Senza le braccia dei migranti a rischio la filiera alimentare

Migliaia di stagionali dall'Est Europa rientrati o bloccati nei Paesi d'origine per le frontiere chiuse nell'Ue. Allarme comune in Italia, Francia, Germania e Spagna. All'appello mancano anche Nord-africani e asiatici. La chiamata di volontari e cassaintegrati da altri settori.

Senza stranieri a lavorare nei campi, la filiera alimentare europea rischia di bloccarsi: anche l’economia di guerra imposta in questi mesi dal nuovo coronavirus, è l’allarme che arriva dal comparto agricolo di diversi Paesi dell’Ue, è a rischio con l’esodo improvviso di migliaia di braccianti alla vigilia dei raccolti. Oltre ai turisti, la pandemia del Covid 19 che dalla Cina si è allargata soprattutto in Occidente ha allontanato dall’Italia, e a ruota da altri grandi Stati del Vecchio continente, un fiume di stranieri con permessi di soggiorno, migranti stagionali, anche di irregolari ha cercato riparo negli Stati di origine o in Paesi con meno contagi. È il caso delle badanti dell’Est, ma anche dei raccoglitori nei campi: bloccati, quand’anche volessero rientrare per i lavori stagionali, dalla chiusura delle frontiere dell’Ue e tra gli Stati europei.

LA CHIAMATA A STUDENTI E VOLONTARI

Le prime disdette di massa, ha informato Coldiretti già a fine febbraio, sono dovute alle quarantene imposte dagli Stati dell’Est a chi rientrava dalla Lombardia e dal Veneto, e poi da tutta Italia. A fine marzo il ministro all’Agricoltura Teresa Bellanova ha ribadito la sua preoccupazione per i «raccolti a rischio» e per diversi anelli della filiera agroalimentare che possono saltare «dall’ortofrutta ai moltissimi allevamenti», anche nella «distribuzione», senza la «manodopera straniera determinante». Si chiamano all’appello studenti in stand by per le università chiuse, volontari del servizio civile e assegnatari del reddito di cittadinanza. Per Bellanova è necessario «mettere mano urgentemente alla regolarizzazione, anche temporanea dei lavoratori stranieri», accantonando gli «approcci ideologici contro i migranti».

Roma, Italia, durante l'epidemia di coronavirus

REGOLARIZZAZIONI E DECRETO FLUSSI

In Italia più che altrove la regolarizzazione è un’arma a doppio taglio: nell’obbligo di garantire alla popolazione forniture alimentari, si rischia la sanatoria del caporalato. Con il problema di mettere tutti i lavoratori nelle condizioni igienico-sanitarie di operare in sicurezza, sanificando per esempio anche le baraccopoli dei braccianti. In Italia servono 250 mila lavoratori agricoli stranieri per la prossima stagione. Anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha rilanciato la richiesta di Confagricoltura a un «nuovo decreto flussi» dalla provincia più colpita dalla catastrofe sanitaria. E il ministro dell’Interno. Con una circolare il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha prorogato fino al 15 giugno i permessi di soggiorno degli immigrati in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile 2020. Circa il 36% del totale degli addetti nell’agricoltura nel Paese è di stranieri regolari.

L’EX DDR SENZA FRONTALIERI DALL’EST

Una falla, con il blocco della circolazione e i rientri anticipati, non solo italiana. Nel nostro Paese la maggioranza dei lavoratori agricoli stranieri stagionali arriva dalla Romania (oltre 107 mila occupati, dati Coldiretti). Poi dal Marocco (circa 35 mila), dall’India (34 mila). Altre decine di migliaia da altri Paesi europei dell’Est e balcanici (Albania, Polonia, Bulgaria, Macedonia) e africani (Senegal, Tunisia) e asiatici (Pakistan). Anche nel Land tedesco del Brandeburgo, ex Ddr, le aziende della filiera alimentare, inclusi panifici e pasticcerie, lamentano il vuoto dei pendolari dalla Polonia, che scattata la quarantena obbligatoria per chi rientra dalla Germania non sono potuti rientrare. Le aziende del petrolchimico e di altri settori essenziali che non si sono fermate pagano vitto e alloggio ai frontalieri, per non restare senza forza lavoro.

Il ministro Teresa Bellanova

IL DISTRETTO DEL VINO SENZA BRACCIA

Nei Land dell’Est, finora meno colpiti dall’epidemia, gli incentivi ai frontalieri aiutano. Nel distretto del vino del Baden Württemberg, con la Baviera e il Nord Reno-Vestafalia la regioni con più contagi, non più. A rischio, fa sapere l’Associazione di categoria tedesca dei coltivatori (Dbv) è intanto la raccolta di asparagi di inizio aprile. Poi ci saranno le fragole, altra frutta e verdura e, in prospettiva, la vendemmia. Alimenti di base come latte, cereali, farina e patate sono assicurati – anche per il resto d’Europa – ma per la «frutta e verdura salteranno semine e raccolti» senza le migliaia di braccia stagionali. Si è provato a reclutare alcune migliaia di volontari per i primi raccolti di primavera, ma la forza lavoro non basta e diverse aziende agricole hanno chiesto di accedere al pacchetti di aiuti del Land per l’emergenza Covid 19.

DAGLI ALBERGHI AI CAMPI?

Coldiretti stima che i lockdown abbiano bloccato nell’Ue quasi un milione di stagionali dell’agricoltura: oltre all’autosufficienza per alcuni alimenti, nei prossimi mesi anche l’export europeo dei raccolti, per un valore di 138 miliardi di euro l’anno, avrà pesanti ricadute. Anche diversi immigrati originari dal Nord Africa, dal Pakistan e dal Bangladesh, con regolari permessi di soggiorno, sono rientrati nei loro Paesi in queste settimane, per la paura del Covid 19 o di restare bloccati a lungo in Italia. Lo stesso è avvenuto con molti marocchini in Spagna e con tunisini in Francia. Il ministero tedesco dell’Agricoltura propone di dirottare sui raccolti e sulla distribuzione alimentare gli addetti di comparti bloccati come l’alberghiero e la ristorazione. Le associazioni di categoria italiane suggeriscono di integrare nell’agricoltura i redditi dei cassaintegrati.

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Bimbo morto in Grecia in un incendio al campo per migranti

L'episodio avvenuto a Moria, sull'isola greca di Lesbo. Il piccolo aveva sei anni. Le fiamme forse dalla cucina.

Un bambino di sei anni è morto a causa di un incendio scoppiato nel campo per migranti e rifugiati di Moria, sull’isola greca di Lesbo. Lo ha riferito Cnn Greece. Secondo le prime indicazioni, l’incendio potrebbe essere scoppiato in una cucina di fortuna nel campo. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, ma per il piccolo non c’era più nulla da fare. È stata aperta un’inchiesta.

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L’emergenza coronavirus in Italia vista dai migranti in Nord Africa

Dalle coste del Nord Africa le partenze sono diminuite. Ma solo per via delle condizioni del mare. Riprenderanno con la primavera. Il rischio del contagio al di là del Mediterraneo non preoccupa chi vuole partire. «Non c’è razionalità che possa fermare chi fugge da guerre e torture e ha investito tutto per questo viaggio», spiega una attivista.

Contagion area. Zone de contagion. Mintaqat aleadwaa. La notizia dell’emergenza coronavirus in Italia è arrivata dall’altro lato del Mediterraneo.

Nei centri di detenzione della Libia e nelle case che nascondono i migranti sulle coste della Tunisia e del Marocco, le voci corrono veloci di bocca in bocca, di dialetto in dialetto.

Ora tutti sanno che il Paese meta del loro viaggio verso la salvezza ha un grosso problema da affrontare. Le Ong che monitorano i barconi in mare hanno registrato una diminuzione delle partenze, ma nell’ultima settimana il mare è stato molto agitato. «Potrebbe essere solo una casualità», spiegano le organizzazioni umanitarie, «ben presto si tornerà a partire, soprattutto man mano che il clima diventerà più mite e il mare più calmo». Secondo i dati forniti dall’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), dal 28 febbraio non ci sono stati arrivi sulle coste italiane mentre gli sbarchi non si sono mai interrotti sulle isole greche e sulle coste spagnole. Una cosa appare certa: secondo le organizzazione nordafricane, il coronavirus in Italia non scoraggerà i migranti.

Migranti in un centro di Tripoli (Getty Images).

«PER CHI SCAPPA DALLA GUERRA IL VIRUS È L’ULTIMO DEI PROBLEMI»

«La percezione della situazione non può essere oggettiva fuori dall’Italia», racconta a Lettera43.it Mustapha Abdelkabir, presidente dell’Osservatorio tunisino sui diritti umani, «e per chi scappa dall’orrore, contrarre un virus è il più piccolo dei problemi. Non spaventa certo più di torture, guerre, rapimenti». Lo confermano i volontari delle associazioni marocchine che si occupano di coloro che vogliono partire alla volta del nostro Paese. Si tratta per lo più di uomini e donne che arrivano dall’Africa subsahariana.

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«Non hanno paura», dice la giovane attivista Nadja Assan, «anche se ho spiegato loro che è pericoloso arrivare in Italia in questo periodo, perché ci si può ammalare. Mi rispondono alzando le spalle, perché dopo aver attraversato a piedi il deserto, scampato a guerre e violenze, ormai l’obiettivo verso la salvezza è quasi a portata di mano. Non c’è razionalità che possa fermare chi ha investito tutto per questo viaggio», aggiunge l’attivista che tra l’altro ha parenti in Italia ed è molto preoccupata.

Il salvataggio di alcuni naufraghi nelle acque libiche (Getty Images).

MANCANO I SOCCORSI IN MARE

Secondo Alarm Phone, la linea telefonica diretta di supporto per persone che attraversano il Mar Mediterraneo verso l’Ue, non è escluso che possano partire altre imbarcazioni dalle coste del Nord Africa, ma il problema è che in questo momento in mare non c’è quasi nessuno che possa correre in loro soccorso. La situazione è ancora molto confusa e le Ong non sanno se e quando potranno ripartire. L’11 marzo è partita verso la zona Sar libica la nave spagnola Aita Mari, ma restano i problemi legati agli sbarchi. Dopo un salvataggio, se e quando viene concesso il porto, resta infatti l’obbligo di quarantena a bordo, come accaduto per la nave Sea Watch a fine febbraio.

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L’APPELLO DELLE NAZIONI UNITE PER GARANTIRE CURE A TUTTI

Intanto l’emergenza coronavirus ha spinto le Nazioni Unite a lanciare un appello di emergenza per raccogliere decine di milioni di dollari per proteggere i rifugiati vulnerabili. «Sarebbe necessario un importo iniziale di 33 milioni di dollari per rafforzare il sistema di prevenzione e risposta», ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). A oggi, non sono stati segnalati casi di contagi da Covid-19 nelle comunità di rifugiati e richiedenti asilo ma per l’Agenzia è necessario garantire a tutti cure e accesso alle strutture sanitarie.

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Nuovi scontri al confine greco tra polizia e migranti

Lanci di lacrimogeni e pietre alla frontiera. Mentre Ankara parla di 142 mila profughi in cammino verso l'Europa.

Nuovi scontri al confine tra Turchia e Grecia, dove continuano a essere accampati migliaia di migranti che cercano di entrare nell’Ue. La polizia di frontiera di Atene ha sparato gas lacrimogeni e getti di cannoni ad acqua contro gruppi di persone che cercavano di oltrepassare la frontiera, mentre gli agenti turchi hanno risposto con lacrimogeni lanciati verso il lato greco. Lo riferiscono media locali.

PER ATENE LA TURCHIA HA FORNITO AI PROFUGHI UTENSILI PER TAGLIARE LE RECINZIONI

I migranti hanno risposto ai respingimenti con lanci di pietre. Fonti governative greche accusano la Turchia di aver compiuto «attacchi coordinati» per «aiutare i migranti ad attraversare la recinzione sulla linea di confine». Atene denuncia inoltre che Ankara avrebbe fornito ai profughi utensili per tagliare o danneggiare le recinzioni. La mattina del 6 marzo sono stati sgomberati alcuni accampamenti di migranti. Migranti che sono stati trasferiti su alcuni autobus. Non è ancora chiaro tuttavia se si tratta di uno spostamento lungo il confine o se le autorità di Ankara abbiano iniziato ad allontanarli progressivamente dalla frontiera.

OLTRE 140 MILA MIGRANTI VERSO IL CONFINE GRECO

Complessivamente, è salito a 142.175 il numero dei migranti che – secondo il ministro dell’Interno turco Suleyman Soylu – si sono diretti dalle zone interne del Paese verso la frontiera con la Grecia per cercare di entrare nell’Ue, dopo che il governo di Ankara ha annunciato una settimana fa che non li avrebbe più fermati. Il 5 marzo Soylu aveva parlato di 138 mila persone. Atene ha confermato finora circa 35 mila tentativi illegali di attraversamento impediti.

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«Si può ‘sparare’ sui migranti?» Per l’Ue «dipende dalle circostanze»

Così ha risposto il portavoce della Commissione europea ai giornalisti che hanno chiesto conto del comportamento delle guardie di frontiera della Grecia al confine con la Turchia.

Dopo quello che sta succedendo alla frontiera tra Grecia e Turchia, con le forze dell’ordine turche che invitano i migranti a superare il confine con l’Ue e quelle greche che li respingono, anche utilizzando gas lacrimogeni e proiettili di gomma, a Bruxelles i giornalisti hanno chiesto se il comportamento della polizia ellenica, che è anche sostenuta da Frontex, è legale. Ma la Commissione europea, che è il “guardiano dei trattati” e quindi teoricamente del diritto europeo, ha evitato di prendere posizione. Il primo portavoce dell’esecutivo Eric Mamer ha detto: «La Commissione non può commentare e giudicare una situazione eccezionale». «Tutto», ha spiegato, «dipende dalle circostanze». I giornalisti hanno provato a riporre la domanda per tre volte. Alla fine sono stati spenti i microfoni.

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Migranti, Ankara si mobilita per fermare i respingimenti

Il governo invia 1000 agenti al confine greco. Quasi 139 mila persone si starebbero muovendo per raggiungere l'Europa. L'Ue cerca di mediare: «Vogliamo avere un dibattito sereno con Ankara».

Continuano le accuse reciproche tra Turchia e Grecia sulle spalle dei migranti.

Il 5 marzo, il ministro dell’interno di Ankara Suleyman Soylu ha annunciato l’invio al confine di 1.000 agenti delle forze speciali per evitare i respingimenti da parte delle guardia di frontiera elleniche. Gli agenti, che saranno «pienamente equipaggiati», agiranno lungo «tutto il confine» nella zona del fiume Evros (Meric in turco), frontiera naturale tra i due Paesi, ha spiegato Soylu.

Il 4 marzo Ankara aveva nuovamente accusato la Grecia di respingimenti violenti anche con l’utilizzo di proiettili veri che avrebbero causato un morto e cinque feriti. Accuse che Atene aveva rispedito al mittente, negando ogni responsabilità.

QUASI 139 MILA MIGRANTI DIRETTI VERSO LA FRONTIERA

Giovedì la guardia costiera turca ha riferito di aver soccorso nel mar Egeo 130 migranti e rifugiati, in maggioranza siriani e afghani, tra cui donne e bambini, che sarebbero stati respinti dai greci mentre cercavano di raggiungere le isole dove nell’ultima settimana sono sbarcate oltre 1.700 persone. Sempre secondo il governo turco sono 138.647 i migranti diretti dalle zone interne del Paese verso la frontiera greca dopo l’annuncio che Ankara non li avrebbe più fermati. Atene ha confermato finora 24 mila tentativi illegali di attraversamento impediti.

LA CROAZIA PRONTA A SUPPORTARE LA GRECIA

Con la Grecia si è schierata la Croazia che si è detta pronta a inviare nell’Egeo un altro pattugliatore. Una prima nave, infatti, già da tempo assiste la polizia greca nei controlli davanti alle coste turche. Inoltre, Zagabria sta considerando anche di inviare un contingente di agenti di frontiera terrestri per dare manforte ai greci.

L’EUROPA CERCA DI MEDIARE CON ANKARA

L’Europa che per bocca della presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva ringraziato la Grecia per essere il «nostro scudo», cerca di ricucire con la Turchia. Secondo l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell gli aiuti ad Ankara non sono sufficienti «dato che oggi la situazione è diversa da quella nel 2016» quando fu raggiunto l’accordo sugli aiuti finanziari in cambio del contenimento dei migranti. «L’Ue continuerà ad aiutare la Turchia, ma dobbiamo essere chiari e dire che spingere le persone verso i confini non può essere una soluzione per nessuno, e in più espone a rischi questi migranti», ha aggiunto.

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«Non vogliamo che i migranti siano attirati da false promesse, vogliamo avere un dibattito sereno con la Turchia sulla cause della crisi dei rifugiati e per farlo dobbiamo ristabilire la serenità sul campo alle frontiere e questo è il messaggio della Ue», ha sottolineato il portavoce della commissione europea Eric Mamer. «Siamo al centro di un processo diplomatico, è importante che i contatti continuino e che non si rompano i fili del dialogo, tutti gli attori politici della commissione hanno detto che stanno lavorando a soluzioni sul campo, e ciò non si risolve con una sola visita ad Ankara».

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Migranti, lo squadrismo greco che non disturba l’Ue

Pallottole mortali al varco terrestre con la Turchia. Arresti. Migliaia di fermi nei centri sulle isole. Richieste di asilo congelate. Mentre Bruxelles ringrazia per la protezione delle frontiere. Ecco perché se Erdogan è un cinico, Atene è incivile.

Non sono le acque libiche, ma quelle della Grecia. Si stenta a crederci, guardando le riprese chiarissime dei profughi in arrivo dalla Turchia mentre vengono respinti a bastonate dalle motovedette della guardia costiera ellenica, al largo dell’isola di Chios.

Traballanti gommoni di disperati, pieni di donne e minori, allontanati a colpi di fucile sparati in acqua e lambiti a tutta velocità dalle imbarcazioni delle autorità greche.

«Un orrore e una vergogna totale, contro ogni legge umanitaria ed etica», ha denunciato la Caritas greca, «perché la guardia costiera dovrebbe fare quanto è chiamata a fare, cioè rispettare le persone e salvare vite». Come impone il diritto internazionale, secondo la legge del mare. Invece accade che il suo operato venga plaudito dalla Commissione Ue. Che ringrazia per Atene per essere «il nostro scudo».

Grecia rifugiati Turchia Ue
Profughi accampati sulle rive turche dell’Evros, al confine con la Grecia. GETTY.

FRONTEX, LICENZA (ANCHE) DI SPARARE

Eppure le pallottole usate nell’Egeo, come ha rivelato nell’agosto 2016 Intercept, possono essere anche di piombo. Le ultime viste sparare a Chios erano di gomma, ma letali perché in grado di ribaltare o affondare un gommone. Ma negli ultimi due anni la guardia costiera greca, ha ricostruito l’inchiesta della rivista online, tra la Grecia e la Turchia si sono sparati anche proiettili “veri”. Sotto l’ombrello di Frontex, l’agenzia Ue per la difesa delle frontiere esterne, che nel Codice di condotta (articolo 20, comma 2) permette «l’uso delle armi come misura eccezionale, assoggettato ai principi di necessità e proporzionalità». Le regole d’ingaggio di Atene non violano i protocolli europei se, come è stato spiegato in risposta a un’interrogazione di un gruppo di europarlamentari, si sparano colpi di avvertimento in aria, mai contro gommoni, ma contro imbarcazioni, anche barchini di legno. La priorità, specie con altre centinaia di migliaia di siriani in fuga da Idlib, è «contenere la crisi e difendere le frontiere», ha ringraziato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

CHECK POINT DI SQUADRISTI NEOFASCISTI

Atene per Bruxelles, e per la maggioranza dei politici europei, fa il suo dovere. Le politiche sull’immigrazione del governo Mitsotakis sono durissime: il 95% delle richieste di asilo delle ultime settimane è stato respinto, centinaia di poliziotti sono stati mandati di rinforzo sulle isole degli sbarchi, dove si progettano nuovi centri per stranieri da rinchiudere ed espellere. Al montare della pressione alle frontiere, una settantina di migranti sono stati arrestati, tra le migliaia di bloccati, e sono state sospese per un mese le procedure per la richiesta d’asilo. Passi di dubbia legittimità, ma dall’Ue nessuna reprimenda. Nemmeno circa l’aiuto dato alle forze dell’ordine greche da squadracce dell’estrema destra per impedire la circolazione dei migranti. Gruppi di neofascisti hanno liberamente piantato una rete di check-point e conducono rastrellamenti sull’isola di Lesbo, la Lampedusa greca, anche contro gli operatori dei centri per migranti.

Il muro dell’Ue ai varchi terrestri tra Turchia e Grecia.

MIGLIAIA DI RIFUGIATI BLOCCATI NELL’EGEO

Un centro dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) è stato incendiato, case di attivisti assaltate. Dal 29 febbraio, secondo il ministero dell’Interno turco, più di 100 mila richiedenti asilo starebbero tentando di lasciare il Paese, una volta aperti i confini con la Grecia. Migliaia di profughi sono approdati tra Lesbo, Samos e Chios, isole già in uno stato critico da mesi: solo al centro profughi di Moria, a Lesbo, si trovavano 22 mila migranti, a fronte di 3 mila posti disponibili. Il governo ha interrotto i loro trasferimenti verso la terraferma. La condizione è sempre più esplosiva, anche per la popolazione locale afflitta dai gravi tagli negli anni della crisi, e di per sé in condizioni di privazione. Un bambino di 4 anni è morto, nel mar Egeo, sbalzato da un gommone di profughi ribaltato. Ma anziché governare l’emergenza umanitaria, Atene dispone esercitazioni militari della Marina davanti alle coste di Lesbo.

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GRANATE E PALLOTTOLE AL VARCO TERRESTRE

Via mare è più difficile fermare i flussi dalla Turchia alla Grecia, che via terra. Al varco di Kastanies, lungo il fiume Evron, sono stati bloccati più di 15 mila ingressi dal muro di agenti greci ammassato alle frontiere. Lì un siriano 22enne di Aleppo è morto per una pallottola di gomma alla gola. Altri profughi sono feriti dagli spari, anche di granate di lacrimogeni. Per la Cnn turca, la polizia greca usa «anche proiettili veri»: un’eventualità seccamente smentita da Atene, ma da quello che anche Frontex ha ammesso avvenire nell’Egeo è lecito dubitare. Testimoni hanno sentito diversi spari e visto arrivare ambulanze, i video documentano l’aggressività delle forze dell’ordine. Per Bruxelles i «confini della Grecia sono i confini dell’Ue». A conferma dell’irrigidimento, Frontex ha comunicato di essere «in stretto contatto» con le autorità greche, e di aver loro distribuito «attrezzature e supporto logistico per il monitoraggio».

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Morto un migrante alla frontiera: è scontro tra Grecia e Turchia

Secondo la prefettura della regione di Edirne un profugo è stato ammazzato dagli spari delle forze dell'ordine elleniche e altri cinque feriti. Ma il governo di Atene nega di utilizzare proiettili nelle attività di controllo del confine.

La crisi alla frontiera tra Grecia e Turchia, dopo la decisione del presidente turco Recep Tayyp Erdogan di aprire i confini per far passare i profughi nell’Unione europea, continua.

Il prefetto della provincia frontaliera turca di Edirne ha dichiarato che il 4 marzo almeno un migrante è stato ucciso e altri 5 sono stati feriti negli scontri con la polizia greca al confine turco, dove sono ammassate migliaia di persone che cercano di entrare nell’Ue. Il prefetto ha accusato le forze dell’ordine elleniche di aver «sparato utilizzando anche proiettili veri». Ma le autorità del governo greco hanno negato «categoricamente» di aver sparato ai migranti sul confine. E quella tra Ankara e Atene sembra essere anche una guerra di propaganda.

Intanto Erdogan ha chiesto nuovamente il sostegno europeo in Siria, dicendo esplicitamente che questa è la posta se Bruxelles vuole risolvere la
questione migranti. Secondo organizzazioni non governative siriane, un milione e mezzo di civili sono stati sfollati negli ultimi mesi nella regione di
Idlib.

ORLANDO: «IL GOVERNO DIA UN PORTO»

A unirsi alle richieste di approdo della ong c’è anche Leoluca Orlando: «Il governo italiano dia al più presto alla nave Alan Kurdi l’indicazione di un porto sicuro dove far sbarcare gli 88 naufraghi salvati in mare e già provati dalla navigazione e dalle violenze subite», è l’appello lanciato dal sindaco di Palermo l’1 novembre. «A maggior ragione dopo le parole della ministra Lamorgese che ha smontato la polemica sull’aumento degli sbarchi, l’Italia non si sottragga ai propri doveri internazionali e confermi ancora una volta il primato dell’umanità e dei diritti sulla cultura della violenza e dell’indifferenza». Intanto Alarm Phone ha annunciato la presenza di un’altra barca in pericolo con a bordo 40 persone al largo di Malta.

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Su Libia e immigrazione il ritorno in scena di Alberto Manenti

In prossimità della scadenza degli accordi con la guardia costiera di Tripoli, torna in auge l'ex direttore dell'Aise per un ruolo centrale nella gestione dei migranti.

Mi chiamo Alberto Manenti, risolvo problemi. Nel perfetto stile del Mr. Wolf di Pulp fiction, è tornato a fare capolino sui quotidiani il nome dell’ex direttore dell’Aise.

L’agente segreto italiano nato a Tarhouna in Libia ha lasciato lo scorso anno gli uffici di Forte Braschi, cedendo il posto al generale della Guardia di finanza Luciano Carta. Lo ha fatto dopo tanti anni di servizio e una schiera di suoi uomini ancora ben presenti nella nostra intelligence.

A distanza di un anno, però, i nostri apparati di sicurezza pare ne sentano già la mancanza. Succede così che in prossimità della scadenza degli accordi con la guardia costiera libica di Tripoli, il prossimo 2 novembre, il nome di Manenti sia stato evocato dal Fatto Quotidiano in un articolo dove si parlava appunto di un suo nuovo ruolo centrale nella gestione del fronte immigrazione.

SUI MIGRANTI COL CENTROSINISTA AL GOVERNO TORNA LA STRATEGIA MINNITI

D’altra parte l’arrivo di Luciana Lamorgese al Viminale ha di fatto spazzato via la linea dura dell’ex ministro Matteo Salvini che aveva chiuso i porti anche quando le condizioni mediche e psichiche dei migranti a bordo delle navi Ong si erano fatte insostenibili. Con il governo giallorosso, invece, torna in auge la vecchia posizione del centrosinistra in materia migrazione voluta da Marco Minniti, l’ex ministro degli Interni dei governi Renzi e Gentiloni, che proprio con Manenti l’aveva gestita dal 2013 fino alla sua uscita dal Viminale.

L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (foto LaPresse/Giordan Ambrico).

Lamorgese vorrebbe infatti riproporre il vecchio schema, fatto di accordi con i libici nonostante il rischio di infiltrazione ai tavoli della trattativa di trafficanti di esseri umani senza scrupoli, come Abd al-Rahman al-Milad, meglio conosciuto come “Bija“, circostanza rivelata dal giornalista di Avvenire Nello Scavo.

IL RISCHIO DI UN CONFLITTO TRA VIMINALE E INTELLIGENCE

Ma il tema va oltre il fatto in sé per diventare una questione di potere. Per molti osservatori il Viminale negli anni di Minniti ha sempre avuto troppa voce in capitolo, mettendo spesso in un angolo l’attività dell’intelligence. A questo si aggiungerebbe il delicato tema dei centri per l’immigrazione che, con Salvini ministro, hanno ottenuto sempre meno fondi.

Da tutta questa situazione potrebbe venir penalizzato l’attuale numero uno dell’Aise Luciano Carta

Come scritto dal Fatto, da tutta questa situazione potrebbe venir penalizzato l’attuale numero uno dell’Aise Luciano Carta, il generale della Gdf voluto da Salvini che sta provando a risolvere non pochi problemi interni ai nostri Servizi, alle prese con le vecchie questioni di Exodus (lo spyware che i nostri 007 hanno acquistato da una azienda calabrese che avrebbe rivelato dati sensibilissimi), i processi di Napoli e Roma, e con l’attuale spygate che tira in ballo l’amministrazione americana di Donald Trump.

SALGONO LE QUOTAZIONI DI CAPUTO ALL’AISE

Sul fronte Libia già si parla di una possibile promozione di Giuseppe Caputo al posto di Carta, come sollecitata dallo stesso Manenti nell’incontro con Gina Haspel, direttore della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Ne ha parlato di recente anche il Giornale, ma a quanto risulta a Lettera43 l’ex direttore Aise avrebbe anche cercato una sponda tra gli americani per ottenere l’incarico di autorità delegata ai Servizi, posizione che potrebbe aprirsi a breve se il premier Giuseppe Conte, ridimensionato nel suo ruolo, dovesse lasciare queste competenze dopo lo scandalo spygate e, soprattutto, il caso Vaticano-Mincione.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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