Chirurgo positivo, reparto chiuso

di Rosa Coppola

 

Il chirurgo risulta positivo al tampone e il reparto nocerino viene chiuso, con relativo trasferimento di pazienti contagiati a Eboli. Che non sarebbero gli unici. All’appello infatti ci sarebbero anche infermieri e un operatore socio sanitario. Dunque, il reparto è da sanificare e, ieri, si è reso momentaneamente off limits. Le procedure da seguire prevedono dei tempi e i pazienti devono essere messi in luoghi idonei. Le direttive hanno indicato il trasferimento presso l’ospedale di Eboli dove c’è la chirurgia Covid. Ma l’attenzione resta alta se si pensa che a Nocera, nell’ospedale Umberto I, il più grande della Asl Salerno, risultano, al momento, circa dieci operatori, a vario ruolo, contagiati dal Covid. Una media ufficiosa che comunque non piace. I test rapidi sono partiti, procedono, e stamani vedranno gli operatori della Rianimazione, Pronto soccorso, Radiologia, Blocco operatorio, Chirurgia d’urgenza, Emodinamica e Utic sottoporsi al prelievo. Un momento particolare, delicato, che vede gli stessi protagonisti del mondo sanitario preoccupati. Non sempre si sentono messi in condizioni di lavorare nel migliore dei modi. La direzione sanitaria ospedaliera, intanto, ha stilato le Linee guida per i Percorsi ad hoc.

Consiglia

Sale a 26 il numero degli infermieri morti per coronavirus

Secondo i dati della Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi), cresce anche il totale dei contagiati: 6.549, ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso.

Sono 26 gli infermieri morti per coronavirus in Italia dall’inizio dell’epidemia. I dati, comunicati dalla Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi), dicono anche che il numero totale dei contagiati è salito a 6.549, ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso. Ma non solo. Dallo studio di Fnopi emerge che gli infermieri sono la categoria sanitaria che conta il maggior numero di positivi: il 52% di tutti gli operatori.

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Il mio lavoro tra la vita e la morte durante il turno in pronto soccorso. Quel corpo ma soprattutto quella persona non solo ha perso la vita ma ha perso la dignitá che aveva, perché purtroppo muore da solo!

di Giuseppe Colamonaco

Consuelo, un’infermiera che lavora al pronto soccorso, in prima linea contro il Covid-19, racconta la sua giornata. La sua è la testimonianza di quello che succede negli ospedali italiani, la testimonianza di quanto sia diventato duro il suo lavoro. Ha 28 anni e vive lontana dalla sua famiglia. Consuelo mai si sarebbe aspettata una tragedia simile, ma lei ha giurato, il suo compito è stare in corsia. Riportiamo la sua lettera, parole davvero toccanti, ecco cosa a scritto:”Vi rubo 10 minuti, testimonianza di un’infermiera! Fino ad oggi non ho mai avuto bisogno di dover scrivere, nè tantomeno di dover scrivere una testimonianza! Fino ad oggi ho sentito il bisogno solo di gridare, un grido d’aiuto durante una pandemia! Oggi invece ho sentito il bisogno di gridare, un grido pieno di rabbia! Racconto quanto successo la scorsa notte, sono un’infermiera e lavoro in pronto soccorso quindi l’emergenza a volte è davvero dietro l’angolo ma a quella quasi ti abitui, i primi tempi tremi perché hai paura poi col tempo e l’esperienza impari a gestire la paura concentrando le tue forze sul paziente e sul lavoro che devi svolgere. Durante una pandemia al pronto soccorso l’emergenza dietro l’angolo è accompagnata dal forte rischio di contagiarti. Quindi cosa fai, arriva un codice rosso, ti vesti e sulla stessa divisa indossi una tuta che ti sta anche larga ma rimane comunque calda, gli occhiali, la mascherina, il casco, circa tre paia di guanti e lavori. Perdi il tatto perché tre paia di guanti sono tanti ma fa nulla inserisci un ago, sudi perché fa caldo e l’ansia aumenta qualsiasi stimolo, respiri quasi la tua stessa aria e senti i polmoni pesanti e poi quando tutto precipita cominci a massaggiare, pensando di non farcela perché senti la forza venire meno, ma da dove recuperi le forze non lo sai e quindi continui; massaggi anche per 40 minuti finché purtroppo ti accorgi che sullo schermo appare una linea piatta e non puoi fare altro che fermarti e arrenderti, perché qualcuno si è arreso prima di te! E quasi sicuramente non per scelta sua ma di un virus che non sappiamo nemmeno da dove deriva. Ti fermi, razionalizzi e poi dopo prepari la salma! Perché tocca a te, la disinfetti e prepari il “sacco” in cui dovrai chiuderla e poi “consegnarla”. Quel corpo ma soprattutto quella persona non solo ha perso la vita ma ha perso la dignitá che aveva, perché purtroppo muore da solo! Io so cosa significa perdere un genitore e personalmente sul punto di morte di mio padre non ho mai pensato di non doverlo salutare anzi è stato tanto il tempo trascorso nella stanza in cui stava, e quel tempo l’ho passato pregando, accarezzando il suo corpo e salutandolo! Si perché poi lo saluti. Oggi, durante la pandemia, il medico è colui che informa i familiari sulla morte del paziente, ma è anche colui che dovrà dire a quelle stesse persone che non possono vedere il loro papà, la loro mamma, il nonno, la nonna o qualsiasi persona che gli appartiene; non possono nè vederlo, nè accarezzarlo, nè salutarlo, anzi forse si lo salutano, guardando dietro uno schermo un semplice “sacco nero” che dentro contiene una storia, una vita soprattutto! Non accompagneranno quella persona ai funerali perché non ci saranno funerali , non faranno nulla di ciò che ho fatto io e credetemi penso sia la cosa più brutta che esiste, perché in questo caso ti affidi all’ultimo secondo, all’ultimo saluto, all’ultimo ricordo e forse loro non ne avranno! Non è semplice per loro, ma non è semplice nemmeno per me (noi infermieri) chiudere un corpo in un “sacco”, è innaturale! Purtroppo in pronto soccorso oggi è così, fai tutto quasi in modo sequenziale, quindi continui a lavorare e quella stessa notte sempre vestita ho cambiato stanza e ho lavorato su altri pazienti, anch’essi positivi finché non si è fatto giorno. Alle 7 e torni a casa. In macchina, durante il rientro come ad ogni smonto pensi a quanto successo, spesso piangi perché non hai potuto farlo prima e crolli. Ma ti rialzi perché questo lavoro lo hai scelto.. Alla guida della tua macchina, dopo una notte pessima, ti giri e sul marciapiede sai chi vedi? Il genio di turno che è andato a correre perché in quarantena ha bisogno di allenarsi; trovi la mamma col passeggino perché il bimbo piange e non può cullarlo semplicemente nel corridoio di casa propria; ti fermi al supermercato perché ne approfitti, fai un po’ di spesa prima di rientrare per evitare di uscire e sai chi trovi alla cassa del supermercato? Una persona che paga una sola bottiglia di latte e un’altra che paga un solo pezzo di pane; e qui proprio qui, dopo questa notte e queste scene pessime vuoi gridare, e cacciare la rabbia che hai dentro! Ma non perché io lavoro e in 30 minuti ho visto i miei sforzi vanificarsi, perché questo succede ordinariamente; provi rabbia perché queste persone non hanno ben compreso cosa significa perdere, non hanno compreso cosa significa non salutare e non hanno ben compreso cosa significa morire da soli! Io credo che chi muore un minuto prima di morire si accorge che ci sta lasciando, a volte lo leggi nei loro occhi che chiedono aiuto. Quindi signori dopo questo racconto piuttosto crudo, pensateci prima di uscire e andare a correre, pensate prima di andare al supermercato per un solo pezzo di pane e quel pane compratelo a fette che i conservanti non fanno male a nessuno e il latte compratelo a lunga conservazione così non c’è bisogno di uscire, perché quel pezzo di pane diventa una scusa e la cosa è piuttosto imbarazzante e vergognosa per voi! E voi, voi che ancora vi apprestate a tornare a casa, mettendovi in treno da una zona rossa per arrivare in un’altra zona rossa, solo per raggiungere la famiglia, creando un grosso danno per i vostri familiari perché il virus ve lo portate dietro, evitate! Anche io ho 28 anni e non torno a casa da 4 mesi e giuro che i 200 km che mi separano dalla mia famiglia li percorrerei a piedi, ma oggi preferisco vedere la mia famiglia tramite una videocamera, certa di riabbracciarla tutta perché rispetto le “regole” e le faccio rispettare anche a loro. Questa testimonianza non serve a far sì che pensiate “ah un altro eroe in corsia” perché io sono semplicemente Consuelo e lavoro, con questa testimonianza spero semplicemente di farvi ragionare perché la ragione l’avete persa!!! Ma soprattutto avete perso il rispetto nei confronti di chi oggi è malato e rischia maggiormente di morire di covid, avete perso il rispetto nei confronti del prossimo e avete perso il rispetto nei confronti di chi lavora e sta cercando di salvare non solo il singolo ma il mondo! A volte lavorando anche in condizioni pessime perché di certo non eravamo pronti ad una pandemia. Ps: caro R.M. che tempo fa a radio globo avevi dichiarato: “Ma è possibile che mi deve valutare uno che ha fatto una triennalina in scienze infermieristiche? Io vorrei un dottore. Quando uno sta male cosa fa, va da un dottore o da uno delle pulizie? Perché l’infermiere fa anche pulizie, pulisce anche la gente”, spero vivamente di non doverti mai pulire! Anzi lo faccio, perché io quel 21 marzo l’ho giurato!”.

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«Il collega risultato positivo al Covid era già da oltre 20 giorni lontano dal reparto»

di Marco Califano

Rassicurazioni sono giunte dal reparto di ginecologia e ostetricia dell’azienda ospedaliera “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno. Dopo le preoccupazioni sollevate dal caso di un medico risultato positivo al corona virus, il primario del reparto di ginecologia e ostetricia Francesco Marino ha rassicurato tutti affermando che il medico in questione non è presente in ospedale da circa 20 giorni. «Il collega ha un figlio che è sceso da Milano – spiega Marino – e così ha deciso preventivamente di mettersi in auto-quarantena, servendosi dei giorni di malattia e così non viene in reparto da una ventina di giorni». Il primario del reparto ha anche spiegato come il collega abbia accusato alcune linee di febbre e, quindi, avrebbe deciso di non presentarsi in ospedale per non mettere a rischio la salute dei pazienti. «E’ dal 13 marzo che non è presente in ospedale» ha continuato Francesco Marino. Inoltre, come ulteriore rassicurazione, il direttore ha dichiarato come al reparto di ginecologia è stata attuata una differenziazione di percorso per le donne gravide che avrebbero potuto contrarre il Covid-19. «Siamo perfettamente attrezzati per fronteggiare un caso di positività nel reparto». Comunque sono stati effettuati test su tutto il personale per rassicurare l’utenza e i quanti lavorano presso il nosocomio salernitano e sono risultati tutti negativi. «Ho sentito il collega questa mattina (ieri mattina ndr) – dice Marino – al momento è in quarantena presso la proprio abitazione e sta bene». Nei prossimi giorni dovranno essere effettuati altri test per tenere sotto controllo l’evolversi della situazione e constatare la possibile guarigione del medico. «Vorrei concludere però – chiude il direttore di ginecologia – dicendo che le misure di restrizione della libertà personale a cui siamo sottoposti sono quanto mai opportune perchè non siamo in grado di far fronte ad una grandissima ondata di contagiati. La strutture del nord sono andate in difficoltà e potrebbe capitare anche a noi. Bisogna restare a casa».

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L’Asl Salerno avvia lo screening in tutti gli ospedali. Ecco 500 kit

di Rosa Coppola

Test rapidi per contrastare il Coronavirus, l’Asl Salerno avvia lo screening in tutti gli ospedali. 500 kit, per iniziare, sono stati distribuiti in ogni singolo presidio nosocomiale e saranno eseguiti prioritariamente per gli operatori sanitari maggiormente esposti. Quelli in prima linea. Ieri a Nocera Inferiore, nell’Umberto I, sono stati consegnati circa 100 test ai
quali si sono sottoposti tutti quegli operatori che, a vario titolo e ruolo, hanno lavorato nella sala operatoria del terzo piano, chirurghi, urologi, anestesisti, ortopedici.

Per iniziare. Loro sono stati primi perchè un collega chirurgo è risultato, due giorni fa, positivo al Covid. Lo stesso reparto di Chirurgia d’urgenza è stato sanificato; stesso copione per gli spazi interdivisionali.
Ma cosa sono questi test? Si ratta di esami del sangue che identificano la presenza i anticorpi al virus e,
quindi, se il contagio è già avvenuto con la conseguente immunizzazione. Se l’esito fosse positivo, la per-
sona dovrebbe poi eseguire anche il tampone che dà maggiori garanzie. Test, dicevamo, in tutto gli ospedali anche a Scafati,
all’interno dell’ospedale “Mauro Scarlato” individuato come Centro Covid. Ma non ancora decollato. Ultimato il trasferimento del reparto nocerino di Malattie infettive, si attende ora la conclusione dei lavori nel Pronto soccorso che fungerà da pre triage. Ancora, si attendono i monitor e i ventilatori per il reparto di lungdegenza e l’ok definitivo per la seconda, nuova, terapia intensiva. Il cronoprogramma annunciato dal comunicato ufficiale della Asl Salerno sta registrando delle sbavature; per lunedì, con ogni probabilità, tutto potrebbe essere pronto.

 

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Dovremo convivere con il Covid-19. Sì, ma come?

Per ora la domanda non trova risposte. Eppure passata l'emergenza sanitaria, sarà il momento di ricostruire. E il nostro mondo cambierà radicalmente: dalla Sanità all'Istruzione e alla ricerca fino alla automazione della produzione. Senza dimenticare i media e i social. Perché non va dimenticato che la pandemia è cominciata con una infodemia.

Coesistere con il Covid-19. È la fase 2, indicata dal premier Giuseppe Conte. Preludio per la ricostruzione, che sarà la fase 3.

Temo però che al di là dell’indicazione, peraltro ovvia, quasi nessuno sappia come dare forma e sostanza concrete a questa fase 2. In quest’assenza di strategie, consigli e interventi su come uscire realisticamente dall’attuale emergenza, ci sta anche chi, come Matteo Renzi, la dice appena diversa, «convivere con la pandemia». Lui avanguardia dei politici tutti che fanno gara a chi le spara più grosse. Ma anche il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, in un’intervista al Sole 24 Ore, esprime auspici, piuttosto che una strategia e contenuti per il post pandemia.

LE PREVISIONI SUI RISCHI DEL WORLD ECONOMIC FORUM

Al momento pochi, peraltro, azzardano previsioni – per quanto dimostrabili solo a posteriori – su come e quando si tornerà alla normalità. Non fosse altro perché nessuno aveva previsto, nemmeno lontanamente, quel che è poi accaduto.

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Uno dei pochi accenni, ma è giusto un paragrafetto di 20 righe, sta sul Global Risk Report 2020 del World Economic Forum. Nel suo annuale rapporto previsionale non viene nemmeno adombrato un rischio di pandemia, ma solo rilevato che i sistemi sanitari sono sott’attacco in tutto il mondo. Perché la spesa corre troppo veloce, l’allungamento della vita mette sotto pressione i sistemi previdenziali e l’inquinamento mina come mai la salute pubblica. «Sono stati fatti progressi dall’esplosione di Ebola nel 2014-16», scrive il Wef, «ma i sistemi sanitari sono in tutto il mondo non preparati per affrontare significative epidemie come Sars, Zika e Mers».

UNO TSUNAMI CHE HA TRAVOLTO IL NOSTRO SISTEMA SANITARIO

Come stiamo vedendo questo timore si è materializzato in tutta la sua reale distruttività, con ospedali al collasso, personale medico e paramedico sprovvisto di attrezzature adeguate, politiche e interventi di contenimento contraddittori e improvvisati. Insomma un disastro annunciato, rispetto al quale però il sistema sanitario italiano, pur nella drammaticità dei giorni di crescita esponenziale del contagio e quindi di massima pressione su strutture e personale, ha dimostrato di essere uno dei più efficienti, o meglio resilienti, al mondo. Detto senza vanaglorie nazionaliste in questa occasione l’Italia sta mostrando il suo volto migliore.

UN’AGENDA PER L’ETÀ DI MEZZO

Ma ora, per quanto da tutti auspicata, la coesistenza con il Covid-19 non ha risposte. Può solo farsi domande. Mettere in fila le questioni più rilevanti, dovendo fare i conti con un mondo Covid, prossimo alla fine, e un mondo post-Covid, tutto da immaginare e costruire. A partire, appunto, dalle emergenze e criticità più forti che hanno investito i settori fondamentali della nostra società. Insomma un’agenda iniziale, come quella che propone Debora Lupton, sociologa della Salute e studiosa di Antropologia medica, mettendo in fila una cospicua serie di domande che devono orientare la ricerca sociale, scientifica e applicata.

I COMPORTAMENTI CHE HANNO MESSO A RISCHIO LA NOSTRA SALUTE

Quali sono le risposte delle autorità pubbliche (dal governo nazionale alle Regioni e ai Comuni) e delle organizzazioni sanitarie alla pandemia e in che modo le persone dei diversi gruppi sociali e località geospaziali stanno rispondendo alla crisi sono le prime due. Se non le più importanti, quelle preliminari all’avvio di riflessioni (operative) serie, anche nella prospettiva di altre e prossime emergenze di questo tipo. Si pensi solo ai conflitti, in certi casi penosi, che si sono aperti fra governo e ministri e presidenti di Regione e sindaci. Così come ai comportamenti di molte persone che hanno ignorato i diktat sanitari o di grandi gruppi organizzati che a dispetto di un lanciato allarme pandemico sono scesi in piazza in Spagna per celebrare l’8 marzo, a New Orleans per festeggiare comunque il carnevale, o sono andati – i tifosi di Atalanta e Valencia– in massa allo stadio per la sfida della Champions. E a quest’ultimo proposito si segnalerà che Bergamo e Valencia sono stati due focolai fra i più letali sia in Italia che in Spagna.

LA VISIONE MERCATISTA DELLA SANITÀ HA FALLITO

Lo stato dei rapporti fra istituzioni politiche e sanitarie, e fra queste e i cittadini, è dunque un tema centrale che andrà affrontato evitando rimpallo di colpe e stilando linee guida e un “codice di comportamenti”. La diffusione del Covid-19 ha infatti rappresentato una sfida senza pari per quattro settori cruciali della società. Per i quali il ritorno alla normalità comporterà cambiamenti radicali. Dei reset di sistema e non semplici aggiustamenti o parziali modifiche. In primis la salute pubblica, che si è scoperta estremamente fragile, non solo dove i sistemi sanitari nazionali sono quasi assenti (Iran e India), ma anche dove l’indubbia efficienza di sistema è fortemente privatizzata (in Lombardia come negli Usa).

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La visione mercatista spinta della sanità degli ultimi 30 anni non ha fatto tornare i conti, ma al contrario ha fatto correre la spesa pubblica con il risultato, sotto gli occhi di tutti, di personale medico e sanitario privo degli strumenti di protezione necessari per affrontare l’emergenza pandemica.

LA SFIDA ONLINE PER ISTRUZIONE E RICERCA

In secondo luogo l’istruzione, che dalla scuola dell’obbligo all’università sta fronteggiando una sfida epocale. Ovunque nel mondo sono state infatti interrotte le attività di insegnamento, hanno chiuso scuole e campus e si è passati a forme di insegnamento online. Realisticamente credo che anche quando ritornerà la normalità educativa e scolastica, una parte importante dell’insegnamento sarà impartito online. Anzi dovrà, perché la modalità virtuale o a distanza consentirà anche di sperimentare possibilità di incontro, confronto e discussione allineate alle nuove forme di relazione digitale.

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Dunque possibili e auspicabili in ambienti che sfrutteranno la realtà aumentata e consentiranno un’esperienza didattica immersiva. Ma in questo ambito, della ricerca anche accademica, si pone il problema della sua circolazione che attualmente è troppo ristretta e lenta nel trasferire conoscenze e scoperte scientifiche. Sia in ambiti multidisciplinari, sia operativi e di promozione di corretta informazione.

VERSO LA FABBRICA 4.0

In terzo luogo il lavoro: tema cruciale e complesso. Qui mi limiterò, anche per non ripetere le solite banalità sullo smart working, a segnalare che fabbrica 4.0 avrà in tempi brevi una potente accelerazione. Perché tutti, non solo gli industriali, stiamo realizzando quanto fabbriche e sistemi produttivi automatizzati potrebbero superare indenni e continuare a funzionare anche in presenza di emergenze pandemiche. Il distanziamento umano in un luogo popolato di robot sarebbe l’ultimo dei problemi.

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NUOVE REGOLE PER MEDIA E SOCIAL

I media, soprattutto i social, e le tecnologie digitali che contribuiscono alla diffusione delle informazioni, sono i campi dove è forse più urgente l’azione di nuova legislazione e regolazione. Visto che l’attuale fondamento normativo risale al decennio 90 del secolo scorso: ovvero preistoria rispetto all’eco-sistema digitale che ormai è quasi configurato. Coesistere con il Covid-19, ovvero ripartire prima possibile, presuppone la consapevolezza che la pandemia ha due alleati mortali: le fake news sanitarie che viaggiano alla velocità del web e le zuffe fra scienziati e politici che vanno abitualmente in onda nei talk tivù come Non è la D’Urso. Non va infatti dimenticato che la pandemia è iniziata come infodemia.

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̀    ̀    -: 110 sorrisi

Il Dipartimento Materno Infantile dell’Azienda Ospedaliero -Universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” continua ad assicurare l’assistenza di sempre, modificando solo i percorsi. In via di ultimazione i video-tutorial realizzati dalle Ostetriche e dai Ginecologi per continuare a stare vicini alle mamme pur stando lontani.
Intanto, un dato ci piace darlo quale segno di speranza. Negli ultimi mesi, infatti, siamo stati e siamo bombardati dai numeri. Cifre che scandiscono le nostre giornate ricordando la gravità di questa epidemia, il Covid 19.

Dalla Unità Operativa Complessa di “Ginecologia e Ostetricia” arriva un bel numero: 110. Sono le nuove vite che nel mese di marzo hanno portato sorrisi e speranza, appunto.
Marzo ha rappresentato un momento critico per la pandemia ma non è riuscita a battere la cicogna che merita la lode ai suoi 110 viaggi.

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CORONAVIRUS. SALERNO, UIL FPL: SERVONO ALLOGGI PER LAVORATORI A RISCHIO

Si mettano a disposizione camere d’albergo o locali della Curia salernitana, con la preghiera di intercedere presso l’Arcivescovo di Salerno, per alleviare le preoccupazioni del personale coinvolto”. È questa la richiesta che i vertici della Uil Fpl provinciale hanno inoltrato al primo cittadino di Salerno. “Siamo preoccupati – scrivono – per l’emergenza in atto e dunque, viste le informazioni raccolte dai lavoratori che stanno fronteggiando il picco di questi giorni, c’e’ la necessita’ di fronteggiare situazioni assistenziali con utenti a rischio”. Per la Uil Fpl, quindi, serve porre in isolamento il personale coinvolto nell’emergenza senza che si metta a repentaglio la salute dei propri cari nelle rispettive abitazioni.

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Vademecum anti-spudorati per il dopo emergenza

Quando l'epidemia sarà passata, lo scontro politico tornerà feroce. E andranno ricordati coloro che hanno sempre sostenuto la Sanità privata a scapito di quella pubblica. Che hanno governato per 20 anni la Lombardia. Che si sono vantati di essere amici di Orban. Non possiamo dare in mano il Paese a chi ha prodotto danni tanto irreversibili.

Passerà, perché passerà anche questa nuttata, e lo scontro politico dopo l’emergenza Covid-19 riprenderà con maggiore ferocia.

Ovviamente tutti hanno diritto di parlare. Alcune forze politiche, ammettendo i propri errori, possono però legittimamente dire con chi non si vuol parlare. Fornisco un piccolo vademecum.

CHI HA SOSTENUTO LA SANITÀ PRIVATA A SCAPITO DI QUELLA PUBBLICA

Non bisogna parlare con i sostenitori della sanità privata da finanziare come se non meglio di quella pubblica. Non bisogna parlare con i detrattori del Sud. Oggi un giornale di destra proponeva un lanciafiamme per un assembramento napoletano (sbagliatissimo), e non per uno contemporaneo genovese.

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Non bisogna parlare con quelli del «Sud palla al piede». Roma ha più ospedali Covid-19 di Milano. Al Cotugno di Napoli non è morto un medico. L’idea del professor Paolo Ascierto sugli antiartritici è stata geniale, il contributo che Ilaria Capua sta dando per pacificare scientificamente il Paese è ascoltabile su tutte le reti tivù. Nel team dell’università di Pittsburgh che sta sperimentando un vaccino c’è anche un ricercatore italiano, Andrea Gambotto, che lavora negli Usa da 25 anni ma che è originario di Bari. Ha studiato nel mio liceo scientifico e non vede l’ora di tornare a visitare i suoi genitori e di andare al San Nicola per tifare «la Bari».

NON DIMENTICHIAMO CHI PER 20 ANNI HA GOVERNATO LA LOMBARDIA

Non bisogna parlare con quelli che la bandiera nazionale volevano usare come carta igienica. Non bisogna parlare con chi da 20 anni governa la Lombardia e ora si lamenta con quel povero disgraziato di Giuseppe Conte che deve mette mano a due decenni di malgoverno. Non bisogna parlare con chi voleva cacciare i migranti per poi scoprire che quest’anno non si faranno raccolti perché i ragazzi della Lega sono con Matteo Salvini in birreria e senza senegalesi nei campi si resta senza frutta e pomodori. Non si parla con chi ha votato in parlamento che una certa disinvolta signorina era la nipote di Mubarak e ora protesta sulla “qualunque” (vero Giorgia Meloni?). Non si parla con gli amici di Viktor Orban. Siamo e restiamo democratici.

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Insomma siamo in una fase in cui i partiti politici devono fare una grande autocritica (la sinistra lo fa da anni e se se lo dimentica ci pensa Pigi Battista a guardare agli errori della sola sinistra). Una stampa libera può ricordare a ciascuno le maggiori contraddizioni. L’obiettivo? Dire agli italiani: «Non date il Paese in mano a chi ha prodotto sul piano culturale, politico e sociale danni tanto irreversibili».

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Sospetta che la sorella abbia il Covid. Chiede inutilmente un tampone

di Pina Ferro

 

“Mia sorella ha tutti i sintomi tipici dell’infezione da Covid 19. Dopo 4 giorni chiede al medico curante se è possibile attivare la procedura per fare il tampone. La risposta della doc è stata: “non ce ne sono presso l’Asl X cui non posso richiederne” . Rabbia, preoccupazione e grande paura quella espressa da Marianna che si è rivolta alla nostra redazione raccontando quanto vissuto negli ultimi giorni e cosa è stata costretta a subire. Marianna spiega: «i miei genitori hanno 79 anni ed alcune patologie, non gravissime, pregresse. Mio fratello è maresciallo nell’esercito e mio marito in polizia presso questura Salerno. Io ho 2 bimbe piccole….questo per dirvi che se lei è positiva i miei genitori sono spacciati e gli altri uomini di casa, uscendo quotidianamente per lavoro e spesa infetteranno, nonostante i dpi e gli accorgimenti sanitari, tantissimi altri salernitani». Nel corso del racconto Marianna ha spiegato di aver compostoil numero verde regionale che “mi ha inizialmente consigliato (dopo 1/2 ore di attesa) di portarla in ospedale nonostante in tv si dica il contrario. Poi mi hanno fornito un numero verde locale, perché al numero regionale rispondono da Napoli e loro non conoscono le forniture della Asl locale. A quest’altro centralino confermano soltanto che il tampone può richiederlo il medico curante. Mio padre chiama la guardia medica da dove rispondono che i tamponi non vengono fatti neanche alle categorie a rischio come loro, appunto, ed i medici generici. Richiamata la dottoressa di famiglia, lei si rifiuta di attivare la pratica per le stesse motivazioni: “nn ci sono tamponi, neanche il personale sanitario viene sottoposto a questo approfondimento”. Approfondimento???!!! Ma scherziamo?? Mica è una richiesta di prove allergiche per qualche starnuto da inizio primavera? Questo Coronavirus a Salerno come dobbiamo combatterlo? Stiamo a casa, ok….e se lo abbiamo contratto precedentemente all’isolamento muoriamo isolati collettivamente? Potremmo avere 2 tamponi per non ammazzare il prossimo? Oppure chiediamo ai soldati dell’esercito tanto richiesti dal governatore di spararci al primo colpo di tosse prima di venire uccisi in maniera più devastante e brutale dalla polmonite! Io credo che per noi allorquando si dovesse allargare la pestilenza non rimane che una pala, la pala per scavarci la fossa”. Una storia che fa riflettere e che dovrebbe indurre a chi di competenza ad attivare tutti i percorsi e i presidi necessari ad evitare il diffondersi del contagio.

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Rino Pauciulo:“Veniteci a dare una mano”

di Pina Ferro

“Ci sono tanti reparti ospedalieri dove non si opera se non d’urgenza e nei quali è l’attività è ridotta al minimo e gli ambulatori sono chiusi. Rivolgo un appello al personale medico e infermieristico di questi reparti: veniteci a dare una mano!” L’appello, postato su Facebook arriva dal dottor Rino Pauciulo. Il dottor Rino Pauciulo medico in pensione che ha già diretto, da primario, l’emergenza di Eboli e lavorato, per anni, in Chirurgia d’urgenza e nel Pronto soccorso di Nocera Inferiore, è stato chiamato, alcune settimane fa a sovraintendere tutte le attività, sanitarie e organizzative, del Pronto soccorso dell’ ospedale scafatese “Mauro Scarlato”. Rientrato in servizio sta prestando la sua opera per aiutare a superare il particolare momento che si sta vivendo. “Ho fatto una riflessione – scrive ancora -ci sono tanti medici ed infermieri, quelli che voi definite eroi, che si ammazzano di lavoro notte e giorno per questa tremenda emergenza”. E poi ci sono quelli che continuano a prestare servizio nei reparti la cui mole di lavoro è diminuita notevolmente. Ed è proprio a questi che il medico, attraverso lo sfogo su facebook, canale che non utilizza quasi mai, si è rivolto. Un maggior numero di persone nelle zone calde degli ospedali consentirebbe lo svolgimento delle attività in maniera meno stressante probabilmente. Chissà se l’appello del già primario sarà accolto da qualcuno. Al momento restano i turni massacranti a cui sono sottoposti medici ed infermieri che lavorano nel reparti dedicati al trattamento dei pazienti affetti da Covid, cos’ come mostrano le tante immagini che in questi giorni sono rimbalzate sulle tv nazionali e sulla stampa.

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Nasce una catena di produzione casalinga che ogni giorno realizza fino a 350 mascherine

Da un’idea sperimentata per riempire le giornate da trascorrere in casa, è nata una catena di produzione che, ogni giorno, riesce a realizzare fino a 350 mascherine in tessuto non tessuto. La macchina della solidarietà è stata messa in moto a Salerno da Mirko Raiola e dalla moglie Monica Vernieri che, grazie all’aiuto di genitori, zii e amici, stanno riuscendo a rifornire enti, sanitari e volontari dei preziosi dispositivi di protezione fatti in casa. La prima mascherina è stata sottoposta anche al vaglio del sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli e del responsabile della protezione civile Mario Sposito. Il via libera delle istituzioni ha fatto scattare la catena di solidarietà che, attualmente, vede coinvolte sedici persone, tutte a titolo gratuito, e permette di consegnare ogni giorno le mascherine prodotte alla Protezione Civile, alle Forze dell’Ordine, a ospedali, supermercati ed enti che ne fanno richiesta. In un giorno solo, ad esempio, 80 mascherine sono state consegnate al reparto di Ginecologia dell’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, 80 al Nido e alla Terapia Intensiva Neonatale del San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, 60 al Centro Dignostico Salernitano, 40 alla Centrale Operativa del 118 cittadino. Ognuno, naturalmente, lavora nella propria abitazione in perfetto stile smart working ed è Mirko Raiola l’unico autorizzato a fare la spola tra i vari “centri” di produzione delle mascherine. Per evitare contatti i plichi vengono consegnati attraverso l’ascensore o, in alcune circostanze, con cestini calati dai balconi. Per raccontare il progetto e guidare chi voglia fare altrettanto in altre realtà è nata la pagina Facebook “MascherinAmica”. Il gruppo, inoltre, ha stretto un legame di collaborazione anche con la rete di “Te lo regalo se vieni a prenderlo Salerno”, in cui si invitano gli utenti a donare gomitoli di lana, fogli di Tnt (ad esempio le tovagliette che utilizzano alcune pizzerie o bar) e quant’altro possa essere utile per la realizzazione delle mascherine.

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Via Sgarbi, dentro Capua: ecco la nostra Brigata Garibaldi

L'emergenza Covid-19 sta mostrando una Italia diversa da quella raccontata finora dai talk show. Finirà l'epoca di chi parla a vanvera senza sapere nulla. La nostra Brigata Garibaldi sarà composta da chi ora sta tenendo in piedi il Paese e la nostra Sanità pubblica.

Non sono sicuro che accadrà, ma la speranza è che alle prossime Politiche ci sia una morìa di cretini.

L’Italia sta vedendo un film, di cui è prim’attrice, in cui recitano parti diverse uomini e donne della Sanità, della sicurezza, dell’informazione e di tanti altri campi.

Per fortuna ci siamo tolti dalle palle i costituzionalisti e gli esperti di leggi elettorali, i magistrati e, se non sbaglio, pure il dottor Davigo tace da un bel po’, grazie a Dio.

LA RIVINCITA DEGLI ESPERTI

Invece hanno preso a parlare e a mostrarsi italiane e italiani che sanno e fanno. Non sempre l’azzeccano, ma sono esperti. Hanno studiato. Ci dicono cose che non sappiamo. Forse è finita un’epoca. È finita l’epoca dei cretini, di quelli che con un decina di like su una lista creata da un blog privato diventavano candidati a dirigere addirittura il Paese e ovviamente città e Regioni. Ci siamo misurati in questi anni non solo con analfabeti. Magari. La classe dirigente parlamentare dei primi anni della Repubblica e quella della ripresa era piena di operai e braccianti agricoli, nonché funzionari politici, di poche lettere ma di grande cervello e di conoscenza del Paese reale.

LEGGI ANCHE: Basta con gli eroi e gli angeli: medici e infermieri vanno rispettati. Sempre

VEDIAMO UN’ITALIA DIVERSA DA QUELLA RACCONTATA NEI TALK

Forse ora ci libereremo di quelli che parlano a schiovere, i Vittorio Sgarbi si faranno quattro risate al pub con Matteo Salvini. Ci vorrebbe un format televisivo, magari diretto da Massimo Giletti, in cui mettere tutte queste persone, compreso Mario Giordano, Feltri nel senso di Vittorio, Pietro Senaldi e Francesco Borgonovo, per non dimenticare il sudaticcio ultra-cattolico di destra, e Nicola Porro una volta guarito. Un bad format che lasci sfogo a tutti quelli che non sanno e che hanno cattivi pensieri, per esempio il sogno che gli italiani si ammazzino fra di loro. Da buonista incallito, e ne me ne vanto, trovo il mio idolo in quel prete che ha ceduto il suo respiratore a un giovane. Stiamo vedendo un’Italia incredibile, così diversa dai talk televisivi, con un Sud persino più ordinato malgrado l’opinione contraria, e non autorevole, della attempata giornalista pariolina.

LEGGI ANCHE: Feltri consiglia Salvini: siamo alla circonvenzione di incapace

CHE SI FACCIA STRADA LA NOSTRA BRIGATA GARIBALDI

Se queste facce nuove in parte arrivassero in parlamento assieme a professionisti della politica (aridatece i veri professionisti della politica!), il prossimo coronavirus se la vedrà male. Oggi comunque, nella disperazione quotidiana di giornate lunghe, di jettatori che ti dicono che in base all’età e alla patologie il prossimo sarai tu, guardando lo spettacolo di governatori che piangono come vecchi “tragediatori” nel loro ricco Nord regalato alle cliniche private, io spero di vedere un parlamento in cui torni Ilaria Capua, in cui ci sia l’oncologo di Napoli, l’immunologo pugliese, il mio Marco Ranieri e tanti altri che non conosco ma che stanno tenendo in piedi il Paese. È la nostra Brigata Garibaldi.

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Via Sgarbi, dentro Capua: ecco la nostra Brigata Garibaldi

L'emergenza Covid-19 sta mostrando una Italia diversa da quella raccontata finora dai talk show. Finirà l'epoca di chi parla a vanvera senza sapere nulla. La nostra Brigata Garibaldi sarà composta da chi ora sta tenendo in piedi il Paese e la nostra Sanità pubblica.

Non sono sicuro che accadrà, ma la speranza è che alle prossime Politiche ci sia una morìa di cretini.

L’Italia sta vedendo un film, di cui è prim’attrice, in cui recitano parti diverse uomini e donne della Sanità, della sicurezza, dell’informazione e di tanti altri campi.

Per fortuna ci siamo tolti dalle palle i costituzionalisti e gli esperti di leggi elettorali, i magistrati e, se non sbaglio, pure il dottor Davigo tace da un bel po’, grazie a Dio.

LA RIVINCITA DEGLI ESPERTI

Invece hanno preso a parlare e a mostrarsi italiane e italiani che sanno e fanno. Non sempre l’azzeccano, ma sono esperti. Hanno studiato. Ci dicono cose che non sappiamo. Forse è finita un’epoca. È finita l’epoca dei cretini, di quelli che con un decina di like su una lista creata da un blog privato diventavano candidati a dirigere addirittura il Paese e ovviamente città e Regioni. Ci siamo misurati in questi anni non solo con analfabeti. Magari. La classe dirigente parlamentare dei primi anni della Repubblica e quella della ripresa era piena di operai e braccianti agricoli, nonché funzionari politici, di poche lettere ma di grande cervello e di conoscenza del Paese reale.

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VEDIAMO UN’ITALIA DIVERSA DA QUELLA RACCONTATA NEI TALK

Forse ora ci libereremo di quelli che parlano a schiovere, i Vittorio Sgarbi si faranno quattro risate al pub con Matteo Salvini. Ci vorrebbe un format televisivo, magari diretto da Massimo Giletti, in cui mettere tutte queste persone, compreso Mario Giordano, Feltri nel senso di Vittorio, Pietro Senaldi e Francesco Borgonovo, per non dimenticare il sudaticcio ultra-cattolico di destra, e Nicola Porro una volta guarito. Un bad format che lasci sfogo a tutti quelli che non sanno e che hanno cattivi pensieri, per esempio il sogno che gli italiani si ammazzino fra di loro. Da buonista incallito, e ne me ne vanto, trovo il mio idolo in quel prete che ha ceduto il suo respiratore a un giovane. Stiamo vedendo un’Italia incredibile, così diversa dai talk televisivi, con un Sud persino più ordinato malgrado l’opinione contraria, e non autorevole, della attempata giornalista pariolina.

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CHE SI FACCIA STRADA LA NOSTRA BRIGATA GARIBALDI

Se queste facce nuove in parte arrivassero in parlamento assieme a professionisti della politica (aridatece i veri professionisti della politica!), il prossimo coronavirus se la vedrà male. Oggi comunque, nella disperazione quotidiana di giornate lunghe, di jettatori che ti dicono che in base all’età e alla patologie il prossimo sarai tu, guardando lo spettacolo di governatori che piangono come vecchi “tragediatori” nel loro ricco Nord regalato alle cliniche private, io spero di vedere un parlamento in cui torni Ilaria Capua, in cui ci sia l’oncologo di Napoli, l’immunologo pugliese, il mio Marco Ranieri e tanti altri che non conosco ma che stanno tenendo in piedi il Paese. È la nostra Brigata Garibaldi.

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Da domani chiudono i distributori di carburante

“Noi, da soli, non siamo più nelle condizioni di assicurare ne’ il necessario livello di sicurezza sanitaria, ne’ la sostenibilità economica del servizio. Di conseguenza gli impianti di rifornimento carburanti semplicemente cominceranno a chiudere: da mercoledì notte quelli della rete autostradale, compresi raccordi e tangenziali; e, via via, tutti gli altri anche lungo la viabilità ordinaria”. Lo annunciano in una nota Faib (Confesercenti), Fegica (Cisl), Figisc/Anisa (Confcommercio)

Consiglia

Coronavirus:contagiato sindaco Auletta, chiese a De Luca tampone

Il sindaco di  Auletta, Pietro Pessolano, è risultato positivo al Covid-19. Lo annuncia lui stesso in una diretta Facebook poco fa. Questa mattina, l’esito dei tamponi. “Il bollettino ha portato altri due positivi e, tra i due, ci sono io”, dice. “Non sapevo come avrei reagito alla notizia. Ora che il risultato è confermato, mi sento ancor più motivato. E’ vero che con il Covid si può morire, ma e’ anche vero che si puo’ guarire. Non posso, non voglio e non mi abbattero'”, promette. Poi, rivolgendosi ai suoi concittadini, aggiunge che l’auspicio e’ che “quanto successomi vi convinca a restare a casa perché e’ l’unico modo per vincere la battaglia. A chi puo’ succedere? E’ successo a me che non sono restato a casa”. Il primo cittadino, in un’altra diretta social delle scorse ore, aveva comunicato che e’ risultato positivo anche il suo vicesindaco. Qualche giorno fa, proprio Pessolano aveva lanciato l’appello al ‘governatore’ della Campania, Vincenzo De Luca, perche’ facesse eseguire i tamponi sulla giunta comunale di Auletta.

Consiglia

Coronavirus, morto il caposquadra dei vigili del fuoco di Sala Consilina, Morello

Il comandate del distaccamento dei vigili del fuoco di Sala Consilina, Luigi Morello, dopo aver contratto il coronavirus, all’età di 57 anni. Originario di Teggiano, risultato positivo da una decina di giorni, era ricoverato in rianimazione presso l’ospedale civile di Scafati. Quello di Morello e’ il secondo decesso da Covid -19 nel Vallo di Diano, area in cui da nove giorni e’ stata disposta la ‘zona rossa’ per i comuni di Sala Consilina, Caggiano, Polla e Atena Lucana. Lo scorso 19 marzo era morto don Alessandro Brignone, 46enne parroco di Caggiano.

Consiglia

«Con gli occhi fotografo la gente per strada in quella che è una dimensione surreale»

Anna Santimone

Una nuova dimensione, un’atmosfera surreale dai toni apocalittici quella che ci sta avvolgendo in queste settimane. Riguardando le foto solo di alcuni mesi fa , mai avrei immaginato una situazione del genere adesso. Chi ha mai vissuto un’epidemia! L’ho sempre considerata come un qual- cosa lontano dal nostro pre- sente storico o lontano dal nostro paese civilizzato come l’Italia. Ancora quando se ne sentì dello scoppio in Cina, la si percepiva come un qualcosa lontano dalla nostra realtà…ed invece eccoci qui! Catapultati in quella che sembra una delle migliori trame di un film di fantascienza. Un in- cubo da cui vorremmo svegliarci al più presto. Da quando sono state predisposte le ristrettissime ma giuste misure di contenimento del contagio, cerco nel mio piccolo di conservare un briciolo della quotidianità che avevo prima. Mi dedico molto alle faccende domestiche, più di quanto abbia fatto nei tempi della “normalità” …Quando capita che scendo a fare la spesa e vedo quelle poche anime intente nelle stesse mie incombenze, con gli occhi “fotografo” i loro gesti, movimenti, assaporo quegli “attimi di vita” dolce oasi nelle strade vuote simili ora ad un immenso deserto. A casa mi dedico alle mie cose di lavoro e studio, guardo le mie fiction preferite ed ascolto musica, chiacchiero con i miei genitori, pro- grammo il pranzo e la cena con mia madre, ci inventiamo qualche pietanza particolare. Conservo i rapporti con i miei amici sui social, tante videochiamate per sentirci tutti più vicini . Con la mia migliore amica Miriam in particolare, che al momento abita per motivi di lavoro in un paese dell’ Emilia Romagna , Castelnovo nè Monti, ci sentiamo tutti i giorni. Ammiro molto la sua forza e coraggio perchè in questo momento nazionale di grande emergenza sta affrontando tutto da sola

. Ci teniamo aggiornate costantemente su ciò che sta accadendo e ci raccontiamo le nostre giornate; in questo periodo lei che è un’insegnante è impegnata con la didattica a distanza, che richiede un lavoro molto in- tenso. Ci sentiamo più vicine che mai anche a di- stanza. Ciò che mi manca di più ora? Il contatto umano da vicino con le persone, ho sempre amato fin da piccola stare in mezzo alla gente e sono sempre stata una per- sona socievole ed espansiva..Ma sono consapevole che il sacrificio che stiamo facendo , è per salvarci da questo orribile male che è come un cane sciolto nel cercare chi attaccare. Rima- nendo nelle nostre case contribuiremo oltre che a sconfiggere questo dannato virus anche a tornare quanto prima alla normalità. In certi momenti ti assale la paura , ma sto imparando a dominarla de- dicandomi ad azioni costruttive e civiche insieme alla mia amica Miriam e al mio amico Dante ed altri amici che possano aiutare il nostro paese in questo triste momento . Sono serena perchè credo che tutti uniti ce la potremo fare

Consiglia

«Da Procida», appaltati i lavori 122 posti letto per il Covid Hospital

di Andrea Pellegrino

 

Centoventidue posti letto di cui 14 nel reparto di terapia intensiva e sub intensiva. Così il nuovo Covid Hospital che trasformerà l’attuale “Da Procida” di Salerno. L’azienda universitaria ospedaliera “Ruggi d’Aragona” ha recepito il piano predisposto dalla Regione Campania ed ha avviato le procedure per la trasformazione del plesso ospedaliero di Salerno città. Sessanta giorni il termine previsto per la fine dei lavori. Un milione e 700mila euro circa lo stanziamento per l’adegua- mento del presidio ospedaliero. Oltre le strutture saranno rifatti gli impianti dei tre piani dell’ospedale. Il primo (quello dedicato alla degenza) potrebbe essere operativo e pienamente funzionante entro i prossimi 15 giorni. Più lunghi i tempi per attrezzare i reparti di tera- pia intensiva e subintensiva. Quattro le ditte che si sono rese immediata- mente disponibili: la Cytec di Pozzuoli, la Gioma srl di Quarto, la Gramma srl di Ercolano e la Clv Costruzioni di Castellammare di Stabia. Ognuno di loro si occuperà di un re- parto. Tra gli altri plessi individuati dalla Regione Campania c’è quello di Scafati. Stanziati 600mila euro circa per incrementare 70 posti letto di cui 4 di terapia intensiva. Al vaglio c’è anche la possibilità di atti- vare ulteriori 8 posti di rianimazione presso il “Mauro Scarlato”, plesso di Scafati, gestito dall’Azienda Sanitaria di Salerno. L’Asl intanto ha ac- quistato anche 10 ventilatori polmonari da destinare al presidio ospedaliero di Vallo della Lucania e a quello di Sarno. Rispettivamente 4 ventilatori arriveranno al plesso a sud di Salerno, sei, invece, a quello a nord della provincia salernitana. Inoltre previsti nuovi arredi per la struttura di Sarno, tra cui 7 letti elettrici per la degenza e due carrelli per emergenza e medicazioni. Infine istituiti 21 presidi di unità speciale di continuità assistenziale, tra cui due nel solo comune di Salerno.

Consiglia

La sanità privata pagata da noi: qui cade il modello Lombardia

Lo spostamento di risorse pubbliche a favore di strutture private che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi.

Accanto alla Grande guerra contro il virus si stanno combattendo molte guerricciole, tutte legittime, alcune ricche di senso, altre miserabili. Non sono guerre segrete perché si svolgono alla luce del sole, in televisione, sui quotidiani di carta, sui social.

La prima guerra, insisto legittima, è contro il governo Conte. Al presidente del Consiglio si rimprovera tuttora il fatto di aver scaricato Matteo Salvini (peraltro auto-capottato) e aver scelto il campo avverso. Non gliel’hanno perdonata né quelli che sono stati fatti scendere dalle loro poltrone né i cerchiobottisti ormai pronti al patto con Salvini e sempre in agitazione quando vedono pezzi di sinistra ex Pci vicini al governo. Al governo viene rimproverato tutto, anche di prendere le decisioni che i suoi critici invocavano, spesso in contraddizione con le loro prese di posizione precedenti.

Campione di questa guerricciola è il mitico Salvini, l’uomo che sostiene tutte le posizioni nel disperato tentativo di azzeccare il tempo giusto per quella buona. Ma anche qui non manca il contributo di intellettuali titolati che, fra lamenti sopra la laboriosità dei lombardi messa a confronto con l’inettitudine dei meridionali (campionessa di questa sciocchezza è la nota nordica Barbara Palombelli), si addentrano in analisi antropologiche che per fortuna i fati smentiscono, a parte l’errore di massa di    quei ragazzi tornati al Sud tutti in una volta.

TUTTI VORREBBERO MISURE CHE NON TOCCHINO LA VITA PRIVATA

Il grande tema, ed è un grande tema, ora riguarda la libertà di movimento. In mezzo ci si è messo pure un appello golpista di un certo comandante Alfa che andrebbe sottoposto al Tso. Tutti vorrebbero misure che non incidano sulla propria vita privata. Ci sono quelli che vanno a trovare i nipotini, che vanno in due a fare la spesa, che fanno jogging, che fanno quello che gli parte ma che si lamentano se vedono gli altri fare lo stesso. Ora il governo ha deciso una “stretta”, io sarei stato per il coprifuoco, e tutti urlano al rischio democratico. L’HP ha preso questa bandiera che sventola con irresponsabilità.

Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito: la democrazia non è in pericolo

La mia opinione è che se non si chiude per davvero, il virus non lo fermiamo. Già il 22 marzo abbiamo avuto qualche timido segnale, che potrebbe essere subito smentito, frutto di chiusure recenti. Fra 10 giorni potrebbe andare meglio. Ma è a rischio la nostra libertà? Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito una sola cosa: la democrazia non è in pericolo. Una volta Giulio Andreotti, di fronte a chi gli agitava la minaccia di un colpo di Stato, rispose: «Non è possibile, non c’è lo Stato». Io, più modestamente, credo di conoscere gli apparati di forza e se c’è qualcuno a cui possano venire cattive idee, in sono 10 pronti ad arrestarlo.

LA LOMBARDIA DOVRÀ CAMBIARE MODELLO SANITARIO

L’altra guerricciola si svolge sul fronte lombardo. È difficile negare, lo ha raccontato bene Selvaggia Lucarelli, che quella regione paghi il prezzo di come è stata amministrata e di come è governata oggi. Poi ci sono cose strutturali, ci sono più fabbriche, più densità di popolazione, aria più inquinata. Tuttavia è del tutto evidente che la classe dirigente leghista che tutti, dico tutti, avevamo apprezzato, questa volta è stata al di sotto dei suoi compiti. Lamentosa, inetta e soprattutto poco libera.

Arrivo delle ambulanze all’ospedale Bolognini di Bergamo.

In Lombardia si sta combattendo un’altra battaglia che è una battaglia italiana. L’ha capito Bruno Vespa quando ha vergognosamente attaccato le Ong fra cui Gino Strada e Medici senza frontiere. Vespa sa quel che vuole un certo mondo e lo racconta, ovviamente gratuitamente. Il “modello lombardo” è lo spostamento di risorse pubbliche a favore del privato che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma che mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi. La Lombardia non può pensare di uscire da questo dramma con lo stesso sistema sanitario immaginato da Roberto Formigoni e magari rilucidato da Guido Bertolaso.

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Contagiati da Covid-19 più di 2.600 medici e operatori sanitari

Rappresentano l'8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe. Sala: «Trovo inaccettabile che non venga fatto loro il tampone».

Sempre più medici e operatori sanitari contraggono il Covid-19. Il numero dei contagiati è salito a 2.629, l’8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe aggiornata al 17 marzo 2020 su dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo ha reso noto in un tweet il presidente Gimbe Nino Cartabellotta.

Il «numero di operatori sanitari infetti», ribadisce Cartabellotta all’Ansa, «è enorme. L’8,3% dei casi totali è una percentuale più che doppia rispetto alla Cina». Per questo sono necessari in tutta Italia «dispositivi di protezione adeguati».

LEGGI ANCHE: Pochi e mal pagati, i numeri degli infermieri in prima linea contro il coronavirus

Gli operatori sanitari, aggiunge il presidente Gimbe, «devono essere protetti al meglio per proteggere se stessi e per poter svolgere il loro lavoro in massima sicurezza». E proprio mercoledì si è registrata un’altra vittima tra i medici di famiglia: si è spento Marcello Natali, segretario della federazione di medici di Medicina Generale di Lodi. Aveva 57 anni e non aveva particolari patologie pregresse.

SALA: «INACCETTABILE CHE NON VENGA FATTO TAMPONE»

Un appello per una maggiore tutela del personale sanitario arriva anche dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. «Trovo inaccettabile che ai medici, al personale sanitario, ai medici di base non venga fatto il tampone», ha ribadito nel video quotidiano postato sui social il primo cittadini. «Lo trovo francamente inaccettabile da parte della nostra sanità».

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L’identikit dei malati di coronavirus: fasce d’età, sintomi e mortalità

I più colpiti sono gli anziani, ma tra i contagiati il 22% ha tra i 19 e 50 anni. Solo il 19% dei positivi mostrava condizioni critiche al momento del tampone. Cosa dice la prima analisi dell'Iss sui malati di Covid-19.

Il Covid-19 non è una malattia solo per vecchi. Eppure per settimane più di qualche esperto aveva sottolineato come il nuovo coronavirus colpisse soprattutto i soggetti più anziani e con patologie pregresse. In realtà guardando i primi dati dell’Istituto Superiore di Sanità si nota che lo scenario è più complesso.

Il 9 marzo l’Iss ha pubblicato una prima analisi approfondita sulle persone trovate positive alla Sars-CoV-2. Uno studio che fornisce indicazioni utili per capire l’evoluzione della malattia e i rischi che corriamo tutti, nessuno escluso.

Il primo dato che salta all’occhio è che il 22% dei pazienti risultati positivi al tampone ha un’età compresa tra i 19 e 50 anni. Questo, ha fatto notare l’Istituto, rende chiarissimo come tutte le fasce di età, compresi i giovani, debbano rispettare le norme per arginare il contagio.

OLTRE IL 75% DEI POSITIVI HA PIÙ DI 50 ANNI

Il resto dei soggetti colpiti ha più di 50 anni, in particolare il 37,4% dei malati ha tra i 51 e 70 anni e il 39,2% ha più di 70 anni. La fascia che invece ha meno casi in assoluto, solo l’1,4%, è quella tra 0 e 18 anni. Complessivamente quindi l‘età mediana dei pazienti è di 65 anni e tra questi ben il 63,1% è rappresentato da uomini. «In questi giorni», ha spiegato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, «le cronache riportano molti esempi di violazioni delle raccomandazioni, soprattutto da parte dei giovani. Questi dati confermano come tutte le fasce di età contribuiscono alla propagazione dell’infezione, e purtroppo gli effetti peggiori colpiscono gli anziani fragili. Rinunciare a una festa o a un aperitivo con gli amici, non allontanarsi dall’area dove si vive è un dovere per tutelare la propria salute e quella degli altri, soprattutto i più fragili».

Nel documento viene anche evidenziato il rapporto tra le fasce d’età colpite e i decessi. Emerge così un primo dato sulla letalità, calcolata dividendo il numero di persone decedute per il totale dei malati, che conferma come il Covid-19 sia molto pericoloso per gli anziani. Sotto i 40 anni non è stata registrata alcuna vittima, mentre per le fasce sopra i 60 i numeri iniziano a crescere: il 10,4% aveva tra i 60 e 69 anni, il 31,9% tra i 70 e 79 e il 56,6% più di 80 anni. L”analisi evidenzia anche che due terzi delle persone decedute aveva tre o più patologie croniche preesistenti.

TRA I SINTOMI E LA DIAGNOSI POSSONO PASSARE 3-4 GIORNI

Secondo i dati il tempo mediano trascorso tra la data di insorgenza dei sintomi e la diagnosi è di 3-4 giorni. In particolare l’esito positivo al tampone è arrivato in tempi sufficienti a individuare la malattia nelle fasi iniziali. In 2.538 casi esaminati solo il 19% è stato individuato in pazienti in condizioni critiche. Il 10% dei casi è asintomatico, il 5% con pochi sintomi, il 30% con sintomi lievi, il 31% è sintomatico e il 5% ha sintomi più severi.

LA GUARIGIONE ARRIVA DOPO TRE-SEI SETTIMANE

Intanto dalla Cina sono arrivati nuovi dati sulle caratteristiche del Covid-19. Verso la fine di febbraio una missione dell’Organizzazione mondiale della Sanità ha inviato 25 esperti che in due settimane hanno viaggiato tra Wuhan, Shenzhen, Pechino, Chengdu e Guangzhou.

LEGGI ANCHE: Così decenni di tagli hanno azzoppato la Sanità pubblica

I risultati, pubblicati a inizio marzo in un lungo report, hanno evidenziato delle linee di tendenza comuni. Una delle prime cose rilevate riguarda il periodo tra l’inizio della malattia e la guarigione con una durata media calcolata dalle tre alle sei settimane per i pazienti gravi e critici, che scende a due per i quelli leggermente malati.

I DUBBI SUI PAZIENTI ASINTOMATICI

Altro elemento chiave emerso nell’analisi riguarda i segni veri e propri della malattia. In quasi tutti i casi i pazienti asintomatici trovati positivi hanno poi manifestato i sintomi qualche giorno dopo l’esito del tampone. A questo proposito gli esperti hanno scritto che «la proporzione delle infezioni veramente asintomatiche non è ancora chiara, ma restano molto rare e non sembrano essere un importante veicolo di trasmissione del contagio». In generale, hanno spiegato i tecnici dell’Oms nel dossier, l’80% dei pazienti positivi al tampone ha avuto una malattia lieve e moderata, e tra questi la maggioranza guarisce. Il 13,8% invece ha una malattia più grave, mentre il 6,1% ha mostrato situazioni critiche.

LEGGI ANCHE: Le cose da da sapere su limiti e divieti dell’Italia zona rossa

TRA I SINTOMI PIÙ COMUNI FEBBRE E TOSSE SECCA

Un altro dato molto importante riguarda le varie casistiche dei sintomi. In particolare studiando 55.924 casi di laboratorio è stato rilevato che i più comuni sono, in ordine di apparizione: febbre (87,9%), tosse secca (67,7%) spossatezza (38,1%), produzione di muco (33,4%), respiro corto (18,6%), mal di gola (13,9%), mal di testa (13,6%), dolori muscolari (14,8%), brividi (11,4%). Meno frequenti sono invece nausea e vomito (5%), congestione nasale (4,8%) e diarrea (3,7%). Rarissimi i casi di emottisi (sangue espulso dalla tosse) (0,9%) e congiuntivite (0,8%).

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Posti letto, medici e infermieri al collasso Ruggi: manca il via per l’analisi dei tamponi

di Andrea Pellegrino

L’emergenza posti letto e personale negli ospedali è ad un passo. Il Cotugno di Napoli – unica struttura attualmente attrezzata – è al collasso, completamente utilizzato dai pazienti affetti da Coronavirus. Negli ultimi giorni sono stati riempiti ben tre reparti, con il trasferimento altrove di altri pazienti affetti da altre patologie. Si pensa all’utilizzo di una ulteriore struttura ospedaliera nel mentre si valutano misure da adottare nelle varie province. A Salerno, dopo il «Da Procida» si pensa al riutilizzo degli ospedali di Agropoli e Oliveto Citra per fronteggiare l’emergenza posti letto. Solo negli ultimi giorni, i casi accertati e i sospetti, hanno costretto, seppur temporaneamente, la chiusura di diversi pronto soccorso, tra cui l’«Umberto I» di Nocera Inferiore e quello di Eboli, dove in quarantena è stato messo anche il reparto di medicina generale. C’è poi l’ospedale «Curteri» di Mercato San Severino, dove venerdì sono giunti due pazienti sospetti. Anche qui è stata avviata la procedura prevista, con il blocco del pronto soccorso e la quarantena di medici ed infermieri. L’assenza di un unico coordinamento e la sottovalutazione di alcuni protocolli (cosi come è accaduto ad Eboli), starebbe mettendo a repentaglio la tenuta del sistema sanitario in provincia di Salerno. Accanto all’assenza di posti letto c’è la più grave emergenza legata alla carenza di medici ed infermieri, molti dei quali costretti a quarantene dopo il contatto con alcuni pazienti infetti. L’espansione del virus e la saturazione del Cotugno di Napoli ha quindi portato i suoi primi effetti preoccupanti nelle restanti province della Campania. «Molti reparti sono stati sventrati per fare posto ai malati gravi – dice Edmondo Cirielli, parlamentare salernitano di Fratelli d’Italia – Una delle migliori sanità del mondo è in crisi. In Campania, dove in questi anni il centrosinistra non ha fatto nulla per migliorare il sistema sanitario regionale ma ha pensato soltanto a cambiare e ricambiare dirigenti amministrativi e sanitari per fare un po’ di clientelismo politico, rischiamo il collasso. Il governatore De Luca non può continuare a far finta di nulla, deve intervenire subito». Infine, per il “Ruggi d’Aragona” mancherebbe ancora il via libera per l’analisi dei tamponi.

Consiglia

Così decenni di tagli hanno azzoppato la Sanità pubblica

Circa 37 miliardi di investimenti in meno in un decennio. Con risparmi di almeno 1 miliardo sui costi del personale, tra medici e infermieri. E una spesa pari all'8,9% del Pil, ben sotto alla media Ue. Così governi e Regioni di ogni colore hanno affossato il settore. Attuando politiche di cui ora, in piena emergenza coronavirus, paghiamo il conto. Lo scenario.

Circa 37 miliardi di euro di tagli in un decennio. Con risparmi di almeno 1 miliardo sui costi del personale, tra medici e infermieri, visti per anni come uno spreco.

E una spesa sanitaria complessiva pari all’8,9% del Pil (dato Eurostat), al di sotto della media europea (9,9%) e molto lontana in confronto a Germania e Francia, rispettivamente all’11,1% e all’11,5%.

La fotografia della Sanità italiana è quella di un settore indebolito da una serie di tagli, portati avanti da tutti i governi, fino a mostrare il nervo scoperto: la difficoltà ad affrontare la prima vera emergenza rappresentata dal coronavirus.

SI CORRE COME SEMPRE PER TAMPONARE L’EMERGENZA

In alcuni casi si prova a correre ai ripari con i rinforzi degli organici in tempi serrati: Regione Lombardia, guidata da Attilio Fontana, ha chiesto al ministro della Salute, Roberto Speranza, il via libera ad assunzioni straordinarie. Mentre si cercano di aumentare il posti in terapia intensiva: l’ultimo dato, del 2017, è di 5.090 posti letto, circa 8,5 per abitante ogni 100 mila. Un’accelerazione di emergenza che solleva qualche perplessità nel presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. «Gli investimenti sono già iniziati», dice a Lettera43.it, «ma servono solo a tamponare. Specialisti, posti letto di terapia intensiva non si creano dall’oggi al domani».

UN DISASTROSO MIX DI TAGLI E MINORI RISORSE

Proprio un rapporto della Fondazione Gimbe descrive come sia diminuita, nei fatti, la spesa sanitaria. Il finanziamento al Sistema sanitario nazionale (Ssn) è aumentato solo nominalmente, dai 105,6 miliardi di euro del 2010 ai 114,4 del 2019. L’investimento pubblico è stato di 8,8 miliardi in più, rileva il dossier, «in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%». In altre parole, «l’incremento nell’ultimo decennio non è stato neppure sufficiente a mantenere il potere di acquisto». Di conseguenza, stima la ricerca, dal 2010 al 2019 c’è stato un mancato finanziamento alla sanità di 37 miliardi: 25 miliardi attraverso i vari tagli decisi nelle manovre e altri 12 attraverso le minori risorse assegnate al Ssn, rispetto ai livelli programmati, per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica. 

DIECI ANNI DI STOP ALLE ASSUNZIONI

Negli ultimi 20 anni i costi per il personale sono stati progressivamente ridotti, come evidenzia anche l’ultimo monitoraggio annuale sulla spesa sanitaria del ministero dell’Economia: «La spesa per i redditi da lavoro dipendente rappresenta, nel 2018, il 30,8% della spesa complessiva. Tale percentuale risulta sensibilmente ridotta rispetto a quella del 2002 (36,9%)». Il raffronto con il 2010 non è molto più lusinghiero: la percentuale era del 33,5%, quasi tre punti in più rispetto al 30,8% del 2018. Il motivo? Così spiega il Mef: «Il contenimento della dinamica dell’aggregato è sostanzialmente determinato dagli effetti delle politiche di blocco del turn over attuate dalle Regioni sotto piano di rientro e dalle misure di contenimento della spesa per il personale portate avanti autonomamente dalle altre Regioni». 

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Insomma, c’è stato lo stop delle assunzioni per frenare la spesa. Sul tema Cartabellotta ironizza: «Il Mef in questi anni ha fatto un eccellente lavoro per mettere a posto i conti della Sanità, grazie anche alla silenziosa complicità del ministero della Salute che non ha mai alzato la voce». Sul costo dell’emergenza coronavirus, in termini di spesa, il presidente della fondazione Gimbe non si espone: «Al momento è impossibile fare una stima perché non conosciamo la reale portata dell’epidemia in Italia», ma «il vero dramma è che nelle Regioni dove il sistema non sarà in grado di reggere l’urto, il costo si pagherà in termini di vite umane».

SE SI USA IL PERSONALE COME BANCOMAT

Un taglio netto, dunque, sulla pelle dei cittadini. «Oltre 1 miliardo di euro. È questa la cifra che solo nel 2017 le Regioni e le Aziende sanitarie hanno risparmiato tagliando la spesa per il personale sanitario», ha denunciato in un dossier l’Anaao Assomed, sigla sindacale dei medici. A questa somma si aggiungono gli straordinari non retribuiti stimati in «500 milioni di euro». In termini di dotazioni organiche l’impatto, si legge nella ricerca Anaao, si traduce nella mancanza di «circa 8 mila medici, 2 mila dirigenti sanitari e 36 mila infermieri». In altre parole, per il sindacato il personale è stato trattato come un bancomat. 

UNA SCURE BIPARTISAN

La scure sulla spesa sanitaria si è abbattuta regolarmente da anni: dal ministro Renato Balduzzi del governo Monti fino alla pentastellata Giulia Grillo, che ha preceduto Speranza, la dinamica non è cambiata. Spiega ancora il monitoraggio del Mef: «Al contenimento del tasso di crescita della spesa sanitaria complessiva registrato a livello nazionale hanno concorso, in misura significativa, le Regioni sottoposte ai piani di rientro. Infatti, queste ultime hanno fatto registrare, nel periodo 2003-2006, un tasso di crescita medio annuo della spesa sanitaria pari al 6,6% che, nel quinquennio successivo si riduceva al 4,1% per diventare addirittura negativo (-0,1%) tra il 2012 e il 2018». E in gran parte di tratta delle Regioni meridionali, a cui si guarda con allarme in caso di diffusione del coronavirus.

ITALIA MAGLIA NERA D’EUROPA

Il confronto con l’Europa non conforta. L’ultimo rapporto Eurostat è basato sul 2016. Nel rapporto spesa sanitaria/Pil, l’Italia è penultima tra i Paesi mediterranei, con l’8,9%, poco davanti alla Grecia, ma alle spalle anche di Spagna e Portogallo, attestati al 9%. Un divario che aumenta rispetto ai Paesi del Centro e Nord Europa: il Belgio è al 10%, la Danimarca al 10,2%, l’Olanda al 10,3%. La Svezia, all’11%, è terza alle spalle di Francia e Germania. Nel rapporto 2019 State of Health in Ue, nel 2017 la spesa sanitaria pro capite in Italia è stata pari a 2.483 euro, del 15%
inferiore rispetto alla media dell’Ue (2.884 euro). E anche se la spesa sanitaria, si legge nel rapporto, negli ultimi anni è cresciuta, lo ha fatto comunque a un ritmo più lento rispetto a quello della
maggior parte dei Paesi europei.

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Il Nas torna al «Ruggi d’Aragona»: mancano ancora mascherine e protezioni Si pensa al «Da Procida» come centro d’emergenza: in 2 mesi la terapia intensiva

di Andrea Pellegrino

Nuova visita del Nas dei carabinieri all’ospedale “Ruggi d’Aragona” di Salerno, nell’ambito dei controlli scattati all’indomani dell’emergenza coronavirus. Restano le criticità, già evidenziate durante i precedenti sopralluoghi del 24 e 28 febbraio. I reparti interessati, sono ancora una volta, malattie infettive, pneumologia e otorinolaringoiatria. Qui mancano anche i dispositivi di protezione individuale, a partire dalle mascherine, per il personale sanitario. Inoltre, così come riscontrato qualche settimana fa, manca ancora una stanza per eventuali isolamento di persone infette dal virus. Intanto si prepara all’emergenza anche l’ospedale “Da Procida” che rientra nella rete dell’azienda universitaria ospedaliera “Ruggi d’Aragona”. Nelle ultime ore un sopralluogo del direttore generale e un successivo vertice interno, hanno definito le prossime linee guida, soprattutto se la situazione dovesse degenerare nel salernitano. Qui, nell’ex sanatorio – oggi struttura praticamente inutilizzata – pare che nell’immediato si trasferiscono gli eventuali pazienti affetti da coronavirus che non necessitano di terapia intensiva o di rianimazione nel mentre si valuta di attrezzare l’ospedale anche di questi reparti. Almeno per quanto riguarda la terapia intensiva si stima, secondo prima indiscrezioni, che potrebbe essere allestito un reparto in due mesi. Limitazioni anche al Comune di Salerno, con le nuove disposizioni del primo cittadino Enzo Napoli. Accessi controllati a Palazzo di Città e limitazioni nell’utilizzo degli ascensori. Al Comune potranno accedere, infatti, solo persone con appuntamento.

Consiglia

Temiamo il 2019-nCoV, ma i veri killer sono altri

L'influenza stagionale ogni anno causa centinaia di morti. Così come rappresentano ancora serie minacce il morbillo e la meningite. Senza considerare la febbre emorragica di Malburg, la rabbia e l'Hiv. La psicosi da coronavirus smontata con i numeri.

In Europa, e in Italia in particolare, «non c’è un’epidemia da coronavirus ma da influenza. Bisogna preoccuparsi più di quella». Filippo Anelli, presidente dell’Ordine nazionale dei medici, è stato chiaro.

Il virus, partito da Wuhan, in Cina, e ora diffuso in tutto il mondo, spaventa nel suo complesso, ma sulla mortalità gli esperti tranquillizzano e ricordano quanto sia importante leggere i numeri messi a disposizione dai media e dalle istituzioni cinesi con attenzione: le morti sarebbero poco sopra al 2%, inferiori per ora al 9,6% globale della Sars che nel 2003 provocò 813 decessi, di cui 348 in Cina. A Hong Kong arrivò a un tasso di mortalità del 17% e 298 decessi. Seguirono Taiwan con 84, il Canada con 38 e Singapore con 32 morti. 

La Mers, la sindrome respiratoria mediorientale, per dirne un’altra, a partire dal 2012 ha colpito 2.500 persone causando 858 decessi, con un indice di letalità del 30%. Per questo gli esperti tendono a considerare la situazione gestibile, almeno fino adesso. 

I NUMERI DELL’INFLUENZA COMUNE

Dunque, di cosa dovremmo avere paura per davvero? Certo, il nuovo coronavirus spaventa perché non esistono al momento terapie ad hoc né vaccini. Ma fermandoci ai numeri, dovremmo temere molto di più la comune influenza stagionale.

Una nuova grafica del coronavirus (Ansa).

IN ATTESA DEL PICCO STAGIONALE

Secondo quanto riportato dal bollettino Influnet, nella settimana dal 23 al 29 dicembre, l’influenza ha provocato 3,7 casi per mille assistiti, che salgono a 10 casi tra i bambini. Nella quinta settimana del 2020, invece, ci si avvicina al picco epidemico stagionale. Il valore dell’incidenza totale è salito a 13,2 casi per mille assistiti. Il numero di casi stimati in questa settimana è pari a circa 795 mila, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 4.266.000 casi. Come riporta Epicentro, il portale dell’epidemiologia della salute pubblica, alla quinta settimana della sorveglianza sono stati segnalati 85 casi gravi di cui 15 deceduti. La scorsa stagione influenzale, da ottobre 2018 ad aprile 2019, sono stati segnalati ai vari sistemi di sorveglianza dell’influenza 809 casi gravi. Una su quattro di queste persone, 198 casi, purtroppo non ce l’ha fatta, anche per altre complicanze di tipo respiratorio o cardio circolatorio. Tre quarti di essi, 601 casi, hanno richiesto intubazione in terapia intensiva. E l’80% dei casi gravi non era vaccinato

Manifesti a Pechino nel novembre 2003 (Getty Images).

LE TRE GRANDI PANDEMIE DEL XX SECOLO

Per quanto riguarda invece le pandemie, non sono così frequenti. Nel XX secolo se ne sono verificate tre: l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica nel 1958 e l’influenza Hong Kong nel 1968. Solo la Spagnola uccise in tutto il mondo tra 30 e 50 milioni di persone – anche se recenti stime parlano addirittura di 100 milioni di morti – dopo averne contagiate circa un miliardo. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale, con oltre 4,5 milioni solo in Italia. 

ALLARME MENINGITE: OGNI ANNO COLPISCE 2,8 MILIONI DI PERSONE

Oltre all’influenza, si muore anche di meningite che nel mondo, secondo l’Oms colpisce ogni anno 2,8 milioni di persone, di cui 500 mila di tipo meningococcico con almeno 50 mila decessi. Una paura che negli ultimi mesi si è fortemente allargata in Italia a seguito dei casi nel Bergamasco e nel Bresciano, almeno sette di cui l’ultimo confermato il primo febbraio, con due morti. Altri decessi in Sardegna e Calabria, poi i tre casi in meno di 40 giorni in Liguria. In Italia, secondo il Comitato nazionale contro la meningite, sono oltre 1.000 le persone che ogni anno contraggono la malattia: circa una ogni due è colpita da quella meningococcica.

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I dati epidemiologici dell’Istituto superiore di Sanità rivelano che il decesso vale per l’8-14% dei pazienti colpiti. E senza cure adeguate, la mortalità sale addirittura al 50% dei casi. Nel 2018, i bambini di due anni che, nel nostro Paese, risultavano vaccinati per il meningococco C erano l’84,93%. Più del 15% dunque non lo era. Il sierotipo B provoca circa l’80% dei casi in età pediatrica con una massima incidenza soprattutto nel primo anno di vita, tra il quarto e l’ottavo mese. Per questo tipo di ceppo, si stima che nel mondo si verifichino ogni anno tra i 20 e gli 80 mila casi, con un tasso di letalità medio del 10%.

L’influenza uccide centinaia di persone ogni anno (Ansa).

MORBILLO: NEL 2019 1.627 CASI

Dalla meningite al morbillo. «In Europa fino a oggi non c’è nessuno che è morto per il coronavirus, ma negli ultimi tre anni abbiamo avuto 95 morti di morbillo», ha detto Andrea Ammon, direttrice esecutiva del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), rispondendo il 3 febbraio alle domande degli eurodeputati alla Commissione ambiente del parlamento europeo. I quasi 40 casi tra metà dicembre e gennaio a Lecce e provincia, in prevalenza adulti tra i 23 e i 50 anni, ma anche quattro bambini, due dei quali non vaccinati, ricordano che anche in Italia questa malattia è tutto tranne che debellata.

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Lo dicono anche i dati pubblicati su Morbillo e rosolia News, il bollettino del sistema di sorveglianza integrata coordinato dall’Iss: dal primo gennaio al 31 dicembre 2019 sono stati segnalati 1.627 casi di morbillo. Il tasso di notifica per milione di abitanti in Italia è pari a 30.5, al di sopra della media Ue che è di 25.3 (altre nazioni come Lituania, Bulgaria e Slovacchia hanno tassi ben più alti). Casi in diminuzione rispetto al 2018 quando furono 2.526, ma con otto decessi, di cui un bambino di 10 mesi L’incidenza di casi di morbillo a livello nazionale era stata di 42 casi per milione di abitanti. Nel 2017 invece i casi erano stati 5.397 del 2017, anno del picco dei contagi. Una diminuzione resa possibile grazie all’introduzione della vaccinazione obbligatoria voluta dall’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Ma ancora non basta. 

vaccino morbillo italia 2019
L’incidenza del morbillo è calata grazie alla vaccinazione obbliogatoria.

ALLARME EPIDEMIA IN CONGO

Nei primi nove mesi del 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il numero di casi di morbillo nel mondo era triplicato. Gli Stati Uniti ad esempio hanno riportato il numero più alto di casi degli ultimi 25 anni. Nella regione europea dell’Oms, sono stati registrati quasi 90 mila casi, cifra che supera gli 84.462 del 2018, il più alto del decennio. In generale, nel 2018 sono stati oltre 10 milioni i casi di morbillo nel mondo con 140 morti, soprattutto bambini sotto i 5 anni. In questi giorni la Repubblica Democratica del Congo, già dilaniata dall’Ebola che ha causato 2.300 morti dall’agosto 2018 alla fine del 2019, sta affrontando anche la peggiore crisi di morbillo della sua storia; finora sono morti oltre 6.000 pazienti, per lo più bambini. Lo scorso anno sono stati vaccinati 18 milioni di piccoli fino ai 5 anni. 

IL VIRUS DI MALBURG, LA RABBIA E LA DENGUE

Dal bollettino annuale dell’Ecdc recuperiamo altri dati comparabili alla epidemia, presunta o reale, di coronavirus. Il Virus di Malburg, anche conosciuto come febbre emorragica di Malburg, è una malattia virale causata da un virus indigeno dell’Africa, molto simile a quello dell’Ebola. Il tasso di mortalità quando fu scoperto, a metà degli Anni 60, era del 25%, salito a oltre l’80% nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1998 e il 2000, così come nel 2005 e anni successivi quando il virus tornò a colpire in Angola. La rabbia provoca ancora fino a 55 mila decessi nel mondo ogni anno ed è presente in oltre 150 Paesi. L’Hiv continua a devastare molti Paesi a basso e medio reddito, dove si registra il 95% delle nuove infezioni. Nell’Africa subsahariana, secondo l’Oms, quasi 1 adulto su 20 è sieropositivo. Il 40% della popolazione mondiale vive attualmente in zone in cui la Dengue è endemica e colpisce, sempre secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità dai 50 ai 100 milioni di persone all’anno e, sebbene il tasso di mortalità sia inferiore a quella di altri virus può causare febbre emorragica e portare alla morte se non trattata tempestivamente. 

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Sanità, governo pronto ad autorizzare lo scorrimento delle graduatorie

Il ministro Speranza ha annunciato un emendamento alla manovra per facilitare l'immissione di medici e infermieri nel Ssn. Decisivo lo sblocco di due miliardi.

«Abbiamo depositato l’emendamento alla manovra che autorizza lo scorrimento delle graduatorie per gli idonei del comparto sanità», l’annuncio è arrivato via Facebook dal ministro della Salute, Roberto Speranza. «Ora è più facile immettere medici, infermieri, professionisti nel Servizio Sanitario Nazionale perché: i sono finalmente più risorse (2 miliardi in più di fondo); Abbiamo cambiato le regole del tetto di spesa sul personale (non più 5% ma fino al 15% sulla quota aggiuntiva di fondo): più rapidamente si combatte la carenza di personale».

SPERANZA: «ALLARGARE MAGLIE DELLA LEGGE MADIA SUI PRECARI»

Speranza, in un’intervista al Messaggero, aveva spiegato che l’idea dell’esecutivo era di fare in modo che per le assunzioni si possa attingere alle graduatorie esistenti, «così i tempi saranno molto più rapidi. E allarghiamo le maglie della legge Madia per la stabilizzazione dei precari. Sui medici, dobbiamo aumentare le borse per le specializzazioni. Faremo un cospicuo investimento in questa direzione».

UN PACCHETTO PER SFRUTTARE STUDI MEDICI E FARMACIE

L’esponente di Leu ha poi spiegato che il governo sta lavorando a nuovi pacchetti per usare la rete di di 50mila studi medici di famiglia e 19mila farmacie: «In Italia abbiamo due punti di forza: 50mila studi di medici di famiglia e 19mila farmacie, presenti anche nel paese di collina dove non c’è l’ospedale. Nella legge di bilancio abbiamo previsto 235 milioni di euro per l’acquisto della strumentazione diagnostica negli studi medici» e «allo stesso modo proseguiamo con la sperimentazione delle farmacie di servizio, in modo che non siano solo distributori di farmaci ma offrano anche altre possibilità, come già in parte avviene, come alcuni test di prima istanza o la prenotazione di visite specialistiche».

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C’è anche l’Italia nella top 10 della Sanità mondiale

Il nostro Paese è al nono posto per le sue elevate performance nella classifica comandata da Islanda e Norvegia. Ma restano ancora molte criticità.

Il sistema sanitario italiano è nono al mondo – dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia – per le sue elevate performance come testimoniato anche dallo stato di salute della popolazione, che resta buono nonostante gli stili di vita non sempre salubri e come ‘certificato’ dall’aspettativa di vita alla nascita (all’ottavo posto nel mondo, 85,3 anni per le donne, 80,8 per gli uomini nel 2017). Le criticità tuttavia non mancano.

PARAMETRI DI QUALITÀ E ACCESSO ALLE CURE

È quanto emerge dal primo studio a livello nazionale del Global burden of disease (Gbd) study, pubblicato sulla rivista The Lancet public health e coordinato dall’Irccs materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste. In questo lavoro la qualità dei sistemi sanitari dei vari Paesi è stata misurata con l’indice ‘Haq’ (health access and quality index) che tiene conto di diversi parametri di qualità e accesso alle cure. Lo studio ha confrontato anche i cambiamenti nel tempo delle perfomance del Servizio sanitario nazionale (in particolare dal 1990 al 2017) – usando indicatori come la mortalità, le cause di morte, gli anni di vita persi e quelli vissuti con disabilità, l’aspettativa di vita alla nascita e molto altro.

LA POPOLAZIONE ITALIANA INVECCHIA RAPIDAMENTE

«Ne emerge un quadro globalmente positivo» – riferisce all’Ansa Lorenzo Monasta dell’Irccs, primo autore del lavoro – «pur con alcune criticità: per esempio la popolazione sta invecchiando rapidamente poiché in Italia abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (1,3%) e una tra le più alte speranze di vita; questo sta cambiando il panorama epidemiologico delle malattie, aumenta il carico delle patologie croniche dell’invecchiamento, da problemi di vista e udito all’Alzheimer e altre demenze (gli anni di vita con disabilità legati alle demenze sono aumentati del 78% dal 1990 al 2017 e i decessi per Alzheimer sono più che raddoppiati, +118%)». «L’altro aspetto significativo» – continua – «è che dal 1990 a oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo a una riduzione del finanziamento pubblico alla salute, riduzione che, quindi, non è frutto di una aumentata efficienza del servizio sanitario». In particolare, rileva l’esperto, dal 2010 al 2015 il finanziamento statale in rapporto al Pil è sceso dal 7% al 6,7%, mentre nello stesso arco di tempo la spesa privata per la salute è passata aumentato dall’1,8% al 2%. Inoltre la spesa complessiva per la salute in rapporto al Pil dal 1995 è aumentata dell’1,15%, aumento assorbito, però, non dalla spesa pubblica, ma da quella privata.

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Italia prima in Europa per morti da antibiotico-resistenza

Su 33 mila decessi oltre 10 mila si registrano nel nostro Paese. Le raccomandazioni dell'Istituto superiore di sanità per un uso più consapevole.

Su 33 mila decessi che avvengono ogni anno in Europa per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, oltre 10 mila si registrano in Italia.

Il nostro Paese è primo in questa triste classifica, secondo i dati appena pubblicati dall’Istituto superiore di sanità in occasione della Settimana mondiale per l’uso consapevole degli antibiotici, dal 18 al 24 novembre. Nonostate il trend sia in leggero calo, i valori superiori alla media Ue necessitano di un approfondimento.

In Italia, nel 2018, le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species), spiega l’Iss sul proprio sito, “si mantengono dunque più alte rispetto alla media europea, pur nell’ambito di un trend in calo rispetto agli anni precedenti”.

Inoltre, gli oltre 2.000 casi diagnosticati nel 2018 – anche questo un dato costante – di infezioni nel sangue causate da batteri produttori di carbapenemasi (CPE), ovvero di enzimi che distruggono i carbapenemi (una classe di antibiotici ad ampio spettro) evidenziano la larga diffusione del fenomeno nel nostro Paese. I dati arrivano dai programmi di ‘Sorveglianza Nazionale dell’antibiotico-resistenza (AR-ISS)’ e ‘Sorveglianza delle CPE’, coordinate entrambe dall’Iss.

“Purtroppo, il nostro Paese detiene il triste primato, nel contesto europeo, della mortalità per antibiotico-resistenza – afferma Annalisa Pantosti, responsabile della Sorveglianza AR-ISS -. Gli ultimi dati disponibili mostrano infatti che i livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza delle specie batteriche sotto sorveglianza sono ancora molto alti, nonostante gli sforzi notevoli messi in campo finora, come la promozione di un uso appropriato degli antibiotici e di interventi per il controllo delle infezioni nelle strutture di assistenza sanitaria. In questo contesto, il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020 rappresenta un’occasione per migliorare e rendere più incisive le attività di contrasto del fenomeno a livello nazionale, regionale e locale”.

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Inchiesta della procura di Udine per truffa sanitaria a danno di anziani e minori

Otto persone in manette tra cui l'imprenditore Massimo Blasoni, fondatore di "Sereni orizzonti". Beni sequestrati per 10 milioni di euro.

Le Fiamme Gialle di Udine, coordinate dalla locale procura della Repubblica, stanno eseguendo otto arresti – tra i quali quello di un noto imprenditore friulano, Massimo Blasoni – perquisizioni e sequestri per un totale di dieci milioni di euro nell’ambito di un procedimento in materia di spesa socio-sanitaria, ai danni dei bilanci delle Regioni Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Sicilia.

(notizia in aggiornamento)

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