X Factor 2019, Bootcamp: le pagelle della seconda puntata

Il talent non decolla ancora. Incomprensibile la promozione di Daniele tra gli Under uomini. Mara Maionchi sfodera la sua esperienza. I voti.

Anche nel presente continuo della televisione c’è un tempo per ogni cosa e forse X Factor il suo l’ha consumato; sopravvive a se stesso, non riesce più a nascondere il suo ruolo ancillare: il vero spettacolo è la pubblicità, un’alluvione fine a se stessa di sponsor, prodotti, marche e marchette dentro e fuori dal programma.

La gara è a macchia di leopardo che ancora non fanno il leopardo: continua a mancare qualcosa, o molto. Questione di feeling, di personalità, e se vedeste i tweet del pubblico: mai così ringhiosi, esasperati, sarcastici, rispetto a un anno fa un crollo, un tracollo. Chissà se avrà ancora un futuro oltre il suo tempo, X Factor che a fatica supera i Bootcamp, s’inoltra nei live, nella carne, le squadre sono fatte, adesso si fa sul serio. Speriamolo, almeno.

SAMUEL, SOTTO IL CAPPELLO NIENTE

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Come sempre ricorda «questa mia sigaretta, che non brucia come vorrei, come uno che ha preso sei» (Umberto Tozzi, per chi non lo sapesse).

MARA MAIONCHI: 6+. Di buono c’è che ha finalmente cominciato a economizzare sul turpiloquio; di cattivo, che si beve, o finge, il bluff del noglobal più fumo che arrosto. Le altre scelte le centra, ma non è difficile, quel poco che c’è di buono una con la sua esperienza non può non intercettarlo subito.

MALIKA AYANE: 6-. La stoccafissa in salsa di yogurt ha il coraggio di segare chi deve, e di non credere all’ordinarietà del black singer Michele. Ma ha il torto di spingere uno che ha sbagliato tutto, e di farlo a livelli di palese raccomandazione.

Le giudici Malika Ayane e Mara Maionchi.

SFERA EBBASTA: 6. Tocca anche a lui la panchina stasera, sarebbe ornamentale ma sull’attivista Giordy la dice giusta e sincera: non siamo nel 1971, e neppure nel posto giusto per te.

SAMUEL: S.V. Sotto il cappello, niente. In questa puntata più che mai. In rete rimpiangono Manuel Agnelli, ma non è questo il punto, il punto è che lui è come è. Cioè non è.

L’INCOMPRENSIBILE OK DI MALIKA A DANIELE ACERBONI

LORENZO RINALDI: 6 ½. E dàgliela con ‘sto «giovane Jim Morrison». Morrison è morto a 27 anni, di vecchi sarebbe difficile trovarne. Ma poi, perché Jim e non Van? Comunque, mette le corde al posto giusto: quelle vocali e quelle della chitarra. Poi ha la simpatia semplice, ma sveglia, che non guasta. La sua sedia non è immeritata, tutt’altro.

HARRY DILA (Enrico Di Lauro): 6 ½. Il busker ha la faccia emaciata di un Finardi adolescente, e la stessa polvere di Anni 70 addosso o meglio lui è un senza tempo, è fuori dal tempo: forse ci piace anche per questo. Oltre al fatto che ha qualcosa, chiamalo X Factor, quid o come vuoi ma ce l’ha. Forse ha finito di fare il cantante di strada, per intanto passa ai live.

NUELA: 6+. Oddio quello di Carote, presunto tormentone durato una settimana: in attesa di stabilire se ci sia o ci faccia, ce ne vuole un altro di tormentone. Ti voglio al mio funerale è preciso alle Carote, solo con le parole cambiate. Lascia però il sospetto che non sia quello che si sforza di essere, troppo calibrate le sue scempiaggini. Forse è uno che, essendoci, ci fa. Come minimo si rende imprescindibile, che non è cosa da poco: difatti va dritto a sedersi.

La squadra degli under di Malika Ayane: Lorenzo, Davide, Enrico, Emanuele e Daniel (foto Fb).

DANIELE ACERBONI: 4. Porta Lady Gaga, who else? Sì, però di falsetto che uccide ne abbiamo già sentito tanto, e poi tanto: Antony, per dirne uno; o Jimi Somerville, se preferisci roba più vintage. Questo stona da assassino, se una gara è una gara la sua chance se l’è fottuta. Invece la Ayane gli fa rifare il passaggio massacrato, dopodiché lo premia. All’italiana, olè. È una selezione di talenti o la messa scantata degli insindacabili?

DAVIDE ROSSI: 6 ½. Non proprio una scintilla di modernità, ma oggi la modernità è davvero moderna? Impostato, certamente; derivativo, d’accordo; Elton John ragazzo o tutto quello che puoi pensare. Ma come discuterne attitudine e potenzialità?

La squadra degli over capitanata da Mara Maionchi: Marco, Tomas, Gabriele, Nicola e Eugenio (foto Fb).

GLI OVER DI MARA MAIONCHI NON DELUDONO

TOMAS TAI: 6+. Uno che porta Leon Russel (A song for you) merita attenzione. Poi, a 30 anni, calpesta la sua ultima spiaggia. Calligrafico, senz’altro, ma la canzone è così bella…

GIORDI BROWN: 5. E che due palle, ancora con ‘sto De Andrè (Un matto). Praticamente lo ricalca, ma proprio uguale preciso sputato: che senso ha? Uno potrebbe anche salutarlo, ciao caro, non siamo a Tale e quale. Ma, sapete, Faber, il messaggio, l’impegno, la denuncia, che due palle. E che sedia però.

Giordy Brown canta De Andrè (foto Fb).

GABRIELE TROISI: 6 ½. Un po’ meno incisivo alle prese con il neosoul bianco di Chet Faker (Talk is cheap), ma sempre una spanna oltre. Sicuramente tra i papabili, se non si perde (ma non si perde, vedrete).

COMETE (Eugenio Campagna): 6+. Soffre di attacchi di panico, e si vede. Ma quando canta invece no, è come se entrasse nel suo elemento naturale. Un po’ Venditti, ma almeno fresco, intenso quanto basta su En e Xanax di Samuele Bersani.

NICOLA CAVALLARO: 6+. L’ex parà aveva cantato l’altra volta come allo sbarco in Normandia: ha capito, ha fatto tesoro, e stasera si limita. Non perfettamente, ma abbastanza da far uscire il calore naturale del timbro con cui si destreggia su Lewis Capaldi (Someone you loved). La sua è l’ultima sedia, e non fa scandalo.

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Le cose da sapere (assolutamente) sul death drop

La storia (e le polemiche) della mossa di danza nata nei locali gay degli Stati Uniti, arrivata al grande pubblico con RuPaul's Drag Race e poi approdata sul palco di X Factor 2019.

Si reputa «pazzo ma anche pazzesco» e non ha paura di definirsi un «personaggio». Si chiama Damiano Minisci, ed è il 18enne romano che ha infiammato il palco di X Factor 2019 durante la terza puntata delle audizioni. Il ragazzo non ha dimostrato particolari doti canore durante la performance, suscitando nei giudici qualche smorfia di disapprovazione. Tutti, però, sono stati concordi sulla sua simpatia, sulla sua confidenza col palco e, naturalmente, sul suo death drop.

CHE COS’È ESATTAMENTE IL DEATH DROP?

Il death drop è un particolare tipo di mossa in cui il ballerino si lascia cadere a terra buttando una gamba in avanti e piegando l’altra dietro la schiena. È tipicamente usato per chiudere una performance, per intimidire un avversario in una gara di ballo o per stupire il pubblico con una chiusa ad effetto.

TANTI MODI DI CHIAMARE IL DEATH DROP

Chiamato anche shablam o semplicemente dip, non c’è unanimità nel modo di chiamare il passo di danza. Il termine death drop è diventato popolare grazie a RuPaul’s Drag Race, conosciuto in Italia come America’s Next Drag Queen, il celebre reality show statunitense basato su una competizione tra drag queen dove i concorrenti mostrano le proprie doti di intrattenitori e di stile, sfidandosi in varie gare. Anche nel corso del programma però, non sono mancate le polemiche sui social riguardo al nome con cui riferirsi alla mossa: «Smetti di chiamarlo shablam o death drop», ha infatti commentato un fan durante la trasmissione, «quei termini dovrebbero cessare di esistere». Come scrive Out.com, la ragione della contesa è che il termine death drop, nonostante sia quello più popolare, non è nato nella comunità delle ballroom, ovvero competizioni con sfilate e balli all’interno dei locali gay. E viene pertanto osteggiato da chi ne fa parte. Mentre, per i profani, il termine ha una connotazione molto specifica, ossia indica quel preciso tipo di passo. All’interno del mondo delle competizioni, invece, il death drop è semplicemente un dip, ossia un tuffo.

IL DEATH DROP E RUPAUL

Non si può parlare di death drop senza citare RuPaul’s Drag Race, probabilmente uno dei talent più popolari della tv statunitense. A condurlo è lo stesso RuPaul Andre Charles, drag queen di fama mondiale e vincitore di quattro Emmy Awards. Il presentatore è stato inserito nel 2017 nella Hollywood Walk of Fame e, sempre nello stesso anno, è stato incluso dalla rivista TIME tra le 100 persone più influenti del mondo.

DOVE NASCE IL DEATH DROP: IL VOGUING

Ma dove nasce (e come) il death drop? nasce negli ambienti del voguing, lo stile di danza contemporanea sbocciato nei locali gay statunitensi dei primi anni sessanta. Trent’anni dopo, grazie ad artisti come Malcolm McLaren e Madonna, il ballo viene portato all’attenzione del grande pubblico. Si tratta di un genere in continua evoluzione, praticato perlopiù nelle cosiddette ballroom. La maggior parte dei partecipanti ai “ball” appartengono a gruppi conosciuti come “houses“.

COSA SONO LE HOUSES?

Le houses, ovvero le “case, sono famiglie alternative costituite perlopiù da uomini gay e giovani transgender. Considerate da chi ne fa parte dei luoghi sicuri, sono sono capeggiate da “madri” e “padri” che forniscono supporto ai propri “figli“. Le houses si sfidano le une contro le altre nei cosiddetti ball, dove i concorrenti sono giudicati in base all’abilità di ballo, ai vestiti, all’apparenza e all’atteggiamento.

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Le pagelle delle terze audizioni di X Factor 2019

Lo show procede stancamente. Mara Maionchi giù di tono. Malika Ayane cerca credibilità, dunque esagera. Sfera ostenta simpatia e Samuel è ancora lontano da Manuel Agnelli. Tra i concorrenti spiccano Michele, Lorenzo e Gabriele. I voti.

Potenza di X Factor: solo qui un nerd, certo Damiano Minisci (5), può conquistare tutti, secondo la legge dei contrasti: ovunque lo prenderebbero a pomodori, qui lo esaltano; però non si è capito se lo fanno passare o no. C’è un altro, tal Kobi (5), che invece lo stroncano per pura antipatia: e sentire Malika Ayane, quanto di più artefatto, accusare qualcuno di non essere spontaneo, è davvero il colmo.

Potenza di X Factor, dove tutto è ammissibile, specie l’improntitudine: Samuel dichiara che si trova qui «perché in questo particolare momento storico…», certo, certo. E, nel particolare momento storico, promuovono il 98% dei concorrenti, come all’esame di maturità. In Italia, siamo, con le mamme dietro le quinte, eccolo il momento storico.

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X FACTOR, UNO SHOW CHE PROCEDE STANCAMENTE

Così procede, piuttosto stancamente, X Factor, dove nessuno sembra credere davvero a cosa sta facendo. Mentre l’ambaradan si sposta a Monza, alla Candy Arena, dopo il sequestro annunciato del teatro Ciak di Milano. Mentre Alessandro Cattelan – lui – assegna le squadre, perché se Dio vuole le audizioni sono finite: e così a nonna Mara toccano gli over, a Malika gli under maschi, a Sfera le under donne e a Samuel, ma guarda un po’, i gruppi. Dalla prossima settimana si comincia a fare sul serio: speriamolo, almeno, perché, per ora, queste due ore di programma non passano mai.

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GIUDICI SCONTATI O IN CERCA DI CREDIBILITÀ

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Solito, senza infamia e, soprattutto, senza lode. Assegna le squadre ai giudici senza rischiare, perché è un contabile, un bancario, un ragioniere di Asti.

MARA MAIONCHI: 5. Chissà se avrà ancora senso, poi, questa signora onusta di gloria che a tutti immancabilmente dice: hai cantato molto bene, non c’è dubbio che hai qualcosa.

MALIKA AYANE: 5-. Cerca credibilità, dunque esagera nelle valutazioni tecniche. Come se qui avessero senso. Mina, che è Mina, ci andrebbe più leggera. Le spiegassero, alla stoccafissa, che… No, niente, è inutile.

SAMUEL: 5-. Non ha ancora la disinvoltura ribalda, da indie rinnegato, di Manuel (Agnelli), e si vede che è il più triste; ma si farà, intanto pensa all’ingaggio e si tira un po’ su.

SFERA EBBASTA: 5. Dicono che in privato, e lo dice gente del suo giro, sia particolarmente odioso: se così è, figuriamoci lo sforzo sovrumano di fare il simpatico qui.

ACHILLE LAURO: S.V. Questo ha fatto il ragazzo di strada per un anno. Poi ha messo la testa a posto. Poi è andato a Sanremo (con una filastrocca). Poi ha mollato la trap. Poi ha detto che è cresciuto. Poi s’è messo a chiedere scusa, non si sa de che. Tempo due anni e ce lo ritroviamo come Renato Zero: «Me raccomanno, nì, nun fate cazzate, che la vita è bella».

OCCHIO A GABRIELE TROISI, LORENZO RINALDI E MARCO

KEEMOSABE: 6. Si chiamano come i comances. Vabbè. Vivono nel bosco, in una comune. Va bè. Portano Roma stasera di Motta. Va bè. Ottima come cover band, del resto anche Motta è un cover man. Siccome XF ha bisogno del “rock” (Maneskin e altre amenità), li fan passare. Vabbè.

DANIEL ACERBONI: 5-. Da corista a solista, con Billy Eilish (The party is over). La lunghissima tradizione del falsetto estremo, con qualcosa di Boy George. Lo acclamano, non si capisce come, prima ancora che apra bocca. O forse si capisce, qui a XF ci sono i predestinati. Bootcamp, anche lui, ma sa di poco.

Daniel Acerboni vai Bootcamp.

GABRIELE TROISI: 6+. Chiaramente disadattato (vanno tanto di moda, ultimamente, signora mia), rifà Rose viola di Ghemon piano e voce: per forza, insegna quello strumento lì. L’impostazione è anglo-sassòne (come diceva Lino Banfi), niente di nuovo sotto il cielo: basta e avanza per i Bootcamp.

LORENZO RINALDI: 6+. Altro folksinger Anni 70 (non da Camden Town, Londra, ma da Terni). Il timido strimpellatore ha qualche freccia all’arco: forse il meglio ascoltato fin qui.

MARIA SITJA DE CUEVAS: 5 ½. E Serbelones Mazantes Vien dal Mares. La spagnoletta punta tutto sul disagio («i miei si sono separati quando ero piccola», sai che novità) e il tocco esotico aiuta: Bootcamp, olè!

SIERRA: 5-. Roman rap, ormai te li tirano dietro. Ecco, questi due per XF sono perfetti. E anche per Sfera (per chi ama la musica, molto meno). Naturalmente passano, anche se Sfera fa ammuina.

l’esibizione di Beatrice Giliberti.

BEATRICE GILIBERTI: 6-. Joan Baez? Macché, roba meno dinosaurica, siamo agli Anni 90, alle ragazze della musica da cameretta. Più fumo che arrosto, ma ha la faccia giusta che e questo XF sta (disperatamente) cercando. La costruiranno come un mito, vedrete.

MARCO: 6-. Stagionatello, 33 anni, porta Quintorigo. Dalla Ong a XF: viva la coerenza! Però non se la cava malaccio, va detto. Sfera lo fulmina con brutale sincerità: qui si vendono dischi e tu col mercato c’entri zero, che cerchi mai? Intanto passa, con riserva ma passa. Dovesse mai vincere, ti saluto Ong.

Marco Saltari dalle ONG a X Factor 2019

Per Marco Saltari la musica è un faro di speranza in una vita in cui ha visto tanta disperazione. La sua interpretazione dei Quintorigo divide il tavolo ma la sua strada a #XF13 continua.

Posted by X Factor Italia on Thursday, September 26, 2019

MICHELE SETTA: 6+. Altro papabile alla finale. Un timbro diverso, il suo, e per forza: è originario della Costa d’Avorio. Al di là del bel timbro, caldo, soul, deve ancora imparare a cantare: in parrocchia la tecnica non s’insegna. Ma le corde ci sono. Merita un’occasione, e l’avrà, oh se l’avrà.

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X Factor 2019, tanto snobismo e qualche guizzo

I giudici se la tirano eccessivamente. Imperdonabile il «cogl****» gridato da Mara Maionchi. Tra i concorrenti convincono Harry Dila, i Booda, Salvatore Modica e naturalmente Kimono. I voti.

Quel sapore di patinato. Quelle collanone, anellazzi, cappelletti che fan tanto artista che c’è. Succedanei. Falsa semplicità che vela la spocchia. Divismo liofilizzato. «Fate un applauso ai giudici di icsfactooor!» e giù il boato della moccioseria.

E meno male che questa edizione di X Factor doveva essere «rapace, più leggera, più immediata». Ma quando mai, è il trionfo dello snobismo. Quello provinciale, astigiano, di Alessandro Cattelan. Quello da Torino fighetta di Samuel, uno che si sente tanto epocale. Quello da hinterland tamarro che ha fatto i soldi con roba come «t’ho portato un pacco happy birthday»dello Sfera Ebbasta. Quello da signorina snob di Malika Ayane, attentamente algida, intesa come gelatino, mamma mia quanto se la tira, ma poi che ha fatto per meritarsi quest’aura tra Mina e Billie Holiday?

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Nonna Mara è pure snob, snobissima nel recitare la parte della rezdora, la brava donna di campagna emiliana. Ce ne fosse uno che buca lo schermo, in compenso bucano i maroni. E poi i desideranti, le figlie coi papi, un po’ morbosi, le cubiste, i lunatici, selezionati dalla produzione per il gran macello delle audition, le prime tornate di riscaldamento. Signori, ecco XF 13: andiamo, con qualche sofferenza, a incominciare.

I quattro giudici di X Factor 2019.

I GIUDICI: LA CADUTA DI MARA E LO SNOBISMO DI MALIKA

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Non può cambiare, è un eterno perenne. Sarei tentato di dargli S.V. (senza voto) perché lui è un raccordo, altro che conduttore. Ma gli do il voto della mediocrità, probabilmente fisso fino a dicembre.

SFERA EBBASTA: 5-. Con quello zuccotto porpora dei capelli, il nostro ranocchio Kermit, succedaneo di Fedez, s’agita un casino, ci mette quella disinvoltura artefatta, sotto la quale il nulla. Meglio qui che a Corinaldo, eh? (ma tutto è perdonato).

MALIKA AYANE: 5. La signorina snob di Franca Valeri però era un’altra cosa. Le acconciature frigidine, precisina, angolare, che se ti fa un complimento ti senti compatire. Meno calda di un marmo del Duomo.

MARA MAIONCHI: 4. «Cosa ci fai sentire stasera coglione?» Ecco, se a 78 suonati scendi a questi livelli, non hai scuse. Neanche se stai giocando.

SAMUEL: 5-. Mister Simpatia, neh. Ma lui è uno che dice: state assistendo a un evento epocale, il nostro ultimo concerto di questo tour. Beato te, Monsù Travet.

CONCORRENTI: 6 PIENO A HARRY DILA, SALVATORE MEDICA, SEAWARDS E KIMONO

HARRY DILA (ENRICO DI LAURO): 6 ½. E bravo il nostro busker, lo senti e ripiombi in quei favolosi Anni 70 metropolitani. Ed Sheraan è un pretesto, il suo folk britannico è strasentito mille volte, ma merita la sua occasione: lo rivedremo, ai Bootcamp.

Enrico Di Lauro, il bunker convince giudici e pubblico.

MARYAM (MARIAM ROUASS): 5. Parrucchiera de Bèrghem (Bergamo), via Marocco, vuol fuggire, si capisce, dalla bottega: paraculescamente porta Mahmood, più che rifarlo lo scopiazza, con quell’autotune naturale che può piacere o, per dirla chiara, scassare i cabasisi. La seconda che ho detto. Molto costruita, commozione inclusa, piagnona. Ma i giudici, che ne sanno: 4 sì, e, secondo meccanismo di quest’anno, dritta ai Bootcamp. Sì ma che palle.

Maryam da Bergamo canta Mahmood.

RENATO TORRE: 5. Rifà Sfera, dunque doppiamente indigesto, oltre che servile. Dimenticabile, ma la mamma, lì dietro, trepida e son tutte belle le mamme del mondo; i giudici, che non guardano in faccia nessuno, a furor di popolo infantile: 4 sì, manine che oscillano (è il mood di quest’anno).

SALVATORE MEDICA: 6 ½. Passa per coglione (ipse dixit) si lascia perculare, offendere, ci cascan tutti: da quel corpaccione sgraziato, con quel ricciolume “terrone”, vien fuori qualcosa di sorprendente: Medica da Modica rules!, e il freak va in carrozza ai Bootcamp.

Salvatore, l'apparenza inganna

Anche se si è beccato del cogl**ne da Mara Maionchi, Salvatore è riuscito a lasciarci tutti a bocca aperta! #XF13

Posted by X Factor Italia on Thursday, September 12, 2019

SEAWARDS: 6+. Qualcuno ricorda Tuck & Patti? Qualcosa del genere, sul raffinato acustico. A volte basta poco. Passano.

Il duo Seawards.

KIMONO (SOFIA TORNAMBENE): 6+. Tutto tranne che glamour. La semplicità basic di Civitanova Marche, e ne so qualcosa. Poi tira fuori questa voce acerba ma fresca, pulita, intensa, e una canzoncella, scritta da lei medesima, che pare Vasco prima facie. Tutti pazzi per questa 16enne timidona, e ci mancherebbe.

BOODA: 6+. Ci vuole, no, il momento stiloso? Due mesi che stanno insieme, questi qua, e gli bastano per filare come treni. Da Roma ai Bootcamp è un attimo. Stiloso.

I Booda passano ai Bootcamp.

COMETE (EUGENIO CAMPAGNA): 5/6. Fa er cantautore daa scuola romana che propone i Coldplay (Yellow). Ahò, pare uguale. Pure troppo. Però passa, perché i giudici, che la sanno lunga, eccetera… Ma tutta ‘sta gente, ma davero davero perché non s’accontenta der pianobbare? (perché a X Factor basta poco).

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X Factor 2019 sarà un successo, ma il talent ormai scricchiola

Riesce a razzolare sempre più pubblico, a far parlare di sé, ma non si è mai scrollato di dosso l'impressione, vera o falsata, di essere uno specchietto per le allodole.

X Factor è vecchio. Perché un programma, dopo 13 edizioni, è vecchio. X Factor è vecchio e, come tutti quelli che invecchiano, tenta disperatamente di restare o sembrare giovane. Lo fa alzando sempre l’asticella della pompa, grandi effetti speciali, coreografie, il baraccone sempre più rutilante, gli ospiti sempre più glamour, il linguaggio sempre più ammiccante.

Riesce a razzolare sempre pù pubblico, a far parlare di sé, ma non si è mai scrollato di dosso l’impressione, vera o falsata, di uno specchietto per le allodole: la musica non sta qui, dicono i puristi, gli snob che magari tra qualche anno ritroveremo sulla poltroncina da giudice. Alla larga da X Factor, che non produce niente di buono, che fa solo girare tanti soldi, tanta pubblicità, è un business ma non è arte.

Anastasio, che aveva lasciato sperare grandi cose, prima ancora del vero debutto su album pare ampiamente normalizzato.

Effettivamente, è difficile che da X Factor esca qualcosa che resti, qualcuno che il crisma dell’artista ce l’ha scritto in fronte. Le ultime edizioni hanno partorito i ragazzini Maneskin col loro pop ultracitazionista, gabellato per rock, un tenorino di grazia poi scomparso, alcuni possibili talenti chiurgicamente fatti fuori per strada, da ultimo un post-rapper, Anastasio, che aveva lasciato sperare grandi cose, ma che, prima ancora del vero debutto su album, pare ampiamente normalizzato.

CAMBIA LA SQUADRA DEI GIUDICI, L’UNICA CERTEZZA È LA MAIONCHI

X Factor è vecchio, e, come una vecchia magione lussuosa ma forse un po’ tetra, invecchia chi ci vive. Il bravo presentatore Alessandro Cattelan è sempre meno il ragazzo che si sforza di essere, ma pare non abbia la forza di lasciare questo format come via via fanno, prima o poi, tutti gli altri. Quest’anno a Manuel Agnelli, uscito arricchito in soldi e in notorietà ma impoverito sul piano della credibilità, subentra Samuel (quasi un “bersaglio” della Settimana Enigmistica), così da assicurare la quota di falsa alternativa musicale.

I nuovi giurati di X Factor: (da sinistra) Sfera Ebbasta, Malika Ayane, Samuel e Mara Maionchi (foto Matteo Bazzi/Ansa).

Fedez, finito svuotato, per sua stessa ammissione, è rimpiazzato dal famigerato Sfera Ebbasta, il finto duro che è dovunque solo per soldi, accada quel che accada, e sul quale comunque è doveroso nutrire forti perplessità quanto a cifra artistica; la quota rosa, perché qui pare funzioni così, tutto col bilancino politicamente corretto, è affidata a Malika Ayane, cinque dischi, quattro Sanremo, una fama di cantante raffinata ma forse un po’ autoreferenziale, al posto della fallimentare Levante – non conta la parentesi disgraziata di Asia Argento, fatta fuori, ipocritamente, per intemperanze del tutto estranee al programma, le stesse che avevano sospinto il suo arruolamento, e che poi avevano imposto la pezza dell’evanescente Lodo Guenzi. A Mara Maionchi succede Mara Maionchi, che alle viste degli 80 anni ormai è inossidabile anche alla vecchiezza di un programma che tritura tutto e tutti. Di sicuro, regge meglio lei di X Factor.

TROVARE UN TALENTO VERO SI È DIMOSTRATO QUASI IMPOSSIBILE

E adesso? Adesso si ricomincia dalle solite aspettative – uscirà da qui il prossimo Vasco o Renato o Mick? Certo che no – e da qualche casino improvviso, tipo la location scelta per le audizioni, il Linear Ciak di viale Puglie a Milano, sequestrato per carenze di sicurezza e mancate autorizzazioni. Ma una soluzione si troverà. Più difficile, invece, trovare rimedio alla missione, vera o millantata, di trovare un campione nel flusso di dilettanti allo sbaraglio, mentre crescono sempre le sinergie, l’impatto mediatico, il parlarne pur che se ne parli che è tipico di uno spettacolo ad alto business come questo.

Il gioco dei debuttanti alla lunga non può reggere, non può appassionare in eterno

X Factor comunque vada sarà un successo, anche se già nelle ultime due edizioni si avvertiva qualche scricchiolio, qualche incertezza: il gioco dei debuttanti alla lunga non può reggere, non può appassionare in eterno e probabilmente non è un caso se alla conferenza stampa di presentazione l’enfasi è stata completamente riservata al lifting sui giudici. Solo questo, come se tutto il resto, alla fine, fosse dettaglio.

NESSUN SEGNALE PER UNA SVOLTA VERA DEL TALENT

Ma se l’ad di Fremantle, Lorenzo Mieli, dichiara, un po’ pleonasticamente, che «abbiamo cambiato la giuria perché volevamo cambiarla», e poi aggiunge che avevano «voglia di un’aria allegra, leggera, diversa, ma anche un po’ rapace, con esperienze totalmente diverse, per rappresentare la scena musicale che ci piace e ci rappresenta» non è, al di là di certi ermetismi un po’ andanti (scena rapace?), l’ammissione che così com’era X Factor non reggeva più, s’era fatto vagamente tetro, pesante, scontato?

Il casting X Factor a Milano (foto LaPresse – Fabio Delfino).

Ma sul fattore artistico, che bene o male dovrebbe costituire il lievito di un talent, niente. Nessuna aspettativa, nessuna anticipazione. È difficile dire quale sia la musica che piace e rappresenta X Factor, ma non lo è capire quale sia quella che non lo rispecchia. Musica, e artisti, capaci di durare, non refrattari al mercato, mica siamo alle deliranti contestazioni dei ’70, tutt’altro, in grado di sopravvivere a un mercato capriccioso e punitivo come l’attuale, ma musica non per forza devota alle logiche dello streaming, del consumo a pop corn, dello sbiscottamento degli album e dei brani, della decontestualizzazione di tutto, dell’inconsistenza sonora e testuale. Di tutto questo, nelle avvisaglie di X Factor, non c’è traccia. Che facciamo, speriamo bene o ci rassegniamo al cinismo dell’esperienza?

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