Le mani della ‘ndrangheta sull’Umbria

Decine di arresti e sequestri hanno colpito le cosche di San Leonardo di Cutro e di Siderno. Inchiesta coordinata dai procuratori Gratteri e Bombardieri.

Le cosche della ‘ndrangheta hanno messo le mani sull’Umbria, infiltrando «in modo significativo» il sistema economico della regione. Dopo mesi di indagini portate avanti dalla polizia, all’alba del 12 dicembre sono scattati decine di arresti e sequestri per diversi milioni di euro.

L’inchiesta, coordinata dalle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro e Reggio Calabria, riguarda le cosche Trapasso, Mannolo e Zofreo di San Leonardo di Cutro e i Commisso di Siderno. Arresti e sequestri hanno riguardato sia la Calabria, sia l’Umbria.

I dettagli saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa in programma alle 11 alla presenza del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri e del capo della Direzione centrale anticrimine della polizia Francesco Messina.

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Il caso dell’assessore leghista in Umbria condannato per razzismo

Luca Coletto, veneto, nella nuova Giunta Tesei. A Verona finì coinvolto in un episodio di diffusione di idee discriminatorie sui nomadi. Il Pd: «Inaccettabile, persona lontana dalla nostra terra a livello geografico e di valori».

Era stata usata come grimaldello leghista contro il governo giallorosso. E ora l’Umbria, passata al centrodestra con le elezioni regionali 2019, deve già fare i conti con un caso politico che puzza di razzismo.

RACCOLTA FIRME CONTRO UN CAMPO NOMADI

Alla prima riunione della nuova legislatura è approdata all’Assemblea la questione sollevata dal Partito democratico sul nuovo assessore regionale Luca Coletto, leghista veneto al quale sono state affidate tra le altre le deleghe a Salute e Politiche di parità di genere, che venne condannato a due mesi (con tutti i benefici di legge) come allora consigliere provinciale a Verona (insieme con altri cinque esponenti del Carroccio) per l’accusa di diffusione di idee razziste per aver raccolto nell’estate 2001 firme per sgomberare un campo nomadi abusivo in città.

IL PD: «HA LA DELEGA ALLE DISCRIMINAZIONI…»

Secondo il capogruppo del Pd in Assemblea legislativa Tommaso Bori «avere in Giunta una persona che ha subito una condanna è grave, ma una condannata per razzismo è inaccettabile». Poi ha aggiunto: «L’Umbria respinge le idee portate avanti dal nuovo assessore. Chiediamo alla presidente se sapeva o era all’oscuro. La delega alle discriminazioni data a Coletto è un cortocircuito. Mi stupisce il silenzio della presidente circa la condanna dell’assessore Coletto. Avete scelto una persona esterna, lontana dall’Umbria a livello geografico e di valori».

COLETTO: «UN REATO DI OPINIONE»

Coletto ha replicato così: «Sfido a trovare su internet una mia frase razzista. È vero che c’è stata questa condanna, ma è anche vero che si trattava di un reato di opinione. Sono stato riabilitato a esercitare le mie funzioni, tanto che da quell’episodio sono stato assessore regionale alla Sanità del Veneto e anche sottosegretario e nessuno ha mai avuto da ridire».

Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni


Luca Coletto

Coletto ha quindi spiegato di avere avuto una «interlocuzione» sulla vicenda con la presidente della Regione Donatella Tesei: «Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni e non è mai successo nulla».

LA LEGA: «NON PRENDIAMO LEZIONI DAI DEM»

Il senatore della Lega Luca Briziarelli ha risposto così: «Che il Pd pretenda di dare lezioni agli altri su come governare l’Umbria con tutto quello che ha combinato in questi anni, dall’ambiente ai trasporti passando per l’economia è grave, ma che lo faccia in materia di sanità è addirittura offensivo nei confronti dei cittadini e degli operatori onesti che nonostante tutto tengono in piedi la nostra sanità».

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Luca Ricolfi: «Nel centrodestra Giorgia Meloni non è la più estremista»

Commentando a Roma InConTra i risultati delle Regionali umbre, il sociologo mette in guardia dalle facili etichette. La proposta fiscale della leader di FdI, per esempio, è «anti-sovranista». Il rinnovato europeismo di Salvini non convince. E la forza liberale incarnata da Berlusconi non ha più uno spazio politico.

Dov’è la destra, dov’è la sinistra? Non dove sembrano essere e non solo per Giorgio Gaber, ma anche per Luca Ricolfi. Commentando il voto in Umbria ospite di Enrico Cisnetto a Roma InConTra il sociologo torinese smonta innanzitutto la rappresentazione classica del centro-destra, o destra-centro che dir si voglia, che prevede Forza Italia al centro, più a destra la Lega e poi, in fondo a destra, Fratelli d’Italia.

MELONI? MENO ESTREMISTA DI QUELLO CHE SEMBRA

Per il docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino, lo schema non è così automatico. «Non sono convinto Giorgia Meloni sia la più estremista di tutti. Le attribuisco una certa dose di pragmatismo. Per esempio, la sua proposta fiscale che prevedeva un’aliquota unica al 15% per i redditi incrementali non è stata presa in considerazione da nessuno. Eppure non solo era la migliore, ma anche la più moderata e persino anti-sovranista». «Un’ottima proposta», ribadisce un Ricolfi che non ti aspetti, «che magari è frutto di un’idea di Guido Crosetto, che io stimo, e che comunque rispecchia una linea di politica economica che non ci fa litigare con l’Europa». 

Luca Ricolfi ospite a Roma InContra di Enrico Cisnetto.

SALVINI E LA POCO CONVINCENTE CONVERSIONE EUROPEISTA

La Lega, che in Umbria ha perso 17 mila voti rispetto alle Europee di cinque mesi fa, canta vittoria. «In effetti in Umbria il successo della destra è dovuto principalmente all’exploit di Fratelli d’Italia», spiega Ricolfi. «Ma la Lega può ovviamente fare ancora il pieno di voti in futuro». Matteo Salvini, è il ragionamento, «non mi preoccupa quando esprime soddisfazione per il successo dell’Afd (l’ultra-destra tedesca che domenica ha fatto il pieno dei voti in Turingia, ndr), quella è solo comunicazione».

LEGGI ANCHE: Salvini si applichi, il suo europeismo non convince ancora

Dunque la metamorfosi europeista e moderata del segretario del Carroccio così come emersa dall’intervista a Il Foglio è autentica? Qui Ricolfi si fa più prudente: «Non so se stia cambiando. La strategia economica in chiave anti-Europa e anti-euro per ora rimane sullo sfondo, ed è la cosa che mi turba davvero di Salvini». 

IL CAV DEVE FARE I CONTI CON IL POCO APPEAL DI UNA FORZA LIBERALE

E poi c’è Silvio Berlusconi, «che sembrava un pugile suonato, ma che potrebbe tornare a giocare un ruolo», sottolinea il sociologo. Ma attenzione alle collocazioni, perché «purtroppo non c’è spazio al centro per una forza liberale ed europeista», dice insistendo sul «purtroppo». Questo perché, a dispetto dei falsi miti, «l’elettorato italiano non è così mobile, il 40% vota a destra, il 40% a sinistra e solo il 20% è oscillante». Non c’è (falso) mito che resista ai colpi di Ricolfi. L’ospite di Roma InConTra però non smentisce solo gli altri, ma anche se stesso: «Non pensavo che la destra potesse rappresentare così largamente l’elettorato, mi sbagliavo, così come i sondaggisti che ci raccontavano di uno scontro all’ultimo sangue tra i candidati in Umbria, che alla fine non c’è proprio stato».

Il sociologo Luca Ricolfi è autore del libro “Società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

SIAMO UN PAESE POVERO ABITATO DA RICCHI

Insomma, professione debunker. Come anche nel suo ultimo libro, Società signorile di massa (La Nave di Teseo), in cui Ricolfi racconta un’Italia povera abitata da gente ricca. Un Paese in cui una minoranza di non produttori si appropria della ricchezza altrui, a cominciare da quella dei nonni, e sfrutta il sistema para-schiavistico esistente in alcuni settori (badanti, rider, cooperative) e, alla fine, «vive di rendita». Ed ecco un livello dei consumi «signorili» inspiegabile considerato il reddito, fatto di weekend lunghi, case al mare, seconde macchine in garage, apericene, nuovi cellulari, palestra, gioco d’azzardo e schermi piatti.

ALLA POLITICA FA COMODO UNA NARRAZIONE DRAMMATICA

«Alla politica, con l’aiuto degli intellettuali faziosi, fa però comodo descrivere un Paese in difficoltà», continua Ricolfi, «anche se non è vero». Questo perché «se si drammatizza lo scenario, lo si ingigantisce e si evita di circoscrivere il problema e intervenire». Accade per esempio con la narrazione dei giovani rappresentati troppo spesso come una generazione perduta e senza futuro. «In realtà», chiarisce Ricolfi, «non è vero che siamo pieni di giovani iper-qualificati che svolgono mansioni più basse di quelle che potrebbero fare. Semplicemente i titoli di studio sono vuoti di contenuto, non corrispondono alle competenze effettivamente acquisite, così le aziende li piazzano dove devono stare e non dove vorrebbero». 
Sì, ma la sinistra? Nemmeno a parlarne. È dal 2000 che il sociologo ripete che «la sinistra non è più di sinistra». 

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La crisi M5s-Pd dopo l’Umbria e il rischio di voto

Giallorossi in fibrillazione per la sconfitta alle Regionali. Ma Di Maio, col Movimento agitato, non può sfasciare tutto. I dem vogliono evitare le urne in sessione di bilancio. E Renzi non ha ancora testato la sua Italia viva. Così si resta al governo. Manovra e "contratto" permettendo.

E ora, come ripartire? Dopo la sconfitta alle elezioni regionali in Umbria, il campo dei giallorossi è ancora minato. Gelidi i rapporti tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che si ritrovano senza una strategia comune. Il premier guida il fronte della responsabilità, che nel governo annovera Dario Franceschini e Roberto Speranza. Si tratta del fronte di chi non vuole trasformare ogni voto in un test per l’esecutivo e pensa che solo un’alleanza politica possa dare radici al governo.

I CINQUE STELLE VOGLIONO METTERE BANDIERINE

Ma il capo del Movimento 5 stelle, che tra i grillini si gioca la leadership, vuole poter sbandierare tagli alle tasse e altre “battaglie di bandiera”: propone di tornare al “contratto” per segnare il patto tra diversi. Cosa farà il Parito democratico? Dice un dem: «È lampante che si sta insieme per costrizione, non per convinzione. Così il governo non dura».

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. (Ansa)

MA SUL “CONTRATTO” IL PD FA MURO

Proprio la parola “contratto” ha fatto rabbrividire gli alleati: è come un avviso di sventura. Da Palazzo Chigi in serata è filtrato che Conte non ha avuto modo di leggere la proposta di Di Maio che chiede di dettagliare in un contratto come quello gialloverde il programma di governo. Ma da quel modello aveva preso le distanze alla nascita del “Conte 2”. E lo stop del Pd è totale: «Per noi non cambia nulla, abbiamo detto no al contratto dall’inizio e non è che, come sulla manovra, a ogni occasione si mette in discussione tutto».

LA SUGGESTIONE DI DRAGHI A PALAZZO CHIGI

Tra l’altro nel giorno dell’addio di Mario Draghi alla Banca centrale europea è tornata a circolare l’idea di un suo approdo a Palazzo Chigi, ma appare poco più di una suggestione. Ora c’è da affrontare la manovra: un vertice di governo, tra martedì 29 e mercoledì 30, dovrebbe servire a trovare l’intesa politica sui nodi ancora aperti nel testo, dalle partite Iva alla famiglia, dalle microtasse al cuneo fiscale, che Di Maio chiede di ridiscutere. La riunione però rischia di assumere i toni di una “verifica” dell’alleanza.

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Mario Draghi.

NON C’È ALTERNATIVA AL FRONTE COMUNE

Le Regionali in Emilia-Romagna a fine gennaio 2020 rischiano di diventare un nuovo test letale. Ma, come spiegato anche da Franceschini agli alleati di governo, non c’è altra prospettiva che far fronte comune, per battere la destra. E farlo cercando un’intesa per volta sulle cose da fare, litigando semmai in silenzio e non sulla scena, perché fa perdere voti. Matteo Renzi promette di fare nuovi proseliti in parlamento, magari anche tra Forza Italia, e continuerà a marcare le sue battaglie.

QUELLA SPINA CHE NON SI PUÒ STACCARE

Intanto il percorso della manovra in parlamento rischia di diventare un calvario di richieste e litigi. Può davvero precipitare tutto fino al voto anticipato? Il Pd, che evoca le urne, si può permettere di aprire la crisi in sessione di bilancio. Tantomeno possono farlo Di Maio, in piena bagarre M5s, o Renzi, che ancora non ha “testato” il suo partito nelle urne. Ecco perché alla fine resteranno tutti insieme forzatamente, un po’ come in quella foto di Narni.

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I flussi umbri dicono che gli elettori Pd-M5s hanno punito l’intesa

Il primo motivo che nelle Regionali 2019 ha spinto i cittadini a "scaricare" dem e grillini rispetto alle Europee è "la non approvazione dell'accordo giallorosso". Al secondo posto "l'insoddisfazione per l'azione del governo Conte". Dietro il voto, secondo l'analisi di Swg, c'è una logica nazionale.

Aveva o no una valenza nazionale questa tornata delle elezioni Regionali in Umbria? Secondo le opposizioni del centrodestra, uscite vincitrici dalle urne, ovviamente sì. Per il premier Giuseppe Conte no: troppo poco rappresentativo il giudizio di 700 mila persone per infliggere un contraccolpo all’esecutivo. Eppure, stando all’analisi dei flussi elettorali condotta da Swg, azienda specializzara in sondaggi politici, la “fuga” degli elettori di Movimento 5 stelle e Partito democratico sembra motivata da logiche nazionali più che regionali.

Il 76% di chi aveva votato il Pd alle Europee ha confermato la sua scelta, solo il 61% degli elettori grillini ha fatto altrettanto

Secondo il report, rispetto alle Europee 2019 il 76% di chi aveva votato il Pd ha confermato la sua scelta, mentre solo il 61% degli elettori grillini ha fatto altrettanto. Alla domanda di Swg rivolta a chi non ha replicato il voto delle Europee, le risposte sono in parte analoghe tra dem e pentastellati. Per entrambi gli elettorati la prima motivazione che li ha indotti alla “fuga” è stata la non approvazione dell’accordo Pd-M5s: 38% dei casi nel Pd e il 54% nel M5s.

NON CONVINCE L’AZIONE DEL GOVERNO CONTE

Al secondo posto c’è “l’insoddisfazione per l’azione del governo Conte“: il 18% nel Partito democratico e il 17% tra i cinque stelle. Come terza motivazione c’è la non conoscenza del candidato governatore Vincenzo Bianconi (12% nel Pd e 2% nel M5s), mentre al quarto si trova il non apprezzamento verso Bianconi (10% nel Pd e 6% nei grillini).

QUALCUNO DELUSO ANCHE DAL PD UMBRO

Tra i mancati elettori dem il 2% si dice deluso dal Pd umbro, e il 4% indica altri motivi, come tra gli ex elettori di M5s. Non risponde il 22% degli ex elettori del Pd e il 25% di quelli ex M5s.

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Lettera43 2019-10-28 18:19:41

Anche l’Umbria terremotata si è schierata compatta con il centrodestra alle Regionali del 27 ottobre e Vincenzo Bianconi, il candidato..

Anche l’Umbria terremotata si è schierata compatta con il centrodestra alle Regionali del 27 ottobre e Vincenzo Bianconi, il candidato Pd-M5s, perde pure nella “sua” Norcia. Nel Comune umbro dove risiede e dove si trovano le attività della sua famiglia (anche la storica struttura alberghiera che all’indomani del terremoto fu la prima a riaprire nel centro del borgo), Bianconi ha raccolto 1.008 voti (il 38,24%). Donatella Tesei, sostenuta dal centro destra, ha avuto invece 1.584 voti (60,09%).

A CASCIA IL CENTRODESTRA SFIORA L’80%

Situazione analoga negli altri centri dell’Umbria terremotata: a Cascia, ad esempio, il centrodestra si è imposto con il 79,74% dei voti, lasciando al candidato del patto civico poco meno di 18 punti percentuali e sulla stessa falsariga è andato il voto di Preci (75,29% per Tesei) e negli altri centri del “cratere”, da Cerreto di Spoleto (71,72% per Tesei), a Monteleone (76,63), da Sant’Anatolia di Narco (58,01) a Scheggino (76,28% per Tesei).

I GIALLOROSSI DAVANTI SOLTANTO IN SEI COMUNI

La coalizione Pd-M5s a sostegno di Vincenzo Bianconi, del resto, si è affermata in Umbria solo in sei Comuni su 92: a Lisciano Niccone (con 125 voti contro 123), Montone, Paciano, Panicale, Allerona e Parrano. Proprio fra due giorni, intanto, ricorre il terzo anniversario del sisma e Donatella Tesei, neo governatrice della Regione Umbria, non ha mancato di ricordare, in conferenza stampa, l’imminente ricorrenza della grande scossa. «Il 30 ottobre» – ha annunciato – «sarò a Norcia e negli altri luoghi della Valnerina colpiti dal terremoto». «Il nuovo governo regionale dovrà entrare in fretta dentro le tematiche della ricostruzione, anche alla luce del nuovo decreto sisma a cui anche la Regione è chiamata a partecipare con possibili nuove soluzioni in fase di conversione», ha sollecitato il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno.

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Conte non rinnega Narni e tiene l’orizzonte al 2023

Il premier scaccia i fantasmi dopo la sconfitta di M5s-Pd alle Regionali in Umbria: «Verremo valutati alle Politiche. Rifarei mille volte la foto di coalizione tutti assieme».

Orizzonte 2023. Il premier Giuseppe Conte ha provato a non farsi condizionare dalla sconfitta dell’asse giallorosso maturata nelle elezioni regionali in Umbria. E ha scacciato i fantasmi di voto anticipato: «Quando nel 2023 ci confronteremo con le elezioni verremo valutati per quello che abbiamo fatto e per le promesse mantenute. Se riusciamo a proseguire con entusiasmo saremo giudicati positivamente». Poi Conte, arrivando a Ravenna, ha aggiunto: «Dobbiamo rafforzare la coesione, dobbiamo lavorare con la massima collaborazione». Anche se il capo politico del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio, incalzato dai suoi, ha chiuso a future alleanze locali col Partito democratico.

«SERVE PIÙ EQUILIBRIO E SPIRITO DI SQUADRA»

Quindi ha analizzato il percorso del governo Conte 2: «Siamo partiti da poche settimane e abbiamo già avviato una manovra che si annunciava limitata solo alla sterilizzazione delle clausole Iva e messo molte altre cose. Siamo nel pieno del percorso» dell’azione di governo e «oggi ho ancora più entusiasmo, coraggio e determinazione di ieri». Secondo il presidente del Consiglio «c’è bisogno di maggior spirito di squadra e rafforzare la coesione».

Se un esperimento non è andato bene ci si può fermare a valutarlo, c’è tempo per fare riflessioni


Giuseppe Conte

Di sicuro quello umbro, per Conte, è «un esperimento partorito tardi. Si presta a varie valutazioni, le lascio ai leader delle varie forze, ma dico anche di prendersi del tempo, se un esperimento non è andato bene ci si può fermare a valutarlo, c’è tempo per fare riflessioni, ci sono altre competizioni regionali che ci aspettano».

«NON AMO TATTICISMI, RIFAREI NARNI»

Poi il premier ha parlato anche in terza persona: «Chi vi parla non ama i tatticismi» e non insegue le «convenienze personali». Il problema non è stata la foto di Narni: «La rifarei mille volte».

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Con l’Umbria salgono a 12 le Regioni in mano al centrodestra

Si amplia il divario col centrosinistra, fermo a sette. E gli occhi sono già puntati sull'Emilia-Romagna, al voto nel gennaio 2020.

Il centrodestra conquista un’altra Regione e allarga il suo divario con il centrosinistra. Con l’Umbria – voto che rischia di avere anche ripercussioni a livello nazionale – salgono a 12 le Regioni in mano alla coalizione di centrodestra mentre restano sette quelle al centrosinistra a cui si aggiunge la Valle d’Aosta a guida autonomista con Antonio Fosson presidente e la Lega all’opposizione.

LE REGIONI DI CENTRODESTRA: DALLA LOMBARDIA ALL’UMBRIA

Il centrodestra guida la Lombardia, con Attilio Fontana governatore; il Friuli Venezia Giulia, in mano a Massimiliano Fedriga; la Provincia di Trento con Maurizio Fugatti; la Provincia di Bolzano di Arno Kompatscher (Svp-Lega) che si posiziona nell’area autonomista ma di centrodestra; il Piemonte che ha visto Alberto Cirio sconfiggere il presidente uscente Sergio Chiamparino; la Liguria in mano a Giovanni Toti; il Veneto detenuto saldamente da Luca Zaia; la Basilicata, andata a Vito Bardi il 24 marzo scorso; la Sicilia, dove governa Nello Musumeci; la Sardegna, conquistata da Cristian Solinas; l’Abruzzo guidato da Marco Marsilio; il Molise di Donato Toma e da oggi l’Umbria dove governerà Donatella Tesei.

LE REGIONI DI CENTROSINISTRA: DALLA TOSCANA ALLA CAMPANIA

Al centrosinistra rimangono la Toscana governata da Enrico Rossi, le Marche con Luca Ceriscioli, l’Emilia-Romagna, guidata da Stefano Bonaccini, la Puglia, guidata da Michele Emiliano, la Calabria, governata da Mario Oliverio, il Lazio, dove è governatore Nicola Zingaretti, la Campania, dove il governatore è Vincenzo De Luca.

LE PROSSIME REGIONI AL VOTO

Le prossime Regioni al voto sono l’Emilia-Romagna, dove si voterà il 26 gennaio 2020 cui seguiranno la Calabria, la Toscana, la Campania, la Liguria e la Puglia. In Emilia-Romagna, ha spiegato il leader della Lega Matteo Salvini, «stiamo ragionando sullo stesso schema, quindi un candidato governatore bravo, in gamba, esperto come Lucia Borgonzoni che presenteremo il 14 novembre a Bologna al Paladozza».

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Renzi spara su M5s e Pd dopo la sconfitta in Umbria

Il leader di Italia viva: «Un errore allearsi in fretta e furia». Il coinvolgimento di Conte? «Non ho capito la genialata di portarlo in campagna elettorale».

Matteo Renzi spara a zero su M5s e Pd dopo la pesante sconfitta alle elezioni regionali in Umbria. Il leader di Italia viva ne ha parlato con il giornalista Bruno Vespa, che sta raccogliendo contributi per il suo nuovo libro Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare). E non ha usato mezzi termini: «Una sconfitta scritta figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi. Lo avevo detto, anche privatamente, a tutti i protagonisti. E non a caso Italia viva è stata fuori dalla partita. In Umbria è stato un errore allearsi in fretta e furia, senza un’idea condivisa, tra M5s e Pd. E non ho capito la genialata di fare una foto di gruppo all’ultimo minuto portando il premier in campagna elettorale per le Regionali».

L’AFFONDO CONTRO IL PREMIER (E I SUOI CONSIGLIERI)

Quanto a Giuseppe Conte, ha aggiunto Renzi, «evidentemente nello staff di Palazzo Chigi c’è qualcuno che pensa che Conte possa fare miracoli, intervenendo in campagna elettorale e cambiando i risultati. Ignorano, questi signori, che i sondaggi sulla fiducia nei leader non si traducono mai in voti. La percentuale di gradimento ti dice quanto sei simpatico, non quanto sei votabile. E non sempre le due cose coincidono. Nella storia repubblicana leader con un altissimo livello di fiducia personale non sono riusciti a trasformarli in consensi elettorali. Perché è quella che si chiama fiducia istituzionale. Gratifica l’ego, ma non incide alle elezioni».

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Il disastro in Umbria dimostra che l’alleanza strategica M5s-Pd non esiste

Il Conte bis aveva senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è accaduto. È stata solo una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora a Zingaretti non resta che rifondare un partito di sinistra e socialista. Dall'opposizione.

In Umbria la sconfitta è nettissima e non si tratta solo di un voto locale. L’onda di destra è ancora più forte di prima, persino delle cazzate estive di Matteo Salvini.

Il dato impressionante è il calo drammatico dei 5 stelle che non rimpolpa il Pd che a sua volta perde voti. Fra le ragioni che avevano giustificato l’alleanza di governo, oltre all’obiettivo di mandare a casa il leader della Lega, c’era l’idea che il popolo grillino sarebbe stata la nuova base di una sinistra in crisi. Non è così. Il popolo grillino abbandona Luigi Di Maio e Giuseppe Conte e la base del Pd non si allarga né il concorrente principale, cioè Matteo Renzi, sulla base dei sondaggi sembra aver guadagnato granché. Tecnicamente è un disastro strutturale.

DA PD E M5S SEGNALI DI IRRESPONSABILITÀ

I primi commenti di dem e grillini (pochi), ma soprattutto di Conte rivolti a dire che non cambia niente dopo il voto dell’Umbria sono segnali di irresponsabilità. Il moijto deve essere diventata una abitudine di chi sta al governo. Mi dispiace per gli amici che avevano immaginato come strategica l’alleanza fra Pd e 5 stelle.

La maggiorparte dell’elettorato che si è espresso vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi

C’è una parte di italiani, cioè quelli che seguono i 5 stelle, che con il Pd non vogliono prendere neppure un caffè. E questo avviene mentre la parte maggioritaria dell’elettorato che si esprime vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi. Il voto concreto penalizza dem e 5 stelle, il voto virtuale dà poco spazio a Renzi oggi molto avverso a quella alleanza di governo che ha fortemente voluto per poter fare con comodo la scissione.

La neoeletta presidente della Regione Umbria Donatella Tesei festeggia l’esito delle elezioni con il leader della Lega Matteo Salvini a Perugia.

SALVINI È UN POLITICO INCONTENIBILE MA NON UN FASCISTA

Siamo in una di quelle situazioni in cui una classe dirigente si affida due volte al popolo. Gli si affida perché scelga quale proposta preferisce e quali leader vuole che lo rappresentino. Gli si affida perché non si intestardisce a rinviare il voto politico irritando in via definitiva una destra che si sente, giustamente, già vincitrice.

Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone

La paura di Salvini non è certo passata dopo questi pochi mesi con Conte che si è buttato a sinistra. Ma Salvini, lo ripeto ossessivamente, non è un fascista, è solo un uomo politico incontenibile che può fare danni. Lo vogliono al governo? Vada al governo. Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora si può fare un passetto più in avanti e si precipita definitivamente o si può provare a salvarsi.

CONTE HA ROVINATO L’IMMAGINE CHE SI STAVA CREANDO

Pd e 5 stelle possono fare anche molte altre alleanze elettorali, ma il tema dell’alleanza strategica non esiste. L’idea dei due popoli che si fondono, cioè di un popolo che cerca capi veri o capi occulti nelle file dei piddini o ex piddini più esperti è una pia illusione. Conte ha commesso l’errore drammatico della vicenda Usa-servizi segreti che ne ha rovinato l’immagine che si stava creando. Ora, come accade ai perdenti, altri scandali intralceranno la sua via. Che fare?

ZINGARETTI DEVE RIFONDARE UN PARTITO DI SINISTRA E RIFORMISTA

Nicola Zingaretti ha un partito che dovrebbe sciogliere e rifondare su una base di sinistra perché l’avanzata della destra, e che destra!, apre una strada a una sinistra radicale e riformista. Non rifiuti neppure il nome, non si combatte la destra con nomi ormai consumati come il Pd o con nomi inventati. Questa roba da rifondare deve essere di sinistra e socialista in modo esplicito. Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni. La scissione se voleva dare una scossa al Pd è riuscita, se voleva provocare un sommovimento elettorale è già fallita.

OCCORRE CONVINCERE DRAGHI A DARE UNA MANO AL PAESE

Una sinistra rifondata può fare una proposta di programma, su temi sociali, a quel che diventerà il movimento 5 stelle. Le prime scelte del  governo attuale attorno al cuneo fiscale indicano primi passi programmatici rivolti a parlare ai ceti più indifesi. Un piano straordinario di lavori può fare il resto.

Matteo Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni

Bisogna bere l’amaro calice e andare al voto. Bisognerà combattere per non farsi ridurre al lumicino proponendo al popolo di sinistra una forza che mostri di aver imparato dal passato perché è tornata a sinistra e perché ha volti nuovi. Poi si farà opposizione, una opposizione come si deve, a Salvini. Quest’ultimo fallirà per la seconda volta. Nel frattempo una coalizione democratica potrà cercare di convincere Mario Draghi a dare una mano al Paese. Ci vorrà tempo. 

ORA SERVONO INTELLIGENZA, TRASPARENZA E LAVORO

Un consiglio finale: cari compagni di sinistra, smettiamola di dire che bisogna metterci l’anima e altre cose poetiche. È sufficiente metterci intelligenza, trasparenza e tanto lavoro. Salvini si è battuto palmo a palmo tutta l’Umbria i 5 stelle vincevano quando facevano la stessa cosa. Il Pci l’ha sempre fatto. La Dc pure. Da casa si possono fare tante belle cose ma non vincere le elezioni. Ovviamente non ce l’ho con Zingaretti che va viceversa ringraziato perché si è trovato in mano un governo e una alleanza che non voleva e con l’autore dell’operazione che è fuggito. Per fortuna che si è portato via Maria Elena Boschi e Teresa Bella(Razzi)nova, le due voto-repellenti. 

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Di Maio sotto assedio nel M5s dopo la batosta in Umbria

Il crollo al 7,4% riaccende la ribellione nel Movimento contro il leader politico. Paragone: «È mancata la coerenza». E nel banco degli accusati finisce anche Conte.

Il voto in Umbria certifica, sopra ogni altra cosa, il crollo del M5s: il Movimento piomba sotto l’8%, quasi la metà dei voti presi in Umbria alle Europee. La notizia della disfatta arriva nelle stesse ore in cui il Financial Times rivela che il premier Giuseppe Conte fu ingaggiato da un fondo di investimento sottoposto poi a indagine interna dal Segretariato di Stato del Vaticano. Il crollo riaccende la ribellione interna al Movimento: di chi, come Gianluigi Paragone, non ha mai digerito l’alleanza con il Pd; e di chi punta ad un cambio della leadership di Luigi Di Maio. «La sconfitta era prevedibile ma era ancora più incredibile pensare che quel M5s che ha svelato il sistema umbro è stato costretto a allearsi con il centrosinistra. Che razza di campagna puoi fare? E infatti l’abbiamo pagata, perché accade quando non hai coerenza. Quello che fa arrabbiare è la mancanza di coerenza», ha detto Paragone in diretta Facebook.

Se volete pensare che sia solo l’Umbria…

Posted by Gianluigi Paragone on Sunday, October 27, 2019

La prima mossa di Di Maio per arginare i malumori è stata quella di annunciare lo stop alle alleanze nei voti locali.

«LA FINE DELLE ALLEANZE LOCALI»

«Il patto civico per l’Umbria lo abbiamo sempre considerato un laboratorio, ma l’esperimento non ha funzionato», spiega il post pubblicato sul Blog delle stelle a ridosso dei risultati, «il Movimento nella sua storia non aveva mai provato una strada simile. E questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti».

ANCHE CONTE FINISCE SOTTO ACCUSA

Il premier, su entrambi i fronti, si mostra tranquillo. Ha trascorso la domenica elettorale lontano dai riflettori e, già nei giorni scorsi, ha sempre sottolineato come la sua, in Umbria non sia stata una campagna elettorale. «Avrei girato la Regione 24 ore su 24 ore», diceva giovedì dall’azienda di Brunello Cucinelli. Il tonfo umbro rischia di sfibrare un’alleanza di governo che stenta a trovare un quadro politico. In più, alla sconfitta di Vincenzo Bianconi non ha partecipato Matteo Renzi, la “mina vagante” del governo. A Renzi era stato chiesto di venire a Narni ma l’ex premier ha declinato. E Italia Viva, secondo indiscrezioni, boccia l’idea della foto dei tre leader, Nicola Zingaretti, Di Maio e Roberto Speranza. È vero, Di Maio ora deve vedersela con il dissenso interno. Eppure, ragionano i suoi, il leader M5s ci ha messo la faccia ed è sempre stato tra i più scettici dell’alleanza con il Pd, sostenuta invece da Beppe Grillo e lo stesso Conte. Quello stesso Conte che, si sottolinea nel M5s, poteva spendersi di più per le Regionali umbre se davvero crede nella coalizione giallorossa.

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L’analisi della sconfitta in Umbria di Pd e M5s

Nota dei grillini: «Era un laboratorio, l'esperimento non ha funzionato». I dem: «Riflessione sulle coalizioni senza contenuti». Ma il governo (per ora) dovrebbe tenere.

Non solo la “tipica” analisi della sconfitta a sinistra. Quella umbra è un po’ diversa per un inedito intruso nella coalizione battuta dal centrodestra: il Movimento 5 stelle. Che ha preso meno della metà dei voti dei dem ed è arrivato dietro persino a Fratelli d’Italia. Un post del M5s su Facebook ha provato a spiegare così la débâcle: «Il patto civico per l’Umbria lo abbiamo sempre considerato un laboratorio, ma l’esperimento non ha funzionato. E questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti».

DI MAIO RISCHIA DI TORNARE NEL MIRINO

È stato assicurato, comunque, che al governo «si rispetteranno gli impegni». Ma il rischio è che subito il capo politico Luigi Di Maio torni nel mirino dei malpancisti, dagli ex ministri come Barbara Lezzi a Giulia Grillo a chi non ha mai digerito il Conte 2 a chi, infine, vorrebbe una rivoluzione nella leadership. E in Calabria ed Emilia-Romagna è molto difficile che il M5s accetti un nuovo patto con il Pd.

DA ZINGARETTI FRECCIATA A RENZI

Già, e i democratici? Il segretario Nicola Zingaretti ha detto: «È una sconfitta netta, ma il risultato conferma, malgrado scissioni e disimpegni, il consenso delle forze che hanno dato vita all’alleanza». E cioè: il Pd rispetto alle Europee ha tenuto e nonostante la fuoriuscita di Matteo Renzi. E Zingaretti ha frenato anche le polemiche interne al governo, facendo implicito riferimento al M5s. «Rifletteremo molto su questo voto e le scelte da fare, voto certo non aiutato dal caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del governo». Da Italia viva, intanto, già hanno bollato come un errore la foto di Narni. Quella che (non a caso) li ha visti assenti.

Il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci, ha parlato di sconfitta che «non ha ripercussioni sul governo ma impone una riflessione sulle alleanze costruite all’ultimo minuto e senza contenuti». Un k.o. che rischia di essere (già) la pietra tombale sull’alleanza giallorossa.

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Chi è Donatella Tesei, nuova governatrice della Regione Umbria

Avvocata, ex sindaco di Montefalco, eletta al Senato nel 2018. Chi è la candidata del centrodestra che ha vinto le elezioni del 2019.

In campagna elettorale c’era sempre lui in prima fila: Matteo Salvini. Ma ora che il centrodestra ha vinto, chi è la nuova governatrice dell’Umbria? Donatella Tesei, avvocato cassazionista, nata a Foligno il 17 giugno del 1958, è pronta ad assumere la carica di presidente della Regione dopo essere stata sostenuta dalla coalizione di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

SINDACA DI MONTEFALCO PER DUE MANDATI

La Tesei vive a Montefalco dove è stata sindaco per due mandati, dal 2009 (eletta con la lista civica di centrodestra “Gruppo Montefalco“) al 2014 e dal 2014 al 2019, quando venne riconfermata con il 63% dei consensi. Le opposizioni l’hanno accusata di aver lasciato un grosso buco di bilancio.

ENTRATA IN PARLAMENTO NEL 2018

Nel marzo del 2018 è stata eletta al Senato della Repubblica nel collegio uninominale (sostenuta dal centrodestra) e presiede la Commissione Difesa. È inoltre membro del consiglio di amministrazione della Bonifica umbra, coordinatore regionale delle Città del vino dell’Umbria, vice presidente nazionale dell’associazione Città per la fraternità e consigliere del Gal Valle Umbra e Sibillini.

Mi considero una donna pragmatica, più attenta ai fatti che alle parole


Donatella Tesei

Sul suo sito c’è scritto: «Ho sempre vissuto in Umbria». E ancora: «Dal liceo classico alla laurea in Giurisprudenza a Perugia, dalle esperienze professionali come avvocato ai successivi incarichi professionali. Sotto i miei occhi ho visto la mia terra impoverirsi e una burocrazia asfissiante soffocare imprese e realtà commerciali. Mi considero una donna pragmatica, più attenta ai fatti che alle parole».

SOSTENUTA DA CINQUE LISTE

Come candidata presidente della Regione è stata sostenuta da cinque liste: Lega Salvini Umbria, Giorgia Meloni per Tesei, Forza Italia Berlusconi per Tesei, Tesei presidente e l’Umbria civica presidente.

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Le dichiarazioni della Lega sui risultati delle elezioni in Umbria

Per Salvini è «un'impresa storica». Borghi saluta i giallorossi.

È un Matteo Salvini raggiante quello che varca la porta dell’albergo di Perugia. Le urne delle Regionali in Umbria si sono chiuse da pochi minuti e la notizia dei primi exit poll è già rimbalzata. La candidata del centrodestra a fortissima trazione leghista, Donatella Tesei, va verso una nettissima vittoria sulla coalizione composta da Partito democratico e Movimento 5 stelle, guidata da Vincenzo Bianconi. «Aspettiamo i dati veri. A occhio abbiamo fatto un’impresa storica», ha affermato Salvini all’ingresso in albergo, dove è stato raggiunto anche dalla candidata presidente Donatella Tesei. A chi gli chiedeva come si sentisse ha risposto «felice». «Sento qualcosa nell’aria», ha aggiunto.

BORGHI: «CIAO CIAO GIALLOROSSI»

Sebbene lo spoglio sia appena iniziato e ci sia ancora da attendere per i risultati ufficiali, i dati sono così netti da lasciare poco adito ai dubbi, e cancellare ogni possibile cautela. Così anche il deputato leghista Claudio Borghi ha deciso di celebrare la vittoria su Twitter: «Ciao ciao giallorossi… nb, sono exit poll, aspettiamo i dati veri». Ma è una postilla che lascia il tempo che trova e di certo non smorza l’entusiasmo nel centrodestra. E ancora, lo stesso Borghi rincara la dose contro gli avversari sconfitti: «Voi capite perchè dicevo che se avessero fatto la cretinata di mettersi insieme io avrei stappato la sei litri…».

IN HOTEL I VERTICI DELLA LEGA UMBRIA

Salvini è nell’hotel dove si trovano anche i vertici della Lega Umbria, tra i quali il segretario regionale, Virginio Caparvi, in attesa dei primi risultati elettorali. Nella sala dell’hotel, a poche centinaia di metri dal palazzo della Regione, numerosi giornalisti e militanti del partito. All’interno è stata allestita anche una sala stampa. Nello stesso albergo pernotta anche il commissario del Pd in Umbria, Walter Verini, che prima dell’arrivo di Salvini è uscito dall’albergo salutando il segretario Caparvi e il senatore Simone Pillon.

MELONI: «ESPUGNATA ROCCAFORTE DELLA SINISTRA»

Anche il resto della coalizione esulta. «Espugnata la roccaforte della sinistra, ora liberiamo l’Italia», ha scritto Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, su Facebook. «L’Italia del Buongoverno ha vinto anche in #Umbria. Dal 4 marzo 2018 ad oggi il messaggio degli italiani è sempre lo stesso: vogliono un governo di #centrodestra. Congratulazioni a Donatella Tesei, ha vinto la rivoluzione pacifica!», ha commentato su Twitter il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani.

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I risultati delle elezioni regionali in Umbria del 2019

Duello fra Bianconi (Pd-M5s) e Tesei (centrodestra). Vola l'affluenza: 52,8% dei votanti, +12,88 punti rispetto al 2015. È un primo test per il governo.

In attesa di capire chi volerà tra i due sfidanti principali, Donatella Tesei appoggiata dal centrodestra o Vincenzo Bianconi sostenuto da Partito democratico e Movimento 5 stelle, è volata l’affluenza alle elezioni regionali 2019 in Umbria. Una percentuale cresciuta di quasi 13 punti rispetto al 2015 secondo i dati definitivi del ministero dell’Interno riferiti a tutti e 92 i Comuni. Si parla infatti del 52,8% (oltre un avente diritto su due alle urne) rispetto al 39,92 della precedente consultazione. Quindi +12,88.

SALVINI SPERA IN UN CONTRACCOLPO PER IL GOVERNO

L’Umbria è dunque pronta a conoscere il successore di Catiuscia Marini alla presidenza e per i giallorossi si tratta di un primo assaggio del consenso che può avere la loro alleanza “civica”. Tutti i leader nazionali del resto ci hanno messo la faccia e, sul finale della campagna, anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Per questo Matteo Salvini ha ripetuto più volte che il voto in Umbria avrà ripercussioni nazionali sul governo. Non la pensano così dalle parti della maggioranza, dove, sia Conte sia Nicola Zingaretti sia Luigi Di Maio hanno assicurato che le Regionali umbre non possono essere considerate come un test per l’esecutivo riguardando poco più di 700 mila elettori.

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La diretta delle elezioni regionali in Umbria del 2019

Urne aperte alle 7. Si vota fino alle 23. Otto candidati sostenuti da 19 liste. Esordio per l'alleanza giallorossa Pd-M5s in appoggio a Bianconi. La sfida è con Tesei, la candidata del centrodestra. La cronaca della giornata.

Può una regione da 800 mila abitanti diventare un test per la politica nazionale? È uno dei temi – se non “il” tema – delle elezioni in Umbria di domenica 27 ottobre. Urne aperte dalle 7 alle 23, si vota “solo” per un governatore locale ma si tratta anche del primo banco di prova per il governo giallorosso, oltre che dell’esordio di un’intesa pre elettorale tra Partito democratico e Movimento 5 stelle si sono presentati assieme, appoggiando lo stesso candidato, e cioè Vincenzo Bianconi. Che si tratti di «esperimento importante» (parole del premier Giuseppe Conte), di «terza via» (copyright di Luigi Di Maio) o di allenza in nome dell’amore per il Paese (concetto espresso da Luigi Zingaretti), quel che è certo è che la coalizione di maggioranza deve guardarsi dal pericolo della Lega di Matteo Salvini punta al grande sgambetto con Donatella Tesei, sostenuta da tutto il centrodestra e data in vantaggio – seppur di poco – dai sondaggi. Il voto è stato anticipato per colpa dei guai giudiziari che hanno coinvolto l’ex governatrice del Pd, Catiuscia Marini. In corsa ci sono otto candidati – compreso un ex Forconi e un sessuologo che ha fondato il Partito delle buone maniere – sostenuti da 19 liste.

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Il segretario della Lega Matteo Salvini a Todi per un evento elettorale. (Ansa)

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Cosa sapere delle elezioni regionali in Umbria

Il 27 ottobre la regione scossa dallo scandalo Sanitopoli va al voto. M5s, Pd e Iv sostengono insieme Vincenzo Bianconi. Il centrodestra unito punta sulla leghista Donatella Tesei. Guida a una tornata elettorale locale dal sapore nazionale.

Le elezioni in Umbria di domenica 27 ottobre non sono solo le prime Regionali della tornata 2019 dopo la caduta del governo gialloverde ma presentano, a livello locale, la stessa maggioranza che sostiene il nuovo esecutivo. Da un lato ci sono dunque Movimento 5 stelle e Partito democratico e dall’altro un centrodestra a tre punteLega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) – che, suggellata l’alleanza con la piazza romana del 19 ottobre scorso, prova a essere più coeso di quanto non sia stato finora.

Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti.

L’INEDITA ALLEANZA PER L’UMBRIA

La disponibilità di correre assieme al Pd alle Regionali umbre è arrivata da Luigi Di Maio lo scorso 15 settembre. Mentre l’ex alleato, Matteo Salvini, dal palco di Pontida arringava il popolo padano, a Roma il neo ministro degli Esteri provava a oscurarlo proponendo al segretario dem Nicola Zingaretti una inedita alleanza locale, pur senza mai nominare il Pd, come del resto aveva già fatto nei discorsi delle consultazioni al Quirinale di agosto. «Tutte le forze politiche di buon senso», fu l’invito di Di Maio, «facciano un passo indietro e lascino spazio a una giunta civica».

SANITOPOLI E GLI ATTACCHI DEL M5S AL PD

Si tratta di un’apertura inattesa, non solo perché avanzata da Di Maio in persona, tra i pentastellati moderati finora più scettici sulla nuova maggioranza, ma anche perché in Umbria la Giunta Pd è implosa sotto lo scandalo “sanitopoli.

L’ex governatrice umbra Catiuscia Marini.

L’esperienza governativa per la Giunta uscente si è infatti conclusa anticipatamente e nel peggiore dei modi, con le dimissioni della presidente della Regione, Catiuscia Marini indagata per il caso dei concorsi truccati nelle Asl umbre e un partito allo sbando commissariato da Roma, con la nomina di Walter Verini. In aprile Di Maio, rimarcando la differenza tra 5 stelle e democratici, diceva: «Il Pd ha usato in questi anni la sanità umbra come bancomat del partito. Le dimissioni della governatrice sono il minimo». In un’altra occasione aveva dichiarato: «La sanità umbra è eccellente ma derubata dal Partito democratico che faceva passare le tracce dei concorsi nelle sue sedi».

IL CANDIDATO GIALLOROSSO È VINCENZO BIANCONI

Di Maio non poteva certo sapere che di lì a poco Salvini avrebbe strappato l’alleanza gialloverde. Mentre sa benissimo che il Movimento 5 stelle finora non è riuscito a espugnare alcuna regione e resta assai debole sul territorio. Da qui l’idea di unire due debolezze (considerato il modo con cui il Pd ha archiviato l’esperienza amministrativa umbra, non è certo dato per favorito) nella speranza di farne una forza politica che si coagulerà attorno alla figura di Vincenzo Bianconi.

Regionali: Umbria; Bianconi
Vincenzo Bianconi, il candidato Pd-M5s

Potrebbe essere difficile convincere la base grillina che si possa siglare una “alleanza per il cambiamento” con chi ha governato per anni la Regione e ne è uscito inseguito dalle inchieste della magistratura. Per questo Di Maio, che nel frattempo su Rousseau ha incassato il “sì” del 61% circa degli attivisti alla coalizione umbra (21.320 scrutini favorevoli rispetto ai 13.716 contrari) continua a ripetere che Bianconi è un candidato «senza tessere di partito in tasca».

LA POLEMICA SUI FONDI DELLA RICOSTRUZIONE

Presidente di Federalberghi Umbria e dell’associazione no profit per la rinascita dei territori colpiti dal sisma I love Norcia, Bianconi è un imprenditore di 47 anni, a sua volta figlio di imprenditori, rampollo di una famiglia di albergatori da sei generazioni. Proprio i suoi hotel sono finiti al centro di una recente inchiesta pubblicata sul Corriere dell’Umbria legata ai finanziamenti per la ricostruzione e a un possibile conflitto di interessi in caso di elezioni. Accuse che Bianconi, le cui attività sono state colpite gravemente dal sisma, ha respinto con sdegno: «Nell’area del cratere su 35 hanno fatto domanda in 19 e 11 hanno ottenuto il contributo quindi non sono solo le mie aziende ad averli ricevuti». Quanto al possibile conflitto di interessi, Bianconi, che in un primo momento aveva replicato con una provocazione («Allora un qualsiasi terremotato non può candidarsi?»), ha promesso: «Se dovessi diventare presidente mi terrei lontano anni luce dal dossier terremoto e da qualsiasi cosa che mi potrebbe riguardare».

A SOSTEGNO DEL CANDIDATO GIALLOROSSO ANCHE RENZI

Andrea Fora, il precedente candidato del Pd che per ordini di scuderia ha fatto un passo indietro per permettere la candidatura dell’attuale esponente giallorosso, si è invece dimesso da Confcooperative Umbria per correre nella lista a sostegno Bianconi per l’Umbria – Patto civico.

Andrea Fora e Vincenzo Bianconi.

Con Bianconi anche Europa Verde e Sinistra civica verde, entrambe riconducibili all’universo della sinistra extraparlamentare. Sciolto anche il rebus di Italia viva. Matteo Renzi, che aveva espresso la volontà di non correre alle Regionali, ha infatti detto che appoggerà il candidato giallorosso.

DONATELLA TESEI, FRONTWOMAN LEGHISTA DEL CENTRODESTRA

La favorita (anche se gli ultimi sondaggi danno Bianconi in costante avvicinamento) è invece l’avvocato 61enne Donatella Tesei. Già senatrice in quota Lega e presidente della commissione Difesa, è stata per 10 anni sindaca di Montefalco.

La candidata per il centrodestra alla presidenza della Regione Umbria, Donatella Tesei.

Matteo Salvini l’ha imposta mesi fa – appena il Pd umbro ha iniziato a scricchiolare per Sanitopoli – a Fratelli d’Italia e Forza Italia. Considerato il successo riscosso dalla Lega alle ultime Europee (oltre il 38%), gli alleati – che a stento a quella tornata hanno raggiunto il 13% assieme – non hanno avuto nulla da obiettare. Donatella Tesei sarà sorretta anche dalle liste civiche Tesei presidente e Umbria civica. Specularmente a quanto accade in casa giallorossa, qui l’incognita – se di incognita si può parlare – è rappresentata da un altro convitato di pietra: Giovanni Toti. Cambiamo, al pari di Italia viva di Renzi, non correrà, ma Toti ha dato indicazioni di sostenere la candidata ufficiale del centrodestra.

L’EX CANDIDATO DEL CENTRODESTRA CORRE DA SOLO

In Umbria correrà anche un candidato ufficioso. Il vero ago della bilancia potrebbe essere Claudio Ricci, che corse per il centrodestra alle Regionali del 2015. Rispetto al democratico Andrea Fora, Ricci non ha preso altrettanto bene l’ordine arrivato da Roma di fare un passo indietro a favore della candidata di coalizione e ha scelto di correre senza vessilli di partito. Lo sosterranno tre liste: Proposta Umbria, Italia civica e Ricci presidente. Nel 2015 prese il 39,27% (contro il 42,78% del centrosinistra), ma all’epoca Ricci poteva contare sui voti di una Lega Nord al 14%, Forza Italia all’8,53% e Fratelli d’Italia al 6%. La lista Ricci presidente prese il 4,49%. Oggi Ricci è dato tra il 5 e il 6%, voti che potrebbe sottrarre alla candidata di Salvini facendo un favore all’esponente giallorosso.

GLI ALTRI IN CORSA: DA POTERE AL POPOLO AI GILET ARANCIONI

Sembrano invece destinati a raccogliere meno del 2% gli altri candidati in corsa: Emiliano Camuzzi di Potere al Popolo, già candidato a sindaco di Terni; Rossano Rubicondi, operaio della Fbm e per anni in Cgil, del Partito comunista di Marco Rizzo; Martina Carletti, che su Twitter si definisce «sovranista costituzionale» per Riconquistare l’Italia; Antonio Pappalardo alla guida dei Gilet arancioni, ex militare dal 2016 è alla guida del Movimento Liberazione Italia che fa riferimento al Movimento dei Forconi.

Antonio Pappalardo con il simbolo del ‘Movimento dei gilet arancioni’.

E Giuseppe Cirillo, sessuologo, psicologo e consulente sentimentale leader del Partito delle buone maniere che il 24 ottobre ha rivelato alla Zanzara di avere fatto sesso con una suora invitando gli ascoltatori a vedere il video su YouPorn.

Giuseppe Cirillo leader del partito delle buone maniere.

QUANDO E COME SI VOTA

I seggi dei 92 comuni umbri si aprono domenica 27 ottobre (si vota dalle 7 alle 23). Con l’entrata in vigore della legge regionale 23 febbraio 2015, n. 4, l’Umbria si è dotata di una nuova normativa elettorale. L’Assemblea legislativa, composta da 20 membri, oltre al presidente della Giunta regionale, è eletta contestualmente al presidente, tramite un’unica scheda, in un unico turno con criterio proporzionale mediante riparto dei seggi tra coalizioni di liste e liste non riunite in coalizione, concorrenti. L’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza. Nel caso esprima due preferenze, devono riguardare candidati di genere diverso della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza.

TRE POSSIBILITÀ PER GLI ELETTORI

Ciascun elettore può:
votare solo per un candidato alla carica di presidente della Giunta regionale tracciando un segno sul relativo rettangolo. In tale caso il voto si estende a favore della lista non riunita in coalizione ovvero a favore della coalizione di liste collegate al candidato. Votare per un candidato alla carica di presidente, tracciando un segno sul relativo rettangolo e per una delle liste collegate, tracciando un segno sulla lista. Votare a favore di una lista regionale tracciando una X sul contrassegno; in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente collegato. Non è invece ammesso il voto disgiunto: il voto espresso per un candidato e per una lista diversa da quelle a lui collegate è nullo così come è nullo il voto espresso per più liste collegate a candidati diversi.

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Per Conte l’alleanza M5s-Pd ha un futuro anche dopo il voto in Umbria

Un unico palco per Pd, M5s e Liberi e uguali. E per un premier che, fino ad una manciata di..

Un unico palco per Pd, M5s e Liberi e uguali. E per un premier che, fino ad una manciata di mesi fa, mediava tra pentastellati e Lega. Le cronache di Narni certificano, nel’ultimo giorno utile prima del voto in Umbria, la nascita di un’alleanza che, a passo incerto, si avvia al 2020. Obiettivo del breve periodo è limitare il trionfo di Matteo Salvini, che calca le piazze da consumato leader dell’opposizione.

Ma la foto di Narni dice anche qualcos’altro. Ed è Conte a esplicitare le sue speraze: «Lavorando insieme ci affiateremo sempre di più. Questa coalizione ha un futuro», è il messaggio del capo del governo. Nell’auditorium di Narni, predisposto ufficialmente per un evento sulla manovra, in realtà di legge di bilancio si è parlato molto poco. Conta di più la foto che, per la prima volta, ritrae lo stesso Conte, Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti, Roberto Speranza e il candidato civico Vincenzo Bianconi.

Una formula che potrebbe essere riproposta in altre Regioni che saranno chiamate a breve a rinnovare i governatori, ma non senza intoppi. Perché, se in Calabria il profilo comune civico è un orizzonte concreto, in Emilia-Romagna per dirla alla Zingaretti «c’è un ottimo presidente uscente», il dem Stefano Bonaccini. Le diffidenze reciproche non sono ancora superate e si è visto anche a Narni, dove ciascun leader ha rivendicato il pezzettino di manovra a lui più caro.

Speranza esulta per aver difeso «l’universalità della salute». Di Maio parla di una lotta all’evasione «che è giustizia sociale» e ribadisce la sua battaglia per le piccole partite Iva. Zingaretti attacca Salvini spiegando che «c’è chi tenta di dare risposte e chi sa solo cavalcare paure». E poi ci sono le diverse sfumature con cui i leader interpretano la potenziale alleanza. Per Speranza non è «una parentesi, ma un’alternativa per il futuro». Mentre Di Maio, accompagnato da un manipolo di parlamentari e dai viceministri Laura Castelli e Giancarlo Cancelleri, si mantiene prudente, parlando di una «terza via» votata al civismo.

Nel M5s, del resto, serpeggia lo scetticismo: «Se prenderemo meno dei dem, dovremmo chiederci come sarebbe andata se avessimo scelto di correre da soli», puntualizza un parlamentare pentastellato, riassumento il pensiero di tanti altri. Perché l’Umbria non testerà solo quanto vale la somma dei voti di Pd e M5s, ma anche quanto può essere controproducente per i pentastellati l’abbraccio con i dem.

Certo, dopo il palco di Narni, Conte, Di Maio e Zingaretti si fermano a lungo nel bar “Gnocchetto”, della centrale via Garibaldi. «Dov’è Nicola?», chiede Conte uscendo dall’Auditorium. «Ci hai già abbandonato?», scherza Di Maio quando vede riemergere da lontano il segretario del Pd. Attorno, una serie di curiosi attende i tre mentre risalgono il corso con il sindaco Francesco De Rebotti e Vincenzo Bianconi. Manca Matteo Renzi ma, per Conte, non è il giorno delle polemiche: «Ci saranno altre occasioni».

Poi il premier incontra i lavoratori della Teofran a Terni e si ferma per un caffè in centro. Le strade, subito dopo la sua partenza, vengono addobbate da manifesti pro-Lega, visto che nella serata del 25 ottobre da lì passerà Salvini. «Ma quello è il passato», tagliano corto da Palazzo Chigi. È sulla coalizione Pd-M5s che Conte, senza indugio, ha ormai scommesso.

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Chi è Antonio Pappalardo, l’istrionico candidato in Umbria

Propone di stampare una lira parallela e avrebbe l'ok di Draghi. Punta a una Regione senza tasse e a prova di radiazioni. Ma il leader dei Gilet arancioni è lo stesso che fu leader dei Forconi. E che voleva arrestare Mattarella. Il profilo.

Sarebbe stato Mario Draghi in persona a dare l’ok al conio di una moneta parallela: «Lei può stampare la lira umbra, caro generale». Sembra una battuta di Totò, invece è, in estrema sintesi, il programma politico che il generale dei carabinieri in congedo nonché ex parlamentare e leader dei Gilet arancioni Antonio Pappalardo porta in Umbria per le elezioni regionali del 27 ottobre 2019. E che, secondo il diretto interessato, avrebbe avuto il via libera dal governatore uscente della Banca centrale europea. Lo spoglio è chiamato a dirci se la promessa di una lira umbra è sufficiente a vincere la competizione regionale. Una sfida che però, lamenta Pappalardo, parte azzoppata: «Sono stato totalmente oscurato dai media, fanno vedere solo gli altri. Chi mi vede, però, dice che sono l’unico a dare qualcosa». Tentiamo allora di porre rimedio a questa ingiustizia, provando a capire chi è Pappalardo, chi sono i Gilet arancioni e qual è il loro programma per l’Umbria.

«HO PARLATO PERSONALMENTE CON DRAGHI»

Pappalardo alla trasmissione radiofonica Un giorno da pecora ha ribadito: «Mi candido a governatore dell’Umbria e voglio introdurre la Lira umbra». Poi il generale dei carabinieri in congedo ha spiegato: «La Bce consente di stampare una moneta complementare che affianca l’euro. Ho parlato personalmente con Draghi della lira umbra, l’ho incontrato a Città della Pieve. Mi ha detto: “lei può stamparla, caro generale… Deve solo farla accettare agli umbri”. Una moneta a corso libero e non a corso legale. Se gli umbri mi eleggono, diverrà garanzia democratica».

GILET ARANCIONI «COME LE ARANCE DEL SUD»

Il programma dei Gilet arancioni (l’equivalente italiano dei Gilet gialli, «il colore arancione si richiama alle arance del Sud»), rivela qualche ulteriore dettaglio: a emettere la Nuova lira umbra sarà la “Banca libera dell’Umbria” che Pappalardo intende istituire con «attribuzione di 1.000 Nuove lire umbre a ogni capofamiglia». Tale misura sarà accompagnata «dall’emissione di obbligazioni garantite umbre».

Antonio Pappalardo con il simbolo del Movimento dei Gilet arancioni durante la consegna dei contrassegni elettorali al Viminale per le elezioni europee. (Ansa)

«VIA SUBITO GLI EXTRACOMUNITARI IRREGOLARI»

Ma non è tutto. La rivoluzione che i Gilet arancioni hanno approntato per l’Umbria è assai vasta e spazia, secondo il programma elettorale, dalla banale «nomina di assessori di provata esperienza e qualità» (difficile aspirare alla nomina di perfetti incompetenti…) alla più sovranistica «espulsione immediata di tutti gli extracomunitari irregolari con regolamentazione degli extra comunitari integrati». Alcuni punti strizzano l’occhio anche all’elettorato del Movimento 5 stelle, come il «pieno riconoscimento della libertà medica in tema di medicina alternativa, sia come esercizio sia come insegnamento universitario» o la proposta di istituire una «Commissione non condizionata dalle case farmaceutiche, che dovrà emettere un giudizio, basato su inoppugnabili dati scientifici, sull’utilità dei vaccini» e, già che ci siamo, si promette pure «l’avvio di uno studio di ricerca per la sconfitta definitiva del cancro».

UNA REGIONE SENZA IMPOSTE E A PROVA DI RADIAZIONI

Pappalardo promette anche «l’approvazione dello Statuto speciale per la Regione Umbria» che diverrà «zona franca con particolari benefici tributari come il non pagamento di imposte» e il ricorso a «strumentazioni ad hoc per proteggere gli umbri dalle eccessive radiazioni elettromagnetiche». Inoltre, dato che «tutti gli esseri viventi hanno un’anima, comprese le piante», i Gilet arancioni si impegnano nella «costituzione di un Dipartimento regionale per la protezione e le tutela degli animali e delle piante». Con tanto di «affiancamento di quattro angeli custodi a ogni cittadino: poliziotto di quartiere, medico, operatore ecologico e assistente sociale», che «interverranno a richiesta attraverso un numero telefonico». Al Festival di Sanremo (che, a scanso di equivoci, non è un santo), Pappalardo contrappone il «Festival di San Francesco, con musiche sacre di ogni credo religioso», kermesse destinata ad avere un tale successo da consentire l’attuazione del punto successivo, vale a dire il «rilancio dell’aeroporto di Perugia come scalo internazionale».

QUANTO TENTÒ DI ARRESTARE A MATTARELLA

Di sé, sul sito dei Gilet arancioni, Antonio Pappalardo scrive: «Poeta, musicista, scrittore, pittore, saggista, con una vita spesa per gli altri». Insomma, un enciclopedico personaggio d’altri tempi. Oltre a tutto ciò, Pappalardo, già leader del Movimento liberazione Italia e frontman dei Forconi (il movimento che nel 2016 provò ad arrestare l’ex deputato Osvaldo Napoli, con tanto di parapiglia davanti a Montecitorio), è tornato recentemente sui giornali per essere stato rinviato a giudizio con l’accusa di vilipendio del presidente della Repubblica. A fine 2017, infatti, il generale si mise in testa di arrestare Sergio Mattarella recapitando al Quirinale, il 21 dicembre di quell’anno, un verbale d’arresto per il reato di «usurpazione del potere politico».

L’ex generale Antonio Pappalardo. (Ansa)

CONTRO LORENZIN, TRENTA, POLIZIOTTI E CARABINIERI

Su Pappalardo pende inoltre un altro processo per istigazione a commettere arresto illegale. Nel 2014 invitò le forze dell’ordine ad arrestare i componenti del governo e del parlamento eletti col Porcellum appena dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Dato che nessuno si mosse, a Radio Cusano Campus nel novembre 2017 annunciò: «Andremo in tutte le procure, nelle questure e nei comandi provinciali dei carabinieri per arrestare carabinieri, poliziotti e magistrati». Non contento, provò anche ad arrestare la ministra della Salute dell’epoca, Beatrice Lorenzin. E quando il ministro della Difesa Elisabetta Trenta decise di sospenderlo per un anno dal grado di generale perché ai media non specificava di essere in congedo, in una torrenziale diretta Facebook Pappalardo replicò: «Sergio, dopo che ti ho dichiarato in arresto mi sarei aspettato che mi chiamassi al Quirinale per un confronto da siciliano a siciliano. Di te non mi fiderò mai. Sono sicuro che l’Arma prima di sospendermi si sia consultata con Mattarella. Se ci fosse Totò direbbe: “lasciamo le pagliacciate ai pagliacci”».

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