Voci dal Serraglio: Donato Di Stasi Rubrica a cura di Olga Chieffi

Le memorie di un istitutore

Gli sguardi rivolti all’ istituto che domina la città si tingono di nostalgia. Sarebbe bello invitare all’inaugurazione dell’Auditorium che ne occupa gli spazi i maestri che si formarono in quel prestigioso magistero musicale

 

Di Donato Di Stasi

Ogni volta che passo vicino all’ex Orfanotrofio Umberto I sito in via De’ Renzi, o che lo osservo dal Lungomare o ne leggo il nome, provo un’emozione unica e sempre intensa, che mi porta a tempi passati, ma che nel mio cuore sono sempre presenti e legati a fatti e persone indimenticate ed indimenticabili. Sono convinto che i miei ricordi ed i miei sentimenti siano molto simili a quelli molto diffusi nel cuore di tantissimi salernitani, della città e della provincia, sebbene con motivazioni ed intensità diverse. Quello che tale Orfanotrofio è stato, è parte importante della Storia di Salerno e dei Salernitani e vorrei tanto che quel complesso divenisse di nuovo centro e punto di riferimento per la città ed entrasse almeno un poco nel cuore di tutti, specie di quelli che non sanno che cosa è stato nel passato. I miei ricordi partono dal 7 gennaio 1964, quando io, appena ventenne, diplomato ed iscritto alla Facoltà di Lettere, iniziai a lavorare in quell’Istituto e, studente – lavoratore, vi rimasi fino al 1967 incluso. Svolgevo le funzioni di Istitutore, naturalmente non di ruolo. Percepivo un stipendio di 30.000 lire al mese (una bella cifre allora!), oltre a vitto ed alloggio, con obbligo di pernottamento nella camerata (piuttosto affollata) dei ragazzi. Lì, durante quegli anni, ho fatto le esperienze umane e sociali più importanti e formative della mia vita, che mi hanno aiutato poi, e non poco, in tutto, ma particolarmente nel mio ruolo di genitore e docente. C’erano in quell’istituto centinaia di ragazzi, in alcuni periodi anche 700, dai sei anni e fino ad oltre venti, alcuni orfani, altri no, ma tutti bisognosi specialmente di affetto e di guida. Ognuno aveva la sua storia, i suoi problemi, e non da poco, e spesso anche le sue tragedie. Ricordo che, in talune circostanze, Alfonso Menna, uno dei grandi Sindaci di Salerno, ma allora anche Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Orfanotrofio, che, prima e meglio di me aveva studiato pedagogia e psicologia, con la stessa premura ed attenzione di un padre, spesso alla presenza anche di Padre Beda De Simone e del Rettore, mi chiedeva: “…ma i pedagogisti e gli psicologi come consigliano di comportarci in casi come questo?”. Com’era difficile aiutare quei ragazzi; spesso la teoria sembrava semplice, ma la pratica era sempre complicata. Nell’Umberto I di quegli anni si rifletteva l’altra immagine dell’Italia, non quella del boom economico, ma quella della povertà, delle difficoltà, dell’abbandono, non rassegnata, però, ma dignitosa, fiduciosa nelle proprie volontà e capacità e convinta di poter vivere anch’essa riscaldata dalla luce del sole e confortata da una giusta felicità e coronare i propri sacrifici attraverso una vita onesta e dignitosa. Intanto, purtroppo, non mancarono le disillusioni e le debolezze. Però ricordo che in moltissime situazioni la cosa che ci aiutava tantissimo era il dialogo con i ragazzi, era l’unico modo per non farli sentire soli, per aiutarli a vivere e ad affrontare le vicende, anche non belle, con una certa serenità e consapevolezza. Solo il dialogo, specialmente quando è confortato dalla fiducia reciproca, consente di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il serio dall’ingannevole, l’umano dal volgare, e permette di immaginare dei percorsi di vita e dei ruoli umani e sociali che permettano di vivere a fronte alta e di parlare con la faccia e la coscienza pulite. La domenica, giorno di visita dei familiari; per molti era una festa, con la mamma e/o altro familiare, che, partendo anche da molto lontano, per esempio da Camerota, portavano affetti, un bacio, i biscotti; ma per tanti, troppi, mancava anche quello e c’era il dolore di rimanere soli anche la domenica. Non raramente capitava che noi istitutori, di ruolo e non, ce ne portavamo qualcuno a casa nostra per far respirare loro, sebbene per un poco, il calore di una famiglia. Siccome la mia famiglia viveva a Felitto ed io non avevo la macchina, portavo qualche ragazzo con me il fine settimana o durante le vacanze. Io ho ringraziato sempre Dio per aver avuto l’opportunità di vivere per alcuni anni nella grande Famiglia dell’Orfanotrofio Umberto I. Tutti quei ragazzi, spesso anche opportunamente aiutati e guidati, erano molto volenterosi e, superati anche i momenti di sconforto e malinconia, erano bene intenzionati ad apprendere un mestiere, una professione, un’arte, che consentisse loro di vivere un dignitoso futuro, Alcuni da apprendista frequentavano, all’interno dell’Istituto, la Falegnameria, o la Sartoria, o la Calzoleria, i cui Maestri, con l’aiuto dei discepoli, provvedevano al fabbisogno continuo di quella numerosa famiglia. Altri frequentavano, invece, la Tipografia interna, nota in tutta la regione per i suoi pregevoli ed artistici prodotti. E non a caso quest’arte è stata poi praticata con merito, onore e gloria da alcuni valenti Salernitani, già allievi dell’Umberto I. Altri ancora, frequentavano l’annessa Scuola di Ceramica. Tanti giovani nel tempo hanno onorato con il loro abile ed intelligente lavoro non solo quelle Arti, ma anche la città di Salerno e la Campania. Ma moltissimi giovani ospiti dell’Umberto I, inoltre, seguiti da valentissimi Maestri, frequentavano le aule dell’annesso Conservatorio, ivi già presente allora, sebbene come sezione staccata di quello di Napoli. E c’era anche la Banda, che non solo era presente a tutte le più importanti manifestazioni nella città di Salerno, ma, specialmente d’estate, era molto impegnata ovunque e sempre riscuoteva successi, apprezzamenti e simpatie. E fu proprio allora che io mi avvicinai alla musica e me ne innamorai e le mie ore più belle, libere dal lavoro, erano quelle che trascorrevo in “Sala Concerti” ad assistere alla prove di quella Banda – Orchestra diretta dal maestro Amaturo. Tantissimi ragazzi, con impegno e sacrificio, si diplomarono e divennero veri Maestri di Clarinetto, di Oboe, di Fagotto, di Tromba, di Basso, di Flicorno di Saxofono, di Pianoforte e di tanti altri strumenti. In certe ore passeggiando nella Villetta si veniva allietati a lungo dal suono dei tanti strumenti suonati dai ragazzi, strumenti che intanto erano diventati parte integrante ed essenziale della personalità e della loro vita. Quei giovani, grazie alla loro preparazione ed alla loro bravura, trovarono poi collocazione stabile e brillante nelle più prestigiose Bande ed Orchestre italiane, come nella banda dei Carabinieri, in quella della Finanza, in quella dell’Esercito, oppure nell’Orchestra della Scala, o in quella del San Carlo, o in quella di Santa Cecilia, o in quella della Rai, ed in altre altrettanto prestigiose. Mi capitò spesso, durante gli anni settanta, incontrare a Roma, o sul treno della linea Salerno – Roma, giovani Maestri formati nell’Umberto I di Salerno, oppure, poichè insegnavo a Bergamo e capitavo spesso a Milano, li incontravo in questa grande città. Divertente ma anche emozionante fu una volta l’incontro a Piazza Duomo con Romano Parisi ed alla mia domanda cosa facesse a Milano mi rispose che viveva a Milano perché suonava alla Scala. Non dimentico, poi, quei tantissimi bravi Maestri che hanno brillantemente insegnato Musica nelle scuole del Salernitano ma anche dell’Italia intera. Alberto Moscariello ed il compianto Cassio Cosimo Prinzo vennero ad insegnare Musica anche a Felitto. Quanti giovani provenienti dall’Umberto I hanno onorato Salerno e la Campania nel passato e continuano ancora a farlo. Solo per questi brevi cenni di ricordi personali, l’Umberto I° dovrebbe essere per Salerno ed i Salernitani un luogo sacro da onorare in ogni momento. Proviamo a chiederci: quante persone, che oggi vivono in tutto il Salernitano ed anche altrove, sono state in quell’Orfanotrofio e ne portano nel cuore ricordi belli e meno belli, ma sicuramente vissuti anche con nostalgia e con un alto senso della comunità e della fratellanza? Tante migliaia. Sono certo che tantissime persone ogni giorno, passeggiando per il Lungomare e volgendo lo sguardo verso il rione Canalone ed osservando la torretta dell’orologio di quello che fu “il Serraglio” prima e l’Orfanotrofio Umberto I° poi, provano nell’animo sentimenti di forte emozione. A volte, quando meno me lo aspetto, mi accorgo di pensare a quegli anni e ricordare tante cose, che mi rallegrano o mi rattristano, ma sempre piacevoli e gradite. E ricordo la gioia dei ragazzi che la domenica accompagnavo allo stadio Vestuti ad assistere alla partita della grande Salernitana di Pierino Prati e Tom Rosati; e ricordo gli Istitutori ( Birra, Caso, Fasulo, Gregorio, Melchionna, Roberto, Trimarco), che si adoperavano ed impegnavano per i ragazzi o che, talvolta, temevano che il ragioniere Vitale potesse distribuire lo stipendio con ritardo oppure, che il dottore Scarpetta potesse fare l’orario di lavoro non proprio rispondente ai loro desideri; e ricordo don Giacinto Danise, che gradiva fumare in particolare le sigarette che gli offrivamo noialtri; e ricordo l’infermiere Lambiase, che un giorno imprecava  in modo molto risentito contro un albero, reo di essersi trovato proprio là dove era uscito di strada con la macchina. E ancora, i cari custodi, Benito, (detto don Helenio per il suo tifo per la grande Inter), calmo e tranquillo ma che spesso sportivamente si attaccava con Mastro Gipo, (cioè Antonio Gregorio, detto così perché tifoso del Milan); Monetti, dalla parlantina facile e simpatica, ma il più caro era Giovanni Menna, che spesso ho poi incontrato mentre faceva il giro della Valle del Calore in bicicletta, con partenza ed arrivo  a Salerno; Giovanni fece pure il giro d’Italia in bicicletta, presentato anche alla TV; un vero eroe Giovanni, se pensiamo che aveva una sola gamba! E ricordo ancora il Rettore Ricciardi, specie per gli utilissimi consigli che mi diede, e padre Beda De Simone e le suore, che spesso volevano fare la voce grossa, ma dimostravano subito di avere un cuore tenerissimo. Io, per un motivo o per un altro, prima o poi, ho visitato tanti Paesi della Provincia di Salerno ed ogni volta ricordavo ragazzi che erano stati all’Orfanotrofio; sono convinto che tutti i Comuni Salernitani hanno avuto almeno un loro figlio all’Umberto I. Ho saputo che in quegli spazi sono state realizzate delle Sale Concerto – Auditorium belle e moderne, ma che ancora non sono state inaugurate. Quanto mi piacerebbe che i responsabili e quelli che ne hanno la disponibilità e l’autorità organizzassero dei Concerti riservati a coloro i quali in passato hanno preso parte, a vario titolo, alla grande famiglia dell’Orfanotrofio; e non solo, ma invitassero a esibirsi quei grandi Maestri che là si sono formati e che oggi sono ovunque molto amati ed apprezzati. Sarebbe tanto bello che almeno per un giorno la grande famiglia dell’Umberto I si ritrovasse affettuosamente in quel luogo così importante nella vita di ciascuno e legato a tanti ricordi. Sarebbe un giorno di un’insolita ma importantissima festa che solo chi è stato là può veramente vivere nel proprio cuore, che dovrà essere anche forte per sostenere quel turbinio di emozioni e sentimenti che al solo pensiero provoca tanti piacevoli brividi.

 

 

 

 

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Mibact: sospese domeniche gratuite al museo

È stata pubblicata nella giornata di sabato in Gazzetta ufficiale l’ordinanza del Ministero della Salute che sospende le domeniche gratuite al museo. Il provvedimento è stato preso a seguito della segnalazione da parte del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo della necessità, in attuazione delle misure di riduzione e contenimento del rischio connesso all’emergenza sanitaria da Covid-19, di sospendere l’efficacia delle disposizioni regolamentari sull’accesso gratuito ai musei e agli altri istituti e luoghi della cultura la prima domenica del mese. L’ordinanza del Ministero della Salute è motivata in considerazione dell’evolversi della situazione epidemiologica a livello internazionale e il carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia da Coronavirus.

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Le reliquie di San Giovanni XXIII ai Cavalleggeri Guide

di Monica De Santis

Nei giorni scorsi la “Sacra Lipsanoteca” (Ufficio per la Custodia delle Reliquie, ndr) della Curia Metropolitana dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, ha concesso due reliquie ex indumentis di San Giovanni XXIII Papa, Patrono dell’Esercito Italiano, per la venerazione nelle Chiese Militari di Salerno e Caserta. Papa Giovanni XXIII lo ricordiano è stato il 261º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (il 260º successore di Pietro), primate d’Italia e 3º sovrano dello Stato della Città del Vaticano (accanto agli altri titoli connessi al suo ruolo). Fu eletto papa il 28 ottobre 1958 e in meno di cinque anni di pontificato riuscì ad avviare il rinnovato impulso evangelizzatore della Chiesa Universale. Già terziario francescano e cappellano militare durante la prima guerra mondiale, è stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. È stato poi canonizzato il 27 aprile 2014 insieme con Giovanni Paolo II da papa Francesco. Le due reliquie sono state destinate rispettivamente al Reggimento Cavalleggeri Guide (19°) in Salerno ed all’8° Reggimento Bersaglieri in Caserta che, durante l’Operazione “Leonte XXV” nell’ambito della Missione Unifil in Libano (2018-2019), hanno concorso in maniera importante all’allestimento ed alla successiva inaugurazione della Chiesa “Maria Decor Carmeli e San Giovanni XXIII Papa” nella Base ONU di Shama, sulla Blu Line, ad oggi prima ed unica Chiesa di Rito Latino in Medio Oriente ad essere dedicata al Papa Buono. La concessione delle reliquie ha voluto significare anche la gratitudine per la sinergia instauratasi tra la Diocesi di Salerno e la Brigata Bersaglieri Garibaldi nel ponte di solidarietà “Italia-Libano” già dal 2015 e, tuttora attivo attraverso le iniziative promosse dalla Caritas. La donazione delle reliquie, in concomitanza con le celebrazioni per il 150° anniversario della “breccia” di Porta Pia, ha idealmente segnato la reciproca e collaborativa attenzione che le istituzioni religiose e militari esprimono nel supporto alle popolazioni afflitte da situazioni di guerra e povertà in ogni parte del mondo.

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Musei aperti per le Giornate Europee del Patrimonio

di Monica De Santis

E’ stato presentato, ieri mattina, il calendario delle iniziative delle Giornate Europee del Patrimonio 2020 che si terranno oggi e domani sul territorio di Salerno. Nella sede della Soprintendenza ABAP diretta da Francesca Casule, a palazzo “Ruggi”, hanno partecipato Michele Faiella Rosa Carafa, Rosa Maria Vitola e Salvatore Amato per l’Archivio di Stato di Salerno. Le Giornate Europee del Patrimonio 2020 sono dedicate al tema dell’educazione. Gli istituti museali statali osserveranno gli orari di apertura ordinari, con i consueti costi (e le agevolazioni e gratuità previste per legge) per le aperture diurne di sabato 26 e di domenica  27 settembre. L’apertura straordinaria serale di sabato 26 settembre sarà di 3 ore, con biglietto di ingresso, al costo simbolico di 1 euro (eccetto le gratuità previste per legge). Per l’occasione la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ha organizzato le aperture straordinarie del Complesso Monumentale di San Pietro a Corte Ipogeo e Cappella sant’Anna dalle 20 fino alle 23, Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana dalle 17 alle 23. A Minori Villa Romana sabato 19.30 fino alle 22.30, a Sala Consilina Museo Archeologico dalle 20 .00 / 23.00 . A Buccino Museo Archeologico Nazionale “Marcello Gigante” sabato 15.30 fino alle 22.30 “Storie di Uomini e di Dei dal Museo di Volcei” / Visite guidate,  condotte dalla direttrice del museo, sul filo delle storie di uomini e di dei che i nostri materiali permettono di narrare. Un racconto del passato per bambini ed adulti, un modo di vedere il museo come un grande libro di favole. Al Museo Archeologico di Pontecagano “Il restauro della tomba della donna con ombrellino”dalle 11 alle 13 Nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio si presenta al Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano il restauro della tomba dipinta 9890, nota come tomba della donna con ombrellino. Rinvenuta durante le indagini condotte dalla Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino nel 2017, grazie all’accordo con la Direzione Regionale Musei della Campania la sepoltura è stata trasportata e rimontata al Museo. Databile alla seconda metà del III sec. a.C., la tomba si caratterizza per le pitture che decorano le pareti interne. Al Museo Civico di Montesano sulla Marcellana, alle ore 9:30, si presenteranno le GEP presente al Palazzo Gerbasio. A seguire, si potrà visitare la Mostra allestita al piano nobile del Palazzo, appositamente per l’occasione. La mostra sarà visitabile fino alle ore 17:30, a seguire Geppino D’Amico terrà una riflessione storica sui Moti del 1820-’21.

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Caso-Suarez: tutti gli allievi celebri dell’Università per Stranieri di Perugia


L'Università per Stranieri di Perugia, finita al centro del caso-Suarez, è una prestigiosa accademia dove in passato si sono formate diverse celebrità del mondo delle arti, delle scienze e della politica. Dalle star di Hollywood ai politici di lungo corso britannici: ecco tutti gli allievi celebri che hanno frequentato la più antica e prestigiosa istituzione italiana impegnata nella diffusione della cultura italiana nel mondo.
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Voci dal Serraglio: Salvatore Capone rubrica curata da Olga Chieffi

                                                    Il piccolo Pelè

Tutti sognavano di indossare la maglia n°10 di ‘ O Rey, e il piccolo calciatore di allora la conquistò e la onorò in una tiratissima sfida con la squadra della Don Bosco

Di Salvatore Capone

Piccolino fui portato in istituto, e la tristezza mi ha  accompagnato, nei miei anni trascorsi all’Orfanotrofio Umberto I. Ricordo Vincenzo Sica eravamo insieme in  quinta camerata,  l’istitutore  Antonio Mastrogiovanni  sempre cordiale e sempre affettuoso, Gennaro Maiorano da tutti chiamato il (nonno) per la sua avanzata età, poi  Ernesto Fasulo , infine, lui una grande persona carico di affetto e di dolcezza, un padre il professore Antonio Gregorio, lui ha dato tanto a noi ragazzi ci ha sempre aiutati e protetti, guai chi ci toccava, ricordo anche qualche capo scelto quale Silvio Porcelli, trombettiere, era lui che la mattina e la sera ci richiamava all’adunata, tanti ricordi, tra i quali, di molti ho perso la memoria, non bellissimi, come credo lo sia per la maggior parte di tutti noi. Un aneddoto e fresco e vivo nella mia mente e, ancora oggi, mi dà piacere il riviverlo e  il raccontarlo. Correva l’anno 1969, una delle mie passioni era giocare a calcio e, a detta di tanti, giocavo bene. Ricordo con entusiasmo le tante partite nella villetta,  con tutti noi a giocare e  tante squadre  a rincorrere una palla di pezza, un ciotola di latta della famosa carne Simmenthal, che dopo averla mangiata la si schiacciava in modo da poterla calciare, e non dimentico il pezzo di legno quadrato che chiedevamo al falegname che lui sorridendo ci regalava. Il professore Gregorio tifoso accanito del Milan e, abbastanza padrone della materia, pensò bene di scrivere una squadra di calcio ad un campionato esterno. La felicità di noi ragazzi fu indescrivibile, ma come tutte le cose bisognava fare una selezione che il professore fece, tutti noi ci mettemmo in mostra ed io molto speranzoso ambivo ad un posto da titolare. Il professore  ci portò tutti sul campo e ci fece fare una sorta di provino, immaginate l’emozione la speranza di  essere uno dei prescelti. Fatta la selezione il professore Gregorio dopo alcuni giorni scelse quindici oppure venti ragazzi di età compresa tra 12\14 anni, pensate come li ho trascorsi quasi non dormivo ero molto fiducioso ma pensieroso mi avrà scelto?, il dilemma fu subito sciolto, fui scelto e la gioia mi animò. Il professore molto attento e ligio   incominciò gli allenamenti,  furono comprati i completi, era il sessantanove quando il  Brasile  giocava un calcio stupendo e tutti volevamo essere dei Pelè, le magliette  dei colori della magica squadra, verde-oro, che spettacolo e quanta gioia nei nostri occhi poterle indossare. Inizio del campionato, arrivò il giorno della prima partita, il professore fece le convocazioni ufficiali e incomincio ad assegnare  le magliette, un’altra grande attesa ed emozione io giocavo in attacco, ma ancora non mi assegnò il ruolo  vi lascio immaginare quale numero di maglia  tutti noi ambissimo? Questo ricordo ancora oggi mi rende orgoglioso felice a me toccò il mitico numero dieci. Mi risuona ancora in mente ancora la voce del professore Gregorio: “ Salvatò , solo tu la puoi indossare questa maglia!”. Rimasi di stucco non tanto per il numero, ma per le parole dette dal Professore Gregorio, che mi emozionarono rendendomi  orgoglioso e felice, ma anche il carico di responsabilità di giocare con la maglia di Pelè, che ancora oggi mi vengono i brividi. Iniziò il campionato e la prima partita in casa, la vincemmo uno a zero ed eravamo tutti felici, la seconda partita la giocammo in esterno contro la squadra Don Bosco in quegli anni la squadra da battere,  i Salesiani dove tutti noi  abbiamo sicuramente giocato e  dove mi recavo quando non ero in istituto. Squadra forte la Don Bosco e tutti eravamo non dico già perdenti ma sapevano che incontravamo una squadra favorita. Inizia la sfida e alla mezz’ora del primo tempo passiamo in vantaggio con un mio goal e così si concluse il primo tempo, inizio del secondo tempo pareggia la Don Bosco, così finì la partita uno a uno e noi contenti avevamo pareggiato contro la più forte, rientrammo in istituto. Dopo qualche giorno il professore Gregorio mi chiama dicendomi che la squadra del Don Bosco aveva presentato reclamo contro di me, rimasi ammutolito senza parole e dispiaciuto tantissimo è non mi spiegavo il perché, il professore mi disse vediamo che è successo io non avevo idea, la partita successiva non venni convocato in attesa di sentenza sul reclamo presentato, stavo malissimo per questa situazione, venne il momento del verdetto, ero già tesserato per la Csi dei salesiani e fui squalificato per sei mesi: a quel tempo all’oratorio dei salesiani tutti i ragazzini venivano  tesserati si  è come tanti anch’io fui tesserato ma non lo ricordavo perché piccolo. Ecco questo momento di ricordo mi emoziona ancora oggi e il mio pensiero va al grande Gregorio  un uomo  che dell’ amore e del benessere  per i piccoli ne ha fatto una sua ragione di vita.

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Voci dal Serraglio: Luciano Trapani rubrica a cura di Olga Chieffi

Una Fredda Giornata d’autunno

La speranza di vedere e poter toccare la neve. Un istante di felicità dopo un’amara giornata di novembre nella gabbia dell’Orfanotrofio Umberto I

di Luciano Trapani

L’infanzia dovrebbe essere per chiunque il periodo più bello della vita ma, questo privilegio non è riservato a tutti e, prima di dare un accenno all’unico periodo breve, ma triste, della mia fanciullezza desidero premettere che, tutto sommato mi ritengo fortunato rispetto a quei compagni che, per lunghissimo tempo, non hanno mai sentito il calore del focolare domestico. Per tutti è stata un’esperienza molto dolorosa ma, nonostante tutto, paradossalmente alcuni ne hanno tratto dei notevoli benefici. Infatti, grazie al rinomato conservatorio musicale, alla tipografia, alla sartoria e ad altre opportunità offerte dal collegio, molti sono rientrati nel mondo reale con un diploma o con una qualifica di operaio specializzato. La passione e la perseveranza, dedicata allo studio e all’apprendimento delle arti, li ha premiati. Quel pesante portone finalmente si spalancava per inserirli in quel mondo tanto agognato, del lavoro e della famiglia, proiettati con speranza e determinazione verso un futuro sempre migliore. Vorrei però esprimere la mia solidarietà nei confronti di coloro i quali, per arcani motivi della vita non hanno avuto la medesima fortuna e sono invece rimasti segnati profondamente da ferite mai del tutto rimarginate. Le ragioni possono essere molteplici e giustificabili ed ogni giudizio in merito sarebbe superfluo. Ciò che voglio raccontare della mia breve permanenza in collegio è il ricordo di una fredda giornata d’autunno. Un autunno ormai inoltrato, dal momento che eravamo alla fine di novembre del 1961. Era di venerdì, il giorno più odiato da tutti. Dovevamo alzarci presto, ossia quand’era ancora buio per recarci alle docce. Una volta alla settimana era d’obbligo un completo lavaggio del corpo e chi si asteneva continuando a dormire o a nascondersi veniva ugualmente scoperto e dopo la doccia severamente punito. Di solito si restava senza colazione, ma non mancavano certo gli sganassoni, le tirate d’orecchio o qualche sonoro ceffone. Le docce erano deprimenti! Intanto bisognava farla in due sotto lo stesso soffione perché eravamo in tanti e bisognava far presto. Per detergente trovavamo ai nostri piedi pezzi di sapone con i quali una volta le mamme ci facevano il bucato. Per me l’odore era nauseante! La cosa peggiore era l’acqua che scendeva dai soffioni. Inizialmente era freddissima per poi diventare improvvisamente bollente. Colpa della caldaia che era vecchia e malfunzionante. Quello che mi stupiva però era la pretesa dell’istitutore che nessuno di noi uscisse da sotto la doccia, fredda o bollente che fosse. Dovevamo insaponarci e risciacquarci in fretta per far posto agli altri che nudi e tremanti aspettavano il loro turno. Dopo la doccia (se così si può definire) ci veniva dato come asciugamano un lenzuolo di cotone che al contatto con la pelle ci faceva rabbrividire dal freddo. Pochi secondi per asciugarsi poi bisognava vestirsi più in fretta possibile. Sembravamo più puliti anche se l’odore del sapone ci rimaneva attaccato addosso e ci facevano indossare i medesimi vestiti. I capelli restavano bagnati, ed in ogni caso andavano pettinati. Il venerdì mattina dopo la doccia eravamo così spossati ed infreddoliti che solo una tazza di latte bollente ci avrebbe rinfrancato lo spirito! Già, quel latte il venerdì mattina era un vero toccasana anche se il pane non era mai fresco di forno ma del giorno precedente e talvolta anche di più. Dopo la colazione, tutti in fila per l’appello e guai chi si distraeva e non rispondeva. Poi, dritti verso la scuola. Ricordo quel venerdì per il freddo pungente che faceva. Tra compagni scherzavamo pensando a come sarebbe stato bello vedere la neve perché nessuno l’aveva mai vista. Eravamo molto piccoli, sette anni era l’età media della mia camerata. Il maestro Beatrice (nome alquanto evocativo per Dante Alighieri che ne descrisse le grandi virtù) ci attendeva con la solita riga di legno a portata di mano e mentre entravamo in classe non gli dispiaceva dare qualche scappellotto senza giustificazione. Lo faceva di gusto e per intimidirci. La lezione durava 5 ore durante le quali più che imparare assistevamo alle consuete punizioni corporali che c’infliggeva il maestro. Ad onor del vero di quell’anno non ricordo una poesia, una lettura che mi fosse rimasta impressa ma ho memoria di un giorno in cui, durante una lezione di disegno, per un banale errore presi un ceffone così violento alla nuca che mi fece urtare il naso sul banco. Sanguinai dal naso per più di mezz’ora aiutato solo dai miei compagni di classe. Lui era così arrabbiato che picchiò anche altri compagni, ma non con la riga di legno bensì con un tubo di gomma, prima sulle palme e poi sui dorsi delle mani. Non vedevamo l’ora che arrivasse l’estate per tornare a casa ma soprattutto per liberarci dell’aguzzino che più che un maestro era solo una persona perfida e crudele. Quel venerdì all’uscita di scuola caddero tanti fiocchi di neve che però si sciolsero rapidamente ma noi ne fummo lo stesso felici. In quei giorni bui e senza senso bastava veramente poco per renderci felici. L’ora di pranzo era un’ulteriore sofferenza. Il cibo non era gradito a nessuno ma quando si ha fame non si va tanto per il sottile. Non ci spaventavano nemmeno le formiche che trovavamo dentro al pane o tra i tovaglioli. La frutta? Sempre mele, anzi una mela, piccola ma buona. Era ora di tornare in camerata e da questa di nuovo in classe per i compiti pomeridiani. Il maestro Beatrice per fortuna il pomeriggio non c’era e quindi, dopo aver terminato in fretta i compiti, facevamo tutt’altro. Cantavamo, parlavamo dei nostri genitori oppure. facevamo le collane di carta. Alle 17.00 di sera, talvolta, ci portavano a vedere la tv dei ragazzi, poi a cena, che non era tanta diversa dal pranzo. Talvolta sotto al tovagliolo molti trovavano qualche fetta di provolone semi ammuffito che nessuno mangiava per poi ritrovarle nei giorni e nelle settimane successive finché del tutto deteriorate non venivano buttate via. La sera il rientro in camerata era piacevole solo se ad aspettarci c’era il nostro bravo istitutore Gregorio, altrimenti, dopo il consueto appello, si passava al controllo della giubba e dei pantaloni che indossavamo, nonché delle mani per vedere se fossero sporche. Comunque, puliti o sporchi ci punivano e ci picchiavano lo stesso. La cosa peggiore che potessero fare alcuni istitutori era quello di rendere cattivi anche alcuni ragazzini scelti a caso per farci da caposquadra. Alcuni diventavano a loro volta dei piccoli aguzzini. Andare a giocare nella villetta, era il nostro unico svago serale. Quando non era cattivo tempo ci andavamo spesso. Lì sfogavamo con un pallone tutta la rabbia covata durante tutta la giornata, ma c’era anche chi si metteva in disparte a guardare il mare e le navi in lontananza e magari col pensiero fisso a casa. L’ultima nota dolente era il ritorno in camerata per andare a dormire. Alle nove si spegnevano le luci ed anche se non avevi sonno c’era chi controllava se avevi gli occhi chiusi imponendoti di dormire. In tutte quelle interminabili notti erano pochi quelli che si addormentavano subito. Anche con gli occhi chiusi restavamo svegli, per ore ed ore, pensando a casa, alla mamma, ai fratelli, ai nostri amici più fortunati che nulla sapevano di noi e che, magari, ci avevano pure dimenticati. Ci chiedevamo perché quell’esperienza fosse capitata proprio a noi ma, soprattutto, quando sarebbe finita tutta quella farsa infarcita di cinismo, stupidità e crudeltà. Ad una certa ora anche gli aguzzini si  addormentavano, ma io continuavo ad essere sveglio. E giuro che di pianti nella notte ne ho ascoltati tanti, anche il mio. Avevo un fazzoletto profumato di rosa che mi diede mia madre il giorno in cui con una piccola valigia mio padre mi condusse in collegio, era il 21 marzo 1961 (il primo giorno di primavera). Non l’ho mai sporcato nemmeno con le lacrime ma lo tenevo di notte accostato al naso per sentire il profumo di mia madre. Mi sembrava di essere a casa accanto a lei. Grazie a mia madre, dopo due anni e più, tornai a casa contro il parere di mio padre. Lei aveva letto tutto il dolore e le sofferenze che mi portavo dentro. Alcune cose gliele raccontavo, altre le capiva da sola. Era malata di cuore e si sentiva in colpa per me. Mio padre mi aveva messo in collegio proprio per evitarle troppe fatiche ed a mia madre disse che mi trovavo bene e che ero contento perché avevo tanti amici. In verità era questo che credeva anche mio padre ma non era così. Nell’ultima visita che mia madre mi fece, mi trovò pallido, dimagrito e senza calzini in pieno inverno. Avevo anche la voce rauca e tossivo tanto. Arrabbiata voleva che tornassi a casa lo stesso giorno, ma mio padre la convinse a farmi terminare l’anno scolastico, ignorando chi fosse il maestro Beatrice, Questo era solo un giorno, uno dei tanti vissuti in quel collegio di cui solo oggi comprendo lo pseudonimo attribuitogli nel tempo, ossia serraglio. Nessun bambino dovrebbe vivere un’avventura simile. La fanciullezza è una cosa sacra, va coltivata e condivisa con l’amore dei propri genitori e quando questi mancano, il collegio o qualsivoglia istituzione si dovrebbe far carico di sostituirli, esternando loro il medesimo affetto con la stessa intensità e la medesima tenerezza. Oggi non ci sono più i collegi, almeno non quelli simili al serraglio, come qualcuno definì ironicamente il nostro. Persistono solo i ricordi di quel lontano passato, ricordi che molti di noi tengono a ravvivare attraverso un’associazione al fine di preservarne alcuni suoi aspetti positivi, ma anche per un’ulteriore ragione che è quella di ricordare alle future generazioni che la sopraffazione, la coercizione, la privazione della libertà individuale, tanto più quella dei bambini, non dovrà mai più avere ragione di esistere. Il serraglio, purtroppo, è stato tutto questo e noi ci porteremo fino alla fine dei nostri giorni questi tristi ricordi consapevoli che nonostante tutto ne siamo usciti degnamente rafforzati nello spirito, Ci porteremo anche alcuni ricordi positivi, la nota banda musicale, l’esperienza artistica acquisita a suo tempo, brevi ma tangibili momenti di gioia e ancor più la grande fratellanza che ci accomunava allora, come in parte ancora oggi, anche su queste pagine.

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L’assassinio di Trotsky 80 anni fa: il revival trotzkista tra libri, musei e Serie tv


Il 20 agosto 1940, a Città del Messico, nella casa dove si era rifugiato in esilio, Lev Trockij fu colpito alle spalle con un'accetta da ghiaccio da una spia a cui Stalin aveva commissionato l'omicidio. Il teorico della rivoluzione permanente morirà dopo ventisei ore di agonia, ma da allora il trotzkismo influenzerà la politica e la cultura in tutto il mondo occidentale.
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Quando andare in discoteca significava resistere: la prima aprì durante la Seconda guerra mondiale


Al centro del dibattito nazionale e chiuse per legge dal governo, le discoteche sono luoghi che custodiscono pezzi di memoria collettiva dell'ultimo secolo. Quando e dove è nata la discoteca come luogo di aggregazione giovanile in cui ascoltare la musica del momento e ballare? La prima discoteca della storia nacque a Parigi, nel pieno della Seconda guerra mondiale, come atto di Resistenza...
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Sergio Mattarella a Trieste: 100 anni fa i fascisti italiani incendiarono il Narodni Dom


La visita del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a Trieste è storica. Cento anni fa, il 13 luglio 1920, i fascisti attaccarono diverse attività pubbliche gestite dalla comunità slava, tra cui il Narodni dom, cuore culturale di quella comunità che fu completamente distrutto. Un secolo dopo, la Casa del Popolo tornerà alla minoranza slovena in Italia.
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25 aprile: la prima Festa della Liberazione in 75 anni che non festeggeremo in piazza


Per la prima volta in settantacinque anni non celebreremo la Festa della Liberazione in piazza o negli spazi pubblici. E i tradizionali omaggi del 25 aprile si spostano on line e sul web. A partire dalle testimonianze della Resistenza partigiana promossa dall'Istituzione Bologna Musei e dal Museo civico del Risorgimento.
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10 febbraio, Giorno del ricordo: i 5 libri da leggere per capire le foibe


Per capire le foibe, cosa sono state e cosa rappresentano storicamente, ecco una lista di 5 libri, tra accurati saggi storici, ricostruzioni documentarie, ma anche libri fotografici e romanzi. Da "Sopravvissuto e dimenticati" di Marco Girardo, fino al racconto di Trieste specchio del Novecento in "La città interiore" di Mauro Covacich, meglio leggere un libro per sfuggire alla retorica.
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Giorno della Memoria: la sorella di Anna Frank e il suo diario dimenticato


Oggi ricorre la Giornata della Memoria, scelta per commemorare le migliaia e migliaia di vittime dell’Olocausto. E, quando si parla di ricordo, il Diario di Anna Frank è senza dubbio l’opera più commovente che ci sia: ma c’è un personaggio, raccontato proprio dalla piccola scrittrice, che molti hanno dimenticato. È sua sorella Margot: anche lei scrisse un diario, mai trovato.
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Oggi è il Capodanno Cinese: le origini e le leggende legate all’importante festività


Il 25 gennaio, inizia ufficialmente l’anno del Topo: cade oggi, infatti, l’inizio del nuovo anno tradizionale cinese. Il Capodanno, o Festa di Primavera, è una data estremamente significativa nel calendario orientale, che cambia ogni anno e ogni anno porta con sé un nuovo e diverso animale: perché? Qual è l’origine dell’importantissima festività che quest’anno rischia di essere dimenticata a causa dell’emergenza coronavirus.
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Amedeo Modigliani: 100 anni fa moriva il grande artista livornese


La vita e l’arte di Amedeo Modigliani conservano ancora oggi, a distanza di un secolo esatto dalla morte, un fascino senza precedenti. Fascino derivato dall'immagine di artista "dannato" e reso ancor più emblematico da capolavori unici, che non ebbero paragoni nel clima artistico europeo del primo Novecento. Tanti i racconti di Modì: ecco quello, affettuoso, del pittore Jacques Lipchitz e quello, emozionante e illuminante, fatto da Angelo Longoni nell'ultima biografia pubblicata per Giunti Editore.
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Perché Macao in Cina, dove c’è la coronavirus, è uno dei luoghi più importanti al mondo


Macao, in Cina, dove è stato annunciato un caso di coronavirus, è una località turistica, ricca di casino, uomini d'affari e storia. Dai tempi in cui era una colonia portoghese, la sua posizione è strategica per Pechino, da cui dipende amministrativamente. Con la vicina Hong Kong condivide un alto livello di autonomia dalla Repubblica popolare cinese, almeno fino al 2049.
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Raffaello, dopo 500 anni la sua morte è ancora un mistero: sifilide o avvelenamento?


Il protagonista assoluto di questo 2020 sarà Raffaello: quest’anno, infatti, ricorre il quinto centenario dalla scomparsa del genio urbinate. Il 6 aprile 1520, lo stesso giorno del suo compleanno, il Sanzio muore dopo quindici giorni di febbre e salassi inutili. La reale causa della malattia resterà però un mistero: le ipotesi sono affascinanti, e contribuiscono a farci conoscere meglio anche la sua vita al di là dell’arte.
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Osho: 30 anni fa moriva il controverso leader spirituale degli “uomini arancioni”


Il 19 gennaio del 1990 moriva una delle personalità più controverse dell’ultimo secolo: si tratta del Guru e maestro spirituale indiano Osho, noto ancora oggi in tutto il mondo per i suoi insegnamenti volti alla conquista di una vita assolutamente libera. Ma Osho, negli anni Ottanta, fu famoso anche per il legame con i suoi "uomini arancioni" e con alcuni fatti di cronaca che sconvolsero gli Stati Uniti. Ecco la sua storia.
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Il 18 gennaio 1920 muore, a Napoli, Giovanni Capurro. Giornalista e poeta, Capurro muore in quella stessa città a cui aveva regalato uno dei suoi "inni" più celebri: 'O Sole mio. Una canzone leggendaria, portata al successo anche grazie al talento di Ernico Caruso: ma quando venne pubblicata, nel 1898, 'O Sole mio non ebbe tutto il successo sperato. Ecco la sua storia, e quella del suo dimenticato autore morto un secolo fa.
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Harry e Meghan rinunciano alla corona: i 5 scandali a corte più famosi di sempre


La decisione di abbandonare la Famiglia reale britannica, da parte del Harry e di sua moglie Meghan, non è il primo colpo di scena che vede protagonista la Royal Family. Dall'abdicazione di Giorgio VIII alla morte della principessa Lady Diana, passando per "il discorso del Re" e il caso Epstein: tutti i momenti storici in cui la corona inglese ha rischiato grosso.
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La Terza guerra mondiale: 5 volte in cui il mondo ha già rischiato grosso


Dopo l'uccisione di Soleimani in Iran da parte degli Usa e la "feroce vendetta" messa in atto da Teheran in queste ore contro le basi militari americane, è tornata di moda l'espressione Terza guerra mondiale. Lo scenario, giudicato improbabile dai maggiori esperti internazionali, in passato è stato sfiorato in diverse occasioni. Dalla guerra di Corea alla crisi dei missili a Cuba: tutte le volte che il mondo è stato sull'orlo dell'abisso.
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Beethoven 2020: tutte le celebrazioni per i 250 anni del genio “sordo” della musica


Nel 2020 si festeggeranno i 250 anni dalla nascita di Ludwig Van Beethoven, il genio musicale che nonostante la sordità compose l"Inno alla gioia" pochi anni prima di morire, a Vienna, dove è tuttora sepolto. Dalla sua città natale, Bonn, a Parigi, Londra e New York: tutte le celebrazioni per il compleanno del grande compositore.
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7 opere sulla strage di Piazza Fontana: libri, poesie, teatro, canzoni per non dimenticare


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La bomba di Enrico Deaglio: “Strage piazza Fontana può ripetersi, Pinelli eroe”


Intervista a Enrico Deaglio, autore per Feltrinelli de "La bomba. Cinquant'anni di Piazza Fontana". Il giornalista e scrittore racconta a Fanpage.it, in un libro denso di notizie e documenti inediti, cosa accadde il 12 dicembre del 1969 a Milano. E aggiunge: "Oggi l'Italia è più forte di allora. Ma il fatto di aver avuto Salvini ministro dell’Interno fino a pochi mesi fa, deve spaventare chiunque".
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