La telefonata di «tensione» tra Conte ed Erdogan

Il premier al Sultano turco: «Inaccettabile l'azione militare in Siria. Stop a ogni iniziativa. Ankara rispetti il ruolo della Nato». E secondo Palazzo Chigi non sono mancati momenti concitati durante il colloquio.

Telefono caldo sulla linea ItaliaTurchia. Il premier Giuseppe Conte ha avuto un colloquio con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e nel corso della conversazione, durata oltre un’ora, a quanto sia è appreso da fonti di Palazzo Chigi, Conte ha ribadito che l’Italia ritiene inaccettabile l’azione militare avviata in Siria da Ankara contro i curdi.

«EFFETTI NEGATIVI SUI CIVILI»

Durante quella chiamata, secondo fonti del governo, «non sono mancati momenti di forte tensione a fronte del fermo e reiterato invito del presidente Conte a interrompere questa iniziativa militare, che ha effetti negativi sulla popolazione civile».

Erdogan deve svolgere con responsabilità il ruolo geopolitico e di alleato Nato

Giuseppe Conte

Il premier, stando a ciò che è riportato in una nota di Palazzo Chigi, ha rimarcato che «la protezione della popolazione civile, già duramente provata da anni di conflitto, e la risoluzione dei conflitti sono priorità irrinunciabili per l’Italia e per l’intera Comunità internazionale», esortando ripetutamente Erdogan a «svolgere con responsabilità il ruolo geopolitico e di alleato Nato che la Turchia strategicamente detiene, nell’interesse collettivo di stabilizzazione dell’intera regione».

PALAZZO CHIGI: «POSIZIONE COMUNE A TUTTA L’OPINIONE PUBBLICA»

E infine: «Il presidente Conte ha invitato con forza il leader turco a interrompere l’incursione militare nel Nord-Est della Siria e a ritirare immediatamente le truppe. Il premier ha rappresentato questa unitaria posizione del governo, delle forze politiche con cui ieri si è confrontato durante il suo passaggio alle Camere e dell’opinione pubblica italiana».

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Perché con l’azzardo in Siria Erdogan rischia grosso

Lo spazio di agibilità bellicista dell'autocrate turco sta raggiungendo il suo limite e ora per lui sarebbe alquanto rischioso forzare la mano.

È passata poco più di una settimana da quando Erdogan ha dato avvio all’invasione del territorio siriano con l’inevitabile seguito di morti, sfollati e distruzioni che hanno scatenato un profluvio di condanne e di manifestazioni di allarme un po’ in tutto il mondo. Si è detto che non poche di queste manifestazioni e prese di posizione sono state più formali che sostanziali, visto tra l’altro che sono in larga misura assortite dalla premessa nel segno della “comprensione” delle preoccupazioni securitarie turche.

Questo è indubbiamente vero, ma se le sommiamo a quelle marcate invece da una qualche concretezza – dall’imposizione di sanzioni allo stop alla vendita di armi, alla intimazione di fermare quest’invasione bollata come un inaccettabile violazione della sovranità siriana…etc. – ne emerge un importante e visibile segnale di presa di distanza da Erdogan che si irradia un po’ in tutto il mondo.

UN CONFLITTO CHE HA MUTATO LO SCENARIO GEOPOLITICO

Il motore di questo crescendo critico è dovuto senz’altro alle reazioni suscitate dalla misera sorte cui è stata esposta la popolazione curda che dopo aver contribuito in maniera decisiva alla sconfitta dell’Isis è stata ancora una volta “tradita”, questa volta dal suo principale alleato, gli Usa, che lo hanno abbandonato proprio nel momento in cui aveva più bisogno di supporto. Ma un ruolo non marginale in questa mobilitazione lo ha svolto il sorprendentemente rapido mutamento dello scenario geo-politico e la pervicacemente dichiarata volontà di Erdogan di non fermarsi nella sua guerra al “terrorismo” curdo dello Ypg finchè la sua minaccia non sarà confinata a distanza di sicurezza.

Alcune profughe curde siriane in fuga dopo l’attacco della Turchia.

Il mutamento sta nel fatto che con una mossa che ha assunto tutte le apparenze di una concertazione precostituita, le forze armate curde si sono poste sotto le ali protettive di Damasco e sotto quelle di intermediazione di Mosca prendendo il centro della scena a scapito degli Usa che hanno lasciato il campo in concomitanza con la decisione turca di fare carta straccia dell’intesa mirante a gestire congiuntamente la famosa safe zone (zona cuscinetto di una trentina di chilometri di profondità) lungo il confine turco-siriano dove collocarvi almeno un paio di milioni di rifugiati arabi alterando così la stessa struttura demografica della zona.

ASSAD VUOLE RIPRENDERE IL CONTROLO DELL’AREA A EST DELL’EUFRATE

Interessante rilevare come tutto ciò sia avvenuto dopo una telefonata tra lo stesso Donald Trump ed Erdogan di cui nulla è trapelato ma che è parsa offrire alla Casa Bianca il destro per avallare ancora una volta la sua ormai consolidata erraticità di marca mercantilistica. A nulla o quasi è valsa in proposito la spiegazione offerta dal ministro della Difesa americano Mark Esper secondo il quale il ritiro delle truppe americane sarebbe stato deciso per evitare che si trovassero nell’incomoda posizione di stare tra le truppe turche da un lato e di quelle del regime di Damasco, sostenute da Mosca, con l’avallo (segreto) degli stessi curdi timorosi di dover pagare a caro prezzo la conclusione del negoziato in corso tra americani e turchi sulla zona cuscinetto.

I curdi si sarebbero rassegnati a rimettere nel cassetto le loro ambizioni più avanzate e puntare a un’intesa col padrone di casa, cioè con Bashar al Assad

Prezzo a fronte del quale i curdi si sarebbero rassegnati a rimettere nel cassetto le loro ambizioni più avanzate e puntare a un’intesa col padrone di casa, cioè con Bashar al Assad impegnato a riprendere il controllo di quest’area a Est dell’Eufrate, particolarmente ambita per le sue cospicue risorse energetiche, con il benestare della Russia. E ad indurre Trump a ritirare le sue truppe come aveva del resto dichiarato di voler fare anche ad inizio 2018 per poi ripensarci.

LA RUSSIA HA UN RUOLO SEMPRE PIÙ CENTRALE IN SIRIA

Non sfuggirà che questa lettura ha una sua plausibilità anche se implica una revisione piuttosto netta della linea di condotta tenuta dalla parte curda. Tiene in qualche modo anche l’altra lettura secondo la quale Trump si sarebbe fatto fregare da Ankara e Mosca in forza di un patto segreto stretto per liberarsi della presenza americana in Siria, obiettivo cui di fatto Trump dichiara di ambire da tempo, peraltro in contrasto col Pentagono (e non solo).

Da sinistra, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Ciò per una serie di ragioni non del tutto strampalate che vanno dagli umori dell’opinione pubblica americana al rifiuto europeo di riprendersi i rispettivi foreign fighters, di contribuire maggiormente agli oneri della missione in loco della coalizione, etc.. Resta il fatto che incontrovertibile che, rimasta senza riscontri l’offerta di mediazione iraniana, Mosca ha assunto anche in quella parte della Siria un ruolo di centralità mediatrice. Centralità però non neutrale dopo che da parte russa si è arrivati a condannare senza ambiguità l’operato di Erdogan come «un’inaccettabile violazione della integrità territoriale» della Siria.

Per Erdogan è venuto il tempo di decidere sui modi e tempi dell’aggiornamento dei termini di compromesso suscettibili di garantirgli una soddisfacente safe zone (e salvare la faccia)

E se Erdogan si sta recando a Mosca in concomitanza con l’arrivo ad Ankara del vice-presidente americano che porta in dote un pesante carico di sanzioni – in calendario è ancora prevista la visita di Erdogan alla Casa Bianca, il 13 novembre – mentre la Cina lo ammonisce a tornare «sulla strada giusta», combattendo il terrorismo con la comunità internazionale e non contro e rispettando e proteggendo «la sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale della Siria», significa che per questo autocrate è venuto il tempo di decidere sui modi e tempi dell’aggiornamento dei termini di compromesso suscettibili di garantirgli una soddisfacente safe zone (e salvare la faccia). Questo senza rischiare lo scontro armato col padrone di casa e, peggio ancora, con i russi e di evitare di porre i già malmessi rapporti con l’Occidente su un piano inclinato senza possibilità di ritorno. Per non parlare del mondo arabo dove lo appoggia solo il Qatar.

DALL’UE IL PRIMO SEGNALE DI FERMEZZA CONTRO LA TURCHIA

Da considerare infine che gli Stati Uniti non sono ancora usciti di scena dalla Siria e certo non sono disposti a rinunciare al loro peso negoziale sul futuro della Siria, a Ginevra, in sede Onu, dove tra l’altro tra una decina di giorni si riunisce la Costituente siriana messa finalmente a punto dopo mesi di trattative. L’Unione europea ha emesso un primo segnale di fermezza, importante, anche con riferimento alle sanzioni per le trivellazioni in area Cipro.

I bombardamenti al confine tra Siria e Turchia.

Non è adeguato alla bisogna? Forse, ma occorre tenere realisticamente conto dei ricatti minacciati da Erdogan, a cominciare da quello relativo al potenziale rilascio dei migranti siriani – per i quali è stata impegnata la somma di ben 6 miliardi – per finire con i foreign fighters che i Paesi europei interessati si sono rifiutati di riprendere. Penso in definitiva che lo spazio di agibilità bellicista di Erdogan stia raggiungendo il suo limite e che sia alquanto rischioso (per lui) forzare la mano. Penso anche che la safe zone ci sarà e che l’autocrate turco non potrà non acconciarsi all’esercizio della recuperata sovranità siriana. Se e quando l’intera area a Est della Siria ricadrà sotto il controllo di Damasco.

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Anche per Putin il Rojava è un covo dei terroristi curdi

Il presidente russo approva in pieno l'invasione turca della Siria ordinata da Erdogan, al quale si chiede unicamente «proporzionalità» nelle azioni militari.

Valdimir Putin ha dato pienamente ragione alla decisione di Tayyp Erdogan di avviare linvasione turca della regione curda della Siria e si propone come unico –potente – mediatore. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, dopo una telefonata tra Putin ed Erdogan, ha comunicato alla stampa la posizione della Russia sul conflitto in corso in termini inequivocabili: «La Turchia ha tutto il diritto di garantire la sicurezza dei suoi confini, ma ci aspettiamo che l’offensiva militare lanciata in Siria venga condotta in maniera proporzionale alle sue necessità. La situazione non dovrebbe compromettere il processo politico in corso nel Paese».

Colpo grosso quindi per il presidente turco che vede riconosciuta dalla Russia la piena legittimità dell’invasione turca del territorio siriano per «garantire la sicurezza dei suoi confini». Riconoscimento che deriva a sua volta dalla piena coscienza che ha Putin del fatto che la sicurezza della Turchia è violata dal fatto acclarato che il Pyd-Ypg, il partito dei curdi siriani, è politicamente e materialmente la stessa, identica organizzazione del Pkk dei curdo-turchi (peraltro considerato formalmente “terrorista” dall’Unione Europea).

I MEDIA IGNORANO LE AZIONI TERRORISTICHE DEI CURDI SIRIANI

Dunque anche Putin ritiene che il Rojava – la regione curda della Siria- sia un fondamentale retroterra operativo e logistico per le sue dissennate azioni terroristiche curde in Turchia. Incredibilmente questo fatto è ignorato dai politici e dai media del resto del mondo che da giorni si rifugiano in una emotiva condanna a difesa di un mondo curdo del quale ignorano la terribile storia (furono in larga parte i curdi gli autori materiali di gran parte del massacro degli Armeni nel 1914-15, nel 1996 si combattè una feroce guerra civile tra i curdi iracheni, ecc…).

I curdi anzitutto non sono una nazione, ma una etnia divisa in varie fazioni storicamente e attualmente rivali

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

Solo e unicamente Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ha riconosciuto coraggiosamente questa realtà: «I curdi anzitutto non sono una nazione, ma una etnia divisa in varie fazioni storicamente e attualmente rivali. Ad esempio, i curdi iracheni non mostrano particolare solidarietà per i ‘connazionali’ siriani, avendo stabilito concreti rapporti con la Turchia. Noi stessi occidentali non abbiamo le idee molto chiare. Consideriamo i curdi del Pkk terroristi e allo stesso tempo quelli dell’Ypg, loro alleati siriani, combattenti per la libertà. Forse bisognerebbe sciogliere questa contraddizione».

L’ALLEANZA CON ASSAD MOSTRA DI CHE PASTA È FATTO IL YPG

La seconda parte della dichiarazione del portavoce di Putin fa poi comprendere quanto accadrà i prossimi giorni: il Cremlino non chiede nessun cessate il fuoco ma si appresta a fare da mediatore – forte della sua grande presenza militare in Siria- tra Ankara, Damasco e gli stessi curdi. Nulla più. Nessun diktat, nessuna condanna. Anzi. Un vero e proprio via libera russo alle operazioni militare di Erdogan al quale si chiede unicamente «proporzionalità».

Un blindato militare turco in azione.

Nelle prossime ore l’unica incognita è se vi saranno o meno scontri militari diretti tra le truppe turche e quelle siriane che sono accorse a sostegno dei loro “alleati” curdi (già questa alleanza col macellaio di Damasco fa capire di che pasta sono fatti – e non da oggi – i curdi siriani). Non è facile fare previsioni su questo terreno ma la determinazione di Erdogan fa pendere l’ago della bilancia per uno scontro diretto tra turchi e siriani. Poi, tutto dipenderà dalla trattativa condotta da Putin, a capo dell’unica potenza mondiale che conti in Siria.

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Perché la guerra ai curdi è un regalo a Putin e a Assad

La Turchia avanza verso Kobane. Ma a Manbij trova il muro dell’esercito siriano e dei rinforzi russi. Con lo zar tornato mattatore. E nei centri abbandonati dagli Usa sventolano le bandiere del regime di Bashar. Così The Donald ha fatto un favore a Mosca e Damasco.

Le 1.000 unità americane in ritirata dal Nord della Siria, rimaste impigliate nel fuoco “amico” turco, sono un regalo di Donald Trump all’Iran e alla Russia. Oltre che alla Turchia alleato chiave della Nato. L’aiuto militare chiesto dai curdi del Rojava al regime siriano di Bashar al Assad, dopo il tradimento degli Usa, equivale al ritorno delle truppe governative (con i rinforzi iraniani e russi) nei territori del Nord-Est dopo più sette anni di guerra e lo stallo della ricostruzione. I termini dell’accordo stretto tra l’Amministrazione autonoma curda e Assad non sono pubblici. I curdi precisano che l’esercito siriano è schierato lungo la frontiera settentrionale e lì si scontra contro le forze turche «per difendere la sovranità nazionale della Siria». Dove il Rojava manterrebbe un regime quantomeno federalista.

ISSATE LE BANDIERE DEL REGIME

Le immagini dell’avanzata delle forze di Assad raccontano un’altra storia: senza sparare un colpo, in un giorno, i soldati siriani hanno issato le bandiere nazionali a Tel Tamer, Tabqa e Ein Issa, controllate dai curdi e quest’ultima sede di un contingente americano. Tel Tamer e la città di Manbij, dove i governativi si scontrano militarmente con i turchi, sono due snodi centrali per le vie di comunicazione. Per bloccare le offensive lanciate da Recep Tayyip Erdogan sia dal confine verso Hasakah e gli altri centri del Rojava orientale, sia verso Kobane dalle aree occupate in Siria sull’Eufrate. Ma anche per marciare a Sud verso Raqqa e a Ovest verso Aleppo, riconquistando i territori perduti da Assad nel Nord della Siria. Nel Rojava, insieme ai check point del regime effettivi tornerà lo stato di polizia.

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Blindati americani di presidio a Manbij, prima del ritiro. (Getty)

ASSAD PUNTA ANCHE VERSO RAQQA

Raqqa e Deir Ezzor in particolare, nell’ultima regione liberata dall’Isis, sono fuori dal Rojava curdo. Ma dalla liberazione nel 2017 – grazie al freno all’avanzata delle forze di Assad degli ex presidi americani – sono amministrate da giunte miste curdo-arabe. E presidiate dalle Syrian democratic forces (Sdf) a guida curda, secondo il modello di convivenza democratica del Rojava. Prima dell’oscurantismo dell’Isis, Raqqa e Deir Ezzor, due fortini militari del regime di Assad per la vicinanza all’Iraq, erano un melting pot di etnie e religioni come Manbij. E diversi centri abitati del Rojava, non a maggioranza curda come Kobane: a Tel Tamer, per esempio, la maggioranza cristiana rimasta allineata con Damasco ha accolto l’esercito siriano festeggiando. O almeno questo diffondono i media di Stato siriani.

Delle forze russe stazionano a Manbij lungo le linee di contatto tra siriani e turchi in ritirata

IL ROJAVA SI CONSEGNA A DAMASCO

Nel Rojava una presenza così forte dell’esercito siriano non c’era dalle conquiste dei curdi dal 2011 e la concessione, dal 2012, alla regione di una semi-autonomia. I soli militari Usa rimasti in Siria sono le 150 unità speciali della base di al Tanf, nel Sud: e dove sgomberano gli americani, arrivano siriani e anche russi. L’inviato in Siria per la Russia Alexander Lavrentiev ha confermato che Mosca ha mediato l’accordo tra Damasco e le forze curde. La Difesa del Cremlino ha precisato che delle loro forze stazionano a Manbij «lungo le linee di contatto» tra siriani e turchi in ritirata. Una battaglia evitata grazie ai blindati russi di pattugliamento. Come la Cina e l’Iran che ha aumentato le basi in Siria, Mosca rigetta «l’inaccettabile attacco ai curdi». «Ma non vuole neanche che Turchia e Siria si scontrino».

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Ribelli siriani armati dalla Turchia alle porte di Manbij. GETTY.

PUTIN ANCORA MATTATORE

Vladimir Putin ha rispedito al mittente le dichiarazioni di Erdogan sul presunto accordo con il Cremlino per entrare a Kobane e Manbij, e ribadito il ruolo di intermediazione tra contendenti. Usciti gli Usa bersagliati dal fuoco dei jihadisti mescolati tra i ribelli filo-turchi della Free syrian army (Fsa), come hanno raccontato ufficiali americani, si aprono praterie per Assad ed Erdogan. Una nuova spartizione dei territori a Nord può essere concordata sottobanco tra la Turchia e il regime siriano, senza più l’ingombro democratico dei curdi tra Kobane fino a Raqqa. Economicamente e ormai anche geopoliticamente, i rapporti tra lo zar del Cremlino e il sultano di Ankara sono stretti, quasi quanto quelli con la Siria e con l’Iran. Anche le sanzioni aggravate dagli Usa contro la Turchia sono una foglia di fico.

IN SIRIA COME IN AFGHANISTAN

Il presidente americano non poteva non prevedere l’irrompere dei maggiori contendenti nel vuoto lasciato – anche all’Isis. Non foss’altro per i vertici del Pentagono, dei repubblicani e i top advisor (silurati) che da un anno cercavano di dissuaderlo in ogni modo dal passo dell’exit. Ma l’importante era andarsene: quanto Trump ha bruscamente disposto per la Siria stava per avvenire a settembre con l’accordo saltato con i talebani. Con la stessa dinamica l’Afghanistan sarebbe caduto nelle mani della Russia, diventata interlocutore interessato anche dei fondamentalisti islamici. Il Cremlino conferma contatti «dei presidenti, dei ministeri degli Esteri e fra le strutture militari» anche turche e russe. Putin condanna Erdogan, ma chiede da sempre il ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente.

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«La Turchia ha fatto fuggire combattenti dell’Isis»

L'accusa arriva dall'Ong italiana "Un ponte per". Che cita fonti Onu. E parla di «sistematiche violazioni del diritto umanitario» e attacchi «ripetuti e intenzionali» a obiettivi civili.

La Turchia avrebbe avuto un ruolo cruciale nella fuga di familiari e combattenti dell’Isis dai campi di detenzione che erano sotto il controllo dei curdi. L’accusa arriva da “Un ponte per”, l’unica Ong italiana che operava nel Nord-Est della Siria e che ha presentato un rapporto alla Camera elencando tutte gli episodi di violazioni commesse in questi primi 10 giorni di guerra dai turchi e dalle milizie siriane loro alleate. Il rapporto – che cita fonti Oms, Onu e Mezzaluna rossa curda – parla anche di «sistematiche violazioni del diritto umanitario», attacchi «ripetuti e intenzionali» a obiettivi civili, compresi ospedali e impianti per la distribuzione dell’acqua potabile.

«Non possiamo lasciare soli i curdi, c’è in atto un progetto di sradicare un intero popolo e una battaglia contro le donne», dice la copresidente Angelica Romano rivolgendo specifiche richieste al governo: bloccare la vendita di armi, compresi i contratti in essere, lavorare per la creazione di una no fly zone e, soprattutto, ritirare il contingente italiano in Turchia. «Abbiamo una batteria anti-missile per proteggere lo spazio aereo turco. Non possiamo essere complici di Ankara». Dal rapporto emerge che c’è in atto «un’emergenza umanitaria su vasta scala» che ha già provocato 250 mila sfollati, 62 vittime civili verificate e 320 feriti gravi.

Nei campi ci sono 10 mila combattenti e 70 mila loro familiari

Angelica Romano, copresidente di “Un ponte per”

Nel documento si mettono in fila una serie di episodi che sarebbero direttamente riconducibili alle forze armate turche. A partire da quelli che riguardano le carceri, dove si trovavano i miliziani e i familiari dell’Isis, come quello di Ain Issa. «Le forze armate turche hanno preso il controllo del campo di sfollati», dice la Ong, «tende ed edifici sono stati bruciati dagli sfollati» e «tra coloro che sono fuggiti ci sono anche 786 membri di famiglie dell’Isis».

L’intervento turco ha causato problemi anche al campo di Al Hol, dove ci sono stati scontri con le famiglie dei prigionieri dell’Isis e al carcere di Qamishli da dove «sono fuggiti cinque membri dell’Isis». «Uomini e donne curde hanno dato la vita per bloccare Daesh», dice ancora Romano, «nei campi ci sono 10 mila combattenti e 70 mila loro familiari, è una polveriera che sta esplodendo per colpa dell’intervento turco».

ATTACCHI A OSPEDALI, AMBULANZE E SCUOLE

La Ong cita poi diversi episodi che riguardano gli attacchi ai civili, come i blitz sugli ospedali di Tell Abiad e Ras el Ein, quelli sulle scuole di Yabseh e Tell Abiad e quello all’impianto idrico di Allouk, pesantemente danneggiato con conseguenze gravi per circa 800 mila persone della regione di Al Hasakeh. Il rapporto, poi, menziona l’assalto il 13 ottobre ad un convoglio civile diretto a Ras al Ain, in cui sono morte 11 persone e 74 sono rimaste ferite, e l’attacco a due ambulanze a Tell Abiad, con gli operatori sanitari rapiti.

Se la Turchia entra di 30 km nel territorio siriano non uscirà mai più. Per questo abbiamo chiesto all’esercito siriano di difendere i confini

Yilmatz Orkan, rappresentante dell’ufficio informazione del Kurdistan in Italia

«Stiamo assistendo a un massacro», ha detto Yilmatz Orkan, rappresentante dell’ufficio informazione del Kurdistan in Italia, «ci sono decine di ospedali che non funzionano più, servono medici e medicine. La cosa più importante è fermare i bombardamenti». Quanto all’accordo con il regime di Bashar al Assad, secondo Orkan, la posizione dei curdi è chiara: «Se la Turchia entra di 30 km nel territorio siriano non uscirà mai più. Per questo abbiamo chiesto all’esercito siriano di difendere i confini. Non abbiamo mai chiesto l’indipendenza, siamo siriani, vogliamo democrazia e autonomia ma mai dividerci».

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Le tensioni siriane fanno saltare il forum economico Italia-Turchia

Era in programma a Istanbul a fine ottobre. Con la partecipazione dei presidenti delle organizzazioni confindustriali dei due Stati. Ma l'appuntamento è stato rinviato dopo l'operazione militare di Erdogan.

Altro colpo ai rapporti diplomatici tra il nostro Paese e i turchi dopo le tensioni dovute all’invasione militare di Recep Tayyip Erdogan in Siria contro i curdi: il Forum economico Italia-Turchia, che era previsto a fine ottobre a Istanbul con la partecipazione dei presidenti delle organizzazioni confindustriali dei due Stati, è stato rinviato. Lo ha appreso l’Ansa da fonti qualificate.

L’APPUNTAMENTO ERA ALL’11ESIMA EDIZIONE

Si tratta di un importante appuntamento bilaterale arrivato alla sua 11esima edizione: era prevista la presenza di un rappresentante del ministero degli Esteri italiano e del viceministro degli Esteri turco responsabile per gli Affari Europei, Faruk Kaymakci, insieme con numerosi esponenti di gruppi industriali e istituti bancari dei due Paesi.

DOVREBBE AVERE LUOGO ENTRO IL PRIMO TRIMESTRE 2020

L’evento è organizzato da Eastwest European Institute in collaborazione con CeSPI, Osservatorio Turchia, Tusiad (la Confindustria turca), Confindustria, Grimaldi Alliance e con la partnership del Gruppo Koc e di Yapi Kredi. Non c’è al momento una nuova data certa per lo svolgimento del Forum, che non dovrebbe comunque avere luogo prima del primo trimestre del 2020.

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Cosa sta succedendo a Kobane durante l’offensiva turca

Le truppe di Erdogan puntano alla città simbolo della resistenza curda. In un clima spettrale molti abitanti fuggono ma c'è chi resiste. Come Guma, giornalista. «Non me ne vado», dice. «Abbiamo paura del futuro, non della guerra, siamo già abituati a tutto questo».

Ogni mezz’ora Jama, il coordinatore provvisorio dei combattimenti nel Rojava, appunta nomi di morti e feriti su un quaderno stropicciato per fare un elenco che a fine giornata viene trasferito su un file e mandato alla stampa. Sono i numeri di un massacro che di ora in ora diventa sempre più evidente.

BOMBE SUGLI SFOLLATI

L’esercito turco sta avanzando verso il Nord della Siria con milizie di terra e raid aerei che colpiscono soprattutto civili. Non lontano da Tell Temer un camion pieno di sfollati è stato centrato in pieno da una bomba. A bordo c’erano soprattutto bambini. Settantatre persone sono rimaste ferite e 11 sono morte, tra loro anche il giornalista curdo Seed Ehmed, corrispondente di Hawar News.

LEGGI ANCHE:Le voci dei civili e dei combattenti curdi in Siria

«Stavano cercando di allontanarsi dai combattimenti», racconta a Lettera43 Sozdar, una giovane attivista della Red Crescent, «perché credevano che il pericolo fossero gli ex jihadisti dell’Isis che i turchi stanno mandando avanti verso la trincea. Invece i soldati di Erdogan hanno usato gli aerei militari per oltrepassare la linea del fronte e colpire quanti più civili possibile».

Un uomo ferito nell’offensiva turca (foto di Khabat Abbas).

JIHADISTI E FOREIGN FIGHTER CONTRO I CURDI

A combattere contro i curdi ci sono molti ex membri di Al Nusra e foreign fighter che stanno aizzando anche i prigionieri Isis nei campi del Rojava. «Sono andata ad Ain Issa, 53 km a nord di Raqqa», dice la giornalista curda Khabat Abbas, «perché i soldati curdi si sono scontrati con alcune donne, mogli di ex soldati dell’Isis, che hanno iniziato a sparare: avevano armi, non so dove le abbiano prese, e quindi c’è stato uno scontro durissimo», ha aggiunto Khabat che ogni giorno insegue i combattimenti per testimoniare quanto sta accadendo.

LEGGI ANCHE: Con la guerra turca ai curdi la Siria torna nel 2011

L’ACCERCHIAMENTO DI KOBANE

Gli scontri si stanno spostando sempre più lontano dal confine turco verso l’interno della Siria. Conquistata Tal Abyad, a pochi km dalla frontiera, dove c’è stato un vero massacro, i soldati turchi sono avanzati sulla strada che taglia in due il confine da Est a Ovest e ora stanno provando ad accerchiare Manbij e Kobane. Anche se la città simbolo della resistenza curda appare sempre più fuori portata per Ankara, visto che i soldati di Damasco scortati dai russi sono pronti a occupare anche lì il posto lasciato vacante dagli americani. Lo stesso vale per Manbij, da anni al centro di una disputa tra eserciti turco, americano e russo, occupata dalle truppe governative di Damasco dopo che i curdi, abbandonati dagli americani, hanno chiesto aiuto.

Il cimitero di Kobane, nella Siria del Nord (foto di repertorio).

«Le forze curde hanno trovato un accordo con l’esercito siriano», spiega ancora Khabat Abbas. «I soldati saranno schierati lungo il confine, di fronte alle truppe turche e cercheranno di proteggere Kobane. Un mio amico mi ha detto che i soldati del regime siriano volevano già entrare in città ma sulla strada sono stati bloccati dagli americani che hanno chiesto di aspettare che sgomberassero le loro basi militari». Le forze speciali americane si sono poi velocemente ritirate dalla loro postazione a Sud di Kobane e la città, quindi, per ora è indifesa.

La desolazione delle città della Siria Nord-orientali in attesa dell’offensiva turca (foto Khabat Abbas).

SENZA TRAFFICO E PERSONE IN FUGA: LA SITUAZIONE A KOBANE

Recep Tayyp Erdogan ha detto di essere pronto a lanciare la sua offensiva contro Kobane e la città in queste ore è diventata spettrale, come se aspettasse di essere nuovamente ferita e massacrata dall’ennesima battaglia. «La città è quasi vuota», racconta il giornalista locale Guma Mohammad. «Non c’è traffico nelle strade e la poca gente che circola si dirige verso i villaggi del Sud. Ma una piccola percentuale di loro resiste e vuole restare ancora qui, a casa», aggiunge. «Ma sappiamo tutti che è questione di ore prima che i turchi arrivino a distruggere tutto. E se arrivano, per noi è finita».

L’esercito turco sta procedendo verso Kobane e il cuore del Rojava (foto Khabat Abbas).

In città è calato il silenzio, si sentono solo gli aerei che sfrecciano. «È come un momento di concentrazione, di riflessione, la calma che precede il disastro», continua Guma, «ma non me ne andrò. Rimarrò fino alla fine. Abbiamo paura del futuro sconosciuto, non abbiamo paura della guerra, siamo già abituati a tutto questo. Al momento il terrore è di entrare in un conflitto che alla fine perderemo».

Feriti nei combattimenti nel Nord Est della Siria (foto Khabat Abbas).

IL RICORDO DEGLI ORRORI DI AFRIN

Alle prime luci dell’alba fuori Kobane e fuori Manbij compaiono furgoni e carri pieni di valigie e sacchi che i profughi cercando di portar via. «La gente è terrorizzata», conferma Jaro, combattente curda, «perché ha ancora nella mente gli orrori di Afrin (il 20 gennaio 2018 la città è stata messa sotto assedio dalle Forze armate turche per annientare i combattenti curdi, ndr). Ciò spinge le persone a fuggire e ad allontanarsi dalle aree di confine con la Turchia. Ora ci sono migliaia di persone all’aperto e nei villaggi. Le condizioni sono difficili».

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Erdogan a muso duro contro Trump: escluso il cessate il fuoco in Siria

Il presidente turco ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell'offensiva.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto a quello americano Donald Trump che Ankara «non dichiarerà mai un cessate il fuoco nel nordest della Siria». La notizia è stata diffusa dall’emittente turca Ntv. Erdogan ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell’offensiva. Parlando con giornalisti in aereo mentre rientrava da Baku, il presidente turco ha aggiunto che l’ingresso delle truppe siriane a Manbij «non è un fatto negativo», a patto che «i militanti» della zona siano estromessi.

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L’Uefa indaga sulla Turchia per provocazione politica

Sotto inchiesta il saluto militare dei giocatori della nazionale a sostegno di Erdogan esibito nelle partite contro Albania e Francia. E la Bulgaria finisce a processo per cori razzisti e saluti nazi.

Era stata preannunciata dopo la partita con l’Albania, è diventata realtà con la “recidiva” del match a Parigi contro la Francia: il saluto militare dei giocatori della nazionale della Turchia nel corso delle due sfide di qualificazione a Euro 2020 è finito oggetto di un’inchiesta ufficialmente aperta dall’Uefa. Un’ispettore è stato incaricato di indagare su un «comportamento di potenziale provocazione politica». Non si tratta ancora di un deferimento, perché il gesto di sostegno dei calciatori all’azione militare in Siria portata avanti dal premier Recep Tayyip Erdogan non era evidentemente a referto degli ispettori presenti allo stadio.

L’Uefa ha anche aperto un procedimento disciplinare nei confronti della Bulgaria dopo la duplice interruzione della partita del 14 ottobre 2019 con l’Inghilterra. Cori razzisti, saluti nazisti, lancio di oggetti, fischi all’inno nazionale: sono alcuni dei capi di imputazione. Anche la federazione inglese è stata deferita per i fischi all’inno bulgaro. La data della discussione del procedimento disciplinare è ancora da stabilire.

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Crisi in Siria, Di Maio: «Stop all’export di armi in Turchia e istruttoria sui contratti in essere»

Riferendo in Aula, il ministro degli Esteri alza i toni e non esclude l'embargo anche per gli ordini già concordati. Giorgetti: «L'Ue si vergogni. Speriamo in Putin».

Durante l’informativa urgente alla Camera sulla crisi siriana – presenti un centinaio di deputati – il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha alzato i toni contro Ankara: «La Turchia è il solo responsabile dell’escalation» in Siria e «deve sospendere immediatamente le operazioni militari». Non solo. Il capo politico M5s ha ricordato che oltre alla sospensione delle esportazioni future di armi alla Turchia, che avverrà per decreto, l’Italia avvierà anche «un’istruttoria dei contratti in essere»: «Nelle prossime ore, come ministro degli Esteri, formalizzerò tutti gli atti necessari affinché l’Italia blocchi le esportazioni di armamenti verso Ankara», ha ribadito Di Maio. «Vi comunico inoltre di aver dato immediate disposizioni per l’apertura di un’istruttoria dei contratti in essere. E in questo senso ribadisco la mia ferma intenzione di esercitare pienamente tutti i poteri che ci conferisce la legge».

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GIORGETTI: «SPERIAMO IN PUTIN»

«Alla situazione in Turchia e in Siria gli Usa non pensano più. Magari la situazione la risolve quel ‘cattivone’ di Putin, se ha la forza di interporsi a questo massacro… Speriamo che ci pensi lui», ha dichiarato il leghista Giancarlo Giorgetti. «In questa Aula si sarebbe in passato invocato l’intervento dell’Onu: oggi non lo fa più nessuno. Esiste ancora?».

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L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi aggiunto: «La Turchia fa parte della Nato. In Turchia abbiamo una batteria di missili: ora che facciamo, la riportiamo a casa visto che Ankara aggredisce un Paese terzo? La Ue si deve vergognare del fatto che per dichiarare un embargo militare ci vogliano mesi e del fatto che sentiamo solo le voci di Merkel e Macron ma non quella dell’Unione». Concludendo: «Solo la Lega per tanti anni si è opposta al negoziato per l’adesione della Turchia alla Ue, perché ha valori diversi».

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