Con la cura Borghi-Salvini rischiamo la deriva argentina

L'Unione europea è tutt'altro che un paradiso, ma chi tifa per la sua fine o per una Italexit solo per vincere le elezioni ignora cosa accadrebbe al nostro Paese senza Bruxelles o la Bce. Una farsa che ci porterebbe dritti a una iperinflazione e, quindi, alla rovina.

Molti dicono che l’Europa non esiste ma ne parlano sempre. Cresciuti anche nel solco profondo del pensiero di Beppe Grillo, hanno come maestri di Twitter Matteo Salvini, Giorgia Meloni e altri.

Ci sarà a ore qualche “sistema innovativo” che sarà proibito chiamare eurobond ma in fondo per vie traverse lo sarà? Se sì, arriverà una nuova cessione, prima o poi, di sovranità. Lo sanno i sovranisti?

Le solite alchimie europee si sono riproposte con la quadratura del cerchio alla quale l’Eurogruppo (i ministri del Tesoro dei 19 Paesi euro) si è applicato nei giorni scorsi. È la seguente: trovare il sistema di offrire capitali che non vadano ad aggiungersi ai debiti nazionali, ma senza nessuno strumento formalmente e direttamente garantito da tutti, senza bond, cioè obbligazioni, offerte sui mercati finanziari.

PIÙ DELL’OLANDA, IL VERO NODO SONO LE ELEZIONI TEDESCHE

Il vero nodo ancor più dell’Olanda sono le elezioni tedesche di inizio autunno 2021, alle quali gli ipernazionalisti dell’AfD (gli amici di Salvini e di Meloni) non devono arrivare, secondo Frau Merkel, con il bazooka elettorale di un regalo fatto ora dalla stessa Merkel alle cicale del Sud Europa. AfD è entrata per la prima volta al Bundestag nel 2017 con 94 deputati. Se nel 2021 ne prendono 130 o 140 ogni discorso europeo è chiuso. Questa settimana vedremo che cosa decidono i capi di Stato e di governo.

CHI VUOLE LA FINE DELL’UE O L’ITALEXIT HA UNA VISIONE DEL FUTURO?

Realtà nazionali radicate nei secoli sono ben più profonde di una realtà multinazionale dove non si parla la stessa lingua, nata appena 70 anni fa su trattative e Trattati e che in vario modo lascia, anche questo viene sempre dimenticato, quasi tutta la sovranità nelle mani degli Stati-Nazione. L’Unione. Sarebbe meglio definirla “Unione”, virgolettata, più un desiderio che una realtà. Lo Stato è più vecchio e solido e soprattutto più sentito e familiare, per molti. Occorre decidere però se chi vuole la fine della Ue, per tutti o come solitaria scelta italiana, vede giusto, ha capacità per farlo e visione saggia del futuro. Quello che al momento stanno garantendo, purtroppo, è il clima gingoista, in chiave questa volta anti-Ue, che William James vedeva crescere negli Stati Uniti e in Europa a cavallo tra 800 e 900, un vocabolario guerriero «che spinge l’opinione pubblica a un punto tale che nessun leader politico riesce a fermare».

I FAN DELLA VIA NAZIONALISTA

L’Europa di Bruxelles, si sostiene da quel fronte, è una congiura tra le grandi banche e i tedeschi per dominarci, e per farlo meglio hanno imposto anche a noi l’euro. L’Europa di Bruxelles, sia chiaro, non è quella favola edificante che i bardi dell’europeismo, oggi più rari, volevano farci credere. Il caso greco, pur con tutte le responsabilità di Atene, insegna (2010-2015). Ma non è nemmeno quella che il circo equestre Salvini/Meloni più 5 stelle sovranisti – anche qui è Beppe Grillo che con la sua nota profondità di pensiero che li ha istruiti e coltivati – va raccontando e non da oggi, convinto ancora di poter conquistare sulle macerie dell’europeismo e sulle ali del nazionalismo il potere in Italia per un ventennio.

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Troppi italiani sono convinti che quella nazionalista sia l’unica via. Certamente è la più facile, regole semplici (frontiere, bandiera, lira…) che tutti capiscono. Lo dice anche Vladimir Putin, maestro d’elezione di Salvini e altri. Nella conferenza stampa di fine 2019 Putin ha ribadito che il patriottismo «è l’unica possibile ideologia in una moderna società democratica». Come nazionalista non ama l’Unione europea, struttura sovranazionale, come non la ama Donald Trump. Il nazionalismo esasperato, guarda caso, distrugge l’Unione, cosa che per motivi diversi perseguono entrambi. E a noi, starebbe bene? Questa è la domanda cruciale, al di là di tutte le carnevalate: a noi starebbe bene?

SE L’ALTERNATIVA SONO CINA E RUSSIA

Ripassiamo un po’ di storia, soffermiamoci un attimo sulla geografia, materia ormai negletta, diamo un’occhiata a che cosa è la nostra piccola Europa nel mondo di oggi, ormai senza più Pax americana. L’attuale Unione era il 20% abbondante del Pil mondiale nel 1986, il 17% nel 2014 e sarà poco più del 14% nel 2024, dice una media delle più accreditate analisi, perché gli altri crescono più di noi. E poi come italiani poniamoci una domanda: se ce ne andiamo dall’Unione europea, dove andiamo? C’è la Russia, c’è la Cina, dicono molti senza sapere bene che cosa dicono. Lasciare alleati a noi simili, semi-identici in qualche caso, vicini, grossi quanto noi o più piccoli, conosciutissimi, per metterci con altri lontani, enormi, diversissimi e nel caso russo con meno soldi di noi, nonostante le armi e le risorse naturali?

I TRE OBIETTIVI CON CUI NACQUE L’EUROPA DI BRUXELLES

L’Europa di Bruxelles nasceva tra il 1950 e il 1957 con tre obiettivi e tutti sotto l’ala della diplomazia americana, disposta ad avere un blocco alleato anche se sarebbe diventato commercialmente concorrente. Si trattava di cambiare alla radice la secolare dura ostilità Francia-Germania, mettendole al cuore dello stesso progetto. Si trattava di reimmettere in pieno nel sistema democratico i Paesi ex dittatoriali protagonisti principali dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Germania e Italia. E si trattava di avviare un’economia continentale in un continente troppo piccolo per avere una trentina di Paesi sovrani, e fino ad allora economie sovrane e troppo in concorrenza. La grande tappa intermedia venne a fine Anni 80 con il Mercato Unico, il vero Mec, la fine della presenza russa in Europa centrale, la nascita dell’Unione e dell’euro, collante per tenere insieme i Paesi in una nuova realtà non più motivata dalla paura, dalla ingombrante presenza dell’Urss.

PRESI SINGOLARMENTE SIAMO NANI, GERMANIA COMPRESA

La geografia ci dice che insieme, i 27 Ue più Svizzera e Norvegia che di fatto partecipano allo stesso mondo socio-economico, abbiamo la metà della superficie degli Stati Uniti, metà di quella della Cina e poco meno di un quarto della superficie della Russia. E siamo in 29, con in media 146 mila chilometri quadrati circa a testa, in realtà con molti Paesi ben più piccoli, in dieci sotto i 50 mila chilometri quadrati. Nel mondo post-americano sta emergendo un triumvirato Usa-Cina-Russia, quest’ultima nostra vicina forte solo in armi e materie prime ma non in industria, e noi invocando il nazionalismo molliamo gli ormeggi comuni? Singolarmente siamo tutti dei nani, anche la Germania, come diplomazia e difesa.

LA MAGIA E LA FARSA PROPINATE DA BORGHI

Dire che la Ue è un disastro standosene ovviamente sulle generali fa molto “pensoso” e dire che non ci aiuta suona patriottico, anche se già adesso per noi stanno facendo enormemente di più, come cifre, Commissione e soprattutto Bce di quanto stia facendo chiunque altro. Comunque, a fronte di tanti “pensosi” connazionali proviamo a entrare in una macchina del tempo e a pensare che l’Unione europea scompaia di botto perché non è mai esistita. Tutti e solo Stati-Nazione, una trentina oggi come nel 1936, ad esempio. Niente Bce, per cominciare, con i suoi massicci acquisti di obbligazioni dello Stato e delle imprese sui mercati. Chacun pour soi nel vero senso delle parole. Così sarebbe la pandemia con un’Europa stile 85 anni fa. Soli, davvero soli.

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Magari! Questo dicono oggi i tanti nazionalisti doc e di ritorno italiani, sarebbe la condizione ideale. Il clou del loro pensiero è tornare a una Banca centrale nazionale che rinunci subito all’indipendenza dal Tesoro concordata in Italia nel 1981 e torni a sottoscrivere tutto il debito pubblico invenduto, asta dopo asta. «Non ci sarebbero più problemi», ripete da anni il leghista Claudio Borghi, stratega economico/monetario di Salvini, facendo scuola. Una magia e una farsa. Non funziona così. Una Banca centrale può creare tutta la moneta ritenuta compatibile (da chi? Da chi compera i titoli sovrani, naturalmente) con la forza dell’economia e dei conti nazionali, non in base alle necessità di un Tesoro senza freni. Se invece lo fa, parte l’inflazione e poi l’iperinflazione e quindi la rovina.

IL RISCHIO DI UNO SCENARIO ARGENTINO

Una eventuale regata in solitaria dell’Italia con Salvini timoniere, Meloni prodiere, Borghi mozzo e la lira come vela, ricorda quanto Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong e da tempo rettore di Oxford, ha scritto alcuni mesi fa sulla ormai certa Brexit: «Le promesse e le rosee previsioni…verranno presto misurate sulla realtà. A quel punto non vorrei essere tra i capi brexiteer». I seguaci del grande timoniere, i tanti nostri sovranisti anti-Ue via tweet, farebbero presto a rinsavire leccandosi le ferite, ma dovrebbero prima rompersi il naso, rompendo anche il nostro. Il prezzo sarebbe altissimo per molte generazioni di italiani, perché si chiamerebbe Argentina. Un peso del 1945, prima di Juan Domingo Perón, vale 10 mila miliardi di pesos attuali circa, a forza di inflazione, riforme monetarie scacciazero e rotative, e nessuno vuole peso se non per pagare il caffè, chi può li cambia subito, e tutto funziona in dollari e….euro. L’Italia non è l’Argentina? L’Argentina era in vario modo molto più dell’Italia fino a 80 anni fa. La geografia è diversa, ma la cura Borghi/Salvini/sovranisti in genere è molto simile alla cura Perón. Chi si avvolge nella bandiera non ha solo per questo ragione.

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Il coronavirus e il tragicomico cortocircuito sovranista

In ogni Paese l'emergenza ha fatto esplodere un localismo armato inimmaginabile. Mentre Le Pen invoca la chiusura delle frontiere, Salvini la sospensione di Schengen. E i lombardo-veneti sono trattati come appestati. È solo uno degli effetti collaterali dell'infodemia che ha chiuso un'era.

Prove tecniche di futuro remoto. Distopico o post-apocalittico come l’assalto ai supermercati, strade deserte e poche persone che s’affrettano con indosso mascherine andato in onda nei giorni scorsi?

Oppure Medioevo 2.0, visto che l’evocazione di quarantene, zone rosse e nuove colonne infami ha attualizzato in Rete pestilenze dal sapore antico, ancorché inedite per velocità di propagazione?

In entrambi i casi è un tempo sospeso quello che ha visto e vede crescere, avanzare e deflagrare la prima infodemia planetaria della storia. Dichiarata ufficialmente dall’Oms il 22 febbraio. 

UN PROBLEMA MEDIATICO PRIMA CHE SANITARIO

Non era mai accaduto che un’epidemia diventasse un evento mediatico prima che un problema sanitario. Una novità che è principalmente prodotta dai social media, dalla loro straordinaria capacità di alimentare una formidabile, e al momento incontrollata, massa di informazioni, contenente anche tanta misinformation e disinformation. Ovvero fake, bufale, voci, dicerie. Ma che a sottolinearne ulteriormente il carattere di novità hanno nei media tradizionali (stampa, radio e tivù) dei complici. Inconsapevoli nella migliore delle ipotesi, ma decisivi per alimentare paura, far lievitare il sospetto, la discriminazione, il razzismo.          

L’INIZIO DELLA FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE

Assolutamente imprevedibile. Solo in un celebre fanta-thriller, Inferno di Dan Brown, dove uno scienziato pazzo crede che per salvare l’umanità, in un mondo sovrappopolato, serva eliminarne almeno un terzo attraverso un virus letale, era stato prospettato qualcosa di simile a quanto materializzato dal coronavirus. Con l’epidemia scoppiata in Cina siamo infatti entrati in una nuova fase sociale. Personalmente sarei tentato di dire una nuova era. Che accanto all’inedito, che pure si manifesta con situazioni e atmosfere già viste, mostra anche la piena maturazione di fenomeni agenti da un ventennio. Da quando la globalizzazione è stata ufficialmente dichiarata in tutto il mondo.

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Ora però quel modello socio-economico e culturale è finito. O quantomeno è vicina l’inversione totale di un ciclo, riassumibile nell’espressione «fine della globalizzazione», decretata da due saggi del 2018 di F. Livesey, From Global to Local: The Making of Things and the End of Globalisation e di S.D. King, Grave New World: the End of Globalization, the Return of History.

Il corto circuito populista è tragicomico: Marine Le Pen chiede di chiudere le frontiere con l’Italia dopo che Matteo Salvini prima della scoperta dei due focolai italiani aveva invocato la sospensione di Schengen

L’epidemia di coronavirus, per la velocità con cui si è manifestata e per la distruttività economica del contagio, ci sta dicendo che il binomio globale & digitale non può più essere il motore dello sviluppo mondiale. Perché anzi è stata proprio l’elevata interdipendenza delle economie, frutto della delocalizzazione produttiva, e la comunicazione istantanea costitutiva del web, a rendere così devastante un’epidemia influenzale che come certifica l’Oms è molto più letale nella percezione dei media e delle persone che nella realtà.

IL VIRUS HA FATTO ESPLODERE IL LOCALISMO ARMATO

In ogni Paese il coronavirus è stata occasione del manifestarsi di un “localismo armato” che il più animoso sovranista mai avrebbe potuto immaginare. Certo il corto circuito populista è tragicomico. Nel caso ad esempio di Marine Le Pen che chiede di chiudere le frontiere con l’Italia dopo che il suo alleato Matteo Salvini prima della scoperta dei due focolai italiani nel lombardo-veneto aveva invece invocato la sospensione di Schengen. Però è inquietante e in prospettiva preoccupante che si chiudano gli aeroporti e si vietino gli sbarchi, perfino alle Mauritius, per i viaggiatori provenienti dall’Italia. Dal McMondo stiamo tornando alle piccole patrie. Non siamo precipitati all’800, però il 900 della famosa Spagnola incombe. Già espressioni come quarantena e ricerca del paziente numero zero mettono addosso qualche brivido, evocando lazzaretti, però moderni come l’auto-reclusione domestica.

COME CAMBIA LA PERCEZIONE DEL TEMPO

Ma è il tempo come condizione fondamentale dell’esistenza, tornando a una affermazione iniziale, che figura come protagonista principale del dramma epocale che stiamo vivendo. Nel senso che non sembra più essere una categoria, una misura umana indeformabile. Ma invece dilatabile a piacere, forse perché si è fatta strada nella quotidianità l’idea e la pratica di un tempo digitale che, soprattutto quando si è connessi in Rete, sembra essere infinito. Perché si possono fare tante cose assieme, anche quando si è fisicamente lontani, remoti.

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È in questo contesto, sempre più de-temporalizzato, in cui conta solo il presente, il qui è ora, adesso e subito, che il contagio è arrivato più improvviso che mai, cogliendo tutti alla sprovvista. Ma che subito dopo, altrettanto repentinamente, ha generato la richiesta di un’uscita rapida dall’emergenza. Della serie popolare e mediatica: non è ancora pronto il vaccino? Che si aspetta a trovarlo? E così, praticamente in un attimo, sono scomparsi i no-vax e le avvertenze che comunque, anche una volta trovato l’antidoto, prima di averlo in commercio va testato, prodotto e distribuito in milioni, miliardi di dosi. 

DALL’ALLARMISMO ALLA MINIMIZZAZIONE

Questa inavvertenza o incapacità di pensare che ci sono ancora cose e fenomeni, come le stagioni – anch’esse scomparse – che hanno i loro tempi di incubazione, maturazione e rispetto ai quali non c’è fretta o impazienza che tenga, lo si è visto nello stop-and-go dell’emergenza dell’ultima settimana. Dal blocco totale di ogni attività e da una paura cosmica si è rapidamente passati alla richiesta di ritornare quanto prima alla normalità. Derubricando l’iniziale epidemia del secolo a un classico e stagionale picco influenzale. In entrambi i casi con identica propensione all’esagerazione. Subito sovrastimando e enfatizzando l’allarme, poco dopo minimizzando e sottovalutando le serie conseguenze di decisioni affrettate. In questo senso la disfida dei virologi ed epidemiologi, via Facebook e Twitter, tutt’ora in corso, è stata la contesa più avvilente.

INFODEMIA, PATOLOGICA ESPRESSIONE DELLA SOCIETÀ DELL’ECCESSO

Di nuovo però la novità è solo il pieno compimento di un fenomeni già pienamente in azione. Perché l’esagerazione da tempo è costitutiva della “società del troppo”, dove gli up e i down, si tratti della Borsa o del clima, dell’ultima moda o della tendenza di giornata, si susseguono frenetici e a imporsi è la dismisura. Con tutto ciò che si porta appresso, sul piano dei comportamenti sociali: mancanza di autocontrollo e irresistibile propensione, soprattutto se piega male, a buttarla in ridere. A minimizzare. O a fare finta di non sapere o ricordare.

Subito si è generata un’uscita rapida dall’emergenza. Non è ancora pronto il vaccino? E così in un attimo sono scomparsi i no-vax e le avvertenze che comunque, anche una volta trovato, prima di averlo in commercio va testato, prodotto e distribuito in milioni, miliardi di dosi

E qui la foto di Giuseppe Conte che celebra l’approvazione dei decreti sicurezza al tempo del governo gialloverde fa il paio con l’onnipresenza televisiva dello stesso premier oggi in guerra quotidiana con Matteo Salvini. Ma non meno sconcertante è negli Usa Donald Trump che nomina il suo vice Mike Pence a capo della task force americana anti-coronavirus. «È l’uomo giusto per questo compito, vista la sua precedente esperienza». Che è quella fallimentare nei confronti della diffusione del l’Hiv, quando era nel 2015 governatore dell’Indiana.

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Tuttavia ripeto: guai a stupirsi. A meravigliarsi. Quello che sta evidenziando la prima infodemia della storia non è qualcosa d’alieno, bensì l’espressione compiuta e matura di fattori socio-economici e culturali, sentimentali ed emotivi, in azione da tempo. Che si riassumono nella triade: mobile, virale e deregolato. Della quale il coronavirus ne è la patologica espressione. Niente di più, niente di meno. Anche se come società nazionale ci sta facendo molto male.

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Il grande inganno dell’l’Internazionale sovranista

Uniti solo dalla xenofobia e dall'antagonismo contro la sinistra, i leader della destra europei, persi nel loro nazionalismo, non possono avere progetti comuni. Il raduno di Roma servirà molto di più ad acuire ed esplicitare lo scontro per la leadership tutto italiano tra Meloni e Salvini.

L’incontro internazionale in corso a Roma delle destre mondiali è un fatto positivo. Ancora nulla si sa di quello che propongono. Conosciamo gli ispiratori dell’iniziativa, e soprattutto i leader e le leader politici che partecipano, ma la positività dell’evento sta nel fatto che finalmente ciò che è destra torna chiamarsi destra. Il fatto che amino definirsi “sovranisti” è del tutto irrilevante. Sono della scuola di chi ritiene questa definizione un camuffamento di antiche teorie di destra ed essendo un sostenitore dell’inevitabilità dello scontro destra/sinistra non posso che plaudire alla celebrazione di questo incontro.

Da quel che scrivono i giornali finora salviniani, i relatori italiani saranno un professore ex socialista, Marco Gervasoni (autore con Simona Colarizi di ottimi libri sul socialismo), e una giornalista ex comunista, Maria Giovanna Maglie. È un vero peccato che non siano stati convocati fior di pensatori conservatori di cui non faccio i nomi per non coinvolgerli in un rassemblement che probabilmente non gradiscono.

Hanno scelto, quindi, di far rappresentare gli italiani da due personaggi assai attivi nella comunicazione quotidiana mostrando ancora una volta come il tema del sovranismo sia l’apparenza piuttosto che la profondità del pensiero.

SI ACCENTE LA COMPETIZIONE TRA MELONI E SALVINI

Non c’è dubbio che questa Internazionale “annerita” veda la competizione tutta italiana fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I due ormai sono in gara esplicita anche perché gli elettori hanno dato una spinta alla leader di Fratelli d’Italia e le hanno consegnato il titolo di competitrice del capo leghista. A favore della Meloni ci sono due fattori.

Meloni, nota sostenitrice di Ruby come nipote di Mubarak, è riuscita a darsi una immagine talmente antica da sembrare nuova

Il primo è la maggiore freschezza. Rispetto a Salvini, che appare sempre più una minestra riscaldata, una specie di Re Mida alla rovescia per il suo mondo, la Meloni, in politica da tempo immemore e nota sostenitrice di Ruby come nipote di Mubarak, è riuscita a darsi una immagine talmente antica da sembrare nuova. Meloni infatti gioca al limite della nostalgia per il fascismo. Non ha la nettezza nella chiusura del passato che ebbe Gianfranco Fini, ma accompagna proclami di amore per la democrazia (che sono assolutamente veri) a “sentiment” che galvanizzano l’elettore di destra che da decenni cerca casa.

I SOVRANISTI SONO UNITI SOLO DALL’ODIO VERSO LA SINISTRA E LA XENOFOBIA

Il vero inganno del raduno sovranista sta nel fatto che generalmente le Internazionali, pur rispettando le fisionomie nazionali, hanno punti in comune. Non si capisce che cosa unisca l’Ungheria guidata da Viktor Orban alla Francia che Marion MaréchalLe Pen vorrebbe guidare. Li unisce in verità la xenofobia ma questi leader di destra faticano a proclamarsi tali in senso assoluto, preferiscono lasciare questi temi alla polemica politica quotidiana. Il loro sovranismo dovrebbe prevedere un primato della nazione rispetto a una economia globalizzata, ma non c’è un solo atto, dichiarazione, proposta di legge che faccia intendere che la destra abbia un contenzioso con chi comanda sul mondo. I nemici sono i poveri.

La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni incontra il primo ministro ungherese e leader del partito Fidesz Viktor Orban.

Il vero tratto comune è la contrapposizione alla sinistra che viene colta nel difficile passaggio dalla tragedia blairiana all’attuale indefinita collocazione in uno schema riformista annaffiato da sentimenti di sinistra. Quel che appare certo è che questa Internazionale sovranista non ha parentele con il grande mondo conservatore che ha ispirato autorevoli presidente statunitensi o capi di governo britannici o leader italiani e francesi. Non c’è Alcide De Gasperi, non c’è Charles De Gaulle, c’è la Lepen e ci sono Salvini e Meloni, per l’appunto.

Fra le tante stupidaggini di questi tempi vanno catalogate non solo la fine di destra e sinistra ma anche l’idea che il popolo sia di destra

Tuttavia sottovalutare questi tentativi di dare un’anima ai “reazionari” mondiale non vanno sottovalutati perché attorno a essi si raduna un popolo. “Un” popolo, non “il” popolo, perché fra le tante stupidaggini di questi tempi vanno catalogate non solo la fine di destra e sinistra ma anche l’idea che il popolo sia di destra. Il popolo di destra è di destra. Poi c’è un altro popolo che talvolta è maggioranza che ha la forza inclusiva che il popolo di destra non ha. La destra vive il paradosso Salvini: estremizzare il proprio popolo, portarlo al limite della guerra civile e poi scoprire che un passo più in là arrivano i carabinieri.

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Lavoro? Meglio gli Indiani metropolitani di questi politici

L'automazione offre spazi di liberazione. C'è chi li vede, come la premier finlandese. E chi già li immaginava, come il movimento bolognese degli Anni 70. Mentre la quasi totalità della nostra classe dirigente è incatenata a concezioni novecentesche.

«Mi sembra una bufala…ma in questo caso è una renna?». La battuta che non è granché, oggettivamente, è di un uomo solitamente molto serio.

Che però stavolta si è lasciato prendere dalla sindrome Twitter: una patologia che, solo che si disponga di un qualche migliaio di follower, colpisce tutti. Implacabilmente. 

Questa volta è Carlo Cottarelli a buttare in parodia l’idea della prima ministra finlandese Sanna Marin di riduzione significativa dell’orario di lavoro.

UNA NOTIZIA VECCHIA SPACCIATA PER NUOVA

La 34enne aveva infatti proposto, ma prima di diventare premier, di scendere a 24 ore settimanali con sei ore al giorno, per quattro giorni di lavoro. La tesi a supporto della sua proposta era che robotizzazione e digitalizzazione dei mezzi e processi produttivi consentono alle imprese margini di guadagni capaci di garantire lo stesso salario anche con orari ridotti.

Ma chiarito che l’idea della premier finlandese è stata venduta dai media europei come notizia fresca, quando in realtà, come già accennato, non lo era, aggiungeremo che però ha scatenato, soprattutto sui social, una tempesta mediale di grande intensità. Alimentata dai più disparati commenti, ma quasi tutti inclinanti come stile a quel misto di ironia e vaghezza che caratterizza il dibattito nazionale da quando si è cominciato a parlare di reddito di cittadinanza. E la “scomparsa del lavoro” è diventata occasione di bassa polemica politica nei confronti soprattutto del M5s e di reiterata affermazione, perlopiù di marca populista e sovranista, che bisogna «pagare la gente per lavorare e non per stare a casa a far niente». 

LA CRESCENTE AUTOMAZIONE E LA SCOMPARSA DEL LAVORO

Da noi infatti, a differenza di quanto avviene nel resto del mondo e nei Paesi più avanzati, il tema della scomparsa del lavoro per effetto della crescente automazione e delle applicazioni di intelligenza artificiale non è all’attenzione di governi o istituti di ricerca universitari e privati, di accademie e think tank. Siamo infatti nel pieno di un sommovimento epocale e di una profonda trasformazione del mercato mondiale del lavoro, che in questi anni hanno significato soprattutto perdita di posti e di addetti in ogni ambito dell’industria manifatturiera, che è quella tradizionale. E ancor oggi fondamentale, per quanto in grande affanno.

STRETTI TRA IL CAPITALISMO PARASSITARIO E DI SORVEGLIANZA

L’attuale modello di capitalismo, definito parassitario da Franklin Foer in World Without Mind. The Existential Threat Of Big Tech e di sorveglianza da Shoshana Zuboff in A human future in the Age of Surveillance, sta creando un mondo del lavoro sempre più precario, incerto, sottopagato e sfruttato che colpisce soprattutto i giovani: costretti a lavorare come affittacamere low cost per AirBnb, rider o autisti a partita Iva per Deliveroo o Uber, come web marketer o digital strategist a cottimo.

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Naturalmente c’è anche da ridere, ma non allegramente, quando in simile contesto s’avanza un ministro dello Sviluppo economico, all’epoca il grillino Luigi Di Maio ora passato alla Farnesina, che annuncia il varo della Start Up Nation. Ma specularmente non è meno triste la parte maggioritaria di Italia, oggi populista e sovranista, che con Fratelli d’Italia voleva indire un referendum contro l’introduzione della fatturazione elettronica, e ora con la Lega non vuole limiti ai pagamenti in contanti. La prossima Lotteria degli scontrini racconta invece un Paese e un governo, quello attuale, che si affidano alla fortuna per la lotta all’evasione fiscale.

VIVIAMO IN UN MIX DI IPERMODERNITÀ E ARCAISMO

Paradossalmente, tuttavia, questo mix di ipermodernità e arcaismo è in linea con la tendenza che vede ovunque avanzare un mondo sempre più popolato di macchine e robot, ma dal sapore ottocentesco, caratterizzato com’è da bassi salari, ricatti occupazionali e sfruttamento intensivo. E che soprattutto nell’Occidente sviluppato restituisce attualità al pensiero marxista, naturalmente adattato ai tempi nuovi. È il marxismo 3.0 che deve misurarsi con il nuovo sottoproletariato digitale, con l’esercito di riserva del web che, a differenza di quello otto/novecentesco, non ha più coscienza di esserlo.

VERSO UN MARXISMO 3.0

E qui ognuno di noi guardando al futuro può valutare se stia prevalendo chi, come John M. Keynes, nella lettera ai pronipoti scritta nel 1930, Economic Possibilities for Our Grandchildren, prevedeva che da lì a 100 anni le persone, grazie allo sviluppo tecnologico, avrebbero lavorato 3 ore al giorno, potendo dedicare il resto della giornata alla realizzazione di se stesse, o chi viceversa, come Karl Marx, scorgeva proprio nello sviluppo accelerato del macchinismo la causa di una superproduzione che avrebbe causato crescente disoccupazione e povertà per i lavoratori. Al momento, scrive Malcolm Harris sul magazine del Mit, sta vincendo largamente il secondo. Ed è questa la ragione principale perché i più giovani, la Generazione Z, stanno riscoprendo il socialismo. Che dato ufficialmente per morto dopo la fine dell’Unione sovietica e il crollo del Muro di Berlino, sta rinascendo in tutto l’Occidente sviluppato, ma soprattutto nel Paese che praticamente non lo aveva mai conosciuto: gli Usa

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Ovviamente la sfida fra i due campi, keynesiani e marxiani, resta aperta e tutta da verificare. Ma abbiamo tempo 10 anni. Nel frattempo però, tornando al tema della riduzione dell’orario di lavoro, dobbiamo sottolineare come il confronto non sia tanto o solo economico, ma soprattutto culturale. È noto infatti che in Italia si lavora molto ma la produttività è fra le più basse dell’area Ue e Ocse. Dal 2000 al 2016, dice l’ultimo Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, siamo cresciuti dello 0,4% contro il 15% di Francia, Inghilterra e Spagna, e il 18,3 della Germania. Ma le più recenti sperimentazioni, per esempio di Microsoft in Giappone, che hanno testato la settimana lavorativa di 4 giorni con il risultato di un aumento della produzione del 40%, dimostrano che l’ossessione tossica del lavorare 24/7 fa male sia ai lavoratori sia alle aziende. Però liberarsi di questa ossessione richiede uno sforzo culturale immenso. Perché a partire dalla prima rivoluzione industriale il lavoro è stato ed è la forma di legittimazione fondamentale della nostra esistenza. Economica, ma anche morale, valoriale, caratteriale. 

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Ora tuttavia e sempre più nei prossimi anni l’accelerato processo di trasferimento alle macchine del lavoro umano apre inediti spazi di liberazione. Ma c’è chi li vede e in qualche modo li anticipa come la prima ministra finlandese, chi invece come la quasi totalità dei nostri imprenditori e politici continua ad avere una concezione novecentesca del lavoro. Correva l’anno 1977 e il nascente movimento autonomo scandiva a Bologna lo slogan: «Lavoro zero, reddito intero. Tutta la produzione all’automazione». Tragico o divertente che sia – ma probabilmente entrambe le cose – erano molto più avanti, visionari e sfidanti, gli “indiani metropolitani” di 40 anni fa della nostra attuale classe dirigente e di governo.

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Al potere Salvini e i sovranisti dureranno come il Conte 1

Dopo aver abolito temi come “costruire”, “fare” “dialogare”, questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle. Sogna e vuole solo lo scontro frontale.

Non c’è dubbio che la destra abbia intercettato una maggioranza di italiani. È una destra divisa in tre che vede la Lega dominare, nelle singolari sembianze non più secessioniste ma sovraniste.

Al suo inseguimento, che si farà via via più asfissiante, la destra di tradizione di Giorgia Meloni che attrae gli elettori scappati dopo Gianfranco Fini. Poi si sono i resti di Silvio Berlusconi, un personaggio che si è buttato via poco dignitosamente in questo squallido suo finale d’opera.

Questa destra dice di rappresentare il popolo perché la sua campagna anti-immigrati ha sfondato nei sondaggi e nel voto reale e ha conquistato le periferie urbane. Tanti soloni di sinistra sono convinti che tutto ciò sia vero e cioè che la forza della destra, e parallelamente la debolezza della sinistra, sia rappresentata da questa identità popolare fondata su una paura da comprendere.

LA BORGHESIA RICCA E IMPRENDITORIALE HA MOLLATO LA SINISTRA

A me sembra che il dato rilevante della destra italiana sia il fatto che pezzi fondamentali di borghesia imprenditoriale e degli affari abbiano deciso di chiudere con la sinistra e soprattutto con i suoi sogni industrialisti. Antipolitica e sovranismo sono stati la miscela di un movimento, partito dall’alto e sceso verso il basso, cementato dall’idea che bisognasse rassegnarsi a Paese più piccolo (più disinvolto nelle alleanze internazionali) e fuori dal circuito dei grandi Stati industrializzati.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

Il popolo, quello che vota nelle periferie, conta poco: bisogna guardare alla sala di comando. Scriveva in modo geniale Alessandro Leogrande, analizzando il popolo infuriato che seguiva Giancarlo Cito a Taranto, che il cuore del malcontento era nella borghesia ricca della città dei due mari, la rivolta era partita da lì. La destra ha un popolo, ma non è il popolo a spiegare il successo della destra. È storia, questa.

QUESTA DESTRA NON HA IDEE PER L’ITALIA

Ho scritto più volte che trovo stupefacente le tesi di quei commentatori annunciano la vigilia di una importante vittoria elettorale della destra (molto probabile), ma soprattutto immaginano che stia per iniziare un’epoca. Stavo per scrivere un ventennio, ma vorrei evitare polemichette.
Personalmente credo che la destra che vincerà le elezioni durerà poco al governo come è accaduto con il Conte 1.

Fino a che si tratta di scassare, vanno bene Meloni, Matteo Salvini e i direttori di Libero e della Verità

C’è più di una malattia nel sangue della destra. La prima è la fragilità umana e culturale della sua leadership. Fino a che si tratta di scassare, vanno bene Meloni, Matteo Salvini e i direttori di Libero e della Verità, quando si tratterà di governare vedremo lo stesso spettacolo che conosciamo dai tempi della nipote di Mubarak.

Il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, e la candidata a governatore dell’Emilia Romagna per la Lega Lucia Bergonzoni.

La malattia più grave della destra non è però solo la sua leadership (la sinistra ne è immune perché ha soppresso il problema). La malattia più grave è che la destra (a differenza di tutte le destre di tutti i Paesi del mondo e anche delle esperienze conservatrici italiane), non ha la minima idea di quel che deve fare con l’Italia.

CON I SOVRANISTI AL POTERE SCOPPIERANNO NUOVE PROTESTE

Mi colpiscono queste cose: ogni volta che la sinistra all’opposizione si imbatte nel tema del governo altrui, soprattutto in caso di calamità nazionali, è tutto un discutere di quel che bisogna fare, di come essere sinistra “per” e non sinistra “contro”. Poi spesso le cose restano uguali al passato, ma il dibattuto ferve e investe anche tanti intellettuali e politici di rango. La destra non si pone questo problema, non c’è un solo intellettuale di destra che sa uscire dal “diciannovismo”, parlo anche dei migliori, di quelli i cui testi commentano le vicende politiche spesso con acume.

Questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle

La destra ha abolito il tema “costruire”, “fare” “dialogare”. Ritiene probabilmente che il tempo del dialogo sia finito e che si avvicinino tempi cupi. È una destra che sogna e vuole solo lo scontro frontale. C’è l’illusione dei pieni poteri, frase di Salvini non sfuggitagli dal cuore perché è essa stessa il cuore di un disegno. Del resto è inquietante questo riferimento costante dello stesso Matteo Salvini al fatto di essere pronto a donare la vita per l’Italia: a cosa pensa, alla guerra civile? Credo che la sua cultura sia in quell’orizzonte spaventoso.

Questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle. E quel che è più grave è che quella borghesia degli affari che l’appoggia, al Nord come al Sud, non ha alcuna voglia di elaborare progetti, di fare squadra. Vuole sopravvivere nel declino, questo il filo che unisce destra e poteri forti. In mezzo c’è il popolo che li vota, che ha creduto al sogno berlusconiano, che sarà felice di cacciare un po’ di migranti ma che alla fine scoprirà che da questa Versailles sovranista e populista non verranno neppure brioches. Non so guidato da chi, ma vedremo presto sollevarsi un altro popolo infuriato contro tutto questo. Fra molto meno di vent’anni.

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L’antipolitica è finita, ora si combatta la destra anti italiana

Salvini e Meloni, vecchi rottami di governo, si sconfiggono solo con una vera svolta a sinistra radicale e riformista. Lasciamo loro il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

Il lento e inesorabile declino del Movimento 5 stelle testimonia che la lunga stagione dell’antipolitica e del populismo, né di destra né di sinistra, è finita.

Forse per qualche anno ancora ci sarà una pattuglia di deputati grillini, è probabile che una parte di cittadini incazzatissimi resti con i suoi capi attuali o con quelli che manderanno via Luigi Di Maio, ma la ricreazione è finita.

Arrivati al governo, cioè nel cuore della politica, i pentastellati si sono spenti e le loro idee, trasformate in proposte dell’esecutivo, si sono rivelate inquietanti dalla Tav all’Italsider.

L’ANTIPOLITICA HA CREATO UNA DESTRA ESTREMISTA

La fine dell’antipolitica restituisce la scena allo scontro fra destra e sinistra, come era prevedibile. Sono entrambe cambiate. La destra è quella che è mutata di più perdendo definitivamente ogni traccia di moderatismo e rivelandosi la componente più avventurosa ed estremista della scena italiana. È anche quella componente che ha radunato la classe dirigente più chiassosa, più indifferente di fronte ai dati della realtà, più propensa alla bugia soprattutto se clamorosa.

La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio

Dimentichiamo tutte le destre italiane che abbiamo combattuto noi di sinistra. La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio. Meloni, che è più intelligente di Salvini, lo sa e per questo dichiara di avere crisi d’ansia quando pensa a un governo fatto da loro.

MELONI E SALVINI SONO DUE ROTTAMI DELL’ANCIEN RÉGIME

Questa destra rifiuta la sua storia e usa il fascismo come un take away, prende quando e quel che serve. Stiamo parlando di una destra anti-italiana che è diventata sovranista, di una destra antimeridionale che ha i suoi dirigenti al Sud, stiamo parando di una destra che predica moralità ma è fin dal suo vertice impelagata in contese giudiziarie senza precedenti, stiamo parlando di una destra che ha governato male l’Italia per decenni e in particolare ha ucciso Venezia.

Da sinistra, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (foto Roberto Monaldo / LaPresse).

Gli stessi leader, Salvini e Meloni, sono vecchi rottami di governo. Eppure una grandissima parte di italiani che fu indifferente al conflitto di interesse e alla questione morale sollevata contro Silvio Berlusconi, oggi si schiera a protezione di Salvini e Meloni dimenticando i danni che la tragica coppia ha già provocato. È, per l’appunto, il prevalere della logica destra-sinistra, che fa scegliere l’avversario del tuo avversario anche se un pò fa schifo anche a te.

QUESTA DESTRA RAPPRESENTA L’AREA RICCA E PANCIUTA DEL PAESE

Molte tesi sociologiche attorno al successo della destra sono culturalmente fragili. Per esempio non è vero che la destra è popolo ed è il popolo sconfitto dalla crisi. La destra è soprattutto quell’area ricca e panciuta della borghesia italiana che vuole lucrare sulla crisi utilizzando la plebe come propria massa di manovra. Tutte le destre sono così. Queste destre hanno bisogno di una vera prova di governo. La sinistra che intende rinviare questo appuntamento attraverso giochetti parlamentari danneggia se stessa e il Paese, soprattutto quando il giochetto fallisce, come il governo Conte 2.

Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata

Contrastateli, cercate persino di batterli, conteneteli ma se una maggioranza di italiani li vuole, se li prenda. Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata. L’esistenza della destra, e di questa destra, non può spingere la sinistra al richiamo della nostalgia sotto la voce “antifascismo”. È troppo ed è troppo poco. Né, a differenza di quel che si pensava alcuni mesi fa, incoraggia grandi schieramenti con tutti dentro.

LA SINISTRA DEVE CAMBIARE RADICALMENTE

La sinistra ha perso gravemente per ragioni che ormai è inutile indagare perché sono chiare: a) si è ubriacata di blairismo e di clintonismo, b) ha dimenticato che si può convivere col capitalismo ma facendo a cazzotti con esso, c) che occorre una visione, cioè quella roba per cui una sinistra si fa nazionale in quanto incarna una vocazione del Paese, ad esempio un nuovo industrialismo tecnologico e sostenibile, e) che deve tornare fra le persone, costruendo e aiutando l’associazionismo, f) che deve mutare tutta, dicasi tutta, la propria classe dirigente.

La manifestazione pacifica di Piazza Maggiore a Bologna contro la Lega di Salvini.

Credo che anche voi quando vedete i “:” e subito dopo le virgolette aperte prima del nome di un ministro di sinistra, abbiate la certezza che state per leggere la dichiarazione più stupida della giornata. Questa sinistra deve essere radicale e riformista, non ha paura del proprio passato, non lo vuole far tornare in vita ma non saranno Salvini secessionista e Meloni con quei bubboni alle spalle a rimproverare le tragedie della sinistra.

NESSUNA IDEA PER RISOLVERE I DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

Questa sinistra non ha bisogno di Matteo Renzi con cui non deve neppure più litigare. Renzi provi a fare quello che sogna senza più i voti di quelli che prima votavano il Pci. Renzi si faccia un suo bel partito di centro e decida se mettersi accanto alla sinistra che aborrisce o a Savini che non gli sta antipatico. L’unica possibilità che la sinistra ha è di rifondarsi dopo aver buttato giù quello che c’è e poi, armata da un trattino gigantesco, affiancarsi a una forza di centro e così tentare l’impresa.

Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra

Tutto ciò non deve avvenire in laboratorio. Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra, vedo che il dramma di Taranto non commuove perché l’anima ambientalista recalcitra di fronte al sogno della fabbrica sostenibile, non vedo nulla che non sia una raccolta di denari che dica come concretamente aiutare Venezia. Senza questo nuovo spirito fra gli italiani, senza questa italianità vera non si va avanti. Loro si tengono il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

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In questo Paese c’è troppo sovranismo e poca italianità

I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato un "italiano medio" indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici.

Comincio a pensare che questo Paese non ce la farà. Ne abbiamo viste e passate tante, ma alla fine l’Italia è stata sempre più forte di ogni sventura. Persino il terrorismo è riuscita a battere con l’energia delle sue forze di sicurezza e la saldezza democratica della sua gente. Anche l’attacco mafioso è stato contenuto e la Cosa nostra ha preso colpi mortali.

L’Italia è diventata una potenza industriale, ha visto una straordinaria e spesso dolorosa immigrazione interna, ha affrontato crisi economiche e soprattutto battagli politiche campali fra democristiani e comunisti. Ma sempre ce l’ha fatta. Sempre c’è stato un momento in cui gli italiani sono stati più forti delle sciagure provocate dalla natura o dall’attività colpevole degli uomini.

Da molti anni non è così. L’Italia si è spezzata, non ha più un suo popolo, le divisioni di classe che prima separavano per poter dare alla politica la possibilità di immaginare combinazioni fantasiose, oggi sono sostituite da clan, appartenenze territoriali e soprattutto da odi comuni. Dimmi chi è il tuo nemico e sarò tuo amico. Destra e sinistra hanno comune responsabilità. I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato questo mostro di “italiano medio” indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici. I giornali di oggi, come quelli dei giorni scorsi, sono la prova provata di quel che dico.

UN PAESE INDIFFERENTE AI DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

I casi di Taranto e di Venezia dimostrano che l’Italia non ha più lacrime, è indifferente a ciò che distrugge parti di sé, pensa solo a come un partito politico, con annessi giornalisti, possa lucrarne. Il caso Ilva è stato usato per contrapporre madri a operai, nessuno si è occupato, nel mondo politico, di una grande città che reagisce attonita alla minaccia finale che incombe. Un buon medico si preoccuperebbe se il suo paziente rivelasse reazioni flebili agli stimoli anche negativi della vita. A una parte di noi, invece, frega niente. Taranto? Al diavolo Taranto, è al Sud.

Non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità

Oggi accade con Venezia. Le foto per fortuna spiegano il dramma meglio delle parole perchè le parole sono generalmente infami. Questa volta sono i giornali di destra a prendere la bandiera della vergogna strumentalizzando il dramma che rischia di diventare finale della città più bella del mondo. Eppure non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità o insipienza o per cecità, e non voglio citare i casi di malaffare.

GLI ITALIANI NON ESISTONO PIÙ

Sono sicuramente più commossi fuori d’Italia che qui da noi. Qui da noi si ragiona su quanto può rendere elettoralmente questa disgrazia, se l’autonomia veneta sarà più vicina o lontana, se Matteo Salvini sarà in grado di cavalcare anche l’onda vera delle acque assassine per vincere a Bologna. E allora perché non alzare bandiera bianca? Dove si trova la volontà di reagire di fronte a una classe dirigente che non ha idee e forza morale, di fronte a un sistema della comunicazione che divide i buoni e i cattivi mentre Venezia affoga e Taranto finirà disperata.

Nessuno dei movimenti che fin qui hanno travolto il sistema politico si è rivelato, al pari dei partiti che sono stati abbattuti, in grado di costruire una nuova sensibilità nazionale. Tanto sovranismo, poca italianità. Dovrebbe essere questo il tempo della rivolta, contro tutte queste figurette dei talk show. Dovrebbe essere questo il tempo di ragazze e ragazzi che scendono in campo, cacciano i mercanti dal tempio e ricostruiscono l’Italia. L’Italia degli italiani veri, non dei sovranisti obbedienti a Vladimir Putin.

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Massimo Montanari su sovranismo, cucina e tradizione

Rivendicare presunte radici gastronomiche in realtà non porta a nulla. Anzi. Secondo lo storico «negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi alle sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana». L'intervista.

Da Matteo Salvini che ha trasformato il cibo in cavallo di propaganda con i suoi selfie alle polemiche sui pretesi cedimenti della tradizione italiana all’islam, il sovranismo ha allargato la battaglia per il primato nazionale anche alla tavola. Ma con che fondamenti? A sentire Massimo Montanari, storico dell’Alimentazione, pochi, se non nessuno. Lo dimostra la querelle che ha tenuto banco per giorni sul tortellino di pollo. La variante al maiale, quella “tradizionale”, è davvero così canonica? «“Canonico” è un aggettivo che non mi piace, così come “autentico” o cose del genere», spiega Montanari a Lettera43.it. «La cucina è il luogo della libertà e quando qualcuno annuncia che vuole “codificare” una ricetta io mi metto subito in allarme, perché quello che potrebbe sembrare un appello alla storia è in realtà la negazione della storia».

Massimo Montanari è autore de “Il Mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro” (Laterza).

DOMANDA. Quindi la storia è a rischio, ma per motivi diametralmente opposti a quelli gridati dai salviniani…
RISPOSTA. Tutto ciò che si ritiene immodificabile è morto, perché la vita è movimento, e la storia cambiamento. La cucina, poi, è per definizione il luogo della libertà, di gusti sempre diversi e continuamente reinventati. E il tortellino – così come il tortello, o la torta, geniali invenzioni del Medioevo – che cos’altro è se non un semplice contenitore, all’interno del quale si può introdurre qualsiasi cosa?

Ma allora la tradizione?
Ciò che chiamiamo tradizione si contrappone spesso all’innovazione, ma i due termini non vanno contrapposti tra loro, perché ogni tradizione nasce come innovazione di una tradizione precedente. La scintilla può essere il caso, un’intuizione, una sperimentazione: da quel momento in poi avviene il cambiamento, se e quando la comunità accoglie il nuovo che qualcuno ha immaginato. Non dimentichiamo che “tradizione” è una parola derivata dal verbo latino tradere, consegnare. La tradizione è qualcosa che si consegna e che esiste solo se qualcuno la riceve e la accoglie. In questo senso la tradizione non appartiene al passato, ma al presente. E nessuna consegna impedisce di modificare quello che si è ricevuto. La memoria è oggi e tutte queste parole – memoria, tradizione, ricordo – appartengono al presente. Questo non significa negare l’importanza di ciò che riceviamo dal passato, bensì l’impegno a mantenerlo vitale.

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Quindi lei approva il tortellino al pollo?
Quel contenitore posso riempirlo in mille modi diversi, assecondando gusti e usanze che cambiano nel tempo e nello spazio. A Baku, in Azerbaigian, un tortellino simile a quello bolognese viene farcito con carne ovina. Nel Rinascimento, i tortellini si usavano per accompagnare le carni di volatili. Si potrebbe perfino raccontare che il tortellino al pollo, o al tacchino, fino al XIX secolo fu una presenza normale nella tradizione bolognese, forse addirittura più diffuso di quello con la carne di maiale. La preferenza per quest’ultimo tipo di ripieno fu una scelta ottocentesca, che Pellegrino Artusi, nel 1891, registrò nel suo celebre ricettario, fondamento della cucina italiana moderna. Perché dunque ostinarsi a ritenere “corretta” solo la versione più recente, ignorando altre scelte, altri gusti che ugualmente appartengono alla nostra storia? Ma il punto non è questo.

Il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia

E qual è?
Il punto è che proprio nella varietà delle soluzioni, e nel rispetto di queste varietà, risiede il carattere più profondo della cucina italiana. Lo stesso Artusi non pretende mai di “codificare” le ricette, ma, proponendo le sue scelte, apre larghi orizzonti alla libertà dei gusti, dando per inteso che se qualcuno preferirà modificare quell’ingrediente, quella spezia, quel grasso di cottura sarà assolutamente libero di farlo. È questa l’essenza della nostra cucina, che Artusi interpreta perfettamente. Agire in modo diverso – negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni – significa, questo sì, stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana.

Possibile che in un momento come questo si dichiarino guerre pure sul cibo?
Non mi stupisco e non mi scandalizzo di questa polemica e di questo scontro, perché il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia. Ci siamo raccontati che viviamo in una società post-ideologica, ma la politica è il rapporto con il mondo, è il nostro modo di partecipare a una polis, di essere comunità e di porsi rispetto all’altro. In questo senso ogni gesto della vita quotidiana è politica, soprattutto quando il gesto è essenziale e primordiale come il mangiare.

Il cibo è quindi uno strumento politico?
Lo è per sua natura. Aprire o chiudere una tavola, offrire da mangiare ad altri o mangiare da soli, guardare la cucina degli altri con attenzione o affermare che solo la propria è buona, tutte queste sono scelte politiche. Il massimalismo gastronomico è la manifestazione di un atteggiamento politico che non mi stanco di combattere, non solo per estraneità ideologica, questa sarebbe una normale dialettica di pensieri discordanti, bensì sul piano dell’analisi storica, che faccio per mestiere. Il messaggio che viene dalla storia in questo senso è molto chiaro, e molto diverso da quello che vorrebbero i fautori di un’identità gastronomica immutabile e incontaminata.

Negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana

Immaginiamo una dieta “sovranista” italiana. Togliamo prodotti di provenienza esotica tipo pomodoro, fagioli, patate, caffè, tè, cioccolato, zucchero, riso, limoni, peperoni. Ma che rimarrebbe?
Ben poco, in effetti. Ma questo non deve farci dubitare della nostra identità, che è evidente e fortissima, anche o forse soprattutto quando parliamo di cucina. La cultura gastronomica italiana si è costituita nel tempo attraverso una straordinaria capacità di accogliere, rielaborare, riproporre elementi di altre culture. L’ho sostenuto con forza anche nel mio ultimo libro, Il mito delle origini, col sottotitolo Breve storia degli spaghetti al pomodoro. La decostruzione storica di questo piatto, che è oggi uno dei principali segni identitari della cucina italiana, ci mostra come questa identità si sia formata lentamente, nel corso di molti secoli, mettendo a frutto apporti di molteplici culture, sparse in luoghi e tempi diversi, dall’Asia all’America, dall’Africa all’Europa, dalle prime civiltà agricole alle innovazioni medievali, fino a vicende di qualche secolo fa, o dell’altro ieri.

Dove porta questo viaggio?
Alla fine si scopre che ricercare le origini della nostra identità, ciò che siamo, non ci porta a ritrovare noi stessi, ciò che eravamo, bensì altri popoli e altre tradizioni, dal cui incontro e dalla cui mescolanza si è prodotto ciò che siamo diventati.

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Dove è che l’influenza esterna è stata più forte in Italia?
In Sicilia, formidabile luogo d’incontro delle più diverse culture, attraverso e oltre il Mediterraneo. Come a dire che più le culture si incrociano, più il risultato è ricco e interessante. Non casualmente, in tutti i Paesi, le aree culturalmente più interessanti, anche dal punto di vista gastronomico, sono quelle di confine.

Il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea e non solo è stata la capacità di valorizzare le verdure. Un apporto decisivo della cultura contadina

E cosa è invece che l’Italia ha dato al mondo?
Gli storici sono concordi nell’affermare che il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea – ma più recentemente anche oltre i confini europei – è stata la capacità di mettere a frutto e valorizzare le verdure. In questo, io sono convinto che si debba riconoscere un apporto decisivo della cultura contadina, che, nella storia della cucina italiana, ha avuto un ruolo particolarmente importante, interagendo in maniera sistematica con la cucina di corte.

I McDonald’s, i ristoranti sushi, i kebab avranno un influsso in profondità nella cucina italiana del futuro?
È impossibile dirlo a priori. Queste diverse culture potranno semplicemente convivere fianco a fianco oppure, chissà, riservarci sorprese nel segno di nuove interazioni, di invenzioni che potrebbero avere successo. Le sperimentazioni continuano, e a decidere il successo degli esperimenti alla fine siamo noi che mangiamo. Il gusto è sempre stato sovrano. E per fortuna, il futuro è ancora da scrivere.

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