Chi è Enrico Cremonesi, il “maestro” di Viva Raiplay

Ha esordito nel mondo musicale collaborando con Enrico Ruggeri. Dal 1994 in poi è stato uno dei più intimi collaboratori di Rosario Fiorello nei suoi programmi televisivi e radiofonici. Ultimamente ha rivelato di essere vegano.

Il 4 novembre 2019 è cominciato Viva Raiplay!, il nuovo e attesissimo varietà di Fiorello che ha esordito in versione ridotta su Rai1 ma che dal 13 novembre sarà disponibile in esclusiva sulla rinnovata piattaforma Rai. A fare compagnia al comico siciliano sul palco dello Show c’è quest’anno un cast composto da vecchie e nuove conoscenze, tra cui il rapper e cantautore Danti, i ballerini del gruppo Urban Theory, il trio di cantanti e intrattenitori Gemelli di Guidonia e il giornalista e scrittore Vincenzo Mollica, che per l’occasione presta la voce al pupazzo di se stesso. Infine, l’immancabile maestro Enrico Cremonesi, che collabora con Fiorello dal ’94.

IL MAESTRO ENRICO CREMONESI

Enrico Cremonesi, anche noto come “Maestro Cremonesi”, è uno dei più vecchi collaboratori dello showman catanese. Nato a Milano il 28 maggio del 1969, il compositore ha scoperto la passione per la musica a quattro anni, subito dopo essere stato iscritto dai genitori a un corso di pianoforte. A 11 anni ha cominciato a suonare come organista nella sua parrocchia, mentre a 12 ha cominciato a esibirsi con dei piccoli gruppi. A livello professionale ha debuttato a 20 anni, cominciando a suonare in tournée con il cantautore Enrico Ruggeri.

LA COLLABORAZIONE CON FIORELLO

Il sodalizio di Cremonesi con Fiorello è iniziato nel 1994, continuando poi a livello televisivo e radiofonico in programmi di successo come Non dimenticate lo spazzolino da denti, La febbre del venerdì sera, Buona domenica, Superboll, Stasera pago io, Viva Radio 2 e il Fiorello Show. Tuttavia, la sua carriera non si limita alle collaborazioni con il comico: egli ha infatti curato le musiche per il film di Carlo Vanzina In questo mondo di ladri, nel 2004, e firmato, due anni più tardi, la colonna sonora dei Giochi paralimpici invernali di Torino 2006.

ENRICO CREMONESI È VEGANO

Come specificato da Fiorello durante la seconda puntata di Viva Raiplay! Enrico Cremonesi è vegano. Ad ammetterlo, però, era stato lui stesso nel 2018, in un’intervista a Vegolosi.it, nella quale raccontava di aver cambiato alimentazione da un giorno all’altro, optando per una dieta a base di soli alimenti vegetali. «Non ostento mai il mio stile di vita e soprattutto non lo uso come metro di giudizio per le scelte altrui», aveva detto in quell’occasione il compositore, aggiungendo poi: «sono sempre contento di condividere la mia esperienza con chi è interessato a saperne di più ma non voglio convincere nessuno ad adottare uno stile di vita simile al mio».

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Chi era Enrico Piaggio, il padre della Vespa

L'imprenditore ligure è il padre dello scooter conosciuto in tutto il mondo. Il successo del mezzo su due ruote sembra intramontabile. Almeno quanto lo è il nome del suo inventore.

Il suo nome di battesimo era Enrico Piaggio. Ma il titolo con cui ha preso per sempre posto nella storia d’Italia è “padre della Vespa”. L’imprenditore di Pegli (Liguria), classe 1905, ha inventato lo scooter più venduto al mondo. Ed è per merito suo che generazioni di italiani (e non solo) hanno sperimentato per la prima volta la brezza sul viso, cavalcando le due ruote.

LA BIOGRAFIA DI ENRICO PIAGGIO

Enrico Piaggio nacque il 22 febbraio del 1905. Insieme al fratello maggiore Armando, ereditò l’azienda di famiglia alla morte del padre Rinaldo. Era il 1938 e il mondo sarebbe stato presto inghiottito dalle devastazioni della seconda guerra mondiale. A quell’epoca l’attività della Piaggio era concentrata nel campo ferroviario, elettrodomestico e aeronautico (rafforzatosi durante la Grande guerra e durante l’espansione coloniale dettata da Benito Mussolini). Enrico e il fratello progettarono la spartizione degli stabilimenti: quelli liguri, specializzati nel settore navale e ferroviario, finirono nelle mani di Armando. Mentre i due dedicati alla branca aeronautica in Toscana, a Pisa e Pontedera, andarono sotto il controllo di Enrico Piaggio. L’industria aeronautica continuava a essere un settore penalizzato da una domanda interna limitata. E durante il secondo conflitto mondiale l’azienda risentì, oltre che della scarsa richiesta, delle devastazioni dovute alla guerra.

PIAGGIO PENSAVA A UN MEZZO CHE POTESSERO GUIDARE ANCHE LE DONNE

Il 25 settembre 1943 il padre dello scooter rischiò la vita all’Hotel Excelsior di Firenze. Un ufficiale della Repubblica di Salò gli sparò, accusandolo di non essersi alzato in piedi durante il discorso alla radio del generale Rodolfo Graziani contro gli alleati. Fu l’asportazione del rene a salvarlo, permettendogli di continuare la sua vita, che lo avrebbe visto unirsi in matrimonio a Paola dei conti Antonelli, (vedova del colonnello Alberto Bechi Luserna), della quale adottò la figlia Antonella Bechi Piaggio. Dopo quell’incidente quasi fatale, Piaggio imboccò un sentiero imprenditoriale del tutto nuovo. Decise di testare un nuovo mezzo di trasporto. Le caratteristiche principali? Doveva essere semplice, a due ruote, a basso costo. E soprattutto, sarebbe stato adatto anche alle donne. Così nacque la vespa.

Una scena tratta dal film

IL MOTORE DEL MODELLO DEL 1946 SIBILAVA COME UNA VESPA

Il primo prototipo vide la luce nel 1944. Era un MP5 messo a punto a Biella e fu ribattezzato Paperino dagli stessi operai, per la strana forma. Il richiamo al goffo personaggio della Disney, tuttavia, rimarcava anche la contrapposizione all’allora mezzo di trasporto concorrente, la Fiat 500, soprannominata appunto Topolino. Il primo abbozzo di Vespa fu il punto di partenza per il modello definitivo, a cui lavorò l’ingegnere Corradino D’Ascanio, sfruttando i materiali un tempo usati per i velivoli. Si arrivò così, nel 1946, a un motociclo, il cui motore sibilava come una piccola Vespa (da qui il nome). Dei primi 2.500 esemplari, ne vennero venduti 2.181 solo nel 1946: a decretarne il successo fu il bisogno di facili spostamenti di un popolo uscito dal conflitto. Ma anche la possibilità di pagare a rate le 68 mila lire richieste per l’acquisto aiutò le vendite. Con l’uscita nel 1948 della Vespa 125, la crescita andò alle stelle. Nel 1951 Piaggio fu insignito della laurea in ingegneria honoris causa dall’Università di Pisa e solo due anni dopo, nel 1953, furono prodotti 171.200 esemplari del mezzo a due ruote. La rete commerciale della Piaggio si estese in 114 Paesi in tutto il mondo, con oltre 10.000 punti vendita. Le vendite ebbero un lieve calo soltanto appena dopo il boom. Il rallentamento causò diverse agitazioni sindacali e fu proprio durante uno sciopero nel 1965 che Enrico Piaggio si sentì male nel suo ufficio. La corsa all’ospedale di Pisa non servì a nulla e l’uomo della Vespa si spense definitivamente il 16 ottobre di quello stesso anno.

Uno dei modelli della Vespa, lo scooter più venduto al mondo
Uno dei modelli della Vespa, lo scooter più venduto al mondo

IL FILM DI RAI FICTION CHE RACCONTA L’INVENTORE DELLO SCOOTER

La biografia dello storico imprenditore ligure ha ispirato il film firmato dalla Rai Enrico Piaggio. Un sogno italiano. La pellicola, trasmessa in prima serata su Rai 1 il 12 novembre 2019, ripercorre le tappe che hanno reso intramontabile l’inventore della Vespa. Dall’intuizione nel comprendere che la gente aveva bisogno di muoversi per rimettere in moto il Paese, alla lungimiranza nel convincere William Wyler, il regista di Vacanze romane, a usare la Vespa nella sua pellicola. Il film, ambientato nell’immediata crisi economica del dopoguerra, è prodotto da Rai Fiction e Movieheart, con la regia di Umberto Marino. Nel cast, oltre ad Alessio Boni che interpreta Enrico Piaggio ed Enrica Pintone nei panni della moglie Paola Piaggio, ci sono anche Roberto Ciufoli, Francesco Pannofino e Violante Placido.

È ALESSIO BONI A PRESTARE IL VOLTO A PIAGGIO

Il compito di impersonare il genio che ha contribuito a risollevare le sorti dell’economia italiana è spettato ad Alessio Boni. L’attore bergamasco (classe 1966) è un volto noto delle fiction Rai. Si è infatti già prestato all’interpretazione di Heathcliff, nella miniserie del 2004 dedicata a Cime tempestose, per esempio. Ma è entrato anche nei panni di Walter Chiari nella miniserie del 2012, Fino all’ultima risata. Il 2019 è stato invece il turno di Enrico Piaggio, di cui l’attore ha detto: «Era un autentico visionario, un pioniere. Comprese che la gente aveva bisogno di muoversi. Si inventò la Vespa pensando per prima alle donne e ai preti che hanno l’abito talare. Poi inventò le rate per il pagamento».

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L’Italia del pop paralizzata tra passatismo e giovanilismo ostinato

Da un lato venerabili maestri come Celentano e Mina, dall'altra giovani promesse che si rifanno a vecchi modelli come Cattelan e Achille Lauro. Tutte retoriche che ci lasciano in un perenne vuoto artistico.

Ci sono retoriche parallele che reggono il Paese come architravi di luoghi comuni. I veterani sono la memoria, l’esperienza; i giovani il futuro, la speranza: e tutti sono risorse. Mica vero, poi dipende dal singolo, le categorie lasciano il tempo (perso) che trovano.

Prendi Adriano Celentano, uno che non ha più scuse: se non c’è il suo programma va a picco, se c’è va a picco. Non c’è esperienza che tenga, neanche di precedenti fallimenti, Adrian sconclusionato era e tale resta nella sua pretesa di immanenza, Celentano pensa ancora basti la sua faccia, la sua mitomania Anni 70 a tirare un pubblico, che poi taccia o sproloqui non fa differenza, ma non è così, i risultati non gli danno scampo. Siamo al paradosso: uno che non sa fare televisione, che la fa vecchia come cinquant’anni fa, si mette a dare lezioni agli ospiti, tu non vai bene, tu sei prolisso. Dall’abisso dei suoi disastri.

La retorica della storia, del successo, del come eravamo non salva e a volte si risolve in pretese strampalate. C’è Piero Angela che passati i 90 anni si tiene come un santone dell’onniscienza, su tutto pontifica, ha fatto un libro dove, come tutti quelli che hanno avuto fortuna, celebra i suoi figli come estensioni del sé e, essendo un divulgatore provetto di cose scientifiche, si considera scienziato egli stesso. Un po’ come se uno che legge abitualmente Maupassant col sottofondo di Bach si ritrovasse, per osmosi, sommo romanziere e celestiale compositore barocco.

IN ITALIA IL GIOVANILISMO GUARDA SEMPRE AL PASSATO

Il giovanilismo ostinato, peterpanesco non è meglio, il giovane a vita ma sempre mano favoloso, Alessandro Cattelan è rimasto, si direbbe, inchiodato a una proiezione fanciullesca, gli fanno indossare certe giacchette, certe scarpette infantili a 40 anni ma sta perdendo tutte le occasioni, è inchiodato al ruolo di portinaio di X Factor ma X Factor ha perso la metà degli spettatori, è programma bolso, senza idee e Cattelan ne risente.

Achille Lauro.

Poi, certo, i suoi impresari, la potente macchina che ha dietro sapranno rilanciarlo, sapranno svecchiarne l’immagine giovanilistica, ma insomma non lo si paragoni ai modelli del passato, a 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso, per spessore e quantità, altro che le pallonate da oratorio di Cattelan.

A 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso

«I giovani sono la brezza del futuro» è affermazione in perenne bisogno di conferme, gente come Sfera Ebbasta è inconsistente, non inventa niente perché non ha niente da innovare, Fedez ha ricalcato gli Anni 80 ed è più conosciuto come influencer, marito di influencer, che come artista, Tommaso Paradiso è corso dietro a Luca Carboni, Achille Lauro non sa che indossare i costumi smessi di Renato Zero o atteggiarsi a David Bowie di borgata.

Il conduttore di X Factor Alessandro Cattelan.

La cosa strana, e un po’ allucinante, è che questi assai presunti giovani guardano a un passato che quando arrivò era davvero futuro, era innovativo e rompeva gli schemi; adesso questi si limitano a ricostruirli, per una pura tensione lucrativa, monetaria. Proprio a X Factor va in scena, mai come quest’anno, un festival del vecchio, un cortocircuito per cui ragazzi di sedici, vent’anni hanno movenze, apparenze polverose e inseguono stilemi forse inevitabili, ma troppo scontati e in modo troppo scontato; non ce n’è uno che sappia proporre un’idea di attuale, di contemporaneo, una rilettura di qualcosa, un fremito di novità. E già incombe Sanremo, che al suo settantesimo compleanno si rivelerà autobiografia di una nazione corrosa, con le sue nuove proposte anchilosate e i senatori plastificati che sembrano mummie di cera.

SIAMO ANCORATI A UN ETERNO PASSATO, MANCA UN PRESENTE

Celentano invece ricostruisce perennemente se stesso, in un riedizione sempre più patetica. Se gli si dice che non è più cosa, se gli si fa notare che non è il caso, che sarebbe meglio soprassedere, piomba la moglie manager e scaglia anatemi: ah, voi non lo meritate Adriano, non lo capite. E per fortuna non minacciano di andarsene dall’Italia, come i giovani cervelli in fuga.

Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore

Anche lui, l’ex Molleggiato, al suo eterno ritorno – e complimenti a Mediaset, a Piersilvio che ci ha rimesso una barca di soldi -, il “Cretino di talento” non ha saputo resistere: «Non avete capito Adrian, non mi avete capito». Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore, democristiano, berlusconiano, anti-berlusconiano, grillino della prima ora, anti-grillino dell’ultima ora, e a non capire è sempre il mondo, che non gira dove vuole lui. Celentano vede gli 81 anni ma non pare avere imparato altro che la presunzione, forse ha dimenticato tutto il resto. Ma la presunzione alla lunga si usura pure quella.

Un fermo immagine mostra un momento di “Adrian” lo show ideato, scritto e diretto da Adriano Celentano.

Anche Mina è in vista degli ottanta e i media italiani, in modo assurdo, si sono paralizzati su uno scatto “rubatole” dalla figlia Benedetta e sparato sui social: «Ah, Mina che non si fa mai vedere, eccola qua». C’era una signora, di spalle, seduta sul sofà a guardare la televisione. Così siamo al feticismo museale. Eh, ma Mina è la storia, è i migliori anni della nostra vita. Anche Celentano. Anche Angela. Mentre i giovani che hanno niente da dire (e il tempo gli rimane), sarebbero l’anno che verrà, la storia che ci attende. E così, tra storia andata e storia che non c’è, manca un presente cui aggrapparci. Un presente non di venerabili maestri, non di retoriche da social.

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Turisti per fiction

Non ci sono solo gli itinerari siciliani di Montalbano. Le serie tivù nostrane sono un volano per l'economia dei luoghi che ospitano i set: da Matera con Imma Tataranni alla Pienza dei Medici. Arrivando alla cupa Aosta del vicequestore Rocco Schiavone.

Sarà il fascino del ciak. Perché, non appena compaiono in una serie televisiva, angoli barocchi, spiagge, vallate, palazzi rinascimentali e resti romani richiamano appassionati, curiosi e turisti. E regalano visibilità a province defilate e centri cittadini. Se è diventato un classico il circuito nella Sicilia di Montalbano, che nell’arco di 20 anni ha generato un vero e proprio business, altre location non sono da meno. Qualche esempio? Si va dai Sassi di Matera in cui si muove Imma Tataranni alla Liguria di Rosy Abate, passando per le valli valdostane in cui si muove Rocco Schiavone e la Pienza che ricorre ne I Medici.

Sul set del Commissario Montalbano.

ALLA RICERCA DI VIGATA

Sono ormai entrati nell’immaginario collettivo i luoghi di Montalbano, il commissario uscito dalla penna di Andrea Camilleri. Il percorso sulle tracce del poliziotto parte da Ibla, nel cuore di Ragusa, con le scalinate e i palazzi barocchi tutelati dall’Unesco che danno corpo alla letteraria Vigàta, per poi toccare l’Eremo della Giubiliana, un convento fortificato del 500, e la questura di Montelusa che ha sede a Palazzo Iacono a Scicli (Rg), dove si trova anche la famosa “mannara”.

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Il richiamo della fiction firmata da Alberto Sironi è talmente forte che a Ragusa e provincia le presenze sono passate da 669.677 nel 1999 (primo anno della messa in onda) a 1.126.954 del 2018, secondi i dati dell’Ufficio statistica del Libero Consorzio comunale di Ragusa. E i passeggeri degli aeroporti di Catania e Comiso sono saliti dai 5 milioni del 2014 ai 6,4 milioni del 2017 (Assaeroporti). I fan del commissario possono consultare il portale www.visitvigata.com o decidere di soggiornare nel B&B in cui è stata trasformata la casa sulla spiaggia di Montalbano, a un’estremità di Punta Secca, frazione di Santa Croce Camerina.

IL FASCINO DEI SASSI DI MATERA INSEGUENDO IMMA TATARANNI

La tradizione cinematografica di Matera parte da lontano, con Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini del 1964. Quarant’anni dopo Mel Gibson ha scelto per La passione di Cristo i Sassi tutelati dall’Unesco, dove lo scorso settembre sono state girate pure le scene dell’ultimo 007, No time do die, che sarà nelle sale di tutto il mondo nel 2020, con Daniel Craig di nuovo nei panni di James Bond.

Imma Tataranni (Vanessa Scalera) in una scena.

Di recente però, la Capitale europea della cultura 2019 è stata anche un set televisivo. Prima con Sorelle, trasmessa nella primavera di due anni fa, per la regia di Cinzia Th Torrini, e poi con Imma Tataranni, serie ispirata ai libri di Mariolina Venezia.

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Falcata decisa, abiti vistosi, il sostituto procuratore vive a Matera e si muove fra grotte, vicoli, abitazioni scavate nella roccia e scorci di una bellezza atavica. Stando a quanto risulta all’Apt Basilicata, gli appassionati arrivano per visitare location precise ma il fenomeno è difficile da quantificare, perché da quando nel 2014 la città è stata proclamata Capitale europea della Cultura, arrivi e presenze sono in crescita costante, tanto che l’anno scorso hanno registrato rispetto al 2017 entrambi un +22% (dati Apt Basilicata).

Una panoramica di Matera dove è ambientata Imma Tataranni (Crediti Apt Basilicata).

LA CUPA VAL D’AOSTA DI ROCCO SCHIAVONE

Mobilita patiti degli intrighi anche il vicequestore creato da Antonio Manzini e interpretato da Marco Giallini, che è ormai di casa ad Aosta, tanto da aver ricevuto la cittadinanza onoraria. Romano trasferito in una Val d’Aosta fredda e cupa, Rocco Schiavone, l’investigatore in loden e Clarke sugli schermi per la terza stagione, si muove spesso fra la sua abitazione, sopra allo stemma del secentesco Palazzo Ansermin, e il porticato del Municipio, affacciato su piazza Chanoux con il suo Caffè Nazionale. Ma nella serie ricorrono altri angoli della città come il teatro romano, l’arco di Augusto, il chiostro della collegiata di Sant’Orso, il cimitero intitolato allo stesso santo e il commissariato, ricostruito a sud della città, nell’area dismessa dell’acciaieria Cogne.

Marco Giallini nei panni di Rocco Schiavone con Fabrizio Coniglio (Crediti: Pré-Saint-Didier / L. Perrod).

Queste tappe rientrano in un itinerario organizzato da un gruppo di guide turistiche che propone visite con soste anche nel resto della Regione, in Val d’Ayas, al villaggio di Cunéaz, al Dente del Gigante, alle terme e alla passerella panoramica di Pré-Saint-Didier, o al Ponte sul torrente Buthier nei pressi di Valpelline che nella fiction fa da cornice a un incidente mortale.

I MEDICI TRA LE QUINTE RINASCIMENTALI DI PIENZA

Ha fatto da set a produzioni internazionali come Il paziente inglese e Il gladiatore, ma anche alle tre stagioni del serial tivù I Medici. Parliamo di Pienza (Siena), la cittadina ideale del Rinascimento, ridisegnata secondo i principi dell’umanista Enea Silvio Piccolomini che quando salì al soglio papale come Pio II volle cambiare volto al suo villaggio d’origine.

Una scena de I Medici (Twitter).

Fra gli scorci progettati da Bernardo Rossellino, sotto la guida di Leon Battista Alberti, sono state ambientate le scene della fiction Rai che racconta segreti, amori, vizi, intrecci, congiure della Firenze rinascimentale.

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Sullo sfondo della cattedrale, della residenza pontificia, della piazza solenne con il “pozzo dei cani”, che domina le colline dolci della val d’Orcia, hanno recitato, fra gli altri, Daniel Sharman, nei panni di Lorenzo il Magnifico, Alessandra Mastronardi, Neri Marcorè, Sarah Parish, Bradley James. Per gli episodi della terza serie, in onda quest’autunno, hanno lavorato l’anno scorso circa 100 persone del cast, più tecnici e operatori, fra ottobre e novembre, in un periodo tradizionalmente poco gettonato per il turismo. E Pienza, affollata da comparse e curiosi richiamati proprio dalle riprese, ha avuto l’opportunità di destagionalizzare il flusso turistico, allungandolo di almeno un mese (per info: www.ufficioturisticodipienza.it).

ROSY ABATE, DALLE COSTE LIGURI ALLA SICILIA

Si è chiuso venerdì 11 ottobre il secondo anno di Rosy Abate, spin off di Squadra antimafia, con Giulia Michelini nei panni della “regina di Palermo”, che ha registrato un crescendo di ascolti su Canale5, raggiungendo con l’ultima puntata il 18,5% di share. Girata in parte in Liguria, la serie ha location che sono già meta turistica, a partire da Varigotti, a Finale Ligure (Savona), dove si trova la casa di Rosy, fra gli edifici squadrati che si affacciano sulla spiaggia nei colori caldi che vanno dal giallo al rosa.

A Varigotti è ambientata Rosy Abate (foto archivio Agenzia Regionale in Liguria).

Sempre nel Savonese è stata ambientata la prima puntata, con i pontili e l’ingresso allo Yatch club e altri scorci della Marina di Loano, mentre quando Rosy affronta per la prima volta il clan dei Marsigliesi sta giocando al Casinò di Sanremo. La protagonista si sposta quindi verso Sud per seguire il figlio Leonardino: le riprese sono state effettuate nel quartiere romano dell’Olgiata, dove vive il bambino, e al luna park dell’Eur, che ha fatto da sfondo all’episodio del tiro a segno. Infine in Sicilia, al castello degli Schiavi, nei pressi di Catania, c’è la roccaforte del mafioso Santagata.

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Le pagelle del terzo Live di X Factor

Questa edizione davvero non decolla. I giudici sono totalmente inadeguati. I concorrenti non bucano. Tranne Davide che riesce a "resistere" persino alla disastrosa Malika Ayane.

«Sono successe un sacco di cose; due eliminati, ma questo è il meno». Avete capito, cari sognatori. Voi vi credete il lievito del talent, invece siete il pretesto. Siete il meno, specie se fallite. Parola del presentatore Alessandro Cattelan, al quale mettono in bocca dei lapsus rivelatori, ma lui non perde mai, è sempre lì, nessuno lo elimina. Invecchia con X Factor.

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A 40 anni, mette delle strane giacchette peterpanesche, o, come si vanta, «quattro vestiti uno sopra l’altro», per fare lo spiritoso o così pretende chi lo addobba. Del resto, stanno trasformando il giovane cespuglioso Lorenzo in uno strano boschetto glam, il non tanto rude parà Nicola in un arcobaleno vivente, la stentorea Giordana in una meringa spaziale, la genuina Sofia in qualcosa che non si capisce. E anche questo conferma la confusione di una edizione che va per conto suo, ma senza sapere dove.

UNO SHOW ABBELLITO E CHE SA DI FINZIONE

Cattelan stesso si abbevera ai social, alla reazioni del pubblico, naturalmente sorvola sui troppi commenti sbadiglianti. Evidentemente tanto altro da dire non ce l’ha, non ce l’hanno, non c’è. Sembra tutto così forzato, così costruito, mai come quest’anno, e non si capisce come uscire dall’impasse: s’inventano perfino l’eliminazione preventiva, secca, diretta, ma sa tanto di espediente incasinato. Poi ci resta sotto Marco, il rasta, il no-global, che invece era tra i pochi possibilmente personaggi, comunque il meno peggio insieme al pianista Davide Rossi, che sarà anche démodé, ma è di un altro pianeta qua. Ma è colpa di “quelli a casa”, del “popolo dei social”, che non l’han votato. Davvero? X Factor è truccato, quantomeno nel senso di abbellito.

I giudici Samuel, Mara Maionchi, Malika Ayane e Sfera Ebbasta (pagina Fb X Factor).

Anche quando gl‘illustri giudici si mettono a cantare, in apertura, sa un po’ di sagra agostana, di ospitata in discoteca, fate vobis. Che poi uno sente lo Sfera affogato nella melassa d’autotune e pensa, ma questo qui è un artista, questo qui giudica? Ma sì, è tutto per finta, come le scarpe aranciate di Cattelan, come gli scazzetti tra Sfera e Malika, che servon solo a citare i network del principale sponsor (i due ridono sotto i baffi con ribalda impudenza), come la moccioseria che, oooh, si eccita per tutto, come la gara che c’è e non c’è, arranca, e, vedi un po’, alla fine va avanti qualcuno che si porta addosso un insopportabile odore di raccomandazione

L’INADEGUATEZZA TOTALE DEI GIUDICI

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Cambiano gli ornamenti, non il voto. Lo pronosticano a Sanremo, a Miss Italia, sulla luna, ma se fosse solo una profezia che si autoadempie?

MARA MAIONCHI: 5. Sei forte, sei bravo, hai cantato bene, sei stato bravo, sei proprio forte, non so i titoli, non so l’inglese, sono vecchia, Ah! Ah! Ah! Un vecchio disco che salta sulla puntina. Però è una volpona lei, tutor sì ma di se stessa, quante copertine, interviste, celebrazioni. Quante banalità. Intanto perde Marco, che peccato. 

MALIKA AYANE: 5-. L’antipatia innata ha finora velato una profonda verità: come coach è una incapace totale, non sa valorizzare i suoi, li appanna uno dopo l’altro. Però giudica, in Italia chi non sa giudica (vale anche per chi scrive, certo).

Ospite del terzo Live Marracash (pagina Fb di X Factor).

SFERA EBBASTA: 5-. Sembra tanto disinvolto, ma è la scioltezza ribalda di chi non ha niente da dire. Infatti, se ci fai caso, più che banalità piccoloborghesi con cannetta d’ordinanza, non spreme. Cultura musicale prossima allo zero, chissà se pure lui, come Fedez, è un Ambro Angiolini radiocomandato (Morgan dixit). Certo i suoi aspiranti sembrano procedere per conto loro, senza una guida: e per forza!

SAMUEL: 5-. Bisogna giudicare i giudici sul doppio livello. Come resa televisiva, svanisce. Come coach, alleva i superflui Booda e qualche portato dell’esperienza si vede. Ma se uno che fa ‘sto mestiere da 30 anni si «scioglie in lacrime» per lo stupro sul cadavere di Tenco dai due pesci lessi Seawards, due son le cose: o ha sbagliato mestiere, o cialtroneggia duro. 

MARRAKASH: 2. «La scrittura per me è in primo luogo una sorta di catarsi». Per te: per noi è una tortura. «La mia razza si estingue». Ma magari.

DAVIDE ROSSI, IL MIGLIORE MA NON SARÀ MAI ROCKSTAR

BOODA (All or Nothing, Elliphant): 5 ½. I Booda pestoni, partiti come outsider, recuperano e sono sempre più quotati. Chissà poi perché. Gli vanno costruendo addosso la tipica sessualità da talent, ma che altro c’è?

La performance dei Booda: All or Nothing, Elliphant (pagina Fb di X Factor).

NICOLA CAVALLARO (Happy, Pharrell Williams): 5-. Meritava di uscire subito, alle preselezioni: non canta, ringhia, ma un ringhio forzato, sforzato, e non inconfondibile. Ma lui si sente performer dentro, e qualche volta la convinzione fa miracoli.

SOFIA TORNAMBENE (C’est la vie, Achille Lauro): 6. Scelta da paragnosta, Sfera. Achille sta nel business XF, il compare assegna una sua cacatina, tutta ‘na famigghia. Poi la ragazzina, che par timidina ma non ha paura di nessuno, ci pensa lei. Va bene, solo che a lungo andare troppo zucchero causa il diabete, attenzione.

Sofia interpreta C’est la vie di Achille Lauro (Pagina Facebook X Factor).

LORENZO RINALDI (Baby I love you, Ramones): 3. Malika gli affibbia, o perché è sciocca o per ammazzarlo, una scelta fatale: al ragazzo triste manca completamente la carica debosciata per un pezzo come questo, ma a uno così gli dai i Ramones? Ma cos’hai nella testa, la sigla del dentifricio? Ma dai, tanto valeva sparagli. Difatti, vedi un po’: esce. 

EUGENIO CAMPAGNA (Cornflakes, inedito): 4. La sua canzone. La sua storia. Il suo amore. «Quando a notte ti scrivo oh e tu rispondi ehi» (ma non bastava Ultimo?). Il suo modo di essere cantautore. Di mettersi a nudo. Di raccontarsi. Che due maroni.

Eugenio presenta il suo inedito: Cornflakes (pagina Fb di X Factor).

SIERRA (Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio de André): 3. Va detto che dei trapper hanno almeno un requisito fondamentale: l’insopportabilità. Sfregiano la salma di De André, con la complicità del musicalmente delinquenziale Samuel. Dice: trattatelo con rispetto. E loro: «Tu sei bella tanto che fai male, guarda questo è ridotto male, eyaya». De André riposa in fama di poeta, forse sopravvalutato, ma questo è davvero troppo.

Giordana canta Bellyache (Pagina Fb di X Factor).

GIORDANA PETRALIA (Bellyache, Billie eilish): 5-. Insomma non si capisce perché si deve pretendere (all’americana: fare finta di credere) che una pizza sia Ella Fitzgerald. E più questa va avanti, meno si capisce. E basta!

SEAWARDS (Vedrai Vedrai, Luigi Tenco): 3. Ecco come ammazzare un pezzo immortale. Senza sangue, senza pelle, senza intonazione: senza un c…. Gli ottoni degli amici di Samuel, Bandacadabra, aggiungono un delicato tocco di rottura di palle. Oh, che fenomeni ‘sti due. Ma se sembrano due becchini. 

I Seawards in Vedrai Vedrai di Tenco (Pagina Fb di X Factor).

DAVIDE ROSSI (Why d’you only…, Artic Monkey): 7 ½. Di bravi, ma proprio bravi, c’è rimasto solo lui. Un gioiellino che neppure la polverosa disastrosa Ayane riesce a opacizzare. Oh, 16 anni ha! Sempre più evidente l’ispirazione da Elton John, ma potrà vivere di luce propria, anche se il nostro caro Davide, rockstar non sarà mai.


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Gli insulti a Enrico Di Lauro di X Factor e la disumanità dei miseri

La sua eliminazione dalla seconda puntata dei Live è stata salutata con prese in giro e commenti vomitevoli. Una crudeltà imbecille il cui senso sfugge.

Enrico Di Lauro forse lo incontrerai. Chissà se lo riconoscerai mescolato alla polvere frenetica indifferente di Milano, ma lui era quello che per un attimo ha sfiorato la celebrità, quello salito dalla scala di un metrò per arrampicarsi fino a X Factor a bordo della sua chitarra. Troppo abituato alla polvere per fidarsi davvero. Così scontroso, così taciturno, ma non era scontroso, era solo spaventato. Spaesato. Stordito quasi incredulo.

«Adesso io non so dove andare, non so che dire, so solo che continuerò a vivere della musica». Enrico ci ha provato, s’è arrampicato fin dove ha potuto, poi l’inesperienza lo ha tradito e ha perso la sua occasione: torna nei meandri dell’indifferenza, attraversato da gente che forse non lo riconoscerà, forse non lo ascolterà. O forse sì, per un attimo solo. Peccato. Noi lo tifavamo questo ragazzo con la luce guardinga negli occhi, con addosso la polvere della metropoli, come uscito da un incanto degli Anni 70 di quelli che non si usano più.

Ma che ne sanno i troll di Twitter, che hanno salutato con ironia di vomito la sua uscita dal talent? È tutto vero e non ci si crede: «Finalmente torni sotto la metro», «Se ti vedo ti mollo 50 centesimi», «Vai ai giardinetti», «Ciao tesoro ci vediamo in piazza Duomo», «Questo quando canta rischia di morir di fame». Non tutti così, è chiaro, c’è chi è stato raggiunto dalla storia difficile di questo giovane senza bussola. Ma il liquame degli squallidi basta e avanza.

LA CRUDELTÀ INGIUSTIFICATA CONTRO ENRICO

Ora non ci è dato sapere se Enrico, che ha scelto, per motivi che lui sa, di abbandonare la sua casa, spinto da un rapporto complicato con la madre (il padre è perso, si direbbe), sia davvero già all’ultima spiaggia: ha preferito girovagare a lungo, dormire sugli autobus addormentati al capolinea o ancora in marcia, fermarsi dove capita, suonare senza un domani nella polvere. Sa difendersi, conosce le arti marziali, ma tutto è tranne che aggressivo. E non fa la vittima, prende solo la vita come viene. È un incallito della vita, che non ha ancora perso l’illusione di una speranza.

Quella di Enrico è una storia di blues metropolitano

Incarna una storia di altri tempi, la storia di sempre. Perché ci sarà sempre uno sbandato senz’altro da fare che salpare in tutte le direzioni a bordo di una chitarra da due soldi. Una storia di blues metropolitano. Sempre la solita dannata storia. Ma non è certo da dire che, per la sua vicenda personale, meritava di proseguire al talent a tutti i costi: è vero che non ha brillato, che non era la sua strada, che, tra l’altro, è stato gestito malissimo dalla sua tutor, Malika. Ma il senso di una crudeltà imbecille, quello sfugge.

CALPESTARE L’INDIFESO, IL CINISMO DEGLI SCIACALLI

Si può capire l’antipatia per il potente, l’attacco al politico, al predicatore, al giornalista spocchioso, al vanitoso sempre tra le palle: se ne sta parlando, c’è chi vuol mettere la paletta anche ai social, documenti, prego. Intanto, però, quest’odio in saldo non verrà intercettato da nessuno, perché che ne sanno di un ragazzo di strada che torna a cantare per la fretta di chi si sfiora i gomiti senza vedersi? Leggi, norme, regole, noi per tutto invochiamo una legge, 300 mila ne abbiamo, e litigano fra loro. Ma quale legge può arginare la risacca dei miseri?

L’eliminazione di Enrico, in ballottaggio con Marco.

Certo che sconcerta, però. Questa idiozia di fogna, questa pochezza ringhiosa. La bassezza gratuita di chi calpesta l’indifeso, l’ultimo, che non gli chiede niente, che non si aspetta niente, è senza logica. Non è la Rete, non sono i social: questi siamo noi. Accanirsi contro un figliolo aggrappato alla musica, che si gioca la carta del baraccone televisivo e non ci specula, non sfrutta il proprio sbando, rimane scontroso, cane randagio che non si fida, questo è disumano; nel senso che una storia così dovrebbe smuovere l’umanità che si ha dentro, invece accade il contrario. Il sadismo dei poveri, il cinismo degli sciacalletti.

LA DISUMANITÀ DI CHI GODE DELLE SVENTURE ALTRUI

Quanto sarebbe bello se il tormentato viaggio senza meta di Enrico finisse con una coda di gente che, in piazza Duomo, o dove diavolo sia, stana il ragazzo emaciato e scontroso, lo riconosce, lo ascolta e tutti vissero felici e contenti. Non succederà, ma è una storia da cavarci un film: dalla strada a un talent e ritorno, ma, questa volta, da star. Non succederà, perché la vita è un blues implacabile nelle sue false casualità. Ma, se siamo umani, non possiamo fare a meno di sognare, guardare in alto e cercarla la nostra stella nel cielo.

A chi dava fastidio Enrico, in arte Harry Dila, col suo sogno fragile di musica, la sua passione per dipingere, scattare, perdersi nella polvere degli altri

Se invece siamo disumani, scriviamo la nostra goduria per un altro che torna a mordere la polvere. Non ci cambia niente, la nostra vita fottuta rimane la stessa, ma possiamo godere della nostra schifezza verbale, morale, perché c’è chi se la passa peggio. A chi dava fastidio Enrico, in arte Harry Dila, col suo sogno fragile di musica, la sua passione per dipingere, scattare, perdersi nella polvere degli altri? «Non so che dire, ragazzi, io adesso non so proprio dove andare: è finita». A ventidue anni, una frase così. E lo insultano, gli promettono monetine. Ma andate a quel paese, detto senza affetto.

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Le pagelle del secondo Live di X Factor 2019

Puntata che non brilla, solo Mara prova ad agitare le acque. Punte di diamante della serata Davide, Sofia e Marco, che però rischia l'eliminazione. Ospiti senza mordente.

Quando il gioco si fa molle, i molli cominciano a cantare. E in verità questo X-Factor 13 che, ormai lo sappiamo, si spatascia come un budino, tremola tremola verso una finale che già comincia a scorgersi all’orizzonte; siamo alla metà doppiata del viaggio, siamo alla scrematura del budino, senza picchi, senza polemiche, senza colpi di scena, senza grandi predestinati all’arte, senza molto di cui parlare.

C’è una preponderanza dei giudicanti sui giudicati, che non va bene, c’è autoreferenzialità di mezze popstar, Mara fa la Mara, Ale fa Ale, Sfera fa il carino, Malika fa Patty Pravo, Samuel fa tappezzeria, dei talenti più presunti che esistenti poco si dice perché poco resta da dire. Uno show circolare, dove tutto scorre come il criceto nella ruota, tutto arriva atteso, nella rassicurante sensazione dell’innocuo; e chiunque mastichi spettacolo sa che non c’è spettacolo, non c’è palco senza senso del pericolo, dell’ignoto.

Mai, forse, come in questa edizione si assiste, nel piccolo, alla tragedia di una generazione: che le tenta tutte, che è disposta a tutto per non restare inchiodata alla vita che fa. L’ex parà, l’ex no global, la cassiera, la scolara – sembra una canzone di Lucio Dalla – tutti scagliati qui, all’X-Factor Dome, tutti con la speranza addosso, sordi al silenzio che poi li inghiottirà, tutti, quasi tutti, come sempre e da sempre qui a XF. Ma uno su mille ce la fa e la lotteria del talento è l’;unica cosa da osare. Dice Cattelan che piantare alberi salverà il mondo e XF lo fa con l’aiuto di una banca, sponsor principale. Una banca. Così va il mondo. «Siamo stati un po’ mosci, un po’ semplicini», dice la Mara, e pare un epitaffio.

I GIUDICI: SOLO MARA MAIONCHI PROVA AD AGITARE LE ACQUE

ALESSANDRO CATTELAN: 6-. Stasera gli do il meno, perché è vestito come il ragionier Ugo Fantozzi, però meno umano.

MARA MAIONCHI: 6. È come se si pigliasse sulle onuste spalle la responsabilità d’agitare le acque. A quasi 80 anni. Detto tutto. Qualche buona intuizione nei giudizi, che tuttavia tradiscono la sensibilità di un’età che, nel music business, non esiste più.

MALIKA AYANE: 5-. Banalità sotto sale. Si piace tanto, ma, a forza di piacersi, finisce perdispiacere. Discutibile la gestione dei suoi, la scelta dei brani e soprattutto come li confeziona: finiscono sempre per strangolare chi li canta.

I giurati di X Factor: (da sinistra) Sfera Ebbasta, Malika Ayane, Samuel e Mara Maionchi (foto Matteo Bazzi/Ansa).

SFERA: 6-. È un bellimbusto, è l’italiano Brancaleone, quello che «un giorno m’imbattei su un cargo». Non ha nessuna cultura musicale né generale, deve salvarsi in qualche modo. Ha il meglio qui, la piccola Sofia, ma è dubbio che possa insegnarle qualcosa, così come agli altri.

SAMUEL: 5. Un dubbio: se la sedia restasse vuota, cambierebbe qualcosa? Ha gruppetti senza storia, dunque fa quello che può, ma ha scelto di giocarsela soprattutto sul duo trappettaro romano; forse vuol farne dei Subsonica capitolini?

CONCORRENTI: SVETTANO DAVIDE, MARCO E SOFIA

BOODA: 5/6. Biancaneve spaziale, e va beh. Alle prese con Take U There di Diplo/Skillex, sembrano degli Skunk Anansie elettronici, ma quanto picchiano: Booda Pest. Ha ragione nonna Mara qui, sono frigidi, era più erotica Cristina d’Avena coi puffi.

GIORDANA: 5. Altro che Summertime Sadness (Lana del Rey), qui, scusate, è una tristezza senzastagioni. Le tolgono l’arpona, la piazzano al piano. Più sobria. Ma pare sempre Stentore, prima quei gorgolii insulsi poi quei ruggitoni ancora più assurdi. Al Colosseo XF si esaltano sempre ecomunque, ma francamente cos’avrebbe di speciale?

ENRICO: 4. Eh, no. I Cieli Immensi (Patty Pravo) cascano sulla testa, schiacciati dalle trovatine di Malika. E lui ci resta sotto con una versione spaesata e piatta. Spiace, era simpatico il busker milanese, ma non è cosa, proprio no (come il ballottaggio poi confermerà).

NICOLA CAVALLARO: 5-. Sì, va beh che c’è di mezzo Trent Rezor nella produzione di Old Town Road (Lil Nas X), ma a chi fa paura questo, conciato poi che manco alla battaglia di Iwo Jima? Allora tanto valeva restar parà. Non canta, gorgoglia, e non ce la beviamo.

SIERRA: 5. Cover di una cover di una cover (7 Rings di Ariana Grande su My Favourite Thing). Alla romana. Risultato: “Ahò, pare che so’ arivati i nuovi Scespire”. Diciamo che colgono lo zeitgestede XF, però non esaggeriamo, su. Certo che intuire Coltrane affogato nell’autotune mette un po’voglia di suicidio.

LORENZO: 6/7. In punta di voce, ma è importante fare senza strafare. Importante e salvifico. Nella sua interpretazione di La notte (Arisa) c’è molta più abilità di quanto non traspaia. Vocalizzi al punto giusto, buon controllo dinamico, e sempre intonato. Ottimo a uscire dalle sabbie della produzione, una variabile del tutto indipendente dalla portata della Ayane.

SOFIA: 7. Se vi fidate, ella è fragrante come le cose migliori della sua terra. Tanto ingenua (ma non così tanto, attenti), tanto acerba, ha quella capacità naturale di entrare nel brano (stasera Fix You dei Coldplay), favorita da una intonazione istintiva. Arriverà in fondo e forse la bruceranno con scelte sciagurate: in Usa o UK ne caverebbero un piccolo scintillante diamante.

MARCO: 7. Scelta azzardata, nonna Mara, ruffiana risaputa scontata suicida. E come lo interpreti un monumento? Ci sali sopra? Lui con Oh my sweet Lord di George Harrison se la cava con misura, restando se stesso, col fantasma addosso. Poi lo incolpano di “non aver dato qualcosa in più”, ma è un rilievo senza senso. Ma che altro devi rischiare, con un monumento così? Bravo, invece, checché ne dica chi non sa giudicarlo.

Sofia durante l’esibizione.

SEAWARDS: 5/6. (Clocks Go Forwards, James Bay). Non è che siano pessimi: è che non sono granché. Questi tutte le settimane si sciolgono e si ricoagulano, e che sono, dei gelati? Oddio, freddini, un po’, sì. Li pronosticano per vincitori, ma pensateli idealmente fuori di qui? Quanto rimane, quanto vi dicono?

DAVIDE: 7+. Toh, che bell’idea, In alto mare della Bertè. Ah, ma è incasinata coi Daft Punk. Ma che idea del… Vogliono ringiovanirlo, a 16 anni, ma chi se ne frega, lui la fa a modo suo e anche con una certa sana malizia vocale, tanto per dire che questo è uno che sa quel che fa.

EUGENIO: 5. “Ah, come emozioni, ho le lacrime o i brividi”. Maddeche. Il guaio è che è convinto di essere già un artista. Un grande artista. Tipico atteggiamento che rompe le palle. E dire che il pezzo, Scomparire, di Giovanni Truppi, di nicchia che più di nicchia è impossibile, offre parecchie possibilità. Ma è il Nigiotti di quest’anno: più mestierante che artista, però raccomandato de nonna (Mara).

BALLOTTAGGIO: SI SALVA IL MIGLIORE

Caro Enrico, Yesterday con accenti da santa messa non si può fare, non si può sentire; Neanche Marco splende alle prese coi Red Hot Chili Peppers, ma ha più sfumature e dunque si salva, come merita.

OSPITI: MANESKIN E CAPALDI NON BRILLANO

MANESKIN: 4. Allora, questo strappamutande che se la tira sarebbe il nuovo Bowie, il nuovo glam, la nuova grande cosa rock italiana? “Marlana ti sento lontana”?. Ma se pare “Filomegna fa la puttegna” di Lino Banfi. I Maneskin fan diventare maneschi: sai le pappine.

LEWIS CAPALDI: 5+. “Fa morire dal ridere” lo gaffeggia clamorosamente il Cattelan Fantozzi. Io avevo un amico di campagna, con quel faccione rubicondo lì; cantava anche bene, era sempr eallegro.

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Quali film vedere in tv e in streaming per Halloween 2019

Il 31 ottobre stare sotto le coperte a godersi un po' di sano horror può essere una buona scelta. Dall'intramontabile inquietudine di Stanley Kubrick al sarcasmo di Tim Burton, ecco tutte le pellicole in programma per la notte delle streghe.

Halloween è la notte a misura di horror. Al calar del sole di ogni 31 ottobre, spiriti di streghe e di zombie, di mummie e di pipistrelli possono finalmente girare a piede libero, almeno per qualche ora. E allora c’è chi potrebbe trovare più conveniente starsene al sicuro sul divano, attendendo che ogni cosa torni al suo posto. Davanti al televisore, magari, godendosi una buona dose di horror. Dal fascino trash di Morte a 33 giri all’intramontabile Venerdì 13, ecco che cosa c’è in programma per la notte più paurosa dell’anno.

ITALIA 1

  • 21.22, Shining. Il classico di Stanley Kubrick anima la notte delle streghe. Un magistrale Jack Nicholson interpreta il custode di un misterioso hotel, dove un uomo ha sterminato la sua famiglia. Lui e sua moglie, però, non se ne preoccupano. Almeno finché non sarà la stabilità mentale dell’uomo a vacillare.
  • 00.21, Arancia meccanica. Nel cuore di Londra, un manipolo di delinquenti annoiati è in cerca di emozioni forti. Sono i Drughi che, sotto la leadership del sociopatico Alexander LaGarde, violentano e picchiano poveri malcapitati fino allo sfinimento. Giusto per far passare il tempo.
Una scena del film Arancia meccanica (Wikipedia)
Una scena del film Arancia meccanica (Wikipedia)

RETE QUATTRO

  • 00.42, Beetlejuice: spiritello porcello. La pellicola del 1988 e diretta da Tim Burton racconta la storia di un marito e una moglie che, dopo un incidente stradale, si accorgono di avere strani poteri e di essere come invisibili. Anche il mondo attorno, d’un tratto, è popolato da mostri. Finché non capiscono di essere morti e di essersi trasformati in fantasmi.
Una scena di Beetlejuice al cimitero (wikipedia)
Una scena di Beetlejuice al cimitero (Wikipedia)

TV 8

  • 21.30, Hotel Transylvania. Con un titolo così, il protagonista della pellicola d’animazione non poteva che essere il Conte Dracula. Il re dei vampiri dà una festa piena di creature mostruose nel suo hotel personale. Finché un giovane e ignaro umano non fa il suo ingresso nella hall, rischiando di generare il panico tra gli invitati.

PARAMOUNT NETWORK

  • 21.15, La famiglia Addams (1991). L’adattamento delle storiche vignette di Charles Addams porta sullo schermo le vicende del nucleo familiare più tetro di sempre. La trama, prendendo spunto dalla scomparsa dello zio Fester, intreccia le vite di Mercoledì, di Gomez, di Gordon e degli altri protagonisti.
  • 23.20 La famiglia Addams 2 (1993). Fester ha fatto ritorno a casa e stavolta, il cuore della trama è rappresentata dalla nascita di Pubert. Il nuovo pargolo di Morticia costringe la tenebrosa donna a cercare una babysitter per sedare la gelosia degli altri due figli, Mercoledì e Pugsley.

7 GOLD

  • 23.30, Nella mente del serial killer. Ambientato su un’isola deserta, alcuni giovani agenti dell’Fbi, durante alcune esercitazioni, si trovano coinvolti in una spirale di morti e incidenti che sembrano connessi tra loro. Finché non capiscono che quell’isola, in realtà, non è poi così deserta.

ITALIA 2

  • 21.30, La notte del giudizio. Cosa accadrebbe se fosse permesso dare sfogo alla propria rabbia, anche soltanto per 12 ore all’anno? Sembra essere questa la domanda del film del 2013 e ambientato in una realtà distopica, dove liberare saltuariamente la cattiveria della gente sembra aver abbassato, sul lungo periodo, il tasso di criminalità.

SPIKE

  • 21.30, Cimitero vivente. Un medico che viene trasferito in un piccolo centro abitato si trova a gestire, nel suo primo giorno di servizio, una morte inquietante: un ragazzo morto tra le sue braccia si rianima sotto forma di spirito per svelargli alcuni segreti sul paese in cui si è appena trasferito. Tratto dal romanzo Pet Sematary di Stephen King, la pellicola è arricchita da due brani dei Ramones. Fu lo stesso autore a chiedere alla band di comporre le colonne sonore.
  • 23.30, Cimitero vivente 2. Il sequel, innervato di incidenti mortali e di incomprensibili stragi, ruota anche in questo caso attorno al misterioso cimitero in cui, una volta seppelliti, i cadaveri tornano a nuova vita.

SKY CINEMA FAMILY

  • 21.00, Wildwitch. Dopo esser stata morsa da un gatto nero, la piccola Clara scopre di poter comunicare con il felino. La sua vita cambia quando scopre di appartenere a una famiglia di streghe.

SKY CINEMA SUSPENSE

  • 21.00, Ancora auguri per la tua morte. Sequel di Auguri per la tua morte, anche stavolta a seminare morte e panico è un inquitante personaggio che tiene il suo volto coperto con la maschera di un bambino. Un viaggio nel tempo potrebbe aiutare a scoprire la sua identità?
  • 22.45, Halloween. Michael Meyers, uscito dal manicomio 15 anni dopo aver accoltellato la sorella, torna a seminare orrore e panico. E decide di farlo proprio la notte del 31 ottobre.
L'assassino Michael Meyers nel film Halloween
L’assassino Michael Meyers nel film Halloween
  • 00.35, Oscure presenze. Jessabelle ha perso il compagno in un terribile incidente. Quando decide di ricominciare da capo e si sistema in una vecchia villa di famiglia, trova delle cassette registrate dalla madre, morta molto tempo prima. I filmati la avvisano della presenza di uno spirito pronto a distruggerla.

SKY CINEMA ROMANCE

  • 21.00, Vita da strega. Ispirato all’omonima sitcom statunitense, il film interpretato da Nicole Kidman, ripercorre le avventure di una giovane strega che tenta di accantonare la magia per condurre una vita normale. Ma qualcosa non va secondo i suoi piani.

PREMIUM CINEMA ENERGY

  • 21.15, Il signore della morte. Sequel del primo film della saga (Halloween), la trama ruota attorno a un omicida pronto a seminare il terrore. E ossessionato da una ragazza che non è ancora riuscito a uccidere.
  • 22.52, La vendetta di Halloween. Quattro storie si intrecciano nell’Ohio in occasione della notte delle streghe. Tra i protagonisti, una cappuccetto rosso solitaria persa in un bosco, un padre di famiglia serial killer in cerca di una zucca, un gruppo di adolescenti annoiati che architettano uno scherzo e un vecchio scorbutico alle prese con uno spirito.
  • 00.18, Morte a 33 giri. Un divo del rock morto in un incendio torna alla vita, grazie a un suo fan sfegatato che fa suonare uno dei suoi dischi in senso contrario. La star occupa la sua seconda esistenza a commettere stragi.
  • 01.57, Venerdì 13. L’uscita serale di un gruppo di giovani finisce in tragedia. Un uomo mascherato mette fine alle loro vite, uno dopo l’altro. Ma il luogo dove avviene il massacro non è nuovo all’orrore. Che sia un posto maledetto?

PREMIUM CINEMA COMEDY

  • 21.15, Una notte da paura. Un esperto organizzatore di feste di Halloween si trova a dover salvare il figlio, posseduto dallo spirito di una donna del Cinquecento. E invocato per errore.
  • 22.51, Zora la vampira. Il Conte Dracula abbandona la Transilvania per raggiungere l’Italia. Ma, scambiato per un clandestino, finirà in un centro sociale dove incontrerà il suo grande amore Zora.
  • 00.40, Streghe verso nord. La vita di uno scrittore interpretato da Teo Mammuccari cambia quando uno strano personaggio gli rivela che le streghe, in realtà, sono ben mimetizzate tra la gente comune. E sua cognata è una di loro.

NETFLIX

La celebre piattaforma di streaming, in occasione di Halloween, infila la mano nel suo cilindro e ne estrae tutti i film a tema horror. La ricerca degli amanti di Netflix è facilitata dalla creazione di una sezione ad hoc, chiamata “Halloween” (per l’appunto), dove si possono scovare decine di pellicole e serie tv a tema. Tra i film non potevano mancare Scream, Paranormal Activity, Nightmare. O, ancora, American Poltergeist, Hostel o Hannibal. Presenti all’appuntamento però anche proposte più leggere, per esorcizzare (a proposito) la paura di streghe e fantasmi. Scorrendo tra le alternative si può trovare anche Scary Movie, mentre sul fronte delle serie tv, invece, meritano menzione il prequel di Psycho, Bates Motel e Stranger Things.

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Le Iene, come ti uso la disabilità per fare share

Il servizio sulla relazione d'amore tra due persone con disabilità cognitiva e sindrome di down è buonista e pieno di stereotipi. Il giornalismo dovrebbe offrire una corretta informazione, non alimentare pregiudizi.

Raramente guardo la tivù ma penso che ogni tanto valga la pena farlo. Ciò che viene trasmesso corrisponde a quel che piace e colpisce i telespettatori.

È una questione di share, di business. Puntare allo “stomaco” delle persone o al loro sistema limbico, dove si dice risiedano le emozioni, è lo scopo di molti programmi perché raggiungere e ammaliare il nostro cervello emotivo è la giusta ricetta per ottenere un buon indice di ascolti. Gli ideatori dei programmi vogliono ottenere questo, ad ogni costo e con ogni mezzo.

La trasmissione Le Iene è una vera campionessa nell’emozionare il suo pubblico. Non sempre invece, a mio parere, nell’offrire un prodotto di qualità. Ne ho avuto prova seguendo il servizio a puntate di Nina Palmeri L’amore e la sindrome di Down: il matrimonio non s’ha da fare, non ancora concluso.

QUEGLI STEREOTIPI CHE MACCHIETTIZZANO I DISABILI

La “iena Nina” racconta la tormentata storia d’amore tra Alberto, uomo con disabilità cognitiva, e Alessandra (nome di fantasia), donna con sindrome di Down. I due si sono conosciuti e fidanzati durante l’estate. Alessandra è orfana, ha un tutore ma vive in un istituto di suore. La loro relazione, secondo il resoconto di Alberto, sarebbe ostacolata dalle religiose che, in “perfetto accordo” con lo spirito cristiano ma anche il senso civile, impedirebbero alla coppia di vedersi e persino parlarsi al telefono.

Se davvero così fosse, si tratterebbe di una gravissima discriminazione oltreché un’inaccettabile limitazione della libertà personale e quindi sarebbe doveroso denunciarla. Ma c’è modo e modo di presentare una storia di vita, come vedremo a breve. Dopo aver raccontato com’è iniziata questa relazione e il brusco modo in cui è stata interrotta, la voce fuoricampo di Nina commenta: «[…] come si può annegare e ostacolare un amore appena nato?». Poi prosegue: «[…] un amore puro, innocente…». Ho avvertito un primo, violento crampo allo stomaco.

Un abbraccia tra Alberto e durante il servizio de Le Iene.

Cara Nina, secondo te, esistono amori impuri e colpevoli? Non penso proprio, non si chiamerebbero amori. Immagino che con queste parole non ti riferissi nemmeno alla castità della coppia visto che Alberto poi ti confiderà il suo (sano) desiderio di fare l’amore con la sua compagna, intenzione che potrebbe benissimo diventare realtà se la loro relazione avrà un seguito. Non crederai anche tu che le persone disabili, comprese quelle con disabilità cognitiva, siano tutte innocenti, vero? Ti concedo il beneficio del dubbio sulla residenza di Babbo Natale ma, ti prego, riponiamo nel cassetto il falso mito sulla nostra presunta purezza. È demodé.

UNA STILE DA TELENOVELA LATINO-AMERICANA

Ma procediamo. Il video prosegue mostrandoci una fotografia che ritrae la coppia, mentre purtroppo anche la nostra voce fuori campo continua a commentare: «[…] L’inizio di una storia d’amore che avrebbe avuto tutti gli ingredienti per un lieto fine e che invece è stata bruscamente interrotta». Secondo crampo.

Dove li hai visti, Palmieri, gli ingredienti per un lieto fine? Al supermercato? Non ti pare un tantino prematuro dare per assodato il «per sempre felici e contenti»?

Ricapitoliamo: i due si sono conosciuti pochi mesi fa e, da quel che possiamo dedurre, hanno trascorso insieme un tempo molto limitato per poter dire vicendevolmente di conoscersi a fondo. Dove li hai visti, Palmieri, gli ingredienti per un lieto fine? Al supermercato? Non ti pare un tantino prematuro dare per assodato il «per sempre felici e contenti»? Per carità, gli amori a prima vista che poi si trasformano in legami duraturi esistono ma io ci andrei coi piedi di piombo prima di lanciarmi in certe affermazioni.

Alberto intervistato da Nina Palmieri.

Indubbiamente però lo stile “telenovela latinoamericana” fa molta presa sul telespettatore medio e lo share è assicurato. Che la “sparata” sia verosimile passa in secondo piano. Poi Nina per fortuna si riprende e accenna all’utilità di fare un passo per volta vista la complessità di argomenti come il matrimonio e il sesso ma è una frase di contorno che non riesce a scalfire l’immagine della coppia perfetta, ostacolata da streghe cattive. Ci confida anche che «Albi» è un «romanticone» e di come l’amore nella sua vita abbia avuto sempre un ruolo cruciale (esattamente come in quella di moltissimi altri esseri umani, ma questo è un dettaglio trascurabile e trascurato, ndr).

QUELL’ODIOSO PIETISMO DI CHI SI SENTE PIÙ FORTUNATO

Ora è Alberto a parlare. Ci racconta di sentirsi diverso dagli altri e di non aver mai vissuto una storia d’amore, di non avere mai avuto una fidanzata proprio a causa di questa sua diversità. Istintivamente la mia coinquilina, seduta con me in divano, esclama: «Poverino!». Ecco, appunto. È la tipica reazione che una storia del genere suscita nello spettatore medio ed è l’obiettivo che probabilmente le Iene volevano raggiungere: nutrire il pietismo di chi guarda, quell’insano sentimento di chi si sente più fortunato e chiaramente superiore.

La vicenda dovrebbe provocare rabbia e indignazione, non pietà

Ma una vicenda del genere, se effettivamente vera, dovrebbe provocare solo rabbia e indignazione perché riguarda un caso di (presunta) discriminazione e diritti negati. L’intervistatrice accenna al diritto di tutti ad amare ed essere amati e che tale diritto non dovrebbe essere soggetto ad alcuna restrizione ma il valore di queste parole si perde dentro la melassa buonista e piena di luoghi comuni di cui è intriso tutto il servizio.

Nina Palmeri de Le Iene.

«Tu l’amore non lo conoscevi e adesso dell’amore hai conosciuto anche quest’altro aspetto, la sofferenza», dice la Iena all’uomo, «però non ti sentire solo perché tutti noi soffriamo per amore!». Mal comune, mezzo gaudio, insomma. Consolazione ineccepibile, Nina, un cervello rubato alla psicologia!

I GIORNALISTI DOVREBBERO SFTARE I LUOGHI COMUNI

La vicenda continua ma penso che questi esempi siano sufficienti per capire la pessima qualità del servizio. Le Iene dice di essere un programma di approfondimento che propone inchieste e reportage ma il giornalismo è una cosa seria e richiede una grande responsabilità che non sembre i suoi autori dimostrano di avere. Come viene riportato un fatto, una storia, può influenzare poi la percezione che l’opinione pubblica si costruisce apprendendo la notizia. I giornalisti dovrebbero anche contribuire a sfatare e distruggere gli stereotipi e i luoghi comuni che, ahinoi ,purtroppo ancora gravano sulle persone appartenenti alla categorie socialmente più tipizzate. In questo caso poi una presunta vicenda di discriminazione sociale è stata trasformata quasi in una fiaba, tanto è vero che, quando Alberto e la Palmeri si recano presso l’istituto dove vive Alessandra, la voce fuori campo di Nina si chiede: «La nostra Rapunzel sarà lì, nella torre?».

L’ESEMPIO DEL PROGETTO CASA AL SOLE A PORDENONE

Come descrivereste una persona con sindrome di Down o disabilità cognitiva dopo aver guardato questo servizio? Probabilmente come una persona buona, indifesa, romantica, pura e sfortunata. Esattamente come la pensa il 90% degli italiani. Ma questo è solo un pregiudizio, un preconcetto falso, infondato e buonista. Gran bell’apporto che hanno offerto al cambiamento delle teorie di senso comune sulle persone con disabilità. Guardate ora quest’altro video. Racconta di Casa al sole, un progetto di vita indipendente rivolto a persone con sindrome di Down a Pordenone. Anche in questo caso c’è una storia che, sebbene sia finzione, ha lo scopo di presentare gli inquilini della casa e mostrare come gestiscono le loro giornate. La seconda parte del girato, invece, riprende alcune scene della loro reale vita quotidiana. Dopo averlo visto com’è cambiata la vostra immagine delle persone con disabilità cognitiva e sindrome di Down? Care Iene, guardate il video anche voi. Magari vi offrirà qualche spunto utile a presentare in modo meno stereotipato e più realistico i protagonisti con disabilità delle storie che raccontate.

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La recensione del finale di 1994

ATTENZIONE SPOILER. La trilogia Sky è giunta al termine. Sullo sfondo l'addio di Di Pietro al pool di Mani Pulite e la caduta del I governo Berlusconi. Fughe rocambolesche, immancabili scivoloni e artifici narrativi azzardati chiudono le vicende dei personaggi. Fino a quella sera del 12 novembre 2011...

Voltafaccia, colpi di scena e pennellate grottesche, con qualche scivolone: la serie 1994 di Sky arriva al gran finale, non solo di stagione ma anche della trilogia cominciata con 1992 «da un’idea di Stefano Accorsi».

Veronica durante il ricevimento prima delle nozze (foto © Antonello&Montesi).

ATTENZIONE SPOILER

Si chiude il cerchio per il protagonista Leonardo Notte (Accorsi), l’ambiziosa Veronica Castello (Miriam Leone) e il leghista Pietro Bosco (Guido Caprino), mentre sullo sfondo si sfaldano le certezze a livello politico e, con un flash forward di 16 anni, assistiamo al crollo del regno di Silvio Berlusconi.

DI PIETRO LASCIA IL POOL

«Me ne vado con la morte nel cuore»: così Antonio Di Pietro il 6 dicembre 1994 si dimette dal pool di Mani Pulite, non sentendosi più tutelato come magistrato. Una resa inaspettata che sconvolge il suo collaboratore Scaglia al punto di indurlo a passare dalla parte dei furbi e allearsi con Leonardo Notte.

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Un voltafaccia estremo che sfrutta l’effetto sorpresa ma arriva un po’ fuori contesto per un personaggio finora integerrimo. Intanto Pietro Bosco rintraccia Izzo, l’usuraio responsabile della morte del padre, e finisce per pestarlo a morte.

Antonio Di Pietro dà l’addio al pool di Mani Pulite (foto © Antonello&Montesi).

UN MATRIMONIO MOVIMENTATO

L’unico amore di Bosco, Veronica, sta intanto per convolare a nozze con Leonardo, sullo sfondo della crisi di governo aperta da Umberto Bossi.
La deputata non sembra però reggere «la recita dei due che insieme sono belli, stronzi e affiatati»: chi è davvero Leonardo? Il promesso sposo ha infatti ancora troppi segreti. La situazione precipita a cena, dopo un imbarazzante balletto mascherato sulle note di Che cos’è l’amor di Vinicio Capossela c’è un pessimo brindisi in cui Leonardo dice di voler sposare Veronica per «fottere la morte avendo qualcuno nel cuore ed essendo nel cuore di qualcuno».

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Qui gli sceneggiatori hanno saccheggiato Il diario di Bridget Jones, quando Daniel Cleaver, dopo una rissa con Darcy, dice più o meno la stessa cosa. Se Bridget non ci cade, Veronica invece è confusa, si sente male, va in bagno a ricomporsi.

Scaglia alla notizia delle dimissioni di Di Pietro (foto © Antonello&Montesi).

LA FUGA IMPROBABILE E L’ADDIO AL PASSATO

Ed ecco che il destino rimette sulla sua strada Pietro Bosco che fradicio si presenta inatteso alla villa dove si tiene il ricevimento e le chiede di andarsene insieme. Notte li sorprende e Pietro perde la testa: minacciandoli con una pistola, costringe entrambi a seguirlo, dando il là a una fuga improbabile tra i boschi e poi in auto. Fuga che si conclude ad Anzio, dove un peschereccio aspetta il leghista intenzionato a scomparire. Veronica dice quindi addio a Pietro e, quando Leonardo le consegna una lettera in cui ha scritto tutti i suoi segreti, decide di non leggerla. I due arrivano scarmigliati e sporchi in chiesa. In quel momento la loro unione sembra la cosa più giusta e naturale che mai.

Pietro Bosco in versione fuggitivo (foto © Antonello&Montesi).

UN SALTO TEMPORALE AL 2011

Nell’ultimo episodio ci troviamo catapultati nel 2011. A Londra Leonardo Notte vive con una giovane modella. Un giornalista lo sta intervistando, incalzandolo sullo scandalo che ha investito la sua compagnia di aerei privati dopo “l’incidente di Montecarlo”. Berlusconi è ancora al governo, ma dopo il Bunga Bunga, i compromessi rapporti con l’Europa e lo spread alle stelle, anche i suoi ministri – compresa Veronica – chiedono le sue dimissioni.

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La puntata si svolge in un’unica giornata, l’11 novembre 2011: Notte va da Berlusconi e lo trova intento a giocare con il cagnolino Dudù, solo un simulacro dell’uomo potente e deciso di un tempo. Gli chiede un grosso prestito, ma Berlusconi rifiuta. Notte rilancia proponendosi per un’ultima volta come eminenza grigia a patto che non ceda, non si dimetta. Berlusconi sembra convincersi.

Leonardo Notte e la figlia (foto © Antonello&Montesi).

VERONICA E PIETRO SI RITROVANO

Veronica Castello non sta più con Notte e sta abbandonando la nave berlusconiana che affonda. Una testimone però racconta di averla vista nelle cene eleganti ed è pronta a rivelare il tutto ai media. La fuga di Pietro Bosco non era andata a buon fine. Lo vediamo uscire dal carcere in libertà vigilata e andare alle partite di calcio del figlio di Veronica: ovviamente il ragazzo gli somiglia e ha i suoi stessi scatti d’ira. Pietro sa di essere suo padre e vuole dirglielo. Il ragazzo lo scambia per un talent scout dell’Atalanta e finisce per passare con lui l’intera giornata: prima di andarsene per rientrare in prigione, Pietro gli confida la verità, lasciandolo sconvolto. Pentito, Pietro torna indietro, incontrando invece Veronica. Per loro, forse, ora sarà possibile una seconda occasione.

IL DOPPIO GIOCO DI NOTTE

Notte invece alla compagnia del figlio preferisce le indagini sul blog Guardacaso che con la diffusione ad hoc di alcune notizie avrebbe impedito la quotazione in borsa della sua azienda, causando un grosso danno d’immagine ed economico. E così vediamo Scaglia, ridotto a scagnozzo di Notte, che rintraccia il ragazzino responsabile: chi sarà mai? Ma il figlio dell’ex fidanzata di Leonardo. Il ragazzo dice di aver usato i trucchi della Rete appresi da Casaleggio (?!) per vendicarsi di lui. Un espediente narrativo per chiudere il cerchio anche sulla figura di Arianna (Laura Chiatti), che intuiamo essere morta di cancro. Notte torna da Berlusconi dimissionario e gli volta le spalle, rivelandogli di aver estinto il suo debito scommettendo sul fallimento dell’Italia. Per questo avrebbe convinto il Cav ormai politicamente finito a resistere al governo. Questi lo insulta, assicurandogli che tornerà a farsi rieleggere, perché lui è Berlusconi, mentre Notte è solo una comparsa. Ma Leonardo non è preoccupato: ora vuole solo tornare a casa. A Milano.

TRA FINZIONE E REALTÀ

Il primo governo Berlusconi cadde a gennaio 1995, dopo la sfiducia della Lega. Nel 2011 Berlusconi si dimise dopo l’approvazione della Legge di Stabilità e di Bilancio. Era il 12 novembre, il 16 dello stesso mese il testimone passava a Mario Monti.

BERLUSCONI COME ROCKY

Notte, per convincere Berlusconi a non dimettersi, cita Rocky. «Nessuno picchia duro come la vita». Berlusconi gli ricorda che Rocky alla fine perde. Ma Leonardo insiste: «Quello che si ricordano tutti è che lui rimane in piedi».

IL DIALOGO SURREALE

Leonardo Notte e sua figlia.
Notte: «Sono una merda?»
Figlia: «Sì, ma ogni tanto sei capace di cose buone».
Notte: «Tipo?»
Figlia: «Me: hai dato un figlio alla tua migliore amica per puro altruismo».
Notte: «Veramente volevo fare sesso a tre con la sua ragazza…»

L’UMORISMO DEL CAV

Leonardo Notte al telefono con Berlusconi.
Notte, riferendosi a Scaglia: «Si ricorda l’uomo di Di Pietro? È venuto per arrestarmi e invece mi porta all’altare».
Berlusconi: «Bè, non c’è molta differenza».

LA COLONNA SONORA

Nel settimo episodio si va da Che cos’è l’amor di Vinicio Capossela a Roads dei Portishead, nell’ottavo da Somebody that I used to know di Gotye a Padania degli Afterhours.

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X Factor 2019, l’eliminata Mariam Rouass: «Mio padre? Mi sono fatta rispettare»

La prima esclusa dai live aveva raccontato dei suoi problemi con il genitore, che non supportava la sua scelta di diventare una cantante. Ora però sembra avergli fatto cambiare idea.

È Mariam Rouass la prima concorrente eliminata ai live di X Factor 2019. La parrucchiera di origini marocchine si è trovata al ballottaggio insieme a Giordana Petralia, sua compagna di squadra tra le Under Donne, ed Enrico di Lauro, concorrente degli Under Uomini di Malika Ayane. Mentre Giordana è stata salvata da Mika, ospite speciale della puntata, Mariam ed Enrico sono finiti prima al voto dei giudici e poi al tilt. Alla fine gli italiani hanno preferito salvare Enrico, che si è esibito con una canzone di Bob Dylan, Make you feel my love, penalizzando invece Mariam, che ha eseguito Gioventù bruciata di Mahmood, un brano già sentito alle audizioni. Incontenibile la rabbia del suo giudice, il trapper Sfera Ebbasta, che all’Extra Factor ha così commentato l’eliminazione della concorrente: «Sono incazzato, non ho voglia di parlare. Hanno dovuto convincermi a venire».

DOMANDA. Ieri Sfera ha avuto un atteggiamento piuttosto sfrontato. Credi che abbia finito per penalizzare le under donne?
RISPOSTA. No, non darei mai la colpa a Sfera per la mia eliminazione. È il pubblico italiano ad aver deciso, non lui. E poi non mi è sembrato molto sfacciato ieri. L’unica eccezione è stata il commento sull’abbigliamento di Mika.

Se la scelta fosse dipesa da te, chi avresti eliminato tra te, Giordana ed Enrico?
Io non sono nessuno per dire chi avrebbe dovuto essere eliminato, anche perché passerei davvero per una rosicona assurda. Era nel mio destino, è successo e basta. Se siamo arrivati tutti ai live significa che tutti ci meritiamo di essere sul palco di X Factor.

Ti ha fatto male leggere delle frasi razziste sui social? Cosa diresti a queste persone?
Non mi hanno fatto male, anche perché è una vita che ne ricevo. Praticamente dall’asilo, da quando ho cominciato a conoscere il mondo sociale. Mi sono scivolate addosso. Anzi, ero sorpresa per averne ricevute poche.

Dici di aver ricevuto commenti razzisti sin dall’asilo. Hai sofferto molto per questo?
Certo. A parlare è una ragazzina di origini marocchine che pur essendo nata in Italia ha dovuto sentirsi diversa in tutti i casi. Di commenti razzisti ne ho ricevuti eccome, ma questo non significa che debba prendermela con tutti.

Hai detto che tuo padre non accetta il tuo voler diventare una cantante. Cosa ti ha detto ieri al telefono dopo l’eliminazione?
Non ho potuto sentire nessuno ancora. In questo momento è come se fossi ancora dentro al loft. Però questa domanda mi ha un po’ rotto le scatole. Ho condiviso una parte della mia storia, ma deve finire qua. Tra l’altro, da quando mi ha visto alle audizioni, ai bootcamp e agli home visit diciamo che mio padre è rimasto abbastanza stupito. Adesso non ha più niente da dire su questa faccenda. Semplicemente lo rispetta, mi sono fatta rispettare.

Con quali altre canzone avresti voluto esibirti se non fossi stata eliminata?
Mi ero fatta una lista di canzoni che avrei voluto portare dopo gli Home Visit. In cima c’era Moonstar di Tha Supreme.

È in programma una collaborazione con Sfera Ebbasta?
Non lo so, chiedetelo a lui.

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Le pagelle del primo Live di X Factor 2019

Lo show non decolla. I giudici sono inconsistenti. E i concorrenti con buona probabilità non passeranno alla storia. Si salvano giusto Marco Saltari e Davide Rossi. Tutto il resto è noia. I voti.

Lasciatecelo dire, perché è sostanziale. Siamo stati i primissimi a dire che quest’anno X Factor non girava, non bucava. In tempi largamente non sospetti. Dopo di noi il diluvio di riserve, di critiche, sui giornali, sui social, dove si sprecano i commenti che lamentano noia, scarsa personalità dei giudici, latitanza dei talenti. E la questione là è, sostanziale, perché ha spinto con tutta evidenza i giudici suddetti a prendere decisioni più impopolari del solito, più quadrate e rispettose della realtà.

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Numeri circensi, come il ragazzino delle carote, o l’aspirante dal falsetto derapato, che in altre edizioni sarebbero stati tenuti in piedi per amor di spettacolo, vengono spietatamente cassati, si cerca di salvare il salvabile da un lotto di concorrenti che difficilmente passeranno alla storia o almeno alla cronaca dei vincenti, come quell’Anastasio che secondo Achille Lauro, e già siamo sul surreale, non aveva niente da dire, non valeva granché.

X FACTOR STA DIVENTANDO SANREMO: VUOTO PESANTE

Il talent arranca, perde spettatori, cerca disperatamente un meglio che non si vede: e siamo ai live, alla gara vera, trasferita al pomposamente definito X Factor Dome di Monza, dopo il cambo di sede. Gara vera? Nella sostanziale medietà è difficile fare scelte, ma qualche clamoroso raccomandato affiora (Sierra, l’arpista Giordana): al che si scaricano le responsabilità sul pubblico a casa, che conta niente ma fingiamo di cascarci; al massimo, su un giudice aggiunto sciocchino che fa la morale al look e viene infilzato da Sfera Ebbasta nell’unico guizzo (uno che definisce Gershwin «roba vecchiotta» dovrebbe essere carcerato all’ergastolo ostativo). Ma i commenti, anche questa sera, sono feroci. Tra l’altro, non si può stiracchiare uno spettacolino così esangue fin oltre la mezzanotte: X Factor sta diventando Sanremo, seguirlo è estenuante, lascia un senso di vuoto pesante.

GIUDICI INCONSISTENTI E OMOLOGATI

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Lo utilizzano di più, lo fan ballare e cantare, almeno si guadagna la pagnotta. Ma la mediocrità non cambia, è una camicia di forza sull’anima.

MARA MAIONCHI, MALIKA AYANE, SFERA EBBASTA, SAMUEL: 4. Voto collettivo, 4 x 4, perché è impossibile distinguerli, dicon tutti la stessa cosa a chiunque: mi sei piaciuto, sei bravo, sei grande, hai spaccato, sei una meraviglia. Saranno pure logiche aziendali, ma tu questi me li chiami giudici? (poi nella concezione del talent contano niente, se è vero che tanto decide il televoto).

BRILLANO SOLO DAVIDE ROSSI E MARCO SALTARI

MARIAM: 5/6. È la prima a esibirsi e anche la prima, e finora unica, trombata. Cosa che a qualche idiota fa dire che è penalizzata per le sue origini da giudici sovranisti. In realtà, porta la solita cosettina (Juice, di Lizzo) hip hoppettina da attesa alla fermata della metro, e neanche svolta con personalità. Non se ne sentirà la mancanza.

Mariam è la prima eliminata di X Factor 2019.

EUGENIO CAMPAGNA: 5-. Originariamente era Comete, ma prendiamo atto che da stasera sono spariti i nomi d’arte. Forse perché d’arte ce n’era poca. Comunque, dei finalisti al live è tra i più insipidi, anche se lui invece è molto convinto. Ma il neopop di Aiello (Arsenico), già sciapo di suo, lo rende inutilmente retorico e piatto. Come sempre. Ma chi è che a XF, almeno in questa edizione, ha il coraggio di dire: «Non sai di niente»?

Davide Rossi in versione crooner.

DAVIDE ROSSI: 7. Appena ieri era un bambino paciocco alla corte di Antonella Clerici; oggi è un bel zovine dal Cattelan e compagnia: speriamo viva, prima o poi, in fondo non lo demeriterebbe. Già porta una scelta nobile, Gershwin, in una interpretazione da crooner elegante. Un respiro inusuale a XF. Poi magari può riuscire alla lunga noioso, ma intanto Michael Bublé scansate.

Nicola Cavallaro.

NICOLA CAVALLARO: 5. Parà, studente in Medicina, aspirante artista: sarà la volta buona? Speriamo, se no a casa si ammazzano. Dice una bella cosa, preferisco morire pazzo ma facendo ciò che amo; ma gli danno una schifezza di roba (Gambino, This is America), amala! Ma serve a sgessarlo, o così almeno pretende Mara.

I Seawards alle prese con Pyro dei King of Lion.

SEAWARDS: 4. In fama di raccomandati. Moderni, attuali, caro Samuel? Ma dai, al massimo sono elettrosnob. Straziano Pyro dei Kings of Lion (specie la aspirante cantante) sotto tutti gli aspetti. Patetici i giudici che fingono di apprezzarli, così sordi o forse incompetenti.

GIORDANA PETRALIA: 5. Più va avanti, più sta sulle palle e non solo a chi scrive. Perché è raccomandata, e lo si vede. Perché «deve migliorare, deve crescere», ma qui sarebbe che il talento o ce l’hai o esci; no, che più la sbagli e più ti tengono. Vestita come una bomboniera, poverina, cava fuori da XXX Tentacion una lagna pizzicata che è come una martellata in nuca. Sfera, ebbasta rompere i maroni perché non hai mai visto un’arpa: è un problema tuo, che non sei un musicista.

Giordana e la sua arpa non convincono.

LORENZO RINALDI: 5. Il cespuglio simpatico porta una soporifera versione unplugged (ricordate la mania Anni 90 su Mtv) degli Oasis (Don’t look…, celeberrima). Acerbo, per forza: forse è un po’ presto, per certe cose. Ma se c’è una cosa che XF sa fare, è bruciare gli aspiranti.

BOODA: 5. Anni 90, dice Samuel: già questo… Poi aggiunge: dobbiamo deixfactorizzarci. E gli dà 212 di Azealia Banks, quanto a dire la quintessenza di XF. Poche idee ma incasinate, come la versione di questi ragazzi, capitanati da Cristina d’Avena in uno dei suoi più diabolici travestimenti.

I Booda.

SOFIA TORNAMBENE: 6-. Cominciano a sofisticarla e lei pare a disagio. Meno convinta. Ha una capacità istintiva di emozionare, ma rischia o meglio rischiano di rovinarla, nella migliore tradizione di XF. Questa versione di Carmen Consoli (L’ultimo bacio) virata Edie Brickell, mah.

ENRICO DI LAURO: 5/6. Confessiamo un debole per il nostro busker (ma lo sarà davvero, poi?), per la sua scontrosità, la fisicità emaciata, la faccia metropolitana, l’aria impolverata di un tempo senza età. Siamo quel che cantiamo: può tradire incertezze con un roseto di spine come Love will tear us apart (Ian Curtis, dico), ma sono incertezze di un ragazzo di strada. Umanissime incertezze. Si salva al ballottaggio (con Miriam) per il rotto della cuffia, ma sarebbe stato un peccato perderlo, si fa per dire.

I Sierra si esibiscono al Live.

SIERRA: 4. Eccoli qua, gli altri superportati. Cosa ci trovi Samuel in questi scarti di trap, lo sa lui; come diceva Raimondo Vianello, noi no, noi; no; noi, no; noi; no.

MARCO SALTARI: 6/7. Lui è speculare a Cavallaro, il parà pentito: è un ex attivista ong che cambia pelle per cambiare vita; ma fino a un certo punto, se porta un manifesto pregno di significati come Sugar Man di Sisto Rodriguez. Non ce ne frega niente, quel che conta qui è il feeling: sbavature di poco conto, ma il feeling non manca. È quello che cresce di più finora, e forse a trovare una strada ce la farà.

Marco Saltari.

MIKA NOVELLO MAL E L’INSPIEGABILE SUCCESSO DI COEZ

MIKA: 4. Mika pizza e fiki. Ricorda tanto gli angli in Italia negli Anni 60, tipo Mal, Shel Shapiro, che dopo 200 anni ancora parlano come Alan Friedman. Va’ che è un bel mistero anche questo, che trovan tutti l’America canterina qua. Ma che c’entra questo gazzosino con Elton John (per dire), questo succedaneo in offerta speciale?

Mika, ex giudice, è il super ospite della prima puntata live.

COEZ: 3. E non provatevi a chiedervi chi Coez è: ha fatto 20 dischi di platino. Adesso si tratterebbe di capire come è stato possibile.

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Due dossier «da brividi» sulla Rai sovranista pronti per Conte

Il segretario della vigilanza Anzaldi parla di «pluralismo negato, qualità a zero e ascolti sprofondati». Un sistema «marcio e deviato» su cui il premier deve «pretendere un cambio di passo».

Due dossier «da brividi» sui 14 mesi della Rai sotto il governo giallo-verde e sugli ultimi giorni, dalla crisi ai primi passi del governo Pd-M5s, pronti da inviare al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e, appena verrà fatta la nomina, al nuovo sottosegretario alle Telecomunicazioni. Il deputato Pd Michele Anzaldi segretario della commissione di vigilanza della televisione pubblica è determinato a fare una sorta di operazione trasparenza su quella che si può chiamare la Rai sovranista: «Tocca anche a loro pretendere un cambio di passo vero, netto, profondo», ha spiegato parlando del premier e del futuro sottosegretario.

Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza della Rai.

«RAI FUORI CONTROLLO, SISTEMA MARCIO E DEVIATO»

Il giudizio di Anzaldi è tutto negativo: «Ascolti sprofondati. Qualità ridotta a zero. Pluralismo puntualmente negato. Un decadimento totale. C’è una emergenza informazione. Tocca al Pd creare una task force di monitoraggio e di denuncia. C’è una Rai fuori controllo, c’è un sistema completamente marcio. Completamente deviato. Un incidente giornalistico dietro l’altro e nessuna consapevolezza di quello che sta accadendo».

A FRATELLI D’ITALIA E LEGA IL DOPPIO DEL TEMPO CHE A CONTE

Tra quelli che definisce «incidenti giornalistici», Anzaldi cita la scelta del Tg2 di dedicare «alla manifestazione di Fratelli d’Italia e Lega fuori Montecitorio il doppio del tempo che concede al primo discorso di Giuseppe Conte da premier del governo M5s-Pd. Così si calpesta l’abc del giornalismo e vedere l’Ordine che si gira dall’altra parte non mi va giù». L’Ordine dei giornalisti, secondo Anzaldi, dovrebbe «richiamare e sanzionare», ma serve «una presa di coscienza collettiva. Tocca all‘amministratore delegato Salini e ai direttori di reti e tg spiegare al Paese che quello che è successo in questi mesi non succederà mai più». La Rai, aggiunge Anzaldi, «ha una sola vera trasmissione in prima serata di approfondimento politico, CartaBianca, e Bianca Berlinguer decide di far spiegare agli italiani la crisi politica da Mauro Corona, uno che di mestiere fa lo scalatore». Per Anzaldi, «Salvini e Di Maio hanno lottizzato ogni spazio. Una fame di spartizione e di occupazione che fa paura»; «va ripristinata la legalità», facendo anche «piena luce sulla storia opaca e piena di omissioni che ha portato all’elezione di Marcello Foa a presidente del Cda». Il segretario Vigilanza Rai sottolinea di aver chiesto «da mesi l’accesso agli atti, ora mi aspetto che lo faccia anche il M5s. Perchè la strada è una sola: restituire alla Rai un presidente di garanzia come prevede la legge».

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La tv sovranista fa flop: giù gli ascolti de “La vita in diretta” della Cuccarini

Il programma perde la sfida sia con la soap opera Il segreto che con la signora di Mediaset Barbara d'Urso.

Battuti sia da Il Segreto che da Barbara d’Urso, il debutto di Lorella Cuccarini, conduttrice ormai simbolo della svolta gialloverde sovranista in Rai, e di Alberto Matano con La vita in diretta è di quelli amari. E per la Cuccarini è pure il secondo flop inanellato in pochi mesi dopo la chiusura anticipata del suo Grand Tour per mancanza recidiva di telespettatori. Ma lo share non perdona e quello registrato lunedì 9 settembre parla chiaro.

LA D’URSO A UN PUNTO E MEZZO DI SHARE DI DISTACCO

La vita in diretta il 9 settembre ha registrato un audience del 14,3%. La prima mezz’ora la controprogrammazione di Canale5 era la soap opera Il segreto, mentre dalle 17.20 partiva la concorrenza diretta con la signora Mediaset Barbara d’Urso e il suo Pomeriggio 5. Ebbene da sola Il Segreto ha ottenuto il 21,6% di share, mentre la D’Urso ha comunque raggiunto, il 15,8%, un punto e mezzo di share sopra quella che era la più amata dagli italiani, e che ora è la più amata forse dagli italiani sovranisti. Del resto con queste lune politiche, non è detto che resti la più amata dai dirigenti Rai.

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X Factor 2019 al via con una giuria per tre quarti nuova

La 13 esima edizione del talent, in onda da giovedì 13 settembre 2019 su Sky Uno, rivoluziona la giuria. Entrano Malika Ayane, Sferaebbasta e Samuel, restano Mara Maionchi e il conduttore Alessandro Cattelan.

La tredicesima edizione di X Factor torna da giovedì 12 settembre su Sky Uno tra conferme e parecchie novità, a cominciare dai giudici dell’edizione 2019. Malika Ayane, Samuel e Sferaebbasta affiancheranno la confermata Mara Maionchi dietro al tavolo del talent condotto per il nono anno consecutivo da Alessandro Cattelan.

X FACTOR, LA CALMA DOPO LE POLEMICHE DEL 2018

«In questi anni ne ho viste tante», ha detto Cattelan, «e un cambio in giuria ci voleva. Ma i nuovi giudici ci metteranno poco a entrare in sintonia con il pubblico». X Factor vuole un’edizione dai toni meno accesi rispetto al 2018, quando l’esclusione in corsa di Asia Argento per le accuse di molestie da parte dell’attore americano Jimmy Bennett fece divampare le polemiche. L’attrice fu sostituita in corsa da Lodo Guenzi, frontman de Lo Stato Sociale, che non ha infiammato il pubblico, e la vicenda spinse anche Fedez e Manuel Agnelli ad abbandonare il loro posto dietro ai pulsanti.

CONFERMATA MARA MAIONCHI, DENTRO MALIKA AYANE, SAMUEL E SFERAEBBASTA

E ora la rivoluzione prende finalmente corpo. Mara Maionchi, 78 anni, è alla decima partecipazione su tredici edizioni del programma, ritagliandosi il ruolo di vera e propria colonna nello show di Sky. Per il resto, spazio ai volti nuovi. Entrano Malika Ayane, 35 anni, cinque album quattro partecipazioni a Sanremo, Samuel, 47 anni, chitarrista e volto dei Subsonica, e Sferaebbasta, 26 anni, re della trap italiana e primo ambasciatore a X Factor del genere musicale più in voga tra i giovanissimi. Da giovedì 22 settembre 2019 si parte con le selezioni già registrate, in cui i giudici faranno il loro esordio televisivo. Poi sarà la volta delle battaglie dei live, fino alla finalissima al Forum di Assago. Sarà probabilmente messa in calendario il 14 dicembre 2019, ma manca ancora l’ufficialità.

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