Riccardo Muti: da Cimarosa a Schubert sorprendenti anticonvenzionalità

Il “Maestro” fa lezione a pubblico e orchestra sulla grandezza incontrastata della scuola napoletana, da Cimarosa a Mercadante, affidando un mirabile Bellini alla voce di Rosa Feola e al corno di Paolo Reda, per poi eseguire una pensosa Incompiuta di Franz Schubert

 

di Olga Chieffi

Non poteva che essere un’evocazione dei quattro grandi collegi musicali operanti in Napoli e risalenti al ’500 , Santa Maria di Loreto, la Pietà dei Turchini, i Poveri di Gesù Cristo e Sant’Onofrio a Capuana, che nel 1808 confluiscono nel Conservatorio di San Pietro a Majella, dove operavano insegnanti come Durante e Porpora, in un fiorire di musicisti del calibro di Cimarosa, Paisiello, Traetta, Pergolesi, Piccinni e tanti altri fino a Mercadante, la “lezione” offerta da Riccardo Muti, ai suoi giovani strumentisti e alla platea, a corollario del suo debutto al Ravello Festival, con la formazione da lui stesso fondata, l’Orchestra “L. Cherubini”, un complesso che all’Auditorium Niemeyer, dalla non semplice acustica, a differenza del gran concerto di Paestum, si è presentata in ranghi ridotti, adatto al programma, e con qualche rincalzo. L’ago estetico di Riccardo Muti, si è spostato verso, il pensoso, ma la sottolineatura dell’architettura della pagina, con mirabile evidenza, se ha ottimamente funzionato per le tre grandi arie affidate alla voce di Rosa Feola, certo ha tradito la leggerezza dell’ouverture del “Matrimonio segreto” di Domenico Cimarosa, la cui arte, per dirla con Barilli, “porta così leggermente il segno della personalità e del genio sembra creata per abitare a lungo senza peso nell’anima tra profumo di baci….”. Poi l’intervento della Rosa Feola per l’ aria di Donna Anna, “Crudele!….Non mi dir, bell’idol mio” dal Don Giovanni mozartiano, ha rivelato una voce e un canto fra i più puri, semplici e limpidi, poiché rispettosissima dello spartito. Il gioiello è stato “Eccomi in lieta veste. Oh, quante volte!”, da “I Capuleti e i Montecchi” di Vincenzo Bellini, un eccellente manifesto della linea romantica, con il corno evocativo rotondo e morbido che è stato quello di Paolo Reda, arpeggi da poeta che intona sulla mandola, a Ravello sostituita dall’arpa, la linea del canto, che è scorsa indisturbata sulla leggerezza dell’emissione, in omaggio al più soave e pensieroso Vincenzo Bellini.  La Feola ha quindi vestito l’abito di Desdemona per l’ultima preghiera, che ha elevato con una voce e un’interpretazione, al servizio di un’affranta e immacolata tenerezza. La sinfonia n. 8, in si minore, D. 759 “Incompiuta” di Franz Schubert, penultimo brano in programma, ha colpito per la nettezza, talora tagliente dell’articolazione dei fiati, ai quali non hanno fatto perfettamente eco gli archi, lasciando spazio a morbidi aloni e ripensamenti tardoromantici, in tale prospettiva, il risultato espressivo, soprattutto per ciò che ha riguardato il fraseggio e gli impasti dei legni hanno sorpreso un po’ il pubblico in sala. Il fil rouge che lega Schubert alla scuola italiana, è stato l’apprendistato del giovane genio viennese alla scuola di Antonio Salieri, quindi disponibilità affettive di coinvolgente carica emozionale, senza tuttavia quella giuliva ingenuità associata alla più corriva immagine schubertiana, ha caratterizzato la lettura di Riccardo Muti. Finale con l’ Ouverture tratta da “I due Figaro” di Saverio Mercadante, in cui il “Maestro”, dopo aver lanciato il suo ulteriore, giustissimo, proclama agli amministratori dello Stato italiano, per far ritornare la musica italiana sugli scudi, come ai tempi dell’epoca d’oro della Napoli del ‘700, e la sua orchestra, si sono “sciolti” sui fascinosi ritmi di danze caratteristiche su cui è costruita la pagina, fandango, bolero, tirana, cachucha, mandando tutti a casa, dopo tre chiamate al proscenio, senza bis.

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