Come funziona Facebook Pay, il nuovo servizio per i pagamenti digitali

Facebook entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali. La società annuncia Pay, destinato agli utenti che usano l’ecosistema di app..

Facebook entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali. La società annuncia Pay, destinato agli utenti che usano l’ecosistema di app della società guidata da Mark Zuckerberg, cioè Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp, e che “offrirà alle persone un’esperienza di pagamento comoda, sicura e coerente” tra tutte le applicazioni. Facebook Pay debutterà questa settimana negli Stati Uniti, per poi diffondersi in altri Paesi, potrà essere utilizzato per fare acquisti, effettuare donazioni o trasferire denaro.

“Facebook Pay si basa su infrastrutture finanziarie e su partnership già esistenti ed è separato dal portafoglio Calibra che si appoggerà al network Libra”, precisa la società. Il servizio supporterà la maggior parte delle principali carte di credito e debito, anche PayPal.

Per utilizzare Facebook Pay, sarà necessario aggiungere il metodo di pagamento dalle impostazioni dell’applicazione oppure sceglierlo quando si effettua un pagamento. “Gli utenti già usano i pagamenti sulle nostre app per fare acquisti, fare donazioni per una causa oppure mandare denaro. Facebook Pay renderà più semplici queste transazioni, mentre continuerà a mantenere le informazioni di pagamento sicure e protette”, spiega in un post ufficiale Deborah Liu, Vice Presidente Marketplace and Commerce di Facebook, sottolineando che i numeri di carta e conto bancario verranno archiviati e crittografati in modo sicuro.

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Gerd Leonhard: «Vi spiego perché l’uomo ringrazierà i robot»

In 20 anni cambierà tutto. Anche tanti media, di carta e online, spariranno. Con molto meno lavoro ma molti più profitti. Pure per lo Stato. La sfida nell’etica e nella redistribuzione. Il futurologo a L43.

Un mondo senza auto a carburante e call center. Dove lavorare da indipendenti per tre ore al giorno, mantenuti da un reddito minimo di base, garantito dagli introiti statali di energie potenzialmente illimitate e dai costi di produzione massicciamente abbattuti. Un mondo dove andare poi a svagarsi in locali magari con l’insegna no smartphone accanto a no smoke. O accendendo radio e tivù on demand. Navigando con la voce su una Rete molto più veloce e snella di siti web, grazie al 5G e all’intelligenza artificiale (Ai) che sbrigherà tutte le ricerche dati e i compiti di routine. Quel mondo, secondo le previsioni del futurologo tedesco Gerd Leonhard, pensatore e da anni studioso dell’impatto delle tecnologie digitali, non sarà la società mostruosa dei film sul futuro di Hollywood. Ma potrebbe diventarlo se l’etica umana non riuscirà a dominarla.

LA RIVOLUZIONE PIÙ RAPIDA

L’autore di Technology vs. Humanity (2016) non minimizza sulle distopie di un avvenire pervaso da macchine in potenza superuomini. «Potremo fare delle bombe o dei miracoli, una responsabilità tremenda», spiega a Lettera43.it dall’Internet Festival di Pisa, «il mondo cambierà più nei prossimi 20 anni che non negli ultimi 300. Il decollo concomitante di più tecnologie – dal 5G, all’Internet delle cose (Idc), all’ingegneria genetica che modificherà il genoma – porterà al più grande e repentino cambio di paradigma della storia». Per Leonhard, con alle spalle oltre 1500 speech anche tra i big del tech, settori come il bancario verranno smantellati. La gran parte dei giornali sparirà, anche online, se non diverranno un brand con più offerta digitale. «Ma l’umanità creativa» assicura «vincerà i robot e li guiderà».

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il futurolo Gerd Leonhard.

DOMANDA. Che input riceve quando raccomanda per esempio agli staff di Google o di Microsoft a restare umani, di collaborare per creare insieme i Consigli etici digitali?
RISPOSTA.
Sono fiducioso, anche loro sono esseri umani che non vogliono diventare macchine. Il problema delle tecnologie più potenti dell’uomo è che non hanno discrimine tra bene e male. Anche il Dalai Lama ritiene l’etica più importante della religione. Predico con urgenza una rete di Consigli etici digitali a livello di città, Paesi, regioni e infine del mondo, perché il gioco non sfugga di mano. Al momento sono una 20ina. Solo con questo sistema capillare e gerarchico potremo accordarci su cosa sia etico o meno. Dilemma tanto difficile quanto cruciale.

Non ci siamo riusciti nell’analogico su questioni come l’eutanasia o la maternità surrogata.
Spesso si fraintende che l’etica sia dire sempre no. Invece è discernere caso per caso. Se per esempio con le tecnologie dell’ingegneria genetica posso prevenire l’insorgere del cancro, salvando anche solo una vita umana, ho il dovere di sforzarmi come scienziato. Ma non di creare un super soldato o un dio.

È ottimista anche sulle ricadute della perdita di centinaia di professioni: davvero, come sostiene, dopo la grande contrazione torneranno a circolare soldi, tanti, che verranno distribuiti?
Per forza, i progressi saranno inevitabili, enormi e non graduali. E saranno un grosso business: comunicare diventerà come l’aria o l’acqua. L’energia pulita, solare e nucleare, sostituirà il petrolio e sarà illimitata. A basso costo come la gran parte della merce: con l’intelligenza artificiale, i computer quantistici e in 3d, le superconnessioni in 5G, si potrà produrre di più e in massa, a un costo infinitamente inferiore. I governi devono ancora incassare i soldi dai benefit: la sfida più grande, con l’etica, sarà la redistribuzione.

Ma i governi lo capiranno? Anche i partiti sono in una fase di rottura.
Ogni politico dovrebbe superare il test del futuro con patentino. Tanti vivono ancora nel passato ma se, come credo, comprenderanno i margini di guadagno del cambiamento, gli Stati potranno offrire servizi di base a tutti e un reddito minimo garantito. Basterà lavorare 2 o 3 ore al giorno, con gli stessi compensi di oggi, per tutta una serie di impieghi. Adesso lavoriamo di più proprio a causa delle nuove tecnologie, ma presto sarà l’opposto. L’idea del lavoro dovrà essere ridefinita.

Quali impieghi crolleranno drasticamente?
Le macchine faranno tutto il banking. Come parte dello scientifico e del sanitario: i robot operano già, in modo più invasivo e più economico dei chirurghi, e con più precisione. Tra 10 anni tutte le operazioni semplici, di contabilità e di routine saranno svolte dall’intelligenza artificiale in modo più efficiente e corretto: le informazioni per servizi si potranno avere in automatico parlando con le app: 20 milioni di operatori dei call center sono in estinzione. Come i contabili sostituiti da grandi calcolatori.

Lei prevede servizi pubblici più economici del 90% per i cittadini. Anche nell’informazione: libri e giornali di carta spariranno tra i media?
Toccare la carta dà piacere, nella mente si attivano circuiti diversi che quando navighiamo su Internet: sono convinto che l’80% dei libri resterà, leggeremo di più per il tempo libero. Con la gran parte dei giornali andrà diversamente: prima la stampa era un modello di business per la pubblicità, ma oggi non più. Non è affatto necessario comprare un giornale all’edicola per informarsi. Ci sono tante altre fonti.

Soprattutto sui siti Internet.
Distinguere tra carta e web è fuorviante. Tra 10 anni non ci saranno più neanche i siti web, tanto uomo  e macchina si comprenetreranno. Non servirà più digitare a mano per trovare informazioni sulle pagine online: roba di 20 anni fa. Sarà tutto disponibile a voce, on demand. E comunicheremo a distanza con audio, video, ologrammi…

Così anche il giornalismo morirà.
Affatto. Come altre professioni creative e umane sopravviverà, soprattutto nello storytelling. Il giornalismo non verrà soppiantato da macchine incapaci di comprendere e di intuire situazioni e relazioni, di indagare e di verificare dati, di creare video e immagini originali. I computer sono ottimi database e potranno anche simulare storie, ma in modo dozzinale: capire il mondo non è un dato di fatto. Certo di sicuro cambieranno i mezzi: vedremo le radio sparire dalle auto connesse a Internet. Tra i quotidiani reggeranno solo quelli molto buoni come il New York Times, l’Economist, il Guardian o der Spiegel in Germania, che da fogli di carta si stanno trasformando in brand digitali del lifestyle. Cioè in potenti società tecnologiche.

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il cervello artificiale di un umanoide. GETTY.

Due multinazionali digitali per eccellenza, Google e Facebook, cercano di fare informazione.
Ma siamo già a una crisi dei social media, per la spazzatura generata dagli algoritmi. Che di per sé sono insufficienti a fare informazione, devono incontrarsi con gli old media. Con questo abbaglio negli ultimi 10 anni sono stati persi molti soldi, molti media hanno chiuso e quel che abbiamo è un cattivo giornalismo. Ma con la redistribuzione assisteremo a un grande revival, soprattutto dei media pubblici. Anche su questo sono ottimista.

Cos’altro non diventerà mai macchina, nonostante corpi contaminati dai chip, estensioni di robot?
Ci sarà molta assistenza dell’Ai. Ma difficilmente guidare un’auto sarà totalmente automatizzato, a causa dell’imprevedibilità del traffico. Parte dei negozi resterà gestito da persone, per via delle relazioni umane indispensabili per la nostra natura. Pensiamo ai contatti in un café, al lavoro di uno chef… C’è principio paradossale nella scienza: tutto ciò che è semplice per un computer è difficile per l’uomo, e viceversa. Gli uomini hanno dei limiti logici che le macchine non hanno. In compenso riescono a comprendere e a sentire.  

Però le menti dei bambini potrebbero essere plasmate dalle tecnologie, diventando macchine: si vedono navigare negli smartphone prima di imparare a leggere e a scrivere.
È un’urgenza, come detto, proteggere la parte umana circondata da tecnologie potenti, accattivanti come le droghe. Ma c’è una strada già tracciata: i bambini per esempio non dovrebbero poter usare gli smartphone a scuola. E nei ristoranti sarebbe una bella regola il no smartphone – su base volontaria, non come obbligo per i ristoratori – oltre al no smoke.

Quali Paesi sono più avanti nella gestione responsabile delle nuove tecnologie?
Paesi nordici come Finlandia e Danimarca. In Finlandia si educano già i bambini a essere più umani in un mondo digitale: lo scontro con le nuove tecnologie si vince grazie alla cultura. Occorre capire che insegnare la meccanica ai giovani li renderà disoccupati: se diventeremo macchine saremo oscurati dai robot.


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Il futuro di Facebook tra fact-checking, credibilità e censura

Il social network di Zuckerberg è uno spazio vitale per politici ed elettori. Ma la decisione di non sottoporre a controlli gli annunci a pagamento, preceduta da un discorso del suo fondatore sulla libertà di espressione, rendono la natura e la piattaforma sempre più controversa, trasformandola in un’enorme azienda pubblicitaria con il solo scopo di espandersi.

Dopo oltre 15 anni di esistenza, Facebook continua a detenere il primato di social network più usato al mondo con ben 2,38 miliardi di utenti attivi mensili. Proprio dal 2004, anno della sua fondazione, il social e il suo creatore, Mark Zuckerberg, sono al centro di continui dibattiti e aspre polemiche.

Non da ultima, la controversia relativa all’eliminazione dei profili che si sono esposti a favore delle popolazioni curde. Come accaduto per l’oscuramento di altri account, Facebook ha motivato le sue azioni sostenendo che nel social «non c’è spazio per le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri».

Sembrerebbe, dunque, che Facebook abbia intrapreso costanti azioni di controllo al fine di incoraggiare, nello spazio digitale, la possibilità di esprimersi e creare un ambiente sicuro, impedendo atti di violenza. Limitare, per quanto possibile, l’inneggiamento alle azioni di guerra e all’odio che violano gli standard della community rappresenta uno dei pilastri della politica di Facebook.

QUEL VIDEO FAKE SU BIDEN PUBBLICATO DA TRUMP

Questa politica, però, sembra in netto contrasto con la decisione dell’azienda di non sottoporre a fact-checking gli annunci a pagamento dei politici, dando spesso vita a controversie e alimentando la diffusione di fake news. Non si tratta solo del fatto che molti degli amministratori delle pagine pro-curdi oscurati sostengano di non aver violato gli standard dei social e di aver pubblicato esclusivamente articoli tratti da agenzie stampa e testate locali, sempre con il loro permesso e sempre con la fonte segnalata in calce, ma della questione legata alla pubblicità politica, alla diffusione dei suoi messaggi spesso falsi e, talvolta, addirittura diffamatori. Il recente video pubblicato del presidente statunitense Donald Trump, promosso a pagamento, è un caso esemplare ma non isolato.

Sorprendente che uno dei leader più influenti al mondo abbia utilizzato la pubblicità a pagamento su Facebook per screditare un rivale

Nel video veniva riportata la (falsa) promessa fatta da Joe Biden, uno dei principali candidati alle primarie dei Democratici per le elezioni del 2020, al governo ucraino. Questo avrebbe infatti garantito un miliardo di dollari in cambio del licenziamento del procuratore generale che stava indagando sul figlio Hunter. Sorprendente, dunque, che uno dei leader più influenti al mondo abbia utilizzato la pubblicità a pagamento su Facebook per screditare un rivale. Alla luce di questi fatti, Elizabeth Warren, candidata del Partito democratico delle Presidenziali del 2020, ha deciso di sfidare Facebook sponsorizzando una fake news proprio su Mark Zuckerberg, nella quale si affermava che il fondatore del social appoggiasse l’attuale presidente degli Stati Uniti.

GLI STRUMENTI DI FACEBOOK CONTRO DIFFAMAZIONE E CENSURA NON BASTANO

Una lotta alla luce del giorno che non sembra avere fine a breve. La possibilità di fare appello predisposta da Facebook nel 2018, nel caso si verifichino casi controversi di censura o diffamazione, garantendo il ripristino dei contenuti quando riconosciuti come vittime di errore, non sembra bastare, anzi. Un piccolo diversivo che dimostra come le guerre non si giochino esclusivamente sui campi di battaglia, ma anche, e forse soprattutto, su quelli dell’informazione.

Proprio su quest’ultimo punto si è soffermato lo stesso Mark Zuckerberg nel discorso da lui stesso tenuto un paio di settimane fa, all’università di Georgetown. Facendo eco al linguaggio del XVIII secolo, quando la gente ha iniziato a parlare di giornalisti della stampa come un «quarto patrimonio», che coesiste con tre livelli esistenti nel parlamento britannico, Zuckerberg ha definito Facebook come parte del «Fifth Estate». Il termine degli Anni 60, che si riferisce a una controcultura di giornalisti e intellettuali esterni critici nei confronti della società tradizionale, è associato all’omonima rivista anarchica nordamericana di Detroit, che lottava, tra l’altro, contro il capitalismo.

LE CONTRADDIZIONI DI ZUCKERBERG

Singolare, dunque, come Zuckerberg parli e sponsorizzi la sua azienda, quando invece Facebook sembra essere diventato uno dei fiori all’occhiello del capitalismo di sorveglianza, canale di disinformazione con fini di lucro che, talvolta, si appella ai propri “community standard” per oscurare profili e pagine, spesso in maniera erronea. Nel corso del suo discorso Zuckerberg ha più volte sottolineato l’importanza della libertà di parola che lui stesso e la sua azienda cercano di garantire e preservare.

Dinnanzi a tanto disordine, l’azienda dovrà essere frenata dalla regolamentazione

Un quadro distorto, dunque, rispetto al funzionamento della piattaforma stessa. Quel che è certo è che, dinnanzi a tanto disordine, l’azienda dovrà essere frenata dalla regolamentazione e se nell’Unione europea gli utenti di internet hanno il «diritto di essere dimenticati», questo non sembra ancora essere vero per la piattaforma e il suo fondatore e gli utenti, politici e non, dovranno prestare sempre maggiore attenzione ai messaggi che intendono far passare attraverso questo strumento.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Twitter ha deciso di bloccare gli annunci pubblicitari politici

Dopo tante polemiche sulle strumentalizzazioni degli utenti, Twitter ha deciso di abolire tout court le inserzioni pubblicitarie politiche dalla sua..

Dopo tante polemiche sulle strumentalizzazioni degli utenti, Twitter ha deciso di abolire tout court le inserzioni pubblicitarie politiche dalla sua piattaforma. «Abbiamo preso la decisione di bloccare tutte le inserzioni pubblicitarie politiche a livello globale», ha annunciato il social dei cinguettii.

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Internet compie 50 anni, ma il 50% del mondo non è connesso

L'infrastruttura tecnologica nacque il 29 ottobre 1969 con una prima comunicazione tra l'università di Los Angeles e il Research Institute di Stanford. Dai primi esperimenti alla diffusione globale: storia di una rivoluzione.

Internet ha spento 50 candeline. La rete di telecomunicazioni più estesa al mondo dopo quella telefonica ha attraversato mezzo secolo di storia. Dal primo scambio di informazioni tra due computer, riuscito solo in parte, fino ai giorni nostri, in cui ad essere connessi sono miliardi di oggetti come la tv o il contatore della luce, ha rivoluzionato il modo di lavorare, di comunicare e in sostanza di vivere. Eppure la metà della popolazione globale è ancora esclusa da questa rivoluzione, mentre gli oggetti connessi hanno superato la quota di 20 miliardi.

DALLA PRIMA TRASMISSIONE AL WEB

Tutto ha inizio il 29 ottobre 1969 in California, quando l’università di Los Angeles invia il primo pacchetto di dati al Research Institute di Stanford. Nei piani doveva essere trasmessa la parola “login”, ma gli informatici riuscirono a inviare solo le prime due lettere, poi il sistema andò in crash. La rete non si chiamava ancora internet, ma Arpanet: era un progetto voluto da un’agenzia del dipartimento della Difesa statunitense, l’Arpa (Advanced research projects agency), e collegava appena quattro terminali. Da quel primo collegamento la tecnologia è progredita e la rete si è estesa. Ma per far decollare internet servivano ancora un paio di decenni e l’intervento di Tim Berners-Lee. Nel 1989 il “papà del web” presentò un saggio al Cern di Ginevra che rappresentava la base teorica del World wide web, mentre nel 1991 fu online il primo sito web. Il web è uno degli ingredienti che hanno decretato il successo di internet.

LE EVOLUZIONI SUCCESSIVE

Oggi si contano più di un miliardo e mezzo di siti, ma per renderli accessibili sono stati necessari anche i motori di ricerca – come Google ad esempio – che consentono di trovare la pagina a cui vogliamo collegarci nel mare magnum della rete. Altro elemento chiave è la chiocciolina, il simbolo della posta elettronica che è nata nel 1971 dalla mente del programmatore Ray Tomlinson. Attualmente, secondo i dati raccolti da Statista, nel mondo si scambiano 293 miliardi di email al giorno. Fondamentali, poi, sono stati i progressi che hanno portato i computer, inizialmente grandi quanto una stanza, a farsi personali e tanto piccoli da stare sulle ginocchia, e ad essere affiancati dagli smartphone. Tutto questo, però, non è alla portata di tutti.

SOLO METÀ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE È CONNESSA

Secondo l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), alla fine del 2018 gli utenti di internet erano 3,9 miliardi, pari al 51,2% della popolazione mondiale. In altre parole, poco meno della metà degli abitanti del pianeta non ha ancora accesso a internet. Nel frattempo il numero di oggetti connessi ha ampiamente superato quello delle persone. Dalla lavatrice all’auto, dalle luci di casa a macchinari in fabbrica, l’internet delle cose si prepara a dar vita alla prossima grande rivoluzione, non senza timori sulla privacy e la sicurezza. Oggi si contano 26 miliardi di oggetti collegati a internet, e secondo gli analisti la cifra balzerà sa 75 miliardi entro il 2025, con un impatto economico potenziale di 11mila miliardi di dollari

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Il Pentagono preferisce Microsoft ad Amazon per il cloud

Lo schiaffo all'azienda di Bezos, che perde così un contratto da 10 miliardi di dollari, potrebbe essere stato voluto da Trump.

Il Pentagono ha assegnato a Microsoft il contratto da 10 miliardi di dollari per il cloud. Una decisione che è uno schiaffo per Amazon, in pole position per conquistarlo fino a quando Donald Trump non ha iniziato pesantemente ad attaccare Jeff Bezos, il patron del colosso degli acquisti online. La decisione del Pentagono segna il venerdì nero di Bezos fra la trimestrale deludente di Amazon e il calo dei titoli a Wall Street che lo ha impoverito e gli ha fatto temporaneamente perdere lo scettro di Paperone del mondo. Amazon si è detta «sorpresa» dalla decisione del Pentagono. E dietro le quinte, secondo indiscrezioni, ha già iniziato a valutare le opzioni a sua disposizione. Fra queste una possibile azione in cui non è escluso possano essere paventate eventuali interferenze di Trump.

TRUMP CONTRO BEZOS, L’ENNESIMO EPISODIO

L’antipatia del presidente verso Bezos e il Washington Post, d’altra parte, è nota: il quotidiano è spesso chiamato dal tycoon l’«Amazon Washington Post». E come se non bastasse Trump ha ordinato alle agenzie federali di cancellare gli abbonamenti alla testata e al New York Times, i ‘due nemici’ della Casa Bianca. Secondo un ex del Dipartimento della Difesa, il presidente da tempo voleva ‘fregare’ Amazon e assegnare il contratto Jedi, il Joint Enterprise Defense Infrastructure, a un’altra società. Un’accusa – contenuta in un libro in uscita a fine ottobre 2019 – che se si rivelasse vera creerebbe non pochi problemi al Pentagono e alla Casa Bianca, già accusata di usare i ministeri per portare avanti battaglie personali di Trump contro i suoi presunti nemici. Di sicuro i ripetuti attacchi di Trump contro Bezos e Amazon non smorzano i timori che il presidente sia intervenuto sul Pentagono e abbia indicato chi scegliere, approfittando anche della presa di distanza dal contratto del ministro della Difesa Mark Esper dovuta al fatto che suo figlio è dipendente di una delle società che avevano presentato un’offerta. Per Trump rischia di aprirsi quindi un altro fronte difficile.

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Gli utili Amazon a -26%: Bezos perde la corona di più ricco del mondo

Si tratta del primo calo dei profitti dal 2017. E arriva il sorpasso virtuale di Bill Gates.

Jeff Bezos non è più l’uomo più ricco del mondo. I titoli Amazon calano a Wall Street del 4% a 1.712 dollari per azione: a questo prezzo Bezos vale 107,1 miliardi di dollari, 300 milioni in meno rispetto a Bill Gates. Per ora si tratta di un sorpasso temporaneo perché le classifiche sulla ricchezza sono aggiornate dopo al chiusura di Borsa. Si tratta comunque di un sorpasso simbolico da parte di Gates.

PRIMO CALO DELL’UTILE DAL 2017

A pesare è la trimestre deludente, con l‘utile in calo del 26% a 2,1 miliardi di dollari, in quello che è il primo calo dell’utile dal 2017. I ricavi sono saliti del 24% a 70 miliardi di dollari. A pesare sui risultati di Amazon sono i significatici investimenti per ridurre i tempi delle consegne

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È cominciata la rivoluzione dei computer quantistici

Risolta in tre minuti un'operazione che a un normale processore richiederebbe 10mila anni. Il risultato è pubblicato su Nature.

Atteso da decenni, il computer quantistico non è mai stato così reale: lo dimostra l’esperimento coordinato da Google e condotto fra Germania e Stati Uniti nel quale la macchina ha risolto in poco più di 3 minuti un’operazione che a un normale computer richiederebbe 10.000 anni. Il risultato è pubblicato su Nature dal gruppo del fisico John Martinis, di Google e dell’Università della California a Santa Barbara.

UN PROCESSORE DA 53 QUBIT

Alla ricerca hanno partecipato la Nasa, il California Institute of Technology (Caltech) e, per la Germania, l’Università di Aachen e il Centro Ricerche Jülich. «È un risultato di scienza fondamentale, fatto con un capolavoro di ingegneria tecnologica», ha detto Tommaso Calarco, del Centro Jülich e fra i responsabili del progetto sulle tecnologie quantistiche finanziato dalla Commissione Europea con un miliardo di euro in dieci anni e che vede l’Italia in prima fila con il Consiglio Nazionale delle Ricerche(Cnr). I ricercatori hanno realizzato un programma, una sorta di gioco matematico, che non ha ancora applicazioni e che il computer quantistico di Google, chiamato ‘Sycamore’, ha risolto in poco più di tre minuti. Merito di un processore con 53 qubit, le unità di informazione di base dei computer del futuro. «L’architettura non è nuova, ma il balzo in avanti è avere utilizzato insieme 53 qubit, che danzano all’unisono», ha rilevato Calarco.

CAPACITÀ DI REGISTRARE PIÙ DATI SIMULTANEAMENTE

«Finora – ha aggiunto – il record era intorno a una ventina. Nei computer tradizionali i dati sono immagazzinati uno per volta, sotto forma di una successione di bit. I computer quantistici, invece, sfruttano le proprietà delle particelle, come la possibilità di esistere contemporaneamente in luoghi diversi. Questo aspetto – ha aggiunto – consente a un computer quantistico di registrare simultaneamente più dati nella propria memoria». È come se dovessimo cercare un cliente in un grande albergo: un computer tradizionale dovrebbe controllare le stanze una per una, quello quantistico invece riesce a fare la stessa ricerca in un sol colpo, con un enorme risparmio di tempo. «È un risultato molto importante», ha detto Augusto Smerzi, dell’Istituto Nazionale di Ottica del Cnr. «Dimostra infatti per la prima volta – ha concluso – che un dispositivo quantistico può svolgere operazioni in tempi molto più brevi dei computer tradizionali più potenti». Per Raffaele Mauro, della società no-profit Endeavor Italia, «è un grande risultato, ma c’è ancora molto da fare, con hardware e software come future sfide». Non mancano, intanto, le polemiche: la stessa rivista Nature riporta sul suo sito quelle sollevate dalla Ibm, secondo la quale il suo supercomputer tradizionale più potente, chiamato Summit e grande come un campo di basket, avrebbe potuto risolvere il problema in soli due giorni e mezzo e non in 10.000 anni.

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Il rapporto sui cyber attacchi nei primi sei mesi del 2019

Nei primi mesi dell'anno il cybercrime ha colpito soprattutto per estorcere denaro. Tra i settori più colpiti quello della Sanità. Tra le tecniche più usate malware, phishing e social engeneering. Il dossier.

Il cybercrime, cioè gli attacchi compiuti per estorcere denaro, sono la principale causa delle aggressioni informatiche mondiali: rappresentano l’85% e segnano un +3,8%. Tra i settori più bersagliati la Sanità, con 97 attacchi gravi (su 757 globali) pari ad un aumento del 31%. Le tecniche più usate sono phishing e social engeneering (+104%), il “semplice” malware l’arma più diffusa. Sono i dati del Rapporto Clusit sui primi sei mesi 2019. «Siamo a due minuti dalla mezzanotte», è la metafora apocalittica degli esperti, in riferimento all'”orologio” dell’apocalissa del “Bulletin of the Atomic Scientists”.

QUALI SONO I SETTORI PIÙ COLPITI

Riguardo la sanità, ha osservato il Clusit, mai dal 2011, anno della pubblicazione del primo Rapporto, «questo settore è stato così bersagliato». Il numero di casi censiti, soprattutto con finalità di cybercrime e furto di dati personali, è aumentato del 98% rispetto al 2017. Segue il settore della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e retail, con un incremento degli attacchi del 40%, mentre diminuiscono gli attacchi gravi verso le categorie Government e Banking-Finance.

COME CAMBIANO GLI ATTACCHI

Il rapporto Clusit, presentato a Verona in occasione del mese della sicurezza informatica, ha evideziato ancora una volta che per conseguire la gran parte dei loro obiettivi i cyber-aggressori possono fare affidamento sull’efficacia di malware (virus malevolo) “semplice”, prodotto industrialmente a costi decrescenti (in crescita del 5,1% e saldamente al primo posto in termini assoluti, rappresentando il 41% del totale nel periodo, contro il 38% nel primo semestre 2018); e su tecniche di phishing e social engineering (cioè lo studio del comportamento di una persona al fine di carpire informazioni): questi due vettori d’attacco mostrano infatti una crescita del 104,8% rispetto al primo semestre 2018.

ZAPPAROLI MANZONI: «INVESTIRE NEL FATTORE UMANO»

«Il fatto che le tecniche di attacco più banali rappresentino ancora il 63% del totale implica che gli attaccanti possono realizzare attacchi gravi di successo contro le loro vittime con relativa semplicità e a costi molto bassi, oltretutto decrescenti. Ci conferma ancora una volta quanto sia fondamentale ed urgente investire anche sul fattore umano», ha spiegato Andrea Zapparoli Manzoni, membro del Comitato Direttivo Clusit, tra gli autori del Rapporto.

POLIZIA POSTALE: ESCALATION DI ATTACCHI

Nunzia Ciardi, direttrice del Servizio di polizia postale e delle comunicazioni, ha spiegato che lo scenario della sicurezza cibernetica «è di estremo allarme», il trend degli attacchi è «in salita vertiginosa». Nell’ultimo biennio gli attacchi gravi sono cresciuti del 38%. «Un buon numero di aggressioni», ha sottolineato Ciardi in audizione alle commissioni riunite Affari costituzionali e Trasporti della Camera, «non diventano di dominio pubblico, sia per la loro sofisticatezza che per la preoccupazione delle aziende a farli emergere a causa del danno reputazionale che ne può derivare». Dal 2017 al 2018, ha spiegato Ciardi, «i dati sottratti al sistema sanitario sono aumentati dal 99% e si tratta di dati estremamente sensibili. C’è inoltre un picco delle cyber-estorsioni ed il crimine finanziario. Gli importi sottratti alle grandi imprese dal 2017 al 2018 sono aumentati del 170% (oltre 38 milioni di euro)».

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Storia del Wi-Fi che compie 20 anni

Il 30 settembre 1999 la tecnologia senza fili diventava disponibile per il grande pubblico. I prossimi passi? Satelliti, 5G e Internet delle cose.

Il Wi-Fi compie 20 anni. Il 30 settembre 1999, infatti, lo standard che consente agli utenti di Internet di navigare senza fili venne reso disponibile per i prodotti in commercio, dando il via a una rivoluzione nella trasmissione dei dati in formato digitale.

La tecnologia Wi-Fi è stata prima protagonista della connettività casalinga e aziendale, poi si è diffusa sugli smartphone, nei luoghi pubblici e anche sugli aerei. La prossima frontiera è portare un Wi-Fi di luce sui satelliti per le telecomunicazioni in orbita nello spazio.

I primi esperimenti legati allo sviluppo della tecnologia Wi-Fi risalgono al 1971, con gli studi su una rete wireless basata sulle comuni frequenze radiotelevisive UHF. Dal 1985 la sperimentazione si è intensificata, in particolare negli Stati Uniti, e nel giro di pochi anni sono arrivati i primi risultati: nel 1991 sono stati prodotti i primi dispositivi wireless, mentre nel 1997 nasceva la prima versione ufficiale del protocollo denominato “IEEE 802.11”. Due anni più tardi, nel 1999, è stata la volta del protocollo 802.11b, del nome stesso Wi-Fi e del relativo logo. Nello stesso anno si è formata anche la Wi-Fi Alliance, associazione che detiene il marchio commerciale in base al quale vengono venduti la maggior parte dei prodotti dotati di tale tecnologia.

«Oggi il Wi-Fi è una delle tecnologie di rete in più rapida crescita. Grazie a questa, Internet è accessibile anche in quei luoghi in cui non è possibile avere un’infrastruttura cablata, o dove i costi di tale investimento sono elevati», spiega Alberto Degradi, Enterprise Networking Leader Sud Europa di Cisco, azienda che fa parte della Wi-Fi Alliance.

Il prossimo standard sarà il Wi-Fi 6, che dovrebbe debuttare entro il 2019. Si tratta di una tecnologia sviluppata sulla base delle stesse innovazioni wireless del 5G e che guarda allo sviluppo dell’Internet delle Cose (IoT), cioè all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti, dalle auto agli elettrodomestici alle smart cities. Secondo uno studio di Cisco, nel 2022 saranno 165 milioni i dispositivi e le connessioni IoT sulle reti mobili italiane. Nel 2017 erano poco più di 97,6 milioni. Aumenterà anche il traffico prodotto da ogni utente su rete mobile: 8,5 gigabyte al mese in media nel 2022, contro i 2,3 al mese del 2017.

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Le novità Apple: servizi in streaming e Iphone scontati

L'azienda di Cupertino presenta la Apple Tv Plus per sfidare Netflix. Dal 20 settembre arrivano invece i tre modelli di Iphone11. Ma il titolo cala in Borsa.

In un periodo di calo mondiale delle vendite di smartphone e di asprimento dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina, Apple prova a rilanciare con nuovi iPhone, tagliando ulteriormente i prezzi a quello più economico, e proponendo servizi in streaming a prezzi dimezzati rispetto alla concorrenza. Non stiamo stati più orgogliosi di questi nuovi prodotti», spiega il Ceo di Cupertino Tim Cook dallo Steve Jobs Thetre di Cupertino, il cui palco è stato affollato da unamassiccia rappresentanza femminile. Ma la presentazione non scalda Wall Street con il titolo che perde lo 0,15 per cento a fine del keynote.

LA SFIDA A NETFLIX CON APPLE TV PLUS

Le due vere novità in una presentazione poco ricca di sussulti, sono i servizi in streaming di Apple e un modello di iPhone a prezzi ribassati. Arrivano Apple Arcade, servizio in streaming per i giochi offre 100 titoli e sarà disponibile dal 19 settembre in 150 Paesi del mondo a 4,99 dollari. Apple Tv
Plus, invece, con contenuti originali, in sfida a Netflix, Amazon e tra poco anche Disney, sarà invece disponibile dal 1 novembre a 4,99 dollari al mese, in 100 paesi nel mondo. E chi acquista l‘iPhone avrà Apple Tv gratis per un anno.

DAL 20 SETTEMBRE IN ITALIA L’IPHONE 11

Sul fronte iPhone non ci sono grandissime novità rispetto allo scorso anno. Apple ripropone la formula dei tre modelli: ci sono l‘iPhone 11, con display Lcd da 6,1 pollici due fotocamere sul retro, ad un prezzo di partenza di 699 dollari (839 euro), più basso di 50 dollari rispetto al 2018. Questo modello
sostituisce l’iPhone Xr, al momento il più venduto di Apple. Ci sono poi l‘iPhone 11 Pro e l’iPhone 11 Pro Max, rispettivamente da display Oled di 5,8 e 6,5 pollici che saranno venduti ad un prezzo di partenza di 999 e 1099 dollari (in Italia 1189 e 1289 euro). Entrambi hanno un comparto fotocamera potenziato con tre fotocamere sul retro racchiuse in un quadrato. Tutti hanno processore A13 Bionic. Arriveranno dal 20 settembre in diversi paesi, Italia inclusa.

LA STRATEGIA VIRA SUI SERVIZI

Dal punto di vista hardware, arrivano poche altre novità da Cupertino, in attesa dei prossimi telefoni con il 5G. Cupertino lancia una nuova serie di Apple Watch con funzioni sempre più orientate alla salute e una nuova gamma di iPad. Sembra evidente che l’azienda guidata da Tim Cook punti sempre più sui servizi e meno sui melafonini. Secondo i dati dell’ultima trimestrale, infatti, l’iPhone rappresenta per Apple oramai solo il 48% dei ricavi totali, la percentuale più bassa dal 2012. Al contrario i servizi e i contenuti sono invece saliti del 14% nella prima metà dell’anno.

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