La Turchia ci manda aiuti, ma rischia il boom di contagi

Casi e morti al giorno raddoppiati. In quarantena più di 40 centri e 30 province. Istanbul sotto coprifuoco. Ma Erdogan non vuole fermare le imprese in un Paese a rischio implosione. In grave crisi economica dal 2018.

Tra i Paesi che hanno inviato aiuti all’Italia e alla Spagna c’è anche la Turchia. Un aereo militare con la mezzaluna rossa è atterrato il 1 aprile con carichi di mascherine – la Turchia ne è fra i grandi produttori – e gel igienizzanti, accompagnati dal verso mistico di buon auspicio del poeta persiano Rumi, stampato sugli scatoloni: «Dietro i momenti privi di speranza ci sono tante speranze». Una nave turca con altro materiale sanitario è in viaggio verso il Paese del Mediterraneo più duramente colpiti dalla pandemia del Covid 19: «L’Italia è un Paese molto importante per la Turchia e amico. Noi ci siamo», hanno sottolineato il presidente Recep Tayyip Erdogan, notoriamente in rapporti ancora molto buoni con Silvio Berlusconi, e il suo ministro degli Esteri Mevlüt Cavusoglu. La mano tesa è magari interessata, considerate le ambizioni di soft power di Erdogan nell’area mediterranea e mediorientale.

40 CITTÀ IN QUARANTENA

Tuttavia è degno di nota che i carichi sanitari da Ankara arrivino in un momento critico per la Turchia stessa, ponte tra Oriente e Occidente e il Paese dell’area con più casi di coronavirus dopo l’Iran. I dati sui contagi non sono incoraggianti: dalla fine di marzo i casi (oltre 15 mila) sono raddoppiati e crescono a una media di oltre 2 mila al giorno, come le morti per il virus arrivate a più di 300. L’incalzare dell’epidemia ha costretto il governo turco a estendere la quarantena a 41 centri abitati in 18 province: le aree a più alta incidenza di casi sono diventate zone rosse come Codogno, in Italia, con divieto di entrata e di uscita. Anche a Istanbul occorre un permesso per lasciare la città. L’invito – se non obbligati a lavorare – è di restare in casa: parchi e spiagge sono sul Bosforo sono stati chiusi; i collegamenti con autobus e traghetti a lunga percorrenza e voli internazionali interrotti. Solo alcuni collegamenti interni sono mantenuti.

Covid 19 Turchia coronavirus Medio Oriente
Lo staff Covid 19 della clinica universitaria di Istanbul, Turchia. GETTY.

POLITICA DIVISA SUL LOCKDOWN

Ai governatori delle maggiori città per l’emergenza è stato dato mandato speciale di inasprire, volendo, le restrizioni. Per quando di per sé Erdogan sia rimasto finora cauto sul lockdown in particolare di Istanbul e nel fermare le aziende del Paese: da sola la megalopoli di oltre 15 milioni di abitanti fa più di un quarto del Prodotto interno lordo (Pil) nazionale, e la Turchia da ormai un biennio è in una grave crisi economica e non può permettersi una sospensione totale delle attività produttive. La curva presa dall’epidemia nel Paese ha messo in allerta il ministero della Salute e il comitato scientifico di riferimento, ma il ministero delle Finanze guidato dal genero di Erdogan ha frenato lo stop. La politica interna è ancora dibattuta se anteporre l’economia alla salute perché il benessere di molte famiglie conquistato negli anni di boom economico si è deteriorato. Dalla recessione iniziata nel 2018 parte del ceto medio lotta per la sussistenza.

15 MILIARDI DI AIUTI STATALI

Finora Ankara ha dato la priorità alla protezione degli interessi commerciali. Un lockdown totale delle grandi città e dei distretti industriali porterebbe poi presto alla fame una grande fetta della popolazione, con il rischio di sommosse interne.

Erdogan si è populisticamente impegnato a rinunciare a sette mesi di stipendio per solidarietà alle fasce più vulnerabili

Non a caso anche nell’Iran ricaduto sotto sanzioni massime degli Usa lo stallo delle attività è stato posticipato, con il risultato che l’epidemia iniziata a febbraio non accenna a essere superata. Populisticamente Erdogan si è impegnato a rinunciare a sette mesi di stipendio per solidarietà alle fasce più vulnerabili che, esplosa la pandemia, chiede anche in Turchia una cascata di aiuti a pioggia, sul modello dei «soldi dall’elicottero» (i 3 mila miliardi «per tutti») distribuiti da Trump negli Stati Uniti. Ben più magro, al di là degli slogan da comunicatore, il pacchetto di 15 miliardi di dollari annunciato da Erdogan soprattutto in tagli alle tasse, sospensione dei pagamenti e in assegni a garanzia agli stipendi saltati.

Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse/Ap).

IL SOSPETTO DI OPACITÀ NEI NUMERI

L’Akp di Erdogan al potere dal 2002 è accusato di opacità sui numeri dell’epidemia. Prima della stretta del 27 marzo i dati sui morti e sui ricoverati che si era lasciato scappare lo stesso presidente cozzavano con quelli ufficiali, inferiori di alcune migliaia. Il bavaglio imposto alla stampa e al parlamento, con gli arresti e le modifiche costituzionali degli ultimi anni, non aiutano certo a fare chiarezza. «L’iceberg», dietro la punta dei casi emersi, denunciato anche dall’Associazione dei medici turca (Ttb) può far precipitare la Turchia nella condizione drammatica dell’Italia, poi di diversi altri Paesi occidentali. Le autorità, pronte a misure eccezionali, sembrano esserne consapevoli: è all’analisi del parlamento un’urgente riforma giudiziaria per rilasciare circa un terzo dei detenuti – esclusi i detenuti politici in gran parte curdi o filocurdi – così da alleggerire le carceri sovraffollate dal rischio di rapida diffusione del virus nelle celle.

IL RISCHIO PER IL MEDIO ORIENTE

La preoccupazione per la piega della pandemia in Turchia è fonte di preoccupazione anche nei Paesi mediorientali e del Nord Africa che, dalle Primavere arabe, risentono di una crescente influenza geopolitica di Ankara.

Gli scambi della Libia e della Siria con la Turchia sono intensi. Come quelli della Turchia con l’Iran. E quelli dell’Iran con la Cina.

Esposti alla diffusione del virus – o a gravi perdite economiche nei prossimi mesi – sono in particolare Stati disastrati dal 2011 come la Libia e la Siria: il governo islamista di Tripoli e gli islamisti di Idlib e di altri distretti del Nord della Siria dipendono dalle forniture commerciali e militari di Erdogan. Gli scambi con la Turchia sono intensi, come ancora lo sono per ragioni economiche tra l’Iran e la Turchia. L’Iran che, dal nuovo embargo americano importa merce ed esporta petrolio quasi unicamente con la Cina. In questo modo lungo la via della Seta tra la Cina, l’Iran e la Turchia si è diffuso il Covid 19 che dai contingenti turchi potrebbe presto spargersi anche tra le milizie siriane e libiche. E da lì ancor di più in Africa e in Medio Oriente.

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Pippa Bacca raccontata dal regista Simone Manetti

Il regista del documentario sull'artista milanese violentata e uccisa in Turchia nel 2008 ricorda questa donna «fuori dall'ordinario». E la potenza del suo ultimo progetto "Spose in viaggio". L'intervista.

È l’8 marzo del 2008 quando Pippa Bacca e Silvia Moro partono in autostop da Milano per Gerusalemme, con indosso un abito da sposa.

È l’inizio del progetto Spose in viaggio, che si sarebbe concluso drammaticamente il 31 marzo con la morte di Pippa Bacca, violentata e uccisa alle porte di Istanbul.

«Una donna fuori dall’ordinario», la definisce Simone Manetti, il regista di Sono innamorato di Pippa Bacca, documentario che ripercorre l’esperienza artistica di Giuseppina Pasqualino – 33enne nipote di Piero Manzoni – arrivato nelle sale il 5 marzo scorso, poco prima che lo tsunami del coronavirus si abbattesse sul Paese con la chiusura dei cinema e la sospensione di tutte le attività culturali.

DOMANDA. Perché il titolo Sono innamorato di Pippa Bacca?
RISPOSTA. Il titolo del documentario è molto stratificato, come l’arte di Pippa. In parte è una citazione-omaggio a una sua opera d’arte omonima. Aveva avuto una relazione con un avvocato milanese che a un certo punto le disse di non essere più innamorato di lei. Pippa allora reagì a questa delusione con l’arte.

Cioè?
Fece stampare 1.500 spille con la scritta «Sono innamorato di Pippa Bacca. Chiediti perché», e le distribuì alla loro cerchia di amici così ogni volta che il suo ex si sarebbe trovato di fronte a centinaia di persone che la indossavano, sarebbe stato costretto a chiedere loro il perché e magari a cambiare idea, cosa che poi non avvenne.

Cosa l’ha attratta di questa donna?
Mi sono innamorato di una figura di donna fuori dall’ordinario. Al di là dal raccontare una biografia e impedire alla memoria di dissolversi, l’auspicio è che il pubblico si innamori non tanto del film ma della persona e della sua storia che è di una potenza deflagrante: una donna vestita da sposa che attraversa diversi Paesi per portare un simbolo di pace. Mi sembrava un’immagine anche solo visivamente potentissima.

Anche al centro dei suoi lavori precedenti da A new family a Ciao Amore, vado a combattere, ci sono delle figure femminili.
Ho quasi sempre raccontato storie di donne, ma si tratta di un caso. Nel mio girovagare per trovare storie da raccontare, alla fine mi sono ritrovato davanti figure femminili. Non riesco a trovare un perché oggettivo e cosciente, ma mi affascina il modo delicato, struggente e potentissimo con cui le donne si rapportano al mondo e alla vita, che si tratti di affrontare un problema, di rinascere o di trovare una strada per portare avanti la propria idea.

Mi affascina il modo delicato, struggente e potentissimo con cui le donne si rapportano al mondo e alla vita, che si tratti di affrontare un problema, di rinascere o di trovare una strada per portare avanti la propria idea

Che rapporto ha instaurato con le donne di questa storia?
Strada facendo mi sono reso conto che il racconto giusto doveva avere una voce femminile. Ci siamo avvicinati prima alla famiglia di Pippa, solo successivamente a Silvia Moro. Non è stato facile riuscire a entrare in questi due mondi, perché da parte di entrambi c’era una sorta di reticenza, dovuta soprattutto al fatto che questa storia era stata già raccontata tante volte e in maniera sbagliata. Poteva apparire come l’ennesimo tentativo di speculazione e spettacolarizzazione.

E invece…
E invece superate le difficoltà iniziali ci sono state un’apertura e una generosità enormi anche nel rivivere il dolore; quando chiedi a delle persone di rivivere momenti come quelli, stai richiedendo uno sforzo emotivo non indifferente.

Come è stato da uomo raccontare una storia simile?
È stato naturalissimo, ho cercato di essere il più sincero e chiaro possibile spiegando fin dall’inizio quale sarebbe stata la direzione che avrei voluto intraprendere. Mi sono affidato al loro racconto emotivo, più che alla ricostruzione dettagliata dei fatti. Per una decina di giorni ci siamo rifugiati nella casa di campagna della famiglia di Pippa: cenavamo insieme, facevamo colazione insieme e ogni giorno parlavamo con una delle sorelle o con la madre.

La locandina del documentario di Simone Manetti.

Oggi, al tempo della sospensione del tempo e della ritualità sociale, qual è il senso di una performance come quella di Pippa Bacca e Silvia Moro?
Va in direzione diametralmente opposta. Loro due avevano la necessità di incontrare lo sconosciuto, noi abbiamo quella di evitare di incontrare anche i nostri cari. Pippa e Silvia andavano alla ricerca dell’umanità. L’autostop scelto come mezzo principale per spostarsi è il modo che più di qualsiasi altro ti costringe ad affidarti al prossimo e a instaurare una relazione umana con l’altro.

In molti allora dissero «se la sono cercata». Un giudizio che purtroppo ricorre davanti a molti casi di violenza sulle donne.
Un tentativo del documentario è proprio fare in modo che questa risposta non venga più utilizzata. Pensare «se l’è cercata» è quasi un meccanismo di autodifesa. Come dire: «A me non potrà accadere perché non mi metterò in quella condizione». Ammettere e accettare che ci sia qualcosa di strutturalmente sbagliato nella società ti costringe a porti nella condizione di dover risolvere un problema. Aver impedito a due donne di portare un messaggio di pace è umanamente inaccettabile.

Tornando all’attualità, la quarantena imposta per arginare il contagio da coronavirus è una condanna per le donne vittime di violenze e abusi da parte del partner.
Nel mondo ci sono delle quarantene “privilegiate” e situazioni invece di emergenza sociale che in questo momento rischiano di diventare ancora più pericolose di quanto non lo siano già quotidianamente. Non dovrebbero esistere e andrebbero risolte prima dell’esasperazione del momento.

Lei ha una figlia. Ha paura come padre?
Non vivo difficoltà particolari, se non quelle dovute al momento attuale. Ho sempre sognato di avere una bambina, immagino e sogno per lei una vita bellissima e che possa fare quello che vuole.

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Nuovi scontri al confine greco tra polizia e migranti

Lanci di lacrimogeni e pietre alla frontiera. Mentre Ankara parla di 142 mila profughi in cammino verso l'Europa.

Nuovi scontri al confine tra Turchia e Grecia, dove continuano a essere accampati migliaia di migranti che cercano di entrare nell’Ue. La polizia di frontiera di Atene ha sparato gas lacrimogeni e getti di cannoni ad acqua contro gruppi di persone che cercavano di oltrepassare la frontiera, mentre gli agenti turchi hanno risposto con lacrimogeni lanciati verso il lato greco. Lo riferiscono media locali.

PER ATENE LA TURCHIA HA FORNITO AI PROFUGHI UTENSILI PER TAGLIARE LE RECINZIONI

I migranti hanno risposto ai respingimenti con lanci di pietre. Fonti governative greche accusano la Turchia di aver compiuto «attacchi coordinati» per «aiutare i migranti ad attraversare la recinzione sulla linea di confine». Atene denuncia inoltre che Ankara avrebbe fornito ai profughi utensili per tagliare o danneggiare le recinzioni. La mattina del 6 marzo sono stati sgomberati alcuni accampamenti di migranti. Migranti che sono stati trasferiti su alcuni autobus. Non è ancora chiaro tuttavia se si tratta di uno spostamento lungo il confine o se le autorità di Ankara abbiano iniziato ad allontanarli progressivamente dalla frontiera.

OLTRE 140 MILA MIGRANTI VERSO IL CONFINE GRECO

Complessivamente, è salito a 142.175 il numero dei migranti che – secondo il ministro dell’Interno turco Suleyman Soylu – si sono diretti dalle zone interne del Paese verso la frontiera con la Grecia per cercare di entrare nell’Ue, dopo che il governo di Ankara ha annunciato una settimana fa che non li avrebbe più fermati. Il 5 marzo Soylu aveva parlato di 138 mila persone. Atene ha confermato finora circa 35 mila tentativi illegali di attraversamento impediti.

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Migranti, lo squadrismo greco che non disturba l’Ue

Pallottole mortali al varco terrestre con la Turchia. Arresti. Migliaia di fermi nei centri sulle isole. Richieste di asilo congelate. Mentre Bruxelles ringrazia per la protezione delle frontiere. Ecco perché se Erdogan è un cinico, Atene è incivile.

Non sono le acque libiche, ma quelle della Grecia. Si stenta a crederci, guardando le riprese chiarissime dei profughi in arrivo dalla Turchia mentre vengono respinti a bastonate dalle motovedette della guardia costiera ellenica, al largo dell’isola di Chios.

Traballanti gommoni di disperati, pieni di donne e minori, allontanati a colpi di fucile sparati in acqua e lambiti a tutta velocità dalle imbarcazioni delle autorità greche.

«Un orrore e una vergogna totale, contro ogni legge umanitaria ed etica», ha denunciato la Caritas greca, «perché la guardia costiera dovrebbe fare quanto è chiamata a fare, cioè rispettare le persone e salvare vite». Come impone il diritto internazionale, secondo la legge del mare. Invece accade che il suo operato venga plaudito dalla Commissione Ue. Che ringrazia per Atene per essere «il nostro scudo».

Grecia rifugiati Turchia Ue
Profughi accampati sulle rive turche dell’Evros, al confine con la Grecia. GETTY.

FRONTEX, LICENZA (ANCHE) DI SPARARE

Eppure le pallottole usate nell’Egeo, come ha rivelato nell’agosto 2016 Intercept, possono essere anche di piombo. Le ultime viste sparare a Chios erano di gomma, ma letali perché in grado di ribaltare o affondare un gommone. Ma negli ultimi due anni la guardia costiera greca, ha ricostruito l’inchiesta della rivista online, tra la Grecia e la Turchia si sono sparati anche proiettili “veri”. Sotto l’ombrello di Frontex, l’agenzia Ue per la difesa delle frontiere esterne, che nel Codice di condotta (articolo 20, comma 2) permette «l’uso delle armi come misura eccezionale, assoggettato ai principi di necessità e proporzionalità». Le regole d’ingaggio di Atene non violano i protocolli europei se, come è stato spiegato in risposta a un’interrogazione di un gruppo di europarlamentari, si sparano colpi di avvertimento in aria, mai contro gommoni, ma contro imbarcazioni, anche barchini di legno. La priorità, specie con altre centinaia di migliaia di siriani in fuga da Idlib, è «contenere la crisi e difendere le frontiere», ha ringraziato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

CHECK POINT DI SQUADRISTI NEOFASCISTI

Atene per Bruxelles, e per la maggioranza dei politici europei, fa il suo dovere. Le politiche sull’immigrazione del governo Mitsotakis sono durissime: il 95% delle richieste di asilo delle ultime settimane è stato respinto, centinaia di poliziotti sono stati mandati di rinforzo sulle isole degli sbarchi, dove si progettano nuovi centri per stranieri da rinchiudere ed espellere. Al montare della pressione alle frontiere, una settantina di migranti sono stati arrestati, tra le migliaia di bloccati, e sono state sospese per un mese le procedure per la richiesta d’asilo. Passi di dubbia legittimità, ma dall’Ue nessuna reprimenda. Nemmeno circa l’aiuto dato alle forze dell’ordine greche da squadracce dell’estrema destra per impedire la circolazione dei migranti. Gruppi di neofascisti hanno liberamente piantato una rete di check-point e conducono rastrellamenti sull’isola di Lesbo, la Lampedusa greca, anche contro gli operatori dei centri per migranti.

Il muro dell’Ue ai varchi terrestri tra Turchia e Grecia.

MIGLIAIA DI RIFUGIATI BLOCCATI NELL’EGEO

Un centro dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) è stato incendiato, case di attivisti assaltate. Dal 29 febbraio, secondo il ministero dell’Interno turco, più di 100 mila richiedenti asilo starebbero tentando di lasciare il Paese, una volta aperti i confini con la Grecia. Migliaia di profughi sono approdati tra Lesbo, Samos e Chios, isole già in uno stato critico da mesi: solo al centro profughi di Moria, a Lesbo, si trovavano 22 mila migranti, a fronte di 3 mila posti disponibili. Il governo ha interrotto i loro trasferimenti verso la terraferma. La condizione è sempre più esplosiva, anche per la popolazione locale afflitta dai gravi tagli negli anni della crisi, e di per sé in condizioni di privazione. Un bambino di 4 anni è morto, nel mar Egeo, sbalzato da un gommone di profughi ribaltato. Ma anziché governare l’emergenza umanitaria, Atene dispone esercitazioni militari della Marina davanti alle coste di Lesbo.

LEGGI ANCHE: Morto un migrante alla frontiera: è scontro tra Grecia e Turchia

GRANATE E PALLOTTOLE AL VARCO TERRESTRE

Via mare è più difficile fermare i flussi dalla Turchia alla Grecia, che via terra. Al varco di Kastanies, lungo il fiume Evron, sono stati bloccati più di 15 mila ingressi dal muro di agenti greci ammassato alle frontiere. Lì un siriano 22enne di Aleppo è morto per una pallottola di gomma alla gola. Altri profughi sono feriti dagli spari, anche di granate di lacrimogeni. Per la Cnn turca, la polizia greca usa «anche proiettili veri»: un’eventualità seccamente smentita da Atene, ma da quello che anche Frontex ha ammesso avvenire nell’Egeo è lecito dubitare. Testimoni hanno sentito diversi spari e visto arrivare ambulanze, i video documentano l’aggressività delle forze dell’ordine. Per Bruxelles i «confini della Grecia sono i confini dell’Ue». A conferma dell’irrigidimento, Frontex ha comunicato di essere «in stretto contatto» con le autorità greche, e di aver loro distribuito «attrezzature e supporto logistico per il monitoraggio».

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Morto un migrante alla frontiera: è scontro tra Grecia e Turchia

Secondo la prefettura della regione di Edirne un profugo è stato ammazzato dagli spari delle forze dell'ordine elleniche e altri cinque feriti. Ma il governo di Atene nega di utilizzare proiettili nelle attività di controllo del confine.

La crisi alla frontiera tra Grecia e Turchia, dopo la decisione del presidente turco Recep Tayyp Erdogan di aprire i confini per far passare i profughi nell’Unione europea, continua.

Il prefetto della provincia frontaliera turca di Edirne ha dichiarato che il 4 marzo almeno un migrante è stato ucciso e altri 5 sono stati feriti negli scontri con la polizia greca al confine turco, dove sono ammassate migliaia di persone che cercano di entrare nell’Ue. Il prefetto ha accusato le forze dell’ordine elleniche di aver «sparato utilizzando anche proiettili veri». Ma le autorità del governo greco hanno negato «categoricamente» di aver sparato ai migranti sul confine. E quella tra Ankara e Atene sembra essere anche una guerra di propaganda.

Intanto Erdogan ha chiesto nuovamente il sostegno europeo in Siria, dicendo esplicitamente che questa è la posta se Bruxelles vuole risolvere la
questione migranti. Secondo organizzazioni non governative siriane, un milione e mezzo di civili sono stati sfollati negli ultimi mesi nella regione di
Idlib.