Alla mia piccola Sama è un film potente come le bombe su Aleppo

Il documentario della regista Waad al-Kateab racconta la scelta di restare in Siria e di fare una figlia. Nonostante la repressione del regime, gli attacchi agli ospedali, la distruzione e la disperazione. Una testimonianza dura, straziante e che suscita emozioni sincere. La recensione.

Alla mia piccola Sama, documentario nominato agli Oscar e vincitore ai British Academy Film Awards (Bafta), è la lettera d’amore realizzata dalla regista Waad al-Kateab nei confronti della figlia e della città di Aleppo, raccontata in italiano dalla voce di Jasmine Trinca.

ASSEDIO NEL 2016 ANCHE CONTRO GLI OSPEDALI

Il progetto mostra la scelta della giovane protagonista di rimanere in Siria durante la repressione del regime e gli attacchi che colpirono persino gli ospedali durante l’assedio avvenuto nel 2016.

UN AMICO MEDICO CON CUI NASCE L’AMORE

Sul grande schermo si assiste così alla scelta di restare ad Aleppo di Waad e del suo amico medico Hamza, con cui nasce successivamente l’amore. La coppia, nonostante la tragedia che li circonda, si sposa e ha una figlia, Sama, dovendo però prendere delle decisioni difficili e apprezzando le piccole cose come una nevicata inaspettata o i momenti di leggerezza vissuti con gli amici.

La regista con il marito medico e la figlia.

IMMAGINI STRAZIANTI DI MORTE

Il film colpisce per la capacità di aver trovato un ottimo equilibrio tra le emozioni sincere suscitate dalla bellezza di chi lotta per la vita e la durezza e le immagini strazianti dei corpi, del sangue, delle case che vanno in mille pezzi e di madri e ragazzini straziati dalla perdita di figli, fratelli, parenti e amici a causa dei bombardamenti e delle sparatorie.

MOMENTI DI DEBOLEZZA E FRUSTRAZIONE

La progressiva distruzione di Aleppo che non risparmia nessuno, nemmeno gli ospedali, viene raccontata in modo onesto tramite lo sguardo e la voce di Waada che non esita a rivelare i momenti di debolezza e i ripensamenti, fino a seguire la disperazione causata dalla consapevolezza che sia necessario abbandonare Aleppo, situazione che fa emergere la frustrazione e ulteriori timori dopo tutti i sacrifici compiuti per rimanere a dare aiuto e speranza alla propria comunità. Alla mia piccola Sama diventa così una testimonianza necessaria ed emotivamente coinvolgente, grazie all’ottimo lavoro compiuto da Edward Watts al montaggio.

Immagini della distruzione ad Aleppo.

ALLA MIA PICCOLA SAMA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Un parto cesareo di emergenza lascia tutti i presenti con il fiato sospeso.

LA FRASE CULT

«Sama, potrai mai perdonarmi?».

TI PIACERÀ SE

Ami i film che affrontano la realtà.

DEVI EVITARLO SE

Sei particolarmente sensibile alle scene di violenza e morte.

CON CHI VEDERLO

Assieme a chi vuole capire meglio una drammatica pagina della storia contemporanea.

Regia: Waad Al-Khateab, Edward Watts; genere: documentario (Regno Unito, 2019).

1. CINQUE ANNI DI GIRATO: 500 ORE RIDOTTE IN 95 MINUTI

Waad al-Kateab ha raccontato che molti spettatori, dopo aver visto il documentario, sono convinti di conoscere bene lei e la sua famiglia, ma di non provare la sensazione di aver condiviso troppo della sua vita privata. La regista ha infatti sottolineato di aver girato in cinque anni circa 500 ore di materiale, ridotto in soli 95 minuti. Waad ha però espresso la sua soddisfazione per la reazione delle persone messe di fronte al racconto di quanto le è accaduto perché Alla mia piccola Sama permette di avvicinarsi ai motivi per cui molte famiglie avevano deciso di rimanere ad Aleppo e gettare le basi per il proprio futuro nonostante una situazione molto precaria e drammatica.

Un momento delle riprese di Waad al-Kateab.

2. L’ASILO NEL REGNO UNITO: DIFFICOLTÀ CON LA SECONDA FIGLIA

La regista e suo marito Hamza, dopo aver lasciato la Siria, hanno trascorso del tempo in Turchia, dove è nata la seconda figlia Taima. Grazie al suo lavoro per Channel 4 nel maggio del 2018 è arrivata a Londra, dove ha chiesto asilo. Anche in quel caso Waada ha dovuto fare una scelta difficile: la piccola Taima non aveva dei documenti validi e, senza l’aiuto dell’ambasciata siriana, non ha potuto andare con i genitori e la sorella. Dopo aver ottenuto l’asilo nel Regno Unito la famiglia è riuscita a ricongiungersi con la bambina a distanza di cinque mesi dall’ultima volta che avevano potuto abbracciarla.

Waad al-Kateab felice per le piccole cose, come una nevicata siriana.

3. UN AIUTO ALL’ONU: MATERIALE PER LE INDAGINI SUI CRIMINI SIRIANI

Il materiale girato dalla regista nei cinque anni prima di lasciare Aleppo è stato consegnato ai responsabili delle Nazioni unite che indagano su potenziali crimini di guerra. Le immagini dei bombardamenti e degli attacchi con vittime civili potrebbero quindi contribuire a dimostrare la responsabilità dei vertici siriani e russi nella morte di persone innocenti e nelle violazioni dei diritti umani.

alla mia piccola sama foto
La piccola Sama con il padre e una squadra di medici.

4. DEFINIZIONE RESPINTA DALLA REGISTA: GUERRA SÌ, MA NON «CIVILE»

Waad al-Kateab e suo marito Hamza hanno voluto chiarire in più occasioni che non considerano la situazione della Siria come una «guerra civile» per vari motivi che comprendono il fatto che gli scontri sono nati contro un regime autoritario senza alcuna differenza etnica, razziale e sociale. Successivamente sono intervenute nella complessa situazione anche forze iraniane, turche, americane e internazionali che hanno agito sul territorio siriano. La regista ha quindi invitato i giornalisti e le persone che intervengono per parlare del film di definire quanto accaduto come «un conflitto, una lotta, una guerra» senza aggiungere il termine «civile».

La protagonista per le strade della città siriana.

5. MESSAGGIO SUL RED CARPET: UNA FAMOSA POESIA ARABA

Sul red carpet degli Oscar la regista Waad al-Kateab ha portato avanti il suo messaggio indossando un elegante abito che riportava in rosa la frase di una famosa poesia araba: “Abbiamo osato sognare e non rimpiangiamo di aver chiesto la nostra dignità”.

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Breve bilancio di 10 anni di guerra civile in Siria

Oltre 400 mila vittime, di cui molti civili, e 13 milioni di sfollati. Un massacro che sembra destinato a peggiorare mentre l'Europa resta paralizzata nella sua pavidità.

La Siria sta entrando nel decimo anno di una guerra civile brutalmente scatenata dalle forze militari del regime di Bashar al Assad per stroncare un’opposizione che chiedeva, a mani nude, solo riforme (siamo nel 2011). Scontro che si è inesorabilmente trasformato in una vera e propria guerra civile avvelenatasi nel tempo con l’inserimento nel conflitto di un consistente afflusso di milizie esterne, in larga misura estremiste, protese a far crollare Damasco. Si ricorderanno al riguardo le incertezze dell’amministrazione Obama (la mancata “punizione” per uso del gas) e la contemporanea politica di contrasto a Bashar al Assad condotta dalla Turchia anche attraverso il sostegno alle milizie estremiste. Poi l’intervento militare russo a rinforzo di quello iraniano, che ha ridato ossigeno al regime e l’inversione di rotta a suo favore.

E ciò grazie anche alla priorità assegnata alla lotta al terrorismo, in primis dell’Isis, portata avanti sia dal fronte del regime col sostegno di Mosca e di Teheran, sia dal fronte avverso capitanato dagli Usa e dalla Sdf (coalizione curdo-araba). Poi il disinvolto avvicinamento della Turchia alla Russia e all’Iran pur nella costante avversione a Damasco, che ha propiziato l’inaugurazione delle zone di de-escalation, una sorta di spartizione del Paese in aree di influenza sottostante al recupero del controllo del territorio da parte di Bashar al Assad. Poi la trista vicenda del dichiarato disimpegno statunitense nella Siria a Est dell’Eufrate (sulla pelle dei curdi ma non sulle aree ricche di risorse energetiche e non sulle postazioni riconducibili a Teheran affidate alle cure degli attacchi dell’alleato israeliano).

Ciò in omaggio alle «istanze di sicurezza» fatte militarmente valere da lungo il confine turco-siriano, destinato fatalmente a fare i conti con la legittima rivendicazione sovrana di Bashar al Assad. Rivendicazione che riguarda anche l’area di Idlib nel Nord-Ovest del Paese, l’ultimo baluardo degli oppositori siriani e degli estremisti, che Ankara vuole contrastare in ogni modo per il timore del massiccio esodo che si produrrebbe (e già avviene) verso la Turchia che già “ospita” oltre 3 milioni di rifugiati siriani. Timore che aveva portato da ultimo (settembre 2019) ad un accordo di de-escalation turco-russo mai pienamente rispettato e ora entrato definitivamente in crisi con l’offensiva di Damasco sostenuta dall’aviazione russa.

NÉ SIRIA NÉ TURCHIA SONO DISPOSTE A CEDERE

Si è trattato di una lunga marcia di riconquista che ha provocato oltre 300 mila vittime civili e l’esodo di poco meno di 600 mila fuggiaschi. Resisterebbero ancora diverse decine di migliaia di oppositori, estremisti tra i più radicalizzati, che rischiano seriamente di essere il bersaglio del massacro, già iniziato, paventato dalle Nazioni Unite assieme agli abitanti dell’area. Russi e turchi, in mezzo le forze armate di Damasco, si rimpallano da settimane le responsabilità della deriva conflittuale in cui sta precipitando quest’area e delle vittime riscontrate tra i rispettivi contingenti. E ora si è arrivati alla stretta finale con la riconquista da parte del regime di Bashar al Assad del controllo dell’autostrada M5, un’arteria di alto valore strategico che collega Aleppo a (un tempo il polmone economico della Siria) a Damasco e poi a Sud fino alla frontiera con la Giordania.

Un convoglio militare turchio viaggia verso Idlib.

Conquista che non può non incoraggiare adesso il regime siriano a completare l’opera “liberando” la restante zona di Idlib dagli estremisti, un popolo di diverse decine di migliaia di combattenti. Il problema è che neppure la Turchia è disposta a cedere dopo aver tanto investito nell’area in uomini e attrezzature – tra l’altro mettendo a punto ben 11 postazioni militari – a protezione degli oppositori a Bashar e dei suoi confini e in un momento in cui la popolazione turca sta dando segnali di insofferenza per la presenza dei già citati 3 milioni di rifugiati siriani. Si dirà che in questo modo Erdogan rischia di entrare in rotta di collisione con l’alleata Russia di Putin. In realtà vi è già entrata anche se dall’una e dall’altra parte si cercano versioni di comodo per non ammetterlo mentre si stanno valutando possibilità e modalità di superamento dell’attuale situazione sul campo senza peraltro trovarle.

INTANTO LE VITTIME SALGONO A OLTRE 400 MILA, 13 MILIONI GLI SFOLLATI

A Mosca interessa conservare buoni rapporti con Ankara per solidi interessi economici (risorse energetiche) politici (indebolire il vincolo con la Nato) e di confine. Ma non è detto che sia disposta ad apparire oltre che ad essere perdente con ciò che ne deriverebbe sul suo ruolo di sponsor primario di Damasco oltre che di ineludibile punto di riferimento nelle dinamiche dell’intero Medio Oriente. Tanto più alla luce di quando sta avvenendo in Libia dove pure si sta manifestando un concreto rischio di collisione.

Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria

Le ipotesi che si fanno sono diverse: tra chi sostiene che Erdogan abbia dalla sua parte i tempi medio-lunghi e chi pensa che alla fine sarà costretto a trovare un modo per salvare la faccia pur perdendo. Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria, «una catastrofe senza precedenti» secondo quanto affermato dalle Nazioni Unite per questa Siria straziata da un decennio di guerra, di morte e di distruzione – oltre 400 mila vittime in totale e 13 milioni di sfollati) – di cui si deve sottolineare con forza la fondamentale responsabilità del regime di Bashar al Assad e dei suoi sponsor. Responsabilità che ora vede in primo piano la pericolosa spregiudicatezza ottomana di Erdogan di fronte alla quale l’Europa sembra paralizzata dalla pavidità.

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Perché lo scontro tra Turchia e Siria è destinato a peggiorare

Ankara, col placet Usa, non intende permettere al regime di Assad di riprendere il controllo del Paese e considera il confine settentrionale di Idlib un proprio protettorato. Damasco non intende tollerare il “padrinato” turco e con l'aiuto russo vuole debellare l'ultima roccaforte dell'Isis.

Lo scontro tra le militari siriani e turchi dì martedì 4 febbraio non è stato casuale, le decine di morti (soprattutto di parte siriana) rimasti sul terreno hanno infatti innescato una tempesta di accuse che spiegano come il conflitto tra Ankara e Damasco, tra Erdogan e Assad sia destinato a incancrenirsi.

La ragione è semplice: la Turchia non intende minimamente permettere al regime siriano di riprendere il pieno e totale controllo del Paese e considera tutta la fascia del confine settentrionale della Siria un proprio protettorato, sia che sia abitato dai curdi, sia dagli arabi di Idlib (e dai turcomanni). Assad, da parte sua non intende tollerare questo “padrinato” turco e – grazie all’azione determinante della aviazione russa, intende abbattere l’ultima roccaforte dell’Isis, ma anche eliminare quei gruppi armati legati alla Turchia che controllano parte della regione di Idlib.

Il tutto, in un contesto storico che già nel 1998 aveva visto i due Paesi sull’orlo di una vera e propria guerra per il controllo delle regioni siriane confinanti con la Turchia, evitata solo all’ultimo momento grazie alla pressante mediazione degli Stati Uniti e della Russia che portarono al cosiddetto trattato di Adana.

LA SIRIA FINANZIAVA I CURDI DEL PKK

Per comprendere come siano sempre state tese le relazioni tra i due Paesi, basta ricordare che Hafez al Assad, padre dell’attuale dittatore Beshar al Assad, aveva ospitato in Siria e finanziato i curdi del Pkk che conducevano una feroce guerriglia dentro la Turchia per poi rifugiarsi in territorio siriano. Solo dopo l’accordo di Adana questo appoggio declinò e lo stesso Abdullah Ocalan dovette lasciare il suo comodo rifugio di Damasco – ospite gradito di Assad – per riparare a Roma. Oggi, il livello della tensione turco-siriana è tale che fonti del ministero della difesa di Damasco hanno dichiarato addirittura che «la Turchia sostiene i terroristi in Siria», riferendosi appunto ai miliziani che combattono nella regione Nord-occidentale di Idlib contro le forze lealiste e che sono sostenuti direttamente o indirettamente da Ankara.

I bombardamenti siriani sulla città di Sarman, Idlib.

GLI USA SOSTENGONO L’AZIONE DI ERDOGAN

Da parte sua, Erdogan ha affermato che «se il regime siriano non si ritirerà entro febbraio dalle zone in cui si trovano le postazioni turche di monitoraggio a Idlib, fermando così la sua offensiva contro la roccaforte ribelle nel Nord-Uvest della Siria, la Turchia dovrà agire». Soprattutto, Erdogan ha minacciato ulteriori attacchi dei militari turchi contro le forze siriane: «La Turchia continuerà a usare il suo diritto per proteggersi da tali attacchi, nel modo più duro, le brutali azioni del regime di Assad, della Russia, del regime iraniano e di Hezbollah impediscono direttamente l’instaurazione di un cessate il fuoco nel Nord della Siria». Il tutto, con la piena copertura da parte della amministrazione Trump, tanto che il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha assicurato che «gli Stati Uniti sostengono pienamente il diritto all’autodifesa della Turchia». Si vedrà ora quali è quanti spazi avrà – se li vorrà avere – Vladimir Putin per tentare una difficile mediazione tra i due Stati.

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Le mosse della Russia alla luce della crisi tra Usa e Iran

Putin è volato a sorpresa in Siria per incontrare Assad. Un vertice di sicurezza prima dell'incontro ad Ankara con Erdogan. Così Mosca tenta di puntellare il Medio Oriente dopo la morte di Soleimani.

Nel pieno della crisi che ha investito il Medio Oriente dopo l’eliminazione da parte degli Usa del generale Qassem Soleimani, il presidente russo Vladimir Putin, a sorpresa, si produce in una sortita in Siria, dove ha incontrato il rais Bashar al-Assad. Un fuori programma che si è saldato con la visita prevista per l’8 gennaio a Istanbul – in agenda invece da tempo per tenere a battesimo il gasdotto TurkStream insieme al collega turco Recep Tayyip Erdogan – e che andrà ad aumentare il profilo di mediatore costruito sapientemente dallo zar nel corso dell’ultimo anno.

SUL TAVOLO LIBIA, SIRIA E QUESTIONE ENERGETICA

Il tema del gas, infatti, a questo punto resterà sullo sfondo e per forza di cose la geopolitica prenderà il sopravvento (benché lo scatto in avanti d’Israele, Cipro e Grecia per realizzare il condotto Eastmed, inviso alla Turchia e di certo non gradito da Mosca, va ad aggiungersi al delicato gioco di alleanze in corso nel Mediterraneo orientale). Putin ed Erdogan faranno così il punto della situazione e il Cremlino ha fatto sapere che a Istanbul «si discuterà dell’ulteriore sviluppo della cooperazione russo-turca e di temi internazionali rilevanti, inclusa la situazione in Siria e in Libia».

ANKARA E MOSCA SUI DUE FRONTI LIBICI

La Libia d’altra parte sembra essere il nodo più spinoso sul tavolo, dato che Mosca – pur sostenendo di aver sempre mantenuto rapporti equidistanti fra le parti – ha sostenuto Haftar, c’è chi dice con uomini e mezzi, mentre Ankara si appresta a inviare truppe per spalleggiare il governo di Tripoli. Insomma, se in Siria Putin ed Erdogan hanno trovato un accordo, in Libia rischiano di trovarsi su fronti contrapposti. La crisi siriana, poi, è tutt’altro che faccenda conclusa.

I RISCHI DEL CAOS IRANIANO SULLA SIRIA

L’Iran, terzo puntello della triplice alleanza per tenere in sella Assad (e suo alleato più convinto), ora si ritrova sotto tiro e una sua reazione scomposta potrebbe far saltare i difficili equilibri sperimentati sul campo. Putin, che in Siria visiterà non solo Damasco ma anche “altri siti” non meglio precisati, ha voluto sottolineare come nella capitale siriana «si possano notare, ad occhio nudo, segni di vita pacifica in ripresa». Traduzione: non si metta a rischio l’exit-strategy stilata sin qui per rimettere in piedi la Siria.

UN TOUR PER SONDARE GLI ANIMI

Ecco allora che la sortita dello zar appare come un tour a tappe forzate per sondare gli animi da vicino. Dopo Assad ed Erdogan, infatti, Putin vedrà anche Angela Merkel a Mosca l’11 gennaio appositamente invitata per parlare di «Siria, Libia e Ucraina». Altra mossa per mettere il colbacco sulla crisi mediorientale e mostrarsi come leader responsabile che tenta di risolvere i problemi invece di crearli.

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Per la Siria ci sono gli Usa dietro il blocco dell’intervista Rai ad Assad

Dopo l'ultimatum di Damasco alla messa in onda del servizio curato da Monica Maggioni, la stampa filo-governativa lancia nuove accuse: «Media italiani sottomessi agli Stati Uniti»

Non si placano le polemiche sulla mancata trasmissione dell’intervista realizzata da Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad, a breve distanza dall’ultimatum col quale Damasco ha concesso 48 ore alla Rai per la messa in onda del documento. A insorgere ora sono anche i media filo-governativi del regime siriano, che hanno accusato viale Mazzini di sottomissione agli Stati Uniti dietro la scelta di non provvedere alla trasmissione dell’intervista.

«SOTTOMISSIONE ALLA VOLONTÀ AMERICANA»

Al Watan ha infatti titolato in prima pagina “Un canale tv di notizie italiano rifiuta di trasmettere un’intervista con il presidente”. Per il giornale si tratta di una «sottomissione, in un modo o nell’altro, alla volontà americana e ai suoi progetti distruttivi».Il quotidiano in questione è di proprietà di Rami Makhlouf, cugino di Assad, che ha accusato esplicitamente la Rai di aver «avuto paura delle parole di verità del presidente Assad». «L’atto commesso dalla tv italiana», prosegue il pezzo, «rivela l’entità del coinvolgimento dei media occidentali nella cospirazione contro i siriani».

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In Siria prende piede il turismo dell’orrore

In Rete sono sempre più comuni offerte di viaggio dedicate a occidentali per «attraversare villaggi in macerie», o per «visitare siti archeologici sull'orlo della distruzione». Tra le mete anche Aleppo.

La Siria sta per entrare nel suo nono anno di guerra, ma il relativo controllo del regime di Bashar al Assad sul suo territorio sta permettendo la nascita di un nuovo fenomeno: il turismo dell’orrore. Secondo quanto riporta il Guardian, su Internet si trovano sempre più agenzie di nicchia che offrono pacchetti di viaggi dedicati a occidentali per «socializzare con i locali mentre si attraversano villaggi in macerie», o per «visitare siti archeologici sull’orlo della distruzione». Attrae anche l’ipotesi di provare «la famosa e cosmopolita vita notturna del centro di Damasco».

LA BASE A DAMASCO

Viaggiare in Siria è sconsigliato da quasi tutti i governi del mondo, ma la capitale è ormai relativamente sicura e sta diventando un punto di partenza per tutti quei viaggiatori che vengono attratti dal fatto che il Paese è stato inaccessibile per tutti questi anni.

ANCHE ALEPPO TRA LE METE

La maggior parte dei tour offerti dalle compagnie offrono visite nella città vecchia di Damasco, al castello di Krak dei Cavalieri vicino a Homs e al sito archeologico di Palmira. L’agenzia cinese Young Pioneer Tours ha in catalogo persino la città di Aleppo, teatro della battaglia più feroce della guerra siriana dal 2012 al 2016 e tutt’ora in rovina.

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Chi sono i foreign fighters dell’Isis che la Turchia vuole rispedire in Europa

Sarebbero 1.200 i cittadini europei catturati in Siria. Molti di loro sono jihadisti che Ankara è pronta a rimpatriare nei Paesi d'origine. Che però, nella mancata comunicazione tra intelligence, non sanno gestirli. Il punto.

L’11 novembre la Turchia ha espulso il primo dei combattenti stranieri dell’Isis trattenuti sul suo suolo, un americano che alla fine sembra essere stato abbandonato sul confine con la Grecia (quindi dell’Ue), rimbalzato più volte tra le polizie. «Non è un nostro problema», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono seguiti due rimpatri, uno verso la Germania l’altro verso la Danimarca, e nei giorni dopo effettuati decine di voli verso l’Europa. «Centinaia e centinaia ce ne saranno ancora», ha promesso Erdogan e fa sul serio. Chi invece a lungo ha declinato, e declina, le proprie responsabilità sulle migliaia di foreign fighter (gli stranieri partiti per combattere con l’Isis e al Qaeda in Medio Oriente) sono i maggiori governi europei: la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, disconosce questi cittadini, la Francia e il Belgio tentano di farli processare in Iraq, la Germania li accetta ma non sa ancora bene dove mettere le mani.

LE LACUNE DELLE INTELLIGENCE

Ci sono prove o sufficienti elementi per disporre custodie cautelari? È certa alle intelligence la loro identità? In alcuni casi no. Il ministero degli Esteri tedesco ha ammesso di non conoscere ancora tutti i nomi dei concittadini in partenza dalla Turchia, solo un terzo dei rientrati è sotto inchiesta. Si tratta poi di stranieri catturati (circa 2280) dalla coalizione guidata dai curdo-siriani (Ypg) durante la liberazione caotica del Nord della Siria. Combattenti jihadisti detenuti in origine nelle carceri del Rojava, regione invasa questo autunno dalle forze turco-arabe dopo l’improvviso ritiro degli americani. Nell’ultima indagine dell’Egmont Institute si stima che circa 1.200 foreign fighter dell’Europa fossero finiti nelle prigioni curde. Sarebbe stato necessario un gioco di squadra tra i dipartimenti dell’antiterrorismo per ricostruire i percorsi dei sopravvissuti: migliaia di jihadisti stranieri sono morti o dispersi in guerra, alcuni di loro erano tracciati, mentre altri in vita no. Invece i governi occidentali chiamati in causa erigono muri. 

Un foreign fighter arrestato in Italia.
Un foreign fighter arrestato in Italia.

IN ITALIA NESSUN ARRIVO

L’Italia stavolta non fa testo: era tra i Paesi dell’Ue con meno foreign fighter, anche per le dinamiche di immigrazione più recenti. Tra i circa 140 partiti dal nostro Paese, una cinquantina risultano morti, e nel totale solo 25 erano cittadini italiani: tra loro, alcuni sono rientrati in Ue e diversi sono monitorati. Non ci sarebbero italiani in arrivo dalla Turchia: anche all’estero, ha fatto notizia la storia del piccolo Elvin, identificato dall’antiterrorismo italiano nel campo dell’Isis di al Hol, in Siria, e riportato a casa grazie alla collaborazione con le forze curde attraverso un corridoio umanitario tra Damasco e il Libano. Si ha contezza anche di altri bambini italiani nel Nord-Est della Siria sotto il controllo delle Ypg, che si tentano di rimpatriare. In ogni caso le donne e i minori rappresentano un problema nel problema, anche tra i foreign fighter in Turchia: circa due terzi di questi detenuti (ovvero 700) sono bambini tratti in salvo nei combattimenti. Spesso orfani di un genitore (come Elvin della madre), quando non dell’intera famiglia.

IL DESTINO DELLE DONNE RECLUTATRICI

Alcune donne dell’Isis sono rilasciate all’arrivo in Europa, per il ruolo passivo o la mancanza di prove, seguite poi nella de-radicalizzazione come è accaduto in Germania. Altre, come un’altra tedesca subito portata in carcere a Francoforte, sono accusate di avere avuto un ruolo attivo nella rete terroristica. E, quindi, sono considerate ancora pericolose come la combattente e reclutatrice di spose per i miliziani Tooba Gondal: 25enne di origine pachistana, è cresciuta a Londra dove vorrebbe tornare dalla famiglia, ed è ben nota all’intelligence del Regno Unito che le ha vietato il soggiorno. Tooba però, più volte vedova di jihadisti e con diversi figli, ha il passaporto francese. Di conseguenza era nella lista turca di ex membri dell’Isis da rimpatriare in Francia, dove in compenso l’intelligence ha pochi elementi su di lei. Il suo caso, come quello del primo espulso americano, è emblematico del groviglio sul destino dei terroristi cittadini di Stati occidentali che non li vorrebbero indietro.

Isis foreign fighter Turchia Ue
Circa 700 membri dell’Isis europei catturati in Siria sono bambini. GETTY.

LE CITTADINANZE REVOCATE

A questo proposito, negli Stati Uniti un giudice ha appena negato la cittadinanza a una donna dell’Isis, nata e cresciuta nell’Alabama, ma figlia di un diplomatico yemenita all’Onu: condizione che le è valsa l’altolà al rientro dalla Siria. Allo stesso modo il Regno Unito ha revocato la cittadinanza a diversi jihadisti (comprese alcune convertite da Gondal) per i quali si sostiene ci sarebbero gli estremi per la cittadinanza automatica nei Paesi d’origine. E sebbene anche i britannici si siano adeguati all’ultimatum («la Turchia non è un albergo»), lasciando atterrare dei sospetti terroristi, insistono affinché siano «processati nel luogo dove sono stati commessi i crimini», cioè in Siria e in Iraq. Una posizione sostenuta anche dal Belgio, costretto ad «aprire procedure bilaterali» con Ankara, ma con Baghdad si vedrà. Le resistenze sui connazionali nell’Isis restano forti anche in Francia, dove dal 2014 sono rientrati circa 250 affiliati grazie ad accordi con la Turchia. Ma i circa 400 che erano in Siria si vorrebbe fossero giudicati e detenuti in Iraq.

IL GIRO DI DENARO TRA RAQQA, LA TURCHIA E L’UE

A Baghdad c’è la pena di morte, anche le donne dell’Isis colpevoli di gravi reati sono giustiziate, mentre in Francia sconterebbero pene in media di 10 anni. Eppure gli esperti di terrorismo raccomandano di non mettere la testa nella sabbia, anche per ragioni di sicurezza: gli ultimi attacchi non sono stati compiuti da ex foreign fighter, in un modo o nell’altro, tracciati. Ma da cani sciolti come i rifiutati dagli Usa e dall’Ue, o fanatici e fanatiche apolidi o in fuga – con i figli – dai campi di prigionia verso le tante cellule sparse dell’Isis in Siria e in Iraq. E resta il fatto che più di 1000 jihadisti siano a tutti gli effetti cittadini Ue. Vero è che neanche la Turchia può fare il poliziotto buono, sottraendosi alle responsabilità sull’Isis: il dipartimento del Tesoro Usa sta sanzionando aziende turche che hanno rifornito al Baghdadi per anni. Money transfer, cambi valute e gioiellerie aperte dai jihadisti hanno operato anche dal Gran Bazar di Istabul verso Raqqa e gli altri territori dell’Isis. Con ramificazioni in Medio Oriente e fino in Belgio, nel cuore dell’Ue.

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Stretta di Israele contro l’Iran in Siria: raid contro decine di obiettivi

Tel Aviv ha dichiarato di aver risposto a razzi sparati dal Golan: «Non lasceremo che Teheran si radichi oltreconfine». Almeno 11 morti.

«In seguito al lancio di razzi verso il Golan ieri da parte di una forza iraniana situata in territorio siriano, Israele ha colpito questa notte decine di obiettivi militari in Siria», ha annunciato il portavoce militare israeliano. Fra l’altro sono stati centrati obiettivi della Forza Quds iraniana ed obiettivi delle forze armate siriane. Israele continuerà a operare contro l’approfondimento della presenza militare iraniana in Siria, ha aggiunto il portavoce. Durante l’attacco, ha aggiunto il portavoce, da una batteria di difesa aerea è stato lanciato un missile verso gli aerei da combattimento israeliani «malgrado i nostri chiari avvertimenti».

DISTRUTTI ANCHE OBIETTIVI MILITARI SIRIANI

Di conseguenza – ha precisato – sono state distrutte anche alcune batterie di difesa aerea siriana. L’attacco di ieri verso le alture del Golan, secondo il portavoce, «è una chiara prova a conferma della volontà dell’Iran di mettere radici militari in Siria, cosa che minaccia la sicurezza israeliana, la stabilità regionale ed il regime siriano». Israele, ha precisato, considera il regime siriano responsabile per attacchi lanciati dal proprio territorio verso lo Stato ebraico.

ALMENO 11 MORTI

Sono 11 le persone uccise in raid israeliani in Siria nelle prime ore del mattino oggi, fra cui sette non siriani e molto probabilmente iraniani, stando a Rami Abdurrahman che guida l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo lo stesso Osservatorio i raid israeliani hanno avuto come obiettivo arsenali della forza Al Quds iraniana alla periferia di Damasco, nei quartieri di Kisweh e Qudsaya. Sempre secondo Abdurrahman nel mirino dei raid anche altre aree, fra cui la base aerea di Mazzeh dell’Ovest di Damasco.

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L’Isis ha ucciso due sacerdoti nel Nord-Est della Siria

L'agguato è avvenuto nella regione di Deyr el-Zor, controllata dalle forze curdo-siriane. Pubblicata la foto del documento d'identità di una delle due vittime.

Due sacerdoti cristiani sono stati uccisi nel Nord-Est della Siria in un agguato rivendicato dall’Isis. Due sicari hanno aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiavano. Secondo i media locali il duplice omicidio è avvenuto nel distretto di Busayra, nella regione di Deyr el-Zor, controllata dalle forze curdo-siriane.

LEGGI ANCHE: La Turchia ha avviato le espulsioni dei foreign fighter dell’Isis

Il gruppo terroristico ha pubblicato un messaggio sui social network con la foto del documento d’identità di uno dei due preti: si tratta di Ibrahim Hanna Bidu, appartenente alla Chiesa armena cattolica della regione orientale siriana della Jazira. Non si conosce l’identità del secondo prelato e non è chiaro se l’altra vittima fosse effettivamente un prete o un accompagnatore.

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Chi sono gli shabbiha, i paramilitari fedelissimi agli Assad

Ex trafficanti e criminali, negli Anni 70 vennero inquadrati dal regime di Damasco come forze di sicurezza da utilizzare nella repressione degli oppositori. Squadroni della morte che si sono macchiati di ogni atrocità. E ora combattono a Idlib. La scheda.

Bashar al-Assad il 22 ottobre scorso ha incontrato le truppe governative impegnate in prima linea, nella città di Hbeit, nella provincia di Idlib dove ancora sono intensi i combattimenti tra l’esercito di Damasco e le forze ribelli appoggiate dalla Turchia. Al fianco delle truppe siriane, utilizzate come teste di ponte nei combattimenti c’erano anche milizie paramilitari.

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Non certo una novità. In Siria esiste infatti un esercito “fantasma” formato, almeno in origine, da ex detenuti, trafficanti di droga e armi, malavitosi: sono gli shabbiha. Parola che probabilmente in origine significava proprio fantasma ma che in Siria è da decenni sinonimo di criminale, teppista. Le stime parlano di 50 mila combattenti, presenti in tutti governatorati del Paese e reclutati dai servizi di sicurezza siriani. Si dice vengano addestrati sotto la supervisione di Hezbollah, quindi armati e impiegati nelle operazioni di polizia e dell’esercito.

Hafez al-Assad, ex presidente siriano padre di Bashar.

GLI SGHERRI DEL CLAN ASSAD 

A organizzare queste squadre di mercenari furono Rifaat e Namir al Assad, rispettivamente fratello e cugino dell’ex presidente Hafez, padre di Bashar, che prese il potere con un colpo di Stato nel 1970. In un primo momento la loro azione si concentrò a Latakia, Banias e Tartous, sulla costa mediterranea. Poi si diffusero in modo capillare nell’intero Paese. Gli shabbiha erano utilizzati come milizie di sicurezza, ma anche come sicari per eliminare gli oppositori del regime. Si stima che fossero dalle 9 alle 10 mila unità, tutti appartenenti alla minoranza alawita (una corrente esoterica dell’islam sciita) la stessa della famiglia al Assad, che rappresenta il 10% della popolazione siriana. Con la morte di Hafez nel 2000 e l’arrivo sulla scena di Bashar, gli shabbiha o squadroni della morte hanno ampliato il loro raggio di azione. Il nuovo presidente infatti li ha ampiamente sfruttati per reprimere rivolte e manifestazioni.

Ribelli siriani con un presunto shabbiha catturato (Damasco, 2012).

GLI ORRORI DURANTE LA GUERRA CIVILE

È infatti con lo scoppio della rivoluzione siriana, nel febbraio 2011, che gli shabbiha hanno assunto un ruolo centrale nel contenimento delle proteste. Questi paramilitari hanno cominciato ad affiancare anche polizia e servizi durante la cattura e gli interrogatori degli oppositori. Testata sul campo la loro terribile efficacia, il regime li ha poi impiegati anche al fronte, anche come cecchini. 25 maggio 2012 furono loro a entrare a Houla, a nord di Homs, aprendo di fatto la strada all’esercito nella città ribelle. Quel venerdì di proteste si trasformò in un bagno di sangue: le milizie massacrarono 108 civili, tra i quali 49 bambini e 20 donne. Gli squadroni della morte hanno combattuto accanto alle truppe governative a Hama, Daraa, Homs, Damasco e Ghuta al Sharqya e sono state utilizzate come rinforzo alle Tiger Forces, le forze speciali guidate da Suhail Al Hasan, accusato di crimini da Human Rights Watch e nella black list di Stati Uniti ed Europa. E proprio in Europa alcuni di questi miliziani, come raccontato da Al Arabya, sarebbero arrivati mescolandosi tra i richiedenti asilo.

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Ciò che resta del clan al Baghdadi e dei fedelissimi dell’ex capo dell’Isis

Una moglie, una sorella, un figlio e altri parenti del sedicente Califfo morto il 26 ottobre sono finiti in manette. Tutti catturati in Turchia o al confine siriano. Il fratello Abu Amza invece è svanito nel nulla. Cosa sappiamo della famiglia del super-terrorista.

Dalla morte dell’ideologo e fondatore dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi si susseguono le notizie di catture di suoi famigliari nella zona di confine tra la Siria e la Turchia.

Prima, nell’ordine temporale di cattura da quel che se ne sa, una moglie e un figlio. Poi una sorella, suo marito e la nuora con prole. Domani chissà. L’intelligence turca si è svegliata dopo la lunga e cruenta operazione del Pentagono che la notte del 26 ottobre ha distrutto un grande compound fortificato dove, almeno dal maggio scorso, risiedeva il leader dell’Isis con pochi intimi. A una ventina di chilometri dalla Turchia, in una zona di influenza turca, ricostruita dalla Turchia e amministrata da ribelli islamisti addestrati in Turchia. Di certo quel che affiora dagli arresti compiuti da Ankara – non confermati dagli alleati americani della Nato – è che dopo la disfatta al Baghdadi, come da informative dei curdo-siriani e degli 007 iracheni, poteva contare solo sulla più stretta parentela.

LE MOGLI CATTURATE

Troppi dell’inner circle hanno parlato. Lo avrebbe tradito anche una delle quattro mogli che si ritiene avesse preso in sposa al Baghdadi. Arrestata dall’intelligence irachena all’inizio del 2019, insieme a un corriere dell’Isis avrebbe rivelato informazioni preziose per la Cia sulla fuga di al Baghdadi verso l’Ovest della Siria. In quei mesi altri diversi suoi aiutanti di punta catturati sarebbero stati interrogati in Iraq, spifferando le abitudini del sedicente califfo. Dalla ricostruzione data in pasto all’opinione pubblica dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan solo questo novembre, un’altra moglie del super-terrorista con una taglia di 25 milioni di dollari sulla testa sarebbe stata arrestata già il 2 giugno 2018 in territorio turco.

Asma Fawzi Muhammad al-Qubaysi, una delle presunte mogli di al Baghdadi arrestata dai turchi (Ansa).

Asma Fawzi al Qubaysi, prima moglie di al Baghdadi, sarebbe stata individuata alla frontiera nella provincia di Hatay, insieme con una figlia che si presentava come Leila Jabeer, mentre tentavano di sconfinare sotto false identità.

ALCUNI MEMBRI DEL CLAN SAREBBERO IN FUGA VERSO LA TURCHIA

Peccato che gli americani, a quanto pare, per un anno e mezzo non avessero avuto comunicazione di tutto questo. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di «non poter confermare nulla» di quanto affermato da Erdogan. Neanche la cattura, annunciata dalla Turchia sempre all’inizio di novembre, della sorella 65enne di al Baghdadi, Rasmiya Awad. Scovata in una roulotte con la famiglia e con i cinque nipoti, anche questa «miniera di informazioni» si riparava non lontano dal luogo di intercettazione della prima moglie: la provincia siriana confinante Azaz, che guarda Antiochia e Alessandretta. Il presidente turco rivendica arresti nel clan di al Baghdadi «quasi a doppia cifra», sfidando di fatto Donald Trump. Nel gruppo anche un figlio del sedicente califfo, dall’identità, è stato assicurato, «accertata dal Dna». Altri membri della cerchia ristretta tenterebbero invece di entrare in Turchia dal Nord-Ovest della Siria dove al Baghdadi aveva trovato fiancheggiatori.

Rasmiya Awad, ritenuta la sorella di al Baghdadi (Ansa).

I CORRIERI TRADITORI

Il sedicente califfo viveva asserragliato in un una ridotta con tunnel nel villaggio di Barisha, a sud-ovest di Azaz e del cantone curdo di Afrin riconquistato dai turchi nel 2018. Anche lui a un passo dal valico per la provincia di Hatay. L’intelligence di Ankara rivendica anche un ruolo nell’uccisione di al Baghdadi ben superiore all’appoggio logistico e allo spazio aereo messi a disposizione per le operazioni americane: Ismael al Ethawi, un altro corriere e aiutante di punta del capo dell’Isis fermato all’inizio di quest’anno, avrebbe contribuito al successo del blitz Usa. Sebbene dagli ufficiali di sicurezza americani sia filtrato che per identificare di al Baghdadi a Barisha è stato decisivo l’apparato di sicurezza curdo-siriano delle brigate Ypg nemiche di Erdogan. Un finto fedelissimo del leader dell’Isis, suo assistente agli spostamenti e con un fratello morto a causa dei terroristi, ha portato per vendetta ai curdi campioni di sangue e capi di biancheria. 

Al Baghdadi morte Isis Siria Trump
Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

IL FRATELLO CHE MANCA ANCORA ALL’APPELLO

Risparmiata nel blitz, la talpa è stata trasportata in un luogo sicuro a incassare la maxi ricompensa. Degli altri uccisi e dei sopravvissuti nell’operazione americana non si hanno nomi. Tra i famigliari di al Baghdadi morti insieme a lui potrebbero esserci due mogli, stando al resoconto di Trump. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché la Difesa di Washington ha confermato genericamente l’uccisione di tre donne, lasciando vaga anche l’identità dei minori (11, sempre secondo il presidente Usa) tratti in salvo dalle unità speciali durante il blitz. Poche ore dopo, un aiutante saudita di al Baghdadi è stato ucciso in altre operazioni antiterrorismo Usa nel Nord della Siria, condotte contro i gruppi qaedisti più estremisti che davano protezione ai vertici dell’Isis. Nulla invece si sa ancora del destino di uno dei cinque fratelli di al Baghdadi, nome di battaglia Abu Hamza, a lui pare molto vicino. 

isis baghdadi ucciso
Il sedicente Califfo al Baghdadi morto il 26 ottobre scorso.

DUBBI SUL SUCCESSORE DI AL BAGHDADI

Buio fitto anche sul successore di al Baghdadi. Sempre il Dipartimento di Stato Usa ha confessato di non sapere «quasi niente» di Abu Ibrahim al Hashemi al Qurayshi, designato con un proclama ufficiale. Gli analisti dell’intelligence cercano di ricostruirne l’identità e i trascorsi: dietro il nome probabilmente di battaglia, per gli esperti potrebbe celarsi il super-ricercato (5 milioni di dollari di taglia) Hajji Abdullah al Afari il cui nome spicca in alcuni documenti interni dell’Isis. Un altro suo pseudonimo sarebbe il primo nome circolato come successore di al Baghdadi al Haj Abdullah Qardash, in un comunicato attribuito all’Isis ma diverso dai quelli diffusi dai canali ufficiali della rete jihadista. Cinquantenne, iracheno di origine turcomanne, al Afari sarebbe un ex maggiore dell’esercito di Saddam Hussein, radicalizzato nella prigione di Camp Bucca come al Baghdadi. Con lui avrebbe anche in comune gli studi islamici, ma un background militare parecchio più forte.

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Siria, la Turchia convoca l’ambasciatore francese per il sostegno ai curdi

Il parlamento di Parigi ha votato una risoluzione che conferma l'appoggio alle "Forze democratiche siriane". Intanto Ankara rivendica l'uccisione di 18 soldati dell'esercito di Bashar al Assad.

Il ministero degli Esteri turco ha convocato il 31 ottobre l’ambasciatore francese ad Ankara per protestare contro il sostegno alle milizie curde in Siria e la condanna dell’operazione militare turca, espressi in una risoluzione approvata dal Parlamento di Parigi. Il ministero degli Esteri turco ha fatto sapere che la Turchia condanna «fermamente» la risoluzione approvata dal Parlamento francese che critica la sua operazione militare contro le milizie curde nel Nord-Est della Siria. Il testo non vincolante approvato dall’Assemblea nazionale di Parigi riafferma «il sostegno alle Forze democratiche siriane» (Sdf) a guida curda, che la Turchia considera invece «terroriste».

CATTURATI 18 SOLDATI DI DAMASCO

Intanto il ministero della Difesa di Ankara ha fatto sapere che la Turchia, ha catturato 18 soldati dell’esercito di Damasco nel corso della sua operazione militare contro le milizie curde nel Nord della Siria e sta ora trattando con la Russia sul loro possibile rilascio. Il ministro Hulusi Akar non ha precisato quando né in che circostanze siano stati catturati i soldati siriani. Due dei militari del regime di Bashar al Assad, ha aggiunto Akar, sono feriti. I soldati vengono ora trattenuti a Ras al Ayn, nella zona di sicurezza turca creata nel nord della Siria dopo l’offensiva. Nei giorni scorsi l’Osservatorio siriano per i diritti umani aveva riferito di “violenti scontri” tra le truppe turche e quelle siriane.

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Le domande ancora aperte sulla morte di al Baghdadi

Perché era nascosto nell’area di influenza turca di Idlib? Che fine faranno gli 11 bambini tratti in salvo? Quanto Russia e Siria hanno collaborato con la Cia? Tutti i dettagli che vanno chiariti dopo la fine del capo dell'Isis.

In un blitz quasi in presa diretta che farà molto comodo a Donald Trump per le Presidenziali del 2020, le forze speciali americane hanno costretto al suicidio il ricercato numero uno Abu Bakr al Baghdadi. Un’operazione seguita il 27 ottobre 2019 «come un film» dal presidente, nella situation room della Casa Bianca del Consiglio di sicurezza riservata a queste occasioni, come accadde con Osama bin Laden. Per quanto Trump avesse sconfessato nel 2011 i meriti di Barack Obama, è cosa buona e giusta festeggiare lui: l’Isis ha mille teste, come al Qaeda, e avrà un nuovo capo, ma con al Baghdadi è scomparso l’artefice del Califfato e il terrorista più pericoloso. Proprio a riguardo alcuni elementi sulla sua intercettazione e sul blitz non possono essere derubricati a dettagli vaghi, e anziché celebrati andrebbero chiariti. Per focalizzare le responsabilità passate (e in prospettiva futura) sul terrorismo islamico. E chiarire il rapporto tra potenze anche rivali in Medio Oriente.

IL RIFUGIO? UN COVO TRA I RIBELLI SIRIANI

Il primo aspetto sul quale riflettere è il luogo del rifugio di al Baghdadi. Il percorso della sua fuga sarebbe stato ricostruito grazie al racconto all’intelligence irachena, cruciale per mettersi sulle tracce dell’ideologo dell’Isis, di una delle mogli catturate e di alcuni suoi ex aiutanti. Poi dalla testimonianza, altrettanto chiave, ai vertici curdi delle Forze siriane democratiche (Sdf), di un informatore dell’Isis. Dall’ultimo bastione di Baghouz, nell’Est della Siria, al Baghdadi non si era spostato nel deserto tra la Siria e l’Iraq, come riteneva la gran parte degli analisti. Ma era riuscito a raggiungere la roccaforte dei ribelli siriani di Idlib: nel dettaglio il villaggio di Barisha al confine con la Turchia. L’autoproclamato califfo si sarebbe trovato lì, con mogli, figli e fedelissimi, almeno dal maggio 2019.

Al Baghdadi morte Isis Siria Trump
Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

COME STANNO I FRONTI JIHADISTI? L’ISIS RICONTAGIA AL QAEDA

Nell’area di Idlib è si è continuato a combattere per tutto il 2019. Tra le forze di Bashar al Assad e russe e l’ultima coalizione dei ribelli siriani, che da anni è finanziata dai turchi e include gruppi salafiti legati ad al Qaeda come Hayat Tahrir al Sham (Hts, l’ex fronte al Nusra). A Idlib sono asserragliati anche gli scissionisti di al Nusra di Hurras al Din e di altre frange jihadiste come Ansar al Tawhid, facenti capo alla nuova sigla dei Guardiani della Religione e formalmente sempre sotto l’ombrello di al Qaeda. Da diversi mesi ci sono scontri anche i due fronti qaedisti: gli Hts in particolare svolgono operazioni anti-Isis contro gli ex alleati. Alla fine di agosto anche gli Usa hanno condotto raid a Idlib contro i Guardiani della Rivoluzione. E dei loro membri sono stati uccisi nel blitz contro al Baghdadi a Barisha.

DA ANKARA NESSUNA INFO? AL BAGHDADI ERA A 20 KM DALLA TURCHIA

La filiale di al Qaeda in Siria origina dallo stesso nucleo dell’Isis, anche se dalla scissione a Raqqa i due gruppi si sono aspramente combattuti. Finché gli affiliati dell’Isis in rotta dal 2018 non hanno raggiunto anche Idlib: lì si è temuto un nuovo cartello di al Qaeda, con la saldatura di cellule di al Baghdadi. Dagli antefatti è probabile invece che soffiate su al Baghdadi siano arrivate anche da al Nusra. Ma gli interrogativi sulla Turchia, che certamente ha concesso lo spazio aereo ai mezzi delle forze speciali Usa, restano aperti. L’intelligence di Ankara (parte della Nato) non aveva rilevato, quantomeno come sospetto, il covo di al Baghdadi a 20 chilometri dalla frontiera? Da mesi, e in una zona di sua influenza? Nessuna informazione era arrivata ai turchi dai gruppi jihadisti addestrati?

BAMBINI SOTTRATTI: CHE FINE HANNO FATTO?

Uno squadrone di otto elicotteri americani ha attaccato per circa due ore il Nord della provincia di Idlib. La segretezza sulle rapide analisi per identificare poi il corpo di al Baghdadi e sulla sua dispersione in mare alimenterà sempre illazioni sulla sua morte. Ma era una procedura scontata e, come con bin Laden, inevitabile. E se meritano pochi approfondimenti anche i dettagli coloriti e le iperboli del racconto di Trump sull’operazione, è lecito invece pretendere di sapere cosa ne sarà degli «11 bambini portati via dal rifugio». Sempre l’inquilino della Casa Bianca ha riferito di «tre dei suoi figli trascinati da al Baghdadi con lui nel tunnel, a morte certa». Almeno parte dei minori rimasti in vita (le due mogli presenti sarebbero state uccise) erano figli di al Baghdadi? Dove sono stati trasferiti?

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Il resto di un mezzo con jihadisti vicini all’Isis colpiti nei raid Usa a Idlib. (Getty).

IL GIALLO SULLA FAMIGLIA BIN LADEN: QUALE DESTINO?

Con la famiglia del super terrorista ci sarebbero stati alcuni aiutanti. Trump e i funzionari statunitensi non hanno ancora specificato la parte terza che ha preso in carico i bambini tratti in salvo. Sul destino delle mogli e dei figli di Bin Laden non c’era stata trasparenza, è stato difficile tracciare il loro percorso, attraverso gli Stati mediorientali. Il passato a piede libero del delfino 30enne Hamza, ucciso a settembre tra l’Afghanistan e il Pakistan in un’altra operazione americana, è un capitolo oscuro. Ma anche aver segregato i quadri di al Qaeda in regimi di carcere duro come Guantanamo a Cuba o Abu Ghraib in Iraq – luoghi di torture – ha provocato gravi recrudescenze. Al Baghdadi fu tra gli internati della prigione irachena di massima sicurezza di Camp Bucca, considerata il vivaio dell’Isis.

INTELLIGENCE STRANIERE: CHE RUOLO HA AVUTO LA RUSSIA?

L’ultima nota è sul groviglio di collaborazioni tra intelligence per la cattura di al Baghdadi. Trump è stato sincero sulle «informazioni molto utili dei curdi», sulla collaborazione dei turchi a «sorvolare parte del loro territorio», sul supporto dell’Iraq, del regime siriano e della Russia sua alleata e di Assad che «ci ha aperto alcune basi per l’operazione». Per il gioco delle parti il Cremlino poteva solo negare, mettendo in dubbio la ricostruzione americana e la morte stessa di al Baghdadi. L’ammissione di aver informato Mosca e non il Congresso dell’operazione espone Trump anche al fuoco di fila dei democratici. Ma nella guerra all’Isis, dai raid dell’Amministrazione Obama nei territori occupati dai jihadisti la Cia condivide protocolli di intelligence anche con la Russia e con l’apparato di sicurezza di Assad.

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Eliminato al-Baghdadi, agli Usa resta da sciogliere il nodo iraniano

Nonostante l'annunciato disimpegno in Siria, l'intelligence americana ha continuato la guerra al terrorismo nell'area. Dove c'è un'altra grande priorità: il contenimento dell'influenza di Teheran.

Il presidente Donald Trump ha motivo di esultare per la notizia dell’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi. E noi, con lui, abbiamo ragione di accoglierla con favore, sperando che sia confermata, naturalmente, viste le responsabilità di questo personaggio giunto alla ribalta dell’attenzione pubblica internazionale con l’annuncio della nascita del Califfato (29 giugno 2014 a Mosul, in Iraq), poi con l’adesione alla sua chiamata alle armi da parte di decine di migliaia di foreign fighter provenienti da mezzo mondo; e infine con la lunga scia di sangue e di violenze di ogni genere lasciata dietro di sé, direttamente o comunque in suo nome in Medio Oriente, in Europa, in Africa, in Asia e negli stessi Stati Uniti.

LA STRISCIANTE RIPRESA DELL’ISIS NELLE AREE DI ORIGINE

Alla sconfitta militare dell’Isis in territorio siriano e iracheno (2016-2017) mancava davvero questo epilogo che tra l’altro è giunto in un momento in cui andavano crescendo le preoccupazioni per la strisciante ripresa di quell’organizzazione nelle stesse aree di origine e altrove manifestate dalle Nazioni Unite e dai servizi di sicurezza europei nonché, proprio nei giorni scorsi, dallo stesso ministro degli Esteri americano Mike Pompeo che aveva dichiarato alla Cbs: «È complicato, ci sono posti dove l’Isis è più forte oggi che tre o quattro anni addietro anche se la sua complessiva capacità di attacco è resa molto più difficile». Quest’epilogo è avvenuto, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, a Barisha, un piccolo villaggio nella provincia di Idlib, nella Siria occidentale, che continua a essere rifugio di ribelli siriani di ogni tipo, da Al-Qaeda a miliziani caucasici e all’Isis per l’appunto.

LA GUERRA AL TERRORISMO È RIMASTO OBIETTIVO PRIORITARIO

Alle parole di esultanza di Trump hanno fatto eco quelle di Mazloum Abdi, il comandante dello Sdf di cui i curdi costituiscono il pilastro fondamentale: «Un successo storico dovuto al lavoro di intelligence svolto con gli Stati Uniti», ha dichiarato. Anche Ankara si è meritata un robusto ringraziamento per il do ut des intercorso tra Idlib e il benestare sul confine. E qui una constatazione: l’attacco americano è avvenuto a circa 60 km a ovest di Aleppo, dunque in una zona area sulla quale gli americani sono sostanzialmente assenti. Ciò significa che al di là della sua presenza fisica, l’intelligence americana non ha mai abbandonato la guerra al terrorismo, uno degli obiettivi primari perseguiti dall’Amministrazione americana in Siria (coalizione internazionale lanciata nel 2014). 

GLI INTERESSI AMERICANI IN SIRIA

In quest’ottica si spiega anche la decisione della stessa Amministrazione di rinforzare la propria presenza nell’area a Est dell’Eufrate: per difendere dalle milizie dell’Isis i pozzi petroliferi di quell’area, si afferma. Ma allora, vien da chiedersi, come si concilia tutto ciò con il tanto sbandierato e criticato ritiro delle truppe americane? Penso che si spieghi con l’erraticità del presidente Trump, certamente, ma anche con la capacità di organizzazione, militare e di intelligence, che l’Amministrazione americana riesce comunque a esprimere rispetto all’obiettivo fondamentale della lotta al terrorismo jihadista. E quello non secondario di salvaguardarsi un ruolo al tavolo negoziale sul futuro della Siria.

IL CONTENIMENTO DELL’INFLUENZA IRANIANA

Resta il rammarico che il ruolo dei curdi, determinanti nella sconfitta di quel terrorismo, non sia stato considerato come fondamentale anche se il plauso del comandante per l’uccisione di Al Baghdadi lascerebbe intendere che la ferita del “tradimento” sia stata in buona misura sanata. E resta il quesito relativo all’altra grande priorità americana nell’area medio-orientale: il contenimento dell’influenza iraniana. Chissà se e in che misura le proteste in atto in Libano e in Iraq contengano anche un’affiorante criticità nei riguardi di Teheran oltre alle cause più evidenti e riconoscibili quali la corruzione e la governance. Intanto Trump si crogiola e pensa al credito che con quest’operazione gli verrà in chiave elettorale. Mentre si attendono i commenti di Mosca, pure ringraziata da Trump, di Teheran e di Damasco.

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Libano, contro Hariri le proteste dell’unità nazionale

Divisi da 15 anni di guerra civile e da 30 di malgoverno, giovani e donne del Paese dei Cedri protestano in massa contro i settarismi e gli sperperi dei clan al governo. Un milione per le manifestazioni più grandi dall’indipendenza.

Un quarto della popolazione libanese manifesta per le proteste più grandi che si ricordino dall’indipendenza nel 1943. Da una settimana oltre 1 milione di cittadini invade le piazze e le strade di tutte le città della piccola repubblica mediorientale, presidiate dalla polizia e dall’esercito: Beirut, Tripoli, Tiro, Sidone, anche la Valle della Bekaa e i centri minori sono tornati caldi. Due dimostranti sono morti, decine i feriti: si è arrivati a degli scontri con le forze dell’ordine per liberare le strade da cortei per la grande maggioranza pacifici. La memoria corre ai 15 anni di guerra civile tra il 1975 e il 1990, alle macerie lungo la green line e ai nuovi bombardamenti israeliani su Beirut del 2006. Non potrebbe essere altrimenti: è il Libano che torna polveriera. Ma stavolta accade qualcosa di unico. La gente per strada rifiuta le divisioni tra maroniti, sciiti, sunniti, drusi e tra le altre 14 confessioni ufficiali che hanno fatto la storia cruenta del Libano e continuano a regolarne la politica. Le dimostrazioni sono tra libanesi «uniti contro tutti i partiti, per liberare dai ladri il Paese». Rifiutano etichette, distinzioni religiose e sociali dello Stato confessionale. In uno strano clima tra l’euforia per il risveglio collettivo e il presagio della tempesta.

Libano proteste governo 2019
Uno dei simboli delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità dei dimostranti. GETTY.

LA MOLLA DI WHATSAPP

La molla è stata la tassa su Whatsapp tentata dal governo Hariri per ripianare la voragine del debito pubblico al 153% e del deficit di bilancio all’8% del Pil. I 20 centesimi di prelievo al giorno alla prima chiamata sulla app di messaggistica, che i libanesi usano per aggirare le tariffe telefoniche tra le più care della regione, sono stati subito bloccati dal governo. Il premier Saad Hariri ha anche promesso di non aumentare altre tasse (si parlava di un aumento graduale dell’Iva all’11% e del prezzo della benzina) e 160 milioni di dollari in nuovi finanziamenti per i mutui e l’housing sociale.

In Libano governa un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi

Anche schierando l’esercito si spera di far rientrare le proteste come già, gli anni passati, quelle sulla crisi dei rifiuti. Ma i libanesi stavolta sembrano fare ancora più sul serio: contestano l’austerity a questo punto indispensabile ma anche le politiche del debito di anni di sprechi. Il passo indietro su Whatsapp, dicono, è «arrivato troppo tardi». Senza un «ricambio di tutta la classe dirigente» con una «nuova legge elettorale» e «nuove elezioni», non cambierà niente.

DA 30 ANNI POLITICHE DIVISIVE

Le giovani coppie raccontano che dalla guerra non si è «mai vissuto bene». Non si protesta contro il regime perché in Libano non c’è un regime da abbattere. Ma un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi diventati leader di partito che lucrano sull’immobilismo della politica. A 30 anni dalla fine delle ostilità non c’è una rete organizzata di trasporti pubblici, urbana ed extraurbana. La capitale non ha un parco condiviso, anche a causa della speculazione edilizia, gli scogli delle Corniche sono invasi dal cemento e dai rifiuti. Come il mare dagli scarichi inquinanti: in tutto il Libano si può balneare ormai solo in costosi resort privati. La raccolta dell’immondizia non è strutturata ed è affidata a società che rispondono a interessi privati, collegate alle fazioni dei partiti che si spartiscono i quartieri di Beirut e le aree del Paese. L’elettricità, l’acqua e Internet saltano tutti i giorni. Come in Giordania, da anni esplodono sistematicamente proteste per contro il malgoverno e per la carenza servizi. Ma mai così erano corali e contagiose tra la popolazione.

Libano proteste governo 2019
Molti giovani, e molte donne, alle manifestazioni in Libano contro il governo. GETTY.

LA RESILIENZA DAL 2011

I cortei si erano smorzati anche nel 2011. Durante le Primavere arabe il Libano non era esploso, al contrario dei regimi nella regione araba e mediorientale, e da allora è con la Giordania la casa di milioni di profughi. Anche il grande sforzo per l’accoglienza ha aggravato lo stato economico del Paese che Cedri, riuscito finora a galleggiare sull’instabilità interna, le pressioni alla frontiera con Israele e la guerra in Siria davanti alla Valle della Bekaa.

Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità

Il Libano ha retto per le attività finanziarie e per i business, vivaci perché non è povero sebbene brilli per ineguaglianza sociale (secondo l’ultimo rapporto Onu, l’1% possiede il 25% del totale del reddito nazionale), e per il peso militare e politico guadagnato da Hezbollah. Le milizie create dall’Iran – e diventate il partito collante dei governi di unità nazionale – sono riconosciute anche da Israele come la maggiore minaccia alla sua esistenza. Un arsenale stimato di oltre 100 mila missili. E uomini a terra che, respinta l’invasione del 2006, dal 2011 si sono fatti le ossa in Siria con l’esercito di Bashar al Assad.

GIOVANI E DONNE UNITI

Hezbollah punta il dito su sobillatori stranieri per le proteste. L’esercito ha bloccato auto mandate dai miliziani sciiti contro la folla. Eppure il Partito di Dio che ha finito per allearsi con i cristiano-maroniti beneficerebbe più di tutti della caduta di Hariri e di nuove elezioni: il Sud del Libano e i quartieri sciiti di Beirut vivono dell’assistenzialismo di Hezbollah, protetti dalle loro forze. Uno scenario da evitare, che metterebbe a repentaglio la precaria democrazia libanese, consegnandola all’asse autoritario sciita che dall’Iran ha allargato la sfera di influenza all’Iraq e alla Siria. Un altro pericolo è che, se sfoceranno in rivolte, i disordini si propaghino in Giordania, Egitto, Iraq destabilizzando ancora il Medio Oriente. Ma non si può impedire ai libanesi di chiedere la fine degli ultimi governi forzosi, partoriti dopo mesi di consultazioni, senza maggioranze nette e con la solita spartizione tra capi sciiti, sunniti e maroniti. Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale, prova di unità: «Tutti insieme per la dignità e il futuro dei nostri figli» gridano a Beirut tanti giovani. E tante donne.

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La Russia invia 300 militari in Siria al confine con Turchia

Mosca porta anche 20 mezzi blindati Tigr e Typhoon-U nella base di Hmeymim.

La Russia ha inviato altri 300 agenti della polizia militare in Siria per «compiti speciali» nella fascia di 30 chilometri lungo il confine con la Turchia: lo riferisce il ministero della Difesa di Mosca precisando che i soldati sono arrivati nel Paese dalla Cecenia. Gli aerei cargo militari hanno portato nella base aerea russa di Hmeymim, in Siria, anche oltre 20 mezzi blindati Tigr e Typhoon-U da aeroporti nelle regioni russe di Rostov e Krasnodar.

ERDOGAN AGLI USA: «CONSEGNATECI MAZLOUM KOBANE»

Nel frattempo, la Turchia ha chiesto agli Stati Uniti di consegnarle il comandante delle Forze democratiche siriane a guida curda Ferhat Abdi Sahin, alias Mazloum Kobane, che è «ricercato dall’Interpol» e che Ankara considera un «terrorista». Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dopo che Donald Trump ha avuto una conversazione telefonica con il comandante curdo, ringraziandolo anche via Twitter per le “parole gentili e il coraggio” e dicendosi pronto a incontrarlo. Quanto alle prossime mosse militari, Erdogan ha detto che la Turchia «prenderà una decisione in base agli sviluppi» sulla sua presenza militare a Kobane, la città simbolo della resistenza curda all’Isis nel Nord della Siria. Secondo il presidente turco, gli Stati Uniti dicono ad Ankara di non entrarvi, mentre i russi di farlo. A Manbij invece, altra località strategica in Siria a Ovest del fiume Eufrate, ha aggiunto Erdogan, la Turchia ha già stabilito di creare una postazione di osservazione militare.

AMNESTY INTERNATIONAL ACCUSA ANKARA

Intanto, Amnesty International torna a puntare il dito contro Ankara. Una nuova ricerca ha rivelato che, nei mesi che hanno preceduto la sua incursione militare nel Nord Est della Siria e prima del tentativo di creare la cosiddetta “zona sicura” oltre i suoi confini, la Turchia avrebbe rimpatriato forzatamente rifugiati siriani. Amnesty International ha incontrato o parlato con rifugiati che hanno denunciato di essere stati picchiati o minacciati dalla polizia turca affinché firmassero documenti in cui attestavano di aver chiesto di tornare in Siria. «In realtà – sostiene la Ong -, le autorità turche li hanno costretti a tornare in una zona di guerra e hanno posto le loro vite in grave pericolo».

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Una talpa dell’Opac getta ombre sulle indagini sulle armi chimiche in Siria

Secondo un whistleblower interno all'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, gli ispettori avrebbero utilizzato «pratiche inaccettabili durante l'inchiesta sull'attacco a Douma del 2018».

Un whistleblower dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha gettato un’ombra sulle indagini compiute dall’ente riguardo al presunto attacco chimico siriano sulla città di Douma, nell’aprile 2018. Il raid spinse Usa, Francia e Regno Unito a bombardare alcuni siti governativi del regime di Assad. A rendere nota l’esistenza di questo whistleblower è stato un gruppo di esperti e attivisti che si sono riuniti a Bruxelles il 15 ottobre. Secondo il gruppo, il whistleblower sarebbe un membro dell’Opac e avrebbe consentito loro di accedere a una serie di email interne, sms e bozze di report che rivelerebbero «pratiche inaccettabili durante l’indagine sul presunto attacco chimico a Douma».

Il panel è giunto a questa conclusione: «Sulla base dell’estesa presentazione del whistleblower, email interne, scambi testuali e bozze di report soppresse, esprimiamo all’unanimità le nostre preoccupazioni sulle pratiche inaccettabili utilizzate nelle indagini sul presunto attacco chimico a Douma il 7 aprile 2018. Siamo stati convinti dalla testimonianza che informazioni chiave sulle analisi chimiche, consulenze tossicologiche, studi balistici e testimonianze dirette sono state soppresse per favorire una conclusione preordinata».

A far parte del panel di esperti l’ex direttore generale dell’Opac, José Bustani; Richard Falk, professore emerito di legge internazionale a Princeton; l’attuale direttore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson; Helmut Lohrer, dell’organizzazione internazionale International Physicians for the Prevention of Nuclear War; Guenter Meyer, dell’università tedesca Johannes Gutenberg di Mainz; Elizabeth Murray, ex analista dell’intelligence per il Medio Oriente del National Intelligence Council di Washington e l’ex capo delle forze speciali inglesi, John Taylor Holmes.

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Cosa c’è dietro il piano della Germania per i curdi in Siria

Merkel e la delfina AKK lavorano per una safe zone europea al confine con la Turchia. Sul tavolo anche negoziati con Mosca e Assad. L'obiettivo è assumere la leadership militare nell'Ue. Lo scenario.

In Siria al posto degli americani. In difesa dei curdi, armati nella guerra contro l’Isis e a presidio di una safe zone da stabilizzare e da ricostruire. Parlando ai tedeschi in prima serata, di fronte alle telecamere, la neo ministra della Difesa e leader dei cristiano-democratici (Cdu) Annegret Kramp-Karrenbauer ha rotto 70 anni di politica estera della Deutsche Republik, proponendo un’iniziativa militare europea nella striscia del cessate il fuoco al confine con la Turchia. Là dove il 9 ottobre Recep Tayyip Erdogan ha sferrato l’offensiva su Kobane, la titolare del governo per la Bundeswehr non esclude l’invio di soldati dalla Germania, se la Grande coalizione e la maggioranza del parlamento lo vorranno.

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Che i socialdemocratici (Spd) partner nell’esecutivo diano il disco verde all’operazione è da vedere: dell’idea da presentare all’Ue e alla Nato sarebbero stati avvertiti a cose fatte, via sms. Mentre al Bundestag, come tra la gente, è esploso un dibattito acceso. Comunque vada, l’irruzione di AKK, appoggiata dalla cancelliera Angela Merkel, nello scacchiere mediorientale segna un netto cambio di passo nella Difesa tedesca dal 1945.

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Annegret Kramp-Karrenbauer in visita nel Kurdistan iracheno, tra le peschmerga addestrate contro l’Isis. GETTY.

LA PROPOSTA ALLA NATO E AI LEADER UE

Per la prima volta la Germania non partecipa (anche in modo sostanziale come in ex Jugoslavia) da allineato a una missione della Nato o di peacekeeping dell’Ue o dell’Onu. Ma prova a lanciarla motu proprio perché, sostiene Kramp-Karrenbauer, «l’Europa non può più stare a guardare. Non ci si può lamentare di quanto succede nella regione senza dare risposte». Con questa nuova postura, AKK a Bruxelles suggerirà al Consiglio dei ministri della Difesa della Nato del 24 e del 25 ottobre di raggruppare francesi e britannici attorno all’iniziativa comune, dopo che gli Usa hanno sgombrato il campo. Merkel da parte sua prepara un summit sulla Siria con i leader di Francia, Regno Unito e Turchia, snobbando l’Italia che è Stato fondatore dell’Ue e terza potenza dell’Eurozona. Interessante è anche il coinvolgimento nell’operazione di de-escalation e di peacekeeping proposta dalla delfina di Merkel nella regione curda «della Russia», ha detto, «che ci piaccia o no tra gli attori più importanti in Siria». Un tentativo della Germania di impostare una Difesa europea multipolare, sganciata dall’atlantismo tout court benché retta dall’asse franco-tedesco.

VERSO IL SEGGIO PERMANENTE ALL’ONU

Con Donald Trump alla Casa Bianca, d’altronde la cancelliera fu la prima leader occidentale a commentare che «il tempo in cui si poteva fare pieno affidamento sugli altri era passato da un pezzo», esortando gli «europei a prendere in mano» il loro destino. Oltre all’intervento sul campo nella zona internazionale di sicurezza curda da creare, l’iniziativa sulla Siria promossa da AKK e Merkel prevede colloqui bilaterali con tutte le parti nel conflitto, dunque anche con Bashar al Assad che appoggia i curdi del Rojava contro la Turchia. Per i canali di mediazione, la ministra della Difesa intende far leva sul seggio in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che la Germania ha l’ambizione di far diventare permanente. Per entrare nel gotha delle massime potenze con potere di veto ci sono manovre tra Berlino e Parigi e, da tempo, da Berlino verso diversi membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il desiderio tedesco di esercitare una leadership nell’Ue, anche sul versante militare, traspare dal programma di riarmo avviato in Germania dall’ex titolare della Difesa, promossa a presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen.

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Una manifestazione in Germania in difesa di Kobane, nel Rojava siriano, di curdi e filocurdi. GETTY.

IL RIARMO TEDESCO DAL 2017

Nel 2017, come ai tempi di Bismarck e nei Reich, Berlino ha rotto un tabù della repubblica incaricando i vertici delle forze armate di pianificare logista e armamenti per tempi che si prevedono incerti. Gli investimenti erano necessari a causa di un apparato militare obsoleto e ridotto, per forza di cose durante l’occupazione nel Secondo dopoguerra e, per risparmio, anche nei decenni successi. Sono gli Stati Uniti, d’altra parte, a pressare gli alleati europei a fare la “loro parte” nella Nato, più che mai con Trump. Anche la Germania resta lontana dal 4% del Pil nella Difesa chiesto dalla Casa Bianca: con il riarmo varato, la percentuale passerà dall’1% all’1,5% del Pil nazionale. Il piano preso in carico da Kramp-Karrenbauer è stato criticato (sotto la gestione Von der Leyen) per la lentezza e per l’inefficienza, dovuta anche a sprechi in consulenze. Ma è vero che Berlino non punta a un atteggiamento muscolare come la Russia o anche, in un passato recente, come la Francia in Libia. Merkel si è tenuta fuori dai raid dei “volenterosi” contro Gheddafi nel 2011, e prima dell’avvento dell’Isis frenava sugli interventi militari in Siria preparati dal Pentagono.

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DALLA PARTE DEI CURDI

La locomotiva d’Europa vuole essere autorevole, non autoritaria, nell’indirizzo di una Difesa paneuropea. Merkel ha fermato l’export di armi all’Arabia Saudita, poi alla Turchia, per le offensive in Yemen e in Siria contro i civili. Ma l’interventismo a protezione dei curdi è coerente: nel 2015, un contingente della Bundeswehr volò nel Kurdistan iracheno, per addestrare combattenti contro l’Isis. Il training fu votato con compattezza (457 sì) dal Bundestag, dopo la scelta di campo l’anno prima di inviare commesse militari ai peshmerga curdi. Stavolta i Verdi sono contrari e i liberali favorevoli: il sì in Siria dipenderà dai socialdemocratici spiazzati da AKK. La ratio ribadita dalla ministra è stabilizzare l’area per ridurre il flusso di profughi e il radicalismo islamico. Anche in Germania, dove l’estremismo salafita è forte in alcuni Land, fucina di foreign fighter verso e dal Medio Oriente. Una buona parte dell’immigrazione dalla Turchia e dall’Iraq è poi di origine curda. E Kobane, cuore del Rojava, è un luogo “vicino”: il toponimo prende il nome dalla società tedesca che, nella Prima Guerra mondiale, costruì la ferrovia per l’impero ottomano. 

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