Morgan, Bugo e il grande bluff dell’Indie italiano

Citazionismi, snobismo e una critica generosa. La scena indipendente tra gli Anni 90 e i 2000 dava segni di effervescenza. Poi quasi tutti i suoi protagonisti si sono ritrovati o in un talent o a Sanremo.

Pare che al devastato, decrepito Morgan non sia ancora passata: «Un Bugo me l’ha messo in ****». Come a dire: mi sono inventato tutta quella sceneggiata per attirare l’attenzione e invece chiamano lui, un nessuno, uno miracolato da me.

Questo pensa e dice Morgan, alfiere di certa presunta alternativa Anni 90, dell’amico Bugo, esponente della presunta alternativa Anni 2000.

Lavorare con Morgan dev’essere deprimente, ma questo Bugo chi l’aveva mai sentito prima? E che dimostrazione di talento in un Sanremo per il quale è ricordato, verrà ricordato unicamente per la sua uscita di scena? In questo stanno i limiti dell’ineffabile indie italiano, una scena che c’era e non c’era, alla quale ogni esponente mostrava o fingeva di dissociarsi e chi scrive lo sostiene da fonti dirette: «L’indie? Non so che sia e comunque non ne faccio parte». Tutti così. Una scena che non c’era perché non ha mai fatto gruppo, perché opportunamente imprecisata, poteva entrarci di tutto, il reduce con smanie terroristiche, il sentimentale, l’emulo battistiano. Ed è una scena Fenice che non è durata, che era nata per non durare, per rifluire.

I Baustelle (Ansa).

BUGO, IL NUOVO BECK, E GLI ALTRI

Bugo all’inizio degli Anni Duemila passò, complice una critica musicale incredibile, per la “nuova grande cosa” dell’indie nazionale: il nuovo Beck, il nuovo genietto incomprensibile; era solo un ragazzo che cercava di spacciare le scarse risorse artistiche col pretesto della bassa fedeltà, dell’approccio stralunato. Altri si segnalavano per la critica sociopolitica, come tali Offlaga Disco Pag che oggi nessuno più ricorda, a cavallo tra Cccp e Stato Sociale.

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Poi i Baustelle, con sofisticati giochi citazionisti, ecco una costante della scena che non c’era, il citazionismo, sicuramente anglosassone ma di preferenza teutonico, il risalire snobisticamente fino all’immancabile estetica berlinese di Bowie o addirittura al Krautrock. I Tre Allegri Ragazzi Morti, a metà tra musica e arte figurativa, i primi a usare l’espediente delle maschere: ma cosa hanno lasciato di saldo, di sfruttabile ai fini di una continuazione artistica?

L’EFFERVESCENZA DEI PRIMI 2000

Sì, nei primi Duemila si respirò una brezza di libertà con l’effervescenza dei gruppuscoli, degli artistoidi, delle etichette minimali. Ma erano i presupposti a mancare: appena usciti dalla nicchia, tutti si lasciano sedurre dalle sirene delle major, del sistema, e, vuoi o non vuoi, si normalizzano, si adeguano. Hai voglia a dire «noi restiamo gli stessi», non c’è margine, non c’è scelta. Le possibilità della Rete, i myspace, i canali diversificati servono per nascere, ma nessuno vuole vegetare sul web, la visibilità è quello che cercano tutti e ci mancherebbe, un artista vuole farsi conoscere, ascoltare e, perché non dovrebbe, avere successo, una carriera. Anche Bugo firmava per una etichetta importante ed era il bacio della morte: nella scena che non c’era, la generazione dei Millennial anche musicale non era dura abbastanza, non era pronta a reggere certi pesi, certe pressioni, era incline, come dice Breat Easton Ellis nel recente Bianco, «all’estetica dell’autovittimismo». Tutto dovuto!, ma alle condizioni del “martire”: e se il dovuto non arrivava, ci si ripiegava ancora di più in un vittimismo fetale.

ALLA FINE CORRONO TUTTI A SANREMO

Bugo dopo 20 anni va a Sanremo, ma non in modo trionfale e il suo nuovo disco, del quale nessuno parla anche se lo invitano in tutte le trasmissioni, suona come il pop più innocuo, suona come Ermal Meta. Tra Beck e Celentano, questo Bugatti? Ma su, non scherziamo. Uno che allo sbarco con una major si perde, uno che cita quale modello Vasco Rossi. Ma Vasco Rossi rischia sulla sua pelle e a Sanremo davvero se ne frega di tutto sì: per lo meno, sa come cavalcare la tigre. Bugo, distrutto dalla pressione di un Morgan completamente andato, non regge, fugge. Dieci milioni di visualizzazioni! Ma per farci cosa? Vittorie di Pirro, incomprensibili come lo era l’indie: quale controcultura se è tutto mischiato, tutto compromesso? Anche la scena rap e trap si riveste di indipendenza, ma dopo un po’: Sanremo, corrono tutti a Sanremo. In cosa sarebbero diversi, alternativi, indipendenti gli Ex Otago; In cosa Levante, una che in due anni ha attraversato X Factor e Festival? 

INDIE TRA PRESUNZIONE E CITAZIONISMO

Indie come presunzione. Citazioni di citazioni, evocazioni di Majakovskji, rumore e oscurità di stampo americano: va bene, ma qual è il confine tra arte e presunzione, quale tra complessità e pesantezza? Non saranno solo canzonette, ma hanno per forza da essere macigni? E l’indie rifluisce, cerca il baraccone.

Dente a teatro nel 2013 (Ansa).

Cerca anche il passato, inesorabilmente. Un altro che si faceva largo in quegli anni, vicini, così lontani, era Dente: subito consacrato come “il nuovo Battisti“. Ma ce l’avete un minimo di decenza? E il nuovo Battisti è già imbozzolato, crisalide di ritorno, e da quella dimensione non esce più. Alla fine, quello che sarebbe risultato latitante era proprio il carisma, la capacità di durare: ci sono ottime enciclopedie della musica italiana, dove però lo avverti lo sforzo di allungare il brodo, di dire qualcosa quando si arriva agli Anni Duemila, gli anni dell’indie che c’era e non c’era. E quella ambiguità fu la sua effimera fortuna e insieme la sua condanna precoce.

LA CRISI DEGLI ANNI 10

Intanto, arriva un’altra crisi, quella degli Anni 10, e tutto si rimescola per confondersi ulteriormente. L’indie si rinserra in uno sperimentalismo sempre più derivativo e a volte spiraliforme. Sono appena usciti, come a inaugurare un nuovo decennio, alcuni dischi da artisti post indie, anche se datano da due decenni e oltre. Come i Jennifer Gentle o Julie’s Haircut che, in modi diversi, avanzano proposte sempre più interlocutorie, dove i generi si attraversano e si affastellano, con risultati non sempre comprensibili. Vanno molto di moda i Calibro 35, il cui elemento forse più riconoscibile, il 44enne Enrico Gabrielli, è però di stanza a Sanremo in varie forme, da direttore d’orchestra ad arrangiatore a compositore. E i celebrati Calibro 35, oggi in cerca di evoluzione, sono usciti rincorrendo l’immaginario cinematografico tra i 60 e i 70, operazione celebrata come squisita riscoperta culturale laddove i maestri del genere, i fratelli Guido e Maurizio de Angelis, restano in fama di colonnari sonori d’evasione. Ma perché se i Calibro 35 riprendono Trovajoli sono filologi mentre se lo fa il vecchio Renato Zero (in origine davvero indipendente, controculturale, fino a precoce normalizzazione), sarebbe patetico?

PIÙ CHE INDIE, MAINSTREAM

La scena indie è talmente vaga da non finire mai, è un mutaforma un po’ paragnosta, che trasmette geneticamente quel non so che approssimativo e snobbetto. Oggi i nomi di domani si chiamano Lucio Corsi, Fulminacci. Ma Lucio Corsi è uno che ha scoperto il glam, uno che, se gli chiedi a chi si ispira, risponde dritto: Renato Zero. E Fulminacci è il prototipo ideale da celebrare al premio Tenco, dove tutti gli anni premiano Capossela, quanto di più mainstream. E lo chiamano indie. 

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Red Ronnie: «Bugo avrebbe dovuto abbracciare Morgan»

La lite tra i due cantanti? «L'unico momento vero all'Ariston». Sanremo? «È arrogante». Achille Lauro? «Un cosplayer». A tu per tu con il critico per parlare del Festival, dello stato di salute della musica italiana e del futuro della radio: «È un bene in espansione ma in troppe sono allergiche alle novità».

Quarantacinque anni fa si poteva anche nascere da una radio: erano in tanti, c’era pure Gabriele Ansaloni, da Bologna, poi diventato Red Ronnie. E lui ne ha vista di radio scorrere sotto i ponti, ha visto i Sanremo cambiare e gonfiarsi, ha visto ragazzotti diventare rockstar e altri che si sarebbero fermati sulla soglia dei sogni, ha visto i tempi pazzi e le normalizzazioni, ha visto le trasgressioni vere, finte, plastificate, e quelli come lui la plastica la fiutano subito.

C’è una curiosa miscela di disincanto e di entusiasmo in Red Ronnie: o un criceto nella ruota o uno che ricomincia sempre da capo, che trasforma l’anidride carbonica di Sanremo in ossigeno per nuove scommesse.

Oggi, oltre al suo Barone Rosso, ai progetti multimediali, a quel perenne agitato frizzare di quelli nati da una radio, scrive per OM Optimagazine, magazine dedicato al mondo dello spettacolo, dalla musica al cinema, dalle serie tv alla tecnologia, pubblicazione che fa capo a Optima Italia, smart utility attiva nel mercato dell’energia e delle telecomunicazioni. Sempre con l’agitazione curiosa di uno nato da una radio, quando la radio era libera, ma libera veramente.

Red Ronnie, pseudonimo di Gabriele Ansaloni è un conduttore televisivo e critico musicale.

DOMANDA. Allora, tanto per distinguerci vogliamo parlare del melodramma tra Morgan e quell’altro, lì, Bugo? Tu hai raccolto molte confidenze di Morgan, a caldo…
RISPOSTA. Ecco: già l’hai tutto tu: “quell’altro”. Bugo è bravo, io al mio ‘Barone Rosso’ l’ho chiamato, ma…

Ma?
Non è molto conosciuto. Rispetto a Morgan, poi…

Me lo ricordo quando il Mucchio lo pompava: poi vanno a Sanremo, questi indie, e uno si fa delle domande…
Sì ma facciamola, una premessa, doverosa…

E facciamola.
Sanremo è arrogante.

Tronfio, sì.
Arrogante in quel fare quel che vuole lui e solo lui, infischiandosene di qualsiasi altra voce o esigenza o obiezione.

Sto pensando quello che pensi tu?
Junior Cally: mezza Italia, e ci vado cauto, non lo voleva, non lo capiva.

Non solo lui…
Per ovviare alla partecipazione di questo qui, che aveva fatto il pezzullo sullo stupro e il femminicidio, hanno farcito il Festival con un casino di interventi di denuncia del femminicidio.

Ah, i monologhi…
Il monologo della Jeabral è stato fatto dalla Lucarelli. E l’hanno cambiato, rattoppato all’ultimo momento.

Si vedeva, anzi si sentiva…
Poi lo spottone al megaconcerto femminile. Tutto per riparare.

Da sinistra, Morgan e Bugo sul palco dell’Ariston.

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Sì, poi prodotto, hai letto Dagospia, da Salzano che ha un’accusa per prepotenza su una donna…
Questo va premesso, se no non si inquadra lo scazzo Morgan-Bugo nella luce giusta.

Ecco, torniamo al nostro piccolo “Mozart” – oggi si è definito “come Gesù”, siamo al limite…
Morgan ha ribaltato il testo. Mi aveva mandato già messaggi in cui si definiva boicottato. Io posso dirti che di Sanremo non gliene fregava un cazzo, lui voleva solo ben figurare su Canzone per Te di Endrigo. Voleva dirigere l’orchestra.

Che, a quanto so, non l’ha presa proprio bene: ma chi si credeva di essere, tra gli altri, Morgan? Frank Zappa?
L’orchestra era irritata per una faccenda di partiture, lui aveva presentato all’ultimo queste partiture complicatissime, sbagliate secondo gli orchestrali…

Beh, ma una partitura non si improvvisa così.
Su questo non entro, non è di mia competenza, io le ho ricevute da Morgan, le ho girate ad Alessandro Quarta e lui, da violinista, da musicista classico, le ha trovate molto complicate, molto elaborate; sta di fatto che il duetto è andato malissimo, Bugo si è preso tutta la scena: li ho capito…

Che Morgan gliel’avrebbe fatta pagare?
Guarda, a me non interessa stabilire torti e ragioni: quello che mi premeva era documentare la performance nel suo accadere: l’ho intuita per tempo, l’ho trasmessa via Facebook, ha avuto 7 milioni di contatti, trovo che sia stato l’unico momento di verità di un Festival morto, dove tutti i copioni erano scritti.

Sì ma ho anche visto il comportamento di Morgan prima di salire: ma come si fa a gestire uno così?
No, io ci lavoro con Morgan, non è difficile. Al Barone Rosso lui si è sempre dimostrato ricettivo, curioso, musicalmente apertissimo. Sai cosa doveva fare Bugo lì?

Sfasciarlo nel divenire della performance?
Al contrario: abbracciarlo. Sarebbe stato un gesto immenso e risolutivo.

Ma non credo che il ragazzo abbia il carisma.
Lui viveva una pressione pazzesca, questo è certo.

Sono d’accordo sull’unico momento di vita reale, vuoi o non vuoi, in un Sanremo improbabile.
Avevano una paura fottuta di fallire e allora l’hanno imbottito di numeri circensi. In tutto questo, la musica, le canzoni si disperdevano, perdevano di senso.

Quanto a dire una deriva che va avanti da anni, no?
Sì ma quest’anno era proprio incontrollabile: ma come fai, poi, a fare delle dirette di quattro, cinque ore, a chiudere alle tre…

Quello che mi chiedo, e ti chiedo, è se sia in qualche modo ancora recuperabile oppure…
No, è irreversibile.

Ma allora non salviamo niente?
Qualche canzone. Diodato, bravissimo. Rita Pavone.

Davvero ti è piaciuta?
La trasgressione è lei col figlio, che porta una canzone del figlio. Buona, tra l’altro. E la sua esibizione, quella sì è buona. Molto avanti rispetto a Pelù.

Vero. Ma è questione di anima, questa il rock l’ha importato, a modo suo, ma è tra quelli che hanno squadernato un’epoca.
Altroché, vuoi scherzare. A 74 anni, è stata ancora esplosiva.

Da sinistra, Achille Lauro e Boss Doms a Sanremo 2020.

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Ecco, a proposito di trasgressioni: Achille, che facciamo? Lo tiriamo fuori o lo lasciamo chiuso nello sgabuzzino dei costumi?
Ma, senti: intanto, le idee erano di Gucci, è tutta una operazione di marketing quella.

Idee fresche, originali, di appena 46 anni fa.
Il fatto è che, poi, quando gli si chiede di commentare san Francesco che rinuncia alla ricchezza, non risponde. Perché non sa cosa dire! Perché non è roba sua, gliel’hanno messa addosso!

Vaglielo a dire a certi biografi da Instagram…
Si atteggia a Bowie e tutti, lui per primo, confondono Ziggy con Life on Mars.

Però succhia la chitarra…
Ma succhia tutto, ma in modo raffazzonato, approssimativo. Inconsapevole, altro che coscienza artistica.

Ma perché nessuno si è accorto che la canzone era la stessa dell’anno scorso, solo con due paroline diverse, oddio, ullallà…?
La canzone non esiste. Per me lui è un Cosplay, no?

Guarda che poi ti dicono che non capisci la trasgressione.
La capisco, invece. Capisco che una volta era vissuta sulla pelle, pensa a Vasco che quando andò a Sanremo era davvero lui, ed era al limite: oggi è recitata. E griffata.

Ma no, che i rapper, i trapper, sono dei duri, vengono dalla strada. Magari col padre chiururgo o giudice, ma insomma a 20 anni si fanno le biografie.
La trasgressione è Lennon che, in tempi di terrorismi, di Brigate Rosse, bacia Yoko in copertina: non certo una roba che inneggia allo stupro e al femminicidio. Guarda, io rivendico di avere contribuito a smascherare Junior Cally, dico letteralmente smascherarlo: si è sgonfiato subito. Come tagliare i capelli a Sansone.

Dalla faccia, in effetti, forse era meglio tener su la maschera: non proprio un duro, un maledetto.
Questi non rischiano mai. Prendono i memo: soldi – droga – griffe – troia, e ci fanno pezzi in serie. Ci mettono su un po’ di autotune, ed è fatta.

Junior Cally al Festival.

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E cosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure?
Non rimane nulla. I critici nella loro antica spocchia sono arrivati ad esaltare la reunion dei Ricchi e Poveri: si sono accorti che erano, al tempo, i nostri Mamas and Papas.

L’ultimo Amore, deliziosa!
L’ultimo Amore era bellissima, è bellissima. E loro, li hai visti.

Dici che i rapper non durano 50 anni?
Si sconterà la dura realtà del live.

Perché lì bisogna davvero suonare, non fare la sagra della consolle?
Se c’è una cosa positiva, dico una, nella tragedia infame di Corinaldo, è di avere segnalato i testi di questi qua: infatti i genitori, che fino a quel momento non ne avevano idea, giudicandoli fenomeni per ragazzini, adesso i loro figli non ce li portano più.

Soldi risparmiati…
Ma prendi anche questo superpompato Ghali: sgonfio, insipido…

«Tutta una cazzo di posa», avrebbe bofonchiato Keith Richards.
Proprio così (ride)!

Parliamo della radio? Il 13 è la Giornata Mondiale della Radio. Ricorrenza legata al 1946, la Radio delle Nazioni Unite e va tutto bene, ma trattarla come un bene in estinzione?…
No, la radio non è un bene in estinzione ma in espansione. Il Podcast è radio, no? Le sue mutazioni la difendono, la ribadiscono. Roxy Bar era radio, con le telecamere. Lo capiva per primo Claudio Cecchetto e la mandava su Radio Capital…

Nulla si crea e nulla si distrugge, anche nell’etere?
Ci sono nato, con la radio. 1975, Bologna. Oggi non sono più libere. Non possono più raccontare le cose.

Eppure vomitano fiumi di parole, parole, parole…
Hendrix, non è che lo sparavi così, da un giorno all’altro. Lo presentavi, lo illustravi. Preparavi il campo. E poi lo mandavi. Oggi non c’è più questa educazione, c’è una marmellata di suoni, di voci…

Lo stramaledetto flusso, vuoi dire?
Ma scusa, ma una radio che non serve ai dischi nuovi ma solo a quelli già conclamati, già arrivati? Ma lo vedi che slogan hanno: «Solo grandi successi». Vuol dire che la radio ha perso il suo ruolo quanto a musica, varietà, speaker. «Ah, non è nella playlist!».

Così fan tutti, caro Red.
Ecco: altro problema: i grandi network. Hanno le loro logiche, lo sappiamo. Ma le piccole li imitano. Vogliono essere tutti la stessa cosa. Dov’è il coraggio? Dov’è l’alternativa?

Dove?
Spotify, a modo suo, ha fatto l’alternativa. Ha caricato nomi, artisti, proposte sconosciute. Ecco il boom. L’appello è alle piccole radio: tornate alle origini, alla libertà.

Red Ronnie.

Non è una cosa vecchia, questa libertà?
Capisco la provocazione, la raccolgo così: la libertà non ha tempo. Ti piace? Ho fatto esperimenti a Rtl. Recuperavo la cultura del vinile. Anche lì: boom. Basta farlo ascoltare. Col Barone Rosso ho vinto la malattia di questa era: l’allergia alla novità.

La novità fa paura, in effetti.
C’è questa strategia, mutuata dai network televisivi: stai dentro, fuori ci sono i lupi, non sai cosa ti aspetta. Anzi lo sai. Stai dentro, tappato, il mondo te lo porto io. Eh, no: il mondo è quello che succede. Alla Zanzara non sai che succede: anche puttanate, anche volgarità, ma qualcosa succede e non lo sai prima.

Il teatro della crudeltà, il senso del pericolo per lo spettacolo.
Il contrario di: playlist, karaoke… Alla fine la gente non ascolta più niente, neanche gli spot. Puro sottofondo. Il conosciuto è nuovo e il nuovo è da scoprire. Se ho fidelizzato un pubblico, la mia missione è compiuta.

Non sarei così nichilista, caro Red: il nuovo c’è, avanza, romba, si chiama Elettra Miura. Come mai secondo te questa stava a Sanremo?
Perché fa parlare. A meno che non siano intervenute altre logiche, di management, di pubbliche relazioni. Non lo so.

Dici che non era per la sua freschezza artistica?
Amadeus ha fatto il cast e diceva: ah, Junior Cally è bravo. Ma non conosceva Strega, che è l’exploit di questo, e l’ha ammesso serenamente. Allora? Di che parliamo?

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Raicarpet Sanremo: tutto quello che non ha luccicato

Dal record di presenze aziendali, circa 600 tra dirigenti e parenti, all'ambiguità del sponsor unico del Festival. Che ha avuto un unico vero padrone in questa 70esima edizione: Lucio Presta.

Il Pd ci ha persino fatto un’interrogazione. Quest’anno per Sanremo la Rai ha esagerato, occupando le prime file dell’Ariston con una pletora di dirigenti ma soprattutto, come ebbe a dire Giulio Andreotti commentando la rappresentanza numerosa che accompagnò Bettino Craxi in un viaggio in Cina, i loro cari. La prima fila Rai all’Ariston ha una storia di splendori e miserie: abolita da Luigi Gubitosi quando era direttore generale, decisione che fu confermata dai suoi successori Antonio Campo dall’Orto e Mario Orfeo, dallo scorso Festival è stata ripristinata dall’attuale amministratore delegato Fabrizio Salini.

L’edizione di quest’anno però si è distinta per la folta pattuglia di dirigenti, con tanto di parenti e staff al seguito. Una carica dei 600 sui cui il collegio sindacale dell’azienda vuole vederci chiaro. C’erano Salini con moglie e segretaria, il presidente Marcello Foa e consorte con addetta stampa, capo staff, consigliere per la comunicazione e segretaria, il direttore generale Alberto Matassino anche lui accompagnato, la consigliera M5s Beatrice Coletti (sempre presente con il marito), quello leghista Igor De Biasio alla prima serata.

Alcuni, tanto per ammortizzare le fatiche della trasferta, hanno affollato la platea per tutte e cinque le serate. A inchiodarli le immagini delle telecamere che li ritraevano gioiosamente soddisfatti mentre ballavano e sudavano, si alzavano in piedi e applaudivano. Più che un teatro, sembrava il karaoke del villaggio Valtur. Del resto il praticamente co-conduttore Fiorello è proprio da lì che ha mosso i primi passi di quella che poi è stata una folgorante carriera. Alle spalle dei top manager una pletora di conduttori e conduttrici (mancavano due o tre. Per scelta o perché non invitati/e dalla rete? Bisognerà forse chiederlo a Enza Gentile, responsabile comunicazione di RaiUno) e dirigenti di ogni ordine e grado.

RECORD DI PRESENZE AZIENDALI: CIRCA 600 TRA DIRIGENTI E CONGIUNTI

Si calcola fossero appunto in 600, ovvero un centinaio di persone in più rispetto alle altre edizioni del Festival. Insomma, record di ascolti, ma anche di presenze aziendali mai così folte. Alcuni lì per il gusto di esserci, visto che difficilmente la partecipazione di Antonio Preziosi (direttore di Rai Parlamento) o di Pier Francesco Forleo (direttore dei diritti sportivi) aveva una qualche attinenza al loro incarico. Per carità, i ricavi non sono certo mancati, anche per coprire la pletorica trasferta.

Da sinistra, Claudio Fasulo, vicedirettore di RaiUno, Amadeus e Stefano Coletta, direttore di Ra Uno.

Ci si augura che almeno i congiunti non siano finiti sulla nota spese di viale Mazzini. Ricavi copiosi, con qualche grana all’orizzonte, riassumibile nella battuta «Tim sponsor unico con Nutella» che risuonava all’Ariston tutti i giorni per descrivere lo strano e connubio tra il main sponsor, ovvero il colosso dei telefoni, e la più famosa spalmabile del mondo sui cui cartelloni le telecamere insistevano con reiterata frequenza. Pare che l’ad di Tim nonché ex dg Rai, ovvero Luigi Gubitosi, non l’abbia presa benissimo, soprattutto dopo i continui servizi “illuminanti” di Striscia la notizia.

IL VERO PADRONE DEL FESTIVAL: LUCIO PRESTA

Tra i vincitori della 70esima edizione della kermesse, anche l’agente dei teledivi Lucio Presta. Come lui stesso ha del resto sottolineato in un suo tweet giustamente denso di soddisfazione. È lui alla fine il vero padrone del Festival. Ha imposto Amadeus alla fino a un mese fa direttrice di RaiUno Teresa De Santis (che ha fatto causa alla Rai rivendicando i meriti del successo della manifestazione) quando Salini voleva a tutti i costi Alessandro Cattelan, pupillo della concorrenza Sky.

Amadeus e Lucio Presta.

E ha portato sul palco nelle varie serate un’infornata dei suoi assistiti. Da Rula Jebreal, si dice simpaticamente suggeritagli da Matteo Renzi, alla conduttrice albanese amica della moglie Paola Perego, da Antonella Clerici a Sabrina Salerno… fino naturalmente a Roberto Benigni. Sui cachet di tutti si è già detto e scritto in lungo e in largo. Un’ultima annotazione per dire che in questo Sanremo la Rai ha duplicato le conferenze stampa giornaliere. La prima, tradizionale, gestita dall’ufficio stampa dell’azienda. Una seconda, sperimentale, condotta in stile question time dalla conduttrice Giorgia Cardinaletti e andata in onda su RaiPlay, non esattamente un successo. Così come il dopo festival di Nicola Savino andato in onda sulla medesima piattaforma, che ha avuto meno di 20 mila visualizzazioni.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Sanremo 2021 fatelo condurre a Sabrina Salerno

Sa cantare, sa ballare e intrattenere, sa indossare e sa giocare, e, sopra ogni altra cosa, sa annunciare. Misteriosa miscela di sensualità, è stata lei l'autentica sorpresa del festival.

Dieci ragazze per lui posson bastare. Amadeus s’è allargato, ha fatto lo sborone, due vallette per sera, alcune incomprensibili, voleva valorizzare le donne e ha finito, come sempre quando si esagera, per sacrificarle: in tutto quel va e vieni, pareva la sala d’aspetto di un aeroporto. Pensare che era così facile. Dieci ragazze per lui e invece ne bastava una. L’unica, la sola, la spettacolare Sabrina Salerno. Altro che le regine Elisabette di Achille e le maschere su maschere di Ghali, è lei la vera sorpresa di questo Festival altrimenti soffocante. Lei che non ha controfigure. Senza coloranti e conservanti. Lei che sa cantare. Sa ballare e intrattenere; sa indossare e sa giocare, e, sopra ogni altra cosa, sa annunciare.

Frizzante al naturale, diva ma simpatica, rilassata e consapevole senza bisogno di parlarsi addosso, senza necessità di tirarsela (vero, Diletta Dilotta?). Senza sensi di colpa, falsi pudori, lacrimose intemerate. E smettetela di chiamarla solo per quei mesti amarcord, ella non è meteora, è una stella che brilla, favilla e scintilla come e più di allora. Perché trent’anni fa era un po’ troppa, in tutti i sensi, troppo irraggiungibile, troppo sopra le righe. Troppo Anni 80.

Adesso è la radiosa vicina di casa che ha sconfitto il tempo che non aspetta nessuno: confessa che ha vissuto, ma non lo fa pesare. Una leggerezza sbarazzina dentro un appeal senza scampo. Si chiama fascino, viene con l’età; quel restar ragazzina con gli occhi di una donna, la malizia di chi non si fa più travolgere da quello che le accade; invece travolge lei, misteriosa miscela di sensualità, autentica sorpresa che sa di conferma.

Sabrina Salerno e Amadeus durante la seconda serata di Sanremo.

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In un Festival bricabrac dove tutti si parlavano addosso: Ama e Fiore di quanto sono amici; Tiziano Ferro dei suoi 40 anni; Laura Chimenti (Tg1) dei suoi figli; il vincitore Diodato della perduta Levante, che è sempre una faccenda personale; l’insopportabile Alketa, altra proposta impossibile da rifiutare, di sé, cioè del popolo albanese, cioè ancora di sé, e poi di sé, e dunque di sé, e quinci il mar da lungi e quindi il monte di parole su di sé; i rapper, per via che sono giovani e quindi incazzati e quindi al centro del mondo. Tutti quanti, di quanto erano umani – di come si preoccupavano – dei loro grandi successi.

L’intera prima linea, quella alla conduzione, era presidiata da un solo impresario al comando, Lucio Presta

In un Festival robivecchi dove tutti rubavano a tutti: Achille Lauro, senza pudore, dall’intera epopea del glam; i rapper l’uno dall’altro, tanto son tutti uguali; i Pinguini Tattici Nucleari da Leo Gassman, o viceversa; Elodie da Mahmood; Irene Grandi da Vasco; Piero Pelù, sfacciatissimamente, dai The Rasmus di Keep Your Heart Broken; Paolo Jannacci da suo padre; Anastasio, con quel riffone hard rock che insospettisce tutti, ma ancor da mettere a fuoco, forse giusto un sospetto di Rockets (On The Road Again).

Da sinistra, Diletta Leotta, Sabrina Salerno. Francesca Sofia Novello.

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In un Festival di misera riccanza, dove hanno imbarcato tale Elettra Miura, di professione ereditiera, evidentemente sulla base del censo, altra ragione davvero non è data; dove certe ragazze passavano in quanto fidanzate o ex ombrelline; dove l’intera prima linea, quella alla conduzione, era presidiata da un solo impresario al comando, Lucio Presta, che ha spedito al fronte: Amadeus, Rula Jeabral, Antonella Clerici, Alketa VeJsiu, già Mara Venier (sua testimone di nozze), col contorno di un pedagogico Roberto Benigni e tutto il resto è soia, inteso come alimento un po’ sfigato, anemico, esangue: in un carrozzone così.

La speranza è quella di riaverti, l’anno prossimo, dolce uragano che sei, tormento imprescindibile di tutte le serate

Sabrina ci ha messo un ritorno, vivaddio, senza nostalgia canaglia. Non ce n’era bisogno, lei è meglio di prima. «Io avevo il tuo poster in camera», gaffeggia Amadues strabuzzando anche il naso. Dimmi qualcosa che non so, Ama: tutti ce l’avevamo, il poster di Sabrina – e ogni tanto andava sostituito. Minchia Sabri, che ricordi; e che presente, e che speranze: quelle di riaverti, l’anno prossimo, dolce uragano che sei, tormento imprescindibile di tutte le serate. Tanto, li riconfermano tutti, un baraccone che fa il 60% l’ultima sera ha già scritto il destino nei titoli di coda. E noi a Sabrina non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo rinunciarci. Perché, come dice il poeta: «Mi sento così ipnotizzato, non posso spiegarti la scena: è tutto mesmerizzato, tutto dentro di me». E quando canterai ancora una volta Boys, Boys, Boys, ci alzeremo in piedi tutti quanti, noi maschi in bianco, la mano stretta sul cuore, perché quello è il nostro solo, unico, commovente, esaltante Inno di Mammelle.

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Chi è il vero vincitore del Festival di Sanremo 2020

No, non c'è stato solo un primo classificato. A trionfare siamo stati noi, i tele spettatori sopravvissuti. Ma anche Antonio, lo storico direttore di palco, la nostalgia, la famiglia e la pubblicità.

Chi ha vinto Sanremo? Anzitutto, l’abbiamo vinto noi, che siamo qui il giorno dopo a parlarne, sopravvissuti, scampati all’orgia canora e televisiva che ha impazzato per quasi un’intera settimana. Può sembrare ironico, ma scamparla è verbo principe della contemporaneità. Se siamo scampati (per ora) al coronavirus cinese, al disastro del Frecciarossa, alle frenate della metropolitana, alle scocciature degli importuni, figuriamoci se non potevamo sopravvivere al 70° Festival della canzone italiana, anche se ci è voluta molta ironia e pazienza per farcela.

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ANTONIO, LO STORICO DIRETTORE DI PALCO

Il secondo vincitore di Sanremo 2020 è Antonio, il direttore di palco che da 30 anni da dietro le quinte fa funzionare la macchina dello spettacolo e che forse mai come questa volta ha dovuto dirigere un conduttore così scoordinato, che non sapeva un momento prima cosa sarebbe successo il momento dopo, in una confusione di vallette, Fiorelli, ospiti di ogni risma tipo baraccone di circo in cui si entra per vedere l’uomo più forte del mondo e la donna barbuta. In alcuni momenti Amadeus ha mostrato fastidio per la presenza di Antonio che lo teneva legato a un filo come un marionettista che muove il suo pupazzo, ma nei pochi istanti in cui Antonio è comparso sulla scena, si è capito che senza di lui il casino sarebbe diventato inestricabile.

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I CANTANTI (SOLO PER IL FATTO DI ESSERCI)

I cantanti hanno vinto tutti, per il solo fatto di esserci e di potersi esibire. La loro vittoria l’avevano già agguantata nella fase di selezione. La componente agonistica ha ormai poco appeal, anch’essa un marasma poco chiaro che comprende la giuria demoscopica – entità misteriosa, probabilmente hackerata dalla Russia – e altre giurie variamente composte, ma tutto molto opaco e indistinto, con i verdetti da accettare con un atto di fede, tanto chissenefrega.

Massimo Ranieri.

LA NOSTALGIA E L’ITALIA CHE FU

Poi, ha vinto la nostalgia, evocata da una serie infinita di révenant della canzone, che non portavano solo la loro vecchia musica, ma istantanee di un’Italia che fu, e che ancora rimane in sottofondo, ed è forse la stessa continuamente invocata da Salvini quando fa balenare – a generazioni di pensionati e pensionandi – la possibilità di un ritorno a un mondo passato, quando non c’erano migranti da tollerare e Vorrei la pelle nera era solo una canzonetta tra le altre.

LA FAMIGLIA

Altra immancabile vincitrice, la famiglia, in tutte le salse. Albano e Romina Power che vengono presentati dalla loro figlia. Le mogli dei campioni sportivi. La nonna di Diletta Leotta. La madre di Rula Jebreal. Il figlio di Amadeus seduto in prima fila. Il rampollo della dinastia Gassman che vince tra i giovani, che strano, chi l’avrebbe mai detto? La famiglia vince sempre in Italia, vince tutto, anche se è una famiglia finta, rimescolata e ricomposta, come nel caso di Albano e Romina Power, che pure sarebbero divorziati, ma cosa importa, il divorzio qui non è una cosa seria, è solo un passaggio nelle cronache rosa dei settimanali di gossip.

Achille Lauro sul palco (LaPresse).

LO SCENOGRAFO

Ancora, ha vinto lo scenografo, che con le sue megacurve voluttuose e i colori cangianti si è candidato direttamente per allestire lo show del prossimo Eurovision Song Contest di Rotterdam, in programma il prossimo maggio. Per l’Italia ci andrà Diodato. Dio glielo ha dato e guai a chi glielo tocca.

GLI SPONSOR E LA PUBBLICITÀ

Infine, hanno vinto gli sponsor e gli investitori pubblicitari che hanno dilagato, facendo aumentare a dismisura la durata delle serate.

Cinque giorni di Sanremo. Quasi un periodo di quarantena, con milioni di persone in casa davanti al televisore, senza affollare cinema e ristoranti a rischio di contagio. Se l’Italia scamperà al virus lo dovremo anche al Festival, che almeno per questo sarà servito a qualcosa.

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Le pagelle della finale di Sanremo 2020

Vince Diodato, secondo Francesco Gabbani. Ma il Festival non convince: è estenuante, all'insegna della megalomania, una fiera del conformismo. Il migliore dei cantanti? Masini. La peggiore? Elettra Lamborghini. I voti di Massimo Del Papa.

Quale Festival sia stato, dico la verità, io non l’ho capito. Quest’anno come non mai. Estenuante, dirottato, dilatato Festival donchisciottesco, come il cavaliere che «salì sul destriero e partì in tutte le direzioni». Un anniversario, questo dei 70 anni, all’insegna della megalomania: dieci vallette per Amadeus, il superospite che ha finito per superrompere, Tiziano Ferro, che in una settimana ha ricantato praticamente tutto il repertorio, 24 prescindibili canzoni dei sedicenti big, più quelle dei presunti giovani, più un numero imprecisato di ospiti o avventizi, trasmissioni di cinque, di sei ore ogni notte. Di tutto e di più, come vuole la filosofia della megaditta, ma dove andasse a parare era difficile dire.

Forse la sua fisionomia stava nel non averne una, nel rivestirsi ogni volta di panni diversi, un po’ come i cantanti, mediocri, prescindibili, che si susseguivano sul palco mettendo e smettendo maschere, costumi, espedienti scenici. Nella tragica ammissione che le canzoni, lievito, ragione prima del Festival, non c’erano, non potevano bastare.

ELETTRA LAMBORGHINI NEI BIG: STIAMO SCHERZANDO?

Festival della musica, delle canzoni no, assolutamente: Sanremo poteva rispecchiare un panorama sonoro agli esordi, quando in tre o quattro cantavano quasi tutto e non c’erano alternative. Oggi no. Oggi abbiamo una rassegna tra color che son sospesi, da una parte i senatori che la musica italiana la rappresentavano 50 anni fa, dall’altra aspiranti che non la rappresenteranno mai. Fino ai casi limite, inspiegabili con le ragioni della logica, come questa ereditiera Elettra Miura, per giunta fatta esordire nei cosiddetti big: stiamo scherzando? Siamo messi male, ma c’è nel mezzo tutta una effervescenza di proposte, di generi, di canali di diffusione che Sanremo assolutamente non intercetta. Sanremo semplicemente offre ogni anno 20, 24 pezzulli di insostenibile leggerezza, che di solito finiscono per evaporare in una settimana.

NO, SANREMO NON RISPECCHIA IL PAESE

Allo stesso modo, Sanremo non rispecchia il Paese. Le ragioni le abbiamo dette e sono semplicissime: il Paese non è, non può essere il baraccone vanitoso e ipocrita, aspirante e rantolante di una settimana di Festival. Per evidenti riscontri: tanto falsamente amoroso quanto veramente infame la cosiddetta società civile, unico reale momento di corrispondenza il duello rusticano tra gli amiconi Bugo e Morgan, minacce, miraggi, sputi, morsi e la scissione in diretta. Il resto è noia festaiola roba per gaudenti intristiti, alimentati a Ovomaltina.

SANREMO NON È CANZONISSIMA MA LA CORRIDA

Sanremo Festival non rispecchia, se non per coazione a ripetere, la televisione intesa come show: non è Canzonissima, anche se la cerca, trovando se mai La Corrida. Non è talent, anche se i talent li succhia. Non è reality, anche se spesso lo ricorda. Meno di tutto è trasgressione, esperimento. È una fiera di conformismi borghesi, di buoni sentimenti e di valori rassicuranti, trafitti da siparietti il più delle volte insulsi. È televisione senza tempo, con troppi riferimenti e quindi senza riferimenti certi, un modo di fare intrattenimento televisivo “in tutte le direzioni”, brancaleonesco, velleitario. Il fatto che il pubblico lo premi sta a significare solo che non ha alternative, che è automatizzato, e magari addestrato a considerare questa kermesse bestiale una messa solenne cui sarebbe imperdonabile, chissà poi perché, mancare.

Sanremo non è impegno vero, perché le lacrime sono sintetiche, asciugano subito, e non è autentico svago, quest’anno hanno saggiamente rinunciato ai comici, che a Sanremo non fanno mai ridere. Si sono affidati a un Fiorello a corrente alternata, ed è bastato ed è avanzato.

ALLA FINE, SANREMO È SEMPRE SANREMO

Allora chi rappresenta Sanremo? È semplice: rappresenta se stesso. Si alimenta e si fagocita, nutre una proiezione, difende la Disneyland alla vaccinara che è. Pura autoreferenzialità che tuttavia a cerchi concentrici finisce per abbracciare “in tutte le direzioni” la discografia, gli sponsor, la pubblicità televisiva, la Rai, la politica, il sottobosco di affaristi, intrallazzi, maneggi, corruzioni, lottizzazioni. Sanremo è Sanremo, come dice la sigletta: e significa un tutto, un’idea magari non hegeliana ma terribilmente pratica, senz’altro. Per questo Sanremo, come gli uomini di Mia Martini, non cambia, se non molto lentamente, un passo felpato dopo l’altro. Sanremo non cambia, è un po’ come il Clero, aspetta che il mondo cambi intorno a lui e poi se ne appropria, si adegua millantando chissà quali mutazioni.

Nella sua eternità gattoparda sta il suo trionfo miserabile, da sintetizzare come segue: «Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo». Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologhi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. Il fatto che a cantare fossero dei giovani, serviva a garantirli che la loro approvazione rientrava nell’aspetto giovanile del fenomeno. La verità è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso, di quella gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali, lo spettacolo mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato. Nessuna idea, nelle parole e nei motivi. Nessuna idea nelle interpretazioni. E alcune mi venivano segnalate come particolarmente buone.

C’era un tale, per esempio, coi capelli alla bebè che sembrava protestare contro il fatto che malintenzionati gli tirassero delle pietre. Non si capiva perché si lamentasse tanto. Avrebbe voluto che gli tirassero delle bombe? Oppure? Che un tipo simile venga lapidato dovrebbe essere normale. È brutto, sporco e probabilmente velenoso. So bene che è inutile lamentarsi sui risultati di una politica produzione-consumo. Interessi economici molto forti possono modificare non soltanto il gusto, ma la biologia di un popolo che cade in questa impasse. La trasmissione era ascoltata, dicono, da 22 milioni di telespettatori, che è a dire tutta l’Italia, il Paese dei mandolini.

Questo è Flaiano e scrive nel 1968. Si può discordare sulla percezione, non sulla descrizione, e tanto meno sul fatto che siano righe senza tempo. Sanremo è senza tempo. In tutti i sensi, la finale dura 6 ore. Fine della tragggedia, da domani torniamo ad occuparci di minima immoralia, storie di tutti i giorni a base di epidemie, stragi, carestie. Sono le 3, nunc animus redit! ‘Na pisciatina, ‘na salve Regina, e in santa pace se n’annamo a letto.

LE PAGELLE DEI CONDUTTORI: SABRINA NON SI TOCCA, MALISSIMO LEOTTA E NOVELLO. AMADEUS? AFFIDABILE. FIORELLO NON PUNGE

AMADEUS: 5. La spalla di Fiorello. Affidabile, sì, ma se non c’era l’altro avrebbe talmente stufato che per almeno un anno nessuno avrebbe più voluto saperne manco dei Soliti ignoti.

FIORELLO: 6. Si è detto tanto della normalizzazione di Benigni, ma che dire della sua? Cazzeggia, diverte (a sprazzi), ma non punge. E poi ogni tanto spostati, Fiore, fammi vedere il Festival.

MARA VENIER: S. V. Finitela di chiamarla “Venié“: non è di Parigi, xe de Venessia, orco can! Quanto a leggiadria, se la gioca con Elettra Pem Pem.

DILETTA LEOTTA: 3. L’han fatta tornare dopo la disastrosa prima sera. Artefatta senz’arte. Questa di sintetico ha pure l’anima.

SABRINA SALERNO: 10. Giù le mani da Sabrina, Sabrina non si tocca. Purtroppo. Minchia Sabri, l’anno prossimo voglio solo te, sempre te, tutte le sere, tutte le ore, pure al dopofestival, pure al tigì.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. Qua qua qua, leggere non sa, annunciare per carità, cosa ci fa nessuno lo sa, è un portaombrelli, qua qua qua.

LE PAGELLE DEI CANTANTI: MASINI IL MIGLIORE, TERRIBILI I “FIGLI DI MARIA. MA MAI QUANTO ELETTRA

MICHELE ZARRILLO: 4. E vola vola vola vola e vola lu Zarrillo, ha un pezzo piccirillo, ma chi lo ascolterà.

ELODIE: 4. Finalmente raffinata, la nuova Elodie, una Elodie verde. È una cantante o una benzina?

ENRICO NIGIOTTI: 2. Dolciastro, pienotto, a volte un po’ indigesto. Pernigiotti.

IRENE GRANDI: 4. Irene, facci un favore: piantala con le frattaglie di Vasco. Hai 50 anni, 25 di carriera, come fai a infognarti con una cazzata così? Fallo per te. Vasco io non ci casco.

ALBERTO URSO: 1. «Voglio che la mia musica vada all’estero». Anche noi, anche noi. Migra, migra, biglietto di sola andata. Vai ad est, che c’è il sole.

DIODATO: 5/6. Diodato una vregadura e du non de ne sei aggordo. E gosì ho vindo io.

MARCO MASINI: 7. Guardate che la sua è una gran bella canzone. Con salti di ottava rischiosi. Con una linea melodica efficace. Padre Masini, canta pro nobis.

LEO GASSMAN: 2. In famiglia si saranno detti, basta col cinema, col teatro, possiamo solo peggiorare; a questo gli facciamo fare il cantante, che ci vuole, un paio di telefonate ed è fatta.

PIERO PELÙ: 4. Con questo spigliato pezzo plagio di Keep Your Heart Broken dei The Rasmus, Pieringo Boys consacra il nipote “piccolo Budda”. Sì, un Buddino al Tamarrindo.

LEVANTE: 6+. Participio presente del verbo levare. Sì, ma troppo secca: diletta le ossa. Tikibombom, magnati un cappon.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI: 4/5. Che fa rima con cazzari: è la quota indie, inderogabile al Festival, come i rapper e i figli di Maria. Indie per cui, terzi: ma clonano Leo Gassman, o viceversa.

ACHILLE LAURO: 2. «Ullallà, oddio». Scusate, reghèzzi, a me mi pare una stronzèta. Musicalmente un pacco. Pacchettino, va’. Pacchille Lauro dice «no alla mascolinità tossica». Sì, si vede.

JUNIOR CALLY: 2. Il rap ha il grande merito di mostrare quanti sordi ci sono in giro. Così tante parole, così poco da dire. Nessun filosofo, cito Keith Richards.

RAFAEL GUALAZZI: 6 1/2. L’estate è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare. Sia benedetto Rafael, che è una persona seria perché non si prende sul serio (e ci sa fare).

TOSCA: 6+. Brava interprete, soffusa atmosfera, discreta canzone. In 3 minuti t’invecchia di 60 anni.

FRANCESCO GABBANI: 4/5. “Scè dovesscimo schpiegare”, diremmo che queschta canscione sciembra la réclame dell’antiacido. E arriva scieconda.

RITA PAVONE: 5/6. Gian Burrasca all’ultimo «hurrah». Bene brava, complimenti alla resilienza, però, per il futuro, possiamo fare senza?

LE VIBRAZIONI: 2. Imporre ‘sta solfa anche ai non udenti è cattiveria. Vibreranno pure, ma come uno smartphone, sono un pendolo tra la noia e il languore, dovrebbero chiamarsi le Oscillazioni.

ANASTASIO: 6+. Quo vadis, Anastasio? D’accordo, sei ragazzo, dillo pure «m’incazzo», ma quello che ci vuole è non dimenticare che fa presto a seccare un fiore sotto al sole. Scusa, stavo rappando.

RIKI: 1. «Sin da piccolo Riki si avvicina al mondo della Musica». La Musica regolarmente lo caccia a nerbate. Poi arriva Maria. Ciao zia, guarda come li dispero.

GIORDANA ANGI: 1/2. «Il mio nuovo disco si chiama Voglio essere tua». No, ma chi ti ha chiesto niente.

PAOLO JANNACCI: 6-. Se me lo dicevi prima, che cantavi, cambiavo canale. Perché ci vuole orecchio. Se ti limiti a suonare, invece, va bene.

ELETTRA LAMBORGHINI: 0. E su, che mi spaventi il cane.

RANCORE: 4. Non ho afferrèto, scusi. Due quintali di parole, ho capito solo tac tac tac. O sono sordo io, o è sordo chi lo apprezza. Ma vince il premio miglior testo. L’ho perso, ho un rancore.

(In memoriam) MORGAN E BUGO. Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata. Nella notte, Salvini ha citofonato a Morgan: ha risposto quell’altro.

LE PAGELLE DEGLI OSPITI: S.V.

IVAN COTTINI-BIANCA MARIA BERARDI: S.V. Ballare con la sla. Fin che si può, sapendo la fine che viene. Lasciarla un istante su quella carrozzina è umano, chiamarla “un valore” una bugia.

BIAGIO ANTONACCI: S.V. Va beh, io vado a fumarmi una sigaretta, eh

TIZIANO FERRO: S.V. Va beh, io vado a fumarmi tutto il pacchetto, eh?

LO SHOW: 5. La mamma, la patria, lo stellone, il pallone. E finisce all’alba.

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La bellezza è disciplina, merito e budget, raramente capita

Diletta Leotta, a Sanremo, ha sbagliato. La cura del proprio corpo è un fatto di impegno, costanza, e status sociale.

Il successo sempre crescente di Cosmoprof, l’evento annuale dell’industria cosmetica che quest’anno, fra il 12 e il 16 marzo, porterà a Bolognafiere circa 3 mila aziende e circa 265 mila visitatori già iscritti, è la migliore dimostrazione che la bellezza è un business che si basa sulla proiezione personale della fisicità. Lo è da quando Nefertiti chiese a Tutmosi che ne modellava il volto in pietra calcarea e gesso di eliminarle le rughe e spianarle il naso, una conclusione a cui sono arrivati i ricercatori tedeschi che lavoravano una decina di anni fa al restauro del celeberrimo manufatto esposto al Neue Kunsthalle di Berlino.

Nessuno sfugge al desiderio di far combaciare il se stesso ideale con l’immagine che gli viene rimandata dallo specchio, dunque non ci sono dubbi che l’installazione “Faces of the future”, una proiezione su basi scientifiche dei volti del prossimo decennio, sarà la più visitata della prossima edizione del salone bolognese. Chiunque vorrà riflettere sulle ipotesi evolutive della razza umana; tutti vorranno commentare la possibile immagine dei propri nipoti, il risultato estetico e l’impatto psicologico guidato da fattori come l’integrazione fra etnie e culture diverse (che sì, non solo è inevitabile, ma anche molto auspicabile) e dall’applicazione di quelle che si definiscono “moderne tecnologie” al mantenimento della bellezza.

Che no, a dispetto di quanto ha sostenuto a Sanremo la conduttrice sportiva Diletta Leotta nel suo monologo con una incredibile dose di leggerezza, dovuta certamente a una scarsa conoscenza di storia, di sociologia, di medicina, di filosofia, la bellezza non «capita». Capita di nascere graziosi, di proporzioni armoniche e fattezze gradevoli: ma il censo e la cultura, cioè lo status socio-economico e quello culturale, ne determinano lo sviluppo in modo definitivo.

I tantissimi che hanno indicato nei “rifacimenti estetico- chirurgici” di Diletta Leotta, tanti ed evidenti, il punto debole, ipocrita e se vogliamo anche un po’ suicida del suo intervento, hanno trascurato molte altre argomentazioni che andrebbero invece inserite e commentate allorquando si parli di bellezza. In primis, appunto, il fattore socio-economico: una famiglia benestante e colta, che legge, si informa, confronta le informazioni, tende a conoscere meglio le dinamiche dell’alimentazione corretta e del loro sviluppo rispetto a una dove queste stesse dinamiche vengano ignorate. Nella prima famiglia, che avrà a cuore anche il benessere psico-fisico dei propri figli, curandone l’adesione a diverse discipline sportive, i bambini cresceranno più belli, più sani, meno predisposti a malattie degenerative in età adulta. Duro da leggere, ma è così.

La bellezza viene modellata, indotta anche da fattori esogeni importanti. Poi, ci sono quelli personali, le cure. Ogni qualvolta qualcuno intona la vecchia nenia della bellezza naturale e che capita, che ci vogliamo fare, è il Signore che ha voluto così, non me ne vogliate, mi viene in mente il racconto di Rita Hayworth, figlia di guitti e saltimbanchi, e del dolorosissimo processo di elettrolisi che le imposero gli studios per modificarne l’attaccatura dei capelli e renderle il viso più luminoso. Oppure mi sovviene di Clark Gable, costretto dagli stessi studios a farsi estrarre tutti i denti, che erano neri e storti perché, appunto, era nato in una famiglia povera dell’Ohio in cui nessuno si era occupato e della sua alimentazione e della sua dentatura, e a portare al loro posto una dentiera; questo dall’età di 25 anni.

La bellezza non capita nemmeno a chi ha la fortuna di partire con un bagaglio scintillante in dotazione. Oziosamente, fra un pensiero e l’altro seguito all’incredibile monologo della Leotta, ho fatto un calcolo spannometrico lungo un arco di vita “estetica”, chiamiamola così, di settant’anni, dai quindici ai 75: fra ginnastica, manicure, parrucchiere (taglio, tintura, maschere), cure estetiche basilari come la ceretta, ormai praticata ambosessi, massaggi, la spesa minima è pari a mezzo milione di euro. Cinquecentomila euro di base, in pratica il costo di un monolocale in centro a Milano. Se vi aggiungiamo le cure estetico-chirurgiche (che a loro volta dipendono dal censo e dal livello socio-culturale di chi le fa: solo un certo tipo di persone ambisce a renderle evidenti, solo un certo tipo di donne persegue il modello di Barbie), la spesa complessiva lungo l’arco di una vita sale di altri 60-80 mila euro, ma può sfiorare i 150 mila. Dunque? Dunque la bellezza non capita mai: è disciplina, cultura, anche dolore. Dunque, merito. E anche budget.

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Portare la Sla a Sanremo ha aiutato l’audience, non Paolo Palumbo

La sua storia è stata strumentalizzata al mero scopo di alzare l'indice di ascolti. Che cosa ci è rimasto della sua testimonianza? L'idea del ragazzo disabile sfortunato e piegato dalla malattia, esattamente il contrario di ciò che lui ci ha comunicato con la sua canzone.

Della settantesima edizione del Festival di Sanremo è stata data forte risonanza per l’attenzione dedicata ad alcune tematiche di interesse sociale. Lo abbiamo visto sia negli aspetti organizzativi della manifestazione, sia nella scelta degli e delle ospiti e delle conduttrici che spalleggiavano Amadeus, il padrone di casa, e dei monologhi che queste persone ci hanno offerto.

Effettivamente quest’anno la kermesse si sta svolgendo all’insegna dell’accessibilità e fruibilità dello spettacolo da parte di tutti e tutte: sottotitoli e servizio di audiodescrizione – novità assoluta disponibile sul digitale terreste – per gli spettatori con disabilità visiva e performers Lis, ovvero non semplici traduttori in lingua dei segni bensì professionisti che trasformano le parole e la musica delle canzoni in un’esibizione dal forte impatto artistico oltre che permettere la comprensione dei testi anche da parte di chi non può sentire. Nulla da ridire sul fronte del rispetto del diritto di accesso alla cultura e all’informazione, difeso peraltro dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.

Che Sanremo possa essere di esempio a che si occupa dei palinsesti televisivi per migliorare la fruibilità dei programmi. E il resto? Una patina social e politically correct che ha ricoperto finora tutte le serate e che mi lascia abbastanza perplessa a iniziare dalla scelta di mantenere un unico conduttore fisso, uomo naturalmente, affiancato da 10 donne (e a tratti da Fiorello). Eh già, forse chi ha preso questa decisione temeva che affidare la conduzione della trasmissione interamente a una donna non sarebbe stata una strategia efficace nel sottolineare l’importanza dell’emancipazione femminile. Che invece che abbiamo osservato benissimo in questa dinamica da “gallo nel pollaio”.

UN FESTIVAL CHE HA MESSO IN PRIMO PIANO GLI IMPATTI EMOTIVI

A parte questo, nel corso delle serate sono state tante le testimonianze e i temi a sfondo sociale buttati lì, gettati in pasto alle emozioni viscerali del pubblico pagante (perché tutti contribuiamo a mantenere in vita il Festival pagando il canone Rai!). Il monologo di Rula Jebreal contro la violenza sulle donne, di Emma D’Aquino sulla libertà di stampa, di Diletta Leotta sulla bellezza e il tempo che passa , di Laura Chimenti, donna e madre lavoratrice, dedicato alle figlie, di Alketa Vejsiu che ringrazia l’Italia di aver accolto i suoi connazionali in fuga dall’Albania decine di anni fa.

Paolo Palumbo a Sanremo Giovani con Amadeus.

I contenuti espressi in questi e altri interventi sono senz’altro importanti e meriterebbero un’attenzione, una presa di consapevolezza, un’assunzione di corresponsabilità nel farsi portavoce dei messaggi trasmessi che vanno e dovrebbero andare molto ben al di là dell‘impatto emotivo che certamente hanno generato in modo forte e chiaro. Sì, perché le emozioni suscitate da questi racconti, privi peraltro di un’adeguata contestualizzazione, sono state senza dubbio molto intense ma a manifestazione conclusa, dopo che anche la nostra ultima lacrima si sarà asciugata, cosa ci resterà?

LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL DOLORE NON SERVE A NESSUNO

È in questo contesto di emozioni facili e spettacolarizzate che, durante la seconda serata, abbiamo assistito all’esibizione di Paolo Palumbo accompagnato da Christian Pintus e dal cantautore Andrea Cutri che ha diretto l’orchestra. Ventidue anni, da quattro affetto da sclerosi laterale amiotrofica (Sla), Paolo non è riuscito a superare le selezioni di Sanremo Giovani ma è stato ugualmente invitato a cantare sul palco dell’Ariston da Amadeus. È proprio vero che a volte sono i piccoli gesti a fare una grossa differenza tra offrire a tutti pari opportunità e discriminare alcune persone e non altre. A Paolo, come moltissimi altri giovani aspiranti cantanti, è stata offerta l’opportunità di mettere alla prova le sue abilità e, al pari di tanti altri, non è stato ritenuto idoneo a proseguire la gara.

L’importante era mostrare al pubblico che Sanremo è attento alle sofferenze umane e mettere in subbuglio le pance, stimolare le ghiandole lacrimali

Perché una persona le cui competenze canore sono state ritenute inadatte alla gara è stata comunque fatta esibire? Sanremo, nonostante e al di là della supposta intenzione di sensibilizzare il suo pubblico a tematiche di forte impatto sociale, resta pur sempre una competizione canora. Il fatto che il giovane abbia di fatto partecipato alle selezioni mi sembra già un’ottima dimostrazione di come il Festival garantisca a tutti pari opportunità, perché spingersi oltre?

Paolo Palumbo con Cristian Pintus durante l’esibizione a Sanremo.

Possiamo capirlo analizzando quanto è successo dopo la sua perfomance. Terminato di cantare ha parlato della sua condizione di giovane affetto da sclerosi ed il suo intervento – brano musicale prima e discorso poi – è stato accolto dalla standing ovation di un pubblico commosso e dalle accorate parole di un conduttore visibilmente emozionato dalla sua presenza. Che Paolo fosse stato valutato non idoneo a gareggiare sulla base delle sue doti canore è stato assolutamente irrilevante. L’importante, in questo caso come in quelli citati prima, era mostrare al pubblico che Sanremo è attento alle sofferenze umane e mettere in subbuglio le pance, stimolare le ghiandole lacrimali. Forse hanno trovato una connessione tra l’attivazione del sistema limbico e l’aumento dello share.

SANREMO HA PERSO UN’OCCASIONE PER PARLARE SERIAMENTE DI DISABILITÀ

La mia non è una critica a Paolo che non ha chiesto né preteso di salire sul palco ma è stato invitato a farlo da altri e aveva tutto il diritto di accettare la proposta. Quello che mi fa imbestialire invece è la strumentalizzazione che della sua storia (e delle altre) è stata fatta al mero scopo di alzare l’indice di ascolti. Che cosa ci è rimasto della sua testimonianza? L’idea del ragazzo disabile sfortunato e piegato dalla malattia, esattamente il contrario di ciò che Paolo ci ha comunicato con le sue parole.

La disabilità non è una “sfiga” personale bensì il risultato di determinate caratteristiche individuali ritenute fuori dalla “norma”

Il mondo dello spettacolo ha una forte responsabilità nei confronti di tutti noi perché contribuisce a generare e diffondere idee e teorie sulla realtà che poi diventano patrimonio del senso comune, cioé della collettività. Sanremo avrebbe avuto l’occasione di veicolare un messaggio diverso da quello a cui siamo abituati e cioé che la disabilità non è una “sfiga” personale bensì il risultato di determinate caratteristiche individuali ritenute fuori dalla “norma” e il contesto sociale non adatto ad accoglierle. Ma questa prospettiva non fa audience mentre sbattere in faccia del pubblico le umane tragedie individuali, sì. Quindi non l’ha colta. Peccato.

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Paolo Benvegnù su Sanremo, musica italiana e ricerca artistica

In studio a ritoccare i suo prossimo disco "Dell'odio e dell'innocenza", l'ex Scisma dice la sua sulla reale dimensione artistica del Festival: «Ci si arriva per tanti motivi, alcuni hanno a che fare col talento, altri meno». E sull carrozzone dell'Ariston: «Fa di questo Paese quello che è. Un agglomerato di figuranti antropomorfi».

Quello che a Sanremo no. Ma anche quello che l’indie no. Quello che sta altrove, perennemente in un suo altrimenti dello spazio e dell’anima.

Mentre dalla Riviera festivaliera si allargano a centri concentrici dilatazioni sul nulla musicale, Paolo Benvegnù sta chiuso in studio di registrazione a ritoccare Dell’odio e dell’innocenza, il nuovo disco in uscita per l’etichetta Black Candy Records ai primi di marzo «ma non so ancora il giorno perché è tutto un delirio».

E di Sanremo, giura, non ne sa niente: «Neanche chi c’è, giuro. Ma, senti, non per altro, ma perché non so proprio niente io, niente di tutto; neanche di questo disco so niente, non ho niente di ponderato. Ho aspettato tanto, poi i pezzi sono arrivati in 10 giorni, a ottobre, dopo tanto suonare in giro; evidentemente, avevo bisogno di disperdermi nell’attesa. Da lì la solita corsa convulsa per suonare, incidere, dare una forma, realizzare tutto. Adesso a marzo riparto con un gruppo nuovo, una esperienza nuova: è ancora tutto da sapere, tutto da scoprire».

Paolo Benvegnù (foto da Facebook).

DOMANDA. E qual è lo stato d’animo?
RISPOSTA. Posso solo dirti che sono contento: contento di questa incertezza che mi si spalanca davanti. Contento perché mi sono divertito a farlo questo disco. Perché ci sono i pezzi miei, dunque nessuno stravolgimento, ma ci trovo cose interessanti. Sono pfreso nella mia ricerca.

E Sanremo, niente…
Non ho visto niente. Non me ne frega niente.

Addirittura?
Ma figurati.

Sì ma non possiamo liquidarla così ‘sta tragedia nazionale. L’indie, per esempio. Gli indie, tu non eri indie?
Io? (ride)

Va beh: non sei mainstream, non sei alternativo, che sei?
Ma no, ma cosa c’è di indipendente? Voglio dire, è una dimensione esistenziale, no?

Certo, e anche musicale: ah, la scena indie…
Vai a Sanremo? Non è sbagliato. Non è neanche giusto, non c’è un giudizio di valore: entri nel mercato dell’intrattenimento, tutto qui. Solo non parliamo di ricerca, per favore.

Sabrina Salerno e Amadeus.

Perché, al Festival non si può fare ricerca? Non si può portare un pezzo ricercato?
Cinquant’anni fa, senz’altro. Prima dell’esplosione del mercato del disco. Ma oggi non è che porti i Van Der Graaf Generator alla Festa dell’Uva; non è che ce li trovi i King Crimson – dico i primi, quelli che sperimentavano – alla Sagra della Salsiccia di Ceprano. Sono contesti diversi.

E Sanremo quindi è una sagra e chi ha qualcosa da dire non ci va?
Vuoi dargli un nome? Scena indipendente, no: chiamala coccodrillo. Chiamala come vuoi. Ma che c’entra l’indipendenza? Non è una questione di etichette, ma di filtri: la musica la intendo come non mediata, non condizionata e in certi contesti non è possibile. Semplice. Detto questo, sono felice per chi ci va e non mi sognerei mai di additare nessuno.

Musica incondizionata ricorda molto un concetto totalizzante, la musica totale…
Quello che penso è che mi ritrovo in una dimensione di ricerca dentro quattro muri che si spalancano sull’universo. Verso il sacro. Il magico. L’ignoto. Ma non è solo la musica, quello è un aspetto: parte da più lontano, ed è più impegnativo. Le persone sono maschere, e di persone tante, di esseri umani pochi. A Sanremo ci sono tante brave persone, ma io preferisco gli umani alle maschere.

Non giudichi, non ti interessa, ma lo hai sfiorato, il Festival.
Due volte. Non mi presero, vivo ancora quei tentativi come errori. Allora ci tenevo, non lo nego. Poi ho cambiato percorso e mi è solo successo, non merito nessuna apologia, nessuna autoesaltazione e nessuna flagellazione. Se non critico nessuno è perché ho già il mio daffare a criticare me stesso.

Fare la corsa su di sé, vuoi dire? Sui propri limiti?
Questo è quello che io chiamo ricerca. Uno scavo inesausto, che finisce sempre nella consapevolezza del limite.

Ma insomma, che avrebbe di perverso il Festivalone dove, dice Pelù, che ci sta, «tutti ci vogliamo bene e la musica regna»?
Sanremo, con tanti malcostumi italiani piccoli e meno piccoli, fa di questo Paese quello che è. Un agglomerato di figuranti antropomorfi.

Piero Pelù sul palco dell’Ariston.

Questa era un po’ difficile…
Il papa è sacro senza sacralità. Il calcio. Sanremo. I buoni sono quelli dal volto pulito. Meglio ancora, i tatuati…

Io ce li ho i tatuaggi!
Sei un coglione allora! (ride)

Sanremo senza sacralità?
È un concetto di normalità, un simbolo di una normalità in cui non mi ritrovo.

Vaglielo a dire alla tua amica Levante, a Pelù…
Ma no, che devo dire io? Levante? Piero? Va benissimo, sono le nuove Iva Zanicchi, Shel Shapiro… Nel senso buono!

Meno male che è il senso buono…
Ma io che devo dire?

Che Sanremo è Sanremo?
Allora c’era quello. Dico i tempi della Zanicchi. Adesso esistono alternative, altri percorsi, altre volontà. A Sanremo ci si arriva per tanti motivi, alcuni hanno a che fare col talento, altri meno. Levante è intonata. Piero è intonato. Magari hanno due pezzi fantastici.

Ma, detto alla Marzullo, ci vuole più coraggio ad andarci o a non andarci, se poi sei uno di una “scena” diversa, chiamiamola così?
No, coraggio: è lavoro. Solo che per me l’attività, intendo di ricerca, sulla musica, è passività: la subisci, te ne lasci permeare. Dominare.

Guarda che questo è lo stesso che va dicendo il tuo amico Morgan, in gara con Bugo. L’altra notte al dopofestival delirava al modo di quelli che la pigliano male: «Siamo ultimi in classifica? Lo pretendiamo, perché ci vuole talento, noi siamo pop non canzone italiana…». E giù coi soliti pipponi, del tipo anche i Beatles sono pop, Mozart arrivava ultimo…
E io dico: sì! (ride).

Ridi, perché sei un paraculo!
Marco ha un gran talento. Sui motivi che lo spingono a Sanremo, dovresti chiedere a lui. A me non resta che essere severo con me stesso.

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Il video della lite tra Bugo e Morgan a Sanremo 2020

L'ex leader dei Bluvertigo cambia il testo di Sincero per attaccare il collega, che si offende e lascia il palco. Squalificati.

Sanremo si rispetta, non si diserta. Così Bugo e Morgan vengono squalificati dopo che il cantautore novarese lascia il palco del Festival in polemica col suo ospite, offeso dalle parole pronunciate da Morgan, che cambia il testo di Sincero per attaccarlo direttamente. «Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera, la tua ingratitudine, la tua arroganza, fai ciò che vuoi mettendo i piedi in testa», canta l’ex leader dei Bluvertigo. E ancora: «Ringrazia il cielo se sei su questo palco, rispetta chi ti ci ha portato dentro e questo sono io».

Succede anche questo nel Sanremo delle polemiche e degli ascolti da record. Succede che due concorrenti in gara litighino sul palco, portandoci i rancori di una serata di cover andata malissimo, completamente fuori sincrono, tra l’egocentrismo di Morgan che pensa di poter far tutto, dal pianista al direttore d’orchestra, e un Bugo che non riesce a stargli dietro e in qualche modo soccombe.

SQUALIFICATI

«Bugo e Morgan non rientrano. Si tratta di defezione, quindi da regolamento sono squalificati dal festival di Sanremo», dice Amadeus dopo essere apparso inizialmente spaesato. Fortuna che ci pensa Fiorello a sdrammatizzare, mandato in fretta e furia sul palco come la Protezione civile, per limitare i danni e salvare il salvabile. «Li considero due grandi artisti e la loro è una bellissima canzone, come le altre 23. Spiace che non siano qui a cantare».

FIORELLO SALVA IL SALVABILE

Già, era una bella canzone Sincero, poi Morgan l’ha cambiata. Bugo si è avvicinato a lui per capire, ha sfogliato le pagine sul leggio, poi gli ha voltato le spalle e ha lasciato il palco. Fine della musica, Morgan che fa il finto tonto, «dove è Bugo?», come se non capisse il motivo dell’addio del suo collega. E Bugo non torna più. Fiorello scherza: «Hai iniziato da ottobre a fare danni», dice ad Amadeus, probabilmente riferendosi anche a tutte le polemiche provocate dalle dichiarazioni sessiste del conduttore. «Ah, è colpa mia?», sorride Ama. «Certo, anche. Chi li ha messi insieme?». Così si riesce persino a ridere. E poi la proposta di Fiore: «Proclamiamo il vincitore stasera, così ce ne andiamo a casa». Probabilmente, gli avessero dato un foglio da firmare, Diodato ci avrebbe messo sopra il suo nome all’istante.

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Le pagelle della quarta serata di Sanremo 2020

Il Festival è un trionfo di perbenismo. Amadeus senza ironia, Novello senza talenti. Meglio Fiorello e Clerici. E tra i cantanti in gara si salvano Tosca, Gualazzi, Anastasio e la veterana Pavone.

Vanitas vanitatum et omnia Festival. Sanremo schizoide non rinuncia a ciò che gli riesce meglio: predicare dal pulpito sbagliato. Non è più un Festival, è un catechismo, un oratorio, un convento, un confessionale, un eremo, un corso di educazione civica, una lezione di comportamento sociale, un trionfo del perbenismo borghese, un’orgia di politicamente corretto mascherato da trasgressione. Pipponi travestiti da monologhi anche sciatti, imprecisi, approssimativi ma da ascoltare in religiosa contrizione; e questa è per l’appunto la vanità del cardinale.

Vanità sono i 300 mila euro pretesi da Benigni per recitare un Cantico dei Cantici liofilizzato. Vanità è il vecchio istrione che si atteggia a “Diablo” ma si vergogna “di essere uomo”, tutti qui ostentano vergogna per quello che sono ma la vergogna è estroflessa, mi vergogno per come siete, per la categoria cui appartengo senza colpa, mi vergogno per voi e di voi. Vanità è la megalomania di Fiorello che dice: Tiziano Ferro mi manda l’odio, offesissimo da un tweet di Tiziano il quale si è superbamente offeso perché l’altro la tira in lungo e ci vuole la diplomazia di Amadeus per risolver tutto a tarallucci e baci, roba da asilo Mariuccia, con tanto di vanitose letterine di scuse vergate a mano e diffuse via social.

Vanità è la mamma di Diletta Leotta, autrice di un disastroso discorso sulla bellezza – la sua; vanità è la madre che difende la figlia, «attacchi sessisti e invidiosi proprio dalle donne», che è una squisita logica di cosca. Vanità sono le tre generazioni di Leotta ritoccate, si vede che hanno qualche chirurgo estetico in famiglia. Vanità è l’artista allo sfascio che pretende dirigere l’orchestra e alle critiche replica: siete degli stronzi, anche Mozart arrivava ultimo, io sono come i Beatles. Tutto è vanità, a partire da questa presunzione di avere la verità rivelata e di poterla imporre a 10 milioni di capri espiatori. E così, vanità per vanità, omelia dopo omelia, ogni serata dura più della precedente, ormai siamo a sei ore.

CONDUTTORI

AMADEUS: 5. Che emozione, sono ragazzi fortissimi, che evento, che meraviglia, che donna meravigliosa, sono particolarmente felice. A presentare così son buoni tutti, non serve neanche il gobbo. E poi: ironia, non pervenuta. Preciso, ma ti fa cascare il naso, il mento e anche più giù.

FIORELLO: 6+. Vestito da Bianconiglio (questa è sottiletta, la capiranno gli insider) torna ai tempi del Villaggio Vacanze. Un po’ impermalosito, a tratti imbolsito, ma ogni tanto il Walter Chiari che riposa in lui torna ad agitarsi.

ANTONELLA CLERICI: 6+. Ormai si porge a tutti come avessero da 10 anni in giù. Però è anche l’unica vera conduttrice vista quest’anno. E col pappagallo, che fa un passo indietro da Amadeus. Da donna vera e da vera donna, giustamente.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. File under: modella, ma soprattutto ex “ombrellina”, poi promossa fidanzata, di Valentino Rossi. Presentare no, manco le basi del mestiere, forse perché non l’ha fatto mai. Però strimpella il piano: pare il saggio di fine anno. Prova a dire che non sa far niente.

GIOVANI

TECLA (8 Marzo): 2. È in odore, pungente, di plagio – “Un senso” di Vasco Rossi, ma si sa come funziona qui: se sei predestinato, puoi clonare pure il Padreterno. Insulsa, del resto. «Ci vuole forza e coraggio» lo diceva sempre la prof di matematica, Iride Milza, chiamandoci a interrogazione. Poi ci ammazzava, però.

MARCO SENTIERI (Billy Blu): 6. A parte i capelli a casco da ciclista, il suo recitativo racconta una storia tragica di bullismo riscattata dalla Nemesi del bene. Molto orchestrata, un po’ alla Cristicchi. Non male, meritava di più. Ma non era un predestinato.

LEO GASSMAN (Vai Bene Così): 3. A proposito di predestinati. No ma il cognome mica c’entra, basta con questa storia, non perché è figlio e nipote di, è che è il nuovo Jim Morrison e mica ci ha colpa lui. C’ha un risucchio che tre minuti che lo senti e ti viene il reflusso gastrico. Bravo, hai vinto, chi l’avrebbe detto, l’anno prossimo tra i Big, Brancaleon, Brancaleon, Brancaleon.

FASMA (Per Sentirmi Vivo): 3/4. Cos’è, un nome d’arte o una crasi? La vedo bene al supermercato, mentre faccio la fila. Ma poi, se vuoi andar via da questa città, chi te lo impedisce? Gli archi vorrebbero essere drammatici, ma sono solo vecchi.

BIG

PAOLO JANNACCI (Voglio Parlarti Adesso): 5/6. Pianista, tanta esperienza, la musica la conosce e la canzone, grondante romanticismo, è ben costruita. Però non può cantare. Neanche Enzo, il padre, sapeva cantare. Però era un’altra cosa, ed erano altre canzoni.

RANCORE (Eden): 4. Se l’è, ‘sto tac tac tac? E poi, ‘ste infiorettature di piano tardoromantico non si usavano negli anni ’90? Dico la verità, non capisco niente di quello che dice, anzi che rappa, ma mi fido. Il flow, quella roba lì.

GIORDANA ANGI (A Mia Madre): 2. La piccola Angi parla festivalissimevolmente di mamma, cuore, amore, insicurezze. Sarò io una vecchia carogna, ma sui toni gravi mi ricorda Maria, pensa te; sugli acuti, pare il raglio di un somaro.

FRANCESCO GABBANI (Viceversa): 4. Ah, ma c’è di mezzo Pacifico, apposta mi pareva così brutta. Ma il problema è un altro, è “sciè dovesscimo schpiegare in pochisscime parole”, ma cos’ha in bocca? Una patata? p.s. Non so se l’ho già scritto, comunque è un bluff. Grosso. Bluffone.

RAFAEL GUALAZZI (Carioca): 6+. E Tropicana, jè. Punta, è chiaro all’estate pigliando la rincorsa, ma meglio l’estate delle menate. Viva il disimpegno, che poi disimpegno non è (ricordati di Carosone). Semel in Festival licet de bailar.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Ringo Starr): 5. Finisse così, amen, quando tornate a casa date una carezza ai ragazzi e ditegli che è la carezza Del Papa. Invece si nasce cazzari e si finisce coscienze civili. Tutto nel girone che va da un Festivalone a un Concertone. E questo mi indispone.

ANASTASIO (Rosso di Rabbia): 6+. Ve lo ricordate il film Anastasia, mio fratello, con Sordi? Duro, eh? Anche il nostro Anastasio è duro. Pure troppo. Sì, lui è bravo. Però, per qualche motivo, questo riffaccione hard lascia un po’ di amaro in bocca. Manca qualcosa, e c’è qualcosa di troppo.

ELODIE (Andromeda): 3. Scusate, eh: ma se io ho voglia di sentirmi Mahmood, sento Mahmood. Se sento Elodie e viene fuori Mahmood, è inutile che sento Elodie. Che è pure stonata.

RIKI (Lo Sappiamo Entrambi): 2. Oddio, ma è il “filosofo” Fusaro! No, è Riki. Vabbè è uguale. Facciamo Riki Riki insieme?

DIODATO (Fai Rumore): 5. Nuovo Indie? Autore? Ma dai: sanremese senza un domani. «Non lo so se mi conviene se il tuo rumore mi fa bene» è uno dei versi più insidiosi in 70 anni di nefandezze festivaliere; «Pem Pem», risponde Elettra Miura.

IRENE GRANDI (Finalmente Io): 4. Non sarà neanche colpa sua, che se le dai qualcosa di decente la regge: ma questa canzonettina qui la rende un po’ patetica. «Se vuoi fare sesso facciamo adesso oppure è lo stesso», è quanto di più imbarazzante. C’è chi dice no, Irene: la prossima volta, a Vasco digli di no.

ACHILLE LAURO (Me ne frego): 2. Ah, voi dite che copio Bowie? E io lo rifaccio o giù di lì. Ah, voi dite che copio Zero? E io lo ricalco pari pari (stagioni 1977, 1984, 2020). Ad libitum, Gary Glitter, Marc Bolan, Sweet, Slade, hai voglia. Lui dice che no, stasera ha la Marchesa (Casati). Bòn, ma tu, di tuo, cosa ci metti? Ullallà, oddio, per chi si accontenta dei succedanei, per chi non nutre memoria ma disperate nostalgie.

PIERO PELÙ (Gigante): 4. Lo sapete che vi dico? Che ‘sta tamarrata di mash up I was made for loving you dei Kiss/Furia cavallo del West di Mal è la canzone perfetta per Sanremo: gli starebbe proprio bene, a Pelù, di vincerlo il Festival. Proprio bene, capite a me.

TOSCA (Ho Amato Tutto): 6+. Piace agli artisti, piace all’orchestra, piace a chi mastica musica. Proposta classica o datata? Raffinata o stilizzata? Comunque al palco dovrebbe arrivarci, senza scandalizzare nessuno (anzi, sarebbe scandaloso il contrario).

MICHELE ZARRILLO (Nell’Estasi O Nel Fango): 5/6. Cerca di svecchiarsi, ma passando sempre di qua. Una sua storia ce l’ha: forse questo poppettino screziato di soul gli porta qualche pagina nuovamente fortunata.

JUNIOR CALLY (No Grazie): 3. Adesso che si è tolto la maschera abbiamo capito: non c’era da preoccuparsi, c’era da ridere. Dicono che, alla lunga, ricalchi il grande Ugolino (Ma che bella giornata, 1968); verissimo: lo insegue: ma mica lo raggiunge. Il titolo interpreta il sentimento comune, una volta che lo si è ascoltato.

LE VIBRAZIONI (Dov’è): 1. La canzone forse più insulsa, più vecchia, più fanfarona, più banale, più “lialosa” del Festival, rischia di vincere il Festival. Perché è puro Festival, puro Sanremo.

ALBERTO URSO (Il Sole Ad Est): 2. È l’1:34 del mattino, sto seguendo il maledetto Festival da 5 ore secche, mi tocca sentire Piero Mazzocchetti reincarnato in Scialpi. Odio il mondo, odio tutti e soprattutto odio chi mi dice di non odiare. Perché parlate bene, voi al caldo sotto le fottute coperte.

LEVANTE (Tikibombom): 6. Al secondo ascolto, quel minimo effetto sorpresa è già svanito: ti accorgi che la signorina “vissi d’arte” ha pensato al 90% alle radio e il resto al fatidico impegno. Però, siccome anche le paraculate bisogna saperle fare, considerato il livello medio, vai, Levante, ti do la sufficienza e sparisci prima che cambi idea.

BUGO E MORGAN (Sincero): S.V. Dicono Morgan sia andato di traverso agli orchestrali con la sua megalomania malata. Certo questa pagliacciata è stata la sua ultima: cambia le parole, forse alludendo al socio, Bugo, che la prende male e lo sfancula. L’unico momento vivo del Festival sta nel suicidio degli ultimi annunciati: l’importante è finire male.

RITA PAVONE (Niente – Resilienza 74): 6+. E non si può far cantare il Pel di Carota alle due di mattina, su! Ha 74 anni, è stata pure male, bisogna essere delle carogne. E invece, carica come una pila, spazza via tutto e tutti ed è l’unica vera esibizione rock della nottata. Altro che Pelouche. E pazienza se la canzone non è granché.

ENRICO NIGIOTTI (Baciami Adesso): 4. Una lagna petalosa da far cascare gli zuccheri, poi improvvisamente imbraccia la chitarra e spara un curioso assolo alla Guns and Roses. Rob de matt.

ELETTRA LAMBORGHINI (Musica – E Il Resto Scompare): 0. Elettra Miura mette il turbo: pem pem, e non ce n’è per nessuno. Il resto scompare. Soprattutto la musica, scompare.

MARCO MASINI (Il Confronto): 5/6. Ascolta, si fa giorno: ti parla padre Masini. Ormai la sua scelta è netta, è chiara: una eterna confessione, canzoni sempre più scoperte, dolenti e, in fondo, non brutte. Sempre snobbato dalla critica, Masini si è ricavato un suo ruolo d’autore, e merita rispetto. Sono le 2:20, la messa è finita, è durata sei ore, andate in pace a morire tutti ammazzati.

OSPITI

TIZIANO FERRO: 5-. Sì ma una settimana intera di Tiziano Ferro farebbe arrugginire anche il Padreterno.

DUA LIPA: 2. Ed è subito fashion concept. La youtuber è amica dei Ferragnez, quindi i contenuti forti sono assicurati. Un modello, un inno per le donne, così difese in questo Festival.

GHALI: 3. Un quarto d’ora di licenza, a mezzanotte suonata, manco fosse Sinatra. Poi ancora dal palco della Nutella: troppo Ghali nel pollaio. Qui Ghali ci cova.

GIANNA NANNINI: 6. Un buon disco, ma poco fortunato. A Sanremo ne propone l’estratto forse più debole, poi non si capisce che bisogno abbia di zavorrarsi con questo tipo che non vale un Coez. Lasciamola riscattarsi con qualche classicone in salsa orchestrale, che va bene così.

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Chi è Dua Lipa, ospite della quarta serata di Sanremo 2020

La cantante sarà ospite il 7 febbraio al teatro Ariston, nella 70esima edizione del Festival. Conosciamola meglio.

Dua Lipa è una famosa cantante dal successo internazionale. Nata sotto il segno del Leone nel 1995 a Londra, è un’artista solare e sempre sorridente. Ama la vita ed è molto nota sui social (39,2 milioni di follower su Instagram).

LA CARRIERA DI DUA LIPA

Durante la conferenza stampa del 14 gennaio 2020 il conduttore Amadeus ha fatto a tutti una bellissima sorpresa annunciando che la giovane Dua Lipa sarebbe stata ospite internazionale sul palco del Teatro Ariston durante la quarta serata del Festival di Sanremo 2020.

A 14 anni, Dua Lipa inizia a pubblicare su YouTube alcune cover di artisti come Christina Aguilera e Nelly Furtado. Nel 2010 frequenta la Parliament Hill School e lavora come modella. Nel 2015 ha fatto il suo debutto con New Love, primo singolo, al quale segue Be The One portando a casa un successo strepitoso. Con il pezzo No Lie, invece, si distingue soprattutto in Italia e con l’album Dua Lipa del 2017 fa schizzare il singolo New Rules al primo posto nella classifica inglese UK.

CURIOSITÀ SU DUA LIPA

I genitori della cantante sono albanesi, originari del Kosovo. Il significato del nome dell’artista è «amore». Suo padre è un musicista e resta per lei un esempio di talento e ispirazione.

Dua Lipa è stata fidanzata con Isaac Crew per poi iniziare una storia con Calvin Harris. Dal 2019, la cantante sta con Anwar Hadid, modello di Los Angeles che ha posato anche per Teen Vogue per poi diventare testimonial di Hugo Boss. Altra curiosità: Dua Lipa è una grande amica di Chiara Ferragni.

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Sanremo 2020: il testo di “Me ne frego” di Achille Lauro

Il cantante romano si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla di un amore problematico.

Il 4 febbraio assisteremo alla prima serata del Festival di Sanremo. Un’edizione, quella del 2020, che si preannuncia ricca di colpi di scena. Tra i cantanti in gara c’è anche Achille Lauro, che ha già partecipato alla kermesse canora nel 2019 con il brano Rolls Royce. Stavolta l’artista porterà sul palco un brano dal titolo Me ne frego, scritto da insieme a D. Dezi, D. Mungai, M. Ciceroni e E. Manozzi. La canzone parla di un uomo che viene usato dalla sua donna. Come si evince dal testo, l’uomo in questione chiede di di essere riempito di bugie e sfruttato. Un amore problematico, quindi, che viene definito «panna montata al veleno».

LEGGI ANCHE: Perché la 70esima edizione di Sanremo rischia di essere un flop

Il brano di Sanremo fa parte di un album dove l’artista ha deciso di provare nuove sonorità. Anche stavolta il cantante ci farà addentrare in atmosfere rock, proprio com’è stato per il brano Rolls Royce. Ma andiamo a scoprire più nel dettaglio il testo di Me ne frego di Achille Lauro.

IL TESTO DI ME NE FREGO


Noi sì
Noi che qui
Siamo soli qui
Noi sì
Soli qui
Fai di me quel che vuoi sono qui
Faccia d’angelo
David di Michelangelo
Occhi ghiacciolo Dannate cose che mi piacciono
Ci son cascato di nuovo
Ci son cascato di nuovo
Pensi sia un gioco
Vedermi prendere fuoco
Ci son cascato di nuovo
Tu sei mia
Tu sei tu
Tu sei più
Già lo so
Che poi lì
Che non so più
Poi chi trovo
Chi trovo.
Sono qui
Fai di me quel che vuoi
Fallo davvero
Sono qui
Fai di me quel che vuoi
Non mi sfiora nemmeno
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno

È instabile
Fragile
È una strega
Solo favole
Favole
A far la scema
È abile
Agile
Quel modo
Insospettabile
O mio Dio sì
Lei
Che dice a me
Voglio te
Ma vuole
Quello che non sa di sé
Dai
Vorresti che buttassi tutto quanto all’aria per te
Si perché
Per un capriccio
Lo sai
Che è cosi
Non si può non si può
Come no

Non mi sfiora nemmeno
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno

È una vipera in cerca
Di un bacio
Che poi
Le darò
Io sempre in cerca
Di quello che ho perso
Perdendo
Le cose che ho
Amore dimmi qualcosa
Qualcosa di te
Che non so
Cosi mi prendo anche un piccolo pezzo
Di te
Anche se non si può

Fai quel che vuoi
Me ne frego
Me ne frego
Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo
St’amore è panna montata al veleno
Ne voglio ancora

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Cristicchi su Sanremo 2020; artisti bravi, poche canzoni da brivido

C’era un ragazzo che disegnava chiuso in camera sua per spaventare i fantasmi. Poi capì che poteva farlo anche con..

C’era un ragazzo che disegnava chiuso in camera sua per spaventare i fantasmi. Poi capì che poteva farlo anche con una chitarra; voleva uscir fuori, diventare come Biagio Antonacci. Poi è andato oltre. È finito in manicomio, a sbattere contro gli occhi di scarto, quelli che l’umanità tiene legati, seppelliti: ne è uscito con una canzone, l’ha portata a Sanremo e l’ha vinto.

Ha avuto successo; non gli bastava, ha sterzato per altri sentieri, di montagna, verso un eremo, di miniera, verso chi ci lavorava, e cantava la sua fatica.

Ha fatto giri immensi, attraversando teatri di memoria. Tredici anni dopo ha riportato quella rosa rossa di follia sul palco dell’Ariston: è salito su una sedia e tutti sono ammutoliti.

Simone Cristicchi (foto LaPresse – Andrea Panegrossi).

DOMANDA. A volte basta niente per volare, Simone Cristicchi
RISPOSTA. Una seggiola, sì. È un gesto teatrale. Ma è anche nello spartito, quel volo lì.

Un volo che condensa le tue vite di artista: la canzone dentro il teatro, o se preferisci viceversa…
Sì, non c’è più separazione. È andata così. La cosa importante è avere riscoperto quel momento, quel gesto dopo 13 anni. E lo ricordavano, io l’ho sentito l’applauso a metà brano, magari da casa non si coglieva ma noi la botta l’abbiamo avuta.

È parso molto, molto coinvolto anche Nigiotti, sembrava quasi smarrito.
Enrico è stato bravo, ci ha messo tutta l’anima. E ha avuto coraggio, Ti regalerò una rosa era il più recente di tutti e 24 i duetti.

Lo ha scelto lui?
Sì, lo ha scelto lui e mi ha chiamato e non è un pezzo facile da rendere questo.

Ma ci si trova meglio in gara o come ospite, senza complicazioni, senza rischi?
Non lo so… (ride).

Non lo sai?
Ma io anche l’anno scorso, che ero in gara, stavo molto rilassato. Anzi quello è stato il Festival migliore per me, perché ero più maturo e anche più libero, senza obiettivi particolari, volevo solo che il brano [Abbi cura di me, ndI] arrivasse.

Simone Cristicchi (di spalle) ed Enrico Nigiotti.

Più di così, non ha più smesso di girare…
In un certo modo, c’è un filo conduttore tra Ti regalerò una rosa e Abbi cura di me.

Il filo, direi, è chi la canta: ai due estremi, il ragazzo outsider e l’autore affermato, che torna con la sicurezza dell’uomo. E Sanremo è cambiato anche lui.
Non mi aspettavo questa audience; per il Festival va bene, al di là dei riscontri immediati, che sono affare della Rai, sta a significare l’affezione, un legame che si proietta, una prospettiva.

Sì, ma con quale materia prima?
In generale, per quello che ho sentito, non l’ho trovata la canzone da brivido, quella che ti blocca, ti fa capire che è successo qualcosa. Forse solo Tosca.

Lei ha fatto scelte simili alle tue, si è concentrata sul teatro e l’intepretazione se ne giova, no? Così puoi fare un rap ante litteram senza bisogno di sbraitare sempre, di contorcerti…
In effetti… (ride). Ma non lo definerei un rap questo: è un recitativo, poi dipende dalle intenzioni. Oggi lo faccio in modo diverso, perché sono diverso. Lasci perdere i generi, ti concentri su quello che vuoi trasmettere. Conta questo e solo questo.

Ma c’è sempre bisogno di stare, o fingersi, così incazzati?
No, come non c’è bisogno di volgarità gratuite. Ma è anche un fatto di età, non nasci maturo, risolto, hai le tue fasi. Io sono distante da quel genere lì, ma non metto tutto nel calderone: Anastasio è bravo.

E di Achille, che vogliamo dire? Ne parliamo o lo teniamo chiuso nello sgabuzzino dei costumi?
Achille Lauro a me diverte, dico nel senso artistico. Crea aspettativa, e un artista è uno che porta la sorpresa. Lui è un uomo di spettacolo, uno showman.

Dì la verità, che un po’ di nostalgia per il Festival…
Ma io ci tornerò. Quando avrò il pezzo giusto, ci tornerò.

Da sinistra, Simone Cristicchi ed Enrico Nigiotti.

Stai scrivendo canzoni, al di là del teatro che tanto ti assorbe?
Piano piano sto mettendo cose da parte. Senza fretta, come ho imparato a fare. Certo, ogni volta che salgo sul palco dell’Ariston quella voglia mi torna: per capirmi, per capire dove sono adesso, come musicista, come creatore di canzoni. Ma nessuna pressione, nessuna premura. Perché poi è quella che ti frega, e io ho visto tanti artisti, bravi, sensibili, perdersi per quella smania.

È il teatro che ti ha insegnato la pazienza? Oppure la vita, che tira dove vuole lei? O le scelte di percorso che hai fatto? Per me è strano incontrarti in un oratorio, a parlare ai ragazzi, e poi vederti all’Ariston, in volo su una seggiola, nel giro di poche ore.
Non curo molto il contesto: mi emoziono se torno all’Ariston, ma relativizzando la situazione, come è giusto: scendo dalla seggiola, riparto con gli spettacoli in teatro. È bello ripartire. Con molta tranquillità, non mi faccio più travolgere dalle urgenze del successo. Mi capitano sorprese diverse. Gli incontri. Certe scoperte al limite del paradossale.

Per esempio?
Sai il libro che mi hai visto presentare a San Benedetto? E’ un po’ frutto della canzone di Sanremo, l’ho chiamato allo stesso modo, Abbi cura di me. A proposito dell’arrivare con un tuo brano. Me lo chiede Piemme e penso: ma che mi metto a fare, a raccontare la mia vita? A 40 anni? Poi ho capito: se parlo anche dei fallimenti, dello sconforto, delle sconfitte, allora è un’altra cosa. E adesso scopro che è primo nelle librerie religiose!

Come, primo? Prima anche di papa Bergoglio?
Che Dio mi perdoni!

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La vox populi su Sanremo è meglio del Festival di Amadeus

Che brava «Lula, Rula Gebrial, Gerberal, Brigeal», che forti «i Vibratori», che simpatici «Morgàn e Buco». A volte nessuno può arrivare alla comicità involontaria degli spettatori della kermesse dell'Ariston.

La fortuna del cronista è nel caso ma il caso va stanato, va provocato dove non ti aspetti di trovarlo – se no che caso è? L’importante è uscire, evadere dallo schermo dove scrivi e disperderti nella cosiddetta gente; per esempio sotto la volta di un mercatino coperto di un paese qualunque, fuori il migrante che ha altro da pensare, dentro la cosiddetta gente che invece beve Sanremo e il giorno di poi lo metabolizza a modo suo. O nel classico bar, o in una fila qualsiasi, tanto in questa settimana non si parla d’altro.

E allora è da sentire, da rendersi conto di come i qualunque, gli spettatori più o meno attenti, più o meno convinti, percepiscono uno spettacolo in fondo imposto, che possono solo subire; allora il cronista prova la misura dell’abisso tra la vanagloria della Rai, della sua grancassa che si dopa con gli ascolti, e ciò che rimane davvero, sedimentato nei sogni e nei risvegli di chi ha seguito 270 minuti di faticoso show.

Sì, c’è come un filtro, di comprensione, di comunicazione tra ciò che passa il convento e quello che arriva in realtà ed è in quell’incredibile ma vero modo di cogliere i protagonisti, nella routine della vita di sopravvivenza, pane quotidiano, pesce fresco, numerino allo sportello, che il cronista si disperde e un poco si spaura, come davanti a un infinito equivoco.

LE VIBRAZIONI DIVENTANO I VIBRATORI

Il bravo presentatore Amadeus, per dire, diventa nella vulgata popolare «Amedeus» o «Amadeo» e fin qui passi, ci può stare; ma che dire della bionda e rifatta conduttrice di una sera, che l’anagrafe popolare rilegge in «Diletta Dilotta»? Sulla collega di origine palestinese il cronista ne sente di ogni, «Lula, Rula Gebrial, Gerberal, Brigeal», praticamente un medicinale, mentre il superospite di tutte le sere diventa d’incanto «Tiziano Fierro», forse lo considerano nipote d’arte del grande Aurelio. Elodie finisce per ritrovarsi «Melodì», ed «è tanto brava».

Le Vibrazioni.

Invece una madama un poco sciatta proclama che non le sono piaciuti per niente «quelli, i Vibratori: urlano troppo forte». Le Vibrazioni, trasformate in oggetti di piacere, sentitamente ringraziano. Junior Cally ha un nome difficile da ricordare e, nella approssimativa percezione comune, diventa «quello che vuole stuprare le donne in maschera», con eccesso di specificazione.

QUALCUNO SI LAMENTA PERCHÉ RANIERI È STATO ELIMINATO

L’emulo di David Bowie, e non solo, è «Achille Di Lauro», mentre il povero Rancore viene talora confuso con Neri Marcorè, l’attore, oppure identificato in «quello sempre incazzato». Di Riki addirittura qualcuno ipotizza una parentela con «i Ricchi e Poveri», Francesco Gabbani subisce una nobile metamorfosi, «Gabbiani», Morgan resta Morgan (a volte chissà perché con l’accento sulla a, come “Tarzàn”), ma in accoppiata inevitabile con «Buco».

Massimo Ranieri.

Diodato viene confuso con Deodato, mitico musicista brasiliano, o moltiplicato in Diodati; una attempata fan, infine, tradisce tutta la sua indignazione «perché Massimo Ranieri, che è il più bravo, l’hanno eliminato la prima sera». Quanto a Jannacci Junior, per qualcuno è «Enzo Paolo Jannacci», omonimo del ballerino Enzo Paolo Turchi. Ma il meglio arriva con l’ereditiera: «Elettra Miura, quella delle auto elettriche». Sì, e in duetto con Elon Musk. D’altra parte, si sa che Sanremo è un affare di potenti e di raccomandati: il conduttore dell’altro Festival, per esempio, è «Nicola Salvini, e figurati se non ce lo mettevano lì a presentare». Proprio vero, l’Italia gattoparda non cambia mai. Dai marciapiedi, che qualcuno chiama l’università della vita, è tutto, a voi la linea.

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Georgina controfigura di Ronaldo: Amadeus a Sanremo toppa ancora

Che idea di donna ha trasmesso la compagna di Ronaldo dal palco dell'Ariston? Forte, divertente, colta? Nulla di tutto questo. L’assurdità è stata sceglierla: non ha talenti artistici, ha storpiato il 90% dei nomi dei cantanti e vedere quei siparietti è stato uno strazio. Le polemiche evidentemente al direttore artistico non sono servite a nulla.

«Ronaldo a Sanremo». «Georgina, tango, gag e magliette. Il festival di Cr7», titola così venerdì mattina la Gazzetta dello Sport, dopo la terza serata del Festival di Sanremo, quella dedicata alle cover.

Può sembrare un titolo sessista, ma la puntata è andata proprio così: Ronaldo, seduto in prima fila, tiratissimo e quasi scocciato, mai una risata, giovedì sera è stato il protagonista indiscusso del Festival di Amadeus mentre la sua compagna, la modella 26enne Georgina Rodriduez, un ruolo, per copione, lo aveva: quello della ‘co-conduttrice’ per una sera.

Peccato che la sua presenza abbia offerto al pubblico il nulla cosmico. Niente di personale, nessuno vuole attaccare lei, ma la scelta di Amadeus di volerla sul palco. E il modo in cui ha scelto di darle spazio.

L’OMBRA DI CR7, ANCHE NEL TANGO

Lancio Ansa di mezzanotte e sei minuti: «Georgina Rodriguez si lancia in un inaspettato tango con tanto di spaccata. Applaudita dal compagno Cristiano Ronaldo, seduto in prima fila, l’argentina scende dal palco, lo bacia sulle labbra e gli consegna un mazzo di fiori». Se vi siete persi la puntata, la sua partecipazione è stata questa roba qui. Trattata dal conduttore come una bambina di 10 anni, il suo ruolo sul palco è stato quello di prolungamento di Cristiano Ronaldo.

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Tutte le gag (malriuscite) coinvolgevano il campione della Juve, qualunque cosa lei dicesse, il riferimento di Amadeus a CR7 era immancabile. Persino il tango! Dopo aver ballato Amadeus le dice: «Ronaldo ti aveva mai vista ballare il tango? No? Allora è la prima volta che ti vede ballare il tango!», come se fosse al saggio delle elementari. Perché?

UN’IDEA DI EMANCIPAZIONE SEMPRE MONCA

Chiami sul palco Alketa Vejsiu, vulcanica conduttrice tivù albanese, che dei contenuti li ha e anche una personalità esplosiva. Chiami sul palco sette artiste, Alessandra Amoroso, Giorgia, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Gianna Nannini, Elisa ed Emma, che annunciano un concertone per raccogliere fondi contro la violenza sulle donne (il 19 settembre a Campovolo). E poi Georgina Rodriduez, il cui ruolo inutile sminuisce quasi le due partecipazioni precedenti, perché sminuisce la rappresentazione di noi donne. È come se provassimo a proporre solo ideali di donne emancipate e forti, ma poi non ci riuscissimo mai fino in fondo. Quel retaggio è troppo radicato.

Georgina Rodriguez bacia Cristiano Ronaldo al termine della sua esibizione sul palco dell’Ariston.

Che idea di donna ha trasmesso Georgina? Capace? Divertente? Forte? Colta? Nessuna. L’assurdità è stata sceglierla. Non ha talenti artistici, parla male l’italiano (ha storpiato il 90% dei nomi dei cantanti) e vedere quei siparietti è stato uno strazio.

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Ripeto, niente contro Georgina, ma perché dobbiamo accettare che con tutte le professioniste che abbiamo in Italia – conduttrici, attrici, comiche, giornaliste – capaci di dire qualcosa e di stare sul palco sia stata scelta una «fidanzata di»?

LE POLEMICHE SULLE «FIDANZATE DI» NON SONO SERVITE

Amadeus era stato travolto dalle polemiche dopo la conferenza stampa in cui definiva le donne che aveva scelto come «belle», «belle», «molto belle» e spiegava di aver voluto al Festival Francesca Sofia Novello, la compagna di Valentino Rossi – altra fidanzata di – «per la capacità di stare un passo indietro a un grande uomo». Amadeus aveva assicurato di essere stato frainteso, dubbio molto flebile che ora è svanito. Tutte quelle critiche di cui si è parlato per giorni evidentemente non sono servite, altrimenti, per metterci una pezza, avrebbe almeno cercato di rendere la partecipazione di Georgina incentrata su Georgina e non su Ronaldo. Invece no, come scrive la Gazzetta dello Sport quello di giovedì era «Il festival di CR7».

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Le pagelle della terza serata di Sanremo 2020

Cara discografia, qualcosa non quadra: hai dimenticato come intrattenere con garbo. La scena se la prendono i testimoni di un tempo che fu mentre i giovani ne escono, retoricamente, perdenti. Tra i duetti, Nigiotti e Cristicchi convincono. Molto meno Elettra Lamborghini e Miss Keta. I voti di Massimo del Papa.

A questo punto, a metà della maratona, estenuante e schizoide, sospesa tra predicozzi da ricchezza e sculettamenti da riccanza, possiamo concederci una riflessione a margine. Si è detto, si è ripetuto che questo Festival dei 70 anni li tradisce tutti, che la scena se la prendono i testimoni di un tempo che fu: Albano e Romina, Massimo Ranieri, i Ricchi e Poveri. Ed è subito sabato italiano, tivù in bianco e nero, sigla con Raimondo Vianello che tenta di far fuori i quattro liguri (Coriandoli su di noi), insomma l’effetto nostalgia, canaglia perché sai benissimo che, mentre ne parli, sei già reduce anche tu.

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I media uniti nella retorica scoperta e nella scoperta dell’acqua calda: ah, vedi però, che grinta, che freschezza ancora, la Ritina, la Brunetta e la Biondona, l’ex scugnizzo che dà la birra al presunto erede Tiziano Ferro. Ma è chiaro, chi assapora gli ultimi, risicati orizzonti di gloria tiene a far bella figura, a dar segni di vita e di vitalità, anche perché un artista non smette mai, perché c’è sempre almeno un altro concerto nei suoi orizzonti di gloria.

CI SONO DUE FESTIVAL: QUELLO DELLA MEMORIA E QUELLO DELLA SPERANZA

Ne escono, retoricamente, perdenti i giovani ma non è proprio che i giovani non portino la loro freschezza, il loro vigore: è un paragone che non regge, sono due specie diverse, due categorie che giocano due Festival separati, quello della memoria, quello della speranza. Il punto è un altro, è che questi giovani non si riconoscono più. Prendiamo i rapper, i trapper che oggi sembrano imprescindibili e domani chissà. Scusate, ma non vi sembrano tutti uguali? Tutti sgorgati dalla periferia maledetta, capitolina o meneghina, tutti con addosso quel vittimismo ringhioso ma lamentoso? Ormai ce ne sono a un soldo la dozzina e sono tutti uguali, musicalmente, testualmente, tematicamente sono la stessa cosa. Si raccontano addosso, parlano di loro, ombelichi di un mondo ostile e, in quel celebrarsi, stentato rompono i coglioni.

Si dirà: ma anche Rita Pavone ha portato una canzone in cui allude a se stessa, Niente (Resilienza 74). Sì, ma la Pavone e quelli come lei hanno 74 anni, hanno una vita da riassumere, possono farlo e qui ci sono ragazzini che a 18 anni la menano con un “vissuto” difficile. Questa anemia anche sonora, questo ripiegamento esistenziale quando tutto dovrebbe essere ardore, rabbia sì ma positiva, ecco, questo stona. Questo, se è lecito qui un pizzico di sociologia spicciola, è assurdo e magari un po’ controproducente: questi rapper e trapper fanno ascolti pazzeschi sui social, sulle varie Spotify, sfruttando un meccanismo identificativo perverso. Un po’ come Greta quando dice «mi avete rubato il futuro», frase a suo modo sanremese ma da una adolescente di una generazione che, fra tanti problemi, ha avuto un livello di vita e di comfort mai conosciuto prima.

E allora che c’è di strano se una canzoncina ruffiana ma fresca come Ultimo amore dei settantenni Ricchi e Poveri a modo suo emoziona, coinvolge e contagia, spazzando via raffiche di geremiadi borgatare o sentimentose? E parla di un amore finito, ma lo fa con la grazia ardente dei fine anni Sessanta. E se ieri sera i duetti son stati tutti con la testa all’indietro, e spesso molto indietro, una ragione ci sarà.

Cara discografia, qualcosa qui non quaglia: hai dimenticato come intrattenere con garbo, sai solo partorire vittimismi in batteria o volgarità schiappettanti alla Elettra Miura. Non è colpa dei giovani esangui, d’accordo, ma se pure questi giovani sempre intenti a compiangersi non trovano modo di ribellarsi, di pretendere i loro orizzonti di gloria, non se ne esce. Fine della considerazione andante, andiamo ad affrontare la serata dei duetti, tradizionale riempitivo di mezzo Festival, andiamo a sopportare la Bibbia in bigino di Benigni, che in controluce si legge Lucio Presta, l’impresario suo, di Amadeus, di Rula, che a Sanremo è tornato a fare il tempo bello e cattivo. Queste sono le cose che andrebbero sempre tenute presente nell’economia di un Festival. Il resto, detto alla Gordon Gekko, è solo conversazione, spazi da riempire di parole. Le stesse che riempiono una sera che dura il tempo assurdo di 5 ore e mezza (qui sono impazziti tutti), ma comincia due ore dopo l’inizio perché deve tenere impiccati i telespettatori, deve razzolare l’audience con cui gonfiare i muscoli la mattina dopo in conferenza stampa.

I CONDUTTORI: AMADEUS FA IL FIORAIO, ALKETA INSOPPORTABILE E GEORGINA NON PERVENUTA

AMADEUS: 5. Non si capiva bene che facesse “Ama”. Il conduttore no, c’è Fiorello. La valletta no, ci sono dieci ragazze per lui. L’intrattenitore, neppure, non è per lui. La spalla di Benigni, no, fin troppo servile. Alla fine era così facile, fa il fioraio.

GEORGINA RODRIGUEZ: S. V. Questa è una che quando le hanno offerto 50mila euro, ha risposto: per questa miseria io e Cristiano non ci alziamo neanche dal letto, olè. E allora hanno triplicato, tanto son soldi nostri. La chica di Ronaldo non sa far niente, almeno sul palco, e lo fa pure male: tutto il gesso minuto per minuto. Co’ sta gnagnera spagnola che se capiss nagott e ha rotto le balle.

ALKETA VEJSIU: 3. Tanto gatto di marmo Georgina, tanto accelerata Alketa. Insopportabile: come apre bocca ti gira la testa, ti piglia una distonia neurovegetativa, altro che i rapper. Come loro, parla preferibilmente di sé, anche quando parla del suo paese si capisce che lo considera fortunato ad averla. Dice che in Albania presenta tutto lei, e canta, pontifica, disfa e sforca. Ma povero glorioso popolo schipetaro.

I DUETTI: I MIGLIORI SONO NIGIOTTI E CRISTICCHI, MALE (ANZI, MALISSIMO) ELETTRA LAMBORGHINI CON MISS KETA

MICHELE ZARRILLO con FAUSTO LEALI (Debora): 6. Zarrillo pare uscito da Mare profumo di mare, a proposito di Amarcord. Fausto, detto “il negro bianco” quando ancora si poteva dire, ormai è bianco e basta. Sei di incoraggiamento, sono giovani, si faranno (chissà di che).

JUNIOR CALLY con i VIITO (Vado al Massimo): 0. Ma questo qui chi è, il figlio di Demo Morselli, quello di Costanzo? Quanto al Cally, allora è una mania: in mancanza di meglio, sevizia il nostro inno generazionale. Non t’azzardare, ragazzino, la nostra adolescenza non si tocca.

MARCO MASINI con ARISA (Vacanze Romane) 5. Lugubre, tetro, Masini riesce ad incupire anche questa frizzante nostalgia, santa Madonna. Arisa, che già ha i suoi problemi, fa quello che può, ma, date le circostanze, le esce un vocalizzo gotico alla Diamanda Galas. Altro che «Paese che non ha più campanelli», qui mancano solo le campane a martello.

RIKI con ANA MENA (L’Edera): 2. Con Ana Mena, la menata è piena. Con Riki, pizza e fichi. Altro che l’edera, qui siamo al cactus. L’ortica, va’.

RAFAEL GUALAZZI con SIMONA MOLINARI (E Se Domani) 6+. Un po’ esangue, forse, ma più che dignitosa: questione di feeling. Contentiamoci, che siamo ancora offesi da Cally e da Riki.

ANASTASIO con P.F.M. (Spalle al Muro): 6+. Anastasio è bravo, ma comincia a ripetersi nella sua invettiva esistenziale: quanto potrà durare così, inesorabilmente crescendo? E quando canta, cioè segue una melodia, si capisce l’abisso: Renato Zero a vent’anni avrebbe già potuto cantarla, Anastasio può solo rappare. Non è questione di età. Quella che ha scritta in faccia un Franz di Ciccio cadente ma non domo come una vecchia casa di ringhiera.

LEVANTE con FRANCESCA MICHIELIN e MARIA ANTONIETTA (Si Può Dare Di Più): 2. Niente, ‘sta Michielin, se non ce la ficcano dappertutto non son contenti: e chi ha come impresario, il Bildelberg? Soros? L’altra, Maria Antonietta, è la classica hipster insopportabile. Come Levante, del resto. Tutte e tre fanno una lagnaccia che al Pomofiore le avrebbero seppellite. Non di fiori.

ALBERTO URSO con ORNELLA VANONI (La Voce Del Silenzio): 2. Ornella ormai di profilo è aerodinamica. Di fronte è Thing-Fish, e chi conosce Frank Zappa ha capito. Urso è uno che io vorrei sapere chi ha deciso la maledetta mania di imbarcare tutti gli anni qualcuno che fa il tenore pop.

ELODIE con AEHAM AHMAD (Adesso Tu): 4. Va bene il pianista di prestigio, ma occhio che la svolta raffinata il più delle volte prelude a un vertiginoso scassamento di cabasisi. Ci siamo, Elodie.

RANCORE con LA RAPPRESENTANTE DI LISTA (Luce): 3. Va beh ma che senso ha ridurre sempre tutto a fiotto a sbotto di parole? Ma come si fa a essere sempre così rancorosi? Ma canta, se sei capace, che sembri Zalone. Quella che rappresenta la lista forse è meglio se fa quello, nella vita.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Settanta volte): 4. Io questa roba qui la vedo ogni volta che vado alle sagre dello gnocco fritto.

ENRICO NIGIOTTI con SIMONE CRISTICCHI (Ti regalerò una rosa): 7. Dice: Cristicchi canta Cristicchi. Eh, ma questo rap l’ha inventato quando i rapper erano poppanti. E quale apertura d’ali nel cielo degli ultimi, sulle correnti del dolore: non c’è sempre bisogno di sbraitare per cantare gli imbuti della vita. A Nigiotti va di lusso, ci fa un figurone pure lui.

GIORDANA ANGI con SOLIS STRING QUARTET (La Nevicata Del ’56): 5 E non basta acconciarsi come Mia Martini per diventarla. Ma insomma, lo vogliamo capire una buona volta per cantare bisogna saper cantare? E che cantare non è aprire la bocca e darle fiato?

LE VIBRAZIONI con CANOVA (Un’Emozione da Poco): 2. No, un’emozione da niente. Ma perché bisogna fare sempre queste versioni da bue?

DIODATO con NINA ZILLI (24mila Baci): 4. A me ‘sto Diodato fa un po’ strazio, la Nina lo tira un po’ su, ma sempre strazio resta. Di più non saprei dire, perché non c’è niente da dire.

TOSCA con SILVIA PEREZ CRUZ (Piazza Grande): 6+. Tosca canta bene, lo sappiamo. Non si capisce che voglia fare di preciso nella musica, forse non lo capisce neppure lei, ma è un problema suo. Non male, anzi vince la serata, ma questa versione snaccherata di Piazza Grande a Dalla, che dite, sarebbe piaciuta?

RITA PAVONE con AMEDEO MINGHI (1950): 5. Allora, la grintosa Rita dovrebbe anche imparare, non è mai troppo tardi, che non ogni canzone si deve interpretare come Viva la pappa col pomodoro. Gian Burrasca. Su Minghi, rispetto.

ACHILLE LAURO con ANNALISA (Gli Uomini Non Cambiano): 4/5. Due canzoni di Mimì nella stessa sera. Achille Lauro è uno che, valendo zero, minuscolo, deve far parlare e allora fa il clown. Ma è inutile dire «sì, come volete, sono Bowie», così perculi solo te stesso. Perché sembri Lo Scarpantibus di Bracardi. Molto brava, invece, Annalisa su un brano di una bellezza tremenda, come sempre con Mimì. Fosse stata sola, avrebbe meritato un voto alto assai, peccato.

MORGAN e BUGO (Canzone Per Te): 1. Anche Morgan ormai sembra un personaggio bracardiano. Però non è divertente. Ha la discutibile attenuante della tragicità, quell’essersi sprecato oscenamente. Non ditegli più che è un genio, per favore: non è vero e inchiodatelo alle sue responsabilità, se gli volete bene. Di Bugo non si può nemmeno dir male, sarebbe troppo poco.

IRENE GRANDI con BOBO RONDELLI (La Musica È Finita): 6 1/2. Un pezzo straordinario per due interpreti temerari: l’immenso, sfrotunato, discriminato Umberto Bindi o ti ammazza o ti nobilita. Loro, in verità, se la cavano piuttosto bene, tra le poche cose salvabili di stasera.

PIERO PELÙ (Cuore Matto): 6+. Cuore Matto cantata come Toro Loco? Ma sì: Pelù questo è, un tamarro scisso tra la retorica buona con cui riesuma Little Tony, per duettarci, e la retorica bolsa del «mi vergogno di essere un uomo». Prendere o, più spesso, lasciare. Stasera prendiamo.

PAOLO JANNACCI con FRANCESCO MANDELLI E DANIELE MORETTO (Se Me Lo Dicevi Prima): 6+. Figlio canta padre. Fin troppo uguale, una vertigine. Ma una vertigine puttana, Paolo, perché lo Zelig non ci sarà più, quella Milano lì non tornerà più, Cochi, Renato, il Dogui e tutto il resto non verranno più e neanche tu che ci crescevi dentro ci sei più. E neanche Enzo, e il Beppe, Viola. E nessuno le farà più, queste canzoni qui, e adesso basta che mi vien da piangere tu non devi farceli questi scherzi qui, a noi che sappiamo. Perché noi sappiamo.

ELETTRA LAMBORGHINI con MISS KETA (Non Succederà Più): 0. Oh. Ora. Elettra Miura. Con quell’altra con la maschera. Claudia Mori, fanno, disgraziète maledétte. Per associazione di idee mi viene in mente Dostoevskji: l’Idiota. E, sempre con Fedor, concludo: «Signore, perché?».

FRANCESCO GABBANI (L’Italiano): 4. Questo è un bluff. Ricordate cosa vi dice Max, che ha 55 anni. Questo è un bluff. Mettilo come vuoi, versione scimmia, karma, sovranista con bandierina, ma sempre che è un bluff.

OSPITI: NON SI SALVA NESSUNO

LEWIS CAPALDI: 4/5. Questo salmone scozzesone è un golden boy, ha fatto sfracelli con un solo album, il successo è il più capriccioso degli dèi: goffo, ma di quella goffaggine dei predestinati. Non che mostri chissà cosa, anzi la prima la canta a livelli decisamente assassini. Ma tanto che gliene frega a lui?

ROBERTO BENIGNI: 8 (anni per circonvenzione di 10 milioni di incapaci). Sul mio onore, scrivo prima di vederlo: musichetta pinocchietta, entrata zompettante, abbracci random, dirige l’orchestra, mani addosso ad Ama, cerca di spogliarlo, due cazzate su Sanremo, due cazzate mistiche, due cazzate sull’amore, lectura bigotta con pathos di Mattarella, standing ovation chiamata, Ama al parossimo dell’isteria servile che cerca di evirarsi. Al modico prezzo di 300mila euro (da spartire con Lucio Presta). Il Maestro Manzi con Non è mai troppo tardi erudiva il volgo catodico a costo assai più modico. Mi son subito addormentato alla musichetta pinocchietta. Ci ho preso?

MIKA: 3. Falsetto preoccupante a parte, omicidio in morte di De André a parte, io una cosa vorrei sape’: ma questo a casa sua non ci torna mai? Ma sempre qua sta?

TIZIANO FERRO: 4. Ma era proprio necessaria questa emerita frullatura di gonadi tutte e cinque le sere? Ma cos’è, in bolletta come il canone?

BOBBY SOLO: S.V. Entra gli ultimi 120 secondi, come Causio alla finale dei Mondiali.

LO SHOW: 3. Georgina impalata, professione fidanzata (di Ronaldo): «Es la primera vez que ballo un tango». Amadeus, invece di ringhiarle «si vede», non trattiene l’orgasmo, gli va in tiro anche il naso. Giustamente su Twitter qualcuno manda tutti affanculo pensando a chi studia una vita per finire a pulire cessi e camerini. E non aveva ancora visto, si presume, la vergogna di Elettra e miss Keta. Perché è una vergogna, uno vero schifo. Che resta da dire?

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Chi è Lewis Capaldi, ospite della terza serata di Sanremo 2020

L'artista canterà sul palco dell'Ariston giovedì 6 febbraio. Conosciamolo meglio.

Tra gli ospiti della terza serata di Sanremo 2020, anche Lewis Capaldi. Si tratta di uno dei più amati cantautori scozzesi che ha riscosso diversi successi sia nel 2018 che nel 2019. Ha ottenuto, ad esempio, il primo posto nella UK Singles Chart con il brano Someone you loved. Ma andiamo a scoprire qualche dettaglio in più sull’artista.

Ha lavorato con il produttore Malay che ha vinto un Grammy Award e quest’anno Lewis è stato invitato a presentarsi sul palco del Festival di Sanremo 2020 come primo ospite internazionale. L’artista è nato il 7 ottobre 1996 in Scozia e più precisamente a Bathgate. I suoi genitori sono scozzesi ed è parente degli attori Joseph Capaldi e Peter Capaldi. Anche suo fratello Warren ha scelto di lavorare nel mondo della musica.

LA CARRIERA DI LEWIS CAPALDI

Il cantante ha imparato a suonare la chitarra all’età di soli nove anni e ha iniziato la sua carriera cantando in diversi pub dai 12 anni in poi. Nel 2017 ha pubblicato il primo EP Bloom e la sua prima canzone Bruises che lo ha reso famoso in tutto il mondo grazie soprattutto a Spotify. Questa piattaforma lo ha lanciato come artista, raggiungendo subito 25 milioni di riproduzioni. Successivamente ha firmato contratti con la Virgin EMI Records e la Capitol Records.

Ha vinto il premio Scottish Alternate Music Awards, mentre nel 2018 ha vinto i Great Scot Awards e Forth Awards. Ma non basta. Nel 2019 eccolo nuovamente vincitore del MTV Brand New per il 2019 Award.

ALCUNE CURIOSITÀ SU LEWIS CAPALDI

Lewis Capaldi è single. In passato ha confidato ai suoi fan che la vita senza partner non è poi così negativa, anzi non è niente male. L’artista, a quanto pare, preferisce concentrarsi sulla musica e sulla sua carriera.

Secondo alcune voci riportate da Forbes, il suo patrimonio netto corrisponderebbe a 10 milioni di dollari. Il diretto interessato, però, ha replicato dichiarando di avere soltanto 200 dollari sul suo conto corrente bancario.

Il giovane e bravissimo cantante pesa 78kg, ha capelli castani chiari e occhi grigi. Molto attivo e noto sui social, ha 1,8 milioni di seguaci su Instagram e 418 milioni su Twitter. I suo segno zodiacale è la Bilancia.

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Chi è Alketa Vejsiu, co-conduttrice di Sanremo 2020

È nata a Tirana nel 1984, è un volto noto della tv e il 6 febbraio sarà sul palco dell'Ariston ad affiancare Amadeus.

Alketa Vejsiu sarà co-conduttrice nella terza serata di Sanremo 2020. Nata a Tirana, in Albania, il 19 gennaio del 1984, il suo segno zodiacale è il Capricorno. Lei è una conduttrice di programmi televisivi, una conduttrice radiofonica ma anche cantante. Ma andiamo a scoprire più nel dettaglio chi è Alketa Vejsiu.

CURIOSITÀ E CARRIERA

È laureata in economia aziendale ed è entrata a fare parte del mondo dello spettacolo da giovanissima, dall’età di appena 17 anni. In Albania ha condotto diversi programmi televisivi come Dance With Me, Chi ha incastrato Peter Pan e X-Factor.

Ha anche un marchio di abiti da sposa e gestisce un’azienda che si occupa di servizi fotografici e di trucco. A tal proposito gli abiti che indosserà al Festival sono diversi: uno di Dolce & Gabbana e l’altro dello stilista Valdrin Sahiti, che appartiene alla sua linea di produzione.

LA VITA PRIVATA DI ALKETA VEJSU

La conduttrice Alketa Vejsiu si è sposata nel 2006 con Ardi Nelaj. È mamma di due bambini, uno di nome Nicole e l’altro di nome Lionel. Il marito è un famoso costruttore di origine albanese.

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Presunti plagi, veleni social, emuli di Zero: appunti da Sanremo

Zucchero ricalca Hoyt Axton, mentre la canzone di Tecla assomiglia tanto a "Un senso" di Vasco. E che dire dei look? Dopo Lauro anche Lamborghini saccheggia Renato Zero. Mentre Fiumani bacchetta sui social Piero Pelù. Appunti dal Festival.

Spigolature da Sanremo, ovvero alcune cosette sfuggite ai più, ma non proprio a tutti.

Per esempio, ci stavamo preoccupando per Zucchero: come mai questa volta non ha copiato nessuno? Cos’ha, si sente male? Invece, puntuale come la morte, eccolo il ricalco: è da Joy to the World, non celeberrima canzone scritta nel 1970 dall’artista folk Hoyt Axton e portata alla ribalta dai Three Dog Night.

Zuccherino furbetto, stavolta invece del solito Joe Cocker è andato a pescare qualcosa di oscuro: siamo tutti sollevati, in ogni modo. E poi lui non era in gara. Chi invece c’è, e adesso rischia, è la nuova proposta Tecla, che qualcuno ha trovato un po’ troppo ispirata da Un senso di Vasco Rossi

DOPO LAURO ANCHE LAMBORGHINI SACCHEGGIA ZERO

Restando ai cloni, ma spostandoci al campo visivo, di Achille Lauro, uno che di inedito non ha manco il nome d’arte, si è già stradetto: Zero, Bowie, Mercury, Rocky Horror, il ragazzo sta saccheggiando tutto il glam possibile e immaginabile. E lo trovano originale, segno dei tempi. Ma è proprio il povero Renato Zero a essere «vendemmiato», per dirla alla Sergio Saviane, come non ci fosse un domani: il vestitazzo dell’ereditiera Elettra Miura Lamborghini, che taluno ha voluto ricondurre a un immaginario porno, è in realtà un copia e incolla del costume di scena di Zero nel tour di Tregua (1980).

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Ancora una volta, segno dei tempi: non c’è niente di più inedito del già visto, certi artisti erano avanti 40 anni, certi pseudoartisti sanno solo servirsi al mercato dell’usato. E senza pagare. Va peraltro informato che l’ereditiera in questione è, misteriosamente, tra le più ovazionate a Sanremo, la finestra del suo albergo meta di incessante pellegrinaggio, la cifra artistica non conta, la riccanza invece sì. Infine, Tiziano Ferro sembra il plagio di se stesso: spompo, bolso, spesso stonato, una versione da karaoke. Ma che gli è capitato?

PERCHÉ TAGLIARE LA SABRINA NAZIONALE?

Dai ricami ai tagli. Il monologo di Roger Waters, voluto dalla ex fiamma Rula Jebreal, come tutti ormai sanno è stato tagliato per questioni di diplomazia politica; e passi, ma c’è stato un altro taglio viceversa inaccettabile: ha colpito la splendidissima Sabrina Salerno, che avrebbe dovuto lanciarsi nel suo inno, Boys Boys Boys e invece è stata segata per questioni di orario. E a noi non resta che sostituire l’ormai logoro poster in camera, lo stesso di Amadeus. Criminali. Non potevano accorciare un po’ quegli interminabili siparietti tra “Ama” e “Fiore”? 

CONDUTTORE CHE VAI, GRIFFE CHE TROVI

Sanremo, poi, è da sempre safari di grandi marchi, e ce n’è più o meno per tutte le griffe. Achille Lauro, l’outsider, ha sfoggiato un costumino con vista pacco frutto di una sponsorizzazione con Gucci; Diletta Leotta, che ha predicato, con evidente convinzione, sull’effimero della bellezza, sulla vanitas vanitatum, era avvolta in Etro; Rula, invece, ha spremuto la intemerata contro i maschi fasciata in Armani; stessa opzione per Fiorello e Tiziano Ferro; Amadeus ha una sorta di esclusiva, anche extrafestival, con Gai Mattiolo.

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Sabrina Salerno ha interpretato creazioni di Gabriele Fiorucci; i due bei volti del tg, Laura Chimenti ed Emma d’Aquino, hanno scelto, o sono state scelte, rispettivamente dagli stilisti Sylvio Giardina e Antonio Grimaldi; e via indossando, perché van bene la solidarietà, la sensibilità, le prediche, le intemerate: ma vestite bene, vengono meglio. 

FIUMANI BOCCIA PELÙ SUI SOCIAL

Fulminanti, sui social, alcuni commenti al veleno di Federico Fiumani sul vecchio sodale Piero Pelù: «Il testo della canzone di Piero sembra scritto direttamente da suo nipote»; «Da Piero la solita lezione di catechismo, che palle!». Dagli torto…

Essendo Sanremo il festival del cattivo gusto, per me Elettra Lamborghini la migliore della serata.Da Piero la solita lezione di catechismo, che palle !!!

Posted by Federico Fiumani on Thursday, February 6, 2020

QUANTO TIRA IL CAZZEGGIO AL DOPOFESTIVAL…

Infine, molti sgomitano per andare a cazzeggiare al Dopofestival, che quest’anno si chiama L’altro Festival, ma alla fine parlano sempre gli stessi, anzi le stesse; a scapito di chi non si è fatto avanti, è semplicemente stato invitato e poi non ha modo di parlare, perché chi ha il microfono lo difende con le unghie laccate e con i denti. Specie se non ha niente da dire.

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Le pagelle della seconda serata di Sanremo 2020

Dove starebbero le mille sorprese promesse da Amadeus? Solo le vecchie glorie come i Ricchi & poveri e Massimo Ranieri dimostrano di avere qualcosa da dire. Sul palco, in mezzo a canzoni e cantanti in gara mediocri, si salvano Levante e Tosca. Ma il filo comune è la noia. I voti di Max del Papa.

Sanremo inclusivo, è la parola d’ordine quest’anno. Inclusivo, solfeggia l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini. Inclusivo, amplificano i media. Inclusivo ma anche occlusivo, eventualmente. È il Festival degli squisiti paradossi: perché, per dire, il suo toccante monologo Rula Jebreal non l’ha dedicato al cantante ex mascherato Junior Cally, uno che canta di come stuprare e far fuori le donne? No, l’ha dedicato ai maschi come tali e anche questo vezzo di reagire a ogni critica scomodando il maschio bianco in quanto prevaricatore (come minimo), non pare molto inclusivo.

Magari, ecco, non siamo ontologicamente tutti così e neppure inclusivi al modo della vecchia fiamma Roger Waters, uno che ai concerti fa volare un maiale con la stella di David: ragion per cui qualcuno deve aver pensato che un videomessaggio non valeva una devastante crisi diplomatica (e qualche rogna alla convinta giornalista). Ma tutto è già macinato, la seconda sera tocca ad altre presenze “in rosa”, sempre tesi al rinnovamento qui al Festival, drogatissimi dal 52% di ascolti anche se secondo qualcuno sarebbe una media aggiustata sui picchi della sola seconda parte.

Sia come sia 10 milioni e passa sono inclusivi, racchiudono la pancia del Paese, come si dice. Ma se fossero solo automatismi televisivi, se non fosse Sanremo lo specchio della nazione ma il contrario, l’Italia specchio di un Festival che non la rappresenta affatto, che prende quello che vuol prendere e il resto lo scarta, lo ignora? C’è molta pomposità in questo senile Sanremo dei 70 anni ma anche tanta piattezza, il che viene a dire poco dinamismo, poco coraggio: poco entusiasmo. Ci sono giovani che ammiccano, sembrano usciti dalle pubblicità delle merendine – e i giovani, no, non sono così. C’è l’ostinato predominio di senatori che rianimano una remota proiezione di sè. C’è una morale rassicurante, sconosciuta alla società che si agita. C’è la finta trasgressione che non punge nessuno.

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TANTE SORPRESE ANNUNCIATE, POCHE NOVITÀ REALI

Ci sono personaggi incomprensibili, che uno a vederli si spaura: Elettra Miura Lamborghini sarebbe Paese reale, Paese vero? No, questo è il pianeta della tivù, è il reality che è il contrario della realtà e non è un caso che Fiorello si travesta da Maria de Filippi la quale appare in voce, come il Dio che giudica e manda: al telefono. È tutta una bolla, inclusivi tra loro, esclusivi per i terrestri, gli afflitti dalla gravità che li schiaccia mentre applaudono. Sì, certo, lo spettacolo deve essere atipico, eccessivo, se no che spettacolo è? Ma questo è spettacolo? Noi diremmo che è se mai una pantomima, qualcosa che punta ad essere show senza volerlo essere davvero, quindi ripetendosi.

Sanremo rispecchia l’Italia nel suo conformismo piccolo borghese

Dove starebbero le mille sorprese promesse da Amadeus? Dove la novità, l’imprevedibilità? Poi si potrà dire che Sanremo funziona come è, che il suo corpaccione televisivo è fatto per soddisfare il cannibalismo di quanti più televedenti: benissimo, basta saperlo, basta non millantarlo. Lasciateci però all’autunno del nostro scontento, lasciateci dire che non vediamo in cosa, secondo il cliché che non regge più, Sanremo rispecchierebbe l’Italia se non nella sua stanchezza attuale, nella sua rassegnazione, in una fame di cose risapute e un po’ stantie, nell’orrore di ogni azzardo. Anche in certo conformismo borghese, piccolo borghese, che nasconde i vizi privati e sbandiera pubbliche virtù tutte da verificare, senza nessuna voglia di andarle a verificare davvero.

Da sinistra, Amadeus e Fiorello nei panni di Maria De Filippi.

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Prendiamo proprio i giovani, dalla cui propulsione si capisce davvero lo spirito di un Paese: perché a Sanremo deve starci un Leo Gassman, senza grandi numeri a parte la faccia giusta, e non una Sherol Dos Santos che nello stesso X Factor brillò infinitamente di più? Dite che Leo non deve scontare il suo nome? Non scherziamo, in Italia il nome è garanzia, chi ce l’ha va in sorpasso e infatti Leo eccolo; Sherol lotta per non sparire e a una piccola etichetta, Instant Crush Records, sono appese le speranze di vederla emergere. A Sanremo l’hanno scartata, incredibilmente o sintomaticamente, alle audizioni. Siamo sempre all’epica, logora, del Davide contro i Golia ma i Golia vanno avanti, al Festival come dappertutto nel mondo inclusivo ma non sempre, non per tutti.

CONDUTTORI, SPICCANO CHIMENTI, D’AQUINO E SABRINA SALERNO

FIORELLO: 5. Fateci caso, in campo lungo sembra sempre più Claudio Baglioni. Ridendo e scherzando, anche lui veleggia per i 60: e, accidenti, si vede.

AMADEUS: 5. Aziendalista. È di una generazione di mediocri, non sbagliano niente perché non rischiano niente e alla Rai vanno bene così.

Da sinistra, Amadeus, Laura Chimenti e Emma D’Aquino.

LAURA CHIMENTI E EMMA D’AQUINO: 6. Carine, ingessate ma non è il loro posto: sono giornaliste vere, loro. Fa parte del gioco al quale si prestano, garbatamente.

SABRINA SALERNO: 6+. Amadeus fa coming out: aveva il suo poster in camera 35 anni fa. Non era l’unico, e nessuno è diventato cieco: volendo, il poster andrebbe benissimo pure adesso. Il punto è che se la cava, magari vuole strafare, ma chi se ne frega: io me la sarei giocata per tutto il Festival.

TRA I GIOVANI SOLO SENTIERI E FAUSTINI DANNO QUALCHE FLEBILE SPERANZA

GABRIELLA MARTINELLI E LULA (Il Gigante d’Acciaio): 5 –. Il gigante sarebbe l’Ilva con tragedie annesse. E che fanno? La solita rabbia fasulla all’affogato di melassa melodica. Eh, ma vuoi mettere l’impegno. Sì, l’impegno è fico, solo che la canzone è un impugno.

FASMA (Per Sentirmi Vivo): 5. Ma a me ‘sta solfa in autotune senza un domani m’ha ammazzato. L’intro è copiato, ma non ricordo da cosa. Il resto pure, ma di più non saprei dire. Fa asma, un po’, ma passa. Dio ci scampi e liberi dall’ennesimo rappere probblematico co’ i traumi d’a a bborgata.

Marco Sentieri.

MARCO SENTIERI (Billy Blu): 5/6. Nomi grossi, per un esordiente: Giampiero Artegiani scrive, Danilo Ricciardi (Renato Zero e altri) dirige, e si sente. Anche lui post rapper di Napoli, come Anastasio ma meno viscerale e più orchestrale. Regge? Mah, a volte affiora Gigi d’Alessio. Comunque la spunta.

MATTEO FAUSTINI (Nel Bene e Nel Male): 5/6. Già vincitore di un Premio Lunezia per nuove proposte sanremesi. Insegue la canzone d’autore ma è un po’ datato, intenso ma stonato, coraggioso ma esitante. Tra bene e male.

TRA I BIG SOLO LEVANTE E TOSCA SI ELEVANO DALLA MEDIOCRITÁ

PIERO PELÙ (Gigante): 3. Ma io chi ho ammazzato nell’altra vita per ritrovarmi a 55 anni a commentare Pelù che fa la sigla della tivù dei ragazzi? E, soprattutto, che avrà fatto ‘sto povero nipotino per meritarsi un nonnetto come Piero Pelouche?

ELETTRA LAMBORGHINI (Musica (e il resto scompare)): S.V. Ma la classe di questa artista? La finezza vocale? L’eleganza del gesto? L’intensità dell’espressione? Il magnetismo innato? Porta una canzone di contenuti forti, «innamorato di un’altra cabron». Difficile trovarle chi le sta a petto; a me ricorda Ma Rainey, Bessie Smith. Il valore aggiunto di un Festival a caccia di talenti.

ENRICO NIGIOTTI (Baciamo adesso): 1. È lui il vero nipotino di Piero Pelouche, fateci un po’ caso. Ora, qui sorge un problema: capire se è peggio lui, l’interpretazione o la canzone; atroce dilemma, e non solo quello.

LEVANTE (Tikibombom): 6+. Magra in una maniera preoccupante, allampanata, scomposta, ma la sua interpretazione, con tutti i limiti, vocali, lirici, anche armonici, si distingue. Non è una fuoriclasse artista, e non ha una gran canzone: ma in un Festival di mediocri, la sua grinta spacca e spicca.

Levante.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Ringo Starr): 4. Ma che Ringo Starr, casomai Ringo boys. Rinco, meglio. No, non lo dirò che sono Lo Stato Sociale di quest’anno, arrivo tardi. Dico solo che da queste cose, anzi questi cosi, si capisce la tragedia del cosiddetto indie italiano.

TOSCA (Ho Amato Tutto): 6-. Siamo in quota “signora della canzone”. Chi la ricorda? Un successo precoce vent’anni fa, una virata verso il teatro, senza abbandonare il pentagramma. Cerca un rilancio musicale con una di quelle proposte che fanno sdilinquire i critici ma dopo un po’ fanno pure due palle così.

FRANCESCO GABBANI (Viceversa): 4. Cerca di scrollarsi di dosso lo scimmione, ma il suo occidentale karma lo riacchiappa. Con una robina sanremese così, è finora primo: roba che rivince.

PAOLO JANNACCI (Voglio Parlarti Adesso): 5. Ha cominciato col padre, come Cristiano de André. Uguale sputato al padre, come Cristiano de André. Meno che nel talento, come Cristiano de André.

RANCORE (Eden): 4. Non si è capito molto di quello che ha cantato (?), ma un rapper e(r)metico conta per quanto si agita s’incazza ramazza stramazza. Poi arriva a Sanremo e si calma, tranquilli. La musicuzza del solito Dardust è tutta arpeggi pseudodrammatici, non proprio il massimo. Ma è tra i cocchi della critica di quest’anno, che lo trova molto originale, molto incazzato.

Junior Cally.

JUNIOR CALLY (No Grazie): 3. ‘Azz’, n’altro rapper della periferia romana, ma che è, un’epidemia? Ah, ma questo è quello che voleva stuprare e far fuori le fanciulle. Ma che s’è messo, una divisa nazi? Eh, ma ce l’ha con Matteo Salvini. Allora va bene, tutto è perdonato. Era meglio però se teneva su la maschera. Boh, a me sto riffaccione glam sugli archi invece della chitarra pare tanto una paraculata.

GIORDANA ANGI (Come Mia Madre): 2. Altro prodotto di Amici, e si capisce appena apre bocca, però pupilla di Tiziano Ferro, infatti lo copia la piccola Angi. Angina. Tremenda uguale.

MICHELE ZARRILLO (Nell’Estasi o nel Fango): 4. Una boccata d’aria fresca, sarà 30 anni che sta qua: 13 ne ha fatti, mica uno. Di estasi pochissima, senti a me.

OSPITI: SI SALVANO I VETERANI RICCHI & POVERI, RANIERI E ZUCCHERO

MASSIMO RANIERI (6+) e TIZIANO FERRO (5-). Un altro po’ e “Ama” casca stecchito per l’orgasmo di presentarli: al dunque, un duettino roboante ma un po’ alla Dio t’accompagni. Erede, Ferro? No, Tiziano è già spompo e melenso, Massimo classe di ferro (interessante l’inedito, cocciantiano, classico, bel testo).

RICCHI & POVERI: 6+. Con la &, come si scriveva 50 anni fa. E certo, nella prima puntata c’era la Power family, il Carrisi clan, oggi loro. Che però sono meglio, perché i loro intrecci vocali tra Elo e Beach Boys all’italiana ci riportano a un come eravamo che esorcizziamo ridendone. E invece, maledizione, racconta di tivù in bianco e nero, Raimondo e Sandra (Coriandoli su di noi), e un sabato italiano sempre più lontano. E di canzonette come Che sarà e L’ultimo Amore, che averle oggi, a Sanremo…

Zucchero Fornaciari.

ZUCCHERO: 6. Ma non c’era anche l’anno scorso? Ha cambiato solo il cappello, ha dei cappelli deliranti Zucchero, questo sembra un tegame. Aspetta che vado a prendere la pagella dell’anno scorso. Anzi no, lo promuovo d’emblée, ma solo perché ha riesumato la sana e consapevole libidine.

GIGI D’ALESSIO: 5. Già è difficile da reggere di giorno, a mezzanotte e mezzo, dopo quattro ore di Festival,«quel seno che non è cresciuto più» diventa nu guaio. Vedi te se uno per una trombata in spiaggia deve menarsela per i prossimi 20 anni, e che, ce l’aveva come Gwyneth Paltrow?

PAOLO FEATSRING CHRISTIAN PINTUS (Io Sono Paolo): S.V. Chi scrive ha conosciuto questa bestia crudele, l’ha tenuta in mano nel corpo di tanti. Fa spavento tanto è ingiusta. Fa paura quando ti guarda. E non vuoi guardarla, vuoi scappare via per paura che prenda anche te. Ma se sei un uomo, la guardi negli occhi di chi con gli occhi parla. Chiama. Urla. Serve portarla a Sanremo avvolta in un costume damascato che strozza il cuore? Io non lo so, ma so che anche solo un’oncia di coraggio è importante, per bugiardo che sia. Solo questo imparai. Solo questo sconcerto oggi vi affido.

LO SHOW: 4. Interminabili siparietti da casa di riposo tra “Ama” e “Fiore”, i due ragazzi irresistibili, che uno incanutisce a seguirli: e su, e non si può cominciare la gara dei cosiddetti big alle 10 passate, dopo 90 minuti di retrospettacolo, e diluirla a un concorrente ogni mezz’ora, ma è disumano, è da nazisti, dai. Troppo, troppo, troppo di niente, inclusi i monologhi davvero strazianti.

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Sanremo 2020: il testo di “Viceversa” di Francesco Gabbani

Il cantante canterà sul palco dell'Ariston dell'importanza dei piccoli gesti in amore.

Francesco Gabbani è uno dei cantanti in gara a Sanremo 2020. L’artista porterà sul palco dell’Ariston un brano dal titolo Viceversa, scritto insieme a L. De Crescenzo. La canzone parla di una storia d’amore che è entrata in un tunnel da cui è difficile uscire e di quanto sia difficile trovare una soluzione alle difficoltà.

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Un grande ritorno quello di Gabbani dopo i successi di Amen e Occidentali’s karma, con cui ha vinto ben due edizioni del Ferstival. In attesa di rivederlo a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Viceversa di Francesco Gabbani.

IL TESTO DI VICEVERSA

Tu non lo dici ed io non lo vedo
L’amore è cieco o siamo noi di sbieco?
Un battibecco nato su un letto
Un diluvio universale
Un giudizio sotto il tetto
Up con un po’ di down
Silenzio rotto per un grande sound
Semplici eppure complessi
Libri aperti in equilibrio tra segreti e compromessi
Facili occasioni per difficili concetti
Anime purissime in sporchissimi difetti
Fragili combinazioni tra ragione ed emozioni
Solitudini e condivisioni
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
E detto questo che cosa ci resta
Dopo una vita al centro della festa?
Protagonisti e numero uno
Invidiabili da tutti e indispensabili a nessuno
Madre che dice del padre:
“Avrei voluto solo realizzare
Il mio ideale, una vita normale”
Ma l’amore di normale non ha neanche le parole
Parlano di pace e fanno la rivoluzione
Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore
Non c’è soluzione che non sia l’accettazione
Di lasciarsi abbandonati all’emozione
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
È la paura dietro all’arroganza
È tutto l’universo chiuso in una stanza
È l’abbondanza dentro alla mancanza
Ti amo e basta!
È l’abitudine nella sorpresa
È una vittoria poco prima dell’arresa
È solamente tutto quello che ci manca e che cerchiamo per poterti dire che “ti amo!”
Se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

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Sanremo 2020: il testo di “Tikibombom” di Levante

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con una canzone in stile tango.

Tra i cantanti in gara a Sanremo 2020 ci sarà anche Levante. La cantante salirà sul palco dell’Ariston con un brano dal titolo Tikibombom, di cui è anche autrice. Una canzone che si contraddistingue per il ritmo da sabato sera, con qualche influenza passionale e intensa del tango.

La cantante si rivolge a tutti coloro che vengono definiti “diversi”. Li esorta a farcela anche da soli, senza lasciarsi andare a frasi banali come “non sei solo”. Una canzone dove viene fuori la necessità di determinare la propria vita e il proprio destino con le proprie forze, senza essere una “bandiera”.

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Per la cantante, è la prima volta al Festival di Sanremo, ma non è nuova alla tv. L’artista, infatti, nel 2017 ha partecipato ad X Factor nel ruolo di giudice insieme a Mara Maionchi, Fedez e Manuel Agnelli. In attesa di vederla per la prima volta sul palco dell’Ariston a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Tikibombom di Levante.

IL TESTO DI TIKIBOMBOM

Ciao tu, animale stanco
Sei rimasto da solo
Non segui il branco
Balli il tango mentre tutto il mondo
Muove il fianco sopra un tempo che fa
Tikibombombom
Hey tu, anima indifesa
Conti tutte le volte in cui ti sei arresa
Stesa al filo teso delle altre opinioni
Ti agiti nel vento
Di chi non ha emozioni
Mai più, è meglio soli che accompagnati
Da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.
Laggiù, tra cani e porci,
Figli di un Dio minore pronti a colpirci
Per portarci giù con sé, giù con sé.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Ciao tu, freak della classe
“Femminuccia” vestito con quegli strass
Prova a fare il maschio
Ti prego insisto
Fatti il segno della croce e poi
Rinuncia a Mefisto
Hey tu, anima in rivolta
Questa vita di te non si è mai accorta
Colta di sorpresa, troppo colta
Troppo assorta, quella gonna è corta
Mai più, è meglio soli che accompagnati
Da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Noi siamo angeli rotti a metà
Siamo chiese aperte a tarda sera, siamo noi.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi
Noi siamo l’ancora e non la vela
Siamo l’amen di una preghiera, siamo noi.
Ciao tu, animale stanco
Sei rimasto da solo
Non segui il branco
Balli il tango mentre tutto il mondo
Muove il fianco sopra un tempo che fa
Tikibombombom

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Sanremo 2020: il testo di “No grazie” di Junior Cally

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con una canzone contro i populismi, i leoni da tastiera e al razzismo.

Al Festival di Sanremo 2020 prenderà parte anche Junior Cally. Il trapper porterà sul palco il brano No Grazie, scritto da A. Signore, J. Ettore, E. Maimone, L. Grillotti e Merk & Kremont. Si tratta di un brano politico, in cui il cantante dice no a un certo modo di vivere, alle forme di razzismo e ai leoni da tastiera. «Trovarmi un lavoro serio e diventare yes man, insultare tutti sì ma solamente sul web», queste sono alcuni passaggi del brano di Junior Cally che fanno capire bene il suo punto di vista sulla società.

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Una presenza, la sua, che ha già fatto nascere molto polemiche. Il cantante, infatti, è stato attaccato per alcuni testi scritti nel 2017. Queste accuse hanno portato l’artista a chiedere scusa sui social netwoek, dichiarando di essere contro ogni forma di violenza. In attesa di vederlo sul palco dell’Ariston a Sanremo 2020, ecco il testo completo di No grazie di Junior Cally.

IL TESTO DI NO GRAZIE

Non ho i superpoteri
Ma tra tutti riconosco
Chi fa la voce grossa
Sempre e solo di nascosto
Dovrei puntare il dito contro
E fare il populista
Non fare niente tutto il giorno
E proclamarmi artista
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
Ogni mattina
Avrà l’oro in bocca
Finché ho i soldi nascosti nel letto
Con la resistenza
Alla dittatura
Del politicamente corretto
Il mio sogno è quello di arrivare in alto
Senza spendere i soldi di un altro
Faccio cattivo viso
A buon gioco
E anche se sono bello
Non piaccio
Non ho i superpoteri
Ma tra tutti riconosco
Chi fa la voce grossa
Sempre e solo di nascosto
Dovrei puntare il dito contro
E fare il populista
Non fare niente tutto il giorno
E proclamarmi artista
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
Spero si capisca che odio il razzista
Che pensa al Paese ma è meglio il mojito
E pure il liberista di centro sinistra che perde partite e rifonda il partito
Si chiedono “questo da dov’è uscito?”
Dal terzo millennio col terzo dito
Parlare di eccesso non è eccessivo
Sono il fuori programma televisivo
Non ho i superpoteri
Ma tra tutti riconosco
Chi fa la voce grossa
Sempre e solo di nascosto
Dovrei puntare il dito contro
E fare il populista
Non fare niente tutto il giorno
E proclamarmi artista
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
Giuro la smetto con sta storia del rap
Voglio scrivere canzoni d’amore per la mia ex
Trovarmi un lavoro serio e diventare yes man
Insultare tutti sì ma solamente sul web
No grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie
No no
No no
No – no grazie

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Sanremo 2020: il testo di “Come mia madre” di Giorgana Angi

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano in cui parla di sua madre.

Giordana Angi farà parte del cast di Sanremo 2020. La cantante calcherà il palco dell’Ariston con il brano Come mia madre, scritto M. Finotti. La canzone parla della figura della madre, vista come una sicurezza. Il luogo dove si può sempre tornare per sentirsi ancora bambini. Si parla della mamma non solo come punto di riferimento, ma anche come modello di vita da seguire.

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Si tratta di un testo molto semplice che, però, sembra andare dritto al cuore. Questa è la prima volta che Giordana sale sul palco dell’Ariston. In attesa di vedere la sua esibizione a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Come mia madre.

IL TESTO DI COME MIA MADRE

Dammi la borsa che è troppo pesante
Non puoi fare sempre tutto da sola
Che di persone ce ne sono tante
Ma col tuo cuore c’è n’è una sola
Hai custodito le mie insicurezze
Saresti pronta per rifarlo ancora
Che di stazioni ce ne sono tante
Ma poi torniamo sempre ad una sola
Ti scriverò un messaggio
Appena uscita dalla stazione
Ci vediamo poi per pranzo
Non vedo l’ora di parlarti
Per ritornare a respirare
Ti chiedo scusa se non ti ho mai detto
Quanto ti voglio bene
Tu che hai trovato sempre un posto
Dove nascondere le mie paure
È che l’orgoglio a volte è un mostro
Che ci fa solo allontanare
E se un giorno sarò una mamma
Vorrei essere come mia madre
Nel tuo sorriso mi sentivo apposto
E non serviva più stare male
Ma l’amore non è solo un posto,
è il tuo modo di fare.
Ti chiedo scusa se non ti ho mai detto
Quanto ti voglio bene
Tu che hai trovato sempre un posto
Dove nascondere le mie paure
È che l’orgoglio a volte è un mostro
Che ci fa solo allontanare
E se un giorno sarò una mamma
Vorrei essere come mia madre
Sei tu il regalo dei miei compleanni
La luce accesa quando torno tardi
Il cuore più grande dove ripararmi
Stringimi forte a te
Stringimi forte a te
Stringimi forte a te

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Sanremo 2020: il testo di “Musica (e il resto scompare)” di Elettra Lamborghini

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla di relazioni sbagliate.

Anche Elettra Lamborghini salirà sul palco dell’Ariston in occasione del Festival di Sanremo 2020. La sua canzone si intitola Musica (e il resto scompare) ed è stata scritta da M. Canova e D. Petrella. Una canzone dove si parla di quanto la musica sia un aiuto per dimenticare relazioni sbagliate.

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All’interno del testo ci sono anche delle parole in spagnolo. La parola cabrón, ad esempio, viene usata con il significato di “bastardo”. Tra le frasi in spagnolo anche «Esta es la historia de un amor», che significa “questa è la storia di un amore”. Ancora una volta, quindi, viene fuori il legame di Elettra con la Spagna e con l’America Latina, dopo i successi di Pem Pem e Mala. In attesa dell’inizio di Sanremo 2020, previsto per il 4 febbraio, ecco il testo completo di Musica (e il resto scompare).

IL TESTO DI MUSICA (E IL RESTO SCOMPARE)

Elettra, Elettra Lamborghini
Mi piace la musica fino al mattino
Faccio casino lo stesso ma non bevo vino
Ridi cretino
La vita è corta per l’aperitivo
Innamorata di un altro cabrón
Esta es la historia de un amor
Non mi portare a Parigi o ad Hong Kong
Tanto lo sai che poi faccio così (faccio così)
Cado cado, per la strada parla piano piano
Questa notte dormo sul divano
Altro che pensare a te
Tanto qui resta la
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
E anche se non mi hai detto mai “quanto sei bella”
Io non ho mai smesso di sorridere
E anche se non mi hai detto mai “amore aspetta”
Tutto quello che resta quando penso a te è
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Mi piace guardare le luci dell’alba
Girare nuda per casa e nessuno mi guarda
Quanto ti manca
Sì, mi hai chiamato col nome di un’altra
Innamorata di un altro cabrón
Esta es la historia de un amor
Ci stavo male per te e ora no
Tanto lo sai che io faccio così (faccio così)
Sola sola, ti ho dato tutto e ancora ancora
Resto qui e non dico una parola
Altro che pensare a te
Tanto qui resta la
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
E anche se non mi hai detto mai “quanto sei bella”
Io non ho mai smesso di sorridere
E anche se non mi hai detto mai “amore aspetta”
Tutto quello che resta quando penso a te è
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Innamorata di un altro cabrón
Esta es la historia de un amor (de un amor)
E anche se non mi hai detto mai “quanto sei bella”
Io non ho mai smesso di sorridere
E anche se non mi hai detto mai “amore aspetta”
Tutto quello che resta quando penso a te è
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare
Musica e il resto scompare

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Sanremo 2020: il testo di “Ho amato tutto” di Tosca

La cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla della fine di un amore.

Anche Tosca parteciperà alla 70esima edizione del Festival di Sanremo. La cantante salirà sul palco dell’Ariston con un brano intitolato Ho amato tutto, scritto da P. Cantarelli. La canzone parla di una storia che è finita. E se la storia è finita per colpa dell’altro, dunque, bisogna pensare a ciò che si è vissuto insieme. Si tratta di un messaggio diretto ad un amore che non c’è più. Ma non solo. Questa canzone vuole essere anche un incitamento a non mollare. In attesa di vedere la cantante sul palco dell’Ariston di Sanremo 2020, in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Ho amato tutto di Tosca.

IL TESTO DI HO AMATO TUTTO

Tre passi e dentro la finestra
Il cielo si fa muto
Resto lì a guardare
Io so cantare so suonare so reagire ad un addio
Ma stasera non mi riesce niente
Stasera se volesse Dio
Faccio pace coi tuoi occhi
Finalmente
Con te ho riscritto l’alfabeto
Di ogni parola stanca il significato
Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che
Ci annega e ci lascia senza fiato
Ed è una musica che va
In un istante è primavera
Che ritorna
E come un pesce che non può più respirare
Come un palazzo intero che sta per cadere
Tu sei l’unica messa a cui io sono andata
Un volo che è partito
Svanito in fondo al blu
E io adesso farei qualsiasi cosa
Per sfiorare le tue labbra
Per rivederti
Se è vero che il tempo ci rincorre
Oggi sono questa faccia questa carne e queste ossa
Le sento ancora addosso le tue mani che mi spostano più in là
Dove si vive solo di uno sguardo
È tardi, si spegne la candela
È sempre troppo tardi
Per chi non tornerà
E come un pesce che non può più respirare
Come un palazzo intero che sta per cadere
Tu sei l’unica messa a cui io sono andata
Un treno che è partito
Sparito in mezzo al blu
E io adesso farei qualsiasi cosa
Per averti fra le braccia
Per rivederti
Perché se manchi tu manchi da morire
Perché amarsi è respirare i tuoi respiri
Stracciarsi via la pelle e volersela scambiare
È l’attimo fatale in cui mi sono arresa
Perché tu vieni con questo amore tra le mani
E come sempre nei tuoi occhi
La mia casa
Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto
Io ti rispondo ho amato
Ho amato tutto

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Sanremo 2020: il testo di “Ringo Starr” dei Pinguini Tattici Nucleari

La band si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano che parla della nuova generazione.

A Sanremo 2020 vedremo esibirsi anche i Pinguini Tattici Nucleari. La band salirà sul palco del Festival con un brano intitolato Ringo Starr, scritto da R. Zanotti. In questa canzone ci sono molti riferimenti al periodo contemporaneo. In particolare si parla della generazione dei ragazzi che sono cresciuti vedendo serie tv. La musica, in questo caso, diventa un antidoto ideale per alleviare il malessere della generazione moderna. Una generazione che deve far fronte alla volontà di affermarsi e, allo stesso tempo, all’indolenza di chi si sa che forse non ce la farà. Il brano vuole essere anche un omaggio al batterista dei Beatles, Ringo Starr.

I Pinguini Tattici Nucleari hanno all’attivo ben 4 album e più di 8 milioni di views su Youtube. Nel 2019 hanno anche partecipato al disco Faber Nostrum. In attesa di vedere la loro esibizioni sul palco di Sanremo 2020, in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Ringo Starr.

IL TESTO DI RINGO STARR

A volte penso che a quelli come me il mondo non abbia mai voluto bene
Il cerchio della vita impone che per un re leone vivano almeno tre iene
Gli amici ormai si sposano alla mia età ed io mi incazzo se non indovino all’eredità
Forse dovrei partire, andarmene via di qua, e cambiare la mia vita in toto tipo andando in Africa
Ma questa sera ho solo voglia di ballare, di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale e forse alla fine c’hai ragione tu
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Uooh oooh
Tu eri Robin poi hai trovato me, pensavi che fossi il tuo Batman ma ero solo il tuo Ted eh eh
E quando dico che spero che trovi un ragazzo migliore di me fingo,
Che i migliori alla fine se ne vanno sempre e che cosa rimane? Ringo.
Ma questa sera ho solo voglia di ballare, di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale e forse alla fine c’hai ragione tu
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Uooh oooh
Ringo, Ringo, Ringo, Ringo
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Ma questa sera ho solo voglia di ballare, di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale e forse alla fine c’hai ragione tu
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
Uooh oooh

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Sanremo 2020: il testo di “Gigante” di Piero Pelù

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con un brano rock che parla di potenza e tenacia.

Tra gli artisti in gara a Sanremo 2020 c’è anche Piero Pelù. Il cantante salirà sul palco dell’Ariston con un brano intitolato Gigante, scritto insieme a L.Chiaravalli. Si tratta di una canzone rock dedicata a tutti coloro che sono invischiati nei problemi del passato. Un vero e proprio grido di incoraggiamento a non abbattersi mai. Si tratta anche di un a dedica fatta dal cantante al nipote. Ottimismo e tenacia sono il fulcro di questa canzone che non è altro che un invito a non perdere la fantasia, che è il motore delle idee. In attesa di vedere l’esibizione del cantante a Sanremo 2020, in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Gigante di Piero Pelù.

IL TESTO DI GIGANTE

Spingi forte spingi forte salta fuori da quel buio
Crescerai aprendo porte tutti i giorni stare pronti
Tu sei molto di più di quello che credi di quello che vedi
Tu sei il mio Gesù la luce sul nulla, un piccolo Buddha
Niente di proibito tu sei benvenuto al mondo mondo
È come una giostra la mente
Tu sei il re di tutto e di niente gigante
Niente di proibito sei pronto a cavalcare il mondo? Mondo
Fatti il tuo castello volante
Con la fantasia di un bambino… gigante
Cavalcare draghi e mostri già ti penso dacci dentro
È un mestiere che conosco tutti i giorni stare pronti
Tu sei molto di più di quello che credi di quello che vedi
Tu sei il mio Gesù la luce sul nulla mio piccolo Buddha
Niente di proibito tu sei benvenuto al mondo, mondo
È come una giostra la mente
Tu sei il re di tutto e di niente… gigante
Niente di proibito sei pronto a cavalcare il mondo, mondo
Fatti il tuo castello volante
Con la fantasia di un bambino… gigante
Tu sei molto di più di quello che vedi di quello che credi
Sei il mio asso
Tu sei il mio Gesù la luce sul nulla mio piccolo Buddha
…Il tuo non è un pianto è il tuo primo canto ehi!
Oh eh oh eh
Niente di proibito tu sei benvenuto al mondo, mondo
È come una giostra la mente
Tu sei il re di tutto e di niente… gigante
Spacca l’infinito e rubagli un minuto al mondo, mondo
Per fare un castello volante
Con la fantasia di un bambino… gigante
Gigante…

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Sanremo 2020: il testo di “Baciami adesso” di Enrico Nigiotti

Il cantante si esibirà sul palco dell'Ariston con una canzone che parla di un amore in crisi.

Tra i cantanti in gara a Sanremo 2020, anche Enrico Nigiotti. Il cantante si esibirà sul palco dell’Ariston con il brano Baciami adesso, scritto da lui. Ancora una volta, il cantante racconta l’amore. Il brano, infatti, parla di una relazione con una donna che è in crisi. Tutte complicazioni che si possono risolvere con un bacio, grazie alla chimica in una storia d’amore che corre contro il tempo. Dal testo emerge la volontà di amarsi senza nascondere le proprie colpe.

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Non è la prima volta che Enrico Nigiotti calca il palco dell’Ariston. Già nel 2019, infatti, ha cantato il brano Nonno Hollywood, dove parlava dell’amore famigliare. In attesa di rivederlo a Sanremo 2020, che andrà in onda dal 4 all’8 febbraio, ecco il testo completo di Baciami adesso di Enrico Nigiotti.

IL TESTO DI BACIAMI ADESSO

Sembra sempre inverno
Oggi è un mese che non so… non riconosco
Ci ringhiamo da lontano come i cani,
E ci pensiamo ancora più vicini
È così
È così… è così… è così
Che se ti tiro come un sasso poi ritorni qui
È così
È così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Sembra sempre inverno
Questo cielo che fa buio troppo presto
Questo senso di buttarci troppo sale
Questa voglia… voglia di sapore
È così… è così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Fermarmi qui, in mezzo a tutta questa gente
E senza dire niente baciami adesso
Baciami, baciami… baciami adesso
…Che poi fa buio presto…

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