Perché lo scontro tra Turchia e Siria è destinato a peggiorare

Ankara, col placet Usa, non intende permettere al regime di Assad di riprendere il controllo del Paese e considera il confine settentrionale di Idlib un proprio protettorato. Damasco non intende tollerare il “padrinato” turco e con l'aiuto russo vuole debellare l'ultima roccaforte dell'Isis.

Lo scontro tra le militari siriani e turchi dì martedì 4 febbraio non è stato casuale, le decine di morti (soprattutto di parte siriana) rimasti sul terreno hanno infatti innescato una tempesta di accuse che spiegano come il conflitto tra Ankara e Damasco, tra Erdogan e Assad sia destinato a incancrenirsi.

La ragione è semplice: la Turchia non intende minimamente permettere al regime siriano di riprendere il pieno e totale controllo del Paese e considera tutta la fascia del confine settentrionale della Siria un proprio protettorato, sia che sia abitato dai curdi, sia dagli arabi di Idlib (e dai turcomanni). Assad, da parte sua non intende tollerare questo “padrinato” turco e – grazie all’azione determinante della aviazione russa, intende abbattere l’ultima roccaforte dell’Isis, ma anche eliminare quei gruppi armati legati alla Turchia che controllano parte della regione di Idlib.

Il tutto, in un contesto storico che già nel 1998 aveva visto i due Paesi sull’orlo di una vera e propria guerra per il controllo delle regioni siriane confinanti con la Turchia, evitata solo all’ultimo momento grazie alla pressante mediazione degli Stati Uniti e della Russia che portarono al cosiddetto trattato di Adana.

LA SIRIA FINANZIAVA I CURDI DEL PKK

Per comprendere come siano sempre state tese le relazioni tra i due Paesi, basta ricordare che Hafez al Assad, padre dell’attuale dittatore Beshar al Assad, aveva ospitato in Siria e finanziato i curdi del Pkk che conducevano una feroce guerriglia dentro la Turchia per poi rifugiarsi in territorio siriano. Solo dopo l’accordo di Adana questo appoggio declinò e lo stesso Abdullah Ocalan dovette lasciare il suo comodo rifugio di Damasco – ospite gradito di Assad – per riparare a Roma. Oggi, il livello della tensione turco-siriana è tale che fonti del ministero della difesa di Damasco hanno dichiarato addirittura che «la Turchia sostiene i terroristi in Siria», riferendosi appunto ai miliziani che combattono nella regione Nord-occidentale di Idlib contro le forze lealiste e che sono sostenuti direttamente o indirettamente da Ankara.

I bombardamenti siriani sulla città di Sarman, Idlib.

GLI USA SOSTENGONO L’AZIONE DI ERDOGAN

Da parte sua, Erdogan ha affermato che «se il regime siriano non si ritirerà entro febbraio dalle zone in cui si trovano le postazioni turche di monitoraggio a Idlib, fermando così la sua offensiva contro la roccaforte ribelle nel Nord-Uvest della Siria, la Turchia dovrà agire». Soprattutto, Erdogan ha minacciato ulteriori attacchi dei militari turchi contro le forze siriane: «La Turchia continuerà a usare il suo diritto per proteggersi da tali attacchi, nel modo più duro, le brutali azioni del regime di Assad, della Russia, del regime iraniano e di Hezbollah impediscono direttamente l’instaurazione di un cessate il fuoco nel Nord della Siria». Il tutto, con la piena copertura da parte della amministrazione Trump, tanto che il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha assicurato che «gli Stati Uniti sostengono pienamente il diritto all’autodifesa della Turchia». Si vedrà ora quali è quanti spazi avrà – se li vorrà avere – Vladimir Putin per tentare una difficile mediazione tra i due Stati.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché l’Egitto è sempre più insofferente nei confronti di Haftar

Al Si-si considera il generale della Cirenaica ormai incapace di imporsi sul piano militare e ha passato la gestione del dossier libico al controspionaggio militare del Cairo. Secondo Middle East Eye vorrebbe addirittura sostituirlo con un ufficiale egiziano.

È durato poche ore il bluff mediatico della Conferenza di Berlino e la verità del suo fallimento è subito emersa: nessuna tregua in atto, ma i combattimenti duri a sud Est di Tripoli, il bombardamento da parte di Haftar dell’aeroporto Mitiga di Tripoli con sei razzi e, soprattutto, il blocco delle esportazioni petrolifere imposto da Haftar hanno letteralmente fatto saltare l’atmosfera ipocrita di quell’inutile vertice.

Con scelta incredibile, infatti, i 55 punti del documento finale firmato a Berlino contenevano tutti i miraggi possibili e immaginabili (elezioni, nuovo governo, nuova costituzione, tregua e pace tra i popoli) ma non l’unico punto cogente e immediato: l’imposizione ad Haftar di togliere il blocco petrolifero, clamoroso, enorme, atto di guerra.

La realtà si è subito imposta sulla inutile sceneggiata voluta da Angela Merkel e dalla Ue e si è consumato il divorzio pieno tra i voli pindarici della diplomazia e l’escalation verticale del conflitto. Il blocco, martedì 21 gennaio, da parte della Francia, della risoluzione di condanna europea della chiusura delle esportazioni petrolifere ha poi definitivamente svelato la ipocrita realtà di una Ue spaccata drammaticamente, quindi inesistente.

LA SCELTA MASOCHISTICA DI HAFTAR DEL BLOCCO PETROLIFERO

A questo punto, manca comunque ogni certezza sulle ragioni vere alla base della scelta di Haftar, che ha anche un aspetto masochistico perché il crollo da un milione e mezzo di barili esportati ogni giorno agli attuali 70 mila colpisce anche la Cirenaica e dissangua anche le casse del generale coi baffi. Non è facile dare risposte certe a questo quesito che peraltro colpisce una popolazione sotto il “governo” di Haftar che vive unicamente dei proventi del petrolio, tre, quattro volte più numerosa di quella sotto il governo di al Serraj.

Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi

Una risposta – non certa – può essere che il generale della Cirenaica ha preso atto di non riuscire a sfondare sul piano militare. Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi (!) e l’arrivo di droni, antiaerea sofisticata dell’esercito turco a protezione delle milizie di al Serraj e dei 3-5.000 miliziani arabi e turcomanni spostati da Recep Tayyip Erdogan dalla Siria alla periferia di Tripoli pare stiano cambiando le sorti del conflitto a detrimento di Haftar.

AL SISI VORREBBE SOSTITUIRE HAFTAR CON UNO DEI SUOI GENERALI

Un segnale, non certo, non verificato, a suffragio della tesi della mossa petrolifera disperata di Haftar a fronte di una impasse sul piano militare, ci viene dalle rivelazioni del Middle East Eye che dà conto di una profonda irritazione del presidente egiziano al Si-si nei confronti di Haftar, della conseguente sua decisione di passare la gestione del dossier libico al controspionaggio militare egiziano e addirittura della volontà del Cairo di sostituire Haftar con uno dei suoi generali.

Un impianto petrolifero libico.

Le ragioni di tale crisi nei fondamentali – per Haftar – rapporti con il Cairo sarebbero da ricercare, appunto, nella sua incapacità di imporsi sul piano militare. Ora, è appurato che Haftar ha rigidamente perso tutte le battaglie che ha ingaggiato, che i suoi “successi” militari sono dovuti unicamente alla aviazione degli Emirati, all’aiuto occulto delle Forze speciali francesi e dei “mercenari” russi della Organizzazione Wagner e alla massa di finanziamenti ricevuti dall’Arabia Saudita che gli hanno permesso di assoldare qualche migliaia di miliziani dal Ciad e dai Paesi limitrofi. Ma è altrettanto vero –va detto- che il Middle East Eye non è affatto una fonte sicura e certa. Ma non è detto che ci sia qualche verità dietro queste rivelazioni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Erdogan prova a fare il sultano della Libia

Minaccia Haftar, polemizza con Putin e si pone come capofila nel conflitto interno al mondo sunnita contro i Fratelli musulmani. Il presidente turco fa il mattatore nel caos libico. E rievoca l'Impero Ottomano per sottolineare la vicinanza tra Ankara e Tripoli.

Khalifa Haftar non obbedisce affatto a Vladimir Putin, che non è in grado di dargli ordini: solo questo è chiaro dopo il clamoroso flop del vertice di Mosca nel quale il presidente russo ha clamorosamente fallito l’obiettivo di fargli firmare una tregua in Libia, accettata da Recep Tayyip Erdogan e Fayez al Serraj.

Per il resto, la situazione libica è convulsa, come sempre. Può darsi che Haftar firmi la tregua tra due giorni, come sostengono alcune fonti, può darsi che non la firmi.

Certo è che la sua richiesta prioritaria e vincolante di «disarmare le milizie» è inaccettabile dalla controparte di al Serraj che solo dalle milizie (quelle di Misurata) è difeso dalle cannonate e dai missili di Haftar.

I FRATELLI MUSULMANI AL CENTRO DELLA PARTITA LIBICA

È molto interessante il resoconto delle ragioni del fallimento del vertice convocato da Putin pubblicato dal quotidiano Al Arabi al Jadid (finanziato dal Qatar, quindi non equidistante, ma vicino al governo di al Serraj) secondo il quale da Mosca per sei ore Haftar ha interloquito col Cairo, con Riad e con Abu Dhabi e sarebbe stata proprio quest’ultima ad «avere avuto un ruolo di primo piano» nel rigettare l’accordo di tregua con al Serraj «spingendo Haftar a non firmare per tagliare la strada al ruolo turco nella risoluzione della crisi».

Da destra, Khalifa Haftar e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

La conferma insomma di due elementi determinanti: Putin è un “padrino” secondario per Haftar rispetto a quegli emiratini, egiziani e sauditi che maggiormente lo sostengono dal punto di vista militare e economico. Ma soprattutto la conferma che la partita libica ormai risponde a logiche tutte interne al conflitto tra le due grandi famiglie del mondo sunnita: quella che vuole schiantare l’influenza politica dei Fratelli Musulmani (Egitto, Arabia Saudita ed Eau) contrapposta a quella che fa capo al più forte governo vicino alla Fratellanza che è il baricentro del governo al Serraj: la Turchia.

ERDOGAN RIEVOCA L’IMPERO OTTOMANO

Erdogan, da parte sua, ha immediatamente capitalizzato la pessima figura fatta da Haftar (e da Putin) ed ha levato la voce grossa contro «il criminale di guerra»: «Non esiteremo a dare ad Haftar la lezione che merita se continua ad attaccare il governo legittimo e i nostri fratelli in Libia. Se la Turchia non fosse intervenuta, il criminale Haftar oggi avrebbe sequestrato l’intero Paese, tutto il popolo libico sarebbe caduto nelle grinfie della tirannia, ora è fuggito da Mosca dimostrando che vuole la guerra».

Haftar in Libia vuole eliminare e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano

Inoltre, Erdogan, per la prima volta, ha legato il ruolo della Turchia nella crisi libica al passato ottomano, riferimento di enorme valenza politica: «La Libia può apparire lontana sulla cartina geografica, ma per noi è un luogo importante. La Libia è stata una componente importante dell’Impero Ottomano. Abbiamo profonde relazioni storiche e sociali. In quel Paese abbiamo fratelli che non accettano il golpista Haftar. Haftar vuole eliminarli e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano».

QUELLE FRECCIATE DEL PRESIDENTE TURCO A PUTIN

Dunque, secondo Erdogan, il governo di al Serraj rappresenta una linea diretta di continuità col glorioso passato ottomano della Libia e della Turchia congiunte. Un passaggio cruciale, che illumina come pochi altri la posta in gioco e soprattutto il passaggio della crisi libica a una fase diversa, a una dimensione di equilibri mediterranei, ben al di sopra della litigiosità tra clan e tribù locali che l’hanno caratterizzata per sette anni, dalla caduta di Gheddafi in poi.

Da sinistra, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Infine, ma non per ultimo, Erdogan ha tirato una frecciata polemica allo stesso Vladimir Putin: «La Turchia e il governo di al Serraj hanno fatto la loro parte per un accordo di cessate il fuoco. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora Putin e la sua squadra devono rispettare i loro impegni». Come dire: se Putin non riesce neanche a farsi rispettare e obbedire da un piccolo Haftar, allora…

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libia, l’incontro tra Conte ed Erdogan ad Ankara

Il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme a Vladimir Putin e agli attori libici.

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha incontrato ad Ankara, il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan per discutere della situazione in Libia. Uno dei punti centrali del meeting è stato proprio l’incontro di Mosca tra i due leader libici Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar che dovrebbero firmare una tregua. «Mi auguro che si arrivi al più presto al cessate il fuoco permanente», ha detto Erdogan. Una posizione condivisa anche dal premier Conte che però ha mostrato una maggiore preoccupazione: «Il cessate il fuoco può risultare una misura molto precaria se non inserito in uno sforzo della comunità internazionale per garantire stabilità alla Libia».

IL VERTICE DI BERLINO DEL 19 GENNAIO

Proprio per questo, il primo ministro italiano e il capo di Stato turco hanno annunciato che il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme al presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Ma non solo. Conte ha aggiunto che in Germania «ci saranno anche gli attori libici: non è possibile parlare di Libia se non ci sarà un approccio inclusivo. Qui si tratta di un processo politico». E, a proposito di “processo politico”, il presidente del Consiglio ha sottolineato che l’Italia sostiene per la Libia il «percorso già disegnato sotto egida Onu».

L’APPELLO DI CONTE AI CITTADINI LIBICI

Al termine del meeting con Erdogan, il presidente del Consiglio Conte ha fatto un appello a tutti i cittadini che vivono il Libia: «Ogni giorno con ogni comportamento che assumono decidono del loro futuro, se ne vogliono uno di prosperità e benessere e vogliono aprirsi alla piena vita democratica troveranno sempre nell’Italia un alleato, perché non mira a interferenze che possano condizionare uno scenario futuro di piena autonomia e stabilità».

ERDOGAN: «L’ITALIA È UN PARTNER STRATEGICO E ALLEATO»

Durante l’incontro con Conte, Erdogan non ha parlato solo di Libia. Il capo di Stato turco, infatti, si è anche augurato «che questa visita intensifichi i nostri rapporti. Quest’anno terremo un vertice intergovernativo, non ne facciamo uno dal 2012. L’Italia è partner strategico e alleato».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libia, lo scacco della Turchia all’Ue

L’Ue fuori gioco nel Mediterraneo. Dopo il via libera di Ankara all'invio di truppe, nell'ex colonia italiana si va verso una spartizione tra Erdogan e Putin. Come a Damasco e dintorni.

L’accordo sugli armamenti di Ankara con il governo di Tripoli a fine 2019 e, come primo atto del 2020, l’ok del parlamento turco a un contingente in Libia è l’istituzionalizzazione di una proxy war iniziata nel 2011, con le Primavere arabe. Segnata dall’accelerazione del 2014, che portò gli islamisti al governo nella capitale libica, e dalla volata di queste settimane imposta dalla marcia del nemico Khalifa Haftar su Tripoli. I rinforzi sul campo dei contractor russi alle milizie di mercenari del generale libico fanno la differenza, rendendo possibile la battaglia finale contro gli islamisti fallita da mesi da Haftar. Alla minaccia concreta i turchi, che un rapporto dell’Onu ha certificato violare «regolarmente e a volte apertamente» l’embargo sulle armi verso la Libia, sono costretti a uscire allo scoperto. Svelando come la guerra per procura sia anche, se non prima di tutto, una guerra del gas nel Mediterraneo.

ISLAMISMO CONTRO AUTORITARISMO

Da una parte scorre il corridoio di armi e di vari rifornimenti che parte dalla Turchia e, soprattutto attraverso i porti e lo scalo di Misurata, raggiunge Tripoli e il governo di unità nazionale (Gna) guidato dagli islamisti. Aiuti, militari ed economici, pagati soprattutto dal ricco Qatar verso i gruppi di ribelli sponsorizzati nelle Primavere arabe contro i regimi autoritari, e a capo all’esecutivo di Fayez al Serraj legittimato dalla comunità internazionale (in seguito ai negoziati dell’Onu del 2015), ma sempre più circoscritto a Tripoli. Un governo caotico, frammentato, corrotto e composto da milizie anche violente. Dall’altra, ricorda lo stesso report sulla Libia del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del novembre scorso, c’è il fronte dei regimi sopravvissuti alle Primavere arabe che armano Haftar e conducono raid per lui: l’Egitto (finanziato dai sauditi) e gli Emirati arabi contrastano le mire neo-ottomane dei turchi in Libia, in asse con la Russia amica dei regimi.

Libia Turchia missione Tripoli
Il parlamento turco approva la missione in Libia. GETTY.

ERDOGAN SI IMPOSSESSA DEL MEDITERRANEO

Il Leitmotiv è riportare la stabilità dell’era Gheddafi. Barattare il miraggio della democrazia con l’autoritarismo, nel nome di una sicurezza perduta e inseguita, è una tentazione ormai dalla maggioranza dei libici. Nell’ultimo anno Haftar ha raccolto simpatie anche in zone governate dagli islamisti (inclusi alcuni quartieri di Tripoli) dove da anni le aziende turche ricostruiscono strutture e infrastrutture – rilevando talvolta anche vecchi cantieri italiani. A questi grossi interessi geopolitici, che comprendono anche il Mediterraneo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un po’ come con i curdi nel Nord della Siria, non intende rinunciare, quand’anche come si profila le Primavere arabe dovessero soccombere alle forze di restaurazione. Il memorandum di novembre tra la Turchia e la Libia sulla giurisdizione dei due Stati nelle acque mediterranee (allegato all’accordo di cooperazione militare) è un’entrata a gamba tesa di Erdogan anche nei dossier energetici.

Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo tra Turchia e Libia

A GAMBA TESA NEL DOSSIER ENERGETICO

Egitto, Grecia, Israele, per non parlare di Cipro in contenzioso storico con la Turchia, sono insorte alla demarcazione unilaterale dei confini marittimi di Erdogan e al Serraj. Un colpo di spugna che dà mano libera ad Ankara alle esplorazioni di gas e petrolio nel Mediterraneo, per le quali i turchi si erano fatti largo nel Mediterraneo orientale già nella scorsa estate, al solito senza chiedere il permesso alla Grecia e a Cipro, lambendo anche la zona economica esclusiva egiziana e i minando i progetti dei gasdotti dei tre Paesi con Israele. Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo per scongiurare  «l’emarginazione della Turchia» a terra. Anche gli accordi militari e di spartizione delle acque territoriali con la Libia furono ratificati a tambur battente dal parlamento di Ankara, in «aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri Paesi», commentò il titolare della Farnesina Luigi Di Maio.

Libia Turchia missione Serraj
Il premier libico Fayez al Serraj riceve a Tripoli il ministro turco Mevlut Cavusoglu. GETTY.

IL VIA LIBERA ALLE TRUPPE DEL PARLAMENTO TURCO

I memorandum dell’autunno erano l’antipasto della mozione per l’invio di truppe turche a sostegno del governo di Tripoli, approvata il 2 gennaio dai deputati di Ankara (325 favorevoli, 184 contrari) in un parlamento riaperto eccezionalmente dopo Capodanno, in anticipo dalla ripresa dei lavori l’8 gennaio. Curiosamente Erdogan, corso in soccorso alla battaglia finale libica, fa leva sul pretesto della «minaccia alla stabilità anche della Turchia»: con la Libia senza un «governo legittimo» si favorirebbero «gruppi terroristici come l’Isis e al Qaeda», che proprio le violazioni all’embargo anche della Turchia hanno fatto proliferare per anni, in reazione ai regimi autoritari e per sottrarre loro territori con ogni mezzo e scontri anche cruenti. Sebbene l’invio di rinforzi navali, aerei e a terra non si preveda immediato, l’escalation turca favorirà gli scontri in Libia e le tensioni nel Mediterraneo. Mentre l’Italia, e con Roma buona parte dell’Ue, staranno a guardare.

LA SPARTIZIONE TRA ERDOGAN E PUTIN

Alla condanna degli accordi «illegittimi» tra la Turchia e la Libia non seguiranno fatti. I progetti di no fly zone ventilati in un’operazione di Francia, Germania e Italia sono irrealistici, considerati il disastro dell’intervento nel 2011 contro Gheddafi e le manovre francesi inconfessabili di oggi con Haftar. E poi per difendere i libici da chi? L’Ue riconosce il governo filoturco di al Serraj a Tripoli (l’Italia ha una missione di assistenza agli islamisti a Misurata) non quello del generale nell’Est, con il quale tuttavia tiene aperti canali. Gli alt a Erdogan non possono tradursi in azioni, pena l’appoggio degli europei a regimi autoritari quali l’Arabia Saudita e i suoi satelliti (Emirati ed Egitto) e alla Russia di Vladimir Putin. Dalla Conferenza di Berlino sulla Libia di metà gennaio (se si terrà) non si attendono risultati ed è probabile che, nell’impotenza europea, mostrando i muscoli come in Siria Erdogan si ritaglierà la sua fetta di Libia – e di Mediterraneo – in accordo con Putin.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Quali sono i piani di Erdogan e della Turchia in Libia

Il presidente turco ha difeso il memorandum con il governo di Serraj aprendo anche a trivellazioni congiunte in mare. E sulla guerra dice: «Pronti a intervenire se Tripoli lo chiederà».

L’attivismo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan in Libia è sempre più alto. Recentemente il sultano ha ribadito che «nel caso di un invito» da parte del governo libico di Fayez al-Sarraj a compiere un intervento militare, «la Turchia deciderà autonomamente che tipo di iniziativa prendere». Erdogan ha criticato anche il sostegno di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto al generale Khalifa Haftar e aggiungendo di volerne discutere in una telefonata con Vladimir Putin. Erdogan ha inoltre accusato i Paesi che sostengono l’uomo forte della Cirenaica di violare l’embargo alla vendita di armi imposto dalle Nazioni Unite. La Turchia è stata a sua volta accusata in passato di fornire armi alle milizie fedeli a Tripoli. Le affermazioni del leader di Ankara sono arrivate dopo il memorandum d’intesa sulla demarcazione dei confini marittimi siglato il 27 novembre scorso a Istanbul con il governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli.

IL PESO DELL’ACCORTO TRIPOLI-ANKARA

«Con questo accordo» sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia, ha detto ancora Erdogan, «abbiamo fatto un passo legittimo nel quadro del diritto internazionale contro gli approcci che la Grecia e l’amministrazione greco-cipriota hanno cercato di imporre e le rivendicazioni di confini marittimi che miravano a confinare il nostro Paese al Golfo di Antalya». Il presidente, intervistato dalla tv di stato Trt, ha così difeso l’intesa soprattutto dalle critiche di Grecia, Cipro ed Egitto. Il leader di Ankara ha anche ipotizzato possibili «esplorazioni congiunte» con la Libia alla ricerca di idrocarburi offshore nelle aree delimitate dal memorandum. Atene, Nicosia e Il Cairo temono rischi di interferenze nelle loro attività di perforazione in mare.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Erdogan contro Macron: «Perché non riesci a fermare i gilet gialli?»

Il presidente turco contro l'Occidente che «incoraggia la brutalità di Israele» e divide il mondo islamico. A partire dalla Francia che accusa Ankara di proteggere il terrorismo.

È un Erdogan a muso duro contro l’Occidente quello che il 9 dicembre si è scagliato contro il presidente francese Emmanuel Macron. «A Parigi sono comparsi i gilet gialli. Avanti, trova una soluzione, falli smettere, vediamo. Perché non riesci a fermarli?», ha detto il presidente turco in un nuovo attacco diretto al suo omologo francese, parlando a un vertice dell’Organizzazione della cooperazione islamica a Istanbul.

L’INVITO ALL’UNITÀ DEL MONDO ISLAMICO CONTRO L’OCCIDENTE

«La brutalità di Israele è incoraggiata dai Paesi occidentali e, lo dico con tristezza, da alcuni Paesi arabi», ha detto Erdogan. «Quando protestiamo contro l’oppressione a Gerusalemme e in Palestina, la maggior parte delle volte ci sentiamo soli», ha aggiunto il leader di Ankara. «L’imperialismo prosegue il suo cammino con un’ideologia che consiste nel dividere, smembrare e assorbire i Paesi», ha proseguito il leader turco, tornando a denunciare l’uso dell’espressione «terrorismo islamico» da parte dei Paesi occidentali anche nel recente vertice Nato di Londra. «I Paesi musulmani, chiusi in se stessi per varie ragioni, disperdono inutilmente i propri mezzi e le proprie energie. Purtroppo i musulmani, che rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale, non riescono a conseguire uno sviluppo politico, economico, sociale e culturale proporzionale alle loro forze», ha aggiunto il presidente turco, invitando il mondo islamico all’unità.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I nuovi ricatti di Erdogan si abbattono sul vertice Nato di Londra

Il presidente turco è arrivato al meeting dell'Allenaza minacciando di bloccare i piani dell'organizzazione nel Nord Europa se non ci sarà una condanna dei curdi siriani. Scintille anche con Macron sulla lotta al terrorismo.

Per la Nato il 70esimo compleanno è forse uno dei più difficili. Tutti gli Stati membri sono riuniti a Londra per fare il punto sul futuro dell’Alleanza. Ma tra gli invitati non mancano tensioni e frecciate, in particolare tra Donald Trump e Emmanuel Macron. Non solo. Tra di loro c’è anche una vera e propria mina vagante: Recep Tayyip Erdogan. «Agitatevi quanto volete. Prima o poi rispetterete il diritto della Turchia a combattere contro il terrorismo. Non c’è altra strada». Ha ribadito il presidente della Turchia arrivando a boicottare i piani della Nato in Polonia e Paesi baltici in mancanza di un sostegno contro le milizie curde in Siria.

Nelle ultime settimane, il suo esercito, il secondo dell’Alleanza dopo quello Usa, è stato condannato come “invasore” in Siria da molti dei maggiori azionisti dell’Alleanza stessa. Ma il presidente turco non è tipo da stare sulla difensiva. Dopo aver mandato a dire a Emmanuel Macron di controllare la sua «morte cerebrale», prima di quella della Nato, si è presentato al vertice di Londra come l’incognita numero uno: un partner scomodo ma necessario, provocatorio eppure sempre ambito.

IL RICATTO DI ERDOGAN VERSO I PAESI DEL NORD

Non più avamposto della Guerra Fredda, Ankara non ha comunque perso il suo ruolo strategico, ed è pronta a farlo pesare. Anzi: il suo slittamento a est – vedi il tavolo con Russia e Iran sulla Siria, prova di un irredimibile pragmatismo sotto il manto dell’impegno messianico – la rende ancora più importante, proprio perché non più scontata. Spiattellando davanti alle telecamere le trattative degli sherpa, il Sultano ha tolto ancora una volta i veli diplomatici e annunciato la sua minaccia: se la Nato non riconoscerà come “terroriste” le milizie curdo-siriane Ypg, la Turchia bloccherà i piani per la difesa di Polonia e Paesi baltici di fronte alla Russia.

SCINTILLE CON MACRON SULLA QUESTIONE TERRORISMO

Che il tema sia caldo è confermato anche dalle parole del presidente francese che ha attaccato a testa bassa sulla questione terrorismo accusando Ankara di cooperare «a volte con alleati dell’Isis». «Il nemico comune sono i gruppi terroristici», ha notato il capo dell’Eliseo, citato dai media britannici, «ma mi duole dire che non diamo tutti la stessa definizione di terrorismo attorno al tavolo. La Turchia combatte spalla a spalla con noi contro l’Isis, ma a volte lavora con alleati dell’Isis».

GLI ALTRI FRONTI CALTI DI ANKARA

Nel suo stile, la trattativa è partita così. Un possibile veto da usare magari come oggetto di scambio su altri dossier cruciali. Tra questi il sostegno finanziario per riportare un milione di rifugiati in Siria – un’operazione colossale da quasi 30 miliardi di dollari – e lo scontro nel Mediterraneo orientale. Isolata dall’intesa di Cipro-Grecia-Egitto per lo sfruttamento delle risorse energetiche offshore, la Turchia ha disseminato le sue fregate in una guerra di posizione che nessuno vuole trasformare in conflitto aperto.

L’ACCORDO CON SERRAJ CHE PREOCCUPA GRECIA E CIPRO

Alla vigilia del summit, è uscito però un altro coniglio dal cilindro: un patto firmato in gran segreto al palazzo di Dolmabahce a Istanbul – quello degli ultimi Sultani – con il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj (e tramite i buoni uffici dei Fratelli Musulmani che lo sostengono) per ridefinire i confini marittimi tra i due Paesi, in cambio di protezione. Risultato: la piattaforma continentale turca estesa di un terzo, con una riga tracciata su una mappa. Un’intesa che ha subito allarmato Atene e Nicosia. Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha chiesto l’appoggio Nato. Ma ancora una volta da Erdogan è arrivato un netto rifiuto: «l’accordo non si ridiscute».

E ANKARA MANIENE I CONTATTI CON MOSCA

Poi infine c’è la Russia. Erdogan ha giurato: «I nostri buoni rapporti non sono alternativi, ma complementari». Con l’arrivo dei missili S-400 di Mosca, però, c’è chi teme per i sistemi Nato. E persino gli ordigni tattici nucleari di marca Usa, custoditi da decenni in Turchia, a qualcuno non sembrano più così al sicuro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Volano stracci tra Erdogan e Macron alla vigilia del summit Nato

Il presidente della Turchia ha definito l'omologo francese in «stato di morte cerebrale», riciclando l'espressione usata dal capo dell'Eliseo per descrivere l'Alleanza Atlantica. Parigi convoca l'ambasciatore turco.

«Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che la Nato è in stato di morte cerebrale. Macron, ascolta cosa ti dico dalla Turchia, lo dirò anche alla Nato: prima di tutto fai controllare la tua morte cerebrale», ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan dopo le critiche di Macron all’offensiva di Ankara contro le milizie curde in Siria. «Queste dichiarazioni sono adatte solo a persone come te che sono in stato di morte cerebrale. Non rispetti i tuoi obblighi nella Nato, non paghi neppure quello che dovresti pagare alla Nato, ma quando c’è da mettersi in mostra ti metti in mostra», ha aggiunto Erdogan.

«LA FRANCIA NON HA DIRITTO DI STARE IN SIRIA»

«Escludere o non escludere la Turchia dalla Nato… hai l’autorità per prendere una decisione del genere? Tu non ha alcun diritto legittimità a stare laggiù (in Siria). Non ti ha invitato neppure il regime, mentre la sicurezza della Turchia è la sicurezza dell’Europa», ha concluso Erdogan.

L’AMBASCIATORE TURCO CONVOCATO A QUAI D’ORSAY

Per tutta risposta, l’ambasciatore della Turchia in Francia è stato convocato al ministero degli Esteri di Parigi. Per l’Eliseo, «non si tratta di dichiarazioni, sono insulti. L’ambasciatore verrà convocato al ministero per spiegarsi». Il nuovo duello tra Ankara e Parigi rischia di alimentare le tensioni a pochi giorni dal summit Nato della settimana prossima a Londra.

ATTACCHI ANCHE DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

Il duro attacco del presidente turco giunge dopo che il suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu aveva definito il capo dello Stato francese uno «sponsor del terrorismo», facendo riferimento all’appoggio di Parigi alle milizie curde Ypg, che Ankara considera appunto «terroriste». Cavusoglu aveva anche detto che Macron vorrebbe diventare il capo dell’Europa, ma è in realtà «debole».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tutte le ombre sull’incontro tra Trump e Erdogan

Il voto del Congresso sul genocidio armeno. Le nuove sanzioni per le operazioni in Siria. La richiesta di estradizione di Gulen. Il business delle armi e il riavvicinamento tra Turchia e Russia. I nodi e le incognite della visita del Sultano alla Casa Bianca.

Visita confermata. Il 13 novembre Recep Tayyp Erdogan è pronto a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca. Una telefonata tra i due presidenti ha fatto sciogliere le riserve ad Ankara dopo le tensioni scatenate dalla recente mozione del Congresso Usa sul genocidio armeno e dalle nuove sanzioni imposte da Trump. Tutti nodi che evidentemente restano sul tavolo del bilaterale.

Il presidente Usa Donald Trump.

LE TENSIONI PER IL GENOCIDIO ARMENO E LE NUOVE SANZIONI USA

Andiamo per ordine. Ankara, come era prevedibile, non ha gradito il voto del Congresso americano che a larghissima maggioranza ha riconosciuto il genocidio armeno in Turchia, il massacro di almeno 1,5 milioni di armeni sotto l’impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Il governo turco si è limitato a definire l’eccidio come «un fatto tragico», ma non ammette la parola «genocidio». «Nella nostra fede il genocidio è assolutamente vietato», ha sottolineato Erdogan. «Consideriamo questa accusa come il più grande insulto al nostro popolo». A complicare la situazione, però, è stata anche una seconda risoluzione dei deputati statunitensi su nuove sanzioni alla Turchia per l’operazione militare nel Nord della Siria. A cui va aggiunta la recente incriminazione da parte degli States di Halkbank, la seconda banca statale turca accusata di aver aver aiutato l’Iran a violare le sanzioni economiche.

Fetullah Gulen.

LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DI GULEN

Altro tema caldo tra Ankara e Washington è la richiesta di estradizione di Fethullah Gulen. Il magnate ed ex imam residente in Pennsylvania è considerato dalla Turchia la mente del fallito golpe del 2016. Ankara ha proposto uno scambio di quelli che definisce «terroristi»: Gulen al posto della sorella di Abu Bakr al Baghdadi, l’ex Califfo del sedicente Stato islamico, catturata dai turchi (arresto al quale è seguito anche quello della moglie dell’ex leader di Daesh). «Gulen è importante per la Turchia quanto al Baghdadi lo era per gli Stati Uniti», ha ribadito Erdogan. Finora da Washington è arrivato un secco no, che però potrebbe ammorbidirsi alla luce degli interessi economici e militari americani. 

IL NODO SIRIANO E LA VISITA DELL’EX COMANDANTE DEL PKK

I rapporti tra Usa e Siria rappresentano un altro motivo di tensione. Erdogan, infatti, aveva chiesto di cancellare un’altra visita programmata alla Casa Bianca: quella del capo delle Syrian Democratic Forces Ferdi Abdi Sahin, ex comandante del Pkk che sia la Turchia che gli Usa hanno riconosciuto come organizzazione terroristica. La Casa Bianca non ha smentito l’incontro, scatenando la reazione del governo turco: gli Usa «sanno che razza di terrorista sia, di quali razza di atrocità si sia reso responsabile in passato», hanno dichiarato alcune fonti vicine al presidente Erdogan citate da Middle East Eye. «Sanno che caos si scatenerebbe se il Congresso trattasse da eroe uno che difende l’Isis». 

siria-turchia-erdogan-putin
Erdogan e Putin.

IL BRACCIO DI FERRO CON MOSCA

Infine a preoccupare Washington è anche il riavvicinamento tra Turchia e Russia. Mosca si è detta pronta a vendere il proprio sistema di difesa anti missilistico S-400 e la prima reazione statunitense è stata l’interruzione della fornitura di F35, non senza conseguenze economiche e strategiche dal momento che la Turchia rappresenta il secondo esercito in termini numerici della Nato. A pochi giorni dall’incontro tra Trump e Erdogan, inoltre, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha confermato una esercitazione congiunta in Russia proprio sul sistema missilistico S-400, spiegando che per la Turchia è necessario difendersi da una doppia minaccia terroristica: l’Isis e i curdi. L’ennesima ombra sull’incontro tra il tycoon e il Sultano.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La lettera inedita di Trump a Erdogan sulle sanzioni per gli S-400 russi

Dopo il messaggio sulle operazioni in Siria, il presidente Usa ha mandato una seconda missiva minacciando contromisure relative al sistema missilistico di difesa.

Il presidente americano Donald Trump ha mandato una seconda lettera all’omologo turco Recep Tayyip Erdogan dopo quella trapelata a metà ottobre in cui lo ammoniva riguardo all’operazione nel Nord della Siria. Nel secondo messaggio, che risale a una settimana fa, Trump ha avvisato Erdogan che avrebbe imposto sanzioni alla Turchia per l’acquisto del sistema anti-missilistico S-400 dalla Russia. Lo fa sapere il quotidiano online Middle East Eye in esclusiva. Il tycoon si sarebbe anche detto disposto a riammettere la Turchia nel programma F-35 a patto che Ankara tenga spenti i sistemi difensivi russi. Il 13 novembre i due si incontreranno a Washington, e il tema degli S-400 sarà al centro del bilaterale insieme alle operazioni turche in Siria.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Fine dell’operazione turca in Siria, pronto il controllo congiunto con la Russia

Il ministro della Difesa di Ankara annuncia: «Ritiro dei curdi completato. Non serve riprendere l'offensiva». Putin incorona Assad: «Spinte separatiste fomentate dall'estero».

L’hanno legato all’uscita di scena della presenza delle milizie curde, ma l’annuncio arrivato da Ankara nella notte tra il 22 e il 23 ottobre ha a che fare soprattutto con l’accordo trovato con le truppe russe per il controllo dell’area. Informati dagli Usa sulla conclusione delle operazioni di ritiro dal Nord della Siria, i turchi hanno annunciato la fine dell’offensiva nella zona settentrionale della Siria.

«RITIRO DEI CURDI COMPLETATO»

«Non è necessario» riprendere l’offensiva contro i combattenti curdi in Siria, visto che «il loro ritiro» dalle zone di confine è stato «completato», come «ci hanno confermato gli Stati Uniti», ha detto in una nota il ministro della Difesa turco Hulusi Akar, secondo quanto riportano i media internazionali, spiegando che «in questa fase, non è necessario effettuare una nuova operazione».

Il presidente siriano Bashar al-Assad al fronte. EPA/SANA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

L’INTESA TRA ERDOGAN E PUTIN NEL NOME DI ASSAD

In realtà Recep Tayyp Erdogan ha trascorso la notte dell’annuncio a Sochi a fianco di Vladimir Putin, dove i due leader hanno trovato l’accordo per creare una zona cuscinetto pattugliata da forze congiunte turche e russe. Putin ha parlato di sentimenti separatisti «fomentanti dall’estero» e ha detto che la regione va liberata dalla presenza illegale straniera. Grande vincitore della partita, neanche a dirlo, Bashar al Assad, una volta detto ‘il macellaio’.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it