Avvocati, se l’intelligenza artificiale bussa allo studio

L’ultima frontiera della tecnologia si chiama legaltech. Uno sguardo agli intrecci tra giustizia e algoritmo.

Sembra impossibile collegare l’intelligenza artificiale alla giustizia, che è materia umana per definizione, soggetta a variazioni nel tempo e nello spazio, come anche da persona a persona. Eppure, l’ultima frontiera della tecnologia riguarda proprio il legaltech, come si dice in gergo. Non si parla certo di giudici-robot, ma dell’equivalente del fintech in ambito giuridico. La Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej, 2018) ha anche pubblicato una “Carta etica europea sull’Intelligenza Artificiale applicata ai sistemi giudiziari”, ma poi è costretta ad ammettere di essere indietro. Va meglio, invece nel privato. Studi di avvocati e direzioni affari legali si stanno progressivamente dotando di strumenti informatici che semplificano il lavoro “legale”; software che, come il migliore dei praticanti, in pochi minuti ricercano, confrontano e analizzano le sentenze e i precedenti. O che, grazie ad un algoritmo, ordinano pile di documenti, i vecchi faldoni.

UN SETTORE DALLE GRANDI PROSPETTIVE DI CRESCITA

Già esistono diversi strumenti per un settore dalle grandi prospettive di crescita e che già oggi rappresenta un mercato da 7,5 miliardi di dollari. Qualche mese fa la società canadese che sviluppa law practice management Clio ha incassato 250 milioni di dollari di finanziamento per i suoi progetti. La statunitense Onit si è fermata a 200 milioni. La multinazionale della consulenza Gartner Group – qualcuno la definisce la Standard & Poor’s dell’Information Technology – ha stilato una classifica dei migliori prodotti nel suo Market Guide di Enterprise Legal Management Solution. E tra i primi dieci al mondo ci ha infilato anche l’italiano Teleforum SaaS in modalità cloud, sviluppata dalla Eustema guidata da Enrico Luciani in collaborazione con il Cnr e la Bicocca di Milano. Si tratta di uno strumento che consente di svolgere alcune funzioni decisamente utili, come recuperare velocemente, in digitale, e ordinare, tutti i precedenti simili in uno studio legale. E successivamente verificare in che direzione sono andate le decisioni precedenti. E quali linee difensive hanno funzionato e quali invece no.

L’intelligenza artificiale applicata al settore legale consente anche – specie negli Stati Uniti – di capire quanta riserva si deve accantonare per le pratiche aperte. E che parcelle preparare ai clienti

Certo, poi è sempre umana la decisione ultima, la capacità di giudicare le variabili imprevedibili e non riducibili ad un codice binario. Ma il lavoro è facilitato. A seguito dell’adozione del “processo telematico”, sia civile che amministrativo, si possono per esempio controllare da remoto e da app su cellulare i procedimenti aperti e il loro stato di avanzamento. Insomma, uno strumento del genere fa molto del lavoro time-consuming del praticante. L’intelligenza artificiale applicata al settore legale consente anche – specie negli Stati Uniti – di capire quanta riserva si deve accantonare per le pratiche aperte. E che parcelle preparare ai clienti. In Italia, con il prevedibile aumento dei fallimenti e dell’insolvenza di molte imprese, uno strumento come Teleforum può aiutare a gestire il contenzioso, soprattutto tra le molte banche che avranno degli NPL. E le applicazioni possono essere molteplici: cause civili, recupero crediti, cause di lavoro, utilities, asl, diritto societario.

TERRENO DI GIOVANI E START-UP

In un settore giovane e popolato di start-up, però questo strumento ha una storia ormai lunga, come anche Eustema, l’azienda di sviluppo software che lo ha creato e lo produce. Tra i molti clienti avuti (Ministeri, Inps, Eni, Enel, Atac, Ama, Poste, Ferrovie, Q8), negli Anni 90 una squadra di giovani legali dell’azienda avviò una ingegnerizzazione dei processi dell’avvocatura dell’Inail. «Quando è arrivato internet abbiamo unificato le due cose ed è nato Teleforum» racconta a Lettera43 il titolare di Eustema, Enrico Luciani. «Da qualche anno insieme al Cnr e alla Bicocca ci siamo messi a lavorare sull’area di semantica – prosegue – cioè su come interfacce digitali possano mettere in collegamento il linguaggio umano con il digitale». Quella che si chiama intelligenza artificiale. «In questa fase di improvviso smart working diventa fondamentale dotarsi di strumenti che favoriscano l’organizzazione delle informazioni – prosegue Luciani – la condivisione e la collaborazione, il monitoraggio e il controllo delle attività svolte». Leggi in codici binari.

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Più fatturato e forza lavoro in lockdown: il caso del settore cybersecurity

Server in sovraccarico, collegamenti dello smart working, apertura da remoto degli uffici pubblici: le aziende che operano nel digitale hanno dovuto fare gli straordinari nella fase 1. Come l'italiana NetGroup che vuole assumere il 10% in più dell'attuale personale. L'esempio in controtendenza in un contesto di crisi.

Il lockdown non ha favorito solo colossi stranieri come Amazon o Zoom, anche qualche impresa italiana specializzata in digitale, e in particolare nella cybersecurity, ha visto crescere le proprie attività in tempo di “state-tutti-a-casa”. Tanto che c’è chi ha un fatturato che viaggia sul +15% rispetto allo stesso periodo del 2019 e, pertanto, ha in programma di assumere fino al 10% in più dell’attuale forza lavoro. E, cosa non irrilevante di fronte a una crisi economica che rischia di essere devastante per molte persone, ha già ingaggiato una prima tranche di nuovi lavoratori. È la Netgroup di Giuseppe Mocerino, gioiellino dell’Information and Communications Technology (Ict) nato nel 1995, oggi presente in Spagna, Regno Unito e Sudamerica, che ha tra i propri clienti multinazionali e pubblica amministrazione, tra cui alcuni nuovi e importanti acquisiti in questo periodo, come Autostrade per l’Italia.

SUL TERRITORIO OPERATIVI 150 SPECIALISTI

Una parte dell’azienda, in questo periodo, ha lavorato senza sosta. Tutti i 650 dipendenti sono in smart working dal 24 febbraio, ma ci sono 150 specialisti che restano operativi sul territorio, in tutta Italia, h 24, sette giorni su sette (coperti da polizza speciale sul Covid-19 voluta dall’impresa). Sono informatici che permettono il funzionamento dei server, i collegamenti dello smart working e l’apertura da remoto e in sicurezza degli uffici pubblici. Un ruolo fondamentale, perché in queste settimane c’è stato un aumento del 400% delle richieste di intervento sulle reti da parte della pubblica amministrazione. E, a partire dal clamoroso crash del sito dell’Inps, abbiamo visto quanto il tema sia delicato.

CONTINUITÀ E SICUREZZA ALLE PIATTAFORME

Insomma, oltre a farmacisti, cassieri dei supermercati, autisti dei mezzi pubblici, c’è una prima linea nascosta di lavoratori che in tempi di coronavirus ci consentono di mantenere una vita “quasi” normale. Infatti, per una mole di dati e richieste così complesse – YouTube, Netflix e Google si sono accordati per ridurre del 25% l’uso della banda, così da evitare che le reti andassero in sovraccarico – servono degli specialisti in grado di dare continuità e sicurezza a piattaforme e tecnologie, garantire protezione e affidabilità dei dati. Nonostante il nostro sia un Paese ancora molto analogico, alcune imprese che nel tempo hanno costruito e sviluppato competenze nei settori più innovativi del digitale, dall’Intelligenza artificiale all’Internet of Things, fino alle smart city e alle smart industry, stanno cogliendo i frutti. Non tutti i virus vengono (solo) per nuocere. O, meglio, ex malo bonum.

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In attesa di Immuni, come funziona il tracciamento in 30 Paesi

L'Italia è indietro con l'app, in arrivo forse il 18 maggio. Mentre l'Europa è ancora divisa sull'adozione della piattaforma Google-Apple. Volontarietà o obbligatorietà, anonimato, uso del bluetooth o Gps, decentralizzazione dei dati: l'esempio che ci viene dall'estero.

Che fine ha fatto Immuni? In attesa di conoscere come e quando usare la app per tracciare il contagio del coronavirus in Italia, che dovrebbe essere partire nella nuova fase di allentamento dal 18 maggio in poi, sono circa 30 i Paesi del mondo – da Singapore all’India, dall’Australia al Regno Unito – che stanno sperimentando questo sistema. A cui anche noi possiamo ispirarci per mettere in campo un metodo efficace.

A SINGAPORE L’HA SCARICATA SOLO UNA PERSONA SU SEI

Le caratteristiche tecniche e di privacy variano, con l’Europa ancora divisa sull’adozione della piattaforma di Google e Apple. Ma gli esperti restano scettici sull’efficacia del sistema in assenza di test e tamponi. Tra gli Stati che hanno adottato il tracciamento ci sono quelli che per primi hanno dovuto far fronte all’epidemia come la Cina e il suo sistema giudicato da Grande Fratello, la Corea del Sud con un’app che ha spesso rivelato gli spostamenti personali degli utenti e Singapore dove nonostante la massiccia campagna del governo solo una persona su sei l’ha scaricata.

IN INDIA OBBLIGATORIA SE SI TORNA AL LAVORO

In India, dove i contagi sono in aumento, l’app di Stato AarogyaSetu è stata resa obbligatoria se si deve tornare al lavoro. E in Israele si sta pensando di fare lo stesso ma per entrare in negozi e supermercati. L’Australia ha adottato un’app a fine aprile e in 24 ore ha registrato 2 milioni di download, mentre negli Usa ci sono iniziative di singoli Stati ma non un sistema nazionale. Altri Paesi ad aver adottato sistemi di tracciamento sono Bahrain, Colombia, Cipro, Ghana, Islanda, Indonesia, Kirgizistan, Messico, Pakistan, Filippine, Thailandia, Turchia.

IL BLUETOOTH GARANTISCE INTEROPERABILITÀ TRA PAESI

L’Europa è divisa sulle app nonostante i criteri fissati da Bruxelles di volontarietà, anonimato e uso del bluetooth che garantirebbero anche una interoperabilità tra i Paesi negli spostamenti delle persone. Criteri anche alla base del sistema di tracciamento di Apple e Google destinato ai governi, che prevede pure la decentralizzazione dei dati, cioè la loro conservazione sui dispositivi degli utenti.

IN NORVEGIA IL SISTEMA USA ANCHE IL GPS

Il Regno Unito sperimenta un’app dal 5 maggio – giorno in cui è diventato ufficialmente il Paese con più morti per Covid-19 in Europa – e la Francia dai primi di giungo, ma entrambi hanno deciso di non adottare la piattaforma dei due big della tecnologia. Austria, Estonia, Svizzera, Irlanda, Grecia, Spagna hanno già una app, così come la Norvegia il cui sistema usa anche il Gps e server centrali.

DA NOI VERSO UN TEST IN POCHE REGIONI

Germania e Italia hanno invece deciso di basarsi sul sistema AppleGoogle che sarà pronto a metà maggio. L’app Immuni scelta dal nostro governo dovrebbe essere in campo dopo quella data, forse con un test in poche regioni per poi espandersi. Il governo ha rassicurato su volontarietà, rispetto della privacy, uso del bluetooth e approccio decentralizzato. Resta da capire quanto sarà utile.

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Cosa prevede il decreto che regola la app Immuni

L'applicazione sarà volontaria e senza geolocalizzazione. I dati del tracciamento saranno cancellati entro il 31 dicembre 2020 e saranno contenuti nei cellulari e in una piattaforma istituita dal ministero della Salute. Alle 21.30 il cdm che discuterà il decreto.

Sono in arrivo le regole per il tracciamento dei contatti in funzione anti-contagio da coronavirus tramite l’applicazione Immuni. Il Consiglio dei ministrivè stato convocato alle 21:30 del 29 aprile per discutere un decreto che contiene le misure a tutela dei dati personali in relazione alla app. L ‘ordine del giornoprevede anche norme su intercettazioni e misure in materia di ordinamento penitenziario.

Secondo le prime indicrezioni il sistema di Immuni sarebbe finalizzato a rilevare i contatti «stretti» tra coloro che hanno installato la app «su base volontaria» posto che i dati dovranno essere resi «anonimi» o se non è possibile «pseudonomizzati». I dati relativi ai contatti «saranno conservati anche nei dispositivi mobili degli utenti, per il periodo strettamente necessario al trattamento». L’app sarà volontaria ed è esclusa la geolocalizazione in favore del «tracciamento di prossimità».

Il suo mancato uso «non comporta alcuna limitazione o conseguenza in ordine all’esercizio dei diritti fondamentali dei soggetti interessati ed è assicurato il rispetto del principio di parità di trattamento».L’utilizzo dell’applicazione, sempre secondo le notizie finora fatte emergere, cesserà entro il 31 dicembre 2020, così come la piattaforma istituita presso il ministero della Salute in coordinamento con la Protezione Civile, l’Iss e le strutture sanitarie pubbliche e private «per gli ulteriori adempimenti necessari al tracciamento dei contatti e per l’adozione di correlate misure di sanità pubblica e di cura».

I DATI UTILIZZATI PER TRACCIARE E PER FINI STATISTICI E SCIENTIFICI

Si specifica, inoltre, che entro questa data tutti i dati trattati saranno cancellati o resi definitivamente anonimi e i le informazioni considerate saranno esclusivamente quelle necessari ad avvisare gli utenti dell’app di rientrare tra i contatti stretti di altri utenti accertati positivi al Covid-19, individuati secondo criteri stabiliti dal ministero della Salute. Gli utenti riceveranno «informazioni chiare e trasparenti al fine di raggiungere una piena consapevolezza sulle finalità e sulle operazioni di trattamento, sulle tecniche di pseudonimizzazione utilizzate e sui tempi di conservazione dei dati». Verranno garantite «su base permanente la riservatezza, l’integrità, la disponibilità e la resilienza dei sistemi e dei servizi di trattamento nonché misure adeguate ad evitare il rischio di reidentificazione degli interessati cui si riferiscono i dati pseudonimizzati oggetto di trattamento».

La piattaforma del ministero della Salute, è «realizzata con infrastrutture localizzate sul territorio nazionale e gestite da amministrazioni o enti pubblici o in controllo pubblico»

I dati raccolti attraverso l’applicazione, secondo la bozza, non possono essere utilizzati per finalità diverse da quella del tracciamento «salva la possibilità di utilizzo in forma aggregata o comunque anonima, per soli fini statistici o di ricerca scientifica». Il ministero, inoltre, adotta «misure tecniche e organizzative idonee a garantire un livello di sicurezza adeguato ai rischi elevati per i diritti e le libertà degli interessati, sentito il Garante per la protezione dei dati» e che «diritti degli interessati possono essere esercitati anche con modalità semplificate». La piattaforma del ministero della Salute, infine, è «realizzata esclusivamente con infrastrutture localizzate sul territorio nazionale e gestite da amministrazioni o enti pubblici o in controllo pubblico».

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Alcune cosiderazioni sul processo penale a distanza

Occorre valutare attentamente quali sono le conseguenze dell’impiego della tecnologia al sistema di amministrazione della giustizia, per prevenire l’eventualità che una sua applicazione generalizzata produca alterazioni tra l’esercizio del potere costituito e la protezione dei diritti fondamentali.

Due rilevanti correnti della magistratura hanno recentemente proposto che la disciplina del processo penale «a distanza», recentemente adottata per fronteggiare l’attuale emergenza epidemiologica, sia stabilizzata come modalità ordinaria di gestione del carico giudiziario. Si così è aperto il dibattito sulla possibilità di declinare il fenomeno della “rivoluzione digitale” anche al sistema giudiziario, in nome di superiori esigenze di efficienza della macchina della giustizia. In linea di principio è possibile affermare che l’applicazione della “rivoluzione digitale” tecnologia al settore dell’amministrazione della giustizia è in grado diportare indubbi vantaggi di tipo organizzativo e gestionale. Occorre però valutare attentamente quali sono le conseguenze dell’impiego della tecnologia al sistema di amministrazione della giustizia, per prevenire l’eventualità che una sua applicazione generalizzata produca un’ingiustificata alterazione del complesso equilibrio sussistente tra l’esercizio del potere costituito e la protezione dei diritti fondamentali.

Per essere più chiari, il pericolo insito nel ricorso indiscriminato alla “smaterializzazione”, che è il principale tratto distintivo della rivoluzione digitale, è proprio che – in nome del progresso tecnologico e del principio di efficienza che lo giustifica – si adottino iniziative che comportano una regressione della tutela dei diritti dell’individuo sottoposto a processo. Un esempio paradigmatico di come l’applicazione della tecnologia in ambito giudiziario può assumere i connotati di un Giano bifronte è dato dalle due diverse direttrici lungo le quali possono essere indirizzati gli interventi di digitalizzazione. La prima applicazione possibile è quella che prevede l’impiego della tecnologia alle attività che riguardano i documenti del processo e che è quindi proiettata alla smaterializzazione delle carte. Si tratta di un percorso già intrapreso e attuato nell’ambito della giustizia civile, che ha invece fino ad oggi trovato scarsa applicazione in quella penale.

Su questo fronte, l’auspicio è quello di un impiego solerte e incisivo della tecnologia digitale per raggiungere l’obiettivo di rendere effettivo il sistema di notificazione e deposito telematici nel settore penale e agevolare le operazioni di duplicazione digitale degli atti del procedimento e del giudizio. Questi interventi riformatori perseguono infatti obiettivi di maggior efficienza del sistema senza intaccare le garanzie processuali dell’individuo costituzionalizzate nei principi del “giusto processo regolato dalla legge” delineato dalla Costituzione. Quella del “giusto processo” non deve essere considerata un’espressione meramente simbolica, perché esprime invece la sintesi di tutte le caratteristiche che il procedimento penale deve in definitiva possedere per proteggere adeguatamente dal rischio di errore giudiziario. Ebbene, la maggior parte delle caratteristiche che rendono il processo “giusto” sono presidiate proprio dalla particolare forma di celebrazione del giudizio penale prevista dalla Costituzione e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, cioè l’udienza, intesa come luogo (fisico) di celebrazione degli atti del processo, accessibile al pubblico, in cui ogni atto e decisione viene assunto allapresenza (fisica) di tutte le parti interessate, compreso l’imputato e il suo difensore.

Proprio per la sua insostituibile funzione di garanzia, l’udienza penale non può e non deve quindi essere compromessa da forme alternative di celebrazione del processo, che attribuiscano il potere di “rimuovere” le parti e i loro difensori dal luogo fisico in cui si determina la decisone sulla responsabilità penale: una decisione potenzialmente devastante per le libertà della persona. La smaterializzazione dell’udienza erode proprio quelle caratteristiche e peculiarità del giudizio penale che sono specificatamente rivolte a limitare il rischio di errore giudiziario: la pubblicità, l’immediatezza e l’oralità del processo. La pubblicità, che i progetti di riforma e smaterializzazione dell’udienza eliminano di fatto dalla scena, è tradizionalmente identificata come strumento di controllabilità esterna del processo. Si tratta di un elemento fondamentale di garanzia, presidiato anche dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che assicura ai cittadini la possibilità di controllare le modalità con cui il potere costituito esercita le proprie prerogative nei confronti dei singoli, intercettando eventuali abusi.

Escludere il pubblico, quello stesso pubblico che conferisce autorità alla decisione – “in nome del popolo italiano” – significa precludere alla comunità quella forma di verifica diffusa sull’esercizio della giurisdizione, quel contrappeso posto a presidio dell’equilibrio dei rapporti tra Stato e cittadini. Anche l’immediatezza (cioè assenza di mediatori) è elemento fondamentale del processo. La previsione di un giudizio caratterizzato dall’assenza di qualunque forma d’intermediazione tra l’acquisizione delle prove e la decisione del Giudice, tutela la corretta e completa percezione degli elementi di prova dell’autorità chiamata a esprimersi sulla responsabilità dell’imputato. Tale principio non può ritenersi adeguatamente preservato da metodologie di acquisizione delle prove che escludono la compresenza fisica. Al contrario, la celebrazione dell’udienza attraverso uno schermo costituisce l’archetipo di mediazione comunicativa. Occorre infine prendere atto della circostanza che il processo a distanza, per come concepito, realizza un drammatico attacco al principio dell’oralità e alle dinamiche comunicative tipiche del processo penale che a essa sono storicamente e inscindibilmente correlate.

Senza richiamare in questa sede le fondamentali acquisizioni della psicologia cognitiva sulla centralità che assumela comunicazione verbale (oltre a quella non verbale) nell’orientare i processi decisionali e le relative applicazioni in ambito forense, è sufficiente ricordare che autorevoli studi sulle dinamiche del giudizio penale dimostrano che l’oralità, in particolare nella fase dell’assunzione delle prove, esercita un ruolo straordinariodi garanzia, perché riduce significativamente il margine di errore nella valutazione delle prove. Ebbene, se è vero che il modello di processo a distanza non elimina formalmente l’oralità dall’udienza, bisogna ammettere con schiettezza che quella esercitata da remoto, attraverso la mediazione un filtro audio-video, non è l’oralità concepita dall’ordinamento come fondamentale presidio del “giusto processo”, ma una forma di comunicazione ben più annacquata e sterile, che ben difficilmente potrà assolvere alla funzione attribuitagli.

Un’ultima considerazione sul valore dell’udienza penale riguarda la legittimazione di fondo delle decisioni dell’Autorità pubblica nei confronti del singolo. L’esperienza dimostra che il rispetto delle forme rituali in cui tradizionalmente è celebrato il processo penale costituisce uno degli elementi che contribuiscono a conferire autorità alla sentenza. Il giudizio finale con cui lo Stato comprime i diritti e le libertà dell’individuo, trae infatti la propria legittimazione dalla regolarità formale del procedimento attraverso cui si perviene all’affermazione della responsabilità penale. Si potrebbe dire, in sintesi, che la forma dà sostanza alla decisione. Una conferma dell’attualità delle esposte considerazioni deriva a contrario dagli esiti dei tentativi recentemente messi in atto per semplificare quelle particolari forme di esercizio delle libertà democratiche tipicamente e storicamente connotate da solenne procedimentalizzazione. Non si può negare, ad esempio, che il processo di selezione via web dei candidati alle elezioni politiche di una delle attuali forze di maggioranza, ha suscitato rilevantissimi dubbi sulla correttezza e trasparenza dell’iter che ha portato alla individuazione dei soggetti da inserire nelle liste elettorali: circostanza che ha finito per incidere negativamente sul grado di legittimazione esterna dei risultati.

La smaterializzazione del processo e la sua sottrazione al potere di generale controllo garantito dall’udienza pubblica, oltre a espungere fisicamente la difesa e i diritti dell’individuo dal luogo di celebrazione del giudizio, incideranno dunque negativamente sul grado di legittimazione esterna sia delle singole decisioni (oggi già messo in crisi dal parallelo fenomeno del “processo mediatico”), sia più in generale all’esercizio della giurisdizione. Tirando le fila del discorso, l’idea di fondo che domina i promotori del processo a distanza è che esso costituisca una forma di progresso, la tappa di un più ampio percorso di evoluzione sociale. Si tratta di una concezione di modernità e progresso assai epidermica ed approssimativa, che nasconde sotto la superficie un’idea regressiva di graduale erosione dei diritti della persona in nome di nebulose esigente efficentiste e securitarie. Il timore, oggi, è che la celebre frase “c’è un giudice a Berlino” cada in uno stato di eccezione perpetua, trasfigurando in “il Giudice è on-line”.

di Nicola Menardo,

Partner di Grande Stevens Studio Legale Associato
Commissione legittimità costituzionale della Camera Penale di Torino

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Coronavirus, il primato dell’algoritmo e l’alba di una nuova cittadinanza

Mentre i nostri corpi sono fermi davanti alla tivù, le menti viaggiano modellate da social network e piattaforme installate in massa. Così profilazioni e machine learning plasmano conoscenza, emozioni e relazioni.

Le app governative per essere efficienti con sistema bluetooth (che tutela la privacy) hanno bisogno dei sistemi operativi di Google e Apple. È la prova che i colossi del web sono ormai un potere ben saldo che si frappone tra cittadini e Stati di tutto il mondo. La proposta di aiuto da parte dei due colossi prevede un’infrastruttura, un framework , che consente ai sistemi IOS e Android di parlare tra loro che entra, per rimanerci, nel sistema operativo. Le strutture digitali create adesso sono l’ossatura su cui, passata questa emergenza, poggerà la nostra capacità di reazione a futuri virus, che si presenteranno sempre più rapidamente man mano che la popolazione umana crescerà, si sposterà e continuerà a mangiare altre specie.

I nostri corpi sono diventati terreno di intervento politico e di potere economico

I nostri corpi sono diventati terreno di intervento politico e di potere economico. Lo Stato fa del loro controllo l’epicentro del suo potere per garantire la salute, cercando di rimediare a quello scivolamento su un piano inclinato che in molti Paesi (Stati Uniti in testa) ha visto sminuire il patto con i cittadini di garantire loro la salute fisica, riecheggiando la vecchia idea di biopolitica di Focault. Un potere basato su presupposti novecenteschi che sembra esaurito. «Le aziende tech promettono di liberare i corpi, di ridonarci la libertà con il bluetooth, facendo dei loro sistemi operativi un’infrastruttura sovranazionale (gratuita, o meglio, pagata con i dati) che si frappone tra i cittadini di tutto il mondo e i loro Stati» commenta Paolo Benanti, teologo e studioso di etica e bioetica delle tecnologie.

USA: POTENZA DI CALCOLO CONTRO TRUMP

Il potere computazionale, sottovalutato fuori dall’Asia e da Israele dalla classe politica, si impone con tutta la sua efficienza comprimendo una volta di più il potere degli Stati. Mentre governi di tutto il mondo fanno a gara per scegliere e rendere più o meno obbligatoria l’app che monitorerà gli spostamenti dei cittadini, Donald Trump taglia corto e pensa di imporre a Google e ad altre aziende tech la consegna dei dati agitando lo spettro del bene superiore e della sicurezza nazionale. Una sorta di Cambridge Analytica a fin di bene che però creerebbe una falla irreparabile nel loro core business: la vendita dei dati per Google e la crittografia per Apple, che ha da poco rifiutato per l’ennesima volta di cedere all’Fbi quelli di un iPhone di un terrorista che ha ucciso tre militari.

CITTADINI DI UN SISTEMA OPERATIVO

Le due aziende dunque si alleano in uno standard comune. Il sistema, utilissimo, sarebbe in ogni device offrendo maggiore efficacia rispetto alle sole app dei governi e impedisce agli Stati di accedere ad un livello più profondo nel controllo dei dati. Un giorno potrebbe essere utilizzato per altre situazioni. La rivoluzione geopolitica, già in atto da anni, diventa evidente: «I governi si dovrebbero accontentare di consultarle come un Oracolo a cui chiedere il pronunciamento», prosegue Benanti. «Le aziende tech oggi sono in grado di surrogare gli stati e i compiti dei governi nel dare l’identità e, da ora in poi, nel garantire libertà civili come la privacy e la salute pubblica. La messa a sistema del Bluetooth dei telefoni crea una sorta di coscienza sociale che non emerge dagli individui ma dalla sensoristica dello smartphone – di proprietà delle aziende produttrici».

Un potere nuovo supera quello delle nazioni e delle organizzazioni sovranazionali creando una nuova cittadinanza

Un potere nuovo supera quello delle nazioni e delle organizzazioni sovranazionali creando una nuova cittadinanza. L’adesione infatti è volontaria ma chi non aderisce è tagliato fuori dalla protezione. Come lo sono i cittadini non risiedenti nei loro sistemi operativi, IOS e Android, che potrebbero non sentirsi liberi di circolare come gli altri. Per ottenere questo non ci vogliono decreti: basta la pressione sociale. Una soluzione utile e efficace, la loro, che tranquillizza accogliendo requisiti propri della decentralizzazione, cara agli attivisti, applicata però senza che sia possibile alcun controllo su mutamenti di codice e algoritmi che potrebbero avvenire in futuro e che potrebbero portare il framework a dialogare con i dati e con le identità. Bisogna fidarsi di Google e Apple.

CORPI BLOCCATI, MENTI PLASMATE DAGLI ALGORITMI

Il Cerchio si chiude: mentre i nostri corpi sono fermi e passivi davanti alla tivù, le nostre menti viaggiano modellate dagli algoritmi dei social network e di piattaforme come Zoom, Webex e Teams, installate in massa. Le pervasive profilazioni e l’instancabile lavoro degli algoritmi di machine learning plasmano la conoscenza, le emozioni, le relazioni. Trent’anni fa un filosofo di Harvard, Robert Nozik, ha immaginato l’esistenza di una macchina che dà piacere al cervello anche se fisicamente si resta chiusi lì dentro. Chiese: sceglieresti di vivere felice dentro questa “experience machine” senza vivere veramente? Allora molte persone avrebbero risposto di no. Oggi, spinti da un’urgenza a cui la paura di morire fa da detonatore, senza nemmeno il bisogno di una promessa di felicità, in quella macchina, incorporata dallo smartphone, vogliamo restarci chiusi dentro anche quando camminiamo, apparentemente liberi, nelle nostre città.

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Il coronavirus colpisce Google e Facebook: -44,3 miliardi di pubblicità nel 2020

Secondo gli analisti di Cowen & Co, i due colossi dovrebbero chiudere l'anno rispettivamente con 28,6 miliardi (-18%) e 15,7 miliardi di dollari in meno (-19%).

Il coronavirus colpisce anche la pubblicità online e, a Google e Facebook, quest’anno potrebbe costare nel complesso 44 miliardi di dollari di minori entrate. Lo prevedono gli analisti di Cowen & Co, secondo quanto riporta Variety. Google dovrebbe chiudere il 2020 con 127,5 miliardi di fatturato netto totale, 28,6 miliardi in meno (-18%) rispetto a quanto stimato in precedenza. Per Facebook l’attesa è di 67,8 miliardi di entrate pubblicitarie, 15,7 miliardi in meno (-19%) di quanto previsto precedentemente.

I DUE COLOSSI TECNOLOGICI RESTERANNO COMUNQUE MOLTO REDDITIZI

Comunque, nonostante l’impatto negativo della pandemia di coronavirus sulla raccolta pubblicitaria, i due colossi tecnologici resteranno molto redditizi. Cowen & Co stima che il risultato operativo di Google nel 2020 sarà di 54,3 miliardi di dollari, mentre Facebook si attesterà a 33,7 miliardi.

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Facebook: le chiamate di gruppo in Italia sono aumentate del 1.000%

Secondo Menlo Park, «la crescita d'uso causata dal Covid-19 non ha precedenti in tutto il settore, stiamo riscontrando nuovi record di utilizzo quasi ogni giorno». Cresce il tempo trascorso sulle app, lo scambio di messaggi e anche la visualizzazione delle dirette.

L’emergenza coronaviurs ha ridisegnato i rapporti sociali. Stare a casa significa ridurre i contatti vis-à-vis con amici, parenti e colleghi. Questo vuol dire che, per parlare e/o vedersi con più persone, occorre usare la tecnologia, in particolare chat e video chat. E l’utilizzo di questi strumenti è cresciuto esponenzialmente dall’inizio della crisi. Da quando il Covid-19 ha colpito l’Italia, infatti, le chiamate di gruppo su Messenger e WhatsApp sono aumentate, in termini di tempo, di oltre il 1.000%, secondo i dati resi noti da Facebook in un post sul blog dell’azienda firmato da due vicepresidenti, Alex Schultz e Jay Parikh.

L’andamento delle chiamate di gruppo in Italia nel 2020 (fonte: Facebook)

RADDOPPIANO LE VISUALIZZAZIONI DELLE DIRETTE SU FACEBOOK E INSTAGRAM

Il tempo trascorso dagli italiani sulle app dell’ecosistema Facebook, che comprende Instagram, Messenger e WhatsApp, è aumentato del 70% dall’inizio della crisi, si legge nel post. Nell’ultimo mese lo scambio di messaggi è cresciuto del 50%, mentre le visualizzazioni delle dirette, Instagram e Facebook Live, sono raddoppiate nell’arco di una settimana.

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FACEBOOK: «CRESCITA NON HA PRECEDENTI IN TUTTO IL SETTORE»

A livello globale, «la crescita d’uso causata dal Covid-19 non ha precedenti in tutto il settore, stiamo riscontrando nuovi record di utilizzo quasi ogni giorno», scrivono Schultz e Parikh. «Mantenere la stabilità durante questi picchi di utilizzo è più difficile del solito ora che la maggior parte dei nostri dipendenti lavora da casa», continuano i due vicepresidenti. Tuttavia, assicurano, «stiamo lavorando per mantenere le nostre app funzionanti senza problemi, rendendo i nostri sistemi più efficienti e aggiungendo la capacità richiesta».

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Coronavirus: al via la ricerca di app di tracciamento e teleassistenza per pazienti

I ministeri di Innovazione e Salute, insieme all'Iss e all'Oms, hanno chiesto al mondo delle imprese un aiuto a fornire tecnologie digitali per uscire dall'emergenza Covid-19. C'è tempo fino al 26 marzo.

Assistenza da remoto e non solo. Il ministero dell’Innovazione, quello della Salute, l’Iss e l’Oms, hanno deciso di chiedere al mondo dell’impresa e della ricerca di trovare app che consentano di seguire in «teleassistenza» pazienti affetti da patologie legate a Covid-19. Ma c’è di più: vorrebbero anche individuare «tecnologie e soluzioni per il tracciamento continuo, l’alerting e il controllo tempestivo del livello di esposizione al rischio delle persone». L’obiettivo è selezionare, con il supporto di un comitato scientifico multidisciplinare, nei prossimi tre giorni, «le migliori» offerte.

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INNOVA ITALIA: LE MIGLIORI SOLUZIONI DIGITALI PER USCIRE DELL’EMERGENZA

La chiamata, si legge in una nota, resterà «aperta per 3 giorni», nell’ambito dell’iniziativa avviata nei giorni scorsi sotto l’etichetta “Innova Italia“, volta a coinvolgere tutto il mondo dell’industria a dare una mano per uscire dall’emergenza coronavirus. Il nuovo invito punta a selezionare, si spiega, «le migliori soluzioni digitali disponibili sul mercato per app di telemedicina e strumenti di analisi dati, e coordinare a livello nazionale l’analisi, l’adozione, lo sviluppo e l’utilizzo di queste soluzioni e tecnologie per il monitoraggio e contrasto alla diffusione del Covid-19».

DATA ANALYTICS, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E TELEMEDICINA

D’altra parte, viene evidenziato nel comunicato congiunto dei ministeri dell’Innovazione, della Salute e dell’Istituto superiore della Sanità, «l’uso sistemico delle tecnologie emergenti (data analytics, intelligenza artificiale) e della telemedicina (teleconsulto, televisita) ha già dato prova in altri Paesi del mondo di essere un’arma utile per monitorare e contenere il contagio da coronavirus Sars-Cov-2».

SI PARTE IL 24 MARZO

Si cercano «app e chatbot per l’automonitoraggio delle condizioni di salute, rivolte a tutti i cittadini o solo ad alcune fasce (come i soggetti sottoposti a isolamento fiduciario)» ma anche «strumenti di analisi di Big Data, tecnologie hardware e software utili per la gestione dell’emergenza sanitaria». La road map prevede che «tutti i soggetti pubblici e privati che vogliono sottoporre una soluzione possono compilare un form dedicato disponibile da martedì 24 marzo ore 9 a giovedì 26 marzo ore 13 sul sito del ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione».

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Coronavirus, la startup che stampa valvole 3D per i respiratori

L'ospedale di Chiari le aveva esaurite. Una piccola azienda bresciana è arrivata in soccorso. La storia.

Tutto è nato da un Sos lanciato dall’ospedale di Chiari. La struttura nel Bresciano aveva finito le valvole dei respiratori usati per i malati di Covid-19 e ha chiesto aiuto alla città per poterne avere delle altre di ricambio in tempi rapidi. A rispondere è stata una piccola azienda locale, la start up Isinnova, che in 24 ore ne ha stampate in 3D un centinaio, subito utilizzate. E ora ne sta stampando altre, per prepararsi alle richieste in arrivo di altri ospedali, come spiega all’Ansa Alessandro Romaioli, progettista tecnico dell’azienda. «La direttrice dell’ospedale ha contattato il Giornale di Brescia per chiedere se conoscevano qualcuno che potesse stampare le valvole in 3D perchè erano finite, e lì hanno fatto il nostro nome. Abbiamo così deciso di metterci subito a disposizione, gratuitamente». Nella giornata del 14 marzo sono state stampate un centinaio di queste valvole di Venturi, subito usate. «Il primo prototipo è stato realizzato in acido polilattico con una tecnica a filamento che ha permesso di averlo pronto in solo un paio d’ore, anche se non con grande precisione», continua Romaioli.

LA PRIMA VOLTA CHE LA STARTUP STAMPA VALVOLE 3D

Testato con successo su un paziente, si è proceduto a stampare in 3D le altre valvole, questa volta con due tecniche diverse, una con una resina sensibile alla luce, e l’altra con polvere in Poliammide12 caricato ad alluminio, che «consentono una precisione molto alta, ma necessitano di tempi più lunghi, 24 ore», precisa Romaioli. Alla loro realizzazione ha collaborato anche un altro gruppo industriale della zona, mettendo a disposizione la sua macchina per la stampa in 3D, molto grande, visto che Isinnova ne aveva solo sei. «La nostra missione è fare ricerca e sviluppo e realizzare prodotti particolari che ci vengono richiesti da altre aziende, come ad esempio valvole, agganci più stabili per i sedili delle auto o cerotti per le ustioni. La stampa in 3D la usiamo di solito per noi o per alcuni nostri clienti, ma non è il nostro core business. Non avevamo mai stampato prima una valvola», aggiunge Romoiali.

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Cosa dice il White paper dell’a Commissione Ue sull’intelligenza artificiale

Nel dossier si legge che i sistemi dovranno uniformarsi alla legge europea soprattutto nei settori più sensibili come quello del riconoscimento facciale.

I sistemi di intelligenza artificiale (AI) ad alto rischio, come il riconoscimento facciale, dovranno essere «trasparenti, tracciabili e garantire il controllo umano» in settori ‘sensibili’ come «salute, polizia e trasporti»: così la Commissione Ue nel suo White Paper sull’AI presentato a Bruxelles, aggiungendo che «questi sistemi possono comportare rischi» per questo «è essenziale costruire fiducia» con «regole chiare» per le applicazioni «ad alto rischio» che dovranno essere «conformi alle norme europee».

TEST DELLA COMMISSIONE SUI DATI DEGLI ALGORITMI

Tutte le applicazioni di intelligenza artificiale che arrivano sul mercato Ue «sono benvenute» ma dovranno conformarsi al quadro normativo europeo, ha avvertito Bruxelles, mentre per i sistemi a basso rischio verrà previsto un sistema volontario di etichettatura. La Commissione europea, ha chiarito inoltre che le autorità «dovrebbero essere in grado di testare e certificare i dati utilizzati dagli algoritmi», garantendo «il rispetto dei diritti fondamentali, in particolare la non discriminazione».

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Il progresso? Robot al lavoro e umani col reddito di cittadinanza

Siamo al paradosso della produttività: abbiamo tecnologie straordinarie ma l'economia non cresce. Bisogna ridiscutere i dogmi: usare i computer per sostituire gli uomini e remunerare questi ultimi anche se sono disoccupati. La società civile sarebbe pronta ad accettarlo?

I robot rubano il lavoro alle persone: è questo che genera la rabbia sociale su cui campano i populisti? O è forse l’assenza di cambiamento, l’ascensore sociale fermo, la lotta di classe irrealizzabile come suggerisce il film vincitore dell’Oscar (e della Palma d’oro a Cannes) Parasite?

BOOM DI TRASFORMAZIONI TRA IL 1800 E IL 1900

Un uomo fortunato, nel Medioevo, possedeva un cavallo, cucinava sul camino e non disponeva di acqua corrente o luce elettrica. Una condizione che fin quasi alla fine del 1800 era ancora grosso modo uguale: secoli trascorsi senza sostanziali variazioni dello stile di vita. Ma da lì, in meno di 100 anni, a metà del 1900, il mondo si è completamente trasformato: le persone hanno cominciato a comunicare col telefono, accendere la luce con un interruttore, spostarsi in auto e persino volando, conservare i cibi nel frigorifero e cucinare sui fornelli a gas, in città piene di grattacieli.

ELEMENTI CHIAVE: ELETTRICITÀ E MOTORE A SCOPPIO

In un relativamente breve arco di tempo è cambiato tutto, tutto ciò che non è cambiato per secoli. E la maggior parte di questi cambiamenti derivano da due cose fondamentali: l’elettricità e il motore a scoppio. Il contributo di entrambi alla produttività è stato determinante a generare una svolta.

LA CRESCITA DELLA PRODUTTIVITÀ MISURA IL PROGRESSO

E la crescita della produttività è il modo in cui la società nel suo complesso migliora. La crescita della produttività è quello che chiamiamo il progresso: trattori a motore sostituiscono i cavalli, il cibo diventa più abbondante, la gente comune può permettersi case più grandi e confortevoli. Con la stessa quantità di lavoro, c’è più “roba”. E di miglior qualità.

NEGLI ANNI 90 LA SPINTA DI COMPUTER E INTERNET

E allora guardiamo alla dinamica della produttività globale: cresce costantemente negli Anni 50 e 60, poi rallenta negli Anni 70 e 80, ma ritrova una grande spinta negli Anni 90 grazie alla diffusione dei computer. E, subito dopo, grazie a internet. Dopo l’energia elettrica e il motore, i pc sono una nuova tecnologia di uso generale, capace di avere effetti su svariate altre attività.

DAL 2004 QUALCOSA SI È INCEPPATO

Tutto ha continuato a procedere bene, fino al 2004, quando la crescita della produttività si è bloccata. Da allora sono successe molte cose, alcune hanno stravolto l’orizzonte economico e/o geopolitico. Ma la produttività globale non ha cambiato traiettoria. Si è parlato molto di aumento delle disuguaglianze, dell’idea che la torta economica non viene divisa equamente. Ma forse all’origine di tutto sta il fatto che la torta cresce a malapena. E questo avviene perché la crescita della produttività è molto lenta.

EPPURE ABBIAMO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IL CLOUD

Questo fenomeno è noto come paradosso della produttività: disponiamo di una tecnologia straordinaria – i robot, l’intelligenza artificiale, il cloud – che dovrebbe renderci più produttivi. Ma quando si guardano i numeri dell’economia globale, tutta quella tecnologia non sembra affatto efficace.

DIFFICILE MISURARE CORRETTAMENTE I SERVIZI

Potrebbe essere che stiamo misurando in modo non corretto la produttività: visto che è la produzione per lavoratore all’ora, è più facile misurarla quando le persone stanno, per esempio, costruendo automobili. Ma oggi l’economia globale è principalmente un’economia di servizi, come si misura la produttività di un consulente, di un professionista o di un infermiere?

I RADICALI STRAVOLGIMENTI SI SONO FERMATI

Forse il punto è che dopo gli stravoglimenti avvenuti fra l’ultima parte del XIX secolo e la metà del XX secolo, il salto successivo (dal 1950 a oggi), non presenta le stesse radicali trasformazioni: escludendo la computerizzazione che ormai è ovunque (persino nelle nostre tasche), il resto è cambiato ben poco. Le case continuano ad aver le stesse funzionalità, dall’acqua corrente al frigorifero, la sola novità disponibile dal 1950 a oggi è il forno a microonde. Le auto probabilmente sono un po’ più sicure e hanno il navigatore satellitare, ma somigliano certo alle auto del 1950 molto più di quanto queste non somigliassero alle carrozze a cavallo.

STOP ALLE INNOVAZIONI DOPO UN DECENNIO INCREDIBILE

Metropolitane e grattacieli esistevano già allora: le città non hanno subito nessuna vera ulteriore rivoluzione. Il mondo, tutto sommato, non è cambiato così tanto negli ultimi 70 anni, di certo non come nei 70 anni precedenti. I computer e internet ci hanno regalato un decennio incredibile, ma di vere innovazioni, da allora, non se ne sono viste.

NUOVE APP, MA GLI SMARTPHONE C’ERANO GIÀ

Certo, tantissime cose si stanno digitalizzando e trovano “spazio”, attraverso una app, nel nostro smartphone, ma anche gli smartphone risalgono agli Anni 90. Le persone non vivono in maniera così diversa da 70 anni fa. Che sia su un aereo, o dentro un hotel, gli esseri umani fanno più o meno le stesse cose, e anche nel quotidiano vanno in ufficio, in auto o coi mezzi, vanno dal medico, dal dentista, dal veterinario, nei negozi e nei ristoranti.

PERÒ LA DISOCCUPAZIONE È AI MINIMI…

Forse il punto vero è che se permettessimo a robot e computer di sostituire gli esseri umani in tutti gli ambiti in cui potrebbero, allora avremmo quell’aumento di produttività che sembra negato dal paradosso. Invece la disoccupazione è ai minimi storici negli Usa e sta migliorando da tempo anche in tutta Europa. Disponiamo di tecnologie favolose, ma scegliamo di non usarle pienamente. D’altra parte cosa accadrebbe alla società civile se avessimo una altissima disoccupazione e una elevatissima produttività?

INDIVIDUI DA REMUNERARE ANCHE SE NON LAVORANO

Magari è questione di mettere in discussione i dogmi. Forse l’istinto che ci induce a considerare illogico, innaturale, una forma di reddito di cittadinanza andrebbe confrontato con queste considerazioni. Davvero la società necessita del lavoro degli individui per migliorare? E deve quindi riconoscere una remunerazione solo a coloro che lavorano? È lavorando che un cittadino contribuisce al progresso della sua civiltà?

SIAMO IN FASE DI CAMBIAMENTI LENTI

Per mille anni l’uomo ha vissuto combattendo le guerre con spade, frecce e cavalli, in case che fungevano solo da riparo per le intemperie, senza possibilità di conservare il cibo e con una mobilità limitata. Poi c’è stata una fase di grandi stravolgimenti, forse ci siamo illusi che fosse un cambio di passo definitvo, mentre forse è stata solo una eccezione e siamo solo tornati alla normalità dei cambiamenti lenti, non da cavallo a macchina, ma solo da un iPhone a un iPhone più sofisticato.

PRESTO, PRIMA DI UN NUOVO MEDIOEVO

Se fosse così, potrebbe essere socialmente un nuovo Medioevo, e allora varrebbe la pena di riconsiderare dal profondo le regole su cui si fonda la nostra società civile. Prima di farci l’un l’altro ciò che abbiamo mostrato di essere capaci di fare in quel periodo buio durato interi secoli.

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Perché Tik Tok preoccupa il Garante per la privacy

L'authority italiana ha chiesto al Comitato europeo per la protezione dei dati personali di attivare una task force specifica sul social network, molto popolare tra i giovanissimi.

Il Garante per la privacy italiano ha chiesto al Comitato europeo per la protezione dei dati personali, che riunisce tutte le authority nazionali in materia, di attivare una specifica task force per analizzare i rischi derivanti dall’uso del social network Tik Tok. Il Garante ha segnalato la necessità di procedere «in maniera forte e coordinata, anche in considerazione della delicatezza e della rilevanza» della piattaforma e della sua popolarità tra gli utenti più giovani.

Nella lettera inviata al Comitato, il presidente Antonello Soro ha ricordato che il Garante italiano ha già ricevuto «alcune segnalazioni in merito alle possibili vulnerabilità» di Tik Tok. E che anche altre autorità, come l’Ico britannica e la Ftc americana, hanno avviato «indagini autonome».

Soro ha chiesto quindi che la questione venga trattata in occasione della prossima riunione plenaria del Comitato europe, che si terrà a Bruxelles il 28 e 29 febbraio.

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Facebook rischia una nuova multa dall’Antitrust

Per il social di Mark Zuckerberg possibile un'altra sanzione da 5 milioni di euro. Non sarebbe stato attuato quanto prescritto da un precedente provvedimento del 29 novembre 2018, che imponeva alla piattaforma di rimediare alla «omessa adeguata informativa ai consumatori».

L’Antitrust ha avviato un procedimento di inottemperanza nei confronti di Facebook per non aver attuato quanto prescritto dall’Autorità il 29 novembre 2018. L’Autorità, spiega una nota, aveva accertato la scorrettezza della pratica commerciale di Facebook di omessa adeguata informativa in sede di registrazione al social network, della raccolta e dell’uso a fini commerciali dei dati. Per l’Antitrust la carenza di informazione persiste e risulta inoltre, che Facebook non abbia pubblicato la dichiarazione rettificativa. Con il procedimento, spiega l’Antitrust, Facebook rischia una nuova multa da 5 milioni di euro.

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L’Agcom sanziona le Tlc: stop al diritto ci cambiare liberamente i contratti

Tim, Vodafone e Wind nel mirino dell'Authority. Nel mirino i costi di ripresa del servizio in caso di credito esaurito

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha sanzionato con una multa da 696 mila euro ciascuno Tim, Vodafone e Wind Tre. Lo rende noto la stessa Agcom, che ha giudicato in contrasto con la normativa di settore la modifica contrattuale operata dagli operatori riguardo all’esaurimento del credito. In pratica, spiega l’Autorità, se l’utente di un contratto prepagato esaurisce il proprio credito e non effettua una ricarica utile al rinnovo dell’offerta, gli operatori non bloccano più il traffico in uscita ma lo rendono disponibile pur in assenza di una volontà espressa dall’utente medesimo, addebitando un costo aggiuntivo ai clienti che, anche inconsapevolmente o involontariamente, fruiscono dei servizi voce, sms e dati. Il costo del traffico erogato viene poi detratto dalla successiva ricarica. L’Autorità ha ritenuto che la condotta degli operatori «non possa configurarsi come semplice esercizio dello jus variandi per il quale, in applicazione dell’art. 70, comma 4 del Codice delle comunicazioni elettroniche, non è necessaria l’accettazione da parte degli utenti essendo sufficiente la garanzia di un diritto di recesso dal contratto senza costi».

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L’avvertimento di Facebook all’Ue: servono nuove regole per internet

Lungo intervento alla Luiss di Roma di Nick Clegg, vice responsabile della Comunicazione di Menlo Park. Avvertimento sulla competizione tra le due sponde dell'Atlantico e il rischio di un web chiuso sul modello cinese.

Nuove regole, meno contrapposizione tra Usa e Ue e lotta al modello cinese. Sono solo alcuni dei temi che Nick Clegg, vice responsabile della Comunicazione di Facebook ed ex vicepremier inglese nel governo di David Cameron, ha toccato nel corso di un intervento della Luiss di Roma. «Facebook è consapevole delle proprie responsabilità e dei propri errori», ha esordito Clegg, «vogliamo collaborare con l’Ue e i governi del mondo su privacy, portabilità dei dati, linguaggio d’odio e integrità nella comunicazione politica. Internet è entrato in una nuova fase, servono nuove regole. Sono un tecno-ottimista, credo che la tecnologia possa rendere il mondo migliore».

LAVORIAMO CON L’UE SULLA PORTABILITÀ DEI DATI

«Capisco che alcuni legislatori riflettano, specialmente dopo Cambridge Analytica, ma il mio messaggio alla nuova commissione e al nuovo Parlamento Ue è questo: mettiamoci al lavoro su nuove regole», ha osservato Clegg, «Una delle aree in cui dovremmo lavorare insieme, rapidamente, è la portabilità dei dati se vogliamo un Internet aperto e competitivo dove i nuovi servizi possano competere con grandi piattaforme come Facebook. C’è una tendenza in Europa a pensare che i ‘Big data‘ siano una cattiva cosa e che siano cattive le compagnie che hanno come modello di business l’aggregazione dei dati su larga scala».

COME FUNZIONA IL MODELLO DI BUSINESS DI FACEBOOK

«Il business di Facebook è meno misterioso di quello che si pensi: recapitiamo agli utenti annunci pubblicitari basati sui dati che sono disposti a condividere con noi», ha spiegato. Per Clegg, il giusto bilanciamento tra le regole che governano la condivisione dei dati e la privacy «lo devono trovare i legislatori eletti democraticamente, in Europa e nel mondo, non società private come Facebook». «Facebook ha agito per affrontare importanti questioni etiche e sociali e ha apportato cambiamenti negli ultimi anni. Abbiamo triplicato il numero di persone, arrivando a oltre 35.000, che lavorano per proteggere la nostra piattaforma e ora siamo in grado di eliminare milioni di account falsi ogni giorno». E, a breve, ha sottolineato, annunceremo i membri «del nostro nuovo consiglio di sorveglianza indipendente, una novità istituzionale che giudica in modo indipendente controversie sul ritiro o meno dei contenuti dalla nostra piattaforma».

LA BATTAGLIA TECNOLOGICA USA-UE

L’ex vice di Cameron ha poi affrontato il tema del complesso rapporto tra le due sponde dell’Atlantico: «Pur comprendendo l’impulso politico dei decisori europei sulle società tecnologiche Usa, questi dovrebbero capire che il ridimensionamento della Silicon Valley non è una ricetta per il successo delle aziende europee». «Il prossimo Google o Alibaba potrebbe nascere in Europa se ci sono le condizioni per le aziende tecnologiche di prosperare». «L’Ue sia pioniera come ha fatto per la privacy con il Gdpr, servono nuove regole – ha ribadito Clegg – e anche il mercato unico digitale, non serve spezzettare le aziende di successo. I legislatori si impegnino per creare le giuste condizioni per il settore tecnologico e completino il grande progetto di un mercato unico digitale, un mercato senza confini, fatto da decine di milioni di consumatori», ha aggiunto l’esponente di Menlo Park.

IL RISCHIO DI LEGGI CHE LIMITINO LA CRESCITA

«Una cattiva regolamentazione potrebbe portare l’Europa indietro di anni, con il rischio di soffocare la nascita di nuove imprese europee». Secondo uno studio di Copenhagen Economics, citato da Clegg, «le app di Facebook hanno aiutato a generare più di 200 miliardi di vendite nell’ultimo anno e 3 milioni di posti di lavoro. Non siamo una società che guadagna alle spalle dei consumatori europei senza restituire nulla», ha sottolineato, «L’Europa è un fattore determinante per il successo di Facebook, così come il successo di Facebook è un fattore nella crescita delle società e dell’economia europea».

UN INTERNET APERTO CONTRO IL MODELLO CINESE

Per Facebook, e Clegg, una delle principali minacce all’attuale sistema è dato dalla “chiusura” della rete: «Mentre parliamo è in corso una lotta per l”anima’ di Internet. Perché esiste già un’altra Internet ed è quella cinese, basata su valori molto diversi come il controllo stradale, la censura, la sorveglianza, la separazione dei suoi utenti dall’Internet globale. E alcuni paesi, in misura maggiore o minore, stanno iniziando a seguire l’esempio della Cina». «Ora», ha continuato, «è più importante che mai, che i legislatori europei e statunitensi capiscano che è tempo di venire allo scoperto per preservare l’Internet aperto, globale e accessibile come tutti lo conosciamo».

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Terna, ecco l’app che tiene sotto controllo i consumi elettrici

Un milione di dati accessibili a tutti. Uno sforzo di trasparenza che il gruppo ha voluto mettere a disposizione di autorità e cittadini per un servizio più efficiente e sostenibile.

Un milione di dati a portata di smartphone consultabili da tutti. È quello che permette di fare la nuova applicazione di Terna, progettata appositamente per avere informazioni e tenere sotto controllo in tempo reale tutto quello che succede alla rete elettrica nazionale. È stata presentata lo scorso 16 dicembre a Roma in occasione del consueto incontro di auguri di Natale con gli organi di informazione. Con la nuova app si potranno quindi consultare numeri costantemente aggiornati su fabbisogno, generazione e trasmissione di elettricità, le fonti rinnovabili, i flussi di scambio commerciale con l’estero e una sezione dedicata con tutte le news e i comunicati stampa di Terna.

UNO SFORZO PER LA TRASPARENZA

La nuova app si inserisce in un piano di trasparenza e dialogo che Terna sta portando avanti con i territori, come ha ricordato Ferraris: «A oggi abbiamo raggiunto i 400 incontri con le comunità, le istituzioni e i comitati. Dovremmo continuare a insistere su questi, perché andiamo in casa di altri e dobbiamo quindi spiegare cosa facciamo». La realizzazione di questa app arriva al termine di una serie di altri progetti di data sharing: da quello sull’evoluzione del mercato elettrico dal 2000 in poi, a quello sull’avifauna e ancora la nuova piattaforma digitale Transparency Report. La maggiore trasparenza per Terna è un obiettivo da raggiungere, nell’ambito di una strategia aziendale che nel 2019 ha tracciato un periodo di svolta verso la decarbonizzazione: «Ormai da due anni e mezzo», spiega ancora Ferraris, «il piano investimenti discende da uno studio di evoluzione del sistema, della generazione e dei consumi per aiutare le autorità. Per noi gli interventi a 360 gradi passano attraverso quattro capisaldi: lo sviluppo delle rinnovabili, il ridimensionamento del termoelettrico, lo sviluppo attività di stoccaggio, investimenti nella rete. Sarà essenziale non perdere nulla di ciò che viene prodotto, perché è molto importante avere migliaia di megawatt aggiuntivi in stoccaggio».

TECNOLOGIA ALL’AVANGUARDIA PER VISUALIZZARE I DATI

L’app di Terna, che è già disponibile su App Store e Google Play, mette disposizione per la prima volta i suoi dati sull’esercizio del Sistema Elettrico Nazionale: un contenuto quindi non più rivolto solo a una ridotta platea di tecnici o specialisti ma anche a un pubblico più ampio come giornalisti, analisti, amministratori, semplici curiosi. Si tratta di uno strumento realizzato mettendo insieme vari strumenti tecnologici all’avanguardia: infatti, fanno sapere dalla società, la app di Terna è al momento lo strumento digitale più avanzato tra i Tso europei che hanno già sviluppato analoghi contenuti. Rispetto alle app di Rte (Francia) e National Grid (Uk), infatti, quella di Terna consente di visualizzare e consultare un numero più elevato di dati e con maggior dettaglio, oltre a una maggior quantità di grafici interattivi.

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Carne artificiale: a che punto siamo e le cose da sapere

La ricerca sta facendo passi da gigante. E i primi prodotti sintetici potrebbero arrivare sul mercato Usa già nel 2020. Alcune curiosità sulla bistecca Frankenstein.

La chiamano «carne pulita», «carne anti-macellazione», «carne coltivata», «lab-meat» o anche «carne in vitro». Si tratta della carne artificiale prodotta in laboratorio a partire da cellule animali estratte tramite biopsia. C’è chi scommette che quella in provetta sarà la carne del futuro. Soprattutto una soluzione per ovviare ai tanti problemi economici, etici e ambientali che pone la produzione di carne, la cui richiesta – secondo le stime della FAO – potrebbe crescere di più del 50% nei prossimi 30 anni, passando da 258 milioni di tonnellate nel 2005/2007 a 455 milioni di tonnellate nel 2050. 

IL PRIMO HAMBURGER SINTETICO

Il primo hamburger prodotto da cellule staminali di manzo è stato creato Mark Post della Maastricht University e fondatore della Mosa Meat. Era appena 150 grammi per 20 mila fibre muscolari nutrite ciascuna da siero fetale bovino. In realtà, la strada per la creazione di carne in vitro era stata aperta dalle ricerche di Willem van Eelen sulla coltivazione di popolazioni di cellule per fini alimentari, ma è stato Post che a Londra, nel 2013, ha presentato la “carne coltivata” dall’esorbitante costo di 250 mila euro. Il costo di produzione è sceso poi a 500 euro. Mentre l’israeliana Aleph Farm è arrivata alla cifra di 50 euro per il prototipo di una bistecca.

Il primo a presentare la bistecca sintetica è stato Mark Post della Maastricht University nel 2013.

LA PROFEZIA DI CHURCHILL

Già nel 1931 Sir Winston Churchill auspicava che la tecnologia avrebbe presto permesso di «superare l’assurdità di far crescere un intero pollo per poterne mangiare il petto o le ali, facendo sviluppare queste parti separatamente». Insomma, produrre carne, bypassando l’allevamento di animali. 

LEGGI ANCHE: Progettare la carne del futuro

UNA COPIA QUASI PERFETTA

Alcuni ricercatori della Harvard John A. Paulson School of Engineering and Applied Sciences (Seas), come riporta la rivista scientifica Nature Science of Food, sono riusciti a conferire alla carne in provetta una texture molto simile all’originale. Come si legge nel comunicato ufficiale, la tecnica utilizzata dai ricercatori è l’«immersione rotante Jet-Spinning» (iRJS) e consiste nell’utilizzare «la forza centrifuga per avvitare lunghe nanofibre di forme e dimensioni specifiche». Secondo quanto riportato, il gruppo di ricerca «ha filato le fibre di gelatina per alimenti per formare la struttura di base per le cellule che vi sarebbero cresciute sopra. Le fibre imitano la matrice extracellulare del tessuto muscolare naturale, la colla che tiene insieme il tessuto e contribuisce alla sua consistenza». Proprio sulle fibre i ricercatori hanno coltivato cellule muscolari di coniglio e mucca «le quali si sono ancorate alla gelatina e sono cresciute in strutture lunghe e sottili». L’effetto è stato quello di creare una bistecca con una consistenza difficilmente distinguibile dalla carne vera.

UNA BISTECCA STAMPATA IN 3D

Nel 2018 la start up spagnola Novameat ha fatto parlare di sé per la prima carne fibrosa a base vegetale stampata in 3D, simile a una bistecca di manzo. Al timone un italiano, l’ingegnere biomedico Giuseppe Scionti che ha ottenuto nuovi fondi dalla società d’investimento New Crop Capital per proseguire le sue ricerche e perfezionare la tecnologia di stampa 3D. «La tecnologia basata sulla biostampa di Novameat», ha commentato Dan Altschuler Malek di New Crop Capital, «fornisce un metodo flessibile e regolabile per produrre carne a base vegetale, con l’utilità di creare texture diverse da un’ampia varietà di ingredienti, il tutto all’interno di un unico pezzo di carne». 

CARNE “SPAZIALE” IN MICROGRAVITÀ

Lo scorso 26 settembre la società israeliana Aleph Farms si è cimentata  nella creazione di carne in laboratorio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (Iss), in collaborazione con la società russa 3D Bioprinting Solutions e altre due aziende alimentari statunitensi. «La maturazione di organi e tessuti creati con la biostampa 3D a gravità zero», ha dichiarato Yoav Reisler di Aleph Farms, «procede molto più velocemente rispetto allo stesso processo sul nostro Pianeta. Il tessuto viene stampato simultaneamente da tutti i lati, come quando si fa una palla di neve, mentre la maggior parte delle altre bioprinter lo crea strato per strato». A godere di più di questa tecnologia, va da sé, potrebbero essere proprio gli astronauti.

La carne creata in laboratorio potrebbe essere commercializzata in Usa già nel 2020.

IL 75% DEGLI ITALIANI CONTRO LA CARNE IN VITRO

Secondo lo studio messo a punto da Ixè per Coldiretti rispetto alla “bistecca” spaziale stampata in 3D, ben il 75% degli italiani non vede di buon occhio la carne sintetica. Mentre il 45% orienta le scelte sulla carne che deriva da allevamenti italiani. Il 29% dello stesso campione opta invece per carni locali. La carne in laboratorio, che mira a modificare radicalmente le abitudini di consumo alimentare, fa storcere il naso a molti, a cominciare da Assocarni e Coldiretti: «Si tratta di una abile operazione di marketing», ha commentato l’associazione degli agricoltori, «che punta a modificare stili alimentari naturali fondati sulla qualità e la tradizione».

DAL LABORATORIO AL SUPERMERCATO

Ma quando la carne sintetica raggiungerà le nostre tavole? Al momento, l’autorizzazione alla sua commercializzazione è stata data negli Stati Uniti. Il mercato di carne sintetica potrebbe essere attivo già dal 2020.  «L’Fda (Food and Drug Administration) si occuperà della raccolta e della conservazione delle cellule, della crescita e della differenziazione», si legge nel comunicato, «mentre l’Usda (United States Department of Agriculture) si occuperà della produzione e dell’etichettatura dei prodotti». E nel resto del mondo? Dipenderà da come ciascun Paese riuscirà a superare gli ostacoli culturali, economici, ambientali. Secondo le stime della società di consulenza americana AT Kearney, entro 20 anni, il 35% della carne in commercio potrebbe essere coltivata in laboratorio.

I PRO E I CONTRO DELLA CARNE SINTETICA

Ma quali sono i pro e i contro della carne in laboratorio? Per rispondere a queste domande, il Comitato Etico della Fondazione Veronesi ha redatto il documento Dagli allevamenti intensivi all’agricoltura cellulare per sostenere la diffusione delle tecniche che mirano a produrre carne e derivati animali da colture di cellule staminali. Fra i punti a favore: la riduzione della sofferenza animale; il maggiore controllo sulla carne coltivata con una riduzione del rischio di malattie di origine animale e del ricorso agli antibiotici; una migliore efficienza produttiva e una maggiore sostenibilità e cioè minore uso di energia, di acqua, ed emissioni. Destano invece qualche perplessità sia l’utilizzo di siero fetale bovino, quindi di un sottoprodotto della macellazione, che non eliminerebbe dunque sofferenza animale, ma anche la drastica riduzione di posti di lavoro nell’allevamento e nella produzione di carni e infine il rischio che queste tecnologie avanzate restino in mano a pochi attori in un regime di oligopolio.

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La falla di TikTok che mette a rischio i dati personali

Gli hacker possono caricare video non autorizzati e cancellarne altri, ma anche modificarne la privacy. Per proteggersi occorre aggiornare l'app.

Una falla in TikTok, la chat cinese popolare tra i giovanissimi, mette a rischio la sicurezza dei dati personali e la privacy dei video. A scoprirla i ricercatori di sicurezza di Check Point Research. La vulnerabilità è stata segnalata a TikTok ed è stata corretta, bisogna aggiornare l’app per proteggersi. Gli hacker, potenzialmente, possono caricare video non autorizzati e cancellarne altri; cambiare la privacy dei video di un utente da privata a pubblica; estrarre dati personali sensibili come nome e cognome, e-mail e data di nascita.

LA TERZA APP PIÙ SCARICATA

TikTok, ad oggi, secondo la stime della società di analisi SensorTower è stata scaricata oltre 1 miliardo e mezzo di volte, è la terza app più scaricata dietro WhatsApp e Messenger e davanti a Facebook e Instagram. È inoltre disponibile in oltre 150 mercati e utilizzata in oltre 75 lingue. Pochi giorni fa l’esercito Usa ne ha vietato l’uso considerandola «una cyberminaccia». Lo scorso dicembre gli stessi ricercatori di Check Point hanno individuato una falla su WhatsApp con cui un singolo malintenzionato poteva recapitare, in una chat di gruppo, un «messaggio distruttivo» che produceva un rapido e completo crash dell’intera app per tutti i membri. Anche in questo caso hanno avvisato la chat di proprietà di Facebook e la vulnerabilità è stata corretta.

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Buon 2030, viaggio in un futuro di crescita e innovazione

Pil globale salito di oltre il 30%. Vita media allungata fino alle soglie dell'immortalità con l’upload cerebrale. Più potere d'acquisto e frenata demografica. Surriscaldamento globale sconfitto. Uno scenario razionale e senza ansie sulla fine del prossimo decennio.

Quando la mattina del primo gennaio la cara zia Clelia suonerà il campanello saprò che è giunto il nuovo anno, poco importerà che la sua sarà telepresenza, perché dopo aver fatto l’upload della sua mente in un droide si è liberata della decadenza del suo corpo fisico. Certo viene da chiedersi come saranno le tavolate di Natale fra qualche anno, con le famiglie che non smetteranno più di allargarsi, ma siamo praticamente nel 2030 ed è ora di adeguarci alle novità. Non si può continuare a vivere nel passato, come se fossimo ancora – che so io – nel 2020 e il presidente degli Stati Uniti fosse ancora Donald Trump (uh, e chi se lo ricordava più? Che tempi, quei tempi).

IL FUTURO CI APPARE SEMPRE PIENO DI INCERTEZZE

È sempre così: guardandosi indietro vediamo tutto come scontato, acquisito, chiaro, definito. Ma allora come ora il futuro appariva pieno di incertezze. Non sapevamo che cosa ci aspettava. Anche se col senno di poi sappiamo che qualche indizio era disponibile.

STIPENDI EROGATI IN TOKEN AZIENDALI

Per esempio nel 2019 molti avevano ormai capito che il Giappone era “estremo Occidente” nel senso che anticipava tendenze che avrebbero coinvolto poco a poco gli altri, ma nessuno aveva intuito che il modello retributivo della nipponica Disco Corporation sarebbe diventato lo standard con cui tutti oggi abbiamo familiarità: parte del salario erogata in token (monete digitali) aziendali, con cui si alimenta un mercato (efficiente) interno all’azienda, comprando la collaborazione di altri uffici, noleggiando le sale riunioni (usandole quindi solo quando servono).

QUASI IMMORTALI GRAZIE ALL’UPLOAD CEREBRALE

A pochi giorni dall’inizio del 2030 possiamo ormai dire che anche il decennio che abbiamo alle spalle è stato ancora una volta un decennio di crescita economica. Il Pil globale è cresciuto in questi ultimi 10 anni di oltre il 30%, la vita media si è allungata ancora e con l’upload cerebrale siamo ormai alle soglie dell’immortalità.

GLI STORICI PIANIFICHERANNO IL DOMANI

Non mi sono ancora abituato all’idea che potrò dialogare coi miei trisnipoti e trasmettere loro le mie esperienze in forma diretta, e non credo che socialmente abbiamo ancora compreso le implicazioni di tutto questo. Per esempio, dico io, diventerà ovvio che il lavoro degli storici non sarà conoscere il passato, come archivisti, ma attraverso lo studio della Storia governare il presente e pianificare il futuro.

ASSISTENZA SANITARIA MIGLIORATA ANCORA

A proposito di futuro, sembrerà che le cose stiano peggiorando o almeno che stiano per peggiorare, come sempre ci accade: siamo una specie plasmata dall’evoluzione a prestare estrema attenzione ai pericoli (il patrimonio genetico dei più disattenti non è giunto fin qui… Reagire in modo eccessivo ai falsi allarmi di attacchi nemici è stata a lungo la cosa giusta da fare per sopravvivere), ma per quanto i nostri cervelli siano più attratti dai problemi, i fatti ci dicono che il genere umano continua a progredire e a migliorare le sue condizioni. L’assistenza sanitaria è migliorata ancora, grazie ad altre stupefacenti scoperte mediche, e la crescente attenzione per l’alimentazione ha portato la mortalità infantile globale a nuovi minimi storici.

UN DECENNIO DI REGULATION SUI NOSTRI DATI

Ma il decennio che abbiamo alle spalle è stato anche il decennio della regulation. Ricordate nel 2020, prima dello split di Facebook, come una manciata di grandi player si spartivano l’intero mercato dei dati e spadroneggiavano nel mercato pubblicitario. Il Gdpr, per regolare e proteggerci dall’uso improprio dei dati, c’era solo in Europa. Incredibile, a pensarci, sembra ieri.

I RECORD LI FANNO GLI ATLETI AUMENTATI

Peraltro il 2020 era l’anno in cui molti aspettavano la cosiddetta “recessione Godot”, quella che non arrivava mai e che impiegò ancora un po’ a manifestarsi, ma è stato anche l’anno delle Olimpiadi di Tokyo, le ultime a registrare tutti quei record. Oggi i record si registrano tutti alle Paralimpiadi con gli straordinari “atleti aumentati”, ma chi ci pensava dieci anni fa?

BUONE NOTIZIE DALLA DINAMICA DEMOGRAFICA

Nel frattempo la dinamica demografica mondiale sembra dare buone notizie sia per l’umanità sia le altre specie del Pianeta. Il calo della crescita della popolazione sta avendo certamente degli impatti economici rilevanti (per consumi e sistemi pensionistici innanzitutto), ma quantomeno ci aiuta a vivere in maggior equilibrio con il resto dell’ecosistema della Terra. Secondo le statistiche preparate dalla Banca mondiale, la crescita della popolazione ha raggiunto un picco di circa il 2% annuo alla fine degli Anni 60. Nel 2020 era circa l’1%, oggi è al di sotto di 0,9% ed è probabile che continuerà a scendere verso lo zero.

EFFETTO RICCHEZZA CHE DURERÀ A LUNGO

Quindi da una parte abbiamo ancora molti anni davanti a noi dove la demografia continuerà a sostenere la crescita economica. Inoltre, siccome i gruppi di popolazione più numerosi e in più rapida crescita stanno ancora recuperando il ritardo rispetto agli standard di vita del mondo sviluppato, la crescita del potere d’acquisto della popolazione mondiale continua (e continuerà) a crescere più velocemente dell’espansione demografica. Un “effetto ricchezza” che garantisce ancora sostegno alla crescita economica e ai rendimenti degli investimenti per i prossimi decenni.

SALVATO ANCHE LO STRATO DI OZONO

Insomma, il futuro è pieno di prospettive luminose, ma lo percepiamo come oscuro, e probabilmente sarà sempre così, è una deformazione insita nel nostro essere, ed è anche utile: se non ci preoccupassimo del futuro, non ci attrezzeremmo per evitarne i rischi. Il futuro sarà migliore, ma solo se crediamo che non lo sarà. Per esempio: saremmo riusciti a fermare l’impoverimento dello strato di ozono senza tutte quelle storie di paura di un’imminente catastrofe ambientale?

NUOVE TECNICHE DI SMALTIMENTO DELLA CO²

Con che spirito dobbiamo quindi guardare al futuro? Pensiamo al decennio che abbiamo alle spalle: tra il 2020 e oggi abbiamo rilanciato le missioni su Marte, e ci stiamo avvicinando a realizzare il primo viaggio umano interplanetario. Abbiamo affrontato sempre più coesi le sfide della sostenibilità e del cambiamento climatico (e ancora molto resta da fare, anche se le recenti innovazioni della genetica applicata alla botanica ci hanno permesso di realizzare nuovi strumenti di smaltimento della CO²). Abbiamo visto arrivare i taxi volanti, le super car elettriche e la medicina personalizzata, riuscendo nel frattempo a regolamentare i giganti della tecnologia, imponendo loro una tassazione più equa e meno facile da eludere.

UNO SFORZO: ALLONTANARE ANSIE E DUBBI

Avremo davanti, come sempre abbiamo avuto, alti e bassi. Oggi il 2020 lo guardiamo con occhio nostalgico, sta nel passato e quindi è privo di incertezze o incognite, mentre il 2030 che abbiamo davanti è fonte di ansie e dubbi. Dobbiamo ricordarcene ogni volta che guardiamo al futuro, cercando di fare uno sforzo. Lo sforzo di essere razionali e non concedere troppo spazio ai meccanismi insiti nel nostro cervello. Buon 2030 a tutti.

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Che cosa hanno cercato gli italiani su Google nel 2019

Nadia Toffa e Notre Dame le parole più digitate sul motore di ricerca nell'anno che sta per chiudersi. Ma ai primi posti si trovano anche Sanremo, le elezioni europee e Luke Perry.

Nadia Toffa e Notre Dame sono le parole emergenti dell’anno per gli utenti italiani di Google. La conduttrice del programma televisivo Le Iene, venuta a mancare lo scorso agosto, è anche in cima alla lista dei personaggi del 2019. La domanda più digitata dagli utenti di Google nel corso dell’anno che sta finendo è «perché è caduto il governo», ma anche «perché si chiamano Sardine», riferito al movimento che sta riempiendo le piazze italiane.

NADIA TOFFA PRIMA TRA LE RICERCHE PER IL TERZO ANNO DI FILA

Google, come ogni anno, condivide i trend più interessanti dei 12 mesi passati dividendoli in liste: ci sono le parole emergenti, i personaggi, fai da te, come fare, cosa significa, i perché, le mete di vacanza, le ricette, i biglietti degli eventi. Nelle ricerche degli italiani al primo posto emerge per il terzo anno di seguito Nadia Toffa (tra i personaggi più popolari anche nell’analisi di Twitter): è dal 2017, anno in cui rese pubblica la sua malattia, che la conduttrice de Le Iene catalizza l’attenzione degli utenti. Nella lista delle parole emergenti di Google c’è anche Notre Dame, la cattedrale di Parigi che è stata devastata da un incendio il 15 aprile 2019.

AI PRIMI POSTI SANREMO, LUKE PERRY E IL VOTO EUROPEO

Seguono Sanremo, le elezioni europee, l’attore Luke Perry, morto il 4 marzo scorso, e noto per aver recitato nella serie televisiva Beverly Hills 90210. Poi il governo, Joker, personaggio del film interpretato da Joquin Phoenix che ha vinto Il Leone d’Oro a Venezia, Mia Martini, Mahmood (che ha vinto il Festival di Sanremo 2019 con il brano Soldi) e il personaggio dei fumetti Thanos. Tra le ricerche più curiose, segno dei tempi, come fare domanda per navigator (la nuova figura professionale prevista nel decreto del reddito di cittadinanza per aiutare i cittadini a trovare un lavoro); cosa significa Macchu Picchu; mentre la meta di vacanze al top è Zanzibar e la ricetta emergente è di nuovo la pastiera napoletana

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La disabilità sui social network: pericolo o opportunità?

Ridurre la visibilità degli utenti con disabilità, come in passato ha fatto TikTok, non li protegge dal rischio di bullismo ma aumenta la discriminazione nei loro confronti.

Ridurre la visibilità dei post di utenti con disabilità sui social network è una strategia contro il cyberbullismo o una forma di discriminazione?

Mi sto ponendo la domanda da quando ho scoperto che TikTok, social network molto diffuso tra i giovanissimi, avrebbe ridotto la visibilità dei video e dei post pubblicati da persone con disabilità (ma anche, per esempio, da persone in sovrappeso, queer, ecc) per difenderle da possibili azioni di cyberbulismo.

A dir la verità la notizia potrebbe essere già un po’ vecchia: TikTok ha spiegato che questa prassi, usata in passato allo scopo di contrastare tale preoccupante fenomeno, ora è stata abbandonata. Credo però che la riflessione sul modo in cui viene mostrata la diversità e in cui se ne parla sia un tema più che mai attuale e che valga la pena soffermarcisi.

TIKTOK UN SOCIAL VIDEO PER GIOVANISSIMI

L’universo della Rete e dei social è sconfinato e in continua espansione. Non è così improbabile che qualche altro social si trovi a gestire, realmente o anticipandole, le conseguenze del bullismo online e, a mio parere, non tutte le strategie di contrasto hanno la medesima efficacia.

Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi

Per capire meglio il funzionamento di TikTok ho chiesto informazioni a Sebastiano, mio nipote tredicenne nonché il “Virgilio” nel mio viaggio alla scoperta del misterioso mondo dei preadolescenti. Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi. Ovviamente, una volta creati, i video si possono pubblicare, condividere, commentare.

Ma volendo si può anche scegliere di “costruire” il proprio video, abbinandolo a quello creato da un altro utente e già caricato in rete. Immagino quindi che sia possibile “bullizzare” qualcuno commentando le sue produzioni o utilizzandole all’interno dei propri video per dileggiarle. La piattaforma consente poi di partecipare a diverse “sfide” come ad esempio la shoes challenge che consiste nel provare il maggior numero di scarpe e vestiti in 15 secondi oppure gare di “mossette” o piccole coreografie.

NASCONDERE LA DIVERSITÀ NON TUTELA DA PAURA E PREGIUDIZIO

Tik Tok, quindi, come del resto anche altri social, è uno strumento che espone i corpi e li mette in mostra in Rete ed è chiaro che a essere più in pericolo di strumentalizzazione e dileggio siano soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti con caratteristiche ritenute fuori dalla norma. Non penso però che ridurre la visibilità dei video pubblicati da queste persone sia una strategia utile a debellare il cyberbullismo. «Lontani dagli occhi, lontani dalla violenza online» non può essere considerata una soluzione valida. Significa nascondere l’esistenza di ragazze e ragazzi che nella vita reale ci sono eccome!

Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza

Fingere che la diversità non faccia parte della vita e dell’essere umano è innaturale. Peggio ancora, contribuisce ad alimentare l’ignoranza collettiva e, conseguentemente, anche la paura e il pregiudizio. In questo modo non si protegge proprio nessuno ma al contrario si mettono i bastoni tra le ruote a individui ancora in crescita. E non mi riferisco solamente alle possibili vittime del cyberbullismo che, sebbene parzialmente occultate in Rete, si trovano comunque a dover interagire con i loro coetanei “normaloidi” nel mondo reale ma anche coi bulli stessi.

Cos’è infatti il bullismo se non una reazione alla paura che suscita l’altrui diversità, forse perché richiama in qualche modo la nostra, che non vogliamo vedere e accettare? Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza per tutti non a schivarle e contrastarle. L’ignoranza, intesa come non conoscenza di una certa realtà, non fa che aumentare la paura, i pregiudizi, le teorie personali false e disfunzionali rispetto alla stessa.

SERVE EDUCAZIONE AL DIALOGO E CONTROLLO DEGLI ADULTI

Comunque sia, ritengo che anche la demonizzazione tout court dei social network sia sbagliata perché la loro pericolosità o, al contrario, utilità dipende dall’uso che ne viene fatto. Certamente sono dei canali di veicolazione di messaggi utilizzatissimi, la cui potenza non va sottovalutata ma può essere usata per finalità costruttive. Sono convinta che TikTok possa essere un valido strumento per diffondere una cultura della disabilità più costruttiva e generativa di quanto ancora oggi il senso comune ci propone, all’interno e all’esterno dei social network.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti

Si potrebbe, per esempio, usare lo stratagemma delle “sfide” e provare a lanciarne alcune che stimolino la riflessione sulla vita delle persone con disabilità, ad esempio: «Mostra in un minuto 10 ostacoli in cui una persona disabile si imbatte quotidianamente e come fa ad affrontarli», oppure «Persone con disabilità e diritto al lavoro in tre minuti», ed escamoages simili. Rimane il fatto che l’uso di questo social, come degli altri, da parte dei ragazzi, soprattutto se minorenni, dovrebbe essere filtrato dagli adulti di riferimento. Dei contenuti che circolano e dei messaggi in essi veicolati se ne dovrebbe poter parlare in casa e a scuola perché non è detto che tutti possiedano già gli strumenti per poterne valutare la qualità e l’eventuale pericolosità.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti sia rispetto ai contenuti presenti online che riguardo alle modalità con cui vengono trasmessi. L’educazione al dialogo e al rispetto delle reciproche diversità non si genera dall’esclusione di qualcuno dalla comunità dei “parlanti”, reali o virtuali, bensì è possibile promuovendo lo scambio e la conoscenza reciproci.

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I fondatori di Google Page e Brin lasciano il controllo di Alphabet a Sundar Pichai

Gli storici creatori del motore di ricerca più usato al mondo hanno deciso di fare un passo indietro cedendo tutto all'attuale Ceo. I due manterranno il posto nel cda ma non avranno più voce in capitolo sulle strategie del gruppo.

Svolta storica per “Big G.” Larry Page e Sergey Brin, storici fondatori di Google, hanno deciso di lasciare la guida di Alphabet. I due creatori del motore di ricerca più famoso del mondo hanno deciso di fare un passo indietro dopo la ristrutturazione societaria di quattro anni fa, cedendo il potere all’attuale amministratore delegato di Google Sundar Pichai. Secondo quanto scrive The Verge i due rimarranno comunque nella società e conserveranno i loro posti nel consiglio di amministrazione, ma non avranno più voce in capitolo nella gestione del gruppo.

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Attivismo online: così i millennial possono rottamare gli influencer

I nati tra gli Anni 80 e il 2000 usano i social per connettersi tra loro, esprimersi liberamente, fare gruppo. Una volta compreso questo, è possibile porre le basi per una comunicazione che non coinvolga o crei personaggi. Rendendo a questi vip digitali la vita un po' meno facile.

Estetica della comunicazione, informatica e filosofia dei linguaggi, queste alcune delle materie previste dal corso di laurea per influencer della eCampus.

Il corso, pietra dello scandalo di inizio mese, è stato concepito per fornire a figure interessate (e interessanti) competenze e strumenti in grado di affrontare il mondo degli influencer, altamente spregiudicato e in costante evoluzione.

UN PASSAPAROLA STRATEGICO PER IL MERCATO

L’obiettivo finale del corso è univoco: forgiare, indirizzare e sostenere figure professionali in grado di “influenzare” il mondo che le circonda attraverso la creazione di un passaparola strategico in grado di generare seguito e mercato. L’idea di base è dunque quella di selezionare una rosa di persone in grado di affermarsi nel mondo digitale, perché, se è vero che chiunque può diventare un influencer, è altrettanto vero che non tutti gli influencer possono davvero collaborare in maniera efficace con una certa azienda o un brand.

LEGGI ANCHE: Come funziona il mercato degli influencer del cibo

Proprio su quest’ultimo aspetto la eCampus ha voluto dare il suo contributo: fornire strumenti a coloro i quali sono interessati a promuovere la propria figura sul mercato e a diventare attori cruciali del marketing attuale. In questa ottica, analizzare la funzione e gli obiettivi del corso, al di là delle critiche che la sua stessa natura porta con sé, aiuta a comprendere, e forse a sorprendersi, dell’uso che si fa, e che i millennial in particolare fanno, dello strumento digitale

I TRE TIPI DI INFLUENCER: IDENTIFIED, ENGAGED E ACTIVE

A causa della popolarità di questi personaggi pubblici e, soprattutto, del loro rapporto con il pubblico è possibile individuare almeno tre diversi cluster di influencer. Il primo è costituito dagli identified, influencer considerati rilevanti per un brand; il secondo dagli engaged, vale a dire il numero di influencer con cui si è instaurato un livello sostanziale di interazione con i follower attraverso la condivisione di post e contenuti e, infine, il terzo è composto dagli influencer active, ovvero gli influencer direttamente coinvolti nei programmi di influencer marketing. Questo terzo cluster nasce in seguito all’evoluzione del concetto di marketing, di cui abbiamo avuto modo di parlare ampliamente nella scorsa rubrica. Non si tratta, però, in questo caso, solamente della nascita e del successo dell’on-demand marketing. Il ruolo degli influencer ha dato vita al cosiddetto “marketing influenzale” che sta progressivamente scalzando quello tradizionale e implementando quello su richiesta.  

IL SUCCESSO DEL MARKETING DI INFLUEBZA

Il marketing di influenza è un tipo di marketing in cui la concentrazione è posta su persone influenti e identificate come rilevanti (influencer) più che sul mercato di riferimento nel suo complesso. Questo termine, e i concetti che dietro vi si celano, sono stati utilizzati per la prima analizzata negli Anni 40, nel celebre studio The People’s Choice di Lazarsfeld e Katz sulla comunicazione politica. Lo studio afferma che la maggior parte delle persone sono influenzate da rumors e opinion leader. Infatti, nonostante questi talvolta si limitino a dare vita a semplici words of mouth, ovvero “movimenti/parole della bocca”, spesso riescono a raggiungere il pubblico in modo efficace ed efficiente, trasmettendo semplice messaggi chiave di facile ricezione. 

LEGGI ANCHE: Ci siamo stancati degli influencer?

Attraverso la semplicità e la ripetitività di contenuti e l’avvento degli influencer, l’industria del marketing di influenza è cresciuta molto velocemente negli ultimi anni, tanto che nel 2017 il suo valore mondiale era stimato intorno all’1,07 miliardi di dollari. Un risultato sbalorditivo che necessita, però, di essere accompagnato da una giusta strategia per evitare di finire, in breve tempo, nel dimenticatoio.

L’ATTIVISMO DIGITALE DEI MILLENNIAL

Spesso siamo portati a pensare che i millennial, nati tra gli Anni 80 e il 2000, rappresentino la fascia d’età più affascinata e disposta al dialogo con gli influencer. Recenti studi pubblicati sul Public Relations Journal dell’Institute for Public Relations hanno evidenziato un fattore sorprendente: i millennial sono soprattutto impegnati, attraverso social network e strumenti digitali, in comportamenti di attivismo online che superano di gran lunga quelli offline. Questa forte relazione tra millennial, attivismo e digitale non risiede però nella specifica e precisa volontà dei ragazzi di “fare attivismo”. Secondo gli studi, l’attivismo viene percepito come la possibilità di avere libertà di espressione, interagire con gli altri, appartenere a un gruppo e costruire la propria identità.

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Questo aspetto, spesso sottostimato e poco considerato dagli addetti ai lavori, è fondamentale per costruire nuovi modelli di comunicazione online. I social media per l’attivismo online e le organizzazioni a esso correlate possono mobilitare strategicamente i millennial coinvolti in queste attività e coinvolgerli intorno a questioni specifiche senza la necessità di creare e animare un personaggio su cui far convergere la loro attenzione. Le idee, le parole e la continua ricerca di identità rappresentano nuove leve in grado di aiutare a costruire nuovi modelli di aggregazione. Comprendendo quali gratificazioni i millennial hanno cercato di raggiungere attraverso attivismo online, è possibile porre le basi per indirizzare la comunicazione e le gratificazioni del pubblico e rendere meno facile la vita agli influencer.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Facebook e Instagram down: ancora problemi per i social di Zuckerberg

I due siti irraggiungibili per diverso tempo e in diverse zone del mondo, dall'Europa agli Stati Uniti. Su Twitter un fiume di segnalazioni sotto gli hashtag #facebookdown e #instagramdown.

Pomeriggio difficile per i social di Mark Zuckerberg. Nella giornata del 28 novembre sia Facebook che Instagram sono risultati irraggiungibili per diverso tempo in varie parti del mondo.

SEGNALAZIONI DALL’EUROPA AL SUD AMERICA

Sul sito Downdetector sono state migliaia le segnalazioni di malfunzionamento per i due social network. A livello geografico, le segnalazioni hanno coinvolto l’Europa, il Nord America e il Sud America. Diverse centinaia di segnalazioni hanno riguardato la chat Messenger. Su Twitter diversi utenti stanno postando messaggi con gli hashtag #facebookdown e #instagramdown. C’è chi non è riuscito ad accedere a Facebook e ha pubblicato lo screenshot dell’avviso visualizzato sul social: «Facebook al momento non è disponibile a causa di un’operazione di manutenzione e dovrebbe tornare a essere disponibile tra pochi minuti».

FACEBOOK: «AL LAVORO PER TORNARE ALLA NORMALITÀ»

«Sappiamo che alcune persone stanno riscontrando delle difficoltà nell’accedere alla famiglia delle app di Facebook», ha detto un portavoce del gruppo. «Stiamo lavorando per riportare tutto alla normalità il più velocemente possibile».

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Il bonus per tv e decoder dvb t2 parte il 18 dicembre

Partirà il 18 dicembre il bonus da 50 euro per l’acquisto di TV e decoder di nuova generazione. Lo rende..

Partirà il 18 dicembre il bonus da 50 euro per l’acquisto di TV e decoder di nuova generazione.

Lo rende noto il Ministero dello Sviluppo economico annunciando che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale MiSE-MEF che disciplina le modalità per l’erogazione dei contributi.

A beneficiare del ‘Bonus Tv’ saranno le famiglie con reddito ISEE fino a 20.000 euro. Lo sconto sarà praticato dal venditore fino al 31 dicembre 2022.

LEGGI ANCHE: Le cose da sapere sul nuovo segnale digitale terrestre

Il bonus varrà dunque tre anni: la fine del 2022 è infatti il termine in cui si concluderà il processo di transizione alle reti digitali terrestri in DVBT-2 (Digital Video Broadcasting Terrestrial 2, passo avanti rispetto al digitale DVBT1 attuale). La misura, specifica il ministero, “rientra nell’ambito delle numerose azioni messe in campo dal Mise per accompagnare il processo di trasformazione digitale del settore TV”. Gli stanziamenti derivano dalla legge di Bilancio 2019, che prevedeva per il bonus risorse finanziarie pari a circa 150 milioni di euro.

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I rischi di spiare partner e figli attraverso le app

Controllare gli adolescenti attraverso il cellulare è controproducente. Crea ansia e azzera la loro autostima. Se lo si fa con un adulto, a sua insaputa, si commette reato. E si manda a rotoli la relazione. Parola dello psicologo Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche.

Ficcare il naso nella vita online di partner, amici, semplici conoscenti o figli può facilmente diventare un’ossessione. L’attività di “intelligence” è facilitata da applicazioni che registrano spostamenti, conversazioni WhatsApp, mail e addirittura telefonate. Un controllo spesso illegale che ha conseguenze pesanti su rapporti e relazioni.

LEGGI ANCHE: Orbiting, il bisogno di spiarsi in Rete

ADOLESCENTI SOTTO CONTROLLO

Questi servizi non tentano solo partner gelosi, ma anche genitori di adolescenti, convinti di poter dormire sonni tranquilli con un semplice download. L’ultima app che ha provocato una rivolta social dai parte dei ragazzi è stata Life360. Ma l’elenco è lungo: si va da FamilySafe a Mobile Fence, da Family Time al “banale” Trova il tuo iPhone. E allo scoppiare di ogni nuova polemica si ripropone puntuale la stessa domanda: è giusto o no controllare i propri figli?

ATTENZIONE ALL’AUTOSTIMA DEI RAGAZZI

Secondo lo psicologo Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione Nazionale dipendenze tecnologiche, la risposta è: «Quasi mai». «Sconsiglio l’uso di uno smartphone proprio fino ai 13 anni», spiega a Lettera43.it, «ma se lo si consente, meglio controllare che tipo di app vengono scaricate e che uso se ne fa visto che a quell’età è molto difficile riuscire a difendersi dai pericoli della Rete». Diverso, invece, lo “spionaggio” territoriale o relazionale che queste app esercitano sia alla luce del sole sia all’oscuro dell’interessato. In tal caso la condanna è ferma. «Pensare di conoscere ogni spostamento o pensiero del proprio figlio è un’utopia visto che esistono mille modi per ingannare certi sistemi», continua Lavenia, «come scaricare app che simulino geolocalizzazioni diverse da quelle effettive o cambiare sim all’insaputa del genitore». Inoltre è anche controproducente per l’autostima del ragazzo. «Se un 15enne scarica l’app social del momento, per esempio Tik Tok, è giusto farsi spiegare di cosa si tratta, senza però invadere troppo la sua privacy. In questo modo sentirà non solo la presenza dell’adulto ma anche la fiducia che gli si accorda».

Spiare il partner attraverso app installate sul suo cellulare a sua insaputa è un reato.

SOFTWARE CHE GENERANO SOLO PARANOIE

Non solo. Dispositivi simili non sono altro che generatori di paranoie, più si conosce più si vorrebbe sapere, senza preoccuparsi delle conseguenze. «I ragazzi di oggi sono già abbastanza controllati dal registro elettronico e dai vari gruppi di mamme, sottometterli a queste app equivale a chiuderli in una sorta di carcere digitale in grado di fare molto male», sottolinea lo psicologo.

L’ANSIA ALLA BASE DEL MONITORAGGIO MANIACALE

Se si parla di adulti, invece, il discorso cambia radicalmente visto che il controllo non è mai ammissibile ed è condannato dalla legge. «Nonostante questo, non conto più le coppie che arrivano in terapia portando a suggello delle differenti tesi screenshot delle conversazioni con il partner o cose dette nelle app di famiglia», racconta Lavenia. Anche in questo caso, al di là che «solo l’idea che il partner conosca ogni nostro spostamento è inquietante», il vero problema è se il cellulare non prende, è scarico o si spegne. «A quel punto il controllante cade in paranoia e in agitazione immaginando gli scenari peggiori». Già perché alla base dei comportamenti devianti di chi decide di esercitare un monitoraggio maniacale c’è uno stato d’ansia elevatissimo che in presenza di imprevisti si amplifica, mettendo in crisi ancora di più il rapporto di fiducia. «Una relazione sana dovrebbe basarsi su questo mentre lo spionaggio ne è privo, manipola l’altro e tende a metterlo alla prova», ricorda Lavenia.

In Italia nei primi 8 mesi del 2019 almeno 1000 persone sono state vittime di stalkerware.

IN CRESCITA I CASI DI STALKERWARE

Quando poi il controllo è subdolo e viene effettuato attraverso spy software che si agganciano al cellulare in modo invisibile e lavorano senza lasciare traccia diventa un reato. Secondo l’ultimo rapporto The State of Stalkerware pubblicato dal colosso russo della sicurezza informatica Kaspersky, da gennaio ad agosto 2019 oltre 37 mila persone nel mondo sono state vittima di stalkerware almeno una volta. Più di mille solo in Italia. Lo stalkerware non solo è illegale ma anche pericoloso visto che nel cervello dell’esecutore si innescano meccanismi persecutori compulsivi che creano una dipendenza emotiva e fisica molto simile a quella generata dalla droga. Inutile sottolineare la pericolosità di un tale comportamento per le vittime sia a livello fisico, essendo impossibile prevedere la reazione di un partner ossessivo che si senta tradito, sia psicologiche, dato che accorgersi di essere costantemente monitorati rappresenta una violenza

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Pokémon, origine e storia di un successo planetario

Il 15 novembre hanno debuttato gli ultimi due videogiochi Pokemon Spada e Scudo. Ma come è nato il fenomeno dei mostriciattoli da catturare? Tutto è cominciato da una semplice battaglia tra insetti.

Ventiquattro anni dopo, il mondo sta per essere invaso ancora una volta da una valanga di coloratissimi, improponibili mostriciattoli che sciamano dall’arcipelago nipponico. Sono i Pokémon, fusione di due parole, Pocket e Monster, mostri tascabili. Milioni di appassionati hanno atteso il debutto, il 15 novembre, degli ultimi due capitoli su Nintendo Switch di Pokémon Spada e Pokémon Scudo. Per dare un’idea nella notte, a Milano, nel quartiere City Life, i fan più sfegatati hanno sfidato il freddo novembrino sotto un Pikachu alto 11 metri pur di mettere le loro mani sui videogiochi allo scoccare della mezzanotte.  

Ma quali sono le ragioni di una simile mania? E com’è nato questo fenomeno mondiale che non ha risparmiato angolo del globo pur affondando le proprie radici nella tradizione e nella cultura nipponica?

POKÉMON, GENESI DI UN MITO

I Pokémon vengono alla luce nel 1995 ma in realtà erano presenti da sempre nella cultura giapponese. Ancorati all’antico culto animista che ha poi pervaso, nei secoli, scintoismo e buddismo, i giapponesi sono ancora oggi intimamente convinti che qualunque oggetto possegga un’anima. Anche i sassi. E non è un caso, dunque, che ci siano Pokémon a forma di sasso, come Geodude, recentemente scelto come ambasciatore del turismo del Paese, con tanto di immancabile sigla dal sapore infantile.

Popolo indubbiamente curioso, quello giapponese, che da sempre guarda con altri occhi la natura che lo circonda, lasciandosi attrarre soprattutto dalle creature più piccole.

LA PASSIONE PER GRILLI, CICALE E COLEOTTERI

Se i Pokémon esistono da sempre non lo si deve solo all’animismo, ma anche alla passione dei giapponesi per gli insetti. Noi occidentali non li abbiamo mai particolarmente amati. Esistono invece antiche stampe nipponiche che ritraggono con dovizia di particolari locuste e scorpioni. Per non parlare, poi, dei poemi e degli haiku sui canti delle cicale e dei grilli. I più antichi risalgono al X secolo.

Un allevamento di insetti in Cina.

Il noto pittore e poeta Kobayashi Issa per esempio scrisse: «Quando io morirò, sii tu il guardiano della mia tomba, piccolo grillo». Non è un caso che, prima della Seconda Guerra mondiale, quando cioè il Sol Levante viveva ancora separato dal resto del mondo, lo straniero più noto all’epoca nel Paese fosse l’entomologo francese Jean-Henri Fabre (1823-1915), soprannominato da Victor Hugo «l’Omero degli insetti», autore di un libro che nell’arcipelago è considerato oggetto di culto: Ricordi entomologici.

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LE BATTAGLIE TRA INSETTI

Per i coleotteri, poi, i giapponesi hanno sempre avuto una sorta di predilezione. Ancora oggi, durante l’estate, nei paesini rurali i negozi vendono larve di kabutomushi che i bambini allevano per tutte le vacanze come animali da compagnia. Sono detti scarabei rinoceronte per il lungo corno curvo sulla fronte: i maschi lo usano come leva per sollevare il corpo dell’avversario negli scontri per la difesa del territorio. Questa animosità innata nel kabutomushi ha dato origine a un hobby nipponico che è a sua volta prodromico al fenomeno dei Pokémon: le battaglie tra insetti.

Pupazzi dei Pokemon a Taipei.

Anche in Cina e in Corea non è raro, magari in bar malfamati, trovare assembramenti di adulti ubriachi intenti a scommettere sull’insetto che uscirà vivo dall’incontro. E nel vasto Oriente non sempre queste competizioni sono viste di buon occhio per motivi di ordine pubblico.

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MANTIDI E CERVI VOLANTI SCAMBIATI COME FIGURINE

In Giappone invece queste furibonde battaglie hanno conservato un pizzico dell’innocenza di un tempo e, mentre gli adulti perdono migliaia di yen al pachinko, i pochi bambini che hanno ancora la fortuna di vivere in ambienti rurali trascorrono le estati catturando esemplari che poi fanno combattere tra loro o che semplicemente mostrano agli amici, dando vita a veri e propri mercatini nei cortili delle scuole. I più ambiti sono naturalmente quelli dotati di mandibole, corna e artigli, come la mantide, il coleottero lucanide, il cervo volante, il Titanus giganteus, il Cyclommatus, il Golia, il Megasoma elefante o il Dynastes hercules. Guardando bene questi coleotteri, dai gusci spessi e dalle zanne affilate, si intuisce che un altro fenomeno tutto nipponico è probabilmente nato proprio dalla loro passione per gli insetti: quello dei robot che nei telefilm degli Anni 80, soprannominati Tokusatsu, distruggevano intere metropoli.

Pikachu è il personaggio diventato simbolo dell’intera saga.

COME SI È ARRIVATI A PIKACHU

Che i Pokémon siano nati dalle battaglie per gli insetti lo ha ammesso il loro creatore, Satoshi Tajiri. Quando, appena 30enne, nel 1995 varcò i cancelli della sede di Kyoto di Nintendo, la software house di videogiochi, propose appunto una simulazione virtuale di questo hobby. Infatti, chi ha avuto modo di esplorare il codice di gioco originario sostiene che il primo Pokémon introdotto non sia stato Pikachu, che con l’esplodere della moda è diventato emblema dell’intera serie, ma colossi come Nidoking e Kangaskhan che, per fattezze e caratteristiche, rimandano appunto ai coleotteri più ambiti.

Un enorme Pikachu alla sfilata per il Giorno del ringraziamento a New York.

Sarebbe stata Nintendo a chiedere allo sviluppatore di introdurre mostriciattoli più kawaii (aggettivo intraducibile che indica tutto ciò che è amabile e suscita trasporto materno), come appunto Pikachu (che all’inizio si chiamava Gorochu), Meowth e Jigglypuff.

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Ma il concetto alla base rimase invariato: si impersonava un ragazzino che aveva come compito quello di catturare esemplari sempre più rari da fare combattere e da scambiare con gli amici. In una epoca in cui non esisteva la tecnologia bluetooth e non c’erano apparecchiature Wi-Fi, Nintendo fece miliardi di yen vendendo cavetti che mettevano in connessione due Game Boy e consentivano di trasportare i Pokémon da una consolle all’altra (oggi ne fa ancora con la Banca Pokémon, cloud in cui stoccare – a pagamento – le proprie creaturine).

A caccia di mostri con Pokemon Go.

ANIMALI DALLA UOVA D’ORO: FUMETTI, FILM E VIDEOGIOCHI

Se, le prime avvisaglie arrivarono, quasi in sordina, nei Game Boy de bambini delle elementari, in breve tempo scoppiò il fenomeno. I maestri non riuscivano più a separare i bambini dalle consolle e presto iniziarono loro stessi a giocarci, così come ci giocavano anche i genitori. Il primo aprile del 1997 andò in onda il primo episodio dell’anime (cartone animato) dedicato ai Pokémon che contribuì a diffondere l‘isteria collettiva dando alle buffe creaturine rotondità, animazioni e colori che su una consolle a 8-bit del 1989 dallo schermo verde e grigio non potevano certo avere.

Ai primi tre videogiochi, Pokémon Rosso, Pokémon Blu e Pokémon Verde venne affiancato un quarto titolo, sostanzialmente identico, ma che aveva Pikachu protagonista, per sfruttare la popolarità che il personaggio aveva guadagnato grazie alla serie animata: Pokémon Giallo. Fu un altro incredibile successo.

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Oggi i quattro videogame hanno superato le 100 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Da lì a poco uscì anche Mewtwo colpisce ancora (tornerà realizzato in GC), il primo dei 23 lungometraggi per il cinema che, proprio nel 2019, hanno subito una decisa evoluzione con Detective Pikachu, pellicola in cui i mostriciattoli sono disegnati per la prima volta in computer grafica e interagiscono con attori in carne e ossa (protagonista è Justice Smith, figlio di Will Smith) in modo non dissimile dalla tecnica usata nel 1988 per realizzare Chi ha incastrato Roger Rabbit. L’arrivo su smartphone di Pokémon Go ha dato nuovo slancio al fenomeno permettendo la cattura dei mostriciattoli nel mondo reale. E ora il debutto dei due ultimi titoli, Pokémon Spada e Pokémon Scudo, destinati secondo gli analisti a infrangere ogni record precedente.

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Come funziona Facebook Pay, il nuovo servizio per i pagamenti digitali

Facebook entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali. La società annuncia Pay, destinato agli utenti che usano l’ecosistema di app..

Facebook entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali. La società annuncia Pay, destinato agli utenti che usano l’ecosistema di app della società guidata da Mark Zuckerberg, cioè Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp, e che “offrirà alle persone un’esperienza di pagamento comoda, sicura e coerente” tra tutte le applicazioni. Facebook Pay debutterà questa settimana negli Stati Uniti, per poi diffondersi in altri Paesi, potrà essere utilizzato per fare acquisti, effettuare donazioni o trasferire denaro.

“Facebook Pay si basa su infrastrutture finanziarie e su partnership già esistenti ed è separato dal portafoglio Calibra che si appoggerà al network Libra”, precisa la società. Il servizio supporterà la maggior parte delle principali carte di credito e debito, anche PayPal.

Per utilizzare Facebook Pay, sarà necessario aggiungere il metodo di pagamento dalle impostazioni dell’applicazione oppure sceglierlo quando si effettua un pagamento. “Gli utenti già usano i pagamenti sulle nostre app per fare acquisti, fare donazioni per una causa oppure mandare denaro. Facebook Pay renderà più semplici queste transazioni, mentre continuerà a mantenere le informazioni di pagamento sicure e protette”, spiega in un post ufficiale Deborah Liu, Vice Presidente Marketplace and Commerce di Facebook, sottolineando che i numeri di carta e conto bancario verranno archiviati e crittografati in modo sicuro.

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Gerd Leonhard: «Vi spiego perché l’uomo ringrazierà i robot»

In 20 anni cambierà tutto. Anche tanti media, di carta e online, spariranno. Con molto meno lavoro ma molti più profitti. Pure per lo Stato. La sfida nell’etica e nella redistribuzione. Il futurologo a L43.

Un mondo senza auto a carburante e call center. Dove lavorare da indipendenti per tre ore al giorno, mantenuti da un reddito minimo di base, garantito dagli introiti statali di energie potenzialmente illimitate e dai costi di produzione massicciamente abbattuti. Un mondo dove andare poi a svagarsi in locali magari con l’insegna no smartphone accanto a no smoke. O accendendo radio e tivù on demand. Navigando con la voce su una Rete molto più veloce e snella di siti web, grazie al 5G e all’intelligenza artificiale (Ai) che sbrigherà tutte le ricerche dati e i compiti di routine. Quel mondo, secondo le previsioni del futurologo tedesco Gerd Leonhard, pensatore e da anni studioso dell’impatto delle tecnologie digitali, non sarà la società mostruosa dei film sul futuro di Hollywood. Ma potrebbe diventarlo se l’etica umana non riuscirà a dominarla.

LA RIVOLUZIONE PIÙ RAPIDA

L’autore di Technology vs. Humanity (2016) non minimizza sulle distopie di un avvenire pervaso da macchine in potenza superuomini. «Potremo fare delle bombe o dei miracoli, una responsabilità tremenda», spiega a Lettera43.it dall’Internet Festival di Pisa, «il mondo cambierà più nei prossimi 20 anni che non negli ultimi 300. Il decollo concomitante di più tecnologie – dal 5G, all’Internet delle cose (Idc), all’ingegneria genetica che modificherà il genoma – porterà al più grande e repentino cambio di paradigma della storia». Per Leonhard, con alle spalle oltre 1500 speech anche tra i big del tech, settori come il bancario verranno smantellati. La gran parte dei giornali sparirà, anche online, se non diverranno un brand con più offerta digitale. «Ma l’umanità creativa» assicura «vincerà i robot e li guiderà».

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il futurolo Gerd Leonhard.

DOMANDA. Che input riceve quando raccomanda per esempio agli staff di Google o di Microsoft a restare umani, di collaborare per creare insieme i Consigli etici digitali?
RISPOSTA.
Sono fiducioso, anche loro sono esseri umani che non vogliono diventare macchine. Il problema delle tecnologie più potenti dell’uomo è che non hanno discrimine tra bene e male. Anche il Dalai Lama ritiene l’etica più importante della religione. Predico con urgenza una rete di Consigli etici digitali a livello di città, Paesi, regioni e infine del mondo, perché il gioco non sfugga di mano. Al momento sono una 20ina. Solo con questo sistema capillare e gerarchico potremo accordarci su cosa sia etico o meno. Dilemma tanto difficile quanto cruciale.

Non ci siamo riusciti nell’analogico su questioni come l’eutanasia o la maternità surrogata.
Spesso si fraintende che l’etica sia dire sempre no. Invece è discernere caso per caso. Se per esempio con le tecnologie dell’ingegneria genetica posso prevenire l’insorgere del cancro, salvando anche solo una vita umana, ho il dovere di sforzarmi come scienziato. Ma non di creare un super soldato o un dio.

È ottimista anche sulle ricadute della perdita di centinaia di professioni: davvero, come sostiene, dopo la grande contrazione torneranno a circolare soldi, tanti, che verranno distribuiti?
Per forza, i progressi saranno inevitabili, enormi e non graduali. E saranno un grosso business: comunicare diventerà come l’aria o l’acqua. L’energia pulita, solare e nucleare, sostituirà il petrolio e sarà illimitata. A basso costo come la gran parte della merce: con l’intelligenza artificiale, i computer quantistici e in 3d, le superconnessioni in 5G, si potrà produrre di più e in massa, a un costo infinitamente inferiore. I governi devono ancora incassare i soldi dai benefit: la sfida più grande, con l’etica, sarà la redistribuzione.

Ma i governi lo capiranno? Anche i partiti sono in una fase di rottura.
Ogni politico dovrebbe superare il test del futuro con patentino. Tanti vivono ancora nel passato ma se, come credo, comprenderanno i margini di guadagno del cambiamento, gli Stati potranno offrire servizi di base a tutti e un reddito minimo garantito. Basterà lavorare 2 o 3 ore al giorno, con gli stessi compensi di oggi, per tutta una serie di impieghi. Adesso lavoriamo di più proprio a causa delle nuove tecnologie, ma presto sarà l’opposto. L’idea del lavoro dovrà essere ridefinita.

Quali impieghi crolleranno drasticamente?
Le macchine faranno tutto il banking. Come parte dello scientifico e del sanitario: i robot operano già, in modo più invasivo e più economico dei chirurghi, e con più precisione. Tra 10 anni tutte le operazioni semplici, di contabilità e di routine saranno svolte dall’intelligenza artificiale in modo più efficiente e corretto: le informazioni per servizi si potranno avere in automatico parlando con le app: 20 milioni di operatori dei call center sono in estinzione. Come i contabili sostituiti da grandi calcolatori.

Lei prevede servizi pubblici più economici del 90% per i cittadini. Anche nell’informazione: libri e giornali di carta spariranno tra i media?
Toccare la carta dà piacere, nella mente si attivano circuiti diversi che quando navighiamo su Internet: sono convinto che l’80% dei libri resterà, leggeremo di più per il tempo libero. Con la gran parte dei giornali andrà diversamente: prima la stampa era un modello di business per la pubblicità, ma oggi non più. Non è affatto necessario comprare un giornale all’edicola per informarsi. Ci sono tante altre fonti.

Soprattutto sui siti Internet.
Distinguere tra carta e web è fuorviante. Tra 10 anni non ci saranno più neanche i siti web, tanto uomo  e macchina si comprenetreranno. Non servirà più digitare a mano per trovare informazioni sulle pagine online: roba di 20 anni fa. Sarà tutto disponibile a voce, on demand. E comunicheremo a distanza con audio, video, ologrammi…

Così anche il giornalismo morirà.
Affatto. Come altre professioni creative e umane sopravviverà, soprattutto nello storytelling. Il giornalismo non verrà soppiantato da macchine incapaci di comprendere e di intuire situazioni e relazioni, di indagare e di verificare dati, di creare video e immagini originali. I computer sono ottimi database e potranno anche simulare storie, ma in modo dozzinale: capire il mondo non è un dato di fatto. Certo di sicuro cambieranno i mezzi: vedremo le radio sparire dalle auto connesse a Internet. Tra i quotidiani reggeranno solo quelli molto buoni come il New York Times, l’Economist, il Guardian o der Spiegel in Germania, che da fogli di carta si stanno trasformando in brand digitali del lifestyle. Cioè in potenti società tecnologiche.

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il cervello artificiale di un umanoide. GETTY.

Due multinazionali digitali per eccellenza, Google e Facebook, cercano di fare informazione.
Ma siamo già a una crisi dei social media, per la spazzatura generata dagli algoritmi. Che di per sé sono insufficienti a fare informazione, devono incontrarsi con gli old media. Con questo abbaglio negli ultimi 10 anni sono stati persi molti soldi, molti media hanno chiuso e quel che abbiamo è un cattivo giornalismo. Ma con la redistribuzione assisteremo a un grande revival, soprattutto dei media pubblici. Anche su questo sono ottimista.

Cos’altro non diventerà mai macchina, nonostante corpi contaminati dai chip, estensioni di robot?
Ci sarà molta assistenza dell’Ai. Ma difficilmente guidare un’auto sarà totalmente automatizzato, a causa dell’imprevedibilità del traffico. Parte dei negozi resterà gestito da persone, per via delle relazioni umane indispensabili per la nostra natura. Pensiamo ai contatti in un café, al lavoro di uno chef… C’è principio paradossale nella scienza: tutto ciò che è semplice per un computer è difficile per l’uomo, e viceversa. Gli uomini hanno dei limiti logici che le macchine non hanno. In compenso riescono a comprendere e a sentire.  

Però le menti dei bambini potrebbero essere plasmate dalle tecnologie, diventando macchine: si vedono navigare negli smartphone prima di imparare a leggere e a scrivere.
È un’urgenza, come detto, proteggere la parte umana circondata da tecnologie potenti, accattivanti come le droghe. Ma c’è una strada già tracciata: i bambini per esempio non dovrebbero poter usare gli smartphone a scuola. E nei ristoranti sarebbe una bella regola il no smartphone – su base volontaria, non come obbligo per i ristoratori – oltre al no smoke.

Quali Paesi sono più avanti nella gestione responsabile delle nuove tecnologie?
Paesi nordici come Finlandia e Danimarca. In Finlandia si educano già i bambini a essere più umani in un mondo digitale: lo scontro con le nuove tecnologie si vince grazie alla cultura. Occorre capire che insegnare la meccanica ai giovani li renderà disoccupati: se diventeremo macchine saremo oscurati dai robot.


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