Il tribunale dei ministri vuole processare Salvini per la Open Arms

L'ex ministro negò lo sbarco alla nave della ong spagnola. Contestati sequestro di persona e omissione di atti d'ufficio.

Il tribunale dei ministri di Palermo ha chiesto una nuova autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Open Arms. «Mi è arrivata un’altra richiesta di processo perché ad agosto ho bloccato lo sbarco di clandestini dalla nave di una Ong spagnola», ha detto il leader della Lega. «Ormai le provano tutte per fermare me e impaurire voi: vi prometto che non mollo e non mollerò, mai».

SEQUESTRO DI PERSONA E OMISSIONE DI ATTI D’UFFICIO

I reati contestati a Salvini sono il sequestro di persona e l’omissione di atti d’ufficio. I giudici ricevettero dalla procura del capoluogo la richiesta di procedere a indagini preliminari nei confronti dell’ex ministro dell’Interno nel novembre del 2019. Il caso riguarda il divieto di sbarco imposto da Salvini all’imbarcazione con a bordo i migranti soccorsi in mare ad agosto 2019. Nel provvedimento, con il quale il tribunale ha sostanzialmente accolto le indicazioni dei pm palermitani, si ripercorre in 110 pagine la vicenda e si afferma l’obbligo di prestare soccorso in mare. I giudici definiscono non politico ma «amministrativo» l’atto di vietare l’approdo ai migranti deciso da Salvini.

UN ATTO CHE NON FU CONDIVISO

Secondo gli stessi giudici, la decisione di non far sbarcare i migranti fu presa da Salvini individualmente, quindi non un atto «condiviso» con gli altri esponenti del Governo. La nave della ong Catalana rimase 20 giorni ferma davanti a Lampedusa, poi furono i magistrati, in seguito a un’ispezione a bordo, a ordinare lo sbarco d’urgenza dei migranti. Nel provvedimento del tribunale dei ministri di Palermo, i giudici sostengono, tra l’altro, che nel caso della ong non c’era alcun indizio che l’eventuale approdo rappresentasse un pericolo per l’ordine e la sicurezza, condizioni a cui il decreto sicurezza bis subordina la possibilità di vietare lo sbarco.

IL VIMINALE NON INDICÒ UN PORTO SICURO

Il collegio inoltre, ripercorrendo la vicenda dell’agosto scorso, sostiene che il Viminale, soprattutto alla luce dell’ordinanza del Tar che aveva sospeso il divieto di ingresso della nave catalana nelle acque territoriali italiane, aveva l’obbligo di indicare all’imbarcazione il Pos, il porto sicuro. Le osservazioni del tribunale ricalcano le considerazioni fatte dalla Procura di Palermo che, a novembre scorso, in una memoria firmata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara, aveva chiesto ai giudici di indagare.

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Ora Salvini vuole denunciare Conte e Lamorgese per sequestro di persona

Il leader della Lega polemizza sullo sbarco a Taranto di 400 migranti, che dovrebbe avvenire nelle prossime ore: «Il governo ci ha messo quattro giorni per concedere un porto sicuro. Allora li denuncio».

Strano ma vero, dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria il leader della Lega, Matteo Salvini, si scopre difensore dei migranti e accusa di sequestro di persona il premier Giuseppe Conte e la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

Nel corso di una diretta Facebook, Salvini ha “spiegato”: «A Taranto sbarcheranno 400 migranti a bordo di una nave delle Ong. Con tutti i problemi di lavoro, inquinamento e agricoltura che ha la Puglia, l’unico modo che questo governo ha per ricordare la regione è far sbarcare i migranti. E ci hanno messo quattro giorni per concedere un porto sicuro. Allora denuncio per sequestro di persona il presidente del Consiglio Conte e la ministra Lamorgese. È sequestro di persona solo quando sono coinvolto io? Ci vediamo in tribunale».

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Cosa sappiamo sul migrante morto al Cpr di Gradisca

La procura di Gorizia ha aperto un'inchiesta per omicidio volontario. Secondo alcune testimonianze raccolte dal deputato Riccardo Magi, Vakhtang Enukidze sarebbe stato picchiato dalle guardie.

La procura di Gorizia ha aperto un’inchiesta per omicidio volontario sulla morte di Vakhtang Enukidze, il migrante di nazionalità georgiana trattenuto nel Cpr di Gradisca e deceduto sabato 18 gennaio. Sul suo corpo verrà eseguita un’autopsia, per stabilire la causa esatta della morte. Enukidze, infatti, pochi giorni prima di morire sarebbe stato coinvolto in una rissa con il suo compagno di stanza. E secondo l’associazione “No Cpr – No frontiere Fvg” sarebbe stato picchiato dalle guardie, intervenute per sedare la lite.

ENUKIDZE IN CARCERE PER DUE GIORNI

Enukidze è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e processato per direttissima, rimanendo in carcere per due giorni. Una volta riportato al Cpr si è sentito male ed è morto in ospedale, dove era stato trasferito in ambulanza. Gli attivisti dell’associazione “No Cpr – No frontiere Fvg” hanno diffuso una testimonianza audio raccolta telefonicamente da parte di un altro migrante trattenuto nel Cpr, che afferma di aver assistito al pestaggio: «Vakhtang è stato ammazzato di botte dalle forze dell’ordine all’interno del Cpr di Gradisca», scrive l’associazione sul suo blog, «ce l’hanno raccontato i reclusi, quella stessa notte del 18 gennaio, quando siamo andati sotto le mura del Cpr a parlare con loro, avendo saputo della morte di una persona».

IL CAPO DELLA POLIZIA: «OFFENSIVO IL PARAGONE CON IL CASO CUCCHI»

Anche il deputato di +Europa Riccardo Magi ha raccolto testimonianze simili nel corso di un’ispezione al Cpr, riportandole alla procura di Gorizia. Comprese quelle dei compagni di stanza di Enukidze, che hanno trascorso con lui le ultime due notti prima che morisse. Lo stesso Magi ha paragonato la vicenda al caso Cucchi, suscitando la reazione del capo della polizia Franco Gabrielli: «Fare parallelismi a dir poco arditi lo trovo assolutamente offensivo».

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La nave Alan Kurdi è approdata a Pozzallo con 32 migranti

L'imbarcazione della Ong Sea Eye è entrata nel porto sicuro identificato dal Viminale. A bordo c'è anche una donna incinta.

L’Alan Kurdi è approdata nel porto di Pozzallo la mattina di domenica 29 dicembre. A bordo della nave della Ong Sea Eye c’erano i 32 migranti soccorsi nel Mediterraneo a Natale. Sulla banchina era pronta la macchina dell’accoglienza, anche se perché potessero cominciare le operazioni di sbarco si sono dovuti attendere i controlli medici. La decisione di assegnare Pozzallo come porto sicuro è stata assunta il 28 dicembre dal Viminale, tenendo conto della presenza a bordo di persone in condizioni di vulnerabilità.

SBARCO COMPLETATO

Le operazioni di sbarco sono state completate verso mezzogiorno. Dopo le visite mediche a cura del medico di porto Vincenzo Morello due persone sono state ricoverate nell’ospedale di Modica: una donna al settimo mese di gravidanza e un bambino di sei mesi che soffriva di otite. Il resto del gruppo quasi tutti nuclei familiari di nazionalità libica, è stato trasferito nell’hot spot di Pozzallo, che era stato svuotato perché i rifugiati arrivati nei mesi precedenti sono stati ricollocati in altri Paesi europei.

A BORDO 10 MINORI E UNA DONNA INCINTA

Dei 32 migranti soccorsi 10 sono minori, alcuni in tenera età, e cinque sono donne, compresa quella incinta di sette mesi. La Commissione europea ha già avviato, su richiesta dell’Italia, la procedura per il ricollocamento dei migranti sulla scorta del pre-accordo di Malta.

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Nel 2019 gli sbarchi dei migranti si sono ridotti del 50%

I dati del ministero dell'Interno rispetto al 2018. In calo anche furti (-11,8%) e rapine (-17,6%). Ma crescono i maltrattamenti in famiglia (+6,8%) e le multe per eccesso di velocità (+35%).

Nel 2019 gli sbarchi dei migranti in Italia si sono ridotti del 50%. I dati arrivano dal ministero dell’Interno, secondo cui nell’anno che sta per finire sono arrivate sulle nostre coste 11.439 persone, rispetto alle 23.210 del 2018. La differenza con il 2017, quando gli sbarchi furono 118.914, è ancora più netta: -90,3%.

AL PRIMO POSTO CITTADINI TUNISINI

Nel 2019 la maggior parte degli approdi via mare ha riguardato cittadini tunisini (2.654), seguono i pachistani (1.180) e gli ivoriani (1.135). I minori stranieri non accompagnati sono stati invece 1.618, circa mille in meno rispetto al 2018 e 14 mila in meno sul 2017.

L’APPELLO DEL PAPA

Proprio il 25 dicembre papa Francesco, davanti a 50 mila fedeli radunati a piazza San Pietro, ha voluto lanciare un appello definendo i migranti «gli schiavi di oggi». Gesù, ha detto il papa, «sia difesa e sostegno per quanti, a causa delle ingiustizie, devono emigrare nella speranza di una vita sicura. È l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e mari, trasformati in cimiteri. È l’ingiustizia che li costringe a subire abusi indicibili, schiavitù di ogni tipo e torture in campi di detenzione disumani. È l’ingiustizia che li respinge da luoghi dove potrebbero avere la speranza di una vita degna e fa loro trovare muri di indifferenza».

IN CALO ANCHE OMICIDI E RAPINE

I dati del Viminale dicono che sono calati anche gli omicidi, le rapine, le violenze sessuali e i furti. Ma non i maltrattamenti in famiglia, che risultano in crescita del 6,8%. In questo caso occorre tuttavia verificare se davvero sono aumentati gli episodi o se le donne che spesso ne sono vittime hanno finalmente trovato il coraggio di denunciare. Entrando nei dettagli, le rapine sono scese del 17,6% e i furti dell’11,8%. Gli omicidi volontari sono calati del 9,6%, le violenze sessuali dell’8,9%. Mentre sulle strade c’è stato un incremento del 35% delle multe per eccesso di velocità.

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La Libia non è un porto sicuro e Sarraj vuole armi

L'allarme dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite: «Tra gennaio e novembre, oltre 8.600 migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera e riportati indietro dove sono vittime di violenze e abusi». Intanto il premier ricorda la sua richiesta: «Da Roma nessuna risposta ufficiale»

Nel giorno in cui le Nazioni Unite ricordano che la Libia non è un porto sicuro, il primo ministro Fayez Sarraj sottolinea di averci chiesto armi per la guerra di Tripoli.

QUEGLI 8.600 RIPORTATI IN LIBIA

Il 23 dicembre in una nota l ‘Alto Commissariato dell’Onu per i diritti Umani (Ohchr) ha lanciato l’allarme: «Tra gennaio e novembre, oltre 8.600 migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia, che ovviamente non può essere considerato in nessun modo come un porto sicuro per lo sbarco». «Migranti e rifugiati in Libia «continuano a essere regolarmente sottoposti a violazioni e abusi tra cui uccisioni extragiudiziali e arbitrarie, detenzione arbitraria, sparizioni forzate, torture, violenza sessuale e di genere, rapimento per riscatto, estorsione e lavoro forzato da parte di funzionari statali, trafficanti e trafficanti », denuncia l’Onu.

SARRAJ CHIAMA L’ITALIA NON RISPONDE

Intanto il premier libico Fayez Sarraj intervistato dal Corriere della Sera ha dichiarato: «Noi avevamo chiesto le armi a tanti Paesi, inclusa l‘Italia, che pure ha diritto di scegliere la politica che più le aggrada e con cui i rapporti restano comunque ottimi. Da Roma, in verità, non sono mai giunte risposte ufficiali». «Con Di Maio – spiega Sarraj – abbiamo avuto un ricco scambio d’opinioni. Quanto invece alla sua tappa a Bengasi dal nostro aggressore (il generale Haftar, ndr) e Tobruk non ho visto alcuna sostanza, oltre a generiche dichiarazioni di amicizia che lasciano il tempo che trovano. Così, la comunità internazionale risulta divisa. Da una parte i Paesi disposti ad armare i nostri avversari-aggressori. A loro – prosegue – si contrappongono altri Paesi, tra cui l’Italia, che credono tutt’ora alla formula per cui l’unica soluzione resta il dialogo politico». «Ma si tenga a mente – sottolinea – che qui siamo sotto attacco militare, con sofferenze indicibili per la popolazione vittima di bombardamenti, morti, feriti, con centinaia di migliaia di sfollati».

L’UE CI RICORDA L’EMBARGO

Il portavoce dell’attuale Alto rappresentante dell’Ue, Joseph Borrell a proposito ha ricordato che sulla Libia c’è un embargo: «Alla luce dell’attuale escalation in Libia, soprattutto attorno a Tripoli, l’Unione europea reitera il suo appello a tutte le parti libiche perché cessino tutte le azioni militari e ricomincino il dialogo politico». «Tutti i membri della comunità internazionale dovrebbero osservare e rispettare l’embargo sulle armi dell’Onu»

TRA PUTIN, ERDOGAN, GLI USA E LA GERMANIA

Alla domanda se alla fine saranno Putin ed Erdogan a dettare le regole del gioco, risponde: «È uno scenario difficile, reso ancora più complesso dagli interventi stranieri. Non credo però che l’intera questione possa venire risolta solo dai colloqui tra Putin ed Erdogan. È un processo caratterizzato da continui contatti bilaterali e multilaterali, in cui non mancano le voci degli Stati Uniti, della Germania impegnata con l’Onu a preparare la conferenza di Berlino e degli altri partner europei. Il nostro aggressore ha già fallito. Al momento del suo improvviso attacco il 4 aprile diceva che avrebbe preso Tripoli entro 48 ore. Nove mesi dopo la guerra continua»

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«Le ong sbarchino nei loro Paesi»: la norma Minniti “salva” Salvini

Il tribunale dei ministri ha archiviato la posizione del leader della Lega per il caso Alan Kurdi basandosi anche sul codice di condotta voluto dall'ex ministro degli Interni Pd.

Il tribunale dei ministri che ha deciso di archiviare la posizione dell’ex titolare degli Interni Matteo Salvini ha dato una motivazione destinata a diventare un precedente importante. «La responsabilità di assegnare un “porto sicuro” alle navi con i profughi soccorsi in mare spetta allo “Stato di primo contatto”», riporta il Corriere della Sera, «che però non è sempre facile individuare, «tuttavia, volendo seguire “alla lettera” le indicazioni che si possono ricavare da convenzioni e accordi, “lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio”; dunque se un’imbarcazione che ha raccolto i naufraghi batte bandiera tedesca, è alla Germania che deve rivolgersi per ottenere l’approdo».

IL CODICE MINNITI APPROVATO DALL’UE

Tra le «convenzioni e accordi» che cita il Corsera, risalta il codice di condotta per le ong dell’estate 2017 voluto dall’allora ministro Marco Minniti. Proprio in quel codice, approvato dall’Unione europea, vengono stabilite le regole sulla bandiera di riferimento della ong che ora hanno “salvato” Salvini.

IL CASO DELLA ALAN KURDI

La decisione del tribunale dei ministri, che ha accolto la richiesta della Procura di Roma, riguarda la vicenda della nave Alan Kurdi della Ong tedesca Sea Eye alla quale fu vietato l’approdo in un porto italiano lo scorso 3 aprile. Il leader della Lega era indagato per abuso d’ufficio e rifiuto di atti di ufficio, assieme al suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi e anche nei confronti del prefetto è stata decisa l’archiviazione.

IL NO DI SALVINI ALLO SBARCO

La nave della Ong soccorse al largo della Libia 64 migranti a bordo di un gommone in difficoltà. Dopo il no di Salvini allo sbarco, la nave rimase in mare dieci giorni: il 13 aprile fu Malta a concedere il porto sicuro e i migranti furono ridistribuiti tra Germania, Francia, Lussemburgo e Portogallo.

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Il bilancio delle vittime nel naufragio di Lampedusa

Sono cinque, tutte donne. Ci sarebbero ancora 20 dispersi. Di Maio: «Dobbiamo lavorare per fare in modo che le imbarcazioni non partano più dalle coste libiche, tunisine e del Nordafrica».

Sono cinque, e non sette come era stato comunicato in un primo momento, i cadaveri recuperati fino ad ora dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza dopo il naufragio avvenuto il 23 novembre a un miglio dall’isola dei Conigli di Lampedusa . Le vittime sono tutte donne: i corpi privi di vita di tre di loro sono stati recuperati in mare dalla motovedetta della Guardia Costiera CP 324, mentre quelli di altre due migranti sono stati ritrovati a terra da personale della Guardia di Finanza.

APERTA UN’INCHIESTA

La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo d’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, naufragio e omicidio colposo plurimo. Già dalla sera di sabato il procuratore aggiunto Salvatore Vella sta seguendo sistematicamente l’evolversi del caso e ha gestito prima la complessa macchina dei soccorsi dei naufraghi e oggi quella del recupero delle salme che fino ad ora sono cinque. I dispersi sarebbero venti, mente 149 persone si sono salvate.

DI MAIO: «FERMIAMO LE PARTENZE DAL NORDALFRICA»

Il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha commentato così la tragedia: «Ieri sera ho sentito il ministro Lamorgese, in queste ore stiamo seguendo con molta apprensione quello che sta succedendo. Una cosa è certa, noi dobbiamo lavorare per fare in modo che le imbarcazioni non partano più dalle coste libiche, tunisine e del Nordafrica. Ci stiamo lavorando con tutte le nostre forze».

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Salvini archiviato sulla vicenda dei migranti a bordo della Alan Kurdi

Il tribunale dei ministri ha accolto la richiesta della procura di Roma. L'ex capo del Viminale era indagato per abuso d'ufficio e rifiuto di atti d'ufficio.

Matteo Salvini in questo caso l’ha scampata. Il tribunale dei ministri, accogliendo la richiesta della procura di Roma, ha archiviato l’indagine che vedeva indagato l’ex ministro dell’Interno per abuso d’ufficio e rifiuto di atti di ufficio per la vicenda Alan Kurdi della Ong Sea Eye del 3 aprile 2019. Archiviata anche la posizione del prefetto Matteo Piantedosi, capo di gabinetto del Viminale.

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La barca dei minori soli soccorsa da Open Arms

L'organizzazione non governativa ha recuperato un'imbarcazione alla deriva con 73 persone a bordo, di cui 24 ragazzini.

La barca dei ragazzini. L’organizzazione non governativa Open Arms ha fatto sapere di aver soccorso all’alba una imbarcazione alla deriva al largo della Libia, a 50 miglia a nord di Az Zawiya, con 24 minori che viaggiavano da soli. La barca trasportava 73 migranti, di cui 69 uomini, 4 donne, 2 bimbi di 4 e 3 anni e più di una ventina di ragazzi. Due volontari di Emergency, Gabriella e Ahmed, rispettivamente infermiera e mediatore culturale a bordo dell’imbarcazione dell’ong spagnola hanno confermato che i «tanti» minori «stanno viaggiando completamente soli».

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Inchiesta a Torino su un traffico di migranti, coinvolto un avvocato

Tramite finti ricongiungimenti familiari un gruppo di persone originarie di Pakistan, Bangladesh e India faceva entrare in Italia alcuni connazionali, anche minorenni.

I carabinieri di Torino hanno scoperto un traffico di migranti che sarebbe stato organizzato da otto persone originarie del Pakistan, del Bangladesh e dell’India. Vittime alcuni connazionali, anche minorenni.

Il traffico sarebbe stato organizzato con l’aiuto di un avvocato, che dietro pagamento avrebbe agevolato le pratiche per ottenere i permessi di soggiorno. L’uomo è stato sottoposto all’obbligo di dimora e i carabinieri hanno perquisito il suo studio e la sua abitazione.

Le indagini dell’Arma hanno accertato l’esistenza di falsi documenti su stati di famiglia e dichiarazioni di ospitalità con cui consentire l’ingresso in Italia di migranti tramite finti ricongiungimenti familiari.

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Per la Cassazione il decreto sicurezza non può essere retroattivo

Le nuove disposizioni sul permesso di soggiorno per motivi umanitari non si applicano a chi ha fatto domanda prima del 5 ottobre 2018. Ma per ottenerlo non basta dimostrare di essersi integrati.

Il decreto sicurezza fortemente voluto dall’ex ministro dell’interno Matteo Salvini ed entrato in vigore il 5 ottobre 2018 non può essere applicato in maniera retroattiva. Il provvedimento ha introdotto norme più rigide in materia di immigrazione e in particolare per quanto riguarda la concessione di permessi di soggiorno per motivi umanitari.

Le Sezioni Unite della Cassazione, tuttavia, hanno chiarito che il decreto non si applica ai richiedenti che hanno fatto domanda prima del 5 ottobre 2018, i quali potranno quindi ottenere il riconoscimento della vecchia protezione umanitaria e il relativo permesso. Il verdetto è arrivato dopo che il Viminale aveva fatto ricorso contro tre casi di concessione.

Per un altro verso, tuttavia, i giudici hanno dato ragione al ministero dell’Interno, affermando che il semplice fatto di essersi socialmente ed economicamente inseriti nella società italiana non è sufficiente per dare ai migranti il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Non basta quindi dimostrare di essersi integrati, occore anche comprovare la «specifica compromissione» dei diritti umani nel Paese d’origine.

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Migranti: gli arrivi dal Mediterraneo centrale calati del 45% nel 2019

Nei primi 10 mesi dell'anno sono sbarcati 11.900 profughi. Sulla rotta orientale ne sono partiti 63 mila, +31% rispetto al 2018.

Il totale dei migranti arrivati nell’Ue attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, nei primi dieci mesi del 2019, sono stati 11.900, il 45% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Il numero dei migranti arrivati su questa rotta in ottobre, si è attestato a quasi 2.050, ovvero il 27% in meno rispetto al mese precedente. Sono i dati di Frontex. Tunisia, Sudan, Costa d’Avorio e Pakistan sono le nazionalità più rappresentate su questa rotta nei primi 10 mesi del 2019.

AUMENTANO GLI ARRIVI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Nonostante il rallentamento di ottobre, dovuto alle peggiori condizioni meteo, il totale di migranti arrivati nell’Ue attraverso la rotta del Mediterraneo orientale nei primi 10 mesi del 2019 è aumentato del 31% rispetto al 2018, a quasi 63 mila. E anche se a ottobre il numero totale degli arrivi è sceso del 18%, rispetto a settembre, attestandosi a circa 10.800, il dato pesa per i due terzi di tutti i rilevamenti nell’Ue.

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«Patto segreto sui migranti tra Libia e Malta»

Secondo i media della Valletta, l'intesa prevede che le forze armate dell'isola segnalino alle motovedette di Tripoli le imbarcazioni dei trafficanti prima che entrino nelle acque territoriali. Alarm Phone: «Così si impedisce di fuggire da una zona di guerra».

Un accordo segreto tra Malta e Libia, per un coordinamento tra le forze armate dell’isola (Marina compresa) e la controversa Guardia costiera di Tripoli. L’intesa, secondo il quotidiano Times of Malta, prevede che i barconi dei migranti vengano segnalati dalla Marina maltese alle motovedette libiche prima che facciano ingresso nelle acque della Valletta, affinché vengano intercettati e riportati indietro. Per Alarm Phone si tratta di un fatto gravissimo, perché l’accordo «impedisce alle persone di fuggire da una zona di guerra e viola le convenzioni internazionali sui diritti umani»

Il sito web del Times of Malta pubblica la foto di un incontro tra il colonnello maltese Clinton O’Neil, capo delle forze armate e dell’intelligence militare, in compagnia del vicepremier libico Ahmed Maiteeq, organizzato dall’ambasciatore maltese a Tripoli. In primo piano appare un membro del Gabinetto del primo ministro maltese, Neville Gafà, più volte accusato di corruzione per il rilascio di visti per ragioni mediche concessi in modo irregolare.

Secondo il quotidiano, Gafà si è accreditato come “inviato speciale del premier Joseph Muscat” in incontri con il governo libico e lo scorso anno fu costretto ad ammettere di aver avuto un incontro con Hajthem Tajouri, leader di una milizia che gestisce un campo privato di detenzione ed il racket delle estorsioni. Secondo quanto indicato da fonti di alto livello del governo, citate dal quotidiano, i primi contatti tra La Valletta e Tripoli risalirebbero allo scorso anno.

“Ora abbiamo raggiunto un accordo che possiamo chiamare di comprensione con i libici – ha detto la fonte – Quando c’è un battello che si dirige verso le nostre acque, la Afm si coordina con i libici che li prende e li riporta in Libia prima che entrino nelle nostre acque e diventino di nostra responsabilità”. La fonte governativa, secondo il Times of Malta, avrebbe anche sottolineato che senza l’accordo l’isola sarebbe stata “sommersa dai migranti”.

Dal gabinetto del primo ministro, un portavoce ha affermato che incontri bilaterali vengono continuamente condotti da Malta su base regolare, aggiungendo che il paese “rispetta sempre” le convenzioni e le leggi internazionali. “L’Ue – ha detto – si spende attivamente a favore del rispetto delle istruzioni delle competenti autorità europee che sono contro l’ostruzione delle operazioni condotte dalla guardia costiera libica, che è finanziata ed addestrata dall’Unione europea stessa per sostenere la gestione dei migranti e combattere il traffico di esseri umani”. La Ong

Alarm Phone su Twitter ha commentato: “Sebbene non sia una sorpresa, ora è confermato che le autorità maltesi coordinano le intercettazioni in collaborazione con la Libia. Questo impedisce alle persone di fuggire da una zona di guerra e viola le convenzioni internazionali dei diritti dell’uomo”.

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La previsione di Banca d’Italia: tra il 2020 e il 2030 230 milioni di migranti

Le stime sono state diffuse dal governatore Ignazio Visco. Eppure la cifra record non riuscirebbe a compensare l'invecchiamento della popolazione europea. Mentre la crisi ambientale rischia di ridurre il nostro reddito pro capite del 25%.

Un mondo spezzato dalla crisi ambientale e in cui i flussi migratori diverranno correnti di esseri umani in movimento da un continente all’altro. Le prospettive per il futuro secondo il presidente della Banca d’Italia Ignazio Visco delineano uno scenario molto complesso da gestire. «Tra il 2020 e il 2030 il flusso di nuovi migranti potrebbe raggiungere la cifra record di circa 230 milioni di persone, quasi quanto la loro attuale consistenza. In Europa, tuttavia, gli arrivi previsti non basterebbero più a impedire una sensibile diminuzione del numero di persone in età attiva». È il quadro tracciato dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. «La crisi ambientale – ha aggiunto – potrebbe ridurre il reddito pro capite mondiale di quasi un quarto entro il 2100 rispetto al livello che si potrebbe altrimenti raggiungere, con riduzioni forti soprattutto nel Sud del mondo e più lievi (in qualche caso aumenti) nel resto del pianeta».

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Francia, quote per i migranti economici e nuovi limiti per l’accesso alle cure

Previsti 33mila visti di lavoro l'anno con gli stranieri"professionali" reclutati «in base alle necessità». Il 6 novembre l'annuncio della riforma che include anche restrizioni per ottenere le cure mediche di basei.

Le riforme che il governo di Parigi è pronto ad annunciare il 6 novembre faranno discutere e potrebbero far piovere su monsieur le président Emmanuel Macron nuove critiche. Un sistema di quote per facilitare l’immigrazione economica e regole più severe per l’accesso degli stranieri all‘assistenza sanitaria gratuita: questi i nuovi imminenti provvedimenti della Francia, mentre parte la corsa per le elezioni comunali di primavera con il solito testa a testa tra il partito En Marche dell’attuale presidente e il Rassemblement National di Marine Le Pen.

MIGRANTI RECLUTATI «IN BASE ALLE NECESSITÀ»

In attesa di conoscere i dettagli delle nuove disposizioni, che verranno annunciate il 6 novembre dal premier Edouard Philippe, la ministra del Lavoro, Muriel Pénicaud, ha confermato l’introduzione di un sistema annuale di “quote“, anticipato il 5 novembre dai media. Un dispositivo che dovrebbe entrare in vigore già dall’estate, per assumere a seconda dei bisogni di manodopera. «Sarà la Francia a reclutare rispetto alle sue necessità. È un nuovo approccio, un po’ come in Canada e in Australia», ha dichiarato la fedelissima di Macron, aggiungendo che «l’idea è avere numeri precisi, oppure delle quote».

PREVISTI CIRCA 33 MILA VISTI DI LAVORO L’ANNO

Pénicaud ha aggiunto che questa sorta di immigrazione à la carte sarà «abbastanza modesta nei numeri», circa 33 mila persone all’anno. L’immigrato «professionale» disporrà di un «visto di lavoro per una durata determinata e un lavoro determinato», ha precisato.

CRITICHE DA SINISTRA

La sinistra però attacca, accusando il presidente di sfruttare elettoralmente il dramma migratorio, mentre la destra si trova spiazzata da quello che sarebbe potuto diventare un suo cavallo di battaglia. Nella cosiddetta ‘patrie des droits de l’Homme‘ le quote sui migranti suscitano critiche, anche impietose, da parte della società civile. Per la prima pagina di Le Monde il vignettista Plantu ha disegnato una nave battente bandiera francese che accosta un’imbarcazione di fortuna carica di migranti. Un funzionario si sporge dal parapetto rivolgendosi allo sfortunato equipaggio di esiliati: «Abbiamo bisogno di due idraulici e di tre addetti alle macchine fresatrici. Per gli altri ripassate domani…».

RESTRIZIONI PER L’ACCESSO ALLA SANITÀ PUBBLICA

Insieme con le regole per «adattarsi in tempo reale ai bisogni delle nostre imprese» facilitando l’immigrazione economica, saranno messe a punto e migliorate le norme per la concessione dei visti, con l’istituzione di una commissione incaricata di migliorare le relazioni fra consolati e prefetture. Nella ventina di provvedimenti che verranno annunciati il 6 novembre dopo il consiglio dei ministri c’è anche l’inasprimento di alcune regole e controlli per l’accesso di richiedenti asilo e immigrati irregolari alle cure della sanità pubblica. Philippe ha insistito sulla «necessità di lottare contro frodi ed abusi», come auspicato da Macron.

TRE MESI DI ATTESA PER LA PROTEZIONE MEDICA DI BASE

Il capo dello Stato si è detto determinato a «risolvere rapidamente» la questione di «coloro che vengono con un visto turistico, restano tre mesi e poi hanno diritto all’Ame» (l’aiuto medico di Stato, accordato agli stranieri in situazione irregolare, ndr). Nonostante le proteste delle correnti più a sinistra del partito di maggioranza – La République en Marche – e di molte associazioni, il governo instaurerà un trimestre di attesa per l’accesso alla Protezione universale malattia, l’assistenza di base destinata «a tutti coloro che lavorano o risiedono in Francia in modo stabile e regolare». Finora, il diritto scattava appena depositata la richiesta.

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L’Italia chiede alla Libia modifiche al memorandum sui migranti

Una commissione congiunta potrà intervenire sull'accordo firmato nel 2017 per contrastare il traffico di esseri umani e fermare le partenze. Ma l'intesa viene rinnovata.

Migliorare il memorandum con la Libia sul piano dei diritti umani dei migranti, ma comunque mantenerlo. Fonti del governo italiano hanno fatto sapere di aver chiesto al governo di Tripoli di riunire la commissione congiunta dei due Paesi per modificare l’intesa sul contrasto all’immigrazione clandestina e al traffico di esseri umani. La commissione dovrebbe essere presieduta da parte italiana dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Il memorandum Italia-Libia è stato firmato nel 2017 dall’allora premier Paolo Gentiloni e dal primo ministro libico Fayez al-Serraj. L’accordo è figlio della situazione vissuta dall’Italia tra il 2015 e il 2017, quando l’arrivo di migranti dalla Libia e l’attività degli scafisti erano al loro apice. Nel 2016 gli arrivi erano stati oltre 160 mila, con una punta di 12 mila in sole 48 ore, tra il 25 e il 27 giugno 2017.

Il memorandum si rinnova oggi con la procedura del silenzio-assenso. Alla Libia vengono forniti aiuti economici per i cosiddetti centri d’accoglienza, corsi di addestramento e motovedette per la Guardia costiera. Ma proprio la Guardia costiera libica risulta formata almeno in parte da milizie locali colluse con i trafficanti.

I contenuti esatti del memorandum non sono mai stati esaminati dal parlamento. Secondo l’Onu, inoltre, i centri libici sono a tutti gli effetti dei centri di detenzione, in cui i migranti vengono costretti in condizioni disumane. E la Libia è un Paese in guerra, dunque non può essere considerato un porto sicuro secondo la comunità internazionale.

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La situazione dell’Alan Kurdi l’1 novembre 2019

La nave della ong tedesca Sea Eye è in mare da sette giorni. A bordo 88 migranti salvati al largo delle coste della Libia.

L’Alan Kurdi è entrata in acque italiane. Ad annunciarlo è stata la Sea Eye. «Proprio ora siamo entrati in acque territoriali italiane per cercare riparo dal vento e dalle onde», ha fatto sapere con un tweet la ong tedesca a bordo della nave. «Nonostante la soluzione diplomatica per le restanti 88 persone salvate a bordo della Alan Kurdi, non ci è stato ancora assegnato un porto sicuro. Un altro capitolo buio per la fortezza Europa». La Alan Kurdi è in mare da sette giorni, a poche miglia dalle coste della Sicilia orientale, con a bordo un carico di 88 migranti soccorsi al largo della Libia. Secondo quanto riferito dalla ong, nelle prime ore del mattino dell’1 novembre una 20enne è stata evacuata per ragioni sanitarie dalla Guardia costiera italiana. Domenica 27 ottobre era stata evacuata anche una donna incinta. «Quando termina questo blocco?», ha chiesto Sea Eye.

ORLANDO: «IL GOVERNO DIA UN PORTO»

A unirsi alle richieste di approdo della ong c’è anche Leoluca Orlando: «Il governo italiano dia al più presto alla nave Alan Kurdi l’indicazione di un porto sicuro dove far sbarcare gli 88 naufraghi salvati in mare e già provati dalla navigazione e dalle violenze subite», è l’appello lanciato dal sindaco di Palermo l’1 novembre. «A maggior ragione dopo le parole della ministra Lamorgese che ha smontato la polemica sull’aumento degli sbarchi, l’Italia non si sottragga ai propri doveri internazionali e confermi ancora una volta il primato dell’umanità e dei diritti sulla cultura della violenza e dell’indifferenza». Intanto Alarm Phone ha annunciato la presenza di un’altra barca in pericolo con a bordo 40 persone al largo di Malta.

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Su Libia e immigrazione il ritorno in scena di Alberto Manenti

In prossimità della scadenza degli accordi con la guardia costiera di Tripoli, torna in auge l'ex direttore dell'Aise per un ruolo centrale nella gestione dei migranti.

Mi chiamo Alberto Manenti, risolvo problemi. Nel perfetto stile del Mr. Wolf di Pulp fiction, è tornato a fare capolino sui quotidiani il nome dell’ex direttore dell’Aise.

L’agente segreto italiano nato a Tarhouna in Libia ha lasciato lo scorso anno gli uffici di Forte Braschi, cedendo il posto al generale della Guardia di finanza Luciano Carta. Lo ha fatto dopo tanti anni di servizio e una schiera di suoi uomini ancora ben presenti nella nostra intelligence.

A distanza di un anno, però, i nostri apparati di sicurezza pare ne sentano già la mancanza. Succede così che in prossimità della scadenza degli accordi con la guardia costiera libica di Tripoli, il prossimo 2 novembre, il nome di Manenti sia stato evocato dal Fatto Quotidiano in un articolo dove si parlava appunto di un suo nuovo ruolo centrale nella gestione del fronte immigrazione.

SUI MIGRANTI COL CENTROSINISTA AL GOVERNO TORNA LA STRATEGIA MINNITI

D’altra parte l’arrivo di Luciana Lamorgese al Viminale ha di fatto spazzato via la linea dura dell’ex ministro Matteo Salvini che aveva chiuso i porti anche quando le condizioni mediche e psichiche dei migranti a bordo delle navi Ong si erano fatte insostenibili. Con il governo giallorosso, invece, torna in auge la vecchia posizione del centrosinistra in materia migrazione voluta da Marco Minniti, l’ex ministro degli Interni dei governi Renzi e Gentiloni, che proprio con Manenti l’aveva gestita dal 2013 fino alla sua uscita dal Viminale.

L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (foto LaPresse/Giordan Ambrico).

Lamorgese vorrebbe infatti riproporre il vecchio schema, fatto di accordi con i libici nonostante il rischio di infiltrazione ai tavoli della trattativa di trafficanti di esseri umani senza scrupoli, come Abd al-Rahman al-Milad, meglio conosciuto come “Bija“, circostanza rivelata dal giornalista di Avvenire Nello Scavo.

IL RISCHIO DI UN CONFLITTO TRA VIMINALE E INTELLIGENCE

Ma il tema va oltre il fatto in sé per diventare una questione di potere. Per molti osservatori il Viminale negli anni di Minniti ha sempre avuto troppa voce in capitolo, mettendo spesso in un angolo l’attività dell’intelligence. A questo si aggiungerebbe il delicato tema dei centri per l’immigrazione che, con Salvini ministro, hanno ottenuto sempre meno fondi.

Da tutta questa situazione potrebbe venir penalizzato l’attuale numero uno dell’Aise Luciano Carta

Come scritto dal Fatto, da tutta questa situazione potrebbe venir penalizzato l’attuale numero uno dell’Aise Luciano Carta, il generale della Gdf voluto da Salvini che sta provando a risolvere non pochi problemi interni ai nostri Servizi, alle prese con le vecchie questioni di Exodus (lo spyware che i nostri 007 hanno acquistato da una azienda calabrese che avrebbe rivelato dati sensibilissimi), i processi di Napoli e Roma, e con l’attuale spygate che tira in ballo l’amministrazione americana di Donald Trump.

SALGONO LE QUOTAZIONI DI CAPUTO ALL’AISE

Sul fronte Libia già si parla di una possibile promozione di Giuseppe Caputo al posto di Carta, come sollecitata dallo stesso Manenti nell’incontro con Gina Haspel, direttore della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Ne ha parlato di recente anche il Giornale, ma a quanto risulta a Lettera43 l’ex direttore Aise avrebbe anche cercato una sponda tra gli americani per ottenere l’incarico di autorità delegata ai Servizi, posizione che potrebbe aprirsi a breve se il premier Giuseppe Conte, ridimensionato nel suo ruolo, dovesse lasciare queste competenze dopo lo scandalo spygate e, soprattutto, il caso Vaticano-Mincione.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Libia: Di Maio intende rinnovare gli accordi di Minniti

Il ministro degli Esteri al question time alla Camera: «Un'eventuale denuncia del memorandum sui migranti sarebbe dannosa». L'Oxfam: «L'Italia ha dato a Tripoli 150 milioni in tre anni».

«Un’eventuale denuncia» del memorandum con la Libia «rappresenterebbe un vulnus politico» ma «lavoriamo per migliorarlo», ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, rispondendo durante un question time alla Camera a un’interrogazione sulla prevista scadenza, il prossimo 2 novembre, del Memorandum di intesa Italia-Libia in materia di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani. «Il governo intende lavorare per modificare in meglio i contenuti», ha aggiunto, «ma è innegabile come abbia ridotto arrivi e morti in mare».

«AUMENTARE COINVOLGIMENTO DELL’ONU»

«Proporrò di convocare una riunione della commissione congiunta italo-libica, prevista dall’articolo tre del memorandum. In particolare dovremo favorire un’ulteriore coinvolgimento delle Nazioni Unite, della comunità internazionale e delle organizzazioni della società civile per migliorare l’assistenza ai migranti salvati in mare e le condizioni dei centri», ha continuato Di Maio.

IN TRE ANNI 150 MILIONI DA ROMA A TRIPOLI

Dal 2017 ad oggi l’Italia ha dato al governo libico oltre 150 milioni finanziando la formazione del personale impegnato nei centri di detenzione ufficiali e la fornitura di mezzi terresti e navali per le autorità di polizia e la Guardia Costiera. È quanto afferma l’Oxfam chiedendo che il memorandum d’intesa con Tripoli venga sospeso e sia cancellata ogni missione italiana in Libia. Secondo Oxfam, 43,5 milioni sono stati spesi dall’Italia nel 2017, più di 51 milioni nel 2018 e quest’anno si è già a 56 milioni. «Bisogna mettere la parola fine a una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia recente» dice l’organizzazione umanitaria sottolineando che «l’accordo, peraltro, non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano contrariamente a quanto previsto in Costituzione».

«CONSENTITE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI»

Un’intesa che «ha di fatto consentito le violazioni» dei diritti umani che avvengono nei «lager ufficiali», dove ci sono quasi 5 mila migranti. Senza contare che, dice Paolo Pezzati di Oxfam Italia, «i soldi spesi dai Governi Gentiloni e Conte sono serviti a finanziare la Guardia costiera libica che, come denunciato dall’Onu, impiega alcuni dei più pericolosi trafficanti di esseri umani».

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Lamorgese apre alla modifica dei dl sicurezza

La ministra dell'Interno ha detto che entro la fine dell'anno l'esecutivo potrebbe intervenire nei pacchetti dell'ex governo, come indicato dalle rilevazioni del presidente della Repubblica.

«Penso di si». Così il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha risposto a margine dell’audizione in Commissione antimafia a chi gli chiedeva se i decreti sicurezza del governo gialloverde verranno modificati entro la fine dell’anno. «C’è stato un intervento del Capo dello Stato», ha detto il ministro, «quindi noi certamente faremo delle modifiche» in modo da «rendere conforme» i testi «alle osservazioni che sono arrivate dal Quirinale». «Secondo me», ha concluso, «nel giro di poco si affronterà il problema».

GOVERNO PRONTO AD AGIRE SUL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA

Lamorgese ha risposto anche a chi le chiedeva conto dell’intesa del 2017 tra Italia e Libia e del suo possibile annullamento da parte del nuovo governo giallorosso: «È una questione di carattere politico che si farà a livello governativo e del presidente del Consiglio», ha spiegato. Il memorandum scade il prossimo 2 novembre e, senza un intervento, si rinnova automaticamente.

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Zeerbrugge, il porto belga in mano alla Cina

Lo scalo dal quale è passato il cargo con a bordo 39 migranti provenienti dalla Repubblica popolare è saldamente nella mani della COSCO, grosso conglomerato che detiene l'85% delle quote dei terminal.

Il mistero del tir bulgaro trovato a Grays con a bordo i corpi di 39 persone è tutt’altro che risolto. Gli interrogativi sul destino dei cittadini cinesi trovati senza vita nella cittadina dell’Essex restano molti. A partire dal ruolo di Mo Robinson, autista nordirlandese di 25 anni alla guida del camion: per la polizia potrebbe essere il basista di un gruppo dedito al traffico di esseri umani. Come resta da chiarire il momento esatto in cui i cinesi sono stati “imbarcati”. Una risposta potrebbe arrivare dal Belgio, più precisamente dal porto di Zeerbrugge dal quale è partito il cargo e che è saldamente nelle mani della Cina.

LE MANI DELLA CINA SUI PORTI EUROPEI

Negli ultimi 11 anni Pechino ha avviato un vasto piano di acquisizioni all’interno del sistema portuale europeo, sia nel Mediterraneo che nel Mare del Nord. Nel 2008 la China Ocean Shipping Company, azienda di Stato cinese che si occupa di trasporti, ha acquistato due terminal del porto del Pireo, in Grecia, sborsando quasi 4 miliardi di dollari. Da quel momento la presenza della Repubblica popolare è cresciuta fino a mettere le mani su 12 porti europei, in particolare concentradosi su quelli di piccole e medie dimensioni.

L’ASCESA DEL COLOSSO COSCO

Nel 2016 Pechino ha favorito la fusione tra due grandi compagnie di Stato, la China Shipping Company e la China Ocean Shipping, creando un conglomerato di Stato noto come COSCO, nome facilmente individuabile in molti container che circolano su navi o treni. Un anno dopo la COSCO ha inglobato una terza compagnia l’Orient Overseas International diventando la multinazionale del trasporto più grande nel mondo dopo i colossi europei. La COSCO, oltre a investire in Italia con le acquisizioni nello scalo genovese di Vado Ligure, ha puntato sui lucrosi scali del Nord Europa con l’acquisto del 35% dell’Euromax Terminal di Rotterdam, il porto più grande nel Vecchio continente per merci smistate, e del 20% di quello di Anversa. Ma il vero colpo è stato acquistare l’85% del porto di Zeerbrugge.

ZEERBRUGGE DAL DECLINO ALLA RINASCITA

Lo scalo belga, da sempre tra i minori nei traffici del Nord Europa, è entrato in crisi a partire dal 2017 quando il gruppo danese Maersk ha deciso di concentrare sforzi e investimenti a Rotterdam di fatto decretando il declino di Zeerbrugge. A quel punto è comparsa la COSCO. Per il conglomerato della Repubblica popolare è molto facile recuperare capitali accedendo non solo alle banche statali, ma soprattutto a un fondo speciale presso la Banca cinese di sviluppo, istituto creato appositamente per supportare la Nuova via della Seta. Poco meno di un anno fa la Npr, la radio pubblica americana, ha realizzato un lungo reportage dallo scalo raccontando i primi effetti dell’acquisizione. In particolare COSCO ha affiancato ai dirigenti dei terminal figure cinesi, inserendole in modo graduale. E le associazioni sindacali dei portuali hanno declinato ogni commento. Il timore è quello di una de-sindacalizzazione della forza lavoro.

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Gli eurodeputati M5s si astengono: non passa la risoluzione pro migranti

Il testo invitava gli Stati membri a mantenere i loro porti aperti. Contrari il Ppe con Forza Italia, i sovranisti e la Lega. La decisione dei pentastellati mette in minoranza Socialisti, Liberali e Verdi.

Gli eurodeputati del M5s si sono astenuti nella votazione sulla risoluzione sui migranti, poi bocciata dal parlamento europeo. Gli astenuti in totale sono stati 36. Tra i 290 contrari al testo la stragrande maggioranza del Ppe (con Forza Italia), le destre sovraniste di cui fa parte la Lega, l’Ecr dove siede Fratelli d’Italia e qualche eurodeputato di Renew Europe. A favore 288 eurodeputati fra cui il gruppo dei Socialisti e democratici con dentro il Pd, la stragrande maggioranza dei Liberali, la Gue ed i Verdi. Il testo di risoluzione sulla ricerca e salvataggio dei migranti nel Mediterraneo invitava tra l’altro gli Stati membri a mantenere i loro porti aperti alle navi delle ong.

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Le grane di Trudeau, tra consenso in calo e nodo immigrazione

Il presidente canadese tiene la poltrona, ma perde la maggioranza. Mentre avanza il conservatore Scheer. Che cavalca i malumori legati all'apertura delle frontiere.

Il populismo non risparmia neppure il Canada, dove l’immigrazione resta uno dei temi più divisivi. La conferma arriva dalle urne, che hanno sancito la vittoria del presidente uscente Justin Trudeau, che però ha perso la maggioranza in parlamento, dove crescono i Conservatori del giovane Andrew Scheer. Il nuovo esecutivo sarà di minoranza e avrà bisogno della formazione di sinistra Nuovo Partito Democratico. L’obiettivo comune sarà arginare la crescita del “Trump canadese” Sheer.

QUANDO TRUDEAU ERA IL “NUOVO”

Con 156 seggi, 14 in meno di quanto richiesto per una maggioranza assoluta e 28 in meno rispetto alle consultazioni del 2015, i Liberali sono passati da oltre il 39% di consensi di quattro anni fa al 33% di oggi. Gli avversari principali, ossia i Conservatori di Scheer, hanno ottenuto invece il 34,5%, ma a causa del sistema elettorale canadese non potranno governare, fermandosi a 122 seggi. Se non si è trattato di una sconfitta, dunque, non è stata neppure una vittoria netta. Sono lontani i tempi in cui l’allora 43enne Trudeau si metteva alla guida del Paese, incarnando l’immagine di nuovo, insieme a leader internazionali come Emmanuel Macron in Francia o Matteo Renzi in Italia. L’ex enfant prodige oggi deve fare i conti con un avversario come Scheer, ancora più giovane di lui, e soprattutto con un’opinione pubblica che ha dimostrato alle urne di essere più divisa. Per questo Trudeau deve ora lavorare a una coalizione con il New Democratic Party di Janghmeet Singh.

LA SCALATA DI SCHEER

Classe 1979, proveniente da una famiglia di origine rumena di salda fede cattolica, Andrew Scheer si è distinto per la sua rapida carriera politica: eletto deputato a soli 25 anni, a 40 anni ha insidiato la poltrona del 48enne Trudeau, cavalcando gli scandali che lo hanno travolto. Ma soprattutto, dopo essere diventato nel 2011 il più giovane speaker della House of Commons canadese, ha colto il malessere di parte della società nei confronti delle politiche di accoglienza dei rifugiati seguite dal precedente esecutivo. Toni pacati, viso giovane, pulito e sorridente, Scheer ha messo a segno una serie di colpi decisivi nei dibattiti tivù. Cattolico come Trudeau, ha un padre diacono nella parrocchia frequentata dalla famiglia, ma a differenza del presidente uscente ha accettato nel proprio partito anche attivisti pro-life anti-abortisti. Ciononostante non ha puntato sui temi religiosi, tradizionalmente in secondo piano in un Paese come il Canada. Sposato, padre di cinque figli (Trudeau ne ha tre), ha invece giocato la propria campagna elettorale cavalcando un malessere crescente.

TUTTI I GUAI DEL PRESIDENTE

Nonostante l’endorsment dell’ex capo della Casa Bianca Barack Obama (è risultato irrituale che un ex presidente statunitense si spenda per un candidato canadese), Trudeau ha perso molto terreno rispetto a quando si era autoproclamato “femminista”, fortemente orientato alla parità di genere: pur formando una squadra di governo con 15 uomini e 15 donne, oggi sembra non gli basti più la definizione di «sexy come un modello di Calvin Klein», coniata dal comico Hasan Minhaj. Nonostante abbia realizzato alcune delle promesse della campagna elettorale (come la creazione del ministero per il Cambiamento climatico o per l’Immigrazione, i rifugiati e la cittadinanza), la sua immagine di astro nascente del 2015 ha risentito di due scandali. Prima è stato accusato di favoreggiamento, per pressioni indebite sulla giustizia a favore di una grossa azienda canadese di costruzioni, la Snc-Lavalin, in un’indagine per corruzione internazionale in Libia. Poi ha rischiato l’accusa di razzismo per una vecchia foto del 2001, in cui appare con una blackface, il volto dipinto di nero in occasione di una festa in maschera. Proprio su immigrazione e razzismo il suo avversario Scheer ha guadagnato terreno.

UN FLUSSO MIGRATORIO DA RECORD

Trudeau partiva da una posizione favorevole, forte dei risultati ottenuti ed elencati da lui stesso in campo economico: «Abbiamo creato quasi 800 mila posti di lavoro negli ultimi tre anni e abbiamo il più basso tasso di disoccupazione della storia canadese» ha detto al G7, ricordando la crescita del Pil anche grazie al raddoppiamento degli investimenti nelle infrastrutture e a una politica sociale di sostegno alle classi più deboli, con assegni familiari che hanno ridotto la povertà di 900 mila persone, 300 mila delle quali bambini. In campo ambientale, ha aderito agli accordi di Parigi, introducendo però una “carbon tax” poco gradita all’elettorato. Altrettanto impopolare è stata la nazionalizzazione della Trans mountain pipeline, per quasi 5 miliardi di dollari, giustificata dal fatto che gli introiti del petrolio serviranno a liberare il Canada dai combustibili fossili. È però sul tema dell’immigrazione che si è giocata una partita importante: l’ingresso di 100 mila rifugiati, accolti in Canada, ha rappresentato un record, che è stato mal digerito da una buona fetta della popolazione: i sondaggi indicano che il 56% della popolazione è contrario ai piani del governo di portare entro il 2021 il tetto degli immigrati a 1 milione. Per questo ora Trudeau potrebbe faticare maggiormente a mettere in atto quando annunciato.

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Sbarchi di migranti in serie a Lampedusa: hotspot affollato

Un'imbarcazione con 108 profughi a bordo è arrivata al porto dell'isola siciliana. È la terza della giornata. Nelle ultime due settimane sono arrivati in 570.

È arrivata in porto a Lampedusa l’imbarcazione con 108 migranti che era stata avvistata in mattinata non lontana dalla costa. Sull’isola è scattato il sistema di accoglienza. Le persone saranno portate nell’hotspot dell’isola, particolarmente affollato negli ultimi giorni. Poco prima delle 12 un gommone con a bordo 50 migranti era arrivato in porto. In mattinata, intorno alle 8, era arrivato un altro piccolo barchino con 13 migranti.

IN DUE SETTIMANE SBARCATE 570 PERSONE

«Sbarchi continui. Nelle prime settimane di questo mese, 570 persone sono sbarcate a Lampedusa e il sistema di sicurezza è già in tilt. Il personale non è sufficiente per gestire la situazione», ha dichiarato a LaPresse Stefano Paoloni, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia (Sap).

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