Voci dal Serraglio: Luigi Ferullo rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Tanto studio e qualche marachella per il violinista mancato che ebbe nel direttore del Corriere della Sera del tempo, Mario Missiroli, il suo “Papà Gambalunga”

Di Luigi Ferullo

Scrivere qualcosa sui miei ricordi, le sensazioni, aneddoti, della mia adolescenza all’orfanotrofio è difficile per il fatto che sono passati quasi settant’ anni, e non evocherò ricordi comuni a noi tutti, come nomi, condizioni generali e altro, poiché, inevitabilmente incorrerei in errori, omissioni o peggio in confusione anacronistica. Racconterò così, alcuni flash back che, ogni tanto, mi appaiono dinanzi, come scene, da un film che è durato ben 7 anni, dal 1950 al ‘57. In quel Natale del 1950, mia madre annunciò: “Oggi ti porto a vedere un bel posto dove ti porterò dopo le feste”. Detto fatto, da via Mercanti, dove abitavano in un sottoscala, esattamente il portone di Matteo Spirito, partimmo per questa lunga “passeggiata” di approccio  all’istituto. Giunti sotto il grande cortile notai subito i tanti, troppi bambini affacciati e in silenzio, mentre alle loro spalle, lì vicino, tanti altri ragazzi ed ancora, nella parte alta i suoni di vari strumenti musicali che creavano melodie di difficile interpretazione ed il tutto si miscelava nei miei occhi e nella mia mente. Mia mamma chiese: “Ti piace Luigi?”. Non seppi rispondere. Fatto sta che il sette gennaio ero anche io affacciato alla Villetta, dopo il mio ingresso dal lungo scalone, lasciatomi, così, alle spalle, la vita in un sottoscala di sei metri quadrati, insieme a quattro fratelli, Il primo impatto fu, oltre l’ istitutore che mi prese in consegna, i tanti bambini che mi circondavano e le loro tante, troppe domande, ed io come intontito da tutto questo, iniziai il mio vivere questa nuova realtà a soli sei anni e mezzo. Indelebili nella mia mente, il refettorio con i grossi tavoloni, i piatti di alluminio come i bicchieri, quella miscellanea di odori fluttuante dalla candeggina al grasso, la scarsità di cibo e l’accaparramento che ogni bambino faceva a scapito di un altro e, di rimando, si cercava di non farsi fregare la porzione di cibo facendo finta di sputarci sopra, per cercare di salvare il salvabile ma, tante volte, non funzionava. Nel giardino sul retro, dove ora vi è la galleria di san Leo, rinvenimmo un deposito, di derrate alimentari, nascoste dagli alleati. Pensammo fosse ancora commestibile e vista la fame la considerammo  come una vera manna dal cielo che si trasformò in una colossale dissenteria che colpì tutti i 600 alunni, chi più è chi meno. Un giorno  fui accompagnato  in ospedale dal nostro  infermiere Luigi Lambiase, per via di un molare che mi doleva. Lui per tutto il cammino da Canalone a via Vernieri non fece altro che rincuorarmi durante tutto il percorso con fare paterno e mi è rimasto nel cuore. Ho dinanzi agli occhi il “day after” la notte dell’ alluvione del 1954, via De Renzi invasa dal fango, che arrivava fino alle ginocchia e le bare che passavano, con mia madre Antonietta che faceva le scale di corsa per venire a vedere come stavo e se ne ritornava serena dopo avermi salutato. Ricordo ancora con tristezza i piccolini che, come me, piangevano, e le notti insonni per il timore dei bulli, nonostante, alla fine, regnasse comunque, su tutto e tutti, un invitto spirito di fratellanza, ancora oggi rimasta e quella forza interiore d’ appartenenza che ognuno di noi ha conservato. Mi sovviene l’immagine che la Domenica dopo la Santa Messa a Sant’Anna, si attendevano le visite dei nostri familiari e la felicità nel vederli, abbracciarli, stare insieme era immensa, pari alla tristezza per la loro partenza. Finalmente, finì l’epoca dell’alluminio e incominciò quella della ceramica e improvvisamente le stoviglie e i tavoli si trasformarono abbelliti da colori, fiori e brocche dipinte: era arrivato il commendatore  Alfonso Menna che, in poco tempo cambiò tutto, migliorando l’istituto, dalla pulizia al vitto, diede a tutti delle divise, iniziarono le attività che presero un grande slancio: la tipografia, la ceramica, la falegnameria, la sartoria, la meccanica, e finanche un’ azienda agricola a monte d’Eboli, da dove si ricavava buona parte delle derrate alimentari  di cui abbisognava l’istituto. Il vero capolavoro fu quello di convogliare visite di personaggi politici importanti, che potessero supportare l’istituto: ne ricordo alcuni, Giovanni Gronchi, Amintore Fanfani, l’ambasciatrice americana Clara Luce, l’armatore Achille Lauro, poi, la piccola ma grande donna, Mamma Lucia, oltre al direttore del Corriere della Sera Mario Missiroli, in visita all’istituto, che divenne  mio padrino. Avevo, infatti, appena incominciato lo studio del violino  e Missiroli chiese di sostenere per farmi studiare, le spese e acquistoò per me il cosiddetto mezzo che la scuola non possedeva. Durante gli anni successivi, nei periodi festivi mi inviava pacchi dono e somme di denaro. Aveva riposto tanta fiducia in me e purtroppo, è stato mal ripagato: pur avendo fatto qualche concerto con un sestetto d’archi, non volli continuare. Il mio unico pensiero era il congedo dall’istituto, che avvenne nel 1957. Tante le volte a cui ho ripensato a questo errore, una scelta sbagliata, ma tant’è avevo 18 anni e ricordo con affetto il mio grande Maestro di violino Giuseppe Principe, scomparso pochi anni or sono, e tanti amici musicisti diplomatisi a quel magistero che, ancora oggi, danno lustro ed onore alla musica e alla città di Salerno. Rammento la mia ultima venuta a Salerno in occasione della festa dell’Epifania organizzata ogni anno, dall’associazione Ex allievi dell’ Orfanotrofio Umberto I, tenutasi, nella incantevole cornice del nostro teatro, dove mi sono esibito e per l’emozione, sono diventato afono, ma con la benevolenza dei miei ex compagni, sono riuscito a portare a termine una serata, a cui non avrei mai rinunciato, fossi stato anche in barella .

‘A visita

M’arricordo ancora accussì e’ mamma mia
‘A Dummeneca e pressa currenne,
cu ‘a sarza ’ncopp ‘o fuoco,
faceva chell’ centanare ‘e scale
e io, affacciat’ l’aspettavo
nun’ era ‘a primma ca arrivava
erano solo pochi minuti, ‘a casa l’aspettavano tre criature cchiù piccerell’ ancora
e sempre me purtava a’ frolla che dint’a nu mumento scumpareva, poche paroleansiose ed interrogative, me guardava, me girava, me tuccava, poi, tutto ferneva,’a gent’se ne ieva, mamma me baciava e chiangneva, s’alluntanava, se girava, e chiagneva e io affacciat’ a chella ferriata, verevo ‘a mammà semp’ cchiù luntano e ogni tanto si girava e chiagnev’ accussì tutte e dummenec pe’ sett’ ann’.
Luigi Ferullo

SENSI
Guard sta’ foto, ‘a giro co’ pensier’
Sotto a mè’ Saliern,
sent a voce dà città
Pare e sentì pure ‘o mare,
chiurenne ll’uocchie
me trovo a 60 anni fa’ o’ stess balcone
‘ngopp ‘o mare,
arret’a me tanta voci.
Ciente criature corrono appriesse a tante palle e pezz’
A cucina è vicina e se sente
L’addore è chissacchè pe’ ‘nnuie semp’ affamat’
Me pare sentì l’addore e casa
Semp’ affacciate, se sentane e suon’ e decine e strument,
e scal, quanta scale….
Nun solo quelle musicali, cà’ le facimm’ currenne, tutt’o’juorn
Apro l’uocchie’è o’ suonn’ è fernuto
attuorno a me sul’ silenzio ……
sul’ Saliern, sotto, continua a s’ fa sentì.
Luigi Ferullo

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Voci dal Serraglio: Vincenzo Amodio rubrica a cura di Olga Chieffi

Vincenzo Amodio: dal Serraglio alle Forze Armate

Primi rudimenti di tromba nella classe del M° Antonio Avallone, la banda, poi la carriera militare

 Di Vincenzo Amodio

E’ il momento storico giusto per raccontarvi la storia della mia infanzia durante l’avventura dal 1964 al 1973 presso l’orfanotrofio Umberto I°di Salerno. La mia famiglia viveva in uno stato di assoluta povertà, mancava tutto e mia madre separata con quattro figli, non riuscendo più a gestire tutto da sola, dovendo uscire per procurare ciò da porre sul desco, fu costretta a prendere una decisione molto triste per lei e, soprattutto, per me quella di rinchiudermi nell’orfanotrofio conosciuto come il “serraglio”. Correva l’anno 1964 iniziavano le scuole e mia madre mi accompagnò in questo posto cupo e bruttissimo che sin dalla prima vista, mi fece tanta tristezza. Appena varcata la soglia, lei andò a parlare con un signore, che poi venni a sapere era un istitutore, e per non farmi sentire ciò che si dicevano, ovvero che sarei dovuto rimanere lì, per anni, mi invitò più volte ad allontanarmi, invitandomi ad andare a giocare. Io, naturalmente, ero già in lacrime e non volevo, ma alla fine dovetti cedere dopo tanta insistenza, ero solo a guardare tutti quei ragazzi e bambini nella mitica villetta. Nemmeno il tempo di andare, e quando mi sono voltato non ho più visto mia madre ma solo l’istitutore che si è avvicinato prendendomi per mano e dicendomi che mamma sarebbe venuta a riprendermi più tardi. Quante lacrime versai quella sera, la prima di lunghi nove anni. Non vi nascondo che ho vissuto questa avventura malissimo e nonostante, tutto oggi devo ringraziare due persone magnifiche Vincenzo Sica e Michele Sirico che hanno creato un gruppo su Facebook cercando di organizzare incontri con tantissimi di noi dove ci siamo rivisti con tanta emozione parlando dei nostri ricordi. Condivido i ricordi nel racconto di Michele Sirico che davamo calci a qualsiasi oggetto pur di giocare in tantissimi nella villetta unico posto di svago per circa 600 ragazzi e la domenica chi si era comportato bene veniva premiato per andare allo stadio Vestuti in tribuna a vedere la Salernitana, dove anch’io incontravo mio nonno. Dopo aver frequentato le scuole elementari, sono stato iscritto alle scuole medie ad indirizzo musicale dove ho imparato a suonare la tromba col maestro Antonio Avallone, e ho partecipato anche ai concerti della banda dell’istituto, diretta dal maestro Arturo Amaturo. I ricordi per chi suonava nella banda oltre che uscire e andare a nei paesi tra processioni e piazze, era una colazione speciale prevista per la mattina: le uova sbattute a zabaione e mezzo litro di latte, quello della centrale, nella busta a triangolo. Un altro ricordo era la mitica mortadella che la sera precedente nascondevamo sopra lo sgabello che si riponeva a scomparsa con le guide sotto al tavolo, per evitare di fare colazione con il latte, che non aveva un gran sapore: amara sorpresa la mattina poichè i più grandi e i più furbi avevano sapientemente fatto sparire la mortadella dei più piccoli, cui sarebbe spettato unicamente la tazza di latte. Comunque, mi è servito d’insegnamento perché crescendo capii come avrei dovuto comportarmi in futuro, divorarla la sera e andare a caccia la mattina seguendo chi l’aveva nascosta. Trascorsi gli ultimi anni al conservatorio dovevo prendere una decisione se continuare o lasciare, e decisi di intraprendere un percorso diverso poiché non resistevo più in istituto e, appena uscito, nel giugno del 1973 feci domanda di arruolamento nelle FFAA dove ho prestato servizio per circa quaranta anni e arrivando al pensionamento nel 2012. Oggi mi sento di dire che sicuramente questa esperienza mi ha forgiato, soprattutto, nella mia dedizione alla mia famiglia, composta da mia moglie e tre splendide figlie che mi adorano. Volevo anche nominare un amico con il quale abbiamo avuto la stessa avventura e col quale non ci siamo mai persi di vista, Alberto Galano. Un abbraccio a tutti i serragliuoli sparsi nel mondo.

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Il primo libro dalla quarantena? Lo ha scritto Paolina Leopardi, sorella di Giacomo


"Viaggio notturno intorno alla mia camera" è un libro tradotto da Paolina, sorella di Giacomo Leopardi, dal francese di Xavier de Maistre e pubblicato nella prima versione italiana nel 1832, quando le lettere di "Giacomuccio" si fecero più rare e la reclusione domestica per la "non bella e malinconica" sorella del Sommo Poeta, divenne senza speranza.
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Quando la peste antonina si diffuse nell’Impero romano per le fake news


La peste antonina flagellò l'Impero romano e uccise milioni di persone. In vent'anni, tra il 160 e il 180 d.C., si diffuse da Oriente entro i confini dell'impero anche per gli oracoli che usavano la magia e sfruttavano le paure del popolo. A parlarcene è Luciano di Samosata in un suo libello dedicato al "falso profeta" Alessandro di Abonutico, dispensatore di fake news dell'epoca, diverse ma non troppo da quelle al tempo del coronavirus.
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Voci dal Serraglio: MICHELE SIRICO rubrica a cura di Olga Chieffi

I ricordi di Michele Sirico giocando a tappo

La domenica chi era fortunato  o veniva premiato per buona condotta, era accompagnato allo stadio Vestuti per assistere alle partite casalinghe della Salernitana

 Di Michele Sirico

Dopo le scuole elementari e medie fatte in istituto, sono stato in tipografia  fino all’uscita nel 1970, poi, una volta fuori, ho fatto varie attività, oggi lavoro al comune sezione n.u. Ieri, salendo per il vicolo delle Galesse, c’era un tappo per terra, mi sono messo a giocare come ai tempi del Serraglio io e il muro, e in quell’ istante  mi sono  venute le lacrime e alla mente, tanti ricordi da piccolo, quando ero ospite dell’ Orfanotrofio Umberto I.  Era il primo ottobre del 1966, quando mia madre mi portò in istituto, promettendo che sarebbe tornata a rilevarmi la sera dopo una giornata di gioco col pallone o con la bicicletta, alternato, naturalmente, allo studio Quello stesso giorno incontrai il mio fratello di avventura Angelo Dutti. Alla nostra accoglienza provvide il professore Trimarco, un brav’uomo, affettuoso, vero, che il terremoto del 1980 purtroppo ci portò via. Calato il sole, si fece sera e mi preoccupai, mia madre non si vedeva, ed io ruppi in un pianto dirotto. Con quelle amare lacrime era iniziato il mio percorso: trascorsero, giorni, mesi, anni, brutti e belli. La mia giornata iniziava alle 6,30 di mattina con la sveglia, che non era certo la carezza di mamma. Riassettavamo, il nostro angolo e il letto se veniva rifatto male ci procurava le prime spalmate a centro mano, da parte del professore di turno. Poi, andavamo giù nel grande cortile, chiamato la “villetta”, tutti in fila per partecipare all’alza bandiera, quindi, ci si spostava tutti in refettorio per consumare la colazione e iniziare la giornata di scuola o mestieri, tra tipografia, meccanica, calzoleria o nella prestigiosa scuola di musica. Dopo aver assistito alle diverse lezioni, ci ritrovavamo ancora in villetta dove ogni uno di noi formava delle squadre per giocare al pallone. Dire pallone era una parola grossa dal significato mutante, poiché poteva essere rappresentato da un pezzetto di legna o da un barattolo, da un tappo o da stracci cuciti e dall’ agognato Super-Santos di gomma. La domenica chi era fortunato  o veniva premiato per buona condotta, era accompagnato allo stadio Vestuti per assistere alle partite casalinghe della Salernitana. Lì su quegli spalti potevo incontrare mio padre  che mi portava le caldarroste. Così passarono gli anni, e dopo la seconda media, mi assegnarono alla scuola di tipografia dove imparai la stampa cosiddetta in offset, producendo schede elettorali, che ci fruttavano anche qualche soldo e un soggiorno a casa propria, i manifesti della Salernitana, le etichette delle scatole di pomodori, e tanto altro. Il ricordo più brutto del mio soggiorno al Serraglio è legato al nome di un istitutore, tal Fasulo, inviso alla maggior parte di noi. Dopo tanti anni lo trovai al comune, impiegato all’ ufficio anagrafe sotto i portici del comune, ricordandogli a brutto muso di un passato, segnato dalle sue continue vessazioni. Il serraglio ci ha dato tanto, ci ha reso più forti  e  uomini,  poi, ogni uno di  noi, ha preso la sua strada, chi maestri di musica, chi nelle forze armate, chi nelle tipografie, mentre tanti altri hanno dovuto anche accettare una vita difficile in strada, con  la necessità di “arrangiarsi” con qualunque mezzo, spinti a ricorrere anche alla violenza pur di divenire in qualche modo protagonisti sui palcoscenici della vita sociale.

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Voci dal Serraglio: GIUSEPPE D’ ALESSANDRO rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

Giuseppe D’Alessandro tra l’alluvione e l’Asiatica

Due eventi che hanno segnato la storia di Salerno, rimasti indelebilmente tra i ricordi dell’allora piccolo ospite del Serraglio

Di GIUSEPPE D’ALESSANDRO

Sono stato ospite dell’Orfanotrofio Umberto I dal 1953 al 1962. Ho suonato il violino per 3 anni. Alla fine delle elementari, fui posto dinanzi ad un bivio, continuare la scuola di musica o scegliere altro. Scelsi di andare alla scuola di avviamento industriale, e dopo i tre anni di industriale proseguii la scuola di congegnatore meccanico. In questo periodo ho vissuto, insieme ad altri 600 compagni, due momenti delicatissimi e pericolosi. Il primo ricordo indelebile è quello dell’alluvione del 1954. La notte tra il 25 ed il 26 ottobre 1954, una tremenda calamità si abbattè sulla nostra Provincia. In un’area compresa tra la Costiera Amalfitana e la città di Salerno, si verificò un evento straordinario dal punto di vista meteorologico: in poche ore si registrarono piogge per circa 504mm, che seminarono distruzione e morte. Le vittime furono centinaia, moltissimi i dispersi mai più restituiti alla pietà dei vivi. Il mare divenne color del sapone, tragico terminale di morte, perché le acque dei torrenti in piena, miste al fango, seminarono di cadaveri le spiagge e le onde. Oltre Canalone, i rioni più colpiti furono quelli di via Fusandola, Via Spinosa, del Porto, di Calata San Vito e Via Tasso. Trenta fabbricati svanirono sotto un muro di fango, 68 furono gravemente danneggiati, per cui si rese necessario lo sgombero, 758 gli impianti e le strutture commerciali distrutti o sensibilmente danneggiate. Quella notte ero in sesta camerata ed eravamo a dormire in una sala che in seguito venne adibita a cinema, con il buon Pinuccio Del Mastro dietro il proiettore. All’epoca quella camerata aveva il pavimento fatto con doghe di legno, che a causa dall’umidità causata dall’alluvione tendevano a staccarsi ed alzarsi il che rendeva difficile camminare. Quella sera andammo in refettorio dall’interno non attraversando la villetta perché pioveva veramente tanto. Durante la notte successe il disastro che tutti ricordano. Tra i tanti morti che si contarono ci fu anche il nostro cuoco. La suora, Mafalda, gli aveva consigliato di non andare via quella sera, ma lui non accettò e, purtroppo, morì affogato nel sottopasso ferroviario di via Vernieri. Restammo, così, senza cuoco e con le cucine completamente allagate. Per una settimana pranzo e cena fu fatto con pane, mortadella e una mela. Le famiglie facevano fatica ad arrivare all’istituto perché, i gradoni, sia quelli che da Sant’Eremita portavano a Via de’ Renzi, sia quelli che costeggiavano le carceri, le cosiddette Rampe San Lorenzo, nonchè quelli di porta San Nicola erano pieni di fango, i mezzi pubblici non funzionavano e la città era spaccata praticamente a metà all’altezza dell’Annunziata. Fu un momento difficile ma lo superammo, grazie alla grande disponibilità degli aiuti esterni e all’impegno del nostro padre putativo Alfonso Menna. Il secondo episodio avvenne nel 1957 e si lega a filo doppio coi giorni che stiamo vivendo oggi. Vi fu una pandemia globale che causò due milioni di morti nel mondo. Venne definita influenza Asiatica. Per quella venne individuato un vaccino in tempi record, frenando e poi spegnendo la pandemia, che fu dichiarata conclusa nel 1960. All’epoca in istituto vi era una infermeria nella quale erano disponibili circa 15/20 posti. Il medico (dott. Perrotta se ben ricordo) veniva ogni mattina a visitare chi ne aveva bisogno, affiancato dalle suore e dall’infermiere, il mitico don Luigi. Molto spesso la cura consigliata era composta da un cucchiaio di olio di ricino che, volente o nolente, don Luigi ogni mattina ti propinava. Altra cura era fatta di siringhe, molto dolorose, di estratto epatico e, molto raramente, il consumo di una fetta di carne per ben 15 giorni. Chi aveva assegnata la carne veniva trattato con invidia, ma anche con sospetto, dagli altri ragazzi. Il dubbio che nasceva negli altri: eri ammalato o raccomandato? Tornando all’Asiatica l’influenza arrivò anche in istituto. Ne venimmo colpiti in circa 300 e come immaginate i posti in infermeria finirono subito. L’influenza si combatteva con delle pillole e riposo a letto per circa 10 giorni. Furono scelte tre camerate che diventarono delle infermerie. Ogni mattina dopo la colazione veniva don Luigi con pillole e siringhe. Ritornava poi verso le 12 per verificare temperatura e stato di salute generale. Potete immaginare cosa potevano combinare 100 ragazzi a letto in una camerata. Bisogna tra l’altro dire che quell’epidemia nei giovani non aveva un decorso infausto. Per noi, era quasi un periodo di festa perché non si andava a scuola, pertanto si giocava a cuscinate tutta la giornata. Subito dopo il controllo delle temperature arrivava il pranzo in grossi recipienti. Durante l’influenza quasi sempre come primo piatto ci propinavano il riso in brodo. Un giorno pensammo di fare uno scherzo a don Luigi e mettemmo una scarpa poggiata sopra la porta. L’intenzione era che aprendo la porta la scarpa andasse in testa a don Luigi, quel giorno, però, arrivò prima la suora con il pranzo e la scarpa finì nel brodo. Mangiammo brodo condito con la scarpa, quasi un remake di una scene entrate a far parte della storia della settima arte quella in cui Charlot, in “The Gold Race”, affamato cucina una scarpa e la mangia di gusto.  L’influenza passò senza che nessuno di noi subisse conseguenze serie, grazie all’impegno del dottore Perrotta, di don Luigi e delle suore.

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Coronavirus: quando l’epidemia di peste spinse Newton a scoprire le leggi dell’ottica


Nel 1666 Isaac Newton compì gli esperimenti che portarono alla formulazione delle rivoluzionarie teorie sulla luce e sulla gravità. Ma tutto ciò avvenne in circostanze molto particolari: era l’anno della grande epidemia di peste che decimò la città di Londra e per sfuggire al contagio lo scienziato, allora 24enne, si era rifugiato nella sua tenuta di campagna. Una “quarantena volontaria” che rivoluzionò per sempre il mondo della scienza.
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Voci dal Serraglio: Leandro Tolino scultore. Rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

 

                                                                   Leandro Tolino e il sogno di suonare il sassofono

Di Leandro Tolino

  Sono stato ospite del “serraglio” dall’ottobre del 1968 all’estate del 1970. No, io il primo giorno non piansi, anzi le scuole erano già cominciate, fui portato in giro per le classi a mo’ di esempio, così giusto per tirarmi addosso le “simpatie” dei più grandi che, invece, piangevano e fui sistemato in una prima elementare differenziata. Questa classe era una specie di lager in cui c’erano bambini dai 6 ai 10 anni, alcuni con ritardi altri semplicemente con problemi di apprendimento, la prima e seconda elementare erano accorpate ed io riuscivo ad  imparare gli argomenti oggetto del programma di seconda, oltre a quelli di prima, dote che mi procurò altre “simpatie”, ed attenzioni da parte dei miei coetanei. ricordo ancora il ragazzo down che infilo la penna nel braccio di un coetaneo il secondo giorno di scuola, o quello che mi picchiò la domenica mattina prima della visita dei familiari, perché, a suo dire, non poteva capacitarsi che non piangessi, mi avevano chiuso ed io non piangevo. Allora, ci provò lui a farmi piangere, mi picchiò tanto, mi strappò la divisa nera, tipo beccamorto che ci facevano indossare la domenica per la visita parenti e ricordo ancora il sorvegliante che, quel giorno non mi diede il permesso di vedere i miei familiari per punizione. Allora si che piansi, piansi tanto forte che mia madre sentì dall’altra  ed incomincio a fare la “pazza” per vedermi, e ci riuscì. Ricordo le punizioni assurde dal barbiere se solo osavi parlare, ti sistemava poggiato al muro con le punte degli indici a braccia tese e tutto il peso del corpo sopra, le punizioni medievali in classe, la maestra di terza elementare che se eri bravo ti premiava facendosi tagliare le unghia o tirare i primi capelli bianchi (la cosa mi faceva talmente tanto schifo che non rispondevo alle interrogazione pur conoscendo le risposte). Il mio unico sogno era di poter accedere al conservatorio per poter imparare il sassofono. La classe di sassofono era l’unica in Italia ed era stata istituita lì dal M° Francesco Florio dopo inusitati sacrifici. Il suono di quello strumento mi ha sempre incantato. Era un suono particolare eclettico, dolcissimo e maschio allo stesso tempo, o somigliante al suono più bello degli archi. Fu solo un sogno quello, ma lì ho imparato a lavorare il metallo, il ferro ed ora magari, inseguo quel suono attraverso le mie sculture.

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Voci dal Serraglio: Michele Crescenzo a cura di OLGA CHIEFFI

 Nel segno di San Michele Arcangelo

Di Michele Crescenzo

Eravamo ancora in guerra in quel mese d’ottobre del 1944. La mia famiglia fu squassata dalla morte sul lavoro di mio padre. Io e le mie sette sorelle, tutte più grandi di me ci trovammo nella condizione di orfani, poveri. Mia madre non sapeva più come sfamarci, così l’Ente  Nazionale di Assistenza agli orfani dei Lavoratori Italiani, consigliò di affidare ad un collegio due delle mie sorelle.  mia madre non accettò e cosi il 29 settembre del 1945 giorno dedicato a San michele, andai a finire io collegio e varcai il portone dell’Orfanotrofio Umberto I. Mia madre indossava uno scialle nero sulla testa che le copriva le spalle, io mingherlino piccolo con i pantaloncini corti, avevo appena sette anni e mezzo. Il primo impatto fu con don Umberto il portinaio, che ci accompagnò dal direttore che all’epoca era Ugo Ricciardi, un uomo bravissimo e di grande umanità, lo ricordo ancora adesso, abitava di fronde al duomo. Mi venne a prendere su in segreteria il maestro di clarinetto Antonio Condolucci, e salutai mia madre che piangeva. Per me incominciò nel bene e nel male la vita da serragliuolo. Nel 1945 l’istituto era diviso in due, noi alunni convivevamo con i soldati che ritornavano dal fronte. I miei dieci  anni passati all’istituto possono essere divisi in due fasi: la prima dal 1945 al 1950 fu per tutti noi ragazzi una vita di stenti, non c’era niente da mangiare, da vestire, niente coperte per dormire e, nonostante tutto si cercava di andare avanti con sacrifici e fame, quella sempre abbondante. La prima comunione l’ho fatta nel 1946, senza la presenza dei genitore, perché non glielo avevano nemmeno detto, il mio vestito era composto da un sacco fatto a pantaloni corti una camicia con una toppa dietro alla spalla un paio di zoccoli di legno e una coccarda quasi gialla. Non importa se non c’era un fotografo, io l’ho stampata nella mia mente e la vedo ancora chiara dopo quasi settant’ anni e quando ho visto le foto delle prime comunioni su nella villetta degli orfani degli anni ’60, con le divise nuove camicie bianche, cravatte e le coccarde bianche sulle braccia, per un istante ho provato vera invidia. Ho studiato solfeggio e tromba per qualche tempo,  poi sono passato alla scuola di tipografia e sono stato compagno di corso di Orazio Boccia, lì ho imparato la rilegatura dei libri, in particolare. Negli anni ‘ 50 giunse quel grande uomo di Alfonso Menna, rivoltò il Serraglio sotto sopra, in pratica lo umanizzò, apri l’officina meccanica e io fui uno dei primi con Aniello Siniscalchi, ad accedere a quell’insegnamento. La meccanica è stata sempre la mia passione, e dopo altri cinque anni di formazione uscii dall’orfanotrofio il 29 settembre del 1955 nel giorno dedicato a San Michele, dopo dieci anni.

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10 febbraio, Giorno del ricordo: i 5 libri da leggere per capire le foibe


Per capire le foibe, cosa sono state e cosa rappresentano storicamente, ecco una lista di 5 libri, tra accurati saggi storici, ricostruzioni documentarie, ma anche libri fotografici e romanzi. Da "Sopravvissuto e dimenticati" di Marco Girardo, fino al racconto di Trieste specchio del Novecento in "La città interiore" di Mauro Covacich, meglio leggere un libro per sfuggire alla retorica.
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Seconda Guerra Mondiale: a Milano una mostra la racconta, a 75 anni dalla fine


Il 1° maggio 2020 saranno trascorsi 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in Italia. Per l’occasione, il centro culturale La Casa di Vetro di Milano aprirà al pubblico, il 15 febbraio, la mostra "La Guerra Totale": un percorso attraverso gli anni più devastanti della Storia contemporanea, raccontato attraverso immagini uniche nel loro genere. Fotografia e Storia s’incontrano, riscoprendo gli scatti più suggestivi degli archivi fotografici americani.
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Giorno della Memoria: la sorella di Anna Frank e il suo diario dimenticato


Oggi ricorre la Giornata della Memoria, scelta per commemorare le migliaia e migliaia di vittime dell’Olocausto. E, quando si parla di ricordo, il Diario di Anna Frank è senza dubbio l’opera più commovente che ci sia: ma c’è un personaggio, raccontato proprio dalla piccola scrittrice, che molti hanno dimenticato. È sua sorella Margot: anche lei scrisse un diario, mai trovato.
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Oggi è il Capodanno Cinese: le origini e le leggende legate all’importante festività


Il 25 gennaio, inizia ufficialmente l’anno del Topo: cade oggi, infatti, l’inizio del nuovo anno tradizionale cinese. Il Capodanno, o Festa di Primavera, è una data estremamente significativa nel calendario orientale, che cambia ogni anno e ogni anno porta con sé un nuovo e diverso animale: perché? Qual è l’origine dell’importantissima festività che quest’anno rischia di essere dimenticata a causa dell’emergenza coronavirus.
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Amedeo Modigliani: 100 anni fa moriva il grande artista livornese


La vita e l’arte di Amedeo Modigliani conservano ancora oggi, a distanza di un secolo esatto dalla morte, un fascino senza precedenti. Fascino derivato dall'immagine di artista "dannato" e reso ancor più emblematico da capolavori unici, che non ebbero paragoni nel clima artistico europeo del primo Novecento. Tanti i racconti di Modì: ecco quello, affettuoso, del pittore Jacques Lipchitz e quello, emozionante e illuminante, fatto da Angelo Longoni nell'ultima biografia pubblicata per Giunti Editore.
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Perché Macao in Cina, dove c’è la coronavirus, è uno dei luoghi più importanti al mondo


Macao, in Cina, dove è stato annunciato un caso di coronavirus, è una località turistica, ricca di casino, uomini d'affari e storia. Dai tempi in cui era una colonia portoghese, la sua posizione è strategica per Pechino, da cui dipende amministrativamente. Con la vicina Hong Kong condivide un alto livello di autonomia dalla Repubblica popolare cinese, almeno fino al 2049.
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Raffaello, dopo 500 anni la sua morte è ancora un mistero: sifilide o avvelenamento?


Il protagonista assoluto di questo 2020 sarà Raffaello: quest’anno, infatti, ricorre il quinto centenario dalla scomparsa del genio urbinate. Il 6 aprile 1520, lo stesso giorno del suo compleanno, il Sanzio muore dopo quindici giorni di febbre e salassi inutili. La reale causa della malattia resterà però un mistero: le ipotesi sono affascinanti, e contribuiscono a farci conoscere meglio anche la sua vita al di là dell’arte.
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Osho: 30 anni fa moriva il controverso leader spirituale degli “uomini arancioni”


Il 19 gennaio del 1990 moriva una delle personalità più controverse dell’ultimo secolo: si tratta del Guru e maestro spirituale indiano Osho, noto ancora oggi in tutto il mondo per i suoi insegnamenti volti alla conquista di una vita assolutamente libera. Ma Osho, negli anni Ottanta, fu famoso anche per il legame con i suoi "uomini arancioni" e con alcuni fatti di cronaca che sconvolsero gli Stati Uniti. Ecco la sua storia.
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‘O Sole mio: 100 anni fa moriva Giovanni Capurro, autore della famosissima canzone napoletana


Il 18 gennaio 1920 muore, a Napoli, Giovanni Capurro. Giornalista e poeta, Capurro muore in quella stessa città a cui aveva regalato uno dei suoi "inni" più celebri: 'O Sole mio. Una canzone leggendaria, portata al successo anche grazie al talento di Ernico Caruso: ma quando venne pubblicata, nel 1898, 'O Sole mio non ebbe tutto il successo sperato. Ecco la sua storia, e quella del suo dimenticato autore morto un secolo fa.
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Harry e Meghan rinunciano alla corona: i 5 scandali a corte più famosi di sempre


La decisione di abbandonare la Famiglia reale britannica, da parte del Harry e di sua moglie Meghan, non è il primo colpo di scena che vede protagonista la Royal Family. Dall'abdicazione di Giorgio VIII alla morte della principessa Lady Diana, passando per "il discorso del Re" e il caso Epstein: tutti i momenti storici in cui la corona inglese ha rischiato grosso.
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La Terza guerra mondiale: 5 volte in cui il mondo ha già rischiato grosso


Dopo l'uccisione di Soleimani in Iran da parte degli Usa e la "feroce vendetta" messa in atto da Teheran in queste ore contro le basi militari americane, è tornata di moda l'espressione Terza guerra mondiale. Lo scenario, giudicato improbabile dai maggiori esperti internazionali, in passato è stato sfiorato in diverse occasioni. Dalla guerra di Corea alla crisi dei missili a Cuba: tutte le volte che il mondo è stato sull'orlo dell'abisso.
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Beethoven 2020: tutte le celebrazioni per i 250 anni del genio “sordo” della musica


Nel 2020 si festeggeranno i 250 anni dalla nascita di Ludwig Van Beethoven, il genio musicale che nonostante la sordità compose l"Inno alla gioia" pochi anni prima di morire, a Vienna, dove è tuttora sepolto. Dalla sua città natale, Bonn, a Parigi, Londra e New York: tutte le celebrazioni per il compleanno del grande compositore.
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7 opere sulla strage di Piazza Fontana: libri, poesie, teatro, canzoni per non dimenticare


Il 12 dicembre ricorrono i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. Capire un pezzo così complesso del mosaico che compone la storia dell’Italia dell’ultimo secolo, non è cosa facile: ci abbiamo provato ricordando le opere letterarie e poetiche attraverso le quali è possibile rileggere quella storia in modo diverso. Da Pasolini a Dario Fo, passando per i fumetti della Bonelli e per le ricerche di Deaglio e Cucchiarelli, ecco 7 opere da leggere per capire piazza Fontana.
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La bomba di Enrico Deaglio: “Strage piazza Fontana può ripetersi, Pinelli eroe”


Intervista a Enrico Deaglio, autore per Feltrinelli de "La bomba. Cinquant'anni di Piazza Fontana". Il giornalista e scrittore racconta a Fanpage.it, in un libro denso di notizie e documenti inediti, cosa accadde il 12 dicembre del 1969 a Milano. E aggiunge: "Oggi l'Italia è più forte di allora. Ma il fatto di aver avuto Salvini ministro dell’Interno fino a pochi mesi fa, deve spaventare chiunque".
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Il 10 dicembre è la Giornata mondiale dei Diritti Umani: ecco perché


Ogni 10 dicembre, dal 1950, si celebra la Giornata mondiale dei Diritti Umani. Una data importantissima, scelta all’indomani del secondo conflitto mondiale e alla luce dell’emanazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, per ribadire il valore fondamentale di parole come “libertà” e “dignità”. Quest’anno l’attenzione è però rivolta in modo particolare ai giovani: sono loro a doversi alzare in piedi contro le discriminazioni e le iniquità a cui ancora oggi ci pieghiamo.
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La vera storia di San Nicola di Bari, il Babbo Natale legato al “Sinterklaas” olandese


Un mistero internazionale avvolge la figura di Babbo Natale. Nei secoli, da San Nicola di Bari è arrivato in Olanda, dove sotto il nome di Sinterklaas è approdato negli Stati Uniti con la scoperta delle Americhe. Qui è diventato Babbo Natale che tutti conosciamo: ecco il mitico viaggio di Santa Claus in giro per il mondo e nei secoli.
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Furto gioielli Dresda: perché la “Gruene Gewoelbe” è la più grande collezione in Europa


La sala dalle Volte Verdi nel Castello di Dresda è il museo dove è conservata la più grande collezione di gioielli antichi d'Europa. Dal Diamante verde alle corone di Sassonia e Polonia, sono diversi i tesori contenuti alla "Gruene Gewoelbe" che stanotte è stata presa di mira dai ladri per quello che è già stato definito il "più grande colpo d'arte dal Dopoguerra ad oggi".
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