Erdogan prosegue l’offensiva in Siria tra raid e minacce

Il leader turco torna ad alzare la voce in un editoriale al Wall Street Journal: «La comunità internazionale ci sostenga o si prenderanno i rifugiati». Sanzioni Usa tre ministri turchi.

Prosegue senza sosta l’avanzata in Siria dell’esercito turco, con l’offensiva di Ankara giunta ormai al settimo giorno tra l’indignazione, finora senza conseguenze reali, della comunità internazionale. Malgrado le ultime ipocrite minacce di Donald Tump, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non pare mostrare alcun segnale di cedimento e, anzi, torna a sfidare l’Unione europea e non solo.

«CI SOSTENGANO O SI PRENDERANNO I RIFUGIATI»

«La comunità internazionale deve sostenere gli sforzi del nostro Paese o cominciare ad accettare i rifugiati» dalla Siria, ha detto Erdogan in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal per sostenere le ragioni dell’offensiva militare contro i curdi. «I flussi di rifugiati siriani, la violenza e l’instabilità ci hanno spinto ai limiti della nostra tolleranza», ha scritto il leader turco, spiegando che «senza supporto finanziario internazionale non possiamo impedire ai rifugiati di andare in Occidente».

IL NUMERO DEI «TERRORISTI» NEUTRALIZZATI SI AVVICINA A 600

È salito, intanto, a 595 il numero dei «terroristi neutralizzati» (cioè uccisi, feriti o catturati) dall’inizio delle operazioni, secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa di Ankara. Erdogan aveva precisato il 14 ottobre che almeno 500 di questi combattenti erano stati uccisi. Ci sono, infine, anche tre ministri in carica nel mirino delle sanzioni americane contro la Turchia. Si tratta del ministro della Difesa, Hulusi Akar, del ministro dell’Interno, Suleyman Soylu, e del ministro dell’Energia, Fatih Donmez, oltre ai ministeri della Difesa e dell’Energia nel loro insieme.

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Con la guerra turca ai curdi la Siria torna nel 2011

I turchi allargano l'offensiva. Le forze di Assad entrano nel Rojava per respingerla. Gli americani sono rimasti bloccati. Senza essere riusciti a trasferire i detenuti dell'Isis. E i siriani ribelli riprendono a combattere. Il risiko del conflitto di nuovo incandescente dopo 8 anni.

Lo strappo di Donald Trump sulla Siria ha riaperto immediatamente la guerra, con effetti tanto drammatici quanto rocamboleschi. Il caos innescato dal ritiro – prima parziale e poi totale – del migliaio di militari Usa a presidio della regione autonoma curda del Rojava (tra il confine della Turchia e gli ex territori dell’Isis) è chiaro da tutte le testimonianze e i report di guerra. Anche gli ufficiali delle forze americane raccontano allarmati di loro unità intrappolate durante la fuga, su una delle strade principali bloccate dai turchi, «con una sessantina di top carcerati dell’Isis». Il trasferimento dei jihadisti più pericolosi in un carcere all’estero come annunciato da Trump sarebbe fallito a causa della rapidità dell’offensiva di Recep Tayyip Erdogan: la risposta dell’esercito di Bashar al Assad, corso a Tel Tamer ad aiutare i curdi per evitare la presa di Kobane, è la pietra tombale sulla spartizione tra potenze che era stata foriera di una fragile pace.

CURDI IN MANO AD ASSAD

Se oltre ai curdi Assad si schiera contro Erdogan, lo scontro si estende dai 35 chilometri a Sud della Siria lungo la frontiera (rivendicati come «zona cuscinetto» dalla Turchia), a un terzo della Siria. Al patto delle forze curde con Damasco, il presidente turco ha annunciato che la sua avanzata si può allargare a 450 chilometri, attraverso i centri curdi di Hassakeh e Kobane. Fino in prospettiva alle ex roccaforti dell’Isis di Raqqa e Deir Ezzor, da poco liberate dalle Syrian democratic forces (Sdf) guidate dai curdi e sostenute dalla Nato. Grazie ai rinforzi di Assad, le brigate Ypg del Rojava puntano a riconquistare il cantone a Ovest di Afrin occupato dai turchi dal 2018. Ma l’alleanza con il regime segna la fine di una vera Amministrazione autonoma curda in Siria. Spartite le altre aree di influenza tra Turchia, Iran e Siria – attraverso la Russia – le forze Usa proteggevano la costruzione del Rojava. Sia dall’invasione turca sia dell’esercito siriano.

Siria guerra curdi Turchia Erdogan
Le forze siriane di Bashar al Assad nella regione curda del Rojava contro l’assalto della Turchia. (Getty).

FINE DELLA DEMOCRAZIA

Erdogan punta a eliminare il Rojava («distaccamento dei terroristi del Pkk»), e a occupare il Nord della Siria come ai tempi dell’impero ottomano. Il regime di Assad vuole riguadagnare il Nord-Est e fortificare le posizioni controllate. La fine dell’autonomia dei curdo-siriani rappresenta un fallimento per la democrazia: nessuna liberazione potrà più dirsi tale, se le Ypg sono costrette ad accettare il male minore. Su quali combattenti si appoggi l’esercito turco  nell’offensiva è chiaro dall’agguato alla segretaria curda del Partito futuro siriano (e nota attivista per le donne) Hevrin Khalaf, trucidata con l’autista da un commando armato sull’autostrada tra Manbij e Qamishli. Nel caos quel tratto di strada risultava controllato, almeno temporaneamente, da un gruppo jihadista che aveva fatto parte della rete di al Qaeda in Siria (al Nusra, poi Tahrir al Sham), ed era tra gli alleati della Free syrian army (Fsa) dei ribelli, braccio siriano dell’offensiva turca.

Anche l’Isis ha ripreso a compiere attentati nel Rojava, nella zona dell’agguato all’attivista Hevrin Khalaf

RINASCITA JIHADISTA

La Turchia e il Qatar hanno armato gli insorti islamisti delle Primavere arabe. La Fsa è stata infiltrata dal 2011 di jihadisti che si sono combattuti con estrema violenza anche tra loro, cambiando più volte nome e alleanze. A volte fondendosi con fanatici dell’Isis, che hanno ripreso a compiere attentati nel Rojava, nella zona dell’agguato a Khalaf: due attacchi bomba sono stati rivendicati tra Qamishli e Hassakeh. Altri civili sono stati uccisi barbaramente, mentre i combattenti della Fsa entravano nelle città curde con le bandiere turche: i ribelli siriani al fianco delle 5 mila unità turche si stimano 14 mila. Nella Fsa riconfluiscono anche dei gruppi arabi anti-Assad entrati nelle Sdf per liberare Raqqa e Deir Ezzor dal sedicente Califfato. Ovunque nella zona sono sparse cellule dormienti dell’Isis. Migliaia di combattenti jihadisti (11 mila uomini, tra i quali 9 mila dalla Siria e dall’Iran e 2 mila stranieri) possono fuggire dalle carceri bombardate dai turchi.

Siria guerra curdi Turchia Erdogan
Ribelli della Free syrian army marciano verso la Siria dalla Turchia. GETTY.

GUERRA TRA SIRIANI

La possibilità di un rimescolamento tra miliziani islamisti, in funzione anti-curda e anche contro la minoranza cristiana pro-Assad, è alta. Tel Tamer, dove si sono ammassate le forze del regime, è un centro cristiano: anche l’offensiva turca Sorgente di pace (la terza e più grave dal 2016) sarà una guerra soprattutto tra siriani. Una babele creata dal brusco disimpegno di Trump in Medio Oriente, quantomeno del migliaio di soldati in Siria che il presidente americano tentava da quasi un anno – frenato dal Pentagono e da tutti gli advisor – di rimpatriare. I piani di Erdogan di ampliare la buffer zone creata con le altre offensive ad Afrin e sull’Eufrate erano ben noti, ribaditi anche a settembre assemblea generale dell’Onu. Ma ancora ad agosto, Stati Uniti e Turchia avevano firmato impegni precisi sotto l’ombrello della Nato a tutela del Rojava. Con la conseguenza che le brigate curde Ypg si erano ritirate dagli avamposti sul confine turco presidiato dagli Usa.

Solo due big dei «Beatles dell’Isis», Jihadi George e Jihadi Ringo, sarebbero in Iraq in un centro di massima sicurezza

DISCO VERDE DI TRUMP

Spostare da lì il centinaio di soldati è stato il disco verde per Erdogan, che nella fretta di invadere non ha dato il tempo neanche alle forze statunitensi di uscire e mettere al sicuro i detenuti più pericolosi dell’Isis. Solo due della cellula «Beatles dell’Isis», per l’accento britannico, El Shafee Elscheik (Jihadi George) e Alexanda Kotey (Jihadi Ringo), sarebbero stati portati in Iraq e rinchiusi in un centro di massima sicurezza. Far poi sgomberare tutto il migliaio di americani del Rojava, «stretti tra due eserciti che avanzano» ha ammesso la Difesa Usa, equivale a consegnare il Nord della Siria o all’Isis o al regime siriano satellite del regime iraniano. Anche dal Pentagono confermano che, sanzioni o non sanzioni, «nelle prossime 24 ore i turchi estenderanno l’attacco più a Sud e a Ovest di quanto in origine programmato». La priorità comprensibile di Trump era «togliere gli americani dalle guerre senza fine all’estero», ma a che prezzo?

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Siria: Damasco schiera le truppe contro la Turchia

I soldati di Bashar al Assad sono arrivati a venti chilometri dal confine con la Turchia. Intanto il consiglio Ue deve decidere sulle sanzioni. Trump insiste: «L'Europa deve prendersi i prigionieri Isis».

Le prime truppe di Damasco sono entrate a Tal Tamr, cittadina
siriana a una ventina di chilometri dal confine turco, per «contrastare
l’aggressione della Turchia»: lo afferma l’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana, senza fornire altre precisazioni. Sana dice che la popolazione locale ha dato il benvenuto ai soldati, schierati dal governo siriano in seguito all’inedito accordo del 14 ottobre con le milizie curde per contrastare l’offensiva turca.

TRUMP: «L’EUROPA SI PRENDA I PRIGIONIERI ISIS»


«Italia e Francia sollecitano la Turchia a cessare subito le
operazioni militari nel Nord Est della Siria, condannandole. È
cruciale che l’Ue mantenga una posizione unita sulla Siria e
parli con una voce sola». È intanto il messaggio che il ministro degli
Esteri, Luigi Di Maio
, e il suo omologo francese, Jean-Yves Le
Drian
, hanno condiviso in una bilaterale prima dell’inizio del
Consiglio Esteri dell’Ue a Lussemburgo. «L’Europa deve prendersi
i prigionieri Isis», afferma Trump.

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L’agenda americana di Mattarella

Il presidente della Repubblica vola negli States per incontrare Trump. All'ordine del giorno la guerra commerciale Usa-Ue. Ma anche F35, la Libia e l'offensiva turca in Siria. Senza dimenticare il sostegno alle nostre start-up digitali a San Francisco. Il punto.

Dopo la stoccata sui dazi, lanciata solo pochi giorni fa nell’incontro a Copenaghen con la premier danese Mette Frederiksen – «Si rischia una spirale che contraddirebbe lo spirito euroatlantico. Nessun Paese può pensare di farcela da solo. Serve una risposta unita della Ue» – Sergio Mattarella è pronto a volare negli Stati Uniti. All’ordine del giorno la guerra commerciale tra Usa e Ue. A Washington il 16 ottobre il Capo dello Stato incontrerà il presidente americano Donald Trump, mentre il giorno dopo toccherà alla speaker del Congresso Nancy Pelosi, colei che ha annunciato l’avvio della procedura di impeachment per il Kievgate.

I QUATTRO PUNTI CALDI

L’incontro tra i due capi di Stato si svolge poi all’ombra del Russiagate italiano che sta creando qualche grattacapo al premier Giuseppe Conte. Il tema potrebbe essere toccato nei colloqui, insieme alla questione degli F35, la Libia e, ora, anche loffensiva turca in Siria. Tra gli obiettivi del Quirinale c’è però anche la promozione delle nostre start up digitali. Per questo Mattarella parteciperà all’Us-Italy Innovation Forum di San Francisco.

Donald Trump e il presidente Sergio Mattarella a Roma nel 2017.

1. LA GUERRA COMMERCIALE USA-UE

La guerra commerciale ingaggiata da Donald Trump con l’Unione europea è sicuramente uno dei temi che sta più a cuore a Mattarella che, alla vigilia del suo incontro con il numero uno della Casa Bianca, aveva dichiarato: «Mi auguro che l’applicazione non venga mai attuata. Abbiamo a cuore il rapporto con gli Usa e dobbiamo insieme lavorare per recuperare lo spirito originario dei rapporti transatlantici».

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Il Presidente della Repubblica, però, secondo fonti vicine al Quirinale non dovrebbe presentare una difesa d’ufficio del made in Italy, quanto piuttosto parlare a favore dell’intera Europa – cui ha già chiesto di trovare una «risposta unitaria» – e del multilateralismo.

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2. F35, TENSIONE IN LIBIA E GUERRA IN SIRIA

Da sempre al centro di polemiche, gli F35 sono stati motivo di attrito recente anche con l’Alleato americano. C’è voluto l’intervento diretto di Conte per rassicurare il segretario di Stato Mike Pompeo durante la sua ultima visita in Italia che Roma non si tirerà indietro dall’acquisto dei 90 caccia di ultima generazione di fabbricazione Usa. Anche Mattarella potrebbe tornare sul tema con Trump che, dal canto suo, non è escluso che chieda un maggiore impegno nella difesa comune soprattutto nel Mediterraneo. Washington è in allerta soprattutto dopo l’intensificarsi in Libia dell’offensiva del generale Khalifa Haftar su Tripoli e con la nuova minaccia dell’Isis in Siria dopo l’attacco turco.

impeachment
Un momento dell’intervento di Nancy Pelosi mentre annuncia l’intenzione di avviare un’inchiesta per l’impeachment contro Trump.

3. IL RUSSIAGATE E IL COINVOLGIMENTO DEGLI 007 ITALIANI

Con la democratica Nancy Pelosi Mattarella invece potrebbe affrontare il delicato capitolo degli 007 italiani e il loro presunto ruolo nel Russiagate. Facciamo un passo indietro: il procuratore generale William Barr aveva avviato una “controinchiesta” sul rapporto Mueller volta a dimostrare come le intelligence di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, abbiano giocato un ruolo nell’ordire un presunto complotto anti-Trump e favorire Hillary Clinton alle Presidenziali 2016. Il premier Conte, titolare della delega ai Servizi, avrebbe dato l’ok a un incontro con i nostri 007. Decisione che lo porterà a riferire al Copasir.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il direttore del Dis Gennaro Vecchione.

4. LA SPONSORIZZAZIONE DELLE NOSTRE START-UP

Ma non c’è solo geopolitica nell’agenda americana di Mattarella. Il 18 ottobre il capo dello Stato sarà a San Francisco per partecipare all’Us-Italy Innovation Forum. Mattarella intende sostenere le start up italiane Oltreoceano, tramite l’avvio di progetti di collaborazione italo-americana con i partner della Silicon Valley (anche se non sono previsti incontri con i big dell’informatica, da Mark Zuckerberg a Larry Page). L’obiettivo è fare tutto il possibile per accorciare il «ritardo nell’accesso ai servizi digitali» che, come ha già ricordato, «è un limite al concetto stesso di cittadinanza». Al momento l’Italia può contare sul Fondo Nazionale per l’Innovazione da 1 miliardo, ma basterà a far sì che il nostro Paese non sia più fanalino di coda rispetto ai maggiori partner europei?

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Germania in prima fila nei provvedimenti anti-Turchia

Berlino ha bloccato la vendita di armi ad Ankara. Zingaretti: «Anche il nostro governo valuti lo stop». La Lega araba riduce le relazioni con Erdogan. Così il mondo sta reagendo all'offensiva in Siria contro i curdi.

Strette nei rapporti diplomatici, sanzioni, relazioni ridotte ai minimi termini. Il mondo ha cominciato a reagire all’offensiva militare della Turchia in Siria contro i curdi, nonostante Ankara sia un partner strategico per molti. In Europa l’esempio è arrivato dalla Germania, che ha deciso di fermare le vendita di armi ai turchi. La svolta è stata annunciata dal ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas alla Bild am Sonntag. Nel 2018 Berlino ha venduto alla Turchia armi per un totale di 240 milioni di euro.

ZINGARETTI: «ANCHE L’ITALIA VALUTI IL BLOCCO»

L’Italia, dal canto suo, cosa fa? Su Twitter il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti ha provato a seguire la strada dei tedeschi: «Bisogna fermare l’invasione da parte della Turchia, siamo al fianco del popolo curdo. Mobilitiamoci in tutte le città. Il governo italiano, oltre ai provvedimenti che sta adottando, valuti subito il blocco dell’esportazione delle armi alla Turchia».

ANCHE LA LEGA ARABA ASSUME «MISURE URGENTI»

Ma anche fuori dall’Ue non sono rimasti a guardare. I ministri degli Esteri dei Paesi della Lega Araba hanno deciso di assumere «misure urgenti per far fronte all’aggressione turca contro la Siria», comprese la riduzione delle relazioni diplomatiche, la cessazione della cooperazione militare e la revisione dei rapporti economici. I provvedimenti sono stati scritti nel documento finale della Lega Araba, ricevuto dall’Ansa, al termine di una riunione d’urgenza svoltasi il 12 ottobre al Cairo.

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Siria, nuovi raid turchi nel Nord del Paese

Quarto giorno consecutivo di scontri. Per il governo di Ankara 415 terroristi, tutti appartenenti al Ypg, sono stati neutralizzati. E i combattimenti proseguono lungo il confine.

Continua, per il quarto giorno consecutivo, il tentativo d’avanzata della Turchia nel Nord della Siria. L’esercito di Ankara sta utilizzando bombardamenti aerei e artiglieria pesante per assestare un duro colpo, secondo quanto sostiene il ministero della Difesa turco, alle forze ribelli e terroriste ancora presenti nel Paese.

LEGGI ANCHE: Siria, perché il caos dell’invasione turca riapre la guerra permanente

Secondo quanto riportato da fonti del governo turco in quattro giorni di combattimenti già «415 terroristi sono stati neutralizzati» nel corso dell’Operazione fonte di pace. Si tratterebbe di miliziani delle Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo che Ankara considera al pari dell’Isis. Con il termine «neutralizzati» la Turchia ha sottolineato che si parla sia di miliziani uccisi che catturati.

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Perché l’ipotesi di sanzioni alla Turchia spaventa e l’Ue

Mentre Erdogan minaccia di inviare in Ue 3,6 milioni di profughi, la Francia non esclude una stretta commerciale. Ma Ankara è un partner strategico per il Vecchio Continente. E soprattutto per Germania e Italia. I numeri.

L’operazione Peace Spring lanciata in Siria da Recep Tayyp Erdogan rischia di innescare, oltre all’ennesima crisi umanitaria, una serie di rappresaglie diplomatiche e commerciali. Se la Turchia ha usato i 3,6 milioni di profughi che si trovano nel Paese come arma di ricatto in caso l’Ue ostacoli l’offensiva – «li manderò in Europa», ha minacciato Erdogan – il presidente Usa Donald Trump non ha escluso di colpire Ankara con sanzioni economiche. Lo ha stesso ha fatto la Francia mentre la Germania prende tempo. Aprendo uno scenario complesso, visto che la Turchia è un partner strategico per i Paesi Ue e per l’Italia.

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LA FINE DEL “MIRACOLO TURCO”

L’economia turca ha molte fragilità ed è sull’orlo di quella che potrebbe essere definita una crisi sistemica. Se nei primi anni della presidenza Erdogan si parlò di “miracolo turco“, oggi la situazione è cambiata. Il grande sviluppo spinto dal settore edilizio e da politiche monetarie un po’ azzardate ha creato una bolla che sta per esplodere. L’inflazione annua (media mobile degli ultimi 12 mesi) è al 18,27%. Nella prima metà del 2019 la lira turca è crollata in valore rispetto al dollaro del 19,7%. Si è tentato di reagire con un l’aumento dei tassi di interesse arrivato al 24%. Negli ultimi cinque anni e mezzo, il Pil è calato da 950 miliardi di dollari a 722 miliardi. Il reddito medio pro capite (per una popolazione passata negli stessi anni da 76 milioni a 82 milioni) è sceso da 12.480 dollari a 8.767. Nell’ultimo anno gli investimenti sono scesi del 22,8%. Dati preoccupanti anche sul fronte della disoccupazione che ha raggiunto il 16,2%, mentre quella giovanile è salita al 25,5%. Eventuali sanzioni potrebbero avere conseguenze durissime per la Turchia, già colpita dai dazi voluti da Donald Trump che ha tolto il Paese dal Generalized System of Preferences (Gsp), negandogli cioè lo status commerciale preferenziale e aumentando le tariffe su acciaio e alluminio.

Il presidente Usa Donald Trump e quello turco Recepo Tayyp Erdogan.

LA TURCHIA È QUINTO PARTNER DELL’UE PER ESPORTAZIONI

Ma la crisi economica turca non è certo una buona notizia per l’Europa, né le sanzioni sarebbero indolore. Sul fronte commerciale importazioni ed esportazioni tra Unione europea e Turchia sono cresciute con regolarità dagli anni successivi alla crisi economica globale. Nel 2009 i Paesi Ue esportavano beni per 44,5 miliardi di euro e ne importavano per 36,4. Nel 2018 il bilancio è stato quasi pareggiato con esportazioni per 77,3 miliardi di euro e importazioni per 76,1 miliardi. La voce più importante delle esportazioni europee è quella dell’industria meccanica e automobilistica che ammonta a circa 30 miliardi.

La Turchia è anche una delle principali valvole di sfogo per i rifiuti europei: nel 2108 ne sono arrivati dall’Ue 13 milioni di tonnellate

Nel 2018 la Turchia è stata il quinto più importante partner commerciale europeo per beni esportati e il sesto per importazioni. Il Paese con il maggior interscambio è la Germania, dove la comunità turca è di circa 3 milioni di abitanti (di cui un milione e mezzo con doppia cittadinanza). La Turchia è anche una delle principali valvole di sfogo per i rifiuti europei, nel 2108 ne sono arrivati dall’Ue 13 milioni di tonnellate.

L’INTERSCAMBIO CON L’ITALIA

Anche per l’Italia le sanzioni rischiano di essere, dal punto di vista economico e commerciale, assai rischiose. Il nostro Paese è il quinto partner commerciale della Turchia, con 18 miliardi di interscambio totale. L’export italiano nel 2018 (secondo calcoli Ice su dati Turkstat) è stato di 8,083 miliardi di euro. La voce più consistente è rappresentata dall’industria automobilistica ( 2,5 miliardi). Seguono i prodotti di metallurgia (1,3 miliardi) e il tessile (767 milioni). L’Italia esporta anche 700 milioni in macchinari. Vengono poi i prodotti chimici (356 milioni nell’ultimo anno, ma 1,3 miliardi nel 2017), i beni agricoli e il settore agroalimentare. Altrettanto forti le importazioni che nel 2018 ammontavano a 8,5 miliardi, in gran parte rappresentate da prodotti dei settori chimico, meccanico, automobilistico e metallurgico. In Turchia operano 1.418 aziende italiane. Nel 2018 l’Italia ha investito per circa 465 milioni, una crescita del 297% rispetto al 2017.

LE ITALIANE PRESENTI IN TURCHIA

Alcune aziende italiane hanno asset di rilievo. Il gruppo Unicredit controlla all’82% assieme a Koc Holding (tramite una joint venture al 50%) l’istituto di credito Yapi Kredi Bank. Fca ha uno stabilimento a Bursa, nei pressi di Istanbul, e Pirelli produce a Izmir 2 milioni di pneumatici industriali l’anno. Ormai consolidata la partnership italo-turca del gruppo Leonardo. La controllata Alenia Aermacchi ha in essere con la Marina turca un contratto di fornitura per otto Atr72 (la prima consegna è stata nel 2013). Il gruppo poi ha lavorato alla fornitura di elicotteri di combattimento T129 ATAK, al programma satellitare Göktürk, a sistemi radar militari e civili e alla fornitura di armi per navi da guerra.

Il satellite Göktürk-1

Nel settore costruzioni, l’italiana Cementir ha acquistato le aziende locali Cimentas e Cimbeton. La Salini-Impregilo è impegnata in diversi maxi appalti, l’ultimo dei quali, da 530 milioni di euro, è per la costruzione di una tratta del cosiddetto “Nuovo Orient Express”, 153 chilometri di linea ferroviaria ad alta velocità da Istanbul fino alla Bulgaria. Il gruppo farmaceutico Recordati è in Turchia dal 2008 e vi genera circa il 8% dei ricavi complessivi. Il Paese è strategico anche per la Ferrero presente da oltre 25 anni. La Turchia infatti produce circa il 70% dei raccolti mondiali di nocciole, l’azienda di Alba ne acquista un terzo e negli ultimi anni si è inserita in tutta la filiera. Se la crisi militare sarà fronteggiata a colpi di ritorsioni commerciali per l’Italia in particolare la posta in gioco sarà altissima.

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Siria, perchè il caos dell’invasione turca riapre la guerra permanente

Raid e circa 20 mila soldati (arabi e turchi) contro 200 mila combattenti curdi del Rojava. 60 mila sfollati e già decine di morti. La storica negazione turca dei curdi riapre un fronte bellico in Medio Oriente.

Da quando è cominciata l’offensiva turca nei territori curdi del Rojava, in Siria, migliaia di civili sono sfollati dai centri sul confine di Serekaniye (Ras al Ayn in arabo) e Darbasiye. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani che fa capo all’opposizione araba al regime, almeno 60 mila sono in fuga dalle zone bombardate per sfondare verso Kobane. Altre decine sarebbero i morti, anche tra i civili, secondo fonti che non possono essere verificate.

Nessuno può sapere cosa accade esattamente nella regione che era stata appena riconosciuta come autonoma dagli accordi tra potenze – inclusa la Turchia – per fermare la guerra in Siria. Dove 5 mila soldati turchi che fanno parte della Nato attaccano i presidi abbandonati dalle unità americane nel Nord del Rojava, un’area siriana sulla carta con ancora piccoli contingenti francesi e britannici. «Questo conflitto costerà tante vite umane e non finirà facilmente», spiega a Lettera43.it da Berlino Mem Alan, attivista e giovane rifugiato curdo. «Nel Rojava si stimano circa 200 mila combattenti curdi».

Siria guerra curdi Turchia Rojava
Profughi curdi e arabi in fuga dai bombardamenti della Turchia nel Nord del Rojava, in Siria. GETTY

GLI ARABI DELLA FSA CONTRO I CURDI

Contro i curdi, le forze turche hanno mandano i circa 14 mila arabi della Free syrian army (Fsa). Dal gruppo di combattenti islamisti insorti dal 2011 contro Bashar al Assad, diverse compagini erano passate tra le Syrian democratic forces (Sdf). Dal 2015 la coalizione curdo-araba guidata dalle brigate Ypg del Rojava, con l’appoggio militare della Nato e le armi americane, aveva liberato il Nord-Est della Siria dall’Isis. Nel Rojava l’esperimento di convivenza democratica tra curdi, arabi, assiri, turkmeni e le varie minoranze etnico-religiose della regione era continuato, fino all’ultima invasione turca. Ora l’equilibrio sta saltando, soprattutto tra le componenti curde e arabe, «perché nella Fsa erano presenti fin dall’inizio dei gruppi di islamisti radicali», ricorda Alan. La Fsa che partecipa alle offensive turche in Siria (una fetta di territori era stata conquistata nel 2016, sull’Eufrate, e una seconda, l’ex cantone occidentale del Rojava di Afrin, nel 2018) si è addestrata per anni in territorio turco.

L’AMBIGUITÀ DI ERDOGAN VERSO L’ISIS

Recep Tayyip Erdogan ha armato gli islamisti siriani insorti. Il presidente turco non si è fatto scrupoli ad appoggiare anche il ramo siriano di al Qaeda (al Nusra), arrivato a controllare di fatto la Fsa sotto mutate forme. Grande ambiguità c’è stata anche sui rifornimenti arrivati dalla Turchia alle zone dell’Isis, che Erdogan giura di combattere «insieme ai terroristi delle Ypg», per lui una ramificazione del Pkk turco. Ma intanto, secondo le fonti curde, una prigione dell’Isis a Chirkin, nella cittadina curda di Qamishli, con dentro combattenti jihadisti «da oltre 60 Paesi» sarebbe stata bombardata: parte di loro potrebbe essere a piede libero. Alan, costretto a lasciare il Kurdistan turco per ragioni politiche, riceve al momento «informazioni caotiche a causa della situazione molto complicata anche dai molteplici interessi dei governi stranieri in Siria». Ciò determina «prese di posizione deboli o assenti dall’estero». Ma ciò che ha scatenato l’offensiva su Kobane è «l’odio della Turchia verso i curdi».

Siria guerra curdi Turchia Rojava
I raid nel Kurdistan siriano al confine con la Turchia. GETTY.

IL NAZIONALISMO TURCO CONTRO L’AUTONOMIA CURDA

I curdi non sono stupiti dell’operazione sdoganata da Donald Trump, tradendo gli alleati che più affidabili per gli Usa nella lotta al terrorismo e per la ricostruzione in Medio Oriente. Attendevano un’offensiva per eliminare il Rojava dalla conquista turca di Afrin. In Occidente può sconcertare che Erdogan – da leader di un Paese chiave della Nato – irrompa in un’area della Siria a stento pacificata dopo anni di trattative, riaprendo così un fronte bellico. «Ma da anni le aggressioni turche provocano morti in otto città del Kurdistan turco. I nostri sindaci eletti da milioni di cittadini sono diventati prigionieri politici», precisa Alan. I turchi agiscono militarmente, anche fuori dai confini, «perché non accettano l’idea di un’autonomia dei curdi nella regione», per ragioni che affondano le radici nella «loro storia colonialista e imperialista». Un passato che per i curdi come Alan è un eterno presente: «In Turchia non c’è mai stato un processo che ha reso il nazionalismo democratico come in Francia o in altri Paesi d’Europa. Quanto accade a Kobane oggi, o ad Afrin ieri, sarebbe stato lo stesso un secolo fa».

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Lo scontro diplomatico tra Turchia e Ue dopo l’offensiva in Siria

Duro scambio di accuse sull'asse Bruxelles-Ankara. Erdogan: «Non ci diano lezioni su come trattare l'Isis». E Di Maio rilancia l'idea delle sanzioni.

Mentre la battaglia sul campo infuria, prosegue il braccio di ferro diplomatico tra Ankara e l’Ue. A tenere banco, oltre al destino del popolo curdo, anche la questione terrorismo. Bruxelles per bocca del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha espresso la sua preoccupazione soprattutto sul piano del possibile ritorno dei miliziani dell’Isis. Una posizione respinta al mittente con forza da Ankara.

ANKARA: «UE NON DIA LEZIONI»

«Quelli che evitano persino di rimpatriare i propri cittadini che sono terroristi foreign fighter di Daesh (Isis) non hanno il diritto di dare lezioni alla Turchia sulla lotta» all’Isis, ha scritto in una nota il ministero degli Esteri di Ankara, respingendo le accuse dei Paesi occidentali al riguardo e facendo riferimento in particolare ai jihadisti europei detenuti dai curdi in Siria. Ankara ha respinto inoltre le accuse di mettere a rischio la sicurezza della regione e la situazione umanitaria con la sua operazione militare nel nord-est della Siria, sostenendo di colpire «solo» obiettivi militari curdi.

DI MAIO: «BENE L’AVVERTIMENTO USA»

Sul tema è tornato anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Credo che l’azione turca sia inaccettabile perché unilaterale. Sono contento che anche gli Usa chiedano alla Turchia di fermarsi, per me l’Europa deve reagire con una sola voce e questa non può prevedere di continuare a elargire ulteriori risorse alla Turchia senza pretendere un comportamento corretto dal punto di vista istituzionale». Il titolare della Farnesina ha fatto riferimento alla recente presa di posizione del Pentagono che ha «incoraggiato fortemente» Ankara ha porre fine alle azioni contro i curdi.

TORNA SUL TAVOLO L’IPOTESI SANZIONI

«L’azione che sta portando avanti la Turchia è inaccettabile», ha aggiunto Di Maio, a Foligno per visitare l’azienda Umbra Group. «L’Europa deve reagire con una sola voce e non può prevedere in futuro di elargire ulteriori risorse alla Turchia senza pretendere un comportamento corretto dal punto di vista internazionale». L’idea di “reazione” per Di Maio è quella di porre delle sanzioni contro Ankara. «Mi auguro», ha continuato, «che l’Unione europea, di fronte all’atteggiamento della Turchia, possa assumere delle misure», ha detto rispondendo alla domanda dei giornalisti sull’ipotesi di sanzioni al Paese di Erdogan. «L’Italia chiederà di far rispettare il diritto internazionale, di non mettere a rischio la vita dei civili e il cessare ogni azione militare», ha aggiunto Di Maio.

LA SPACCATURA IN SENO AL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

Il fronte diplomatico non è però compatto. Nell’incontro dell’10 ottobre a porte chiuse chiesto dai membri europei, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è riuscito a trovare un accordo su una dichiarazione comune per condannare l’offensiva militare della Turchia. Nessuno – hanno spiegato fonti diplomatiche dell’organo delle Nazioni Unite – ha espresso il suo supporto all’incursione di Ankara, ma per ora non si è riusciti ad arrivare ad un compromesso. In particolare, mentre i Paesi europei vorrebbero una condanna più esplicita dell’offensiva turca, Usa e Russia frenano sui toni.

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L’ambasciatore turco attacca il governo italiano sulla Siria

Murat Salim Esenli: «Siamo sotto choc e delusi. Chi ci critica supporta le organizzazioni teroristiche».

«Chi ci critica supporta i terroristi». Con queste parole lapidarie l’ambasciatore turco in Italia, Murat Salim Esenli, ha attaccato il governo M5s-Pd per la posizione assunta sull’operazione militare lanciata da Ankara contro i curdi in Siria.

«Siamo delusi e sotto choc per le dichiarazioni dell’esecutivo italiano», ha detto Esenli, «non è ciò che ci aspettiamo da un alleato. E lo siamo egualmente rispetto ad altri Paesi alleati». L’Italia, ha aggiunto l’ambasciatore, «per noi è un partner strategico e per questo abbiamo aspettative e consultazioni politiche regolari. Spero che il governo italiano capisca da dove veniamo, e perché stiamo facendo quest’operazione».

Le ragioni «sono state comunicate formalmente alle Nazioni unite». E se dopo queste spiegazioni «ci sono critiche e commenti», la Turchia le considera «un supporto alle organizzazioni terroristiche» identificate con le milizie curde Ypg-Pyd. Ankara, secondo il diplomatico, sta semplicemente «difendendo le frontiere turche». Ma anche «quelle della Nato e dell’Unione europea, vogliamo ricordarlo a tutti i nostri alleati».

Esenli ha attaccato anche i giornalisti: «La situazione non è bianco o nero, come viene presentata dalla stampa. L’Unione europea sta saltando sul carrozzone di chi è contro la Turchia, una situazione estremamente preoccupante con generalizzazioni pericolose. Speriamo che l’Ue si svegli il più velocemente possibile».

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