Un po’ Sardina, un po’ Elly Schlein, una nota di Trap: il partito del futuro

La politica va ripensata radicalmente. Serve avviare il reset di sistema, cominciando a immaginare una nuova formazione sintonizzata con le sensibilità e le forme organizzative che Internet e le tecnologie stanno disegnando. Cinque proposte per aprire il gioco.

«Il prezzo pagato dalla brava gente che non si interessa di politica è di essere governata da persone peggiori di loro». Siamo così contemporanei da essere costretti a riscoprire Platone.

Il dopo elezioni regionali ci consegna infatti istantanee partitiche pietose: il Movimento 5 stelle convoca Stati Generali che non hanno mai portato bene, dalla Rivoluzione francese in poi, a chi li ha convocati. Forza Italia che esulta in Calabria mentre quasi scompare in Emilia-Romagna, a conferma di due Italie sempre più divaricate. Il Pd che prima annuncia il cambio di nome ma poi ci ripensa: «Contrordine compagni».

In linea peraltro con le tante giravolte e proposte estemporanee delle forze e leader minori che sgomitano per sopravvivere.

IDEE PER AVVIARE IL RESET DI SISTEMA

Senza parole e senza futuro. Personalmente mi sento così e credo tanti come me. Convinti però sia urgente ripensare radicalmente la politica. Avviare il reset di sistema, cominciando a immaginare cornice e tratti di un partito nuovo e tale perché sintonizzato con le sensibilità e le forme organizzative che Internet e le tecnologie stanno disegnando. Ossia essere un partito, di sinistra o destra allo stesso modo se condivide questa doppia evocazione, ancorato alla triade costitutiva dell’attuale società che è digitale, mobile, social.

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E così dicendo aggiungerò che queste considerazioni sono sociologiche, un po’ immaginarie e futuriste. What if. Cosa accadrebbe se…A partire dalle Regionali che pure hanno offerto qualche novità, sia pure sotto traccia o allo stato embrionale. Che potrebbero avere sviluppi o al contrario rivelarsi effimere. Insomma il gioco delle possibilità è aperto. Le seguenti considerazioni, organizzate in 5 punti, vogliono solo aprire il gioco.

1. PARTITO.COM: L’ESEMPIO DELLE SARDINE

Il Partito.com o il partito nuovo che c’era. Il senso (paradossale) è presto detto. Allude a un partito che accoglie tutte le istanze peculiari di un ecosistema digitale. Ovvero comunicazione veloce e personalizzata. Organizzazione territoriale che sfrutta o costruisce reti civiche. Così come il data base del proprio pubblico/elettorato. Il partito.com presidia la Rete e i social. Ma allineando lo storytelling politico con le attività concrete, di informazione e mobilitazione sul territorio, che sono state prerogative del partito di massa. La logica è la stessa che viene raccomandata ai brand e alle attività commerciali di mixare l’online e l’offline. Un esempio convincente sono state le Sardine, convocatesi con un flashmob lanciato su Facebook, riuscendo però a riempire piazze reali. Con un invito e un like, ma trovandosi in piazza tutti assieme a cantare Bella Ciao.

2. IL PARTITO HUB: SULLA SCIA DI STEFANO BONACCINI

Il partito hub. L’immagine o modello di riferimento è un hub aeroportuale. Punto di partenza e arrivo dei diversi modi di militare e identificarsi in un movimento politico o in un programma. In nuce il partito hub ha fatto le prove tecniche nello schieramento che si è riconosciuto in Stefano Bonaccini. Non un cartello elettorale come già si è visto in tante tornate, ma un insieme di liste autonome e portatrici di un programma specifico. Ognuna d’esse in grado di mobilitare un proprio elettorato. Ora, onestamente, non credo che questo fosse un disegno. Tuttavia per quanto non pianificato è da questo tipo di partito aggregatore, proprio come gli aggregatori di news o siti Internet, che scaturisce la visione di una struttura partitica che fa propri i modi di condivisione costitutivi del web.

3. IL PARTITO PUZZLE: LA COMPLEMENTARIETÀ

Il partito puzzle. Riprendendo l’ultimo concetto va specificato che condividere non significa allearsi, concetto e pratica ben conosciuti alla politica tradizionale. Condividere significa non solo fare rete. Bensì fare nodo di rete, ovvero specificare le diverse funzioni all’interno del nodo, renderle complementari e integrarle. O meglio: ottimizzarle. In altre parole anziché il partito omnibus che si occupa di tutto, più partiti segmentati & associati che condividono una visione di società e un programma comune e si mobilitano su temi e argomenti specifici. Il partito puzzle è un partito virtuale al quale aderiscono movimenti, associazioni, gruppi civici, ognuno con le proprie identità e specifici interessi. Un partito che si compone e scompone alla bisogna. È mobile. Ed è tutt’altra cosa rispetto alla forma partito tradizionale organizzata in gruppi di lavoro o aree tematiche (ambiente, economia e lavoro, cultura…).

4. RAP O TRAP-PARTITO: ALLA CONQUISTA DELLA GENERAZIONE Z

Rap o Trap-partito. Cosa insegnano alla politica i cantanti rap e trap ce lo spiega una bella riflessione di Andrea Girolami che, per quanto riferita al mondo dell’informazione, dà alla politica degli ottimi consigli. I vari Ghali, Mahmood e Machete Crew pur essendo rivali, sono coinvolti in una trama comune, collaborativa, si invitano nei rispettivi concerti, si scambiano idee e consigli. Fanno squadra, per disegnare strategie, soprattutto di comunicazione, che puntino alla conquista del pubblico. Che sulla Rete è formato soprattutto da millenial e Generazione Z: ovvero persone fluide, crossmediali, che per agganciarle bisogna raccontarle bene e giuste. «Stasera live a Milano Ferruccio de Bortoli e, dall’altro lato della città, Gemitaiz. Tu da che parte stai?». Basta sostituire il nome dell’ex direttore del Corriere della Sera ai leader dei vari partiti, per rendersi conto che quasi tutti stanno ancora nel vecchio mondo. Quello pre-Rete, incarnato nella sua massima espressione da Silvio Berlusconi: il progenitore dei due Mattei (i gemelli diversi Salvini e Renzi), versione giovanilista, ma decrepita, dell’attuale tipologia di leader che a ogni latitudine è presuntuosa, vanagloriosa e irrispettosa dell’avversario. L’immagine di Nancy Pelosi che, appena Donald Trump termina il discorso sullo Stato dell’Unione trasformato in un becero comizio elettorale, ne straccia i fogli è solo l’ultima istantanea di una politica al capolinea. Almeno si spera.

5. PARTITO REPUTAZIONALE: SULLA SCIA DI ELLY SCHLEIN

Il Partito reputazionale. È ideologico e non post ideologico. Pone fine all’ultratrentennale processo di “inversione ideologica”, cioè al rovesciamento del significato di concetti fondamentali, come scrive  Jonathan Friedman in Politicamente Corretto facendo l’esempio del termine nazionalismo, che era un valore progressista negli Anni 50 e 60, e ora invece è considerato reazionario. Il partito reputazionale obbliga alla chiarezza (anche di linguaggio). Tanto che, per dirne una, la parola progressista diventa improponibile. La credibilità del partito, la sua reputazione, può essere continuamente monitorata e misurata. Un ascolto attento è la premessa per proposte e scelte efficaci. Un partito di nuova generazione, non può (non potrà) prescindere da persone e volti nuovi. Giovani e soprattutto donne, che non siano come oggi controfigure maschili, bensì persone capaci di interpretare l’attuale momento, di trasformazione distruttiva, e proporre soluzioni a problemi (questione sociale e ambientale) diventati drammatici e non più eludibili con promesse facili o richiami alla conservazione. Ossia con salvinate o melonate. La determinazione, competenza e chiarezza espositiva di Elly Schlein sono un’indicazione bipartisan di percorso e di metodo. Che già esprime leadership femminili in varie parti d’Europa e ha un autorevole  punto di riferimento in Sanna Marin, la 34enne premier finlandese.

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Quanto hanno pesato le Sardine nella vittoria di Bonaccini

Esploso a novembre, il movimento dal basso ha gonfiato l'affluenza in Emilia-Romagna. Tirando la volata al governatore, che ai tempi del primo flash mob di Piazza Maggiore a Bologna era dato dai sondaggi in vantaggio di un punto sulla Borgonzoni. E alla fine ha vinto di quasi 8. Così le contro-manifestazioni anti-Lega hanno avuto un impatto sul voto.

A colpi di contro-manifestazioni sono riuscite a battere Matteo Salvini nelle piazze. Da Bologna a Bibbiano. Ma quanto hanno pesato davvero le Sardine nella vittoria – più larga del previsto – del candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna?

EFFETTO TRAINO SULLA PARTECIPAZIONE

Diffile quantificarlo, ma l’effetto coinvolgimento ha contribuito a ridare quota all’affluenza. I votanti sono stati il 67,67%, 30 punti in più rispetto al 2014, quando andò alle urne il 37,76% degli elettori emiliani-romagnoli. E le Sardine hanno fatto la loro parte per gonfiare questa partecipazione massiccia (sui cui subito Salvini si è preso i meriti citando Giorgio Gaber).

BONACCINI: «CI HANNO RICORDATO DELLE PIAZZE»

Bonaccini, commentando il voto, ha riconosciuto il ruolo del neonato movimento: «Ci siamo dimenticati di stare in piazza, ce l’hanno detto anche le Sardine, riempiendo le piazze e chiedendo una politica non solo fatta di volgarità e di un invito alla rabbia o al rancore, ma anche più civile e pacata». Anche il segretario dem Nicola Zingaretti le ha citate subito, nella notte elettorale fuori dal Nazareno: «Un immenso grazie al movimento delle Sardine».

AL PRIMO FLASH MOB I CANDIDATI ERANO APPAIATI

Tutto era nato il 15 novembre 2019, in quel primo flash mob di Piazza Maggiore in cui risposero oltre 6 mila persone in risposta alla narrazione salviniana e alla campagna elettorale senza scrupoli della Lega (e la citofonata del Pilastro non era ancora arrivata). Il 7 novembre secondo i sondaggi Emg i due candidati principali erano più o meno appaiati: Bonaccini 45,5%, Lucia Borgonzoni 44%. Tecné il 10 novembre riduceva ancora di più lo scarto: 46% per il governatore uscente, 45% dato alla leghista. Alla fine ha vinto il centrosinistra di quasi 8 punti. A Bologna, dove le Sardine sono nate, Bonaccini ha vinto di 130 mila voti, poco meno di quello che è stato il gap finale a livello regionale (180 mila preferenze).

Da sinistra: Roberto Morotti, Andrea Garreffa, Mattia Santori e Giulia Trappoloni nel backstage della manifestazione nazionale del movimento delle Sardine a Bologna, il 19 gennaio. (Ansa)

ANCHE DALL’EUROPA APPLAUDONO

Il peso delle Sardine è stato riconosciuto anche fuori dall’Italia. Su Twitter l’europarlamentare belga liberale Guy Verhofstadt di Renew Europe si è complimentato: «Salvini ha fatto la sua vergognosa campagna elettorale in Emilia-Romagna su se stesso e le sue ambizioni, ma ha perso. I risultati mostrano la potenza dei movimenti dal basso verso l’alto come le Sardine» capaci di «resistere al populismo di estrema destra. Congratulazioni a loro!».

ORA CONGRESSO NAZIONALE A SCAMPIA

Dopo l’esito del voto, i quattro fondatori – compreso il leader Mattia Santori – si sono concessi un momento privato: un giro in centro e una foto di gruppo davanti alla basilica di San Petronio, in Piazza Maggiore, dove tutto era iniziato. Hanno assistito in casa allo spoglio delle schede poi hanno fatto una passeggiata per il centro, deserto. Commentando così: «Ora non vogliamo più ragionare a livello locale, ma a livello nazionale. Ora riflettiamo su Scampia», dove hanno organizzato un congresso per il 14-15 marzo.

Su Facebook, appena dopo la chiusura delle urne, hanno scritto: «È tempo di far calare il sipario e lavorare dietro le quinte per preparare un nuovo spettacolo con tutti voi che vorrete continuare a non essere uno spettatore qualunque. Ci vediamo a Scampia».

«UNA BELLA FAVOLA, ORA SPORCHIAMOCI LE MANI»

E ancora: «Fino a oggi siamo stati una bella favola. Ora chiudiamo il libro e sporchiamoci le mani. Qualsiasi cosa succeda. C’è chi dice che siano i gesti folli a cambiare il corso della storia, ma noi preferiamo pensare che siano i gesti ordinari a cambiare il mondo in cui viviamo».

«NON CI VEDRETE IN TIVÙ O SUI GIORNALI»

Poi hanno spiegato: «Non siamo nati per stare sul palcoscenico, ci siamo saliti perché era giusto farlo. Ma ora è tempo di tornare a prendere contatto con la realtà e ristabilire le priorità, innanzitutto personali. Se avessimo voluto fare carriera politica l’avremmo già fatto. E invece, prima di tutto, desideriamo tornare a essere noi stessi, elettori e cittadini, parenti e amici. Per questo motivo non ci vedrete in tivù o sui giornali. La nostra responsabilità è pari a quella che si è assunta ogni persona che oggi si è infilata il cappotto ed è andata a fare una croce da protagonista».

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Bonaccini, l’anti-Lega che tiene l’Emilia eclissando il Pd

Il governatore uscente si conferma alla Regione con ampio margine su Borgonzoni e infligge la prima vera sconfitta a Salvini. Un successo ottenuto grazie alla capacità di smarcarsi dalla politica nazionale. E facendo leva sul buon governo locale.

Per infliggere la prima cocente sconfitta a Matteo Salvini serviva un modenese di 53 anni, poche parole e tanti fatti, capace di anteporre in campagna elettorale il buon governo locale alle beghe della maggioranza giallorossa. Ha reso omaggio alle Sardine, Stefano Bonaccini, ma dietro il largo successo del governatore uscente in Emilia-Romagna, con quasi otto punti percentuali sulla leghista Lucia Borgonzoni, c’è soprattutto la scelta di andare avanti per la propria strada, ignorando la caciara degli avversari che lo accusavano di voler nascondere il simbolo del Pd in una tornata elettorale dall’esito alla vigilia mai così incerto «Se gli vai a dire che la devi liberare, le persone qui lo sanno perfettamente che eravamo già stati liberati 75 anni fa», ha detto il vecchio e nuovo presidente, silenziando gli slogan leghisti. Per poi aggiungere: «C’è chi ha cercato lo show suonando i campanelli. Ma l’arroganza non paga mai».

DECISIVA LA SCELTA DI UNA COALIZIONE AMPIA

D’altra parte ci ha sempre creduto Bonaccini alla possibilità di confermarsi alla guida della Regione, riuscendo nel compito di difendere il feudo del centrosinistra dal tentativo di conquista di Salvini. Nella sfida ha vinto grazie a una coalizione ampia, che comprendeva, oltre al Pd, Emilia-Romagna coraggiosa (un rassemblement della sinistra ‘governista’), Verdi, Volt, +Europa e una lista civica a suo nome. Nella sua lunga carriera politica è stato assessore in Comune a Modena, poi segretario nella sua città dei Ds, prima di guidare il Pd in Emilia-Romagna. È stato eletto per la prima volta nel novembre 2014, con un’ampia larga maggioranza sullo sfidante di allora, l’attuale sindaco leghista di Ferrara Alan Fabbri, ma con un’affluenza al voto bassissima, circa il 37%. Allora la vittoria era scontata, questa volta no.

QUALCHE RARA COMPARSA SOLO CON ZINGARETTI

Nel suo mandato da presidente, Bonaccini si vanta di aver visitato ogni singolo Comune dell’Emilia-Romagna e ha cercato di mantenere la campagna elettorale sui temi locali, tenendosi alla larga dai leader nazionali, con qualche rara eccezione per il segretario Pd Nicola Zingaretti. Ha incentrato la sua corsa sul riconoscimento dei risultati raggiunti su temi come la sanità, il lavoro e l’economia, affermando che se l’Italia fosse come l’Emilia-Romagna sarebbe un posto migliore.

UNA VITTORIA CONQUISTATA SUL TERRITORIO

Fra le sue proposte per la Regione c’è un investimento per rendere gratuiti e accessibili per tutti gli asili nido e il trasporto per gli studenti. In questi anni, anche se concentrato sul governo locale, non è stato avulso dal dibattito interno al Pd e al centrosinistra: allievo della scuola Pci, prima si è avvicinato a Renzi, per poi prenderne le distanze sostenendo, alle ultime primarie, l’attuale segretario Zingaretti. La sua campagna elettorale è stata un tour de force, cercando di raggiungere più luoghi possibile. E di respinger gli attacchi avversari sostenendo che, essendo candidato per una coalizione, non poteva utilizzare il simbolo di un solo partito nei manifesti.

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Cosa sapere delle Regionali in Emilia-Romagna

Salvini, con Borgonzoni, tenta l'impresa di scippare al centrosinistra il fortino rosso. Ma deve fare i conti con il governatore uscente Bonaccini, smarcatosi dal Pd e sostenuto dalle Sardine. Una guida.

Il primo appuntamento elettorale del 2020, le Regionali in Emilia-Romagna, è anche il più importante per le sorti del governo giallorosso.

Se il Pd perdesse il fortino rosso e il M5s subisse l’ennesima batosta elettorale, la crisi del Conte bis sarebbe dietro l’angolo. Almeno così va minacciando Matteo Salvini.

L’unica cosa certa, almeno secondo gli ultimi sondaggi, è che si prospetta una corsa all’ultimo voto tra la leghista Lucia Borgonzoni, e il governatore uscente Stefano Bonaccini

Domenica 26 gennaio gli emiliano-romagnoli sono chiamati però a scegliere tra sette candidati. Oltre a Bonaccini e Borgonzoni, corrono Simone Benini per il Movimento 5 stelle, Laura Bergamini (Partito Comunista), Marta Collot (Potere al Popolo), Stefano Lugli (L’Altra Emilia Romagna) e Domenico Battaglia (Movimento 3V – Vaccini Vogliamo Verità).

BONACCINI “SCARICA” IL PD E CERCA LA RICONFERMA

Non sarà una competizione facile per Bonaccini. Il candidato del centrosinistra rischia di essere danneggiato dalla debolezza nazionale del Partito democratico e dalla crescita senza sosta di Salvini & Meloni. Nonostante i risultati ottenuti durante i cinque anni del mandato, la partita sarà al fotofinish.

Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna.

Situazione che ha spinto Bonaccini a non cavalcare in campagna elettorale loghi e bandiere del Pd, ma puntare tutto sulla sua figura. Modenese di Campogalliano, 53 anni, è stato prima bersaniano (Primarie 2012), poi renziano (Primarie 2013) – fu proprio l’ex segretario a nominare l’allora segretario Pd dell’Emilia-Romagna responsabile Enti locali del partito – quindi zingarettiano.

BORGONZONI, LA FRONTWOMAN DI SALVINI

Da tempo in Emilia-Romagna la Lega erode terreno al centrosinistra. Basti pensare al 33,8% ottenuto da Salvini alle Europee 2019 (col Pd fermo al 31,2%), alla vittoria del leghista Alan Fabbri alle Amministrative di Ferrara dello scorso anno o, ancora prima (2016), all’inedito ballottaggio Pd-Lega per la carica di sindaco a Bologna. Risultato portato a casa proprio da Borgonzoni. Bolognese, classe 1976, cresciuta in una famiglia di sinistra, è nipote del pittore partigiano Aldo Borgonzoni. Ma anche suo padre Giambattista è di sinistra e durante la campagna elettorale si è fatto ritrarre assieme alla sardina Mattia Santori.

La candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni (Lega).

Un passato da barista al Link, storico centro sociale bolognese, consigliera comunale del Carroccio e senatrice, quando venne nominata sottosegretaria ai Beni culturali del governo gialloverde, ospite alla trasmissione radio Un giorno da pecora, ammise: «Non leggo un libro da tre anni». Un peccato perdonabile, soprattutto se riuscisse a regalare a Salvini un risultato storico nella regione rossa.

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I 5 STELLE PROVANO A RIPARTIRE DA BENINI

Sono lontani i tempi in cui Parma diventava la Stalingrado grillina grazie a Federico Pizzarotti (ora sostenitore di Bonaccini). Oggi i pentastellati sembrano destinati – e rassegnati – a un clamoroso ridimensionamento, anche rispetto alle Europee dello scorso anno, quando in regione dovettero accontentarsi del 12,9%. Si spiega quindi perché Luigi Di Maio avrebbe preferito evitare di correre a questo appuntamento, se non fosse stato per Rousseau che ha decretato tutt’altro.

Una foto di Simone Benini presa dal suo profilo Facebook.

E sempre su Rousseau è stato scelto il candidato: l’apicoltore e informatico Simone Benini. Forlivese di 49 anni, si è aggiudicato il ticket d’ingresso alla competizione con appena 355 voti, ma la gara rischia di riservagli più oneri e che onori. Dei quattro consiglieri regionali uscenti a 5 stelle, due hanno rinunciato alla candidatura a presidente, uno si è ritirato a vita privata e l’ultimo oltre al passo indietro ha dichiarato che voterà per Bonaccini.

IL FUTURO DELLE SARDINE

Dai risultati in Emilia-Romagna non dipende solo il destino del governo, ma anche quello delle Sardine.

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La manifestazione delle Sardine in piazza VIII agosto a Bologna.

Protagoniste della campagna elettorale, il movimento nato proprio a Bologna deve capire cosa farà da grande. In caso di vittoria leghista, rischia di vedere soffocata ogni velleità di respiro nazionale. Ma anche in caso contrario, le incognite non mancano. Se vincesse Bonaccini, le Sardine continueranno a nuotare nelle acque dem nella nuova organizzazione a cui sta lavorando Zingaretti oppure pensano a un soggetto politico tutto loro?

COME SI VOTA

Si vota il 26 gennaio, in un’unica giornata, dalle 7 alle 23. L’Assemblea legislativa è composta da 50 consiglieri, compreso il presidente della Giunta regionale. Di questi, 40 sono eletti con criterio proporzionale sulla base di liste circoscrizionali concorrenti. Secondo l’articolo 10 della legge regionale 21 del 2014, l’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome del candidato o dei due candidati compresi nella stessa lista.

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Nel caso di espressione di due preferenze, devono riguardare sessi diversi, pena l’annullamento della seconda preferenza. Ciascun elettore può, a scelta: votare solo per un candidato alla carica di presidente tracciando un segno sul relativo rettangolo; votare per un candidato alla carica di presidente e per una delle liste a esso collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare disgiuntamente per un candidato alla carica di presidente e per una delle altre liste a esso non collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare a favore solo di una lista tracciando un segno sul contrassegno: in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente. Qualora l’elettore esprima il voto a favore di un candidato presidente e per più di una lista, è ritenuto valido il solo voto al candidato mentre saranno ritenuti nulli i voti di lista.

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Vinca o perda, è l’ultima battaglia di Salvini

Il leader della Lega ha bruciato tutti i ponti della politica e non può più tornare indietro. Solo un drappello di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare ancora un mondo dominato dall'odio e da un luddismo antiumanitario. Giocate, divertitevi, fate casino. Ma avete già il fiatone.

Oggi termina la campagna elettorale in Emilia-Romagna e Calabria. In realtà non terminerà davvero.

Matteo Salvini continuerà ben oltre il limite di legge a fare casino. Lo ha già fatto prima di lui Silvio Berlusconi, ormai ridotto a penoso comprimario di una destra irriconoscibile.

Il dato saliente della vita pubblica italiana non è più lo scontro fra visioni del mondo, progetti, programmi, personalità. Salvini è riuscito a portarci là dove nessuno avrebbe mai immaginato che saremmo stati: a uno scontro in cui l’odio divide le case, le città, si alimenta di dolori che, qualunque sia stata la ragione che li ha provocati, diventano oggetto di campagna politica contro altre persone. Non c’è un tempo nel passato in cui si possano riconoscere i tratti di questa barbarie salviniana.

BONACCINI E SARDINE HANNO ARGINATO LA BESTIA

Comunque vada per Stefano Bonaccini e per le Sardine, dobbiamo loro riconoscenza. A Bonaccini per aver opposto ragione e sentimento  alle infamie della Bestia. Alle Sardine per aver re-introdotto nella vita pubblica concetti elementari di civiltà. Non è un paradosso che questa battaglia stia avvenendo nell’Emilia-Romagna, una terra carica di simboli opposti nella storia politica del Paese.

Salvini è strutturalmente la rivincita del passato più remoto con i mezzi della modernità

Quello che agli intellettuali moderati che fiancheggiano Salvini non hanno capito è che il respiro del loro capo e del suo movimento sta diventano affannoso, che ormai gli resta solo la proclamazione della guerra civile perché ha bruciato tutti i ponti della politica e non può più tornare indietro.

LA FAVOLA DELLA SVOLTA MODERATA DI SALVINI

Appena poche settimane fa sui giornali alcuni commentatori si baloccavano per la svolta moderata che a loro sembrava Salvini avesse intrapreso. Non era vero. Non può diventare moderato. Può accadere che il suo mondo vinca e che si liberi di lui, ma Salvini è strutturalmente la rivincita del passato più remoto con i mezzi della modernità. Penso che il salvinismo stia arrivando al punto di non ritorno perché ha invaso tutto il campo e non può più retrocedere di fronte a qualsiasi manifestazione di umanità e di civiltà. È un feroce luddismo antiumanitario quello che viene praticato da questo facinoroso di poco pensiero e di parole tenute insieme dalla colla della violenza. Leggete i giornali che lo sostengono. Vittimisti e violenti, vogliono dirigere tutto, dalla politica alla fede, nella consapevolezza che una volta che il vento girerà i loro citofoni saranno intasati.

Solo un drappello di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare che il mondo del futuro lo decideranno Vittorio Feltri, Mario Giordano o Rete4

L’ultimo sforzo che emiliani, romagnoli e calabresi devono fare non dirà, tuttavia, la parola finale in uno scontro che terminerà solo con la “distruzione politica” di questo mostro politico che sembra creato in un laboratorio da uno scienziato pieno di rancori e frustrazioni. In politica, come nella vita, vince la pazienza. Solo gli stupidi potevano immaginare che il Movimento 5 stelle sarebbe durato più a lungo di una mezza stagione. Solo un drappello – formazione militare così chiamata perché diretta da un ufficiale di rango inferiore – di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare che il mondo del futuro lo decideranno Vittorio Feltri, Mario Giordano o Rete4. Giocate, divertitevi, fate casino. Ma avete già il fiatone. Vi citofoneremo.  

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Il primato della Borgonzoni: essere più incompetente della Raggi

Sarebbe del tutto inconcepibile che una regione di rango europeo si affidasse a una candidata estranea all'abc della buona amministrazione e sorretta da un leader che bacia eroticamente salami. Se dovesse vincere in Emilia-Romagna significherebbe davvero che la sinistra sta sulle palle a tutti.

La Lega punta a scippare un primato al Movimento 5 stelle. Indubbiamente Virginia Raggi è la sindaca peggiore della storia di Roma, ha battuto persino Gianni Alemanno, e credo sia fra le peggiori nell’intero panorama italiano. Vedere la serie storica e fare le comparazioni.

La cosa che più ha colpito in questi anni è la sua totale indifferenza non solo alle critiche ma anche all’evidenza dei suoi fallimenti. E la città ha borbottato, qualche volta ha protestano, poi ha deciso di aspettare che passi la nottata. Matteo Salvini è un competitivo naturale. Come avrebbe potuto ancora accettare che il fratello separato Luigi Di Maio si attestasse, per interposta Raggi, al vertici di una classifica italiana?

Da qui l’idea di Lucia Borgonzoni, nota prima della candidatura per le sue comparsate televisive che mostravano la sua totale estraneità all’abc della politica e dell’amministrazione. Del resto lei stessa si era vantata di non leggere libri, forse convinta dal suo capo che è meglio un moijto sul comodino che un libro di Italo Calvino. Ebbene questa signora ha buone possibilità, sospinta dal vento elettorale leghista, di diventare presidente dell’Emilia-Romagna scalzando Stefano Bonaccini, che ha la colpa di essere competente e di non dire cazzate.

BORGONZONI, UNA CANDIDATA DEL TUTTO INADEGUATA

La campagna elettorale della Borgonzoni è tipo “vedo e non vedo”, in questo senso è molto sexy. Talvolta la portano in giro preferibilmente muta e quando non riescono a farla tacere lei riesce a dire cose che in tempi normali e in un Paese normale la spingerebbero immediatamente verso le scuole serali. Invece sembra che la battaglia sarà all’ultimo sangue. Ci hanno spiegato che voteranno Borgonzoni i penultimi (che in questo modo confermeranno la legittimità di questa singolare posizione) e l’Emilia interna, arrabbiatissima perchè non vede luce nel welfare riformista regionale.

Se la Borgonzoni dovesse vincere l’unica analisi del voto ci porterebbe alla tesi che ormai la sinistra sta sulle palle a tutti

Non so. Ho difficoltà a fare l’analisi del voto dopo le urne, figuratevi prima. Possono dire solo che se la Borgonzoni dovesse vincere l’unica analisi del voto ci porterebbe alla tesi che ormai la sinistra sta sulle palle a tutti. Perché era persino comprensibile che un pezzo di sinistra votasse la sconosciuta Raggi, è del tutto inconcepibile che una regione di rango europeo si affidi alla Borgonzoni sorretta da un leader che bacia eroticamente salami (citare Freud?).

BONACCINI PUÒ DIMOSTRARE CHE UN BUON POLITICO VALE PIÙ DELLE CHIACCHERE

Le ragioni per cui la sinistra può stare talmente sulle palle da portare alla vittoria della Borgonzoni sia su Bonaccini sia sul primato della Raggi sono diverse ma nell’espressione “stiamo sulle palle” si mescolano fatti politici, fenomeni psicologici, ripulse personali, insomma quel grumo di antipatie costruite in lunghi anni di potere. Io credo in Bonaccini a cui è affidato il doppio compito di difendere il baluardo emiliano-romagnolo e di dimostrare che se alcuni di noi stanno sulle palle al popolo, altri no.

Da sinistra, Stefano Bonaccini, Bianca Berlinguer e Lucia Borgonzoni (foto Roberto Monaldo/LaPresse).

Bonaccini ha tutte le caratteristiche per fare l’impresa. Ha fatto e detto cose serie. Non rappresenta quell’ idealtipo di funzionario comunista bacchettone. Soprattutto ci risparmierà la scena terribile che avremmo fra qualche anno di una Bergonzoni cacciata con i forconi perché se la Raggi può contare sulla pazienza cinica dei romani, gli emiliano-romagnoli presi per il sedere non la butteranno in chiacchiere. Fra i tanti discorsi da fare sulla sinistra che deve nascere spetterà a Bonaccini applicare una antica regola della nostra tradizione culturale: mostrare come la prassi sia in grado di innovare la teoria e quindi un buon amministratore vale più delle chiacchiere di tanti politici e politologi di destra e di sinistra.

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Bonaccini, solitario y final ma non triste

Ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità. Un esempio di leader che risolvei problemi, privo di rabbie personali e concreto, concretissimo. La sinistra lo prenda a modello.

Chissà che pensieri ha al mattino, appena sveglio, Stefano Bonaccini, candidato del Pd (ma non si può dire) per la guida dell’Emilia-Romagna.

Sulle sue spalle, che sembrano molto attrezzate, c’è il destino politico di un Paese, di un governo e di un paio di personaggi della politica che sono arrivati all’ultimo miglio.

Se Bonaccini perde, viene giù tutto. Cade il governo anche se non subito, i cinque stelle vanno per prati, il Pd o si rifonda o si rifonda. Se Bonaccini, invece, vince, Giuseppe Conte può pensare di avere vita più lunga, Luigi Di Maio respira, Nicola Zingaretti apparirà come il salvatore del Pd dopo gli anni di Matteo Renzi, ma soprattutto Matteo Salvini, assediato dalla coriacea Giorgia Meloni, si chiuderà in una birreria e da lì non uscirà più senza che alcuno vada a cercarlo.

LA BATTAGLIA DI BONACCINI CONTRO LA STRANA COPPIA

La battaglia di Bonaccini è stata seria. Non ha voluto compagnia, ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità di lavoro e soprattutto ha a che fare con un signore che parla all’Emilia-Romagna come se fosse una trincea di guerra e non una regione pacifica (forse non più pacificata, ma pacifica) e con una signora che visibilmente sa appena dire il proprio nome e cognome.

Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire

Se questa strana coppia vincerà bisognerà riflettere bene su quanti disastri anche emotivi ha combinato la sinistra in questi decenni. Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire. E allora muoia. Tuttavia non accadrà.

UN MODELLO DI LEADERSHIP DA IMITARE

Il prode Bonaccini al mattino si sveglia, secondo me, “senza pnzier”, tranne quello di quali cittadini incontrare e di cosa dire. Quello sbevazza e fa casino, quell’altra fa la bella donna in tivù, lui fa l’operaio della politica che monta i pezzi che si sono rotti, fa funzionare la casa, ti fa stare tranquillo. Può perdere? In fondo, lo dico prima di sapere come andrà a finire, il modello di leadership di Bonaccini, ma penso anche a Beppe Sala e a tanti altri – non a Michele Emiliano – dovrebbe essere il modello di sinistra vincente. Cioè leader, uomini o donne, che risolvono i problemi, che sono pieni di umanità, privi di rabbie personali, riconciliati con il mondo e concreti, concretissimi.

Da sinistra, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, assieme al sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Caro Bonaccini, io tifo per Lei (un tempo ti avrei detto tifo per te, ma oggi vale il titolo della canzone di Richy Gianco: «Compagno sì, compagno no, compagno un cazzo» e quindi ti do del Lei), mi faccia questa cortesia di non mollare in queste settimane, non legga i giornali, lasci stare Rete 4 diventata una specie di astanteria di esagitati, tranne Barbara Balombelli, e vada avanti. Quel voto in più che la farà restare alla guida della sua Regione è lì, veda di prenderlo.

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Bonaccini apre la campagna elettorale per le Regionali in Emilia-Romagna

Il candidato di centrosinistra alle Regionali 2020 apre la campagna elettorale a Bologna. Tra i presenti anche Romano Prodi.

Dopo le Sardine, in Piazza Maggiore a Bologna arriva il centrosinistra. Sabato si è infatti aperta ufficialmente la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna sfidato dalla leghista Lucia Borgonzoni alle Regionali del 2020. Almeno 10 mila le persone presenti. «È una piazza bellissima», ha detto Bonaccini salendo sul palco: «Mi hanno detto che è venuto anche Romano Prodi, gli mando un grande abbraccio».

I SINDACI CON IL PRESIDENTE DI REGIONE

In piazza, coperta dalle bandiere del Pd, anche il sindaco Virginio Merola, quello di Modena Gian Carlo Muzzarelli e il primo cittadino di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune. «Ora a Bologna, gli emiliano-romagnoli si sono ripresi la piazza», ha scritto su Facebook Pizzarotti. «Non contro qualcuno ma per l’Emilia Romagna. Per la nostra terra, con entusiasmo come non avveniva da anni. Sto con Stefano Bonaccini, sto con l’Emilia Romagna libera e forte, con questa piazza incredibile. Sto con chi parla di coraggio e non di paura».

Ora a #Bologna, gli emiliano-romagnoli si sono ripresi la piazza. Non contro qualcuno ma per l'Emilia Romagna. Per la…

Posted by Federico Pizzarotti on Saturday, December 7, 2019

IL SOSTEGNO DI ITALIA VIVA

Al fianco di Bonaccini anche Italia viva. «Non abbiamo mai avuto un solo dubbio sul fatto che Stefano fosse il migliore candidato possibile per questa regione», ha detto il deputato renziano Marco Di Maio. «Bonaccini ha dimostrato in questi cinque anni di essere all’altezza del compito di guidare l’Emilia-Romagna, una delle più avanzate d’Europa e del mondo, capace di migliorare in questi anni tutti gli indicatori economici». «Non solo condividiamo il programma e le azioni svolte da Bonaccini in questi anni», ha aggiunto, «ma ci legano a lui anche battaglie comuni che in questi giorni stiamo conducendo come quella per la cancellazione della plastic-tax, tema particolarmente avvertito in Emilia-Romagna dove vi è la più alta concentrazione di imprese legate a questo comparto».

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