Breve bilancio di 10 anni di guerra civile in Siria

Oltre 400 mila vittime, di cui molti civili, e 13 milioni di sfollati. Un massacro che sembra destinato a peggiorare mentre l'Europa resta paralizzata nella sua pavidità.

La Siria sta entrando nel decimo anno di una guerra civile brutalmente scatenata dalle forze militari del regime di Bashar al Assad per stroncare un’opposizione che chiedeva, a mani nude, solo riforme (siamo nel 2011). Scontro che si è inesorabilmente trasformato in una vera e propria guerra civile avvelenatasi nel tempo con l’inserimento nel conflitto di un consistente afflusso di milizie esterne, in larga misura estremiste, protese a far crollare Damasco. Si ricorderanno al riguardo le incertezze dell’amministrazione Obama (la mancata “punizione” per uso del gas) e la contemporanea politica di contrasto a Bashar al Assad condotta dalla Turchia anche attraverso il sostegno alle milizie estremiste. Poi l’intervento militare russo a rinforzo di quello iraniano, che ha ridato ossigeno al regime e l’inversione di rotta a suo favore.

E ciò grazie anche alla priorità assegnata alla lotta al terrorismo, in primis dell’Isis, portata avanti sia dal fronte del regime col sostegno di Mosca e di Teheran, sia dal fronte avverso capitanato dagli Usa e dalla Sdf (coalizione curdo-araba). Poi il disinvolto avvicinamento della Turchia alla Russia e all’Iran pur nella costante avversione a Damasco, che ha propiziato l’inaugurazione delle zone di de-escalation, una sorta di spartizione del Paese in aree di influenza sottostante al recupero del controllo del territorio da parte di Bashar al Assad. Poi la trista vicenda del dichiarato disimpegno statunitense nella Siria a Est dell’Eufrate (sulla pelle dei curdi ma non sulle aree ricche di risorse energetiche e non sulle postazioni riconducibili a Teheran affidate alle cure degli attacchi dell’alleato israeliano).

Ciò in omaggio alle «istanze di sicurezza» fatte militarmente valere da lungo il confine turco-siriano, destinato fatalmente a fare i conti con la legittima rivendicazione sovrana di Bashar al Assad. Rivendicazione che riguarda anche l’area di Idlib nel Nord-Ovest del Paese, l’ultimo baluardo degli oppositori siriani e degli estremisti, che Ankara vuole contrastare in ogni modo per il timore del massiccio esodo che si produrrebbe (e già avviene) verso la Turchia che già “ospita” oltre 3 milioni di rifugiati siriani. Timore che aveva portato da ultimo (settembre 2019) ad un accordo di de-escalation turco-russo mai pienamente rispettato e ora entrato definitivamente in crisi con l’offensiva di Damasco sostenuta dall’aviazione russa.

NÉ SIRIA NÉ TURCHIA SONO DISPOSTE A CEDERE

Si è trattato di una lunga marcia di riconquista che ha provocato oltre 300 mila vittime civili e l’esodo di poco meno di 600 mila fuggiaschi. Resisterebbero ancora diverse decine di migliaia di oppositori, estremisti tra i più radicalizzati, che rischiano seriamente di essere il bersaglio del massacro, già iniziato, paventato dalle Nazioni Unite assieme agli abitanti dell’area. Russi e turchi, in mezzo le forze armate di Damasco, si rimpallano da settimane le responsabilità della deriva conflittuale in cui sta precipitando quest’area e delle vittime riscontrate tra i rispettivi contingenti. E ora si è arrivati alla stretta finale con la riconquista da parte del regime di Bashar al Assad del controllo dell’autostrada M5, un’arteria di alto valore strategico che collega Aleppo a (un tempo il polmone economico della Siria) a Damasco e poi a Sud fino alla frontiera con la Giordania.

Un convoglio militare turchio viaggia verso Idlib.

Conquista che non può non incoraggiare adesso il regime siriano a completare l’opera “liberando” la restante zona di Idlib dagli estremisti, un popolo di diverse decine di migliaia di combattenti. Il problema è che neppure la Turchia è disposta a cedere dopo aver tanto investito nell’area in uomini e attrezzature – tra l’altro mettendo a punto ben 11 postazioni militari – a protezione degli oppositori a Bashar e dei suoi confini e in un momento in cui la popolazione turca sta dando segnali di insofferenza per la presenza dei già citati 3 milioni di rifugiati siriani. Si dirà che in questo modo Erdogan rischia di entrare in rotta di collisione con l’alleata Russia di Putin. In realtà vi è già entrata anche se dall’una e dall’altra parte si cercano versioni di comodo per non ammetterlo mentre si stanno valutando possibilità e modalità di superamento dell’attuale situazione sul campo senza peraltro trovarle.

INTANTO LE VITTIME SALGONO A OLTRE 400 MILA, 13 MILIONI GLI SFOLLATI

A Mosca interessa conservare buoni rapporti con Ankara per solidi interessi economici (risorse energetiche) politici (indebolire il vincolo con la Nato) e di confine. Ma non è detto che sia disposta ad apparire oltre che ad essere perdente con ciò che ne deriverebbe sul suo ruolo di sponsor primario di Damasco oltre che di ineludibile punto di riferimento nelle dinamiche dell’intero Medio Oriente. Tanto più alla luce di quando sta avvenendo in Libia dove pure si sta manifestando un concreto rischio di collisione.

Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria

Le ipotesi che si fanno sono diverse: tra chi sostiene che Erdogan abbia dalla sua parte i tempi medio-lunghi e chi pensa che alla fine sarà costretto a trovare un modo per salvare la faccia pur perdendo. Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria, «una catastrofe senza precedenti» secondo quanto affermato dalle Nazioni Unite per questa Siria straziata da un decennio di guerra, di morte e di distruzione – oltre 400 mila vittime in totale e 13 milioni di sfollati) – di cui si deve sottolineare con forza la fondamentale responsabilità del regime di Bashar al Assad e dei suoi sponsor. Responsabilità che ora vede in primo piano la pericolosa spregiudicatezza ottomana di Erdogan di fronte alla quale l’Europa sembra paralizzata dalla pavidità.

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Perché lo scontro tra Turchia e Siria è destinato a peggiorare

Ankara, col placet Usa, non intende permettere al regime di Assad di riprendere il controllo del Paese e considera il confine settentrionale di Idlib un proprio protettorato. Damasco non intende tollerare il “padrinato” turco e con l'aiuto russo vuole debellare l'ultima roccaforte dell'Isis.

Lo scontro tra le militari siriani e turchi dì martedì 4 febbraio non è stato casuale, le decine di morti (soprattutto di parte siriana) rimasti sul terreno hanno infatti innescato una tempesta di accuse che spiegano come il conflitto tra Ankara e Damasco, tra Erdogan e Assad sia destinato a incancrenirsi.

La ragione è semplice: la Turchia non intende minimamente permettere al regime siriano di riprendere il pieno e totale controllo del Paese e considera tutta la fascia del confine settentrionale della Siria un proprio protettorato, sia che sia abitato dai curdi, sia dagli arabi di Idlib (e dai turcomanni). Assad, da parte sua non intende tollerare questo “padrinato” turco e – grazie all’azione determinante della aviazione russa, intende abbattere l’ultima roccaforte dell’Isis, ma anche eliminare quei gruppi armati legati alla Turchia che controllano parte della regione di Idlib.

Il tutto, in un contesto storico che già nel 1998 aveva visto i due Paesi sull’orlo di una vera e propria guerra per il controllo delle regioni siriane confinanti con la Turchia, evitata solo all’ultimo momento grazie alla pressante mediazione degli Stati Uniti e della Russia che portarono al cosiddetto trattato di Adana.

LA SIRIA FINANZIAVA I CURDI DEL PKK

Per comprendere come siano sempre state tese le relazioni tra i due Paesi, basta ricordare che Hafez al Assad, padre dell’attuale dittatore Beshar al Assad, aveva ospitato in Siria e finanziato i curdi del Pkk che conducevano una feroce guerriglia dentro la Turchia per poi rifugiarsi in territorio siriano. Solo dopo l’accordo di Adana questo appoggio declinò e lo stesso Abdullah Ocalan dovette lasciare il suo comodo rifugio di Damasco – ospite gradito di Assad – per riparare a Roma. Oggi, il livello della tensione turco-siriana è tale che fonti del ministero della difesa di Damasco hanno dichiarato addirittura che «la Turchia sostiene i terroristi in Siria», riferendosi appunto ai miliziani che combattono nella regione Nord-occidentale di Idlib contro le forze lealiste e che sono sostenuti direttamente o indirettamente da Ankara.

I bombardamenti siriani sulla città di Sarman, Idlib.

GLI USA SOSTENGONO L’AZIONE DI ERDOGAN

Da parte sua, Erdogan ha affermato che «se il regime siriano non si ritirerà entro febbraio dalle zone in cui si trovano le postazioni turche di monitoraggio a Idlib, fermando così la sua offensiva contro la roccaforte ribelle nel Nord-Uvest della Siria, la Turchia dovrà agire». Soprattutto, Erdogan ha minacciato ulteriori attacchi dei militari turchi contro le forze siriane: «La Turchia continuerà a usare il suo diritto per proteggersi da tali attacchi, nel modo più duro, le brutali azioni del regime di Assad, della Russia, del regime iraniano e di Hezbollah impediscono direttamente l’instaurazione di un cessate il fuoco nel Nord della Siria». Il tutto, con la piena copertura da parte della amministrazione Trump, tanto che il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha assicurato che «gli Stati Uniti sostengono pienamente il diritto all’autodifesa della Turchia». Si vedrà ora quali è quanti spazi avrà – se li vorrà avere – Vladimir Putin per tentare una difficile mediazione tra i due Stati.

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Cosa sappiamo sull’incidente aereo nell’aeroporto di Istanbul

Un velivolo in arrivo da Smirne è uscito di pista in fase di atterraggio e si è spezzato a metà. Secondo le prime informazioni non ci sarebbero vittime, ma alcuni feriti. Traffico bloccato nello scalo.

Un aereo è uscito di pista e si è spezzato in due in fase di atterraggio nell’aeroporto Sabiha Gokcen a Istanbul, il secondo della città. Lo riferiscono media locali. Il velivolo della compagnia turca Pegasus Airlines era in arrivo da Smirne. Sul velivolo sarebbe anche scoppiato un incendio. Il traffico nel secondo scalo della metropoli sul Bosforo è stato chiuso.

NESSUN MORTO MA DIFERSI FERITI

Secondo le prime informazioni non ci sarebbe nessuna vittima ma alcuni feriti tra i 177 passeggeri a bordo del volo. Lo riferisce il ministro dei Trasporti turco, Cahit Turan. Il ministro ha spiegato che l’incidente sarebbe stato causato da un «atterraggio pesante», forse dovuto al vento forte e alla pioggia che stanno flagellando la città da diversi giorni.

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Forte scossa di terremoto in Turchia: ci sono vittime

Sisma di magnitudo 6.8 nella provincia turca di Elazig, nell'Anatolia orientale: i morti sono almeno quattro.

Una scossa di terremoto di magnitudo 6.8 ha colpito nella sera del 24 gennaio la provincia turca di Elazig, nell’Anatolia orientale. Lo riferisce l’osservatorio sismologico di Kandilli a Istanbul, secondo cui il sisma è avvenuto a una profondità di 10 km. La protezione civile turca ha inviato squadre di soccorso sul campo. Sono almeno quattro le vittime, secondo quanto riferisce il ministro dell’Interno di Ankara, Suleyman Soylu, che inizialmente aveva dichiarato di non avere notizie di morti.

EDIFICI DISTRUTTI NEL DISTRETTO DI SIVRICE

Nel distretto di Sivrice, epicentro del sisma, «ci sono 4-5 edifici distrutti», mentre «nel centro di Elazig ci sono 10 edifici seriamente danneggiati. Diversi edifici sono danneggiati o distrutti anche nel distretto di Poturge», nella vicina provincia di Malatya, ha aggiunto Soylu.

La scossa principale è stata registrata alle 20.55 locali (le 18.55 in Italia) e seguita da diverse altre scosse di assestamento, la più forte delle quali di magnitudo 6.5

Il ministro della Difesa Hulusi Akar ha detto che non risultano danni alle strutture militari nell’area. Secondo l’osservatorio sismologico di Kandilli a Istanbul, la scossa principale è stata registrata alle 20.55 locali (le 18.55 in Italia) e seguita da diverse altre scosse di assestamento, la più forte delle quali di magnitudo 6.5.

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La Turchia si prende il gas nel Mediterraneo libico

Erdogan ha annunciato che le attività di esplorazione e perforazione inizieranno nel 2020.

La Turchia avvierà quest’anno “attività di esplorazione e perforazione” nel Mediterraneo nelle zone inquadrate dall’accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia. Lo ha annunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, spiegando che “la nave Oruc Reis effettuerà inizialmente un’esplorazione sismica”.

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Libia, Haftar e Sarraj a Mosca per firmare la tregua

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte..

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte dell’est della Libia, sono attesi oggi a Mosca per firmare una tregua, sui termini del cessate il fuoco tra le loro truppe, entrato in vigore il 12 gennaio 2020. Dopo oltre nove mesi di micidiali combattimenti alle porte della capitale libica Tripoli, la firma di questo accordo (è l’obiettivo di Russia e Turchia) deve diventare un ulteriore passo per abbassare i toni del conflitto, scongiurandone un’ulteriore internazionalizzazione.

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NON È DETTO CHE HAFTAR E SARRAJ SI INCONTRINO DIRETTAMENTE

Ma non è detto che Haftar e Sarraj si incontreranno direttamente. Secondo quanto dichiarato dal capo del gruppo di contatto russo in Libia, Lev Dengov, i leader libici «avranno incontri separati con i funzionari russi e gli emissari della delegazione turca che sta collaborando con la Russia su questo tema. I rappresentanti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto saranno probabilmente presenti come osservatori ai colloqui».

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GLI ACCOMPAGNATORI DI HAFTAR E SARRAJ

I due leader libici non arriveranno in Russia da soli. Haftar, che ad aprile 2019 ha tentato senza successo di impadronirsi di Tripoli, sarà accompagnato dal suo alleato Aguila Salah, presidente del parlamento libico con base in Oriente. Assieme a Sarraj ci sarà invece Khaled al-Mechri, presidente del Consiglio di Stato. A Mosca sono attesi anche i ministri degli Esteri e della Difesa turchi, Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar.

MACRON A PUTIN: «CESSATE IL FUOCO SIA CREDIBILE, DUREVOLE E VERIFICABILE»

Dalla Francia arriva il primo commento sull’incontro tra Haftar e Sarraj a Mosca. Durante una chiamata con Vladimir Putin, il presidente Emmanuel Macron ha detto di volere che il cessate il fuoco in Libia sia «credibile, durevole e verificabile».

LA SITUAZIONE IN LIBIA

Il cessate il fuoco in Libia, richiesto da Russia e Turchia, è entrato in vigore alla mezzanotte del 12 gennaio 2020, con il plauso di Unione europea, Stati Uniti, Nazioni Unite e Lega Araba. La Libia, ricca di petrolio, è nel caos dall’autunno del 2011 quando fu rovesciato il regime di Muammar Gheddafi con una rivolta popolare, sostenuta da un intervento militare guidato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

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La cronistoria della crisi in Libia dal 2011 a oggi

Dalle rivolte contro il regime alla caduta di Gheddafi, fino alle lotte tribali, i tentativi falliti di transizione democratica e gli interessi di potenze straniere. I nove anni di guerra dell'ex Jamahiriya.

Gli ultimi nove anni di crisi libica testimoniano che il Paese nordafricano, nonostante il lungo regno di Muammar Gheddafi, di fatto non sia mai esistito.

Una debolezza storica, che attira ora le mire espansionistiche turche e russe, intenzionate a spartirsi il territorio e a mettere fuori dalla porta europei e italiani.

Ecco una cronistoria della crisi dell’ex Jamahiriya.

16 FEBBRAIO 2011 – LA PRIMAVERA ARABA INFIAMMA LA LIBIA

I primi scontri in Libia scoppiano a febbraio 2011, a seguito delle proteste scatenate dall’arresto dell’avvocato Fathi Terbil, noto oppositore di Gheddafi, che stava curando gli interessi dei parenti di alcuni attivisti politici morti 15 anni prima nelle galere libiche. A Bengasi si riversano in piazza migliaia di persone e la repressione della polizia non si fa attendere: muoiono quattro persone e 14 restano ferite. Ventiquattro ore dopo si incendiano tutte le principali città libiche. Negli scontri del 19 febbraio muoiono oltre 80 civili.

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La Comunità internazionale biasima il pugno di ferro con cui Gheddafi gestisce la situazione. Imbarazzato il governo italiano, storico partner del Paese con noti e ingenti interessi economici in Libia. 

Muammar Gheddafi in visita a Roma nel 2010.

21 FEBBRAIO 2011 – SCOPPIA LA GUERRA CIVILE

Il 20 febbraio, quando i morti sono ormai più di 120 e i feriti superano il migliaio di unità, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si limita a dichiarare: «Siamo preoccupati per quello che potrebbe succederci se arrivassero tanti clandestini. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno».

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Il 21 febbraio Gheddafi dispone l’uso dell’esercito: i tank bombardano i manifestanti, che ormai vengono definiti «ribelli» e hanno preso la città di Bengasi. La propaganda del regime sostiene che dietro le proteste ci sia Osama bin Laden. «Combatterò fino alla morte come un martire», dichiara il raìs alla televisione libica.

26 FEBBRAIO 2011 – L’ITALIA SOSPENDE IL TRATTATO DI AMICIZIA

Il 26 febbraio il nostro Paese sospende unilateralmente il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra i due Paesi siglato a Bengasi il 30 agosto 2008. Ventiquattro ore dopo il Consiglio di sicurezza dell’Onu impone all’unanimità il divieto di viaggio e il congelamento dei beni di Muammar Gheddafi e dei membri del suo clan mentre il regime viene deferito al Tribunale Corte Penale Internazionale dell’Aja.

Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi.

10 MARZO 2011 – L’UE RICONOSCE IL CNT COME NUOVO INTERLOCUTORE

Si muove infine anche l’Europa. Nel vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo di Bruxelles si decide che Gheddafi deve abbandonare subito il potere e il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) è il nuovo interlocutore politico.

19 MARZO 2011 – LA FRANCIA ENTRA IN GUERRA

Parigi dà il via all’operazione Odissey Dawn. La coalizione, guidata da Parigi e Londra, coinvolge anche gli Usa, la Spagna e il Canada. Roma, per non restare esclusa dalla spartizione che seguirà e non vedere danneggiati i propri interessi, volta le spalle al Colonnello e partecipa al conflitto.

OTTOBRE 2011 – LA FINE DI GHEDDAFI

La situazione per il raìs, che in un primo tempo era sembrato avere la meglio grazie all’arrivo in Libia di migliaia di mercenari al suo servizio, precipita durante l’estate. I ribelli irrompono nella sua fortezza di Tripoli e il Colonnello anziché combattere fino alla fine «come un martire» si dà alla fuga. Viene ucciso il 20 ottobre dello stesso anno, quando cade Sirte, la sua città natale.

GENNAIO 2012 – PROTESTE CONTRO IL CNT

Non c’è però pace per la Libia. Dopo pochi mesi i cittadini tornano in piazza per protestare contro il Consiglio nazionale di transizione. A luglio si elegge il Congresso nazionale generale e ad agosto avviene l’avvicendamento alla guida del Paese dei due collegi. Ma nemmeno questo apparente ritorno alla normalità ferma la rivoluzione.

Scontri in Libia.

11 SETTEMBRE 2012 – VIENE UCCISO L’AMBASCIATORE USA IN LIBIA

Chris Stevens, ambasciatore americano in Libia, viene ucciso da un comando di miliziani islamici nei pressi del consolato Usa di Bengasi, insieme a un agente dei servizi segreti e due marines. L’allora presidente statunitense Barack Obama decide di richiamare tutto il personale diplomatico e invia altre truppe nel tentativo di pacificare un Paese sempre più dilaniato.

ESTATE 2013 – CROLLA LA PRODUZIONE DI PETROLIO

Mentre in parlamento i Fratelli musulmani riescono a intercettare i candidati indipendenti, ponendo fine alla laicità del governo imposta per oltre 40 anni dall’ex dittatore, le guerre tra tribù e gli attentati costringono il Paese a chiudere gli impianti principali. La produzione quotidiana di petrolio crolla dagli 1,5 milioni di barili di giugno 2013 ad appena 180 mila.

FEBBRAIO 2014 – FALLISCE IL GOLPE DI HAFTAR

Contro una Libia sempre più islamica si schiera Khalifa Haftar, generale in pensione (nel 2014 ha già 71 anni) che nel 1969 partecipò al golpe che portò al potere Muammar Gheddafi. Proprio per questo non gode del favore del governo di transizione che teme voglia diventare il nuovo raìs libico. Il militare, che gode invece dell’appoggio dell’Egitto, in febbraio attua un colpo di Stato e prova a destituire il parlamento di Tripoli, ma l’esercito filogovernativo ha la meglio.

AGOSTO 2014 – L’AVANZATA DI ALBA DELLA LIBIA

Nemmeno le nuove elezioni del giugno 2014, con la vittoria di uno schieramento più moderato, consentono al Paese di avviare l’agognata transizione democratica. In estate le milizie islamiste riescono a unirsi sotto la guida dei temuti combattenti di Misurata e fondano il gruppo al Fajr Libya (Alba della Libia), conquistando Tripoli. Si crea così un governo ombra, parallelo a quello ufficiale ma costretto all’esilio nella città di Tobruk che crea ulteriori difficoltà nei rapporti con i Paesi esteri. Sono infatti due i ministri del Petrolio. Gli Emirati arabi sostengono entrambe le fazioni (durante il dialogo con Tobruk hanno infatti finanziato tutte le guerre di Haftar) nel tentativo di far salire al potere l’ex ambasciatore di Tripoli ad Abu Dhabi, Aref Ali Nayed, rendendo ancora più difficile il ruolo delle Nazioni Unite.

OTTOBRE 2014 – NASCE IL CALIFFATO DI DERNA

Dopo il ritiro delle Nazioni Unite e mentre le due milizie combattono per Bengasi, viene fondato a Derna, in Cirenaica, il Califfato islamico di Abu Bakr al Baghdadi. La città diventa covo di jihadisti che esercitano il potere con il terrore ed esecuzioni brutali. Ventuno egiziani cristiani vengono decapitati scatenando la dura repressione militare del Cairo. Intanto l’Isis conquista Sirte e sferra una serie di colpi alle ultime rappresentanze occidentali nel Paese. Il 27 gennaio viene assaltato l’hotel Corinthia di Tripoli, dove alloggia anche il premier islamista Omar al Hasi, scampato all’attentato che però causa la morte di cinque stranieri (tra cui un americano). Il 4 febbraio viene attaccato un giacimento a Mabrouk gestito dalla francese Total.

FEBBRAIO 2015 – CHIUDE L’AMBASCIATA ITALIANA A TRIPOLI

«Siamo pronti a combattere nel quadro della legalità internazionale». Questa frase, pronunciata dall’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è sufficiente a mettere l’Italia nel mirino dell’Isis che dichiara di essere pronta a fermare le nuove «crociate blasfeme» che partiranno da Roma. Il premier Matteo Renzi decide di chiudere l’ambasciata a Tripoli, l’ultima rimasta nel Paese. «Abbiamo detto all’Europa e alla comunità internazionale che dobbiamo farla finita di dormire», è il suo appello, «che in Libia sta accadendo qualcosa di molto grave e che non è giusto lasciare a noi tutti i problemi visto che siamo quelli più vicini».

17 DICEMBRE 2015 – L’ACCORDO DI SKHIRAT

L’accordo di Skhirat, in Marocco, stretto tra gli esecutivi di Tripoli e Tobruk, permette la nascita del governo guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu.

GENNAIO 2016 – IL GOVERNO PROVVISORIO IN TUNISIA

Le Nazioni Unite, finora rimaste sullo sfondo, provano la carta del governo provvisorio, ma la situazione in Libia è tale che deve insediarsi all’estero, in Tunisia e non viene riconosciuto né dal governo più laico di Tobruk né da quello islamista di Tripoli. Verrà fatto sbarcare in nave solo nel mese di marzo che segna il ritorno del personale delle Nazioni Unite nel Paese. 

2016-2018 – LA CACCIATA DELL’ISIS

Inizia la controffensiva nei confronti dell’Isis che durerà più di due anni. Nel luglio 2018 l’esercito di Khalifa Haftar espugna Derna, roccaforte del Califfato.

Emmanuel Macron tra Haftar e al Serraj.

APRILE 2019 – LO SCONTRO FINALE PER TRIPOLI

Archiviata la minaccia dello Stato islamico, nell’aprile 2019 riparte la battaglia per Tripoli. E mentre in strada si combatte, in altre cancellerie si guarda già alla pacificazione. Gli Emirati Arabi non sono i soli a portare avanti la politica dei due forni. 

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2017-2019 – I MALDESTRI TENTATIVI FRANCESI DI ESCLUDERE L’ITALIA

Anche la Francia di Emmanuel Macron è protagonista di una politica assai ambigua: ufficialmente appoggia Serraj, ma ufficiosamente sembra invece puntare su Haftar, nella speranza di ribaltare a proprio favore i rapporti tra Tripoli e Roma in tema di rifornimenti energetici. Il 29 maggio 2018 l’inquilino dell’Eliseo accelera e convoca un vertice con i rappresentanti libici al fine di indire nuove elezioni il 10 dicembre.

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Non è la prima volta: il 24 luglio 2017 Macron aveva chiamato a Parigi Serraj e Haftar con la speranza di arrivare a una pacificazione benedetta dai francesi senza l’ingombrante presenza mediatrice di Roma. Particolarmente duro il ministro dell’Interno italiano, che in quel periodo è Matteo Salvini: «Penso che dietro i fatti libici ci sia qualcuno. Qualcuno che ha fatto una guerra che non si doveva fare, che convoca elezioni senza sentire gli alleati e le fazioni locali, qualcuno che è andato a fare forzature».

erdogan turchia libia
Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan.

DICEMBRE 2019 – GENNAIO 2020 – L’INTERVENTISMO DELLA TURCHIA

Le Forze armate turche a fine dicembre si sono dette pronte a un possibile impegno in Libia a sostegno del governo di Tripoli contro le forze del generale Khalifa Haftar, come richiesto dal presidente Recep Tayyip Erdogan. L’ingresso delle truppe turche, col voto del parlamento di Ankara favorevole all’invio di soldati in aiuto a Fayez Al-Sarraj, è destinato a spostare gli equilibri del conflitto libico. Una mossa che ha spiazzato l’Italia e l’Unione europea, che da tempo cercano una soluzione diplomatica, ma anche gli Stati Uniti, con Donald Trump che ha chiamato Erdogan per esprimergli la sua contrarietà all’intervento. E che ha spinto il generale Khalifa Haftar a lanciare la sua invettiva contro il presidente turco.

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TurkStream, il patto del gas tra Erdogan e Putin

Operativa la pipeline che corre dalla Russia all'Europa, passando per la Turchia. Un tassello in più nella cooperazione tra Mosca e Ankara.

Il gasdotto TurkStream è ufficialmente operativo. Alla cerimonia di battesimo, oltre al presidente russo Vladimir Putin e al suo omologo Recep Tayyip Erdogan, hanno preso parte anche il primo ministro bulgaro Boyko Borisov e il presidente serbo Aleksandr Vucic. Tutti i quattro leader hanno girato la valvola che dà il via alle forniture. La nuova linea è la seconda a collegare Russia e Turchia dopo il BlueStream e punta a portare il gas in Europa passando per il Mar Nero e per la parte europea della Turchia, bypassando l’Ucraina. La Turchia riceverà 15,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno; altrettanti andranno in Europa.

ERDOGAN: «UN PROGETTO DI PORTATA STORICA»

«L’implementazione della costruzione del gasdotto transmediterraneo è la prova del partenariato strategico tra Russia e Turchia che ha prodotto risultati significativi e tangibili», ha dichiarato Putin alla cerimonia. «La cooperazione tra Russia e Turchia sta andando avanti in quasi tutti i segmenti. Nonostante la complicata situazione globale e i tentativi di alcuni attori internazionali di impedire l’espansione della cooperazione tra i nostri Paesi, i nostri sforzi continuano», ha osservato Putin. TurkStream, ha sottolineato Mosca, è un progetto «strategico» che contribuirà «alla stabilità della regione». Erdogan, da parte sua, ha commentato: «Il TurkStream, per cui abbiamo fatto molti sforzi con i nostri amici russi, è un progetto di importanza storica sia a livello delle nostre relazioni bilaterali che della mappa energetica».

LE CRISI SUL TAVOLO DEI DUE LEADER

Prima dell’inaugurazione del gasdotto, Putin ed Erdogan hanno avuto un faccia a faccia. Sul tavolo le crisi in Siria, Libia e Iraq. Putin è giunto in Turchia proprio dalla Siria, dove si è recato per un incontro a sorpresa con Bashar al Assad e ha fatto tappa per la prima volta dall’inizio della guerra anche a Damasco. Un colloquio preparatorio in vista di quello con Erdogan su Idlib, principale nodo irrisolto del conflitto, dove l’intensificarsi dei raid di Mosca e Damasco contro l’ultima roccaforte ribelle ha provocato nelle ultime settimane una nuova ondata migratoria di circa 250 mila persone verso la frontiera turca. L’altro capitolo chiave riguarderà la Libia, dove Erdogan ha annunciato l’invio “graduale” di truppe a sostegno del governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj contro l’offensiva delle forze del generale Khalifa Haftar, appoggiate da Putin. Una tregua aprirebbe la strada a una spartizione di fatto del Paese tra le regioni di Tripolitania e Cirenaica.

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Libia, lo scacco della Turchia all’Ue

L’Ue fuori gioco nel Mediterraneo. Dopo il via libera di Ankara all'invio di truppe, nell'ex colonia italiana si va verso una spartizione tra Erdogan e Putin. Come a Damasco e dintorni.

L’accordo sugli armamenti di Ankara con il governo di Tripoli a fine 2019 e, come primo atto del 2020, l’ok del parlamento turco a un contingente in Libia è l’istituzionalizzazione di una proxy war iniziata nel 2011, con le Primavere arabe. Segnata dall’accelerazione del 2014, che portò gli islamisti al governo nella capitale libica, e dalla volata di queste settimane imposta dalla marcia del nemico Khalifa Haftar su Tripoli. I rinforzi sul campo dei contractor russi alle milizie di mercenari del generale libico fanno la differenza, rendendo possibile la battaglia finale contro gli islamisti fallita da mesi da Haftar. Alla minaccia concreta i turchi, che un rapporto dell’Onu ha certificato violare «regolarmente e a volte apertamente» l’embargo sulle armi verso la Libia, sono costretti a uscire allo scoperto. Svelando come la guerra per procura sia anche, se non prima di tutto, una guerra del gas nel Mediterraneo.

ISLAMISMO CONTRO AUTORITARISMO

Da una parte scorre il corridoio di armi e di vari rifornimenti che parte dalla Turchia e, soprattutto attraverso i porti e lo scalo di Misurata, raggiunge Tripoli e il governo di unità nazionale (Gna) guidato dagli islamisti. Aiuti, militari ed economici, pagati soprattutto dal ricco Qatar verso i gruppi di ribelli sponsorizzati nelle Primavere arabe contro i regimi autoritari, e a capo all’esecutivo di Fayez al Serraj legittimato dalla comunità internazionale (in seguito ai negoziati dell’Onu del 2015), ma sempre più circoscritto a Tripoli. Un governo caotico, frammentato, corrotto e composto da milizie anche violente. Dall’altra, ricorda lo stesso report sulla Libia del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del novembre scorso, c’è il fronte dei regimi sopravvissuti alle Primavere arabe che armano Haftar e conducono raid per lui: l’Egitto (finanziato dai sauditi) e gli Emirati arabi contrastano le mire neo-ottomane dei turchi in Libia, in asse con la Russia amica dei regimi.

Libia Turchia missione Tripoli
Il parlamento turco approva la missione in Libia. GETTY.

ERDOGAN SI IMPOSSESSA DEL MEDITERRANEO

Il Leitmotiv è riportare la stabilità dell’era Gheddafi. Barattare il miraggio della democrazia con l’autoritarismo, nel nome di una sicurezza perduta e inseguita, è una tentazione ormai dalla maggioranza dei libici. Nell’ultimo anno Haftar ha raccolto simpatie anche in zone governate dagli islamisti (inclusi alcuni quartieri di Tripoli) dove da anni le aziende turche ricostruiscono strutture e infrastrutture – rilevando talvolta anche vecchi cantieri italiani. A questi grossi interessi geopolitici, che comprendono anche il Mediterraneo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un po’ come con i curdi nel Nord della Siria, non intende rinunciare, quand’anche come si profila le Primavere arabe dovessero soccombere alle forze di restaurazione. Il memorandum di novembre tra la Turchia e la Libia sulla giurisdizione dei due Stati nelle acque mediterranee (allegato all’accordo di cooperazione militare) è un’entrata a gamba tesa di Erdogan anche nei dossier energetici.

Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo tra Turchia e Libia

A GAMBA TESA NEL DOSSIER ENERGETICO

Egitto, Grecia, Israele, per non parlare di Cipro in contenzioso storico con la Turchia, sono insorte alla demarcazione unilaterale dei confini marittimi di Erdogan e al Serraj. Un colpo di spugna che dà mano libera ad Ankara alle esplorazioni di gas e petrolio nel Mediterraneo, per le quali i turchi si erano fatti largo nel Mediterraneo orientale già nella scorsa estate, al solito senza chiedere il permesso alla Grecia e a Cipro, lambendo anche la zona economica esclusiva egiziana e i minando i progetti dei gasdotti dei tre Paesi con Israele. Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo per scongiurare  «l’emarginazione della Turchia» a terra. Anche gli accordi militari e di spartizione delle acque territoriali con la Libia furono ratificati a tambur battente dal parlamento di Ankara, in «aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri Paesi», commentò il titolare della Farnesina Luigi Di Maio.

Libia Turchia missione Serraj
Il premier libico Fayez al Serraj riceve a Tripoli il ministro turco Mevlut Cavusoglu. GETTY.

IL VIA LIBERA ALLE TRUPPE DEL PARLAMENTO TURCO

I memorandum dell’autunno erano l’antipasto della mozione per l’invio di truppe turche a sostegno del governo di Tripoli, approvata il 2 gennaio dai deputati di Ankara (325 favorevoli, 184 contrari) in un parlamento riaperto eccezionalmente dopo Capodanno, in anticipo dalla ripresa dei lavori l’8 gennaio. Curiosamente Erdogan, corso in soccorso alla battaglia finale libica, fa leva sul pretesto della «minaccia alla stabilità anche della Turchia»: con la Libia senza un «governo legittimo» si favorirebbero «gruppi terroristici come l’Isis e al Qaeda», che proprio le violazioni all’embargo anche della Turchia hanno fatto proliferare per anni, in reazione ai regimi autoritari e per sottrarre loro territori con ogni mezzo e scontri anche cruenti. Sebbene l’invio di rinforzi navali, aerei e a terra non si preveda immediato, l’escalation turca favorirà gli scontri in Libia e le tensioni nel Mediterraneo. Mentre l’Italia, e con Roma buona parte dell’Ue, staranno a guardare.

LA SPARTIZIONE TRA ERDOGAN E PUTIN

Alla condanna degli accordi «illegittimi» tra la Turchia e la Libia non seguiranno fatti. I progetti di no fly zone ventilati in un’operazione di Francia, Germania e Italia sono irrealistici, considerati il disastro dell’intervento nel 2011 contro Gheddafi e le manovre francesi inconfessabili di oggi con Haftar. E poi per difendere i libici da chi? L’Ue riconosce il governo filoturco di al Serraj a Tripoli (l’Italia ha una missione di assistenza agli islamisti a Misurata) non quello del generale nell’Est, con il quale tuttavia tiene aperti canali. Gli alt a Erdogan non possono tradursi in azioni, pena l’appoggio degli europei a regimi autoritari quali l’Arabia Saudita e i suoi satelliti (Emirati ed Egitto) e alla Russia di Vladimir Putin. Dalla Conferenza di Berlino sulla Libia di metà gennaio (se si terrà) non si attendono risultati ed è probabile che, nell’impotenza europea, mostrando i muscoli come in Siria Erdogan si ritaglierà la sua fetta di Libia – e di Mediterraneo – in accordo con Putin.

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La Turchia contro Macron: «Sponsor del terrorismo»

Nel giorno in cui il presidente francese incontra il segretario Nato per chiede più coinvolgimento nel Sahel, l'"alleato" Ankara lo attacca frontalmente.

Nel giorno in cui il presidente francese Emmanuel Macron incontra il segretario Nato Jens Stoltenberg per lamentare che la Francia è lasciata sola nel Sahel a difendere l’Europa, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu definisce il presidente della République «sponsor del terrorismo».

«VUOLE FARE IL CAPO DELL’EUROPA MA È DEBOLE»

L’accusa turca è legata alla critica francese all‘offensiva militare turca in Siria contro i curdi dell’Ypg che la Turchia considera appunto terroristi. Secondo la Bbc, Cavusoglu ha detto ai reporter che Macron vorrebbe diventare il capo dell’Europa ma è «debole».

«L’ALLEANZA HA BISOGNO DI UNA SVEGLIA»

Intanto il leader di Parigi non ha smentito le sue parole sulla Nato in stato di «morte cerebrale», anzi le ha rivendicate, a fianco del segretario generale dell’Alleanza, sottolineando che l’Alleanza aveva «bisogno di una sveglia». Dopo la strage di 13 militari francesi in Mali lunedì scorso – nello scontro fra due elicotteri durante un’operazione antiterrorismo – il presidente francese chiede ora un «maggiore coinvolgimento» nel Sahel dove la Francia, ha sottolineato, ha 4.500 uomini dispiegati e «opera per conto di tutti».

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Chi sono i foreign fighters dell’Isis che la Turchia vuole rispedire in Europa

Sarebbero 1.200 i cittadini europei catturati in Siria. Molti di loro sono jihadisti che Ankara è pronta a rimpatriare nei Paesi d'origine. Che però, nella mancata comunicazione tra intelligence, non sanno gestirli. Il punto.

L’11 novembre la Turchia ha espulso il primo dei combattenti stranieri dell’Isis trattenuti sul suo suolo, un americano che alla fine sembra essere stato abbandonato sul confine con la Grecia (quindi dell’Ue), rimbalzato più volte tra le polizie. «Non è un nostro problema», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono seguiti due rimpatri, uno verso la Germania l’altro verso la Danimarca, e nei giorni dopo effettuati decine di voli verso l’Europa. «Centinaia e centinaia ce ne saranno ancora», ha promesso Erdogan e fa sul serio. Chi invece a lungo ha declinato, e declina, le proprie responsabilità sulle migliaia di foreign fighter (gli stranieri partiti per combattere con l’Isis e al Qaeda in Medio Oriente) sono i maggiori governi europei: la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, disconosce questi cittadini, la Francia e il Belgio tentano di farli processare in Iraq, la Germania li accetta ma non sa ancora bene dove mettere le mani.

LE LACUNE DELLE INTELLIGENCE

Ci sono prove o sufficienti elementi per disporre custodie cautelari? È certa alle intelligence la loro identità? In alcuni casi no. Il ministero degli Esteri tedesco ha ammesso di non conoscere ancora tutti i nomi dei concittadini in partenza dalla Turchia, solo un terzo dei rientrati è sotto inchiesta. Si tratta poi di stranieri catturati (circa 2280) dalla coalizione guidata dai curdo-siriani (Ypg) durante la liberazione caotica del Nord della Siria. Combattenti jihadisti detenuti in origine nelle carceri del Rojava, regione invasa questo autunno dalle forze turco-arabe dopo l’improvviso ritiro degli americani. Nell’ultima indagine dell’Egmont Institute si stima che circa 1.200 foreign fighter dell’Europa fossero finiti nelle prigioni curde. Sarebbe stato necessario un gioco di squadra tra i dipartimenti dell’antiterrorismo per ricostruire i percorsi dei sopravvissuti: migliaia di jihadisti stranieri sono morti o dispersi in guerra, alcuni di loro erano tracciati, mentre altri in vita no. Invece i governi occidentali chiamati in causa erigono muri. 

Un foreign fighter arrestato in Italia.
Un foreign fighter arrestato in Italia.

IN ITALIA NESSUN ARRIVO

L’Italia stavolta non fa testo: era tra i Paesi dell’Ue con meno foreign fighter, anche per le dinamiche di immigrazione più recenti. Tra i circa 140 partiti dal nostro Paese, una cinquantina risultano morti, e nel totale solo 25 erano cittadini italiani: tra loro, alcuni sono rientrati in Ue e diversi sono monitorati. Non ci sarebbero italiani in arrivo dalla Turchia: anche all’estero, ha fatto notizia la storia del piccolo Elvin, identificato dall’antiterrorismo italiano nel campo dell’Isis di al Hol, in Siria, e riportato a casa grazie alla collaborazione con le forze curde attraverso un corridoio umanitario tra Damasco e il Libano. Si ha contezza anche di altri bambini italiani nel Nord-Est della Siria sotto il controllo delle Ypg, che si tentano di rimpatriare. In ogni caso le donne e i minori rappresentano un problema nel problema, anche tra i foreign fighter in Turchia: circa due terzi di questi detenuti (ovvero 700) sono bambini tratti in salvo nei combattimenti. Spesso orfani di un genitore (come Elvin della madre), quando non dell’intera famiglia.

IL DESTINO DELLE DONNE RECLUTATRICI

Alcune donne dell’Isis sono rilasciate all’arrivo in Europa, per il ruolo passivo o la mancanza di prove, seguite poi nella de-radicalizzazione come è accaduto in Germania. Altre, come un’altra tedesca subito portata in carcere a Francoforte, sono accusate di avere avuto un ruolo attivo nella rete terroristica. E, quindi, sono considerate ancora pericolose come la combattente e reclutatrice di spose per i miliziani Tooba Gondal: 25enne di origine pachistana, è cresciuta a Londra dove vorrebbe tornare dalla famiglia, ed è ben nota all’intelligence del Regno Unito che le ha vietato il soggiorno. Tooba però, più volte vedova di jihadisti e con diversi figli, ha il passaporto francese. Di conseguenza era nella lista turca di ex membri dell’Isis da rimpatriare in Francia, dove in compenso l’intelligence ha pochi elementi su di lei. Il suo caso, come quello del primo espulso americano, è emblematico del groviglio sul destino dei terroristi cittadini di Stati occidentali che non li vorrebbero indietro.

Isis foreign fighter Turchia Ue
Circa 700 membri dell’Isis europei catturati in Siria sono bambini. GETTY.

LE CITTADINANZE REVOCATE

A questo proposito, negli Stati Uniti un giudice ha appena negato la cittadinanza a una donna dell’Isis, nata e cresciuta nell’Alabama, ma figlia di un diplomatico yemenita all’Onu: condizione che le è valsa l’altolà al rientro dalla Siria. Allo stesso modo il Regno Unito ha revocato la cittadinanza a diversi jihadisti (comprese alcune convertite da Gondal) per i quali si sostiene ci sarebbero gli estremi per la cittadinanza automatica nei Paesi d’origine. E sebbene anche i britannici si siano adeguati all’ultimatum («la Turchia non è un albergo»), lasciando atterrare dei sospetti terroristi, insistono affinché siano «processati nel luogo dove sono stati commessi i crimini», cioè in Siria e in Iraq. Una posizione sostenuta anche dal Belgio, costretto ad «aprire procedure bilaterali» con Ankara, ma con Baghdad si vedrà. Le resistenze sui connazionali nell’Isis restano forti anche in Francia, dove dal 2014 sono rientrati circa 250 affiliati grazie ad accordi con la Turchia. Ma i circa 400 che erano in Siria si vorrebbe fossero giudicati e detenuti in Iraq.

IL GIRO DI DENARO TRA RAQQA, LA TURCHIA E L’UE

A Baghdad c’è la pena di morte, anche le donne dell’Isis colpevoli di gravi reati sono giustiziate, mentre in Francia sconterebbero pene in media di 10 anni. Eppure gli esperti di terrorismo raccomandano di non mettere la testa nella sabbia, anche per ragioni di sicurezza: gli ultimi attacchi non sono stati compiuti da ex foreign fighter, in un modo o nell’altro, tracciati. Ma da cani sciolti come i rifiutati dagli Usa e dall’Ue, o fanatici e fanatiche apolidi o in fuga – con i figli – dai campi di prigionia verso le tante cellule sparse dell’Isis in Siria e in Iraq. E resta il fatto che più di 1000 jihadisti siano a tutti gli effetti cittadini Ue. Vero è che neanche la Turchia può fare il poliziotto buono, sottraendosi alle responsabilità sull’Isis: il dipartimento del Tesoro Usa sta sanzionando aziende turche che hanno rifornito al Baghdadi per anni. Money transfer, cambi valute e gioiellerie aperte dai jihadisti hanno operato anche dal Gran Bazar di Istabul verso Raqqa e gli altri territori dell’Isis. Con ramificazioni in Medio Oriente e fino in Belgio, nel cuore dell’Ue.

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Tutte le ombre sull’incontro tra Trump e Erdogan

Il voto del Congresso sul genocidio armeno. Le nuove sanzioni per le operazioni in Siria. La richiesta di estradizione di Gulen. Il business delle armi e il riavvicinamento tra Turchia e Russia. I nodi e le incognite della visita del Sultano alla Casa Bianca.

Visita confermata. Il 13 novembre Recep Tayyp Erdogan è pronto a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca. Una telefonata tra i due presidenti ha fatto sciogliere le riserve ad Ankara dopo le tensioni scatenate dalla recente mozione del Congresso Usa sul genocidio armeno e dalle nuove sanzioni imposte da Trump. Tutti nodi che evidentemente restano sul tavolo del bilaterale.

Il presidente Usa Donald Trump.

LE TENSIONI PER IL GENOCIDIO ARMENO E LE NUOVE SANZIONI USA

Andiamo per ordine. Ankara, come era prevedibile, non ha gradito il voto del Congresso americano che a larghissima maggioranza ha riconosciuto il genocidio armeno in Turchia, il massacro di almeno 1,5 milioni di armeni sotto l’impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Il governo turco si è limitato a definire l’eccidio come «un fatto tragico», ma non ammette la parola «genocidio». «Nella nostra fede il genocidio è assolutamente vietato», ha sottolineato Erdogan. «Consideriamo questa accusa come il più grande insulto al nostro popolo». A complicare la situazione, però, è stata anche una seconda risoluzione dei deputati statunitensi su nuove sanzioni alla Turchia per l’operazione militare nel Nord della Siria. A cui va aggiunta la recente incriminazione da parte degli States di Halkbank, la seconda banca statale turca accusata di aver aver aiutato l’Iran a violare le sanzioni economiche.

Fetullah Gulen.

LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DI GULEN

Altro tema caldo tra Ankara e Washington è la richiesta di estradizione di Fethullah Gulen. Il magnate ed ex imam residente in Pennsylvania è considerato dalla Turchia la mente del fallito golpe del 2016. Ankara ha proposto uno scambio di quelli che definisce «terroristi»: Gulen al posto della sorella di Abu Bakr al Baghdadi, l’ex Califfo del sedicente Stato islamico, catturata dai turchi (arresto al quale è seguito anche quello della moglie dell’ex leader di Daesh). «Gulen è importante per la Turchia quanto al Baghdadi lo era per gli Stati Uniti», ha ribadito Erdogan. Finora da Washington è arrivato un secco no, che però potrebbe ammorbidirsi alla luce degli interessi economici e militari americani. 

IL NODO SIRIANO E LA VISITA DELL’EX COMANDANTE DEL PKK

I rapporti tra Usa e Siria rappresentano un altro motivo di tensione. Erdogan, infatti, aveva chiesto di cancellare un’altra visita programmata alla Casa Bianca: quella del capo delle Syrian Democratic Forces Ferdi Abdi Sahin, ex comandante del Pkk che sia la Turchia che gli Usa hanno riconosciuto come organizzazione terroristica. La Casa Bianca non ha smentito l’incontro, scatenando la reazione del governo turco: gli Usa «sanno che razza di terrorista sia, di quali razza di atrocità si sia reso responsabile in passato», hanno dichiarato alcune fonti vicine al presidente Erdogan citate da Middle East Eye. «Sanno che caos si scatenerebbe se il Congresso trattasse da eroe uno che difende l’Isis». 

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Erdogan e Putin.

IL BRACCIO DI FERRO CON MOSCA

Infine a preoccupare Washington è anche il riavvicinamento tra Turchia e Russia. Mosca si è detta pronta a vendere il proprio sistema di difesa anti missilistico S-400 e la prima reazione statunitense è stata l’interruzione della fornitura di F35, non senza conseguenze economiche e strategiche dal momento che la Turchia rappresenta il secondo esercito in termini numerici della Nato. A pochi giorni dall’incontro tra Trump e Erdogan, inoltre, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha confermato una esercitazione congiunta in Russia proprio sul sistema missilistico S-400, spiegando che per la Turchia è necessario difendersi da una doppia minaccia terroristica: l’Isis e i curdi. L’ennesima ombra sull’incontro tra il tycoon e il Sultano.

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La Turchia minaccia di rimpatriare i jihadisti europei

Si tratta dei foreign fighters passati sotto la custodia di Ankara dopo l'offensiva contro i curdi in Siria.

«I membri dell’Isis nelle nostre mani saranno rimandati nei loro Paesi d’origine anche se sono stati privati della loro cittadinanza». Lo ha detto il ministro dell’interno turco Suleyman Soylu, a proposito dei jihadisti passati sotto la custodia di Ankara dopo l’offensiva contro i curdi in Siria, tra cui ci sarebbero numerosi europei.

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Siria, la Turchia convoca l’ambasciatore francese per il sostegno ai curdi

Il parlamento di Parigi ha votato una risoluzione che conferma l'appoggio alle "Forze democratiche siriane". Intanto Ankara rivendica l'uccisione di 18 soldati dell'esercito di Bashar al Assad.

Il ministero degli Esteri turco ha convocato il 31 ottobre l’ambasciatore francese ad Ankara per protestare contro il sostegno alle milizie curde in Siria e la condanna dell’operazione militare turca, espressi in una risoluzione approvata dal Parlamento di Parigi. Il ministero degli Esteri turco ha fatto sapere che la Turchia condanna «fermamente» la risoluzione approvata dal Parlamento francese che critica la sua operazione militare contro le milizie curde nel Nord-Est della Siria. Il testo non vincolante approvato dall’Assemblea nazionale di Parigi riafferma «il sostegno alle Forze democratiche siriane» (Sdf) a guida curda, che la Turchia considera invece «terroriste».

CATTURATI 18 SOLDATI DI DAMASCO

Intanto il ministero della Difesa di Ankara ha fatto sapere che la Turchia, ha catturato 18 soldati dell’esercito di Damasco nel corso della sua operazione militare contro le milizie curde nel Nord della Siria e sta ora trattando con la Russia sul loro possibile rilascio. Il ministro Hulusi Akar non ha precisato quando né in che circostanze siano stati catturati i soldati siriani. Due dei militari del regime di Bashar al Assad, ha aggiunto Akar, sono feriti. I soldati vengono ora trattenuti a Ras al Ayn, nella zona di sicurezza turca creata nel nord della Siria dopo l’offensiva. Nei giorni scorsi l’Osservatorio siriano per i diritti umani aveva riferito di “violenti scontri” tra le truppe turche e quelle siriane.

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La Camera Usa riconosce il genocidio armeno e vota le sanzioni contro la Turchia

Doppio schiaffo di Washington a due settimane dall'incontro tra Trump ed Erdogan alla Casa Bianca. E Ankara convoca l'ambasciatore americano.

Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale.

Immediata la reazione di Ankara, che «rifiuta» la risoluzione sul genocidio armeno, bollandola come una decisione «ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica». «È un passo politico insignificante», ha detto il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu, «indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia».

Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali.

CONVOCATO L’AMBASCIATORE AMERICANO

Sul fronte diplomatico Ankara ha convocato l’ambasciatore Usa, David Satterfield. La convocazione, precisano fonti diplomatiche turche, è stata decisa per denunciare la «risoluzione priva di qualsiasi base storica o legale» sul “genocidio armeno” e la proposta di sanzioni. Ankara nega che i massacri di centinaia di migliaia di armeni compiuti durante la Prima Guerra Mondiale dall’impero Ottomano siano stati frutto di un “genocidio” pianificato, sostenendo che sono avvenuti sullo sfondo di una guerra civile, e ne contesta anche le cifre.

MOZIONE APPROVATA CON AMPIA MAGGIORANZA

La Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a «commemorare il genocidio armeno» e a «rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione», nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula. Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la Prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti.

IL PERCORSO VERSO LA RISOLUZIONE

Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni come «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo», senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato ad riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece. La risoluzione sulle sanzioni è stata approvata con 403 sì e 11 no. Ora deve pronunciarsi il Senato. Il doppio schiaffo arriva dopo che Trump ha ritirato le truppe Usa dalla Siria abbandonando gli alleati curdi all’offensiva turca. Incalzato dal Congresso, il tycoon ha imposto alcune sanzioni modeste, revocandole non appena è stata annunciata la tregua. Ma Capitol Hill è ancora irritata, in un raro momento di unità bipartisan sullo sfondo della battaglia per l’impeachment.

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L’Italia richiama dalla Turchia una batteria antimissile

Impiegata nella città di Kahramanmaras, rientrerà nel nostro Paese il 31 dicembre.

L’Italia ritira una batteria antimissile impiegata in Turchia. È stato infatti avviato il «complesso delle attività logistiche» per il rientro della Samp-T, attiva a Kahramanmaras, nell’ambito della missione Nato ‘Active Fence’. Lo ha detto il 24 ottobre il sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo, rispondendo a un’interrogazione in commissione Difesa alla Camera. L’impiego della batteria, iniziato nel 2016, era stato autorizzato dal parlamento per tutto il 2019, ha ricordato Tofalo. Alla scadenza del 31 dicembre, il sistema e i militari italiani (130) rientrano quindi in Italia.

UN IMPEGNO INIZIATO NEL 2016

Lo schieramento della Samp-T, ha spiegato Tofalo, «rientra nel quadro del sistema di difesa che la Nato garantisce a tutela delle popolazioni dei Paesi europei membri dell’Alleanza. La partecipazione italiana ha avuto inizio nel giugno 2016, a seguito del ritiro dei Patriot americani e tedeschi schierati a Gaziantep e Kahramanmaras. La batteria – ha sottolineato – è stata schierata con esclusivi compiti di difesa antimissile per proteggere quest’ultima città contribuendo alla gestione della sicurezza di tutta la regione». Quanto alle condizioni dei militari italiani schierati, ha proseguito il sottosegretario, «li seguiamo con la massima attenzione ed ovviamente l’escalation della situazione al confine turco-siriano ha reso la nostra attenzione ancora più elevata. C’è comunque da dire che il nostro contingente si trova ad oltre 150 km dall’area interessata dalla crisi».

STOLTENBERG: «È UNA DECISIONE NAZIONALE»

Il 23 ottobre, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg aveva dichiarato: «Da diversi anni la Nato fornisce misure di garanzia alla Turchia» attraverso la «rotazione dei Paesi», come avviene già ad esempio con la batteria italiana di missili Samp-T e con i Patriot spagnoli. «Credo che nonostante le divergenze tra gli alleati, dobbiamo essere capaci di attuare. Mi aspetto che l’argomento sia discusso alla ministeriale di domani, ma non attendo una decisione finale, perché è una decisione nazionale e saranno i Paesi a dire cosa vogliano fare».

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Cosa c’è dietro il piano della Germania per i curdi in Siria

Merkel e la delfina AKK lavorano per una safe zone europea al confine con la Turchia. Sul tavolo anche negoziati con Mosca e Assad. L'obiettivo è assumere la leadership militare nell'Ue. Lo scenario.

In Siria al posto degli americani. In difesa dei curdi, armati nella guerra contro l’Isis e a presidio di una safe zone da stabilizzare e da ricostruire. Parlando ai tedeschi in prima serata, di fronte alle telecamere, la neo ministra della Difesa e leader dei cristiano-democratici (Cdu) Annegret Kramp-Karrenbauer ha rotto 70 anni di politica estera della Deutsche Republik, proponendo un’iniziativa militare europea nella striscia del cessate il fuoco al confine con la Turchia. Là dove il 9 ottobre Recep Tayyip Erdogan ha sferrato l’offensiva su Kobane, la titolare del governo per la Bundeswehr non esclude l’invio di soldati dalla Germania, se la Grande coalizione e la maggioranza del parlamento lo vorranno.

LEGGI ANCHE: Turchia e Russia pattuglieranno la zona curda

Che i socialdemocratici (Spd) partner nell’esecutivo diano il disco verde all’operazione è da vedere: dell’idea da presentare all’Ue e alla Nato sarebbero stati avvertiti a cose fatte, via sms. Mentre al Bundestag, come tra la gente, è esploso un dibattito acceso. Comunque vada, l’irruzione di AKK, appoggiata dalla cancelliera Angela Merkel, nello scacchiere mediorientale segna un netto cambio di passo nella Difesa tedesca dal 1945.

Germania intervento siria Merkel curdi Nato
Annegret Kramp-Karrenbauer in visita nel Kurdistan iracheno, tra le peschmerga addestrate contro l’Isis. GETTY.

LA PROPOSTA ALLA NATO E AI LEADER UE

Per la prima volta la Germania non partecipa (anche in modo sostanziale come in ex Jugoslavia) da allineato a una missione della Nato o di peacekeeping dell’Ue o dell’Onu. Ma prova a lanciarla motu proprio perché, sostiene Kramp-Karrenbauer, «l’Europa non può più stare a guardare. Non ci si può lamentare di quanto succede nella regione senza dare risposte». Con questa nuova postura, AKK a Bruxelles suggerirà al Consiglio dei ministri della Difesa della Nato del 24 e del 25 ottobre di raggruppare francesi e britannici attorno all’iniziativa comune, dopo che gli Usa hanno sgombrato il campo. Merkel da parte sua prepara un summit sulla Siria con i leader di Francia, Regno Unito e Turchia, snobbando l’Italia che è Stato fondatore dell’Ue e terza potenza dell’Eurozona. Interessante è anche il coinvolgimento nell’operazione di de-escalation e di peacekeeping proposta dalla delfina di Merkel nella regione curda «della Russia», ha detto, «che ci piaccia o no tra gli attori più importanti in Siria». Un tentativo della Germania di impostare una Difesa europea multipolare, sganciata dall’atlantismo tout court benché retta dall’asse franco-tedesco.

VERSO IL SEGGIO PERMANENTE ALL’ONU

Con Donald Trump alla Casa Bianca, d’altronde la cancelliera fu la prima leader occidentale a commentare che «il tempo in cui si poteva fare pieno affidamento sugli altri era passato da un pezzo», esortando gli «europei a prendere in mano» il loro destino. Oltre all’intervento sul campo nella zona internazionale di sicurezza curda da creare, l’iniziativa sulla Siria promossa da AKK e Merkel prevede colloqui bilaterali con tutte le parti nel conflitto, dunque anche con Bashar al Assad che appoggia i curdi del Rojava contro la Turchia. Per i canali di mediazione, la ministra della Difesa intende far leva sul seggio in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che la Germania ha l’ambizione di far diventare permanente. Per entrare nel gotha delle massime potenze con potere di veto ci sono manovre tra Berlino e Parigi e, da tempo, da Berlino verso diversi membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il desiderio tedesco di esercitare una leadership nell’Ue, anche sul versante militare, traspare dal programma di riarmo avviato in Germania dall’ex titolare della Difesa, promossa a presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen.

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Una manifestazione in Germania in difesa di Kobane, nel Rojava siriano, di curdi e filocurdi. GETTY.

IL RIARMO TEDESCO DAL 2017

Nel 2017, come ai tempi di Bismarck e nei Reich, Berlino ha rotto un tabù della repubblica incaricando i vertici delle forze armate di pianificare logista e armamenti per tempi che si prevedono incerti. Gli investimenti erano necessari a causa di un apparato militare obsoleto e ridotto, per forza di cose durante l’occupazione nel Secondo dopoguerra e, per risparmio, anche nei decenni successi. Sono gli Stati Uniti, d’altra parte, a pressare gli alleati europei a fare la “loro parte” nella Nato, più che mai con Trump. Anche la Germania resta lontana dal 4% del Pil nella Difesa chiesto dalla Casa Bianca: con il riarmo varato, la percentuale passerà dall’1% all’1,5% del Pil nazionale. Il piano preso in carico da Kramp-Karrenbauer è stato criticato (sotto la gestione Von der Leyen) per la lentezza e per l’inefficienza, dovuta anche a sprechi in consulenze. Ma è vero che Berlino non punta a un atteggiamento muscolare come la Russia o anche, in un passato recente, come la Francia in Libia. Merkel si è tenuta fuori dai raid dei “volenterosi” contro Gheddafi nel 2011, e prima dell’avvento dell’Isis frenava sugli interventi militari in Siria preparati dal Pentagono.

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DALLA PARTE DEI CURDI

La locomotiva d’Europa vuole essere autorevole, non autoritaria, nell’indirizzo di una Difesa paneuropea. Merkel ha fermato l’export di armi all’Arabia Saudita, poi alla Turchia, per le offensive in Yemen e in Siria contro i civili. Ma l’interventismo a protezione dei curdi è coerente: nel 2015, un contingente della Bundeswehr volò nel Kurdistan iracheno, per addestrare combattenti contro l’Isis. Il training fu votato con compattezza (457 sì) dal Bundestag, dopo la scelta di campo l’anno prima di inviare commesse militari ai peshmerga curdi. Stavolta i Verdi sono contrari e i liberali favorevoli: il sì in Siria dipenderà dai socialdemocratici spiazzati da AKK. La ratio ribadita dalla ministra è stabilizzare l’area per ridurre il flusso di profughi e il radicalismo islamico. Anche in Germania, dove l’estremismo salafita è forte in alcuni Land, fucina di foreign fighter verso e dal Medio Oriente. Una buona parte dell’immigrazione dalla Turchia e dall’Iraq è poi di origine curda. E Kobane, cuore del Rojava, è un luogo “vicino”: il toponimo prende il nome dalla società tedesca che, nella Prima Guerra mondiale, costruì la ferrovia per l’impero ottomano. 

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