Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

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Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

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Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

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E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Il calvario dei rifugiati nordcoreani a Seul

Per i pochi che riescono a sfuggire al regime, una vita al Sud rappresenta il sogno per eccellenza. Ma non tutti ce la fanno. Strangolati da una società ipercompetitiva. Il reportage.

da Seul

Le hanno trovate dopo molte settimane. A causa dell’odore. La macabra scoperta l’ha fatta l’amministratore del condominio popolare nella zona Sud Ovest di Seul, spinto dalle lamentele dei vicini che insistevano sulla strano odore che usciva da quel piccolo appartamento; qualcuno doveva essere partito senza svuotare la spazzatura, dicevano. L’acqua era stata tagliata da tempo, per le bollette non pagate, e il frigorifero era vuoto, salvo alcuni peperoncini ormai marciti. Han, 42 anni, e la sua bambina di sei le hanno trovate sdraiate sul letto, abbracciate, nel disperato tentativo di conservare le poche forze che gli erano rimaste e che stavano per abbandonarle per sempre. Morte da tempo. Morte di fame.

L’inchiesta della polizia ha rivelato che Han, che era fuggita dalla povertà della Corea del Nord un decennio prima, aveva fatto il suo ultimo prelievo di 3.858 won (meno di 3 euro) dal suo conto bancario sudcoreano a maggio. E anche se i risultati dell’autopsia non sono ancora stati rivelati, gli investigatori non sono riusciti a trovare nessun elemento che potesse suffragare l’ipotesi di un gesto volontario: Han e la sua bambina, hanno dichiarato, sono morti di fame. Probabilmente senza più nemmeno la forza per porre fine, da sole, alla loro esistenza.

L’ODISSEA DEI RIFUGIATI NORDCOREANI

La scoperta è stata un autentico choc per l’opulenta società sudcoreana, che affolla i locali alla moda del famoso quartiere di Gangnam o della zona universitaria della capitale. Non solo perché la morte, per fame, di una mamma e della sua bambina rappresentano sempre e comunque una tragedia a qualsiasi latitudine e in qualsiasi contesto. Ma soprattutto perché Han era nordcoreana. Una rifugiata nordcoreana. Una di quei pochissimi disperati che riescono finalmente ad arrivare nella “terra promessa”, la Corea del Sud, mettendo a repentaglio la loro stessa vita e attraverso un percorso infernale che li porta ad attraversare la Cina e poi a fare tappa, nel corso della fuga, in Paesi “terzi”, come il Vietnam o la Tailandia, prima di riuscire a ottenere l’ambito “status” di rifugiato politico e venire spediti a Seul. La terribile fine di Han e di sua figlia hanno costretto l’opinione pubblica della Corea del Sud a interrogarsi su come uno dei Paesi più ricchi dell’Asia tratti coloro i quali rischiano tutto per fuggire alle privazioni e alla repressione di Kim Jong-un.

IL PIL PRO CAPITE SUDCOREANO? SUPERIORE A QUELLO DELL’ITALIA

Molti sudcoreani si sono domandati come possa essere stato possibile che chiunque – e tanto più un individuo che è fuggito da uno dei regimi più oppressivi del mondo – si trovi costretto ad affrontare una fine così terribile in un Paese che afferma di essere un porto sicuro per i suoi “fratelli nel Nord” e che vanta un Pil pro capite superiore a quello dell’Italia. Tutti i giornali e le televisioni del Sud hanno dedicato ampi editoriali alla tragedia: «Dove eravamo noi?», si è chiesto polemicamente il quotidiano Yonhap News, finanziato dallo Stato. «Non c’era alcuna possibilità di salvarli?», ha titolato il Readers News, un giornale con sede a Seul. «Ci fa venire le lacrime agli occhi sapere che un disertore nordcoreano sia stato vittima della fame e sia morto in questo modo atroce a Seul», ha dichiarato Moon Seong-ho, portavoce dell’opposizione conservatrice del Liberty Korea Party. Sotto accusa sono le apparenti lacune del modesto sistema di welfare del Paese. Han, che aveva divorziato dal marito cinese-coreano all’inizio di quest’anno, aveva ricevuto dal governo 100 mila won (80 euro) di sussidi mensili, ma non aveva richiesto le altre indennità a cui aveva diritto, secondo i funzionari del welfare locale. Il ministero dell’Unificazione, che gestisce il reinsediamento dei disertori, si è impegnato ad affrontare i “punti deboli” che potrebbero impedire ai rifugiati di ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno.

I circa 32 mila disertori del Sud hanno guadagnato mediamente solo tre quarti della retribuzione media di 2,56 milioni di won (2 mila euro) l’anno scorso

Nonostante ricevano la cittadinanza automaticamente e aiuti come l’alloggio e le necessità di base, molti nordcoreani lottano per sopravvivere in un Sud ipercompetitivo, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro di piccola entità. I circa 32 mila disertori del Sud hanno guadagnato mediamente solo tre quarti della retribuzione media di 2,56 milioni di won (2 mila euro) l’anno scorso, secondo la Korea Hana Foundation, una consociata del ministero dell’Unificazione. Spesso isolati come outsider o addirittura guardati con sospetto perché possibili spie comuniste, oltre la metà dei disertori ha riferito di aver subito discriminazioni, mentre un rapporto del ministero dell’Unificazione del 2015 ha riscontrato tra di loro un tasso di suicidi tre volte superiore a quello della popolazione generale. «Ero molto imbarazzato per il mio accento nordcoreano quando sono arrivato qui», dice Ken Eom, un ex ufficiale dell’esercito nordcoreano che ha disertato nel 2010. E aggiunge: «La maggior parte dei disertori della Corea del Nord sono in difficoltà in questo momento».

LE CRITICHE AL PRESIDENTE MOON JAE-IN

Alcuni critici hanno accusato il presidente Moon Jae-in e Il suo governo di sinistra di non fornire adeguato supporto ai disertori per compiacere Pyongyang e far avanzare il riavvicinamento con il Nord, che considera coloro che fuggono dal regime come traditori che meritano la prigione o addirittura la morte. In un editoriale pubblicato di recente, il quotidiano Daegu Shinmun ha invitato il governo a smettere di “adattare” la sua politica sui disertori preoccupandosi di come il Nord potrebbe reagire. «Il presidente Moon non ha titolo per parlare dei diritti umani nella Corea del Nord», ha dichiarato Ha Tae-kyung, un rappresentante del partito di opposizione di centrodestra Bareunmirae. «Ignora persino i rifugiati del Nord, che sono nostri concittadini a tutti gli effetti. E si preoccupa solo delle relazioni tra Nord e Sud».

IL DOLORE DI CHI È SOPRAVVISSUTO

Ma le dichiarazioni più forti sulla morte di Han e di sua figlia sono state quelle espresse dagli stessi rifugiati, che conoscono in prima persona quanto sacrificio e quanti rischi comportino la fuga dal Nord, alla ricerca di una vita migliore. «Abbandonare tutto, gli affetti, la famiglia, rischiare di venire uccisi o rinchiusi in qualche centro di detenzione, per sfuggire alla fame; venire nella terra del tuo stesso popolo per trovare la libertà, e poi morire di fame: è concepibile una cosa del genere?», si è chiesto Jung Gwang-il, un sopravvissuto ai campi di prigionia della Corea del Nord, fuggito al Sud nel 2004. «Sapere quello che è accaduto alla povera Han e alla sua bambina mi ha procurato un tale dolore che mi sembra che il cuore mi sia stato strappato dal petto».

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