Naufragio di Lampedusa: individuato il barcone e altri corpi

Si trovano a una sessantina di metri di profondità a sei miglia dall'isola. Il barcone si era ribaltato alle 3 del mattino di lunedì 7 ottobre.

I resti del barcone naufragato lunedì 7 ottobre e 12 corpi – tra cui quello di una giovane donna e un neonato abbracciati – sono stati individuati dalla Guardia Costiera a una sessantina di metri di profondità a sei miglia a sud di Lampedusa.

LA STRAGE DELLE DONNE

All’alba del 7 ottobre, all’arrivo delle motovedette della Guardia costiera, alcuni dei migranti a bordo dell’imbarcazione rimasta senza benzina avevano cominciato a sbracciarsi causandone l’affondamento. Nessuno era dotato di giubbotto salvagente. Allora erano state recuperate 13 salme tutte di giovani donne di origine ivoriana tra cui una adolescente e un’altra incinta. Una ventina i sopravvissuti

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Motovedette italiane soccorrono 290 migranti al largo di Lampedusa

L'operazione della Guardia costiera italiana e della Guarda di Finanza si è svolta in acque Sar maltesi. Ora sono in attesa di un porto sicuro dove sbarcare.

Circa 290 migranti a bordo di un barcone sono stati soccorsi a 32 miglia da Lampedusa, in acque Sar maltesi, da motovedette italiane della Guardia costiera e della Guardia di finanza che sono ora in attesa di un ‘place of safety‘, un porto sicuro dove sbarcare.

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L’appello della ministra Lamorgese all’Ue sulla gestione dei migranti

La titolare del Viminale, intervistata dal Corriere, ha ribadito la necessità che l'Europa riscopra un approccio solidale. E sull'accordo di Malta dice: «È un inizio».

La crisi siriana può essere affrontata soltanto con una risposta forte dell’Unione Europea che favorisca la stabilizzazione politica di quei territori. Lo ha detto in un’intervista al Corriere della Sera la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. L’intensificazione dei flussi migratori «richiede un approccio europeo solidale», ha spiegato, «non possono essere lasciati soli gli Stati più esposti». Nei vertici europei di Malta e Lussemburgo sui migranti «ho registrato un rinnovato clima di solidarietà», ha aggiunto. Finora «l’ impegno del nostro Paese su questo fronte è stato eccezionale». La bozza di accordo di Malta «è un inizio in direzione di un sistema di gestione più equo e bilanciato».

DALLA TUNISIA ALLA LIBIA: I FRONTI CALDI

Rispetto agli sbarchi autonomi, il ministro dell’Interno ha ricordato che non è un fenomeno nuovo: «Nel 2018 le persone arrivate con piccole imbarcazioni sono state 5.999, mentre fino ad oggi sono state 6.409. A settembre si è registrato un aumento, ma stiamo risentendo del particolare momento politico che sta attraversando la Tunisia». Per risolvere il problema dei rimpatri «è necessario sottoscrivere nuovi accordi di riammissione e potenziare quelli esistenti. Tutto ciò senza escludere, anzi favorendo, i corridoi umanitari verso l’Europa per le persone più vulnerabili». Bisogna anche proseguire «nell’azione di sostegno alla stabilizzazione della Libia» e sul piano nazionale, serve uno sforzo ulteriore per “reali politiche di integrazione”.

LE ALTRE PRIORITÀ DEL VIMINALE

Luciana Lamorgese ha poi detto di voler «avviare un confronto con le Ong impegnate in operazioni di soccorso in mare». Tra le altre priorità della ministra è stato anche ricordato il contrasto senza tregua «alla criminalità organizzata». Rispetto alla mancanza di risorse lamentata delle Forze dell’Ordine anche alla luce dei fatti di Trieste, la titolare del Viminale, con i colleghi di governo, ha avviato «una serie di iniziative volte a sostenere, anche finanziariamente, le richieste degli operatori di sicurezza e abbiamo esercitato la delega per il comparto Difesa e Sicurezza, individuando ulteriori risorse necessarie a completare il riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate».

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Messico, la tragedia delle fosse comuni e dei desaparecidos

Il Paese è sempre più simile a un enorme cimitero clandestino. Soprattutto negli Stati in mano ai narcos. Mentre si stima che le persone scomparse siano ormai 90 mila. Il racconto.

da Guadalajara

Il Paese delle fosse. Dei desaparecidos. Dei narcos. Il Paese dove la morte non ha neanche più un nome, un’identità. È sempre dietro l’angolo, dentro camion frigoriferi, appesa a un cavalcavia o sotto un ponte. Spunta da sotto terra. Da alcuni anni in Messico si ha la sensazione di camminare su un immenso cimitero clandestino.

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Il recente ritrovamento a Jalisco di 119 borse contenenti resti umani è solo l’ultimo di una lunga serie. Secondo la Commissione nazionale di ricerca del governo messicano dal 2006 alla metà di agosto di quest’anno sono state individuate 3.024 fosse clandestine. Al loro interno «almeno» 4.974 corpi perché, come spiega Octavio Cotero dell’Istituto forense di Jalisco, la brutalità dei delinquenti è tale che «i corpi si presentano totalmente smembrati, braccia, gambe e testa a parte, e a volte, finito di ricomporli, resta fuori una mano».

Si stima che i desaparecidos in Messico siano 90 mila (foto dal profilo Fb de Las Rastreadoras del Fuerte).

LE FOSSE COMUNI A GUADALAJARA, TAMAULIPAS E VERACRUZ

Ma molte sepolture abusive sono state scoperte prima del 2006, e altre ancora saranno scoperte. Per questo si continua a scavare. Anche nel bosco La Primavera, zona della metropoli di Guadalajara, capitale dello Stato dove la settimana scorsa all’interno di un centinaio di sacchi sono stati trovati resti umani: finora sono stati ricomposti 13 corpi completi, 16 in modo parziale. Con Tamaulipas, nel Nord, e Veracruz, sull’oceano Atlantico, Jalisco – base del pericolosissimo cartello Nuova generazione – è uno degli Stati maggiormente colpiti da questo fenomeno. Dall’inizio di quest’anno, sono stati rinvenuti 123 cadaveri in 27 fosse clandestine: solo 20 di essi sono stati identificati. Sempre a Jalisco, un anno fa scoppiò uno scandalo che coinvolse le istituzioni, dalla Procura al governo fino all’Istituto forense: venne ritrovato in un comune dell’area metropolitana un camion frigorifero abbandonato con all’interno 157 cadaveri non ancora identificati. Allora, la versione ufficiale fu che nell’obitorio municipale non c’era più spazio per conservarli.

Un’area di ricerca (foto dal profilo Fb de Las Rastreadoras del Fuerte).

L’ORRORE DI SAN FERNANDO

Secondo un’indagine giornalistica indipendente del giornale online Quinto Elemento Lab, la prima fossa clandestina in Messico fu scoperta il 7 settembre 2006. In questa escalation di violenza c’è però una data cerchiata in rosso: il 24 agosto 2014. E un luogo: San Fernando, cittadina dello Stato di Tamaulipas, sulla frontiera con gli Stati Uniti, dove, grazie alle informazioni di un sopravvissuto, la polizia rinvenne in una fossa comune i corpi di 72 persone: tutti giustiziati, tutti migranti centroamericani massacrati dal cartello degli Zetas.

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IL DRAMMA DEI DESAPARECIDOS

Per l’enorme numero di cadaveri e la loro provenienza – migranti disperati originari del Guatemala, El Salvador, Nicaragua e Honduras – il ritrovamento di San Fernando commosse e risvegliò l’opinione pubblica internazionale. Anche perché il caso sollevava il dramma dei sequestri di migranti. Una tragedia umana che colpisce migliaia di persone che transitano in Messico per cercare una nuova vita negli Stati Uniti alla quale si aggiunge il dramma dei desaparecidos: si parla di 40 mila persone – tutte messicane. Secondo il Movimento nazionale per i desaparecidos, molte, troppe, dato che questa associazione stima che per ogni denuncia di scomparsa ce ne siano altre due che non sono state presentate. Questo significa che in Messico i desaparecidos potrebbero essere 90 mila.

Il lutto non esiste, neanche se abbiamo il corpo e possiamo finalmente piangere. Continuiamo a pensare ai motivi per i quali se li sono portati via, perché sono stati uccisi…

Un membro del gruppo di ricerca Las rastreadoras del Fuerte.

Una tragedia nazionale che sembra non avere fine, come la ricerca di diversi gruppi di famigliari che viaggiano in lungo e in largo per il Paese cercando i loro cari scomparsi. Un calvario che, in molti casi, non si conclude nemmeno quando si riesce a trovare il cadavere. «Il lutto non esiste, neanche se abbiamo il corpo e possiamo finalmente piangere», spiega a Lettera43.it una ragazza di 23 anni che fa parte del gruppo di ricerca Las rastreadoras del Fuerte, «perché continuiamo a pensare ai motivi per i quali se li sono portati via, perché sono stati uccisi e nascosti…». Spesso sono i genitori e i fratelli a indagare, fare pressione sulle autorità, scavare con le proprie mani di fronte all’indifferenza e inefficienza del governo e della polizia.

Un gruppo di famigliari (foto dal profilo Fb de Las Rastreadoras del Fuerte).

LE VITTIME COLLATERALI DI QUESTA VIOLENZA

Perché, come dice il giornalista e attivista Darwin Franco, la ricerca di una persona scomparsa è un processo solitario: «Tutti si allontanano da te, non solo le autorità, anche gli amici e i parenti». Che avrà conseguenze incalcolabili. «Ci sono moltissime vittime collaterali che sono principalmente i figli dei desaparecidos», continua Franco. «Una generazione di bambini orfani che crescono in uno scenario violento e lo Stato abbandona anche loro». Come la figlia di Aron Sánchez, un 25enne scomparso nel settembre 2017 a Guadalajara. «Non può vivere senza suo padre», spiega Adela Mendoza, madre di Aron e membro di un collettivo di famigliari di desaparecidos. «Parla da sola e dice che sta parlando con lui. Mi sa che è già morto, perché la bambina racconta che ogni tanto lo vede. Sapevo che queste cose accadevano, vedevo che gettavano cadaveri nel cimitero vicino casa mia. Ma non avrei mai immaginato che potesse succedere a mio figlio, perché era un bravo ragazzo».

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L’accordo di Malta sui migranti alla prova del Consiglio Ue

Riunione dei ministri dell'Interno europei in Lussemburgo. Sul tavolo l'intesa di Francia, Germania, Italia e Malta sulla ripartizione degli arrivi.

L’8 ottobre potrebbe essere il giorno della verità per l’accordo di Malta sui migranti. In Lussemburgo si tiene infatti il Consiglio Ue dei ministri dell’Interno europei chiamato a discutere dell’intesa a quattro raggiunta il 23 settembre scorso a La Valletta e soprattutto sulla ripartizione dei migranti.

LA COMMISSIONE: «BASTA CON SOLUZIONI AD HOC»

Dimitris Avramopoulos, commissario Ue per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, arrivando al vertice ha detto: «Questa iniziativa di Francia, Germania, Italia e Malta è sul tavolo. Credo che tutti gli Stati prenderanno parte a questo sforzo. Non possiamo andare avanti così, con quanto accade nel Mediterraneo, non possiamo andare avanti con soluzioni ad hoc. Oggi è il giorno in cui gli Stati hanno l’occasione di mostrare più responsabilità e solidarietà». «Le migrazioni», ha poi aggiunto, «non deve prevalere nel dibattito nazionale».

BERLINO: «L’INTESA È UN PROGETTO PILOTA PER L’UE»

Horst Seehofer, ministro dell’Interno della Germania, ha detto di vedere «una buona possibilità che» l’accordo di Malta «possa essere un progetto pilota per una politica comune di asilo, per questo abbiamo bisogno del coinvolgimento dell’Italia. Se lasciamo da soli i Paesi in prima linea non ci sarà una politica comune di Asilo, e senza c’è il pericolo di movimenti fuori controllo in Europa». «Anche se oggi non ci saranno conclusioni, questo accordo tra i quattro Paesi resta», ha aggiunto.

SPAGNA PRONTA A PROGETTI SOLIDALI

Arrivando in Lussemburgo Fernando Grande-Marlaska Gómez, ministro ministro spagnolo dell’Interno ha detto che Madrid appoggia «tutti i progetti che rispecchiano solidarietà. Vediamo quale sarà la proposta definitiva di oggi» sull’accordo di Malta, ma «noi appoggiamo il primo passo». A chi gli ha chiesto se il meccanismo di ridistribuzione debba essere aperto a tutti i migranti che arrivano o limitato ai profughi, il ministro iberico ha affermato che questa è una delle «questioni complesse» che saranno affrontate nella discussione.

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Nel Mar Mediterraneo sono morti 19 mila migranti in sei anni

Il 2016 è stato l'anno più nero (5.143 persone scomparse). Il 2018 quello più pericoloso, con la maggior incidenza del rapporto tra partenze e decessi.

Sono circa 19 mila i migranti morti e dispersi nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l’Europa, da quel 3 ottobre 2013 quando il naufragio a Lampedusa lasciò un segno indelebile con 368 bare allineate in un hangar. Il 2016 è stato l’anno più nero: 5.143 i migranti scomparsi nel Mare Nostrum. In base ad un’elaborazione dei dati annuali dell’Oim (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni) dal primo gennaio al 3 ottobre 2019 sono stati 1.041 i migranti che hanno perso la vita in mare: 3.280 nel 2014, 3.771 nel 2015, 5.143 nel 2016, 3.139 nel 2017 e 2.297 nel 2018.

Secondo gli esperti, se il 2018 è stato l’anno, nel confronto con quelli precedenti, con meno morti in mare in termini assoluti, è stato anche quello più ‘pericoloso’, con un incidenza maggiore del rapporto tra il numero di coloro che hanno tentato la traversata e quello dei decessi. L’Oim ha inoltre riferito che 72.263 migranti e rifugiati sono entrati in Europa via mare dal primo gennaio al 2 ottobre, in calo del 14% rispetto alle 84.345 persone sbarcate nello stesso periodo dell’anno scorso. Gli arrivi in Grecia e Spagna sono stati rispettivamente 39.155 e 17.405. Gli arrivi in Italia sono stati 7.892 (21.119 nello stesso periodo del 2018).

3 ottobre 2013: a perdere la vita in un naufragio al largo dell’isola sono 368 persone, tra le quali tante donne e tanti bambini; 155 i superstiti.

2 luglio 2014: affonda un gommone con 101 persone a bordo. Un mercantile ne salva 27, altre 74 sono disperse.

22 agosto 2014: oltre 200 vittime in un naufragio davanti alle coste libiche.

14 aprile 2015: naufragio al largo della Libia; circa 300 i morti, secondo le testimonianze dei sopravvissuti.

18 aprile 2015: il sovraffollamento e le manovre errate sono le cause del naufragio nel canale di Sicilia costato la vita ad almeno 700 persone (ma alcuni testimoni parlano di 900, la tragedia più grave di tutte), solo 28 i superstiti.

5 agosto 2015: un peschereccio si capovolge vicino alla Libia, a bordo 600 persone, 300 in salvo, recuperati solo 25 cadaveri.

18 aprile 2016: naufraga un barcone con circa 500 migranti a bordo, quasi tutti dispersi nel Mediterraneo, partito dalla Libia e diretto verso l’Italia.

3 giugno 2016: in Libia, nella città costiera di Zuwara, la spiaggia si ricopre di corpi di migranti lungo ben 25 chilometri. Sono almeno 117 i corpi ritrovati.

3 novembre 2016: 239 migranti muoiono in due naufragi al largo della Libia.

23 marzo 2017: si temono almeno 240 morti in un doppio naufragio, sulla rotta tra Africa e Spagna.

13 aprile 2017: quasi 100 dispersi al largo delle coste libiche.

7 maggio 2017: almeno 113 persone disperse in mare al largo di Al Zawiyah. Guardia costiera libica e alcuni pescatori riescono a salvare sette persone.

1 settembre 2018: più di 100 morti, tra cui 20 bambini, nel naufragio di due gommoni partiti dalle coste libiche.

11 giugno 2019: sette migranti muoiono al largo di Lesbo.

27 agosto 2019: al largo di al Khums, a Est di Tripoli, sono cinque i cadaveri recuperati, ma il bilancio dei dispersi è di 40 persone.

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Due morti e decine di dispersi in un naufragio al largo di Lampedusa

Sul barchino soccorso da Guardia costiera e Guardia di finanza c'era una cinquantina di persone: 22 quelle finora soccorse. Le vittime sono due donne.

Un nuovo naufragio è avvenuto nella notte a poche miglia dalle coste di Lampedusa. Sul posto stanno operando le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, che hanno recuperato finora i cadaveri di due donne e 22 superstiti – tra i quali donne e bambini – che sono stati già trasferiti in porto.

A BORDO UNA CINQUANTINA DI PERSONE

C’era una cinquantina di persone a bordo del barchino. Secondo una prima ricostruzione, quando sono arrivate le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza per procedere al trasbordo i migranti si sono spostati tutti da un lato e, complice il mare mosso, hanno fatto ribaltare l’imbarcazione.

RIENTRATI IN PORTO I 22 SUPERSTITI

Nelle operazioni di soccorso è impegnato anche un elicottero delle Fiamme gialle che sta sorvolando la zona del disastro, a meno di un miglio dalla costa. I cadaveri delle due donne sono stati sbarcati sul molo Favaloro alle 4.30 da una motovedetta della Capitaneria di porto. Alle 4.55 altre due motovedette della Guardia di finanza sono rientrate in porto con i 22 superstiti. Le condizioni meteo nel Canale di Sicilia sono in netto peggioramento e le previsioni per i prossimi giorni sono proibitive.

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Sui migranti è nuovo scontro tra Di Maio e Salvini

Botta e risposta tra il leader della Lega e quello del M5s. «Con voi al governo sbarchi moltiplicati». La replica: «Fa solo propaganda. Con lui eravamo all'anno zero».

A lanciare il sasso ci ha pensato Matteo Salvini. A raccoglierlo e rispedirlo al mittente è stato invece Luigi Di Maio. Tutto è iniziato con un tweet beffardo dell’ex ministro dell’Interno. Un cinguettio in cui attaccava l’esecutivo giallorosso. «La grande differenza tra il governo con la Lega e il governo senza Lega è semplice: con la Lega gli sbarchi diminuivano e i grandi centri per migranti come Mineo, Cona e Bagnoli venivano chiusi», ha scritto sui social il leader del Carroccio. Che poi ha aggiunto: «Col governo del tradimento, invece, gli sbarchi si sono subito moltiplicati, le strutture di accoglienza sono tornate nel caos e il governo manda clandestini in giro per l’Italia».

Una stoccata non andata giù a Luigi Di Maio che l’ex alleato di governo lo conosce bene. Tanto nella politica quanto nelle metodologie comunicative. Da qui la replica del pentastellato che ha chiarito come l’attuale esecutivo stia «affrontando il tema dei migranti con il decreto sui rimpatri perché eravamo all’anno zero». Per poi partire al contrattacco: «Sul dislocamento dei migranti seguiamo semplicemente il suo metodo da ministro degli Interni. Nei 14 mesi di Governo ha ridistribuito i migranti che arrivavano in tutti i centri sul territorio nazionale. È bene che in questi casi si taccia invece che fare propaganda».

IL RILANCIO DI MATTEO SALVINI

Replica questa a cui non è tardata ad arrivare la controreplica del leader del Carroccio. «Con la Lega al governo gli sbarchi erano diminuiti del 70%, con il governo del Tradimento e delle Poltrone gli arrivi sono triplicati. Questi sono i fatti», ha detto Salvini commentando le affermazioni di Di Maio.

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Cosa prevede il decreto interministeriale sui migranti

Di Maio presenta la misure del nuovo provvedimento interministeriale: «Riduciamo a quattro mesi i tempi per i rimpatri». E punge Salvini: «Tutto fermo negli ultimi 14 mesi».

«Un lavoro di squadra». Così, ringraziando «il ministro Bonafede, il presidente Conte e la ministra Lamorgese», Luigi Di Maio ha introdotto alla stampa i contenuti del decreto miranti. «Stamattina firmiamo il decreto ministeriale che ci permette di portare le misure per stabilire se un migrante può stare in Italia da due anni a quattro mesi», ha esordito il ministro degli Esteri.

«UN DECRETO CHE NON URLA»

Sui migranti presentiamo un decreto «che non urla, ma fa i fatti», ha proseguito il capo del Movimento 5 stelle illustrando alla Farnesina il decreto interministeriale Esteri-Giustizia-Interni. Si tratta solo del «primo step del nostro piano per i rimpatri sicuri».

«TUTTO FERMO NEGLI ULTIMI 14 MESI»

Di Maio ha anche tracciato un solco col precedente governo gialloverde. «Anche negli ultimi 14 mesi è stato tutto fermo sui rimpatri, siamo ancora all’anno zero». E ancora: «Non credo che la redistribuzione sia la soluzione definitiva», ma «lo step importante è fermare le partenze». I Paesi inseriti nel nuovo decreto che prevede di accorciare i tempi per i rimpatri dei migranti sono 13: Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina.

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«Il trafficante di uomini Bija al negoziato tra Italia e Libia»

Secondo un'inchiesta di Avvenire, il boss partecipò a un incontro con delegati del nostro governo. Fratoianni e Orfini chiedono una commissione di inchiesta.

L’11 maggio del 2017, a un incontro nel Cara di Mineo in Sicilia, dove l’Italia stava «negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti», partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato ‘Bija‘, identificato un mese dopo dall’Onu come uno dei principali trafficanti di esseri umani travestiti da ‘guardacoste’. È quanto rivela un’inchiesta a firma di Nello Scavo pubblicata da Avvenire, che ha ottenuto da una «fonte ufficiale» foto esclusive della riunione, nelle quali è possibile vedere al tavolo – con delegati inviati dal governo – anche Rahman al-Milad.

«AUTORE DI SPARATORIE IN MARE E A CAPO DI UNA CUPOLA MAFIOSA»

L’uomo è stato accusato dalle Nazioni Unite «di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah». ‘Bija’ «aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare ‘il modello Mineo’, da dove in questi anni sono passati oltre 30 mila migranti», si legge nell’articolo. «Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite». La fonte di Avvenire racconta che «in modo neanche troppo diplomatico» dalla delegazione libica «fanno capire che in fondo il ‘modello Mineo’ si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi». Da lì a poco «parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano».

ORFINI CHIEDE L’ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA

«La straordinaria inchiesta di Nello Scavo rivela uno scenario tanto clamoroso quanto grave», ha commentato Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu. «La collaborazione che emerge tra il nostro governo e uno dei peggiori esponenti di quella criminalità libica che in questi anni è alla testa di una organizzazione dedita tanto al traffico di esseri umani che alla loro cattura, responsabile di torture e violenze indicibili, è assolutamente scandalosa». Duro anche Matteo Orfini (Pd): «Ricordate quando tutti accusavano le ong di trattare coi trafficanti libici? Non solo non era vero, ma un’inchiesta di Nello Scavo oggi dimostra che a farlo davvero erano i servizi italiani. Una vergogna che rende ancora più urgente l’istituzione di una commissione d’inchiesta».

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