Le difficoltà dell’Arabia Saudita in Yemen

Il conflitto si sta rivelando sempre più complicato per Riad. Alleati pronti a lasciare il Paese e il sodalizio tra i ribelli Houthi e Iran sempre più forte. E anche l'Italia ha smesso di vendere le sue armi ai sauditi.

Un Vietnam nel deserto. La sporca guerra in Yemen si sta rivelando sempre più complicata per l’Arabia Saudita. Negli ultimi giorni di settembre i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, avrebbero lanciato una potente offensiva contro le forze guidate dai sauditi a ridosso del confine yemenita-saudita vicino a Narjan. Secondo i ribelli Houthi tre brigate dell’esercito rivale sono state spazzate via in 72 due ore di battaglia. Si riferisce di 500 morti, circa 2.000 feriti, centinaia di prigionieri e decine di mezzi distrutti.

L’offensiva delle truppe Houthi è stata descritta dal generale ribelle Yahya Sari come un attacco coordinato missilistico e con l’uso di droni a cui l’aviazione saudita avrebbe tentato di reagire con attacchi aerei. L’emittente televisiva controllata dagli Houthi, al-Masirah Tv, ha trasmesso immagini di mezzi corazzati distrutti e decine di soldati della coalizione saudita che si arrendevano. Nonostante le immagini, i sauditi, dopo un silenzio di più di due giorni, hanno però minimizzato l’episodio, accusando i nemici di fomentare una campagna stampa falsa e fuorviante.

Macerie dopo i bombardamenti a Dhamar, in Yemen.

Quasi per celebrare questa vittoria sul campo, l’esercito Houti ha deciso la liberazione senza condizione di 290 prigionieri appartenenti alla coalizione sunnita. Il gesto potrebbe finalmente essere il primo passo di un accordo stipulato tra i belligeranti con la mediazione dell’Onu lo scorso dicembre e che avrebbe già dovuto portare alla liberazione di 7 mila prigionieri tra le due parti, ma che fino a oggi era rimasto pressoché lettera morta. La liberazione è stata confermata dal Comitato internazionale di Croce Rossa che in una nota ufficiale l’ha definita un «passo positivo che potrebbe riportare la speranza della liberazione di tutti i prigionieri del conflitto».

UNA GUERRA SENZA REGOLE IGNORATA DAI MEDIA

Al di là della propaganda di parte, l’alleanza sunnita guidata dall’Arabia Saudita si sta trovando sempre più in difficoltà in questa guerra in gran parte ignorata dall’opinione pubblica mondiale. L’intervento saudita, sostenuto da forniture di armi dei Paesi occidentali, è avvenuto a partire dal marzo del 2015, come risposta all’azione del gruppo sciita degli Houti che aveva deposto il governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale. La guerra è ben presto diventata un conflitto senza regole che ha visto coinvolta la popolazione civile.

I ribelli Houthi, chiamati anche Ansar Allah, «sostenitori di Dio», da qualche mese hanno aumentato il tenore delle loro offensive militari colpendo città saudite con droni

Secondo Humar Rights Watch fino al novembre scorso il conflitto aveva già portato a quasi 7 mila morti e più di 10 mila feriti civili accertati, ma è certo che il conto totale sia molto più alto. I ribelli Houthi, chiamati anche Ansar Allah, «sostenitori di Dio», da qualche mese hanno aumentato il tenore delle loro offensive militari colpendo città saudite con droni e rivendicando i massicci attacchi dello scorso 14 settembre ai campi di estrazione petrolifera di Khurais e alla raffineria di Abqaib nella parte Est del regno saudita. Queste azioni sempre più eclatanti e assai superiori alla capacità strategica e bellica riconosciuta agli Houthi, dimostrano in realtà che sta aumentando il coinvolgimento nel conflitto del loro alleato silenzioso, l’Iran.

IL SODALIZIO TRA HOUTI E IRAN NON ESISTEVA PRIMA DELLA GUERRA CIVILE

Lo Yemen è diventato la prima linea della guerra ormai non più fredda tra Iran e Arabia Saudita, proprio come il Vietnam lo era tra comunismo e Stati Uniti. Il portavoce della coalizione sunnita, il colonnello Turki al-Maliki dopo gli attacchi alle istallazioni petrolifere ha rivelato che l’Arabia Saudita in un mese è stata oggetto di 232 attacchi missilistici e 258 attacchi con droni: «Nessun paese nel mondo», ha aggiunto, «sta subendo oggi un attacco così pesante di missili balistici». Questa offensiva avviene in gran parte grazie all’aumentata capacità dei ribelli di costruire missili e droni grazie all’appoggio di tecnologia e consulenza dell’Iran.

Prigionieri dei ribelli Houthi dopo la liberazione a Sanaa.

Il paradosso è che, come sostengono gli analisti di politica internazionale, il sodalizio tra Houthi e Iran si è saldato proprio a causa del conflitto e non era preesistente. Secondo l’International Crisis Group gli Houthi ricevevano solo uno scarso appoggio dall’Iran prima della guerra civile. Per la rivista Foreign Policy il collegamento tra Houthi e Iran prima era difficile da individuare, ora è impossibile da ignorare: l’alleanza sciita è di fatto una sciagurata profezia autoavveratasi da parte dell’Arabia Saudita, intervenuta in un conflitto per prevenire una potenziale influenza di Teheran e ritrovatasi il nemico alle porte.

L’ITALIA HA PRESO POSIZIONE: STOP ALL’ESPORTAZIONE DI ARMI

Il regno wahabita, che spende più di 67 miliardi di dollari all’anno per sostenere il budget militare, si trova ormai in una posizione difficilissima. Riad ha mobilitato 150 mila soldati del proprio esercito e utilizza milizie mercenarie in gran parte provenienti dal Sudan. Ma la coalizione che comanda sta ormai perdendo i pezzi. Lo scorso luglio gli Emirati Arabi hanno annunciato un repentino ritiro di gran parte delle truppe dallo Yemen.

La propaganda anti saudita ormai vede questo conflitto come la definitiva umiliazione del principe Mohammad bin Salman

Lo scorso 7 agosto si è addirittura aperto un fronte interno quando nella strategica città portuale di Aden (sede provvisoria del governo del presidente deposto Hadi) si è arrivati allo scontro tra militari fedeli al presidente e il gruppo secessionista del Consiglio di Transizione del Sud appoggiato dagli Emirati. La propaganda anti saudita ormai vede questo conflitto come la definitiva umiliazione del principe Mohammad bin Salman, il principe erede al trono nonché vice primo ministro e ministro della Difesa, comparso sulla scena internazionale come l’uomo nuovo dell’Arabia Saudita e caduto in disgrazia sia per la brutalità delle offensive militari durante la guerra sia per il suo supposto coinvolgimento nell’omicidio del dissidente Jamal Khashoggi.

Uno yemenita siete accanto al corpo della nipote uccisa durante un bombardamento saudita.

Anche l’Italia ha finalmente preso una posizione nel conflitto yemenita. Lo scorso 19 giugno la Camera ha approvato una mozione che dispone l’interruzione dell’esportazione e del transito di armamenti verso l’Arabia Saudita e gli altri Paesi che partecipano al conflitto. Il provvedimento ha avuto immediate conseguenze per la Rwm Italia spa, società controllata dal produttore tedesco di armi Rheinmetall AG, produttore di missili e tecnologia per testate belliche. L’azienda, che ha fornito armi ai Paesi del Golfo, ha annunciato 160 esuberi nello stabilimento di Domusnovas in Sardegna a seguito alla sospensione delle licenze di esportazione.

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L’attacco ai siti petroliferi sauditi e le tensioni Usa-Iran

Sul tappeto restano ancora molti interrogativi. E, soprattutto, pesa la contraddittorietà di Washington e Teheran.

Sarebbe un errore lasciare cadere nell’ombra la vicenda dell’attacco ai siti petroliferi dell’Arabia saudita per sprofondare di nuovo nel labirinto della politica nazionale. Restano infatti sul tappeto non pochi interrogativi che attendono risposte e, soprattutto, si sta avvicinando a grandi passi l’Assemblea generale dell’Onu che potrebbe segnare uno spartiacque nel dibattito sull’accordo nucleare iraniano che tanto peso esercita nella dinamica mediorientale.

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L’IRAN E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP

Ma andiamo con ordine, richiamando alcuni passaggi obbligatori soprattutto nella loro contraddittorietà. A cominciare dal presidente Donald Trump che, da un lato, ha detto e ripetuto di non voler fare la guerra all’Iran, ribadendo di essere pronto a incontrare la controparte iraniana senza pre-condizioni; dall’altro, di essere pronto a farla, questa guerra, se le circostanze lo imporranno. Insomma, Trump vuole riportare l’Iran al tavolo della trattativa per rivedere alcune fondamentali lacune che a suo giudizio rendono fragile l’accordo nucleare: dallo stop definitivo alle velleità iraniane al programma missilistico fino alla politica destabilizzante di Teheran a livello regionale.

Donald Trump e l’ex consigliere per la Sicurezza John Bolton.

TRABALLANO LA CREDIBILITÀ E LA LEADERSHIP DEGLI USA

Senza pre-condizioni, come già detto. Ma il tycoon non intende apparire come una tigre di carta in un momento in cui l’incapacità di “leggere l’attacco” ai siti petroliferi e di contrastarlo in tempo utile hanno inflitto una pesante penale di credibilità degli Usa quale potenza garante della sicurezza del Golfo e dell’Arabia saudita in particolare.

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Trump non vuole fare la guerra e in tale ottica ha tra l’altro licenziato il consigliere per la Sicurezza John Bolton, il super-falco della sua Amministrazione, grande patrocinatore dell’opportunità di impartire una lezione “esemplare” a Teheran e ai suoi pasdaran. Ma continua a tenere al suo fianco Mike Pompeo, il ministro degli Esteri, che pure è un falco, seppure di un gradino più basso, al quale non poteva non affidare il delicato compito di consultarsi con la Casa reale saudita per valutare i seguiti da riservare alla spinosa questione della risposta agli attacchi ai siti petroliferi.

ROUHANI TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

Dall’altro canto, neppure l’Iran di Hassan Rohani vuole la guerra, ma nello stesso tempo non può neppure accettare di continuare a subire lo strangolamento delle sanzioni americane che stanno mettendo a dura prova la stabilità interna del Paese, sulla quale stanno speculando i duri e puri difensori e propagatori della rivoluzione iraniana, nella regione e oltre. Del resto, le prese di posizione più belligeranti sono venute proprio da questa ala del potere iraniano che nel bel mezzo di questa nuova crisi ha ben pensato di sequestrare nello stretto di Hormuz una nave degli Emirati con l’accusa di «contrabbando» di risorse energetiche. Con l’evidente copertura da parte dell’ayatollah Khamenei che non perde occasione per rigettare qualsivoglia opzione di dialogo con gli Usa.

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Il presidente iraniano Hassan Rohani.

Rouhani continua a dichiarare che non vuole la guerra ma arriva a considerare l’attacco ai siti petroliferi sauditi che gli Houthi si sono intestati con particolare clamore mediatico come «congrua risposta» a quella che viene definita «l’aggressione» della coalizione militare a guida saudita in Yemen, peraltro avvenuta su richiesta del presidente legittimamente eletto per contrastare il tentato e in parte riuscito colpo di Stato degli Houthi stessi.

LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE DI MACRON

Non la vuole, ma ribadisce che non ci può essere dialogo con Washington se non previo annullamento delle sanzioni e in tale contesto sembra scomparsa dal radar la proposta di mediazione avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron che pure resta sul tavolo quale punto di possibile contatto multi-bilaterale in occasione della già citata Assemblea generale delle Nazioni Unite. Vi ha fatto indiretto riferimento la cancelliera tedesca Angela Merkel che, con un equilibrismo degno di maggior causa, ha sottolineato l’esigenza di tornare all’accordo sul nucleare del 2015, sottolineando allo stesso tempo le zone d’ombra che gravano sull’accordo e citando espressamente il programma missilistico e la politica regionale iraniana.

Emmanuel Macron, Angela Merkel e Donald Trump.

UE, CINA E RUSSIA SI TRINCERANO DIETRO LA MANCANZA DI PROVE

Complice il cambio della guardia, l’Unione europea si è trincerata dietro la persistente mancanza della prova provata del coinvolgimento dell’Iran nell’attacco ai siti petroliferi sauditi e la forte raccomandazione a misurare toni e azioni suscettibili di sfuggire di mano e di innescare un’ulteriore, rischiosa escalation. La Cina ha fatto altrettanto, ben consapevole dell’importanza del fornitore saudita (come di quello iraniano). Sulla stessa linea Mosca che con la sua offerta ai sauditi dei propri sistemi di difesa ha puntato indirettamente il dito sulla perdita di credibilità della protezione americana. Tutti concordi nel sottolineare la mancanza della prova provata anche se pare sostanzialmente acquisito che l’attacco non è partito dallo Yemen ma dal Nord così come è un fatto che lo stesso Rohani abbia più volte minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz inducendo una seria riflessione sul possibile ruolo di uno Yemen in grado di condizionare il traffico da e per Bab el Mandel (Mar Rosso) percorso da oltre il 30% delle risorse energetiche mondiali. Ruolo che comprensibilmente pone l’Arabia saudita nell’incomoda percezione di una sorta di accerchiamento. Questa prova “decisiva” in effetti non c’è ancora e c’è chi dubita addirittura sulla portata dell’attacco.

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Una foto satellitare dell’impianto saudita attaccato.

OCCHI PUNTATI SULL’ASSEMBLEA ONU

I prossimi giorni ci diranno la verità? Non lo sappiamo e non sappiamo se mai si riuscirà a porre il sigillo della verità sull’accaduto. Resta la constatazione che i tempi del ripristino della normalità di estrazione e lavorazione dei siti colpiti dall’attacco saranno relativamente brevi anche se col contrappunto dell’Arabia saudita resa in qualche modo meno sicura nel suo ruolo di fondamentale co-garante del mercato energetico. E forse più desiderosa di prima di rivedere i termini della sua politica regionale, a cominciare dallo Yemen. Resta anche un Iran in difficoltà sociali ed economiche e in bilico tra i contrastanti interessi dei suoi poteri interni. Così come il comprensibile imbarazzo sul da farsi da parte di Washington. Resta pure l’aspettativa che la chiave di volta per una de-escalation stia proprio nel lavorio diplomatico in corso in vista dell’Assemblea Onu che ha uno straordinario bisogno di recuperare profilo e credibilità. Lo vedremo

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