Zlatan Ibrahimovic resta in Serie A, ma non al Milan: le squadre in cui può giocare


Il futuro di Zlatan Ibrahimovic è avvolto nell'incertezza. Il suo contratto con il Milan è in scadenza e i dissidi interni al club, a livello dirigenziale, lo allontanano dalla permanenza in rossonero. Nei piani di Ibra resta comunque la possibilità di continuare a giocare in Serie A: le soluzioni non mancano.
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Lazio, Lucas Leiva operato al ginocchio: può tornare in campo per la ripresa della Serie A


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L’emergenza Covid-19 nelle Asl della città metropolitana di Roma

Anche gli ospedali fuori dalla Capitale lamentano la mancanza di presidi sanitari. Mascherine, guanti, tute, occhiali protettivi non bastano. «Noi siamo in prima linea», dice Dimitri Cecchinelli, infermiere della Asl Roma5 e segretario territoriale Cisl, «ma lo Stato deve metterci in condizione di lavorare in sicurezza». Mentre il commissario straordinario Arcuri assicura l'arrivo di nuovo materiale in tutta Italia.

L’emergenza coronavirus sta mettendo a dura prova gli ospedali di alcune grandi città, soprattutto nel Nord e nel Centro Italia, ma è nei presìdi sanitari provinciali che la situazione rischia di essere ancor più allarmante.

Dopo appelli e polemiche, il 22 marzo il commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri ha assicurato che entro martedì «tutte le regioni avranno mascherine per medici, operatori sanitari e malati». «Ci servono 90 milioni di mascherine al mese», ha aggiunto a Mezz’ora in più. «È un numero straordinario, ma abbiamo attivato tutti i canali per rifornirci. Purtroppo si producono in Paesi lontani dal nostro e su questo materiale si combatte una guerra commerciale».

La situazione intanto resta allarmante. Mentre gli esperti sottolineano che dopo la Lombardia l’emergenza potrebbe a breve coinvolgere anche Roma, è proprio negli ospedali delle Asl “lontane” dalla Capitale che i rifornimenti di mascherine, camici, guanti e occhiali protettivi scarseggiano o sono clamorosamente inutili. Il caso più emblematico è quello della Asl Roma 5, che comprende 76 comuni e gli ospedali di Colleferro, Palestrina, Tivoli, Subiaco, Monterotondo più la casa di salute di Palombara, un ex ospedale riconvertito ad ambulatorio e struttura residenziale per casi a bassa complessità.

«MASCHERINE CHE SEMBRANO PANNI PER SPOLVERARE»

Anche qui nei giorni scorsi sono arrivate le famose mascherine «più simili a un panno per spolverare che non a un presidio di protezione». A lanciare un grido di allarme sulla grave carenza di dispositivi di protezione individuale in tutta l’area di competenza è Dimitri Cecchinelli, infermiere presso la Asl Roma5 e segretario territoriale Cisl, referente per le strutture pubbliche e private convenzionate.

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«La fornitura delle mascherine è arrivata dopo una serie di diffide mosse dai sindacati che hanno investito dirigenti sanitari, Regione e ministero», spiega a Lettera43.it Cecchinelli, «in cui si sottolineava che ci saremmo costituiti parte civile nel caso in cui fosse stato dimostrato il contagio degli operatori sanitari per la mancanza dei dispositivi di protezione individuale. A quel punto le Regioni hanno dato probabilmente fondo a tutti gli stock che avevano in magazzino. Quel tipo di mascherine sono arrivate prima nel Nord Italia, ma sono state rispedite al mittente con relative denunce, e poi hanno preso la via degli ospedali minori del Centro Italia, arrivando anche nel nostro territorio di competenza».

SCARSEGGIA IL MATERIALE DI PROTEZIONE

A vederle, le mascherine che avrebbero dovuto proteggere gli operatori da un virus pericoloso e altamente contagioso come il Covid-19, sembrano un panno per spolverare, di quelli che si usano per i pavimenti: una striscia di carta con due asole ai lati. «Quel tipo di mascherine ci sono state inviate per far fronte all’emergenza coronavirus», prosegue Cecchinelli, «ma appena le abbiamo viste ci siamo resi conto che non erano di natura sanitaria. Potevano definirsi igieniche ma non sanitarie. Non è assolutamente possibile applicarle al personale, anche perché non avevano nemmeno il marchio Ce. I coordinatori infermieristici a quel punto si sono rifiutati di firmare il ritiro o hanno firmato con riserva, dichiarando che non si assumevano la responsabilità di inviare ai reparti quella mascherina, definendola incongrua. Le forniture venivano dalle Regioni e dalla Protezione Civile».

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Il risultato è stato a quel punto il ritiro dell’intero stock di mascherine. «Il problema», aggiunge Dimitri, «è che non ne sono arrivate altre e a oggi iniziano a scarseggiare non solo le mascherine ma anche presidi sanitari importanti come i guanti». Scoppia lo scandalo e dalla Regione, con data 17 marzo, viene predisposto l’invio “a pioggia” di materiale di protezione individuale presso tutte le Asl e gli ospedali di Roma e del Lazio.

MANCANO ANCHE TUTE E OCCHIALI PROTETTIVI

I numeri, da soli, raccontano l’emergenza: nella sola Asl Roma 5 arrivano complessivamente 2 mila mascherine chirurgiche, 3.300 mascherine Ffp2 e appena 50 tute idrorepellenti. Il tutto per cinque ospedali e una casa di salute, «senza contare il servizio prevenzione», aggiunge Dimitri, cioè il personale sanitario che si reca nelle abitazioni dei cittadini per effettuare i tamponi ai casi sospetti di coronavirus. «I numeri attuali relativi alle mascherine», spiega Cecchinelli, «coprono appena il fabbisogno giornaliero di un solo ospedale per 15 giorni, non di cinque presidi ospedalieri. Senza contare il servizio di prevenzione. Oggi sui media si parla tanto di mascherine, ma a mancare sono anche gli occhiali protettivi, le tute. I dati ci dicono l’invio di 50 tute idrorepellenti: bastano appena per coprire tre giorni di lavoro di un solo ospedale. E se a Roma giustamente arrivano forniture più consistenti, perché comunque in caso di emergenza conclamata dovrà ricevere probabilmente pazienti anche dalla provincia una volta esauriti i posti letto, è altrettanto vero che gli ospedali minori o provinciali rischiano di ritrovarsi gravemente sguarniti quanto a presidi di protezione individuale».

I CONTAGI SI ALLARGANO ALLA PROVINCIA

E il Covid-19 sta arrivando anche in provincia. Al 19 marzo, sottolinea Cecchinelli guardando i dati, «abbiamo 10 nuovi casi: 19 casi in tutto. Ma sono migliaia le persone in sorveglianza». Gli ospedali hanno approntato reparti ad hoc a Tivoli, Monterotondo, Subiaco e Palestrina. «Noi siamo in prima linea», conclude il sindacalista, «ma lo Stato deve metterci in condizione di lavorare in sicurezza».

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