Auto fuori strada finisce contro palo della luce, incidente in Via S.Leonardo

Incidente stradale nel tardo pomeriggio di oggi in Via San Leonardo a Salerno. Per cause ancora da appurare un uomo alla guida di un’auto ha perso il controllo del veicolo uscendo fuori strada e andandosi a schiantare contro un palo della pubblica illuminazione. Ferito è stato prontamente soccorso e trasportato al Ruggi per le cure del caso.

Consiglia

I dati sui contagi da coronavirus in Italia dell’8 aprile

Sono 139.422 i casi totali, di cui 95.262 gli attivi (+1.195), 26.491 i guariti (+2.099) e 17.669 le vittime (+542).

Sono complessivamente 95.262 i malati di coronavirus in Italia, con un incremento rispetto a ieri di 1.195. Martedì l’incremento era stato di 880. Il numero dei contagiati totali dal coronavirus in Italia – compresi morti e guariti – è di 139.422. Il dato è stato fornito dalla Protezione Civile. Sono 26.491 le persone guarite, 2.099 in più di ieri. È l’incremento più alto mai registrato dall’inizio dell’emergenza. Sono, invece, 17.669 le vittime, con un aumento rispetto a ieri di 542. Martedì l’aumento era stato di 604.

QUINTO GIORNO DI CALO PER LE TERAPIE INTENSIVE

Per il quinto giorno consecutivo calano ancora i ricoveri in terapia intensiva. Sono 3.693 i pazienti nei reparti, 99 in meno rispetto a ieri. Di questi, 1.257 sono in Lombardia, in calo di 48 rispetto a ieri. Dei 95.262 malati complessivi, 28.485 sono poi ricoverati con sintomi, 233 in meno rispetto a ieri, e 63.084 sono quelli in isolamento domiciliare.

LOMBARDIA: NUOVO CALO DI RICOVERI

Si riduce ancora il numero di ricoverati per coronavirus in Lombardia, dove comunque sono morte 238 persone in un giorno: lo ha detto l’assessore al Welfare Giulio Gallera in diretta Facebook. Sono 53.414 i positivi in regione, 1.089 più di ieri. Di questi 11.719 sono ricoverati non in terapia intensiva (114 meno di ieri), 1257 in terapia intensiva (-48), mentre il numero dei decessi è arrivato a 9722, 238 in un solo giorno.

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Coronavirus, la Fase 2 e il rischio infiltrazioni della ‘ndrangheta

Sequestrato alla frontiera un furgone carico di denaro. Così le cosche provano ad allungare le mani sulle attività in crisi. Finanziandole per poi prenderne il controllo.

Carichi di denaro contante proveniente dall’estero, per foraggiare con soldi sporchi gli imprenditori in difficoltà e arricchire gli usurai. L’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’intelligence sugli effetti della crisi causata dal Covid-19 trova i suoi primi riscontri. Dentro e fuori dai confini italiani sono diversi i casi all’attenzione della polizia, che in queste ore ha intercettato e bloccato alla frontiera un furgone con 500 mila euro in contanti, proveniente da un Paese dell’Est e guidato da alcuni cittadini calabresi legati alla ‘ndrangheta. Un episodio che conferma i sospetti degli ultimi giorni, dopo l’allerta lanciata dallo stesso capo della Polizia, Franco Gabrielli, e ribadita dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese.

L’ALLARME DEL VIMINALE

«Stiamo tenendo alta la guardia per scongiurare il rischio di infiltrazioni criminali nella fase di riavvio delle attività economiche», monitorando «le dinamiche societarie nella filiera agroalimentare, dell’approvvigionamento di materiale medico, nel settore turistico, nella ristorazione, nella distribuzione al dettaglio», ha detto la titolare del Viminale, che ha annunciato una nuova direttiva ai prefetti per monitorare gli indici di rischio. Che l’attenzione fosse alta lo dimostra già la rapida mobilitazione degli investigatori. Dopo la circolare di allerta diffusa a tutti i questori da parte del numero uno della Direzione centrale Anticrimine, Francesco Messina, qualche giorno fa è stata ufficializzata anche l’istituzione di una cabina di regia presieduta dal vice capo della Polizia, Vittorio Rizzi. Sotto la lente della nuova task force ci sono già alcuni episodi: tra questi il caso del furgone delle cosche fermato e proveniente dall’estero che tentava di entrare in Italia, con le banconote ben nascoste e pronte ad essere distribuite. Un segnale tangibile che le mafie nostrane hanno già fiutato il possibile business della ‘miseria’ provocata dal coronavirus.

Dobbiamo cercare di evitare che il deficit di liquidità possa essere finanziato dalle organizzazioni criminali attraverso l’usura o l’acquisizione delle stesse attività

Franco Gabrielli

«Riguardo a episodi del genere», hanno detto gli investigatori che hanno eseguito l’operazione, «il ‘campanello d’allarme’ è proprio che la criminalità organizzata pronta, con immissione di liquidità, ad intervenire sui settori in crisi con i propri prestiti». E lo stesso Gabrielli ha avvertito: «Dobbiamo cercare di evitare che il deficit di liquidità, che in questo momento emergenziale può interessare imprenditori e intere categorie di cittadini, possa essere finanziato dalle organizzazioni criminali attraverso l’usura o l’acquisizione delle stesse attività». Non resta solo da passare al setaccio il denaro sporco. L’attenzione è rivolta anche ai buoni propositi della ‘fase 2’ in arrivo, quando «i flussi di denaro per il rilancio dovranno essere tracciati e controllati». Ma i sensori sono attivati anche all’estero: «Dai tentativi di hackerare le banche dati informatiche degli ospedali in Repubblica Ceca ai sequestri di droga nascosta nei guanti protettivi anti-contagio in Brasile, siamo attenti a qualsiasi segnale», hanno spiegato dall’Anticrimine, «per anticipare le mosse criminali che rischiano di riverberarsi nel nostro Paese».

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Viadotto Albiano, ad agosto Anas assicurava che non c’erano criticità

La lettera fu inviata in risposta al Comune di Aulla che chiedeva un ulteriore sopralluogo. Una successiva verifica dell 3 novembre giudicò l'infrastruttura non pericolosa.

«Il viadotto Albiano (già attenzionato e sorvegliato dal personale Anas) non presenta al momento criticità tali da compromettere la sua funzionalità statica, sulla base di ciò non sono giustificati provvedimenti emergenziali per il viadotto stesso».

Così scriveva Anas lo scorso agosto in una lettera inviata e al Comune di Aulla e alla Provincia di Massa Carrara in relazione al ponte crollato l’8 aprile rispondendo a una missiva inviata dall’amministrazione comunale. In particolare, da quanto ricostruito, il Comune, facendo riferimento a colloqui verbali di rassicurazione circa la tenuta del tratto Aulla-bivio ponte Albiano nonché del ponte stesso, invitava Anas a «un ulteriore sopralluogo e verifica più approfondita atteso che il ponte che dall’abitato di Albiano adduce alla statale 62 della Cisa è abnormemente sollecitato dal transito forzato dei mezzi anche pesanti», anche a causa della chiusura della strada cosiddetta della Ripa.

La lettera dell’Anas di agosto 2019.

IL SOPRALLUOGO ANAS DEL 3 NOVEMBRE

Non solo. Il 3 novembre scorso al ponte crollato ad Albiano Magra ci fu un sopralluogo dei tecnici Anas, da cui dipende l’infrastruttura, dopo che era stata rilevata una crepa sull’asfalto, ingrandita dalle abbondanti piogge. Ma dai controlli fu dichiarato che non sussistevano «condizioni di pericolosità». A riferirlo è Gianni Lorenzetti, presidente della Provincia di Massa Carrara che alcuni anni fa ha ceduto la struttura ad Anas. Il sopralluogo, ricorda, fu fatto alla presenza anche dell’assessore comunale di Aulla e della polizia. Lo stesso Comune rassicurò i cittadini con un post sulla pagina istituzionale informando che «il traffico non avrebbe subito limitazioni». «Il ponte», aggiunge Lorenzetti, «è importantissimo per la popolazione dell’alta Lunigiana, punto di collegamento sia con i primi territori della Liguria sia con il resto della Toscana»

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Coronavirus, sesta vittima a Cava de’Tirreni

Cava de’ Tirreni piange la sesta vittima. E’ morto all’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno, l’imbianchino 46enne Angelo Senatore. L’uomo era stato ricoverato circa dieci  giorni fa.

Consiglia

Crolla un ponte tra Massa e La Spezia

Coinvolti due furgoni nel cedimento del tratto che collega due strade provinciali. Uno degli autisti è rimasto ferito.

Un ponte è crollato ad Aulla, in provincia di Massa Carrara, sulla strada provinciale 70. Il ponte si trova al confine tra Liguria e Toscana, in località Albiano Magra e collega la Sp70 con la Sp62. Nel crollo, secondo le prime informazioni raccolte dai vigili del fuoco che stanno operando con due squadre, sarebbero rimasti coinvolti due furgoni, precipitati sul letto del fiume e rimasti sopra la carreggiata collassata. C’è un ferito trasportato in codice giallo all’ospedale in seguito al crollo. Sarebbe il conducente di un furgone. Un altro autista sempre di un furgone sarebbe invece rimasto praticamente illeso a parte lo choc.

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Coronavirus, morto il mezzofondista Donato Sabia

Lo sportivo, 56 anni, era stato due volte finalista olimpico negli 800 piani a Los Angeles e Seul. Era presidente del comitato regionale della Fidal in Basilicata.

È morto la mattina dell’8 aprile a Potenza, a causa del coronavirus, il mezzofondista Donato Sabia, 56 anni. Sabia era stato due volte finalista olimpico degli 800 metri piani, a Los Angeles 1984 e a Seul 1988, finendo quinto e settimo. Nel 1984 vinse l’oro agli Europei indoor di Goteborg, sempre negli 800. Attualmente era presidente del comitato regionale della Basilicata della Fidal, la Federazione italiana di atletica leggera. Nei giorni scorsi, nell’ospedale di Potenza, era morto anche il padre. Sabia era ricoverato in terapia intensiva nell’ospedale San Carlo di Potenza da alcuni giorni.

PRIMATISTA MONDIALE SUI 500 PER 29 ANNI

Sabia deteneva la terza prestazione italiana di tutti i tempi negli 800 metri – con 1’43″88 – dietro a Marcello Fiasconaro e Andrea Longo. Aveva fatto, inoltre, l’11esima prestazione italiana assoluta sui 400 metri, con 45″73. Era stato primatista mondiale sui 500 metri (con il tempo di 1’00″08), rimasto imbattuto per circa 29 anni. Record stabilito a Busto Arsizio il 26 maggio 1984. Oltre alle finali olimpiche e l’oro a Goteborg, Sabia si classificò quinto nella finale della staffetta 4×400 al Campionati mondiali di atletica leggera che si svolsero a Helsinki nel 1983.

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Gli errori della Lombardia nel contenimento del coronavirus

Mancata creazione di zone rosse nella Bergamasca sul modello Codogno. Pochi tamponi effettuati e limitati ai pazienti gravi, a differenza del Veneto. E un sistema sanitario che ha privilegiato gli ospedali d'eccellenza trascurando i presidi territoriali. Cosa non ha funzionato nella gestione dell'emergenza.

Per capire che più di qualcosa non ha funzionato basta guardare i numeri. Secondo i dati della Protezione civile, aggiornati al 6 aprile, la Lombardia resta la regione più colpita dal coronavirus con oltre 52 mila casi registrati. Seguita, molto alla lontana da Emilia-Romagna e Veneto, rispettivamente 17 mila e 11 mila casi.

Anche i numeri dei decessi mostrano una discrepanza notevole: oltre 9 mila per la Lombardia contro i 2.180 dell’Emilia-Romagna e i 695 del Veneto. Lo stesso vale per il tasso di letalità, cioè il valore di percentuale di deceduti rispetto al totale di contagiati. Per la regione è il più alto in assoluto, fissato al 17,9% contro la media nazionale del 12,5% e lontano da quello del Veneto, che si attesta attorno al 5,7%.

Tutti questi numeri accendono i fari sulla gestione dell’emergenza da parte dalla Giunta di Attilio Fontana e in generale su come abbia reagito il sistema sanitario della prima regione italiana per popolazione e Pil.

IL PESO DELLA MANCATA ISTITUZIONE DELLE ZONE ROSSE

Nelle ultime settimane le analisi sulle carenze e gli errori nella gestione dell’emergenza si sono sprecate. È chiaro che i fattori che hanno portato in Lombardia a un’epidemia così grave sono diversi. È vanno da strategie errate fino a problemi e peculiarità del sistema regionale. Una delle prime ragioni dietro questi numeri sta forse nella mancata istituzione di zone rosse. Prendiamo per esempio il caso della provincia di Bergamo, una delle zone più colpite. Nelle ultime settimane ci sono state varie speculazioni sul perché fin dai primi casi non sia stata creata una zona in completo lockdown come quelle nel Lodigiano. Che il tema sia caldo lo dimostra anche lo scambio a distanza tra il presidente Fontana e il premier Giuseppe Conte che si rimpallati la responsabilità della mancata creazione di una zona rossa soprattutto nei comuni di Alzano e Nembro.

L’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo.

Secondo una lunga ricostruzione del Corriere della Sera pubblicata il 6 aprile, le autorità avrebbero temporeggiato troppo nel mettere in sicurezza i due comuni. «La corrispondenza tra governo e regione», si legge nell’articolo, «permette di ricostruire quanto è avvenuto», di capire cioè come sia stato possibile avere una zona rossa in 24 ore a Codogno e in altri centri del Lodigiano, ma non nella provincia di Bergamo. «Ancora lo scorso 2 marzo l’assessore lombardo al Welfare, Giulio Gallera, esprimeva forti dubbi sull’utilità di una zona rossa», eppure i primi due casi di positività al coronavirus erano arrivati tra il 21 e 22 febbraio, gli stessi giorni in cui veniva scoperto il focolaio di Vo’ Euganeo in provincia di Padova. Da allora, continua il Corsera, nei report che la Regione inviava alla Protezione civile non c’erano riferimenti alla situazione del Bergamasco. Il 27 a Nembro i casi sono poi saliti a oltre 70 con numeri simili a quelli di Casalpusterlengo, che nel frattempo era già zona rossa.

La zona rossa di Vo’ Euganeo.

A inizio marzo i numeri sono peggiorati ancora, ma nonostante questo è stata fatta partire una campagna per non chiudere le attività produttive, soprattutto sotto la spinta di Confindustria Bergamo. Il 3 marzo la Lombardia ha chiesto misure restrittive ma a differenza di altre Regioni ha scelto di non creare nuove zone rosse. Tutto viene delegato al Comitato tecnico scientifico che fa da consigliere al governo e che sempre il 3 marzo ha consigliato di adottare il modello Codogno chiudendo tutto. Ma nessuno, né governo né Regione ha dato seguito alle indicazioni. Anzi, il 4 marzo il presidente del Consiglio ha chiesto al Comitato di approfondire la richiesta. Intanto i numeri sono peggiorati. Il 5 e 6 si temporeggiava ancora tra le richieste del direttore dell’Iss Silvio Brusaferro e i vertici di Protezione civile e il premier Conte. Uno stallo che è durato fino al 7 e 8 marzo con la trasformazione di tutta l’Italia in una zona chiusa. Praticamente sei giorni dopo la richiesta di chiudere i comuni dell’area partita dal Comitato.

POCHI TAMPONI E MAI AGLI ASINTOMATICI

Se le vicende di Alzano e Nembro aiutano a capire perché nel disastro generale la Bergamasca sia stata così colpita, ci sono altri aspetti che hanno facilitato la diffusione del contagio. Tra questi la gestione dei tamponi. Anche in questo caso i numeri della Protezione civile danno un’idea della dimensione del fenomeno. In primo luogo è vero che la Lombardia è la regione che ne ha fatti di più, 159.331, contro i 153.542 del Veneto e i 75.191 dell’Emilia-Romagna. Ma se si guarda alla popolazione il rapporto è molto più basso. Coi suoi 10 milioni di abitanti la Lombardia ha fatto un test ogni 64 abitanti circa. A differenza del Veneto che, con la metà degli abitanti, ha effettuato un tampone ogni 32 persone circa. La Regione ha scelto di effettuare i test solo alle persone che mostravano i sintomi della malattia, correggendo successivamente il tiro ed estendendo la platea a coloro che mostravano “almeno un sintomo“. Il 15 marzo scorso in un’intervista a Repubblica Massimo Galli, responsabile per le malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, aveva chiesto di estendere la copertura dei test anche agli asintomatici.

L’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera

Il problema è che le autorità regionali hanno impiegato giorni ad allargare la base su cui effettuare i test. Il 26 marzo il professore Carlo Federico Perno, operativo dei laboratori dell’Ospedale Niguarda di Milano, aveva spiegato che la Regione effettuava tamponi solo agli ospedalizzati. Poi nelle settimane successive il numero di tamponi giornalieri è salito. Due giorni dopo, il 28 marzo, l’assessore Gallera ha confermato che la Regione riusciva a processare al massimo 5 mila test giornalieri. Numeri ancora troppo bassi. Quello che manca, oltre alla rilevazione degli asintomatici o dei pazienti con sintomi lievi, è la capacità di individuare con maggiore precisione i focolai. Come ha sottolineato la Harvard Business Review, la Lombardia ha scelto non solo di fare pochi tamponi, ma non ha investito a sufficienza sulla tracciabilità proattiva, l’assistenza domiciliare, il monitoraggio e la protezione degli operatori sanitari. Questo anticipa un’altra criticità lombarda che ha giocato un ruolo nella diffusione del virus.

I LIMITI DEGLI OSPEDALI E LE CARENZE

La discrepanza del numero dei tamponi tra Veneto e Lombardia mostra indirettamente anche un’altra profonda differenza: quella tra i sistemi sanitari. Da Roberto Formigoni in poi, il sistema sanitario lombardo è stato ridisegnato per mettere al centro gli ospedali di eccellenza, siano essi pubblici o privati, a discapito dei presidi sanitari sul territorio. Per questo motivo la maggior parte dei lombardi sono inclini ad appoggiarsi ai Pronto soccorso. Angelo Capelli, avvocato e relatore della riforma 2015/2017 del Ssr della Lombardia ha spiegato le criticità in una lettera inviata a Quotidiano sanità. La riforma varata cinque anni fa, ha spiegato Capelli, prevedeva la creazione di una rete territoriale nelle aziende ospedaliere con presidi per la cura post operatoria e riabilitativa accanto a presidi socio-sanitari sul territorio, «collegando la prevenzione ai ricoveri ospedalieri, l’assistenza domiciliare integrata e i servizi sociali, per seguire meglio i pazienti che non necessitavano dell’ospedale». Questa parte della legge però è rimasta inattuata. Nel 2017, durante l’amministrazione di Roberto Maroni, la Giunta ha abbandonato questo modello per creare la figura del “gestore” che doveva amministrare le cure sul territorio, ma negli anni non sono state strutturate le funzioni né i presidi da dedicare alle cure extra ospedaliere. Gli ospedali sono stati così travolti completamente dall’onda.

A questo si è aggiunta anche la scelta di ospedalizzare l’epidemia. Per quasi tutto il mese di marzo le autorità hanno deciso di contrastare il virus potenziando l’apparato ospedaliero. In un mese la Lombardia ha aumentato i posti letto in terapia intensiva, sia riconvertendo altri ospedali sia costruendo nuove strutture come quella in Fiera a Milano. Sono però mancati a livello territoriale interventi mirati per medici di famiglia o operatori sanitari impegnati coi pazienti non critici. Come riportato anche da La Stampa, nelle scorse settimane diversi medici di base hanno denunciato una scarsa attenzione a livello territoriale, con numerosi pazienti che mostrano i sintomi, restano chiusi in casa e in molti casi non riescono a ricevere assistenza. Una posizione ribadita anche dai medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo apparsa sulla rivista del gruppo New England Journal of Medicine che in particolare «il disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio».

ALL’ATTACCO ANCHE MEDICI LOMBARDI

Dopo diverse settimane in trincea gli stessi medici hanno iniziato a indicare le criticità nel sistema di gestione. È il caso, ad esempio, della Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia, Fnomceo, che il 5 aprile scorso ha scritto una lettera ai vertici della sanità lombarda individuando una decina di criticità. Oltre agli aspetti legati ai tamponi, la non creazione di alcune zone rosse, e la rapida saturazione degli ospedali per una mancata gestione del territorio, la Fnomceo ha puntato il dito sul supporto, quasi assente, ai medici presenti sul territorio. Ha criticato, in particolare, le mancate forniture di protezioni individuali, i pochi tamponi fatti agli operatori, l’assenza di attività di igiene pubblica, e la saturazione dei gli ospedali. Infine ha criticato anche «le gestione confusa della realtà delle Rsa e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane». L’ultimo punto in particolare ha avuto risvolti drammatici negli ultimi giorni.

IL CASO DELLE RSA

L’alta mortalità negli istituti per anziani ha scatenato la polemica politica. Anche in questo caso tra la Giunta di Fontana e il governo si sono accese scintille. Con la prima che difende la scelta di usare alcuni istituti per ospitare i pazienti, e i membri dell’esecutivo che chiedono chiarimenti e commissioni di inchiesta. Anche la Procura di Milano ha aperto alcuni fascicoli per stabilire eventuali responsabilità. In particolare sui protocolli di sicurezza previsti nelle varie strutture e sui provvedimenti regionali in materia di emergenza sanitaria, come il “piano pandemico” della Regione Lombardia del 2009 o anche la delibera dell’8 marzo con cui il Pirellone chiedeva alle Rsa, se volevano, di accogliere pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali.

L’ingresso del Pio Albergo Trivulzio a Milano

Proprio sulla questione del “piano endemico”, il 7 aprile ha risposto l’Unione sindacale di base evidenziando una mancanza «di piani di emergenza regionali adeguati», assenza «e carenza di dispositivi di protezione», come le mascherine, «erronea politica di controllo sanitario attraverso i tamponi su ospiti e operatori» e «di gestione delle degenze e dei casi dentro le Rsa». Per l’Usb, nelle residenze per anziani ci sono stati «morti e contagi». Ospiti che «nemmeno gli organismi pubblici sono stati in grado di tutelare a causa della carenza di corrette linee guida in caso di epidemie» e «dimostrando palesemente il mancato controllo del pubblico sul privato». In Lombardia, si legge nel report, il «piano di emergenza regionale per le epidemie» risale al 2006 ed è stato «aggiornato solo nel 2010». Pochissimi, ha scritto ancora il sindacato, «i tamponi effettuati agli ospiti ricoverati e ancora meno agli operatori che in breve sono diventati il vero vettore del virus. Come mettere un fiammifero in una polveriera».

IL PASTICCIO DELLE MASCHERINE

Non bastassero tutti questi problemi, l’amministrazione regionale lombarda ha commesso un altro pasticcio, quello sulle mascherine. A ridosso del provvedimento che impone a tutti i residenti di circolare con la mascherina, o almeno il volto coperto con un foulard, pubblicato sabato 4 aprile, Fontana ha annunciato che la distribuzione di circa 3 milioni di mascherine alle farmacie sarebbe iniziata di lì a poco. In realtà le cose non sono andate così. Lo stesso giorno Federfarma Lombardia, la Federazione degli ordini dei farmacisti, e Confservizi hanno diramato una nota in cui si specifica che i dispositivi saranno disponibili nelle farmacie «non prima di fine settimana prossima». Nonostante questo già il 6 aprile si sono formate delle code davanti alle farmacie e in molti casi sono apparsi cartelli «ora no mascherine». Sempre sabato in una diretta Facebook, l’assessore al Bilancio della Lombardia Davide Caparini, ha promesso che «entro fine settimana saranno 3,3 milioni di mascherine distribuite».

IL MODELLI DI VENETO E EMILIA-ROMAGNA

Tutte queste componenti hanno messo in luce come l’emergenza potesse essere gestita in maniera differente. Come evidenziato sempre dalla Harvard Business Review, il caso dei tamponi in Veneto è stato emblematico. I test su sintomatici e asintomatici hanno aiutato a contenere il contagio anche grazie la tracciamento dei potenziali pazienti positivi. L’altro fattore che ha limitato il diffondersi dell’epidemia è stata l’estensione dei tamponi a tutti i famigliari e vicini delle persone trovate positive al Sars-Cov-2. A completare il tutto un sistema di assistenza territoriale più capillare. Come avvenuto in Emilia-Romagna, dove l’esperienza nel Piacentino ha spinto a creare zone rosse ogni qualvolta spuntava un nuovo focolaio, come Medicina. Di fatto limitando i danni nei grandi centri urbani come Bologna.

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Le buone notizie contro l’ansia da coronavirus del 7 aprile

La frenata del contagio in Lombardia. La fine dell'isolamento di Wuhan. Pillole di ottimismo quotidiane per affrontare l'angoscia da pandemia.

L’emergenza coronavirus è reale ed è giusto affrontarla, così come è giusto rispondere alla domanda di informazioni riguardanti l’interesse pubblico per definizione: la salute. Ma il sovraccarico di notizie genera spesso un allarmismo controproducente. Per questo, abbiamo deciso di cercare di placare il senso di ansia generalizzata con i fatti positivi legati alla pandemia che ogni giorno avvengono, ma nessuno nota. Un piccolo calmante per affrontare la crisi (passeggera).

TERAPIE INTENSIVE IN CALO PER IL QUARTO GIORNO DI FILA

Sono 3.792 i pazienti nei reparti di terapia intensiva, 106 in meno rispetto a ieri. Di questi, 1.305 sono in Lombardia. Dei 94.067 malati complessivi, 28.718 sono poi ricoverati con sintomi – 258 in meno rispetto a ieri – e 61.557 sono quelli in isolamento domiciliare. Il dato è stato reso noto dalla Protezione civile.

CALANO I CONTAGI IN LOMBARDIA

Frena il contagio da Coronavirus in Lombardia: lo ha detto l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera in conferenza stampa. Sono in tutto 52.325 i positivi (+791, quindi ben meno dei 1089 del giorno precedente). In terapia intensiva i ricoverati sono 1.305, dunque 38 meno di ieri, i ricoverati non in terapia intensiva 11.833 (-81), mentre il numero dei morti sale a 9.484 (+282). Un dato, anche quello dei decessi, che “cresce sempre meno” ha concluso l’assessore.

FINISCE IL LOCKDOWN A WUHAN

La Cina ha messo fine formalmente all’isolamento di Wuhan disposto il 23 gennaio negli sforzi per frenare la diffusione del coronavirus: il capoluogo dell’Hubei, focolaio della pandemia, era stato bloccato il 23 gennaio con l’intera provincia coinvolgendo attraverso una misura draconiana e senza precedenti 60 milioni di persone. Allo scoccare della mezzanotte locale, le 18:00 in Italia, il divieto di lasciare la città è caduto: le auto sono tornare ai caselli autostradali e i passeggeri sono saliti sui treni, sempre in uscita.

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I dati sui contagi da coronavirus in Italia del 7 aprile

Per la prima volta dall'inizio dell'epidemia, i nuovi contagiati da Cvoid-19 sono meno della metà dell'incremento registrato il giorno precedente: 880. Ma non solo. Si tratta del numero più basso dal 10 marzo. Secondo i numeri della Protezione civile, I casi totali sono 135.586, di cui 94.067 gli attivi, 17.127 le vittime (+604) e 24.392 le persone guarite (+1.555).

I dati della Protezione civile sono incoraggianti. Pera la prima volta il numero dei nuovi contagiati da coronavirus sono meno della metà dell’incremento registrato il giorno precedente: 880. Ma non solo. Si tratta del numero più basso dal 10 marzo. Sono complessivamente 94.067 i malati in Italia, mentre il numero complessivo dei contagiati – comprese le vittime e i guariti – è di 135.586. Sono 17.127 le vittime, con un aumento rispetto a ieri di 604. Lunedì l’aumento era stato di 636. Mentre sono 24.392 le persone guarite, 1.555 in più di ieri.

Continua a diminuire il numero delle persone ricoverate in terapia intensiva: 3.792, 106 in meno rispetto a ieri. Di questi, 1.305 sono in Lombardia. Dei 94.067 malati complessivi, 28.718 sono poi ricoverati con sintomi – 258 in meno rispetto a ieri – e 61.557 sono quelli in isolamento domiciliare.

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I dati sui contagi da coronavirus in Italia del 7 aprile

Per la prima volta dall'inizio dell'epidemia, i nuovi contagiati da Cvoid-19 sono meno della metà dell'incremento registrato il giorno precedente: 880. Ma non solo. Si tratta del numero più basso dal 10 marzo. Secondo i numeri della Protezione civile, I casi totali sono 135.586, di cui 94.067 gli attivi, 17.127 le vittime (+604) e 24.392 le persone guarite (+1.555).

I dati della Protezione civile sono incoraggianti. Pera la prima volta il numero dei nuovi contagiati da coronavirus sono meno della metà dell’incremento registrato il giorno precedente: 880. Ma non solo. Si tratta del numero più basso dal 10 marzo. Sono complessivamente 94.067 i malati in Italia, mentre il numero complessivo dei contagiati – comprese le vittime e i guariti – è di 135.586. Sono 17.127 le vittime, con un aumento rispetto a ieri di 604. Lunedì l’aumento era stato di 636. Mentre sono 24.392 le persone guarite, 1.555 in più di ieri.

Continua a diminuire il numero delle persone ricoverate in terapia intensiva: 3.792, 106 in meno rispetto a ieri. Di questi, 1.305 sono in Lombardia. Dei 94.067 malati complessivi, 28.718 sono poi ricoverati con sintomi – 258 in meno rispetto a ieri – e 61.557 sono quelli in isolamento domiciliare.

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Come il coronavirus ha cambiato il carrello della spesa

Primi dati sui consumi ai temi del Covid-19. In Italia boom del 10%. Volano farine e lieviti, ma anche carne di pollo, pasta e mandarini. In Francia volano pasta e riso, mentre gli inglesi prendono carne in scatola. Ma in tutti i Paesi boom di prodotti igienizzanti. I numeri.

Lievito e farine praticamente introvabili. Corsa alla carta igienica negli Stati Uniti e file per le baguette in Francia. L’emergenza coronavirus non ha solo spinto le persone ad affollare i supermercati, quasi presi d’assalto, ma ha anche iniziato a ridisegnare i consumi.

L’AUMENTO DELLA SPESA

Secondo le prime rilevazioni, nel primo mese dello scoppio dell’epidemia, indicativamente tra il 17 febbraio e il 15 marzo, si è visto che in tutti i Paesi, la propensione all’acquisto è andata aumentando, quindi è cresciuta ancora prima che venissero introdotte particolari forme di lockdown. Verso la fine di marzo la società di rilevazione Iri e il Boston Consulting Group hanno pubblicato un paper che ha tracciato le prime variazioni nei consumi in Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Emerge innanzitutto che sia il nostro Paese che i cugini d’Oltralpe hanno mostrato una curva crescente dei consumi, che dopo la terza settimana ha iniziato ad appiattirsi. L’altro dato che accomuna i Paesi europei è quello relativo alle tipologie di prodotti acquistati, in testa quelli a base di carta, leggi rotoli di carta igienica, prodotti di parafarmacia e pacchi di cibo confezionati.

L’andamento dei consumi per Italia e Francia. (Fonte: Iri)

LE FLUTTUAZIONI GENERALI

Stando ai dati, l’Italia, forse perché colpita per prima dall’epidemia di Covid-19, è il Paese con l’incremento principale di spesa. In particolare se confrontiamo la seconda settimana di marzo con lo stesso periodo del 2019 si vede che il nostro Paese ha aumentato gli acquisti del 10,9%, seguito da Stati Uniti (+9,5%), Francia (+9%) e Regno Unito (+8,2%). In questo quadro ci sono anche prodotti che hanno perso quota. È il caso per esempio dei cosmetici, con vendite crollate in Francia (-3,9%) e Italia (-4%). E dei prodotti classificati come merce generale (per esempio pentole, lampadine, fertilizzanti, e così via) scesa nel nostro Paese dell’11,6% e del 7,1% nel Regno Unito.

Se invece ci soffermiamo solo sul cibo vediamo che gli americani hanno incrementato soprattutto l‘acquisto di bevande, +10,3%. I francesi quello di prodotti di cura e cibo per neonati rinunciando invece agli alcolici (-3,9%), mentre gli inglesi hanno optato per prodotti surgelati. Qualche giorno fa Politico ha messo le mani su un documento al vaglio dei ministri per l’Agricoltura dell‘Ue. Nel dossier si legge chiaramente che si dovranno trovare ricette per «per i grandi cambiamenti in corso nei modelli di consumo». Secondo il documento la domanda di prodotti di valore, come vino, pesce e fiori si è notevolmente indebolita, e soprattutto nel secondo caso è quasi scomparsa. Quello che in realtà è aumentato, scrivono ancora, è il consumo di «riso, pasta, uova, cibo in scatola, frutta e verdura a lunga conservazione».

COSA SALE E COSA SCENDE IN ITALIA

Per avere un’idea di quello che succede nei carrelli nostrani con l’epidemia si può guardare ai dati dettagliati resi disponibili dall’istituto Nielsen che ha confrontato il valore delle merci acquistate dalla famiglie nelle quattro settimane dal 17 febbraio al 15 marzo con lo stesso periodo dell’anno scorso. Partendo dalle bevande si vede che quasi tutte hanno ingranato il segno più, come l’acqua naturale (+17,5%), gasata (+9,7%) e birra (9,7%). Bene il vino comune italiano (+4,7%) mentre scende il consumo di quello estero e di vini spumanti o Champagne (- 24,6%). Con i bambini a casa da scuola calano anche gli acquisti legati alla merenda come i succhi di frutta (-4,5%).

Cambiano anche gli acquisti di carne. Il pollo sale del 33%, mentre alcune lavorazioni della carne di bovino superano il 50%. Scendono invece gli acquisti di vitello (-45%) e cavallo (-41,3%). Schizza di oltre il 256% la carne di coniglio, anche se in valore assoluto resta un bene acquistato da pochi. Tra le altre cose letteralmente andate a ruba nei supermercati ci sono state le farine (+87,6%), il lievito di birra (+69%) e in generale i prodotti per la panificazione e i dessert, quest’ultimi aumentati del 30,7%. Bene anche la pasta con un +49,6%. Cresce nel complesso anche il consumo di frutta. Boom delle albicocche anche se fuori stagione con un +660%. Molto bene anche un altro frutto non di stagione come il mandarino con un +68,8%. Unici frutti con il segno meno le pere (-12%) e il pompelmo (-42,7%). Aumento vertiginoso anche per quanto riguarda i legumi secchi schizzati del 91%.

LE ABITUDINI ALIMENTARI TRA FRANCIA E REGNO UNITO

Il Sars-Cov-2 ha cambiato anche le abitudini alimentari di francesi e inglesi. Sempre secondo i dati Iri-BCG i cugini transalpini hanno aumentato gli acquisti di salsicce di pollo (+92,9%) ma soprattutto di pasta e riso, rispettivamente +77% e 71% ai quali si aggiungono la farina (+61,7%) e i piatti di pasta precotti (+49%). Gli inglesi invece hanno comprato più carne in scatola (+72,5%), zuppe (+59%), cibi precotti asiatici (+52%) e fagioli (+51%).

LA CORSA AI PRODOTTI DI IGIENE

In generale gli acquisti in tutti i Paesi presi in esame, almeno nelle prime fasi, riguardano i dispositivi per proteggersi. Non solo mascherine ma anche guanti, salviette e disinfettanti. In Italia l’acquisto di alcol denaturato è cresciuto del 246%, quello di prodotti igienici come le salviette del 192%, quello dei guanti del 111%, quello dei detergenti per le superfici del 85,5%. In Francia in testa alla classifica ci sono i farmaci da banco (+124%), il sapone (+108%) e i guanti (99%). Andamento simile anche nel Regno Unito con i prodotti per la pulizia domestica cresciuti del 101% e quelli per l’igiene personale del 100%. Numeri vertiginosi negli Stati Uniti. Gli acquisti di igienizzanti per mani sono schizzati del 454%, quelli di spray disinfettante del 389%, i panni per pulizia del 343% e i termometri del 145%.

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Coronavirus, Bertolaso è stato dimesso

Il consulente di Fontana era stato ricoverato al San Raffaele dopo essere risultato positivo al Covid-19.

Guido Bertolaso è stato dimesso. A dirlo è stato lo stesso ex capo della Protezione civile, ricoverato all’ospedale milanese San Raffaele nei giorni scorsi dopo essere risultato positivo al Covid-19. «Oggi sono stato dimesso dal San Raffaele», ha scritto Bertolaso su Facebook il 7 aprile. «Ringrazio tutti i medici e gli infermieri, orgoglio del nostro Paese. Uomini e donne che combattono in prima linea contro il Covid-19 pagando troppo spesso in prima persona con contaminazione e a volte purtroppo anche con la vita».

BERTOLASO SU FACEBOOK: «L’ITALIA HA BISOGNO DELL’AIUTO DI TUTTI»

«Grazie per tutti i numerosi messaggi di affetto che mi avete inviato in questi giorni», ha aggiunto Bertolaso. «Ora forza, c’è ancora tanto da fare. L’Italia ha bisogno dell’aiuto di tutti».

Oggi sono stato dimesso dall’Ospedale San Raffaele. Ringrazio tutti i medici e gli infermieri, orgoglio del nostro…

Posted by Guido Bertolaso on Tuesday, April 7, 2020

A stretto giro, Matteo Salvini ha commentato via Twitter: «Una buona notizia, forza dottor Bertolaso». Già il 6 aprile, il governatore della Lombardia Attilio Fontana aveva detto che Bertolaso, da lui scelto come commissario per l’emergenza coronavirus, «sta bene e credo che oggi sia uscito dall’ospedale».

LA PRESENTAZIONE DELL’OSPEDALE FIERA MILANO

Il 31 marzo, Bertolaso aveva accolto così la notizia della presentazione dell’ospedale Fiera Milano – progetto da lui seguito – costruito in 10 giorni: «Non abbiamo realizzato un ospedale da campo. Non abbiamo realizzato un lazzaretto. Qui in Fiera abbiamo creato un vero e proprio ospedale specialistico. Un’opera incredibile. Il motivo per cui ho accettato questo incarico l’ho detto più volte: la mia storia è questa, quando il mio Paese chiama io rispondo, perché io ci sento benissimo, e al grido di aiuto dell’Italia si risponde. Sempre. Anche quando, come in questo caso, ci sono rischi a cui sapevo di andare incontro. Ma oggi più che mai sono fiero di essere italiano, fiero di aver accettato questo incarico e fiero di averlo portato a termine».

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Chirurgo positivo, reparto chiuso

di Rosa Coppola

 

Il chirurgo risulta positivo al tampone e il reparto nocerino viene chiuso, con relativo trasferimento di pazienti contagiati a Eboli. Che non sarebbero gli unici. All’appello infatti ci sarebbero anche infermieri e un operatore socio sanitario. Dunque, il reparto è da sanificare e, ieri, si è reso momentaneamente off limits. Le procedure da seguire prevedono dei tempi e i pazienti devono essere messi in luoghi idonei. Le direttive hanno indicato il trasferimento presso l’ospedale di Eboli dove c’è la chirurgia Covid. Ma l’attenzione resta alta se si pensa che a Nocera, nell’ospedale Umberto I, il più grande della Asl Salerno, risultano, al momento, circa dieci operatori, a vario ruolo, contagiati dal Covid. Una media ufficiosa che comunque non piace. I test rapidi sono partiti, procedono, e stamani vedranno gli operatori della Rianimazione, Pronto soccorso, Radiologia, Blocco operatorio, Chirurgia d’urgenza, Emodinamica e Utic sottoporsi al prelievo. Un momento particolare, delicato, che vede gli stessi protagonisti del mondo sanitario preoccupati. Non sempre si sentono messi in condizioni di lavorare nel migliore dei modi. La direzione sanitaria ospedaliera, intanto, ha stilato le Linee guida per i Percorsi ad hoc.

Consiglia

Coronavirus: anche a Salerno al via lavori Covid center

Sono arrivati questa mattina, intorno alle 11.15, i tir che trasportano l’ospedale modulare che verra’ installato all’interno dell’azienda ospedaliera Ruggi di Salerno per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Nella struttura prefabbricata sara’ possibile ospitare 24 posti di terapia intensiva. Una ventina i camion partiti da Padova e arrivati nel capoluogo di provincia. Prima di giungere a Salerno i mezzi hanno fatto tappa a Napoli dove gli autisti sono stati sottoposti al test rapido. Una volta a destinazione, poi, e’ stata misurata loro la temperatura corporea. I camion sono stati parcheggiati nell’area antistante lo stadio Arechi e, uno alla volta, faranno il loro ingresso nell’area dell’ospedale per le operazioni di scarico e montaggio. Ad accogliere i mezzi c’erano il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli e l’assessore Mimmo De Maio. Anche il governatore della Campania, Vincenzo De Luca ha effettuato un rapido sopralluogo nell’area in cui sorgera’ la struttura modulare, accompagnato dal consigliere per la Sanita’, Enrico Coscioni.

Consiglia

Perché sul coronavirus non c’è ancora nessun “liberi tutti” in vista

Fase 2? Il commissario Arcuri frena: «Fine dell'emergenza lontana. No a un'ipotetica ora X per tornare alle vecchie abitudini». Anche il virologo Crisanti sconsiglia la riapertura: «Servono altri mesi di lockdown, come in Cina. L'alternativa per poter uscire? Mascherine, test e tracciamenti». O arriverà una seconda ondata dell'epidemia.

La luce in fondo al tunnel del coronavirus è ancora lontana. E in questo momento, nonostante i miglioramenti della curva del contagio, agli italiani non sono concessi slanci di ottimismo. Lo ha confermato il commissario Domenico Arcuri: «Il numero di uomini e donne che perderanno la vita per il virus continuerà a crescere. Nei prossimi giorni in vista della Pasqua non dimenticate mai che si è portato via già 16.523 vite umane. Torno a supplicarvi, nelle prossime ore non cancellate mai questo numero dalla memoria».

«ATTENTI A ILLUSIONI OTTICHE E PERICOLOSI MIRAGGI»

Insomma niente facili speranze: «Attenti a illusioni ottiche, pericolosi miraggi, non siamo a pochi passi dall’uscita dall’emergenza, da un’ipotetica ora X che ci riporterà alla situazione di prima, nessun liberi tutti per ritornare alle vecchie abitudini».

MODELLO CINESE? ALTRI MESI DI CHIUSURA

Anche il virologio dell’Università di Padova Andrea Crisanti ha confermato la linea della prudenza: «Non bisognerebbe dare date sulla riapertura del Paese e sul momento in cui sarà possibile uscire di casa, perché la ripartenza dovrebbe avviarsi solo nel momento in cui avremo una condizione di rischio accettabile, altrimenti la ripresa dell’epidemia è pressoché certa». Crisanti ha parlato all’Ansa, dicendo che «se seguissimo il modello cinese per la riapertura sarebbero necessari ancora dei mesi».

C’È UN PROBLEMA DI TRASMISSIONE INTRA-FAMILIARE

E i segnali incoraggianti? In questo momento, rileva Crisanti, «siamo usciti dalla fase esponenziale dell’epidemia e il numero dei casi per giorno è diminuito, tuttavia la curva di discesa è molto lenta e siamo ancora in presenza di trasmissione del virus». Innanzitutto, ha sottolineato il virologo, «bisogna capire da dove derivi questa trasmissione residua e io penso che la causa principale sia la trasmissione intra-familiare, fronte su cui bisogna agire».

IL VERO PUNTO NON È “QUANDO” MA “COME” RIPARTIRE

Da qui anche l’importanza dell’avvio dei test sierologici su larga scala su campioni della popolazione: «Saranno importanti per effettuare un’analisi epidemiologica, ma anche per verificare le categorie a rischio sulle quali eseguire anche i tamponi». Ma in vista della Fase 2 di riapertura, secondo Crisanti, «bisogna essere molto cauti. Tutto dipenderà da come ci prepariamo poiché il vero punto non è “quando” bensì “come” riaprire».

SERVE L’INDICE “R CON ZERO” PER RIAPRIRE IN SICUREZZA

Per la sicurezza totale infatti, «dovremmo arrivare a un indice di trasmissione R con zero, ossia zero contagi, e mantenerci su questo indice per diverse settimane. Solo dopo di ciò si potrebbe riaprire in sicurezza. È il modello cinese, ma se dovessimo seguirlo sarebbero necessarie ancora settimane di lockdown».

MODELLI ORGANIZZATIVI FORTI O ARRIVERÀ LA SECONDA ONDATA

L’alternativa a questo scenario? «Avviare la riapertura dotandoci di modelli organizzativi forti e preparandoci in modo capillare, partendo da tre misure cruciali: dotare l’intera popolazione di mascherine, aumentare le diagnosi e i test in modo cospicuo e attuare tracciamenti dei casi e dei contatti su scala nazionale». Altrimenti arriverà una seconda ondata di coronavirus.

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Sale a 26 il numero degli infermieri morti per coronavirus

Secondo i dati della Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi), cresce anche il totale dei contagiati: 6.549, ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso.

Sono 26 gli infermieri morti per coronavirus in Italia dall’inizio dell’epidemia. I dati, comunicati dalla Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi), dicono anche che il numero totale dei contagiati è salito a 6.549, ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso. Ma non solo. Dallo studio di Fnopi emerge che gli infermieri sono la categoria sanitaria che conta il maggior numero di positivi: il 52% di tutti gli operatori.

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Contrada risarcito con 670 mila euro per ingiusta detenzione

La Corte d'Appello di Palermo ha accolto la richiesta. L'ex poliziotto e numero due del Sisde era stato condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Ma i danni che ho subito sono irreparabili».

E alla fine la Corte d’Appello di Palermo ha accolto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione presentata da Bruno Contrada, ex numero due del Sisde – il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, un servizio segreto italiano operativo dal 1977 al 2007 – condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

LA SUA CONDANNA GIUDICATA ILLEGITTIMA DUE VOLTE

A Contrada, difeso dall’avvocato Stefano Giordano, sono stati liquidati 670 mila euro. La condanna dell’ex poliziotto venne giudicata illegittima dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo e dalla Cassazione.

«IO CAMPO CON 10 EURO AL GIORNO»

Dopo aver appreso della decisione, Contrada ha commentato così: «I danni che io, la mia famiglia, la mia storia personale, abbiamo subito sono irreparabili e non c’è risarcimento che valga. Io campo con 10 euro al giorno. Stare chiuso per il coronavirus non mi pesa: sono stato recluso 8 anni».

FATTI PRECEDENTI ALLA DATA CHIAVE DEL 1994

Contrada ha scontato 8 anni tra carcere e arresti domiciliari. Dopo un tentativo di revisione della sentenza, dichiarato inammissibile, si rivolse alla Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo. Nel 2015 i giudici della Cedu hanno condannato l’Italia a risarcire il funzionario, nel frattempo radiato dalla polizia, sostenendo che non andava processato né condannato perché il reato di concorso esterno in associazione mafiosa ha assunto una dimensione chiara e precisa solo con la sentenza Demitry, del 1994. E Contrada era finito davanti ai giudici per fatti precedenti a quella data.

TUTTO FU RIBALTATO DALLA CASSAZIONE

Uno spunto, quello della pronuncia della Cedu, che il legale di Contrada ha usato per chiedere, tramite un incidente di esecuzione, la revoca della condanna. Ma la Corte d’appello di Palermo giudicò il ricorso inammissibile. Tutto fu ribaltato dalla Cassazione che revocò la condanna privando il verdetto della eseguibilità e degli effetti penali. Ora l’ultimo traguardo del risarcimento per la detenzione illegittima.

L’ARRESTO LA VIGILIA DI NATALE DEL 1992

Bruno Contrada venne arrestato il 24 dicembre del 1992. In primo grado fu condannato a 10 anni, ma la sentenza fu ribaltata in Appello e il funzionario venne assolto. L’ennesimo colpo di scena ci fu in Cassazione, quando l’assoluzione fu annullata con rinvio e il processo tornò alla corte d’appello di Palermo che, il 25 febbraio del 2006, confermò la condanna a 10 anni.

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«Noi siamo eroi!…. e quelli che scappano?»

di Rosa Coppola

 

“Definite eroi medici, infermieri, oss, e tutto il comparto sanitario impegnato in questa battaglia contro il Coronavirus. Ma come definite tutti quelli che scappano, si danno ammalati, usufruiscono delle varie occasioni di astensione dal lavoro? Certo, sono tutti casi previsti dalla Legge, è un loro diritto. Ma tutti assieme? Strano!”. A pronunciare queste parole non è uno qualunque. E’ innanzitutto un medico, Rino Pauciulo, oggi responsabile del “Pronto soccorso Covid” dell’ospedale “Mauro Scarlato” di Scafati individuato, appunto, Centro specializzato nella gestione e contrasto della epidemia. Il chirurgo, già Direttore del Pronto soccorso di Eboli e per anni nella corsia del Reparto di Chirurgia d’urgenza e dell’area emergenziale del nosocomio nocerino Umberto I, fa chiaro riferimento a tutti quei camici bianchi che, non solo a Scafati, hanno optato per permessi e malattie non ipotizzando di dare una mano al Centro. Già qualche giorno fa, in verità, Pauciulo si era chiesto che fine avessero fatto quelle unità – a vario titolo e ruolo – impegnate nelle attività ambulatoriali, da tempo sospese. “Che fine ha fatto il dovere? E il senso civico? La deontologia? E il rispetto per i colleghi costretti a lavorare anche per loro? Non mi viene una definizione appropriata! a voi?” , chiosa il medico nel suo post sul social facebook. Ricevendo plauso. La riflessione di Pauciulo fa seguito alla lettera del professore Mario Polverino, già Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Pneumologia scafatese, oggi coordinatore delle attività Covid nello stesso ospedale. Il professionista aveva inviato una lunga e dettagliata lettera al Direttore generale dell’Asl Salerno, Mario Iervolino, chiedendo encomio per quanti erano rimasti a svolgere il proprio dovere e sottolineando come “..l’auspicato aiuto da parte di personale medico della Medicina, della Lungodegenza o della Reumatologia (di Scafati, ndr) si è tramutato nella richiesta in massa del 100% degli operatori di queste Unità Operativa per malattia o fruizione di istituti contrattuali (es. L. 104)”. Parole ritenute quasi offensive dal sindacato Nursind se si pensa che il rappresentante Luigi Acanfora, in una nota, aveva parlato di “caduta di stile” da parte di Polverino rispedendo al mittente la richiesta di encomio.

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“Vogliamo ripartire, non Morire”, Appello dei commercianti salernitani

di Davide Maddaluno

 

“Io voglio ripartire”. E’ lo slogan lanciato dagli imprenditori salernitani in un video pubblicato sulla pagina Facebook “Imprenditori Italiani – Partita Iva” e divenuto in poche ore virale sui social ed il web. Un manifesto funebre recante gli anni di onorata attività sul suolo cittadino per ciascuno dei commercianti che hanno aderito all’iniziativa e partecipato al brevissimo quanto incisivo filmato. Un messaggio chiaro: “Chiediamo aiuti seri e veloci per il nostro futuro, aziende, famiglie e dipendenti. Vogliamo risposte dallo Stato perchè di questo passo si muore ma la speranza è l’ultima a morire e noi crediamo nella resurrezione: vogliamo ripartire”. Hanno prestato la loro voce e soprattutto la loro immagine i titolari di Tozzabancone, Ingordo Burger, Pane e Pummarò, Salerosa, Black Roses Irish Pub, Punto Freddo, Burger Bar Cargo, Pizza Sotto Pizza, Elite, The Boiler, Funiculì, Seduzione Parrucchiere, Da Nonno Raffaele e Cantina Rebelde, riassumendo il pensiero collettivo. Nei giorni scorsi fu lanciato lo slogan “Mi vergogno di essere un imprenditore italiano” da parte dei gestori dei locali ed altri esercenti commerciali salernitani e di tutta la Campania, attraverso l’Associazione Commercianti per Salerno. “I provvedimenti risultano irrisori, ci costringono a tenere chiusi i battenti e le bollette arrivano anche se i soldi non girano – hanno sottolineato i portavoce dell’Assocazione – I 25 miliardi che hanno mosso possono rappresentare l’inizio di una cura, possono essere un cerotto provvisorio, ma non possono essere risolutivi del problema”. Il dissenso social dell’Acs si è allargato a macchia d’olio all’intera Campania dove ormai quotidianamente viene rincarata la dose di disagio e disapprovazione da parte degli imprenditori che già da inizio Marzo si erano mobilitati chiedendo alla Regione di sospendere le tasse: “Visto il propagarsi e l’accentuarsi della situazione anche nei nostri territori – scriveva l’Associazione Commercianti Salerno – si chiede con ogni urgenza di porre in essere delle proposte che mirino ad azioni di contrasto per riequilibrare tale situazione anche in riguardo alla nostra regione“. E’ stato dunque chiesto di sospendere le imposte e tasse nazionali, regionali e comunali, gli adempimenti, i pagamenti delle fatture e degli avvisi di pagamento emessi o da emettere con riferimento alle utenze di energia, acqua, gas e rifiuti, il pagamento di fitti per aziende e famiglie, di mutui ed altre forme di indebitamento bancario, di rateizzazioni con Agenzia delle entrate e riscossione, ma anche di fornire sussidi diretti ai dipendenti e ai datori di lavoro e, al fine di permettere liquidità, avviare tavoli con le Banche per concedere mutui a tasso zero”.

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Indagini e polemiche sulla scia di morti nelle case di riposo in Lombardia

Sulla presunta cattiva gestione dell'emergenza coronavirus nelle Rsa si concentrano gli accertamenti della magistratura. La Regione si difende. E dopo i 70 decessi al Pio Trivulzio altri casi fanno discutere.

Prosegue da oltre un mese la strage silenziosa nelle case di riposo, divenute soprattutto in Lombardia dei focolai con operatori contagiati dal coronavirus e centinaia di anziani morti. Ora, proprio sulla presunta cattiva gestione dell’emergenza nelle Rsa si concentrano le polemiche politiche, ma anche gli accertamenti sempre più serrati, con verifiche documentali, della magistratura.

LA DIFESA DELLA REGIONE SUI PAZIENTI NELLE CASE DI RIPOSO

Si moltiplicano, infatti, esposti, denunce ed inchieste, tra cui quella sullo storico Pio Albergo Trivulzio di Milano. «Tutto quello che è stato fatto, è stato fatto con il massimo rispetto», ha spiegato il governatore lombardo Attilio Fontana, riferendosi a una delibera, criticata da più parti, con cui l’8 marzo la Regione ha chiesto alle Agenzie di tutela della salute di individuare case di riposo per accogliere pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali e in quarantena. «Non è che venissero messi a fianco degli assistiti delle Rsa» – ha chiarito Fontana – «esistevano dei reparti vuoti e non utilizzati». E sul punto è intervenuto anche l’assessore al Welfare Giulio Gallera, chiarendo che fu chiesto alle Rsa di ospitare pazienti «in maniera volontaria» e solo a quelle «con aree totalmente separate dagli altri ospiti»: su questa questione c’è stato, denuncia, un «grave travisamento della realtà».

BELLANOVA INVOCA UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA

Sindacati e operatori delle case di riposo, nel frattempo, sin dai primi di marzo hanno iniziato a denunciare carenze di informazioni, di protocolli di sicurezza ma anche di mascherine (in alcune residenze inizialmente sarebbe stato anche impedito di usarle) e tamponi. E se il ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova invoca «una commissione d’inchiesta», quello degli Affari regionali Francesco Boccia chiede «alle Regioni di comunicare tempestivamente alla Protezione civile, attraverso il monitoraggio delle Asl, quali sono le Rsa in condizioni di maggior criticità».

INDAGINI SULLE 70 MORTI AL PIO ALBERGO TRIVULZIO

Intanto, si stanno muovendo soprattutto sul fronte documentale, con l’analisi degli esposti arrivati e delle carte presentate dalle stesse strutture, le indagini aperte dalla procura milanese. Tra i vari fascicoli per diffusione colposa di epidemia e reati in materia di sicurezza del lavoro anche quello sul Pio Albergo Trivulzio (nel 1992 l’allora presidente Mario Chiesa venne arrestato e scoppiò Tangentopoli). Solo al Pat a marzo sono morti 70 anziani. «L’anno scorso erano 52», ha chiarito Gallera. «Chiaramente ogni decesso in più fa male, ma siamo in una fase più o meno uguale a quella di tante realtà milanesi». E sulle mascherine: «Abbiamo subito dato delle indicazioni sull’utilizzo, è chiaro che nelle strutture private devono essere fornite dal gestore».

DIVERSE STRUTTURE AL CENTRO DEGLI ACCERTAMENTI

Altre indagini dei pm del dipartimento guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano, scaturite da denunce di lavoratori e familiari di vittime nei confronti dei vertici delle strutture, sono in corso pure sull’Istituto Palazzolo fondazione don Carlo Gnocchi di Milano («nessuna negligenza», ha ribadito l’istituto), su una casa famiglia di Affori, quartiere di Milano, ma anche su molte altre case di riposo, tra cui una nel quartiere Corvetto. Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, associazione che riunisce oltre 400 case di riposo, ha attaccato, invece, la gestione della Regione: «In Lombardia si è sottovalutato il rischio nelle strutture per anziani e disabili». Mentre Fontana ha ribadito: «Noi abbiamo semplicemente dato delle linee guida rispettate dalle case di riposo, che hanno una loro autonomia di gestione».

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Coronavirus, perché le mascherine da sole non bastano

«Devono essere usate nell'ambito di altre misure, altrimenti non fermano la pandemia». Lo dice l'Oms e il Comitato tecnico scientifico. Gli esperti: «Il distanziamento sociale e l'igiene sono più efficaci». Intanto scatta l'obbligo di indossarle fuori casa in Lombardia, Toscana e Alto Adige.

Le mascherine? Sì, ma solo per chi è malato e per chi si occupa di una persona contagiata. Lo sostiene il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus nel briefing sul Covid-19 del 6 aprile. A preoccupare l’agenzia speciale dell’ONU è che l’uso di massa di questi strumenti da parte delle persone possa aggravare il problema della carenza delle mascherine stesse. Senza dimenticare che «devono essere usate nell’ambito di altre misure, da sole non fermano la pandemia».

IL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO: «NON CI RENDONO INVINCIBILI»

Una teoria sposata anche dal Comitato tecnico scientifico del nostro ministero della Salute. «Non ci rendono invincibili: il distanziamento sociale e l’igiene sono più efficaci», ha spiegato uno dei suoi componenti Luca Richeldi, direttore dell’Unità di Pneumologia al Policlinico Gemelli di Roma. In parole povere non è che chi porta una mascherina può stare attaccato alle persone o scordarsi di lavare le mani: «Può indurre un falso senso di sicurezza, non ci protegge da tutti. Può rappresentare un valido baluardo di difesa, ma non uno strumento per abbassare la guardia sulle altre misure sicuramente efficaci».

SÌ ALL’USO GENERALIZZATO DELLE MASCHERINE DOVE C’È CARENZA D’ACQUA

Certo, secondo l’Oms che sta lavorando a una serie di «parametri precisi» da fornire ai Paesi per uscire dal lockdown e avviare la tanto agognata fase due, l’uso generalizzato delle mascherine non è totalmente bandito. Anzi, come spiega Tedros deve essere preso in considerazione da quei Paesi nei quali altre misure, come lavarsi le mani o mantenere la distanza, sono più difficili da applicare per «carenza d’acqua o in condizioni di sovraffollamento».

IN LOMBARDIA, TOSCANA E ALTO ADIGE OBBLIGATORIE PER CHIUNQUE ESCE DI CASA

Non è quindi il caso delle Regioni italiane come Lombardia, Toscana e Alto Adige che hanno introdotto l’obbligo di indossare mascherine (o comunque una protezione per naso e bocca) per chiunque esca di casa. Non la vede così Enrico Rossi, presidente della Toscana, secondo il quale le indicazioni seguite dalla Regione per indicare quando e dove indossare le mascherine «sono quelle dell’Organizzazione mondiale per la sanità per cui vanno usate in tutti quegli ambienti pubblici o privati in cui per l’Oms è necessaria la distanza sociale di almeno 1,8 metri».

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I dati sui contagi da coronavirus in Italia del 6 aprile

I casi totali sono 132.547, di cui 93.187 sono gli attivi, 16.523 i decessi e 22.837 i guariti.

Sono complessivamente 93.187 i malati di coronavirus in Italia, con un incremento rispetto a ieri di 1.941. Domenica l’incremento era stato di 2.972. Il numero complessivo dei contagiati – comprese le vittime e i guariti – è di 132.547. Il dato è stato fornito dalla Protezione Civile. Sono 16.523 le vittime dopo aver contratto il coronavirus in Italia, con un aumento rispetto a ieri di 636. Domenica l’aumento era stato di 525. Sono 22.837 le persone guarite in Italia dopo aver contratto il coronavirus, 1.022 in più di ieri.

Calano ancora i malati di coronavirus ricoverati nelle terapie intensive: sono 3.898 i pazienti nei reparti, 79 in meno rispetto a ieri. Di questi, 1.343 sono in Lombardia. Dei 93.187 malati complessivi, 28.976 sono poi ricoverati con sintomi – 27 in più rispetto a ieri – e 60.313 sono quelli in isolamento domiciliare.

LEGGI ANCHE: Le buone notizie contro l’ansia da coronavirus del 6 aprile

LOMBARDIA: DIMINUISCE ANCORA IL NUMERO DELLE PERSONE RICOVERATE

Diminuisce il numero di persone ricoverate per coronavirus in Lombardia dove sono 51.534 i positivi, con un aumento di 1.089 rispetto a ieri. Sono 11.914 i ricoverati non in terapia intensiva (-95 rispetto a ieri) a cui si aggiungono i 1.343 in terapia intensiva (+26). È di 9.020 il numero delle persone decedute per Covid in regione, di cui 297 ieri. Lo ha spiegato l’assessore al Welfare Giulio Gallera in diretta Facebook.

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Le buone notizie contro l’ansia da coronavirus del 6 aprile

L'ospedale in Fiera a Milano è operativo. A giorni la validazione dei test sierologici. Accordo tra Carabinieri e Poste per le pensioni a domicilio. Pillole di ottimismo quotidiane per affrontare l'angoscia da pandemia.

L’emergenza coronavirus è reale ed è giusto affrontarla, così come è giusto rispondere alla domanda di informazioni riguardanti l’interesse pubblico per definizione: la salute. Ma il sovraccarico di notizie genera spesso un allarmismo controproducente. Per questo, abbiamo deciso di cercare di placare il senso di ansia generalizzata con i fatti positivi legati alla pandemia che ogni giorno avvengono, ma nessuno nota. Un piccolo calmante per affrontare la crisi (passeggera).

È cominciata questa mattina l’operatività nella nuova struttura sanitaria creata nei padiglioni della Fiera di Milano per affrontare l’emergenza Coronavirus. All’ingresso a medici, infermieri e operatori è stata presa la temperatura. E’ arrivata in mattinata la prima ambulanza dell’ospedale che è gestito dal Policlinico di Milano.

Ci saranno risposte «in tempi brevi» ed in «pochi giorni» si avrà la validazione dei test sierologici da poter usare su larga scala su campioni della popolazione. Lo afferma all’Ansa il presidente del Consiglio superiore di sanità (Css) Franco Locatelli. La validazione dei test avverrà, spiega, «sulla base di quattro criteri e dovranno essere test con una valenza nazionale, in modo che non vi sia il rischio di difformità tra le varie Regioni».

Poste e l’Arma dei Carabinieri hanno stretto un accordo per «tutti i cittadini di età pari o superiore a 75 anni che percepiscono prestazioni previdenziali presso gli ufficipostali, che riscuotono normalmente la pensione in contanti», spiega l’azienda in una nota. In questo modo, circa «23 mila pensionati potranno richiedere, delegando al ritiro i Carabinieri, la consegna della pensione a domicilio per tutta la durata dell’emergenza da Covid-19, evitando così di doversi recare negli uffici postali».

Le operazioni di ripresa del lavoro e della produzione a Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus in Cina, sono «più rapide e migliori del previsto». Lo ha affermato il vice sindaco esecutivo della città cinese, Hu Yabo, durante una conferenza stampa. Secondo Hu, a Wuhan al 4 aprile il tasso di ripresa della produzione delle imprese industriali più grandi aveva raggiunto il 97,2%, mentre nello stesso periodo era tornato in attività il 93,2% delle principali società di servizi.

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Vendeva cornetti e zeppole, nei guai titolare di una panetteria del centro

Nell’ambito dei servizi di controllo predisposti dalla Polizia di Stato, finalizzati a garantire il rispetto dei pertinenti Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, personale della Divisione Amministrativa della Questura di Salerno ha effettuato, nella mattinata, un accertamento a carico di un negozio di alimentari del centro cittadino.

Al titolare dell’attività – una panetteria – , è stata contestata la violazione del Decreto Legge n. 19 del 25 marzo 2020, articolo 1, comma 2, relativa al mancato rispetto delle misure di contenimento per l’emergenza sanitaria da coronavirus, in quanto sorpreso a  produrre e vendere prodotti di pasticceria (cornetti, sfogliate, zeppole) espressamente sospesi dal commercio dal citato D.L.

Oltre al verbale di illecito amministrativo, al fine di impedire la reiterazione della violazione, è stata anche adottata la misura della chiusura provvisoria dell’esercizio per cinque  giorni.

Consiglia

Coronavirus: riflettori sulle residenze per anziani e disabili

Pochi tamponi, mancanza di mascherine per il personale, decessi non accertati come Covid-19. La situazione in molte Rsa è drammatica. L'ultimo caso a emergere è stato quello del Pio Albergo Trivulzio di Milano per il quale il ministero della Salute ha avviato una pratica interna.

Accuse di aver insabbiato epidemie, nascosto focolai. E di non aver dotato gli operatori di adeguati presidi sanitari per difendersi dal coronavirus.

Le residenze per anziani e disabili, soggetti più di altri vulnerabili al virus, a un mese dall’esplosione della pandemia finiscono sotto i riflettori.

Lo scenario drammatico emerge dalle pagine di cronaca di tutta Italia. Ultimo il caso del Pio Albergo Trivulzio di Milano, polo da oltre 1300 ospiti, raccontato da Gad Lerner su Repubblica. Secondo l’inchiesta, a marzo la direzione avrebbe nascosto la diffusione del virus. Secondo un sindacalista «gli ospiti morivano e dicevano che erano solo bronchiti», mentre il 3 marzo professor Luigi Bergamaschini, geriatra della Statale che lavorava da cinque anni nella struttura, era stato sospeso (è rientrato in servizio il 25 marzo) per aver autorizzato l’uso delle mascherine chirurgiche al suo personale a cui successivamente era stato stato vietato di indossarle.

«AL PAT 70 DECESSI, NEL 2019 ERANO STATI 52»

Al Pio Albergo Trivulzio «i decessi sono 70, l’anno scorso erano 52», ha risposto l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera ad Agorà. «Chiaramente ogni decesso in più fa male ma siamo in una fase più o meno uguale a quella di tante realtà milanesi, anzi forse più contenuta in numeri percentuali». Sul tema delle mascherine, ha aggiunto, «noi abbiamo subito dato delle indicazioni sull’utilizzo, è chiaro che nelle strutture private devono essere fornite dal gestore». L’assessore sempre riguardo la gestione delle Rsa ha chiarito: «Abbiamo chiesto di ospitare pazienti Covid in maniera volontaria soltanto a quelle autonome sia dal punto di vista strutturale sia organizzativo, ossia con aree totalmente separate dagli altri ospiti e con personale dedicato. A Bergamo gli ospedali non avevano più la possibilità di accogliere nessuno. La strategia è stata quella di svuotare gli ospedali che ogni giorno ricevevano più di 150 pazienti in Pronto soccorso e non sapevano più dove metterli, ma in condizione di assoluta separatezza rispetto agli altri ospiti. Questo è scritto nero su bianco nelle delibere regionali e che ha salvato la vita alle persone».

AVVIATA UNA PRATICA DAL MINISTERO

E mentre la renziana Teresa Bellanova si è augurata parlando a Radio Capital, una volta passata l’emergenza, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle case di riposo e gli ospizi, il Pio Albergo Trivulzio – da cui partì l’inchiesta di Mani Pulite – potrebbe essere presto oggetto di ispezioni. Lo ha annunciato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri. Il ministero ha infatti aperto una pratica sulla vicenda ed è in attesa sia di una valutazione dei Nas sia di una risposta da Regione Lombardia.

PREOCCUPAZIONE PER LE RSA DI CORVETTO

Ma il Pat non è certo un caso isolato. Sempre a Milano c’è preoccupazione per la Casa per coniugi di via del Cinquecento, a Corvetto. Insieme con la Ras Virgilio Ferrari di via dei Panigarola, è considerata un focolaio. «Non abbiamo più tempo né voce. Stanno morendo tutti. Lì dentro ci sono persone ancora sane! Salviamole», è l’appello dei parenti degli ospiti pubblicato da Il Giorno. Nelle due strutture il numero di decessi è salito a 102, 53 nella prima e 49 nella seconda. Solo a 10 è stato effettuato il tampone risultato poi positivo.

NELLA BERGAMASCA POCHI TAMPONI E PERSONALE MALATO

Non cambia lo scenario nella Bergamasca. Erano 150 gli anziani ospiti alla Fondazione Sant’Andrea a Clusone: nell’ultimo mese ne sono morti 52. Un terzo se li sarebbe portati via il coronavirus anche se nessun referto li ha mai identificati come Covid-19 positivi perché «qui non è venuto nessuno a fare i tamponi», ha raccontato all‘Ansa una infermiera della struttura che ora attende anche l’arrivo di pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali. Da fine febbraio «abbiamo mandato via in ambulanza quattro ospiti: stavano troppo male. Non sono più tornati indietro. Solo a loro sono stati fatti i tamponi e sono gli unici contagi da coronavirus di cui abbiamo la certezza». Ma per l’infermiera i sintomi degli anziani deceduti nella struttura erano chiari: «Febbre alta, oltre i 39, crisi respiratorie improvvise con saturazione che crollava a 50 e che nemmeno con l’ossigeno si riusciva a riportare» nella norma. Anche tra il personale sanitario il numero dei contagi è allarmante: «Tra i 12 infermieri, 8 contagiati. Su 4 medici, 3 positivi» compreso «il direttore sanitario». Lentamente stanno guarendo o uscendo dalla quarantena e torneranno operativi. Alla Sant’Andrea potrebbero arrivare anche 17 pazienti Covid-19 dimessi dall’ospedale: «Ci hanno detto che saranno di tutte le età e che sono già al secondo tampone, spero che questa cosa avvenga il più tardi possibile per non rischiare di compromettere nessun ospite in struttura».

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Sono diventati 87 i medici morti in Italia per coronavirus

L'epidemia ha provocato otto nuovi decessi nel primo fine settimana di aprile. Intanto Apple è pronta a fornire milioni di visiere protettive per operatori sanitari e a donare mascherine.

È la categoria più colpita dall’inizio dell’epidemia, quella a stretto contatto coi malati e più esposta al rischio di contagio da coronavirus: quella dei medici, che da settimane aggiorna il conto dei morti. Il 6 aprile il numero è salito a 87.

TRA I DECESSI ANCHE NEUROLOGI, CARDIOLOGI E RIANIMATORI

Alla lista dei decessi, ha reso noto la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), si sono aggiunte nel fine settimana otto nuove vittime: i medici Giovanni Battista Tommasini (medico di famiglia), Riccardo Zucco (neurologo), Ghvont Mrad (medico termale), Gianbattista Bertolasi (medico di famiglia), Silvio Lussana (internista), Giuseppe Aldo Spinazzola (cardiologo), Vincenzo Emmi (rianimatore), Carlo Amodio (radiologo).

TIM COOK ANNUNCIA UN MILIONE DI VISIERE A SETTIMANA

Spesso, nonostante siano in prima linea, sono sprovvisti di adeguate protezioni. Anche se ora una buona notizia sembra arrivare da Apple, che ha iniziato a produrre visiere protettive trasparenti per operatori sanitari, al ritmo di un milione a settimana. Lo ha detto l’amministratore delegato Tim Cook in un video pubblicato su Twitter.

OLTRE 20 MILIONI DI MASCHERINE DA DONARE

Il manager ha annunciato anche che la compagnia si è procurata oltre 20 milioni di mascherine nel mondo, e sta lavorando con i governi per donarle nei luoghi in cui più ce n’è bisogno. Le visiere protettive, ha spiegato Cook, sono frutto della collaborazione tra i dipendenti di Apple (dai designer e gli ingegneri fino agli addetti al packaging) e i fornitori cinesi dell’azienda, che ha portato a progettarli, produrli e spedirli, in pacchi da 100 pezzi.

Speriamo di espandere velocemente la distribuzione fuori dagli Stati Uniti

Tim Cook, ceo di Apple

«Ci stiamo coordinando con medici e funzionari governativi negli Usa per consegnarli dove servono con più urgenza, e speriamo di espandere velocemente la distribuzione fuori dagli Stati Uniti», ha detto il ceo.

TESLA SI BUTTA SULLA PRODUZIONE DI VENTILATORI

Apple non è l’unica azienda hi-tech a cimentarsi con la produzione di dispositivi medici per fronteggiare l’emergenza. Gli ingegneri di Tesla hanno pubblicato un video su YouTube in cui spiegano il funzionamento dei ventilatori che il costruttore di auto sta producendo, usando proprio alcuni componenti delle vetture. L’ad Elon Musk ha annunciato la riapertura dello stabilimento di Buffalo (New York) per produrre ventilatori, e ha fatto sapere che i dispositivi saranno forniti gratuitamente agli ospedali che ne hanno bisogno.

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A Canonica, in provincia di Bergamo, la spesa si fa a giorni alterni in base al sesso

In base al provvedimento, in vigore dal 6 al 13 aprile, le donne possono uscire a fare le commissioni il martedì, giovedì e sabato. Mentre gli uomini il lunedì, mercoledì e venerdì.

Martedì, giovedì e sabato possono fare acquisti le donne. Lunedì, mercoledì e venerdì, invece, tocca agli uomini. È ciò che succede a Canonica, in provincia di Bergamo, dove il sindaco Gianmaria Cerea ha firmato un’ordinanza che permette ai cittadini di uscire e fare la spesa, o qualsiasi altro tipo di commissione, a giorni alterni, in base al sesso.

Il provvedimento, in vigore dal 6 al 13 aprile, ha già fatto discutere. «La cosa può far sorridere», ha spiegato il sindaco all’Eco di Bergamo, «ma si può controllare facilmente in modo visivo che venga rispettata, al contrario di altri metodi adottati da altri sindaci». Per limitare le code, infatti, i primi cittadini di diversi Comuni hanno adottato metodi originali: dalla spesa in ordine alfabetico, a quella alternata (pari-dispari) in base al numero della carta d’identità o ancora scaglionata in base al giorno di nascita.

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Il direttore generale dell’Aifa Nicola Magrini positivo al Covid-19

È in buone condizioni ed è in isolamento domiciliare come tutti coloro con cui ha avuto contatti.

Il direttore generale dell’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) Nicola Magrini è risultato positivo al coronavirus.

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Da domenica 5 aprile, rende noto l’Aifa, come previsto dalla normativa, Magrini si trova in isolamento. Il direttore sta bene e continuerà a svolgere il suo lavoro da remoto. Tutti coloro che sono stati in stretto contatto con lui saranno in isolamento domiciliare fino a verifica del loro stato rispetto al virus Covid-19.

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Il mio lavoro tra la vita e la morte durante il turno in pronto soccorso. Quel corpo ma soprattutto quella persona non solo ha perso la vita ma ha perso la dignitá che aveva, perché purtroppo muore da solo!

di Giuseppe Colamonaco

Consuelo, un’infermiera che lavora al pronto soccorso, in prima linea contro il Covid-19, racconta la sua giornata. La sua è la testimonianza di quello che succede negli ospedali italiani, la testimonianza di quanto sia diventato duro il suo lavoro. Ha 28 anni e vive lontana dalla sua famiglia. Consuelo mai si sarebbe aspettata una tragedia simile, ma lei ha giurato, il suo compito è stare in corsia. Riportiamo la sua lettera, parole davvero toccanti, ecco cosa a scritto:”Vi rubo 10 minuti, testimonianza di un’infermiera! Fino ad oggi non ho mai avuto bisogno di dover scrivere, nè tantomeno di dover scrivere una testimonianza! Fino ad oggi ho sentito il bisogno solo di gridare, un grido d’aiuto durante una pandemia! Oggi invece ho sentito il bisogno di gridare, un grido pieno di rabbia! Racconto quanto successo la scorsa notte, sono un’infermiera e lavoro in pronto soccorso quindi l’emergenza a volte è davvero dietro l’angolo ma a quella quasi ti abitui, i primi tempi tremi perché hai paura poi col tempo e l’esperienza impari a gestire la paura concentrando le tue forze sul paziente e sul lavoro che devi svolgere. Durante una pandemia al pronto soccorso l’emergenza dietro l’angolo è accompagnata dal forte rischio di contagiarti. Quindi cosa fai, arriva un codice rosso, ti vesti e sulla stessa divisa indossi una tuta che ti sta anche larga ma rimane comunque calda, gli occhiali, la mascherina, il casco, circa tre paia di guanti e lavori. Perdi il tatto perché tre paia di guanti sono tanti ma fa nulla inserisci un ago, sudi perché fa caldo e l’ansia aumenta qualsiasi stimolo, respiri quasi la tua stessa aria e senti i polmoni pesanti e poi quando tutto precipita cominci a massaggiare, pensando di non farcela perché senti la forza venire meno, ma da dove recuperi le forze non lo sai e quindi continui; massaggi anche per 40 minuti finché purtroppo ti accorgi che sullo schermo appare una linea piatta e non puoi fare altro che fermarti e arrenderti, perché qualcuno si è arreso prima di te! E quasi sicuramente non per scelta sua ma di un virus che non sappiamo nemmeno da dove deriva. Ti fermi, razionalizzi e poi dopo prepari la salma! Perché tocca a te, la disinfetti e prepari il “sacco” in cui dovrai chiuderla e poi “consegnarla”. Quel corpo ma soprattutto quella persona non solo ha perso la vita ma ha perso la dignitá che aveva, perché purtroppo muore da solo! Io so cosa significa perdere un genitore e personalmente sul punto di morte di mio padre non ho mai pensato di non doverlo salutare anzi è stato tanto il tempo trascorso nella stanza in cui stava, e quel tempo l’ho passato pregando, accarezzando il suo corpo e salutandolo! Si perché poi lo saluti. Oggi, durante la pandemia, il medico è colui che informa i familiari sulla morte del paziente, ma è anche colui che dovrà dire a quelle stesse persone che non possono vedere il loro papà, la loro mamma, il nonno, la nonna o qualsiasi persona che gli appartiene; non possono nè vederlo, nè accarezzarlo, nè salutarlo, anzi forse si lo salutano, guardando dietro uno schermo un semplice “sacco nero” che dentro contiene una storia, una vita soprattutto! Non accompagneranno quella persona ai funerali perché non ci saranno funerali , non faranno nulla di ciò che ho fatto io e credetemi penso sia la cosa più brutta che esiste, perché in questo caso ti affidi all’ultimo secondo, all’ultimo saluto, all’ultimo ricordo e forse loro non ne avranno! Non è semplice per loro, ma non è semplice nemmeno per me (noi infermieri) chiudere un corpo in un “sacco”, è innaturale! Purtroppo in pronto soccorso oggi è così, fai tutto quasi in modo sequenziale, quindi continui a lavorare e quella stessa notte sempre vestita ho cambiato stanza e ho lavorato su altri pazienti, anch’essi positivi finché non si è fatto giorno. Alle 7 e torni a casa. In macchina, durante il rientro come ad ogni smonto pensi a quanto successo, spesso piangi perché non hai potuto farlo prima e crolli. Ma ti rialzi perché questo lavoro lo hai scelto.. Alla guida della tua macchina, dopo una notte pessima, ti giri e sul marciapiede sai chi vedi? Il genio di turno che è andato a correre perché in quarantena ha bisogno di allenarsi; trovi la mamma col passeggino perché il bimbo piange e non può cullarlo semplicemente nel corridoio di casa propria; ti fermi al supermercato perché ne approfitti, fai un po’ di spesa prima di rientrare per evitare di uscire e sai chi trovi alla cassa del supermercato? Una persona che paga una sola bottiglia di latte e un’altra che paga un solo pezzo di pane; e qui proprio qui, dopo questa notte e queste scene pessime vuoi gridare, e cacciare la rabbia che hai dentro! Ma non perché io lavoro e in 30 minuti ho visto i miei sforzi vanificarsi, perché questo succede ordinariamente; provi rabbia perché queste persone non hanno ben compreso cosa significa perdere, non hanno compreso cosa significa non salutare e non hanno ben compreso cosa significa morire da soli! Io credo che chi muore un minuto prima di morire si accorge che ci sta lasciando, a volte lo leggi nei loro occhi che chiedono aiuto. Quindi signori dopo questo racconto piuttosto crudo, pensateci prima di uscire e andare a correre, pensate prima di andare al supermercato per un solo pezzo di pane e quel pane compratelo a fette che i conservanti non fanno male a nessuno e il latte compratelo a lunga conservazione così non c’è bisogno di uscire, perché quel pezzo di pane diventa una scusa e la cosa è piuttosto imbarazzante e vergognosa per voi! E voi, voi che ancora vi apprestate a tornare a casa, mettendovi in treno da una zona rossa per arrivare in un’altra zona rossa, solo per raggiungere la famiglia, creando un grosso danno per i vostri familiari perché il virus ve lo portate dietro, evitate! Anche io ho 28 anni e non torno a casa da 4 mesi e giuro che i 200 km che mi separano dalla mia famiglia li percorrerei a piedi, ma oggi preferisco vedere la mia famiglia tramite una videocamera, certa di riabbracciarla tutta perché rispetto le “regole” e le faccio rispettare anche a loro. Questa testimonianza non serve a far sì che pensiate “ah un altro eroe in corsia” perché io sono semplicemente Consuelo e lavoro, con questa testimonianza spero semplicemente di farvi ragionare perché la ragione l’avete persa!!! Ma soprattutto avete perso il rispetto nei confronti di chi oggi è malato e rischia maggiormente di morire di covid, avete perso il rispetto nei confronti del prossimo e avete perso il rispetto nei confronti di chi lavora e sta cercando di salvare non solo il singolo ma il mondo! A volte lavorando anche in condizioni pessime perché di certo non eravamo pronti ad una pandemia. Ps: caro R.M. che tempo fa a radio globo avevi dichiarato: “Ma è possibile che mi deve valutare uno che ha fatto una triennalina in scienze infermieristiche? Io vorrei un dottore. Quando uno sta male cosa fa, va da un dottore o da uno delle pulizie? Perché l’infermiere fa anche pulizie, pulisce anche la gente”, spero vivamente di non doverti mai pulire! Anzi lo faccio, perché io quel 21 marzo l’ho giurato!”.

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