Crescono i contagi in Corea del Sud: slitta la riapertura delle scuole

Gli studenti sarebbero dovuti rientrare in classe il 13 maggio. Si temono nuovi focolai legati alla vita notturna nei locali di Itaewon, a Seul.

Non solo in Cina, anche in Corea del Sud torna la paura. Nel Paese si sono registrati 35 nuovi casi di coronavirus, il livello più alto dal 9 aprile, con le infezioni collegate alla vita notturna dei locali di Itaewon, a Seul, salite a 79.

«Alle 8:00 di questa mattina, sei ulteriori persone sono risultate positive al Covid-19, portando il totale dei pazienti legati a Itaewon a 79», ha affermato Yoon Tae-ho, funzionario del Central Disaster and Safety Countermeasures Headquarter, rimarcando i rischi di una ripresa dei focolai. I contagi accertati su scala nazionale sono saliti a 10.909.

Per questo Seul ha rinviato di una settimana la riapertura delle scuole inizialmente prevista per mercoledì 13 maggio.

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Gli Usa intensificano la raccolta di informazioni sulla sorella di Kim Jong Un

Per gli osservatori è Kim Yo Jong la più probabile candidata alla successione del fratello. Ma la linea di sangue potrebbe mettere in gioco anche lo zio del leader nordcoreano. Intanto la Cia è in grande attività per capire lo scenario del “dopo-Kim”. Mentre Seul nega ci siano cambiamenti in vista a Pyongyang.

Tra le notizie contrastanti che inseguono di ora in ora sulla salute del leader nordcoreano Kim Jong Un, tra cui la possibilità che sia già morto o prossimo al decesso, i servizi di intelligence americani sono in grande attività per cercare di ottenere informazioni tempestive sulla situazione e su cosa potrebbe accadere a Pyongyang nello scenario del “dopo-Kim”. Sebbene non vi siano prove chiare che il leader nordcoreano sia davvero malato o addirittura morto, l’intelligence statunitense sta intensificando la raccolta di informazioni sulla sorella, Kim Yo Jong, come ha dichiarato a un quotidiano giapponese Bruce Klingner, che ha trascorso 20 anni lavorando presso la Central Intelligence Agency – la Cia – e la Defence Intelligence Agency (Dia) ed è ora ricercatore senior per il Nord-Est asiatico presso il think tank della Heritage Foundation, con sede a Washington.

Klingner ha affermato che la Cia effettua «analisi di leadership», separate «dall’analisi politica» più generale di un Paese, per cercare di capire in anticipo quali possano essere – per esempio nel caso specifico della Corea del Nord – i passi successivi a una eventuale uscita di scena di Kim Jong-un. «La Cia raccoglie da sempre informazioni sulla famiglia Kim», ha affermato Klingner. «Non si tratta solo di informazioni politiche e istituzionali, ma anche del comportamento privato di ciascun individuo».

L’esperto americano a ha anche osservato che questioni come l’uso di farmaci, l’abuso di droghe, il temperamento, la fiducia in sé stessi e le tendenze ad agire in modo “impetuoso” o “riflessivo”, rientrano tutte tra le specifiche da analizzare, per l’intelligence Usa. «La Cia sta verificando, tra l’altro, quanta effettiva influenza abbia la giovane Kim Yo Jong sull’apparato di governo nordcoreano e in che modo i burocrati al potere a  Pyongyang – il “cerchio magico” dei fedelissimi della famiglia Kim – siano o meno disposti ad appoggiare e legittimare la sua eventuale leadership», ha detto.

LA COREA DEL NORD RESTA UN PAESE IMPENETRABILE

L’apparizione della sorella di Kim Jong-un alle Olimpiadi invernali tenutesi a Pyeongchang, in Corea del Sud, nel febbraio 2018, ha rappresentato un segnale molto chiaro per la comunità internazionale, secondo Klingner. «I funzionari più anziani si sono chiaramente ritirati in buon ordine, per lasciare a lei la ribalta», ha detto. Ma Klingner ha anche descritto la Corea del Nord come uno degli obiettivi più difficili, per i servizi americani, su cui ottenere informazioni. «Quando sono passato dalla copertura dell’Unione Sovietica alla Corea del Nord, i sovietici sembravano un libro aperto rispetto a Pyongyang», ha detto.

La Corea del Sud ha sufficienti strumenti di intelligence per affermare con sicurezza che non ci sono sviluppi insoliti a Pyongyang

Il ministro dell’Unificazione della Corea del Sud, Kim Yeon-chul

Malgrado il governo sudcoreano abbia più volte ribadito, negli ultimi giorni, di non essere a conoscenza di alcuna «attività straordinaria» in Corea del Nord (eufemismo diplomatico pe riferirsi ad eventuali segnali di un imminente cambio di leadership) non è riuscita a dissipare le voci alimentate da un rapporto della Cnn della scorsa settimana, che affermava come Kim fosse in «grave pericolo di vita». Il ministro dell’Unificazione della Corea del Sud, Kim Yeon-chul, ha detto nel corso di un incontro riservato che «la Corea del Sud ha sufficienti strumenti di intelligence per affermare con sicurezza che non ci sono sviluppi insoliti a Pyongyang»

Da sinistra, Kim Jong Un e la sorella Kim Yo Jong.

«Kim Jong Un è vivo e vegeto», ha dichiarato a Fox News, domenica, Chung-in Moon, consigliere per la Politica estera e la sicurezza del presidente Moon Jae-in. «Si trova nella zona di Wonsan dal 13 aprile». Tuttavia, diverse fonti diplomatiche nella Corea del Sud hanno indicato che è molto probabile che Kim soffra di problemi di salute di qualche tipo, anche molto seri.

LA SORELLA YO JONG LA PIÙ QUOTATA PER LA SUCCESSIONE

La dinastia Kim trae la sua legittimità dalla «linea di sangue del Monte Paektu» – il lignaggio familiare che collega direttamente Kim Jong Un e i suoi fratelli con il loro nonno, il “padre della patria” Kim Il Sung,. Se Kim Jong Un sarà impossibilitato a guidare la nazione – non necessariamente perché morto, ma anche soltanto perché in condizioni di salute che glielo impediscano – gli esperti dell’intelligence Usa ritengono che lo scenario più probabile sia il passaggio a un sistema di leadership collettiva, incentrato appunto sulla sorella, Kim Yo Jong, il n. 2 di fatto. Preferita dal suo defunto padre, Kim Jong Il, Kim Yo Jong è cresciuta alla scuola del “maestro della propaganda nordcoreana” Kim Ki Nam, secondo il Financial Times. Il suo profilo globale è cresciuto in modo significativo quando è stata inviata alle Olimpiadi invernali, diventando il primo membro della famiglia Kim al potere a visitare il Sud, dalla Guerra di Corea. Ha anche accompagnato suo fratello a Singapore nel 2018 e poi in Vietnam l’anno successivo per i due vertici di Kim Jong Un con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Kim Yo Jong – alla quale resta l’unico handicap di essere una donna in un Paese di mentalità maschilista – ha comunque consolidato il suo potere

Kim Yo Jong – alla quale resta l’unico handicap di essere una donna in un Paese dove la mentalità maschilista è ancora ampiamente diffusa e legittimata – ha comunque consolidato il suo potere in modo significativo negli ultimi tempi. È stata confermata quale membro supplente del Politburo del Partito dei lavoratori al potere, l’11 aprile scorso, e si ritiene che sia stata recentemente trasferita in una posizione che le consente di sovrintendere alle strategie del partito e alla raccolta di informazioni. Ma i conoscitori più al corrente della realtà nordocoreana ritengo che le riesca ancora difficile mantenere una presa salda sull’esercito, proprio a causa del suo essere donna.

ANCHE LO ZIO KIM PYONG IL TRA I PAPABILI PER PRENDERE IL POTERE

Alcuni osservatori non escludono nemmeno la possibilità che – con la scomparsa o l’inabilità di Kim Jong-un – il potere possa passare allo “ziastro”, Kim Pyong-il. Il 65enne Pyong-il è il fratellastro più giovane del loro padre, il defunto “Caro leader” Kim Jong Il, e in precedenza aveva lavorato come ambasciatore della Corea del Nord nella Repubblica Ceca, rientrando stabilmente nel suo Paese d’origine, per la prima volta dopo oltre trent’anni, solo alla fine dell’anno scorso. I tre figli di Kim Jong Un sono troppo giovani per subentrare direttamente sul “trono” di Pyongyang, tenuto conto che il maggiore a solo 10 anni. Il fratello maggiore di Kim Jong-un poi, Kim Jong Chul, si è tenuto fuori dai circoli di potere di Pyongyang da molto tempo, e non appare disponibile – e tantomeno “papabile” – alla successione di Jong-un.

I grattacieli di Pyongyang.

L’agenzia di stampa Reuters ha riferito venerdì 24 aprile che la Cina aveva inviato un team medico nel Nord per fornire consulenza, citando tre persone che avevano familiarità con la situazione. La notizia è stata vista come la conferma che Kim Jong-un fosse stato sottoposto a chirurgia cardiovascolare e i medici cinesi fossero andati a Pyongyang per cercar di rianimarlo. A sostegno del rapporto Reuters, 38 North, un sito web con sede a Washington che monitora con attenzione ciò che accade in Corea del Nord, sabato 25 aprle aveva pubblicato alcune immagini satellitari commerciali che mostravano un treno che si ritiene appartenga a Kim, in una stazione ferroviaria di Wonsan, nei pressi di uan delle “residenze estive” di Kim Jong-un.

INTANTO SI LAVORA A UN COLLEGAMENTO FERROVIARIO TRA NORD E SUD

Nel frattempo il Rodong Sinmun, quotidiano “governativo” di Pyongyang (dove non esiste la stampa libera e indipendente, bisogna ricordarlo) mantiene un assoluto silenzio sulle condizioni di Kim. Ma i media ufficiali non hanno nemmeno fornito alcuna notizia sulla sorella Kim Yo Jong , ormai dal 12 aprile scorso, legittimando in questo modo le speculazione secondo le quali si starebbe lavorando segretamente per preparare il dopo-Kim, tra incertezze  e faide interne per la successione. Nel bel mezzo di questo caos informativo e politico, la Corea del Sud ha tenuto una cerimonia, lunedì 27 aprile, per inaugurare ufficialmente «la posa della prima pietra» di un progetto ferroviario Nord-Sud, due anni dopo lo storico vertice tra il presidente sudcoreano Moon e Kim Jong Un: un collegamento deciso proprio in quella occasione. La costruzione dovrebbe iniziare alla fine del 2021.

Il presidente sudcoreano Moon ha espresso la speranza di riprendere al più presto la cooperazione bilaterale

La Dichiarazione di Panmunjom, firmata dai due leader al vertice del 2018, prevedeva appunto il ricollegamento dei paesi su rotaia e su strada, oltre a diversi altri obiettivi, tra cui la dichiarazione formale della fine della guerra di Corea. Sembra che proprio la mancanza di progressi nell’attuazione della dichiarazione – in parte a causa di un vertice fallito tra Kim e Trump – abbia accentuato la sfiducia di Kim Jong-un verso Seul. In realtà un collegamento ferroviario tra i due Paesi sarebbe impossibile, ora come ora, perché violerebbe le sanzioni delle Nazioni Unite, ma il presidente sudcoreano Moon ha espresso la speranza di riprendere al più presto la cooperazione bilaterale, dicendo che «scopriremo cosa possiamo fare nonostante le sanzioni e lavoreremo incessantemente per attuarlo». Non ha detto però quello – ed è quello che tutto il mondo in questo momento vorrebbe sapere – se si aspetta di «riprendere a lavorare» con Kim Jong-un, o col suo successore.

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Il coronavirus sarebbe arrivato in Corea del Sud da Wuhan con gli adepti di una setta

Circa 200 adepti della Chiesa Shincheonji di Gesù hanno continuato a fare proselitismo in Cina nonostante l'allarme epidemia. Avrebbero poi portato l'infezione in patria dando vita al focolaio di Daegu. La metà dei casi registrati sarebbero infatti legati al gruppo religioso.

I membri della setta cristiana Shincheonji di Gesù accusati di essere gli “untori” del coronavirus in Corea del Sud, si erano incontrati a Wuhan fin da dicembre, sospendendo i viaggi nella città cinese al centro dell’epidemia solo quando si sono resi conto che la loro comunità era stata colpita dal Covid-19.

Alcuni siti sudcoreani avevano parlato dell’apertura, nel 2019, di una chiesa del gruppo a Wuhan, ma l’informazione era stata subito rimossa dal sito dell’organizzazione. Martedì il South China Morning Post, quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, ha dimostrato finalmente il collegamento diretto tra il focolaio coreano e la città cinese epicentro dell’epidemia, confermando le molte accuse di incoscienza e irresponsabilità mosse a una chiesa che molti in patria considerano una setta segreta “apocalittica” da mettere fuorilegge. Le rivelazioni daranno sicuramente nuova forza alla petizione – arrivata alle 500 mila firme – per chiedere al governo di Seul di metterla al bando.

Circa la metà dei casi positivi in Corea del Sud sono infatti collegati al centro religioso di Daegu. Al momento il Paese asiatico, con oltre 1260 casi, è secondo al mondo per numero di contagiati dietro la Cina e davanti all’Italia.

GLI INCONTRI A WUHAN E IL RITORNO A CASA PER IL CAPODANNO

«Le voci su un virus hanno iniziato a circolare a novembre, ma nessuno le ha prese sul serio», ha detto al quotidiano una adepta. «Ero a Wuhan a dicembre, quando la nostra chiesa ha deciso di sospendere tutti i raduni appena saputo del coronavirus». La donna, insegnante di scuola materna di 28 anni, ha aggiunto che la maggior parte dei membri era tornata a casa all’inizio delle vacanze del Capodanno lunare a fine gennaio. Molti si sarebbero infettati, e avrebbero poi diffuso il contagio in Corea. La chiesa Shincheonji di Gesù conta nella sua sede di Wuhan circa 200 adepti, molti dei quali sono attualmente in quarantena fuori città. In Cina i seguaci sarebbero circa 20 mila, la maggior parte dei quali vive in grandi città come Pechino, Shanghai, Dalian, Changchun e Shenyang. Mentre in totale, nel mondo, sono circa 250 mila, con filiali anche negli Usa e in Nuova Zelanda.

IL VIRUS «CREATO DAL DIAVOLO»

Le principali critiche sono mosse da ex seguaci o familiari degli adepti, che la definiscono una setta per i livelli di segretezza e per il culto della personalità nei confronti del suo fondatore, Lee Man-hee, il quale è convinto di essere la seconda reincarnazione di Gesù Cristo. «Quando arriverà il giorno del giudizio», ha detto, «porterò con me in Paradiso 144 mila fedeli». Di recente Lee aveva attribuito al diavolo la creazione del coronavirus.

PROSELITISMO ANCHE DOPO LO SCOPPIO DELL’EPIDEMIA

Secondo quanto riferito dal Scmp, un membro della chiesa della città coreana di Daegu – attuale focolaio del contagio, che secondo alcuni rischia di diventare una nuova Wuhan – ha visitato la Cina a gennaio, e funzionari sanitari della Corea del Sud stanno cercando di capire se le infezioni nella città di Cheongdo siano collegate a una cerimonia funebre di tre giorni tenutasi in un ospedale locale. Fonti cinesi hanno anche riferito che la chiesa di Shincheonji. Un pastore cristiano nella provincia di Hubei ha detto che i membri della setta hanno continuato a lavorare, e molti a fare proselitismo, nella provincia anche durante lo scoppio dell’epidemia.

IL CULTO IN SEGRETO PER EVITARE I CONTROLLI DELLA POLIZIA

Un’altra adepta cinese, un’insegnate dell’asilo di Wuhan, ha invece respinto con forza le accuse mosse ai suoi confratelli, dicendosi sicura che i recenti focolai di massa in Corea del Sud non siano collegati a loro. «Non credo che il virus sia venuto da noi, perché nessuno dei nostri fratelli e sorelle a Wuhan è stato infettato», ha assicurato. Non conosco i seguaci di altre città, ma sono sicura che almeno noi siamo puliti. Nessuno di noi ha riferito di essere malato». E, ancora: «Ci sono così tanti cinesi che viaggiano in Corea del Sud e trovo davvero ingiusto indicarci come untori». La donna ha anche affermato che nel 2018 il tempio sacro del gruppo di Wuhan, nel distretto di Hankou, era stato perquisito dalla polizia, ma i fedeli avevano continuato a praticare in segreto e in piccoli gruppi. «Siamo a conoscenza di tutte le notizie negative diffuse contro la nostra chiesa dopo lo scoppio dell’epidemia nella Corea del Sud», ha ribadito, «ma abbiamo deciso di non difenderci pubblicamente perché questo ci creerebbe problemi con il governo». Insomma: «Vogliamo solo superare questa crisi e continuare a praticare la nostra fede in pace».

L’OSTILITÀ NEI CONFRONTI DELLE ALTRE CHIESE

Bill Zhang, 33enne residente a Shanghai ed ex missionario della setta Shincheonji, ha spiegato come la natura segreta del gruppo abbia reso difficile per le autorità cinesi reprimerne efficacemente le attività. Ha anche rivelato che la filiale di Shanghai teneva le sue riunioni regolarmente il mercoledì e il sabato, attirando da 300 a 400 persone alla volta. «La sede è stata perquisita molte volte e la polizia ha interrogato regolarmente i ministri del culto, a volte mettendoli in carcere per brevi periodi», ha ricordato. «Ma i membri della chiesa hanno semplicemente continuato le loro riunioni in piccoli gruppi di 8-10 persone, incontrandosi segretamente non appena la pressione della polizia diminuiva». Zang ha deciso di allontanarsi dalla setta quando si è reso conto della sua vera natura: «La Chiesa Shincheonji sostiene di essere l’unica a detenere la verità, basando questa credenza su di una errata lettura della Bibbia, ed è convinta che tutte le altre chiese, sia le confessioni cristiane regolari sia i vari culti para-cristiani, siano malvagie».

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Coronavirus, in Cina altri 150 morti. Iran: giallo sulle vittime

Il bilancio totale nella Repubblica popolare parla di 2.593 vittime e 77.345 casi. Allerta in Corea del Sud. Mentre Teheran smentisce i 50 decessi di Qom. Il primo caso in Afganistan.

Mentre lItalia è alle prese con un’emergenza che si allarga di ora in ora, il coronavirus in Cina ha causato solo nella giornata di domenica altri 150 morti. Sabato erano stati 97. Più di 400 i nuovi casi di infezione accertati, secondo l’aggiornamento quotidiano fornito dalla Commissione sanitaria nazionale (Nhc).

Il totale dei decessi è così salito a 2593 su 77.345 casi. I dimessi dagli ospedali sono saliti a 24.734, con un aumento di 1.846 unità. La provincia dell‘Hubei, l’epicentro dell’epidemia, ha registrato il 23 febbraio 149 morti, 398 nuove infezioni e 1.439 guarigioni, facendo salire i numeri complessivi, rispettivamente, a 2.945, 64.287 e 16.738. Per la prima volta in decenni la sessione annuale del parlamento in programma il 5 marzo è stata rinviata.

Intanto sei province hanno abbassato hanno il livello di emergenza portandolo da 1, il più alto, a 2 o a 3: si tratta di Gansu, Liaoning, Guizhou, Yunnan, Shanxi e Guangdong. La mossa delle autorità locali segue l’invito del presidente Xi Jinping a un «ritorno ordinato» alle attività lavorative e produttive dopo la festività del Capodanno lunare, eccezionalmente prolungata per l’emergenza sanitaria.

COREA DEL SUD: ALLERTA ROSSA

Picco di contagi anche in Corea del Sud, secondo Paese più colpito dopo la Cina con 833 casi, 70 solo nelle ultime ore. Per questo domenica Seul ha alzato l’allerta a rosso, per la prima volta dall’epidemia di febbre suina H1N1 del 2009. La mossa consente alle autorità di adottare misure eccezionali come la chiusura momentanea delle scuole e il taglio dei voli aerei da e per il Paese.

IN GIAPPONE ISTITUITA UNA TASK FORCE

Situazione critica anche in Giappone dove i casi sono 146 oltre ai 691 della Diamond Princess attraccata al porto di Yokohama. Il premier Shinzo Abe ha ordinato l’istituzione di un comitato di emergenza per prepararsi a gestire un potenziale aumento dei casi. Nel giorno che è coinciso con il 60esimo compleanno dell’imperatore Naruhito e con le celebrazioni al palazzo imperiale già cancellate per evitare grandi raduni di masse, Abe ha detto che la task force dovrà presentare misure efficaci di prevenzione in un momento in cui il virus si sta diffondendo pericolosamente in diverse regioni dell’arcipelago. Abe ha detto che alcuni centri medici hanno cominciato a somministrare il vaccino anti-influenzale Avigan per determinare la sua efficacia nel trattamento del coronavirus.

LE OLIMPIADI DI TOKYO NON SONO A RISCHIO

Non sembrano invece a rischio le Olimpiadi di Tokyo 2020. I preparativi, fanno sapere dal Cio, continuano come previsto. «Le contromisure contro le malattie infettive costituiscono una parte importante dei piani di Tokyo 2020 per ospitare dei Giochi Olimpici sicuri e protetti», si legge nella nota. «Tokyo 2020 continuerà a collaborare con tutte le organizzazioni pertinenti che monitorano attentamente l’incidenza di malattie infettive e rivedrà le contromisure che potrebbero essere necessarie con tutte le organizzazioni pertinenti».

PRIMO CASO IN AFGHANISTAN

A livello globale, è stato invece registrato il primo caso di coronavirus in Afghanistan nella provincia occidentale di Herat. Nel corso di una conferenza stampa a Kabul, il ministro della Sanità afghano Ferozuddin Feroz ha dichiarato l’emergenza nella provincia. Il paziente, ha aggiunto, è attualmente in isolamento in una struttura sanitaria.

IN IRAN IL GOVERNO NEGA LE 50 VITTIME DI QOM

In Iran, invece, altro Paese mediorientale colpito in concomitanza con le elezioni parlamentari, il governo ha negato che a Qom siano decedute almeno 50 persone come riportato dai media. «Nessuno ha accesso alle ultime informazioni e le false notizie potrebbero essere legate a malintesi, perché a volte i sintomi del virus sono gli stessi di quelli dell’influenza», ha detto un portavoce del governo. «Non dovremmo permettere che questa questione diventi politica», ha aggiunto, sottolineando che le ultime informazioni verranno rese note tra poche ore. Ad accusare le autorità della Repubblica islamica di non dire la verità sul numero di vittime e contagi è stato un deputato proprio di Qom, primo focolaio dell’epidemia. Al momento i casi ufficiali sono 47, 12 le morti.

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Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

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Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

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Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

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E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Il calvario dei rifugiati nordcoreani a Seul

Per i pochi che riescono a sfuggire al regime, una vita al Sud rappresenta il sogno per eccellenza. Ma non tutti ce la fanno. Strangolati da una società ipercompetitiva. Il reportage.

da Seul

Le hanno trovate dopo molte settimane. A causa dell’odore. La macabra scoperta l’ha fatta l’amministratore del condominio popolare nella zona Sud Ovest di Seul, spinto dalle lamentele dei vicini che insistevano sulla strano odore che usciva da quel piccolo appartamento; qualcuno doveva essere partito senza svuotare la spazzatura, dicevano. L’acqua era stata tagliata da tempo, per le bollette non pagate, e il frigorifero era vuoto, salvo alcuni peperoncini ormai marciti. Han, 42 anni, e la sua bambina di sei le hanno trovate sdraiate sul letto, abbracciate, nel disperato tentativo di conservare le poche forze che gli erano rimaste e che stavano per abbandonarle per sempre. Morte da tempo. Morte di fame.

L’inchiesta della polizia ha rivelato che Han, che era fuggita dalla povertà della Corea del Nord un decennio prima, aveva fatto il suo ultimo prelievo di 3.858 won (meno di 3 euro) dal suo conto bancario sudcoreano a maggio. E anche se i risultati dell’autopsia non sono ancora stati rivelati, gli investigatori non sono riusciti a trovare nessun elemento che potesse suffragare l’ipotesi di un gesto volontario: Han e la sua bambina, hanno dichiarato, sono morti di fame. Probabilmente senza più nemmeno la forza per porre fine, da sole, alla loro esistenza.

L’ODISSEA DEI RIFUGIATI NORDCOREANI

La scoperta è stata un autentico choc per l’opulenta società sudcoreana, che affolla i locali alla moda del famoso quartiere di Gangnam o della zona universitaria della capitale. Non solo perché la morte, per fame, di una mamma e della sua bambina rappresentano sempre e comunque una tragedia a qualsiasi latitudine e in qualsiasi contesto. Ma soprattutto perché Han era nordcoreana. Una rifugiata nordcoreana. Una di quei pochissimi disperati che riescono finalmente ad arrivare nella “terra promessa”, la Corea del Sud, mettendo a repentaglio la loro stessa vita e attraverso un percorso infernale che li porta ad attraversare la Cina e poi a fare tappa, nel corso della fuga, in Paesi “terzi”, come il Vietnam o la Tailandia, prima di riuscire a ottenere l’ambito “status” di rifugiato politico e venire spediti a Seul. La terribile fine di Han e di sua figlia hanno costretto l’opinione pubblica della Corea del Sud a interrogarsi su come uno dei Paesi più ricchi dell’Asia tratti coloro i quali rischiano tutto per fuggire alle privazioni e alla repressione di Kim Jong-un.

IL PIL PRO CAPITE SUDCOREANO? SUPERIORE A QUELLO DELL’ITALIA

Molti sudcoreani si sono domandati come possa essere stato possibile che chiunque – e tanto più un individuo che è fuggito da uno dei regimi più oppressivi del mondo – si trovi costretto ad affrontare una fine così terribile in un Paese che afferma di essere un porto sicuro per i suoi “fratelli nel Nord” e che vanta un Pil pro capite superiore a quello dell’Italia. Tutti i giornali e le televisioni del Sud hanno dedicato ampi editoriali alla tragedia: «Dove eravamo noi?», si è chiesto polemicamente il quotidiano Yonhap News, finanziato dallo Stato. «Non c’era alcuna possibilità di salvarli?», ha titolato il Readers News, un giornale con sede a Seul. «Ci fa venire le lacrime agli occhi sapere che un disertore nordcoreano sia stato vittima della fame e sia morto in questo modo atroce a Seul», ha dichiarato Moon Seong-ho, portavoce dell’opposizione conservatrice del Liberty Korea Party. Sotto accusa sono le apparenti lacune del modesto sistema di welfare del Paese. Han, che aveva divorziato dal marito cinese-coreano all’inizio di quest’anno, aveva ricevuto dal governo 100 mila won (80 euro) di sussidi mensili, ma non aveva richiesto le altre indennità a cui aveva diritto, secondo i funzionari del welfare locale. Il ministero dell’Unificazione, che gestisce il reinsediamento dei disertori, si è impegnato ad affrontare i “punti deboli” che potrebbero impedire ai rifugiati di ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno.

I circa 32 mila disertori del Sud hanno guadagnato mediamente solo tre quarti della retribuzione media di 2,56 milioni di won (2 mila euro) l’anno scorso

Nonostante ricevano la cittadinanza automaticamente e aiuti come l’alloggio e le necessità di base, molti nordcoreani lottano per sopravvivere in un Sud ipercompetitivo, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro di piccola entità. I circa 32 mila disertori del Sud hanno guadagnato mediamente solo tre quarti della retribuzione media di 2,56 milioni di won (2 mila euro) l’anno scorso, secondo la Korea Hana Foundation, una consociata del ministero dell’Unificazione. Spesso isolati come outsider o addirittura guardati con sospetto perché possibili spie comuniste, oltre la metà dei disertori ha riferito di aver subito discriminazioni, mentre un rapporto del ministero dell’Unificazione del 2015 ha riscontrato tra di loro un tasso di suicidi tre volte superiore a quello della popolazione generale. «Ero molto imbarazzato per il mio accento nordcoreano quando sono arrivato qui», dice Ken Eom, un ex ufficiale dell’esercito nordcoreano che ha disertato nel 2010. E aggiunge: «La maggior parte dei disertori della Corea del Nord sono in difficoltà in questo momento».

LE CRITICHE AL PRESIDENTE MOON JAE-IN

Alcuni critici hanno accusato il presidente Moon Jae-in e Il suo governo di sinistra di non fornire adeguato supporto ai disertori per compiacere Pyongyang e far avanzare il riavvicinamento con il Nord, che considera coloro che fuggono dal regime come traditori che meritano la prigione o addirittura la morte. In un editoriale pubblicato di recente, il quotidiano Daegu Shinmun ha invitato il governo a smettere di “adattare” la sua politica sui disertori preoccupandosi di come il Nord potrebbe reagire. «Il presidente Moon non ha titolo per parlare dei diritti umani nella Corea del Nord», ha dichiarato Ha Tae-kyung, un rappresentante del partito di opposizione di centrodestra Bareunmirae. «Ignora persino i rifugiati del Nord, che sono nostri concittadini a tutti gli effetti. E si preoccupa solo delle relazioni tra Nord e Sud».

IL DOLORE DI CHI È SOPRAVVISSUTO

Ma le dichiarazioni più forti sulla morte di Han e di sua figlia sono state quelle espresse dagli stessi rifugiati, che conoscono in prima persona quanto sacrificio e quanti rischi comportino la fuga dal Nord, alla ricerca di una vita migliore. «Abbandonare tutto, gli affetti, la famiglia, rischiare di venire uccisi o rinchiusi in qualche centro di detenzione, per sfuggire alla fame; venire nella terra del tuo stesso popolo per trovare la libertà, e poi morire di fame: è concepibile una cosa del genere?», si è chiesto Jung Gwang-il, un sopravvissuto ai campi di prigionia della Corea del Nord, fuggito al Sud nel 2004. «Sapere quello che è accaduto alla povera Han e alla sua bambina mi ha procurato un tale dolore che mi sembra che il cuore mi sia stato strappato dal petto».

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