Matteo Renzi contro Giuseppe Conte in Senato

La minaccia del leader di Italia Viva al premier: «Se sceglierà la strada del populismo non avrà al suo fianco Italia viva». Il presidente del Consiglio minimizza: «Ha chiesto di fare politica? È quello che stiamo facendo, quindi non c'è nessun ultimatum».

«Se sceglierà la strada del populismo non avrà al suo fianco Italia viva. Non abbiamo negato i pieni poteri a Salvini per darli ad altri», ha tuonato Matteo Renzi nel suo intervento in aula al Senato dopo l’informativa del premier Giuseppe Conte. Una minaccia, un ultimatum, al presidente del Consiglio e alla maggioranza (di cui il suo partito fa parte), che hanno messo in ombra le parole dell’opposizione, compreso quelle di Matteo Salvini. Per accorgersene basta guardare le homepage dei maggiori quotidiani online o le tendenze Twitter in Italia.

CONTE: «NESSUN ULTIMATUM: LA MAGGIORANZA ESISTE»

Eppure Conte, per lo meno apparentemente, non è preoccupato: «Quale ultimatum? Renzi ha chiesto di fare politica? È quello che stiamo facendo, quindi non c’è nessun ultimatum», ha detto il premier interpellato dai cronisti a Palazzo Madama subito dopo l’informativa in Aula. «Quindi la maggioranza esiste ancora?», gli chiedono. «Sì», risponde lui prima di uscire dall’edificio.

LE ACCUSE DI RENZI A CONTE

Non si direbbe però dalla lunga serie di accuse che Renzi gli ha però mosso in aula: «Nella fase 2 della politica non basta giocare su paura e preoccupazione». O: «Il nostro Paese ha avuto momenti in cui la politica ha abdicato rispetto alle sue responsabilità, nel 1992-93 ha abdicato alla magistratura, nel primo decennio del 2000 quando ha abdicato ai tecnici, ora non possiamo abdicare ai virologi, non possiamo chiedere loro come combattere la disoccupazione, tocca alla politica». E ancora: «Sia più prudente quando parla agli italiani: lei ha detto 11 volte “noi consentiamo”. Un presidente del Consiglio non consente, perché le libertà costituzionali vengono prima di lei. Lei non le consente, le riconosce». Insomma, se la maggioranza esiste, non sembra così serena. Tanto che nel suo intervento al Senato, Ignazio La Russa ha ironizzato: «Caro Presidente Conte, dopo l’intervento di Renzi le comunico che non ha più una maggioranza. Il leader di Italia Viva le ha detto, come io ti ho creato, io ti distruggo».

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Cosa ha detto Conte al Senato su emergenza e Consiglio europeo

L'informativa del premier a Palazzo Madama sulla crisi sanitaria e la linea che l'Italia vuole portare al consiglio dei capi di Stato e di governo Ue a Bruxelles.

«L’Ue e l’Eurozona non possono permettersi di ripetere gli errori commessi nella crisi finanziaria del 2008, quando non si riuscì a dare una risposta comune. E’ un rischio che non ci possiamo permettere di correre perché il fallimento nel produrre una risposta adeguata e coraggiosa provocherebbe un grave danno allo stesso progetto europeo», ha detto il premier Giuseppe Conte nell’informativa al Senato in vista del Consiglio europeo.

STRATEGIA IN CINQUE PUNTI PER LA RISPOSTA SANITARIA

«Sulla risposta sanitaria il governo ha elaborato una strategia in cinque punti. Il primo è mantenere e far rispettare distanziamento sociale, promuovere utilizzo diffuso di dispositivi di protezione individuale fino a quando non disponibili terapia e vaccino”, ha detto Conte. Il governo punta al “rafforzamento della strategia di mappatura dei contatti esistenti e di teleassistenza con l’utilizzo delle nuove tecnologie”. Lo dice il premier Giuseppe Conte nell’informativa al Senato. “L’applicazione sarà offerta su base volontaria, non obbligatoria, faremo in modo che chi non vorrà scaricarla non subirà limitazioni o pregiudizi”, aggiunge.

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Conte al Senato promette più collaborazione con le opposizioni

Il premier: «Con il decreto aprile altri 25 miliardi» per sostenere imprese, famiglie e lavoratori. Gli aiuti di Cina, Cuba e Russia «non condizionano» la collocazione geopolitica dell'Italia.

Dopo l’intervento andato in scena alla Camera, il premier Giuseppe Conte si è presentato in Senato per un’informativa sulle azioni messe in campo dal governo per contrastare la diffusione del coronavirus. Ha parlato per circa un’ora, promettendo una maggior collaborazione tra maggioranza e opposizioni in vista della scrittura del prossimo decreto economico, il decreto aprile.

IL RICHIAMO AD AZIONI CONCRETE

«Bisogna agire concretamente», ha detto Conte, affinché il sacrificio del personale sanitario in lotta contro l’epidemia «non si perda». Poi ha ripercorso le tappe dell’emergenza e i vari provvedimenti presi dall’esecutivo: «Tutti potranno giudicare il nostro operato. Ma ora è il momento dell’azione e della responsabilità».

SÌ AL DIALOGO CON LA MINORANZA

Il premier ha ribadito l’importanza del dialogo con le opposizioni e ha chiesto al ministro dei Rapporti con il parlamento, Federico D’Incà, di costruire «un più inteso percorso con la minoranza» per la stesura del decreto aprile. Ma anche per il futuro «rilancio del Paese». Dai banchi dell’opposizione, tuttavia, non è arrivato nessun applauso.

GLI AIUTI DALL’ESTERO E LA COLLOCAZIONE GEOPOLITICA DELL’ITALIA

Conte ha spiegato che il decreto aprile varrà altri 25 miliardi di euro, per sostenere famiglie, imprese e lavoratori. Ha rimarcato la necessità del varo in sede europea dei coronabond e ha chiarito che «la collocazione geopolitica dell’Italia non può essere condizionata dagli aiuti» ricevuti da Cina, Cuba e Federazione russa.

RENZI ELOGIA IL DISCORSO DEL PREMIER

Al termine del discorso del premier, il leader di Italia viva Matteo Renzi ha speso parole di elogio: «Bisogna dargli atto che ha interrotto le dirette su Facebok di Casalino. Ha un compito difficile sulle spalle. Noi possiamo dirgli che siamo a disposizione per lavorare assieme». Tuttavia ha rivendicato il suo diritto di critica: «Sono stato accusato di fuoco amico. Va bene l’unità, ma non si può smettere di fare politica. Prima del coronavirus c’era tensione con Conte, stavamo pensando a soluzioni alernative. Ora c’è da stare tutti insieme, tutti vanno sostenuti e aiutati».

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Il voto al Senato su Salvini e il caso Gregoretti

Il leader della Lega è arrivato in Aula. Su Twitter la citazione di Ezra Pound: «Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui».

Al Senato è iniziato il dibattito sul caso Gregoretti e la richiesta di autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro di persona. La maggioranza è favorevole, il centrodestra è contario. Il voto decisivo è atteso in tarda mattinata.

«Pronto per intervenire in Senato, a testa alta e con la coscienza pulita di chi ha difeso la sua terra e la sua gente. “Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”», ha scritto su Twitter il leader della Lega, citando Ezra Pound.

Salvini sostiene quindi di aver legittimamente difeso i confini dell’Italia, impedendo per otto giorni lo sbarco dei migranti soccorsi a luglio 2019 dalla Gregoretti, una nave della nostra Guardia costiera.

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Le polemiche che hanno accompagnato la presidente del Senato Casellati

Dopo il voto con il centrodestra sul caso Gregoretti è stata accusata di non essere super-partes. Ma per lei non è la prima bufera. Una carrellata.

Il voto con il centrodestra sul caso Gregoretti-Salvini è solo l’ultimo atto di una presidenza vissuta sul filo della polemica. Maria Elisabetta Alberti Casellati ha trascorso questi 22 mesi sullo scranno più alto Senato tra molte contestazioni, condite da qualche gaffe, fino all’accusa di non essere più super partes.

La berlusconiana di ferro non è nuova alle bufere. Nel 2005, come sottosegretaria alla Salute nominò la figlia Ludovica a capo della segreteria. Tutto legittimo, ma la cosa ha sempre sollevato delle perplessità per l’opportunità del gesto.

Anche la difesa totale di Silvio Berlusconi nel caso-Ruby ha segnato il percorso politico di Casellati. Nel 2011 intervistata da Lilli Gruber a Otto e mezzo affermò che il presidente egiziano Hosni Mubarak, durante un incontro ufficiale, menzionò la nipote Ruby all’allora premier italiano.

LE PRESSIONI M5S PER IL TAGLIO DEI VITALIZI

L’incarico di presidente del Senato ha elevato la soglia delle polemiche. Il primo attacco è datato giugno 2018. Il Movimento 5 stelle accusò Casellati di frenare sulla delibera per il taglio dei vitalizi. Mentre il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva accelerato, a Palazzo Madama stava prevalendo la linea della prudenza.

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«Dobbiamo trovare una soluzione condivisa, perché i vitalizi riguardando la Camera e anche il Senato», si difese in quell’occasione. Alla fine, comunque, arrivò l’ok alla delibera.

QUEI «PETTEGOLEZZI GIORNALISTICI»

A luglio 2019, nel pieno della bufera sollevata dall’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega, Casellati respinse la proposta di un dibattito in Aula sul tema, provocando la proteste dell’allora opposizione dem.

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«Il Senato non può essere il luogo del dibattito che riguarda pettegolezzi giornalistici. Qui non si discute liberamente di questioni che non hanno alcun fondamento probatorio. Dobbiamo parlare di fatti che abbiano una giustificazione», rispose in quella circostanza al Pd, che aveva presentato tre interrogazioni.

SFORAMENTI IN AULA

Casellati è finita sotto attacco durante la lunga estate della crisi di governo. Prima di tutto per la convocazione dell’Aula per il 13 agosto, un giorno dopo la riunione dei capigruppo. Una tempistica celere che per il Pd era quantomeno sospetta e sicuramente gradita alla Lega (e all’intero centrodestra). La tensione è esplosa in Aula quando il capogruppo dei dem, Andrea Marcucci, polemizzò sull’eccessivo sforamento concesso all’intervento di Salvini. «Lei sfora sempre», replicò, piccata, Casellati.

LA QUERELLE CON IL FATTO QUOTIDIANO

Poche settimane dopo, il 10 dicembre, è scoppiata la querelle con Il Fatto Quotidiano, che ha accusato la presidente del Senato di minacciare i cronisti che avevano scritto di lei. Al centro della polemica c’erano delle lettere recapitate del legale di Casellati direttamente a casa di due cronisti, Carlo Tecce e Ilaria Proietti, del giornale.

LO STRALCIO DELLA NORMA SULLA CANNABIS

Anche sulla recente Legge di Bilancio, Casellati ha preso una decisione molto criticata: lo stralcio della norma sulla cannabis, che avrebbe regolamentato il settore. Per la numero uno di Palazzo Madama l’emendamento era «inammissibile». Immediata la replica di Matteo Mantero del M5s che ha immediatamente chiesto di inserire «in calendario, alla prima seduta utile, la richiesta di urgenza per lavorare sulla canapa industriale, che ho depositato a luglio». 

«PRESIDENTE» SALVINI…CASINI

Ci sono poi delle note più di colore in questi mesi. E pure in questo caso, per ironia della sorte, il protagonista è Salvini. Durante l’infuocata seduta sulla data del voto di sfiducia al governo Conte, Casellati si era rivolta al leader della Lega definendolo «presidente», suscitando così lo stupore del Pd. Nella seduta del 10 settembre, poi, ha dato la parola a Salvini, chiamandolo Casini. In questo caso la vicenda si è risolta con qualche sorriso e un divertito: «No, per favore…» pronunciato direttamente dall’ex ministro dell’Interno.

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Su Salvini e il caso Gregoretti la Giunta del Senato vota il 20 gennaio

Come voleva la Lega, che potrà giocarsi l'esito (in un modo o nell'altro) in vista delle elezioni in Emilia-Romagna e Calabria. Decisiva per la scelta della data la presidente Casellati, che ha votato con il centrodestra. Il Pd: «Non è più super partes».

La Giunta per le immunità del Senato voterà il 20 gennaio l’autorizzazione a procedere sul caso Gregoretti nei confronti di Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona dal Tribunale dei ministri. Il nodo è stato sciolto come voleva la Lega, che potrà giocarsi l’esito – positivo o negativo per il suo leader – in vista delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, in programma domenica 26.

L’USO POLITICO DELLA VICENDA

Se arrivasse un via libera al processo, su cui poi sarà comunque l‘Aula di Palazzo Madama ad avere a febbraio l’ultima parola, Salvini potrà presentarsi come una “vittima” della magistratura. Se invece ci fosse uno stop, l’ex ministro dell’Interno del governo gialloverde potrà dire di aver legittimamente «difeso i confini» dell’Italia, impedendo per otto giorni lo sbarco dei migranti soccorsi a luglio 2019 dalla nave della nostra Guardia costiera.

LA MOSSA DELLA PRESIDENTE CASELLATI

La data del 20 gennaio è stata stabilita dalla Giunta per il regolamento, che ha approvato l’ordine del giorno presentato del centrodestra. Il rebus era legato alla sospensione delle attività del Senato dal 20 al 26 gennaio: niente riunioni di commissioni né sedute d’Aula, proprio per l’imminenza delle elezioni regionali. Alla votazione ha partecipato anche la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, che si è espressa favorevolmente. La sua scelta è stata decisiva, visto che nell’organismo di Palazzo Madama chiamato a dirimere i dubbi sul regolamento, maggioranza e opposizioni sono sei a sei. In caso di pareggio, avrebbe vinto il no. Formalmente, quindi, si è deciso che la Giunta per le immunità non è una commissione come tutte le altre, come sostenuto peraltro dal suo presidente, Maurizio Gasparri.

IL PD: «GRAVISSIMO COLPO DI MANO»

Immediata la reazione del Partito democratico: «Da oggi è certificato. La presidente del Senato non è più super partes e ha scelto, per motivi suoi che riteniamo non sufficienti, di scendere pesantemente nell’agone politico diventando una presidente di parte», ha detto il capogruppo dem Andrea Marcucci. Per poi aggiungere: «La presidente ha gettato la maschera». Il Pd, a questo punto, potrebbe anche disertare il voto del 20 gennaio: «Non lo so, ci ragioneremo. Hanno fatto un colpo di mano gravissimo. Siamo molto preoccupati per la democrazia».

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Anche i 18enni potranno votare per il Senato

Approvato in commissione Affari costituzionali l'emendamento del Pd che equipara i requisiti con la Camera. Parrini: «Al più presto in Aula». La riforma fa parte del pacchetto di interventi necessari per bilanciare gli effetti del taglio dei parlamentari.

Anche i 18enni potranno votare per il Senato e anche i 25enni potranno essere eletti senatori. La commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha dato l’ok a un emendamento che equipara i requisiti di elettorato attivo e passivo fra le due Camere.

L’emendamento modifica il testo della riforma costituzionale approvata in prima lettura a Montecitorio il 31 luglio del 2019, parte del pacchetto di interventi concordati dalle forze di maggioranza per bilanciare gli effetti del taglio dei parlamentari. E porta la firma di Dario Parrini, esponente del Partito democratico.

«Si tratta di una riforma epocale», ha detto il senatore dem, «si supera la paradossale e ormai anacronistica esistenza di un ramo del parlamento dotato degli stessi poteri dell’altro, ma non eletto a suffragio universale. Il provvedimento andrà al più presto in Aula».

Attualmente per votare al Senato occorre aver compiuto 25 anni, mentre per essere candidati ed eventualmente eletti l’età minima richiesta è di 40 anni.

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Taglio dei Parlamentari, raggiunto il numero di firme per referendum in Senato

Alle 13.30 quindi dovrebbe essere pubblicata la lista delle sottoscrizioni e nel pomeriggio è atteso il deposito in Cassazione.

Al Senato è stato raggiunto e superato il numero minimo di firme (64) per presentare il quesito del referendum contro il taglio dei parlamentari. Lo si apprende da fonti parlamentari, secondo cui, nelle ultime ore, sarebbe arrivato un sostanzioso appoggio anche da parte di senatori leghisti. Alle 13:30 quindi dovrebbe essere pubblicata la lista delle firme e nel pomeriggio è atteso il deposito in Cassazione.

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Renzi attacca i magistrati al Senato dopo l’inchiesta su Open

L'intervento dell'ex premier nell'Aula di Palazzo Madama: «Diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo».

«La magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no. E se al Pm affidiamo non già la titolarità dell’azione penale ma dell’azione politica, questa Aula fa un passo indietro per pavidità e lascia alla magistratura la scelta di cosa è politica e cosa non lo è». Così Matteo Renzi nel dibattito al Senato sui finanziamenti ai partiti politici, dopo l’inchiesta della procura di Firenze sulla fondazione Open.

«Avere rispetto per la magistratura è riconoscere che magistrati hanno perso la vita per il loro impegno. A loro va il massimo rispetto. Ci inchiniamo davanti a queste storie. Ma a chi oggi volesse immaginare che questo inchino diventi una debolezza del potere legislativo si abbia la forza di dire: contestateci per le nostre idee o per il jobs act, ma chi volesse contestarci per via giudiziaria sappia che dalla nostra parte abbiamo il coraggio di dire che diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo», ha aggiunto.

Per Renzi, nella vicenda legata alla fondazione Open, c’è stata «una violazione sistematica del segreto d’ufficio sulle vicende personali del sottoscritto. Non è uno stato di diritto questo, siamo alla barbarie».

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La manovra slitta: in Aula al Senato lunedì 9 dicembre

Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia sul testo.

Slitta l’approdo della manovra nell’Aula del Senato, inizialmente previsto per il pomeriggio del 3 dicembre. La legge di bilancio, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo, arriverà a Palazzo Madama per l’inizio della discussione lunedì 9 a mezzogiorno. Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia.

Il ritardo potrebbe dipendere non solo dalle tensioni nella maggioranza sulla riforma del Mes, ma anche dalla necessità di trasferire in manovra il provvedimento urgente che riguarda Alitalia, necessario per sbloccare il prestito-ponte all’ex compagnia di bandiera. La norma, infatti, non confluirà nel decreto fiscale, per evitare un ulteriore allungamento dei tempi della sua conversione in legge.

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Biella ci ripensa: cittadinanza onoraria a Liliana Segre

Dopo la polemica per il no iniziale della maggioranza di centrodestra, il Consiglio comunale ha fatto passare una mozione per l'onorificenza alla senatrice a vita.

La Città di Biella conferirà la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Dopo le polemiche dei giorni scorsi per il diniego della maggioranza di centrodestra, che aveva portato lo showman Ezio Greggio a rifiutare un analogo riconoscimento in solidarietà con la senatrice a vita, oggi il Consiglio comunale ha votato una nuova mozione, priva di riferimenti politici, che è stata sottoscritta e votata da tutti i consiglieri di maggioranza e di opposizione.

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Ilva, i senatori del M5s non cedono sullo scudo penale

Approvato un documento in quattro punti. L'immunità non è tema di discussione. E se dovesse riproporsi per ragioni legali, andrà rimessa all'assemblea degli eletti. La prima udienza del processo fissata a maggio.

I senatori del M5s non cedono sullo scudo penale per l’Ilva. La pattuglia pentastellata a Palazzo Madama, composta da 105 persone, ha infatti approvato con soli cinque voti contrari un documento in quattro punti sul dossier ArcelorMittal, che ribadisce come l’immunità non sia tema di discussione. Il testo è stato inviato ai colleghi deputati.

LEGGI ANCHE: Stop agli emendamenti di Italia viva e Forza Italia sullo scudo penale

Se la questione dello scudo dovesse riproporsi per ragioni legali durante il contenzioso con l’azienda davanti al Tribunale di Milano, i senatori pentastellati chiedono che l’argomento venga sottoposto all’assemblea di tutti gli eletti Movimento, alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il documento, in ogni caso, dà piena fiducia alle iniziative che il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli vorrà portare avanti e non collega la vicenda dell’acciaieria alla fiducia nei confronti del governo Conte.

Intanto il presidente del Tribunale di Milano ha assegnato la causa intentata da ArcelorMittal per chiedere il recesso dal contratto d’affitto con oblbigo d’acquisto degli stabilimenti italiani dell’Ilva. A occuparsene sarà la sezione specializzata in imprese presieduta da Claudio Marangoni. La prima udienza, come indicato nell’atto di citazione, si terrà a maggio.

Sempre sul fronte giudiziario, i commissari straordinari dell’Ilva hanno depositato al Tribunale di Taranto l’analisi di rischio sull’altoforno 2, che non è a norma e che in assenza di interventi dovrà essere portato a produzione zero entro il 13 dicembre. Oggi era l’ultimo giorno utile per la presentazione dell’analisi di rischio.

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Italia Viva, i gruppi alle Camere del partito di Renzi

Nomi e numeri a Camera e Senato. Dove è stato provvidenziale il sostegno del socialista Riccardo Nencini con il suo simbolo.

Per adesso sono in 41, ma potrebbero presto arrivare a 50: sono i “nuovi” parlamentari di Italia Viva, il partito politico lanciato dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. La fisionomia delle Camere è già cambiata, ma è destinata a mutare ancora. Dei 41 che sono passati dalla parte del senatore toscano, in 38 arrivano dal Pd, uno da Forza Italia, uno dal Partito Socialista e uno da Civica Popolare. A dirigerli saranno Ettore Rosato e la ministra Teresa Bellanova, posti temporaneamente alla guida del partito.

ITALIA VIVA ALLE CAMERE: NIENTE GRUPPO IN SENATO SENZA NENCINI

In Senato, il gruppo si chiama Psi-Italia Viva ed è composto da 15 parlamentari. A parte un paio, sono tutti ex del Partito democratico. Alla Camera, invece, i deputati ad aver aderito sono in 26. A Palazzo Madama non è possibile costituire un gruppo a meno che il simbolo non sia stato presentato alle elezioni. Cruciale è stato quindi il supporto del socialista Riccardo Nencini, presentatosi alle elezioni insieme ai Verdi e al Movimento Area Civica di Giulio Santagata (nella lista Insieme, un’alleanza elettorale nella quale però ciascuno aveva mantenuto anche il proprio simbolo), grazie al quale l’operazione è potuta andare in porto. La scissione renziana ha ridimensionato numericamente il Pd in Senato che, dopo l’addio di Matteo Richetti, contava 50 poltrone, e ora ne conta 37.

ANCHE PER GIOVANNI TOTI UN NUOVO PARTITO

Resta al suo posto, invece, Mara Carfagna che, pur riconfermando la necessità di ricostruire al più presto l’identità moderata del centrodestra, ha ribadito di non avere intenzione di avvicinarsi a Renzi che resta un “competitor“. A Roma intanto è stato firmato l’atto costitutivo di Cambiamo, il nuovo soggetto politico lanciato dal governatore ligure Giovanni Toti. Lo hanno seguito i senatori Massimo Berutti, Gaetano Quagliariello, Gino Vitali e Paolo Romani e i deputati Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini e Alessandro Sorte.

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