Il Vangelo di San Matteo non l’abbiamo mai letto

Di Rino Mele

“Dove si trova il cadavere, là si raduneranno le aquile” (24,28). San Matteo è il suo Vangelo, anche se, a scriverlo, fosse stato un suo discepolo, nascosto nel suo nome. È un Vangelo duro, apocalittico, come anche quello di Marco. Quando è crocifisso, e la terra s’oscura, in quel buio estremo Gesù non parla, il suo silenzio è terrificante. L’evangelista Luca gli attribuisce tre frasi, Giovanni altre tre, per Matteo (come per Marco) in quelle tenebre una sola volta parlerà, gridando – all’ora nona – pochi istanti prima di morire. Quello che dice, secondo il Vangelo di Matteo, è devastante: si ribella alla morte, s’oppone al Padre, scaccia da sé ogni maschera, è solo davanti all’ignobile fine: sa che tra poco il respiro si fermerà, il sangue, i pensieri, sarà un leone scuoiato davanti al quale le antilopi non fuggono più. A se stesso cosa avrà detto nelle tre ore di tenebre e di silenzio? Cristo, nascosto in quel nero che a stento respira, come se il tempo fosse fermo ad aspettare, con lui, la fine. A Salerno la prima processione l’ho vista nel 1950, era un tripudio di paganesimo e cristianità insieme: tutto è andato svanendo ma è rimasta la centralità della processione nella festa dedicata a San Matteo e al suo Vangelo. Sembra vicino ma San Matteo è lontano, è altrove, se ci scordiamo così facilmente le parole che gli attribuiamo e nessuno legge, rivoluzionarie: “Beati gli affamati e gli assetati di giustizia” e, poco dopo: “Beati i perseguitati per la giustizia”. Visto che Salerno gli è dedicata, facciamogliele gridare, come coltelli infuocati, le sue parole di verità: “Beati gli affamati e gli assetati di giustizia perché saranno saziati” (5,6). Questo è il pensiero di San Matteo, l’uomo dei numeri, del denaro da contare e che sa di morte e non apparterrà mai a nessuno. Nella chiesa di San Luigi dei Francesi, nella cappella Contarelli a Roma, Caravaggio (a soli ventisei anni) dipinse una tela quasi quadrata, tre metri per tre, in cui volle rappresentare la vocazione di San Matteo, il richiamo che Cristo gli rivolge inaspettatamente mentre lui gioca d’azzardo in una bettola, con quattro amici. La scena è buia, la luce vi scava i volti e le contraddizioni: forse, Caravaggio volle dire l’abisso dal quale si risale.

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