Il suono della Shoah

La musica, l’arte è salvifica anche nei campi di concentramento. Qualche comandante tedesco era sensibile all’arte dei suoni ed evitò la morte a diversi musicisti, tra cui al M° Francesco Florio rinchiuso nel campo di Hannover

Di Olga Chieffi

La musica nella sua pretesa di essere armonia del mondo si trasformò dal 1933 al 1945 nel suo contrario: diventa contraddizione, complessità, disarmonia nel cuore di un’epoca, trovandosi invischiata, come strumento, nell’inferno dei lager, diventando parte integrante della organizzazione dei campi di sterminio. in questa realtà, la musica ha una funzione considerevole: sia in forme elementari (voce, canto) sia con strumenti; marce, canzonette, musica ebraica, jazz, opere «proibite»: la vita in questi luoghi di morte è piena di suono. In alcuni lager, per mancanza di strumenti, è il canto che descrive la disperazione e la speranza: dalle ninnenanne dell’infanzia alle canzoni da cabaret agli inni religiosi; tradizione yiddish, zigana o canti operai, ma anche, secondo l’atroce costume nazista, canzoni ingiuriose e auto derisorie (Oh mia Buchenwald; Ninnananna per il mio bambino nel crematorio; Il canto di morte ebraico). In altri, grazie a strumenti recuperati e riparati, si formano delle vere e proprie orchestre, la cui esistenza è accertata in almeno ventuno campi importanti (tra cui Auschwitz I, Auschwitz II / Birkenau), Dachau, Mauthausen, Sachsenhausen) e la cui funzione è tra le più varie: scortare i lavoratori a ritmo di marcia, rallegrare l’intervallo della domenica pomeriggio, festeggiare il compleanno dei comandanti del campo. La musica nei campi, prima che esperienza spirituale, rientra nella lotta per la sopravvivenza. Così molti orchestrali sperano di evitare di far parte del successivo contingente di condannati a morte. Il caso più eclatante di ipocrisia e perversione lo troviamo a Theresienstadt, l’anticamera di Auschwitz. Dal febbraio 1942 all’ottobre 1944 è in funzione la Freizeitgestaltung (organizzazione per il tempo libero) che promuove concerti, seminari, opere, conferenze. Impressionante il numero dei concerti (dalla musica rinascimentale a quella contemporanea) e degli allestimenti operistici (La sposa venduta di Smetana, Il matrimonio segreto di Cimarosa, Il pipistrello di Johann Strauss), reso possibile dalla presenza di otto pianisti, sette direttori d’orchestra, quattro orchestre e una decina di compositori, tra cui Viktor Ullmann che proprio qui compone la prima opera per il campo, su testo del poeta Peter Kien, L’imperatore di Atlandide (1943-1944). Al tempo stesso l’episodio legato al Requiem di Verdi, una composizione molto amata dai carcerieri di Theresienstadt, getta una luce sinistra sul mondo di cartapesta del lager: il coro di centocinquanta persone all’indomani dell’esecuzione del 6 settembre 1943 viene spedito ad Auschwitz, seguito un mese dopo da un secondo coro, mentre un terzo (sessanta persone), faticosamente messo insieme dal direttore d’orchestra Schächter, riesce a raggiungere il traguardo di quindici repliche! Tanti i compositori che hanno lasciato capolavori tra cui il celeberrimo Quatuor pour la fin du temp di Oliver Messiaen. Scrivere musica era per loro l’unico modo di conservare la propria identità e di esprimere la spiritualità. Nonostante la disumana condizione di vita nei lager e la implacabile sorveglianza delle guardie, la produzione musicale nei campi di concentramento fu copiosa: la musica era infatti l’unica virtuale via di fuga dall’abbrutimento del quotidiano, ed è un miracolo che parte di quel repertorio sia sopravvissuto: una raccolta fatta di opere scritte su sacchi di juta, ritagli di stoffa, carta igienica, e su qualsiasi altro supporto di fortuna. Furono ritrovati nelle infermerie e nelle baracche dei campi e riportati alla luce grazie ai trafugamenti di guardie complici e alle trascrizioni dei prigionieri politici, oppure ricostruiti attraverso le memorie dei sopravvissuti. La musica è tutto ciò che ai deportati restava, e spesso tutto ciò che ci resta di loro. La morte, le torture, il dolore, il sangue, la fame, la vita ridotta a niente erano la routine quotidiana, ma l’orchestra e la musica non potevano mancare. Grazie alla musica i nazisti furono clementi anche con il M° Francesco Florio, eccellenza del sassofono, fondatore della prima cattedra in Italia di questo strumento, qui a Salerno, il quale, aveva studiato all’ “Orfanotrofio Umberto I”, non solo il sassofono, ma anche l’oboe, il violino e la viola. Catturato il 10 settembre 1943 in Albania a Valona, dopo l’armistizio dell’8 settembre,  da un reggimento tedesco in fuga, insieme ad altri 4000 prigionieri, fu portato prima a Tirana ed essendosi sempre rifiutato di combattere al fianco dei tedeschi, fu internato nel campo di Hannover dal 2 ottobre del 1943, sino al giorno della liberazione avvenuta il 10 aprile del 1945. Fu la musica che lo salvò da sicura morte, poiché il vice-comandante del campo gli mise tra le mani un violino in cattive condizioni, intimandogli che se fosse mai riuscito ad aggiustarlo e a suonare per lui, gli sarebbero state abbonate diverse punizioni e, forse, sarebbe riuscito a salvarsi. Così fu, il Sergente Maggiore Francesco Florio, già croce di guerra per un’azione proprio sul fronte albanese, riuscì a ritornare in Italia il 9 settembre del 1945, grazie solo al suo essere un’eccellenza della musica, ovvero di quella disciplina creativa che, nell’orrore del campo di prigionia tedesco, gli aveva permesso di continuare quella ricerca di un costante equilibrio tra sentimento e ragione e di rimanere lucido. Tutto questo, quando il tempo era già finito ed era chiaro che non c’era più tempo per nulla.

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“Per non dimenticare” negli spazi del Moa

Al Museo di Eboli Luigi Nobile ha inaugurati ieri sera la rassegna “Persecutions” con ShowUp, che ci accompagnerà fino al 9 febbraio

Di GAETANO DEL GAISO

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati[…]». Così gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 si pronunciarono nei riguardi di una delle tragedie più terrificanti e deplorevoli della storia dell’uomo, esibendo il proprio lasciapassare per quella sarà poi, infine, la risoluzione finale delle Nazioni Unite, che il giorno 1 Novembre 2005, nel corso della 42° riunione plenaria, stabilirà che il giorno 27 Gennaio, di ogni anno, celebrazioni, commemorazioni, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessioni riportino alla memoria un memento così infaustamente scomodo e turpe, gravoso oltre ogni misura. Ridondante oggi, forse, più che allora. La morte in proscenio. Pochi uomini in buca a dirigerne la grottesca pantomima. Danze scomposte, urla strazianti che squarciano quel velo di Maya che, con gesto meccanico, adagiamo intenzionalmente sul nostro capo per non vedere, per non sentire, per non sentirci in dovere di agire, per non sentirci in dovere di ricordare. Indifferenti, smarriti, sopescenti agglomerati di grigie ceneri che la sola forza di un debole soffio asperge su un terreno arido e infecondo, nella speranza che questi, un giorno, potrà, di nuovo, portare frutto. E chissà che magari proprio questa rassegna organizzata dal Museo dell’Operazione Avalanche di Eboli (SA), rappresentato dall’eccellente persona del suo direttore artistico, Luigi Nobile, Sophis, Mo’Art, MV Dance Factory, Associazione Campania Danza e Start’Mo, col patrocinio del Comune di Eboli e della Comunità Ebraica di Napoli non ci fornisca gli strumenti necessari a renderci più consapevoli dell’incidenza del nostro operato sul naturale percorso del mondo. Tre gli appuntamenti. Il primo si è svolto proprio ieri con ‘Showup’, spettacolo di teatro-danza organizzato da MV Dance Factory per la regia di Eirene Campagna e le coreografie di Simone Liguori, ispirata al volume della regista Racconti che sopravvivono.Ottant’anni fa, le leggi razziali. L’Italia cacciava i ragazzini ebrei dalle scuole e si attrezzava a sostenere l’alleato nazista nella soluzione finale. Crescono i collaborazionisti, i delatori, i carnefici, la zona grigia si rafforza e fioriscono anche da noi i primi campi che servono da trampolino verso lo sterminio delle camere a gas. Per fortuna in questa storia terribile e non ancora elaborata, ci furono delle eccezioni. E da una di queste prende l’avvio questo libro: si parte dallo straordinario incontro tra la popolazione di Campagna, un piccolo paese in provincia di Salerno, nei pressi di Eboli, dove un vecchio convento fu adibito a campo di smistamento, e gli internati ebrei. E procede alimentandosi di molte più storie tutte intrecciate tra loro – da quelle che hanno come protagonisti i “grandi” testimoni come Primo Levi, ma anche quelle piccole e minime. Il Museo della memoria e della pace permette di ricostruire quanto la popolazione di Campagna fece per salvare persone che erano uguali a loro ma condannate solo per l’impalpabile e invisibile motivo della “razza”, per dare poi la parola direttamente ai testimoni, come si dice, di seconda generazione. Il secondo appuntamento è previsto per sabato 1 Febbraio alle ore 20,30, con ‘Un pallone finito ad Auschwitz’, spettacolo teatrale di e con Sergio Mari, la storia di uno degli allenatori più importanti che il calcio italiano abbia avuto: Arpad Weisz. L’allenatore più giovane che in Italia sia riuscito a vincere uno scudetto, record ancora imbattuto; allenatore rivoluzionario purtroppo finito nel campo di sterminio. Uno spettacolo  scritto dall’ex calciatore Sergio Mari e da egli stesso interpretato. Una pièce intensa, ricca di notizie, aneddoti, informazioni, che indagano sul periodo infausto che l’Italia attraversò, ma anche la storia dei calciatori del Bologna, campioni dell’epoca con un bottino di due scudetti vinti oltre a una Coppa delle Esposizioni portata a casa da Parigi contro i maestri del Chelsea. Chiuderà la rassegna domenica 9 febbraio alle ore 19, “Noi pupazzi”, spettacolo teatrale con Marco De Simone. Qui, il burattinaio Saul fa sognare gli abitanti del suo paese con le favole che inventa e mette in scena per loro. L’avvento delle Leggi razziali del ’38 sconvolge la sua vita, come quella di migliaia di altre persone, ma non sopprime la necessità di dare voce ai suoi pupazzi. Continuerà a raccontare le sue storie alle persone che fuggono e si nascondono con lui, offrendo loro l’occasione per distrarsi, commuoversi, sorridere, nonostante la realtà inaccettabile che li circonda. Lo spettacolo denuncia l’orrore della discriminazione e della persecuzione in senso universale. La vicenda narrata è ambientata alla fine degli anni ’30 in un probabile paese della provincia italiana, quindi ha un riferimento storico ben preciso; tuttavia, non si tratta di uno spettacolo sulla Shoah o sulle deportazioni – in scena non si parla mai di campi di concentramento, gas, sangue. La storia di Saul, piena di passione e speranza, vuole essere un inno alla vita, un monito a valorizzare l’esistenza nel rispetto di coloro a cui è stata strappata senza motivo.

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Giorno della Memoria: la sorella di Anna Frank e il suo diario dimenticato


Oggi ricorre la Giornata della Memoria, scelta per commemorare le migliaia e migliaia di vittime dell’Olocausto. E, quando si parla di ricordo, il Diario di Anna Frank è senza dubbio l’opera più commovente che ci sia: ma c’è un personaggio, raccontato proprio dalla piccola scrittrice, che molti hanno dimenticato. È sua sorella Margot: anche lei scrisse un diario, mai trovato.
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Riflessione sul memoriale del Comandante di Auschwitz Rudolf Hoss

Corradino Pellecchia ha firmato l’adattamento drammaturgico dell’autobiografia scritta qualche giorno prima dell’esecuzione. Presso gli spazi di Art.Tre la performance di Dario Riccardi, Mario De Caro ed Alfredo Marino

Di Olga Chieffi

Il documento che per la prima volta ha illuminato dall’interno la mentalità e la psicologia dei nazisti, e la storia e il funzionamento delle officine della morte,  il memoriale autobiografico di Rudolf Hoss, ufficiale delle SS, fu per due anni il comandante del più grande campo di sterminio nazista, quello di Auschwitz, in cui vennero uccisi più di due milioni di ebrei, sarà al centro del settimo omaggio alla memoria delle vittime della Shoah, che si è svolto presso gli spazi dell’Associazione Art.Tre in vicolo San Bonosio in Salerno. Il famoso memoriale, praticamente la sua difesa nel processo dopo la inevitabile condanna a morte sentenziata in un tribunale polacco alla fine della guerra, fu scritto in carcere, in attesa dell’esecuzione, un documento impressionante che ci consente di cogliere dal vivo l’insanabile contraddizione tra l’enormità dei delitti e le giustificazioni addotte. Corradino Pellecchia ne ha firmato l’adattamento affidandolo a Dario Riccardi, Mario De Caro ed Alfredo Marino. “Hoss, scrive Primo Levi, non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico, né nel suo essere nato tedesco, sta tutta nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere… Si spendono oggi molte lacrime sulla fine delle ideologie; mi pare che il suo libro di memorie dimostri in modo esemplare a che cosa possa portare un’ideologia che viene accettata con la radicalità dei tedeschi di Hitler e degli estremisti in generale. Le ideologie possono essere buone o cattive, è bene conoscerle, confrontarle e cercare di valutarle; è sempre male sposarne una, anche se si ammanta di parole rispettabili quali Patria e Dovere”. E, allora, la memoria è il miglior antidoto a quei rigurgiti di intolleranza e violenza, egoismo, mancanza di rispetto per l’altro, abdicazione del senso morale, che sembrano di nuovo albergare nel mondo contemporaneo; il miglior rimedio per “far crescere comprensione e amore”. Non c’è una sola riga di “Comandante ad Auschwitz” in cui sia possibile leggere la benché minima flessione rispetto a questa posizione; nessun momento della sua vita viene raccontato se non come dettato da una rigida disciplina e dal dovere dell’obbedienza, costi quel che costi. Rudolf Höss parla di sé con una freddezza agghiacciante e con un distacco che sarebbe difficile da giustificare perfino se raccontasse la vita di qualcun altro. Glaciale nei confronti di se stesso, della famiglia, della guerra, di Auschwitz, la più potente macchina dello sterminio di massa di cui è stato l’ideatore, l’organizzatore, il realizzatore, il contabile. Avrebbe potuto essere un esecutore mediocre e invece no, ha fatto in modo di diventare il migliore, il più efficiente, il più capace di trovare sempre la soluzione ottimale rispetto all’obiettivo a lui assegnato. Il diario di Höss non è certo un’opera letteraria e non nasce nemmeno con quell’intento. Il resoconto dei fatti salienti è in ordine strettamente cronologico, ma sono proprio lo stile quasi del tutto inesistente, la descrizione dei fatti oggettiva, ma banalizzata e priva di coinvolgimento emotivo attraverso la quale gli avvenimenti sono ricostruiti come altro rispetto alla loro effettiva natura, che conferiscono a queste pagine un’aria spettrale, anzi minacciosa. Minacciosa, perché siamo di fronte al racconto di fatti storici realmente accaduti, per quanto questo possa sembrare incredibile, per opera di persone normali. ‘Normali’ significa non fatte di sostanze diverse da quelle di tutti gli altri, non riconoscibili per una predisposizione genetica che possa giustificare atteggiamenti altrimenti impossibili. Rudolf Höss ha eseguito degli ordini, è vero, ma l’obbedienza cieca e incondizionata è una scelta che implica una responsabilità attiva. Rudolf Höss rimane un esempio di quanto non ci sia stato nulla di straordinario nella Germania del periodo nazista; chiunque potrebbe diventare “Comandante ad Auschwitz” se le condizioni lo permettessero ancora.

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Macao, in Cina, dove è stato annunciato un caso di coronavirus, è una località turistica, ricca di casino, uomini d'affari e storia. Dai tempi in cui era una colonia portoghese, la sua posizione è strategica per Pechino, da cui dipende amministrativamente. Con la vicina Hong Kong condivide un alto livello di autonomia dalla Repubblica popolare cinese, almeno fino al 2049.
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Raffaello, dopo 500 anni la sua morte è ancora un mistero: sifilide o avvelenamento?


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Il 19 gennaio del 1990 moriva una delle personalità più controverse dell’ultimo secolo: si tratta del Guru e maestro spirituale indiano Osho, noto ancora oggi in tutto il mondo per i suoi insegnamenti volti alla conquista di una vita assolutamente libera. Ma Osho, negli anni Ottanta, fu famoso anche per il legame con i suoi "uomini arancioni" e con alcuni fatti di cronaca che sconvolsero gli Stati Uniti. Ecco la sua storia.
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Storia – Forlì ospita dal 4 al 7 ottobre 2017 900fest (viaggiemiraggi)

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Forlì ospita dal 4 al 7 ottobre 2017 900fest