Le Marche strette tra ricostruzione post-sisma ed emergenza coronavirus

Prima il terremoto poi i contagi. Eppure la piccola regione orgogliosa cerca di resistere facendo rete. Davvero.

C’è una regione che nella tregenda generale se la passa peggio delle altre anche se nessuno se ne accorge perché è una regione piccola, orgogliosa, abituata a ricevere niente e chiedere ancora meno.

Le Marche uniscono il Nord del Paese al Sud, ci passano tutti e da anni non vivono altro che emergenze.

PESANO ANCORA LE MACERIE DEL TERREMOTO

Prima un terremoto devastante che ha lasciato macerie persistenti, fuori e dentro, paesi uccisi, genti sfollate, migrate per sempre lungo la costa con in cuore la nostalgia del nulla perduto, ancora 51 chiese da aggiustare dopo tre anni e mezzo e i commissari straordinari alla ricostruzione si susseguono, come i tavoli, l’ultimo l’altro giorno ad Ancona: promesse rinnovate di interventi «non più procrastinabili» e semplificazioni burocratiche imminenti, quanto a dire che quel che si poteva fare non lo si è mai fatto per volontà del dio della Burocrazia che ha tanti figli ma nessun colpevole; e già pare un successo strepitoso aver rimosso più o meno tutte le macerie e sistemato più o meno tutti i profughi.

UN’EMERGENZA INFINITA

A tre anni e mezzo da una rovina che ha scavato un buco di sconfitta, per brevità chiamato cratere, nel quale trovano posto tutte le zone ferite: alla fine dello scorso agosto, 49 mila costruzioni inagibili, 30 mila marchigiani sfrattati, 2 mila soluzioni abitative di emergenza realizzate su 75 aree e un numero incalcolabile di interventi per la messa in sicurezza. Totale: circa un miliardo di spesa.

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Non c’è accordo neppure sul futuro: proroga dopo proroga, il governo di Roma ha fissato il 31 dicembre 2020 come termine ultimo dell’emergenza, ma il presidente regionale dell’Anci, Maurizio Mangialardi, pretende a nome di tutti, nessuno escluso che l’emergenza non finisca prima del 2024, il che la dice lunga nella fiducia corrente per la «ricostruzione non più procrastinabile» che nel frattempo non è neanche partita.

Adesso nella piccola regione, specie la sua parte meridionale, che chiamano affettuosamente «Marche sporche», non c’è più nessuno. Alle 10 di mattina non c’è più nessuno. Per le strade, lungo i mercati, sulla spiaggia del mare, non si vede nessuno

IL VIRUS NELLA REGIONE CUSCINETTO

Su questo scenario di guerra si è innestata l’altra calamità, quella del coronavirus. Curiosamente ma non troppo, le piccole Marche risultano la regione dove il contagio si va propagando a ritmi pesanti: al 10 marzo, 394 infetti con 13 decessi, sette solo nell’ultimo giorno, tutti della provincia di Pesaro e Urbino, con età fra gli 80 e i 94 anni, persone il cui già precario stato di salute è stato stroncato definitivamente dal virus. Nel solo capoluogo regionale, Ancona, i casi sono cresciuti di 18 unità in 24 ore, attestandosi a quota 81; 296 quelli di Pesaro (50 in più nelle 24 ore), che sconta la vicinanza a Rimini; 11 nel Maceratese, 6 nel Fermano. Nessuno, finora, nell’Ascolano dove, per non sbagliare, hanno dirottato alcuni rivoltosi del carcere modenese, uno dei quali subito stroncato da overdose di farmaci. Le Marche sono la regione-cuscinetto per i guai nazionali.

UN LAZZARETTO LUNGO E STRETTO

E la sua piccola pandemia nell’epidemia è curiosa ma fino a un certo punto: la regione, a forte vocazione calzaturiera, da tempo si rivolge all’estremo oriente per salvaguardare quel che resta del suo export. Rapporti privilegiati, sospettano in molti, continuati fino a poche settimane fa tra fiere di settore e viaggi di sponda, per scali agganciati, tanto più che si era ancora nella fase della minimizzazione del rischio, del semplice blocco dei voli diretti da e per la Cina.

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Ipotesi, niente di più, che testimoniano della disperata necessità di trovare una causa, una spiegazione, una luce, anche malata, che però tragga dal buio dell’ambiguità. Sta di fatto che adesso le Marche sembrano un lazzaretto lungo e stretto. E non si riesce a dire, cosa siano quei borghi selvaggi, quei villaggi meravigliosi, così disertati, ancora più derelitti.

PRENOTAZIONI IN FUMO

Già le prenotazioni per le vacanze di luglio, di agosto sono svanite, cancellate, rinnegate dalla prima all’ultima. Già troppi di quegli arrocchi di case stupendamente antiche erano abbandonati a loro stessi, spinti da una crisi endemica che ha fatto piazza pulita degli ultimi giovani, volati via come rondini d’autunno alla caccia di qualsiasi cosa ma lontano da lì. E già la processione di botteghe, di locali, di negozi languiva in un rosario di saracinesche decedute. Adesso nella piccola regione, specie la sua parte meridionale, che chiamano affettuosamente «Marche sporche», non c’è più nessuno. Alle 10 di mattina non c’è più nessuno. Per le strade, lungo i mercati, sulla spiaggia del mare, non si vede nessuno. C’è la morte in giro, solo lei.

LA DISPERAZIONE DIGNITOSA DI UN COMMERCIO CHE NON C’È PIÙ

Eppure questa gente. Che si rintana in casa ma non chiede niente. Che non smette di sorridere, perfino tristemente. Che aspetta un altro sole, certa che arriverà. E si adegua da sola, senza colpi di testa, senza assalti a forni e supermercati, infila le sue mascherine, fa la fila ordinata, evita litigi puerili e recupera la gentilezza. Altro che movida per viziati e capricci da influencer. Qui, nelle Marche, tutti fanno la loro parte anche se serve a poco, anche se poco resta da fare. Qui hanno fatto rete davvero: tra gli ospedali, e 400 posti letto tra già disponibili e nuovi dedicati, divisi per terapie intensive, semintensive, degenze specialistiche, post critici. E nessuno perde la testa e tutti accettano senza bestemmiare questo destino bastardo che stratifica tragedie. E già i negozi, quelli che sopravvivono, si colorano di cartoncini con gli sconti: -20%, -30%. Grida disperate, ma piene di dignità, a un commercio che non c’è più.

Qui hanno fatto rete davvero: tra gli ospedali, e 400 posti letto tra già disponibili e nuovi dedicati. Nessuno perde la testa e tutti accettano senza bestemmiare questo destino bastardo che stratifica tragedie

Chi scrive sabato ha trasgredito il coprifuoco di fatto, non ancora formalizzato. È andato a concedersi un piatto di paccheri allo scoglio nella trattoria che è seconda casa, è ufficio, è rifugio. C’è andato perché i gestori più che amici sono fratelli, perché riaprivano proprio quel giorno e tornare è il rituale di ogni anno che segna la fine dell’inverno, il princìpio di una stagione carica di allettanti promesse (e di paccheri, di spaghetti alle vongole, di strepitosi antipasti di mare). Non è che fossimo soli. Altri non s’erano rassegnati, insieme a noi, a questa punizione immeritata. Di spazio fra i tavoli ce n’era. Ma non avevamo mai vissuto una riapertura con tanta rassegnazione. La festa non c’era più, restava la disperata speranza. Abbiamo mangiato quasi con rabbia, scherzato con rabbia, poi una sigaretta sotto la luna quasi a chiederle: ma perché? Ma la luna non rispondeva. Siamo tornati a casa. In giro, neanche la morte. Siamo tornati a casa. E poi non siamo usciti più.

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La pizza al coronavirus e le altre prese in giro dell’Italia all’estero

Il video di Canal+ è solo l'ultimo di una lunga serie di sfottò, specialmente quando accadono tragedie. Dalle vignette di Charlie Hebdo sul terremoto del 2016 e sul crollo del ponte Morandi, alle copertine dello Spiegel su Costa Concordia e mafia.

La pizza al coronavirus è soltanto l’ultima di una lunga serie di prese in giro nei confronti dell’Italia da parte dei media stranieri. In particolar modo quando accadono tragedie. Questa volta è toccato all’infezione che ha portato il nostro Paese al primo posto in Europa per numero di contagiati e di vittime.

TOSSE SOPRA LA PIZZA APPENA SFORNATA

L’emittente francese Canal+ ha voluto scherzarci su con il video di un pizzaiolo italiano che tossisce malamente sul nostro piatto tipico appena sfornato, un’ironia che ha messo a dura prova i rapporti tra Francia e Italia. Ma già altre volte sono successi episodi simili, con diversi media, anche in occasione del terremoto nel Centro Italia nel 2016, del naufragio della Costa Concordia nel 2012 e del crollo del ponte Morandi nel 2018.

CHARLIE HEBDO E LA SATIRA SUL TERREMOTO

Rimanendo sempre in Francia, il settimanale satirico Charlie Hebdo pubblicò nel 2016 due vignette sul sisma che colpì i comuni da Accumoli, in provincia di Rieti, e Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno.

La vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto del Centro Italia nel 2016
La prima vignetta pubblicata su Charlie Hebdo sul terremoto del Centro Italia nel 2016

Sisma all’italiana“, titolava il giornale sulla tragedia, chiamando «Penne al sugo di pomodoro» e «gratinate» i feriti sporchi di sangue e «lasagne» le vittime seppellite dalle macerie. Il settimanale pubblicò poi una seconda vignetta, questa volta su Facebook, dopo le critiche ricevute, con la scritta: «Italiani… non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!».

La seconda vignetta sul terremoto del Centro Italia

IL PONTE MORANDI PULITO DAI MIGRANTI

Lo stesso giornale satirico, nel 2018, pubblicò in copertina una vignetta sul crollo del ponte Morandi a Genova, che causò la morte di 43 persone: «Costruito dagli italiani… pulito dai migranti».

La copertina di Charlie Hebdo sul crollo del ponte Morandi

DER SPIEGEL: DALLA COSTA CONCORDIA ALLA MAFIA

Non sono stati solo i media francesi a prendere in giro l’Italia sulle tragedie. Uno dei principali giornali che ha messo nel mirino il nostro Paese è stato il settimanale tedesco Der Spiegel.

La copertina dello Spiegel sul naufragio della Costa Concordia

In occasione del naufragio della Costa Concordia, nel 2013, il settimanale titolava: «Crociera verso il disastro. Registro di un fallimento fatale». E, in articolo, Jan Fleischhauer scriveva: «Mano sul cuore: qualcuno si è forse meravigliato del fatto che il capitano della Costa Concordia fosse italiano? Ci si può immaginare che a compiere una simile manovra, inclusa la fuga successiva, potesse essere un tedesco oppure, diciamo anche, un capitano di marina britannico?».

Di nuovo, nel 2018, lo Spiegel dedicò un’altra copertina all’Italia. Questa volta, nessuna tragedia. Nel sottotitolo si leggeva: «Come l’Italia si autodistrugge e trascina l’Europa con sé».

La copertina dello Spiegel pubblicata durante i Mondiali di calcio del 2006

Anche se la copertina più famosa rimane quella pubblicata durante i Mondiali di calcio del 2006: una pistola sopra un piatto di spaghetti, un chiaro riferimento alla mafia.

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Il sisma del 2016 e i militari al servizio dei terremotati

Da oltre 1.100 giorni presidiano le zone del Centro Italia colpite dalle scosse. Con la ricostruzione a rilento, gli abitanti hanno smesso di fidarsi dei politici. E si affidano a esercito, polizia, carabinieri e vigili del fuoco. Il reportage di L43.

Sono passati oltre 1.100 giorni dal sisma che ha squassato il Centro Italia. E dura da tre anni il calvario dei terremotati, quelli che hanno visto davanti ai loro occhi case sgretolarsi in polvere o sventrate. Hanno visto in faccia la morte. Il monte Vettore, rilievo più alto dell’Appennino umbro marchigiano con i suoi 2.476 metri di altezza, si è squarciato per 22 chilometri dopo la scossa del 30 ottobre del 2016.

Sisma 2016 esercito
Le macerie e i detriti lasciati dal sisma.

SENSO DI IMPOTENZA E CASI DI SUICIDIO

Quando si parla con un terremotato, hanno tutti lo stesso viso. Segnato fisicamente e psicologicamente da quell’evento così distruttivo. Affranto, disperato. Nei loro occhi lucidi, ricordi indelebili perché in una manciata di secondi hanno perso tutto. Alcuni di loro si sono suicidati in questi tre anni, perché il dolore ha preso il sopravvento sulla voglia di vivere. Hanno un pesante senso di impotenza. Non credono nei politici, perché disillusi da tante promesse e aspettative vane. Quel filo flebile di speranza è attaccato alla presenza di militari che presidiano le loro zone.

IN UN ANNO IMPIEGATI 50 MILA MILITARI

Attualmente sono oltre 400 carabinieri di prossimità in rinforzo alle organizzazioni territoriali, forestali oltre ai raggruppamenti mobili che sono accanto a loro. Gli uomini dell’esercito fanno avanti e indietro dalle caserme nei luoghi terremotati per non far mancare la loro presenza, con presidi. In totale sono stati impiegati circa 50 mila militari in 365 giorni di operazioni l’anno.

PREVENZIONE DELLO SCIACALLAGGIO

La polizia di Stato con pattuglie fa sorveglianza per la prevenzione dello sciacallaggio, secondo i turni stabiliti dalle questure. Sono uomini delle forze armate e di pubblica sicurezza al fianco dei terremotati, dove il tempo si è fermato da agosto del 2016.

ALCUNI TERREMOTATI ANCORA IN ALBERGO

Il cratere sismico è un territorio che comprende 138 comuni per 250 chilometri quadrati. Ancora macerie per terra, case ancora pericolanti, zone rosse con borghi e paesi fantasma. Una desolazione. Alcuni terremotati in attesa delle casette sono ancora in albergo, spostati come pacchi postali da un residence a un altro. La popolazione è arrabbiata. Esasperata. Si sente abbandonata dai politici. Una donna a Caldarola, nella provincia di Macerata, si sfoga: «Basta selfie, passerelle elettorali, promesse mai mantenute. Non credo più a loro».

Non mi importa che siano di sinistra o di destra. Vengono qui solo per prenderci in giro. Quando fa comodo a loro. Per i voti


Una donna di Caldarola

E poi continua: «Non mi importa che siano di sinistra o di destra. Vengono qui solo per prenderci in giro. Quando fa comodo a loro. Per i voti. Poi spariscono. Di noi non gliene importa nulla a nessuno. I nostri angeli custodi sono i vigili del fuoco, i carabinieri, i ragazzi dell’esercito. Fantastici. Sempre presenti. Loro non ci hanno mai abbandonato. Stanno lì ore e ore accanto a noi. Giorno e notte. Qui ci sono ancora scosse. Ma con loro ci sentiamo più tranquilli. Sono veramente angeli scesi in terra».

FRENATI DAGLI OSTACOLI BUROCRATICI

Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata del Tronto, spiega: «Abbiamo avuto quattro governi, ma non sappiamo ancora chi sono i nostri interlocutori». Il primo cittadino di Castelsantangelo su Nera, Mauro Falcucci, racconta: «Nessuno rimuove gli ostacoli burocratici. Dopo tre anni siamo dimenticati».

Rivoglio la mia vita! Questa non lo è! È tanto difficile da far capire a Roma?!


Giulio, di Norcia

Giulio, 68 anni di Norcia, che prima delle scosse aveva una casa e un salumificio, ora completamente distrutti, sbotta: «Non vogliamo che venga a trovarci nessuno politico. Non li vogliamo! Non vogliamo vedere le loro facce ipocrite a presenziare cerimonie commemorative, per darci una pacca sulla spalla. Poi loro comodi nelle loro case e noi in mezzo al niente. Perché è pura presa per i fondelli. Solo i carabinieri e i militari dell’esercito che stanno qui sanno quante lacrime versiamo ogni giorno. Lo scriva pure, che siamo incavolati neri. Rivoglio la mia vita! Questa non lo è! È tanto difficile da far capire a Roma?!».

«SI PARLA DI RICOSTRUZIONE NEL 2049»

Rosella, 47 anni, si avvicina e ci racconta: «Prima speravo in qualcosa. Ora non più. Speravo in una casa degna di essere chiamata tale. Speravo in una ricostruzione veloce, ma se ne parla forse nel 2025. Ho letto che per il 2049 queste zone risorgeranno. Nel 2049, ha capito bene?! Quando io avrò quasi 80 anni! Ci hanno ripetuto in tanti, in giacca e cravatta o con felpe, che ci sarebbero stati vicino. Che non ci avrebbero lasciati soli. Si giri intorno e guardi come è Norcia. Mi dica cosa vede e chi vede… militari, solo loro».

Sisma 2016 esercito
Le operazioni sui luoghi del sisma stanno andando avanti da anni.

LA VICINANZA DEGLI UOMINI IN DIVISA

Isabella, di Camerino, dice: «Erano passati pochi giorni dalla scossa del 30 ottobre. Ero dentro una Panda rossa, insieme con quattro vigili del fuoco, quattro omoni, che mi accompagnavano per la prima volta nel mio negozio in centro sventrato. Varcammo la zona rossa. Avevo attacchi di panico. Stavo malissimo. Non sapevo cosa avrei trovato. Aprirono il negozio a forza e entrarono per primi. Uno di loro rimetteva con cura e un rispetto tale gli oggetti delicati dentro una scatola. Sapeva che rappresentavano il mio lavoro. Una sensibilità mai vista». La donna continua a ricordare: «Ci hanno visti piangere. Ci hanno visti tremare di paura. Pietrificati e frastornati. Uomini come noi, nascondevano i loro timori sotto quei caschi e dentro quelle divise, per farci coraggio. La loro presenza, come quella dell’esercito ci ha dato garanzia di sicurezza. Ci rassicuravano e ci tranquillizzavano con fare affettuoso. Gentile e professionale. Non li ho più visti. Auguro a questi uomini il meglio della vita, perché la loro è una vera missione d’amore». Ecco allora la stima di quanti sono gli uomini delle forze armate e di pubblica sicurezza che, in tre anni di scosse, sono stati accanto ai terremotati.

VIGILI DEL FUOCO: ANCHE SOLO PER SUPPORTO ALLA POPOLAZIONE

All’alba del 24 agosto del 2016, subito dopo la scossa ad Amatrice, erano già 1.000 sui luoghi della tragedia con 400 mezzi e sei elicotteri. Il giorno dopo altri 1.300 con 600 mezzi nella ricerca delle persone sotto le macerie oltre ai nuclei cinofili. Le squadre, supportate dal personale Usar (acronimo di Urban search and rescue, ossia i vigili del fuoco specializzati nel soccorso in disastri da Amatrice all’hotel Rigopiano, da Ischia al ponte Morandi di Genova) hanno salvato 449 vite. Altre squadre, in sinergia con le forze armate, hanno liberato le strade, per permettere ai mezzi di soccorso di raggiungere i luoghi isolati, coadiuvandosi nella ricerca di persone disperse. Oltre 1.200 interventi al giorno. Molti uomini sono stati impiegati solo per il supporto alla popolazione attraverso il recupero di beni di prima necessità nelle case sventrate o nei centri commerciali inagibili. Per la prima volta in una emergenza così critica e devastante, hanno utilizzato i droni che hanno permesso di effettuare aeromappature panoramiche dei centri colpiti dal sisma, un’area di 250 chilometri, per coadiuvare al meglio i soccorsi. Oltre a individuare gli edifici lesionati.

CARABINIERI: MEDIA GIORNALIERA DI 500 UOMINI

Ancora nel container la stazione dei militari di Pievetorina, nel Maceratese, in attesa della ricostruzione.

Sisma 2016 esercito
La stazione-container dei carabinieri nel comune di Pieve Torina.

Il giorno della prima scossa, l’Arma è intervenuta con oltre 420 militari, dei quali 180 dalle Legioni Umbria, Marche e Lazio, altri 150 invece dall’organizzazione mobile (8° Reggimento Lazio, 7° Reggimento Trentino Alto Adige, 11° Reggimento Puglia, e 13° Reggimento Friuli-Venezia Giulia). Secondo i dati forniti dallo Stato maggiore Difesa, altri carabinieri sono intervenuti da reparti speciali o con incarichi specialistici, con la presenza di unità cinofile, ambulanze, due elicotteri, due carri ristoro, altri carri soccorso e stazioni mobili. Nei giorni seguenti dalla scossa che ha colpito il Centro Italia il numero dei militari è aumentato con una media giornaliera di 500 carabinieri nei luoghi colpiti dal sisma, oltre il personale dei reparti speciali, tra cui quello medico per il supporto sanitario e psicologico, quello del Ris, della tutela patrimonio Culturale, tutela Ambiente e tutela Salute. I carabinieri che hanno fornito supporto nella fase emergenziale del sisma provenivano maggiormente dai reparti del Centro Italia, cioè le legioni Umbria, Lazio e Marche, oltre al 5° Reggimento Emilia-Romagna, 6° Battaglione Toscana aggiungendosi così agli altri militari già stabili nei luoghi terremotati, aiutando la popolazione anche allestendo cucine da campo a Muccia, nel Maceratese.

ESERCITO: TASK FORCE E RINFORZI

Dopo la prima botta l’esercito era già sul luogo dalle prime ore dell’alba con unità di pronto intervento per le pubbliche calamità del Genio che ha operato congiuntamente con la protezione civile e i vigili del fuoco. Nella fase emergenziale è stata avviata l’operazione “Sabina”, una task force denominata “raggruppamento sisma” con un rinforzo di 1.000 uomini, 300 mezzi e assetti speciali come i droni. Oltre alla ricerca e soccorso di persone sotto le macerie, i militari hanno contribuito in sinergia con le altre forze armate alla rimozione di macerie e al ripristino della viabilità, come nel caso della realizzazione di una struttura con materiale da ponte Bailey nella zona Ponte delle Rose, nel Reatino. Inoltre su richiesta del ministero dell’Interno e nell’ambito dell’operazione “Strade sicure” è stata schierata una task force di sicurezza con 215 uomini per presidiare le zone inagibili e disabitate come contrasto allo sciacallaggio, oltre al supporto per la creazione di soluzioni abitative d’emergenza (Sae). Con le repliche del 26 e 30 ottobre del 2016, l’esercito ha inviato altri rinforzi arrivando così a 1.454 uomini con 551 mezzi che hanno aiutato i terremotati soprattutto marchigiani con supporto diretto e lo schieramento di quattro cucine campali a Cingoli, Visso, Pioraco e Norcia e si predispongono presidi fissi nelle zone rosse del cratere sismico. Su richiesta della protezione civile il 7 agosto del 2017, l’esercito ha inviato altre 300 unità, per accelerare la fase della ricostruzione con la verifica di agibilità, la demolizione di case e la rimozione delle macerie.

Sisma 2016 esercito
Paesi ridotti in polvere e ancora tutti da ricostruire dopo il terremoto del 2016.

POLIZIA: CON PICCONI, GUANTI E TELI

Secondo i dati forniti dal Viminale a distanza di tre anni dalla prima scossa sono stati impiegati 15.805 uomini del reparto Mobile, 18.946 unità del reparto Prevenzione crimine, 23.960 poliziotti della Stradale e 21.502 agenti territoriali. Fianco a fianco ai terremotati. Solitamente li vediamo in servizio con scudo, sfollagente e lacrimogeni. Durante il sisma erano con picconi, guanti e teli per scavare. Erano nelle strade spaccate con città collassate a cercare di fare un varco percorribile per i soccorsi. Dopo la fase emergenziale sono sempre lì nell’anti-sciacallaggio.

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