Perché Michelle Hunziker non difende Giovanna Botteri?

A Striscia la notizia la conduttrice doppia un servizio satirico sui look dell'inviata Rai a Pechino. Peccato che sia co-fondatrice di Doppia Difesa, onlus che si occupa di «sensibilizzare l'opinione pubblica sulle discriminazioni».

Nessuno vuole nascondersi dietro a un dito: tutte e tutti commentiamo i look di chi vediamo in tv. In particolare quelli delle donne. Non credo sia una forma di maschilismo, ma la naturale conseguenza del fatto che la maggior parte dei volti maschili si veste allo stesso modo (Achille Lauro escluso chiaramente). Il problema è quando la professionalità della vittima di queste critiche viene messa in ombra dalle scelte di stile. Cosa che è successa alla giornalista Giovanna Botteri. La corrispondente Rai da Pechino non si presenta davanti alle telecamere con abiti da passerella, ricoperta di trucco o con la piega appena fatta. D’altronde perché dovrebbe? Quello che conta è ciò che dice, non come appare. Così succede che alcuni utenti dei social nemmeno ascoltano cosa racconta Botteri dalla Cina, ma si diverte a fare l’Enzo Miccio della situazione dallo smartphone (sarebbe interessante vedere come sono messi loro senza parrucchiere e barbiere da settimane). Poi arriva Striscia la notizia che ci costruisce un servizio ‘magistralmente’ doppiato da Michelle Hunziker.

giovanna botteri attacchi
La giornalista Rai Giovanna Botteri.

MICHELLE, PERCHÉ LO FAI?

«A ogni collegamento dalla Cina, la corrispondente sfoggiava il medesimo abito nero». « Ad un tratto la sua chioma vaporosa in risposta a tante frecciate…». Sono alcuni dei passaggi della clip proposta dal programma di Antonio Ricci. Clip che si conclude con la giornalista immersa in una vasca da bagno cartoon. Nulla di nuovo per il tg satirico di Canale5 che spesso propone approfondimenti di questo tipo. Quello che un po’ sorprende è che Michelle Hunziker, socia fondatrice di Doppia Difesa, onlus che, come spiega il sito ufficiale, si occupa di «sensibilizzare l’opinione pubblica sulle discriminazioni», si presti a questo tipo di siparietti.

BOTTERI: «SCARDINIAMO MODELLI STUPIDI E ANACRONISTICI»

Siparietti che sono la punta dell’iceberg di un fenomeno sicuramente più vasto e Giovanna Botteri ha commentato in una lettera, da molti considerata un manifesto: «Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettimi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste , quelle televisive soprattutto, hanno.  O dovrebbero avere secondo non si sa bene chi… Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne».

LA SOLIDARIETÀ DEI COLLEGHI

Un pensiero, quello dell’inviata Rai a Pechino, condiviso da molti colleghi, come dimostra il comunicato di Cpo Cnog, Fnsi, Usigraqi Giulia Giornaliste: «In inglese si chiama body shaming, ma la potenza negativa di questa pratica si esprime bene anche usando l’italiano. Derisione, fino ad arrivare a vere e proprie offese, per come si appare, per come è il corpo, per come ci si veste. Nemmeno a dirlo è una pratica ormai diffusissima nei social network. Colpite sono soprattutto le donne, che sono il gruppo sociale più odiato in rete. Una forma di attacco subdolo perché attraverso la risata che vorrebbe suscitare, ridicolizza, ferisce. In questo ultimo periodo ne è stata oggetto la collega Giovanna Botteri, corrispondente Rai da Pechino. La si giudica, deride, offende per come si veste. Per i suoi capelli. L’abbiamo contattata per esprimerle la nostra solidarietà. Lei non ha voluto, non vuole farne un caso personale. Ma ci invita tutte e tutti ad una sacrosanta battaglia culturale».

Una lotta che passa anche dai social di Alberto Matano che twitta: «Giovanna Botteri ha raccontato negli anni pezzi di storia. Dal Kosovo all’Iraq, prima giornalista al mondo a documentare le bombe su Baghdad, poi gli Usa fino alla Cina e alla pandemia. Giornalista si, ma soprattutto una donna speciale, ironica, iconica, vera. E assai cool!». E della giornalista del Tg1 Costanza Crescimbeni: «Giovanna Botteri è una delle migliori giornaliste italiane (dovrei usare il maschile). Passione, profondità, intelligenza, capacità sottile di racconto, dedizione totale. Poveretti coloro che parlano di parrucco, golfini o altre inezie».

ANCHE TERESA BELLENAVONA DALLA PARTE DI GIOVANNA BOTTERI

Tra i vari interventi social a sostegno di Giovanna Botteri segnaliamo anche quello di Teresa Bellanova: «Autorevolezza delle donne, qualità, rigore umano e professionale, impegno, non sono una questione d’immagine. Ha ragione Giovanna Botteri quando invita ad aprire una discussione seria su come ribaltare codici e aspettative», twitta la ministra dell’Agricoltura. D’altronde chi meglio di lei ne sa qualcosa? Che, nel giorno dell’insediamento del governo, era stata attaccata in rete per il suo abbigliamento.

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In Rai il virus è sovranista e non fa bene al Pd

A viale Mazzini regge ancora l'asse M5s-Lega che non fa toccare palla ai dem. Lo dimostra il ritorno in azienda di Gerardo Greco. Intanto resta aperto il capitolo Reti e palinsesti e preoccupa la programmazione di RaiTre: la neo direttrice Silvia Calandrelli già nel mirino.

Acque molto agitate in Rai dove continua a reggere l’asse M5s-Lega, figlio del fu Conte Uno a maggioranza gialloverde, a discapito del Pd messo ormai all’angolo su ogni tipo di decisione cruciale per l’azienda. In questo contesto, il presidente Marcello Foa e i suoi uomini sono tornati a guidare l’azienda come all’indomani delle loro nomine, forti di un mandato pieno del governo in cui Matteo Salvini e compagnia la facevano da padrone. Cosa che per altro continuano a fare. Incontrano direttori, ascoltano richieste, valutano programmi, segnalano conduttori, registi, programmisti e molto altro.

Pare proprio, ad esempio, che dietro il ritorno a viale Mazzini di Gerardo Greco dopo una sfortunata parentesi in Mediaset ci sia l’avvallo politico della Lega. La vicenda Greco introduce lo scottante tema dell’informazione. Che fine ha fatto il famoso portale più volte evocato dalla massima dirigenza? Si tratta di un capitolo chiuso per un’azienda che voleva innovare e ripensarsi in chiave digitale? Un membro della Commissione di vigilanza Rai ha definito il nuovo piano sull’informazione, fiore all’occhiello dell’ad Fabrizio Salini e del direttore generale Alberto Matassino, pura archeologia industriale.

Intanto resta aperto il capitolo Reti e palinsesti. Quindi programmi. Geo, il programma di viaggi e scoperte di RaiTre condotto da Sveva Sagramola, che nei mesi prima del coronavirus batteva in ascolti la più scolorita Vita in diretta degli ultimi anni e insidiava Pomeriggio 5 di Barbara D’Urso, è stato ridimensionato e condannato a share molto più bassi della sua media consolidata negli anni dalla. Nel palinsesto, infatti, la neo direttrice della Rete Silvia Calandrelli ha dato spazio prima alle repliche sui grandi della letteratura e poi da lunedì 27 aprile alle nuove puntate de I Maestri di Edoardo Camurri che oscilla tra il 3 e il 5% (il 28 aprile al 4.6% con dentro il messaggio di Sergio Mattarella che naturalmente è andato meglio del programma).

In azienda cominciano a essere preoccupati dalla programmazione di RaiTre

Camurri è bravissimo, è adorato dalla critica in particolare da Aldo Grasso che ne ha sempre elogiato i programmi, ma ovviamente per i contenuti alti che tratta piace di meno ai telespettatori: 681 mila sono davvero pochi in tempi in cui la platea televisiva è aumentata di 5 milioni per colpa del Covid-19. Traino per Geo quindi praticamente nullo, e in azienda cominciano a essere preoccupati dalla programmazione della Rete. Tra i più inquieti e scalpitanti Franco DiMare, che ogni giorno ricorda al ministro Vincenzo Spadafora (Di Mare è in quota cinque stelle) il doppio incarico della direttora Calandrelli (RaiTre e Rai Cultura), mentre a lui dopo il rinvio del piano industriale è di fatto saltata la direzione del Day time.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Rai, il virus non indebolisce Foa

È finito con un nulla di fatto il tentativo di attaccare il presidente Rai da parte dei commissari governativi della Commissione di vigilanza. Mentre Salini ha affidato a Tg1 e RaiNews24 le modalità di replica per Salvini e Meloni dopo la conferenza stampa di Conte del 10 aprile.

Un po’ surreale la riunione della Commissione di vigilanza Rai di martedì 21 aprile. Complice il virus, o meglio la sana e doverosa paura del contagio, i commissari erano tutti schermati da mascherina tanto che uno dei presenti ha commentato sardonico: «Sembriamo tanti Zorro che devono liberare la Rai dai cattivi». Ma nessuna liberazione, ovviamente, tranne quella del 25 aprile che anche la televisione pubblica si appresta a celebrare. Però un paio di novità di rilievo sono emerse. L’ ad Fabrizio Salini ha annunciato che la Rai metterà a punti un piano di investimenti per sostenere e far sentire la sua vicinanza a quei settori della cultura, dello spettacolo e del cinema così profondamente segnati dalla crisi.

Salini ha poi fornito chiarimenti su chi in Rai gestirà le conseguenze della lettera-reprimenda del presidente della Commissione di vigilanza Alberto Barachini, ex dipendente Mediaset ora esponente di Forza Italia. In quella lettera, come è noto, si chiedeva di concedere diritto di replica alle opposizioni dopo uno dei tanti interventi televisivi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che le accusava di diffondere false notizie sul Mes. Salini, dopo aver ricevuto la lettera ed essersi consultato con il presidente Marcello Foa, avrebbe girato la missiva ai direttori del Tg1 e di RaiNews24 che, a suo dire, avrebbero autonomamente deciso il minutaggio (12 minuti circa) e le modalità di replica ai due leader tirati in ballo dal premier, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, nella conferenza stampa televisiva del 10 aprile.

È finito invece con un nulla di fatto il tentativo di attaccare Foa da parte dei commissari governativi della Commissione. Al contrario, il presidente della Rai è uscito in gloria, gigante e garante del pluralismo del servizio pubblico radiotelevisivo. Da segnare, a fine riunione, l’imbarazzo dei commissari del Pd quando il capo delegazione della Lega in Vigilanza, Paolo Tiramani, a fine riunione ha elogiato il direttore di RaiNews24 Antonio Di Bella per il lavoro svolto a copertura dell’emergenza coronavirus.

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La tivù ai tempi del Covid-19 è una fucina di nuovi mostri

Costretti a casa dalle restrizioni dobbiamo scegliere fra un talk o una serata con Panzironi, fra l’ennesimo programma di cucina o l’ennesima volta che Lilli Gruber intervista Travaglio. È meglio un documentario che un‘ora ad ascoltare gente che non sa oppure che sa e che deve rispondere sempre alla stessa domanda.

Non so voi, ma io salto a piè pari tutti i talk tivù in cui si parla di coronavirus. Lo schema è uguale per tutti. Il collegamento dal punto più “caldo”, un paese, un ospedale, una casa di riposo, testimonianze che passano di rete in rete, con conduttori che interrompono sempre gli inviati e i loro ospiti, ospiti in studio rigorosamente incompetenti tranne i virologi che ormai passano h24 la loro giornata in televisione a dire che la curva è discendente, che non bisogna farsi illusioni, che il vaccino verrà fra otto-dieci mesi, che alcuni farmaci si sono rivelati adatti.

E i famosi conduttori, spalleggiati da colleghi amici, che tirano la volata a chi sta a loro più simpatico. Tutti venuti giù dalle stelle. Come quella conduttrice napoletana che si è stupita dei successi del Cotugno. O di quell’altra che fa la versione televisiva del Fatto quotidiano.

In genere i conduttori non fanno parlare, hanno sempre da dire l’ultima e sopraffanno anche gli scienziati. Poi ci sono gli ospiti civetta, quelli che servono a fare casino, il sindaco di Messina, Luttwak di cui da decenni si cerca di capire la competenza, e fra i più gettonati quello che sa meno di tutti e meno di niente cioè Matteo Salvini. Adesso va molto anche Matteo Renzi che vuole riaprire tutto e subito, perchè gli altri titubano. Se gli altri volessero riaprire tutto, Renzi tituberebbe.

IN TIVÚ SI RIPETE UNA LITANIA DEI NUOVI MOSTRI

In questa Italia che mi fa sempre più innamorate per la quantità di persone belle che stanno combattendo senza un’ora di riposo e in cui si sta tirando su il ponte di Genova, la tivù ci porta davanti il film dei nuovi mostri. Quelli, cioè tutti, costretti a casa dalle restrizioni devono scegliere fra un talk o una serata con Panzironi. Fra l’ennesimo programma di cucina o l’ennesima volta che Lilli Gruber intervista Marco Travaglio come fosse madame Curie.

È meglio un documentario che un‘ora ad ascoltare gente che non sa oppure che sa e che deve rispondere sempre alla stessa domanda

L’informazione in Italia non si è complessivamente comportata male. La comunicazione è andata peggio, basta pensare al governo, al duo buffo che guida la Lombardia, ai messaggi contradittori. Quello che appare chiaro è che nella Fase 2 dovete, cari inventori di palinsesti, cambiare registro. È meglio un documentario sul parco di Yellowstone che un‘ora ad ascoltare gente che non sa oppure gente che sa e che deve canale dopo canale rispondere alla stessa domanda che il più delle volte non può avere una risposta certa. In questa crisi ci siamo inventati le cantate alla finestra, le sirene spiegate della polizia davanti agli ospedali, i medici che applaudono i guariti. Possibile che solo la televisione sia sempre la stessa?

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Se Rai News di Di Bella frega la task force anti fake news di Di Bella

La bufala sul premier britannico Johnson in terapia intensiva è stata rilanciata dal sito del canale televisivo diretto dallo stesso giornalista scelto dall'ad Salini come capo della struttura impegnata a sminare le notizie non vere sul coronavirus.

Alla faccia dell’impegno contro le fake news. Dopo nemmeno una settimana dall’istituzione di una struttura giornalistica anti-bufale in Rai, il sito di Rai News è caduto in una notizia non vera sulla salute del premier britannico Boris Johnson, colpito da coronavirus. Piccolo particolare: il direttore di Rai News è Antonio Di Bella, che è anche a capo proprio della task force impegnata a sminare le falsità che girano intorno all’epidemia Covid-19.

RESPIRAZIONE ASSISTITA PER JOHNSON? FALSO

Eppure il 6 aprile è stato pubblicato sul sito e sui social un articolo che riportava le voci provenienti dai media russi secondo le quali Johnson sarebbe stato sottoposto a un ventilatore per la respirazione assistita dopo il ricovero in ospedale causato dal perdurare dei sintomi. Ma un portavoce di Downing street ha parlato subito – non riferendosi direttamente alla Rai – di «disinformazione», ricordando come gli specialisti del governo britannico abbiano già denunciato la diffusione di una «narrativa false e ingannevole» fin dall’inizio della pandemia.

PRESSIONE DI LONDRA SUI GIGANTI DEI SOCIAL MEDIA

«È vitale stroncare rapidamente ogni disinformazione», ha proseguito il portavoce precisando che il governo di Londra sta «facendo pressione» sui giganti dei social media affinché «fermino l’ulteriore diffusione di voci non verificate». Era anche un obiettivo dell’amministratore della Rai Fabrizio Salini, ma il servizio pubblico è riuscito comunque a incappare in un autogol.

LINK DELLA NOTIZIA RIMOSSO CON RITARDO

Lo stesso Johnson ha twittato spiegando di stare bene: «Sono andato in ospedale su consiglio del mio medico per alcuni esami di routine perché sto ancora sperimentando sintomi da coronavirus. Sono di buon umore e in contatto con il mio team, lavoriamo insieme per combattere questo virus e tenere tutti al sicuro». Sempre su Twitter però Rai News aveva rilanciato la bufala con un titolo eloquente: “Premier Johnson in terapia intensiva”. Cancellando il link che rimandava alla notizia solo dopo diverso tempo. Non il massimo degli esordi per la struttura anti fake news di Di Bella, bruciata dal sito di… Di Bella.

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L’ipocrita pantomima della preghiera del duo Salvini-D’Urso

Hanno recitato in diretta tivù l'Eterno riposo in memoria delle vittime del coronavirus. Uno show giudicato offensivo dal teologo Vito Mancuso: «Si prende il sacro e lo si funzionalizza al profano».

Domenica sera, su Canale 5 c’è Live – Non è la D’urso, che continua ad andare in onda in piena emergenza coronavirus.

La scena madre è questa: Barbara D’Urso con un abito azzurro in paillettes e le mani giunte si rivolge a Matteo Salvini in collegamento, che aveva appena detto di volersi prendere qualche secondo per ricordare le vittime italiane della pandemia: «Io tutte le sere faccio il rosario, non me ne vergogno, anzi sono orgogliosa di dirlo».

E in coro: «L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen».

Una preghiera recitata di fronte a milioni di spettatori da una conduttrice televisiva e un leader politico in un momento delicatissimo per il nostro Paese, in cui le paure delle persone sono quasi incontrollate. Inevitabile l’ondata di proteste social che il video, diventato immediatamente virale, ha scatenato. L’indignazione, leggendo i tweet, sembra unanime. Eppure la puntata ha radunato 2 milioni e 988 mila spettatori, pari al 13.4% di share.

«Chi cavalca la morte per un voto in più non merita l’indulgenza plenaria, ma solo pietà», scrive un utente.«Mio nonno è mancato a due mesi esatti dalla morte di mia nonna. Mi sento profondamente offesa. Lasciate il dolore vero (e le preghiere) fuori dalla tivù spazzatura», scrive un’altra. E ancora: «Una materia tanto delicata affrontata come in una parodia di una soap opera sudamericana», o «è stata una delle pagine più indegne della storia della televisione».

IL TEOLOGO MANCUSO: «NEL VANGELO SI PARLA DI ‘IPOCRISIA’»

Quando ho chiesto un commento a Vito Mancuso, teologo, docente universitario e scrittore, mi ha risposto: «Premetto di non aver visto la puntata, non per fare lo snob ma non ho mai guardato programmi della D’Urso. Però ho fatto immediatamente un collegamento con il discorso della montagna di Gesù, capitolo 6 del Vangelo, uno dei brani a me più cari. Glielo leggo:

  • E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

«MOSTRARE UN ROSARIO IN TIVÙ? PIÙ GRAVE CHE IN POLITICA»

«Nell’antica Grecia l’ipocrita, l’ypokrites, era l’attore», commenta Mancuso. «In questo caso le sinagoghe e gli angoli delle piazze citate dal Vangelo sono gli studi televisivi. Se a questo si aggiunge anche la speculazione che indubbiamente si fa del dolore delle persone, il mio giudizio non può che essere fortemente negativo. Trovo quello che è andato in onda inopportuno e molto distante dall’autentica spiritualità». Il teologo precisa di non conoscere Barbara D’Urso, ma Matteo Salvini sì.

La storia ci insegna, da Costantino in poi, che c’è sempre stato uno stretto legame tra fede e potere

«Quello che abbiamo visto non è molto diverso dal rosario che veniva brandito nei comizi elettorali. La storia ci insegna, da Costantino in poi, che c’è sempre stato uno stretto legame tra fede e potere, e soprattutto in momenti come questo, in cui le persone sono disorientate, brandire i simboli religiosi può essere un’azione che per un certo tipo di pubblico paga». Per Mancuso, anche se farlo in campagna elettorale è ingiustificato, è comunque «meno grave di farlo in televisione sul dolore delle persone. Sia spiritualmente che umanamente ne prendo le distanze».

LA RICERCA DI AUDIENCE E CONSENSI APPARTIENE AL PROFANO

La preghiera, sottolinea, per essere autentica richiede intimità. «Ogni forma di esibizione di questa diventa uno strumento politico, una propaganda, un’ipocrisia nel senso etimologico del termine: una forma teatrale di esibizione che cerca ricompense». Mancuso spiega che tutto si gioca «a livello terreno»: «Una per avere audience l’altro per ottenere voti e consensi nei sondaggi. Ma tutto questo non ha niente a che fare con la preghiera, che è vera nella misura in cui perfora per così dire l’orizzonte terreno e trasporta chi la fa compie in una dimensione diversa da quella del rendiconto immediato. Quando si va a battere cassa, come faceva la Chiesa nel Rinascimento che vendeva le indulgenze per costruire la Basilica di San Pietro, si prende il sacro e lo si funzionalizza al profano» .

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Le cose da sapere sul La Casa di Carta 4

Più dramma e meno azione. Così il suo creatore ha descritto la quarta stagione della serie spagnola in uscita il 3 aprile su Netflix. E mentre i fan aspettano di scoprire il destino di Nairobi, l'attrice che dà il volto a Lisbona ha detto di essere positiva al coronavirus.

Come le persone chiuse in casa per l’emergenza coronavirus anche il Professore e i suoi sono bloccati all’interno della zecca dello Stato in attesa. Per lo meno questo suggerisce il trailer ufficiale della quarta stagione de La Casa di Carta disponibile dal 3 aprile su Netflix. Trailer che nel giro di poco tempo ha conquistato i media in ogni angolo del pianeta ottenendo decine di migliaia di visualizzazioni.

Bisogna pazientare quindi solo una manciata di giorni per scoprire il futuro del Professore (µlvaro Morte) e della sua banda, sperando che la controffensiva dell’ispettrice Alicia Sierra (Najwa Nimri) non abbia la meglio su di loro. Lui è convinto che Lisbona sia stata giustiziata, Rio e Tokio hanno distrutto un carro armato e Nairobi lotta tra la vita e la morte. Insomma, la squadra di rapinatori sta affrontando uno dei momenti più difficili di sempre e la presenza di un nemico tra i suoi stessi ranghi ostacola seriamente la riuscita del colpo.

IN ATTESA DI SCOPRIRE IL DESTINO DI NAIROBI

Nel rocambolesco e commovente finale della parte 3 Nairobi era caduta nella trappola dell’ispettrice Alicia Sierra la quale, facendo leva sull’affetto che Nairobi nutre verso suo figlio, l’aveva attirata e l’aveva colpita al petto con una pallottola. Negli ultimi secondi del teaser si vede Nairobi, dotata di una mascherina per l’ossigeno, aprire gli occhi. D’altro canto, però, si sente anche il suono continuo della macchina che rileva i parametri vitali, secondo molti segno che la donna perderà inevitabilmente la vita. Nel frattempo, Raquel sarà costretta dalla Sierra a collaborare con la polizia. Il Professore si troverà a dover gestire tutto questo caos quando la vita di tutti i membri della banda sarà messa in serio pericolo.

PIÙ DRAMMA E MENO AZIONE

Sul resto della trama sappiamo poco. Se non quello che ha anticipato il creatore della serie µlex Pina: «Gli otto nuovi episodi saranno incentrati più sul dramma e meno sull’azione».

UNA DELLE ATTRICI

Nel corso degli anni La casa di carta ha aumentato sempre di più la sua notorietà portando quindi anche a un graduale aumento della popolarità degli attori principali. Tra questi la spagnola Itziar Ituno, volto dell’ispettrice Raquel Murillo e Lisbona, che ha annunciato sul suo profilo Instagram di essere positiva al coronavirus: «Il mio caso è lieve e sto bene però è molto molto contagioso e super pericoloso per le persone più deboli», ha tranquillizzato i fan l’artista, postando anche una sua foto sorridente ma un po’ provata.

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Aupa danoi!! Ofiziala da, bariku arratsaldetik sintomekaz nabil (sukarra ta eztul lehorra) eta gaur iritsi jaku azterneta epidemiologikoaren konfirmaziñoa. Koronabirusa da. Nire kasuan arina da ta ondo nago baina oso oso kutsakorra eta super arriskutsua ahulago dagoen jendearentzako. Hau ez da tontakeria, izan konsziente, ez hartu arinkeriaz, hildakoak dauz eta bizi asko jokoan eta ondiño ez dakigu noraiño helduko dan kontua, beraz, arduratsuak izateko txertoa ipinteko garaia da danon hobebeharrez. Elkartasun garaia da! Etxean geratzekoa eta babestu besteak! Orain 15 egun berrogeialdi eta aurrerago ikusiko da✊❤.Zaindu zaitezte!!😙😙😙😙/ Hola a tod@s!! Ez oficial, desde el viernes por la tarde tengo los síntomas (fiebre y tos seca) y hoy nos ha llegado la confirmación del test epidemiológico. És coronavirus. Mi caso es leve y estoy bien pero es muy muy contagioso y superpeligroso para la gente que está más debil. Ésto no es tontería, ser conscientes, no lo tomeis a la ligera, hay muertos, muchas vidas en juego y aún no sabemos hasta donde va a llegar ésto por lo que ha llegado la hora de ponerse la vacuna de la responsabilidad por el bien común. Es tiempo de solidad y generosidad! De quedarse en casa y proteger a los demás. Ahora me tocan 15 dias en cuarentena y después ya se verá✊❤! Cuidaros mucho😙😙😙😙/ Olá galera! Ez oficial, desde sexta-feira à tarde tenho sintomas (febre e tosse seca) e hoje recebemos confirmação do teste epidemiológico. É um coronavírus. Meu caso é leve e estou bem, mas é muito muito contagioso e super perigoso para pessoas que são mais fracas. Isso não é bobagem, esteja ciente, não leve a sério, há mortos, muitas vidas em jogo e ainda não sabemos até que ponto isso vai dar, então chegou a hora de ser vacinado pela responsabilidade pelo bem comum . É um tempo de solidão e generosidade! Ficar em casa e proteger os outros. Agora tenho 15 dias em quarentena e depois será visto✊❤! Cuide-se😙😙😙😙 #etxeangeratu #yomequedoencasa #quedatencasa

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«Questa non è una sciocchezza. Siate coscienziosi, non prendetela alla leggera, ci sono morti, molte vite in gioco e non sappiamo ancora dove si arriverà», ha concluso.

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L’informazione ai tempi del virus: e il Tg5 batté il Tg1

Il sorpasso al fotofinish: il telegiornale diretto da Mimun ha registrato uno share del 21.6 contro il 21.5 di quello della rete ammiraglia della Rai. Un segnale che andrà a infiammare ulteriormente gli umori di Viale Mazzini. E dei partiti di maggioranza, in primis il Pd, che mal tollerano una immagine dell'azienda ancora a tinte gialloverdi.

Non capita spesso. Anzi, quasi mai. Ma ieri sera il Tg5 ha superato per ascolti il Tg1.

Di un nulla, al fotofinish: 21.6 lo share del telegiornale diretto da Clemente Mimun contro il 21.5 di quello della rete ammiraglia della Rai nell’edizione delle 20 del 25 marzo..

Ma è un segnale destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco degli umori già nervosi di viale Mazzini, e di quello di molti politici della maggioranza, in primis il Pd, che mal tollerano una fotografia dell’azienda che sostanzialmente riflette ancora gli assetti del governo Conte uno a maggioranza gialloverde.

IL CAOS DOPO IL RINVIO DEL PIANO INDUSTRIALE

Del resto, grande è la confusione sotto i cieli della tivù pubblica. Non più tardi di qualche giorno fa, nell’ultimo cda della Rai, l’ad Fabrizio Salini e il presidente Marcello Foa hanno annunciato l’impossibilità di realizzare il piano industriale approvato all’inizio del loro mandato. E ciò ha creato, di fatto, una situazione di ulteriore caos tra direttori di rete e di genere e complicando la strutturazione dei nuovi palinsesti.

SE LA VOGLIA DI INFORMARE PREVALE SULLE PRECAUZIONI

In questa situazione di assoluta emergenza interna ed esterna, la Lega ha ripreso campo e operatività. Foa incita i dipendenti, va ospite di RadioRai, Tg2 Post e Porta a Porta, oltre ad altre apparizioni, per lodarne lo spirito di sacrificio e ricordare il ruolo del servizio pubblico enfatizzato nelle situazioni di emergenza. Anche se questo comporta qualche rischio, e la voglia di informare prevale sulle precauzioni che tutti di questi tempi sarebbero chiamati a rispettare. I casi non mancano.

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Come quello di Uno Mattina. Il consigliere di Foa per la comunicazione Marco Ventura, che è anche capo autore del programma, ha deciso infatti di non usufruire di conference call attraverso Skype ma di mantenere le riunioni che si svolgono ogni giorno a Saxa Rubra verso le 10 -10:45 negli uffici della redazione.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Fenomenologia semiseria del virologo e dell’infettivologo televisivo

Il pacato Pregliasco, il polemista Burioni. Ma anche la rassicurante Capua. E ancora: Gismondo, presenzialista, nonostante la macro topica iniziale, e Galli che con la sua schiettezza molti vorrebbero ministro della Salute. Carrellata degli specialisti diventati star del piccolo schermo con l'emergenza coronavirus.

È verboso, diplomatico, curiale, anche se si presenta quasi sempre in abbigliamento casual, per lo più con addosso la polo dell‘Anpas con il tricolore sul colletto.

PREGLIASCO, IL MEDICO ANTI-POLEMICA

Rilassato e sorridente, il professor Fabrizio Pregliasco è stato uno dei primi medici passati vorticosamente dall’anonimato al divismo televisivo sull’onda dell’epidemia di coronavirus. Si è conquistato spazio e credibilità grazie alla sua capacità di attenuare ogni polemica e di smussare i toni, lui che dà ragione un po’ a tutti e non si espone mai troppo.

Il Presidente dell’Anpas Fabrizio Pregliasco (Ansa).

Benché venga sempre presentato come virologo, non lo è: è invece specializzato in Igiene e Medicina preventiva e in Tossicologia, ma è soprattutto un manager, direttore sanitario dell’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano, dopo aver svolto analogo incarico presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, proprio quello in cui Silvio Berlusconi scontò, si fa per dire, la pena ai servizi sociali.

LO SCONTRO CON SGARBI E IL GELO SU PANZIRONI

Finora, la sua pacatezza è stata scalfita solo dall’assalto verbale di Vittorio Sgarbi durante una puntata di Non è l’arena: «Chi cazzo è Pregliasco? Raccontano tutti balle, sono tutti capre!». Pregliasco ha ribattuto che Sgarbi stava dicendo «sciocchezze» e poi anche «stupidate», e si è capito che aveva perso le staffe solo quando ha protestato ad alta voce: «Incredibile! Lei è un irresponsabile e non dovrebbero farla parlare».

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Non si è scomposto granché nemmeno quando Massimo Giletti l’ha messo a confronto con Adriano Panzironi sul tema della vitamina C, che secondo il guru dell’alimentazione ci proteggerebbe dal virus. «Diciamo che è un coadiuvante del sistema immunitario», ha ribattuto Pregliasco con la sua aria sacerdotale.

coronavirus burioni
Il virologo Roberto Burioni. (Ansa)

BURIONI E L’ATTRAZIONE PER IL RIFLETTORE

Niente a che vedere con la vis polemica di un altro medico, lui sì virologo a pieno titolo, il marchigiano Roberto Burioni, già molto attivo contro le campagne No-Vax sia sui social sia con il sito Medical Facts, prima di assurgere a ospite esclusivo di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Docente dell’Università San Raffaele di Milano, Burioni è uno che non le manda a dire e sembra trovarsi perfettamente a suo agio davanti le telecamere.

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GISMONDO, IN TIVÙ NONOSTANTE L’ERRORE INIZIALE

Schierato (quasi) fin da subito su posizioni di allarme davanti all’espandersi del Covid-19, ha definito la collega «quella signora del Sacco», Maria Rita Gismondo che aveva improvvidamente minimizzato la gravità dell’epidemia, attestandosi sulla teoria «poco più grave dell’influenza».

Anna Rita Gismondo del Sacco di Milano (Ansa).

La stessa Gismondo, a dispetto di questa macro topica, viene comunque continuamente invitata in tivù, forse perché i talk show hanno disperatamente bisogno di uno specialista da intervistare e quindi va bene chiunque, purché sia fornito di quel poco o tanto di narcisismo che la platea televisiva solletica.

CAPUA, RASSICURANTE ELEGANZA

Decisamente disinvolta anche la virologa Ilaria Capua, direttrice dell’One Health Center of Excellence in Florida, già assurta alle cronache nel 2006 per aver condiviso la sequenza genetica del primo ceppo africano di influenza H5N1 in GenBank (database open access) e non in un database ad accesso limitato, avviando così un dibattito internazionale sulla trasparenza dei dati, iniziativa che ha cambiato i meccanismi alla base dei piani prepandemici.

Ilaria Capua direttrice dell’One Health Center of Excellence in Florida (Ansa).

Bella, fascinosa, elegante, rassicurante, la Capua non fa sparate, ragiona insieme al conduttore e al pubblico, ammette, con sofisticati giri di parole, che non si sa, che sarebbe interessante sapere, capire, ricercare, che forse sì, ma forse anche no, ci vuole tempo, ma è tutto molto interessante.

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GALLI, IL MINISTRO DELLA SALUTE IDEALE

Il cast dei virologi comprende anche, ovviamente, il responsabile di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, professor Massimo Galli, ormai osannato da tutti coloro che ne apprezzano la schiettezza e già indicato da qualcuno come ideale ministro della Salute.

Galli: «La ricerca del vaccino non sia una corsa al guadagno»
Massimo Galli, responsabile di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano

Impagabile la sua espressione quando risponde alle domande facendo capire con lo sguardo «sto dicendo quello che posso e devo dire, ma ci sarebbe tanto di più da aggiungere…», però poi non resiste e a ogni intervista trova il modo di levarsi qualche sassolino dalle scarpe, come quando ha levato la sua invettiva sui disastrosi tagli alla formazione dei medici e alla ricerca, o come quando ha elegantemente definito «sciocchezzaio» la proposta iniziale di Boris Johnson di promuovere l’immunità di gregge in Gran Bretagna.

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Galli insiste da tempo sulla la necessità di garantire assistenza domiciliare coinvolgendo i medici di base, sia per fare da filtro ai ricoveri sia per dare effettiva vicinanza alle persone malate a casa. Qualcuno lo ha finalmente ascoltato, se Regione Lombardia ha deciso ora di seguire proprio questa strategia. Per lui la sfida numero uno è tenere l’area metropolitana milanese al riparo dall’ondata di contagi, evitando quella che definisce «la battaglia di Milano». E fino a questo momento, pare che ci sia riuscito.

E DOPO IL FATIDICO PICCO?

Chissà se dopo il fatidico “picco”, che tutti attendiamo con ansia, insieme alla curva dei contagi si abbasserà anche quella delle presenze dei medici in tivù a tutte le ore del giorno. Non prima, immaginiamo, che ciascuno di loro abbia potuto dichiarare a una telecamera «Vedete? È proprio come avevo previsto io». Ma a quel punto, noi saremo fuori, finalmente liberi per strada, e col televisore spento.

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Il coronavirus ferma anche le serie televisive

Stop alle riprese di Grey's Anatomy, NCIS, Stranger Things e tante altre. I membri di cast e troupe sono ugualmente preoccupati per l'emergenza medica e per il rischio di non guadagnare nulla per un lungo periodo.

In attesa che passi l’emergenza coronavirus, anche le produzioni televisive degli Stati Uniti, dai network alle piattaforme, scelgono di fermare i set e chiudere i teatri di posa. Arrivano gli stop per programmi dal vivo come i talk show di Jimmy Kimmel, Jimmy Fallon, Seth Meyers e Stephen Colbert o fra gli altri, American Idol, America’s Got Talent e Saturday Night live. E sono state bloccate le riprese di decine di serie tv, per il momento per due o tre settimane.

STOP A GRACE ANATOMY

Dalla 16/a stagione di Grey’s anatomy (Abc) di cui sono già stati girati 21 episodi su 25, alle nuove serie Marvel per Disney+, The Falcon and the Winter Soldier, Loki e Wanda Vision. Passando per successi già globali come le nuove stagioni delle triadi NCIS, The Walking Dead e il prequel Fear The Walking Dead (Amc), mentre è pronto il debutto dello spin-off, The Walking Dead – World Beyond previsto, per ora, ad aprile su Amazon Prime.

SLITTA LORD OF THE RINGS

In hold anche The Blacklist 8 con James Spader, Empire (Fox) e Fargo 4 (Fx) con Chris Rock, Jack Huston e gli italiani Salvatore Esposito e Francesco Acquaroli; la sitcom Young Sheldon 4 e la seconda stagione della provocatoria Euphoria (Hbo). Bisognerà aspettare più del previsto prima di vedere gli adattamenti televisivi di Lord of The Rings (Amazon Prime, che solo per i diritti della saga di Tolkien ha speso 250 milioni di dollari) e il distopico Snowpiercer (Tnt), dal film diretto nel 2013 dal premio Oscar Bong Joon Ho e la graphic novel d’origine, Le Transperceneige di Jacques Lob, Benjamin Legrand e Jean-Marc Rochette.

SHEPARD: «DOBBIAMO FERMARCI PER UN MESE»

Tra i nuovi arrivi, si fermano anche la sitcom Kevin Can F**k Himself; Genius: Aretha (Natgeo) con la candidata all’Oscar Cynthia Erivo nei panni del mito del soul Aretha Franklin, e American Crime Story: Impeachment (Fx), sul Sexgate, lo scandalo politico-sessuale che colpì nel 1998 il presidente Usa Bill Clinton (interpretato da Clive Owen) per la relazione con Monica Lewinsky (Beanie Feldstein). «Dovremmo chiudere tutto finché non capiremo cosa può fare questo virus», ha spiegato al Los Angeles Times Richard Shepard, produttore e regista del nuovo capitolo di American Crime Story, la serie antologica creata da Ryan Murphy, «serve uno stop di un mese. I set sono ambienti incredibilmente intimi con centinaia di persone costantemente a contatto. Sono incubatori di virus».

NETFLIX HA BLOCCATO STRANGER THINGS 4

Tra i titoli Apple Tv+ si fermano, fra le altre, le riprese della seconda stagione del successo Morning News con Jennifer Aniston, Far All Mankind 2, See 2 e la novità Suspicion con Uma Thurman, nei panni di un’importante donna d’affari il cui figlio viene rapito, remake della serie thriller israeliana False Flag. Netflix blocca le riprese di titoli come Stranger Things 4, The Witcher, Russian Doll 2 e la settima e ultima stagione della comedy già cult Grace & Frankie con Jane Fonda e Lily Tomlin.

ALLARME PER I REDDITI DEI LAVORATORI DELLO SPETTACOLO

«Ho vissuto molto, ma (quello che sta succedendo) è del tutto nuovo e difficile da credere», ha commentato Jane Fonda sul suo blog. Con il blocco alle produzioni ci sono persone che «per un periodo indefinito non riceveranno una paga», aggiunge l’attrice e attivista. Per il regista televisivo Jesse Peretz (Orange is the new black, Glow), i membri di cast e troupe sono ugualmente preoccupati per l’emergenza medica e per il rischio di non guadagnare nulla per un lungo periodo: «Non so quali potrebbero essere le risposte. Ma tra Netflix, Amazon, Warner Bros, Fox sono abbastanza sicuro che abbiano le risorse finanziarie per pagare le persone e affrontare sei settimane di ritardo nelle produzioni. Penso sia un imperativo morale che si prendano le loro responsabilità».

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Il coronavirus ha cambiato i palinsesti ma potrebbe rivoluzionare la tivù?

Programmi cancellati. Basta claque e pubblico in studio. L'emergenza Covid-19 ammala e nutre la televisione. Una volta finito questo incubo, sarebbe il caso di ripensare completamente il mezzo. Anche se all'orizzonte di Enzo Trapani e Angelo Guglielmi non se ne vedono.

Non si uccidono così anche i programmi? Il coronavirus, c’era da immaginarselo, non poteva nella sua marcia lugubre non falcidiare anche talk show, reality, telefrattaglie: tutti senza pubblico o con le sagome, come Zoro, e già nella mestizia generale fioriscono sarcasmi. Non tutto il virus vien per nuocere, Barbarella in quarantena e così sia, coronativù pensaci tu.

Nel teledramma, se poi è un dramma, si arriva a picchi di patafisica, con Bruno Vespa che si scaglia contro la chiusura, con le ripicche tra chi va in onda e chi viene stoppato. Ma stoppati, a catena, sono tutti, da Domenica Live di Barbara D’Urso a Verissimo di Silvia Toffanin fino a La Repubblica delle Donne di Piero Chiambretti per concentrare, ha spiegato Mediaset, gli sforzi sull’informazione.

SCOMPARSI PUBBLICO E CLAQUE

Ora, l’epidemia di programmi schiude imprevisti e probabilità; la mutazione genetica del mezzo televisivo, realizzato senza il supporto dei viventi, della claque che ride o applaude, modifica i tempi, l’approccio e lo stesso linguaggio. I conduttori sono soli al comando, tutto ricade sulle loro facce, è una televisione distopica che si ricorda del passato remoto. Ed è una televisione dove non si può sbagliare, dove occorre essere più precisi e penetrativi, dove bucare lo schermo non è più un optional.

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Ci sono formule, come lo show di Maurizio Crozza, che senza pubblico soffrono troppo, la dimensione tele-teatrale, ma da teatro deserto, non può funzionare. E ci sono format che semplicemente non hanno più senso, motivo per cui vengono congelati come La Corrida di Carlo Conti. Ne scaturisce la necessità di ridefinirsi, di inventare nuovi schemi e confezioni inedite, anche perché nessuno sa quanto potrà durare questo coprifuoco mediatico.

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UNA SCOMMESSA QUASI IMPOSSIBILE

Eppure, questa sembra la scommessa più impossibile. Perché la televisione, ecco un effetto insospettato del virus, appare di colpo nuda: completamente, forse irrimediabilmente sclerotizzata nei suoi rituali, nei codici, nei frasari. Il suo logorio esce in tutto il suo squallore da questa tregenda, e maturare soluzioni alternative sarà sfida lunga e faticosa, ammesso che si abbia realmente voglia di raccoglierla. Perché ormai la televisione la sanno fare solo così, perché procede per inerzia, perché trash che vince non si tocca: così la vogliono gli inserzionisti pubblicitari che sono i veri padroni del mezzo, così la concepiscono impresari che non hanno in mente alcun livello qualitativo ma solo il ritorno del fatturato. E, alle viste, non si scorge nessun Enzo Trapani, nessun Angelo Guglielmi capace di follie sperimentali.

TRA DEMENZIALI OROSCOPI DEL MORBO E VIROLOGI SUPERSTAR

Prova ne sia la reazione, immediata, simultanea, di tutti i programmi e tutti i tenutari nessuno escluso: un’alluvione di chiacchiere sul coronavirus, come se fosse imperdonabile sottrarsi, come se parlarne a casaccio fosse l’unica missione possibile. Con punte di delirio annunciato tipo Simona Ventura che offre una demenziale via astrologica al morbo, e tutti che ne parlano e ne parlano e ne parlano alimentando confusione e alienazione.

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Altra conseguenza, i virologi novelle popstar, peccato si contraddicano tra di loro e anche in proprio. Maria Rita Gismondo, quella che chiama «angeli» il personale medico del Sacco (diffidare sempre della retorica angelicata), ha cavalcato come una Giovanna d’Arco nella crociata della minimizzazione ottenendo ciò che voleva, la sovraesposizione: la chiamano pure per le previsioni del meteo. Peccato che, nel frattempo, sia passata a una più cauta lettura dei fatti, avendo cura di rimuovere tutti gli alluvionali post su Facebook che ridimensionavano il Covid-19 a stupida psicosi («a me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Questa follia farà molto male. I miei angeli sono stremati»).

EFFETTI DELETERI DI UNA TIVÙ INFETTA

La televisione di virus si ammala e si nutre, creando miti: non è sempre un bene, anzi non lo è quasi mai e non lo è in tempi di incertezza e di (giustificata) paura. Tra gli effetti deleteri di questa televisione infetta: Vittorio Sgarbi che dà pazzesche lezioni di contagio (forse è infetto e non lo sa), i cantanti che danno lezioni di vita e la foto dell’infermiera stremata che commuove Francesco Giorgino del Tg1 e ricorda tanto gli occhi della madre, la carrozzina, gli stivali dei soldati, il montaggio analogico, Fantozzi vuol dire qualcosa lei?

LA CLAUSURA POTREBBE FAR CAMBIARE IDEA ALLO SPETTATORE

Il pericolo, si fa per dire, è che la gente nella sua clausura scopra un paio di cosette, per esempio che può vivere benissimo anche senza quei programmi, quelle liturgie oscene, quei protagonisti, quei conduttori; che li trovi improvvisamente decrepiti, improbabili, soffocanti, insomma che arrivi a stufarsi. Perché non è vero quanto suole ripetere mastro Costanzo, «la televisione dà alla gente quel che la gente chiede», è esattamente il contrario, la televisione dà alla gente quello che vuole lei e, per non sbagliare, si mette d’accordo in modo da non offrire alternative: puoi girare duemila canali e trovi sempre la stessa spazzatura cosmica. E queste non sono le riflessioni snobistiche di chi disprezza ciò che non compra, sono evidenze che ormai nessuno si sogna più di contestare. Del resto, basta guardare Blob. Il coronavirus impone una drastica revisione del mezzo e dei suoi codici; che poi questa tabula rasa venga fatta e sfruttata, è altra storia e non molto plausibile. Resta in ogni modo la necessità, urgente, di un riequilibrio, appena si potrà, appena questo dannato morbo sarà imprigionato nei libri di storia; non essendo commendevole che la scienza, la politica e l‘informazione si costringano a dipendere dalle starlette televisive le quali ne fanno ciò che vogliono.

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In Rai c’è chi dice basta al Festival del coronavirus

Riunione in viale Mazzini per ripensare la programmazione dei palinsesti e gestire in modo adeguato le notizie sull'emergenza. La richiesta è che il Tg1 e le altre testate giornalistiche diventino perno dell’informazione, rinunciando a talk mal condotti o che trattano il Covid-19 come Sanremo. E scoppiano i primi malumori.

Il virus terremota tutti, e anche la Rai, che vuole e deve essere come garante del servizio pubblico in prima linea nel dare informazioni, non ne esce indenne. La sera di mercoledì 11 marzo si è tenuta una complicata riunione nella sala Arazzi di viale Mazzini. Argomento: ripensare parte della programmazione e dunque intervenire sui palinsesti.

Sorpresa: le cose più pertinenti le ha dette il presidente Marcello Foa che ha partecipato a una parte di riunione (come mai?) ma che è anche l’unico giornalista ai vertici aziendali. Domanda: non era il caso di ripristinare un coordinamento alla Verdelli?

Come noto, l’azienda guidata da Fabrizio Salini ha deciso di sospendere l’Eredità, i Soliti ignoti, il programma di Caterina Balivo e La prova del cuoco condotto da Elisa Isoardi, che doveva essere sostituito da I Fatti vostri che avrebbe traslocato da RaiDue alla rete ammiraglia. E invece ora pare che si allunghi Storie italiane di Eleonora Daniele, la Barbara D’Urso di Saxa Rubra.

CRITICHE A STORIE ITALIANE, TRASMISSIONE TROPPO ANSIOGENA

È scoppiato così, proprio al riguardo di RaiUno, il tema di come gestire con adeguatezza e preparazione l’informazione sul coronavirus. La trasmissione condotta dalla Daniele è giudicata in modo unanime eccessivamente ansiogena e con ospiti non a livello. Anche in considerazione del fatto che viene dopo Unomattina dove già uno dei conduttori, Roberto Poletti da Milano, spesso deraglia dai toni richiesti da un buon servizio pubblico. E prima della Vita in diretta della litigiosa coppia Cuccarini-Matano che pure sarà allungata di due ore.

La richiesta è che il Tg1 e le altre testate giornalistiche diventino il perno dell’informazione delle reti, rinunciando a talk mal condotti o che trattano il coronavirus come il festival di Sanremo

Alcuni consiglieri d’amministrazione leggendo le anticipazioni di stampa hanno storto il naso. Non si comprende, è il motivo del loro mal di pancia, perché non vengano utilizzati i giornalisti di viale Mazzini, alcuni dei quali di grande esperienza e che già hanno dato ottima prova di sé nel racconto di momenti difficili (come il terremoto o gli attentati dell’Isis) che hanno segnato la vita del nostro Paese e del mondo. La richiesta è che il Tg1 e le altre testate giornalistiche diventino il perno dell’informazione delle reti, rinunciando a talk mal condotti o che trattano il coronavirus come il festival di Sanremo all’interno di contenitori come Italia sì o Domenica In, come accaduto malamente nelle scorse settimane.

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Perché bisognerebbe “boicottare” il Gf Vip e le Iene

Entrambi i programmi, quando parlano di disabilità, sembrano più interessati allo share e alle polemiche spicciole che ad abbattere i pregiudizi.

Gogna mediatica per Asia Valente, concorrente della trasmissione Grande Fratello Vip, dopo la doppia “gaffe” fatta durante la quindicesima puntata.

Dopo aver visto l’episodio e aver letto il suo curriculum vitae e percorso formativo sinceramente non me la sento di accanirmi anch’io contro la povera ragazza. Continuare ad attaccarla equivarrebbe infatti a sparare sulla Croce rossa.

Apostrofare un altro concorrente con la frase infelice («Sei un Down») e poi scusarsi con lui per averlo offeso – questo quanto è successo – è un discorso che si commenta da sé quindi trovo ingiusto infierire ulteriormente contro una persona a cui chiaramente mancano gli strumenti per comprendere il valore delle parole che ha pronunciato. Inoltre criticando le gesta di Asia si corre il rischio di dare risonanza ad una trasmissione mediocre e che quindi non la meriterebbe per niente.

POLEMICHE CHE SERVONO SOLO A FARE SHARE

Sospetto che i concorrenti siano selezionati proprio in base al loro “sottile spessore culturale” e, ironia a parte, in base alla probabilità che i loro discorsi e/o comportamenti suscitino polemica, scandalo e clamore a livello mediatico. Tutti ottimi ingredienti per far impennare lo share televisivo. La strategia migliore per mettere i bastoni tra le ruote a programmi del genere sarebbe dunque non discuterne proprio, evitando così di assicurar loro pubblicità gratis. Scelgo invece di commentare quanto è successo perché la puntata incriminata di cui stiamo disquisendo ha ottenuto un indice di ascolti pari al 18.9%, tenendo incollati davanti al piccolo schermo circa 3.650.000 spettatori. Decisamente troppi. Forse confrontarsi con un punto di vista differente dai discorsi che stanno girando sull’argomento tornerà loro utile la prossima volta che prenderanno in mano il telecomando.

QUEL BUONISMO DI SIGNORINI CHE ALIMENTA GLI STEREOTIPI

A meritare attenzione, sebbene siano passate quasi inosservate, non sono le parole della concorrente bensì la frase con cui l’ha rimproverata Alfonso Signorini, conduttore della trasmissione. «Queste sono parole che in televisione non si devono più ascoltare. Non bastano le scuse, sono veramente parole orrende. I Down sono persone meravigliose, fantastiche, persone di grandissimo acume e intelligenza. Dare del Down oggi a qualcuno non ha più senso. Sei molto divertente quando mostri il fondoschiena, però collega anche il cervello alla bocca».

Esistono donne e uomini con sindrome di Down “fantastici” così come ci sono dei perfetti stronzi

Apro una piccola parentesi extra: qualcuno dovrebbe far notare a Signorini che i commenti sul fondoschiena femminile sono sempre indiscutibilmente fuori luogo, tanto più se pronunciati da una persona che, in quanto dichiaratamente omosessuale, dovrebbe contrastare il maschilismo e il sessismo e non promuoverne la diffusione. Il resto del suo discorso? Un’accozzaglia di luoghi comuni e falsità, accampate là forse non sapendo come districarsi dall’imbarazzo.

Asia Valente.

Affermare che le persone con sindrome di Down sono meravigliose, eccetera, è una generalizzazione falsa, buonista e nauseante. Esistono donne e uomini con sindrome di Down “fantastici”, per usare la sua definizione, così come ci sono dei perfetti stronzi esattamente al pari di tutti gli altri esseri umani. Parlare di acume e di intelligenza, poi, non ha assolutamente senso trattandosi di concetti assolutamente astratti, di dubbia validità e di nessuna utilità dal punto di vista pragmatico (il mio è un preciso posizionamento teorico).

DAVANTI A CERTI PROGRAMMI MEGLIO SPEGNERE LA TIVÙ

Sarebbe stato più utile far riferimento alle competenze che molte persone con sindrome di Down possiedono ed esercitano quotidianamente ma di cui credo Signorini non abbia minimamente idea. Le persone con disabilità sono spesso oggetto di battute e offese soprattutto da parte di chi non ha gli strumenti culturali adeguati per riconoscere gli stereotipi e i comportamenti discriminatori. Quindi, conoscendo il bagaglio di conoscenze e competenze dei suoi concorrenti, avrebbe potuto e dovuto farsi trovare preparato per riuscire a dare risposte efficaci ai suoi “gieffini vips”. Ma non l’ha fatto e non sapremo mai se perché “non c’è arrivato” oppure per una precisa strategia di marketing.

Il lavoro di una onlus non fa audience, le “sfighe” individuali, sì

Gli attivisti per i diritti delle persone disabili sono insorti. A ragione? “Ni”, contestualizziamo l’episodio e facciamoci una risata. L’ironia rimane l’arma migliore contro l’ignoranza e la strumentalizzazione. Grande Fratello Vip bocciato, quindi. Ma purtroppo non è il solo a sfigurare parlando di disabilità. Anche il servizio delle Iene sulle barriere architettoniche che quotidianamente impediscono a Ketty – donna con disabilità motoria – di salire sui mezzi pubblici a Roma lascia perplessi.

Hanno raccontato la storia di una singola persona e cercato di gestire quel singolo caso (senza nemmeno riuscirci del tutto), ignorando completamente l’esistenza di associazioni che da anni lavorano per promuovere l’accessibilità di tutti e che ai telespettatori sarebbe potuto essere utile conoscere e interpellare in caso di necessità. Il motivo? Il lavoro di una onlus non fa audience, le “sfighe” individuali, sì. Fortunatamente possiamo boicottare trasmissioni come queste, reindirizzando in questo modo il palinsesto televisivo. O almeno provandoci.

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Cinema chiusi: i film da vedere in streaming a casa

Le misure contro il coronavirus impongono di evitare luoghi affollati. E quindi anche le sale. Quindi, come fare? Occorre sistemare il divano, prendere un qualsiasi dispositivo elettronico, collegarsi a internet e seguire questa breve guida.

Andare al cinema, ai tempi del coronavirus, non è proprio semplice. Buona parte dei cittadini del Nord non può fisicamente. Ma anche per chi abita più a Sud, le notizie non sono buone perché alcuni film (Si vive una volta sola di Carlo Verdone, Lupin III – The First, Volevo Nascondermi e molti altri) sono stati temporaneamente sospesi. «Quindi, come facciamo?», vi starete chiedendo. Cari cinefili, non vi preoccupate: la soluzione è molto semplice ed è a portata di “clic”.

IL CINEMA A CASA

Basta un qualsiasi dispositivo elettronico, connesso a internet, per poter accedere a siti web a applicazioni che offrono servizi di streaming. Per alcuni è necessario l’abbonamento mensile, per altri, invece, basta l’acquisto o il noleggio una tantum. Scopriamo cosa offrono i cataloghi digitali dei principali servizi di streaming.

NETFLIX

Per quanto riguarda Netflix, serve necessariamente un abbonamento mensile. Per fortuna, ogni nuovo account ha a disposizione un mese di prova gratuito. Tra i film in catalogo a febbraio 2020, tra nuove pellicole e classici assolutamente da recuperare, vi consigliamo questi.

I PIÙ RECENTI

Storia di un matrimonio
The Irishman
Un posto tranquillo
Blade Runner 2049

DRAMMATICI

Whiplash
Se mi lasci ti cancello
La grande scommessa
Le ali della libertà
La teoria del tutto
Rush
12 anni schiavo
Lei

I GRANDI CLASSICI

Il padrino
American Histoy X
Jurassic Park
Quella sporca dozzina
Il Mago di Oz
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
Salvate il Soldato Ryan
Lo squalo
Forrest Gump
Colazione da Tiffany
Scarface

Blade Runner

PER I FAN DI MARTIN SCORSESE

Quei bravi ragazzi
The Departed
The Wolf of Wall Street

PER I FAN DI QUENTIN TARANTINO

Pulp fiction
Kill Bill Vol. 1
Kill Bill Vol. 2
Le iene

PER I FAN DI STANLEY KUBRICK

2001: odissea nello spazio
Arancia meccanica

PER I FAN DELLO STUDIO GHIBLI

Il mio vicino Totoro
Il castello nel cielo
Kiki – Consegne a domicilio
Porco Rosso

AMAZON PRIME VIDEO

Anche Prime Video, il servizio streaming di Amazon, ha nel suo catalogo alcuni titoli molto interessanti, da recuperare assolutamente in attesa che l’attività cinematografica torni regolare:

Il cavaliere oscuro – Il ritorno
Lady Bird
Quarto potere
Rocketman
Arrival
Il signore degli Anelli – La compagnia dell’anello
Ritorno al futuro
Il magico mondo di Amelie
Mad Max – Fury Road

SKY

Per quanto riguarda Sky, il discorso è leggermente diverso. A fianco dell’offerta in abbonamento, c’è anche quella di “Primafila”, ovvero il servizio a noleggio.

SKY IN ABBONAMENTO

Aquaman
Lo Hobbit
Ted Bundy – Fascino criminale

SKY PRIMAFILA

C’era una volta… a Hollywood
Joker
Ad Astra
Il re leone
Rambo – Last Blood

Gemini Man

INFINITY

Anche il servizio di streaming di Mediaset, Infinity, ha qualche asso nella manica. Nel catalogo, infatti, si può trovare:

C’era una volta… a Hollywood
Dunkirk
A star is born
La grande bellezza
Il cavaliere oscuro
Il traditore
Grand Budapest Hotel
Matrix
Dogman
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

GOOGLE PLAY FILM

Per quanto riguarda Google Play Film, si punta maggiormente sui titoli molto recenti. In questo caso, però, si tratta di acquisti e noleggi una tantum. E un singolo film può costare da 0,99€ a 13,99€. Tra i più visti, ci sono:

Spiderman – Far From Home
Downton Abbey – Il film
Yesterday
It – Volume 1
It – Volume 2
Avengers – Endgame
Harry Potter – La serie completa
Animali fantastici e dove trovarli – La serie completa
Suicide Squad

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L’Agcom contro la Rai sovranista: multa da 1,5 milioni

L'Authority ha accertato il mancato rispetto dei principi di indipendenza, imparzialità e pluralismo. Il Pd chiede le dimissioni di Salini.

Il Consiglio dell’Agcom ha accertato, con due diverse delibere, alcune violazioni degli obblighi di contratto di servizio da parte della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. In particolare, in merito a numerosi episodi riguardanti la programmazione diffusa dalle tre reti generaliste, l’Autorità ha accertato il mancato rispetto da parte di Rai dei principi di indipendenza, imparzialità e pluralismo e ha irrogato una sanzione pecuniaria di 1,5 milioni di euro.

L’Agcom – si legge in una nota – ha inoltre accertato il mancato rispetto dei principi di non discriminazione e trasparenza, in relazione al pricing effettivamente praticato, dalla concessionaria Rai, nella vendita degli spazi pubblicitari.

LO SPOT DI SALVINI DURANTE JUVE-ROMA

L’11 febbraio l’Agcom aveva risposto a un esposto del segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi, sullo spot di lancio di Porta a Porta con il leader della Lega Matteo Salvini durante Juve-Roma a tre giorni dalle elezioni in Emilia Romagna.

IL PD ALL’ATTACCO DEI VERTICI RAI

«La pronuncia (e multa)di Agcom sulla Rai dice cose chiare e gravi. Se si aggiunge la trasferta sanremese il quadro è completo. Cambiare e cambiare velocemente è l’unica via», ha scritto su Twitter il vicesegretario Pd Andrea Orlando.

«Dopo la sanzione da 1,5 milioni di euro alla Rai da parte dell’Agcom che ha accertato la violazione del contratto di servizio relativamente agli obblighi di imparzialità, pluralismo, trasparenza, indipendenza del servizio pubblico all’Ad Salini non resta che valutare la propria permanenza al vertice dell’azienda così come la permanenza degli attuali vertici dell’informazione», ha scritto in una nota il vicecapogruppo Pd alla Camera Michele Bordo.

UN VOTO CONTRARIO E UN’ASTENSIONE

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha deciso di irrogare la sanzione, con il voto contrario del commissario Mario Morcellini e l’astensione del commissario Francesco Posteraro, in ragione dell’ampiezza e della durata delle infrazioni, ma tenendo conto di alcune iniziative ripristinatorie. L’Autorità ha poi diffidato la concessionaria pubblica affinché elimini, nella vigenza del contratto di servizio 2018-2022, le violazioni e gli effetti delle infrazioni accertate, adottando specifiche misure volte a garantire il rispetto degli obblighi e a evitare il ripetersi delle violazioni in futuro, richiamando l’importanza della responsabilità editoriale pubblica della concessionaria.

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Raicarpet Sanremo: tutto quello che non ha luccicato

Dal record di presenze aziendali, circa 600 tra dirigenti e parenti, all'ambiguità del sponsor unico del Festival. Che ha avuto un unico vero padrone in questa 70esima edizione: Lucio Presta.

Il Pd ci ha persino fatto un’interrogazione. Quest’anno per Sanremo la Rai ha esagerato, occupando le prime file dell’Ariston con una pletora di dirigenti ma soprattutto, come ebbe a dire Giulio Andreotti commentando la rappresentanza numerosa che accompagnò Bettino Craxi in un viaggio in Cina, i loro cari. La prima fila Rai all’Ariston ha una storia di splendori e miserie: abolita da Luigi Gubitosi quando era direttore generale, decisione che fu confermata dai suoi successori Antonio Campo dall’Orto e Mario Orfeo, dallo scorso Festival è stata ripristinata dall’attuale amministratore delegato Fabrizio Salini.

L’edizione di quest’anno però si è distinta per la folta pattuglia di dirigenti, con tanto di parenti e staff al seguito. Una carica dei 600 sui cui il collegio sindacale dell’azienda vuole vederci chiaro. C’erano Salini con moglie e segretaria, il presidente Marcello Foa e consorte con addetta stampa, capo staff, consigliere per la comunicazione e segretaria, il direttore generale Alberto Matassino anche lui accompagnato, la consigliera M5s Beatrice Coletti (sempre presente con il marito), quello leghista Igor De Biasio alla prima serata.

Alcuni, tanto per ammortizzare le fatiche della trasferta, hanno affollato la platea per tutte e cinque le serate. A inchiodarli le immagini delle telecamere che li ritraevano gioiosamente soddisfatti mentre ballavano e sudavano, si alzavano in piedi e applaudivano. Più che un teatro, sembrava il karaoke del villaggio Valtur. Del resto il praticamente co-conduttore Fiorello è proprio da lì che ha mosso i primi passi di quella che poi è stata una folgorante carriera. Alle spalle dei top manager una pletora di conduttori e conduttrici (mancavano due o tre. Per scelta o perché non invitati/e dalla rete? Bisognerà forse chiederlo a Enza Gentile, responsabile comunicazione di RaiUno) e dirigenti di ogni ordine e grado.

RECORD DI PRESENZE AZIENDALI: CIRCA 600 TRA DIRIGENTI E CONGIUNTI

Si calcola fossero appunto in 600, ovvero un centinaio di persone in più rispetto alle altre edizioni del Festival. Insomma, record di ascolti, ma anche di presenze aziendali mai così folte. Alcuni lì per il gusto di esserci, visto che difficilmente la partecipazione di Antonio Preziosi (direttore di Rai Parlamento) o di Pier Francesco Forleo (direttore dei diritti sportivi) aveva una qualche attinenza al loro incarico. Per carità, i ricavi non sono certo mancati, anche per coprire la pletorica trasferta.

Da sinistra, Claudio Fasulo, vicedirettore di RaiUno, Amadeus e Stefano Coletta, direttore di Ra Uno.

Ci si augura che almeno i congiunti non siano finiti sulla nota spese di viale Mazzini. Ricavi copiosi, con qualche grana all’orizzonte, riassumibile nella battuta «Tim sponsor unico con Nutella» che risuonava all’Ariston tutti i giorni per descrivere lo strano e connubio tra il main sponsor, ovvero il colosso dei telefoni, e la più famosa spalmabile del mondo sui cui cartelloni le telecamere insistevano con reiterata frequenza. Pare che l’ad di Tim nonché ex dg Rai, ovvero Luigi Gubitosi, non l’abbia presa benissimo, soprattutto dopo i continui servizi “illuminanti” di Striscia la notizia.

IL VERO PADRONE DEL FESTIVAL: LUCIO PRESTA

Tra i vincitori della 70esima edizione della kermesse, anche l’agente dei teledivi Lucio Presta. Come lui stesso ha del resto sottolineato in un suo tweet giustamente denso di soddisfazione. È lui alla fine il vero padrone del Festival. Ha imposto Amadeus alla fino a un mese fa direttrice di RaiUno Teresa De Santis (che ha fatto causa alla Rai rivendicando i meriti del successo della manifestazione) quando Salini voleva a tutti i costi Alessandro Cattelan, pupillo della concorrenza Sky.

Amadeus e Lucio Presta.

E ha portato sul palco nelle varie serate un’infornata dei suoi assistiti. Da Rula Jebreal, si dice simpaticamente suggeritagli da Matteo Renzi, alla conduttrice albanese amica della moglie Paola Perego, da Antonella Clerici a Sabrina Salerno… fino naturalmente a Roberto Benigni. Sui cachet di tutti si è già detto e scritto in lungo e in largo. Un’ultima annotazione per dire che in questo Sanremo la Rai ha duplicato le conferenze stampa giornaliere. La prima, tradizionale, gestita dall’ufficio stampa dell’azienda. Una seconda, sperimentale, condotta in stile question time dalla conduttrice Giorgia Cardinaletti e andata in onda su RaiPlay, non esattamente un successo. Così come il dopo festival di Nicola Savino andato in onda sulla medesima piattaforma, che ha avuto meno di 20 mila visualizzazioni.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Sanremo 2021 fatelo condurre a Sabrina Salerno

Sa cantare, sa ballare e intrattenere, sa indossare e sa giocare, e, sopra ogni altra cosa, sa annunciare. Misteriosa miscela di sensualità, è stata lei l'autentica sorpresa del festival.

Dieci ragazze per lui posson bastare. Amadeus s’è allargato, ha fatto lo sborone, due vallette per sera, alcune incomprensibili, voleva valorizzare le donne e ha finito, come sempre quando si esagera, per sacrificarle: in tutto quel va e vieni, pareva la sala d’aspetto di un aeroporto. Pensare che era così facile. Dieci ragazze per lui e invece ne bastava una. L’unica, la sola, la spettacolare Sabrina Salerno. Altro che le regine Elisabette di Achille e le maschere su maschere di Ghali, è lei la vera sorpresa di questo Festival altrimenti soffocante. Lei che non ha controfigure. Senza coloranti e conservanti. Lei che sa cantare. Sa ballare e intrattenere; sa indossare e sa giocare, e, sopra ogni altra cosa, sa annunciare.

Frizzante al naturale, diva ma simpatica, rilassata e consapevole senza bisogno di parlarsi addosso, senza necessità di tirarsela (vero, Diletta Dilotta?). Senza sensi di colpa, falsi pudori, lacrimose intemerate. E smettetela di chiamarla solo per quei mesti amarcord, ella non è meteora, è una stella che brilla, favilla e scintilla come e più di allora. Perché trent’anni fa era un po’ troppa, in tutti i sensi, troppo irraggiungibile, troppo sopra le righe. Troppo Anni 80.

Adesso è la radiosa vicina di casa che ha sconfitto il tempo che non aspetta nessuno: confessa che ha vissuto, ma non lo fa pesare. Una leggerezza sbarazzina dentro un appeal senza scampo. Si chiama fascino, viene con l’età; quel restar ragazzina con gli occhi di una donna, la malizia di chi non si fa più travolgere da quello che le accade; invece travolge lei, misteriosa miscela di sensualità, autentica sorpresa che sa di conferma.

Sabrina Salerno e Amadeus durante la seconda serata di Sanremo.

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In un Festival bricabrac dove tutti si parlavano addosso: Ama e Fiore di quanto sono amici; Tiziano Ferro dei suoi 40 anni; Laura Chimenti (Tg1) dei suoi figli; il vincitore Diodato della perduta Levante, che è sempre una faccenda personale; l’insopportabile Alketa, altra proposta impossibile da rifiutare, di sé, cioè del popolo albanese, cioè ancora di sé, e poi di sé, e dunque di sé, e quinci il mar da lungi e quindi il monte di parole su di sé; i rapper, per via che sono giovani e quindi incazzati e quindi al centro del mondo. Tutti quanti, di quanto erano umani – di come si preoccupavano – dei loro grandi successi.

L’intera prima linea, quella alla conduzione, era presidiata da un solo impresario al comando, Lucio Presta

In un Festival robivecchi dove tutti rubavano a tutti: Achille Lauro, senza pudore, dall’intera epopea del glam; i rapper l’uno dall’altro, tanto son tutti uguali; i Pinguini Tattici Nucleari da Leo Gassman, o viceversa; Elodie da Mahmood; Irene Grandi da Vasco; Piero Pelù, sfacciatissimamente, dai The Rasmus di Keep Your Heart Broken; Paolo Jannacci da suo padre; Anastasio, con quel riffone hard rock che insospettisce tutti, ma ancor da mettere a fuoco, forse giusto un sospetto di Rockets (On The Road Again).

Da sinistra, Diletta Leotta, Sabrina Salerno. Francesca Sofia Novello.

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In un Festival di misera riccanza, dove hanno imbarcato tale Elettra Miura, di professione ereditiera, evidentemente sulla base del censo, altra ragione davvero non è data; dove certe ragazze passavano in quanto fidanzate o ex ombrelline; dove l’intera prima linea, quella alla conduzione, era presidiata da un solo impresario al comando, Lucio Presta, che ha spedito al fronte: Amadeus, Rula Jeabral, Antonella Clerici, Alketa VeJsiu, già Mara Venier (sua testimone di nozze), col contorno di un pedagogico Roberto Benigni e tutto il resto è soia, inteso come alimento un po’ sfigato, anemico, esangue: in un carrozzone così.

La speranza è quella di riaverti, l’anno prossimo, dolce uragano che sei, tormento imprescindibile di tutte le serate

Sabrina ci ha messo un ritorno, vivaddio, senza nostalgia canaglia. Non ce n’era bisogno, lei è meglio di prima. «Io avevo il tuo poster in camera», gaffeggia Amadues strabuzzando anche il naso. Dimmi qualcosa che non so, Ama: tutti ce l’avevamo, il poster di Sabrina – e ogni tanto andava sostituito. Minchia Sabri, che ricordi; e che presente, e che speranze: quelle di riaverti, l’anno prossimo, dolce uragano che sei, tormento imprescindibile di tutte le serate. Tanto, li riconfermano tutti, un baraccone che fa il 60% l’ultima sera ha già scritto il destino nei titoli di coda. E noi a Sabrina non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo rinunciarci. Perché, come dice il poeta: «Mi sento così ipnotizzato, non posso spiegarti la scena: è tutto mesmerizzato, tutto dentro di me». E quando canterai ancora una volta Boys, Boys, Boys, ci alzeremo in piedi tutti quanti, noi maschi in bianco, la mano stretta sul cuore, perché quello è il nostro solo, unico, commovente, esaltante Inno di Mammelle.

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Chi è il vero vincitore del Festival di Sanremo 2020

No, non c'è stato solo un primo classificato. A trionfare siamo stati noi, i tele spettatori sopravvissuti. Ma anche Antonio, lo storico direttore di palco, la nostalgia, la famiglia e la pubblicità.

Chi ha vinto Sanremo? Anzitutto, l’abbiamo vinto noi, che siamo qui il giorno dopo a parlarne, sopravvissuti, scampati all’orgia canora e televisiva che ha impazzato per quasi un’intera settimana. Può sembrare ironico, ma scamparla è verbo principe della contemporaneità. Se siamo scampati (per ora) al coronavirus cinese, al disastro del Frecciarossa, alle frenate della metropolitana, alle scocciature degli importuni, figuriamoci se non potevamo sopravvivere al 70° Festival della canzone italiana, anche se ci è voluta molta ironia e pazienza per farcela.

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ANTONIO, LO STORICO DIRETTORE DI PALCO

Il secondo vincitore di Sanremo 2020 è Antonio, il direttore di palco che da 30 anni da dietro le quinte fa funzionare la macchina dello spettacolo e che forse mai come questa volta ha dovuto dirigere un conduttore così scoordinato, che non sapeva un momento prima cosa sarebbe successo il momento dopo, in una confusione di vallette, Fiorelli, ospiti di ogni risma tipo baraccone di circo in cui si entra per vedere l’uomo più forte del mondo e la donna barbuta. In alcuni momenti Amadeus ha mostrato fastidio per la presenza di Antonio che lo teneva legato a un filo come un marionettista che muove il suo pupazzo, ma nei pochi istanti in cui Antonio è comparso sulla scena, si è capito che senza di lui il casino sarebbe diventato inestricabile.

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I CANTANTI (SOLO PER IL FATTO DI ESSERCI)

I cantanti hanno vinto tutti, per il solo fatto di esserci e di potersi esibire. La loro vittoria l’avevano già agguantata nella fase di selezione. La componente agonistica ha ormai poco appeal, anch’essa un marasma poco chiaro che comprende la giuria demoscopica – entità misteriosa, probabilmente hackerata dalla Russia – e altre giurie variamente composte, ma tutto molto opaco e indistinto, con i verdetti da accettare con un atto di fede, tanto chissenefrega.

Massimo Ranieri.

LA NOSTALGIA E L’ITALIA CHE FU

Poi, ha vinto la nostalgia, evocata da una serie infinita di révenant della canzone, che non portavano solo la loro vecchia musica, ma istantanee di un’Italia che fu, e che ancora rimane in sottofondo, ed è forse la stessa continuamente invocata da Salvini quando fa balenare – a generazioni di pensionati e pensionandi – la possibilità di un ritorno a un mondo passato, quando non c’erano migranti da tollerare e Vorrei la pelle nera era solo una canzonetta tra le altre.

LA FAMIGLIA

Altra immancabile vincitrice, la famiglia, in tutte le salse. Albano e Romina Power che vengono presentati dalla loro figlia. Le mogli dei campioni sportivi. La nonna di Diletta Leotta. La madre di Rula Jebreal. Il figlio di Amadeus seduto in prima fila. Il rampollo della dinastia Gassman che vince tra i giovani, che strano, chi l’avrebbe mai detto? La famiglia vince sempre in Italia, vince tutto, anche se è una famiglia finta, rimescolata e ricomposta, come nel caso di Albano e Romina Power, che pure sarebbero divorziati, ma cosa importa, il divorzio qui non è una cosa seria, è solo un passaggio nelle cronache rosa dei settimanali di gossip.

Achille Lauro sul palco (LaPresse).

LO SCENOGRAFO

Ancora, ha vinto lo scenografo, che con le sue megacurve voluttuose e i colori cangianti si è candidato direttamente per allestire lo show del prossimo Eurovision Song Contest di Rotterdam, in programma il prossimo maggio. Per l’Italia ci andrà Diodato. Dio glielo ha dato e guai a chi glielo tocca.

GLI SPONSOR E LA PUBBLICITÀ

Infine, hanno vinto gli sponsor e gli investitori pubblicitari che hanno dilagato, facendo aumentare a dismisura la durata delle serate.

Cinque giorni di Sanremo. Quasi un periodo di quarantena, con milioni di persone in casa davanti al televisore, senza affollare cinema e ristoranti a rischio di contagio. Se l’Italia scamperà al virus lo dovremo anche al Festival, che almeno per questo sarà servito a qualcosa.

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Le pagelle della finale di Sanremo 2020

Vince Diodato, secondo Francesco Gabbani. Ma il Festival non convince: è estenuante, all'insegna della megalomania, una fiera del conformismo. Il migliore dei cantanti? Masini. La peggiore? Elettra Lamborghini. I voti di Massimo Del Papa.

Quale Festival sia stato, dico la verità, io non l’ho capito. Quest’anno come non mai. Estenuante, dirottato, dilatato Festival donchisciottesco, come il cavaliere che «salì sul destriero e partì in tutte le direzioni». Un anniversario, questo dei 70 anni, all’insegna della megalomania: dieci vallette per Amadeus, il superospite che ha finito per superrompere, Tiziano Ferro, che in una settimana ha ricantato praticamente tutto il repertorio, 24 prescindibili canzoni dei sedicenti big, più quelle dei presunti giovani, più un numero imprecisato di ospiti o avventizi, trasmissioni di cinque, di sei ore ogni notte. Di tutto e di più, come vuole la filosofia della megaditta, ma dove andasse a parare era difficile dire.

Forse la sua fisionomia stava nel non averne una, nel rivestirsi ogni volta di panni diversi, un po’ come i cantanti, mediocri, prescindibili, che si susseguivano sul palco mettendo e smettendo maschere, costumi, espedienti scenici. Nella tragica ammissione che le canzoni, lievito, ragione prima del Festival, non c’erano, non potevano bastare.

ELETTRA LAMBORGHINI NEI BIG: STIAMO SCHERZANDO?

Festival della musica, delle canzoni no, assolutamente: Sanremo poteva rispecchiare un panorama sonoro agli esordi, quando in tre o quattro cantavano quasi tutto e non c’erano alternative. Oggi no. Oggi abbiamo una rassegna tra color che son sospesi, da una parte i senatori che la musica italiana la rappresentavano 50 anni fa, dall’altra aspiranti che non la rappresenteranno mai. Fino ai casi limite, inspiegabili con le ragioni della logica, come questa ereditiera Elettra Miura, per giunta fatta esordire nei cosiddetti big: stiamo scherzando? Siamo messi male, ma c’è nel mezzo tutta una effervescenza di proposte, di generi, di canali di diffusione che Sanremo assolutamente non intercetta. Sanremo semplicemente offre ogni anno 20, 24 pezzulli di insostenibile leggerezza, che di solito finiscono per evaporare in una settimana.

NO, SANREMO NON RISPECCHIA IL PAESE

Allo stesso modo, Sanremo non rispecchia il Paese. Le ragioni le abbiamo dette e sono semplicissime: il Paese non è, non può essere il baraccone vanitoso e ipocrita, aspirante e rantolante di una settimana di Festival. Per evidenti riscontri: tanto falsamente amoroso quanto veramente infame la cosiddetta società civile, unico reale momento di corrispondenza il duello rusticano tra gli amiconi Bugo e Morgan, minacce, miraggi, sputi, morsi e la scissione in diretta. Il resto è noia festaiola roba per gaudenti intristiti, alimentati a Ovomaltina.

SANREMO NON È CANZONISSIMA MA LA CORRIDA

Sanremo Festival non rispecchia, se non per coazione a ripetere, la televisione intesa come show: non è Canzonissima, anche se la cerca, trovando se mai La Corrida. Non è talent, anche se i talent li succhia. Non è reality, anche se spesso lo ricorda. Meno di tutto è trasgressione, esperimento. È una fiera di conformismi borghesi, di buoni sentimenti e di valori rassicuranti, trafitti da siparietti il più delle volte insulsi. È televisione senza tempo, con troppi riferimenti e quindi senza riferimenti certi, un modo di fare intrattenimento televisivo “in tutte le direzioni”, brancaleonesco, velleitario. Il fatto che il pubblico lo premi sta a significare solo che non ha alternative, che è automatizzato, e magari addestrato a considerare questa kermesse bestiale una messa solenne cui sarebbe imperdonabile, chissà poi perché, mancare.

Sanremo non è impegno vero, perché le lacrime sono sintetiche, asciugano subito, e non è autentico svago, quest’anno hanno saggiamente rinunciato ai comici, che a Sanremo non fanno mai ridere. Si sono affidati a un Fiorello a corrente alternata, ed è bastato ed è avanzato.

ALLA FINE, SANREMO È SEMPRE SANREMO

Allora chi rappresenta Sanremo? È semplice: rappresenta se stesso. Si alimenta e si fagocita, nutre una proiezione, difende la Disneyland alla vaccinara che è. Pura autoreferenzialità che tuttavia a cerchi concentrici finisce per abbracciare “in tutte le direzioni” la discografia, gli sponsor, la pubblicità televisiva, la Rai, la politica, il sottobosco di affaristi, intrallazzi, maneggi, corruzioni, lottizzazioni. Sanremo è Sanremo, come dice la sigletta: e significa un tutto, un’idea magari non hegeliana ma terribilmente pratica, senz’altro. Per questo Sanremo, come gli uomini di Mia Martini, non cambia, se non molto lentamente, un passo felpato dopo l’altro. Sanremo non cambia, è un po’ come il Clero, aspetta che il mondo cambi intorno a lui e poi se ne appropria, si adegua millantando chissà quali mutazioni.

Nella sua eternità gattoparda sta il suo trionfo miserabile, da sintetizzare come segue: «Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo». Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologhi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. Il fatto che a cantare fossero dei giovani, serviva a garantirli che la loro approvazione rientrava nell’aspetto giovanile del fenomeno. La verità è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso, di quella gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali, lo spettacolo mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato. Nessuna idea, nelle parole e nei motivi. Nessuna idea nelle interpretazioni. E alcune mi venivano segnalate come particolarmente buone.

C’era un tale, per esempio, coi capelli alla bebè che sembrava protestare contro il fatto che malintenzionati gli tirassero delle pietre. Non si capiva perché si lamentasse tanto. Avrebbe voluto che gli tirassero delle bombe? Oppure? Che un tipo simile venga lapidato dovrebbe essere normale. È brutto, sporco e probabilmente velenoso. So bene che è inutile lamentarsi sui risultati di una politica produzione-consumo. Interessi economici molto forti possono modificare non soltanto il gusto, ma la biologia di un popolo che cade in questa impasse. La trasmissione era ascoltata, dicono, da 22 milioni di telespettatori, che è a dire tutta l’Italia, il Paese dei mandolini.

Questo è Flaiano e scrive nel 1968. Si può discordare sulla percezione, non sulla descrizione, e tanto meno sul fatto che siano righe senza tempo. Sanremo è senza tempo. In tutti i sensi, la finale dura 6 ore. Fine della tragggedia, da domani torniamo ad occuparci di minima immoralia, storie di tutti i giorni a base di epidemie, stragi, carestie. Sono le 3, nunc animus redit! ‘Na pisciatina, ‘na salve Regina, e in santa pace se n’annamo a letto.

LE PAGELLE DEI CONDUTTORI: SABRINA NON SI TOCCA, MALISSIMO LEOTTA E NOVELLO. AMADEUS? AFFIDABILE. FIORELLO NON PUNGE

AMADEUS: 5. La spalla di Fiorello. Affidabile, sì, ma se non c’era l’altro avrebbe talmente stufato che per almeno un anno nessuno avrebbe più voluto saperne manco dei Soliti ignoti.

FIORELLO: 6. Si è detto tanto della normalizzazione di Benigni, ma che dire della sua? Cazzeggia, diverte (a sprazzi), ma non punge. E poi ogni tanto spostati, Fiore, fammi vedere il Festival.

MARA VENIER: S. V. Finitela di chiamarla “Venié“: non è di Parigi, xe de Venessia, orco can! Quanto a leggiadria, se la gioca con Elettra Pem Pem.

DILETTA LEOTTA: 3. L’han fatta tornare dopo la disastrosa prima sera. Artefatta senz’arte. Questa di sintetico ha pure l’anima.

SABRINA SALERNO: 10. Giù le mani da Sabrina, Sabrina non si tocca. Purtroppo. Minchia Sabri, l’anno prossimo voglio solo te, sempre te, tutte le sere, tutte le ore, pure al dopofestival, pure al tigì.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. Qua qua qua, leggere non sa, annunciare per carità, cosa ci fa nessuno lo sa, è un portaombrelli, qua qua qua.

LE PAGELLE DEI CANTANTI: MASINI IL MIGLIORE, TERRIBILI I “FIGLI DI MARIA. MA MAI QUANTO ELETTRA

MICHELE ZARRILLO: 4. E vola vola vola vola e vola lu Zarrillo, ha un pezzo piccirillo, ma chi lo ascolterà.

ELODIE: 4. Finalmente raffinata, la nuova Elodie, una Elodie verde. È una cantante o una benzina?

ENRICO NIGIOTTI: 2. Dolciastro, pienotto, a volte un po’ indigesto. Pernigiotti.

IRENE GRANDI: 4. Irene, facci un favore: piantala con le frattaglie di Vasco. Hai 50 anni, 25 di carriera, come fai a infognarti con una cazzata così? Fallo per te. Vasco io non ci casco.

ALBERTO URSO: 1. «Voglio che la mia musica vada all’estero». Anche noi, anche noi. Migra, migra, biglietto di sola andata. Vai ad est, che c’è il sole.

DIODATO: 5/6. Diodato una vregadura e du non de ne sei aggordo. E gosì ho vindo io.

MARCO MASINI: 7. Guardate che la sua è una gran bella canzone. Con salti di ottava rischiosi. Con una linea melodica efficace. Padre Masini, canta pro nobis.

LEO GASSMAN: 2. In famiglia si saranno detti, basta col cinema, col teatro, possiamo solo peggiorare; a questo gli facciamo fare il cantante, che ci vuole, un paio di telefonate ed è fatta.

PIERO PELÙ: 4. Con questo spigliato pezzo plagio di Keep Your Heart Broken dei The Rasmus, Pieringo Boys consacra il nipote “piccolo Budda”. Sì, un Buddino al Tamarrindo.

LEVANTE: 6+. Participio presente del verbo levare. Sì, ma troppo secca: diletta le ossa. Tikibombom, magnati un cappon.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI: 4/5. Che fa rima con cazzari: è la quota indie, inderogabile al Festival, come i rapper e i figli di Maria. Indie per cui, terzi: ma clonano Leo Gassman, o viceversa.

ACHILLE LAURO: 2. «Ullallà, oddio». Scusate, reghèzzi, a me mi pare una stronzèta. Musicalmente un pacco. Pacchettino, va’. Pacchille Lauro dice «no alla mascolinità tossica». Sì, si vede.

JUNIOR CALLY: 2. Il rap ha il grande merito di mostrare quanti sordi ci sono in giro. Così tante parole, così poco da dire. Nessun filosofo, cito Keith Richards.

RAFAEL GUALAZZI: 6 1/2. L’estate è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare. Sia benedetto Rafael, che è una persona seria perché non si prende sul serio (e ci sa fare).

TOSCA: 6+. Brava interprete, soffusa atmosfera, discreta canzone. In 3 minuti t’invecchia di 60 anni.

FRANCESCO GABBANI: 4/5. “Scè dovesscimo schpiegare”, diremmo che queschta canscione sciembra la réclame dell’antiacido. E arriva scieconda.

RITA PAVONE: 5/6. Gian Burrasca all’ultimo «hurrah». Bene brava, complimenti alla resilienza, però, per il futuro, possiamo fare senza?

LE VIBRAZIONI: 2. Imporre ‘sta solfa anche ai non udenti è cattiveria. Vibreranno pure, ma come uno smartphone, sono un pendolo tra la noia e il languore, dovrebbero chiamarsi le Oscillazioni.

ANASTASIO: 6+. Quo vadis, Anastasio? D’accordo, sei ragazzo, dillo pure «m’incazzo», ma quello che ci vuole è non dimenticare che fa presto a seccare un fiore sotto al sole. Scusa, stavo rappando.

RIKI: 1. «Sin da piccolo Riki si avvicina al mondo della Musica». La Musica regolarmente lo caccia a nerbate. Poi arriva Maria. Ciao zia, guarda come li dispero.

GIORDANA ANGI: 1/2. «Il mio nuovo disco si chiama Voglio essere tua». No, ma chi ti ha chiesto niente.

PAOLO JANNACCI: 6-. Se me lo dicevi prima, che cantavi, cambiavo canale. Perché ci vuole orecchio. Se ti limiti a suonare, invece, va bene.

ELETTRA LAMBORGHINI: 0. E su, che mi spaventi il cane.

RANCORE: 4. Non ho afferrèto, scusi. Due quintali di parole, ho capito solo tac tac tac. O sono sordo io, o è sordo chi lo apprezza. Ma vince il premio miglior testo. L’ho perso, ho un rancore.

(In memoriam) MORGAN E BUGO. Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata. Nella notte, Salvini ha citofonato a Morgan: ha risposto quell’altro.

LE PAGELLE DEGLI OSPITI: S.V.

IVAN COTTINI-BIANCA MARIA BERARDI: S.V. Ballare con la sla. Fin che si può, sapendo la fine che viene. Lasciarla un istante su quella carrozzina è umano, chiamarla “un valore” una bugia.

BIAGIO ANTONACCI: S.V. Va beh, io vado a fumarmi una sigaretta, eh

TIZIANO FERRO: S.V. Va beh, io vado a fumarmi tutto il pacchetto, eh?

LO SHOW: 5. La mamma, la patria, lo stellone, il pallone. E finisce all’alba.

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Le pagelle della quarta serata di Sanremo 2020

Il Festival è un trionfo di perbenismo. Amadeus senza ironia, Novello senza talenti. Meglio Fiorello e Clerici. E tra i cantanti in gara si salvano Tosca, Gualazzi, Anastasio e la veterana Pavone.

Vanitas vanitatum et omnia Festival. Sanremo schizoide non rinuncia a ciò che gli riesce meglio: predicare dal pulpito sbagliato. Non è più un Festival, è un catechismo, un oratorio, un convento, un confessionale, un eremo, un corso di educazione civica, una lezione di comportamento sociale, un trionfo del perbenismo borghese, un’orgia di politicamente corretto mascherato da trasgressione. Pipponi travestiti da monologhi anche sciatti, imprecisi, approssimativi ma da ascoltare in religiosa contrizione; e questa è per l’appunto la vanità del cardinale.

Vanità sono i 300 mila euro pretesi da Benigni per recitare un Cantico dei Cantici liofilizzato. Vanità è il vecchio istrione che si atteggia a “Diablo” ma si vergogna “di essere uomo”, tutti qui ostentano vergogna per quello che sono ma la vergogna è estroflessa, mi vergogno per come siete, per la categoria cui appartengo senza colpa, mi vergogno per voi e di voi. Vanità è la megalomania di Fiorello che dice: Tiziano Ferro mi manda l’odio, offesissimo da un tweet di Tiziano il quale si è superbamente offeso perché l’altro la tira in lungo e ci vuole la diplomazia di Amadeus per risolver tutto a tarallucci e baci, roba da asilo Mariuccia, con tanto di vanitose letterine di scuse vergate a mano e diffuse via social.

Vanità è la mamma di Diletta Leotta, autrice di un disastroso discorso sulla bellezza – la sua; vanità è la madre che difende la figlia, «attacchi sessisti e invidiosi proprio dalle donne», che è una squisita logica di cosca. Vanità sono le tre generazioni di Leotta ritoccate, si vede che hanno qualche chirurgo estetico in famiglia. Vanità è l’artista allo sfascio che pretende dirigere l’orchestra e alle critiche replica: siete degli stronzi, anche Mozart arrivava ultimo, io sono come i Beatles. Tutto è vanità, a partire da questa presunzione di avere la verità rivelata e di poterla imporre a 10 milioni di capri espiatori. E così, vanità per vanità, omelia dopo omelia, ogni serata dura più della precedente, ormai siamo a sei ore.

CONDUTTORI

AMADEUS: 5. Che emozione, sono ragazzi fortissimi, che evento, che meraviglia, che donna meravigliosa, sono particolarmente felice. A presentare così son buoni tutti, non serve neanche il gobbo. E poi: ironia, non pervenuta. Preciso, ma ti fa cascare il naso, il mento e anche più giù.

FIORELLO: 6+. Vestito da Bianconiglio (questa è sottiletta, la capiranno gli insider) torna ai tempi del Villaggio Vacanze. Un po’ impermalosito, a tratti imbolsito, ma ogni tanto il Walter Chiari che riposa in lui torna ad agitarsi.

ANTONELLA CLERICI: 6+. Ormai si porge a tutti come avessero da 10 anni in giù. Però è anche l’unica vera conduttrice vista quest’anno. E col pappagallo, che fa un passo indietro da Amadeus. Da donna vera e da vera donna, giustamente.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. File under: modella, ma soprattutto ex “ombrellina”, poi promossa fidanzata, di Valentino Rossi. Presentare no, manco le basi del mestiere, forse perché non l’ha fatto mai. Però strimpella il piano: pare il saggio di fine anno. Prova a dire che non sa far niente.

GIOVANI

TECLA (8 Marzo): 2. È in odore, pungente, di plagio – “Un senso” di Vasco Rossi, ma si sa come funziona qui: se sei predestinato, puoi clonare pure il Padreterno. Insulsa, del resto. «Ci vuole forza e coraggio» lo diceva sempre la prof di matematica, Iride Milza, chiamandoci a interrogazione. Poi ci ammazzava, però.

MARCO SENTIERI (Billy Blu): 6. A parte i capelli a casco da ciclista, il suo recitativo racconta una storia tragica di bullismo riscattata dalla Nemesi del bene. Molto orchestrata, un po’ alla Cristicchi. Non male, meritava di più. Ma non era un predestinato.

LEO GASSMAN (Vai Bene Così): 3. A proposito di predestinati. No ma il cognome mica c’entra, basta con questa storia, non perché è figlio e nipote di, è che è il nuovo Jim Morrison e mica ci ha colpa lui. C’ha un risucchio che tre minuti che lo senti e ti viene il reflusso gastrico. Bravo, hai vinto, chi l’avrebbe detto, l’anno prossimo tra i Big, Brancaleon, Brancaleon, Brancaleon.

FASMA (Per Sentirmi Vivo): 3/4. Cos’è, un nome d’arte o una crasi? La vedo bene al supermercato, mentre faccio la fila. Ma poi, se vuoi andar via da questa città, chi te lo impedisce? Gli archi vorrebbero essere drammatici, ma sono solo vecchi.

BIG

PAOLO JANNACCI (Voglio Parlarti Adesso): 5/6. Pianista, tanta esperienza, la musica la conosce e la canzone, grondante romanticismo, è ben costruita. Però non può cantare. Neanche Enzo, il padre, sapeva cantare. Però era un’altra cosa, ed erano altre canzoni.

RANCORE (Eden): 4. Se l’è, ‘sto tac tac tac? E poi, ‘ste infiorettature di piano tardoromantico non si usavano negli anni ’90? Dico la verità, non capisco niente di quello che dice, anzi che rappa, ma mi fido. Il flow, quella roba lì.

GIORDANA ANGI (A Mia Madre): 2. La piccola Angi parla festivalissimevolmente di mamma, cuore, amore, insicurezze. Sarò io una vecchia carogna, ma sui toni gravi mi ricorda Maria, pensa te; sugli acuti, pare il raglio di un somaro.

FRANCESCO GABBANI (Viceversa): 4. Ah, ma c’è di mezzo Pacifico, apposta mi pareva così brutta. Ma il problema è un altro, è “sciè dovesscimo schpiegare in pochisscime parole”, ma cos’ha in bocca? Una patata? p.s. Non so se l’ho già scritto, comunque è un bluff. Grosso. Bluffone.

RAFAEL GUALAZZI (Carioca): 6+. E Tropicana, jè. Punta, è chiaro all’estate pigliando la rincorsa, ma meglio l’estate delle menate. Viva il disimpegno, che poi disimpegno non è (ricordati di Carosone). Semel in Festival licet de bailar.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Ringo Starr): 5. Finisse così, amen, quando tornate a casa date una carezza ai ragazzi e ditegli che è la carezza Del Papa. Invece si nasce cazzari e si finisce coscienze civili. Tutto nel girone che va da un Festivalone a un Concertone. E questo mi indispone.

ANASTASIO (Rosso di Rabbia): 6+. Ve lo ricordate il film Anastasia, mio fratello, con Sordi? Duro, eh? Anche il nostro Anastasio è duro. Pure troppo. Sì, lui è bravo. Però, per qualche motivo, questo riffaccione hard lascia un po’ di amaro in bocca. Manca qualcosa, e c’è qualcosa di troppo.

ELODIE (Andromeda): 3. Scusate, eh: ma se io ho voglia di sentirmi Mahmood, sento Mahmood. Se sento Elodie e viene fuori Mahmood, è inutile che sento Elodie. Che è pure stonata.

RIKI (Lo Sappiamo Entrambi): 2. Oddio, ma è il “filosofo” Fusaro! No, è Riki. Vabbè è uguale. Facciamo Riki Riki insieme?

DIODATO (Fai Rumore): 5. Nuovo Indie? Autore? Ma dai: sanremese senza un domani. «Non lo so se mi conviene se il tuo rumore mi fa bene» è uno dei versi più insidiosi in 70 anni di nefandezze festivaliere; «Pem Pem», risponde Elettra Miura.

IRENE GRANDI (Finalmente Io): 4. Non sarà neanche colpa sua, che se le dai qualcosa di decente la regge: ma questa canzonettina qui la rende un po’ patetica. «Se vuoi fare sesso facciamo adesso oppure è lo stesso», è quanto di più imbarazzante. C’è chi dice no, Irene: la prossima volta, a Vasco digli di no.

ACHILLE LAURO (Me ne frego): 2. Ah, voi dite che copio Bowie? E io lo rifaccio o giù di lì. Ah, voi dite che copio Zero? E io lo ricalco pari pari (stagioni 1977, 1984, 2020). Ad libitum, Gary Glitter, Marc Bolan, Sweet, Slade, hai voglia. Lui dice che no, stasera ha la Marchesa (Casati). Bòn, ma tu, di tuo, cosa ci metti? Ullallà, oddio, per chi si accontenta dei succedanei, per chi non nutre memoria ma disperate nostalgie.

PIERO PELÙ (Gigante): 4. Lo sapete che vi dico? Che ‘sta tamarrata di mash up I was made for loving you dei Kiss/Furia cavallo del West di Mal è la canzone perfetta per Sanremo: gli starebbe proprio bene, a Pelù, di vincerlo il Festival. Proprio bene, capite a me.

TOSCA (Ho Amato Tutto): 6+. Piace agli artisti, piace all’orchestra, piace a chi mastica musica. Proposta classica o datata? Raffinata o stilizzata? Comunque al palco dovrebbe arrivarci, senza scandalizzare nessuno (anzi, sarebbe scandaloso il contrario).

MICHELE ZARRILLO (Nell’Estasi O Nel Fango): 5/6. Cerca di svecchiarsi, ma passando sempre di qua. Una sua storia ce l’ha: forse questo poppettino screziato di soul gli porta qualche pagina nuovamente fortunata.

JUNIOR CALLY (No Grazie): 3. Adesso che si è tolto la maschera abbiamo capito: non c’era da preoccuparsi, c’era da ridere. Dicono che, alla lunga, ricalchi il grande Ugolino (Ma che bella giornata, 1968); verissimo: lo insegue: ma mica lo raggiunge. Il titolo interpreta il sentimento comune, una volta che lo si è ascoltato.

LE VIBRAZIONI (Dov’è): 1. La canzone forse più insulsa, più vecchia, più fanfarona, più banale, più “lialosa” del Festival, rischia di vincere il Festival. Perché è puro Festival, puro Sanremo.

ALBERTO URSO (Il Sole Ad Est): 2. È l’1:34 del mattino, sto seguendo il maledetto Festival da 5 ore secche, mi tocca sentire Piero Mazzocchetti reincarnato in Scialpi. Odio il mondo, odio tutti e soprattutto odio chi mi dice di non odiare. Perché parlate bene, voi al caldo sotto le fottute coperte.

LEVANTE (Tikibombom): 6. Al secondo ascolto, quel minimo effetto sorpresa è già svanito: ti accorgi che la signorina “vissi d’arte” ha pensato al 90% alle radio e il resto al fatidico impegno. Però, siccome anche le paraculate bisogna saperle fare, considerato il livello medio, vai, Levante, ti do la sufficienza e sparisci prima che cambi idea.

BUGO E MORGAN (Sincero): S.V. Dicono Morgan sia andato di traverso agli orchestrali con la sua megalomania malata. Certo questa pagliacciata è stata la sua ultima: cambia le parole, forse alludendo al socio, Bugo, che la prende male e lo sfancula. L’unico momento vivo del Festival sta nel suicidio degli ultimi annunciati: l’importante è finire male.

RITA PAVONE (Niente – Resilienza 74): 6+. E non si può far cantare il Pel di Carota alle due di mattina, su! Ha 74 anni, è stata pure male, bisogna essere delle carogne. E invece, carica come una pila, spazza via tutto e tutti ed è l’unica vera esibizione rock della nottata. Altro che Pelouche. E pazienza se la canzone non è granché.

ENRICO NIGIOTTI (Baciami Adesso): 4. Una lagna petalosa da far cascare gli zuccheri, poi improvvisamente imbraccia la chitarra e spara un curioso assolo alla Guns and Roses. Rob de matt.

ELETTRA LAMBORGHINI (Musica – E Il Resto Scompare): 0. Elettra Miura mette il turbo: pem pem, e non ce n’è per nessuno. Il resto scompare. Soprattutto la musica, scompare.

MARCO MASINI (Il Confronto): 5/6. Ascolta, si fa giorno: ti parla padre Masini. Ormai la sua scelta è netta, è chiara: una eterna confessione, canzoni sempre più scoperte, dolenti e, in fondo, non brutte. Sempre snobbato dalla critica, Masini si è ricavato un suo ruolo d’autore, e merita rispetto. Sono le 2:20, la messa è finita, è durata sei ore, andate in pace a morire tutti ammazzati.

OSPITI

TIZIANO FERRO: 5-. Sì ma una settimana intera di Tiziano Ferro farebbe arrugginire anche il Padreterno.

DUA LIPA: 2. Ed è subito fashion concept. La youtuber è amica dei Ferragnez, quindi i contenuti forti sono assicurati. Un modello, un inno per le donne, così difese in questo Festival.

GHALI: 3. Un quarto d’ora di licenza, a mezzanotte suonata, manco fosse Sinatra. Poi ancora dal palco della Nutella: troppo Ghali nel pollaio. Qui Ghali ci cova.

GIANNA NANNINI: 6. Un buon disco, ma poco fortunato. A Sanremo ne propone l’estratto forse più debole, poi non si capisce che bisogno abbia di zavorrarsi con questo tipo che non vale un Coez. Lasciamola riscattarsi con qualche classicone in salsa orchestrale, che va bene così.

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Chi è Dua Lipa, ospite della quarta serata di Sanremo 2020

La cantante sarà ospite il 7 febbraio al teatro Ariston, nella 70esima edizione del Festival. Conosciamola meglio.

Dua Lipa è una famosa cantante dal successo internazionale. Nata sotto il segno del Leone nel 1995 a Londra, è un’artista solare e sempre sorridente. Ama la vita ed è molto nota sui social (39,2 milioni di follower su Instagram).

LA CARRIERA DI DUA LIPA

Durante la conferenza stampa del 14 gennaio 2020 il conduttore Amadeus ha fatto a tutti una bellissima sorpresa annunciando che la giovane Dua Lipa sarebbe stata ospite internazionale sul palco del Teatro Ariston durante la quarta serata del Festival di Sanremo 2020.

A 14 anni, Dua Lipa inizia a pubblicare su YouTube alcune cover di artisti come Christina Aguilera e Nelly Furtado. Nel 2010 frequenta la Parliament Hill School e lavora come modella. Nel 2015 ha fatto il suo debutto con New Love, primo singolo, al quale segue Be The One portando a casa un successo strepitoso. Con il pezzo No Lie, invece, si distingue soprattutto in Italia e con l’album Dua Lipa del 2017 fa schizzare il singolo New Rules al primo posto nella classifica inglese UK.

CURIOSITÀ SU DUA LIPA

I genitori della cantante sono albanesi, originari del Kosovo. Il significato del nome dell’artista è «amore». Suo padre è un musicista e resta per lei un esempio di talento e ispirazione.

Dua Lipa è stata fidanzata con Isaac Crew per poi iniziare una storia con Calvin Harris. Dal 2019, la cantante sta con Anwar Hadid, modello di Los Angeles che ha posato anche per Teen Vogue per poi diventare testimonial di Hugo Boss. Altra curiosità: Dua Lipa è una grande amica di Chiara Ferragni.

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Chi è Francesca Sofia Novello, co-conduttrice di Sanremo 2020

La modella sarà sul palco dell'Ariston in 7 febbraio. Conosciamola meglio.

La co-conduttrice della quarta serata del Festival di Sanremo 2020 sarà Francesca Sofia Novello. Si tratta di una modella, nata ad Arese, in provincia di Milano, il 14 ottobre nel 1994, sotto il segno zodiacale della Bilancia.

LA CARRIERA DI FRANCESCA SOFIA NOVELLO

È iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Segue una dieta molto rigida e fa molta attività fisica. Ha diversi tatuaggi: sul fianco sinistro ne ha uno con scritto la parola Honions, sul polso destro ha un cuore e sul braccio destro ha voluto farsi tatuare la scritta «In Aeternum». È una modella di intimo e ha fatto l’ombrellina. Nella quarta serata del Festival indosserà due abiti disegnati appositamente per lei da Alberta Ferruti, uno chiaro e uno di colore blu.

LA VITA PRIVATA DI FRANCESCA SOFIA NOVELLO

Ha incontrato il suo attuale fidanzato, Valentino Rossi, durante il MotoGp, che si è tenuto a Monza nel 2016. Lei era un’ombrellina e lui era lì per gareggiare. Il loro primo bacio è stato reso pubblico tramite i social network, il giorno del 40esimo compleanno di lui. Fra di loro ci sono 15 anni di differenza. Valentino Rossi, infatti, è nato a Urbino il 16 febbraio del 1979. Ha vinto nove mondiali e 115 gare.

Non è noto dove attualmente vive Francesca Sofia Novello, ma con il suo lavoro è spesso in giro per il mondo. Ha un fratello che vive in Spagna. Il suo fidanzato vive a Tavullia, un piccolo paesino delle Marche.

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Sanremo 2020: il testo di “Me ne frego” di Achille Lauro

Il cantante romano si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla di un amore problematico.

Il 4 febbraio assisteremo alla prima serata del Festival di Sanremo. Un’edizione, quella del 2020, che si preannuncia ricca di colpi di scena. Tra i cantanti in gara c’è anche Achille Lauro, che ha già partecipato alla kermesse canora nel 2019 con il brano Rolls Royce. Stavolta l’artista porterà sul palco un brano dal titolo Me ne frego, scritto da insieme a D. Dezi, D. Mungai, M. Ciceroni e E. Manozzi. La canzone parla di un uomo che viene usato dalla sua donna. Come si evince dal testo, l’uomo in questione chiede di di essere riempito di bugie e sfruttato. Un amore problematico, quindi, che viene definito «panna montata al veleno».

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Il brano di Sanremo fa parte di un album dove l’artista ha deciso di provare nuove sonorità. Anche stavolta il cantante ci farà addentrare in atmosfere rock, proprio com’è stato per il brano Rolls Royce. Ma andiamo a scoprire più nel dettaglio il testo di Me ne frego di Achille Lauro.

IL TESTO DI ME NE FREGO


Noi sì
Noi che qui
Siamo soli qui
Noi sì
Soli qui
Fai di me quel che vuoi sono qui
Faccia d’angelo
David di Michelangelo
Occhi ghiacciolo Dannate cose che mi piacciono
Ci son cascato di nuovo
Ci son cascato di nuovo
Pensi sia un gioco
Vedermi prendere fuoco
Ci son cascato di nuovo
Tu sei mia
Tu sei tu
Tu sei più
Già lo so
Che poi lì
Che non so più
Poi chi trovo
Chi trovo.
Sono qui
Fai di me quel che vuoi
Fallo davvero
Sono qui
Fai di me quel che vuoi
Non mi sfiora nemmeno
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno

È instabile
Fragile
È una strega
Solo favole
Favole
A far la scema
È abile
Agile
Quel modo
Insospettabile
O mio Dio sì
Lei
Che dice a me
Voglio te
Ma vuole
Quello che non sa di sé
Dai
Vorresti che buttassi tutto quanto all’aria per te
Si perché
Per un capriccio
Lo sai
Che è cosi
Non si può non si può
Come no

Non mi sfiora nemmeno
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno

È una vipera in cerca
Di un bacio
Che poi
Le darò
Io sempre in cerca
Di quello che ho perso
Perdendo
Le cose che ho
Amore dimmi qualcosa
Qualcosa di te
Che non so
Cosi mi prendo anche un piccolo pezzo
Di te
Anche se non si può

Fai quel che vuoi
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno
Ne voglio ancora

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Georgina controfigura di Ronaldo: Amadeus a Sanremo toppa ancora

Che idea di donna ha trasmesso la compagna di Ronaldo dal palco dell'Ariston? Forte, divertente, colta? Nulla di tutto questo. L’assurdità è stata sceglierla: non ha talenti artistici, ha storpiato il 90% dei nomi dei cantanti e vedere quei siparietti è stato uno strazio. Le polemiche evidentemente al direttore artistico non sono servite a nulla.

«Ronaldo a Sanremo». «Georgina, tango, gag e magliette. Il festival di Cr7», titola così venerdì mattina la Gazzetta dello Sport, dopo la terza serata del Festival di Sanremo, quella dedicata alle cover.

Può sembrare un titolo sessista, ma la puntata è andata proprio così: Ronaldo, seduto in prima fila, tiratissimo e quasi scocciato, mai una risata, giovedì sera è stato il protagonista indiscusso del Festival di Amadeus mentre la sua compagna, la modella 26enne Georgina Rodriduez, un ruolo, per copione, lo aveva: quello della ‘co-conduttrice’ per una sera.

Peccato che la sua presenza abbia offerto al pubblico il nulla cosmico. Niente di personale, nessuno vuole attaccare lei, ma la scelta di Amadeus di volerla sul palco. E il modo in cui ha scelto di darle spazio.

L’OMBRA DI CR7, ANCHE NEL TANGO

Lancio Ansa di mezzanotte e sei minuti: «Georgina Rodriguez si lancia in un inaspettato tango con tanto di spaccata. Applaudita dal compagno Cristiano Ronaldo, seduto in prima fila, l’argentina scende dal palco, lo bacia sulle labbra e gli consegna un mazzo di fiori». Se vi siete persi la puntata, la sua partecipazione è stata questa roba qui. Trattata dal conduttore come una bambina di 10 anni, il suo ruolo sul palco è stato quello di prolungamento di Cristiano Ronaldo.

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Tutte le gag (malriuscite) coinvolgevano il campione della Juve, qualunque cosa lei dicesse, il riferimento di Amadeus a CR7 era immancabile. Persino il tango! Dopo aver ballato Amadeus le dice: «Ronaldo ti aveva mai vista ballare il tango? No? Allora è la prima volta che ti vede ballare il tango!», come se fosse al saggio delle elementari. Perché?

UN’IDEA DI EMANCIPAZIONE SEMPRE MONCA

Chiami sul palco Alketa Vejsiu, vulcanica conduttrice tivù albanese, che dei contenuti li ha e anche una personalità esplosiva. Chiami sul palco sette artiste, Alessandra Amoroso, Giorgia, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Gianna Nannini, Elisa ed Emma, che annunciano un concertone per raccogliere fondi contro la violenza sulle donne (il 19 settembre a Campovolo). E poi Georgina Rodriduez, il cui ruolo inutile sminuisce quasi le due partecipazioni precedenti, perché sminuisce la rappresentazione di noi donne. È come se provassimo a proporre solo ideali di donne emancipate e forti, ma poi non ci riuscissimo mai fino in fondo. Quel retaggio è troppo radicato.

Georgina Rodriguez bacia Cristiano Ronaldo al termine della sua esibizione sul palco dell’Ariston.

Che idea di donna ha trasmesso Georgina? Capace? Divertente? Forte? Colta? Nessuna. L’assurdità è stata sceglierla. Non ha talenti artistici, parla male l’italiano (ha storpiato il 90% dei nomi dei cantanti) e vedere quei siparietti è stato uno strazio.

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Ripeto, niente contro Georgina, ma perché dobbiamo accettare che con tutte le professioniste che abbiamo in Italia – conduttrici, attrici, comiche, giornaliste – capaci di dire qualcosa e di stare sul palco sia stata scelta una «fidanzata di»?

LE POLEMICHE SULLE «FIDANZATE DI» NON SONO SERVITE

Amadeus era stato travolto dalle polemiche dopo la conferenza stampa in cui definiva le donne che aveva scelto come «belle», «belle», «molto belle» e spiegava di aver voluto al Festival Francesca Sofia Novello, la compagna di Valentino Rossi – altra fidanzata di – «per la capacità di stare un passo indietro a un grande uomo». Amadeus aveva assicurato di essere stato frainteso, dubbio molto flebile che ora è svanito. Tutte quelle critiche di cui si è parlato per giorni evidentemente non sono servite, altrimenti, per metterci una pezza, avrebbe almeno cercato di rendere la partecipazione di Georgina incentrata su Georgina e non su Ronaldo. Invece no, come scrive la Gazzetta dello Sport quello di giovedì era «Il festival di CR7».

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Le pagelle della terza serata di Sanremo 2020

Cara discografia, qualcosa non quadra: hai dimenticato come intrattenere con garbo. La scena se la prendono i testimoni di un tempo che fu mentre i giovani ne escono, retoricamente, perdenti. Tra i duetti, Nigiotti e Cristicchi convincono. Molto meno Elettra Lamborghini e Miss Keta. I voti di Massimo del Papa.

A questo punto, a metà della maratona, estenuante e schizoide, sospesa tra predicozzi da ricchezza e sculettamenti da riccanza, possiamo concederci una riflessione a margine. Si è detto, si è ripetuto che questo Festival dei 70 anni li tradisce tutti, che la scena se la prendono i testimoni di un tempo che fu: Albano e Romina, Massimo Ranieri, i Ricchi e Poveri. Ed è subito sabato italiano, tivù in bianco e nero, sigla con Raimondo Vianello che tenta di far fuori i quattro liguri (Coriandoli su di noi), insomma l’effetto nostalgia, canaglia perché sai benissimo che, mentre ne parli, sei già reduce anche tu.

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I media uniti nella retorica scoperta e nella scoperta dell’acqua calda: ah, vedi però, che grinta, che freschezza ancora, la Ritina, la Brunetta e la Biondona, l’ex scugnizzo che dà la birra al presunto erede Tiziano Ferro. Ma è chiaro, chi assapora gli ultimi, risicati orizzonti di gloria tiene a far bella figura, a dar segni di vita e di vitalità, anche perché un artista non smette mai, perché c’è sempre almeno un altro concerto nei suoi orizzonti di gloria.

CI SONO DUE FESTIVAL: QUELLO DELLA MEMORIA E QUELLO DELLA SPERANZA

Ne escono, retoricamente, perdenti i giovani ma non è proprio che i giovani non portino la loro freschezza, il loro vigore: è un paragone che non regge, sono due specie diverse, due categorie che giocano due Festival separati, quello della memoria, quello della speranza. Il punto è un altro, è che questi giovani non si riconoscono più. Prendiamo i rapper, i trapper che oggi sembrano imprescindibili e domani chissà. Scusate, ma non vi sembrano tutti uguali? Tutti sgorgati dalla periferia maledetta, capitolina o meneghina, tutti con addosso quel vittimismo ringhioso ma lamentoso? Ormai ce ne sono a un soldo la dozzina e sono tutti uguali, musicalmente, testualmente, tematicamente sono la stessa cosa. Si raccontano addosso, parlano di loro, ombelichi di un mondo ostile e, in quel celebrarsi, stentato rompono i coglioni.

Si dirà: ma anche Rita Pavone ha portato una canzone in cui allude a se stessa, Niente (Resilienza 74). Sì, ma la Pavone e quelli come lei hanno 74 anni, hanno una vita da riassumere, possono farlo e qui ci sono ragazzini che a 18 anni la menano con un “vissuto” difficile. Questa anemia anche sonora, questo ripiegamento esistenziale quando tutto dovrebbe essere ardore, rabbia sì ma positiva, ecco, questo stona. Questo, se è lecito qui un pizzico di sociologia spicciola, è assurdo e magari un po’ controproducente: questi rapper e trapper fanno ascolti pazzeschi sui social, sulle varie Spotify, sfruttando un meccanismo identificativo perverso. Un po’ come Greta quando dice «mi avete rubato il futuro», frase a suo modo sanremese ma da una adolescente di una generazione che, fra tanti problemi, ha avuto un livello di vita e di comfort mai conosciuto prima.

E allora che c’è di strano se una canzoncina ruffiana ma fresca come Ultimo amore dei settantenni Ricchi e Poveri a modo suo emoziona, coinvolge e contagia, spazzando via raffiche di geremiadi borgatare o sentimentose? E parla di un amore finito, ma lo fa con la grazia ardente dei fine anni Sessanta. E se ieri sera i duetti son stati tutti con la testa all’indietro, e spesso molto indietro, una ragione ci sarà.

Cara discografia, qualcosa qui non quaglia: hai dimenticato come intrattenere con garbo, sai solo partorire vittimismi in batteria o volgarità schiappettanti alla Elettra Miura. Non è colpa dei giovani esangui, d’accordo, ma se pure questi giovani sempre intenti a compiangersi non trovano modo di ribellarsi, di pretendere i loro orizzonti di gloria, non se ne esce. Fine della considerazione andante, andiamo ad affrontare la serata dei duetti, tradizionale riempitivo di mezzo Festival, andiamo a sopportare la Bibbia in bigino di Benigni, che in controluce si legge Lucio Presta, l’impresario suo, di Amadeus, di Rula, che a Sanremo è tornato a fare il tempo bello e cattivo. Queste sono le cose che andrebbero sempre tenute presente nell’economia di un Festival. Il resto, detto alla Gordon Gekko, è solo conversazione, spazi da riempire di parole. Le stesse che riempiono una sera che dura il tempo assurdo di 5 ore e mezza (qui sono impazziti tutti), ma comincia due ore dopo l’inizio perché deve tenere impiccati i telespettatori, deve razzolare l’audience con cui gonfiare i muscoli la mattina dopo in conferenza stampa.

I CONDUTTORI: AMADEUS FA IL FIORAIO, ALKETA INSOPPORTABILE E GEORGINA NON PERVENUTA

AMADEUS: 5. Non si capiva bene che facesse “Ama”. Il conduttore no, c’è Fiorello. La valletta no, ci sono dieci ragazze per lui. L’intrattenitore, neppure, non è per lui. La spalla di Benigni, no, fin troppo servile. Alla fine era così facile, fa il fioraio.

GEORGINA RODRIGUEZ: S. V. Questa è una che quando le hanno offerto 50mila euro, ha risposto: per questa miseria io e Cristiano non ci alziamo neanche dal letto, olè. E allora hanno triplicato, tanto son soldi nostri. La chica di Ronaldo non sa far niente, almeno sul palco, e lo fa pure male: tutto il gesso minuto per minuto. Co’ sta gnagnera spagnola che se capiss nagott e ha rotto le balle.

ALKETA VEJSIU: 3. Tanto gatto di marmo Georgina, tanto accelerata Alketa. Insopportabile: come apre bocca ti gira la testa, ti piglia una distonia neurovegetativa, altro che i rapper. Come loro, parla preferibilmente di sé, anche quando parla del suo paese si capisce che lo considera fortunato ad averla. Dice che in Albania presenta tutto lei, e canta, pontifica, disfa e sforca. Ma povero glorioso popolo schipetaro.

I DUETTI: I MIGLIORI SONO NIGIOTTI E CRISTICCHI, MALE (ANZI, MALISSIMO) ELETTRA LAMBORGHINI CON MISS KETA

MICHELE ZARRILLO con FAUSTO LEALI (Debora): 6. Zarrillo pare uscito da Mare profumo di mare, a proposito di Amarcord. Fausto, detto “il negro bianco” quando ancora si poteva dire, ormai è bianco e basta. Sei di incoraggiamento, sono giovani, si faranno (chissà di che).

JUNIOR CALLY con i VIITO (Vado al Massimo): 0. Ma questo qui chi è, il figlio di Demo Morselli, quello di Costanzo? Quanto al Cally, allora è una mania: in mancanza di meglio, sevizia il nostro inno generazionale. Non t’azzardare, ragazzino, la nostra adolescenza non si tocca.

MARCO MASINI con ARISA (Vacanze Romane) 5. Lugubre, tetro, Masini riesce ad incupire anche questa frizzante nostalgia, santa Madonna. Arisa, che già ha i suoi problemi, fa quello che può, ma, date le circostanze, le esce un vocalizzo gotico alla Diamanda Galas. Altro che «Paese che non ha più campanelli», qui mancano solo le campane a martello.

RIKI con ANA MENA (L’Edera): 2. Con Ana Mena, la menata è piena. Con Riki, pizza e fichi. Altro che l’edera, qui siamo al cactus. L’ortica, va’.

RAFAEL GUALAZZI con SIMONA MOLINARI (E Se Domani) 6+. Un po’ esangue, forse, ma più che dignitosa: questione di feeling. Contentiamoci, che siamo ancora offesi da Cally e da Riki.

ANASTASIO con P.F.M. (Spalle al Muro): 6+. Anastasio è bravo, ma comincia a ripetersi nella sua invettiva esistenziale: quanto potrà durare così, inesorabilmente crescendo? E quando canta, cioè segue una melodia, si capisce l’abisso: Renato Zero a vent’anni avrebbe già potuto cantarla, Anastasio può solo rappare. Non è questione di età. Quella che ha scritta in faccia un Franz di Ciccio cadente ma non domo come una vecchia casa di ringhiera.

LEVANTE con FRANCESCA MICHIELIN e MARIA ANTONIETTA (Si Può Dare Di Più): 2. Niente, ‘sta Michielin, se non ce la ficcano dappertutto non son contenti: e chi ha come impresario, il Bildelberg? Soros? L’altra, Maria Antonietta, è la classica hipster insopportabile. Come Levante, del resto. Tutte e tre fanno una lagnaccia che al Pomofiore le avrebbero seppellite. Non di fiori.

ALBERTO URSO con ORNELLA VANONI (La Voce Del Silenzio): 2. Ornella ormai di profilo è aerodinamica. Di fronte è Thing-Fish, e chi conosce Frank Zappa ha capito. Urso è uno che io vorrei sapere chi ha deciso la maledetta mania di imbarcare tutti gli anni qualcuno che fa il tenore pop.

ELODIE con AEHAM AHMAD (Adesso Tu): 4. Va bene il pianista di prestigio, ma occhio che la svolta raffinata il più delle volte prelude a un vertiginoso scassamento di cabasisi. Ci siamo, Elodie.

RANCORE con LA RAPPRESENTANTE DI LISTA (Luce): 3. Va beh ma che senso ha ridurre sempre tutto a fiotto a sbotto di parole? Ma come si fa a essere sempre così rancorosi? Ma canta, se sei capace, che sembri Zalone. Quella che rappresenta la lista forse è meglio se fa quello, nella vita.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Settanta volte): 4. Io questa roba qui la vedo ogni volta che vado alle sagre dello gnocco fritto.

ENRICO NIGIOTTI con SIMONE CRISTICCHI (Ti regalerò una rosa): 7. Dice: Cristicchi canta Cristicchi. Eh, ma questo rap l’ha inventato quando i rapper erano poppanti. E quale apertura d’ali nel cielo degli ultimi, sulle correnti del dolore: non c’è sempre bisogno di sbraitare per cantare gli imbuti della vita. A Nigiotti va di lusso, ci fa un figurone pure lui.

GIORDANA ANGI con SOLIS STRING QUARTET (La Nevicata Del ’56): 5 E non basta acconciarsi come Mia Martini per diventarla. Ma insomma, lo vogliamo capire una buona volta per cantare bisogna saper cantare? E che cantare non è aprire la bocca e darle fiato?

LE VIBRAZIONI con CANOVA (Un’Emozione da Poco): 2. No, un’emozione da niente. Ma perché bisogna fare sempre queste versioni da bue?

DIODATO con NINA ZILLI (24mila Baci): 4. A me ‘sto Diodato fa un po’ strazio, la Nina lo tira un po’ su, ma sempre strazio resta. Di più non saprei dire, perché non c’è niente da dire.

TOSCA con SILVIA PEREZ CRUZ (Piazza Grande): 6+. Tosca canta bene, lo sappiamo. Non si capisce che voglia fare di preciso nella musica, forse non lo capisce neppure lei, ma è un problema suo. Non male, anzi vince la serata, ma questa versione snaccherata di Piazza Grande a Dalla, che dite, sarebbe piaciuta?

RITA PAVONE con AMEDEO MINGHI (1950): 5. Allora, la grintosa Rita dovrebbe anche imparare, non è mai troppo tardi, che non ogni canzone si deve interpretare come Viva la pappa col pomodoro. Gian Burrasca. Su Minghi, rispetto.

ACHILLE LAURO con ANNALISA (Gli Uomini Non Cambiano): 4/5. Due canzoni di Mimì nella stessa sera. Achille Lauro è uno che, valendo zero, minuscolo, deve far parlare e allora fa il clown. Ma è inutile dire «sì, come volete, sono Bowie», così perculi solo te stesso. Perché sembri Lo Scarpantibus di Bracardi. Molto brava, invece, Annalisa su un brano di una bellezza tremenda, come sempre con Mimì. Fosse stata sola, avrebbe meritato un voto alto assai, peccato.

MORGAN e BUGO (Canzone Per Te): 1. Anche Morgan ormai sembra un personaggio bracardiano. Però non è divertente. Ha la discutibile attenuante della tragicità, quell’essersi sprecato oscenamente. Non ditegli più che è un genio, per favore: non è vero e inchiodatelo alle sue responsabilità, se gli volete bene. Di Bugo non si può nemmeno dir male, sarebbe troppo poco.

IRENE GRANDI con BOBO RONDELLI (La Musica È Finita): 6 1/2. Un pezzo straordinario per due interpreti temerari: l’immenso, sfrotunato, discriminato Umberto Bindi o ti ammazza o ti nobilita. Loro, in verità, se la cavano piuttosto bene, tra le poche cose salvabili di stasera.

PIERO PELÙ (Cuore Matto): 6+. Cuore Matto cantata come Toro Loco? Ma sì: Pelù questo è, un tamarro scisso tra la retorica buona con cui riesuma Little Tony, per duettarci, e la retorica bolsa del «mi vergogno di essere un uomo». Prendere o, più spesso, lasciare. Stasera prendiamo.

PAOLO JANNACCI con FRANCESCO MANDELLI E DANIELE MORETTO (Se Me Lo Dicevi Prima): 6+. Figlio canta padre. Fin troppo uguale, una vertigine. Ma una vertigine puttana, Paolo, perché lo Zelig non ci sarà più, quella Milano lì non tornerà più, Cochi, Renato, il Dogui e tutto il resto non verranno più e neanche tu che ci crescevi dentro ci sei più. E neanche Enzo, e il Beppe, Viola. E nessuno le farà più, queste canzoni qui, e adesso basta che mi vien da piangere tu non devi farceli questi scherzi qui, a noi che sappiamo. Perché noi sappiamo.

ELETTRA LAMBORGHINI con MISS KETA (Non Succederà Più): 0. Oh. Ora. Elettra Miura. Con quell’altra con la maschera. Claudia Mori, fanno, disgraziète maledétte. Per associazione di idee mi viene in mente Dostoevskji: l’Idiota. E, sempre con Fedor, concludo: «Signore, perché?».

FRANCESCO GABBANI (L’Italiano): 4. Questo è un bluff. Ricordate cosa vi dice Max, che ha 55 anni. Questo è un bluff. Mettilo come vuoi, versione scimmia, karma, sovranista con bandierina, ma sempre che è un bluff.

OSPITI: NON SI SALVA NESSUNO

LEWIS CAPALDI: 4/5. Questo salmone scozzesone è un golden boy, ha fatto sfracelli con un solo album, il successo è il più capriccioso degli dèi: goffo, ma di quella goffaggine dei predestinati. Non che mostri chissà cosa, anzi la prima la canta a livelli decisamente assassini. Ma tanto che gliene frega a lui?

ROBERTO BENIGNI: 8 (anni per circonvenzione di 10 milioni di incapaci). Sul mio onore, scrivo prima di vederlo: musichetta pinocchietta, entrata zompettante, abbracci random, dirige l’orchestra, mani addosso ad Ama, cerca di spogliarlo, due cazzate su Sanremo, due cazzate mistiche, due cazzate sull’amore, lectura bigotta con pathos di Mattarella, standing ovation chiamata, Ama al parossimo dell’isteria servile che cerca di evirarsi. Al modico prezzo di 300mila euro (da spartire con Lucio Presta). Il Maestro Manzi con Non è mai troppo tardi erudiva il volgo catodico a costo assai più modico. Mi son subito addormentato alla musichetta pinocchietta. Ci ho preso?

MIKA: 3. Falsetto preoccupante a parte, omicidio in morte di De André a parte, io una cosa vorrei sape’: ma questo a casa sua non ci torna mai? Ma sempre qua sta?

TIZIANO FERRO: 4. Ma era proprio necessaria questa emerita frullatura di gonadi tutte e cinque le sere? Ma cos’è, in bolletta come il canone?

BOBBY SOLO: S.V. Entra gli ultimi 120 secondi, come Causio alla finale dei Mondiali.

LO SHOW: 3. Georgina impalata, professione fidanzata (di Ronaldo): «Es la primera vez que ballo un tango». Amadeus, invece di ringhiarle «si vede», non trattiene l’orgasmo, gli va in tiro anche il naso. Giustamente su Twitter qualcuno manda tutti affanculo pensando a chi studia una vita per finire a pulire cessi e camerini. E non aveva ancora visto, si presume, la vergogna di Elettra e miss Keta. Perché è una vergogna, uno vero schifo. Che resta da dire?

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Chi è Lewis Capaldi, ospite della terza serata di Sanremo 2020

L'artista canterà sul palco dell'Ariston giovedì 6 febbraio. Conosciamolo meglio.

Tra gli ospiti della terza serata di Sanremo 2020, anche Lewis Capaldi. Si tratta di uno dei più amati cantautori scozzesi che ha riscosso diversi successi sia nel 2018 che nel 2019. Ha ottenuto, ad esempio, il primo posto nella UK Singles Chart con il brano Someone you loved. Ma andiamo a scoprire qualche dettaglio in più sull’artista.

Ha lavorato con il produttore Malay che ha vinto un Grammy Award e quest’anno Lewis è stato invitato a presentarsi sul palco del Festival di Sanremo 2020 come primo ospite internazionale. L’artista è nato il 7 ottobre 1996 in Scozia e più precisamente a Bathgate. I suoi genitori sono scozzesi ed è parente degli attori Joseph Capaldi e Peter Capaldi. Anche suo fratello Warren ha scelto di lavorare nel mondo della musica.

LA CARRIERA DI LEWIS CAPALDI

Il cantante ha imparato a suonare la chitarra all’età di soli nove anni e ha iniziato la sua carriera cantando in diversi pub dai 12 anni in poi. Nel 2017 ha pubblicato il primo EP Bloom e la sua prima canzone Bruises che lo ha reso famoso in tutto il mondo grazie soprattutto a Spotify. Questa piattaforma lo ha lanciato come artista, raggiungendo subito 25 milioni di riproduzioni. Successivamente ha firmato contratti con la Virgin EMI Records e la Capitol Records.

Ha vinto il premio Scottish Alternate Music Awards, mentre nel 2018 ha vinto i Great Scot Awards e Forth Awards. Ma non basta. Nel 2019 eccolo nuovamente vincitore del MTV Brand New per il 2019 Award.

ALCUNE CURIOSITÀ SU LEWIS CAPALDI

Lewis Capaldi è single. In passato ha confidato ai suoi fan che la vita senza partner non è poi così negativa, anzi non è niente male. L’artista, a quanto pare, preferisce concentrarsi sulla musica e sulla sua carriera.

Secondo alcune voci riportate da Forbes, il suo patrimonio netto corrisponderebbe a 10 milioni di dollari. Il diretto interessato, però, ha replicato dichiarando di avere soltanto 200 dollari sul suo conto corrente bancario.

Il giovane e bravissimo cantante pesa 78kg, ha capelli castani chiari e occhi grigi. Molto attivo e noto sui social, ha 1,8 milioni di seguaci su Instagram e 418 milioni su Twitter. I suo segno zodiacale è la Bilancia.

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Chi è Alketa Vejsiu, co-conduttrice di Sanremo 2020

È nata a Tirana nel 1984, è un volto noto della tv e il 6 febbraio sarà sul palco dell'Ariston ad affiancare Amadeus.

Alketa Vejsiu sarà co-conduttrice nella terza serata di Sanremo 2020. Nata a Tirana, in Albania, il 19 gennaio del 1984, il suo segno zodiacale è il Capricorno. Lei è una conduttrice di programmi televisivi, una conduttrice radiofonica ma anche cantante. Ma andiamo a scoprire più nel dettaglio chi è Alketa Vejsiu.

CURIOSITÀ E CARRIERA

È laureata in economia aziendale ed è entrata a fare parte del mondo dello spettacolo da giovanissima, dall’età di appena 17 anni. In Albania ha condotto diversi programmi televisivi come Dance With Me, Chi ha incastrato Peter Pan e X-Factor.

Ha anche un marchio di abiti da sposa e gestisce un’azienda che si occupa di servizi fotografici e di trucco. A tal proposito gli abiti che indosserà al Festival sono diversi: uno di Dolce & Gabbana e l’altro dello stilista Valdrin Sahiti, che appartiene alla sua linea di produzione.

LA VITA PRIVATA DI ALKETA VEJSU

La conduttrice Alketa Vejsiu si è sposata nel 2006 con Ardi Nelaj. È mamma di due bambini, uno di nome Nicole e l’altro di nome Lionel. Il marito è un famoso costruttore di origine albanese.

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Presunti plagi, veleni social, emuli di Zero: appunti da Sanremo

Zucchero ricalca Hoyt Axton, mentre la canzone di Tecla assomiglia tanto a "Un senso" di Vasco. E che dire dei look? Dopo Lauro anche Lamborghini saccheggia Renato Zero. Mentre Fiumani bacchetta sui social Piero Pelù. Appunti dal Festival.

Spigolature da Sanremo, ovvero alcune cosette sfuggite ai più, ma non proprio a tutti.

Per esempio, ci stavamo preoccupando per Zucchero: come mai questa volta non ha copiato nessuno? Cos’ha, si sente male? Invece, puntuale come la morte, eccolo il ricalco: è da Joy to the World, non celeberrima canzone scritta nel 1970 dall’artista folk Hoyt Axton e portata alla ribalta dai Three Dog Night.

Zuccherino furbetto, stavolta invece del solito Joe Cocker è andato a pescare qualcosa di oscuro: siamo tutti sollevati, in ogni modo. E poi lui non era in gara. Chi invece c’è, e adesso rischia, è la nuova proposta Tecla, che qualcuno ha trovato un po’ troppo ispirata da Un senso di Vasco Rossi

DOPO LAURO ANCHE LAMBORGHINI SACCHEGGIA ZERO

Restando ai cloni, ma spostandoci al campo visivo, di Achille Lauro, uno che di inedito non ha manco il nome d’arte, si è già stradetto: Zero, Bowie, Mercury, Rocky Horror, il ragazzo sta saccheggiando tutto il glam possibile e immaginabile. E lo trovano originale, segno dei tempi. Ma è proprio il povero Renato Zero a essere «vendemmiato», per dirla alla Sergio Saviane, come non ci fosse un domani: il vestitazzo dell’ereditiera Elettra Miura Lamborghini, che taluno ha voluto ricondurre a un immaginario porno, è in realtà un copia e incolla del costume di scena di Zero nel tour di Tregua (1980).

LEGGI ANCHE:Le pagelle della seconda serata di Sanremo

Ancora una volta, segno dei tempi: non c’è niente di più inedito del già visto, certi artisti erano avanti 40 anni, certi pseudoartisti sanno solo servirsi al mercato dell’usato. E senza pagare. Va peraltro informato che l’ereditiera in questione è, misteriosamente, tra le più ovazionate a Sanremo, la finestra del suo albergo meta di incessante pellegrinaggio, la cifra artistica non conta, la riccanza invece sì. Infine, Tiziano Ferro sembra il plagio di se stesso: spompo, bolso, spesso stonato, una versione da karaoke. Ma che gli è capitato?

PERCHÉ TAGLIARE LA SABRINA NAZIONALE?

Dai ricami ai tagli. Il monologo di Roger Waters, voluto dalla ex fiamma Rula Jebreal, come tutti ormai sanno è stato tagliato per questioni di diplomazia politica; e passi, ma c’è stato un altro taglio viceversa inaccettabile: ha colpito la splendidissima Sabrina Salerno, che avrebbe dovuto lanciarsi nel suo inno, Boys Boys Boys e invece è stata segata per questioni di orario. E a noi non resta che sostituire l’ormai logoro poster in camera, lo stesso di Amadeus. Criminali. Non potevano accorciare un po’ quegli interminabili siparietti tra “Ama” e “Fiore”? 

CONDUTTORE CHE VAI, GRIFFE CHE TROVI

Sanremo, poi, è da sempre safari di grandi marchi, e ce n’è più o meno per tutte le griffe. Achille Lauro, l’outsider, ha sfoggiato un costumino con vista pacco frutto di una sponsorizzazione con Gucci; Diletta Leotta, che ha predicato, con evidente convinzione, sull’effimero della bellezza, sulla vanitas vanitatum, era avvolta in Etro; Rula, invece, ha spremuto la intemerata contro i maschi fasciata in Armani; stessa opzione per Fiorello e Tiziano Ferro; Amadeus ha una sorta di esclusiva, anche extrafestival, con Gai Mattiolo.

LEGGI ANCHE: Sanremo e la schizofrenia dei valori

Sabrina Salerno ha interpretato creazioni di Gabriele Fiorucci; i due bei volti del tg, Laura Chimenti ed Emma d’Aquino, hanno scelto, o sono state scelte, rispettivamente dagli stilisti Sylvio Giardina e Antonio Grimaldi; e via indossando, perché van bene la solidarietà, la sensibilità, le prediche, le intemerate: ma vestite bene, vengono meglio. 

FIUMANI BOCCIA PELÙ SUI SOCIAL

Fulminanti, sui social, alcuni commenti al veleno di Federico Fiumani sul vecchio sodale Piero Pelù: «Il testo della canzone di Piero sembra scritto direttamente da suo nipote»; «Da Piero la solita lezione di catechismo, che palle!». Dagli torto…

Essendo Sanremo il festival del cattivo gusto, per me Elettra Lamborghini la migliore della serata.Da Piero la solita lezione di catechismo, che palle !!!

Posted by Federico Fiumani on Thursday, February 6, 2020

QUANTO TIRA IL CAZZEGGIO AL DOPOFESTIVAL…

Infine, molti sgomitano per andare a cazzeggiare al Dopofestival, che quest’anno si chiama L’altro Festival, ma alla fine parlano sempre gli stessi, anzi le stesse; a scapito di chi non si è fatto avanti, è semplicemente stato invitato e poi non ha modo di parlare, perché chi ha il microfono lo difende con le unghie laccate e con i denti. Specie se non ha niente da dire.

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Sanremo 2020: il testo di “Viceversa” di Francesco Gabbani

Il cantante canterà sul palco dell'Ariston dell'importanza dei piccoli gesti in amore.

Francesco Gabbani è uno dei cantanti in gara a Sanremo 2020. L’artista porterà sul palco dell’Ariston un brano dal titolo Viceversa, scritto insieme a L. De Crescenzo. La canzone parla di una storia d’amore che è entrata in un tunnel da cui è difficile uscire e di quanto sia difficile trovare una soluzione alle difficoltà.

LEGGI ANCHE: da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un grande ritorno quello di Gabbani dopo i successi di Amen e Occidentali’s karma, con cui ha vinto ben due edizioni del Ferstival. In attesa di rivederlo a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Viceversa di Francesco Gabbani.

IL TESTO DI VICEVERSA

Tu non lo dici ed io non lo vedo
L’amore è cieco o siamo noi di sbieco?
Un battibecco nato su un letto
Un diluvio universale
Un giudizio sotto il tetto
Up con un po’ di down
Silenzio rotto per un grande sound
Semplici eppure complessi
Libri aperti in equilibrio tra segreti e compromessi
Facili occasioni per difficili concetti
Anime purissime in sporchissimi difetti
Fragili combinazioni tra ragione ed emozioni
Solitudini e condivisioni
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
E detto questo che cosa ci resta
Dopo una vita al centro della festa?
Protagonisti e numero uno
Invidiabili da tutti e indispensabili a nessuno
Madre che dice del padre:
“Avrei voluto solo realizzare
Il mio ideale, una vita normale”
Ma l’amore di normale non ha neanche le parole
Parlano di pace e fanno la rivoluzione
Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore
Non c’è soluzione che non sia l’accettazione
Di lasciarsi abbandonati all’emozione
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
È la paura dietro all’arroganza
È tutto l’universo chiuso in una stanza
È l’abbondanza dentro alla mancanza
Ti amo e basta!
È l’abitudine nella sorpresa
È una vittoria poco prima dell’arresa
È solamente tutto quello che ci manca e che cerchiamo per poterti dire che “ti amo!”
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

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Sanremo 2020: il testo di “Tikibombom” di Levante

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con una canzone in stile tango.

Tra i cantanti in gara a Sanremo 2020 ci sarà anche Levante. La cantante salirà sul palco dell’Ariston con un brano dal titolo Tikibombom, di cui è anche autrice. Una canzone che si contraddistingue per il ritmo da sabato sera, con qualche influenza passionale e intensa del tango.

La cantante si rivolge a tutti coloro che vengono definiti “diversi”. Li esorta a farcela anche da soli, senza lasciarsi andare a frasi banali come “non sei solo”. Una canzone dove viene fuori la necessità di determinare la propria vita e il proprio destino con le proprie forze, senza essere una “bandiera”.

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Per la cantante, è la prima volta al Festival di Sanremo, ma non è nuova alla tv. L’artista, infatti, nel 2017 ha partecipato ad X Factor nel ruolo di giudice insieme a Mara Maionchi, Fedez e Manuel Agnelli. In attesa di vederla per la prima volta sul palco dell’Ariston a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Tikibombom di Levante.

IL TESTO DI TIKIBOMBOM

Ciao tu, animale stanco
Sei rimasto da solo
Non segui il branco
Balli il tango mentre tutto il mondo
Muove il fianco sopra un tempo che fa
Tikibombombom
Hey tu, anima indifesa
Conti tutte le volte in cui ti sei arresa
Stesa al filo teso delle altre opinioni
Ti agiti nel vento
Di chi non ha emozioni
Mai più, è meglio soli che accompagnati
Da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.
Laggiù, tra cani e porci,
Figli di un Dio minore pronti a colpirci
Per portarci giù con sé, giù con sé.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Ciao tu, freak della classe
“Femminuccia” vestito con quegli strass
Prova a fare il maschio
Ti prego insisto
Fatti il segno della croce e poi
Rinuncia a Mefisto
Hey tu, anima in rivolta
Questa vita di te non si è mai accorta
Colta di sorpresa, troppo colta
Troppo assorta, quella gonna è corta
Mai più, è meglio soli che accompagnati
Da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Noi siamo angeli rotti a metà
Siamo chiese aperte a tarda sera, siamo noi.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Noi siamo l’ancora e non la vela
Siamo l’amen di una preghiera, siamo noi.
Ciao tu, animale stanco
Sei rimasto da solo
Non segui il branco
Balli il tango mentre tutto il mondo
Muove il fianco sopra un tempo che fa
Tikibombombom

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