Gli Usa accusano la Cina di voler rubare loro il vaccino

Nuova puntata dello scontro a distanza tra Stati Uniti e Pechino. L'ipotesi dell'Fbi : un team di hacker al lavoro per sottrarre i risultati dei ricercatori americani,

Nuova puntata della guerra a distanza tra Stati Uniti e Cina sullo sfondo del contrasto al coronavirus. Ora gli Usa hanno accusato Pechino di voler rubare loro il vaccino contro il Covid-19. Secondo quanto riporta il New York Times l’Fbi avrebbe già lanciato l’allarme: in sostanza, la Cina, attraverso i suoi hacker e la sua rete di spionaggio, starebbe lavorando per tentare di sottrarre ai ricercatori americani le scoperte sul fronte del vaccino e dei trattamenti per combatter il virus. Lo stesso Fbi e il Dipartimento Usa alla sicurezza nazionale si apprestano a emanare un ‘public warning’ per mettere tutti in guardia dall’offensiva di Pechino.

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Crescono i contagi in Corea del Sud: slitta la riapertura delle scuole

Gli studenti sarebbero dovuti rientrare in classe il 13 maggio. Si temono nuovi focolai legati alla vita notturna nei locali di Itaewon, a Seul.

Non solo in Cina, anche in Corea del Sud torna la paura. Nel Paese si sono registrati 35 nuovi casi di coronavirus, il livello più alto dal 9 aprile, con le infezioni collegate alla vita notturna dei locali di Itaewon, a Seul, salite a 79.

«Alle 8:00 di questa mattina, sei ulteriori persone sono risultate positive al Covid-19, portando il totale dei pazienti legati a Itaewon a 79», ha affermato Yoon Tae-ho, funzionario del Central Disaster and Safety Countermeasures Headquarter, rimarcando i rischi di una ripresa dei focolai. I contagi accertati su scala nazionale sono saliti a 10.909.

Per questo Seul ha rinviato di una settimana la riapertura delle scuole inizialmente prevista per mercoledì 13 maggio.

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Coronavirus: 17 nuovi casi in Cina, 5 a Wuhan

Dopo settimane senza contagi torna ad alzarsi l'allerta nella città focolaio della pandemia.

In Cina dopo giorni senza contagi è tornato l’incubo coronavirus. Domenica si sono registrati 17 nuovi casi, toccando i massimi delle ultime due settimane, di cui 7 importati relativi nella Mongolia interna e 10 domestici, suddivisi tra le province di Hubei (5), Jilin (3), Liaoning (1) e Heilongjiang (1).

I casi dell’Hubei fanno capo al capoluogo Wuhan, il primo focolaio della pandemia: sono asintomatici, ha detto la Commissione sanitaria provinciale, che si aggiungono all’infezione registrata sabato nel distretto di Dongxihu, la prima dal 4 aprile, dove il livello sanitario d’allerta è stato rialzato a basso a medio.

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La battaglia impossibile del signor Zhang per realizzare un memoriale a Wuhan

Il 50enne ha visto morire il padre in ospedale, dove si era infettato. Tornato a Shenzhen si è adoperato per raccogliere i fondi per costruire un monumento alle vittime. Ma la polizia cinese lo ha monitorato e minacciato. Lui però non è intenzionato a tacere: «Il regime mi ha ucciso la persona più cara al mondo. Che altro ho da perdere?».

Il signor Zhang ha 50 anni ed è nato a Wuhan, ma da molto tempo, per motivi di lavoro, vive a Shenzhen, la metropoli cinese confinante con Hong Kong.

All’inizio del 2019, Zhang Hai, questo il suo nome completo, aveva preso la decisione di trasferire il padre 76enne, da tempo in pensione e malato di Alzheimer, dalla natìa Wuhan a Shenzhen per vivere insieme a lui e poterlo assistere meglio.

L’INCIDENTE DOMESTICO E IL RITORNO A WUHAN

Il 15 gennaio di quest’anno il padre di Zhang in un banale incidente domestico, come spesso accade agli anziani, è caduto e si è rotto il femore. La frattura era grave per questo i medici dell’ospedale di Shenzen, dove in un primo momento era stato ricoverato gli dissero che andava operato e che l’intervento avrebbe avuto un costo elevato: un costo che Zhang non poteva permettersi. Cercando una soluzione per curare il padre, seguendo il suggerimento di alcuni suoi parenti rimasti a Wuhan, Zhang provò allora a contattare un ospedale della città divenuta poi tristemente famosa quale epicentro dell’epidemia da Covid-19. Lì suo padre avrebbe potuto ricevere cure ospedaliere gratuite: tutti i costi sarebbero stati a carico del sistema sanitario della regione dell’Hubei, della quale Wuhan è il capoluogo.

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«In quelle settimane si cominciava a sentir parlare di questo virus, ma fino alla fine di gennaio», ricorda Zhang a Voice of America, «i funzionari di Wuhan dichiaravano al pubblico che l’epidemia era controllabile e che il rischio di trasmissione da uomo a uomo era molto basso». A quel punto Zhang decise che portare il padre a Wuhan fosse una buona soluzione, anzi, la soluzione ideale. Così, non potendo immaginare la gravità dell’epidemia in corso, i due tornarono nella loro città natale il 16 gennaio. Il giorno successivo, il padre ricevette un primo trattamento per stabilizzare la frattura al General Hospital of Pla Central Theater Command, un ospedale militare di Wuhan. «All’epoca a Wuhan era tutto normale», dice ancora Zhang. «Il personale medico non indossava tute protettive e le persone non portavano mascherine».

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Alcuni giorni dopo, il padre di Zhang cominciò ad avere la febbre e le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Il 30 gennaio, gli venne formalmente diagnosticato il virus. «Proprio quel giorno», ha ribadito Zhang, «il personale medico dell’ospedale improvvisamente indossò tute protettive e altri dispositivi di sicurezza».

L’AREA DI ISOLAMENTO DI CUI NON SI SAPEVA NULLA

Il primo febbraio, il padre venne trasferito in una zona ad alto isolamento dell’ospedale. «Non sapevo che esistesse un’area destinata ai pazienti Covid-19», ha sottolineato l’uomo. «Nessuno mi aveva informato che era stata allestita né quando l’avessero fatto. Ma questo rappresenta un’evidenza indiscutibile: l’ospedale aveva già molti pazienti a gennaio, ma nessuno ne sapeva niente, per questo sono certo che mio padre è stato infettato proprio in ospedale». Solo poche ore dopo essere stato trasferito nell’area isolata, il padre di Zhang morì. Il suo corpo venne affidato a una delle tante imprese funebri locali, la Wuchang Funeral Home. A Zhang non venne permesso di dare l’ultimo saluto a suo padre e nemmeno di vedere il cadavere prima che venisse cremato.

IL CONTROLLO DEL GOVERNO AL RITIRO DELLE URNE

Alla fine di marzo, con l’allentarsi dell’emergenza, le autorità di Wuhan hanno finalmente permesso ai cittadini di andare a ritirare le urne dei loro cari uccisi dal virus. A Zhang sembrò subito strana una cosa: le autorità avevano imposto a tutti i parenti di ritirare le urne dei loro cari solo se accompagnati da un rappresentante governativo. «Nella cultura cinese, raccogliere e seppellire l’urna sono cose molto private. Nessuno vuole che a un momento così intimo partecipi uno sconosciuto», ha spiegato Zhang, che è convinto che la strana direttiva fosse motivata dal tentativo delle autorità di impedire ai parenti dei defunti di dialogare tra loro, e soprattutto di diffondere informazioni sull’epidemia. «Il governo ci ha costretti a raccogliere e seppellire le urne in assoluta solitudine e sotto il loro stretto controllo… Ma molti di noi hanno deciso di boicottare questa regola forzata e non hanno raccolto le urne». Anche Zhang si è rifiutato e ha cominciato a contattare i parenti per cercare di capire cosa fosse successo e cosa le autorità stessero nascondendo.

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Un giorno Zhang ricevette una strana telefonata da parte di un funzionario della sezione di Wuhan della Commissione politica e legale, un’agenzia di sicurezza governativa. «Il funzionario che mi chiamò», ricorda Zhang, «aveva evidentemente composto il mio numero per errore, convinto di avere chiamato un suo superiore dell’agenzia governativa. Cominciò a riferire di come mi stavano controllando e monitorando». In questo modo Zhang venne a sapere che l’agenzia leggeva tutti i suoi messaggi privati ​​inviati a parenti e amici e che molti venivano addirittura censurati: sul telefono di Zhang l’app mostrava i messaggi come inviati. Ma in realtà il destinatario non li riceveva.

L’IDEA DEL MEMORIALE PER LE VITTIME DEL COVID

Quando Zhang è tornato a Shenzhen, l’8 aprile scorso, si è subito messo al lavoro per fare qualcosa. «Ero infuriato per quello che era successo, ed ero anche molto triste. Pensavo a tutti quei morti che se ne erano andati per sempre senza neanche il conforto di una carezza o di una parola di affetto, come mio padre. Sono certo che il loro numero sia enormemente più elevato di quello dichiarato dalle autorità». Così Zhang ha deciso che bisognava fare qualcosa per ricordarli. «Mi è venuta l’idea di raccogliere fondi per costruire a Wuhan un memoriale dedicato a tutte le vittime del coronavirus». Il monumento «è per il lutto dei nostri parenti e perché le persone non dimentichino quanto è accaduto», ha detto Zhang. «Dovrebbe anche rappresentare un monito per il governo, perché capiscano l’errore commesso nel cercare di nascondere l’epidemia: se non facciamo nulla non cambierà mai nulla in Cina, e lo stesso disastro accadrà di nuovo». Il monumento immaginato da Zhang a Wuhan dovrebbe essere «tutto dipinto di nero, con sopra i nomi e le immagini di ogni defunto».

I SOCIAL MONITORATI E LE MINACCE

Ma le attività del signor Zhang su internet e sui social cinesi non sono passate inosservate. La prima volta, il 29 aprile, è stato convocato dalla polizia di Shenzen, che lo ha costretto a interrompere la pubblicazione dei post sui social media. La seconda volta è accaduto il 4 maggio. Zhang aveva appena creato un gruppo su WeChat per i parenti delle vittime del virus. Questa volta, la polizia ha mostrato a Zhang i suoi post e lo ha costretto a cancellare il gruppo. Zhang ha anche dichiarato che alcuni membri del suo gruppo che vivono a Wuhan sono stati convocati dalla polizia della città e apertamente minacciati: «Gli agenti hanno detto loro che non li avrebbero lasciati in pace fino a quando non avessero smesso di interessarsi al progetto del memoriale». Di fronte agli attacchi coordinati della polizia segreta contro di lui e contro tutti quelli che avevano cominciato ad aderire al suo progetto, Zhang si è visto costretto a rinunciare all’idea del monumento, e in un post su Weibo, il 6 maggio, ha motivato così la sua decisione: «Non voglio creare problemi ad altre persone», aggiungendo però che cercherà di utilizzare i fondi raccolti per aiutare i parenti delle vittime, se i donatori non ne vorranno la restituzione. «Pensandoci adesso, mi sento terribilmente in colpa. Portare mio padre a Wuhan è stato come mandarlo a morire», ha sottolineato Zhang. «Se qualcuno mi avesse detto che l’epidemia era così grave, non l’avrei mai portato lì». «Come posso tacere? Come posso accettare che i responsabili non paghino per le loro azioni e i loro errori?», ha concluso. «Non ho paura. Il regime mi ha ucciso la persona più cara al mondo. Che altro ho da perdere?».

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L’accusa degli atleti: Covid-19 a Wuhan già ai Mondiali militari di ottobre

Lo spadista italiano Tagliariol: «Eravamo tutti malati, ho avuto febbre e tosse per tre settimane e gli antibiotici non sono serviti a nulla».

Ai Mondiali militari di Wuhan «ci siamo ammalati tutti, sei su sei nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine». Così Matteo Tagliariol, uno dei campioni della scherma azzurra racconta quanto accaduto lo scorso ottobre e il possibile contatto col coronavirus già allora. «Ho avuto febbre e tosse per tre settimane» – dice lo spadista azzurro – «e gli antibiotici non hanno fatto niente; poi è toccato a mio figlio e alla mia compagna. Non sono un medico, ma i sintomi sembrano quelli del Covid-19». Insomma, anche secondo le testimonianze di diversi altri atleti, gà a ottobre scorso (18-27), il coronavirus potrebbe aver attecchito tra i 10 partecipanti ai Giochi mondiali militari nella città cinese focolaio del virus.

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La censura di Pechino sull’origine cinese del Covid che irrita l’Ue

Nella lettera aperta scritta dall'ambasciatore europeo in Cina sul China Daily scompare il passaggio sull'inizio della pandemia. Il ministero degli Esteri del Dragone non ha dato il via libera. Uno sgarbo diventato un caso diplomatico.

Si apre un nuovo fronte per la Cina, questa volta con l’Unione europea. Non si tratta certo di accuse pensanti come quelle partite dagli Usa, ma al centro dei malumori c’è ancora l’origine del coronavirus.

Secondo il Financial Times «l’Ue ha accusato la Cina di censurare un articolo co-firmato dal suo ambasciatore a Pechino e pubblicato sul China Daily», voce del Partito comunista cinese, «rimuovendo un riferimento allo scoppio del coronavirus in Cina».

«È deplorevole vedere che la frase sulla diffusione del virus è stata modificata», ha detto Nicolas Chapuis, ambasciatore europeo a Pechino, al Ft. «La censura», sottolinea sempre il Ft, «è l’ultimo esempio degli sforzi di Pechino per far fronte a chi l’accusa di avere gestito male i primi giorni della pandemia, che si ritiene abbia avuto inizio nella città cinese di Wuhan alla fine del 2019».

IL NIET DEL MINISTERO DEGLI ESTERI CINESE

Un tema caldo che tocca anche gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che da settimane punta il dito contro Pechino e la sua narrativa sul coronavirus. Della vicenda si è occupato anche Politico.eu che rivela altri dettagli, citando «un portavoce del servizio di azione esterna della Ue che si è rammaricato che la lettera originale non sia stata pubblicata integralmente dal China Daily» e ha «osservato che non poteva essere pubblicata senza il via libera del ministero degli Esteri cinese». Politico.eu riferisce inoltre che «in segno di malcontento tra i membri dell’Ue, le ambasciate a Pechino di Paesi come Germania, Francia e Italia hanno pubblicato la lettera completa con riferimento alla malattia originata in Cina e che poi si è diffusa da lì nel mondo».

LA LETTERA PER IL 45ESIMO ANNIVERSARIO DELLE RELAZIONI DIPLOMATICHE

L’Ansa ha pubblicato alcuni passaggi della lettera aperta scritta per il 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Ue e Cina evidenziando le parti modificate. «Quest’anno celebriamo il 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra l’Ue e la Cina, istituite il 6 maggio 1975. È una pietra miliare importante in una relazione sempre più importante tra la nostra Unione di 27 Stati europei e la Cina», si apre la missiva. «Abbiamo fatto molta strada dal 1975. A quel tempo, l’Ue era composta da soli nove Stati membri. La Cina stava solo iniziando ad aprirsi al mondo e non aveva ancora subito la sua formidabile trasformazione economica. Il commercio tra le nostre due parti era minimo. Ora, in tempi normali, l’Ue e la Cina intrattengono scambi commerciali per 1,8 miliardi di euro al giorno. Collaboriamo in più settori che mai, compresi quello politico, economico, finanziario, scientifico, educativo e culturale. Entrambi abbiamo evidenti interessi condivisi nella risoluzione pacifica dei conflitti globali, mitigazione dei cambiamenti climatici, sviluppo sostenibile, sicurezza alimentare ed energetica, non proliferazione nucleare e giustizia sociale. E condividiamo l’aspirazione comune a portare la nostra relazione a un livello ancora più produttivo negli anni a venire, con l’aumentare della connettività tra Europa e Asia. Mentre abbiamo le nostre differenze, in particolare per quanto riguarda i diritti umani, la nostra partnership è diventata abbastanza matura da consentire discussioni franche su questi temi. Entrambi vediamo i meriti nel sostenere e difendere il multilateralismo, con le Nazioni Unite e il Wto al centro. Fino a metà gennaio, l’anno 2020 era stato salutato come cruciale per le relazioni Ue-Cina, con numerosi incontri di alto livello volti ad approfondire la cooperazione».

IL PASSAGGIO CENSURATO

Fin qui nessun problema. Poi il passaggio oggetto della censura da parte di Pechino. La lettera nella sua versione originale proseguiva infatti: «Ma l’esplosione del coronavirus in Cina, e la sua successiva diffusione nel resto del mondo negli ultimi tre mesi, ha portato temporaneamente a mettere da parte i nostri piani preesistenti perché sia l’Ue sia la Cina sono completamente mobilitate per affrontare quella che ora è diventata una sfida di proporzioni veramente globali». Il passaggio è stato così “epurato”: «Ma l’epidemia del coronavirus ha portato temporaneamente a mettere da parte i nostri piani preesistenti perché sia l’Ue che la Cina sono completamente mobilitate per affrontare quella che ora è diventata una sfida di proporzioni veramente globali». Insomma lo sforzo del Dragone, dopo gli aiuti ai Paesi colpiti e la propaganda, si conferma quello di operare una sorta di rimozione sull’origine geografica del Covid-19.

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Dopo il virus l’Ue rischia di essere demolita dalla rielezione di Trump

L'uomo che l'ex segretario di Stato Tillerson definì «un maledetto imbecille» può restare alla Casa Bianca fino al 2024. Mai da oltre 80 anni la posta in gioco per l'Europa era così alta: interscambio commerciale da record e credibilità difensiva sono in pericolo. L'unica speranza: che la pandemia distrugga a Donald l'arma elettorale dell'economia florida.

Non risulta che un altro segretario di Stato americano abbia mai definito il proprio presidente «un maledetto imbecille», ma lo faceva nel luglio del 2017 Rex Tillerson, l’amministratore delegato di ExxonMobil chiamato da Donald Trump sei mesi prima a dirigere la diplomazia americana.

COLUI CHE SI RITIENE A VERY STABLE GENIUS

Varie testimonianze, raccolte in un libro-ritratto su Trump intitolato A Very Stable Genius, autodefinizione coniata da Trump medesimo, e uscito nel gennaio 2020, confermano che Tillerson emise il suo verdetto subito dopo una lunga riunione al Pentagono, organizzata per dare al capo della Casa Bianca un quadro completo di che cos’era il sistema militare, di intelligence e diplomatico americano. A spiegarlo al presidente erano convenuti i massimi esponenti di quella che Ben Rhodes aveva definito con ironia the blob, la bolla, gente pensosa racchiusa in un mondo autoreferenziale e fasullo.

FORTE SPIRITO ANTI-EUROPEO

Rhodes, il principale consigliere diplomatico di Barack Obama assurto molto in fretta dal ruolo di speechwriter a quello di stratega, fu tra l’altro autore dell’illuso e illusorio discorso del Cairo sulle “Primavere arabe” (giugno 2009). E fu l’anima degli ondeggiamenti obamiani in politica estera, alla ricerca del nuovo che avanza, con scarso interesse per l’Europa ma neppure, va detto, lo spirito anti-europeo che anima Trump e i suoi più potenti e munifici sostenitori.

QUEL GIUDIZIO NETTO: «HE’S A FUCKING MORON»

«Io voglio vincere, e con gente come voi non andrò mai in guerra», diceva quel giorno del 2017 Trump a generali ammiragli diplomatici e grandi spioni, parole grosse per un renitente alla leva del Vietnam dette a una platea dove molti avevano combattuto davvero. «Siete degli ingenui e dei pupi». Gelo in sala. Tillerson fu l’unico a parlare. Da sempre fiero di avere un padre veterano del Pacifico e uno zio con tre turni in Vietnam, disse: «Non è vero. Signor presidente, lei sbaglia completamente». E alla fine, appena uscito Trump, il giudizio: «He’s a fucking moron», è un maledetto imbecille.

L’EUROPA SI GIOCA MOLTO, COME NEL 1952

Ma occorre essere realisti: a oggi, nonostante vari sondaggi, è possibile che sia lui ancora fino a tutto il 2024 il presidente degli Stati Uniti. Questo fucking moron si ripresenta fra 6 mesi per un rinnovo del mandato presidenziale e mai da oltre 80 anni l’Europa ha avuto una posta in gioco così alta in una elezione presidenziale americana. Ci fu qualcosa di simile nel 1952, non nel voto che oppose Dwight Eisenhower ad Adlai Stevenson per la successione ad Harry Truman, ma nella precedente scelta del candidato repubblicano, a lungo contesa a Eisenhower dall’isolazionista Robert A. Taft, contrario a suo tempo alla partecipazione americana nella Seconda guerra mondiale e – su questo la Storia lo ha in parte riabilitato – contrario a impegni americani in Vietnam. Aveva molti dubbi anche sulla Nato. Ed era, ma solo per questi aspetti e in un contesto e con motivazioni assai diverse, un precursore di Trump, al quale però non rassomigliava affatto quanto a stile e correttezza.

SISTEMA DI LEGAMI ECONOMICI SENZA PARI AL MONDO

L’Europa, tutta l’Europa compresi anche Svizzera e Norvegia che non fanno parte dell’Ue (i norvegesi sono però nella Nato) crea con gli Stati Uniti, e senza che il trumpismo sia riuscito a cambiarlo, un sistema di legami economici, interscambio di beni e servizi e investimenti incrociati assolutamente senza pari al mondo. L’interscambio dell’Ue con la Cina è nettamente inferiore a quello Ue-Usa e anche per gli Stati Uniti il primo mercato mondiale è in Europa, confermando così sul piano commerciale una realtà che dura da oltre un secolo. In più, è dal 1949 che la credibilità difensiva, in termini strategici, dei Paesi europei è affidata in toto o in parte all’ombrello Nato, cioè in modo rilevante agli Stati Uniti.

LA STRATEGIA DI DONALD: DEMOLIRE L’UE

L’importanza del voto presidenziale del 3 novembre 2020 sta nel fatto che Trump si muove come se questa realtà fosse solo un fastidio e andasse cancellata. Parte essenziale della sua strategia, se esiste oltre alle sue idiosincrasie e ai suoi istinti, è demolire l’Unione europea e questo fa parte di un disegno più ampio di demolire tutto quanto costruito dagli anni di Truman, e di Roosevelt se si fanno bene i conti, in poi. Ora, il mondo non resta fermo, gli Stati Uniti non sono più gli stessi, Mosca non ha più uno strumento ideologico come il comunismo per far avanzare la sua politica estera espansionistica, c’è la Cina di Pechino con le sue ambizioni e il suo potere. E soprattutto non c’è più da tempo negli Stati Uniti in politica estera quel consenso cosiddetto liberal che ha consentito a partire da Truman a 11 presidenti e mezzo (il mezzo è Obama che, pur essendo altra cosa da Trump, ne ha anticipato in politica estera alcune caratteristiche), di mantenere la “grande strategia” postbellica.

AZIONI ISPIRATE SOLO DALL’INTERESSE NAZIONALE

Molto è cambiato, ma non tutto. Il dibattito americano, vivacissimo anche in questi giorni, è fra chi dice che alcuni tratti vanno salvati a partire dal rapporto speciale con l’Europa e chi dice che il tutto va profondamente rivisto, senza più una “grande strategia” completa, solo azioni ad hoc ispirate dall’interesse nazionale, ma intese in senso lungimirante. Trump va ben oltre, e dice che sono tutte storie per “sciocchi e pupi”. Ancora il 22 aprile accusava gli europei, senza nominarli direttamente, di stare «a prendere in giro» gli Stati Uniti. Quanti americani sono con lui?

PENSIERO CHE DISCENDE DAL NAZIONALISMO PURO

Non si può certo liquidare l’uomo dicendo solo che è un imbecille e occorre ammettere che non viene dal nulla e rappresenta un filone di pensiero, o di istinto, ben presente da fine Ottocento, nazionalismo puro, e che si cristallizzò una prima volta subito dopo la guerra ’14-18. Allora i nazionalisti isolazionisti, che avevano combattuto contro l’ingresso in guerra del Paese nel 1917, riuscirono a far saltare per aria la diplomazia postbellica avviata da Woodrow Wilson e la sua Società delle Nazioni. Lo stesso filone isolazionista si arrese solo 20 anni dopo di fronte all’attacco giapponese di Pearl Harbour. E ha sempre contestato tutto o in parte l’edificio della politica estera bipartisan creato a partire dal 1947 sul piano strategico-diplomatico, e dal 1944 (Bretton Woods) su quello diplomatico-economico.

MA WALL STREET NON FU MAI ISOLAZIONISTA

In realtà Wall Street non fu mai isolazionista, e la finanza americana giocò da subito e pienamente le carte che la fine del dominio finanziario e monetario britannico le pose in mano a partire dal 1915, e fu in parte l’ispiratrice del grande disegno postbellico che, dal Piano Marshall (l’Europa di Bruxelles nasceva come iniziativa parallela al Piano) alla Nato a altro ha segnato i rapporti con l’Europa. Quell’Europa che molti esperti americani di politica estera continuano a definire “la perla” del sistema di alleanze americano, un sistema da valorizzare dicono, perché è quello che fa la differenza fra Washington da un lato e Pechino e Mosca dall’altro, queste ultime autocrazie senza particolari amici nel mondo.

PUÒ BATTERE BIDEN ANCORA CON I VOTI ELETTORALI

Trump potrebbe benissimo vincere come ha vinto nel 2016, tre anche quattro milioni di voti popolari in meno di Joe Biden, ma sufficienti voti elettorali che, nel sistema americano, sono come noto quello che conta. Ne 2016 furono sufficienti 80 mila voti popolari nei collegi giusti, con il Wisconsin come Stato-chiave seguito da Michigan e Pennsylvania. E ugualmente questi tre Stati saranno determinanti nel 2020. Trump ha alcuni punti di forza: la lealtà di molto voto repubblicano; l’appoggio della working class bianca, soprattutto gli uomini fra i 45 e i 65 anni; il fatto che Joe Biden, oltretutto quasi ottantenne, non è un trascinatore di folle; e infine i punti deboli di Biden in genere, tra cui la difficoltà per lui di raccogliere bene i voti della sinistra democratica, e le imprese manageriali azzardate di suo figlio Hunter, su cui Trump farà certo leva. Ha perso però l’asso nella manica di un’economia florida, e la pandemia evidenzia la debolezza della sua visione nazionalista.

RIPENSAMENTO DELLA STRUTTURA PRODUTTIVA AMERICANA

Biden, dicono vari esperti, dovrà puntare al voto della classe operaia, che è il suo ambiente familiare di origine, e puntare sulla pandemia per rovesciare il paradigma e convincere che solo i democratici possono avviare quel ripensamento della struttura produttiva americana che metta il Paese al riparo dagli eccessi di una globalizzazione di cui democratici e repubblicani insieme sono responsabili. Ci riuscirà? America first significa America alone.

EPPURE NEGLI ANNI 80 THE DONALD NON ERA AFFIDABILE

Prima di Tillerson, e senza usare parole esplicite come moron, molti altri sono arrivati alle stesse conclusioni su Donald Trump. Un episodio inedito risale ai primi Anni 80 e riguarda una delle storiche banche d’investimento di Wall Street, Brown Brothers Harriman&Co, sangue blu e a cavallo tra finanza e diplomazia. Un gruppo di giovani assunti da poco e freschi di business school stava lavorando alacremente al finanziamento di un’impresa immobiliare, quella di Donald Trump. Una mattina si trovarono sulla scrivania una lettera, firmata da alcuni partner, comproprietari cioè della Brown, in cui venivano ringraziati per l’impegno, ma anche avvertiti che la casa non gradiva fare affari con quel signore.

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Le conseguenze del coronavirus sull’economia cinese

l National Bureau of Statistics della Cina ha annunciato la prima contrazione economica dal 1976. La produzione è scesa dell'1,1%a, le vendite al dettaglio del 15,8%. Una crisi che potrebbe portare anche a cambiamenti politici interni prima impensabili.

I funzionari cinesi, qualche giorno fa, hanno annunciato al mondo che la seconda economia più grande del Pianeta si è ridotta del 6,8% nei primi tre mesi del 2020 rispetto a un anno prima, ponendo fine a una crescita continua, impetuosa e senza ostacoli, sopravvissuta alla repressione di Piazza Tiananmen, all’epidemia di Sars e persino alla crisi della finanza globale. Ma, a quanto pare, non al coronavirus. E i numeri, nella loro impietosa aridità, chiariscono quanto sarà monumentale la sfida per rimettere in piedi per l’economia globale, una sfida alla quale Pechino non può sottrarsi e che senza la rinascita della Cina sarà destinata inevitabilmente a fallire.

Da quando è emersa dalla povertà assoluta e dall’isolamento politico, infatti, più di 40 anni fa, la Cina è diventata forse il motore di crescita più importante al mondo, quella che ha consentito la ripartenza durante i peggiori periodi di difficoltà planetarie, come dopo la crisi finanziaria del 2008. Ora il Paese sta cercando di riavviare la sua enorme economia da 14 trilioni di dollari, uno sforzo che potrebbe dare al resto del mondo un aiuto essenziale. Oppure un colpo mortale. La diffusione del coronavirus negli Stati Uniti e in Europa, che ne ha congelato le economie, ha generato previsioni secondo le quali la produzione mondiale e le richieste dei mercati potrebbero ridursi quest’anno in maniera mai sperimentata prima.

Pe questo motivo, Pechino si trova adesso alle prese con un vero e proprio paradosso economico: il gigante asiatico sta uscendo per primo dalla crisi da Covid-19, mentre il resto del mondo è ancora tragicamente alle prese con la pandemia e con sue devastanti conseguenze economiche; ma l’innegabile vantaggio che da questa situazione deriverà a Pechino, rischia di venire vanificato dal calo globale dei consumi e della contrazione di tutte le altre economie mondiali. In altre parole, la pandemia e i tentativi di contenerla hanno drasticamente ridotto la richiesta mondiale di prodotti cinesi, il che potrebbe portare a chiusure di fabbriche, aumento della disoccupazione e crisi economica interna, anche se il Paese sta cercando di tornare nel mondo degli affari e di far ripartire la sua economia in tutti i modi.

LA CINA VIVE LA SUA PRIMA CONTRAZIONE ECONOMIA DAl 1976

La Cina ha gradualmente eliminato molti restrizioni sul lavoro e sugli spostamenti, nelle ultime settimane. Ma gli uomini d’affari in tutti il Paese sono uniti nel dichiarare che i tempi restano difficili. Il governo spinge affinché i cinesi ricomincino a consumare e a spendere come prima della catastrofe, ma le famiglie non lo fanno, sono timorose, scioccate da ciò che hanno passato, mentre devono affrontare una realtà per loro inedita, dopo decenni di crescita esponenziale: i loro redditi sono diminuiti. Il National Bureau of Statistics cinese ha annunciato ufficialmente la prima contrazione economica dal 1976, dai tempi oscuri in cui il Paese affrontava gli ultimi giorni della Rivoluzione Culturale.

L’economia cinese è diventata troppo grande e complessa per riavviarsi da un giorno all’altro

La storica fase di crescita della Cina è stata alimentata dalla creazione di una vasta e moderna rete di infrastrutture – autostrade e ferrovie – dalla forte imprenditorialità della sua gente, dalla sua forza lavoro qualificata e da un governo che era pronto a mettere da parte le preoccupazioni ambientali e i diritti dei lavoratori per un fine considerato superiore: una sempre maggiore produzione economica. Ma il coronavirus, come un proverbiale “cigno nero”, ha fermato il suo enorme motore industriale.

Le opzioni di Pechino sono limitate. Finora ha evitato di dispiegare un enorme “potenza di fuoco” finanziaria mettendo sul piatto liquidità e aiuti, come stanno facendo gli Stati Uniti e le nazioni europee. La sua economia è diventata troppo grande e complessa per riavviarsi da un giorno all’altro come accadde nel 2008, quando Pechino mise in piedi in pochissimo tempo un piano per spendere più di mezzo trilione di dollari. Oggi la situazione economica del Dragone è molto diversa da allora. Basti citare, uno per tutti, lo spettro più inquietante che si aggira oggi per la Cina: il debito pubblico. Due parole che i governanti a Pechino non vogliono pronunciare, ma che da tempo invece si sentono ripetere con sempre maggiore insistenza negli ambienti economici e finanziari internazionali

LE INCOGNITE SUL FUTURO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE

La produzione industriale è scesa dell’1,1% a marzo rispetto a un anno fa, mentre le vendite al dettaglio sono diminuite del 15,8%. Gli investimenti in immobilizzazioni sono diminuiti del 16,1% nei primi tre mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2019. Il prossimo colpo per l’economia cinese potrebbe venire dall’indebolimento della domanda globale per le sue esportazioni. La Fiera di Canton è il principale evento in tal senso nel Paese, con decine di migliaia di espositori e centinaia di migliaia di acquirenti, che arrivano ogni anno da tutto il mondo. Doveva essere già iniziata e durare fino all’inizio di maggio. Invece, forse, si ridurrà a un molto più modesto evento online, previsto per la metà di giugno.

La forza industriale del Paese sta funzionando a metà del suo regime pre-coronavirus

Pechino ha chiuso così strettamente i confini che nemmeno i residenti stranieri in Cina, rientrati nei loro Paesi durante l’epidemia, sono autorizzati a tornare. Ciò ha rallentato i grandi progetti edilizi e la costruzione delle grandi infrastrutture, per esempio, e gli altri investimenti che richiedono tecnici e specialisti stranieri, bloccati lontano dalla Cina. Secondo SpaceKnow – la piattaforma leader nell’utilizzo dei dati basati sullo Spazio per analizzare le tendenze dell’economia globale – le immagini satellitari dell’illuminazione notturna in Cina suggeriscono che la forza industriale del Paese sta funzionando a metà del suo regime pre-coronavirus. Le fabbriche sono state riavviate, ma trovare mercati per i loro prodotti potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.

Il potente Pcc, il Partito comunista cinese che governa con mano di ferro e in totale assenza di contraddittorio la Cina da più di settant’anni, di fronte alle enormi incognite del mondo e dell’economia del dopo-pandemia, potrebbe rivelare tutta la sua vetustà e inadeguatezza alle sfide future. E i cinesi potrebbe davvero trovarsi di fronte a una drammatica scelta: la sopravvivenza di un sistema di governo che li domina ormai da un tempo che pare infinito, oppure la nascita di una nuova Cina del Terzo Millennio.

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Pompeo attacca la Cina: «Forse sapeva del virus già a novembre»

Il segretario di Stato Usa torna ad accusare Pechino e l'Oms. La dipolomazia cinese: «Affermazioni totalmente infondate».

«I primi casi» di coronavirus «erano noti al governo cinese forse già a novembre, sicuramente a metà dicembre, e si sono presi del tempo per riferirlo al resto del mondo, compresa l‘Organizzazione mondiale per salute». Lo ha detto il segretario di Stato americano Mike Pompeo a una radio locale di Washington. Invitato a replicare, un portavoce della diplomazia cinese, Geng Shuang, ha bollato le osservazioni di Pompeo come «totalmente infondate».

«Mettere in discussione la trasparenza della Cina e fare manipolazione politica è una mancanza di rispetto per gli sforzi e i sacrifici compiuti dal popolo cinese per combattere l’epidemia», ha aggiunto Geng. La Cina ha rivelato l’esistenza di un focolaio a Wuhan il 31 dicembre. L’Oms ha comunicato pubblicamente l’esistenza del virus per la prima volta il 4 gennaio.

Pechino ha sempre affermato di aver condiviso le informazioni molto rapidamente, ma l’amministrazione di Donald Trump la accusa di avere tardato e di avere nascosto la gravità della malattia, permettendo, secondo Washington, che l’epidemia si diffondesse in tutto il mondo.

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Quei trapianti sospetti nella Cina della pandemia

Un intervento straordinario ha permesso di sostituire entrambi i polmoni su un malato di covid-19. Ma a marzo diverse operazioni hanno fatto riemergere l'ipotesi di un traffico di organi di condannati e prigionieri politici. Le denunce delle Ong.

Nel caos globale da pandemia, è passato ampiamente sotto silenzio un evento medico di portata notevole: il primo trapianto di entrambi i polmoni per un paziente infetto da Covid-19, eseguito con successo a Wuxi, nella provincia di Jiangsu nella Cina orientale.

UN INTERVENTO STRAORDINARIO

Il professore Chen Jingyu, vicepresidente dell’ospedale popolare di Wuxi, e il suo team, hanno eseguito con successo il trapianto lo scorso 2 marzo, nel corso di un innovativo intervento durato più di 5 ore, su un paziente maschio di 59 anni il quale, oltretutto, è stato tenuto sveglio per tutta la durata dell’operazione, secondo quanto riferito dal Beijing Youth Daily, quotidiano ufficiale del comitato comunista della Lega della Gioventù di Pechino. Il giornale ha fornito anche i dettagli clinici del caso: il paziente aveva sintomi evidenti di Covid-19 già il 23 gennaio e pochi giorni dopo, il 26 gennaio, in un ospedale dello Jangsu dove era stato ricoverato gli era stata diagnosticata un’insufficienza respiratoria polmonare bilaterale irreversibile. Trasferito al People’s Hospital n’5 di Wuxi, è stato sottoposto allo straordinario trapianto. Sempre secondo quanto riportato dal quotidiano cinese, l’intervento si è concluso perfettamente: i polmoni trapiantati hanno subito ripreso a funzionare bene e i suoi segni vitali si sono mantenuti stabili.

Il ritorno parziale alla normalità nella città di Guangzhou, nella provincia di Guangdong. EPA/ALEX PLAVEVSKI

IL SOSPETTO SULLA PREDAZIONE COATTA DEGLI ORGANI

Secondo le informazioni ufficiali, i polmoni sono stati donati da un paziente non locale, al quale è stata diagnosticata poco prima la morte celebrale, e trasferiti a Wuxi su un treno ad alta velocità. La rapidità nel reperimento di entrambi i polmoni in perfette condizioni – oltretutto in un periodo di caos sanitario come quello attraversato dalla Cina a causa dell’epidemia di Coronavirus – e in un Paese che conta soltanto 1,35 milioni di donatori ufficiali a fronte di una popolazione di quasi un miliardo e mezzo di persone, ha fatto sorgere il dubbio che in Cina sia ancora praticata la cosiddetta “predazione coatta di organi”. Cioè che dietro la versione ufficiale delle “donazioni”, si nasconda in realtà la pratica del prelievo degli organi dagli oppositori politici rinchiusi nelle carceri cinesi e/o in attesa della pena capitale.

LE DENUNCE DEI DISSIDENTI

Una pratica della quale la Cina è stata sospettata da decenni, accusata di gstire un vero e proprio traffico internazionale di organi, grazie alla “materia prima” proveniente dalle migliaia di condanne a morte eseguite ogni anno.

IL TRAFFICO ATTORNO AI CONDANNATI A MORTE

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, raccolsi e pubblicai la coraggiosa denuncia in proposito del più celebre tra i dissidenti cinesi, “Harry” Wu Hongda. Arrestato nel 1960, venne liberato nel 1979, dopo molti anni detenzione nei “laogai”, i campi di concentramento per gli oppositori del regime. Nel 1985 Wu riuscì a emigrare in California e poco dopo rientrò di nascosto in Cina. A Shanghai, fingendosi un ricco uomo d’affari sino-americano di Hong Kong, raccolse prove e testimonianze inconfutabili sul traffico di organi dei condannati a morte, riuscendo ad acquistare proprio un polmone, in una lussuosa clinica della città. «Il sistema è molto semplice» mi spiegò Wu quando lo incontrai. «Chi ha bisogno di un organo, soprattutto americani, giapponesi, francesi e thailandesi, va in Cina per qualche giorno, dove viene direttamente ospitato dagli ospedali interessati, in attesa che un detenuto, trattenuto nel braccio della morte, venga giustiziato. A quel punto un’organizzazione pubblica, efficientissima, trasporta l’organo prelevato fino all’ospedale, dove il paziente subisce l’intervento, paga e torna a casa».

Un uomo passeggia in uno dei famosi wet market cinesi che hanno diffuso il contagio all’uomo. EPA/ALEX PLAVEVSKI

UN VERO E PROPRIO CONTRATTO CON GARANZIE

Wu mi raccontò che il contratto prevedeva anche una speciale forma di “garanzia” per il polmone acquistato. Quale garanzia? “Che non sia appartenuto a un fumatore, naturalmente, che altro se no?” precisò lui. Il sospetto che questo allucinante traffico non appartenga al passato della Cina, come assicurato più volte nel corso degli ultimi anni dal regime di Pechino, si è riacceso dopo la notizia del doppio trapianto eseguito il 2 marzo. DAFOH, Doctors Against Forced Organ Harvesting, n’associazione internazionale che promuove i comportamenti etici nella Medicina e riunisce attivisti per i diritti umani e medici che lottano contro il prelievo forzato di organi, ha sollevato domande e sospetti fondati su almeno dieci casi di recenti trapianti in Cina.

TRAPIANTI SOSPETTI TRA L’8 E IL 10 MARZO

Sotto la lente di ingrandimento dell’associazione, infatti, oltre all’intervento di doppio trapianto di polmone dell’ospedale di Wuxi, sono finiti altri trapianti sospetti databili tra l’8 e il 10 marzo scorso. Preoccupa il perfetto funzionamento della “filiera” che ha visto la disponibilità repentina degli organi, trasportati poi per via aerea o – come si è detto – attraverso i treni ad alta velocità, con il contributo di un team del “First Affiliated Hospital” che fa capo alla Scuola di Medicina della Zhejiang University: quasi come se in Cina vi fosse la possibilità davvero unica, di reperire subito occhi, reni, cuore e altri organi; mentre nel mondo occidentale le attese sono sempre molto lunghe e purtroppo, in molti casi, addirittura vane.

DONATORI NON TRACCIABILI

Secondo Nadine Maenza, vicepresidente della United States Commission on International Religious Freedom -USCIRF (una commissione statunitense che si occupa di tutelare la libertà religiosa a livello internazionale), l’unica spiegazione è che in Cina sia ancora in funzione l’orribile pratica del prelievo coatto degli organi degli oppositori politici rinchiusi nelle carceri. Non a caso, ha fatto notare l’associazione DAFOH, molti dati di questi “misteriosi” donatori cinesi non sono facilmente tracciabili, nonostante ciò sia compito di un sistema informatico di tracciamento, il China Organ Transplant Response System – COTRS – che dovrebbe garantirne la trasparenza.

L’EMERGENZA PUÓ AIUTARE A ELUDERE I CONTROLLI

L’emergenza legata al Covid-19, insomma, potrebbe aver consentito di bypassare questi controlli in una serie, seppur limitata ma comunque gravissima, di casi, riportando di attualità una terribile pratica che si credeva relegata al recente passato della Cina.

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Coronavirus, la Cina diede l’allarme su una possibile epidemia con 6 giorni di ritardo

Secondo la ricostruzione dell'agenzia, Pechino fu informata della minaccia di una possibile epidemia a Wuhan il 14 gennaio ma la rese pubblica solo il 20 permettendo feste e banchetti nella città focolaio dello Hubei.

Un ritardo che può essere costato la vita di migliaia di persone. Secondo quanto riferisce lAssociated Press sul suo sito, Pechino dopo aver ricevuto l’allerta circa una possibile pandemia di un nuovo coronavirus nella città di Wuhan, per sei giorni avrebbe taciuto la minaccia.

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Come ricostruisce l’agenzia, il 14 gennaio 2020 in una riunione, la leadership cinese era stata messa al corrente del rischio, eppure nella città focolaio dell’Hubei si tennero ugualmente banchetti e feste popolari per il Capodanno lunare. Questo mentre milioni di cittadini erano in viaggio per raggiungere le famiglie nelle città di origine.

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Il presidente Xi Jinping lanciò un avviso pubblico solo sei giorni dopo, cioè il 20 gennaio. Ma a quel punto, più di 3 mila persone erano già contagiate.

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Trump annuncia la sospensione dei finanziamenti Usa all’Oms

Il tycoon torna ad attaccare l'Organizzazione mondiale della Sanità a suo dire filo-cinese e colpevole di non aver contenuto l'epidemia. La decisione, che dovrebbe passare dal Congresso, arriva nel momento in cui la sua amministrazione è nel mirino per i ritardi e gli errori nella gestione dell'emergenza Covid.

Dopo le accuse e i tweet al veleno, Donald Trump alla fine ha sospeso i finanziamenti americani all’Organizzazione Mondiale della Sanità fino a quando gli Stati Uniti non avranno completato il loro attento esame su come l’organizzazione ha gestito il coronavirus.

Non è comunque chiaro quando i pagamenti americani all’Oms saranno sospesi o quanta autorità Trump abbia esattamente per sospenderli, visto che sono autorizzati dal Congresso.

TYCOON NEL MIRINO PER LA GESTIONE DELL’EMERGENZA COVID

Immediata la reazione dei democratici, che criticano il presidente per voler scaricare i suoi fallimenti sull’Oms. «Nel mezzo di una pandemia globale Trump vuole fermare i finanziamenti all’organizzazione incaricata di combattere le pandemie», attacca il Democratic National Committee.

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La decisione di Trump, nell’aria da giorni, arriva mentre proprio lo stesso presidente è sommerso dalla critiche per la sua gestione dell’emergenza e soprattutto per i suoi ritardi. Critiche alle quali il presidente americano risponde prendendo di mira l’Oms e «i suoi errori che sono costati molte vite umane. Ha fallito nei suoi compiti di base e deve essere ritenuta responsabile», tuona Trump intervenendo al briefing della task force contro il coronavirus.

LE ACCUSE ALL’OMS DEFINITO FILO-CINESE

Un briefing monopolizzato dal presidente, il primo durante il quale nessuno degli esperti sanitari ha preso la parola. «L’epidemia poteva essere contenuta alla sua origine con pochi morti. Si sarebbero salvate migliaia di vite e si sarebbero evitati danni economici», attacca il presidente Usa riferendosi agli errori dell’Oms, definita filo cinese tanto da accettare passivamente i dati forniti da Pechino. «Ha gestito male e insabbiato» la diffusione del coronavirus, prosegue Trump. «Una delle decisioni più pericolose e costose dell’Oms è stata la sua opposizione alle restrizioni ai viaggi dalla Cina e da altri Paesi», dice il tycoon che da tempo rivendica la sua decisione di chiudere i confini come decisiva nella lotta al Covid-19.

TRUMP SPINGE PER LA RIAPERTURA

Dalla Casa Bianca Trump ha parlato per oltre un’ora ribadendo la sua intenzione di riaprire al più presto gli Stati Uniti: i piani sono in via finalizzazione e alcuni Stati potrebbero riaprire già prima del Primo maggio. Il presidente poi rimodula sul suo potere assoluto di decisione e rimanda ai governatori dei singoli Stati le scelte su quando riaprire a seconda delle circostanze, nel rispetto comunque delle linee guida del governo federale.

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«Sentirò tutti e cinquanta i governatori», dice elencando anche le molte aziende americane con cui si confronterà per la riapertura del Paese: da Goldman Sachs a JPMorgan, da Apple a Google passando per i due famosi ristoranti di New York di Jean-George e Daniel. Nell’elenco anche le associazioni sportive e religiose. Secondo indiscrezioni riportate dal Washington Post, il presidente avrebbe fretta, molta fretta di riaprire, e sta spingendo affinché gli vengano presentati il prima possibile piani per centrare il suo obiettivo. «L’economia tornerà a volare», assicura, «e Wall Street raggiungerà nuovi record».

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Trump, il miraggio della clorochina e i danni della pseudoscienza

Il presidente crede che questo anti-malarico possa sconfiggere il coronavirus. Eppure anche se è utilizzato su alcuni pazienti, ha effetti collaterali gravi. E ora chi ne ha bisogno davvero non lo trova. Dobbiamo dire basta a queste bugie e fidarci solo di dati scientifici.

Donald Trump insiste a dire che la clorochina funziona, che può salvare la vita delle persone affette dal coronavirus.

La clorochina, per chi non lo sapesse, è una medicina che abbassa il sistema immunitario e che viene prescritta a chi ha malaria o lupus.

Mi hanno spiegato due amici medici che a volte aiuta chi è colpito dal coronavirus perché fa in modo che il corpo non lo combatta troppo violentemente, bloccando tutti gli organi vitali. Ma mi hanno anche spiegato che la clorochina ha effetti collaterali orribili, e soprattutto che non ci sono ancora degli studi scientifici che ne determinano l’effetto positivo tanto lodato da Trump. Non solo: da quando il presidente ha cominciato a insistere su questa cosa, chi ha veramente bisogno della clorochina non riesce più a trovarla, e sta rischiando la vita.

ILLUDERE LE PERSONE SPAVENTATE È UN GIOCO DA RAGAZZI

Sembra davvero che questi di Trump siano gli anni in cui la scienza sia diventata un’opinione, che la si possa manipolare come se fosse un’idea politica. D’altronde si sa, quando una bugia è detta e ripetuta, poi alla fine la gente ci crede, la mette meno in dubbio e dopo un po’ diventa realtà. Illudere persone spaventate, disperate e poco propense a fare ricerche un po’ più approfondite anche solo su Google, è un gioco da ragazzi. Quelli che temono il virus, un brutto tumore, una vita passata ad accudire un figlio autistico farebbero di tutto pur di cacciare via la causa del terrore, e sono estremamente vulnerabili alle sciocchezze dette in conferenza stampa da uno come Trump o alle false informazioni degli sciamani che assicurano di avere la soluzione.

LE FANDONIE PERICOLOSE SULL’AUTISMO

Queste campagne di informazioni false e pericolose, basate su aneddoti invece che su ricerche scientifiche le conosco bene. A noi genitori di figli autistici, negli anni è stato detto di tutto: provate la chelazione, terapia pericolosissima e mortale; guai a vaccinare i vostri figli; provate l’agopuntura, bombardateli con alcune vitamine, imbottiteli di enzimi di tutti i tipi, o di antibiotici, non minimizzate i risultati sorprendenti delle terapie cranio sacrali. La lista è lunghissima. Il mio amico Gianluca Nicoletti le chiama le cure sciamaniche, io le chiamo cure terroristiche minate a distruggere i genitori e a danneggiare la salute dei figli.

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Da anni cerco di spiegare il mio disgusto nei confronti di queste manipolazioni mediatiche e pseudo scientifiche che girano in Rete e anche tra alcuni medici ignoranti. L’ho sempre vissuto come un insulto, non solo alla mia intelligenza, ma anche all’autismo. Tutta questa pseudoscienza nasconde un messaggio ben preciso: l’autismo è una malattia da cui si può guarire. Non accettarla, combattila! Un figlio come il tuo non è normale e se gli permetti di essere autistico gli fai un torto. Pochissime invece sono le campagne che insegnano l’accettazione, che spiegano come il concetto di normalità sia riduttivo a dir poco. Come sarebbe stato più utile, invece di sprecare soldi in terapie inutili e sperare di avere un figlio ‘normale’, che le persone si fossero concentrate a scoprire che l’autismo è parte dell’essere umano, che è molto più comune di quello che si crede, che va benissimo così, soprattutto se ci sono i servizi adeguati.

CREDERE SOLO ALLA SCIENZA È L’UNICA SALVEZZA

Sono danni irreversibili quelli che hanno causato tute le fandonie relative all’autismo. La morte, invece, è il danno che le bugie di Trump può causare. Facciamoci tutti un piacere: smettiamo di credere a chi non sa di cosa parla. Cominciamo invece a credere a risultati scientifici, ripetibili e oggettivi. Solo così potremo salvarci.

(dal blog di Marina Viola Pensieri e Parole).

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Eventi, tecnologia e film: il coronavirus ha congelato quasi tutto

L'emergenza Covid-19 sta bloccando tutto. Le elezioni slittano. Le major di Hollywood rimandano le uscite dei film al 2021 e persino il lancio degli smartphone rischia di saltare. Così il 2020 rischia di passare alla storia come l'anno perduto.

L’epidemia di coronavirus ha congelato tutto. L’emblema di questa situazione è forse quella dei Giochi olimpici previsti in Giappone per quest’estate. La manifestazione è slittata al 2021, ma continuerà a chiamarsi Tokyo 2020, come se l’anno che stiamo vivendo non sia mai esistito. Ormai tutto sta inesorabilmente slittando di mesi. Persino alcune elezioni rischiano di essere posticipate, anche se non sempre sarà possibile, come negli Stati Uniti.

VERSO UN RINVIO DELLE REGIONALI

Uno dei primi slittamenti, almeno per quanto riguarda l’Italia, è stato quello del referendum sul taglio dei parlamentari. Fissato per il 29 marzo, è stato rinviato a data da destinarsi. Si parlava di maggio, ma non è detto, anche perché con ogni probabilità verranno posticipate anche le elezioni regionali e le Amministrative. La conferma è arrivata dallo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante l’incontro con le opposizioni il primo aprile. Il governo, per bocca del ministro ai Rapporti con il parlamento Federico D’Incà, sta infatti valutando di spostare il voto in autunno, magari assieme al referendum.

L’incontro tra il governo e i rappresentanti delle opposizioni.

In questo senso l’Italia è in buona compagnia, almeno in Europa. Il Regno Unito ha infatti deciso di rimandare di un anno le elezioni locali previste per il 7 maggio. La Francia, dopo aver votato il 15 marzo per le Amministrative, ha deciso di posticipare il secondo turno. In Spagna rinviato a data da destinarsi il voto del 5 aprile nei Paesi Baschi e in Galizia. Slittano anche per le elezioni parlamentari in Macedonia del Nord e Serbia. L’emergenza ha persino convinto Vladimir Putin ha rimandare il voto nazionale sulla riforma costituzionale che, tra le altre cose, potrebbe permettergli di rimanere presidente fino al 2036. Chi non ha ancora deciso cosa fare col voto è la Polonia. Nel Paese sono in programma le elezioni presidenziali per il 10 maggio. Al momento il voto è confermato ma le opposizioni spingono per rimandare di qualche mese.

IL RALLENTAMENTO DELL’HI-TECH

La sensazione di tempo sospeso, oltre che riguardare la vita di tutti i giorni e la politica, vale anche per altri ambiti. Pensiamo ad esempio al mondo della tecnologia. Da tempo in autunno si ripete il rito laico del lancio del nuovo iPhone, ma quest’anno la musica potrebbe essere diversa. Da un lato Apple, che da anni punta forte sulla produzione in Cina, potrebbe non essere pronta a lanciare i nuovi modelli, dall’altro c’è il rischio di un rallentamento di tutta la catena di forniture. Per quest’anno sarà quindi difficile vedere le code fuori dagli Apple store per essere i primi ad accaparrarsi l’ultimo modello della casa di Cupertino. Non a caso, secondo quanto riportato dal Nikkei, Apple starebbe considerando di ritardare il lancio dell’iPhone 12, uno dei modelli più importanti dato che con ogni probabilità sarà il primo dotato di 5G.

Apple Store a New York.

Ovviamente l’allarme vale per tutti i fornitori. Come ricorda alla Bbc Razat Gaurav, ad della società di consulenza Llamasoft, circa il 70% degli smartphone è fabbricato in Cina, primo focolaio dell’epidemia. Discorso analogo per la Corea del Sud, uno dei principali fornitori di componenti dopo la Repubblica popolare. Con ogni probabilità i ritardi saranno dettati anche dal lato della domanda. I primi numeri in arrivo proprio dalla Cina mostrano come nel primo trimestre del 2020 le spedizioni di cellulari siano crollate del 40% rispetto al 2019. Questo si traduce in almeno 33 milioni di telefoni in meno acquistati da cittadini cinesi, numeri che con ogni probabilità si replicheranno nei mercati europei e americani. Il problema però non riguarda solo un possibile lancio ritardato dei nuovi cellulari, ma lo sviluppo di quelli futuri. Se con ogni probabilità l’iPhone 12 è uscito dalla sua fase di sviluppo e al massimo incontrerà problemi di produzione e vendita, lavorare già al modello successivo potrebbe essere ancora più problematico dato che i componenti di un telefono possono arrivare anche da una quarantina di Paesi diversi.

L’INTRATTENIMENTO IN STAND-BY

A rimandare il più possibile è stata anche l’intera industria dell’intrattenimento. I lockdown a catena dalla Cina agli Stati Uniti hanno avuto un impatto diretto su tutta l’industria hollywoodiana, impatto che si farà sentire per diversi mesi, forse anni. Il punto è che l’intera catena sarà colpita, dai produttori fino ai proprietari delle sale cinematografiche. Per il momento il primo provvedimento adottato è stato quello di rimandare. Qui le major sono andata un po’ in ordine sparso. La Warner Bros, più ottimista delle altre, ha scelto di posticipare le principali uscite di qualche mese, come nel caso di Wonder Woman 1984 passato, almeno nel mercato americano, dal 5 giugno al 14 agosto. Così ha fatto anche la Metro-Goldwyn-Mayer che ha spostato da aprile a novembre l’uscita dell’ultimo film di 007 – No Time to Die. Slittamenti anche in casa Disney, in particolare per il live action de La Sirenetta, di Peter Pan e per il remake di Mamma, ho perso l’aereo.

Chi invece ha fatto scelte più radicali è Sony che ha spostato tutti i film, come Ghostbusters: Legacy e Uncharted al 2021. C’è anche chi ha provato altre vie sperimentali come la NBCUniversal che ha optato per diffondere direttamente online alcune produzioni destinate alla sala. Un altro problema è dato da tutte le produzioni in corso, costrette a stop forzati. Variety ha provato a tenere il conto delle produzioni interrotte. In pratica l’intero catalogo Netflix è fermo, così come quello Disney e di Hbo. Il rischio quindi è che a pandemia finita, o quanto meno sotto controllo, per diversi mesi, le piattaforme resteranno a secco.

UNA LUNGA LISTA DI EVENTI SLITTATI

Tutto da rifare anche per molti eventi. Come i giochi di Tokyo anche l’Europeo di calcio itinerante della Uefa è slittato al 2021, ma resta da decidere cosa fare con tutte le altre manifestazioni bloccate. In Italia rimane in bilico soprattutto la Serie A, tra ripresa a maggio e la possibilità di annullare il campionato o assegnare il titolo alla prima classificata, come successo ad esempio per il campionato belga. Forti dubbi anche negli Usa. L’Nba è decisa a chiudere la stagione in qualche modo, ma non si sa come, forse con il resto della regular season giocata in un’unica città, magari Las Vegas, o direttamente i playoff. Completamente bloccato anche l’avvio del campionato di baseball che doveva iniziare il 18 aprile.

Oltre allo sport, stop e rinvii sono arrivati per altri grandi eventi. Molti sono stati cancellati. Il Mobile World Congress di Barcellona è saltato già il 12 febbraio scorso. Più di recente è stato annullato l’E3, Electronic Entertainment Expo di Los Angeles. In Italia è invece stata cancellata l’edizione 2020 del Salone del mobile a Milano. Altri organizzatori hanno invece optato per maggiore ottimismo. Goldenvoice ha deciso di spostare da aprile a ottobre il Festival di Coachella, mentre gli organizzatori del Festival di Cannes hanno deciso di spostare la kermesse, prevista tra il 12 e 23 maggio, a giugno o luglio.

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Cosa non torna nella donazione del fondatore di Twitter contro il Covid-19

Jack Dorsey ha annunciato di aver devoluto un miliardo di dollari per combattere l'epidemia. In realtà i soldi sono andati a un'azienda, la Start Small LLC, che può anche investirli in altri campi. Non è la prima volta che il miliardario dà prova di filantropia ma le attività si sono spesso rivelate opache.

A leggere i giornali, italiani e non, pare che Jack Dorsey, fondatore di Twitter, abbia donato quasi 1 miliardo di dollari per la lotta al coronavirus. Un versamento cospicuo, pari a circa un terzo della sua fortuna, distribuita tra Twitter e la società Square che si occupa di micropagamenti.

Come ha notato Recode se anche solo il 10% della cifra promessa fosse veramente erogato, si tratterebbe dell’atto filantropico più consistente annunciato durante questa epidemia. Altri miliardari, più facoltosi dello stesso Dorsey, come Bill Gates, Jeff Bezos o Mark Zuckerberg hanno promesso al massimo 100 milioni di dollari ciascuno.

Ma è vero che Dorsey ha donato quella cifra per la lotta al Covid-19? Risposta breve: no. Risposta lunga: dipende. E tutto dipende da dove si trovano i soldi.

DOVE SI TROVANO I FONDI

Andando con ordine e basandoci sui tweet di Dorsey quello che sappiamo è che i fondi, corrispondenti al valore di quasi 20 milioni di azioni della Square, sono stati versati in una LLC, un’azienda for-profit molto simile alla nostra srl. Il miliardario ha detto che la mossa serve per finanziare gli interventi per combattere l’epidemia di Covid-19 ma non solo. Una volta contenuta la pandemia, ha spiegato Dorsey, il resto dei fondi sarebbe speso per la salute e l’educazione delle ragazze e per l’Ubi, cioè il reddito universale di base. Per convincere tutti della bontà del progetto lo stesso Dorsey ha condiviso un documento di Google in cui si indicano le cifre versate e quelle spese. Al momento, i fondi versati sono due: uno da 100 mila dollari per la campagna su GoFundme American’s food fund lanciata da Leonardo DiCaprio e Laurene Powell Jobs e uno da 2 milioni di dollari alla Mayor’s fund LA, una organizzazione no profit di Los Angeles che aiuta le vittime di violenza domestica. Già qui c’è il primo problema. Un foglio condiviso non è sinonimo di trasparenza dato che dipende dalle cifre aggiunte o tolte a pura discrezionalità di chi gestisce il foglio.

LLC, UNA SOCIETÀ DI CAPITALI CHE PIACE AI BIG DELLA SILICON VALLEY

A questo punto è il caso di capire meglio cos’è una LLC. Si tratta di una società di capitali che piace molto ai big della Silicon Valley. Al fondatore rimane in mano il totale controllo del denaro e ne permette un uso a 360 gradi. Oltre che sovvenzionare iniziative no-profit le LLC possono fare donazioni a politici per campagne elettorali o investimenti per aziende con scopo di lucro. In aggiunta, rispetto ad altre forme societarie di cui parleremo tra poco, la legge americana non chiede alle LLC di versare il 5% delle risorse ogni anno per beneficenza. Con buona approssimazione si può dire che, almeno per il momento, Dorsey ha spostato i suoi soldi da un portafoglio all’altro e infatti fino a che i soldi non vengono realmente versati per una causa, il detentore della LLC può scegliere di riprenderli e metterli in un’altra società. Tra i vari tweet in cui il miliardario spiegava la sua iniziativa, la scelta di usare una LLC è stata motivata spiegando che permette di segmentare e indirizzare le varie azioni a cause specifiche. Ma il passaggio più interessante viene evidenziato più in basso: «Le sovvenzioni verranno fatte dalla Start Small Foundation o dalla LLC direttamente sulla base dell’organizzazione beneficiaria». In questo passaggio emerge infatti che sotto il nome di “Start Small” ci sono almeno due soggetti: una società e una fondazione.

STORIA DELLA “START SMALL”

Le iniziative filantropiche di Dorsey sono sempre state opache. Nel 2015, in occasione dell’approdo a Wall Street della società Square, il fondatore raccontò di aver creato una fondazione, la Start Small Foundation, promettendo di dotarla di circa 40 milioni di azioni per scopi benefici. Nei documenti presentati alla Securities and Exchange Commission, la Consob americana, per la quotazione in Borsa, Dorsey spiegava di aver creato «una nuova fondazione per investire in modo significativo sulle persone che ci ispirano: artisti, musicisti, aziende locali, con un focus particolare per le comunità». Qualche anno dopo Owen Thomas del San Francisco Chronicle ha provato a capire meglio la natura della Start Small Foundation e ha scoperto che le cose erano un po’ più complesse.

Il sito della Silicon Valley Community Foundation.

Per prima cosa non si trattava di una organizzazione caritatevole, di quelle normalmente catalogate con la dicitura “501(c) organization“, forme societarie dedicate esclusivamente alle attività di beneficenza. In realtà, era un’etichetta per quello che in gergo viene definito donor-advised fund (daf), letteralmente fondo a carico del donatore. Nello specifico quel fondo era stato depositato presso la Silicon Valley Community Foundation, una fondazione di comunità in cui molti facoltosi miliardari della Bay Area fanno confluire i daf. Come le LLC anche i daf sono famosi per essere molto amati dai paperoni perché permettono di fare donazioni, ottenere un taglio delle tasse immediato, e lasciare in giacenza i soldi senza avere l’obbligo di utilizzarli subito per iniziative benefiche, che anche quando avvengono non possono essere rintracciate.

IL GIALLO DELLE INIZIATIVE CON L’ETICHETTA “START SMALL”

Nei mesi che hanno preceduto l’ingresso di Square a Wall Street, lo scambio di informazioni tra la società e la Securities and Exchange Commission ha dimostrato che la fondazione in realtà non esisteva e che era ancora da costituire. Infatti il 9 ottobre 2015 compare un sito internet ma non solo: una LLC registrata in Delaware. Come ha scritto Thomas l’azienda è ricomparsa nelle carte della Square nel 2017 in cui veniva scritto che la LLC deteneva circa 272.500 azioni di classe B della società quotata. Per quanto riguarda invece il fondo in un altro documento inviato il 9 novembre 2015 alla Securities and Exchange Commission la Square aveva spiegato che si trattava a tutti gli effetti di un donor-advised fund amministrato dalla Silicon Valley Community Foundation. Poco meno di un mese prima lo stesso Dorsey aveva confermato la nascita del fondo su Twitter promettendo di iniziare finanziando progetti di inclusione nella città di Fergudon, in Missouri. Progetti che stando alle comunità locali non sono mai partiti, soldi che quindi non sarebbero mai stati versati.

IL DESTINO DELLE COMPAGNIE

A questo punto al quadro già complesso si aggiungono altri due tasselli. Tra il 2015 e 2016 risulta attivo un altro soggetto, una fondazione registrata come 501(c) anch’essa nominata come nome Start Small e avviata lo stesso giorno della LLC e del sito che fa capo alla fondazione. Quella fondazione tra i membri del board aveva, oltre Dorsey, un manager finanziario di nome Tom van Loben, Divesh Makan molto noto negli ambienti della Silicon Valley e sopratutto Dina Powell, che all’epoca dei fatti lavorava per la banca di investimenti Goldman Sachs, attiva durante il passaggio a Wall Street di Square. Il destino di questa seconda fondazione non è mai stato chiarito fino in fondo, ma secondo gli ultimi documenti è stata chiusa definitivamente nel maggio del 2018.

A questo punto è chiaro che “Start Small” è un contenitore utilizzato negli anni per vari soggetti giuridici, da LLC a donor-advised fund, passando per vere società caritatevoli. Della Start Small sotto il regime della 501(c) si è detto. Mentre nel tempo si sono perse le tracce della daf creata all’interno della Silicon Valley Community Foundation. Secondo le ultime informazioni disponibili, messe insieme dal San Francisco Chronicle, il community foundation ha venduto circa 1,35 milioni di azioni trattenendone poco meno di 270 mila, mentre stando a quanto ha scritto Bloomberg la Silicon Valley Community Foundation avrebbe tenuto quelle azioni almeno fino al terzo trimestre del 2017. A questo punto verrebbe da pensare che sia rimasta solo LLC fondata nel 2015 e che adesso ha ricevuto il famoso miliardo da Dorsey. In realtà non è detto. Come ha spiegato sempre il Chronicle nel 2015 la Start Small LLC venne registrata in Delaware. Per verificare Lettera43.it ha fatto una ricerca nel sistema messo a disposizione dal sito dello Stato per cercare corporation e LLC. Il risultato della ricerca ha mostrato non solo che la società è stata creata il 9 ottobre del 2015. Ma che ne esiste anche un’altra, la Start Small 2 registrata il 6 aprile 2020, un giorno prima che Dorsey annunciasse la sua “donazione”. Allo stato attuale non è possibile ricondurre la Start Small 2 al fondatore di Twitter, ma non sarebbe la prima volta che le società caritatevoli si moltiplicano con lo stesso nome.

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Fosse comuni a New York per le vittime del Covid-19

Le immagini choc sono state riprese da un drone e pubblicate dalla Bbc online. Mostrano 40 bare interrate a Hart Island dove storicamente viene sepolto chi non può permettersi funerali o un posto al cimitero.

Bare sepolte una accanto all’altra in fosse comuni vicino New York. Sono le immagini choc riprese da un drone e pubblicate venerdì dalla Bbc online, che raccontano dell’emergenza coronavirus nell’area.

La fossa comune si trova a Hart Island, nel Bronx, e da oltre 150 anni viene utilizzata per seppellire chi non può permettersi funerali o posti al cimitero.

Lo Stato di New York, come è noto, ha più casi di coronavirus di qualsiasi Paese al mondo. Per la precisione, secondo l’ultimo aggiornamento della Johns Hopkins University, 161.807 malati con un incremento di oltre 10 mila nelle ultime 24 ore. Negli Stati Uniti i contagiati sono 466.299, le vittime 16.686.

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Le foto scattate dal drone mostrano 40 bare che sono state interrate il 9 aprile. Nei giorni scorsi il sindaco di New York Bill de Blasio aveva accennato alla possibilità di usare «cimiteri temporanei» fino a che la crisi fosse passata e aveva menzionato Hart Island come «il luogo storicamente» adibito a quell’uso. Nello Stato di New York mercoledì sono morte 799 persone a causa del coronavirus, il numero più alto da quando è esplosa la pandemia: i decessi in totale sono 7.067.

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Gli effetti del Covid-19 sul settore marittimo

Come per le compagnie aree anche il trasporto via mare rischia il crollo. Attesa una flessione della domanda e un tonfo dei prezzi. Già cancellati diverse tratte. E per le aziende resta l'incognita dei marinai che non possono essere sostituiti e a bordo rischiano il contagio..

L’onda lunga dell’emergenza Covid-19 di abbatterà come uno tsunami anche sul settore marittimo.

L’intero comparto rischia di vivere una lunga agonia. E a pagare non sarà solo il business delle crociere, ma soprattutto quello mercantile.

A RISCHIO UNA CIFRA TRA GLI 800 MILIONI E I 23 MILIARDI

I segnali di una certa sofferenza del comparto arrivano dai numeri delle partenze. Secondo i dati raccolti dal Wall Street Journal nella prima settimana di aprile le compagnie di trasporto marittimo ne hanno cancellate 160. Dati confermati anche dalla società di consulenza danese Sea-Intelligence ApS, secondo la quale i trend in corso mostrano come non ci sarà un picco della attività durante la stagione estiva, anzi il trasporto dei beni manifatturieri scenderà. Difficile però fare una valutazione economica precisa.

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Per la Sea-Intelligence le compagnie potrebbero vedere andare in fumo una cifra compresa tra gli 800 milioni e i 23 miliardi di dollari nel solo 2020. La forbice, hanno spiegato gli analisti, dipende da come le aziende gestiranno l’emergenza, soprattutto a fronte di un crollo generalizzato della domanda. La Cina, infatti, dopo il lockdown di inizio anno ha iniziato a spingere nuovamente sulle esportazioni, ma Europa e soprattutto Stati Uniti, nel bel mezzo dell’epidemia, hanno fatto crollare la domanda.

SI PREVEDE UNA CADUTA DELLE TARIFFE

A differenza delle compagnie aeree che hanno subito il colpo per il blocco imposto dai Paesi, l’insidia maggiore per gli armatori resta è il crollo delle tariffe di trasporto sulle principali rotte commerciali. Se l’offerta di beni si riduce in tutto il mondo e l’offerta di trasporti rimane costante ci sarà inevitabilmente una diminuzione del suo valore. Il rischio è rivivere uno scenario simile a quello del 2009 quando nel comparto si fecero sentire gli effetti della crisi scoppiata l’anno precedente. Le compagnie invece di ridurre l’offerta per tenere a galla i prezzi scelsero di farsi la guerra causando un crollo delle tariffe con il risultato che a malapena riuscirono a coprire i costi dei rifornimenti. Al momento, ha scritto ancora il Wsj, le tariffe sono scese di circa il 20% ma restano costanti. Secondo Lars Jensen, amministratore delegato della Sea-Intelligence l’epidemia di Covid-19 potrebbe portare a una contrazione della domanda di circa il 10%. Rispetto alle compagnie aeree, fra l’altro, quelle marittime potrebbero non godere di eventuali misure di emergenza dato che da un lato operano con una vasta gamma di bandiere e dall’altro sono già titolari di altre forme di benefici fiscali.

LA MAPPA DELLE CONTRAZIONI E IL PESO DELLA CINA

Al momento le cancellazioni registrate tra gennaio e febbraio si concentrano soprattutto sulle linee Asia-Europa e quelle trans-pacifiche, ma non è detto che non possano interessare anche altre direttrici, come ad esempio i grandi scali africani. Per capire l’andamento del settore è utile vedere quanto è successo in Cina. Si prenda il caso delle navi portarinfuse, cioè quelle utilizzate per trasportare carichi che non possono essere stoccati in container e utilizzate soprattutto per il trasporto di materie prime come carbone, ferro, o grano. Sono le prime ad aver risentito della contrazione della domanda. Questo perché la Cina, che al momento è il più grande importatore di questo tipo di prodotti, ha ridotto drasticamente la richiesta di ferro e carbone. La chiusura di tutte le attività produttive a Wuhan e nella provincia Hubei ha inciso pesantemente. Recentemente sono ripartite, ma non è detto che questo sia sufficiente. Bisognerà per esempio calcolare l’impatto del coronavirus sui Paesi esportatori come Australia o Brasile.

LA CRISI DEI TRASPORTI REGIONALI

A sentire i morsi della crisi sono anche le portacontainer. Nel primo trimestre circa la metà delle partenze dalla Cina sono state cancellate e con ogni probabilità la flessione continuerà. In questa situazione le grandi compagnie possono resistere qualche mese tenendo le navi alla fonda, ma lo stesso discorso non vale per gli operatori più piccoli, che magari dispongono di una flotta composta di una decina di navi e si occupano di trasporti regionali. Il lockdown cinese ha infatti messo in difficoltà diverse aziende tra Giappone, Corea del Sud e Filippine, bloccando i viaggi e ovviamente i flussi di cassa. Sembrerebbe un problema secondario se non fosse che questo tipo di compagnie si occupa anche dell’approvvigionamento delle grandi fabbriche cinesi. Come i semilavorati utilizzati da Apple per gli iPhone con i display o le fotocamere che viaggiano da Corea e Giappone verso le fabbriche della Foxconn in Cina. L’unica categoria che per ora non sente la morsa della crisi è quella dei trasportatori di petrolio. Ma potrebbe durare poco. I vari Paesi, in vista dello stato di emergenza, hanno aumentato le importazioni di greggio facendo scorte anche grazie alla diminuzione dei prezzi. Ma la battaglia sul costo dei barili e la possibilità che gli Stati Uniti riducano la produzione potrebbero presto fare sentire il loro peso.

IL DRAMMA DEI MARITTIMI

A rendere tutto ancora più ingarbugliato è la delicatissima questione dei marittimi. Le compagnie non riescono infatti ad avviare il cambio degli equipaggi. La procedura è molto complessa e delicata. Prevede che ogni mese ci siano circa 100 mila lavoratori che si muovono nel mondo confluendo nei porti per sostituire i colleghi. Normalmente i lavoratori restano a bordo delle navi per mesi e scendono a terra per pochissimo tempo, magari in occasione di qualche approdo per carico e scarico delle merci. Il problema è che i lockdown posti in essere dai Paesi rende impossibile questo tipo di movimenti. I primi stop ai ricambi sono arrivati già in febbraio con l’esplosione della pandemia in Cina. Diverse navi sono rimaste bloccate a largo degli scali di Shanghai e Ningbo. Questa situazione ha almeno due ricadute: da un lato blocca i salari di chi doveva imbarcarsi e dall’altro lascia chi è a bordo abbandonato a se stesso. Nel primo caso i più colpiti sono i lavoratori di Paesi più poveri visto che 1 milione e mezzo di marittimi provengono da Filippine, Cina, Vietnam, India e Myanmar.

Lavoratori nel porto di Ningbo in Cina.

C’è poi il rischio di creare focolai a bordo delle navi. Numeri certi, a parte quelli relativi alle crociere, non ce ne sono. La danese Maersk Line ha detto che a bordo della sua Gjertrud Maersk al largo di Ningbo sono stati individuati marinai con sintomi da coronavirus. Molti capitani e armatori aspettano indicazioni sul da farsi, ma per il momento non si registrano decessi legati al Covid-19. Ovviamente su questo fronte i Paesi si sono mossi in modo diverso. La Cina ha vietato l’ingresso a tutti i lavoratori stranieri. Singapore, pure concedendo la possibilità di cambiare l’equipaggio, ha vietato moltissimi voli in ingresso. E, anzi, ha diffuso la notizia di un focolaio nei cantiere della Keppel corporation. L’India è bloccata da un lockdown di tre settimane, mentre la Grecia ha sospeso gli ingressi nei porti e i cambi di equipaggio. Anche per questo la gestione dell’emergenza è diventata complessa. Molti marinai a bordo delle navi sono esausti e preoccupati. Mentre le compagnie temono che a bordo esploda una epidemia.

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Coronavirus, Boris Johnson è stabile e risponde ai trattamenti clinici

Il primo ministro del regno unito è cosciente ma, come rende noto un portavoce di Downing Street, non è in grado, al momento, «di lavorare».

Boris Johnson resta in terapia intensiva al St Thomas Hospital di Londra, in condizioni «clinicamente stabili» dopo l’aggravamento dei sintomi del suo contagio da coronavirus e «risponde ai trattamenti». Lo rende noto in un aggiornamento un portavoce di Downing Street, precisando che il primo ministro britannico non è in grado al momento «di lavorare», ma può «contattare chi vuole»: e quindi è cosciente.

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ARGAR: «JOHNSON NON HA BISOGNO DI VENTILAZIONE MECCANICA»

Quella tra il 7 e l’8 aprile è stata la seconda notte in terapia intensiva trascorsa senza apparenti novità per Johnson. In mattinata, il sottosegretario alla Sanità, Edward Argar, intervistato da Itv, si limita a ricordare come ieri il portavoce del governo abbia riferito di «condizioni stabili» e abbia escluso al momento la necessità del ricorso alla ventilazione meccanica assistita per il primo ministro. «Dalle ultime informazioni diffuse da Downing Street», ha sottolineato Argar, «ho compreso che il primo ministro è in condizioni stabili, che è su di morale e che, sebbene abbia ricevuto ossigeno al suo arrivo, non ha bisogno di ventilazione meccanica».

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Coronavirus, fuga da Wuhan nel primo giorno post-lockdown: 65 mila in partenza

Dopo 76 giorni di isolamento, circa 55 mila cittadini prenderanno il treno per lasciare la città cinese. Più di 10 mila, invece, l'aereo. Ma sono esclusi i collegamenti internazionali e per Pechino.

A Wuhan inizia la grande fuga. Dopo 76 giorni di lockdown per fermare la diffusione di coronavirus, circa 65 mila persone hanno intenzione di lasciare la città cinese, epicentro dell’epidemia, nel primo giorno di “via libera”. Escludendo il trasporto su strada, in 55 mila prenderanno il treno, mentre più di 10 mila l’aereo con la riapertura del Wuhan Tianhe, lo scalo cittadino dove ci sono già oltre 200 voli in entrata e in uscita. Esclusi, per ora, i collegamenti internazionali e per Pechino. Chi andrà nella capitale, secondo i media locali, dovrà sottoporsi al test anti-Covid-19 sia a Wuhan, sia all’arrivo.

LEGGI ANCHE: L’Onu chiede di mettere al bando i wet market

62 NUOVI CASI IN CINA

Nello stesso giorno, però, la Cina ha registrato 62 nuovi casi di infezione da coronavirus, di cui 59 importati (saliti in totale a 1.042) e tre domestici in Shandong (2) e Guangdong (1). La Commissione sanitaria nazionale (Nhc) ha segnalato due nuovi decessi, di cui uno a Shanghai e uno nell’Hubei, la provincia di cui Wuhan, il focolaio della pandemia, è capoluogo. I contagi sono nel complesso 81.802, di cui 1.190 sotto trattamento, 3.333 decessi e 77.279 guariti. Sono 137 i nuovi asintomatici, di cui 102 importati, mentre sono 1.095 quelli sotto osservazione.

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Niente sanzioni e rispetto delle regole: lo stato d’emergenza in Giappone

Il primo ministro Abe ha annunciato le nuove misure contro la diffusione del Covid-19. La stretta conferisce maggiori poteri alle prefetture ma comunque limitati. Il governo nipponico, a differenza di quelli occidentali e della Cina, fa leva sulla persuasione e l'effetto del comportamento di gruppo.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha dichiarato lo stato di emergenza in Giappone dopo che i casi di coronavirus a Tokyo hanno superato il migliaio durante il weekend. Al 7 aprile, il Giappone conta quasi 4 mila casi confermati e 92 decessi, escluse le persone che erano imbaracate sulla Diamond Princess. Un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, della bufala riguardante l’Avigan spacciata su Youtube.

Lo stato di emergenza entra in vigore mercoledì 8 aprile e durerà per un mese. Le aree coinvolte sono, oltre alla città di Tokyo, una metropoli con 13 milioni di abitanti e una superficie pari a quasi il doppio di Roma, anche le prefetture (regioni) di Kanagawa, Chiba, Saitama, Hyogo, Fukuoka e la città di Osaka.

Abe ha annunciato le misure dopo che, in un incontro con il ministro incaricato di coordinare le misure sul coronavirus, Yasutoshi Nishimura e il presidente del comitato consultivo Shigeru Omi, si era era giunti alla conclusione che sussistevano le due condizioni necessarie per la dichiarazione dello stato di emergenza e cioè la seria minaccia per la salute pubblica e il grave danno per l’economia. Martedì inoltre, saranno annunciati i dettagli del piano per il sostegno dell’economia per un importo totale di circa 510 miliardi di euro.

Nel maxischermo il primo ministro giapponese Shinzo Abe (Getty Images).

RACCOMANDAZIONI SENZA SANZIONI

Con lo stato di emergenza in Giappone vengono aumentati i poteri delle prefetture di limitare gli spostamenti non essenziali e di ordinare la chiusura degli esercizi commerciali. Ma, a differenza delle misure adottate in Italia, sono solo raccomandazioni e non sono previste multe per i trasgressori. Quindi niente blocchi stradali e niente moduli di autocertificazione per i cittadini del Paese del Sol Levante. Tra i pochi effettivi poteri conferiti ai governatori ci sono quelli di requisire spazi pubblici e privati per la realizzazione di ospedali da campo nonché per l’approvvigionamento di attrezzature mediche e derrate alimentari.

LEGGI ANCHE: Quanto perderà il Giappone con il rinvio di Tokyo 2020

GIAPPONESI ALLERGICI A OGNI FORMA DI AUTORITARISMO

Il motivo dell’assenza di sanzioni risale al periodo prebellico quando l’ascesa del militarismo e dell’autoritarismo portarono poi alla disastrosa entrata nella Seconda Guerra mondiale. Ancor oggi, a circa un secolo di distanza, vi è ancora molta diffidenza per ogni azione del governo che tenda a limitare in qualche modo le libertà. Ma la cautela con cui Abe si è mosso prima di promulgare lo stato di emergenza, rispetto a Europa, Cina e Stati Uniti, va anche vista anche in chiave economica. Una prolungata interruzione o sospensione delle attività avrebbe un costo in termini economici astronomico. In questo senso, il primo ministro giapponese sta cercando il giusto mezzo tra proteggere i giapponesi dall’epidemia ed evitare il collasso dell’economia. Per capire quanto sia importante Tokyo per il sistema economico nipponico, basta guardare alcune statistiche. Secondo dati Bloomberg, la Capitale produce circa il 30% del Pil giapponese e se fosse uno Stato indipendente, sarebbe l’11esima economia mondiale.

LEGGI ANCHE: Come vivono i giapponesi la minaccia del coronavirus

IL SENSO DEL DOVERE NIPPONICO

Riuscirà il governo giapponese ad ottenere i risultati desiderati? Molto probabilmente sì. I giapponesi sono culturalmente molto più ligi e rispettosi delle regole di quanto lo siamo noi italiani. Al fine di ottenere il rispetto delle ordinanze il governo infatti sta facendo leva su due importanti leve: la persuasione e l’effetto del comportamento di gruppo. Se tutti rispettano le regole, allora non c’è motivo per il singolo di trasgredire.

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L’Onu chiede di mettere al bando i wet market

Chiudere e vietare a livello globale tutti i mercati in cui si vendono animali selvatici come quello di Wuhan da..

Chiudere e vietare a livello globale tutti i mercati in cui si vendono animali selvatici come quello di Wuhan da cui si ritiene sia partita la pandemia di Covid-19.

A chiederlo in una intervista al Guardian è Elizabeth Maruma Mrema, responsabile ad interim della convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità.

La Cina ha emesso un divieto solo temporaneo dei cosiddetti wet market dove si vendono zibetti, cuccioli di lupo e pangolini tenuti in vita in piccole gabbie sui banchi, spesso in condizioni disastrose, diventando potenziali incubatori di nuovi virus.

IL COLLEGAMENTO TRA DISTRUZIONE DEGLI HABITAT E PANDEMIE

Mrema, parlando con il quotidiano britannico, ha ricordato come le epidemie di Ebola nell’Africa centro-occidentale e del virus Nipah nell’Asia orientale siano state causate dalla distruzione degli habitat naturali e dell’ambiente. Alla fine degli Anni 90, in Malesia, il Nipah per esempio fu collegato agli incendi boschivi e alla deforestazione che avevano spinto i pipistrelli della frutta, vettori naturali del virus, dalle foreste alle fattorie. Da dove partì il contagio all’uomo.

L’UMANITÀ DAVANTI A UN BIVIO

«Il messaggio che stiamo ricevendo», ha precisato Mrema, «è che se non ci prendiamo cura della natura, lei si occuperà di noi». E, ancora: «Sarebbe opportuno vietare i mercati degli animali vivi come hanno fatto la Cina e altri Paesi. Ma dovremmo anche ricordare», ha sottolineato, «che il sostentamento di alcune comunità, in particolare zone rurali a basso reddito in Africa soprattutto, dipende proprio da animali selvatici». Una delle priorità dunque è trovare un‘alternativa. Ora però siamo davanti a un bivio: «Il modo in cui coltiviamo, in cui utilizziamo il suolo, il modo in cui proteggiamo gli ecosistemi costieri e il modo in cui trattiamo le nostre foreste o rovineranno il nostro futuro o ci aiuteranno a vivere più a lungo». L’appello delle Nazioni Unite è stato condiviso anche da Jinfeng Zhou, segretario generale della China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation che ha invitato le autorità di Pechino a rendere permanente il divieto sui wet market mettendo in guardia circa i rischi di nuove pandemie. «Dovrebbe esserci un divieto globale sui mercati umidi», ha detto Zhou. «Non solo oltre il 70% delle malattie umane proviene dalla fauna selvatica, ma molte specie sono minacciate da questo consumo».

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Il coronavirus ha imbavagliato le proteste

Dopo un 2019 segnato dalle manifestazioni, dall'Algeria a Hong Kong, l'emergenza Covid-19 ha azzerato tutto. Il dissenso in Rete è limitato dall'accesso alle tecnologie. E non è detto che la fine della pandemia coincida con un ritorno nelle piazze.

Il popolo algerino è sceso in piazza per oltre 55 settimane consecutive. In oltre un anno di agitazioni, nulla ha impedito alle persone di scendere per strada e chiedere le dimissioni di Abdelaziz Bouteflika, ma poi è arrivato il coronavirus.

Il 2019 passerà alla storia come un anno di agitazioni e proteste. L’elenco è piuttosto lungo: si va dall’Algeria, appunto, al Libano passando per la Francia dei gilet gialli. Ma anche in Sudan, Iran, Iraq, Cile, Bolivia e Hong Kong.

Il 2020 e il Covid-19 hanno però avviato un processo di congelamento che, però, potrebbe avere esiti opposti.

IL CROLLO DELLE MANIFESTAZIONI NEL MONDO

Nelle ultime settimane, dopo la prima ondata di contagi, i giovani di Hong Kong avevano provato a tornare in strada per protestare, ma una nuova ordinanza ha impedito gli assembramenti con più di quattro persone. Una mossa sicuramente anti-Covid ma c’è chi teme che l’effetto possa durare anche dopo al contagio. Intanto come era logico aspettarsi la paura del virus ha fatto il resto. In Algeria, come in Libano e in Iraq le proteste sono diminuite fino ad arrestarsi. Secondo i dati raccolti dall’Armed Conflict Location & Event Data Project tra il 23 e 28 marzo gli eventi archiviati come “proteste” sono stati 384, contro i 1.382 della settimana tra il 2 e 7 marzo. Numeri ancora più bassi se si pensa, ad esempio che nei primi sei giorni di novembre erano stati oltre 1.500.

ALTRI MODI DI VEICOLARE LA PROTESTA

È chiaro che il dissenso non si è fermato, ma si è trasformato adeguandosi al momento. In particolare ha traslocato su Internet e sui terrazzi. Come è successo in Brasile. A metà del mese di marzo migliaia di persone nelle grosse città, da San Paolo a Rio de Janeiro dalle finestre e dai balconi di casa hanno protestato facendo rumore e sbattendo pentole e padelle contro il presidente Jair Bolsonaro colpevole di gestire malamente l’allarme Sars-CoV-2. Circa 600 mila cittadini israeliani hanno invece scelto la Rete per mostrare il loro disappunto contro il premier Benjamin Netanyahu. È chiaro che per quanto colorite queste manifestazioni non possono vantare la stessa forza d’urto di quelle in piazza. Tanto che in Brasile come in Israele in pratica non c’è stato alcun cambiamento.

Un dimostrante con la pentola in mano durante la protesta contro Bolsonaro in Brasile.

I LIMITI TECNOLOGICI DELLA DIGITALIZZAZIONE DEL DISSENSO

L’altro forte limite di una “digitalizzazione” della protesta riguarda la soglia di accesso alle tecnologie. Se è vero che i social media hanno spesso fatto da volano a quanto succedeva in piazza, pensiamo per esempio allo scatto di Alaa Salah durante le proteste in Sudan, è altrettanto vero che per moltissime persone accedere alla Rete è quasi impossibile. Strade e piazze sono una livella sociale che permette a chiunque, indipendentemente dallo status socio-economico, di far sentire la propria voce, il web no. E non vale solo per l’accesso in sé, ma anche per la banda a disposizione. Nella regione del Kashmir, tra India e Pakistan, il governo di Nuova Dehli ha chiuso per mesi la Rete, per poi aprirla solo parzialmente. Tutti gli abitanti hanno al massimo connessioni in 2G, utili a malapena per controllare le mail, non certo per vedere video o partecipare a grossi Facebook live.

PROTESTE PER LE MISURE CONTRO IL COVID

In realtà le proteste non si sono sopite del tutto, e come molte altre cose si sono riconfigurate intorno al tema dominate: l’emergenza coronavirus. Soprattutto in Paesi con profonde sacche di povertà, come nel caso dell’India, la tensione è deflagrata. Migliaia di braccianti o piccoli lavoratori sono scesi per le strade con un semplice messaggio per le autorità: con il lockdown non possiamo lavorare e quindi non possiamo mangiare. Secondo Human Rights Watch in India circa l’80% della forza lavoro è impiegata in settori “informali”, e un terzo dei lavori è occasionale. A complicare il tutto anche la chiusura delle frontiere che impedisce l’arrivo di alcuni beni di prima necessità. In tutto questo la repressione della polizia contro chi esce di casa si concentra soprattutto contro le persone più povere e in difficoltà. Sempre secondo i dati dell’Acled a marzo è cresciuto il volume di proteste legate al coronavirus. A inizio mese se ne contavano poco meno di 5-6 a settimana, ma verso fine hanno raggiunto la settantina.

I RISCHI SUL LUNGO PERIODO

Anche con un ritorno alla normalità non è detto che sarà così semplice tornare in strada. In primo luogo in alcuni Paesi la militarizzazione imposta dall’emergenza rischia di estendersi anche nel post-emergenza, come è successo a Hong Kong. L’altro rischio ha invece a che fare con la nostra privacy, come ha fatto notare Quartz. Pensiamo anche solo alle app per il tracciamento delle persone. È il caso della Corea del Sud, ma soprattutto Israele, come ha raccontato il Guardian, dove il governo di Netanyahu ha dato il via libera all’utilizzo una tecnologia pensata per l’antiterrorismo per tracciare i cellulari. La Russia sta invece usando l’emergenza per testare il suo sistema di riconoscimento facciale, mentre in Cina una società di Pechino ha affermato di aver migliorato i dispositivi rendendoli efficaci anche se si indossa una mascherina.

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Spagna, per il quarto giorno consecutivo calano i morti: 637 nelle ultime 24 ore

Per il quarto giorno consecutivo si registra un trend al ribasso che porta il numero totale di decessi da Covid-19 a quota 13.055. Rallentano anche le nuove infezioni: i casi attivi complessivi sono 135.032.

I morti per coronavirus sono calati in Spagna per il quarto giorno consecutivo: sono, infatti, 637 i nuovi decessi registrati. Il ministero della salute ha dichiarato che il numero, il più basso in 13 giorni, ha portato il totale dei morti a 13.055, secondo solo all’Italia. Anche il numero di nuove infezioni ha rallentato, aumentando del 3,3% a 135.032, in calo rispetto al 4,8% del giorno prima.

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A Wuhan è ripartito il 90% delle imprese

Il vice sindaco esecutivo della città cinese, epicentro della pandemia di coronavirus: «Le operazioni di ripresa sono più rapide e migliori del previsto».

Le operazioni di ripresa del lavoro e della produzione a Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus in Cina, sono «più rapide e migliori del previsto». Lo ha affermato il vice sindaco esecutivo della città cinese, Hu Yabo, durante una conferenza stampa. Secondo Hu, a Wuhan al 4 aprile il tasso di ripresa della produzione delle imprese industriali più grandi aveva raggiunto il 97,2%, mentre nello stesso periodo era tornato in attività il 93,2% delle principali società di servizi.

SALGONO A NOVE I DISTRETTI A BASSO RISCHIO A WUHAN

Il 5 aprile, intanto, un altro distretto di Wuhan è stato classificato come “area a basso rischio” dall’epidemia, secondo quanto ha dichiarato il quartier generale provinciale per la prevenzione e il controllo dell’epidemia di Covid-19. È salito così a nove il numero di distretti a basso rischio presenti a Wuhan, su un totale di 13 distretti. Altri quattro distretti sono classificati come aree a medio rischio. Il 27 marzo, la valutazione del rischio di coronavirus di Wuhan è stata ridotta da “alta” a “media”. Inoltre, la provincia dello Hubei che amministra Wuhan non ha più città o contee ad “alto rischio”.

IL RICORDO DELLE 3.300 VITTIME

Ventiquattr’ore prima, la Cina si era fermata per onorare la memoria delle oltre 3.300 vittime del coronavirus e dei primi 14 ‘martiri’ caduti in prima linea nell’Hubei sacrificando la loro vita nella lotta contro la pandemia. L’intero Paese s’è raccolto in silenzio alle 10 (le 4 in Italia) per tre lunghi minuti, mentre nell’aria sono risuonate le sirene d’allerta cittadine, dei treni e delle navi, e i clacson delle auto. I capi del Partito comunista dell’Hubei e di Wuhan, Ying Yong e Wang Zhonglin, hanno visitato le famiglie di tre martiri «caduti nell’esercizio dei loro doveri»: quella di Li Wenliang, l’oculista di 34 anni morto il 7 febbraio dopo aver contratto il virus e tra i primi ad intuire un collegamento tra le polmoniti anomale di Wuhan e la Sars del 2003, e quelle del capo dell’ospedale di Wuchang Liu Zhiming e dell’agente di polizia Wu Yong.

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La situazione del coronavirus nel mondo il 5 aprile

Negli Usa che contano oltre 310 mila contagi, oltre 430 mila persone sono arrivate dalla Cina negli ultimi due mesi. La Spagna supera l'Italia per numero di casi accertati.

I casi di coronavirus nel mondo hanno superato quota 1,2 milioni, mentre il numero dei morti si avvia velocemente verso la soglia dei 65 mila. Lo ha reso noto la Johns Hopkins University.

IN USA 430 MILA PERSONE DALLA CINA

Il Paese con il più alto numero di contagi sono gli Stati Uniti, che hanno superato i 310 mila infetti, più di Italia e Spagna messe insieme, e che proseguono la loro folle corsa a ritmi impressionanti. Nemmeno la stretta sui viaggi di Trump sembra aver sortito grandi effetti, visto che da quando l’emergenza è esplosa almeno 430 mila persone sono giunte negli Usa su voli diretti dalla Cina, 40 mila negli ultimi due mesi, dopo che Trump ha varato la stretta sui viaggi. A riportarlo è il New York Times, secondo cui i passeggeri sono di nazionalità diverse e sbarcati a Los Angeles, San Francisco, New York, Newark Chicago, Seattle e Detroit. In migliaia sono arrivati da Wuhan e molti voli sono continuati fino alla fine di marzo da Pechino a Los Angeles, San Francisco e New York, con passeggeri esenti dal divieto di ingresso negli Usa.

SPAGNA DAVANTI ALL’ITALIA

La Spagna ha toccato quota 126.168 contagiati e ha superato l’Italia. Ora il Paese è il secondo per numero di contagi al mondo alle spalle degli Stati Uniti. I morti sono 11.947, circa 3.400 meno dell’Italia. Sfiora i 100 mila contagi anche la Germania (96.092), che però continua a contenere il numero delle vittime, che hanno raggiunto quota 1.444. In Francia i morti sono 7.560 a fronte di 89.953 contagi registrati.

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Coronavirus in Spagna: sono quasi 12 mila i morti

In sole 24 ore, il numero dei decessi è aumentato di 809. I positivi totali, invece, sono 124.736. Il Paese iberico diventa il secondo Stato al mondo più colpito per numero di casi dopo gli Stati Uniti.

Con altre 809 nuove vittime nelle ultime 24 ore, sale a 11.744 il bilancio dei morti per il coronavirus in Spagna. Secondo i dati del ministero della Salute citati dalla Efe, inoltre, i nuovi contagi sono 7.026 che porta il totale a 124.736 casi in tutta la Spagna, che diventa il secondo Paese al mondo più colpito per numero di casi dopo gli Stati Uniti.

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Usa, record di morti da coronavirus: 1.480 in un solo giorno

Il numero dei decessi totali, nel Paese, sale a 7.406, di cui 3 mila solo nello Stato di New York. Mentre i casi accertati arrivano a quota 274 mila. Intanto il presidente Trump silura l'ispettore generale dell'intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull'esistenza della denuncia della talpa che ha portato all'impeachment il capo di Stato.

Nuovo triste record negli Stati Uniti, dove, secondo i dati della Johns Hopkins University, le vittime da coronavirus in 24 ore sono state 1.480. In totale i decessi da quando si è diffusa la pandemia nel Paese sono 7.406. I casi accertati salgono a 274 mila. New York, lo stato più colpito, raggiunge quota 3 mila morti, il doppio rispetto a tre giorni fa.

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TRUMP SILURA L’ISPETTORE GENERALE DELL’INTELLIGENCE

Le purghe di Donald Trump non si fermano nemmeno ai tempi del coronavirus. Cosi’ è stato silurato l’ispettore generale dell’intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull’esistenza della denuncia della talpa che ha portato all’impeachment del presidente americano. «Non ha più la mia fiducia», la laconica motivazione del tycoon. Il licenziamento è stato annunciato in una lettera inviata dalla Casa Bianca al Congresso.

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Il Covid-19 è rischioso più per i gatti che per i cani: lo dice uno studio cinese

I felini sono stati usati come cavie su cui inoculare il virus. Il modo di trasmissione è simile a quello umano. Ma ci sono dubbi sulla validità della ricerca.

I gatti – in particolare i gattini più giovani – sarebbero molto più a rischio di contrarre il Covid-19 rispetto ai cani.

Lo dimostrerebbe uno studio che farà sicuramente molto discutere visto che per condurlo sono stati infettati diversi gatti usati come cavie. E gli animali hanno sviluppato rapidamente l’infezione.

Gli esperimenti, condotti da un’équipe di ricercatori della città di Harbin, nell’estremo Nord della Cina, in uno dei pochi laboratori veterinari ad altissimo biocontenimento ( BSL-4) del mondo e l’unico in Cina, hanno dimostrato che i gattini sono più a rischio e che la trasmissione felina può avvenire attraverso goccioline respiratorie come nell’uomo e con la vicinanza ad altri gatti infetti. I risultati sono stati riassunti in un studio che è stato pubblicato martedì su Biorxiv.org, in parte rilanciato dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.

I DUE CEPPI DI VIRUS UTILIZZATI

I ricercatori di Harbin hanno utilizzato due ceppi di virus, uno proveniente dal campione ambientale raccolto dal mercato del pesce di Wuhan, e l’altro da un paziente della stessa città focolaio della pandemia. Con questi campioni sono stati infettati sei gatti, mentre 12 sono stati utilizzati per testare la trasmissione dell’infezione.

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Il virus umano è stato inoculato attraverso il naso nei soggetti felini subadulti. In tre o cinque giorni, l’Rna virale è stato rilevato nelle loro feci e dopo la morte o l’eutanasia dei gatti, è stato anche ampiamente rilevato nei loro organi. Su due gatti più giovani, di età compresa tra 70 e 100 giorni, sono state rilevate enormi lesioni negli epitelio della mucosa nasale e tracheale, nonché nei polmoni. «Questi risultati indicano che il Sars-Cov-2 può replicarsi in modo efficiente nei gatti, con gli esemplari più giovani maggiormente suscettibili all’infezione», hanno spiegato i ricercatori.

NESSUN RISCHIO PER L’UOMO: INUTILE ABBANDONARE I GATTI

In esperimenti simili, i cani hanno mostrato una minor suscettibilità. Sebbene alcuni beagle inoculati siano risultati positivi all’Rna virale nei loro tamponi rettali e nei loro organi non è stato trovato alcun virus. Secondo diversi scienziati i risultati della ricerca cinese sarebbero validi, ma i proprietari di gatti non devono assolutamente allarmarsi. Edgar Wayne Johnson, veterinario e consulente tecnico senior di Enable Ag-Tech Consulting a Pechino, ha spiegato che nell’esperimento condotto nel laboratorio di Harbin i gatti sono stati esposti a una dose elevata del virus, una condizione che non si presenta naturalmente. «È uno studio interessante, ma suggerisco calma di fronte a questo rapporto», ha sottolineato. Ai proprietari di gatti e di animali domestici era già stato consigliato di tenerli in casa, in modo da ridurre le possibilità di contatti con altri animali infetti. «Ma non c’è il minimo motivo per preoccuparsi e tanto meno per azioni impulsive e irragionevoli come l’abbandono. Continuate a prendervi cura dei vostri animali come fareste ogni giorno», ha aggiunto Wayne Johnson.

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Anche Muhammad Munir, virologo della Lancaster University nel Regno Unito, ha dichiarato che è troppo presto per dire se il Covid-19 si sta diffondendo tra gli animali. «Questa è una nuova malattia che conosciamo da meno di quattro mesi, quindi dobbiamo tenere d’occhio tutte le possibilità», ha detto Munir. «Sulla base di questo studio cinese sarebbe meglio testare gli animali, in particolare i gatti». Munir ha anche consigliato ai proprietari di animali di sottoporre a test i loro cani e gatti per Covid-19 e di metterli in quarantena se risultassero positivi. Cosa che in Italia dove non di effettuano tamponi a moltissimi sintomatici sarebbe quantomeno infattibile, almeno in questa fase. Infine Linda Saif, virologa della Ohio State University di Wooster, commentando lo studio cinese, si è detta sicura che non vi siano evidenze scientifiche di alcun tipo sulla possibilità che i gatti infetti possano trasmettere il coronavirus all’uomo. «I risultati della ricerca cinese», ha detto, «si basano su esperimenti di laboratorio e sull’uso deliberato di alte dosi del virus, il che non suggerisce assolutamente la possibilità di interazioni tra uomo e animali domestici».

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Wuhan rialza l’allerta: «Restate a casa»

Il segretario del Partito comunista locale Wang Zhonglin: «Il rischio di rimbalzo della pandemia resta alto».

I residenti di Wuhan, epicentro del Covid-19, sono stati avvisati sulla necessità di rafforzare «le misure di auto-tutela», restando a casa ed evitando di uscire se non per necessità al fine di scongiurare la ripresa dei contagi. In un comunicato postato sul sito della città, il segretario del Partito comunista locale Wang Zhonglin ha detto che «il rischio di rimbalzo della pandemia resta alto a causa di fattori interni ed esterni». Sono ragioni che spingono a «mantenere le misure di prevenzione e controllo». La città allenterà l’8 aprile lo stop ai viaggi in uscita.

DUE MESI DI MISURE DRACONIANE

Pur se azzerati i nuovi contagi a Wuhan, Wang ha osservato che i compound residenziali dovrebbero restare vigili sul rispetto delle misure contro il coronavirus. L’allerta cade mentre la Cina, che sembra aver messo sotto controllo la pandemia in due mesi grazie alle misure draconiane adottate con il blocco produttivo e agli spostamenti, si prepara a onorare i primi “14 martiri” caduti in prima linea nell’Hubei durante la guerra contro il Covid-19. Il programma prevede, ha riferito la Xinhua, che il 4 aprile sia osservato un silenzio di tre minuti alle 10 locali (le 4 in Italia) in tutto il Paese, mentre «si solleveranno nell’aria le sirene e di clacson delle automobili, treni e navi attenderanno in lutto».

I TIMORI DI UNA SECONDA ONDATA

Pur dichiarata vinta la «guerra», la leadership di Pechino è molto prudente su una seconda ondata, tra contagi di ritorno e asintomatici. Il 2 aprile sono stati registrati 31 nuovi casi, di cui 29 importati (saliti a 870) e due domestici, uno nel Liaoning e uno nel Guangdong. La Commissione sanitaria nazionale ha rilevato quattro ulteriori decessi, tutti nell’Hubei, per totali 3.322. I contagi certi sono cresciuti a 81.620, di cui 1.727 persone ancora in cura e 76.571 dimessi dopo la guarigione. Sono 60 i nuovi asintomatici, di cui 7 importati: attualmente, sono 1.027 i casi sotto osservazione, inclusi 221 dall’estero.

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La Cina non conteggiava gli asintomatici: la mezza ammissione di Pechino

La Commissione per la salute martedì ha annunciato che comincerà a includerli nelle statistiche e a monitorarli «per far fronte alle preoccupazioni» del popolo cinese. Adesso si aspetta la verità sul numero dei decessi.

La Commissione nazionale cinese cinese ha diffuso il 31 marzo un comunicato ufficiale, subito ripreso dalla stampa asiatica, annunciando che inizierà a includere i casi asintomatici nelle sue statistiche di Covid-19, «per far fronte alle preoccupazioni» – e alle montanti proteste – del popolo cinese.

Dati ufficiali secretati e pubblicati dalla stampa di Hong Kong hanno suggerito che considerando anche i portatori asintomatici i numeri dei casi in Cina potrebbero lievitare. E adesso in molti cominciano a chiedersi: quando la verità anche sul numero dei morti?

La notizia è una prima ammissione da parte delle autorità cinesi, messe sotto pressione anche dalle recenti fughe di notizie sulle file interminabili di urne cinerarie a Wuhan. E dimostra che i sospetti lanciati fin dai primi tempi dell’epidemia dalla John Hopkins University erano fondati: qualcosa non tornava e non torna nei conteggi.

GLI ASINTOMATICI FUORI DALLE STATISTICHE UFFICIALI

Già a metà febbraio, infatti, gli specialisti della John Hopkins avevano denunciato che la Cina stava usando un trucco per alterare la crescita del numero di infetti. In pratica non rientrava nelle statistiche chi risultava positivo al test, ma non manifestava sintomi quali febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Ufficialmente la Cina, fino a oggi, aveva precisato che per i pazienti asintomatici la classificazione andava «rivista a caso confermato». C’era però il forte sospetto – ora confermato dalle dichiarazioni di Pechino – che stesse barando sui dati reali dell’epidemia fin dall’inizio.

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Tra l’altro i numeri ufficiali diffusi dalle autorità cinesi erano in evidente contrasto con quelli dell’Oms che invece ha sempre considerato e incluso nelle statistiche, come contagiati, tutti i pazienti positivi indipendentemente dai sintomi.

ANNUNCIATI MONITORAGGI PIÙ STRINGENTI

Nel comunicato, I funzionari cinesi hanno affermato che le nuove misure aiuteranno ad affrontare le crescenti preoccupazioni sui rischi di infezione da Covid-19 veicolato anche da questi portatori silenziosi. La Commissione ha aggiunto che ha già richiesto agli operatori sanitari locali di segnalare gli asintomatici.

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L’annuncio segue la riunione di lunedì del gruppo di gestione del Covid-19 del governo centrale di Pechino, presieduto dal premier Li Keqiang che ha ufficialmente esortato i funzionari sanitari e politici locali a essere più proattivi nelle indagini sull’entità numerica di questi vettori asintomatici. Secondo il principale quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, che ha avuto accesso ai dati sull’epidemia secretati dal governo cinese, la percentuale dei positivi asintomatici potrebbe elevare in modo estremamente significativo le statistiche ufficiali.

I NUMERI REALI FUORI DALLA PROVINCIA DELL’HUBEI

Questi dati indicherebbero fra l’altro come, già alla fine di febbraio, oltre 43 mila persone fuori dalla regione dell’Hubei, ovvero nel resto della Cina continentale, erano risultate positive al coronavirus, ma non avendo sintomi immediati non erano state incluse nel conteggio ufficiale dei casi confermati. Chang Jile, direttore dell’Ufficio per la prevenzione e il controllo delle malattie della Commissione, ha dichiarato che il governo intensificherà lo screening e le indagini sui casi asintomatici. «Con effetto dal primo aprile, includeremo segnalazioni di casi asintomatici, compreso qualsiasi cambiamento di stato clinico, nei nostri aggiornamenti quotidiani sulle epidemie, per rispondere alle preoccupazioni del pubblico», ha assicurato Chang.

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«Rafforzeremo il nostro lavoro di monitoraggio, sorveglianza, quarantena e trattamento dei portatori asintomatici e effettueremo il campionamento in aree chiave per indagare e analizzare questi portatori». «Sia i positivi privi di sintomi che i loro contatti stretti», ha aggiunto, «verranno messi in quarantena per 14 giorni». In una dichiarazione sul suo sito web, poi, la Commissione ha confermato che i pazienti asintomatici potrebbero essere infettivi. Da mercoledì dunque, tutti gli ospedali e le cliniche cinesi saranno obbligati a segnalare i casi positivi asintomatici ai centri locali per la prevenzione e il controllo delle malattie entro due ore dalla rilevazione e a indagare sui contatti stretti di questi positivi riferendo i dati al sistema di sorveglianza centrale per le malattie trasmissibili entro 24 ore.

I NUMERI DELLE RICERCHE INDIPENDENTI

Secondo ricerche indipendenti di medici cinesi circa il 60% delle persone che hanno contratto la malattia nella città di Wuhan erano asintomatiche, o presentavano sintomi molto lievi. Non sono dunque state segnalate. I medici, il cui documento è stato pubblicato sulla piattaforma online di ricerche scientifiche medRxiv all’inizio di questo mese, hanno basato le loro stime su circa 26 mila casi confermati in laboratorio registrati a Wuhan tra dicembre e febbraio. Secondo il professor Ben Cowling, specialista in epidemiologia e biostatistica presso l’Università di Hong Kong, sussistono ancora ambiguità nella definizione di caso asintomatico. Per esempio, se è classificabile come tale anche un paziente che in un secondo momento ha sviluppato i sintomi dell’infezione. Cowling ha anche affermato che è importante monitorare e testare i contatti stretti indipendentemente dalla presenza o meno dei sintomi. «Il monitoraggio dei contatti stretti può darci un’ottima idea dello spettro di gravità clinica delle infezioni», ha dichiarato.

UN PASSO AVANTI DI PECHINO?

L’annuncio potrebbe essere un primo passo che manifesta la volontà di squarciare il velo propagandistico che ha finora ricoperto la verità sull’epidemia in Cina. Secondo alcuni osservatori, potrebbe anche essere una strategia comunicativa per preparare l’opinione pubblica cinese e quella mondiale ad accettare gradualmente la verità. Resta da vedere se – messe alle strette dalle rivelazioni della stampa nei giorni scorsi sui morti a Wuhan – le autorità di Pechino compiranno anche il passo successivo, cioè rivelare le vere cifre dei decessi.

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