hanno qualche chirurgo estetico in famiglia. Vanità è l’artista allo sfascio che pretende dirigere l’orchestra e alle critiche replica: siete degli stronzi, anche Mozart arrivava ultimo, io sono come i Beatles. Tutto è vanità, a partire da questa presunzione di avere la verità rivelata e di poterla imporre a 10 milioni di capri espiatori. E così, vanità per vanità, omelia dopo omelia, ogni serata dura più della precedente, ormai siamo a sei ore.

CONDUTTORI

AMADEUS: 5. Che emozione, sono ragazzi fortissimi, che evento, che meraviglia, che donna meravigliosa, sono particolarmente felice. A presentare così son buoni tutti, non serve neanche il gobbo. E poi: ironia, non pervenuta. Preciso, ma ti fa cascare il naso, il mento e anche più giù.

FIORELLO: 6+. Vestito da Bianconiglio (questa è sottiletta, la capiranno gli insider) torna ai tempi del Villaggio Vacanze. Un po’ impermalosito, a tratti imbolsito, ma ogni tanto il Walter Chiari che riposa in lui torna ad agitarsi.

ANTONELLA CLERICI: 6+. Ormai si porge a tutti come avessero da 10 anni in giù. Però è anche l’unica vera conduttrice vista quest’anno. E col pappagallo, che fa un passo indietro da Amadeus. Da donna vera e da vera donna, giustamente.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. File under: modella, ma soprattutto ex “ombrellina”, poi promossa fidanzata, di Valentino Rossi. Presentare no, manco le basi del mestiere, forse perché non l’ha fatto mai. Però strimpella il piano: pare il saggio di fine anno. Prova a dire che non sa far niente.

GIOVANI

TECLA (8 Marzo): 2. È in odore, pungente, di plagio – “Un senso” di Vasco Rossi, ma si sa come funziona qui: se sei predestinato, puoi clonare pure il Padreterno. Insulsa, del resto. «Ci vuole forza e coraggio» lo diceva sempre la prof di matematica, Iride Milza, chiamandoci a interrogazione. Poi ci ammazzava, però.

MARCO SENTIERI (Billy Blu): 6. A parte i capelli a casco da ciclista, il suo recitativo racconta una storia tragica di bullismo riscattata dalla Nemesi del bene. Molto orchestrata, un po’ alla Cristicchi. Non male, meritava di più. Ma non era un predestinato.

LEO GASSMAN (Vai Bene Così): 3. A proposito di predestinati. No ma il cognome mica c’entra, basta con questa storia, non perché è figlio e nipote di, è che è il nuovo Jim Morrison e mica ci ha colpa lui. C’ha un risucchio che tre minuti che lo senti e ti viene il reflusso gastrico. Bravo, hai vinto, chi l’avrebbe detto, l’anno prossimo tra i Big, Brancaleon, Brancaleon, Brancaleon.

FASMA (Per Sentirmi Vivo): 3/4. Cos’è, un nome d’arte o una crasi? La vedo bene al supermercato, mentre faccio la fila. Ma poi, se vuoi andar via da questa città, chi te lo impedisce? Gli archi vorrebbero essere drammatici, ma sono solo vecchi.

BIG

PAOLO JANNACCI (Voglio Parlarti Adesso): 5/6. Pianista, tanta esperienza, la musica la conosce e la canzone, grondante romanticismo, è ben costruita. Però non può cantare. Neanche Enzo, il padre, sapeva cantare. Però era un’altra cosa, ed erano altre canzoni.

RANCORE (Eden): 4. Se l’è, ‘sto tac tac tac? E poi, ‘ste infiorettature di piano tardoromantico non si usavano negli anni ’90? Dico la verità, non capisco niente di quello che dice, anzi che rappa, ma mi fido. Il flow, quella roba lì.

GIORDANA ANGI (A Mia Madre): 2. La piccola Angi parla festivalissimevolmente di mamma, cuore, amore, insicurezze. Sarò io una vecchia carogna, ma sui toni gravi mi ricorda Maria, pensa te; sugli acuti, pare il raglio di un somaro.

FRANCESCO GABBANI (Viceversa): 4. Ah, ma c’è di mezzo Pacifico, apposta mi pareva così brutta. Ma il problema è un altro, è “sciè dovesscimo schpiegare in pochisscime parole”, ma cos’ha in bocca? Una patata? p.s. Non so se l’ho già scritto, comunque è un bluff. Grosso. Bluffone.

RAFAEL GUALAZZI (Carioca): 6+. E Tropicana, jè. Punta, è chiaro all’estate pigliando la rincorsa, ma meglio l’estate delle menate. Viva il disimpegno, che poi disimpegno non è (ricordati di Carosone). Semel in Festival licet de bailar.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Ringo Starr): 5. Finisse così, amen, quando tornate a casa date una carezza ai ragazzi e ditegli che è la carezza Del Papa. Invece si nasce cazzari e si finisce coscienze civili. Tutto nel girone che va da un Festivalone a un Concertone. E questo mi indispone.

ANASTASIO (Rosso di Rabbia): 6+. Ve lo ricordate il film Anastasia, mio fratello, con Sordi? Duro, eh? Anche il nostro Anastasio è duro. Pure troppo. Sì, lui è bravo. Però, per qualche motivo, questo riffaccione hard lascia un po’ di amaro in bocca. Manca qualcosa, e c’è qualcosa di troppo.

ELODIE (Andromeda): 3. Scusate, eh: ma se io ho voglia di sentirmi Mahmood, sento Mahmood. Se sento Elodie e viene fuori Mahmood, è inutile che sento Elodie. Che è pure stonata.

RIKI (Lo Sappiamo Entrambi): 2. Oddio, ma è il “filosofo” Fusaro! No, è Riki. Vabbè è uguale. Facciamo Riki Riki insieme?

DIODATO (Fai Rumore): 5. Nuovo Indie? Autore? Ma dai: sanremese senza un domani. «Non lo so se mi conviene se il tuo rumore mi fa bene» è uno dei versi più insidiosi in 70 anni di nefandezze festivaliere; «Pem Pem», risponde Elettra Miura.

IRENE GRANDI (Finalmente Io): 4. Non sarà neanche colpa sua, che se le dai qualcosa di decente la regge: ma questa canzonettina qui la rende un po’ patetica. «Se vuoi fare sesso facciamo adesso oppure è lo stesso», è quanto di più imbarazzante. C’è chi dice no, Irene: la prossima volta, a Vasco digli di no.

ACHILLE LAURO (Me ne frego): 2. Ah, voi dite che copio Bowie? E io lo rifaccio o giù di lì. Ah, voi dite che copio Zero? E io lo ricalco pari pari (stagioni 1977, 1984, 2020). Ad libitum, Gary Glitter, Marc Bolan, Sweet, Slade, hai voglia. Lui dice che no, stasera ha la Marchesa (Casati). Bòn, ma tu, di tuo, cosa ci metti? Ullallà, oddio, per chi si accontenta dei succedanei, per chi non nutre memoria ma disperate nostalgie.

PIERO PELÙ (Gigante): 4. Lo sapete che vi dico? Che ‘sta tamarrata di mash up I was made for loving you dei Kiss/Furia cavallo del West di Mal è la canzone perfetta per Sanremo: gli starebbe proprio bene, a Pelù, di vincerlo il Festival. Proprio bene, capite a me.

TOSCA (Ho Amato Tutto): 6+. Piace agli artisti, piace all’orchestra, piace a chi mastica musica. Proposta classica o datata? Raffinata o stilizzata? Comunque al palco dovrebbe arrivarci, senza scandalizzare nessuno (anzi, sarebbe scandaloso il contrario).

MICHELE ZARRILLO (Nell’Estasi O Nel Fango): 5/6. Cerca di svecchiarsi, ma passando sempre di qua. Una sua storia ce l’ha: forse questo poppettino screziato di soul gli porta qualche pagina nuovamente fortunata.

JUNIOR CALLY (No Grazie): 3. Adesso che si è tolto la maschera abbiamo capito: non c’era da preoccuparsi, c’era da ridere. Dicono che, alla lunga, ricalchi il grande Ugolino (Ma che bella giornata, 1968); verissimo: lo insegue: ma mica lo raggiunge. Il titolo interpreta il sentimento comune, una volta che lo si è ascoltato.

LE VIBRAZIONI (Dov’è): 1. La canzone forse più insulsa, più vecchia, più fanfarona, più banale, più “lialosa” del Festival, rischia di vincere il Festival. Perché è puro Festival, puro Sanremo.

ALBERTO URSO (Il Sole Ad Est): 2. È l’1:34 del mattino, sto seguendo il maledetto Festival da 5 ore secche, mi tocca sentire Piero Mazzocchetti reincarnato in Scialpi. Odio il mondo, odio tutti e soprattutto odio chi mi dice di non odiare. Perché parlate bene, voi al caldo sotto le fottute coperte.

LEVANTE (Tikibombom): 6. Al secondo ascolto, quel minimo effetto sorpresa è già svanito: ti accorgi che la signorina “vissi d’arte” ha pensato al 90% alle radio e il resto al fatidico impegno. Però, siccome anche le paraculate bisogna saperle fare, considerato il livello medio, vai, Levante, ti do la sufficienza e sparisci prima che cambi idea.

BUGO E MORGAN (Sincero): S.V. Dicono Morgan sia andato di traverso agli orchestrali con la sua megalomania malata. Certo questa pagliacciata è stata la sua ultima: cambia le parole, forse alludendo al socio, Bugo, che la prende male e lo sfancula. L’unico momento vivo del Festival sta nel suicidio degli ultimi annunciati: l’importante è finire male.

RITA PAVONE (Niente – Resilienza 74): 6+. E non si può far cantare il Pel di Carota alle due di mattina, su! Ha 74 anni, è stata pure male, bisogna essere delle carogne. E invece, carica come una pila, spazza via tutto e tutti ed è l’unica vera esibizione rock della nottata. Altro che Pelouche. E pazienza se la canzone non è granché.

ENRICO NIGIOTTI (Baciami Adesso): 4. Una lagna petalosa da far cascare gli zuccheri, poi improvvisamente imbraccia la chitarra e spara un curioso assolo alla Guns and Roses. Rob de matt.

ELETTRA LAMBORGHINI (Musica – E Il Resto Scompare): 0. Elettra Miura mette il turbo: pem pem, e non ce n’è per nessuno. Il resto scompare. Soprattutto la musica, scompare.

MARCO MASINI (Il Confronto): 5/6. Ascolta, si fa giorno: ti parla padre Masini. Ormai la sua scelta è netta, è chiara: una eterna confessione, canzoni sempre più scoperte, dolenti e, in fondo, non brutte. Sempre snobbato dalla critica, Masini si è ricavato un suo ruolo d’autore, e merita rispetto. Sono le 2:20, la messa è finita, è durata sei ore, andate in pace a morire tutti ammazzati.

OSPITI

TIZIANO FERRO: 5-. Sì ma una settimana intera di Tiziano Ferro farebbe arrugginire anche il Padreterno.

DUA LIPA: 2. Ed è subito fashion concept. La youtuber è amica dei Ferragnez, quindi i contenuti forti sono assicurati. Un modello, un inno per le donne, così difese in questo Festival.

GHALI: 3. Un quarto d’ora di licenza, a mezzanotte suonata, manco fosse Sinatra. Poi ancora dal palco della Nutella: troppo Ghali nel pollaio. Qui Ghali ci cova.

GIANNA NANNINI: 6. Un buon disco, ma poco fortunato. A Sanremo ne propone l’estratto forse più debole, poi non si capisce che bisogno abbia di zavorrarsi con questo tipo che non vale un Coez. Lasciamola riscattarsi con qualche classicone in salsa orchestrale, che va bene così.

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Chi è Dua Lipa, ospite della quarta serata di Sanremo 2020

La cantante sarà ospite il 7 febbraio al teatro Ariston, nella 70esima edizione del Festival. Conosciamola meglio.

Dua Lipa è una famosa cantante dal successo internazionale. Nata sotto il segno del Leone nel 1995 a Londra, è un’artista solare e sempre sorridente. Ama la vita ed è molto nota sui social (39,2 milioni di follower su Instagram).

LA CARRIERA DI DUA LIPA

Durante la conferenza stampa del 14 gennaio 2020 il conduttore Amadeus ha fatto a tutti una bellissima sorpresa annunciando che la giovane Dua Lipa sarebbe stata ospite internazionale sul palco del Teatro Ariston durante la quarta serata del Festival di Sanremo 2020.

A 14 anni, Dua Lipa inizia a pubblicare su YouTube alcune cover di artisti come Christina Aguilera e Nelly Furtado. Nel 2010 frequenta la Parliament Hill School e lavora come modella. Nel 2015 ha fatto il suo debutto con New Love, primo singolo, al quale segue Be The One portando a casa un successo strepitoso. Con il pezzo No Lie, invece, si distingue soprattutto in Italia e con l’album Dua Lipa del 2017 fa schizzare il singolo New Rules al primo posto nella classifica inglese UK.

CURIOSITÀ SU DUA LIPA

I genitori della cantante sono albanesi, originari del Kosovo. Il significato del nome dell’artista è «amore». Suo padre è un musicista e resta per lei un esempio di talento e ispirazione.

Dua Lipa è stata fidanzata con Isaac Crew per poi iniziare una storia con Calvin Harris. Dal 2019, la cantante sta con Anwar Hadid, modello di Los Angeles che ha posato anche per Teen Vogue per poi diventare testimonial di Hugo Boss. Altra curiosità: Dua Lipa è una grande amica di Chiara Ferragni.

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Chi è Francesca Sofia Novello, co-conduttrice di Sanremo 2020

La modella sarà sul palco dell'Ariston in 7 febbraio. Conosciamola meglio.

La co-conduttrice della quarta serata del Festival di Sanremo 2020 sarà Francesca Sofia Novello. Si tratta di una modella, nata ad Arese, in provincia di Milano, il 14 ottobre nel 1994, sotto il segno zodiacale della Bilancia.

LA CARRIERA DI FRANCESCA SOFIA NOVELLO

È iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Segue una dieta molto rigida e fa molta attività fisica. Ha diversi tatuaggi: sul fianco sinistro ne ha uno con scritto la parola Honions, sul polso destro ha un cuore e sul braccio destro ha voluto farsi tatuare la scritta «In Aeternum». È una modella di intimo e ha fatto l’ombrellina. Nella quarta serata del Festival indosserà due abiti disegnati appositamente per lei da Alberta Ferruti, uno chiaro e uno di colore blu.

LA VITA PRIVATA DI FRANCESCA SOFIA NOVELLO

Ha incontrato il suo attuale fidanzato, Valentino Rossi, durante il MotoGp, che si è tenuto a Monza nel 2016. Lei era un’ombrellina e lui era lì per gareggiare. Il loro primo bacio è stato reso pubblico tramite i social network, il giorno del 40esimo compleanno di lui. Fra di loro ci sono 15 anni di differenza. Valentino Rossi, infatti, è nato a Urbino il 16 febbraio del 1979. Ha vinto nove mondiali e 115 gare.

Non è noto dove attualmente vive Francesca Sofia Novello, ma con il suo lavoro è spesso in giro per il mondo. Ha un fratello che vive in Spagna. Il suo fidanzato vive a Tavullia, un piccolo paesino delle Marche.

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Sanremo 2020: il testo di “Me ne frego” di Achille Lauro

Il cantante romano si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla di un amore problematico.

Il 4 febbraio assisteremo alla prima serata del Festival di Sanremo. Un’edizione, quella del 2020, che si preannuncia ricca di colpi di scena. Tra i cantanti in gara c’è anche Achille Lauro, che ha già partecipato alla kermesse canora nel 2019 con il brano Rolls Royce. Stavolta l’artista porterà sul palco un brano dal titolo Me ne frego, scritto da insieme a D. Dezi, D. Mungai, M. Ciceroni e E. Manozzi. La canzone parla di un uomo che viene usato dalla sua donna. Come si evince dal testo, l’uomo in questione chiede di di essere riempito di bugie e sfruttato. Un amore problematico, quindi, che viene definito «panna montata al veleno».

LEGGI ANCHE: Perché la 70esima edizione di Sanremo rischia di essere un flop

Il brano di Sanremo fa parte di un album dove l’artista ha deciso di provare nuove sonorità. Anche stavolta il cantante ci farà addentrare in atmosfere rock, proprio com’è stato per il brano Rolls Royce. Ma andiamo a scoprire più nel dettaglio il testo di Me ne frego di Achille Lauro.

IL TESTO DI ME NE FREGO


Noi sì
Noi che qui
Siamo soli qui
Noi sì
Soli qui
Fai di me quel che vuoi sono qui
Faccia d’angelo
David di Michelangelo
Occhi ghiacciolo Dannate cose che mi piacciono
Ci son cascato di nuovo
Ci son cascato di nuovo
Pensi sia un gioco
Vedermi prendere fuoco
Ci son cascato di nuovo
Tu sei mia
Tu sei tu
Tu sei più
Già lo so
Che poi lì
Che non so più
Poi chi trovo
Chi trovo.
Sono qui
Fai di me quel che vuoi
Fallo davvero
Sono qui
Fai di me quel che vuoi
Non mi sfiora nemmeno
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno

È instabile
Fragile
È una strega
Solo favole
Favole
A far la scema
È abile
Agile
Quel modo
Insospettabile
O mio Dio sì
Lei
Che dice a me
Voglio te
Ma vuole
Quello che non sa di sé
Dai
Vorresti che buttassi tutto quanto all’aria per te
Si perché
Per un capriccio
Lo sai
Che è cosi
Non si può non si può
Come no

Non mi sfiora nemmeno
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno

È una vipera in cerca
Di un bacio
Che poi
Le darò
Io sempre in cerca
Di quello che ho perso
Perdendo
Le cose che ho
Amore dimmi qualcosa
Qualcosa di te
Che non so
Cosi mi prendo anche un piccolo pezzo
Di te
Anche se non si può

Fai quel che vuoi
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno
Ne voglio ancora

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Georgina controfigura di Ronaldo: Amadeus a Sanremo toppa ancora

Che idea di donna ha trasmesso la compagna di Ronaldo dal palco dell'Ariston? Forte, divertente, colta? Nulla di tutto questo. L’assurdità è stata sceglierla: non ha talenti artistici, ha storpiato il 90% dei nomi dei cantanti e vedere quei siparietti è stato uno strazio. Le polemiche evidentemente al direttore artistico non sono servite a nulla.

«Ronaldo a Sanremo». «Georgina, tango, gag e magliette. Il festival di Cr7», titola così venerdì mattina la Gazzetta dello Sport, dopo la terza serata del Festival di Sanremo, quella dedicata alle cover.

Può sembrare un titolo sessista, ma la puntata è andata proprio così: Ronaldo, seduto in prima fila, tiratissimo e quasi scocciato, mai una risata, giovedì sera è stato il protagonista indiscusso del Festival di Amadeus mentre la sua compagna, la modella 26enne Georgina Rodriduez, un ruolo, per copione, lo aveva: quello della ‘co-conduttrice’ per una sera.

Peccato che la sua presenza abbia offerto al pubblico il nulla cosmico. Niente di personale, nessuno vuole attaccare lei, ma la scelta di Amadeus di volerla sul palco. E il modo in cui ha scelto di darle spazio.

L’OMBRA DI CR7, ANCHE NEL TANGO

Lancio Ansa di mezzanotte e sei minuti: «Georgina Rodriguez si lancia in un inaspettato tango con tanto di spaccata. Applaudita dal compagno Cristiano Ronaldo, seduto in prima fila, l’argentina scende dal palco, lo bacia sulle labbra e gli consegna un mazzo di fiori». Se vi siete persi la puntata, la sua partecipazione è stata questa roba qui. Trattata dal conduttore come una bambina di 10 anni, il suo ruolo sul palco è stato quello di prolungamento di Cristiano Ronaldo.

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Tutte le gag (malriuscite) coinvolgevano il campione della Juve, qualunque cosa lei dicesse, il riferimento di Amadeus a CR7 era immancabile. Persino il tango! Dopo aver ballato Amadeus le dice: «Ronaldo ti aveva mai vista ballare il tango? No? Allora è la prima volta che ti vede ballare il tango!», come se fosse al saggio delle elementari. Perché?

UN’IDEA DI EMANCIPAZIONE SEMPRE MONCA

Chiami sul palco Alketa Vejsiu, vulcanica conduttrice tivù albanese, che dei contenuti li ha e anche una personalità esplosiva. Chiami sul palco sette artiste, Alessandra Amoroso, Giorgia, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Gianna Nannini, Elisa ed Emma, che annunciano un concertone per raccogliere fondi contro la violenza sulle donne (il 19 settembre a Campovolo). E poi Georgina Rodriduez, il cui ruolo inutile sminuisce quasi le due partecipazioni precedenti, perché sminuisce la rappresentazione di noi donne. È come se provassimo a proporre solo ideali di donne emancipate e forti, ma poi non ci riuscissimo mai fino in fondo. Quel retaggio è troppo radicato.

Georgina Rodriguez bacia Cristiano Ronaldo al termine della sua esibizione sul palco dell’Ariston.

Che idea di donna ha trasmesso Georgina? Capace? Divertente? Forte? Colta? Nessuna. L’assurdità è stata sceglierla. Non ha talenti artistici, parla male l’italiano (ha storpiato il 90% dei nomi dei cantanti) e vedere quei siparietti è stato uno strazio.

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Ripeto, niente contro Georgina, ma perché dobbiamo accettare che con tutte le professioniste che abbiamo in Italia – conduttrici, attrici, comiche, giornaliste – capaci di dire qualcosa e di stare sul palco sia stata scelta una «fidanzata di»?

LE POLEMICHE SULLE «FIDANZATE DI» NON SONO SERVITE

Amadeus era stato travolto dalle polemiche dopo la conferenza stampa in cui definiva le donne che aveva scelto come «belle», «belle», «molto belle» e spiegava di aver voluto al Festival Francesca Sofia Novello, la compagna di Valentino Rossi – altra fidanzata di – «per la capacità di stare un passo indietro a un grande uomo». Amadeus aveva assicurato di essere stato frainteso, dubbio molto flebile che ora è svanito. Tutte quelle critiche di cui si è parlato per giorni evidentemente non sono servite, altrimenti, per metterci una pezza, avrebbe almeno cercato di rendere la partecipazione di Georgina incentrata su Georgina e non su Ronaldo. Invece no, come scrive la Gazzetta dello Sport quello di giovedì era «Il festival di CR7».

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Le pagelle della terza serata di Sanremo 2020

Cara discografia, qualcosa non quadra: hai dimenticato come intrattenere con garbo. La scena se la prendono i testimoni di un tempo che fu mentre i giovani ne escono, retoricamente, perdenti. Tra i duetti, Nigiotti e Cristicchi convincono. Molto meno Elettra Lamborghini e Miss Keta. I voti di Massimo del Papa.

A questo punto, a metà della maratona, estenuante e schizoide, sospesa tra predicozzi da ricchezza e sculettamenti da riccanza, possiamo concederci una riflessione a margine. Si è detto, si è ripetuto che questo Festival dei 70 anni li tradisce tutti, che la scena se la prendono i testimoni di un tempo che fu: Albano e Romina, Massimo Ranieri, i Ricchi e Poveri. Ed è subito sabato italiano, tivù in bianco e nero, sigla con Raimondo Vianello che tenta di far fuori i quattro liguri (Coriandoli su di noi), insomma l’effetto nostalgia, canaglia perché sai benissimo che, mentre ne parli, sei già reduce anche tu.

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I media uniti nella retorica scoperta e nella scoperta dell’acqua calda: ah, vedi però, che grinta, che freschezza ancora, la Ritina, la Brunetta e la Biondona, l’ex scugnizzo che dà la birra al presunto erede Tiziano Ferro. Ma è chiaro, chi assapora gli ultimi, risicati orizzonti di gloria tiene a far bella figura, a dar segni di vita e di vitalità, anche perché un artista non smette mai, perché c’è sempre almeno un altro concerto nei suoi orizzonti di gloria.

CI SONO DUE FESTIVAL: QUELLO DELLA MEMORIA E QUELLO DELLA SPERANZA

Ne escono, retoricamente, perdenti i giovani ma non è proprio che i giovani non portino la loro freschezza, il loro vigore: è un paragone che non regge, sono due specie diverse, due categorie che giocano due Festival separati, quello della memoria, quello della speranza. Il punto è un altro, è che questi giovani non si riconoscono più. Prendiamo i rapper, i trapper che oggi sembrano imprescindibili e domani chissà. Scusate, ma non vi sembrano tutti uguali? Tutti sgorgati dalla periferia maledetta, capitolina o meneghina, tutti con addosso quel vittimismo ringhioso ma lamentoso? Ormai ce ne sono a un soldo la dozzina e sono tutti uguali, musicalmente, testualmente, tematicamente sono la stessa cosa. Si raccontano addosso, parlano di loro, ombelichi di un mondo ostile e, in quel celebrarsi, stentato rompono i coglioni.

Si dirà: ma anche Rita Pavone ha portato una canzone in cui allude a se stessa, Niente (Resilienza 74). Sì, ma la Pavone e quelli come lei hanno 74 anni, hanno una vita da riassumere, possono farlo e qui ci sono ragazzini che a 18 anni la menano con un “vissuto” difficile. Questa anemia anche sonora, questo ripiegamento esistenziale quando tutto dovrebbe essere ardore, rabbia sì ma positiva, ecco, questo stona. Questo, se è lecito qui un pizzico di sociologia spicciola, è assurdo e magari un po’ controproducente: questi rapper e trapper fanno ascolti pazzeschi sui social, sulle varie Spotify, sfruttando un meccanismo identificativo perverso. Un po’ come Greta quando dice «mi avete rubato il futuro», frase a suo modo sanremese ma da una adolescente di una generazione che, fra tanti problemi, ha avuto un livello di vita e di comfort mai conosciuto prima.

E allora che c’è di strano se una canzoncina ruffiana ma fresca come Ultimo amore dei settantenni Ricchi e Poveri a modo suo emoziona, coinvolge e contagia, spazzando via raffiche di geremiadi borgatare o sentimentose? E parla di un amore finito, ma lo fa con la grazia ardente dei fine anni Sessanta. E se ieri sera i duetti son stati tutti con la testa all’indietro, e spesso molto indietro, una ragione ci sarà.

Cara discografia, qualcosa qui non quaglia: hai dimenticato come intrattenere con garbo, sai solo partorire vittimismi in batteria o volgarità schiappettanti alla Elettra Miura. Non è colpa dei giovani esangui, d’accordo, ma se pure questi giovani sempre intenti a compiangersi non trovano modo di ribellarsi, di pretendere i loro orizzonti di gloria, non se ne esce. Fine della considerazione andante, andiamo ad affrontare la serata dei duetti, tradizionale riempitivo di mezzo Festival, andiamo a sopportare la Bibbia in bigino di Benigni, che in controluce si legge Lucio Presta, l’impresario suo, di Amadeus, di Rula, che a Sanremo è tornato a fare il tempo bello e cattivo. Queste sono le cose che andrebbero sempre tenute presente nell’economia di un Festival. Il resto, detto alla Gordon Gekko, è solo conversazione, spazi da riempire di parole. Le stesse che riempiono una sera che dura il tempo assurdo di 5 ore e mezza (qui sono impazziti tutti), ma comincia due ore dopo l’inizio perché deve tenere impiccati i telespettatori, deve razzolare l’audience con cui gonfiare i muscoli la mattina dopo in conferenza stampa.

I CONDUTTORI: AMADEUS FA IL FIORAIO, ALKETA INSOPPORTABILE E GEORGINA NON PERVENUTA

AMADEUS: 5. Non si capiva bene che facesse “Ama”. Il conduttore no, c’è Fiorello. La valletta no, ci sono dieci ragazze per lui. L’intrattenitore, neppure, non è per lui. La spalla di Benigni, no, fin troppo servile. Alla fine era così facile, fa il fioraio.

GEORGINA RODRIGUEZ: S. V. Questa è una che quando le hanno offerto 50mila euro, ha risposto: per questa miseria io e Cristiano non ci alziamo neanche dal letto, olè. E allora hanno triplicato, tanto son soldi nostri. La chica di Ronaldo non sa far niente, almeno sul palco, e lo fa pure male: tutto il gesso minuto per minuto. Co’ sta gnagnera spagnola che se capiss nagott e ha rotto le balle.

ALKETA VEJSIU: 3. Tanto gatto di marmo Georgina, tanto accelerata Alketa. Insopportabile: come apre bocca ti gira la testa, ti piglia una distonia neurovegetativa, altro che i rapper. Come loro, parla preferibilmente di sé, anche quando parla del suo paese si capisce che lo considera fortunato ad averla. Dice che in Albania presenta tutto lei, e canta, pontifica, disfa e sforca. Ma povero glorioso popolo schipetaro.

I DUETTI: I MIGLIORI SONO NIGIOTTI E CRISTICCHI, MALE (ANZI, MALISSIMO) ELETTRA LAMBORGHINI CON MISS KETA

MICHELE ZARRILLO con FAUSTO LEALI (Debora): 6. Zarrillo pare uscito da Mare profumo di mare, a proposito di Amarcord. Fausto, detto “il negro bianco” quando ancora si poteva dire, ormai è bianco e basta. Sei di incoraggiamento, sono giovani, si faranno (chissà di che).

JUNIOR CALLY con i VIITO (Vado al Massimo): 0. Ma questo qui chi è, il figlio di Demo Morselli, quello di Costanzo? Quanto al Cally, allora è una mania: in mancanza di meglio, sevizia il nostro inno generazionale. Non t’azzardare, ragazzino, la nostra adolescenza non si tocca.

MARCO MASINI con ARISA (Vacanze Romane) 5. Lugubre, tetro, Masini riesce ad incupire anche questa frizzante nostalgia, santa Madonna. Arisa, che già ha i suoi problemi, fa quello che può, ma, date le circostanze, le esce un vocalizzo gotico alla Diamanda Galas. Altro che «Paese che non ha più campanelli», qui mancano solo le campane a martello.

RIKI con ANA MENA (L’Edera): 2. Con Ana Mena, la menata è piena. Con Riki, pizza e fichi. Altro che l’edera, qui siamo al cactus. L’ortica, va’.

RAFAEL GUALAZZI con SIMONA MOLINARI (E Se Domani) 6+. Un po’ esangue, forse, ma più che dignitosa: questione di feeling. Contentiamoci, che siamo ancora offesi da Cally e da Riki.

ANASTASIO con P.F.M. (Spalle al Muro): 6+. Anastasio è bravo, ma comincia a ripetersi nella sua invettiva esistenziale: quanto potrà durare così, inesorabilmente crescendo? E quando canta, cioè segue una melodia, si capisce l’abisso: Renato Zero a vent’anni avrebbe già potuto cantarla, Anastasio può solo rappare. Non è questione di età. Quella che ha scritta in faccia un Franz di Ciccio cadente ma non domo come una vecchia casa di ringhiera.

LEVANTE con FRANCESCA MICHIELIN e MARIA ANTONIETTA (Si Può Dare Di Più): 2. Niente, ‘sta Michielin, se non ce la ficcano dappertutto non son contenti: e chi ha come impresario, il Bildelberg? Soros? L’altra, Maria Antonietta, è la classica hipster insopportabile. Come Levante, del resto. Tutte e tre fanno una lagnaccia che al Pomofiore le avrebbero seppellite. Non di fiori.

ALBERTO URSO con ORNELLA VANONI (La Voce Del Silenzio): 2. Ornella ormai di profilo è aerodinamica. Di fronte è Thing-Fish, e chi conosce Frank Zappa ha capito. Urso è uno che io vorrei sapere chi ha deciso la maledetta mania di imbarcare tutti gli anni qualcuno che fa il tenore pop.

ELODIE con AEHAM AHMAD (Adesso Tu): 4. Va bene il pianista di prestigio, ma occhio che la svolta raffinata il più delle volte prelude a un vertiginoso scassamento di cabasisi. Ci siamo, Elodie.

RANCORE con LA RAPPRESENTANTE DI LISTA (Luce): 3. Va beh ma che senso ha ridurre sempre tutto a fiotto a sbotto di parole? Ma come si fa a essere sempre così rancorosi? Ma canta, se sei capace, che sembri Zalone. Quella che rappresenta la lista forse è meglio se fa quello, nella vita.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Settanta volte): 4. Io questa roba qui la vedo ogni volta che vado alle sagre dello gnocco fritto.

ENRICO NIGIOTTI con SIMONE CRISTICCHI (Ti regalerò una rosa): 7. Dice: Cristicchi canta Cristicchi. Eh, ma questo rap l’ha inventato quando i rapper erano poppanti. E quale apertura d’ali nel cielo degli ultimi, sulle correnti del dolore: non c’è sempre bisogno di sbraitare per cantare gli imbuti della vita. A Nigiotti va di lusso, ci fa un figurone pure lui.

GIORDANA ANGI con SOLIS STRING QUARTET (La Nevicata Del ’56): 5 E non basta acconciarsi come Mia Martini per diventarla. Ma insomma, lo vogliamo capire una buona volta per cantare bisogna saper cantare? E che cantare non è aprire la bocca e darle fiato?

LE VIBRAZIONI con CANOVA (Un’Emozione da Poco): 2. No, un’emozione da niente. Ma perché bisogna fare sempre queste versioni da bue?

DIODATO con NINA ZILLI (24mila Baci): 4. A me ‘sto Diodato fa un po’ strazio, la Nina lo tira un po’ su, ma sempre strazio resta. Di più non saprei dire, perché non c’è niente da dire.

TOSCA con SILVIA PEREZ CRUZ (Piazza Grande): 6+. Tosca canta bene, lo sappiamo. Non si capisce che voglia fare di preciso nella musica, forse non lo capisce neppure lei, ma è un problema suo. Non male, anzi vince la serata, ma questa versione snaccherata di Piazza Grande a Dalla, che dite, sarebbe piaciuta?

RITA PAVONE con AMEDEO MINGHI (1950): 5. Allora, la grintosa Rita dovrebbe anche imparare, non è mai troppo tardi, che non ogni canzone si deve interpretare come Viva la pappa col pomodoro. Gian Burrasca. Su Minghi, rispetto.

ACHILLE LAURO con ANNALISA (Gli Uomini Non Cambiano): 4/5. Due canzoni di Mimì nella stessa sera. Achille Lauro è uno che, valendo zero, minuscolo, deve far parlare e allora fa il clown. Ma è inutile dire «sì, come volete, sono Bowie», così perculi solo te stesso. Perché sembri Lo Scarpantibus di Bracardi. Molto brava, invece, Annalisa su un brano di una bellezza tremenda, come sempre con Mimì. Fosse stata sola, avrebbe meritato un voto alto assai, peccato.

MORGAN e BUGO (Canzone Per Te): 1. Anche Morgan ormai sembra un personaggio bracardiano. Però non è divertente. Ha la discutibile attenuante della tragicità, quell’essersi sprecato oscenamente. Non ditegli più che è un genio, per favore: non è vero e inchiodatelo alle sue responsabilità, se gli volete bene. Di Bugo non si può nemmeno dir male, sarebbe troppo poco.

IRENE GRANDI con BOBO RONDELLI (La Musica È Finita): 6 1/2. Un pezzo straordinario per due interpreti temerari: l’immenso, sfrotunato, discriminato Umberto Bindi o ti ammazza o ti nobilita. Loro, in verità, se la cavano piuttosto bene, tra le poche cose salvabili di stasera.

PIERO PELÙ (Cuore Matto): 6+. Cuore Matto cantata come Toro Loco? Ma sì: Pelù questo è, un tamarro scisso tra la retorica buona con cui riesuma Little Tony, per duettarci, e la retorica bolsa del «mi vergogno di essere un uomo». Prendere o, più spesso, lasciare. Stasera prendiamo.

PAOLO JANNACCI con FRANCESCO MANDELLI E DANIELE MORETTO (Se Me Lo Dicevi Prima): 6+. Figlio canta padre. Fin troppo uguale, una vertigine. Ma una vertigine puttana, Paolo, perché lo Zelig non ci sarà più, quella Milano lì non tornerà più, Cochi, Renato, il Dogui e tutto il resto non verranno più e neanche tu che ci crescevi dentro ci sei più. E neanche Enzo, e il Beppe, Viola. E nessuno le farà più, queste canzoni qui, e adesso basta che mi vien da piangere tu non devi farceli questi scherzi qui, a noi che sappiamo. Perché noi sappiamo.

ELETTRA LAMBORGHINI con MISS KETA (Non Succederà Più): 0. Oh. Ora. Elettra Miura. Con quell’altra con la maschera. Claudia Mori, fanno, disgraziète maledétte. Per associazione di idee mi viene in mente Dostoevskji: l’Idiota. E, sempre con Fedor, concludo: «Signore, perché?».

FRANCESCO GABBANI (L’Italiano): 4. Questo è un bluff. Ricordate cosa vi dice Max, che ha 55 anni. Questo è un bluff. Mettilo come vuoi, versione scimmia, karma, sovranista con bandierina, ma sempre che è un bluff.

OSPITI: NON SI SALVA NESSUNO

LEWIS CAPALDI: 4/5. Questo salmone scozzesone è un golden boy, ha fatto sfracelli con un solo album, il successo è il più capriccioso degli dèi: goffo, ma di quella goffaggine dei predestinati. Non che mostri chissà cosa, anzi la prima la canta a livelli decisamente assassini. Ma tanto che gliene frega a lui?

ROBERTO BENIGNI: 8 (anni per circonvenzione di 10 milioni di incapaci). Sul mio onore, scrivo prima di vederlo: musichetta pinocchietta, entrata zompettante, abbracci random, dirige l’orchestra, mani addosso ad Ama, cerca di spogliarlo, due cazzate su Sanremo, due cazzate mistiche, due cazzate sull’amore, lectura bigotta con pathos di Mattarella, standing ovation chiamata, Ama al parossimo dell’isteria servile che cerca di evirarsi. Al modico prezzo di 300mila euro (da spartire con Lucio Presta). Il Maestro Manzi con Non è mai troppo tardi erudiva il volgo catodico a costo assai più modico. Mi son subito addormentato alla musichetta pinocchietta. Ci ho preso?

MIKA: 3. Falsetto preoccupante a parte, omicidio in morte di De André a parte, io una cosa vorrei sape’: ma questo a casa sua non ci torna mai? Ma sempre qua sta?

TIZIANO FERRO: 4. Ma era proprio necessaria questa emerita frullatura di gonadi tutte e cinque le sere? Ma cos’è, in bolletta come il canone?

BOBBY SOLO: S.V. Entra gli ultimi 120 secondi, come Causio alla finale dei Mondiali.

LO SHOW: 3. Georgina impalata, professione fidanzata (di Ronaldo): «Es la primera vez que ballo un tango». Amadeus, invece di ringhiarle «si vede», non trattiene l’orgasmo, gli va in tiro anche il naso. Giustamente su Twitter qualcuno manda tutti affanculo pensando a chi studia una vita per finire a pulire cessi e camerini. E non aveva ancora visto, si presume, la vergogna di Elettra e miss Keta. Perché è una vergogna, uno vero schifo. Che resta da dire?

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Chi è Lewis Capaldi, ospite della terza serata di Sanremo 2020

L'artista canterà sul palco dell'Ariston giovedì 6 febbraio. Conosciamolo meglio.

Tra gli ospiti della terza serata di Sanremo 2020, anche Lewis Capaldi. Si tratta di uno dei più amati cantautori scozzesi che ha riscosso diversi successi sia nel 2018 che nel 2019. Ha ottenuto, ad esempio, il primo posto nella UK Singles Chart con il brano Someone you loved. Ma andiamo a scoprire qualche dettaglio in più sull’artista.

Ha lavorato con il produttore Malay che ha vinto un Grammy Award e quest’anno Lewis è stato invitato a presentarsi sul palco del Festival di Sanremo 2020 come primo ospite internazionale. L’artista è nato il 7 ottobre 1996 in Scozia e più precisamente a Bathgate. I suoi genitori sono scozzesi ed è parente degli attori Joseph Capaldi e Peter Capaldi. Anche suo fratello Warren ha scelto di lavorare nel mondo della musica.

LA CARRIERA DI LEWIS CAPALDI

Il cantante ha imparato a suonare la chitarra all’età di soli nove anni e ha iniziato la sua carriera cantando in diversi pub dai 12 anni in poi. Nel 2017 ha pubblicato il primo EP Bloom e la sua prima canzone Bruises che lo ha reso famoso in tutto il mondo grazie soprattutto a Spotify. Questa piattaforma lo ha lanciato come artista, raggiungendo subito 25 milioni di riproduzioni. Successivamente ha firmato contratti con la Virgin EMI Records e la Capitol Records.

Ha vinto il premio Scottish Alternate Music Awards, mentre nel 2018 ha vinto i Great Scot Awards e Forth Awards. Ma non basta. Nel 2019 eccolo nuovamente vincitore del MTV Brand New per il 2019 Award.

ALCUNE CURIOSITÀ SU LEWIS CAPALDI

Lewis Capaldi è single. In passato ha confidato ai suoi fan che la vita senza partner non è poi così negativa, anzi non è niente male. L’artista, a quanto pare, preferisce concentrarsi sulla musica e sulla sua carriera.

Secondo alcune voci riportate da Forbes, il suo patrimonio netto corrisponderebbe a 10 milioni di dollari. Il diretto interessato, però, ha replicato dichiarando di avere soltanto 200 dollari sul suo conto corrente bancario.

Il giovane e bravissimo cantante pesa 78kg, ha capelli castani chiari e occhi grigi. Molto attivo e noto sui social, ha 1,8 milioni di seguaci su Instagram e 418 milioni su Twitter. I suo segno zodiacale è la Bilancia.

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Chi è Alketa Vejsiu, co-conduttrice di Sanremo 2020

È nata a Tirana nel 1984, è un volto noto della tv e il 6 febbraio sarà sul palco dell'Ariston ad affiancare Amadeus.

Alketa Vejsiu sarà co-conduttrice nella terza serata di Sanremo 2020. Nata a Tirana, in Albania, il 19 gennaio del 1984, il suo segno zodiacale è il Capricorno. Lei è una conduttrice di programmi televisivi, una conduttrice radiofonica ma anche cantante. Ma andiamo a scoprire più nel dettaglio chi è Alketa Vejsiu.

CURIOSITÀ E CARRIERA

È laureata in economia aziendale ed è entrata a fare parte del mondo dello spettacolo da giovanissima, dall’età di appena 17 anni. In Albania ha condotto diversi programmi televisivi come Dance With Me, Chi ha incastrato Peter Pan e X-Factor.

Ha anche un marchio di abiti da sposa e gestisce un’azienda che si occupa di servizi fotografici e di trucco. A tal proposito gli abiti che indosserà al Festival sono diversi: uno di Dolce & Gabbana e l’altro dello stilista Valdrin Sahiti, che appartiene alla sua linea di produzione.

LA VITA PRIVATA DI ALKETA VEJSU

La conduttrice Alketa Vejsiu si è sposata nel 2006 con Ardi Nelaj. È mamma di due bambini, uno di nome Nicole e l’altro di nome Lionel. Il marito è un famoso costruttore di origine albanese.

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Presunti plagi, veleni social, emuli di Zero: appunti da Sanremo

Zucchero ricalca Hoyt Axton, mentre la canzone di Tecla assomiglia tanto a "Un senso" di Vasco. E che dire dei look? Dopo Lauro anche Lamborghini saccheggia Renato Zero. Mentre Fiumani bacchetta sui social Piero Pelù. Appunti dal Festival.

Spigolature da Sanremo, ovvero alcune cosette sfuggite ai più, ma non proprio a tutti.

Per esempio, ci stavamo preoccupando per Zucchero: come mai questa volta non ha copiato nessuno? Cos’ha, si sente male? Invece, puntuale come la morte, eccolo il ricalco: è da Joy to the World, non celeberrima canzone scritta nel 1970 dall’artista folk Hoyt Axton e portata alla ribalta dai Three Dog Night.

Zuccherino furbetto, stavolta invece del solito Joe Cocker è andato a pescare qualcosa di oscuro: siamo tutti sollevati, in ogni modo. E poi lui non era in gara. Chi invece c’è, e adesso rischia, è la nuova proposta Tecla, che qualcuno ha trovato un po’ troppo ispirata da Un senso di Vasco Rossi

DOPO LAURO ANCHE LAMBORGHINI SACCHEGGIA ZERO

Restando ai cloni, ma spostandoci al campo visivo, di Achille Lauro, uno che di inedito non ha manco il nome d’arte, si è già stradetto: Zero, Bowie, Mercury, Rocky Horror, il ragazzo sta saccheggiando tutto il glam possibile e immaginabile. E lo trovano originale, segno dei tempi. Ma è proprio il povero Renato Zero a essere «vendemmiato», per dirla alla Sergio Saviane, come non ci fosse un domani: il vestitazzo dell’ereditiera Elettra Miura Lamborghini, che taluno ha voluto ricondurre a un immaginario porno, è in realtà un copia e incolla del costume di scena di Zero nel tour di Tregua (1980).

LEGGI ANCHE:Le pagelle della seconda serata di Sanremo

Ancora una volta, segno dei tempi: non c’è niente di più inedito del già visto, certi artisti erano avanti 40 anni, certi pseudoartisti sanno solo servirsi al mercato dell’usato. E senza pagare. Va peraltro informato che l’ereditiera in questione è, misteriosamente, tra le più ovazionate a Sanremo, la finestra del suo albergo meta di incessante pellegrinaggio, la cifra artistica non conta, la riccanza invece sì. Infine, Tiziano Ferro sembra il plagio di se stesso: spompo, bolso, spesso stonato, una versione da karaoke. Ma che gli è capitato?

PERCHÉ TAGLIARE LA SABRINA NAZIONALE?

Dai ricami ai tagli. Il monologo di Roger Waters, voluto dalla ex fiamma Rula Jebreal, come tutti ormai sanno è stato tagliato per questioni di diplomazia politica; e passi, ma c’è stato un altro taglio viceversa inaccettabile: ha colpito la splendidissima Sabrina Salerno, che avrebbe dovuto lanciarsi nel suo inno, Boys Boys Boys e invece è stata segata per questioni di orario. E a noi non resta che sostituire l’ormai logoro poster in camera, lo stesso di Amadeus. Criminali. Non potevano accorciare un po’ quegli interminabili siparietti tra “Ama” e “Fiore”? 

CONDUTTORE CHE VAI, GRIFFE CHE TROVI

Sanremo, poi, è da sempre safari di grandi marchi, e ce n’è più o meno per tutte le griffe. Achille Lauro, l’outsider, ha sfoggiato un costumino con vista pacco frutto di una sponsorizzazione con Gucci; Diletta Leotta, che ha predicato, con evidente convinzione, sull’effimero della bellezza, sulla vanitas vanitatum, era avvolta in Etro; Rula, invece, ha spremuto la intemerata contro i maschi fasciata in Armani; stessa opzione per Fiorello e Tiziano Ferro; Amadeus ha una sorta di esclusiva, anche extrafestival, con Gai Mattiolo.

LEGGI ANCHE: Sanremo e la schizofrenia dei valori

Sabrina Salerno ha interpretato creazioni di Gabriele Fiorucci; i due bei volti del tg, Laura Chimenti ed Emma d’Aquino, hanno scelto, o sono state scelte, rispettivamente dagli stilisti Sylvio Giardina e Antonio Grimaldi; e via indossando, perché van bene la solidarietà, la sensibilità, le prediche, le intemerate: ma vestite bene, vengono meglio. 

FIUMANI BOCCIA PELÙ SUI SOCIAL

Fulminanti, sui social, alcuni commenti al veleno di Federico Fiumani sul vecchio sodale Piero Pelù: «Il testo della canzone di Piero sembra scritto direttamente da suo nipote»; «Da Piero la solita lezione di catechismo, che palle!». Dagli torto…

Essendo Sanremo il festival del cattivo gusto, per me Elettra Lamborghini la migliore della serata.Da Piero la solita lezione di catechismo, che palle !!!

Posted by Federico Fiumani on Thursday, February 6, 2020

QUANTO TIRA IL CAZZEGGIO AL DOPOFESTIVAL…

Infine, molti sgomitano per andare a cazzeggiare al Dopofestival, che quest’anno si chiama L’altro Festival, ma alla fine parlano sempre gli stessi, anzi le stesse; a scapito di chi non si è fatto avanti, è semplicemente stato invitato e poi non ha modo di parlare, perché chi ha il microfono lo difende con le unghie laccate e con i denti. Specie se non ha niente da dire.

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Sanremo 2020: il testo di “Viceversa” di Francesco Gabbani

Il cantante canterà sul palco dell'Ariston dell'importanza dei piccoli gesti in amore.

Francesco Gabbani è uno dei cantanti in gara a Sanremo 2020. L’artista porterà sul palco dell’Ariston un brano dal titolo Viceversa, scritto insieme a L. De Crescenzo. La canzone parla di una storia d’amore che è entrata in un tunnel da cui è difficile uscire e di quanto sia difficile trovare una soluzione alle difficoltà.

LEGGI ANCHE: da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un grande ritorno quello di Gabbani dopo i successi di Amen e Occidentali’s karma, con cui ha vinto ben due edizioni del Ferstival. In attesa di rivederlo a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Viceversa di Francesco Gabbani.

IL TESTO DI VICEVERSA

Tu non lo dici ed io non lo vedo
L’amore è cieco o siamo noi di sbieco?
Un battibecco nato su un letto
Un diluvio universale
Un giudizio sotto il tetto
Up con un po’ di down
Silenzio rotto per un grande sound
Semplici eppure complessi
Libri aperti in equilibrio tra segreti e compromessi
Facili occasioni per difficili concetti
Anime purissime in sporchissimi difetti
Fragili combinazioni tra ragione ed emozioni
Solitudini e condivisioni
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
E detto questo che cosa ci resta
Dopo una vita al centro della festa?
Protagonisti e numero uno
Invidiabili da tutti e indispensabili a nessuno
Madre che dice del padre:
“Avrei voluto solo realizzare
Il mio ideale, una vita normale”
Ma l’amore di normale non ha neanche le parole
Parlano di pace e fanno la rivoluzione
Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore
Non c’è soluzione che non sia l’accettazione
Di lasciarsi abbandonati all’emozione
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
È la paura dietro all’arroganza
È tutto l’universo chiuso in una stanza
È l’abbondanza dentro alla mancanza
Ti amo e basta!
È l’abitudine nella sorpresa
È una vittoria poco prima dell’arresa
È solamente tutto quello che ci manca e che cerchiamo per poterti dire che “ti amo!”
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

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Sanremo 2020: il testo di “Tikibombom” di Levante

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con una canzone in stile tango.

Tra i cantanti in gara a Sanremo 2020 ci sarà anche Levante. La cantante salirà sul palco dell’Ariston con un brano dal titolo Tikibombom, di cui è anche autrice. Una canzone che si contraddistingue per il ritmo da sabato sera, con qualche influenza passionale e intensa del tango.

La cantante si rivolge a tutti coloro che vengono definiti “diversi”. Li esorta a farcela anche da soli, senza lasciarsi andare a frasi banali come “non sei solo”. Una canzone dove viene fuori la necessità di determinare la propria vita e il proprio destino con le proprie forze, senza essere una “bandiera”.

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Per la cantante, è la prima volta al Festival di Sanremo, ma non è nuova alla tv. L’artista, infatti, nel 2017 ha partecipato ad X Factor nel ruolo di giudice insieme a Mara Maionchi, Fedez e Manuel Agnelli. In attesa di vederla per la prima volta sul palco dell’Ariston a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Tikibombom di Levante.

IL TESTO DI TIKIBOMBOM

Ciao tu, animale stanco
Sei rimasto da solo
Non segui il branco
Balli il tango mentre tutto il mondo
Muove il fianco sopra un tempo che fa
Tikibombombom
Hey tu, anima indifesa
Conti tutte le volte in cui ti sei arresa
Stesa al filo teso delle altre opinioni
Ti agiti nel vento
Di chi non ha emozioni
Mai più, è meglio soli che accompagnati
Da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.
Laggiù, tra cani e porci,
Figli di un Dio minore pronti a colpirci
Per portarci giù con sé, giù con sé.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Ciao tu, freak della classe
“Femminuccia” vestito con quegli strass
Prova a fare il maschio
Ti prego insisto
Fatti il segno della croce e poi
Rinuncia a Mefisto
Hey tu, anima in rivolta
Questa vita di te non si è mai accorta
Colta di sorpresa, troppo colta
Troppo assorta, quella gonna è corta
Mai più, è meglio soli che accompagnati
Da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Noi siamo angeli rotti a metà
Siamo chiese aperte a tarda sera, siamo noi.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Noi siamo l’ancora e non la vela
Siamo l’amen di una preghiera, siamo noi.
Ciao tu, animale stanco
Sei rimasto da solo
Non segui il branco
Balli il tango mentre tutto il mondo
Muove il fianco sopra un tempo che fa
Tikibombombom

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Sanremo 2020: il testo di “No grazie” di Junior Cally

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con una canzone contro i populismi, i leoni da tastiera e al razzismo.

Al Festival di Sanremo 2020 prenderà parte anche Junior Cally. Il trapper porterà sul palco il brano No Grazie, scritto da A. Signore, J. Ettore, E. Maimone, L. Grillotti e Merk & Kremont. Si tratta di un brano politico, in cui il cantante dice no a un certo modo di vivere, alle forme di razzismo e ai leoni da tastiera. «Trovarmi un lavoro serio e diventare yes man, insultare tutti sì ma solamente sul web», queste sono alcuni passaggi del brano di Junior Cally che fanno capire bene il suo punto di vista sulla società.

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Una presenza, la sua, che ha già fatto nascere molto polemiche. Il cantante, infatti, è stato attaccato per alcuni testi scritti nel 2017. Queste accuse hanno portato l’artista a chiedere scusa sui social netwoek, dichiarando di essere contro ogni forma di violenza. In attesa di vederlo sul palco dell’Ariston a Sanremo 2020, ecco il testo completo di No grazie di Junior Cally.

IL TESTO DI NO GRAZIE

Non ho i superpoteri
Ma tra tutti riconosco
Chi fa la voce grossa
Sempre e solo di nascosto
Dovrei puntare il dito contro
E fare il populista
Non fare niente tutto il giorno
E proclamarmi artista
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
Ogni mattina
Avrà l’oro in bocca
Finché ho i soldi nascosti nel letto
Con la resistenza
Alla dittatura
Del politicamente corretto
Il mio sogno è quello di arrivare in alto
Senza spendere i soldi di un altro
Faccio cattivo viso
A buon gioco
E anche se sono bello
Non piaccio
Non ho i superpoteri
Ma tra tutti riconosco
Chi fa la voce grossa
Sempre e solo di nascosto
Dovrei puntare il dito contro
E fare il populista
Non fare niente tutto il giorno
E proclamarmi artista
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
Spero si capisca che odio il razzista
Che pensa al Paese ma è meglio il mojito
E pure il liberista di centro sinistra che perde partite e rifonda il partito
Si chiedono “questo da dov’è uscito?”
Dal terzo millennio col terzo dito
Parlare di eccesso non è eccessivo
Sono il fuori programma televisivo
Non ho i superpoteri
Ma tra tutti riconosco
Chi fa la voce grossa
Sempre e solo di nascosto
Dovrei puntare il dito contro
E fare il populista
Non fare niente tutto il giorno
E proclamarmi artista
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
Giuro la smetto con sta storia del rap
Voglio scrivere canzoni d’amore per la mia ex
Trovarmi un lavoro serio e diventare yes man
Insultare tutti sì ma solamente sul web
No grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie

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Sanremo 2020: il testo di “Come mia madre” di Giorgana Angi

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano in cui parla di sua madre.

Giordana Angi farà parte del cast di Sanremo 2020. La cantante calcherà il palco dell’Ariston con il brano Come mia madre, scritto M. Finotti. La canzone parla della figura della madre, vista come una sicurezza. Il luogo dove si può sempre tornare per sentirsi ancora bambini. Si parla della mamma non solo come punto di riferimento, ma anche come modello di vita da seguire.

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Si tratta di un testo molto semplice che, però, sembra andare dritto al cuore. Questa è la prima volta che Giordana sale sul palco dell’Ariston. In attesa di vedere la sua esibizione a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Come mia madre.

IL TESTO DI COME MIA MADRE

Dammi la borsa che è troppo pesante
Non puoi fare sempre tutto da sola
Che di persone ce ne sono tante
Ma col tuo cuore c’è n’è una sola
Hai custodito le mie insicurezze
Saresti pronta per rifarlo ancora
Che di stazioni ce ne sono tante
Ma poi torniamo sempre ad una sola
Ti scriverò un messaggio
Appena uscita dalla stazione
Ci vediamo poi per pranzo
Non vedo l’ora di parlarti
Per ritornare a respirare
Ti chiedo scusa se non ti ho mai detto
Quanto ti voglio bene
Tu che hai trovato sempre un posto
Dove nascondere le mie paure
È che l’orgoglio a volte è un mostro
Che ci fa solo allontanare
E se un giorno sarò una mamma
Vorrei essere come mia madre
Nel tuo sorriso mi sentivo apposto
E non serviva più stare male
Ma l’amore non è solo un posto,
è il tuo modo di fare.
Ti chiedo scusa se non ti ho mai detto
Quanto ti voglio bene
Tu che hai trovato sempre un posto
Dove nascondere le mie paure
È che l’orgoglio a volte è un mostro
Che ci fa solo allontanare
E se un giorno sarò una mamma
Vorrei essere come mia madre
Sei tu il regalo dei miei compleanni
La luce accesa quando torno tardi
Il cuore più grande dove ripararmi
Stringimi forte a te
Stringimi forte a te
Stringimi forte a te

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Sanremo 2020: il testo di “Musica (e il resto scompare)” di Elettra Lamborghini

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla di relazioni sbagliate.

Anche Elettra Lamborghini salirà sul palco dell’Ariston in occasione del Festival di Sanremo 2020. La sua canzone si intitola Musica (e il resto scompare) ed è stata scritta da M. Canova e D. Petrella. Una canzone dove si parla di quanto la musica sia un aiuto per dimenticare relazioni sbagliate.

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All’interno del testo ci sono anche delle parole in spagnolo. La parola cabrón, ad esempio, viene usata con il significato di “bastardo”. Tra le frasi in spagnolo anche «Esta es la historia de un amor», che significa “questa è la storia di un amore”. Ancora una volta, quindi, viene fuori il legame di Elettra con la Spagna e con l’America Latina, dopo i successi di Pem Pem e Mala. In attesa dell’inizio di Sanremo 2020, previsto per il 4 febbraio, ecco il testo completo di Musica (e il resto scompare).

IL TESTO DI MUSICA (E IL RESTO SCOMPARE)

Elettra, Elettra Lamborghini
Mi piace la musica fino al mattino
Faccio casino lo stesso ma non bevo vino
Ridi cretino
La vita è corta per l’aperitivo
Innamorata di un altro cabrón
Esta es la historia de un amor
Non mi portare a Parigi o ad Hong Kong
Tanto lo sai che poi faccio così (faccio così)
Cado cado, per la strada parla piano piano
Questa notte dormo sul divano
Altro che pensare a te
Tanto qui resta la
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
E anche se non mi hai detto mai “quanto sei bella”
Io non ho mai smesso di sorridere
E anche se non mi hai detto mai “amore aspetta”
Tutto quello che resta quando penso a te è
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Mi piace guardare le luci dell’alba
Girare nuda per casa e nessuno mi guarda
Quanto ti manca
Sì, mi hai chiamato col nome di un’altra
Innamorata di un altro cabrón
Esta es la historia de un amor
Ci stavo male per te e ora no
Tanto lo sai che io faccio così (faccio così)
Sola sola, ti ho dato tutto e ancora ancora
Resto qui e non dico una parola
Altro che pensare a te
Tanto qui resta la
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
E anche se non mi hai detto mai “quanto sei bella”
Io non ho mai smesso di sorridere
E anche se non mi hai detto mai “amore aspetta”
Tutto quello che resta quando penso a te è
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Innamorata di un altro cabrón
Esta es la historia de un amor (de un amor)
E anche se non mi hai detto mai “quanto sei bella”
Io non ho mai smesso di sorridere
E anche se non mi hai detto mai “amore aspetta”
Tutto quello che resta quando penso a te è
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare

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Sanremo 2020: il testo di “Ho amato tutto” di Tosca

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla della fine di un amore.

Anche Tosca parteciperà alla 70esima edizione del Festival di Sanremo. La cantante salirà sul palco dell’Ariston con un brano intitolato Ho amato tutto, scritto da P. Cantarelli. La canzone parla di una storia che è finita. E se la storia è finita per colpa dell’altro, dunque, bisogna pensare a ciò che si è vissuto insieme. Si tratta di un messaggio diretto ad un amore che non c’è più. Ma non solo. Questa canzone vuole essere anche un incitamento a non mollare. In attesa di vedere la cantante sul palco dell’Ariston di Sanremo 2020, in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Ho amato tutto di Tosca.

IL TESTO DI HO AMATO TUTTO

Tre passi e dentro la finestra
Il cielo si fa muto
Resto lì a guardare
Io so cantare so suonare so reagire ad un addio
Ma stasera non mi riesce niente
Stasera se volesse Dio
Faccio pace coi tuoi occhi
Finalmente
Con te ho riscritto l’alfabeto
Di ogni parola stanca il significato
Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che
Ci annega e ci lascia senza fiato
Ed è una musica che va
In un istante è primavera
Che ritorna
E come un pesce che non può più respirare
Come un palazzo intero che sta per cadere
Tu sei l’unica messa a cui io sono andata
Un volo che è partito
Svanito in fondo al blu
E io adesso farei qualsiasi cosa
Per sfiorare le tue labbra
Per rivederti
Se è vero che il tempo ci rincorre
Oggi sono questa faccia questa carne e queste ossa
Le sento ancora addosso le tue mani che mi spostano più in là
Dove si vive solo di uno sguardo
È tardi, si spegne la candela
È sempre troppo tardi
Per chi non tornerà
E come un pesce che non può più respirare
Come un palazzo intero che sta per cadere
Tu sei l’unica messa a cui io sono andata
Un treno che è partito
Sparito in mezzo al blu
E io adesso farei qualsiasi cosa
Per averti fra le braccia
Per rivederti
Perché se manchi tu manchi da morire
Perché amarsi è respirare i tuoi respiri
Stracciarsi via la pelle e volersela scambiare
È l’attimo fatale in cui mi sono arresa
Perché tu vieni con questo amore tra le mani
E come sempre nei tuoi occhi
La mia casa
Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto
Io ti rispondo ho amato
Ho amato tutto

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Sanremo 2020: il testo di “Ringo Starr” dei Pinguini Tattici Nucleari

La band si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla della nuova generazione.

A Sanremo 2020 vedremo esibirsi anche i Pinguini Tattici Nucleari. La band salirà sul palco del Festival con un brano intitolato Ringo Starr, scritto da R. Zanotti. In questa canzone ci sono molti riferimenti al periodo contemporaneo. In particolare si parla della generazione dei ragazzi che sono cresciuti vedendo serie tv. La musica, in questo caso, diventa un antidoto ideale per alleviare il malessere della generazione moderna. Una generazione che deve far fronte alla volontà di affermarsi e, allo stesso tempo, all’indolenza di chi si sa che forse non ce la farà. Il brano vuole essere anche un omaggio al batterista dei Beatles, Ringo Starr.

I Pinguini Tattici Nucleari hanno all’attivo ben 4 album e più di 8 milioni di views su Youtube. Nel 2019 hanno anche partecipato al disco Faber Nostrum. In attesa di vedere la loro esibizioni sul palco di Sanremo 2020, in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Ringo Starr.

IL TESTO DI RINGO STARR

A volte penso che a quelli come me il mondo non abbia mai voluto bene
Il cerchio della vita impone che per un re leone vivano almeno tre iene
Gli amici ormai si sposano alla mia età ed io mi incazzo se non indovino all’eredità
Forse dovrei partire, andarmene via di qua, e cambiare la mia vita in toto tipo andando in Africa
Ma questa sera ho solo voglia di ballare, di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale e forse alla fine c’hai ragione tu
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Uooh oooh
Tu eri Robin poi hai trovato me, pensavi che fossi il tuo Batman ma ero solo il tuo Ted eh eh
E quando dico che spero che trovi un ragazzo migliore di me fingo,
Che i migliori alla fine se ne vanno sempre e che cosa rimane? Ringo.
Ma questa sera ho solo voglia di ballare, di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale e forse alla fine c’hai ragione tu
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Uooh oooh
Ringo, Ringo, Ringo, Ringo
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Ma questa sera ho solo voglia di ballare, di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale e forse alla fine c’hai ragione tu
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
Uooh oooh

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Sanremo 2020: il testo di “Gigante” di Piero Pelù

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano rock che parla di potenza e tenacia.

Tra gli artisti in gara a Sanremo 2020 c’è anche Piero Pelù. Il cantante salirà sul palco dell’Ariston con un brano intitolato Gigante, scritto insieme a L.Chiaravalli. Si tratta di una canzone rock dedicata a tutti coloro che sono invischiati nei problemi del passato. Un vero e proprio grido di incoraggiamento a non abbattersi mai. Si tratta anche di un a dedica fatta dal cantante al nipote. Ottimismo e tenacia sono il fulcro di questa canzone che non è altro che un invito a non perdere la fantasia, che è il motore delle idee. In attesa di vedere l’esibizione del cantante a Sanremo 2020, in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Gigante di Piero Pelù.

IL TESTO DI GIGANTE

Spingi forte spingi forte salta fuori da quel buio
Crescerai aprendo porte tutti i giorni stare pronti
Tu sei molto di più di quello che credi di quello che vedi
Tu sei il mio Gesù la luce sul nulla, un piccolo Buddha
Niente di proibito tu sei benvenuto al mondo mondo
È come una giostra la mente
Tu sei il re di tutto e di niente gigante
Niente di proibito sei pronto a cavalcare il mondo? Mondo
Fatti il tuo castello volante
Con la fantasia di un bambino… gigante
Cavalcare draghi e mostri già ti penso dacci dentro
È un mestiere che conosco tutti i giorni stare pronti
Tu sei molto di più di quello che credi di quello che vedi
Tu sei il mio Gesù la luce sul nulla mio piccolo Buddha
Niente di proibito tu sei benvenuto al mondo, mondo
È come una giostra la mente
Tu sei il re di tutto e di niente… gigante
Niente di proibito sei pronto a cavalcare il mondo, mondo
Fatti il tuo castello volante
Con la fantasia di un bambino… gigante
Tu sei molto di più di quello che vedi di quello che credi
Sei il mio asso
Tu sei il mio Gesù la luce sul nulla mio piccolo Buddha
…Il tuo non è un pianto è il tuo primo canto ehi!
Oh eh oh eh
Niente di proibito tu sei benvenuto al mondo, mondo
È come una giostra la mente
Tu sei il re di tutto e di niente… gigante
Spacca l’infinito e rubagli un minuto al mondo, mondo
Per fare un castello volante
Con la fantasia di un bambino… gigante
Gigante…

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Sanremo 2020: il testo di “Baciami adesso” di Enrico Nigiotti

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con una canzone che parla di un amore in crisi.

Tra i cantanti in gara a Sanremo 2020, anche Enrico Nigiotti. Il cantante si esibirà sul palco dell’Ariston con il brano Baciami adesso, scritto da lui. Ancora una volta, il cantante racconta l’amore. Il brano, infatti, parla di una relazione con una donna che è in crisi. Tutte complicazioni che si possono risolvere con un bacio, grazie alla chimica in una storia d’amore che corre contro il tempo. Dal testo emerge la volontà di amarsi senza nascondere le proprie colpe.

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Non è la prima volta che Enrico Nigiotti calca il palco dell’Ariston. Già nel 2019, infatti, ha cantato il brano Nonno Hollywood, dove parlava dell’amore famigliare. In attesa di rivederlo a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Baciami adesso di Enrico Nigiotti.

IL TESTO DI BACIAMI ADESSO

Sembra sempre inverno
Oggi è un mese che non so… non riconosco
Ci ringhiamo da lontano come i cani,
E ci pensiamo ancora più vicini
È così
È così… è così… è così
Che se ti tiro come un sasso poi ritorni qui
È così
È così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Sembra sempre inverno
Questo cielo che fa buio troppo presto
Questo senso di buttarci troppo sale
Questa voglia… voglia di sapore
È così… è così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Fermarmi qui, in mezzo a tutta questa gente
E senza dire niente baciami adesso
Baciami, baciami… baciami adesso
…Che poi fa buio presto…

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Sanremo 2020: il testo di “Per sentirmi vivo” di Fasma

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla della fine di un amore.

Tra i cantanti in gara al Festival di Sanremo 2020, c’è anche il giovane trapper di origine romana Fasma. Già conosciuto al giovane pubblico per aver partecipato e vinto la gara giovani del Wind Summer Festival del 2018. Il trapper sarà tra le Nuove Proposte. Si tratta di un cantante molto amato dai giovani per il suo stile musicale, che è un mix tra il pop e il rock. Sul palco dell’Ariston, Fasma si esibirà con il brano intitolato Per sentirmi Vivo.

IL SIGNIFICATO DI PER SENTIRMI VIVO DI FASMA

Nel brano, una sorta di ballad, il cantante si sfoga, ma allo stesso tempo riesce anche a trovare una sorta di liberazione, che spera possa essere anche di aiuto anche agli altri. Il brano racconta della fine di una relazione d’amore, della sofferenza e dei sentimenti che il protagonista prova. Durante un’intervista, il trapper ha detto: «La musica è una vera e propria valvola di sfogo, che mi ha sempre aiutato a superare i momenti difficili». Ma andiamo a scoprire meglio il testo Per sentirmi Vivo, con cui Fasma andrà a Sanremo 2020.

IL TESTO DI PER SENTIRMI VIVO

Non ti voglio più scrivere
dirti come vivere
per non farti piangere
ho fatto l’impossibile
pensi non sia fragile
pensi sia incredibile
perchè non scendon lacrime
quando scendono a te

Ma a te sembra facile
dirti che sto bene
quando tutto non va
ed è brutto stare insieme
perchè so quello che era
e il ricordo mi fa male
e del rapporto che c’era
prima di questa canzone io e te

Cosa siamo diventati io e te
sono quello che odiavi di me
baby perchè non mi ami
amore sbatti le ali
e vola via da me
via da me via da te
via da questa città
via da noi via da te
e domani chissà

Questa fama questa luce
questa notorietà
non mi basterà
non mi servirà
e se dentro muoio lento
sai che fuori sorrido
io ti ho persa dentro al letto
per tenerti vicino
io ti ho visto per la strada
e sai che ti voglio in giro
e se adesso non mi molli
è perché in testa ho un casino

E per questo ti scrivo
oggi non mi parli perchè infondo ti uccido
perchè infondo mi uccidi
perchè infondo mi uccidi
siamo uguali opposti con i cuori divisi
oggi dove sei non lo so
ieri eri tutto ciò che avevo io
oggi chi sei non lo so
abbiamo detto basta senza dirci addio

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Sanremo 2020: il testo di “Nel bene e nel male” di Matteo Faustini

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla dell'esserci nei momenti difficili.

Matteo Faustini sarà uno dei cantanti in gara a Sanremo Giovani 2020. Il giovane cantante bresciano di 25 anni sul palco della kermesse musicale porterà il brano Nel bene e nel male. Una canzone che racconta l’animo umano perennemente in conflitto tra bene e male, ma anche delle radici che ogni persona ha nel suo cuore e che permettono di conservare gelosamente persone, ricordi e sentimenti. Ecco le dichiarazioni che il cantante ha rilasciato sul brano: «Parla dell’importanza dell’esserci, sia quando le cose vanno bene ma, anche e soprattutto, quando vanno male. Nei momenti di difficoltà che ti accorgi davvero delle persone che ci tengono realmente a te».

Una lunga gavetta ha portato Matteo sul palco della 70esima edizione del Festival: sin fra bambino ha iniziato con un percorso di lirica, concentrandosi successivamente sui musical: «Ho avvertito la necessità di comunicare quello che avevo da dire, ho iniziato a scrivere e così ho trovato la mia vera dimensione». In attesa di vederlo cantare ecco il testo completo di Nel bene e nel male, scritta da Matteo Faustini e Marco Rettani.

IL TESTO DI NEL BENE E NEL MALE

Hai mai fatto l’amore con gli occhi
io sì, ci ho letto dentro
e ho visto tutte le paure dentro un palloncino
che stavano per scoppiare
ma la mia mano stretta al filo quel giorno
le ha lasciate andare

Hai mai fatto la guerra con gli occhi
io sì, e ho anche perso
perché se entrambi giochiamo a nascondino
ma nessuno vuol cercare
allora forse meritiamo quel dolore
che ci fa star così male

E poi bene, poi male
ed è un bene che ci faccia così male
perché dentro quel rancore
si può ancora perdonare
perché andare fino in fondo
è il miglior modo per riuscire finalmente
a galleggiare

Non c’è bisogno di scavare
perché tutto in superficie devi usarlo
come fosse una vernice
pitturare le stanze del tuo cuore
perché non è un bersaglio
perché anche le montagne eran barriere
adesso sono un bel paesaggio

E poi bene, poi male, poi bene, poi male
E in fondo è solo un bene che ci faccia così male

Hai mai chiesto scusa con gli occhi
io sì, però, in ritardo
e ti ho lasciato costruire un muro
invece di una strada
ma se l’amore ha una data di scadenza
allora consumiamolo prima che scada

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Sanremo 2020: il testo di “Il gigante d’acciaio” di Gabriella Martinelli e Lula

Le cantanti si esibiranno sul palco dell'Ariston con un brano che parla dell'ex Ilva.

Il Festival di Sanremo 2020 è ormai arrivato alla 70esima edizione. Fra le le canzoni in gara spicca quella di Gabriella Martinelli e Lula dal titolo Il gigante d’acciaio. Il pezzo musicale del duo fa parte delle Nuove Proposte e si tratta di un singolo assai significativo. Gabriella Martinelli e Lucrezia Di Fiandra (Lula) sono due giovani cantautrici, molto talentuose. La prima è nata in Puglia nel 1996, mentre la seconda è del 1995 romana. La loro canzone è un insieme di rap e rock che racconta, tra le note, il problema dell’ex Ilva di Taranto. Diversi conoscenti e familiari di una delle cantautrici, Gabriella Martinelli, hanno lavorato proprio là. In attesa di vederle sul palco di Sanremo 2020, ecco il testo completo di Il gigante d’acciaio di Gabriella Martinelli e Lula.

IL TESTO DI IL GIGANTE D’ACCIAIO

Non ci sarà
un’altra volta, un’altra volta
non ci sarà
un’altra volta, un’altra volta ancora.

Papà stava bene, s’è fatto una casa
ha sposato due figlie e mo’ resto io
con dieci anni d’amianto e molte rughe
ha lasciato l’inferno per darlo a me.

Ero troppo giovane per capire
e ho provato a scappare
ma mi mancava il mare
mi mancava il mare
mi mancava mia nonna
e il sentirmi dire
Ué guagliò vid ca’ qua so tutt cos buene.

Non ci sarà
un’altra volta, un’altra volta
non ci sarà
un’altra volta, un’altra volta ancora
chi ci darà una risposta.

Macchiami il cuore con un pugno dentro al petto
cambia il finale di una storia che ho già letto
tutti lo sanno ma nessuno parla
tanto funziona così
spesso mi dicono ‘vattene da qui’
ma signori io ho famiglia
e davanti un muro, sulle spalle un mutuo
son già marcio dentro
ormai fa lo stesso
non lo disco spesso
ti confesso non ho più un futuro.

Non ci sarà
non ci sarà un’altra volta, un’altra volta no, un’altra volta no
chi ci darà una risposta signori
non ci sarà
sarà diverso stavolta un’altra volta
non ci sarà un’altra volta, un’altra volta ancora.

Timbro ai tornelli della portineria
sono le sette di una sera qualunque
ma il vento è forte, sempre più forte
spezza la vita e le speranze restano chiuse
nelle mani del gigante.

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Sanremo 2020: il testo di “Billy Blu” di Marco Sentieri

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla di bullismo.

Marco Sentieri, all’anagrafe Pasquale Mennillo, è un cantautore casertano che fa parte delle Nuove Proposte di Sanremo 2020. Sul palco dell’Ariston, canterà la canzone Billy Blu che racconta una delle tante storie di bullismo.

CHI È MARCO SENTIERI

Il cantante è nato nel 1985 e ha due figli. Il rapper ha partecipato a diverse serate anche all’estero. Proprio il Festival della canzone italiana 2020 potrebbe rappresentare una svolta per il giovane cantautore, com’è successo a tanti altri artisti nelle edizioni passate.

IL SIGNIFICATO DI BILLY BLU

Il suo è un pezzo significativo e toccante che si schiera contro il fenomeno negativo del bullismo. Un problema attuale raccontato in questa canzone che si mette sia dalla parte della vittima, chiamata appunto Billy Blu, sia di chi assume questi comportamenti di sopraffazione. L’audio e il testo è stato scritto da Giampiero Artegiani, famoso autore italiano. In attesa di vedere la sua esibizione, ecco il testo completo di Billy Blu di Marco Sentieri.

IL RESTO DI BILLY BLU

E’ stato Billy, già
proprio Billy
non è incredibile?
E’ stato Billy Blu
Billy Blu, Billy Blu
dico sul serio

Magro come un chiodo
occhiali spessi un dito
sopra occhiaie da malato
di un bluastro scolorito
fragile dimesso timido educato
era il più bravo della classe
perciò l’hai sempre odiato
con lui facevi il bullo
perchè tu nato nell’oro
gli scaricavi addosso
l’invidia del somaro

E lo chiamavi Billy Blu
pupazzetto animale
e gli sputavi tra i quaderni
lo spingevi per le scale
lui cadeva e tu ridevi
come ride un deficiente
si rialzava e sorrideva
ma non diceva niente
perchè lui era più forte
dei tuoi muscoli di cera
e tutta la sua forza l’hai scoperta l’altra sera
sì perchè

E’ stato Billy Blu
Billy Blu, Billy Blu
Billy Blu, ma

Ma la vita è un giustiziere
tutti i bulli adolescenti
poi diventano quegli uomini
dai mille fallimenti
e tu fallito e solo
appena uscito da galera
volevi liberarti da te stesso l’altra sera
e hai bevuto e hai camminato fino all’alba
lungo il fiume senza ne meta ne pace
poi sei salito su quel ponte
un bel segno della croce
ma dietro le tue spalle hai sentito la sua voce

“hey, ti ricordi di me”
così ti sei voltato
la luce della luna illuminava uno magro
ma l’hai riconosciuto solo quando ti ha sorriso
e ti ha detto “ti aiuto”

Ed era Billy Blu, Billy Blu, Billy Blu
“e dai abbracciami”

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Sanremo 2020: il testo di “Voglio parlarti adesso” di Paolo Jannacci

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla dell'essere padre.

Sul palco dell’Ariston vedremo esibirsi anche Paolo Jannacci. L’artista canterà un brano dal titolo Voglio parlarti adesso, scritto E. Bassi, M. Bassi e A. Bonomo. Una canzone che parla di un bambino-uomo che ammette di non saper gestire la paura. Nella canzone un padre che promette a sua figlia che la proteggerà sempre, senza nascondere che avrà dei momenti di fragilità. Un brano che parla anche della consapevolezza di un padre che, prima o poi, vedrà allontanarsi sua figlia. In attesa di vedere la sua esibizione sul palco di Sanremo 2020, ecco il testo completo di Voglio parlarti adesso di Paolo Jannacci.

IL TESTO DI VOGLIO PARLARTI ADESSO

Là fuori c’è la guerra e dormi
Ma qui ci penso io a te
Vorrei che non tremassi come me
Ho visto piangere un gigante
Figurati se non piango io
Che sono nato adesso amore mio
Confesso che non so, non so
Come si può, afferrare il vento
E il tempo che non ti do, è tempo perso
Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui
E quando il modo di aiutarti
Sarà non aiutarti più
Sorridi in faccia all’odio e manda giù
Potrei svegliarti poi ma poi non so, se poi, sarà lo stesso
Ora è sempre il mio miglior momento
Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui
Le stelle appese poi cadranno giù
E un giorno ci diremo addio
Ma se una notte sentirai carezze sarò io…
Voglio parlarti adesso
Prima che un bel tramonto porti via
Le corse senza fine, addormentarsi insieme
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma tuo padre sarà sempre qui
Si è fatto tardi… adesso dormi

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Sanremo 2020: il testo di “Eden” di Rancore

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla di attualità.

Tra i numerosi cantanti che saliranno sul palco dell’Ariston c’è anche Rancore. L’artista parteciperà al Festival di Sanremo 2020 con il brano intitolato Eden, scritto da D. Faini e T. Iurcich. Un brano in cui viene citato come simbolo la mela, quella che è stata morsa da Eva. Il rapper romano si muove tra immagini e miti da raccontare in musica. Il brano, dunque, parla di Adamo ed Eva ma nei giorni nostri. La mela è tutto: un frutto proibito, New York, ma anche il frutto che ha ispirato Isaac Newton.

Questa è la prima volta di Rancore al Festival di Sanremo come solista. Nel 2019, infatti, ha cantato sul palco dell’Ariston insieme a Daniele Silvestri nel brano Argentovivo.  In attesa di vederlo sul palco di Sanremo 2020, in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Eden di Rancore.

IL TESTO DI EDEN

Questo è un codice, codice
Senti alla fine è solo un codice, codice
Senti le rime è solo un codice, codice
Su queste linee solo un codice
L’11 settembre ti ho riconosciuto
Tu quando dici, grande mela è un codice muto
Tu vuoi nemici, sempre, se la strega è in Iraq
Biancaneve è con i sette nani e dorme in Siria
Passo ma non chiudo!
Cosa ci hai venduto?
Quella mela che è caduta in testa ad Isaac Newton
Rotolando sopra un iPad oro
Per la nuova era
Giù nel sottosuolo o dopo l’atmosfera
Stacca, mordi, spacca, separa
Amati, copriti, carica, spara
Stacca, mordi, spacca, separa
Amati
Carica
Noi stacchiamo la coscienza e mordiamo la terra
Tanto siamo sempre ospiti in qualunque nazione
Chi si limita alla logica è vero che dopo libera la vipera alla base del melo
Che vuole…
Quante favole racconti che sappiamo già tutti
Ogni mela che regali porta un’intuizione
Nonostante questa mela è in mezzo ai falsi frutti è una finzione
E ora il pianeta terra chiama destinazione
Nuovo aggiornamento, nuova simulazione
Nuovo aggiornamento, nuova simulazione
Come l’Eden
Come l’Eden
Come l’Eden, prima del ‘ta ta ta’
Come prima quando tutto era unito
Mentre ora cammino in questo mondo proibito
Come l’Eden
Come l’Eden
Come l’Eden, prima del ‘ta ta ta’
Quando il cielo era infinito
Quando c’era la festa e non serviva l’invito
Dov’è lei? Ora, dov’è lei?
Se ogni scelta crea ciò che siamo
Che faremo della mela attaccata al ramo?
Dimmi chi è la più bella allora dai, giù il nome
Mentre Paride si aggira tra gli dei ansiosi
Quante mele d’oro nei giardini di Giunone
Le parole in bocca come mele dei mafiosi
E per mia nonna ti giuro
Che ha conosciuto il digiuno
È il rimedio più sicuro
E toglierà il dottore in futuro
Il calcolatore si è evoluto
Il muro è caduto
Un inventore muore nella mela che morde c’era il cianuro
Questo è un codice, codice
Senti alla fine è solo un codice, codice
Senti le rime
E dopo
Stacca, mordi, spacca, separa
Amati, copriti, carica
Ancora
L’uomo è dipinto nella tela
Ma non vedi il suo volto è coperto da una mela
Si, solo di favole ora mi meraviglio
Vola
La freccia vola
Ma la mela è la stessa
Che resta in equilibrio
In testa ad ogni figlio
Come l’Eden
Come l’Eden
Come l’Eden, prima del ‘ta ta ta’
Come prima quando tutto era unito
Mentre ora cammino in questo mondo proibito
Come l’Eden
Come l’Eden
Come l’Eden, prima del ‘ta ta ta’
Quando il cielo era infinito
Quando c’era la festa e non serviva l’invito
E se potessi parlare con lei da solo cosa le direi
Di dimenticare quel frastuono
Tra gli errori suoi
E gli errori miei
E guardare avanti senza l’ansia di una gara
Camminare insieme sotto questa luce chiara
Mentre gridano
Guarda, stacca, mordi, spacca, separa
Amati, copriti, carica, spara
Amati, copriti, carica
‘Ta ta ta’
Come prima quando tutto era unito
Mentre ora cammino in questo mondo proibito
Come l’Eden
Come l’Eden
Come l’Eden, prima del ‘ta ta ta’
Quando il cielo era infinito
Quando c’era la festa e non serviva l’invito
Dov’è lei?
Ora, dov’è lei?
Se ogni scelta crea ciò che siamo
Che faremo della mela attaccata al ramo?
Se tu fossi qui
Cosa ti direi
C’è una regola
Sola
Nel regno umano
Non guardare mai giù se precipitiamo
Se precipitiamo

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