Bonafede prepara una norma per riportare in carcere i mafiosi

Il ministro della Giustizia al lavoro per rimettere in cella i boss usciti durante l'emergenza coronavirus. Non ci sono più scuse: «La situazione sanitaria è cambiata».

«Continuo a rispettare l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati. I giudici prendono le decisioni applicando la legge, a noi però tocca farle le leggi», così parlerebbe, secondo quanto riportato da Repubblica, coi suoi il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dopo lo scandalo scatenato dalla scarcerazione di 376 mafiosi per gravi patologie durante l’emergenza coronavirus. E proprio a una nuova norma per rivalutare queste scarcerazioni starebbe lavorando il ministro ora che siamo nella Fase 2 della gestione della crisi: «La situazione sanitaria è cambiata».

«I MAFIOSI NON SONO USCITI CON UNA LEGGE DI QUESTO GOVERNO»

«Mi amareggia il fatto che la lotta alla mafia venga strumentalizzata per attaccare il governo», aveva detto il Guardasigilli in un’intervista al Fatto quotidiano. «È sbagliato mentire, sostenendo che sono usciti con leggi di questo governo, che invece ha risposto con un segnale molto forte», aggiungeva poi Bonafede. Che ribadiva di non sentirsi comunque responsabile: «Assolutamente no. Basta leggere la Costituzione per capire che i magistrati decidono nella piena autonomia. Non entro certo nel merito delle decisioni, ci mancherebbe. Il mio compito è portare avanti proposte e avviare verifiche, come ho fatto in queste ore. Per il resto, voglio ricordare che un detenuto al 41-bis è il più isolato di un carcere, quindi al riparo da possibili contagi».

CRIMI: «LA DECISIONE È STATA DEI MAGISTRATI DI SORVEGLIANZA»

Una posizione ribadita anche dal capo politico del Movimento 5 stelle, Vito Crimi a Radio24: «Le persone che sono state scarcerate lo sono state su decisione dei magistrati di sorveglianza. Le decisioni vengono prese dai giudici. Quelle leggi che hanno applicato sono leggi precedenti al ministro Bonafede».

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Dopo l’Eurogruppo è ancora polemica sul Mes

Eurogruppo, il giorno dopo. È ancora bufera sul Mes. Nonostante le rassicurazioni arrivate nella notte da fonti del Mef sulla..

Eurogruppo, il giorno dopo. È ancora bufera sul Mes. Nonostante le rassicurazioni arrivate nella notte da fonti del Mef sulla decisione del nostro Paese di non fare ricorso al fondo Salva Stati.

«È bene chiarire che l’Italia ha solo concorso a definire un rapporto che prevede la possibilità di istituire quattro nuovi strumenti per affrontare la crisi del Covid-19», hanno fatto sapere fonti del ministero dell’Economia subito dopo la riunione aggiungendo che la nuova linea di credito per le spese per cure e prevenzione sanitarie legate all’epidemia è «senza alcuna condizionalità» e attivabile da qualsiasi Paese membro che lo voglia.

Eppure le opposizioni sono partite all’attacco chiedendo la sfiducia al governo, e la testa del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE: «NON HO CAMBIATO POSIZIONE SUL MES»

Ulteriori chiarimenti sono arrivati in mattinata sia dal premier Giuseppe Conte sia dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Io ho una sola parola: la mia posizione e quella del governo sul Mes non è mai cambiata e mai cambierà», ha chiarito in un tweet il presidente del Consiglio, annunciando una conferenza stampa in mattinata.

GUALTIERI: «INTRODOTTA UNA LINEA DI LIQUIDITÀ FINO AL 2% DEL PIL»

«Sul Mes è stata eliminata ogni condizionalità, si è introdotto uno strumento facoltativo, una linea di liquidità fino al 2% del Pil, che può essere attivato senza condizione», ha spiegato Gualtieri a Uno Mattina. «Non chiediamo la mutualizzazione del debito passato, ma che le risorse necessarie per la sfida contro il virus siano risorse comuni. Più saranno tante, più saremo forti per superare la crisi e far ripartire l’economia», ha aggiunto.

I QUATTRO STRUMENTI PROPOSTI

Gli strumenti proposti dall’Eurogruppo per affrontare la crisi sono quattro: il fondo per la ripresa finanziato da titoli comuni; un grande fondo Bei per sostenere la liquidità; il meccanismo Shure per la cassa integrazione; e l’utilizzo di una linea di credito del Mes senza condizionalità. Al primo punto Gualtieri ha ricordato «la proposta di un fondo per la ripresa finanziato con titoli comuni, che è esattamente la proposta dell’Italia». Poi, ha aggiunto, «è stata proposta la costituzione di un grande fondo da 200 miliardi della Bei per sostenere il credito e la liquidità delle imprese di tutti i paesi europei. Inoltre un meccanismo della commissione che si chiama Shure che con 100 miliardi alimenterà strumenti quali la cassa integrazione di vari Paesi. Infine sul Mes, contrariamente alla proposta originaria, è stata eliminata ogni condizionalità per cui ai Paesi che lo vorranno, perché si tratta di uno strumento facoltativo al quale l’Italia non ha deciso di accedere, si mette a disposizione un’altra linea di liquidità che può arrivare fino al 2% del Pil che può essere attivata senza alcuna condizione».

IL MURO DEL M5S

A mettere la croce sopra il ricorso al Mes ci ha pensato il capo politico M5s Vito Crimi. «Non è stato firmato o attivato nessun Mes e non lo faremo, basta bufale», ha scritto su Facebook. «Non importa quanto siano ridotte le condizionalità. Il M5s continua a sostenere la linea di sempre, che è anche la linea del governo più volte rivendicata dal presidente Conte: sì eurobond, no Mes». In ogni caso, ha aggiunto Crimi a Radio Anch’io, «noi non accettiamo il Mes perché le condizioni non ci sono ora ma ci saranno: il testo dice di no ma il Trattato dice di sì. Noi riteniamo il Mes uno strumento non idoneo ad affrontare la crisi: non adesso ma nel futuro. Certo potremmo avere un atteggiamento opportunistico, procediamo ora, poi un domani si vedrà: ma non lo faremo»

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Conte invoca lo scudo del Mes contro la crisi da coronavirus

«Aprire una linea di credito dell'Esm per tutti gli Stati membri, in modo da aiutarli a combattere le conseguenze dell'epidemia di Covid». Gentiloni: «Logica condivisibile». Scettico Crimi.

«Il Fondo salva-stati è stato creato con un diverso tipo di crisi in mente, dunque adesso deve essere adattato alle nuove circostanze»: non ha dubbi Giuseppe Conte che in un’intervista al Financial Times chiede l’attivazione del Mes e della sua potenza di fuoco da 500 miliardi di euro per rispondere all’emergenza coronavirus. Secondo il premier italiano, «la strada da seguire è quella di aprire una linea di credito dell’Esm per tutti gli Stati membri, in modo da aiutarli a combattere le conseguenze dell’epidemia di Covid, sulla base della condizione della piena responsabilità da parte di ciascun Paese sul modo in cui vengono spese le risorse».

GENTILONI: «LA LOGICA DI CONTE È CONDIVISIBILE»

Intervistato da Radio Anch’io, il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni si è schierato dalla parte di Conte: «La sua logica è assolutamente condivisibile. Le modalità con cui si può fare un’operazione di questo genere sono legate alla discussione su questi eurobond, cioè su strumenti che si costruiscono sul mercato e sono a disposizione per tutti i Paesi», ha detto. D’altronde la crisi «riguarda tutti», e che visto «che abbiamo strumenti coordinati dobbiamo provare ad usarli». L’ex capo del governo italiano ha poi spiegato che gli eurobond, o Coronabond, «devono essere lanciati da strutture finanziarie perché sono titoli finanziari europei. La struttura più adatta per lanciarli è il Mes». Ma a livello di dibattito «non ci siamo ancora, è inutile dire cose che non sono ancora nelle decisioni prese, la discussione deve andare avanti. Temo che con l’evoluzione della pandemia aumenterà anche la consapevolezza di tutti che bisogna reagire anche con strumenti finanziari». Secondo Gentiloni, infatti, la dimensione della risposta comune ancora non è adeguata: «Si fa fatica a capire che non è una crisi soltanto di uno o di pochi».

CRIMI: «NON CREDO NEL FONDO SALVA-STATI»

Più scettico invece Vito Crimi. «Il ricorso al Mes senza condizionalità? Purtroppo non ci credo», ha detto il capo politico del Movimento 5 Stelle a Radio 1.

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Il M5s in piazza il 15 febbraio contro il ripristino dei vecchi vitalizi per gli ex senatori

Appello di Crimi e Di Maio su Facebook: «Manifestiamo pacificamente contro questo oscena atto di restaurazione».

Il M5s è pronto a scendere in piazza il 15 febbraio a Roma, per protestare contro l’imminente decisione del Senato di ripristinare i vitalizi a 700 ex membri di Palazzo Madama “colpiti” retroattivamente dal ricalcolo su base contributiva.

A dare l’annuncio della mobilitazione il reggente Vito Crimi, che ha subito incassato l’appoggio dell’ex capo politico Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri è tornato a parlare con una diretta Facebook dopo il lungo silenzio seguito alle sue dimissioni: «Sapevamo che il sistema voleva cancellare le nostre leggi, ma allora c’è una sola risposta: il popolo italiano, che deve manifestare pacificamente contro questo osceno atto di restaurazione che inizia con i vitalizi. Io il 15 febbraio sarò con voi».

Per Di Maio il comportamento delle altre forze politiche, Italia viva compresa, sarebbe «veramente indescrivibile». Perché «i vitalizi se li vogliono riprendere, abbiamo fatto la prescrizione, che è legge dello Stato, e adesso stanno provando a metterla in discussione per cancellarla. E c’è chi sta lanciando un referendum contro il reddito di cittadinanza, per mettere quei soldi in chissà quale privilegio».

Sulla stessa linea l’appello di Crimi, sempre su Facebook: «Vi chiedo di tornare a far sentire la nostra voce, tutti insieme. Non la voce del solo M5s, ma la voce di un popolo che è stanco di regalare poltrone e pensioni a vita a vecchi politici di professione. Ricordate l’abolizione dei vitalizi? Adesso i professionisti della vecchia politica stanno cercando di farli rientrare dalla finestra. E non gli basterà, perché vogliono anche salvare le poltrone che eravamo riusciti a togliergli».

Di ritorno alle origini ha parlato invece la senatrice Paola Taverna, in un post sul Blog delle Stelle: «In tanti ce lo stanno chiedendo. Tornare a quando Beppe Grillo ci chiese di essere cittadini con l’elmetto. Noi lo siamo ancora, siamo in guerra. Una guerra gentile ma pur sempre una guerra, contro soprusi e privilegi, contro la casta».

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Così il gaffeur Vito Crimi è diventato reggente del M5s

Dal 2013, quando debuttò nello streaming con Bersani, ne ha infilate di perle. Napolitano poco sveglio, le battute sulla prostata di Berlusconi, il complotto dei piedini sporchi, le battaglia contro i giornalisti e Radio radicale. Tutti gli scivoloni del "successore" di Di Maio.

Qualcuno le gaffe le ha pagate a caro prezzo. A Danilo Toninelli, per esempio, l’interminabile sequela di uscite infelici è costata prima il posto al ministero delle Infrastrutture (si sfarinò il governo a causa di Matteo Salvini, ma la sua poltrona era pronta per essere offerta alla Lega in caso di rimpasto), poi l’espulsione dalla squadra del Conte 2. Qualcuno, invece, di gaffe in gaffe avanza. Lentamente ma inesorabilmente. Non silenziosamente. Il Movimento 5 stelle si trova all’alba di una nuova era, l’era di Vito Crimi, reggente con un unico merito: essere il membro anziano del comitato di garanzia.

EX ASSISTENTE GIUDIZIARIO A BRESCIA

Nella sua ormai considerevole carriera politica annovera comunque un numero significativo di uscite sopra le righe. Ecco le migliori perle che l’ex assistente giudiziario alla Corte di appello di Brescia (qui il suo curriculum) ha regalato ai posteri.

PRESE IL 3% DA CANDIDATO GOVERNATORE LOMBARDO

Attivista pentastellato della prima ora, candidato presidente della Lombardia alle Regionali del 2010 dove ottenne il 3%, (gli andrò meglio alle parlamentarie, quando riuscì a raccogliere i 381 voti sufficienti a finire in lista), debuttò davanti al grande pubblico nel 2013, durante lo streaming – ormai sbiadito – delle consultazioni tra Pier Luigi Bersani e la delegazione dei cinque stelle. L’incontro passò alla storia non tanto per la sua presenza ma per le dichiarazioni di Roberta Lombardi che, in quanto a gaffe, si pone come sua diretta rivale (disse: «Bersani, qui non siamo a Ballarò» e «Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali»). In quell’occasione Crimi parlò poco. Si limitò a rivolgersi alla Lombardi apostrofandola come «onorevole» per ottenere in cambio il rimbrotto: «cittadina, prego».

SARCASMO FUORI LUOGO SUL CAPO DELLO STATO

Del resto, le volte che esternava, lo scivolone era subito dietro l’angolo. Come quando decise di documentare l’incontro tra Beppe Grillo e l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Abbastanza surreale», disse, «una situazione anacronistica, perché siamo entrati in questo palazzo tra corazzieri e uno stuolo di persone ovunque. È stato un colloquio riservato, c’eravamo solo noi tre e Napolitano con il segretario generale del Quirinale». «Napolitano», aggiunse Crimi con sarcasmo, «ha ascoltato molto Beppe e Beppe l’ha visto un po’ più sveglio rispetto a quello che pensava». Scoppiò una prevedibile polemica. Crimi si giustificò dicendo: «Ricordo che le nostre riunioni si svolgono in diretta streaming e si parla liberamente, senza discorsi preparati e preconfezionati o artefatti e può capitare di dire qualcosa che risulti infelice come esposizione… Questa è comunque trasparenza». Non poteva certo immaginare che, di lì a poco, sarebbe stato più e più volte immortalato dai cronisti appisolato, in treno e persino a Palazzo Madama.

VITO LO SMENTITO DA GRILLO IN PERSONA

Tra una pennica e l’altra, sempre nel 2013 non fece in tempo a esprimere un giudizio politico («Meglio un incarico a Bersani che una prorogatio a Mario Monti») che subito fu silenziato pubblicamente da Grillo in persona: «Sono uguali». E la Rete si scatenava con l’hashtag #Romanzocrimi con il soprannome «Vito, detto lo smentito». Nel 2014, ospite della trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, rivelò il suo background politico: «Ho votato per i Verdi, Rifondazione comunista, Alleanza nazionale, l’Ulivo, l’Italia dei valori… anche Pd, Ds, anzi, no Pd no… sceglievo le persone». A Oggi invece confessò: «Ho ancora poca conoscenza dei regolamenti parlamentari». Ed era capogruppo al Senato (in compenso, aveva le idee molto chiare sulla linea che esigeva dai suoi, come disse al Corriere: «I parlamentari non devono occuparsi di strategie politiche, di alleanze. Se lo fanno, non hanno capito niente. Tu, parlamentare, devi dire: sei d’accordo sulla mozione Ogm?»).

Beppe Grillo e Vito Crimi durante una conferenza stampa del Movimento 5 stelle nel 2013. (Ansa)

CRIMI L’UMORISTA SUL PROLASSO DEL CAV

Strappò poche risate quando provò a canzonare un manifesto di Forza Italia: «Silvio non mollare». Crimi scrisse su Facebook: «Vista l’età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali, e l’ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con “Non mollare” non è che intende “Non rilasciare peti e controlla l’incontinenza”?». Del resto, che abbia uno strano senso dell’umorismo lo si sa da tempo. Quando Grillo rilanciò un video che aveva come tema: «Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?», il solito Crimi commentò così l’opera: «Ironica, satirica, senza alcuna volgarità ma simpatica anche».

COMPLOTTO DEI PIEDINI SPORCHI: LA PROVA DELLE POLVERI SOTTILI

Da membro del Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) si fece notare, nel 2015, con una inchiesta pubblicata sulla sua pagina Facebook: il complotto dei piedini sporchi. «Leggete, prima di ridere», scrisse, pubblicando la lettera di «un amico che risiede a Ghedi, in provincia di Brescia» che inoltrava al senatore pentastellato le foto dei piedini sporchi del figlio sostenendo che fossero la prova delle polveri sottili penetrate in casa. Insomma, la sicurezza pubblica con Crimi era in ottime mani. Anzi, piedi.

I GIORNALISTI? «MI STANNO SUL C…O, CERCANO LO SCOOP»

E poi c’è la sua personale crociata contro la categoria dei giornalisti, iniziata prestissimo e che forse gli è valsa nel 2018 la delega all’Editoria da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Nel 2013 esordì facendosi scappare: «Mi stanno tutti sul c…o» perché «cercano solo lo scoop». Da sottosegretario si sbizzarrì mettendo nel mirino prima l’intera categoria («Bisogna superare il termine giornalisti, oggi servono professionisti dell’informazione»), quindi il finanziamento pubblico ai giornali («Lo aboliremo con grande orgoglio»), poi l’ordine professionale («Scatola vuota, o cambia o va abolito») e infine l’Inpgi, la cassa pensione della categoria («Prodotto del poltronificio Pd che oggi vive a spese dei giornalisti e delle loro pensioni»). Ma l’apice lo ha toccato nella sua personalissima battaglia contro la sovvenzione pubblica a Radio radicale, nonostante svolgesse un pubblico servizio trasmettendo le sedute parlamentari. Battaglia che gli valse il soprannome, da parte del giornalista della radio Massimo Bordin (scomparso ad aprile 2019) di «gerarca minore». Ora il «gerarca minore» si appresta a diventare reggente. Se sarà un reggente minore o maggiore lo dirà il tempo. In quanto a gaffeur è sicuramente maggiore.

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