L’Iran non può diventare il Cigno nero del Medio Oriente

La mancata trasparenza sulla crisi coronavirus, il braccio di ferro con gli Usa sul nucleare, la brutale repressione delle proteste e l'eliminazione di migliaia di candidati alle ultime elezioni. Il regime è a rischio implosione. Ma è uno scenario che nell'area non conviene a nessuno. L'Europa lo tenga a mente.

Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri dell’Iran, ha delle riconosciute capacità diplomatiche corroborate dalla notevole dote di saper suscitare empatia, ma la sua recente sortita sul collegamento tra sanzioni economiche e terrorismo medico da parte dell’Amministrazione statunitense – «Donald Trump rende più stringenti le sanzioni illegali statunitensi per impoverire le risorse iraniane necessarie per combattere il coronavirus, mentre i nostri cittadini muoiono» – è andata francamente fuori dal recinto delle più singolari strumentalizzazioni.


Intendiamoci, è un dato di fatto che le sanzioni Usa abbiano prodotto e stiano producendo pesanti ripercussioni sul più diversi ambiti del sistema economico e sociale e del Paese, ivi compreso verosimilmente anche quello sanitario. Ma è altrettanto indiscutibile anche la cortina fumogena con la quale il regime iraniano ha cercato di nascondere prima e di minimizzare poi la portata della diffusione del contagio nel Paese.

Aprendo uno scenario che è andato ormai al di là anche dell’esempio del regime cinese che, dopo un iniziale tentativo di tenere in ombra quanto stesse succedendo, ha compreso che per avere successo nell’affrontare il contagio occorreva guadagnarsi la fiducia della gente e quindi raccontare la verità.

LA MANCATA TRASPARENZA DI TEHERAN SULL’EMERGENZA CORONAVIRUS

Nel caso dell’Iran invece ci sono un governo che appare quanto meno “reticente” volendo ricorrere a un eufemismo, una popolazione scettica e un’infezione dilagante. Il Paese in questo modo rischia di divenire, se già non lo è, un epicentro del coronavirus e dunque un pericolo per la sua popolazione e per il mondo. Le immagini e le notizie che comunque sono arrivate all’attenzione internazionale sono inquietanti: non solo e non tanto per il numero crescente di dirigenti risultati positivi anche ai più alti livelli del regime e del parlamento, ma anche per lo stridente contrasto (tra 1 e 7 volte) tra il numero degli infettati non letali e dei morti dichiarati ufficialmente e quelli che risultano dalle inchieste condotte nel settore medico. Ma c’è di più. Malgrado il blocco annunciato di tutti i voli da e per la Cina, la Mahan Air, una compagnia privata messa sotto sanzioni statunitensi per il suo ruolo nei traffici di armi e i legami con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, continua ad andare e venire tra Teheran e Pechino. Probabilmente per le necessità dell’alleato Bashar al Assad nell’area di Idlib nel nord ovest della Siria.

LA RETORICA DEGLI USA-GRANDE SATANA NON FUNZIONA PIÙ

Negli ultimi giorni la situazione sta mutando. L’allarme monta, ma con un evitabile ritardo legittimato anche dalle parole di Hassan Rouhani che pur raccomandando attenzione alle indicazioni delle autorità sanitarie suonavano così: «Dobbiamo comunque continuare nel nostro lavoro e nelle nostre attività. Il contagio è uno dei complotti dei nostri nemici per spargere la paura e fermare il Paese». A queste sono seguite quelle sprezzanti con le quali Rouhani ha respinto l’offerta di assistenza che Trump si era detto pronto ad avanzare se Teheran lo avesse chiesto, definendola una «maschera di compassione» accompagnata dalla sollecitazione a revocare almeno le sanzioni sui medicinali.
Ma si è avuta più che l’impressione che questo ritorno alla strategia più o meno occulta del nemico numero uno, il grande Satana, stia ormai funzionando solo in parte, soprattutto nella fascia più urbana e acculturata del Paese che non nasconde più la delusione, l’irritazione e la sfiducia nei riguardi di un regime che non ha esitato a mettere sotto il tallone di una brutale repressione anche le più disarmate manifestazioni di protesta; che ha ammesso a denti stretti – e solo quando non poteva più reggere la versione dell’incidente tecnico – la responsabilità della propria contraerea nell’abbattimento dell’aereo ucraino (176 morti) nel gennaio scorso; che ha scartato circa 7 mila iraniani potenzialmente scomodi che intendevano candidarsi alle elezioni parlamentari.

IL BRACCIO DI FERRO SUL NUCLEARE

Non è secondario, in questo contesto, l’atteggiamento assunto dal regime in materia nucleare in risposta all’improvvido ritiro unilaterale degli Usa dall’accordo del 2015, peraltro ampiamente annunciato in campagna elettorale da Donald Trump. Lasciando pure da parte la possibilità di una risposta in chiave potenzialmente costruttiva resa impraticabile dal comprensibile orgoglio nazionale ferito, l’obiettiva difficoltà di ottenere adeguate “compensazioni” dagli altri firmatari, Paesi europei in testa, poteva essere progressivamente metabolizzata e rivisitata nei termini resi percorribili da quella consumata abilità diplomatica riconosciuta a Teheran. Si è optato invece per la logica del braccio di ferro, fatalmente claudicante nelle obiettive condizioni di forza rispettive e soprattutto si è deciso di fare di quella logica la leva di una duplice dimostrazione muscolare: da una parte assumendo atteggiamenti e comportamenti marcati da manifesta minaccia alla già assai precaria stabilità regionale nell’area del Golfo; dall’altra, assumendo la responsabilità di procedere a unilaterali discostamenti dalle regole stabilite nell’accordo nucleare e arrivando a vietare all’Aiea l’accesso a determinati siti. Ciò ha indotto non pochi osservatori a domandarsi la ragione per la quale Teheran che per un verso non intende ri-sedersi al tavolo negoziale per un altro non lo abbandoni e continui a considerarsi legata all’accordo nucleare. E a osservare che un accordo ritenuto impopolare tra i conservatori più duri del regime, difficile da negoziare e deludente nei risultati prodotti trovi tanto sostegno. Anche adesso che le possibilità di ritrovarsi Trump rieletto non sono affatto peregrine e Teheran non può non avvertire i rischi di essere considerato il cigno nero del Medio Oriente.

VA RIPENSATO UN MODUS VIVENDI NELL’INTERA AREA

C’è da chiedersi se proprio la minaccia del coronavirus, con tutto ciò che sta comportando in termini di contagio e di ripercussioni socio-economico-finanziarie già pesantemente in atto, non possa costituire il punto di partenza per una rinnovata riflessione sul come ritrovare un modus vivendi regionale scevro per quanto possibile da ambizioni egemoniche che a conti fatti sembrano inattuali. A dire il vero vi aveva fatto cenno lo stesso Iran con la proposta di un Piano di pace per lo stretto di Hormuz (coalizione della speranza) lanciata il 22 settembre alle Nazioni Unite e rimasta sostanzialmente inascoltata perché in quel momento ritenuta strumentale. Vi hanno per contro fatto seguito proposte similari avanzate da altri Paesi del Golfo, da ultimo gli Emirati che sembra possano avere migliore fortuna. E ciò in considerazione del momento critico in cui versa un Iran esposto al rischio di implosione del regime, con un clima di generale insofferenza della popolazione a una leadership spietata; rischio che nessun avversario regionale può considerare un esito auspicabile rispetto invece alla possibilità di ricercare un ordine regionale degno di questo nome che nessuno al di fuori dei membri della regione stessa può mettere in piedi e offrirvi le dovute garanzie in termini di non aggressione e di non interferenza negli affari interni degli altri.

L’EUROPA COLGA OGNI OCCASIONE DI DIALOGO

Qualche parvenza di disponibilità politica in tal senso sembra in corso di incubazione in questo delicato e travagliato momento. E il tempo che manca alle prossime elezioni presidenziali offre una finestra che non si dovrebbe mancare. L’Europa che tanto a cuore ha l’accordo nucleare e si appresta a vivere una fase di crescenti criticità dovrebbe avere tutto l’interesse a incoraggiare questi primi, embrionali segnali; con la discrezione del caso e tenendo ben in conto i limiti attuali dell’agenda regionale iraniana. È una sfida ardua che sembra perdente di fronte alla politica di spartizione delle aree di influenza in atto nella regione, ma rinunciare ad affrontarla porterebbe a conseguenze certamente peggiori.

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Aereo ucraino precipita dopo il decollo all’aeroporto di Teheran

Almeno 176 morti. La causa del disastro sarebbe un problema tecnico.

Strage all’aeroporto di Teheran. Un Boeing 737 dell’Ukraine International Airlines è precipitato subito dopo il decollo. Nessun superstite: i morti sono almeno 176.

LA CAUSA DEL DISASTRO SAREBBE UN PROBLEMA TECNICO

Secondo i media russi, l’aereo era partito alle 5 del mattino ora locale ed era diretto a Kiev. È precipitato in un campo alla periferia di Teheran. Le autorità iraniane hanno indicato un problema tecnico come causa dell’incidente, ma l’esatta dinamica è ancora tutta da verificare.

GLI USA VIETANO AI VOLI COMMERCILI DI ENTRARE NELLO SPAZIO AEREO IRANIANO

Intanto la US Federal Aviation Administration ha vietato a tutti i voli commerciali di entrare nello spazio aereo iraniano e iracheno, dopo l’attacco contro le basi militari americane in Iraq. Sottolineato il «rischio» di «possibili errori di calcolo» in caso di lancio di missili.

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