Quanto dobbiamo preoccuparci dell’emergenza Covid-19?

Gli allarmismi non servono a nulla. E sono ingiustificati. Il nostro Sistema sanitario è in grado di reggere all'epidemia. Almeno per quanto riguarda i ricoveri in terapia intensiva. Ma non va sovraccaricato ulteriormente. Intervista a Guido Bertolini capo del laboratorio di Epidemiologia clinica dell'Istituto Mario Negri di Milano.

Aumentano i contagi, che hanno superato le 220 unità (172 solo in Lombardia), e i decessi. La sesta vittima è un 80enne di Castiglione d’Adda. Questo il bilancio aggiornato del Covid-2019, il coronavirus che ha messo in ginocchio il Nord Italia.

Sebbene la stragrande maggioranza dei casi, si parla di oltre l’80%, abbia un decorso del tutto simile a quello di una normale influenza, ci si interroga sulla tenuta del nostro Sistema sanitario. A partire dalla disponibilità di posti letto negli ospedali e nei reparti di terapia intensiva in caso i contagi aumentassero ancora.

I POSTI NEI REPARTI DI TERAPIA INTENSIVA

In Italia, spiega a Lettera43.it Guido Bertolini che guida il laboratorio di Epidemiologia clinica dell’Istituto Mario Negri di Milano, dipartimento di Salute pubblica, «il tasso di occupazione dei posti di terapia intensiva è pari all’85%. Ciò significa che c’è un margine del 15% di posti che restano liberi». Nessun allarmismo, dunque. Anche perché «considerando che un quarto dei pazienti è ricoverato in seguito a interventi chirurgici programmati, in caso di emergenza è possibile posticipare le operazioni in modo da liberare un altro 25% di posti. Anche nella peggiore delle ipotesi il 40% dei letti sarebbe disponibile».

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Tradotto in numeri, continua Bertolini, stiamo parlando di una stima di 450, 500 reparti di terapia intensiva in tutta Italia, ognuno dei quali ha una media di otto posti letto, per un totale di oltre 4.000 posti. A cui vanno aggiunti tra l’altro quelli dei reparti specialistici. Si arriva così a una stima che tocca i 5 mila posti. Per quanto riguarda la Lombardia, la regione più colpita, il numero di posti nelle terapie intensive si aggira attorno ai 400. Cifra che come abbiamo visto è da rivedere al rialzo. A preoccupare, e non certo da ora, è invece la situazione dei posti letto “ordinari”.

GIUSTIFICATE LE MISURE DI CONTENIMENTO

Per questo motivo, secondo Bertolini, Regione Lombardia giustamente ha predisposto l’isolamento a domicilio di alcuni soggetti in quarantena in modo da non sovraccaricare ulteriormente un sistema già in affanno. Presto saranno inoltre disponibili centinaia di posti in strutture militari messe a disposizione dall’esercito. Misure necessarie visto che solo nella cosiddetta zona rossa, cioè gli 11 del Lodigiano considerati focolaio dell’epidemia, sono 50 mila le persone in isolamento. Anche le misure di contenimento messe in atto, secondo il ricercatore, sono giustificate. Un’ondata concentrata di casi, infatti, peserebbe sulle strutture ospedaliere non tanto per la gravità dei singoli casi, ma piuttosto per la difficoltà di gestirli.

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PERICOLOSA, MA NON LETALE

Meglio infatti ripetere che il Covid-19 è preoccupante soprattutto perché si tratta di una patologia nuova, «di cui nessuno ha memoria immunologica». Cioè è dotato di anticorpi in grado di contrastarla. Anche la sua mortalità, sottolinea Bertolini, è abbastanza bassa: parliamo del 2 – 2,5%, 25 volte in più della normale influenza stagionale. Ma anche in questo caso occorre essere cauti. Le percentuali si riferiscono alla Cina, dove la mortalità è sovrastimata anche perché molti casi leggeri non sono stati censiti a causa della mancanza di strumenti diagnostici. I tamponi, per semplificare. Non solo. È innegabile che l’assistenza fuori da quel contesto, e quindi anche in Italia, sia migliore.

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Cinque risposte a cinque domande sul coronavirus

Il nostro Sistema sanitario è in grado di affrontare l'emergenza? Ci sono posti letto sufficienti in terapia intensiva? E davvero il Covid-2019 è più pericoloso della normale influenza? Cerchiamo di fare un po' di chiarezza.

Sulla pericolosità del coronavirus Covid-2019 è stato detto e scritto tutto e il suo contrario. I media sono stati accusati di aver ingigantito la portata del fenomeno, spingendo così l’esecutivo a prendere misure eccezionali, ritenute esagerate da alcuni, tardive da altri. Necessarie da molti.

Lo stesso mondo scientifico si è diviso sul tema. Basti pensare all’aspro confronto social tra Maria Rita Gismondo, direttore responsabile di Macrobiologia clinica, virologia e diagnostica bioemergenze dell’ospedale Luigi Sacco di Milano – ormai ribattezzato lo Spallanzani del capoluogo lombardo – e il virologo Roberto Burioni.

Solo il tempo e i numeri diranno chi ha ragione e chi ha torto, ma c’è anche un parametro da non sottovalutare: sarà la tenuta del nostro sistema sanitario a stabilire in ultima istanza la gravità dell’evento. 

1. CI SONO POSTI LETTO SUFFICIENTI?

Per questo è utile iniziare dal numero dei posti letto disponibili. Perché il Covid-2019, nelle sue espressioni più acute costringe al ricovero in terapia intensiva. In tutta Italia i posti letto nei reparti di terapia intensiva sono circa 5 mila, vale a dire 8,42 per 100 mila abitanti. E certamente non tutti sono in strutture ad alto biocontenimento. Va anche ricordato però che la stragrande maggioranza dei pazienti hanno un decorso senza complicazioni, del tutto simile a quello di una normale influenza.

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«L’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi», si legge sul sito del Cnr, «causa sintomi lievi/moderati (una specie di  influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva. Il rischio di gravi complicanze aumenta con l’età, e le persone sopra 65 anni e/o con patologie preesistenti o immunodepresse sono ovviamente più a rischio, così come lo sarebbero per l’influenza». Più preoccupante quindi sarà la gestione dei malati “ordinari” e di chi è in quarantena. Il rischio, infatti, è che non ci siano posti disponibili e sicuri.

2. CHI È PIÙ A RISCHIO?

Come in ogni ondata influenzale sono più a rischio anziani e immunodepressi. Anche l’ultima vittima, un 80enne di Castiglione d’Adda, era stato colpito da infarto. Questa tendenza era già stata osservato in Cina.

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Turisti con la mascherina a Venezia. (Ansa)

Se si prendono in considerazione i dati pubblicati nel Chinese Journal of Epidemiology, benché fermi allo scorso 11 febbraio, il numero di decessi sale all’aumentare dell’età: rischio minimo (0,2%) nelle fasce d’età 10-39 anni, al 0,4% tra i 40 e i 49 anni (0,4%) per triplicare (1,3%) in quella successiva  tra i 50 e i 59 anni. Tocca il 3,6% dei decessi nei malati che hanno tra i 60 e i 69 per sfiorare l’8% nel campione tra i 70 e i 79 anni. Si spinge al 14,8% tra chi ha più di 80 anni. Dall’inizio dell’epidemia all’11 febbraio scorso in Cina non si sono registrati invece decessi da coronavirus sotto i 10 anni. Se si considera che, secondo i dati più recenti di Eurostat, il nostro Paese ha la percentuale maggiore in tutta Europa di over 65 (nel 2017 erano il 35%), più che un rischio epidemia si potrebbe andare incontro a uno stress eccessivo del nostro sistema sanitario.

3. PERCHÉ PROPRIO IN ITALIA TANTI CASI?

Mentre si cerca ancora il vero paziente zero, essenziale per rintracciare tutti gli altri possibili vettori del Covid-2019, ciò che stupisce è il rapido aumento di casi in così poche ore, che ci ha trasformato da Paese sicuro a quello con il più alto numero di infetti dopo Cina e Corea del Sud. Come sia potuto accadere lo ha spiegato al Corriere della Sera, Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco: «Da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile», ha detto Galli, «cioè l’innescarsi di una epidemia nel contesto di un ospedale, come accadde per la Mers a Seul nel 2015. Purtroppo, in questi casi, un ospedale può diventare uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato».

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La Diamond Princess al porto di Yokohama, in Giappone (Ansa).

Insomma, la struttura si è trasformata in una Diamond Princess italiana. E se il numero di contagiati su una nave che ospita passeggeri in piena salute è esploso, figurarsi cosa può significare concedere l’accesso al Covid-2019 a un luogo che ospita persone già debilitate. Va anche detto che il virus ha un’alta contagiosità perché totalmente nuovo, nessuno ne ha memoria immunologica. Dunque siamo tutti più vulnerabili.

4. È PIÙ PERICOLOSO DELLA NORMALE INFLUENZA?

Arriviamo quindi al punto più scivoloso che, come si è visto, sta facendo dibattere anche gli esperti. Il coronavirus Sars-CoV-2, che causa la malattia ribattezzata dall’Oms Covid-19 è o non è più pericoloso dell’influenza stagionale? Sul lungo periodo, saranno i numeri a dirlo. Per esempio, sappiamo che secondo i dati di sorveglianza Influnet dell’Istituto Superiore di Sanità, l’influenza stagionale in Italia «causa circa 200-300 morti all’anno e altri 7-8 mila sono causati indirettamente dall’influenza in persone con malattie pregresse di tipo cardiovascolare, respiratorie e altre».

I contagi da coronavirus hanno superato i 200.

Al momento il Covid-2019 ha una mortalità, secondo le statistiche che arrivano dalla Cina, del 2-2,5%, quindi ben più alta. Quel che è certo è che l’ultima influenza, sempre secondo Influnet, ha colpito oltre 5 milioni e mezzo di italiani e, nella sola settimana del 10 febbraio, ha contagiato oltre 650 mila persone. Numeri impressionanti, eppure viene considerata una influenza di aggressività media e siamo già oltre al picco stagionale. Logica vuole che sia lecito, allora, attendersi un alto numero di casi di infezione da coronavirus senza che per questo si debba finire in preda al panico: mentre l’influenza viene lasciata libera di circolare i focolai del Nord Italia di Covid-19 sono stati prontamente arginati.

5. SERVIVA LA QUARANTENA PER CHI ARRIVAVA DALLA CINA?

Imporre la quarantena a tutti coloro che provenivano dalla Cina, anche con scali intermedi, avrebbe ridotto il rischio contagio a livello teorico, ma sul piano pratico oltre a essere difficilmente realizzabile, qualcuno sarebbe comunque scappato dalle maglie dai controlli. Nulla impediva infatti a un viaggiatore di raggiungere l’Italia con altri mezzi, come la macchina, il bus o il treno. Senza contare poi che in caso di scali intermedi tutti i Paesi hanno messo in atto controlli sanitari.

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Cosa trovereste in prima pagina il 24 febbraio se non ci fosse il coronavirus

Ruotolo eletto senatore a Napoli. Trump con il telaio di Gandhi. La crisi della Cdu, il processo ad Assange e i bombardamenti su Gaza. Come sarebbe il mondo senza l'epidemia.

Sarà il giornalista Sandro Ruotolo a sedere sugli scranni del Senato al posto dello scomparso Franco Ortolani (M5s). Questo il verdetto delle suppletive nel collegio uninominale 7 della Campania, oltre 300 mila elettori e una vasta area della città di Napoli al voto.

Ruotolo ha avuto il sostegno di una larga coalizione di centrosinistra appoggiata anche da Dema, il movimento che fa capo al sindaco di Napoli Luigi de Magistris, e senza l’appoggio dei Cinquestelle.

TRUMP IN VISITA IN INDIA

Il presidente della più antica democrazia del mondo è in visita nella più popolosa. Travolto dall’abbraccio del premier indiano Narendra Modi e dall’entusiasta accoglienza delle oltre centomila persone che gremivano lo stadio da cricket di Modhera, e ripetevano canti e slogan, il presidente Usa Donald Trump ha ringraziato gli indiani per l’evento “Namastè Trump, benvenuto Trump”, con un tweet in hindi.

Nel suo discorso allo stadio Trump ha anticipato che domani verranno siglati tra i due paesi accordi sulla difesa del valore di 3 mila miliardi. Trump e la moglie Melania sono atterrati all’aeroporto di Ahmedabad, città natale del premier indiano e prima di raggiungere lo stadio hanno visitato l’ashram di Gandhi. Il tycoon ha voluto anche posare per una foto chino sul telaio del Mahatma.

LA CDU DELLA MERKEL IN CRISI

Dopo la debacle ad Amburgo la Cdu di Angela Merkel sta programmando un congresso di partito speciale per il 25 aprile oppure il 9 maggio. È quanto scrive la Dpa, citando fonti vicine al partito.

Ieri i cristiano-democratici hanno subito una pesantissima sconfitta alle amministrative della città-Stato di Amburgo e da alcune settimane, travolti dal terremoto Turingia, sono disorientati e alla ricerca di un nuovo leader.

INIZIATO IL PROCESSO SULL’ESTRADIZIONE DI ASSANGE

È iniziato oggi dinanzi alla Woolwich Crown Court, alla periferia di Londra, il processo di primo grado sulla controversa richiesta di estradizione negli Usa di Julian Assange.

Il fondatore di Wikileaks è inseguito da Washington fin dal 2010, a causa della pubblicazione di una caterva di documenti riservati imbarazzanti per le forze armate e la diplomazia americane, a iniziare da quelli sottratti dagli archivi del Pentagono dalla whistleblower Chelsea Manning. L’iter della giustizia britannica durerà diversi mesi.

ISRAELE BOMBARDA GAZA

L’aviazione israeliana bombarda Gaza e spiega che si tratta di «obiettivi terroristici della Jihad islamica» presenti sul territorio. L’attacco segue al lancio di alcuni razzi lanciati da Gaza.

Due combattenti della Jihad islamica erano stati uccisi a Damasco dagli attacchi aerei israeliani di ieri sera sulla capitale siriana.

LA CRISI DI GOVERNO NEL FREEZER

L’atteso faccia a faccia tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte per cercare di arrivare di far rientrare la crisi di governo è stato rimandato. Ma questo è un caso limite: il motivo del rinvio è, naturalmente, il coronavirus.

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Perché in Italia il coronavirus si è diffuso così velocemente

Il primario del reparto di Malattie infettive dell'Ospedale Sacco Massimo Galli spiega perché rispetto ad altri Paesi nella Penisola è esploso il contagio: «Da noi si è verificata la situazione peggiore. L'epidemia è arrivata in un ospedale, dove è stata amplificata».

In Italia ci sono così tanti casi di Covid-2019? Perché «da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’ innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale, come accadde per la Mers a Seul nel 2015. Purtroppo, in questi casi, un ospedale si può trasformare in uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato», spiega in un’intervista a Il Corriere della Sera Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco. «Non sappiamo quindi ancora chi ha portato nell’area di Codogno il coronavirus, però il primo caso clinicamente impegnativo di Covid-19 è stato trattato senza le precauzioni del caso perché interpretato come altra patologia», sottolinea. Quello che si può dire di sicuro «è che queste infezioni sono veicolate più facilmente nei locali chiusi e per contatti relativamente ravvicinati, sotto i due metri di distanza». Rispetto all’arrivo del virus in Italia, per Galli «è verosimile che qualcuno, arrivato in una fase ancora di incubazione, abbia sviluppato l’infezione quando era già nel nostro Paese con un quadro clinico senza sintomi o con sintomi molto lievi» e ha così «potuto infettare del tutto inconsapevolmente una serie di persone. Se l’avessimo fermato alla frontiera avremmo anche potuto non renderci conto della sua situazione». L’infettivologo si augura che con l’arrivo della stagione calda i casi diminuiscano ma «non ci possono essere certezze». Rispetto alla reale letalità di questa infezione, «per adesso, se dobbiamo parlare in base ai dati relativi alla provincia di Hubei, in Cina, la letalità è del 3,8%» ma «la letalità è più bassa se si considerano i casi fuori della Cina». Nel parlare di un possibile vaccino, bisogna essere prudenti nelle previsioni, tuttavia «nel caso di Covid -19 l’ infezione sta interessando tutto il mondo e quindi lo sforzo della ricerca è molto più robusto e diffuso».

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L’Italia prova a contenere il coronavirus nel quarto giorno della crisi

Il bilancio dei morti sale a 4, quello dei contagiati a 165. Piazza Affari in picchiata. Le news principali.

Una terza persona è deceduta a causa del Coronavirus in Lombardia, quarta vittima dunque in Italia. Si tratta di un uomo di 84 anni che era ricoverato al Giovanni XXIII di Bergamo.

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L’emergenza coronavirus in Italia sulla stampa estera

Il nostro Paese è il quarto al mondo per numero di contagi. Dal Guardian alla Bbc, passando per El Mundo e lo Spiegel così i quotidiani e i siti internazionali raccontano l'epidemia.

Oltre 130 casi, ma il bilancio cresce di ora in ora. L‘Italia è il quarto Paese al mondo per numero di contagiati da coronavirus, il primo in Europa.

Il governo nella tarda serata di sabato 22 febbraio ha blindato le due zone di focolaio: 10 comuni nella bassa Lodigiana e Vo’ Euganeo, in provincia di Padova dove si è registrato uno dei due decessi.

L’emergenza è rimbalzata sui giornali stranieri dove ci si interroga anche sul “mistero” del boom dei contagi. Infatti quello che era stato individuato come possibile paziente zero, l’uomo ritornato dalla Cina e asintomatico che avrebbe infettato un 38enne di Codogno, non risulta aver mai contratto il Covid-2019.

Ecco una carrellata dei primcipali quotidiani e siti online.

L’apertura del Guardian.

Il Guardian dà notizia del boom di contagi e delle misure «draconiane» messe in atto per contenerli ricordando le conseguenze sulla Milano Fashion Week e sulle partite di Serie A.

Il sito della Bbc.

Restando nel Regno Unito, il sito della Bbc si concentra sul decreto del governo pubblicando la mappa delle aree in quarantena che interessano almeno 50 mila persone.

El Pais titola sulla chiusura delle scuole a Milano.

El Paìs punta l’attenzione sulla chiusura delle scuole a Milano, dedicando all’emergenza italiana l’apertura dell’edizione online.

Lo spagnolo El Mundo si interroga sul mistero del contagio italiano.

Lo spagnolo El Mundo dedica un approfondimento sul «mistero» dell’origine dei focolai in Italia.

Lo Spiegel si concentra sul Carnevale di Venezia.

Lo Spiegel si concentra sul Carnevale di Venezia che rischia di terminare domenica 23 invece che martedì prossimo.

L’austriaco der Standard.

L’austriaco di Der Standard fa il punto sul bilancio dei contagiati e sulle misure del governo.

La notizia dell’emergenza italiana sul francese Le Figaro.

Le Figaro ricorda ancora la stretta dell’esecutivo italiano per contenere i contagi. Mentre in Francia ci si prepara a una possibile epidemia. «Il ministro della Salute Olivier Véran», scrive il quotidiano, «si è detto particolarmente attento alla situazione italiana».

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Cocktail profumati: la nuova tendenza della mixologia

Essenze e fragranze edibili che in sinergia con l’alcol danno vita a specialità dal bouquet inebriante. Il bere diventa così anche un'esperienza olfattiva. Come spiega il bartender Oscar Quagliarini.

Anche i cocktail si mettono il profumo. La mixology amplia gli orizzonti e potenzia la sua componente olfattiva: via libera dunque a essenze e fragranze edibili che, in sinergia con l’alcol, danno vita a polibibite dal bouquet inebriante.

Già nel 2012, in un articolo del The New York Times intitolato «Perfumes to Sip as Well as Sniff», la giornalista Alice Feiring attribuiva a Mandy Aftel, un’ex psicoterapeuta, la creazione di una raccolta di 600 profumi estratti da fiori, spezie, erbe, cortecce, resine e utilizzati nell’alta mixologia e nella ristorazione stellata.

Non sostanze di sintesi, ma profumi naturali che nel cibo e nelle bevande, a differenza di quanto avviene sulla pelle dove scompaiono quasi subito, con una sola goccia possono far esplodere un drink o un piatto, come per magia.

Molte maison chiedono di realizzare profumi edibili ispirati ai grandi classici (iStock).

OSCAR QUAGLIARINI, APRIPISTA IN ITALIA

A fare da apripista a questa nuova tendenza, in Italia, è stato il lungimirante Oscar Quagliarini, asso del bartending internazionale. Oltre a essere il barman della pizzeria cocktail bar Grazie e dell’Herbarium dell’Hotel National Arts et Mestiers, entrambi a Parigi, e del Bar de La Rinascente a Milano, è il titolare di Le Garagiste a Senigallia, una sartoria della liquoristica dove vengono creati, su misura, bitter, vermouth e profumi. La sua passione per le fragranze gli ha permesso di creare nuove essenze per potenziare la connessione tra la profumeria e la mixologia.

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La prima linea è stata studiata per il Jerry Thomas di Roma: una fragranza immediatamente riconducibile allo speakeasy capitolino, concepita per essere intonata sia con l’arredamento, sia con lo staff. La prossima farà la sua comparsa a maggio ed è stata elaborata per il ristorante stellato milanese Contraste.

LE RICHIESTE DELLE MAISON

Quagliarini ha iniziato a lavorare sulle potenzialità dei profumi quasi 10 anni fa, quando intuì di dover seguire nuove vie, magari spostando la prospettiva dal gusto all’olfatto. Ha iniziato così a indagare le fragranze, le ha destrutturate per carpirne la composizione, ricreandole attraverso processi di macerazione idroalcolica. Gli si è così aperto un mondo totalmente inesplorato, quello dei profumi naturali per la mixologia. Fece così la sua apparizione, nove anni fa, la prima carta con due cocktail “profumati”. Oggi sono tante le maison produttrici di profumi – da Lancôme a Hermes e Dior – che gli chiedono di riprodurre le loro fragranze in versione idroalcolica ed edibile, in formato spray.

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Le materie prime naturali vengono fatte macerare con alcol distillato e acqua, che devono essere bilanciati con cura prima di essere sottoposti al vaporizzatore. «Bisogna stare molto attenti ai tempi di infusione», spiega Quagliarini a Lettera43.it, «durante la macerazione vengono rilasciati dei tannini che rendono i profumi sgradevoli. L’idea di ricreare i profumi per cocktail con oli essenziali può essere pericolosa perché gli oli hanno una concentrazione altissima e, se sbagli il dosaggio, puoi provocare anche choc anafilattici. Il dosaggio è fondamentale: bisogna ottenere una fragranza molto volatile, soft, senza cadere nell’effetto saponetta».

Apripista in Italia è stato Oscar Quagliarini (iStock).

DAL BERGAMOTTO AL PATCHOULI FINO AL BERGHINOTTO

Qualche esempio? Il cocktail ispirato all’Eau Sauvage di Dior, un profumo sinonimo di eleganza e virilità, dall’impronta floreale, con la fresca presenza di bergamotto, patchouli, sandalo, muschio di quercia e vetiver.

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Ispirandosi a questa eau de toilette, Quagliarini ha creato un cocktail a base vodka, con pompelmo, sciroppo di basilico home made, Q Vermouth bianco alla lavanda con uno spray di Vetiverb8 (realizzato con vetiver e bergamotto). Dalla fragranza Sables di Annick Goutal, un’overdose di elicrisio, patchouli, muschio di quercia, sandalo, mente piperita, vaniglia, che riporta l’immaginario alle dune della Corsica, è nato un cocktail a base gin alterato di elicrisio, gocce di limone, cordiale al patchouli, bolla di sandalo, vaniglia e un trito di mandorle tostate che riproducono l’effetto della sabbia. Dal classico Anni 70 Eau du Sud di Annick Goutal, l’eau fresca di agrumi (bergamotto, pompelmo e limone), menta, basilico, verbena, patchouli e vetiver, è nato un cocktail a base vodka con limone, zucchero muscovado al vetiver, succo di mandarino, tonic e gocce di Berghinotto edible fragrance ® (ottenuto con macerazione idroalcolica originale di bergamotto e chinotto). Insomma, finalmente possiamo ficcare il nostro naso anche nei cocktail.

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Come l’Italia si sta blindando contro l’emergenza coronavirus

Gli infettati solo in Lombardia salgono a 89, 111 su base nazionale. Positivo un 17enne in Valtellina. Il Nord si isola: divieto di allontanamento dalle due zone focolaio: il Lodigiano e Vo’ Euganeo in Veneto. Il sindaco Sala chiude le scuole a Milano per una settimana. Rinviata pure Torino-Parma. Tutti gli aggiornamenti.

I casi di coronavirus in Italia aumentano e sono destinati a crescere ancora: domenica 23 febbraio è stata superata quota 100, 89 infettati solo in Lombardia, 111 su base nazionale. Intanto il Nord sta provando a contenere l’emergenza blindandosi: il governo ha disposto il divieto di allontanamento dalle due aree considerate focolai, e cioè per adesso 10 comuni del Lodigiano e Vo’ Euganeo nel Padovano.

CHIUSE LE SCUOLE ANCHE A MILANO

Predisposte nelle stesse zone anche limitazioni dei trasporti, la chiusura delle scuole (anche a Milano, per una settimana) e delle attività commerciali, eccezion fatta per quelle di pubblica utilità. Sospese in tutta Italia le gite scolastiche, anche verso l’estero, e stop alle manifestazioni sportive in Lombardia e Veneto, comprese le tre partite di Serie A Inter-Sampdoria, Atalanta-Sassuolo e Verona-Cagliari, oltre a Torino-Parma.

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GLI AGGIORNAMENTI IN DIRETTA SUL CORONAVIRUS IN ITALIA

11.20 – RINVIATA ANCHE LA PARTITA DI SERIE A TORINO-PARMA

Si ferma lo sport anche a Torino: la partita di Serie A tra i granata e il Parma è stata rinviata a data da destinarsi.

10.55 – SALA: «HO CHIESTO A FONTANA DI CHIUDERE LE SCUOLE»

«Anche a livello prudenziale penso che le scuole vadano chiuse a Milano e proporrò al presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, di allargare l’intervento a livello di Città metropolitana». Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, al termine del tavolo in prefettura per fare il punto sull’emergenza di coronavirus in Lombardia. «È un intervento prudenziale. A oggi vediamo di farlo per una settimana e ritengo che sarà sufficiente».

10.45 – NIENTE FIERA DEL VERDE A MILANO

Rinviata a settembre la fiera Myplant & Garden, il più importante salone professionale del verde in Italia in programma a Milano dal 26 al 28 febbraio. Lo hanno reso noto gli organizzatori sottolineando che la decisione è motivata dalla «gravitá della situazione attuale» dovuta al coronavirus.

10.08 – FONTANA: «IN LOMBARDIA 89 INFETTATI»

«I numeri della notte porta a 89 infettati in Lombardia»: lo ha detto il presidente della Lombardia Attilio Fontana a SkyTg24 e quindi su base nazionale «purtroppo si superano sicuramente i 100».

9.35 – POSITIVO UN 17ENNE IN VALTELLINA

È risultato positivo al coronavirus un 17enne residente in un paese della Valtellina, che studia però all’istituto agrario di Codogno. Venerdì, dopo esser tornato nel paese della provincia di Sondrio, ha iniziato ad avere la febbre e gli è stato fatto il tampone all’ospedale di Sondrio.

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Quando la discriminazione arriva fin sotto il palco

Per noi persone disabili assistere a un concerto è un'odissea. Ne sanno qualcosa l'attivista Sofia Righetti che ha intrapreso una battaglia legale o Simona Ciappei che sta raccogliendo firme per presentare una proposta di legge. Le cose possono cambiare. Ma la battaglia deve essere condivisa.

Sofia Righetti, attivista con disabilità motoria che ho avuto la fortuna di conoscere, stavolta si è proprio (giustamente) incazzata e ha deciso di fare sul serio.

L’anno scorso, durante il concerto degli Evanescence, non è riuscita a godersi lo spettacolo dall’inizio perché il pubblico, alzatosi in piedi, le ha impedito la visuale e solo a metà concerto è riuscita a convincere il personale addetto alla security a spostare lei e gli altri fan in carrozzina sotto al palco.

Ma Sofia non si è persa d’animo – come leggiamo in un post pubblicato sul suo profilo Facebook – scegliendo di non protestare come singola ma di appoggiarsi all’Associazione Luca Coscioni per fare causa ad Arena srl, Fondazione Arena e Vivo Concerti.

Finalmente posso renderlo pubblico.Vi ho detto che non mollavo? E non ho mollato.Il 20 febbraio 2020 sarò la prima…

Posted by Sofia Righetti on Tuesday, February 11, 2020

L’attivista veronese non è la prima a lamentarsi di criticità legate alla partecipazione a concerti musicali. Di tanto in tanto mi capitano sotto gli occhi notizie di altri amanti della musica dal vivo con disabilità che sono incappati in disavventure simili e soprattutto hanno dovuto subire le stesse discriminazioni o altre somiglianti.

CONCERTI A OSTACOLI

Aree riservate agli spettatori disabili di dimensioni insufficienti a ospitare tutti gli aventi diritto oppure collocate a notevole distanza dal palcoscenico, in posizioni poco “strategiche”. Pochi posti riservati, numerose difficoltà anche per capire a chi rivolgersi per comprare il biglietto destinato alla persona disabile e a chi l’accompagna, obbligo di indicare il nome dell’accompagnatore al momento della prenotazione. Sono queste alcune delle principali criticità che dobbiamo gestire se vogliamo assistere a un concerto.

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CON IL TEMPO TUTTO SI È COMPLICATO

Quando ero più giovane andavo spesso ai concerti dei miei cantanti preferiti. Anche ora mi capita di farlo, seppur meno frequentemente. In effetti anch’io ho notato che la faccenda si è notevolmente complicata: se anni fa riuscivo facilmente a individuare il contatto di chi si occupava della prenotazione e dell’accesso degli spettatori con disabilità ora mi capita spesso di essere rimbalzata da un indirizzo mail a un altro. Inoltre una volta non dovevo preoccuparmi di avvisare della mia presenza con largo anticipo perché non succedeva mai che mi venisse negato l’accesso per capienza insufficiente dell’area riservata alle persone disabili. Ora invece ho imparato a mie spese che, se non sono tempestiva nell’effettuare la prenotazione, lo spettacolo dei miei artisti preferiti dal vivo posso anche scordarmelo. Una volta non avevo neppure bisogno di scegliere in anticipo il nome dell’amica o amico che mi avrebbe accompagnata, informazione, questa, che non sempre possiedo con sicurezza al momento della prenotazione. E poi, in effetti, ho notato che le aree a noi riservate sono collocate in posizioni spesso infelici per usare un eufemismo.

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Un po’ di tempo fa non era così. Perché, se una persona sceglie di assistere a un concerto dal vivo, non è certo per guardarselo dai maxischermi. Ci posizionavano proprio sotto al palcoscenico, oltre le transenne. Era un punto comodissimo che ci consentiva una visuale ottima e ci permetteva anche di accedere alle vie di fuga nel caso fosse servito. Inoltre eravamo vicini sia al personale deputato alla sicurezza sia a quello incaricato del primo soccorso. Praticamente in una botte di ferro.

DISCRIMINATI DA INCOMPRENSIBILI “RAGIONI DI SICUREZZA”

Da parecchi anni questa possibilità è vietata per “ragioni di sicurezza” a me del tutto incomprensibili per le ragioni che ho spiegato. Qualcuno potrà obiettare che anche molti spettatori normodotati assistono allo spettacolo dalle retrovie. È senza dubbio vero ma la differenza è che loro possono scegliere di conquistarsi la prima fila arrivando con largo anticipo davanti ai cancelli d’entrata oppure di accontentarsi di una postazione secondaria. Noi non abbiamo alternativa. L’esigenza di garantire sicurezza per tutti è un dovere per chi è deputato all’organizzazione degli eventi ma non si può pensare di assolverlo negando a priori ad alcuni il diritto di godersi lo spettacolo. Ma c’è chi per fortuna non si è rassegnato di fronte a questa discriminazione e si sta muovendo per cercare di rendere i concerti accessibili davvero a tutti.

ATTITUDE IS EVERYTHING: GUIDA AI CONCERTI ACCESSIBILI

In Inghilterra, patria dei primi movimenti di attivisti per i diritti delle persone con disabilità, l’associazione Attitude is Everything ha creato una guida gratuita ai concerti accessibili. È uno strumento indirizzato a band, artisti e promotori per rendere i concerti e i tour fruibili anche da spettatori con disabilità. Trovo che sia un ottimo modo per generare una responsabilità condivisa nell’organizzazione e nella gestione degli eventi musicali. La musica veicola cultura quindi occorre generare una responsabilità condivisa anche dagli artisti stessi affinché diventi un patrimonio godibile da chiunque.

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In Italia Simona Ciappei, 43 anni, pisana, gestisce la pagina Facebook Sottoilpalcoancheio attraverso la quale offre spazio alle persone con disabilità perché raccontino i loro vissuti di discriminazione legati alla partecipazione a un concerto. L’obiettivo di Simona è raccogliere 50 mila firme necessarie per presentare in parlamento una proposta di legge finalizzata a migliorare l’accessibilità degli eventi musicali.

UNITI PER UNA BATTAGLIA CONDIVISA

Sarebbe utile che Sottoilpalcoancheio riuscisse ad attivare collaborazioni e sinergie con le altre realtà che si occupano della difesa dei diritti (e doveri) dei cittadini con disabilità. Spesso infatti ci si muove singolarmente e si fatica a collaborare. Questo però rende meno efficace ogni intervento. Se queste realtà smettessero di coltivare ognuna il proprio orticello e si unissero per combattere battaglie condivise, forse il loro potere di migliorare il contesto socio-politico e culturale in cui viviamo aumenterebbe.

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Aumentano i casi e le vittime di Coronavirus in Italia

I morti salgono a due: una donna probabilmente legata ai fatti di Codogno e un uomo di 78 anni di Vo' Euganeo deceduto la sera del 21 febbraio. Ventotto i pazienti positivi attualmente ricoverati, 26 dei quali in Lombardia. Cresce anche la psicosi.

Un altro italiano morto per il Coronavirus. La seconda vittima è una donna residente in Lombardia che potrebbe essere collegata ai casi di Codogno, e si aggiunge nella conta delle vittime ad Adriano Trevisan, 78 anni, l’uomo di Vo’ Euganeo deceduto nella tarda serata di venerdì 21 febbraio.
Il numero dei pazienti positivi è intanto salito a 28. Ventisei di questi risiedono in Lombardia, mentre due sono i casi accertati in Veneto. A questi vanno aggiunti i due morti.

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Come agisce il coronavirus e come prevenire il contagio

Si trasmette attraverso le goccioline del respiro delle persone infette. Tipo tosse o starnuti. Bisogna lavarsi le mani frequentemente. I sintomi influenzali devono destare sospetto solo se nei 14 giorni precedenti ci sono stati contatti con casi confermati o probabili, si è stati in zone dove c'è trasmissione o in ambienti sanitari con pazienti malati.

Adesso è arrivato anche nel Nord Italia. In Lombardia i contagiati da coronavirus sono 14, in Veneto due. Ma al di là di psicosi, panico e allarmismi, cosa bisogna sapere sulla malattia e sui rischi?

INFEZIONE POLMONARE NATA IN CINA

Innanzitutto il nuovo coronavirus (Sars-CoV-2), responsabile dell’epidemia di infezione polmonare nata in Cina, è stato isolato il 7 gennaio 2020: la sua azione di contagio avviene in larga misura attraverso contatti ravvicinati con un soggetto infetto, ma alcune misure possono aiutare a prevenirne la trasmissione.

COVID-19 È IL NOME DATO ALLA MALATTIA

Covid-19 è il nome dato alla malattia causata dal nuovo virus. Ecco un vademecum con i consigli dell‘Istituto nazionale di malattie infettive Spallanzani, ministero della Salute e Istituto superiore della sanità.

IL CONTAGIO: A WUHAN DA ANIMALE A UOMO

È stato causato dalla trasmissione del virus da animale a uomo, non a caso l’epicentro dell’epidemia è un mercato della città cinese di Wuhan dove venivano venduti anche animali selvatici vivi. È stata inoltre dimostrata la trasmissione tra umani del virus, anche al di fuori dalla Cina.

COME SI TRASMETTE: TRAMITE GOCCIOLINE DEL RESPIRO

Il Sars-CoV-2, come altri coronavirus, si trasmette attraverso le goccioline del respiro della persona infetta, che possono essere trasmesse con la tosse o gli starnuti, oppure tramite contatto diretto personale, oppure toccandosi la bocca, il naso o gli occhi con mani contaminate. Per questo motivo è importante evitare uno stretto contatto con le persone che hanno febbre, tossiscono o hanno altri sintomi respiratori.

RIMEDI: LAVARSI FREQUENTEMENTE LE MANI

In termini pratici, è raccomandabile mantenersi a una distanza di almeno un metro da persone che tossiscono, starnutiscono o hanno la febbre, e lavarsi frequentemente le mani con sapone o con una soluzione alcolica. Coprire bocca e naso se si starnutisce o si tossisce e non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico. Si consiglia anche di pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol e di usare la mascherina solo se si sospetta di essere malati o si assistono persone malate.

PRODOTTI DALLA CINA: NON SONO PERICOLOSI

I prodotti Made in China e i pacchi ricevuti dalla Cina non sono pericolosi. Va contattato il numero verde 1500 del ministero della Salute se si ha febbre o tosse e si è tornati dalla Cina da meno di 14 giorni. Gli animali da compagnia non diffondono il nuovo coronavirus.

TASSO DI MORTALITÀ: CIRCA IL 2,3%

Questo virus può causare sintomi lievi, simil-influenzali, ma anche malattie gravi. Al momento il tasso di mortalità complessiva sarebbe di circa il 2,3%.

CASO SOSPETTO? SOLO SE NEI PRECEDENTI 14 GIORNI…

Perché vi sia un caso sospetto di coronavirus il paziente deve presentare sintomi di tosse e/o mal di gola e/o difficoltà respiratorie; e inoltre, nei 14 giorni precedenti all’insorgere dei sintomi, deve aver effettuato almeno una di queste attività: aver avuto contatti ravvicinati con un caso confermato o probabile Covid-19; aver viaggiato in aree dove vi sia la trasmissione del virus; aver visitato o aver lavorato in ambienti sanitari nei quali erano curati pazienti affetti da Covid-19.

COSA FARE: CHIAMARE IL NUMERO 1500

Se un paziente dovesse rientrare in queste condizioni, deve: contattare il numero telefonico gratuito del ministero della Salute 1500; indossare una mascherina chirurgica se entra in contatto con altre persone; utilizzare fazzoletti usa e getta e lavarsi le mani regolarmente.

LA CURA: COME CON L’INFLUENZA

I sintomi sono di tipo respiratorio: febbre, tosse, raffreddore, mal di gola, affaticamento polmonare. Al momento non ci sono terapie specifiche: la malattia si cura come i casi di influenza. Nei casi più gravi ai pazienti viene praticato il supporto meccanico alla respirazione. Sulla base dei dati disponibili, l’Oms ha suggerito una terapia antivirale sperimentale, correntemente utilizzata anche allo Spallanzani, basata su due farmaci: il lopinavir/ritonavir, un antivirale utilizzato per la infezione da Hiv e che mostra attività antivirale anche sui coronavirus, e il remdesivir, un antivirale già utilizzato per la malattia da virus Ebola. Non esiste un vaccino contro il Sars-Cov-2.

L’ISOLAMENTO: QUARANTENA PER CHI TORNA DALLA CINA

L’ordinanza emanata dal ministro della Salute Roberto Speranza, dopo i casi rilevati in Lombardia, prevede l’obbligo di quarantena “fiduciaria” domiciliare per chi torna da un viaggio in Cina negli ultimi 14 giorni e “sorveglianza attiva” per chi è stato nelle aree a rischio, cioè nel Paese asiatico, con obbligo di segnalazione alle autorità sanitarie locali al proprio rientro in Italia.

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Coronavirus: a che titolo Salvini entra nella Sala Operativa della Regione?

Il leader della Lega ha annunciato al termine della conferenza stampa dei vertici della Lombardia che sarebbe andato nella "situation room" per il contenimento del contagio. Ma non ha nessuna carica che giustifichi la sua presenza.

Matteo Salvini non ha fatto mancare la sua presenza al Palazzo della Regione Lombardia alla conferenza stampa convocata per fare il punto sui contagi da Coronavirus. Il leader della Lega ha assistito al punto da spettatore e a conferenza terminata ha dichiarato che sarebbe andato «in sala operativa». Non è chiaro a fare cosa se non a diminuire lo spazio nella sala, considerato che non ha alcuna carica nel governo né nella Regione.

“Non vorrei le polemiche, non penso ai barconi e ai barchini, ma penso ai controlli su chiunque entra ed esce dall’Italia ed evidentemente qualcosa non funziona”. A dirlo Matteo Salvini, commentando i casi di coronavirus in Lombardia, a margine di una visita nel bolognese. Il Capitano è tornato al centro della polemica per la questione del coronavirus, accusato dagli avversari di «sciacallaggio» sull’emergenza per scopi personali.

«Presentiamo un esposto denuncia contro il presidente della Toscana Rossi, che non facendo tutti i controlli necessari su chi rientra dalla Cina, mette a rischio la salute dei cittadini toscani, e accusa chi lo critica, scienziati e medici compresi, di essere un “fascioleghista”», ha annunciato in un post. Da giorni Salvini accusa Rossi (Pd) di una gestione incauta della crisi, ma sembra dimenticare che i primi casi di coronavirus si sono presentati in Lombardia e non in Toscana. Il leader della Lega cavalca una discussione tra Rossi e il virologo del San Raffaele di Milano Roberto Burioni, il quale aveva chiesto che le persone provenienti dalla Cina venissero poste in quarantena automaticamente. Una misura che, come fatto sapere dalla assessora alla Sanità della Regione Toscana, deve essere presa dal governo e non dall’ente locale. Il 21 febbraio il Ministero della Salute ha effettivamente emanato un’ordinanza per la quarantena “fiduciaria”, cioè su base volontaria, per chi torna da un viaggio in Cina negli ultimi 14 giorni e “sorveglianza attiva” per chi è stato nelle aree a rischio. Una precauzione che la Regione, nei giorni della polemica, non poteva prendere in autonomia.

«Salvini apre inutili polemiche e spara le sue sentenze, prima ancora che si abbiano certezze su come siano andate le cose. Siamo di fronte all’ennesimo vergognoso sciacallaggio, di cui non si sentiva alcun bisogno. L’Italia ha preso le maggiori contromisure, a livello europeo, bloccando da subito tutti i voli dalla Cina», ha scritto su Facebook il deputato del Partito democratico Ubaldo Pagano.

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Coronavirus, il primario del Sacco: «Il contagio asintomatico è possibile»

Lo conferma Massimo Galli, esperto di malattie infettive. Anche se non è ancora chiaro come possa avvenire la trasmissione in assenza di manifestazioni come la tosse.

Sei contagiati in Lombardia, di cui uno – un 38enne di Codogno primo a presentare i sintomi – in gravi condizioni. Duecentocinquanta persone in isolamento e in attesa del test. Sono i primi numeri del coronavirus registrati nel Lodigiano.

Tutto sarebbe partito da un amico del 38enne rientrato dalla Cina il 21 gennaio che però non aveva presentato sintomi se non un leggero malessere influenzale e che ora si trova all’ospedale Sacco di Milano in attesa dei risultati del test.

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E proprio il primario del Sacco ed esperto di malattie infettive Massimo Galli ha confermato all’Ansa che è tecnicamente possibile il contagio asintomatico, anche se resta da capire come possa avvenire. «Il contagio asintomatico è tecnicamente possibile, anche se non abbiamo informazioni sul modo in cui la liberazione del virus possa avvenire in una fase asintomatica», ha spiegato. «Al momento dalla letteratura scientifica non abbiamo notizie chiare e definite sul modo in cui avvenga la trasmissione asintomatica, ad eccezione di qualche singolo caso», ha aggiunto Galli. Il problema è riuscire a capire come le particelle virali possano essere disperse nell’ambiente in assenza di manifestazioni come la tosse.

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Coronavirus in Lombardia, le misure per contenere il contagio

Codogno, Castiglione d'Adda e Casalpusterlengo in isolamento. Quarantena obbligatoria per chi ha avuto contatti con gli infetti. Strutture militari pronte all'accoglienza.

Almeno sei casi di coronavirus sono stati registrati in Lombardia, in particolare a Codogno e Castiglione d’Adda. Un 38enne di Castiglione d’Adda è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno, nel Lodigiano. Si pensa che sia stato contagiato da un amico da poco rientrato dalla Cina, con cui era stato a cena ai primi di febbraio. Contagiati anche la moglie, che è incinta, e altri quattro amici dello stesso paese, che sono entrati in contatto con loro. La donna e altri contagiati sono ricoverati all’ospedale Sacco di Milano, punto di riferimento nel Nord Italia per le malattie infettive.

CORONAVIRUS

LIVE – Coronavirus in Lombardia, tutti gli aggiornamenti in diretta

Posted by Lombardia Notizie Online on Friday, February 21, 2020

La Regione Lombardia e il governo con la protezione civile stanno implementando diverse misure d’emergenza per contenere il contagio:

1. QUARANTENA OBBLIGATORIA PER CHI HA AVUTO CONTATTI

Il Ministro della Salute Speranza ha provveduto ad emanare nuova ordinanza che prevede misure di isolamento in quarantena obbligatorio per i contatti stretti con uno dei tre casi risultati positivi. Dispone la sorveglianza attiva con «permanenza domiciliare fiduciaria per chi è stato in aree a rischio negli ultimi 14 giorni con obbligo di segnalazione da parte del soggetto interessato alle autorità sanitarie locali». «È stata disposta una nuova ordinanza che dispone il trattamento di isolamento per tutti coloro che sono venuti a contatto» con i tre nuovi contagiati, ha detto da Bruxelles il premier Giuseppe Conte.

2. GLI ABITANTI DI CASTIGLIONE E CODOGNO INVITATI A RESTARE A CASA

«Si invitano tutti i cittadini di Castiglione d’Adda e di Codogno, a scopo precauzionale, a rimanere in ambito domiciliare e ad evitare contatti sociali»: questo è l’invito dell’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera, dopo i casi di Coronavirus nel lodigiano. L’invito a restare in casa viene fatto anche «a Casalpusterlengo in via assolutamente precauzionale».

3. L’OSPEDALE DI CODOGNO ISOLATO

All’ospedale di Codogno, dopo il caso annunciato di Coronavirus e la chiusura decisa a scopo precauzionale, gli ingressi sono completamente sbarrati al pubblico.

4. STRUTTURE MILITARI IN SUPPORTO PER LA QUARANTENA

Si stanno valutando in queste ore la necessità e le esigenze sul territorio, anche riguardo all’ipotesi di eventuali strutture militari di supporto per la quarantena. Lo si apprende da fonti della Difesa, che opera in stretta collaborazione con le altre istituzioni per affrontare l’emergenza.

5. CONTROLLI SUI COLLEGHI DEL PRESUNTO PAZIENTE ZERO

È chiusa oggi per precauzione la Mae di Fiorenzuola d’Arda (Piacenza). È l’azienda specializzata in impianti per fabbricazione di fibre sintetiche e polimeri per l’edilizia per cui lavora l’italiano rientrato dalla Cina con cui è venuto a contatto il paziente lodigiano risultato positivo al coronavirus. A scopo precauzionale è stata inviata una squadra sanitaria per il controllo dei lavoratori dell’azienda.

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Coronavirus, primo contagio in Lombardia

Un 38enne è ricoverato all'ospedale di Codogno, nel Lodigiano. Ed è risultato positivo al test. Le sue condizioni sono gravi. Aveva cenato con un amico tornato dalla Cina.

C’è il primo contagio da coronavirus in Lombardia. Un 38enne è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno, nel Lodigiano, dopo essere risultato positivo a un primo test. «Sono in corso le controanalisi a cura dell’Istituto Superiore di Sanità», ha detto l’assessore al Welfare della Regione Giulio Gallera aggiungendo che l’italiano «è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno i cui accessi al Pronto Soccorso e le cui attività programmate, a livello cautelativo, sono attualmente interrotti».

L’uomo si è presentato giovedì nella struttura. Aveva cenato con un amico tornato dalla Cina a fine gennaio che è stato individuato ed è stato sottoposto ad analisi. Le autorità sanitarie stanno ricostruendo i movimenti dell’uomo e avviando le procedure di quarantena per chi è entrato in contatto con lui, familiari e infermieri. Al momento le sue condizioni sono giudicate molto gravi.

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Per la Cassazione Carola Rackete ha rispettato il dovere di soccorso

La Capitana della Sea Watch entrò correttamente nel porto di Lampedusa perché «l'obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell'atto di sottrarre i naufraghi al pericolo, ma comporta l'obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro». Lo si legge nelle motivazioni di conferma del no all'arresto.

Per la Cassazione Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, agì secondo la legge. In base alle disposizioni sul «salvataggio in mare» è entrata correttamente nel porto di Lampedusa perché «l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro». Lo si legge nelle motivazioni di conferma del no all’arresto della capitana accusata di aver forzato il blocco navale.

LA NAVE NON POTEVA ESSERE CONSIDERATA LUOGO SICURO

Sempre secondo la Cassazione «non può essere qualificato ‘luogo sicuro, per evidente mancanza di tale presupposto, una nave in mare che, oltre a essere in balia degli eventi meteorologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse», come quello di fare «domanda per la protezione internazionale». Gli ermellini ricordano che «la nozione di ‘luogo sicuro’ non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali».

SALVINI: «SI PUÒ SPERONARE UNA NAVE DELLA GDF»

Un altro schiaffo a Matteo Salvini che come previsto ha risposto da Chieti, a margine di una conferenza stampa elettorale. «Voglio leggere bene questa sentenza della Cassazione perché se è vero quello che leggo, che si può speronare una nave della Guardia di Finanza con a bordo cinque militari della guardia di finanza, è un principio pericolosissimo per l’Italia e per gli italiani’». Un conto, ha aggiunto il segretario della Lega, «è soccorrere dei naufraghi in mare che è un diritto dovere di chiunque, un conto e giustificare un atto di guerra. Se io in Germania speronassi una nave militare tedesca, penso che giustamente sarei messo in galera. Quindi me la leggerò. Se così fosse sarebbe un pericoloso precedente perché da domani chiunque si sentirebbe titolato a fare quello che non va fatto»

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Il direttore di IEuD Raffaele Lovaste su cannabis, legalizzazione e dipendenza

La marijuana può essere nociva? Sì, soprattutto in età adolescenziale e in presenza di alcune patologie. E quella light? Non ha effetti psicotropi. L'esperto riporta il dibattito dalla propaganda alla scienza. Mentre il governo lavora a una stretta contro i pusher.

Se il governo pensa a un inasprimento delle pene per gli spacciatori (l’ipotesi è alzare la pena minima per i recidivi in modo che non possano sfuggire all’arresto), la legalizzazione della cannabis e la diatriba sui suoi effetti sul corpo umano sono ancora intossicati da posizioni ideologiche che bloccano sul nascere ogni possibile legge sul tema.

Bisognerebbe, invece, interrogarsi realmente sugli effetti dei cannabinoidi e confrontarli con quelli di altre sostanze legali che nessuno si sognerebbe mai di proibire.

È quello che chiede Raffaele Lovaste, direttore dell’Istituto europeo per il trattamento delle dipendenze (IEuD), «una struttura non ideologica, che non giudica le persone, che permette l’accesso alle cure con riservatezza a chi sarebbe invece ghettizzato in un contesto pubblico e moralistico». Un luogo in cui non si è obbligati a disintossicarsi, piuttosto si viene accompagnati «a riprendere il controllo della propria vita se lo si è perso a causa di una sostanza o di un comportamento additivo», spiega Lovaste a Lettera43.it. «Non curiamo solo chi vuole smettere, ma lo portiamo a scelte consapevoli ed equilibrate».

Raffaele Lovaste, direttore IEuD (Istituto Europeo per il trattamento delle dipendenze).

DOMANDA. Legalizzare sì o no?
RISPOSTA. Come tutte le cose complesse non si può dare una risposta così secca. Il problema è molto ampio. I favorevoli alla legalizzazione sostengono che legalizzare la cannabis porterebbe a una riduzione della criminalità legata al suo consumo e della possibilità di venire a contatto con altre sostanze molto più pericolose. I contrari dicono che in realtà abbattiamo un’altra barriera, che non si ottiene un risultato permettendo tutto.

E come se ne esce?
Parlando di dati scientifici concreti, con i quali ogni giorno noi di IEuD ci confrontiamo. Prendiamo l’alcol, per esempio, una sostanza legale. Eppure è quella che produce più morti e patologie. Può essere legale? Sì, se accompagniamo la sua vendita all’educazione a un uso consapevole. In tanti Paesi in cui si porta avanti la scelta della legalizzazione della cannabis, parallelamente si dovrebbe sviluppare la capacità di autocontrollo dei singoli individui.

Prendiamo l’alcol, una sostanza legale. Eppure è quella che produce più morti e patologie. Può essere legale? Sì, se accompagniamo la sua vendita all’educazione a un uso consapevole

La cannabis fa male?
Può far male, certo. Prendete il caso di un utilizzo in età adolescenziale che può determinare lo sviluppo di patologie psichiatriche. Serve qualcuno che controlli l’individuo, identifichi la patologia e la cause, informi il paziente e gli dica che deve smettere. Però la cannabis può avere anche effetti positivi, è dimostrato: si usa a scopo terapeutico, per l’insonnia, per la nausea, per patologie molto gravi.

Qualcuno dice che si comincia con la cannabis e poi si passa ad altre sostanze.
Sì. Non è affatto detto che tutti quelli che hanno fumato i cannabinoidi consumino o consumeranno eroina o cocaina, anche se è vero il contrario, che tutti quelli che usano cocaina o eroina hanno iniziato coi cannabinoidi.

Anche la Croazia va verso la legalizzazione, da noi la proposta di legge continua a essere ostacolata e la sua discussione rimandata. Perché?
Di certo non perché in Italia l’effetto della cannabis sia diverso dagli Stati Uniti o dalla Spagna. È un problema ideologico e politico. L’argomento smette di essere trattato scientificamente e diventa bandiera ideologica e politica. Non dovremmo cadere in questo errore.

Eppure il disegno di legge per la legalizzazione è stato firmato da 218 parlamentari di tutti gli schieramenti. Un passo avanti.
Sicuramente, qualcosa si sta muovendo. La politica evolve come evolve la popolazione. L’obiettivo di un politico è inseguire il consenso: se riesce a intuire un argomento di consenso in un substrato della popolazione ancora un po’ nascosto, il politico lo cavalcherà.

Matteo Salvini ha provato a tornare indietro anche sulla cannabis light.
Propaganda e ideologia. Sotto lo 0,2 di Thc, ragionevolmente non c’è effetto psicotropo. Il problema è se vogliamo dare credito alle conoscenze scientifiche o alla campagna di un politico. Esistono anche i terrapiattisti e i no-vax, se è per questo, non vuol dire che i loro pareri siano corretti. Noi di IEuD abbiamo un approccio più scientifico al problema.

Sotto lo 0,2 di Thc, ragionevolmente non c’è effetto psicotropo. Il problema è se vogliamo dare credito alle conoscenze scientifiche o alla campagna di un politico

Allora parliamo di scienza: che effetti ha la cannabis light?
Se io fumo un po’ di cannabis allo 0,2 con la speranza di avere un effetto psicotropo non ce l’ho. Però c’è l’effetto placebo e in qualche modo degli stimoli e delle sensazioni si ottengono. Se poi voglio veramente combattere la nausea e l’insonnia, è difficile che funzioni.

Intanto, come spesso capita, la Cassazione ha stabilito che coltivare cannabis in casa non è reato. I magistrati sono davanti alla politica?
Speriamo. Finire in galera perché uno ha una piantina di cannabis sativa in casa sarebbe un po’ troppo.

Quale è l’esperienza del vostro istituto in merito alla dipendenza da droghe leggere?
Intanto come IEuD vorremmo chiarire che i termini droghe leggere e droghe pesanti non hanno alcuna valenza scientifica e sono semplificazioni giornalistiche piuttosto fuorvianti. L’idea che la cannabis sia una droga leggera, che tutti possono utilizzare, è sbagliata. Per un adolescente con problemi psichiatrici è altamente pericoloso anche il contatto con cannabinoidi a concentrazione bassa di Thc.

L’idea che la cannabis sia una droga leggera, che tutti possono utilizzare, è sbagliata. Per un adolescente con problemi psichiatrici è altamente pericoloso anche il contatto con cannabinoidi a concentrazione bassa di Thc

E allora come si possono classificare le droghe?
Per esempio in base alla loro capacità di indurre dipendenza. Ora, escluse eroina e cocaina, il tabacco e l’alcol sono le sostanze che provocano la maggiore assuefazione. Esiste quindi una correlazione tra legalità e pericolosità della sostanza? No. Poi c’è la variabilità individuale: ognuno di noi potrebbe ricordare il nonno che ha fumato il toscano per 50 anni e non ha mai avuto un tumore, ma i grandi numeri ci dicono che il contatto con la nicotina produce neoplasie polmonari. Tempo fa avevano messo in commercio il tabacco light, poi tolto per una class action, perché in realtà era una truffa. Si trattava di un messaggio che non corrispondeva a una validità scientifica.

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Coronavirus: gli italiani della Diamond Princess tornano a casa

Una trentina di connazionali pronti a lasciare la crociera. Chi risulterà negativo ai controlli potrà sbarcare il 20 febbraio dalla nave. Poi un Boeing dell'esercito li riporterà in Italia, dove staranno in quarantena a Pratica di Mare.

Per cinquecento passeggeri della Diamond Princess, già sbarcati dalla nave, l’incubo è finito. Gli altri, tra cui 35 italiani, iniziano a vedere la luce in fondo al tunnel dopo essere rimasti imprigionati da due settimane sulla nave da crociera ancorata in quarantena nella baia giapponese di Yokohama. Un luogo diventato una trappola galleggiante dove i contagi da coronavirus continuano ad aumentare giorno dopo giorno, anche a causa di misure di precauzione ritenute insufficienti dagli esperti: nell’ultima giornata altre 79 persone sono risultate positive ai test, portando a 621 il numero dei contagiati.

DUE AEREI DALL’ITALIA

Dopo essere partito martedì sera da Ciampino, è arrivato nel pomeriggio l’aereo Falcon con il team medico incaricato di sottoporre gli italiani ai test per escludere l’infezione. Nello staff inviato in Giappone anche due medici dello Spallanzani di Roma, un’anestesista e un’infettivologa. Chi risulterà negativo ai controlli potrà sbarcare già domani dalla nave, per rientrare a casa in serata con un secondo aereo, un Boeing dell’Aeronautica Militare partito in serata dall’Italia. Il volo dovrebbe riportare in patria, oltre a una trentina di italiani, anche 27 cittadini di altri Paesi dell’Unione europea. Bruxelles ha attivato il meccanismo di protezione civile per cofinanziare i voli italiani.

LA QUARANTENA A PRATICA DI MARE

Una volta atterrati all’aeroporto militare di Pratica di Mare, i passeggeri saranno sottoposti alla consueta quarantena di 14 giorni, il periodo ritenuto necessario dai medici per escludere del tutto la presenza della malattia. Per i primi giorni saranno trattenuti nella stessa struttura militare di Pomezia, poi saranno trasferiti al centro olimpico della Cecchignola. Da lì, nel frattempo, dovrebbero uscire domani gli altri italiani fatti rientrare nei giorni scorsi da Wuhan, la città cinese epicentro dell’epidemia. Ma prima di fare entrare altre persone, saranno necessari un paio di giorni per bonificare la struttura.

UN TERZO VOLO PER L’ITALIANO CONTAGIATO

Un terzo volo dovrebbe partire in un momento successivo per riportare a casa il passeggero italiano risultato contagiato dal virus a bordo della Diamond Princess. Si tratterà di un aereo di biocontenimento, stessa tipologia di quello impiegato per riportare a casa nei giorni scorsi Niccolò, il diciassettenne friulano che era rimasto bloccato a Wuhan. Se dagli screening medici sulla nave dovessero risultare altre persone contagiate, anche loro saranno riportate a casa con lo stesso volo. A bordo resteranno invece sicuramente cinque italiani membri dell’equipaggio, tra cui il comandante Gennaro Arma. Una volta sbarcati tutti i passeggeri, anche per loro scatterà una quarantena di 14 giorni nelle cabine della nave. La procedura per far scendere a terra le persone durerà fino a venerdì, mano a mano che saranno resi noti gli esami dei laboratori. I test medici sono stati condotti su tutti i circa 3.200 passeggeri. Il periodo di quarantena a bordo era iniziato il 5 febbraio, dopo che una persona sbarcata a Hong Kong era stato trovata positiva al coronavirus. Può tirare invece un sospiro di sollievo il marittimo sanremese sbarcato in Cambogia nei giorni scorsi dall’altra nave da crociera finita al centro delle cronache, la Westerdam, su cui viaggiava almeno una persona contagiata, una cittadina statunitense. L’uomo, che si era messo in isolamento volontario a casa sua, è stato sottoposto al test per il virus su decisione del ministero della Salute ed è risultato negativo.

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Abusava sessualmente di 3 ragazzini disabili

di Pina Ferro

Abusando delle condizioni di inferiorità psichica di tre ragazzini, di 13, 16 e 9 anni, li costringeva a subire atti sessuali. Il sostituto procuratore presso il Tribunale di Salerno, Claudia D’Alitto ha iscritto nel registro degli indagati un 48enne residente in una cittadina a sud di Salerno. Vittime dell’uomo tre minorenni residenti nella stessa cittadina. Secondo il capo d’imputazione, l’indagato abusando delle condizioni di inferiorità del sedicenne affetto dalla sindrome di “Arnold Chiari” (rara malformazione della fossa cranica posteriore; nei soggetti che ne sono affetti, tale struttura è poco sviluppata, per cui il cervelletto esce dalla sua sede naturale attraverso il foro occipitale, situato alla base del cranio), epilessia e disturbi del comportamento con spettro autistico, con lusinghe e promesse lo induceva a compiere e subire atti sessuali (toccamenti e masturbazioni reciproche). Il tutto in presenza degli altri due ragazzini.

Anche gli altri due ragazzini presentavano problemi psichici, al bimbo di 9 anni era stato diagnosticato un ritardo mentale e disturbo dell’attenzione. Il 48enne pur di raggiungere il proprio scopo, abusando della inferiorità psichica dei ragazzini, offriva loro dolci e di connessione gratuita ad internet presso la propria abitazione. Una volta  che i tre adolescenti erano in casa il 48enne era solito fare con loro il gioco “bugia o verità”. Il pegno per chi perdeva la gioco era quello di denudarsi, di toccarsi e di farsi toccare.
Nei giorni scorsi all’uomo è stato notificato l’avviso di conclusione indagini da parte del magistrato, Ora il 48enne ha a disposizione venti giorni per rendere inter-
rogatorio o presentare memoria difensiva. Successivamente il magistrato inoltrerà al Gup la richiesta di rinvio a giudizio.

A rappresentare i minori saranno i genitori.

Consiglia

Revenge porn e licenziamento: se una donna è vittima due volte

Non bastava l'umiliazione subita: il datore di lavoro di una 40enne di Brescia ha deciso cacciarla dall'azienda per danno d'immagine. Sottoponendola a un doppio abuso. Ma non possiamo dimenticare che siamo tutti responsabili. Ricordate Tiziana Cantone?

Immaginate di aver realizzato un video hot con il vostro compagno, marito, amante o chiunque sia. Tutto tra le quattro mura della vostra camera da letto, d’accordo che non sarebbe mai uscito da lì. Immaginate invece che le cose vadano diversamente: viene inoltrato a centinaia di numeri di cellulare e finisce online. La sua diffusione è inarrestabile, come qualsiasi contenuto gettato in Rete. La vergogna, l’umilazione e la rabbia sono indescrivibili. Ma non finisce qui: succede che dopo aver sporto denuncia il vostro datore di lavoro vi licenzi. Sì, avete capito bene. Per «danno d’immagine». La sua. Sembra una beffa, ed è quello che è realmente accaduto a una donna bresciana.

LA BEFFA AI DANNI DI UNA DONNA BRESCIANA

Il 15 febbraio 2020 la procura di Brescia ha indagato tre persone per revenge porn. Si tratta di uomini che sono stati denunciati da una donna di 40 anni, una professionista bresciana, che aveva realizzato personalmente video che dovevano rimanere privati e che invece sono diventati virali. Il Giornale di Brescia ha raccontato che la donna ha sporto denuncia dopo che anche il suo numero di cellulare è passato di chat in chat varcando persino i confini nazionali (avrebbe ricevuto telefonate dal Sudamerica). In un supplemento di denuncia la 40enne ha fornito altri nominativi e contatti di chi avrebbe contribuito a far girare i video allegando anche screenshot di chat di poliziotti e carabinieri nelle quali i video hot sono girati. Uomini in divisa che hanno commentato il filmato senza fermarne la diffusione.

UMILIATA E LICENZIATA: COLPA DI TROPPE TELFONATE

Qualche giorno dopo l’inizio dell’indagine, la donna, già vittima di revenge porn, ha subito un altro abuso: è stata licenziata da uno degli studi per i quali lavorava. Il licenziamento sarebbe scattato per un danno di immagine e il datore di lavoro ha spiegato di aver ricevuto chiamate da uomini che volevano un appuntamento con la professionista «senza far riferimento alla problematica da affrontare e senza lasciare recapito telefonico».

IL REVENG PORN È REATO SOLO DAL 2019

Il reveng porn, diffusione illecita di immagini o di video sessualmente espliciti, in Italia è reato da luglio 2019, grazie all’articolo 10 della legge numero 69. Un delitto introdotto per contrastare legalmente la moda di diffondere foto e video hard realizzate con il consenso dell’interessato e diffuse senza nessuna autorizzazione, ledendo privacy, reputazione e dignità della vittima. Il termine revenge porn è nato alla fine degli Anni 90 negli Stati Uniti, dove un sito omonimo già allora pubblicava materiali intimi con lo scopo dichiarato di consentire «vendetta» («revenge») a chi si ritenesse offeso o vilipeso dal comportamento altrui. Di solito chi usa il revenge porn come arma è un ex offeso per un tradimento o semplicemente arrabbiato. Un fenomeno grave e per fortuna da pochi mesi punibile, ma di ancora più grave in questa storia c’è un passaggio ulteriore: il licenziamento della donna offesa.

ABBIAMO GIÀ DIMENTICATO TIZIANA CANTONE?

Come è possibile che un datore di lavoro anziché capire la delicata posizione della dipendente decida di tagliarla fuori per danno di immagine? Come può sentirsi una donna violata per mano di una persona di cui si fidava, esposta alla pubblica gogna con viso e corpo esposti, e poi persino licenziata, quindi vittima due volte? Ci siamo dimenticati di Tiziana Cantone, la 30enne che si tolse la vita per smettere di dover sopportare l’umiliazione continua di un video hard finito sulle chat WhatsApp di tutta Italia? Ci siamo dimenticati di quanto sia pericoloso vivere un oltraggio del genere ed essere derise e chiamate troie senza che a tutto questo venga messa la parola «fine»? Tiziana Cantone la parola «fine» purtroppo ha scelto di scriverla da sola. Ma a nessun’altra donna e nessun altro uomo deve ricapitare. E tutti noi siamo responsabili. Datori di lavoro e non solo.

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Inquinamento, obesità, marketing: così rubiamo il futuro ai bambini

Secondo il rapporto A Future for the World's Children? nel mondo sono a rischio 250 milioni di piccoli sotto i 5 anni. Italia promossa a metà: sui 180 Paesi presi in esame siamo al 26esimo posto per l'indice di sopravvivenza e del benessere, ma solo al 134esimo per quanto riguarda le emissioni di C02.

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)», scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il Piccolo Principe.

Era il 1943. Sono passati quasi 80 anni e a vedere i numeri del rapporto A Future for the World’s Children? realizzato da Oms, Unicef e dalla rivista Lancet le sue parole suonano come una triste profezia.

Inquinamento, cambiamenti climatici, obesità e overdose di marketing «minacciano da vicino la salute e il futuro di ogni bambino e adolescente nel mondo», si legge nella ricerca. E 250 milioni di piccoli sotto i 5 anni rischiano di non raggiungere il loro potenziale di sviluppo.

ITALIA PROMOSSA MA SOLO A METÀ

In altre parole, il mondo sta fallendo nel fornire ai bambini una vita sana e un clima adatto al loro futuro. «Nonostante la salute dei bambini e degli adolescenti sia migliorata negli ultimi 20 anni, i progressi si sono fermati, e sono destinati a tornare indietro», osserva Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda e co-presidente della commissione di esperti che ha redatto la ricerca che include un nuovo indice globale di 180 Paesi e valuta il benessere dei più piccoli in termini di salute, istruzione, nutrizione, e indice della sostenibilità, ovvero una misurazione indicativa delle emissioni di gas serra e i divari di reddito.

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E l‘Italia? Sui 180 Paesi presi in esame il nostro Paese si colloca al 26esimo posto per l’indice di sopravvivenza e del benessere dei più piccoli, ma solo al 134esimo per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica pro-capite. Tradotto: assicuriamo una qualità di vita relativamente buona a bambini e adolescenti, ma non pensiamo sufficientemente al loro futuro. L’Italia, infatti, sottolinea Francesco Samengo, presidente di Unicef Italia, «con 5,99 tonnellate di CO2 pro-capite emette il 121% di CO2 pro-capite in più rispetto all’obiettivo del 2030». E se il riscaldamento globale, in linea con le proiezioni attuali, supererà i 4 gradi nel 2100, ricorda il rapporto, ci saranno conseguenze devastanti per la salute dei bambini, a causa dell’innalzamento del livello degli oceani, delle ondate di calore, della proliferazione di malattie come la malaria e la febbre dengue e della malnutrizione.

USA, ARABIA SAUDITA E AUSTRALIA MAGLIE NERE PER EMISSIONI DI CO2

Dal rapporto A Future for the World’s Children? emerge che i primi 5 posti che assicurano ai bambini le migliori condizioni sono Norvegia, Repubblica di Corea, Paesi Bassi, Francia, Irlanda. Mentre i bambini in Repubblica Centrafricana, Ciad, Somalia, Niger e Mali affrontano le probabilità peggiori. Per quanto riguarda le emissioni di CO2 pro-capite, gli Stati Uniti, l’Australia e l’Arabia Saudita sono tra i 10 Paesi con i dati peggiori.

ALLARME OBESITÀ E MARKETING AGGRESSIVO

Altro dato su cui riflettere è la malnutrizione, intesa non più solo come carenza di cibo, ma come eccesso di quello di bassa qualità. Tanto che il numero di bambini e adolescenti obesi nel mondo è passato dagli 11 milioni del 1975 ai 124 milioni del 2016, un aumento di 11 volte in circa 40 anni. Colpa del marketing aggressivo che spinge sin da piccoli verso fast food, bevande zuccherate, alcol e tabacco. In alcuni Paesi i più piccoli vedono fino a 30 mila annunci pubblicitari in tivù in un anno. L’esposizione dei giovani alla pubblicità delle sigarette elettroniche è aumentata invece di oltre il 250% negli Usa in due anni. «L’autoregolamentazione del settore industriale ha fallito», spiega Anthony Costello, uno degli autori del rapporto. «Studi dimostrano che non ha frenato la capacità delle imprese di fare pubblicità ai minori». E la realtà potrebbe essere ancora peggiore. «Abbiamo pochi dati sull’enorme espansione della pubblicità sui social media e degli algoritmi diretti ai bambini». Insomma, non è un mondo per piccoli.

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Perché ora chi ha abbonamenti pirata alle pay tivù rischia davvero

Per la prima volta in Italia denunciati 223 cittadini. Guardavano in maniera illegale serie, film e partite. In caso di condanna arriva la confisca di televisori, pc o smartphone. E si rischia il carcere fino a 8 anni e una multa di 25 mila euro. L'indagine.

La tribù del “pezzotto” ora rischia davvero. Per la prima volta in Italia sono stati denunciati dei cittadini che in possesso di abbonamenti non ufficiali alle pay tivù per guardare in maniera illegale serie, film ed eventi sportivi: il Nucleo speciale beni e servizi ne ha individuati 223.

LA LEGGE SUL DIRITTO D’AUTORE PREVEDE LA CONFISCA

E adesso cosa succede? La legge sul diritto d’autore prevede la confisca degli strumenti utilizzati: ai clienti, dunque, in caso di condanna devono essere tolti il televisore, computer o smartphone. Rischiano inoltre la reclusione fino a otto anni e una multa di 25 mila euro.

ALTRI ANCORA DA IDENTIFICARE PER IL REATO DI RICETTAZIONE

Ma da dove arriva l’indagine della Guardia di finanza? Va avanti da alcuni mesi e ci sono ancora diverse le persone da identificare, tutti clienti che hanno acquistato abbonamenti illegali e che si sono resi responsabili del reato di ricettazione.

PALINSESTI ACQUISITI DAI PIRATI E RIDISTRIBUITI

La modalità utilizzata dai gestori delle pay tivù pirata per diffondere il segnale è l’Iptv (Internet protocol television) attraverso la quale i pirati acquisiscono e ricodificano i palinsesti televisivi delle maggiori piattaforme a pagamento (Dazn, Sky e Mediaset Premium su tutte) per poi distribuirli sulla rete internet, sotto forma di un flusso di dati ricevibile dagli utenti con la sottoscrizione di un abbonamento illecito e un semplice pc, oppure smart tivù, tablet, smartphone o decoder connesso alla rete.

CONDIVISIONE DEI PROPRI DATI CON REALTÀ CRIMINALI

Le indagini, che puntano a individuare la centrale di trasmissione del segnale pirata, hanno finora evidenziato una complessa organizzazione del sistema composta da decine di “reseller” e centinaia di clienti che, tra l’altro, acquistando questi abbonamenti condividono con realtà criminali i propri dati personali, inclusi quelli anagrafici e bancari, lasciando traccia delle attività illecite.

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Strage di Capaci: arrestato per mafia il fratello della vedova Schifani

Giuseppe Costa è finito in manette dopo il blitz della Dia contro il boss Gaetano Scotto. Sarebbe stato uno degli uomini del clan che aveva il compito di riscuotere il pizzo. 28 anni fa la sorella perse il marito nell'agguato contro il giudice Falcone.

Il ricordo della strage di Capaci resta legato alla sua immagine: una giovane donna in lacrime, appena rimasta vedova, che non riesce a seguire il “copione” suggerito dal sacerdote che le sta accanto. E durante i funerali di Giovanni Falcone e dei tre agenti della scorta, in una chiesa stracolma e disperata, rivolgendosi ai mafiosi che le hanno ucciso il marito urla «io vi perdono ma vi dovete inginocchiare».

IN MANETTE NELL’AMBITO DEL BLITZ CONTRO IL BOSS SCOTTO

Rosaria Schifani, vedova di Vito Schifani, saltato in aria su una montagna di tritolo il 23 maggio del 1992, è diventata l’emblema del dolore di una intera nazione. Oggi, a distanza di 28 anni dall’attentato, si torna a parlare di lei e della sua famiglia perché tra gli arrestati nel blitz della Dia che ha riportato in cella il boss palermitano Gaetano Scotto c’è suo fratello, Giuseppe Costa, ufficialmente muratore, di fatto, dicono gli investigatori, riscossore del pizzo per conto del clan. La notizia circolata come indiscrezione in giornata è stata confermata in serata dagli inquirenti.

SAREBBE STATO TRA GLI ESATTORI DEL PIZZO

Giuseppe Costa è accusato di associazione mafiosa: sarebbe affiliato alla famiglia di Vergine Maria. Per conto della cosca avrebbe tenuto la cassa, gestito le estorsioni, «convinto» con minacce le vittime – imprenditori e commercianti – a pagare la “tassa” mafiosa, assicurato alle famiglie dei mafiosi detenuti il sostentamento. Ristoranti, negozi, concessionarie di auto, imprese: nel quartiere pagavano tutti e Costa sarebbe stato tra i collettori del pizzo. Gli inquirenti lo descrivono come pienamente inserito nelle dinamiche mafiose della “famiglia”, tanto che, alla scarcerazione del boss della zona, Gaetano Scotto, per rispetto al padrino invita le sue vittime a dare il denaro direttamente a lui.

LE INDAGINI SUI FRATELLI SCOTTO

L’indagine fotografa anche il ruolo di vertice che Scotto aveva riconquistato nel clan. Già accusato di mafia, il boss è ora parte civile nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Accusato ingiustamente da falsi pentiti fu condannato all’ergastolo e poi scarcerato. Oggi siede come vittima davanti ai tre poliziotti accusati di aver depistato l’indagine. Nel blitz del 18 febbraio è stato coinvolto anche il fratello Pietro, tecnico di una società di telefonia, anche lui accusato nell’inchiesta sull’uccisione di Paolo Borsellino. Per la polizia aveva captato la chiamata con cui il magistrato comunicava alla madre che stava per andare a farle visita nella sua abitazione di via D’Amelio davanti alla quale fu piazzata l’autobomba. Pietro Scotto, condannato in primo grado, era stato poi assolto in appello.

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Cosa sappiamo sulle indagini per la morte di Aurora Grazini a Viterbo

La Procura ha indagato per omicidio colposo un medico del pronto soccorso dopo la morte della 16enne avvenuto il 14 febbraio dopo essere stata dimessa dall'ospedale.

C’è un indagato nell’indagine avviata dalla Procura di Viterbo sulla morte di Aurora Grazini, la 16enne trovata in morta in casa sabato mattina. Si tratta di uno dei medici del pronto soccorso dove la minorenne si era recata perché accusava uno stato d’ansia e un attacco di panico. Secondo quanto scrive il Corriere della Sera si tratta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Belcolle che il 14 ha visitato la ragazza. Nei suoi confronti l’accusa è di omicidio colposo. All’iscrizione si è arrivati grazie ad acquisizioni testimoniali e documentali.

ATTESA PER I RISULTATI DELL’AUTOPSIA

«Nell’ambito delle attività investigative relative al decesso della giovane Aurora Grazini, avvenuto», si legge in un comunicato della Procura e dei carabinieri, «nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 febbraio, è stato notificato un avviso di garanzia a un medico dell’Ospedale di Belcolle al fine di poter effettuare, con le tutele di legge, tutte gli accertamenti necessari. Nel pomeriggio si è svolto l’esame autoptico, su conferimento dell’incarico da parte del Pubblico Ministero titolare del fascicolo, dottoressa Eliana Dolce, il cui esito potrebbe apportare ulteriori elementi all’indagine».

DUBBI SULLA DIAGNOSI DEL 14 FEBBRAIO

La giovane era stata portata al pronto soccorso in ambulanza nel pomeriggio del 14 febbraio con dolori al petto e problemi respiratori. Secondo l’Asl Aurora avrebbe avuto solo una crisi di pianto e d’ansia, per questo le erano state data 15 gocce di En, una benzodiazepina, e fissato un nuovo appuntamento per iniziare un percorso di sostegno psicologico. Tornata a casa aveva accusato debolezza e ancora difficoltà respiratorie, per poi morire tra il 14 e 15 febbraio.

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Consip: il gip di Roma ha ordinato di indagare Verdini

L'ex senatore inquisito per i reati di turbativa d'asta e concussione. Disposti approfondimenti anche su Lotti e Tiziano Renzi.

Il gip di Roma ha ordinato l’iscrizione nel registro degli indagati di Denis Verdini per i reati di turbativa d’asta e concussione nel caso Consip. Secondo il gip Verdini deve essere indagato assieme all’ex parlamentare Ignazio Abrignani e all’imprenditore Ezio Bigotti in relazione alla gara di appalto Consip FM4. Ai tre è contestato il reato di concussione ai danni dell’ex ad della centrale acquisti della Pa, Luigi Marroni, «in relazione alla vicenda Cofely». Nel provvedimento il giudice chiede, inoltre, ai pm di iscrivere nel registro degli indagati l’imprenditore Carlo Russo. Per il giudice, Russo deve essere indagato anche per due episodi di tentata estorsione ai danni di Marroni avvenuti il 10 novembre del 2015 e il 18 maggio del 2016.

NUOVE INDAGINI ANCHE SU LOTTI E TIZIANO RENZI

Il giudice ha anche ordinato ai pm di svolgere ulteriori indagini su Tiziano Renzi. Il giudice, accogliendo parzialmente la richiesta di archiviazione della Procura, chiede di verificare se ci sia stata o meno una attività di mediazione da parte di Renzi senior per commesse e appalti, in concorso con l’imprenditore Alfredo Romeo e l’ex parlamentare Italo Bocchino. I tre sono accusati di traffico di influenze illecite. Il giudice ha disposto ulteriori indagini anche per l’ex ministro dello Sport Luca Lotti e del generale dei carabinieri, Emanuele Saltalamacchia, per il reato di rivelazione del segreto d’ufficio.

FIDUCIA DAGLI AVVOCATI DI TIZIANO RENZI

«Per due volte la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione di Tiziano Renzi», ha detto l’avvocato Federico Bagattini, «riconoscendo la correttezza del comportamento del mio cliente. Rimaniamo a disposizione dei magistrati romani anche per le nuove indagini, con la tranquillità e la fiducia di chi intende collaborare con gli inquirenti, prendendo atto che – a differenza dei ripetuti rumors della vigilia – il Gup non ha ordinato l’imputazione coattiva sotto alcun profilo».

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Perché il verdetto su Weinstein è il tassello finale sul risveglio #MeToo

A oltre due anni dalle denunce di abusi che hanno cambiato la coscienza mondiale, la Corte di New York decide sull'ex boss di Miramax. Su di lui pendono cinque gravi capi di accusa. Tra cui quella di predatore sessuale che potrebbe portarlo all'ergastolo. Ma la sua avvocata sostiene non ci siano sufficienti prove. Il punto.

Era l’ottobre 2017 quando il giornalista e attivista Ronan Farrow (figlio di Mia Farrow e Woody Allen) pubblicò sul New Yorker un’inchiesta sulle molestie sessuali denunciate da alcune attrici per mano di uno degli uomini più potenti di tutta Hollywood. La vita e la carriera di Harvey Weinstein (classe 1952, di New York) boss e fondatore di Miramax, nell’industria cinematografica americana da oltre 30 anni, stavano per cambiare irreversibilmente. Come la coscienza collettiva mondiale.

IL RISVEGLIO COLLETTIVO CHIAMATO #METOO

Sono passati oltre due anni e in mezzo c’è stato un risveglio sociale all’inizio inarrestabile chiamato #MeToo: le testimonianze degli abusi subiti da milioni di donne che una dopo l’altra hanno deciso di raccontare le loro storie, le manifestazioni nelle piazze, le moltissime teste cadute di imprenditori, Ceo, chef e direttori di orchestra. Il mondo è cambiato almeno un po’, ma nonostante l’opinione pubblica lo abbia già condannato da tempo, manca ancora un tassello all’era #MeToo, quello finale: l’assoluzione o colpevolezza di Weinstein. Il processo a New York è iniziato il 6 gennaio 2020 e il verdetto è atteso per il 18 febbraio.

Harvey Weinstein in aula a New York il 6 febbraio 2020.

UNA DENUNCIA DOPO L’ALTRA

Sposato dal 2007 con la stilista Georgina Chapman che lo ha lasciato dopo lo scandalo, padre di due figli, contro di lui hanno puntato il dito centinaia di dipendenti e attrici, da Ashley Judd ad Asia Argento, da Gwyneth Paltrow a Rose McGowan, scatenando, dopo alcune testimonianze pubblicate sul New York Times, un effetto domino di denunce senza fine. La caduta di Weinstein è stata rapida e inesorabile: espulso anche dal club degli Accademy degli Oscar, aveva realizzato assieme al fratello grandi successi come Shakespeare in Love, Genio Ribelle, The Iron Lady , The Imitation Game, Il discorso del re. I suoi film hanno ottenuto oltre 300 nomination agli Oscar, vincendone 70.

IN GIURIA CINQUE DONNE E SETTE UOMINI

Come nel celebre film del 1957 di Sidney Lumet e in tante altre produzioni di Hollywood ispirate alle aule giudiziarie, la parola va adesso alla giuria: cinque donne e sette uomini devono decidere se riconoscere l’ex boss della Miramax è colpevole di molestie e stupri: in questo caso Weinstein, 68 anni, potrebbe passare in prigione il resto dei suoi giorni. Potrebbero volerci giorni prima del verdetto: basterà che nell’aula della Corte Suprema di Manhattan uno solo dei 12 abbia un «ragionevole dubbio» sulla colpevolezza per spedire il caso costruito dalla procura di New York contro l’ex produttore su un binario morto. Su Weinstein pendono in totale cinque capi di accusa: uno di atti sessuali criminali, due di stupro e due di atti da predatore sessuale, reato che si commette quando si compiono più stupri (accusa più grave per la quale rischia l’ergastolo).

L’avvocata Donna Rotunno assieme ad Harvey Weinstein.

L’AVVOCATA CHE DIFENDE WEINSTEIN

Weinstein, che ha sempre sostenuto di aver fatto sesso con partner consenzienti, è stato accusato di molestie e stupri da un centinaio di donne – 105 per la precisione – ma solo due, l’ex assistente della Miramax Mimi Haleyi e l’allora aspirante attrice Jessica Mann, avevano superato gli standard della procura per metterlo sul banco degli imputati. Sono casi difficili quelli di stupro, perché non ci sono quasi mai testimoni presenti: la parola di lui si scontra con quella di lei. Ed è su questo che si sono basati i difensori di Weinstein. «Le prove sono dalla nostra parte», sostiene l’avvocata Donna Rotunno, fortemente attaccata dalle femministe – non è curioso che ci sia una giovane donna a difenderlo? – che dopo oltre un mese di dibattito aveva accusato la magistratura di New York di aver creato un «universo alternativo» che «toglie alle donne senso comune, autonomia e responsabilità». Per la Rotunno, che durante il processo aveva prodotto come prove una serie di email in cui le due accusatrici mostravano di esser rimaste in contatto con Weinstein anche dopo le presunte violenze, «il ripensamento non esiste in questo universo. Solo il ripensamento ribattezzato come stupro».

PER LA PROCURATRICE LE ATTRICI COME «MERCE A DISPOSIZIONE»

Per corroborare le deposizioni della Haley e della Mann i procuratori avevano invitato altre quattro donne a testimoniare usando una strategia risultata vincente al secondo processo contro il papà dei Robinson Bill Cosby (la sua è stata la prima condanna penale nell’epoca #MeToo) dopo che, nel primo procedimento, la giuria non era riuscita a mettersi d’accordo e il comico era uscito dal palazzo di giustizia un uomo libero. «Weinstein pensava di essere un tale pezzo grosso a Hollywood» e che le aspiranti attrici erano «merce completamente a sua disposizione», ha detto la sostituta procuratrice Joan Illuzzi-Orbon nella requisitoria, mentre su un monitor vicino al palco sfilavano le foto delle sei attrici, tra cui Annabella Sciorra della serie tivù I Soprano, che avevano deposto contro Weinstein. A parte la Sciorra, le altre erano «completamente spendibili», ha detto la Iluzzi, passando in rassegna le diverse testimonianze e osservando che «non ci sono sfumature. C’e’stato un crimine e un totale disprezzo di altre persone». Resta da sapere se la giuria la penserà allo stesso modo.

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Coronavirus, sbarcati in Cambogia da una crociera senza quarantena

Oltre 1.200 passeggeri non sono stati controllati. E a bordo c'era una 83enne americana infetta. Presenti anche tre italiani che potrebbero già essere tornati a casa. Così dopo la Diamond Princess un'altra nave rischia di diventare focolaio.

Dopo la Diamond Princess in Giappone, nell’occhio del ciclone coronavirus è finita un’altra nave da crociera. La statunitense Westerdam è attraccata nel porto cambogiano di Sihanoukville dove sono scesi oltre 1.200 passeggeri senza controlli particolari o alcuna forma di quarantena.

POSITIVA ALLO SCALO DI KUALA LUMPUR

Tra questi, anche tre italiani e due italo-brasiliani. Come anticipato da Repubblica.it, a bordo c’era almeno una persona, una 83enne americana, risultata positiva al coronavirus già allo scalo malaysiano di Kuala Lumpur. I tre italiani potrebbero già essere rientrati in Italia mentre i due italo-brasiliani in Brasile. Sono in corso verifiche.

NAVE RIFIUTATA DA CINQUE PAESI ASIATICI

Come scrive Repubblica.it, la Westerdam era stata rifiutata da cinque Paesi asiatici, tra cui Giappone e Thailandia ed era rimasta in mare per 10 giorni attendendo un porto. Alla fine, venerdì 14 febbraio è stata fatta attraccare dalle autorità cambogiane.

IL PREMIER CAMBOGIANO RESPINGE LE ACCUSE DI NEGLIGENZA

Il premier cambogiano Hun Sen ha respinto le accuse di negligenza rivoltegli per aver acconsentito allo sbarco. «Abbiamo dovuto aiutarli, abbiamo dovuto affrontare una crisi umanitaria», si è giustificato l’uomo forte del regno al potere dal 1985 che è andato a salutare i croceristi con dei fiori, ma senza la protezione di una mascherina. «Siamo accusati di aver importato l’epidemia in Cambogia, ma nessun cittadino cambogiano è infetto», ha detto il premier. Il Paese ha finora solo un caso confermato di coronavirus, un turista cinese che si è ora ripreso.

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Scoppia l’airbag durante un tamponamento, morto neonato a Pisa

Secondo la ricostruzione della polizia municipale, il piccolo era nell'ovetto posizionato sul sedile del passeggero anteriore, accanto al guidatore, ed è stato investito dalla deflagrazione.

È morto a Pisa un bambino di 2 mesi a causa delle gravi ferite riportate in un incidente stradale il 16 febbraio. Il neonato viaggiava nell’auto dei familiari coinvolta in un tamponamento fra almeno tre vetture. La polizia municipale sta facendo gli accertamenti ma, secondo una ricostruzione, a determinare le gravi ferite al bambino sarebbe stato lo scoppio dell’airbag, esploso nell’urto. Il piccolo era nell’ovetto posizionato sul sedile del passeggero anteriore ed è stato investito dalla deflagrazione.

Il bambino è morto il 16 febbraio sera in ospedale, diverse ore dopo l’incidente. Sempre secondo le ricostruzioni, il padre guidava, mentre la madre e un altro figlio erano seduti dietro. Sempre secondo le ricostruzioni dei vigili urbani, quando c’è stato il tamponamento, è scoppiato l’airbag che ha investito il neonato procurandogli un trauma cranico e toracico gravissimi. Portato in ospedale, i medici hanno tentato di salvargli la vita ma non c’è stato niente da fare e il bimbo è morto intorno alle 22.30 per le ferite riportate.

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Come le cosche mafiose sono ancora padrone in Lombardia

Nonostante indagini e arresti, le infiltrazioni proliferano. La 'ndrangheta del traffico di stupefacenti, il riciclaggio camorrista, le rapine della criminalità pugliese. Ma anche lo sfruttamento sessuale degli albanesi, la droga cinese e le violenze dei latinos. Così la regione rischia di sottovalutare il problema.

Era il 5 luglio 2019 quando il procuratore aggiunto di Milano, Alessandra Dolci, commentava: «Negli ultimi 10 anni, nonostante le indagini e gli arresti, non è cambiato nulla. Le cosche sono ancora padrone del territorio». Parole che portano alla mente territori sanguinari come il Gargano o l’Aspromonte. E invece no: siamo in Lombardia, dove non necessariamente occorre ricorrere alla lupara affinché le mafie dimostrino la loro egemonia.

TERRA DI APPRODO DELLE CRIMINALITÀ

Anzi, come si legge nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia), «i sodalizi organizzati più evoluti prediligono ormai da tempo una strategia “di basso profilo” […] che si caratterizza per il forte mimetismo, risultando per questo ancor più pericolosa e soprattutto di difficile individuazione». La regione è ormai terra di approdo non solo per le criminalità nazionali, ma anche per quelle straniere: cinesi, balcaniche, nigeriane e sudamericane.

RISCHIO DI SOTTOVALUTAZIONE DEL PROBLEMA

Come ha spiegato Monica Forte, presidente della commissione antimafia in Lombardia e vicepresidente del coordinamento nazionale, «per molto tempo in regione si è sottovalutata la presenza mafiosa. E questo è un fatto gravissimo. Non so se si tratti di un errore consapevole, ma in ogni caso ha permesso alle mafie di muoversi liberamente». Il risultato è che oggi in Lombardia operano 25 locali di ‘ndrangheta, attivi soprattutto nella provincia di Milano.

DECISI A TAVOLINO I BUSINESS SU CUI PUNTARE

Quel che emerge è una rete asfissiante e quasi scientifica tra le famiglie per via di «una stretta connessione tra i locali presenti e la “casa madre” del crimine reggino, attraverso l’organo di coordinamento delle relazioni e delle attività illecite, giudiziariamente conosciuto come “la Lombardia”». Tutto deciso a tavolino, dunque. Esattamente come il business su cui puntare. A cominciare dal traffico internazionale di stupefacenti.

UNA RETE DA VIBO VALENTIA AL SUDAMERICA

A riguardo tra i più attivi c’è l’efferata famiglia Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), che ha messo su una rete che parte da Colombia e Venezuela per arrivare in Italia, dopo aver attraversato il territorio iberico. Le statistiche, d’altronde, non mentono. Secondo quanto denunciato dalla Direzione centrale per i servizi antidroga, «nel 2018 in Lombardia è stato registrato il 16,02% delle operazioni antidroga svolte sul territorio nazionale, il 7,21 % delle sostanze sequestrate e il 14,05% delle persone segnalate all’Autorità giudiziaria».

LOMBARDIA UTILIZZATA COME “LAVATRICE”

Non si pensi, però, che mafia e camorra non siano presenti sul territorio lombardo. Soprattutto nel riciclaggio dei grandi introiti illegali provenienti spesso da Sicilia o Campania. In questo caso, dunque, la Lombardia viene utilizzata come “lavatrice” anche grazie ai rapporti illeciti con imprenditori e pubblica amministrazione. Né si disdegnano i cosiddetti crimini “pendolari”, fronte su cui la concorrenza con i pugliesi è molto forte. «Oltre che negli stupefacenti», si legge non a caso nella relazione della Dia, «i gruppi pugliesi sono attivi nel traffico di armi e nelle rapine ai danni di caveau, depositi e furgoni blindati».

MAFIA PUGLIESE SPECIALIZZATA IN ASSALTI E RAPINE

E qui non si scherza: la criminalità organizzata pugliese, infatti, «è da ritenersi tra le organizzazioni più specializzate, efficaci e pericolose a livello nazionale, con la messa a punto di tecniche operative paramilitari negli assalti a bancomat o a furgoni portavalori», spiega la Dda. È la cronaca d’altronde a dimostrarlo. Uno degli ultimi casi risale al 2016, quando a Bollate un commando composto da una decina di banditi armati e travestiti erano riusciti ad impossessarsi di numerosi plichi di preziosi, per un valore di circa 4 milioni di euro.

LA ROTTA OLANDESE DEL NARCOTRAFFICO

La Lombardia è terra di approdo anche per i gruppi stranieri. Diversi anche in questo caso gli ambiti di interesse, ma a spiccare è ancora una volta il narcotraffico. A differenza della ‘ndrangheta, però, in questo caso a essere prediletta (soprattutto dalla criminalità albanese e balcanica) è la rotta olandese: cocaina e hashish arriva in Italia con corrieri spesso italiani assoldati dagli albanesi, attraverso auto appositamente modificate per l’occultamento nelle officine di Rotterdam.

ROMENE SCHIAVIZZATE PER LA PROSTITUZIONE

Ma gli albanesi sono molto attivi anche nella tratta di esseri umani e nello sfruttamento sessuale. A giugno 2019 la Dda di Brescia ha sgominato un’organizzazione che a partire dal 2014, con la promessa di un posto di lavoro, ha trasferito in Italia dalla Romania (in particolare dalle zone rurali più povere) decine e decine di ragazze poi avviate alla prostituzione sulle strade della Bergamasca, «trattate come schiave, private di denaro, della libertà di movimento e della possibilità di poter rientrare nel Paese d’origine».

TRATTA DI MIGRANTI DALL’AFRICA

Stesso discorso per la mafia nigeriana, dominus per quanto riguarda la tratta di migranti provenienti dall’Africa. Con una differenza netta, in questo caso: molto spesso a tenere sotto scacco le giovani ragazze – spesso anche ricorrendo a strumenti di coercizione psicologici come i riti vodoo – sono le donne. Una delle ultime inchieste è stata Glory (dal nome di una delle arrestate, residente a Busto Arsizio): tra le vittime c’erano anche ragazze marchiate a vita con due lame da rasoio, per il giuramento assoluto all’obbedienza una volta arrivate in Italia.

STUPEFACENTI CINESI E PUSHER FILIPPINI

Vista la grande comunità orientale in Lombardia, specie a Milano, attiva è anche la mafia cinese. Negli ultimi anni è cresciuta a dismisura l’importazione di shaboo, il principale stupefacente trattato da questa criminalità, rivenduto poi non solo all’interno della propria comunità, ma anche a italiani tramite una fitta rete di pusher filippini.

BANDE DI LATINOS VOTATE ALLA VIOLENZA

Ma non è tutto. Nell’area metropolitana sono molto attivi anche i pandillas, le bande di latinos composte prevalentemente da giovani di origine ecuadoregna e peruviana, con la sporadica presenza anche di italiani e nordafricani. In questo caso, spiega la Dda, la violenza non è solo uno strumento per il raggiungimento di uno scopo economico, ma un marchio di fabbrica.

COMMISSIONE AD HOC E FONDI PUBBLICI

Non tutto, però, è perduto. Già nella precedente legislatura, ha spiegato ancora la Forte, «la Regione Lombardia si è dotata di una commissione antimafia ad hoc» che ha goduto anche di corposi finanziamenti pubblici, «notevoli rispetto al panorama nazionale e con cui sono stati lanciati numerosi progetti». Uno di questi riguarda proprio la preoccupante presenza delle mafie straniere: «Già da due anni viene finanziato monitoraggio specifico. Ci siamo dati massimo nove mesi di tempo: questo lavoro ci porterà ad avanzare possibili interventi pratici che poi rivolgeremo alla Giunta regionale».

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Una 16enne è morta dopo essere stata dimessa dall’ospedale

La ragazza aveva accusato un malore, non stava bene da giorni e accusava perdite di peso. Ma era stata rimandata a casa dopo alcuni controlli.

Era appena stata dimessa dall’ospedale e rimandata a casa, dove i genitori l’hanno trovata morta nel suo letto, la mattina di sabato 15 febbraio. È la tragedia capitata a Montefiascone, in provincia di Viterbo a una ragazza di 16 anni. Sul decesso indagano ora i carabinieri. A quanto ricostruito finora, la sedicenne da una decina di giorni accusava problemi di salute e perdita di peso. In seguito a un malore era stata anche portata all’ospedale di Belcolle il 14 febbraio, e dopo alcuni controlli dimessa. La salma è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. I carabinieri hanno eseguito un sopralluogo nell’abitazione. Per verificare le cause del decesso, sul quale indaga anche la procura di Viterbo che ha deciso di procedere per omicidio colposo, sono stati disposti accertamenti.

IMMEDIATO AUDIT CLINICO

«È stato immediatamente disposto dal Sistema sanitario regionale l’audit clinico sul decesso della una giovane per verificare le procedure cliniche eseguite presso l’ospedale prima delle dimissioni. L’Azienda sanitaria di Viterbo è a completa disposizione dell’autorità giudiziaria per stabilire le cause del decesso». Lo ha dichiarato in una nota l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato. Il procedimento, coordinato dal Procuratore Paolo Auriemma, è al momento contro ignoti. Gli inquirenti hanno disposto l’autopsia che verrà svolta martedì presso l’ospedale di Viterbo. Contestualmente verranno raccolti i dati relativi allo stato di salute della ragazza.

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