Gli effetti del Covid-19 sul settore marittimo

Come per le compagnie aree anche il trasporto via mare rischia il crollo. Attesa una flessione della domanda e un tonfo dei prezzi. Già cancellati diverse tratte. E per le aziende resta l'incognita dei marinai che non possono essere sostituiti e a bordo rischiano il contagio..

L’onda lunga dell’emergenza Covid-19 di abbatterà come uno tsunami anche sul settore marittimo.

L’intero comparto rischia di vivere una lunga agonia. E a pagare non sarà solo il business delle crociere, ma soprattutto quello mercantile.

A RISCHIO UNA CIFRA TRA GLI 800 MILIONI E I 23 MILIARDI

I segnali di una certa sofferenza del comparto arrivano dai numeri delle partenze. Secondo i dati raccolti dal Wall Street Journal nella prima settimana di aprile le compagnie di trasporto marittimo ne hanno cancellate 160. Dati confermati anche dalla società di consulenza danese Sea-Intelligence ApS, secondo la quale i trend in corso mostrano come non ci sarà un picco della attività durante la stagione estiva, anzi il trasporto dei beni manifatturieri scenderà. Difficile però fare una valutazione economica precisa.

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Per la Sea-Intelligence le compagnie potrebbero vedere andare in fumo una cifra compresa tra gli 800 milioni e i 23 miliardi di dollari nel solo 2020. La forbice, hanno spiegato gli analisti, dipende da come le aziende gestiranno l’emergenza, soprattutto a fronte di un crollo generalizzato della domanda. La Cina, infatti, dopo il lockdown di inizio anno ha iniziato a spingere nuovamente sulle esportazioni, ma Europa e soprattutto Stati Uniti, nel bel mezzo dell’epidemia, hanno fatto crollare la domanda.

SI PREVEDE UNA CADUTA DELLE TARIFFE

A differenza delle compagnie aeree che hanno subito il colpo per il blocco imposto dai Paesi, l’insidia maggiore per gli armatori resta è il crollo delle tariffe di trasporto sulle principali rotte commerciali. Se l’offerta di beni si riduce in tutto il mondo e l’offerta di trasporti rimane costante ci sarà inevitabilmente una diminuzione del suo valore. Il rischio è rivivere uno scenario simile a quello del 2009 quando nel comparto si fecero sentire gli effetti della crisi scoppiata l’anno precedente. Le compagnie invece di ridurre l’offerta per tenere a galla i prezzi scelsero di farsi la guerra causando un crollo delle tariffe con il risultato che a malapena riuscirono a coprire i costi dei rifornimenti. Al momento, ha scritto ancora il Wsj, le tariffe sono scese di circa il 20% ma restano costanti. Secondo Lars Jensen, amministratore delegato della Sea-Intelligence l’epidemia di Covid-19 potrebbe portare a una contrazione della domanda di circa il 10%. Rispetto alle compagnie aeree, fra l’altro, quelle marittime potrebbero non godere di eventuali misure di emergenza dato che da un lato operano con una vasta gamma di bandiere e dall’altro sono già titolari di altre forme di benefici fiscali.

LA MAPPA DELLE CONTRAZIONI E IL PESO DELLA CINA

Al momento le cancellazioni registrate tra gennaio e febbraio si concentrano soprattutto sulle linee Asia-Europa e quelle trans-pacifiche, ma non è detto che non possano interessare anche altre direttrici, come ad esempio i grandi scali africani. Per capire l’andamento del settore è utile vedere quanto è successo in Cina. Si prenda il caso delle navi portarinfuse, cioè quelle utilizzate per trasportare carichi che non possono essere stoccati in container e utilizzate soprattutto per il trasporto di materie prime come carbone, ferro, o grano. Sono le prime ad aver risentito della contrazione della domanda. Questo perché la Cina, che al momento è il più grande importatore di questo tipo di prodotti, ha ridotto drasticamente la richiesta di ferro e carbone. La chiusura di tutte le attività produttive a Wuhan e nella provincia Hubei ha inciso pesantemente. Recentemente sono ripartite, ma non è detto che questo sia sufficiente. Bisognerà per esempio calcolare l’impatto del coronavirus sui Paesi esportatori come Australia o Brasile.

LA CRISI DEI TRASPORTI REGIONALI

A sentire i morsi della crisi sono anche le portacontainer. Nel primo trimestre circa la metà delle partenze dalla Cina sono state cancellate e con ogni probabilità la flessione continuerà. In questa situazione le grandi compagnie possono resistere qualche mese tenendo le navi alla fonda, ma lo stesso discorso non vale per gli operatori più piccoli, che magari dispongono di una flotta composta di una decina di navi e si occupano di trasporti regionali. Il lockdown cinese ha infatti messo in difficoltà diverse aziende tra Giappone, Corea del Sud e Filippine, bloccando i viaggi e ovviamente i flussi di cassa. Sembrerebbe un problema secondario se non fosse che questo tipo di compagnie si occupa anche dell’approvvigionamento delle grandi fabbriche cinesi. Come i semilavorati utilizzati da Apple per gli iPhone con i display o le fotocamere che viaggiano da Corea e Giappone verso le fabbriche della Foxconn in Cina. L’unica categoria che per ora non sente la morsa della crisi è quella dei trasportatori di petrolio. Ma potrebbe durare poco. I vari Paesi, in vista dello stato di emergenza, hanno aumentato le importazioni di greggio facendo scorte anche grazie alla diminuzione dei prezzi. Ma la battaglia sul costo dei barili e la possibilità che gli Stati Uniti riducano la produzione potrebbero presto fare sentire il loro peso.

IL DRAMMA DEI MARITTIMI

A rendere tutto ancora più ingarbugliato è la delicatissima questione dei marittimi. Le compagnie non riescono infatti ad avviare il cambio degli equipaggi. La procedura è molto complessa e delicata. Prevede che ogni mese ci siano circa 100 mila lavoratori che si muovono nel mondo confluendo nei porti per sostituire i colleghi. Normalmente i lavoratori restano a bordo delle navi per mesi e scendono a terra per pochissimo tempo, magari in occasione di qualche approdo per carico e scarico delle merci. Il problema è che i lockdown posti in essere dai Paesi rende impossibile questo tipo di movimenti. I primi stop ai ricambi sono arrivati già in febbraio con l’esplosione della pandemia in Cina. Diverse navi sono rimaste bloccate a largo degli scali di Shanghai e Ningbo. Questa situazione ha almeno due ricadute: da un lato blocca i salari di chi doveva imbarcarsi e dall’altro lascia chi è a bordo abbandonato a se stesso. Nel primo caso i più colpiti sono i lavoratori di Paesi più poveri visto che 1 milione e mezzo di marittimi provengono da Filippine, Cina, Vietnam, India e Myanmar.

Lavoratori nel porto di Ningbo in Cina.

C’è poi il rischio di creare focolai a bordo delle navi. Numeri certi, a parte quelli relativi alle crociere, non ce ne sono. La danese Maersk Line ha detto che a bordo della sua Gjertrud Maersk al largo di Ningbo sono stati individuati marinai con sintomi da coronavirus. Molti capitani e armatori aspettano indicazioni sul da farsi, ma per il momento non si registrano decessi legati al Covid-19. Ovviamente su questo fronte i Paesi si sono mossi in modo diverso. La Cina ha vietato l’ingresso a tutti i lavoratori stranieri. Singapore, pure concedendo la possibilità di cambiare l’equipaggio, ha vietato moltissimi voli in ingresso. E, anzi, ha diffuso la notizia di un focolaio nei cantiere della Keppel corporation. L’India è bloccata da un lockdown di tre settimane, mentre la Grecia ha sospeso gli ingressi nei porti e i cambi di equipaggio. Anche per questo la gestione dell’emergenza è diventata complessa. Molti marinai a bordo delle navi sono esausti e preoccupati. Mentre le compagnie temono che a bordo esploda una epidemia.

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Coronavirus, Boris Johnson è stabile e risponde ai trattamenti clinici

Il primo ministro del regno unito è cosciente ma, come rende noto un portavoce di Downing Street, non è in grado, al momento, «di lavorare».

Boris Johnson resta in terapia intensiva al St Thomas Hospital di Londra, in condizioni «clinicamente stabili» dopo l’aggravamento dei sintomi del suo contagio da coronavirus e «risponde ai trattamenti». Lo rende noto in un aggiornamento un portavoce di Downing Street, precisando che il primo ministro britannico non è in grado al momento «di lavorare», ma può «contattare chi vuole»: e quindi è cosciente.

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ARGAR: «JOHNSON NON HA BISOGNO DI VENTILAZIONE MECCANICA»

Quella tra il 7 e l’8 aprile è stata la seconda notte in terapia intensiva trascorsa senza apparenti novità per Johnson. In mattinata, il sottosegretario alla Sanità, Edward Argar, intervistato da Itv, si limita a ricordare come ieri il portavoce del governo abbia riferito di «condizioni stabili» e abbia escluso al momento la necessità del ricorso alla ventilazione meccanica assistita per il primo ministro. «Dalle ultime informazioni diffuse da Downing Street», ha sottolineato Argar, «ho compreso che il primo ministro è in condizioni stabili, che è su di morale e che, sebbene abbia ricevuto ossigeno al suo arrivo, non ha bisogno di ventilazione meccanica».

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Coronavirus, fuga da Wuhan nel primo giorno post-lockdown: 65 mila in partenza

Dopo 76 giorni di isolamento, circa 55 mila cittadini prenderanno il treno per lasciare la città cinese. Più di 10 mila, invece, l'aereo. Ma sono esclusi i collegamenti internazionali e per Pechino.

A Wuhan inizia la grande fuga. Dopo 76 giorni di lockdown per fermare la diffusione di coronavirus, circa 65 mila persone hanno intenzione di lasciare la città cinese, epicentro dell’epidemia, nel primo giorno di “via libera”. Escludendo il trasporto su strada, in 55 mila prenderanno il treno, mentre più di 10 mila l’aereo con la riapertura del Wuhan Tianhe, lo scalo cittadino dove ci sono già oltre 200 voli in entrata e in uscita. Esclusi, per ora, i collegamenti internazionali e per Pechino. Chi andrà nella capitale, secondo i media locali, dovrà sottoporsi al test anti-Covid-19 sia a Wuhan, sia all’arrivo.

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62 NUOVI CASI IN CINA

Nello stesso giorno, però, la Cina ha registrato 62 nuovi casi di infezione da coronavirus, di cui 59 importati (saliti in totale a 1.042) e tre domestici in Shandong (2) e Guangdong (1). La Commissione sanitaria nazionale (Nhc) ha segnalato due nuovi decessi, di cui uno a Shanghai e uno nell’Hubei, la provincia di cui Wuhan, il focolaio della pandemia, è capoluogo. I contagi sono nel complesso 81.802, di cui 1.190 sotto trattamento, 3.333 decessi e 77.279 guariti. Sono 137 i nuovi asintomatici, di cui 102 importati, mentre sono 1.095 quelli sotto osservazione.

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Niente sanzioni e rispetto delle regole: lo stato d’emergenza in Giappone

Il primo ministro Abe ha annunciato le nuove misure contro la diffusione del Covid-19. La stretta conferisce maggiori poteri alle prefetture ma comunque limitati. Il governo nipponico, a differenza di quelli occidentali e della Cina, fa leva sulla persuasione e l'effetto del comportamento di gruppo.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha dichiarato lo stato di emergenza in Giappone dopo che i casi di coronavirus a Tokyo hanno superato il migliaio durante il weekend. Al 7 aprile, il Giappone conta quasi 4 mila casi confermati e 92 decessi, escluse le persone che erano imbaracate sulla Diamond Princess. Un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, della bufala riguardante l’Avigan spacciata su Youtube.

Lo stato di emergenza entra in vigore mercoledì 8 aprile e durerà per un mese. Le aree coinvolte sono, oltre alla città di Tokyo, una metropoli con 13 milioni di abitanti e una superficie pari a quasi il doppio di Roma, anche le prefetture (regioni) di Kanagawa, Chiba, Saitama, Hyogo, Fukuoka e la città di Osaka.

Abe ha annunciato le misure dopo che, in un incontro con il ministro incaricato di coordinare le misure sul coronavirus, Yasutoshi Nishimura e il presidente del comitato consultivo Shigeru Omi, si era era giunti alla conclusione che sussistevano le due condizioni necessarie per la dichiarazione dello stato di emergenza e cioè la seria minaccia per la salute pubblica e il grave danno per l’economia. Martedì inoltre, saranno annunciati i dettagli del piano per il sostegno dell’economia per un importo totale di circa 510 miliardi di euro.

Nel maxischermo il primo ministro giapponese Shinzo Abe (Getty Images).

RACCOMANDAZIONI SENZA SANZIONI

Con lo stato di emergenza in Giappone vengono aumentati i poteri delle prefetture di limitare gli spostamenti non essenziali e di ordinare la chiusura degli esercizi commerciali. Ma, a differenza delle misure adottate in Italia, sono solo raccomandazioni e non sono previste multe per i trasgressori. Quindi niente blocchi stradali e niente moduli di autocertificazione per i cittadini del Paese del Sol Levante. Tra i pochi effettivi poteri conferiti ai governatori ci sono quelli di requisire spazi pubblici e privati per la realizzazione di ospedali da campo nonché per l’approvvigionamento di attrezzature mediche e derrate alimentari.

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GIAPPONESI ALLERGICI A OGNI FORMA DI AUTORITARISMO

Il motivo dell’assenza di sanzioni risale al periodo prebellico quando l’ascesa del militarismo e dell’autoritarismo portarono poi alla disastrosa entrata nella Seconda Guerra mondiale. Ancor oggi, a circa un secolo di distanza, vi è ancora molta diffidenza per ogni azione del governo che tenda a limitare in qualche modo le libertà. Ma la cautela con cui Abe si è mosso prima di promulgare lo stato di emergenza, rispetto a Europa, Cina e Stati Uniti, va anche vista anche in chiave economica. Una prolungata interruzione o sospensione delle attività avrebbe un costo in termini economici astronomico. In questo senso, il primo ministro giapponese sta cercando il giusto mezzo tra proteggere i giapponesi dall’epidemia ed evitare il collasso dell’economia. Per capire quanto sia importante Tokyo per il sistema economico nipponico, basta guardare alcune statistiche. Secondo dati Bloomberg, la Capitale produce circa il 30% del Pil giapponese e se fosse uno Stato indipendente, sarebbe l’11esima economia mondiale.

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IL SENSO DEL DOVERE NIPPONICO

Riuscirà il governo giapponese ad ottenere i risultati desiderati? Molto probabilmente sì. I giapponesi sono culturalmente molto più ligi e rispettosi delle regole di quanto lo siamo noi italiani. Al fine di ottenere il rispetto delle ordinanze il governo infatti sta facendo leva su due importanti leve: la persuasione e l’effetto del comportamento di gruppo. Se tutti rispettano le regole, allora non c’è motivo per il singolo di trasgredire.

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L’Onu chiede di mettere al bando i wet market

Chiudere e vietare a livello globale tutti i mercati in cui si vendono animali selvatici come quello di Wuhan da..

Chiudere e vietare a livello globale tutti i mercati in cui si vendono animali selvatici come quello di Wuhan da cui si ritiene sia partita la pandemia di Covid-19.

A chiederlo in una intervista al Guardian è Elizabeth Maruma Mrema, responsabile ad interim della convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità.

La Cina ha emesso un divieto solo temporaneo dei cosiddetti wet market dove si vendono zibetti, cuccioli di lupo e pangolini tenuti in vita in piccole gabbie sui banchi, spesso in condizioni disastrose, diventando potenziali incubatori di nuovi virus.

IL COLLEGAMENTO TRA DISTRUZIONE DEGLI HABITAT E PANDEMIE

Mrema, parlando con il quotidiano britannico, ha ricordato come le epidemie di Ebola nell’Africa centro-occidentale e del virus Nipah nell’Asia orientale siano state causate dalla distruzione degli habitat naturali e dell’ambiente. Alla fine degli Anni 90, in Malesia, il Nipah per esempio fu collegato agli incendi boschivi e alla deforestazione che avevano spinto i pipistrelli della frutta, vettori naturali del virus, dalle foreste alle fattorie. Da dove partì il contagio all’uomo.

L’UMANITÀ DAVANTI A UN BIVIO

«Il messaggio che stiamo ricevendo», ha precisato Mrema, «è che se non ci prendiamo cura della natura, lei si occuperà di noi». E, ancora: «Sarebbe opportuno vietare i mercati degli animali vivi come hanno fatto la Cina e altri Paesi. Ma dovremmo anche ricordare», ha sottolineato, «che il sostentamento di alcune comunità, in particolare zone rurali a basso reddito in Africa soprattutto, dipende proprio da animali selvatici». Una delle priorità dunque è trovare un‘alternativa. Ora però siamo davanti a un bivio: «Il modo in cui coltiviamo, in cui utilizziamo il suolo, il modo in cui proteggiamo gli ecosistemi costieri e il modo in cui trattiamo le nostre foreste o rovineranno il nostro futuro o ci aiuteranno a vivere più a lungo». L’appello delle Nazioni Unite è stato condiviso anche da Jinfeng Zhou, segretario generale della China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation che ha invitato le autorità di Pechino a rendere permanente il divieto sui wet market mettendo in guardia circa i rischi di nuove pandemie. «Dovrebbe esserci un divieto globale sui mercati umidi», ha detto Zhou. «Non solo oltre il 70% delle malattie umane proviene dalla fauna selvatica, ma molte specie sono minacciate da questo consumo».

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Il coronavirus ha imbavagliato le proteste

Dopo un 2019 segnato dalle manifestazioni, dall'Algeria a Hong Kong, l'emergenza Covid-19 ha azzerato tutto. Il dissenso in Rete è limitato dall'accesso alle tecnologie. E non è detto che la fine della pandemia coincida con un ritorno nelle piazze.

Il popolo algerino è sceso in piazza per oltre 55 settimane consecutive. In oltre un anno di agitazioni, nulla ha impedito alle persone di scendere per strada e chiedere le dimissioni di Abdelaziz Bouteflika, ma poi è arrivato il coronavirus.

Il 2019 passerà alla storia come un anno di agitazioni e proteste. L’elenco è piuttosto lungo: si va dall’Algeria, appunto, al Libano passando per la Francia dei gilet gialli. Ma anche in Sudan, Iran, Iraq, Cile, Bolivia e Hong Kong.

Il 2020 e il Covid-19 hanno però avviato un processo di congelamento che, però, potrebbe avere esiti opposti.

IL CROLLO DELLE MANIFESTAZIONI NEL MONDO

Nelle ultime settimane, dopo la prima ondata di contagi, i giovani di Hong Kong avevano provato a tornare in strada per protestare, ma una nuova ordinanza ha impedito gli assembramenti con più di quattro persone. Una mossa sicuramente anti-Covid ma c’è chi teme che l’effetto possa durare anche dopo al contagio. Intanto come era logico aspettarsi la paura del virus ha fatto il resto. In Algeria, come in Libano e in Iraq le proteste sono diminuite fino ad arrestarsi. Secondo i dati raccolti dall’Armed Conflict Location & Event Data Project tra il 23 e 28 marzo gli eventi archiviati come “proteste” sono stati 384, contro i 1.382 della settimana tra il 2 e 7 marzo. Numeri ancora più bassi se si pensa, ad esempio che nei primi sei giorni di novembre erano stati oltre 1.500.

ALTRI MODI DI VEICOLARE LA PROTESTA

È chiaro che il dissenso non si è fermato, ma si è trasformato adeguandosi al momento. In particolare ha traslocato su Internet e sui terrazzi. Come è successo in Brasile. A metà del mese di marzo migliaia di persone nelle grosse città, da San Paolo a Rio de Janeiro dalle finestre e dai balconi di casa hanno protestato facendo rumore e sbattendo pentole e padelle contro il presidente Jair Bolsonaro colpevole di gestire malamente l’allarme Sars-CoV-2. Circa 600 mila cittadini israeliani hanno invece scelto la Rete per mostrare il loro disappunto contro il premier Benjamin Netanyahu. È chiaro che per quanto colorite queste manifestazioni non possono vantare la stessa forza d’urto di quelle in piazza. Tanto che in Brasile come in Israele in pratica non c’è stato alcun cambiamento.

Un dimostrante con la pentola in mano durante la protesta contro Bolsonaro in Brasile.

I LIMITI TECNOLOGICI DELLA DIGITALIZZAZIONE DEL DISSENSO

L’altro forte limite di una “digitalizzazione” della protesta riguarda la soglia di accesso alle tecnologie. Se è vero che i social media hanno spesso fatto da volano a quanto succedeva in piazza, pensiamo per esempio allo scatto di Alaa Salah durante le proteste in Sudan, è altrettanto vero che per moltissime persone accedere alla Rete è quasi impossibile. Strade e piazze sono una livella sociale che permette a chiunque, indipendentemente dallo status socio-economico, di far sentire la propria voce, il web no. E non vale solo per l’accesso in sé, ma anche per la banda a disposizione. Nella regione del Kashmir, tra India e Pakistan, il governo di Nuova Dehli ha chiuso per mesi la Rete, per poi aprirla solo parzialmente. Tutti gli abitanti hanno al massimo connessioni in 2G, utili a malapena per controllare le mail, non certo per vedere video o partecipare a grossi Facebook live.

PROTESTE PER LE MISURE CONTRO IL COVID

In realtà le proteste non si sono sopite del tutto, e come molte altre cose si sono riconfigurate intorno al tema dominate: l’emergenza coronavirus. Soprattutto in Paesi con profonde sacche di povertà, come nel caso dell’India, la tensione è deflagrata. Migliaia di braccianti o piccoli lavoratori sono scesi per le strade con un semplice messaggio per le autorità: con il lockdown non possiamo lavorare e quindi non possiamo mangiare. Secondo Human Rights Watch in India circa l’80% della forza lavoro è impiegata in settori “informali”, e un terzo dei lavori è occasionale. A complicare il tutto anche la chiusura delle frontiere che impedisce l’arrivo di alcuni beni di prima necessità. In tutto questo la repressione della polizia contro chi esce di casa si concentra soprattutto contro le persone più povere e in difficoltà. Sempre secondo i dati dell’Acled a marzo è cresciuto il volume di proteste legate al coronavirus. A inizio mese se ne contavano poco meno di 5-6 a settimana, ma verso fine hanno raggiunto la settantina.

I RISCHI SUL LUNGO PERIODO

Anche con un ritorno alla normalità non è detto che sarà così semplice tornare in strada. In primo luogo in alcuni Paesi la militarizzazione imposta dall’emergenza rischia di estendersi anche nel post-emergenza, come è successo a Hong Kong. L’altro rischio ha invece a che fare con la nostra privacy, come ha fatto notare Quartz. Pensiamo anche solo alle app per il tracciamento delle persone. È il caso della Corea del Sud, ma soprattutto Israele, come ha raccontato il Guardian, dove il governo di Netanyahu ha dato il via libera all’utilizzo una tecnologia pensata per l’antiterrorismo per tracciare i cellulari. La Russia sta invece usando l’emergenza per testare il suo sistema di riconoscimento facciale, mentre in Cina una società di Pechino ha affermato di aver migliorato i dispositivi rendendoli efficaci anche se si indossa una mascherina.

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Spagna, per il quarto giorno consecutivo calano i morti: 637 nelle ultime 24 ore

Per il quarto giorno consecutivo si registra un trend al ribasso che porta il numero totale di decessi da Covid-19 a quota 13.055. Rallentano anche le nuove infezioni: i casi attivi complessivi sono 135.032.

I morti per coronavirus sono calati in Spagna per il quarto giorno consecutivo: sono, infatti, 637 i nuovi decessi registrati. Il ministero della salute ha dichiarato che il numero, il più basso in 13 giorni, ha portato il totale dei morti a 13.055, secondo solo all’Italia. Anche il numero di nuove infezioni ha rallentato, aumentando del 3,3% a 135.032, in calo rispetto al 4,8% del giorno prima.

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A Wuhan è ripartito il 90% delle imprese

Il vice sindaco esecutivo della città cinese, epicentro della pandemia di coronavirus: «Le operazioni di ripresa sono più rapide e migliori del previsto».

Le operazioni di ripresa del lavoro e della produzione a Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus in Cina, sono «più rapide e migliori del previsto». Lo ha affermato il vice sindaco esecutivo della città cinese, Hu Yabo, durante una conferenza stampa. Secondo Hu, a Wuhan al 4 aprile il tasso di ripresa della produzione delle imprese industriali più grandi aveva raggiunto il 97,2%, mentre nello stesso periodo era tornato in attività il 93,2% delle principali società di servizi.

SALGONO A NOVE I DISTRETTI A BASSO RISCHIO A WUHAN

Il 5 aprile, intanto, un altro distretto di Wuhan è stato classificato come “area a basso rischio” dall’epidemia, secondo quanto ha dichiarato il quartier generale provinciale per la prevenzione e il controllo dell’epidemia di Covid-19. È salito così a nove il numero di distretti a basso rischio presenti a Wuhan, su un totale di 13 distretti. Altri quattro distretti sono classificati come aree a medio rischio. Il 27 marzo, la valutazione del rischio di coronavirus di Wuhan è stata ridotta da “alta” a “media”. Inoltre, la provincia dello Hubei che amministra Wuhan non ha più città o contee ad “alto rischio”.

IL RICORDO DELLE 3.300 VITTIME

Ventiquattr’ore prima, la Cina si era fermata per onorare la memoria delle oltre 3.300 vittime del coronavirus e dei primi 14 ‘martiri’ caduti in prima linea nell’Hubei sacrificando la loro vita nella lotta contro la pandemia. L’intero Paese s’è raccolto in silenzio alle 10 (le 4 in Italia) per tre lunghi minuti, mentre nell’aria sono risuonate le sirene d’allerta cittadine, dei treni e delle navi, e i clacson delle auto. I capi del Partito comunista dell’Hubei e di Wuhan, Ying Yong e Wang Zhonglin, hanno visitato le famiglie di tre martiri «caduti nell’esercizio dei loro doveri»: quella di Li Wenliang, l’oculista di 34 anni morto il 7 febbraio dopo aver contratto il virus e tra i primi ad intuire un collegamento tra le polmoniti anomale di Wuhan e la Sars del 2003, e quelle del capo dell’ospedale di Wuchang Liu Zhiming e dell’agente di polizia Wu Yong.

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La situazione del coronavirus nel mondo il 5 aprile

Negli Usa che contano oltre 310 mila contagi, oltre 430 mila persone sono arrivate dalla Cina negli ultimi due mesi. La Spagna supera l'Italia per numero di casi accertati.

I casi di coronavirus nel mondo hanno superato quota 1,2 milioni, mentre il numero dei morti si avvia velocemente verso la soglia dei 65 mila. Lo ha reso noto la Johns Hopkins University.

IN USA 430 MILA PERSONE DALLA CINA

Il Paese con il più alto numero di contagi sono gli Stati Uniti, che hanno superato i 310 mila infetti, più di Italia e Spagna messe insieme, e che proseguono la loro folle corsa a ritmi impressionanti. Nemmeno la stretta sui viaggi di Trump sembra aver sortito grandi effetti, visto che da quando l’emergenza è esplosa almeno 430 mila persone sono giunte negli Usa su voli diretti dalla Cina, 40 mila negli ultimi due mesi, dopo che Trump ha varato la stretta sui viaggi. A riportarlo è il New York Times, secondo cui i passeggeri sono di nazionalità diverse e sbarcati a Los Angeles, San Francisco, New York, Newark Chicago, Seattle e Detroit. In migliaia sono arrivati da Wuhan e molti voli sono continuati fino alla fine di marzo da Pechino a Los Angeles, San Francisco e New York, con passeggeri esenti dal divieto di ingresso negli Usa.

SPAGNA DAVANTI ALL’ITALIA

La Spagna ha toccato quota 126.168 contagiati e ha superato l’Italia. Ora il Paese è il secondo per numero di contagi al mondo alle spalle degli Stati Uniti. I morti sono 11.947, circa 3.400 meno dell’Italia. Sfiora i 100 mila contagi anche la Germania (96.092), che però continua a contenere il numero delle vittime, che hanno raggiunto quota 1.444. In Francia i morti sono 7.560 a fronte di 89.953 contagi registrati.

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Coronavirus in Spagna: sono quasi 12 mila i morti

In sole 24 ore, il numero dei decessi è aumentato di 809. I positivi totali, invece, sono 124.736. Il Paese iberico diventa il secondo Stato al mondo più colpito per numero di casi dopo gli Stati Uniti.

Con altre 809 nuove vittime nelle ultime 24 ore, sale a 11.744 il bilancio dei morti per il coronavirus in Spagna. Secondo i dati del ministero della Salute citati dalla Efe, inoltre, i nuovi contagi sono 7.026 che porta il totale a 124.736 casi in tutta la Spagna, che diventa il secondo Paese al mondo più colpito per numero di casi dopo gli Stati Uniti.

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Usa, record di morti da coronavirus: 1.480 in un solo giorno

Il numero dei decessi totali, nel Paese, sale a 7.406, di cui 3 mila solo nello Stato di New York. Mentre i casi accertati arrivano a quota 274 mila. Intanto il presidente Trump silura l'ispettore generale dell'intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull'esistenza della denuncia della talpa che ha portato all'impeachment il capo di Stato.

Nuovo triste record negli Stati Uniti, dove, secondo i dati della Johns Hopkins University, le vittime da coronavirus in 24 ore sono state 1.480. In totale i decessi da quando si è diffusa la pandemia nel Paese sono 7.406. I casi accertati salgono a 274 mila. New York, lo stato più colpito, raggiunge quota 3 mila morti, il doppio rispetto a tre giorni fa.

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TRUMP SILURA L’ISPETTORE GENERALE DELL’INTELLIGENCE

Le purghe di Donald Trump non si fermano nemmeno ai tempi del coronavirus. Cosi’ è stato silurato l’ispettore generale dell’intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull’esistenza della denuncia della talpa che ha portato all’impeachment del presidente americano. «Non ha più la mia fiducia», la laconica motivazione del tycoon. Il licenziamento è stato annunciato in una lettera inviata dalla Casa Bianca al Congresso.

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Il Covid-19 è rischioso più per i gatti che per i cani: lo dice uno studio cinese

I felini sono stati usati come cavie su cui inoculare il virus. Il modo di trasmissione è simile a quello umano. Ma ci sono dubbi sulla validità della ricerca.

I gatti – in particolare i gattini più giovani – sarebbero molto più a rischio di contrarre il Covid-19 rispetto ai cani.

Lo dimostrerebbe uno studio che farà sicuramente molto discutere visto che per condurlo sono stati infettati diversi gatti usati come cavie. E gli animali hanno sviluppato rapidamente l’infezione.

Gli esperimenti, condotti da un’équipe di ricercatori della città di Harbin, nell’estremo Nord della Cina, in uno dei pochi laboratori veterinari ad altissimo biocontenimento ( BSL-4) del mondo e l’unico in Cina, hanno dimostrato che i gattini sono più a rischio e che la trasmissione felina può avvenire attraverso goccioline respiratorie come nell’uomo e con la vicinanza ad altri gatti infetti. I risultati sono stati riassunti in un studio che è stato pubblicato martedì su Biorxiv.org, in parte rilanciato dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.

I DUE CEPPI DI VIRUS UTILIZZATI

I ricercatori di Harbin hanno utilizzato due ceppi di virus, uno proveniente dal campione ambientale raccolto dal mercato del pesce di Wuhan, e l’altro da un paziente della stessa città focolaio della pandemia. Con questi campioni sono stati infettati sei gatti, mentre 12 sono stati utilizzati per testare la trasmissione dell’infezione.

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Il virus umano è stato inoculato attraverso il naso nei soggetti felini subadulti. In tre o cinque giorni, l’Rna virale è stato rilevato nelle loro feci e dopo la morte o l’eutanasia dei gatti, è stato anche ampiamente rilevato nei loro organi. Su due gatti più giovani, di età compresa tra 70 e 100 giorni, sono state rilevate enormi lesioni negli epitelio della mucosa nasale e tracheale, nonché nei polmoni. «Questi risultati indicano che il Sars-Cov-2 può replicarsi in modo efficiente nei gatti, con gli esemplari più giovani maggiormente suscettibili all’infezione», hanno spiegato i ricercatori.

NESSUN RISCHIO PER L’UOMO: INUTILE ABBANDONARE I GATTI

In esperimenti simili, i cani hanno mostrato una minor suscettibilità. Sebbene alcuni beagle inoculati siano risultati positivi all’Rna virale nei loro tamponi rettali e nei loro organi non è stato trovato alcun virus. Secondo diversi scienziati i risultati della ricerca cinese sarebbero validi, ma i proprietari di gatti non devono assolutamente allarmarsi. Edgar Wayne Johnson, veterinario e consulente tecnico senior di Enable Ag-Tech Consulting a Pechino, ha spiegato che nell’esperimento condotto nel laboratorio di Harbin i gatti sono stati esposti a una dose elevata del virus, una condizione che non si presenta naturalmente. «È uno studio interessante, ma suggerisco calma di fronte a questo rapporto», ha sottolineato. Ai proprietari di gatti e di animali domestici era già stato consigliato di tenerli in casa, in modo da ridurre le possibilità di contatti con altri animali infetti. «Ma non c’è il minimo motivo per preoccuparsi e tanto meno per azioni impulsive e irragionevoli come l’abbandono. Continuate a prendervi cura dei vostri animali come fareste ogni giorno», ha aggiunto Wayne Johnson.

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Anche Muhammad Munir, virologo della Lancaster University nel Regno Unito, ha dichiarato che è troppo presto per dire se il Covid-19 si sta diffondendo tra gli animali. «Questa è una nuova malattia che conosciamo da meno di quattro mesi, quindi dobbiamo tenere d’occhio tutte le possibilità», ha detto Munir. «Sulla base di questo studio cinese sarebbe meglio testare gli animali, in particolare i gatti». Munir ha anche consigliato ai proprietari di animali di sottoporre a test i loro cani e gatti per Covid-19 e di metterli in quarantena se risultassero positivi. Cosa che in Italia dove non di effettuano tamponi a moltissimi sintomatici sarebbe quantomeno infattibile, almeno in questa fase. Infine Linda Saif, virologa della Ohio State University di Wooster, commentando lo studio cinese, si è detta sicura che non vi siano evidenze scientifiche di alcun tipo sulla possibilità che i gatti infetti possano trasmettere il coronavirus all’uomo. «I risultati della ricerca cinese», ha detto, «si basano su esperimenti di laboratorio e sull’uso deliberato di alte dosi del virus, il che non suggerisce assolutamente la possibilità di interazioni tra uomo e animali domestici».

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Wuhan rialza l’allerta: «Restate a casa»

Il segretario del Partito comunista locale Wang Zhonglin: «Il rischio di rimbalzo della pandemia resta alto».

I residenti di Wuhan, epicentro del Covid-19, sono stati avvisati sulla necessità di rafforzare «le misure di auto-tutela», restando a casa ed evitando di uscire se non per necessità al fine di scongiurare la ripresa dei contagi. In un comunicato postato sul sito della città, il segretario del Partito comunista locale Wang Zhonglin ha detto che «il rischio di rimbalzo della pandemia resta alto a causa di fattori interni ed esterni». Sono ragioni che spingono a «mantenere le misure di prevenzione e controllo». La città allenterà l’8 aprile lo stop ai viaggi in uscita.

DUE MESI DI MISURE DRACONIANE

Pur se azzerati i nuovi contagi a Wuhan, Wang ha osservato che i compound residenziali dovrebbero restare vigili sul rispetto delle misure contro il coronavirus. L’allerta cade mentre la Cina, che sembra aver messo sotto controllo la pandemia in due mesi grazie alle misure draconiane adottate con il blocco produttivo e agli spostamenti, si prepara a onorare i primi “14 martiri” caduti in prima linea nell’Hubei durante la guerra contro il Covid-19. Il programma prevede, ha riferito la Xinhua, che il 4 aprile sia osservato un silenzio di tre minuti alle 10 locali (le 4 in Italia) in tutto il Paese, mentre «si solleveranno nell’aria le sirene e di clacson delle automobili, treni e navi attenderanno in lutto».

I TIMORI DI UNA SECONDA ONDATA

Pur dichiarata vinta la «guerra», la leadership di Pechino è molto prudente su una seconda ondata, tra contagi di ritorno e asintomatici. Il 2 aprile sono stati registrati 31 nuovi casi, di cui 29 importati (saliti a 870) e due domestici, uno nel Liaoning e uno nel Guangdong. La Commissione sanitaria nazionale ha rilevato quattro ulteriori decessi, tutti nell’Hubei, per totali 3.322. I contagi certi sono cresciuti a 81.620, di cui 1.727 persone ancora in cura e 76.571 dimessi dopo la guarigione. Sono 60 i nuovi asintomatici, di cui 7 importati: attualmente, sono 1.027 i casi sotto osservazione, inclusi 221 dall’estero.

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Il Sudest asiatico si scopre vulnerabile al Covid-19

In un primo momento nell'area era stata contenuta l'epidemia. Ora però i casi aumentano, dalla Malesia alla Thailandia. Mentre si teme per i centinaia di migliaia di Rohingya fuggiti dalla guerra civile in Myanmar e ammassati nei campi. Lo scenario.

da Pechino

Il Sudest asiatico è stata una delle prime aree a registrare casi di coronavirus fuori dalla Cina. Ma era stata anche una delle prime ad aver arginato l’epidemia, tenendola sotto controllo.

La situazione è però cambiata nell’ultima settimana. Nonostante l’emergenza sia ancora ben lontana da quella che sta mettendo in ginocchio l’Occidente, il numero di positivi è in forte crescita e le autorità stanno correndo ai ripari. Si chiudono le frontiere, iniziano le quarantene, si moltiplicano gli appelli alla calma.

PELLEGRINAGGIO DETONATORE IN MALESIA

In testa al gruppo è la Malesia, con oltre 2.600 casi ufficiali. Il governo ha già schierato l’esercito e le misure si inaspriscono di settimana in settimana, con limitazioni agli spostamenti e chiusure di uffici e aziende. Qui l’epidemia ha messo in crisi la produzione dei guanti in lattice. Dopo la chiusura di un fornitore, Top Glove Bhd, il più grande produttore mondiale, lamenta di non avere più scatole in cui spedire i suoi prodotti.

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Il Covid-19 è apparso alla fine di gennaio, per poi deflagrare durante un evento religioso tenutosi presso la moschea di Sri Petaling dal 27 febbraio al primo marzo. Organizzato dal gruppo missionario Tablighi Jama’at, il pellegrinaggio ha visto riunirsi 16 mila persone – delle quali 1.500 stranieri – che hanno partecipato ad affollate cerimonie alle quali potrebbero essere legate molte delle infezioni registrate nel Paese.

Un gruppo di Rohingya in fila davanti a una clinica di Kuala Lumpur, Malesia (Getty Images).

LA CHIUSURA DELLA THAILANDIA AGLI STRANIERI NON RESIDENTI

L’evento è stato il detonatore dei contagi anche in altri Paesi: Singapore, Cambogia, Indonesia, Brunei e Thailandia. Quest’ultima ha superato i 1.600 casi e, dal canto suo, sta mettendo in atto misure draconiane per arginare il coronavirus. A gennaio, quando si manifestarono le prime infezioni, Bangkok non si era mostrata troppo allarmata.

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Poi l’epidemia ha preso forza e sono arrivati i primi decessi. Oggi le autorità hanno chiuso le frontiere a tutti gli stranieri non residenti, oltre ad aver ordinato lo stop a centri commerciali e luoghi di divertimento. «Non tornate alle vostre province di provenienza o verrete sanzionati. Per favore mettetevi in quaratena», ha ordinato il primo ministro, il generale Prayut Chan-o-cha, concludendo: «Se la situazione non migliora ci sarà una chiusura totale».

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IL PREVISTO CROLLO DEL PIL

L’economia della regione sta già subendo un duro colpo. A partire dal turismo. Così, se la Banca della Thailandia prevede un calo del Pil del 5,3% nel 2020, anche Singapore, la più evoluta economia dell’area, sta soffrendo gli effetti del virus. Gli ultimi dati dicono che nel primo trimestre di quest’anno il Pil calerà del 2,2% su base annua e del 10,6% rispetto al trimestre precedente.

La stazione centrale di Bangkok (Getty Images).

«Mentre la situazione globale del Covid-19 si sta evolvendo rapidamente», ha dichiarato il ministero del Commercio thailandese in una nota, «rimane un significativo grado di incertezza sulla severità della pandemia e sulla traiettoria dell’economia mondiale una volta che i contagi saranno arginati».

IL MYANMAR COLPITO NEL TURISMO

Il coronavirus si sta diffondendo anche in Paesi dell’area che finora non ne erano stati toccati. Come il Laos dove ha finora contagiato una decina di persone – e il Myanmar, altra nazione che finora aveva vantato zero casi e che ora ne conta 15. In molti hanno accusato le autorità birmane di aver testato solo 200 persone, troppo poche per escludere l’esplosione dell’epidemia. Zaw Htay, portavoce del governo, aveva addirittura sostenuto che la fortuna del Myanmar dipendeva dallo stile di vita e dalla dieta nazionali.

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Purtroppo è stato smentito il 23 marzo, con la scoperta dei primi due positivi: cittadini che avevano viaggiato negli Usa e nel Regno Unito. La notizia ha rotto l’incantesimo: il governo ha imposto la quarantena obbligatoria per chi entra nel Paese e ha chiesto a tutti di stare calmi. A preoccupare è anche l’economia.

La disinfezione delle strade in Myanmar (Getty Images).

Già ai primi di marzo il Myanmar prevedeva un calo del 50% di turisti, ma si tratta di stime ottimistiche. Nel frattempo si è verificato un crollo quasi totale dei voli, con Air Asia, la popolare compagnia low cost che ha annunciato di aver “congelato” la sua flotta.

PAURA PER I CAMPI PROFUGHI DEI ROHINGYA

Nel Paese è presente un solo laboratorio in grado di eseguire test sul coronavirus e si stanno già registrando i primi segnali di tensione, con un ritorno massiccio dei lavoratori migranti rimasti senza impiego nella vicina Thailandia. Il Myanmar è in una situazione particolarmente rischiosa perché non solo è uno dei Paesi più poveri dell’area ma è anche vittima della più lunga guerra civile al mondo.

Un campo profughi Rohingya in Bangladesh (Getty Images).

Il conflitto, che vede contrapposti l’esercito nazionale e una varietà di milizie etniche, ha generato oltre 1 milione di sfollati, ammassati in dozzine di campi alle frontiere del Paese. Oltre il confine con il Bangladesh si trova il più grande campo di rifugiati al mondo, dove vivono centinaia di migliaia di Rohingya sfuggiti ai massacri del 2016-2017 nelle province occidentali del Myanmar. Definiti dalle Nazioni Unite la minoranza più perseguitata del globo, per loro il coronavirus sarebbe solo l’ultima di una lunga serie di tragedie.

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La Cina non conteggiava gli asintomatici: la mezza ammissione di Pechino

La Commissione per la salute martedì ha annunciato che comincerà a includerli nelle statistiche e a monitorarli «per far fronte alle preoccupazioni» del popolo cinese. Adesso si aspetta la verità sul numero dei decessi.

La Commissione nazionale cinese cinese ha diffuso il 31 marzo un comunicato ufficiale, subito ripreso dalla stampa asiatica, annunciando che inizierà a includere i casi asintomatici nelle sue statistiche di Covid-19, «per far fronte alle preoccupazioni» – e alle montanti proteste – del popolo cinese.

Dati ufficiali secretati e pubblicati dalla stampa di Hong Kong hanno suggerito che considerando anche i portatori asintomatici i numeri dei casi in Cina potrebbero lievitare. E adesso in molti cominciano a chiedersi: quando la verità anche sul numero dei morti?

La notizia è una prima ammissione da parte delle autorità cinesi, messe sotto pressione anche dalle recenti fughe di notizie sulle file interminabili di urne cinerarie a Wuhan. E dimostra che i sospetti lanciati fin dai primi tempi dell’epidemia dalla John Hopkins University erano fondati: qualcosa non tornava e non torna nei conteggi.

GLI ASINTOMATICI FUORI DALLE STATISTICHE UFFICIALI

Già a metà febbraio, infatti, gli specialisti della John Hopkins avevano denunciato che la Cina stava usando un trucco per alterare la crescita del numero di infetti. In pratica non rientrava nelle statistiche chi risultava positivo al test, ma non manifestava sintomi quali febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Ufficialmente la Cina, fino a oggi, aveva precisato che per i pazienti asintomatici la classificazione andava «rivista a caso confermato». C’era però il forte sospetto – ora confermato dalle dichiarazioni di Pechino – che stesse barando sui dati reali dell’epidemia fin dall’inizio.

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Tra l’altro i numeri ufficiali diffusi dalle autorità cinesi erano in evidente contrasto con quelli dell’Oms che invece ha sempre considerato e incluso nelle statistiche, come contagiati, tutti i pazienti positivi indipendentemente dai sintomi.

ANNUNCIATI MONITORAGGI PIÙ STRINGENTI

Nel comunicato, I funzionari cinesi hanno affermato che le nuove misure aiuteranno ad affrontare le crescenti preoccupazioni sui rischi di infezione da Covid-19 veicolato anche da questi portatori silenziosi. La Commissione ha aggiunto che ha già richiesto agli operatori sanitari locali di segnalare gli asintomatici.

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L’annuncio segue la riunione di lunedì del gruppo di gestione del Covid-19 del governo centrale di Pechino, presieduto dal premier Li Keqiang che ha ufficialmente esortato i funzionari sanitari e politici locali a essere più proattivi nelle indagini sull’entità numerica di questi vettori asintomatici. Secondo il principale quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, che ha avuto accesso ai dati sull’epidemia secretati dal governo cinese, la percentuale dei positivi asintomatici potrebbe elevare in modo estremamente significativo le statistiche ufficiali.

I NUMERI REALI FUORI DALLA PROVINCIA DELL’HUBEI

Questi dati indicherebbero fra l’altro come, già alla fine di febbraio, oltre 43 mila persone fuori dalla regione dell’Hubei, ovvero nel resto della Cina continentale, erano risultate positive al coronavirus, ma non avendo sintomi immediati non erano state incluse nel conteggio ufficiale dei casi confermati. Chang Jile, direttore dell’Ufficio per la prevenzione e il controllo delle malattie della Commissione, ha dichiarato che il governo intensificherà lo screening e le indagini sui casi asintomatici. «Con effetto dal primo aprile, includeremo segnalazioni di casi asintomatici, compreso qualsiasi cambiamento di stato clinico, nei nostri aggiornamenti quotidiani sulle epidemie, per rispondere alle preoccupazioni del pubblico», ha assicurato Chang.

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«Rafforzeremo il nostro lavoro di monitoraggio, sorveglianza, quarantena e trattamento dei portatori asintomatici e effettueremo il campionamento in aree chiave per indagare e analizzare questi portatori». «Sia i positivi privi di sintomi che i loro contatti stretti», ha aggiunto, «verranno messi in quarantena per 14 giorni». In una dichiarazione sul suo sito web, poi, la Commissione ha confermato che i pazienti asintomatici potrebbero essere infettivi. Da mercoledì dunque, tutti gli ospedali e le cliniche cinesi saranno obbligati a segnalare i casi positivi asintomatici ai centri locali per la prevenzione e il controllo delle malattie entro due ore dalla rilevazione e a indagare sui contatti stretti di questi positivi riferendo i dati al sistema di sorveglianza centrale per le malattie trasmissibili entro 24 ore.

I NUMERI DELLE RICERCHE INDIPENDENTI

Secondo ricerche indipendenti di medici cinesi circa il 60% delle persone che hanno contratto la malattia nella città di Wuhan erano asintomatiche, o presentavano sintomi molto lievi. Non sono dunque state segnalate. I medici, il cui documento è stato pubblicato sulla piattaforma online di ricerche scientifiche medRxiv all’inizio di questo mese, hanno basato le loro stime su circa 26 mila casi confermati in laboratorio registrati a Wuhan tra dicembre e febbraio. Secondo il professor Ben Cowling, specialista in epidemiologia e biostatistica presso l’Università di Hong Kong, sussistono ancora ambiguità nella definizione di caso asintomatico. Per esempio, se è classificabile come tale anche un paziente che in un secondo momento ha sviluppato i sintomi dell’infezione. Cowling ha anche affermato che è importante monitorare e testare i contatti stretti indipendentemente dalla presenza o meno dei sintomi. «Il monitoraggio dei contatti stretti può darci un’ottima idea dello spettro di gravità clinica delle infezioni», ha dichiarato.

UN PASSO AVANTI DI PECHINO?

L’annuncio potrebbe essere un primo passo che manifesta la volontà di squarciare il velo propagandistico che ha finora ricoperto la verità sull’epidemia in Cina. Secondo alcuni osservatori, potrebbe anche essere una strategia comunicativa per preparare l’opinione pubblica cinese e quella mondiale ad accettare gradualmente la verità. Resta da vedere se – messe alle strette dalle rivelazioni della stampa nei giorni scorsi sui morti a Wuhan – le autorità di Pechino compiranno anche il passo successivo, cioè rivelare le vere cifre dei decessi.

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Usa, 17enne muore di Covid-19: era senza assicurazione

Lo ha raccontato il sindaco di Lancaster, città californiana. Intanto il Washington Post titola: «Più morti dell'11 settembre».

Non è stato curato perché senza assicurazione sanitaria. È accaduto a un 17enne morto a Lancaster, in California, a causa del coronavirus. Il ragazzo era stato rifiutato dall’ospedale che lo aveva invitato a rivolgersi a una struttura pubblica. Lo racconta R. Rex Parris, il sindaco della cittadina californiana usando il caso per invitare tutti i cittadini a stare a casa. «Il venerdì prima di morire era in salute, il mercoledì è morto», ha detto Parris.

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Intanto negli States crescono le vittime che ormai sono arrivate, secondo i dati della Johns Hopkins University, a 3.170. Oltre 164 mila e 600 i contagi. Cifre che il Washington Post ha sintetizzato nel titolo: «Più morti dell’11 settembre». gli ultimissimi dati sull’andamento dell’epidemia di coronavirus negli Stati Uniti, con i morti che oramai sono oltre 3.000: 3.170, secondo la Johns Hopkins University. I casi di contagio sono saliti a 164.610.

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I contagi da coronavirus nel mondo del 31 marzo

In Belgio, una bambina di 12 anni è morta. Dopo tre giorni di febbre, è peggiorata, ha detto il virologo Steven Van Gucht. Mentre in Spagna sono più di 8 mila le vittime per Covid-19.

Una bambina di 12 anni è morta in Belgio per coronavirus. Lo hanno annunciato le autorità sanitarie locali stando a quanto scrive l’agenzia di stampa Belga. «È un evento molto raro ma che ci ha sconvolti», ha detto il virologo Emmanuel André nel corso della consueta conferenza stampa, scrive Le Soir. Lo stato di salute della giovane, risultata positiva al coronavirus, è peggiorato dopo tre giorni di febbre, ha aggiunto il virologo Steven Van Gucht.

SUPERATE LE 8 MILA VITTIME IN SPAGNA

Intanto la Spagna segna un nuovo picco delle vittime per Covid-19. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 849 nuovi decessi, aggiornando il bilancio a 8.189. I contagi complessivi sono 94.417.

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Stop della Cina a causa del virus, rischio povertà per 11 milioni

La previsione della Banca mondiale preoccupa: anche nel migliore degli scenari l'espansione rallenterebbe al 2,3% dal 6,1% del 2019.

Le ricadute economiche della pandemia del coronavirus potrebbero portare a un arresto dell’economia cinese mettendo a rischio di povertà oltre 11 milioni di persone dell’Est asiatico. Lo sostiene la capo economista della Banca mondiale per la regione Aaditya Mattoo. Anche nel migliore degli scenari l’espansione della Cina rallenterebbe al 2,3% dal 6,1% del 2019.

NELLE ULTIME 24 ORE REGISTRATI 48 NUOVI CASI

Intanto, nella giornata del 30 marzo si sono registrati nel Paese solo 48 nuovi casi di infezione da coronavirus, tutti importati. La Commissione sanitaria nazionale (Nhc), aggiornando il numero dei contagi di ritorno a 771, ha menzionato un ulteriore decesso nell’Hubei, la provincia epicentro della pandemia. I casi gravi continuano ad assottigliarsi, essendo scesi di 105 unità a 528. I contagi certi complessivi sono ora 81.518: 2.161 sono i pazienti in cura, 3.305 i decessi e 76.052 i dimessi dagli ospedali, pari a un tasso di guarigione del 93,2%.

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Gli effetti del coronavirus nelle zone di guerra in Libia, Siria e Yemen

Per il momento il Covid-19 non ha colpito le aree di crisi. Ma i numeri sono ancora sottostimati. Dai territori arrivano annunci di cessate il fuoco. Che però saranno solo temporanei, soprattutto a Tripoli.

Per ora i numeri sono irrisori, poco meno di un centinaio di casi in tutto. Ma presto alcuni Paesi potrebbero pagare il prezzo più alto di tutti. Stiamo parlando delle aree di crisi dimenticate. Siria, Libia, Yemen ma anche gli Stati del Sahel e Afghanistan. Sono solo alcuni degli scenari più delicati in cui i conflitti sono ancora attivi. Per ora le fonti ufficiali parlano di un solo caso di coronavirus in Libia e nove in Siria con un paziente deceduto. Di una settantina di pazienti positivi in Afghanistan e di sette contagiati in Niger. Mentre Yemen e Mali per ora non segnalano persone positive al Sars-CoV-2. Il problema non è solo capire quanto questi numeri siano sottostimati e nascondano una possibile pandemia. È necessario anche capire quali possono essere gli effetti stessi della guerra sulla diffusione del Covid-19, al di là delle tregue annunciate e mai del tutto rispettate.

AIUTI UMANITARI E DIPLOMAZIA: I FATTORI DI RISCHIO

Nessun esperto può azzardare previsioni, le variabili in gioco sono troppe, i fattori di rischio innumerevoli. Per prima cosa pensiamo al taglio degli aiuti umanitari. Il 23 marzo il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha annunciato il taglio di aiuti per l’Afghanistan pari a un miliardo di dollari che potrebbe raddoppiare nel 2021. Ovviamente non è detto che questo non possa valere anche per altri paesi e altri scenari. La prima ricaduta riguarda ovviamente i sistemi sanitari. Ospedali, ambulatori e presidi medici sono profondamente in crisi in tutti i Paesi e l’onda lunga del coronavirus è potenzialmente devastante. Pensiamo ad esempio allo Yemen. Secondo i dati di Oxfam nella regione è attivo solo il 50% delle strutture sanitarie e in tutto il Paese i casi di colera registrati sono stati più di un milione.

Sanificazione delle strade per le vie di Sana’a, in Yemen

In un contesto così fragile rischiano di andare in frantumi anche i tentativi di pace avviati. Gli Stati europei e gli Usa hanno già iniziato a mostrare i segni del ritiro, impegnati a gestire le migliaia di persone contagiate nei rispettivi Paesi. E questo inevitabilmente ha indebolito anche gli organismi internazionali. Ufficialmente gran parte dei diplomatici dell’Onu hanno ribadito che gli sforzi per monitorare i conflitti andranno avanti, ma intanto le Nazioni Unite hanno ridotto le riunioni in programma. «Temo che queste crisi saranno sempre più ammattonate a loro stesse. Sicuramente lo saranno per i prossimi mesi», ha detto a Lettera43 Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio di Roma dello European Council on Foreign Relations.

TROPPI CENTRI DI POTERE IMPEDISCONO LA GESTIONE DELL’EMERGENZA

Nei principali scenari di guerra il primo problema è dettato dal fatto che i centri di potere sono distribuiti e non fanno capo a un’unica autorità centrale. In Siria, ce ne sono almeno tre: nelle regioni a Est dell’Eufrate il controllo è nelle mani delle forze curde; più a Sud il potere è nelle mani di Damasco e Bashar al-Assad; mentre a Ovest, nella regione di Idlib c’è l’influenza della Turchia. Lo stesso schema si ripete anche in Libia, con la contrapposizione tra il governo di Tripoli, appoggiato dalla comunità internazionale e dalla Turchia, e le forze del generale Khalifa Haftar supportate indirettamente da Russia, Emirati Arabi e Egitto. E in Yemen dove si combattono i miliziani sciiti houthi appoggiati dall’Iran e ciò che resta del governo centrale sostenuto dall’Arabia Saudita.

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I TIMORI PER I CONTAGI IRANIANI IN SIRIA

Entrata nel suo decimo anno di guerra, la Siria è uno dei contesti più sensibili per la potenziale diffusione del Sars-CoV-2. Al momento i casi segnalati sono cinque, ma le pesantissime carenze sanitarie rendono impraticabile l’ipotesi di un allargamento dei tamponi. Il settore che preoccupa di più è quello orientale, nel quale è stato esteso un coprifuoco a partire dal 23 marzo. In gran parte delle aree controllate dei curdi mancano non solo i kit per le diagnosi, ma anche strumenti medici. Ma la situazione è delicata anche nella regione di Idlib, ultima sacca fuori dal controllo del regime di Damasco in mano a ribelli e forze jihadiste. Il 5 marzo scorso Russia e Turchia hanno concordato un cessate il fuoco che ha fermato i bombardamenti. Ma nell’ultimo anno i combattimenti hanno messo fuori uso oltre 61 strutture mediche. Per il momento circa 300 kit per la diagnosi sono stati spediti dall’Organizzazione mondiale della sanità nella regione e altri 2 mila dovrebbero arrivare nelle prossime settimane. Un migliaio di operatori sanitari dovrebbero confluire in zona con un carico di 10 mascherine e 500 respiratori. Numeri ovviamente che non bastano a mettere in sicurezza l’area e che dal dicembre scorso ha visto un flusso di oltre 900 mila rifugiati spostarsi verso Nord .

Igienificazione di una casa distrutta nel villaggio di Binnish vicino Idlib, in Siria

Un fattore estremamente rilevante è quello dell’Iran. I legami tra la Repubblica islamica e le regioni del Levante come Iraq, Libano e soprattutto Siria si è rinsaldato con lo scoppio del conflitto nel 2011. Le milizie sciite come la libanese Hezbollah sono state fondamentali per permettere ad Assad di rimanere al potere. Ma a preoccupare non è solo il flusso di combattenti che arrivano da Teheran, uno dei focolai globali più estesi. Si teme per i flussi di pellegrini che solcano la regione per raggiungere moschee e santuari, un fattore che potrebbe aver allargato il contagio.

LE ACCUSE DI TRIPOLI AI MERCENARI RUSSI

Quest’ultimo aspetto è molto importante e legato a doppio filo con la situazione in Libia. Il 23 marzo il governo di Fayez al-Sarraj ha puntato il dito contro la compagnia aerea siriana Cham Wings che avrebbe trasportato dei mercenari provenienti dalla Siria nella città di Bangasi, attualmente nelle mani del generale Haftar. Per il ministero degli Interni tripolino il volo avrebbe portato combattenti legati ai contractor del gruppo paramilitare russo Wagner, ma anche membri degli Hezbollah libanesi e della Guardia rivoluzionaria iraniana. Secondo quanto scrive il Financial Times negli ultimi mesi si è creato un asse sempre più forte tra Haftar e la Siria di Assad. La Cham Wings, che al momento conta una flotta di quattro velivoli, ha aperto un ufficio a Bengasi, mentre qualche settimana fa Haftar ha aperto una sorta di ambasciata libica a Damasco. In tutto questo i voli tra le due città sono aumentati. Jalel Harchaoui, analista del think-tank Clingendael Institute, ha spiegato al Ft che il Gruppo Wagner ha già mandato 200 combattenti in Libia quest’anno e ha reclutato altri 3-400 siriani per combattere con Haftar.

Una via deserta della città di Bengasi in Libia.

Il conflitto sembra non essersi sopito del tutto. «Non credo molto alla possibilità di un vero cessate il fuoco», ha spiegato Varvelli, «potremmo arrivare a qualcosa di provvisorio dettato dal coronavirus. Per la paura data dal diffondersi dei virus gli scontri potrebbero rallentare fino a congelarsi». Dallo scorso aprile è in corso una guerra a bassa intensità nei settori meridionali di Tripoli, dove l’uomo forte della Cirenaica ha lanciato un’offensiva per conquistare la capitale. Nel corso del 2019 gli scontri sono andati avanti a fiammate. E nemmeno gli accordi di Berlino hanno mostrato segni di una pace duratura. L’artiglieria del generale ha preso di mira il centro della città. E qualche giorno fa l’esecutivo Serraj ha annunciato l’intenzione di lanciare nuovi attacchi per rispondere all’offensiva contro il centro di Abu Grein a Sud di Misurata. «In questo periodo», ha continuato l’anlista di Ecfr, «i supporter di Haftar, e dall’altra parte la Turchia, continueranno a organizzarsi per essere pronti poi a colpire. Con il virus gli scontri potrebbero rallentare ma questo periodo servirà ad ambo le parti per rinforzarsi, serrare i ranghi e ottenere nuove armi».

LE EPIDEMIE EUROPEE LASCERANNO MANO LIBERA AL GOLFO

In questo senso l’epidemia potrebbe avere effetti deleteri sul prosieguo della guerra. «Non sono molto ottimista sulla prospettiva di pacificazione del Paese perché non vedo condizioni globali che permettano realmente un accordo di pace, questo perché sostanzialmente entrambe le parti pensano ancora di vincere, soprattutto dalla parte che sponsorizza Haftar». Il problema è che Europa, Italia in testa, e Stati Uniti, si stanno concentrando molto sulle rispettive epidemie domestiche e in questo scenario quelli pronti ad approfittare potrebbero essere i Paesi del Golfo, Emirati in testa. E quindi a rischiare è soprattutto il governo di Sarraj: «Storicamente è il più debole perché supportato dalle Nazioni unite, dalla comunità internazionale ma in gran parte lo è solo a parole. Il governo di Tripoli ha messo 350 milioni per rispondere a questa crisi, poi bisognerà vedere come verranno utilizzati anche perché il sistema sanitario non esiste in Libia. Entrambi gli schieramenti dispongono di poche risorse, ma mentre Haftar può far fronte soprattutto dai paesi del Golfo come gli Emirati, dall’altra parta chi finanzierà Serraj quando ne avrà bisogno?». «È difficile dire quale sarà l’evoluzione di queste crisi», ha aggiunto Varvelli, «ma potrebbero esserci degli attori più spregiudicati come la Russia e la Turchia che potrebbero approfittare di questa distrazione generale dettata dal Covid-19».

Il pronto soccorso dell’ospedale Al-Khadra a Tripoli, in Libia.

L’unica cosa certa è l’inevitabile collasso del sistema sanitario nel caso scoppiasse un focolaio: «Siamo in una situazione in cui lo Stato non esiste da lungo tempo, quindi immaginiamoci cosa può essere la sanità pubblica. Tutti i libici che hanno qualche soldo vengono in Europa a farsi curare. Non a caso nel 2018 lo stesso Haftar era volato a Parigi per farsi curare», ha concluso l’analista.

IL RISCHIO ECATOMBE IN YEMEN

Rispetto allo scenario libico e siriano, in Yemen la situazione resta molto più tesa e nonostante la possibile diffusione del Sars-CoV-2 gli scontri tra governativi e houthi potrebbero continuare. «Sulla base di quanto sta avvenendo negli ultimi giorni, con una recrudescenza dei combattimenti in diverse aree del Paese, tutto lascia presagire che il conflitto continuerà senza alcuna interruzione», ha spiegato a Lettera43 Ludovico Carlino, Senior Analyst per l’Ihs Jane’s Country Risk. «Gli appelli di Oms e Onu degli ultimi giorni paiono aver trovata scarsa risonanza nel Paese al momento», ha aggiunto. Il problema è che per il momento ogni iniziativa diplomatica per arrivare anche solo a un cessate il fuoco è ferma. Nei primi mesi dell’anno gli scontri sono ripresi con maggiore intensità, in particolare nelle province di al Jawf e Marib, dove gli houthi hanno sferrato un attacco contro le forze governative.

Una fabbrica di mascherine a Sana’a.

A questo punto lo scoppio di un focolaio difficilmente sovvertirà l’inerzia del conflitto, almeno nel rapporto di forza da distanza tra la petromonarchia saudita e il paese degli ayatollah: «Il focolaio in Iran potrebbe avere ripercussioni sulla capacità di Teheran di continuare a sostenere gli houthi come fatto fino ad ora», ha continuato Carlino. «Ma dall’altra parte, è anche vero che una parallela emergenza in Arabia Saudita, ed il conseguente impatto economico legato al Covid-19, potrebbe costringere il regno a diminuire il proprio coinvolgimento nel conflitto». In mezzo però c’è sempre la popolazione yemenita, schiacciata da cinque anni di conflitto e dalle epidemie di colera. Nel Paese «manca completamente un’infrastruttura sanitaria in grado di mettere in moto un qualsiasi tentativo di prevenzione o contenimento di una eventuale epidemia. In altre parole, anche se dovesse entrare in vigore una tregua umanitaria, il Paese non è attrezzato in alcun modo ad affrontare un’emergenza che andrebbe a sommarsi a quella già esistente».

Un bambino porta un kalashnikov durante una manifestazione di fine gennaio nel cuore della capitale yemenita.

Con un sistema sanitario praticamente inesistente l’eventuale scoppio di un’epidemia di Covid-19 sarebbe devastante: «In un Paese già in ginocchio per gravissime carenze sanitarie e con una popolazione allo stremo, il bilancio finale sarebbe certamente più alto che in altre aree del mondo», ha spiegato ancora Carlino. Per ora i “due governi” hanno provato a correre ai riparti come hanno potuto. Sia gli houthi sia l’esecutivo del presidente Abd Rabu Mansur Hadi ad Aden hanno disposto chiusure e blocchi per evitare l’ingresso di persone da altri Paesi. Addirittura sono stati fermati gli arrivi degli aerei cargo dell’Onu a Sana’a. Ma non è detto che “l’isolamento bellico” possa tenere fuori il virus dal Paese ancora per molto.

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I contagi da coronavirus nel mondo il 29 marzo

Trump nega la quarantena a New York, New Jersey e Connecticut. Johnson annuncia peggioramenti. Cina alle prese coi casi di ritorno. I morti sono 5.694 in Spagna, oltre 30 mila in tutto il pianeta.

Sono oltre 30 mila le vittime della pandemia da coronavirus nel mondo secondo il conteggio della Johns Hopkins University, un terzo delle quali nella sola Italia, 665 mila il numero totale dei contagi accertati, con in testa gli Stati Uniti (124.665). Il contatore dell’università americana piazza il numero globale di guariti a oltre 140.200, 12.384 dei quali in Italia, seconda in questa classifica dopo la Cina (oltre 75.500 guariti).

NIENTE QUARANTENA A NEW YORK

Nonostante la folle velocità con cui continuano a crescere i malati negli Stati Uniti, Donald Trump ha rifiutato una quarantena per gli stati di New York, New Jersey e Connecticut: «Non sarà necessaria», ha twittato il presidente, che invece ha posto limitazioni sui viaggi. «Ho chiesto al Centers for disease control and prevention di emettere un forte ‘travel advisory, che sarà amministrato dai governatori in consultazione con il governo federale».

QUASI 5.700 MORTI IN SPAGNA

In Spagna i morti sono diventati 5.694, mentre il totale dei contagiati è salito a 72.248 e quello delle guarigioni a 12.285, secondo le cifre aggiornate del quotidiano El Pais. La maggiore concentrazione di casi, scrive il giornale spagnolo, si ha a Madrid, con 2.757 morti e 21.520 contagi, seguita dalla Catalogna (1.226 morti, 15.026 casi). Terza per morti è la regione di Castiglia-La Mancha (448 decessi) mentre per contagi al terzo posto c’è il Paese Basco (5.136 casi). Il 28 marzo la Spagna ha subito un balzo record di 832 morti in sole 24 ore.

JOHNSON SCRIVE AI CITTADINI

Il premier britannico Boris Johnson ha inviato una lettera a tutti i cittadini, affermando che le cose peggioreranno ancora prima di cominciare a migliorare e prefigurando ulteriori restrizioni ai movimenti e regole di distanziamento sociale. «Fin dall’inizio abbiamo cercato di implementare le misure giuste al momento giusto», ha scritto il premier. «Non esiteremo ad andare oltre, se ce lo suggeriranno il parere di medici e scienziati. È importante per me essere esplicito: sappiamo che le cose peggioreranno prima di migliorare. Ma ci stiamo preparando nel modo giusto, e più seguiremo tutti le regole, meno vite andranno perdute e prima la vita potrà tornare alla normalità. Per questo, nel momento dell’emergenza nazionale, vi rivolgo questo invito: ‘Restate a casa. Proteggete il nostro sistema sanitario (Nhs) e salvate vite’».

IN CINA 45 NUOVI CONTAGI

La Cina ha registrato sabato 28 marzo 45 nuovi casi di contagio da coronavirus di cui 44 importati e uno nella provincia dell’Henan. Secondo la Commissione sanitaria nazionale (Nhc), le infezioni di ritorno sono salite a 693, divenendo la fonte di preoccupazione per Pechino dopo l’apertura progressiva dell’Hubei e del suo capoluogo Wuhan, focolaio della pandemia, perché aree a «nuove infezioni azzerate». I decessi sono 3.300 (in crescita di cinque, tutti nell’Hubei). I casi totali sono 81.439, di cui 2.691 sotto trattamento medico e 75.448 guariti.

IN COREA DEL SUD 105 NUOVI MALATI

La Corea del Sud conta 105 nuovi casi di contagio da coronavirus per sabato 28 marzo (dai 146 di venerdì), di cui la metà importati, mentre i dimessi dagli ospedali sono stati 222, a 5.033, per un tasso di guarigione al 52,52%. In base agli ultimi aggiornamenti riferiti a sabato della Korea centers for disease control and prevention (Kcdc), i decessi sono aumentati a 152 (+8), mentre le infezioni importate sono salite a 412 sul totale di 9.583 casi complessivi. Seul ha rafforzato i controlli sugli arrivi nel Paese contro il ‘contagio di ritorno’.

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Nella geopolitica del coronavirus chi rischia di più è l’Ue

Trump perde credibilità, Xi e Putin manovrano per avvantaggiarsene. Ma nulla ci fa pensare che, passata la crisi, le macro-dinamiche internazionali saranno stravolte. Eccezion fatta per la tenuta dell'Unione.

Il mondo appare in apnea, intento solo a proteggersi da un nemico tanto microscopico quanto velenoso, tanto aggressivo quanto ignaro della paura che sta inculcando, tanto apolide quanto espressione di un’identità forte e potenzialmente mortifera. 

Un nemico che non sa di esserlo ma che con la sua carica distruttiva sta coprendo sotto una coperta provvisoria tutto ciò che fino a qualche fa erano i temi, i nodi, le vicissitudini della convivenza internazionale. Al punto che è moneta corrente immaginare che quando sarà sconfitto o almeno neutralizzato nella sua progressione espansiva «nulla sarà come prima» quasi a prefigurare una strutturale trasformazione del Dna stesso dei rapporti umani e, a maggior ragione, delle relazioni internazionali

IL DOVUTO SCETTICISMO

Un nulla che cambia immagine e sostanza a seconda del grado di ottimismo o di pessimismo di quanti lo immaginano ed esprimono. Io vorrei far parte della schiera di chi propende per un nulla ottimistico o almeno confortante, ma vi sono frenato da quel poco di conoscenza della storia dell’umanità che ho avuto modo di attraversare attraverso il racconto di chi l’ha vissuta e/o studiata. Una conoscenza che mi induce ad un certo scetticismo di fondo alimentato, del resto, dai seguiti dati dall’umanità interessata a calamità anche ben più gravi e deleterie di quelle che questo nemico sta provocando. Mi riferisco alla peste di manzoniana memoria, alla cosiddetta “spagnola”, a Ebola,  ecc. 

GLI EFFETTI SULLA GEOPOLITICA

Sì, tutte le parole che ho scritto finora hanno un solo punto di riferimento: la diffusione del coronavirus che ormai tiene tutti inchiodati alla radio e/o alla televisione e/o ai giornali e ai social media; per non parlare di quanti lo stanno patendo direttamente e/o indirettamente sulla propria pelle e di quanti temono di esserne vittime. E di quanti lo combattono nelle corsie d’ospedale e nei centri di ricerca. È davvero impressionante constatare come questa pandemia stia ormai al centro della narrazione mondiale e stia già facendo elaborare le ipotesi più diverse circa riflessi che potrà produrre sulla dinamica degli equilibri geopolitici ed economici internazionali, dove il ruolo dell’ormai bollato come erratico presidente Trump viene messo a confronto con lo strategicamente accorto Xi Jinping e, naturalmente, con il neo-patentato Zar di Russia, Vladimir Putin, mentre l’Europa viene tirata in ballo quasi solo per denunciarne la disunione strutturale fino alla vigilia del vertice europeo del 26 marzo.

LA PERDITA DI CREDIBILITÀ DI TRUMP E LE MANOVRE DI XI E PUTIN

Emerge in estrema sintesi una prevalente perdita di credibilità e dunque di leadership mondiale del primo di cui si starebbe avvantaggio il secondo, che cerca di far dimenticare le pesanti responsabilità assunte nel tacere e comunque nel sottostimare il tasso di diffusione del virus, attraverso un approccio, adesso, di ben calcolata generosità a livello internazionale, seguito a ruota dal collega russo che fa fatica a rendere accettabili le statistiche ufficiali sul morbo. Si passa quasi sotto silenzio l’inadeguatezza del G7 e del suo cugino, il G20, alle prove con la presidenza dell’Arabia Saudita, mentre si continua a dare credito all’Organizzazione mondiale della sanità che peraltro è priva di reale autorità nei riguardi dei Paesi membri.

CHI RISCHIA DAVVERO È L’UE

In realtà nulla o quasi ci fa ritenere che una volta superato l’attuale momento di crisi non si riprenderanno le fila delle traiettorie tendenziali che si erano registrate prima senza particolari stravolgimenti. Chi sta ad un bivio davvero rischioso è l’Unione europea dove i membri più rigorosi sono anche i più accoglienti paradisi fiscali, i meno rigoristi sono i membri che meno hanno fatto per mettere in ordine i propri conti e i più sovranisti sono quelli che adesso invocano la generosità dell’Unione nel suo complesso.

I CONFLITTI IN STAND-BY DEL MEDIO ORIENTE

Lo stesso vale a mio giudizio per l’area del Nord Africa dove il virus ha messo la mordacchia ai consistenti movimenti di dissidenza e di vera e propria mobilitazione: penso in particolare all’Algeria ma anche al Marocco e alla Tunisia, e ha rallentato in qualche modo le dinamiche conflittuali in atto; ma è solo una pausa.

I conflitti che si sono attenuati riprenderanno non appena possibile

Non molto diverso è il caso di paesi come l’Iraq e la Siria e lo stesso Yemen dove le ragioni conflittuali del potere e le divisioni etnico-settarie si sono appena attenuate, per riprendere, ritengo, non appena possibile. 

L’EQUILIBRIO PRECARIO DI IRAN E TURCHIA

Diverso è il caso di un Paese come l’Iran, al centro di un processo di difficoltà pericolosamente crescenti e di sempre più arduo superamento che il virus ha solo contribuito ad accentuare e di quello della vicina Turchia dove Erdogan sembra intenzionato a mantenersi comunque sul filo del rasoio di un precario equilibrio interno in nome di una strategia ottomana che stenta a controllare.

LA FRAGILITÀ DEL SISTEMA GLOBALIZZATO

Resta comunque il fatto che in un contesto in cui i Paesi che rappresentano un po’ la punta di lancia della multipolarità del mondo e che stanno ponendo in atto politiche di forte espansione monetaria – in testa gli Usa di Trump – sembrano sottovalutare un dato di fatto indiscutibile: la manifesta fragilità di un sistema globalizzato che gira sul perno dell’assoluta sovranità del mercato e della cosiddetta «catena del valore». 

RIPARTIRE DAL BENE COMUNE

Penso che occorra rivedere l’asse sul quale gira quel perno e arricchirlo di un componente: la dimensione di un ritrovato umanesimo dove il bene comune, così come lo ha vissuto Olivetti e lo sta vivendo Cucinelli, tanto per fare due esempi, abbia almeno pari cittadinanza del Prodotto interno lordo. Sarebbe una quasi-rivoluzione che solo il pubblico, cioè lo Stato inteso come comunità umana, potrebbe assicurare. Conforta in questa prospettiva l’impegno del G20 a «fare tutto quello che è necessario» (Draghi) per superare l’impatto «sociale, economico e finanziario» del coronavirus iniettando 5 mila miliardi di dollari nell’economia mondiale. 

IL CONSIGLIO UE A UN PUNTO DI SVOLTA

Conforta il messaggio dell’Unione europea allo stesso G20 – «Eventi senza precedenti richiedono azioni senza precedenti. È necessaria un’azione veloce, massiva e coordinata a livello globale sui fronti della sanità e dell’economia per salvare vite ed evitare ulteriori crisi economiche». Ma ancor più conforta il rinvio di 10 giorni entro i quali arrivare a una conclusione del Consiglio Ue degna dell’attuale momento eccezionale sollecitata anche dal nostro premier, forte dei risultati già consistenti ottenuti dagli sherpa in sede di bozza preparatoria. Forse questa volta si riuscirà a far battere un colpo a questa Unione Europea.

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New York rischia di essere peggio di Wuhan e della Lombardia

L'allarme del Nyt: «Difficoltà nell'appiattire la curva». Nella Grande Mela il coronavirus uccide circa una persona ogni 17 minuti.

Se il tasso di crescita di casi di coronavirus continuerà ai livelli attuali, l’area metropolitana di New York registrerà un epidemia peggiore di quella di Wuhan in Cina o della regione Lombardia in Italia. Lo afferma il New York Times, secondo il quali New York ha avuto meno successo nell’appiattire la curva di casi rispetto a Wuhan o alla regione Lombardia. “Non c’è garanzia che il trend continuerà. E’ possibile che il distanziamento sociale rallenterà o fermerà la crescita di casi” precisa il New York Times.

Il coronavirus uccide nella città di New York una persona ogni 17 minuti. Lo riporta il New York Post citando le ultime statiche della Grande Mela. Nella città i casi sono oltre 26.600, di cui 5.250 persone ricoverate in ospedale. I pazienti con coronavirus in terapia intensiva sono 1.175. L’area più colpita di New York è il Queens con 8.529 casi, seguita da Brooklyn con 7.091, il Bronx con 4.880, Manhattan con 4.627 e Staten Island con 1.534.

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Johns Hopkins: superati i 600 mila casi di coronavirus nel mondo

Secondo l'università, i contagiati complessivi dall'inizio dell'epidemia di Covid-19 sono 602.262. I morti sono 27.889, mentre i guariti 131.854. I Paesi più colpiti sono Stati Uniti, Italia e Cina.

Hanno superato i 600 mila i contagi da coronavirus nel mondo, secondo l’ultimo bilancio della Johns Hopkins University. Per la precisione, i casi finora registrati sono 602.262. I deceduti in tutto il mondo sono 27.889 e i guariti 131.854. Al primo posto come numero di contagi ci sono gli Stati Uniti, con 104.837 casi, al secondo l’Italia con 86.438 e al terzo la Cina con 81.948.

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A Wuhan sono arrivati i primi treni passeggeri dopo il lockdown per coronavirus

Per ora i viaggiatori sono autorizzati ad arrivare, ma non a lasciare la città di 11 milioni di abitanti.

Dopo un lockdown lungo oltre due mesi, la città di Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus, fa un passo in avanti verso la “normalità”. Per la prima volta dopo l’isolamento, sono arrivati treni passeggeri. Per ora, però, i viaggiatori sono autorizzati ad arrivare, ma non a lasciare la città di 11 milioni di abitanti.

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Coronavirus, perché la crisi per la Cina non è finita

Il Dragone sembra in ripresa. Ma la diffusione del Covid-19 nel resto del mondo crea seri problemi alla Repubblica Popolare. Riducendo gli export, frammentando la catena di produzione e creando un’enorme incertezza.

L’economia cinese rimbalza dopo il crollo indotto dal coronavirus. O forse no. Questa è una delle urgenti questioni che il Covid-19 presenta all’Asia e al mondo, ormai in pieno testacoda a causa dell’epidemia. Per il Dragone le notizie sono ambigue. Da un lato il Paese soffre la peggiore crisi da quando si è «convertito» al capitalismo alla fine degli Anni 70. L’inizio del 2020 è stato infatti deleterio per il settore produttivo, già normalmente rallentato dalle festività legate al capodanno lunare, che cade fra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio. La produzione industriale nei primi due mesi dell’anno è scesa del 13,3% rispetto allo stesso periodo del 2019, mentre le vendite al dettaglio sono calate del 20,5% e gli investimenti fissi crollati di addirittura il 24,5%.

IL PAESE RICOMINCIA A VIVERE

«Abbiamo visto la cancellazione di tutti gli ordini e di tutti gli eventi sia fra aziende che fra aziende e clienti. Il costo dei salari e del mantenimento della merce avrà un impatto enorme sulla nostra impresa», lamenta Adrien Niclot, presidente di Wine Export e Wine Brothers, compagnie specializzate nella distribuzione di vini francesi in Cina. Come molte altre piccole e medie realtà, il lavoro si è fatto estremamente difficile, con costi fissi da soddisfare senza introiti. «Il nuovo anno cinese è una data importante, i vini sono appena arrivati in magazzino e senza vendite abbiamo avuto zero liquidità in entrata», racconta. Eppure da qualche settimana la Cina sembra essere sulla strada della ripresa. Quantomeno il Dragone è più in salute della concorrenza, in tutti i sensi. Le infezioni sono al lumicino e le città stanno finalmente ricominciando a vivere. Persino alberghi e ristoranti di Pechino riaprono: ci si può sedere solo in due per tavolo e ad almeno un metro di distanza, ma è un grande passo avanti rispetto alla desolazione di febbraio.

I TIMORI DIETRO LE RASSICURAZIONI DEL GOVERNO

I dati del ministero del Commercio indicano che almeno il 70% delle aziende chiave nel settore delle importazioni ed esportazioni hanno riaperto e perfino a Wuhan le autorità sperano di eliminare le misure di sicurezza entro l’8 aprile. «Gli indicatori economici probabilmente mostreranno un miglioramento significativo nel secondo trimestre e l’economia cinese tornerà ai suoi livelli di produzione potenziali piuttosto velocemente», ha affermato con invidiabile ottimismo Chen Yulu, vice governatore della Banca Popolare Cinese. È un messaggio che il governo sta ripetendo con forza: ce la stiamo facendo e il mondo può imparare dalla nostra esperienza. La diffusione del Covid-19 nel resto del mondo crea però seri problemi alla Repubblica Popolare, riducendo gli export, frammentando la catena di produzione e creando un’enorme incertezza. Morgan Stanley sostiene per esempio che il Pil americano potrebbe crollare del 30,1% fra aprile e giugno, con la disoccupazione che rischia di salire oltre il 12%. Per Goldman Sachs l’intera economia mondiale entrerà in recessione nel 2020, scendendo a meno uno per cento.

La Cina faticherà a trovare abbastanza clienti in Occidente e i mercati emergenti semplicemente non sono abbastanza grandi per compensare

Yukon Huang, economista

In queste condizioni è facile immaginare che le aziende cinesi troveranno difficile esportare e servire i loro clienti internazionali, come sostiene anche Yukon Huang, noto economista presso il Carnegie Endowment for International Peace ed ex direttore per la Cina della Banca Mondiale. «La Cina faticherà a trovare abbastanza clienti in Occidente e i mercati emergenti semplicemente non sono abbastanza grandi per compensare. I settori affetti includono quello delle automobili, dato che le principali compagnie occidentali hanno fermato la produzione, e le comunicazioni, visto che le catene di produzione sono state spezzate», scrive l’esperto. È anche per questo che le stime di crescita della Cina sono state tagliate. Un rapporto di Deutsche Bank avvisa che l’economia cinese potrebbe contrarsi di oltre il 30% nel primo trimestre, prima di risalire nel corso dell’anno. Il 2020 resterà però negativo, almeno per gli standard cinesi: il pil potrebbe scendere dal 6,1 al 2,6% secondo la China International Capital Corporation Limited, una delle principali banche di investimenti cinesi.

L’IMPATTO DI UNA CRISI PROLUNGATA

Per Niclot, una crisi prolungata avrebbe un impatto devastante su molte piccole aziende del suo settore. «Se le restrizioni continuano la salute delle aziende legate al vino sarà in pericolo,» spiega a Lettera43. «Ricominciare sarà difficile, perché il vino in Cina è un prodotto legato ai piaceri e al divertimento. Se le carriere e i risparmi dei clienti sono a rischio le vendite dovranno essere riviste al ribasso». Del resto, ogni stima è provvisoria vista la rapidità con la quale il coronavirus cambia le carte in tavola. La crisi sta ora esplodendo in Europa e negli Stati Uniti ma non è affatto certo che il mondo emergente ne resterà immune. Tutt’altro. È di oggi la notizia secondo la quale la Tailandia ha dichiarato lo stato di emergenza, mentre i casi si moltiplicano in tutto il Sudest Asiatico, in America Latina e nel continente africano.

LA FINE DEL TUNNEL NON È VICINA

Né si escludono recrudescenze in quei Paesi, come Giappone e Corea del Sud, che paiono aver contenuto la crisi. Si tratta di un rischio concreto anche nella Repubblica Popolare, dove le ultime infezioni sono «di importazione». I dati della Commissione Nazionale della Sanità evidenziano infatti 78 nuovi casi di Covid-19 registrati il 23 marzo, il doppio rispetto al giorno precedente. Di questi, ben 74 sarebbero legate all’estero. Insomma, alla Cina va il merito di aver efficacemente combattuto il virus e di essere tornata a una qualche forma di normalità. Come sostiene il Financial Times, oggi come oggi potrebbe addirittura trattarsi del posto migliore dove investire per sfuggire al coronavirus. Ma la crisi non è finita e l’alba resta lontana anche per il Dragone.

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Quelle migliaia di urne di Wuhan che smentiscono Pechino

File lunghissime di persone davanti alle agenzie funebri della città. E camion carichi di contenitori. Le foto e i video circolano insieme con l'indignazione di chi ha perso i parenti a causa del virus. E rompono il muro della censura cinese.

Lunghe file di parenti in attesa di ricevere le ceneri dei loro cari morti di Covid-19 nell’area di Wuhan ed enormi pile di urne cinerarie presso le agenzie di pompe funebri rinnovano i dubbi sulla reale entità dei decessi per coronavirus in Cina e sulla veridicità della narrazione ufficiale sulla lotta all’epidemia diffusa dalle autorità di Pechino.

Dalla giornata di giovedì, infatti, le famiglie delle vittime del virus nella metropoli della Cina centrale, dove la malattia sarebbe apparsa non a dicembre come riferito inizialmente ma il 17 novembre (se non prima), sono state autorizzate a raccogliere le ceneri in otto crematori locali.

E mentre lunghissime file si snodavano di fronte ai siti funerari, le foto e i video dei camion su cui venivano trasportate migliaia di urne hanno cominciato a circolare sui social media cinesi, rilanciate dal sito di Bloomberg e dal principale quotidiano in lingua inglese di Singapore, lo Straits Times.

LE FILE DAVANTI ALLE AGENZIE FUNEBRI

Il sito cinese Caixin è stato il primo a pubblicare le immagini delle lunghe code all’esterno delle agenzie. Sia mercoledì che giovedì i camion avrebbero spedito circa 2.500 urne, mentre un’altra immagine pubblicata sempre da Caixin mostra altre 3.500 urne accatastate all’interno, anche se finora non si è potuto verificare se fossero piene. Gli addetti di sei delle otto imprese funebri di Wuhan interpellati dal sito hanno affermato di non avere dati su quante urne fossero in attesa di venire raccolte o di non essere autorizzati a rivelare i numeri. Le altre due imprese non hanno risposto alle chiamate. Malgrado le strettissime maglie della censura cinese, le foto però hanno cominciato comunque a circolare sui social, sotto la spinta emotiva delle informazioni – arrivate anche in Cina – circa l’enorme aumento dei casi e dei decessi in tutto l’Occidente, da Milano a Madrid fino a New York.

LA PROVINCIA DELL’HUBEI VERSO LA RIAPERTURA

Va ricordato che secondo le autorità di Pechino, a Wuhan ci sarebbero stati in tutto 2.535 decessi, numeri contestati subito da molti media indipendenti fin dall’inizio dell’epidemia e che appaiono incredibilmente bassi anche solo se rapportati ai morti italiani. Nei giorni scorsi anche i dati che riportavano la cessazione di oltre 21 milioni di utenze mobili in Cina negli ultimi tre mesi avevano rilanciato a livello internazionale l’ipotesi che il numero effettivo dei casi e dei morti potesse essere molto più alto di quanto dichiarato da Pechino. Questo mentre il governo annunciava che il blocco in atto da gennaio nella regione più colpita, l’Hubei, verrà gradualmente revocato, visto che la conta dei nuovi casi avrebbe ormai raggiunto lo zero. Contestualmente Pechino ha intensificato sia gli sforzi della propaganda per negare l’origine cinese del Sars-Cov-2, sia quelli della diplomazia, inviando aiuti e forniture mediche in molti Paesi.

MOLTI MORTI NON RIENTRANO NEL CONTEGGIO UFFICIALE

Ma i dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali aumentano, alimentati dai tentativi delle autorità – ormai comprovati – di coprire l’epidemia nelle sue fasi iniziali. Anche molti residenti di Wuhan e della regione, inondando i social media di post indignati, hanno richiesto un’azione disciplinare contro i massimi funzionari locali. Sempre secondo le informazioni raccolte da Caixin, molte persone che sono decedute in Cina hanno avuto sintomi di Covid-19, ma non sono state testate e quindi non risultano nel conteggio dei casi ufficiali. Ci sono stati anche molti pazienti che sono morti per altre malattie a causa della mancanza di un trattamento adeguato, quando gli ospedali cinesi sono andati in tilt per trattare i pazienti affetti da coronavirus.

IMPOSSIBILE PIANGERE E SEPPELLIRE I PROPRI MORTI

Giovedì il governo di Wuhan ha emesso un’ordinanza che vieta alle persone in città di recarsi nei cimiteri o sulle tombe dei loro cari fino al 30 aprile, il che significa che non potranno osservare il tradizionale Ching Ming Festival (la festa dei morti in Cina) del 4 aprile, che prevede fra l’altro la rituale pulizia delle tombe ed è infatti anche detta Giorno degli Antenati. Anche altre province, tra cui il Guangxi e lo Zhejiang, hanno annunciato restrizioni simili.

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Intanto alcune testimonianze rompono il muro di silenzio. Due cittadini di Wuhan, che hanno perso membri della famiglia a causa del virus, hanno raccontato di avere avuto l’ordine di farsi accompagnare dai loro datori di lavoro o dai funzionari dei comitati di quartiere a raccogliere le urne, motivando la disposizione come «misura contro le riunioni pubbliche». «Mi è stato detto dal governo del distretto di aspettare fino a quando non potrò raccogliere le ceneri di mio padre», ha scritto su Weibo un residente di Wuhan usando lo pseudonimo Xue Zai Shou Zhong, che significa “neve in mano”. Un’altra utente di Weibo, nick name Adagier, ha dichiarato di aver perso suo marito a causa del coronavirus e di essere stata contattata dalla polizia che l’ha «caldamente invitata» a non essere «troppo emotiva», chiedendole poi chiaramente di interrompere la pubblicazione di post online. Prima di fare quello che le è stato ordinato, la donna ha scritto però un ultimo messaggio: «Ho solo una richiesta. Voglio dare a mio marito una sepoltura degna, il prima possibile»

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Spagna, crescono ancora i morti con coronavirus: 769 nelle ultime 24 ore

In totale, le vittime con Covid-19 sono 4.858. I casi attivi salgono a 64.059, mentre i guariti a 9.357.

Il numero dei morti in seguito alla diffusione del coronavirus torna ad aumentare in Spagna con 769 vittime indicate nelle ultime 24 ore. Il bilancio totale dei morti sale così a 4.858. Lo scrive El Pais. Si contano inoltre 64.059 contagi da Covid-19, mentre sono 9.357 i guariti, riferiscono i media spagnoli citando le cifre fornite dal ministero della Sanità.

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Pechino sta dicendo la verità sui decessi da Covid-19?

Ben 21 milioni di utenze telefoniche mobili sono scomparse nel nulla nel giro di tre mesi. Il dato sorprende in un Paese dove il cellulare è necessario per compiere ogni attività. Potrebbero essere i numeri chiusi dai lavoratori tornati nei villaggi. Ma i conti ancora non tornano.

In Cina il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito di 21 milioni negli ultimi tre mesi. Il dato emerge confrontando i dati diffusi il 19 marzo dalle autorità di Pechino e quelli del dicembre 2019.

E fuori dal Paese, fonti della dissidenza organizzata già ipotizzano che la spiegazione sia da attribuire ai decessi dovuti a Covid-19 generando forti dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali dell’epidemia fornite fino a oggi dalla Cina.

Del resto, da qualche tempo, anche da noi in Italia in molti si interrogavano sull’evidente e davvero sorprendente disparità tra i dati italiani e quelli cinesi. Specialmente sul conteggio dei morti.

L’ITALIA HA QUASI IL DOPPIO DEI MORTI DELLA CINA

Le cifre parlano chiaro: in Cina – a epidemia ormai conclusa, come afferma ormai da qualche giorno, insistentemente, il governo – i morti sarebbero stati circa 3.300 su una popolazione pari a 1 miliardo e mezzo di persone, mentre in Italia siamo già a oltre 6.000 morti su 60 milioni di abitanti: 100 decessi per milione di abitanti da noi contro i 2,2 morti per milione in Cina. Cifre ufficiali e a dir poco sconcertanti.

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I tentativi di spiegare questa impressionante forbice statistica sono stati diversi: dall’anzianità della popolazione italiana rispetto a quella cinese al modo diverso di conteggiare le morti. L’ipotesi è che in Cina si siano calcolati i decessi esclusivamente per coronavirus, in Italia anche quelli “con”. Ipotesi, come quelle che fioriscono per spiegare la scomparsa di 21 milioni di utenze in un Paese in cui i cellulari sono una parte indispensabile della vita visto che senza un telefonino non si può nemmeno riscuotere la pensione.

L’ALLARME LANCIATO DALL’EPOCH TIMES

Il primo a lanciare l’allarme è stato l’Epoch Times, testata della dissidenza cinese all’estero, con sede negli Stati Uniti. «Il livello di digitalizzazione è molto alto in Cina. Le persone non possono sopravvivere senza un cellulare», ha dichiarato il 21 marzo scorso al settimanale Tang Jingyuan, un commentatore degli affari cinesi che vive negli Usa. «Avere a che fare con il governo per pensioni e previdenza sociale, comprare biglietti del treno, fare shopping…non importa cosa le persone in Cina debbano fare, sono ormai da tempo obbligate a usare i cellulari».

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Ancora di più durante questa epidemia. «Il regime cinese richiede a tutti i cittadini di utilizzare il proprio cellulare per generare un codice sanitario», ha fatto notare Tang. «Solo con un codice sanitario verde è permesso ai cinesi di spostarsi. È praticamente impensabile che una persona oggi rinunci al suo cellulare». Inoltre, aggiungiamo noi, i conti bancari e previdenziali sono integrati con i piani di telefonia cellulare; le app sui telefoni cinesi controllano le carte Sim rispetto al database dello Stato per assicurarsi che il numero appartenga all’utente.

RICONOSCIMENTO FACCIALE E MONITORAGGIO SANITARIO

La Cina ha introdotto le scansioni facciali obbligatorie il primo dicembre 2019 per confermare l’identità della persona che ha registrato il telefono. Ma già dal primo settembre 2010 richiedeva a tutti gli utenti di registrare la la linea con una reale identificazione, mediante la quale lo Stato può controllare ormai tutti i movimenti delle persone attraverso il suo sistema di monitoraggio su larga scala che utilizza – se ne è parlato tanto in questi ultimi giorni anche da noi in Italia – riconoscimento facciale avanzato, telecamere di sorveglianza onnipresenti ovunque, droni-spia e geolocalizzazione spinta. Proprio quegli stessi elementi così invasivi per la privacy che però hanno consentito ai cinesi di contenere – secondo le dichiarazioni di Pechino – il dilagare dell’epidemia, monitorando ogni contagiato, anche se asintomatico. Non solo. Pechino ha lanciato per la prima volta codici sanitari basati sul cellulare il 10 marzo scorso. Tutti i cittadini sono obbligati a installare un’app e registrare le informazioni sanitarie personali. Quindi l’app genera un codice QR, che appare in tre colori, per classificare il livello di salute dell’utente. Il rosso indica che la persona ha una malattia infettiva e quindi deve mettersi subito in auto-isolamento, il giallo indica che la persona potrebbe averne una e il verde indica che la persona è sana e può quindi muoversi liberamente.

I DATI DEL MINISTERO CINESE DELL’INDUSTRIA E DELLA TECNOLOGIA DELL’INFORMAZIONE

Di fronte a questo scenario, è passata un po’ in sordina la dichiarazione del ministero cinese dell’Industria e della tecnologia dell’informazione (Miit), che il 19 marzo ha rilasciato le cifre ufficiali degli utenti telefonici in ciascuna provincia, riferiti al mese di febbraio. Rispetto al precedente comunicato del 18 dicembre 2019 e che riguardava i dati di novembre, sia gli utenti di telefonia cellulare che di telefonia hanno fatto registrare un fortissimo calo. Mentre nello stesso periodo dell’anno precedente, sempre secondo i dati del ministero, il numero di utenti era aumentato. Confermando fra l’altro un trend in costante aumento negli ultimi anni.

L’ANDAMENTO DELLE UTENZE

Le cifre ufficiali fornite dal governo sono queste: il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito da 1.600.957.000 a 1.579.927.000, con un calo di 21,03 milioni. Il numero di utenti di telefoni fissi è diminuito da 190,83 milioni a 189,99 milioni, con un calo di 840 mila unità. Nel febbraio dell’anno scorso, il numero era aumentato. Secondo il Miit, a febbraio 2019 era passato da 1,5591 miliardi a 1,5835 miliardi, 24,37 milioni di utenze telefoniche mobili in più. Anche i contratti di rete fissa erano aumentati da 183.477 milioni a 190.118 milioni, ovvero 6.641 milioni in più.

IL CALO DELLE RETI FISSE SPIEGABILE CON LA CHIUSURA DELLE PICCOLE IMPRESE

E anche l’ipotesi che tutto possa dipendere da un generale calo demografico cinese non regge. Secondo il National Bureau of Statistics cinese, alla fine del 2019 la popolazione era 4,67 milioni in più rispetto al 2018, raggiungendo il miliardo e 400 milioni di persone. Il calo del 2020 degli utenti di telefonia fissa potrebbe avere una spiegazione plausibile: essere cioè dovuto alla quarantena nazionale a febbraio, durante la quale molte piccole imprese sono state chiuse. Ma la diminuzione delle utenze mobili non può essere spiegata nello stesso modo.

I RISULTATI DEI TRE MAGGIORI OPERATORI NAZIONALI

A ulteriore conferma vengono poi i dati operativi forniti da tutti e tre i gestori di telefoni cellulare in Cina. China Mobile, il maggiore operatore telefonico che detiene circa il 60% del mercato domestico dei cellulari, ha riferito che ha attivato 3,732 milioni di account in più a dicembre 2019, ma ne ha persi 0,862 milioni a gennaio 2020 e 7,254 milioni a febbraio 2020. Il gestore aveva guadagnato 2,411 milioni di account in più a gennaio 2019 e 1,091 milioni in più a febbraio 2019. Stesso trend analizzando i numeri di China Telecom, il secondo operatore cinese, che detiene circa il 21% del mercato. Ha guadagnato 1,18 milioni di utenti a dicembre 2019, ma ne ha persi 4,3 milioni a gennaio 2020 e ha visto “sparire” 5,6 milioni di utenze mobili a febbraio 2020. Nel 2019 aveva segnato un +4,26 milioni a gennaio e un +2,96 milioni a febbraio. China Unicom infine, che non ha ancora pubblicato i dati relativi a febbraio, è sulla stessa linea. Se si confrontano i dati disponibili di gennaio 2020 con quelli dell’inizio del 2019, la società ha perso 1,186 milioni di utenti a gennaio 2020, ma ne aveva guadagnati 1,962 milioni a febbraio 2019, con un ulteriore aumento di 2.763 milioni a gennaio dell’anno scorso.

OGNI CITTADINO ADULTO PUÒ AVERE MASSIMO CINQUE NUMERI

La Cina consente a ciascun adulto di richiedere al massimo cinque numeri di cellulare. Dal 10 febbraio, la data dell’enorme lockdown, la maggior parte degli studenti ha seguito le lezioni online, come stanno facendo ora molti studenti italiani, quasi sempre utilizzando un numero di cellulare. I telefonini di questi studenti sono registrati a nome dei genitori (perché in Cina un minorenne non può intestarsi un contratto di telefonia mobile), quindi molti genitori avrebbero avuto bisogno semmai di aprire nuovi account per i cellulari a febbraio, non certo di chiuderne. La grande domanda – l’inquietante ipotesi che avanza Epoch Times e diverse altre Ong straniere che si battono per i diritti in Cina e per spingere il regime cinese a maggiore trasparenza – è se il drastico calo degli account dei cellulari sia collegato alle morti per coronavirus. Rendendo quindi la contabilità molto superiore a quella dei dati ufficiali di Pechino.

I NUMERI SCOMPARSI POTREBBERO APPARTENERE A LAVORATORI MIGRATI IN CITTÀ

Cercando spiegazioni alternative all’ipotesi inquietante che sta circolando, si può osservare che è anche possibile che alcuni lavoratori migranti interni avessero già prima dello scoppio dell’epidemia e del conseguente blocco generale, due numeri di cellulare: uno nella loro città natale e l’altro nella città in cui lavoravano. A febbraio è anche possibile ipotizzare che molti – tornati ai loro villaggi per il capodanno lunare – di fronte all’impossibilità di rientrare nei luoghi di lavoro abbiamo chiuso questo ipotetico secondo numero. «Ma siccome in Cina esiste un canone mensile di base per detenere un numero di cellulare», osserva ancora l’analista Tang Jingyuan, «è molto più probabile che la maggior parte dei lavoratori migranti – un gruppo sociale con un reddito medio tra i più bassi della Cina – abbia in realtà soltanto un numero di telefonino».

LA RIPRESA DELLE ATTIVITÀ IN MOLTE PROVINCE

Approfondendo l’analisi dei dati, si vede che la Cina aveva 288,36 milioni di lavoratori migranti ad aprile 2019, secondo l’Ufficio nazionale cinese di statistica. Il 17 marzo scorso, Meng Wei, portavoce della commissione cinese per lo Sviluppo e le riforme, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa mensile a Pechino che, tranne per la regione dell’Hubei, tutte le province avevano riferito la ripresa del 90% delle attività delle loro imprese. A Zhejiang, Shanghai, Jiangsu, Shandong, Guangxi e Chongqing, quasi tutte le aziende hanno ripreso ormai regolarmente la produzione. Quindi se il numero dei lavoratori migranti e il livello di occupazione sono attendibili, oltre il 90% di loro è ormai tornato al lavoro. Perché i lavoratori migranti non hanno riattivato le utenze?

LE ATTIVITÀ MORTUARIE A WUHAN

«Al momento, se anche soltanto il 10% degli account dei cellulari fosse stato chiuso perché gli utenti sono morti a causa del virus, il bilancio delle vittime sarebbe di 2 milioni», ha fatto notare Tang. E ad accrescere i dubbi si aggiunge infine l’analisi delle attività funerarie nella regione dell’Hubei, la più colpita. Le sette aziende attive a Wuhan hanno cremato corpi per 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana a partire da fine gennaio. La provincia di Hubei ha utilizzato anche altri 40 crematori mobili dal 16 febbraio. Un ex giornalista della televisione di Stato cinese, la Cctv, Li Zehua, arrestato dai servizi di sicurezza e poi fatto sparire, era riuscito a entrare di nascosto a Wuhan, visitando la comunità di Baibuting, tra le più colpite dall’epidemia. Il 18 febbraio scorso, poco prima si sparire nel nulla, aveva trasmesso in diretta streaming da un crematorio della zona, dove documentava come il carico di lavoro fosse tale che moltissimi inservienti venivano assunti e pagati con salari elevati. In mancanza di dati certi, insomma, il vero bilancio delle vittime in Cina resta un mistero. E la scomparsa di 21 milioni di cellulari alimenta ipotesi che forse non potranno mai venire né verificate, né smentite.

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Coronavirus: oltre 2 mila morti in Spagna, 462 nelle ultime 24 ore

Crescono i casi totali (33.089): 4.517 in più rispetto a ieri, un incremento del 14%. Un altro dato negativo riguarda gli operatori sanitari contagiati: 3.310. Ma c'è anche un trend positivo. «La percentuale dei pazienti in terapia intensiva si sta riducendo», dicono le autorità sanitarie.

Il coronavirus non dà tregua alla Spagna: i morti salgono a 2.181, di cui 462 soltanto nelle ultime 24 ore. Ma cresce anche il numero dei contagiati totali, 33.089, di cui 2.355 si trovano in terapia intensiva. Attualmente, i pazienti ancora positivi sono 27.552.

CRESCONO I POSITIVI, DIMINUISCONO I RICOVERI IN TERAPIA INTENSIVA

Rispetto al 22 marzo, i positivi sono aumentati di 4.517, con un incremento del 14%, hanno riferito le autorità sanitarie. Allo stesso tempo «si va riducendo la percentuale dei pazienti in terapia intensiva». Ma non solo. «Oltre il 10% dei contagiati sono stati dimessi», ha spiegato il direttore del centro di coordinamento emergenze del ministero Fernando Simon, «ma c’è un altro dato che non ci piace: 3.310 operatori sanitari contagiati.

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La situazione del coronavirus nel mondo il 22 marzo

Cresce il numero dei contagiati. Gli Stati Uniti superano quota 25 mila e diventano il terzo paese. Il Regno Unito è a 5 mila. La Cina ne registra 46 in un giorno, uno di questi è interno.

Aumentano i malati di Covid-19 negli Stati Uniti. Con oltre 25 mila casi positivi di coronavirus (25.493), il Paese ha superato la Spagna diventando il terzo per numero di contagiati, dopo Cina e Italia. Nel giro di 24 ore sono stati registrati circa 8.000 nuovi casi. Il numero di morti è salito a 307. Il vicepresidente Mike Pence e sua moglie Karen sono risultati negativi al test. Lo ha reso noto una portavoce del vicepresidente, che guida anche la task force Usa contro la Covid-19.

REGNO UNITO OLTRE 5 MILA

In incremento anche il numero dei casi nel Regno Unito, dove ha superato la soglia delle 5.000 unità a quota 5.067. Lo riporta l’ultimo bollettino diffuso dalla Johns Hopkins University. I bilancio dei morti è salito a quota 233 ed i guariti sono 65.

IN CINA 46 NUOVI CASI

La Cina riporta 46 nuovi casi di coronavirus, incluso uno di contagio sul suolo nazionale dopo tre giorni consecutivi senza casi interni. Il contagio locale è stato registrato nella provincia meridionale del Guangdong ed è stato collegato a un caso importato dall’estero, secondo le autorità sanitarie cinesi. Nella provincia di Hubei e nella sua capitale Wuhan, punti di partenza dell’epidemia, il ritorno alla normale vita quotidiana sta avvenendo solo gradualmente. Non ci sono stati nuovi casi il 21 marzo in questa regione.

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