«Tafida non deve morire», la sentenza dell’Alta Corte britannica

Il giudice ha accolto il ricorso dei genitori della bambina londinese in coma da mesi contro la decisione dei medici di staccare la ventilazione. La piccola potrebbe essere trasferita al Gaslini di Genova.

Tafida Raqeeb, la bimba di cinque anni in coma a causa di una emorragia cerebrale, non deve morire. Lo ha deciso l’Alta Corte britannica, accogliendo il ricorso presentato dai genitori contro la decisione di staccare la ventilazione presa dai medici del Royal London Hospital dove la piccola è ricoverata.

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La giudice Alistair MacDonald ha così bocciato le motivazioni dell’ospedale londinese secondo cui mettere fine alla vita di Tafida sarebbe stato «nel suo miglior interesse», poiché, pur non del tutto incosciente, la bambina non ha consapevolezza né avrebbe possibilità di ripresa.

LA PICCOLA POTREBBE ESSERE TRASFERITA A GENOVA

Tafida ora potrebbe essere ricoverata all‘ospedale Gaslini di Genova dove già lo scorso luglio la famiglia aveva chiesto di trasferirla. Il condizionale però è d’obbligo visto che il Royal London Hospital potrebbe ricorrere in appello. Il Gaslini dopo la sentenza ha ribadito la disponibilità ad accogliere la bambina. «Siamo felici di poter accogliere Tafida all’ospedale Gaslini», ha detto Paolo Petralia, direttore generale dell’istituto. «Fin da subito abbiamo offerto la disponibilità di accogliere la piccola e la sua famiglia nel nostro ospedale poiché non sempre, purtroppo, è possibile guarire, ma sempre è doveroso prendersi cura e offrire spazio di accudimento ed accoglienza».

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«Questo tempo che viene offerto a Tafida e alla sua famiglia è una condizione di dignità e qualità di vita, che da sempre al Gaslini viene offerto ai bambini di tutte le nazionalità e in tutte le condizioni», ha aggiunto Petralia. «E in questo, ancora una volta, portiamo avanti la missione del nostro fondatore, rivolta ai bambini di ogni condizione, di ogni dove e in ogni tempo».

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Come cambiano i ticket sanitari con la manovra

Il costo delle prestazioni diventa progressivo: sarà stabilito in base al «reddito familiare equivalente» e avrà un tetto massimo annuale. Il ministro Speranza: «Chi ha di più pagherà di più».

«Chi ha di più pagherà di più». Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha annunciato che con la manovra 2020 cambierà il meccanismo di calcolo dei ticket sanitari. Il loro costo, secondo la prima bozza del ddl in materia collegato alla legge di bilancio, sarà stabilito tenendo conto della natura delle singole prestazioni e del «reddito familiare equivalente», ovvero del reddito prodotto dall’intero nucleo familiare fiscale rapportato alla sua numerosità. Prevista inoltre l’introduzione di un tetto massimo annuale di spesa, al raggiungimento del quale il cittadino non dovrà più pagare nulla.

LO SPIRITO DEL PROVVEDIMENTO

La norma, targata Liberi e uguali, intende garantire una maggiore equità nell’accesso all’assistenza sanitaria e si basa su una serie di criteri. Innanzitutto vengono identificate «le prestazioni sanitarie erogate a tutela di condizioni di particolare interesse sociale, escluse dalla partecipazione alla spesa sanitaria, come i soggetti vulnerabili privi di reddito».

I CRITERI PER IL CALCOLO DEI TICKET

In secondo luogo, la partecipazione alla spesa sanitaria viene «graduata in relazione al reddito prodotto dal nucleo familiare fiscale, rapportato alla composizione del nucleo stesso sulla base di una scala di equivalenza». La nuova disciplina terrà conto della presenza di eventuali «malattie croniche e invalidanti, malattie rare ovvero del riconoscimento di invalidità o dell’appartenenza a categorie protette». Infine, come detto sopra, si fisserà un «importo massimo annuale di partecipazione alla spesa sanitaria, rapportato al reddito equivalente», al superamento del quale cesserà «l’obbligo della partecipazione alla spesa sanitaria».

INVARIANZA DI GETTITO TOTALE

Quanto ai tempi di applicazione, la bozza del ddl collegato alla manovra prevede che entro il 31 marzo 2020 vengano individuate le nuove quote di compartecipazione per le prestazioni specialistiche e di diagnostica ambulatoriale, in modo da «assicurare l’invarianza di gettito totale».

LE CRITICHE AL SISTEMA ATTUALE

Il sistema attuale dei ticket sanitari, si legge ancora nella bozza del provvedimento, prevedendo un importo fisso per tutti i cittadini crea «evidenti disparità di accesso al servizio sanitario nazionale in relazione alle capacità di reddito». Oggi le visite specialistiche e le prestazioni di diagnostica strumentale e di laboratorio «sono assoggettate a un ticket fisso pari alla tariffa della prestazione, fino al tetto massimo di 36,15 euro per ricetta, a cui si aggiungono 10 euro per ricetta (con una ricetta possono essere prescritte fino a 8 prestazioni della stessa branca specialistica, fatta eccezione per le prestazioni di fisioterapia)». Ma l’uguaglianza «si realizza nel momento in cui tutti i cittadini hanno le medesime possibilità di accedere alle prestazioni erogate dal sistema sanitario nazionale. È di tutta evidenza che questo non può prescindere dalle relative condizioni economiche e reddituali».

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Le tolgono lo stomaco per errore: due chirurghi a processo

L'organo asportato a una 53enne dopo una diagnosi di tumore maligno «totalmente sbagliata». Incriminati due medici dell'Irccs Multimedica di Sesto San Giovanni.

Le è stato asportato lo stomaco «per errore», dopo una «diagnosi di tumore maligno» che si è rivelata «totalmente sbagliata». È accaduto nel 2016 ad una 53enne e per quell’operazione non necessaria, secondo la Procura di Monza, che le ha provocato una «malattia certamente o probabilmente insanabile», la perdita di un organo, sono finiti a processo 2 chirurghi dell’Irccs Multimedica di Sesto San Giovanni. La donna è parte civile, assistita dall’avvocato Francesco Cioppa.

Il pm di Monza Alessandro Pepè ha disposto, infatti, la citazione diretta a giudizio per lesioni colpose gravissime di due medici, in qualità rispettivamente di “primo” e “secondo” chirurgo all’epoca, e la prossima udienza del processo in corso a Monza, davanti al giudice Angela Colella, è fissata per il 17 settembre. La Multimedica spa è stata citata nel dibattimento come responsabile civile dal legale della donna. L’avvocato Cioppa ha evidenziato «insieme all’inaudita gravità del comportamento negligente ed imperito mantenuto dagli imputati, l’incomprensibile ed inaccettabile indifferenza mostrata sia da questi, sia soprattutto dalla struttura sanitaria in cui questi operavano ed operano, nei confronti delle sorti della paziente e delle immani sofferenze a lei inferte».

Secondo l’imputazione, la 53enne, che per circa dieci mesi, dopo l’intervento di gastrectomia totale del 4 aprile 2016, non riuscì più ad avere una vita normale («ha perso 30 kg da allora», spiega il legale), diede il «consenso informato» a quell’asportazione per una «diagnosi di tumore maligno dello stomaco rivelatasi totalmente sbagliata e priva di qualsiasi riscontro». I due medici, «componenti l’equipe che ha prescritto, programmato, gestito ed effettuato l’intervento», tra le altre cose, come scrive il pm, hanno «interpretato in maniera completamente errata la Egds (esofago-gastro-duodenoscopia,ndr) e la Tac addominale del 31 marzo 2016». E hanno «formulato un’errata diagnosi di carcinoma gastrico» senza «attendere l’esito delle biopsie eseguite».

Assenza di esiti di cui non hanno informato, sempre secondo l’accusa, la donna. Né le avrebbero spiegato «le ragioni della scelta di eseguire un’asportazione totale rispetto alla possibilità di procedere ad una asportazione parziale dell’organo». In più, sempre come ricostruito dal pm, nel corso dell’intervento non hanno eseguito biopsie per «acquisire ulteriori elementi di valutazione». E non hanno nemmeno rispettato le «linee guida in materia che impongono, ove possibile, di privilegiare un’asportazione parziale».

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