La telefonata di «tensione» tra Conte ed Erdogan

Il premier al Sultano turco: «Inaccettabile l'azione militare in Siria. Stop a ogni iniziativa. Ankara rispetti il ruolo della Nato». E secondo Palazzo Chigi non sono mancati momenti concitati durante il colloquio.

Telefono caldo sulla linea ItaliaTurchia. Il premier Giuseppe Conte ha avuto un colloquio con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e nel corso della conversazione, durata oltre un’ora, a quanto sia è appreso da fonti di Palazzo Chigi, Conte ha ribadito che l’Italia ritiene inaccettabile l’azione militare avviata in Siria da Ankara contro i curdi.

«EFFETTI NEGATIVI SUI CIVILI»

Durante quella chiamata, secondo fonti del governo, «non sono mancati momenti di forte tensione a fronte del fermo e reiterato invito del presidente Conte a interrompere questa iniziativa militare, che ha effetti negativi sulla popolazione civile».

Erdogan deve svolgere con responsabilità il ruolo geopolitico e di alleato Nato

Giuseppe Conte

Il premier, stando a ciò che è riportato in una nota di Palazzo Chigi, ha rimarcato che «la protezione della popolazione civile, già duramente provata da anni di conflitto, e la risoluzione dei conflitti sono priorità irrinunciabili per l’Italia e per l’intera Comunità internazionale», esortando ripetutamente Erdogan a «svolgere con responsabilità il ruolo geopolitico e di alleato Nato che la Turchia strategicamente detiene, nell’interesse collettivo di stabilizzazione dell’intera regione».

PALAZZO CHIGI: «POSIZIONE COMUNE A TUTTA L’OPINIONE PUBBLICA»

E infine: «Il presidente Conte ha invitato con forza il leader turco a interrompere l’incursione militare nel Nord-Est della Siria e a ritirare immediatamente le truppe. Il premier ha rappresentato questa unitaria posizione del governo, delle forze politiche con cui ieri si è confrontato durante il suo passaggio alle Camere e dell’opinione pubblica italiana».

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Perché con l’azzardo in Siria Erdogan rischia grosso

Lo spazio di agibilità bellicista dell'autocrate turco sta raggiungendo il suo limite e ora per lui sarebbe alquanto rischioso forzare la mano.

È passata poco più di una settimana da quando Erdogan ha dato avvio all’invasione del territorio siriano con l’inevitabile seguito di morti, sfollati e distruzioni che hanno scatenato un profluvio di condanne e di manifestazioni di allarme un po’ in tutto il mondo. Si è detto che non poche di queste manifestazioni e prese di posizione sono state più formali che sostanziali, visto tra l’altro che sono in larga misura assortite dalla premessa nel segno della “comprensione” delle preoccupazioni securitarie turche.

Questo è indubbiamente vero, ma se le sommiamo a quelle marcate invece da una qualche concretezza – dall’imposizione di sanzioni allo stop alla vendita di armi, alla intimazione di fermare quest’invasione bollata come un inaccettabile violazione della sovranità siriana…etc. – ne emerge un importante e visibile segnale di presa di distanza da Erdogan che si irradia un po’ in tutto il mondo.

UN CONFLITTO CHE HA MUTATO LO SCENARIO GEOPOLITICO

Il motore di questo crescendo critico è dovuto senz’altro alle reazioni suscitate dalla misera sorte cui è stata esposta la popolazione curda che dopo aver contribuito in maniera decisiva alla sconfitta dell’Isis è stata ancora una volta “tradita”, questa volta dal suo principale alleato, gli Usa, che lo hanno abbandonato proprio nel momento in cui aveva più bisogno di supporto. Ma un ruolo non marginale in questa mobilitazione lo ha svolto il sorprendentemente rapido mutamento dello scenario geo-politico e la pervicacemente dichiarata volontà di Erdogan di non fermarsi nella sua guerra al “terrorismo” curdo dello Ypg finchè la sua minaccia non sarà confinata a distanza di sicurezza.

Alcune profughe curde siriane in fuga dopo l’attacco della Turchia.

Il mutamento sta nel fatto che con una mossa che ha assunto tutte le apparenze di una concertazione precostituita, le forze armate curde si sono poste sotto le ali protettive di Damasco e sotto quelle di intermediazione di Mosca prendendo il centro della scena a scapito degli Usa che hanno lasciato il campo in concomitanza con la decisione turca di fare carta straccia dell’intesa mirante a gestire congiuntamente la famosa safe zone (zona cuscinetto di una trentina di chilometri di profondità) lungo il confine turco-siriano dove collocarvi almeno un paio di milioni di rifugiati arabi alterando così la stessa struttura demografica della zona.

ASSAD VUOLE RIPRENDERE IL CONTROLO DELL’AREA A EST DELL’EUFRATE

Interessante rilevare come tutto ciò sia avvenuto dopo una telefonata tra lo stesso Donald Trump ed Erdogan di cui nulla è trapelato ma che è parsa offrire alla Casa Bianca il destro per avallare ancora una volta la sua ormai consolidata erraticità di marca mercantilistica. A nulla o quasi è valsa in proposito la spiegazione offerta dal ministro della Difesa americano Mark Esper secondo il quale il ritiro delle truppe americane sarebbe stato deciso per evitare che si trovassero nell’incomoda posizione di stare tra le truppe turche da un lato e di quelle del regime di Damasco, sostenute da Mosca, con l’avallo (segreto) degli stessi curdi timorosi di dover pagare a caro prezzo la conclusione del negoziato in corso tra americani e turchi sulla zona cuscinetto.

I curdi si sarebbero rassegnati a rimettere nel cassetto le loro ambizioni più avanzate e puntare a un’intesa col padrone di casa, cioè con Bashar al Assad

Prezzo a fronte del quale i curdi si sarebbero rassegnati a rimettere nel cassetto le loro ambizioni più avanzate e puntare a un’intesa col padrone di casa, cioè con Bashar al Assad impegnato a riprendere il controllo di quest’area a Est dell’Eufrate, particolarmente ambita per le sue cospicue risorse energetiche, con il benestare della Russia. E ad indurre Trump a ritirare le sue truppe come aveva del resto dichiarato di voler fare anche ad inizio 2018 per poi ripensarci.

LA RUSSIA HA UN RUOLO SEMPRE PIÙ CENTRALE IN SIRIA

Non sfuggirà che questa lettura ha una sua plausibilità anche se implica una revisione piuttosto netta della linea di condotta tenuta dalla parte curda. Tiene in qualche modo anche l’altra lettura secondo la quale Trump si sarebbe fatto fregare da Ankara e Mosca in forza di un patto segreto stretto per liberarsi della presenza americana in Siria, obiettivo cui di fatto Trump dichiara di ambire da tempo, peraltro in contrasto col Pentagono (e non solo).

Da sinistra, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Ciò per una serie di ragioni non del tutto strampalate che vanno dagli umori dell’opinione pubblica americana al rifiuto europeo di riprendersi i rispettivi foreign fighters, di contribuire maggiormente agli oneri della missione in loco della coalizione, etc.. Resta il fatto che incontrovertibile che, rimasta senza riscontri l’offerta di mediazione iraniana, Mosca ha assunto anche in quella parte della Siria un ruolo di centralità mediatrice. Centralità però non neutrale dopo che da parte russa si è arrivati a condannare senza ambiguità l’operato di Erdogan come «un’inaccettabile violazione della integrità territoriale» della Siria.

Per Erdogan è venuto il tempo di decidere sui modi e tempi dell’aggiornamento dei termini di compromesso suscettibili di garantirgli una soddisfacente safe zone (e salvare la faccia)

E se Erdogan si sta recando a Mosca in concomitanza con l’arrivo ad Ankara del vice-presidente americano che porta in dote un pesante carico di sanzioni – in calendario è ancora prevista la visita di Erdogan alla Casa Bianca, il 13 novembre – mentre la Cina lo ammonisce a tornare «sulla strada giusta», combattendo il terrorismo con la comunità internazionale e non contro e rispettando e proteggendo «la sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale della Siria», significa che per questo autocrate è venuto il tempo di decidere sui modi e tempi dell’aggiornamento dei termini di compromesso suscettibili di garantirgli una soddisfacente safe zone (e salvare la faccia). Questo senza rischiare lo scontro armato col padrone di casa e, peggio ancora, con i russi e di evitare di porre i già malmessi rapporti con l’Occidente su un piano inclinato senza possibilità di ritorno. Per non parlare del mondo arabo dove lo appoggia solo il Qatar.

DALL’UE IL PRIMO SEGNALE DI FERMEZZA CONTRO LA TURCHIA

Da considerare infine che gli Stati Uniti non sono ancora usciti di scena dalla Siria e certo non sono disposti a rinunciare al loro peso negoziale sul futuro della Siria, a Ginevra, in sede Onu, dove tra l’altro tra una decina di giorni si riunisce la Costituente siriana messa finalmente a punto dopo mesi di trattative. L’Unione europea ha emesso un primo segnale di fermezza, importante, anche con riferimento alle sanzioni per le trivellazioni in area Cipro.

I bombardamenti al confine tra Siria e Turchia.

Non è adeguato alla bisogna? Forse, ma occorre tenere realisticamente conto dei ricatti minacciati da Erdogan, a cominciare da quello relativo al potenziale rilascio dei migranti siriani – per i quali è stata impegnata la somma di ben 6 miliardi – per finire con i foreign fighters che i Paesi europei interessati si sono rifiutati di riprendere. Penso in definitiva che lo spazio di agibilità bellicista di Erdogan stia raggiungendo il suo limite e che sia alquanto rischioso (per lui) forzare la mano. Penso anche che la safe zone ci sarà e che l’autocrate turco non potrà non acconciarsi all’esercizio della recuperata sovranità siriana. Se e quando l’intera area a Est della Siria ricadrà sotto il controllo di Damasco.

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Anche per Putin il Rojava è un covo dei terroristi curdi

Il presidente russo approva in pieno l'invasione turca della Siria ordinata da Erdogan, al quale si chiede unicamente «proporzionalità» nelle azioni militari.

Valdimir Putin ha dato pienamente ragione alla decisione di Tayyp Erdogan di avviare linvasione turca della regione curda della Siria e si propone come unico –potente – mediatore. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, dopo una telefonata tra Putin ed Erdogan, ha comunicato alla stampa la posizione della Russia sul conflitto in corso in termini inequivocabili: «La Turchia ha tutto il diritto di garantire la sicurezza dei suoi confini, ma ci aspettiamo che l’offensiva militare lanciata in Siria venga condotta in maniera proporzionale alle sue necessità. La situazione non dovrebbe compromettere il processo politico in corso nel Paese».

Colpo grosso quindi per il presidente turco che vede riconosciuta dalla Russia la piena legittimità dell’invasione turca del territorio siriano per «garantire la sicurezza dei suoi confini». Riconoscimento che deriva a sua volta dalla piena coscienza che ha Putin del fatto che la sicurezza della Turchia è violata dal fatto acclarato che il Pyd-Ypg, il partito dei curdi siriani, è politicamente e materialmente la stessa, identica organizzazione del Pkk dei curdo-turchi (peraltro considerato formalmente “terrorista” dall’Unione Europea).

I MEDIA IGNORANO LE AZIONI TERRORISTICHE DEI CURDI SIRIANI

Dunque anche Putin ritiene che il Rojava – la regione curda della Siria- sia un fondamentale retroterra operativo e logistico per le sue dissennate azioni terroristiche curde in Turchia. Incredibilmente questo fatto è ignorato dai politici e dai media del resto del mondo che da giorni si rifugiano in una emotiva condanna a difesa di un mondo curdo del quale ignorano la terribile storia (furono in larga parte i curdi gli autori materiali di gran parte del massacro degli Armeni nel 1914-15, nel 1996 si combattè una feroce guerra civile tra i curdi iracheni, ecc…).

I curdi anzitutto non sono una nazione, ma una etnia divisa in varie fazioni storicamente e attualmente rivali

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

Solo e unicamente Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ha riconosciuto coraggiosamente questa realtà: «I curdi anzitutto non sono una nazione, ma una etnia divisa in varie fazioni storicamente e attualmente rivali. Ad esempio, i curdi iracheni non mostrano particolare solidarietà per i ‘connazionali’ siriani, avendo stabilito concreti rapporti con la Turchia. Noi stessi occidentali non abbiamo le idee molto chiare. Consideriamo i curdi del Pkk terroristi e allo stesso tempo quelli dell’Ypg, loro alleati siriani, combattenti per la libertà. Forse bisognerebbe sciogliere questa contraddizione».

L’ALLEANZA CON ASSAD MOSTRA DI CHE PASTA È FATTO IL YPG

La seconda parte della dichiarazione del portavoce di Putin fa poi comprendere quanto accadrà i prossimi giorni: il Cremlino non chiede nessun cessate il fuoco ma si appresta a fare da mediatore – forte della sua grande presenza militare in Siria- tra Ankara, Damasco e gli stessi curdi. Nulla più. Nessun diktat, nessuna condanna. Anzi. Un vero e proprio via libera russo alle operazioni militare di Erdogan al quale si chiede unicamente «proporzionalità».

Un blindato militare turco in azione.

Nelle prossime ore l’unica incognita è se vi saranno o meno scontri militari diretti tra le truppe turche e quelle siriane che sono accorse a sostegno dei loro “alleati” curdi (già questa alleanza col macellaio di Damasco fa capire di che pasta sono fatti – e non da oggi – i curdi siriani). Non è facile fare previsioni su questo terreno ma la determinazione di Erdogan fa pendere l’ago della bilancia per uno scontro diretto tra turchi e siriani. Poi, tutto dipenderà dalla trattativa condotta da Putin, a capo dell’unica potenza mondiale che conti in Siria.

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Le tensioni siriane fanno saltare il forum economico Italia-Turchia

Era in programma a Istanbul a fine ottobre. Con la partecipazione dei presidenti delle organizzazioni confindustriali dei due Stati. Ma l'appuntamento è stato rinviato dopo l'operazione militare di Erdogan.

Altro colpo ai rapporti diplomatici tra il nostro Paese e i turchi dopo le tensioni dovute all’invasione militare di Recep Tayyip Erdogan in Siria contro i curdi: il Forum economico Italia-Turchia, che era previsto a fine ottobre a Istanbul con la partecipazione dei presidenti delle organizzazioni confindustriali dei due Stati, è stato rinviato. Lo ha appreso l’Ansa da fonti qualificate.

L’APPUNTAMENTO ERA ALL’11ESIMA EDIZIONE

Si tratta di un importante appuntamento bilaterale arrivato alla sua 11esima edizione: era prevista la presenza di un rappresentante del ministero degli Esteri italiano e del viceministro degli Esteri turco responsabile per gli Affari Europei, Faruk Kaymakci, insieme con numerosi esponenti di gruppi industriali e istituti bancari dei due Paesi.

DOVREBBE AVERE LUOGO ENTRO IL PRIMO TRIMESTRE 2020

L’evento è organizzato da Eastwest European Institute in collaborazione con CeSPI, Osservatorio Turchia, Tusiad (la Confindustria turca), Confindustria, Grimaldi Alliance e con la partnership del Gruppo Koc e di Yapi Kredi. Non c’è al momento una nuova data certa per lo svolgimento del Forum, che non dovrebbe comunque avere luogo prima del primo trimestre del 2020.

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Cosa sta succedendo a Kobane durante l’offensiva turca

Le truppe di Erdogan puntano alla città simbolo della resistenza curda. In un clima spettrale molti abitanti fuggono ma c'è chi resiste. Come Guma, giornalista. «Non me ne vado», dice. «Abbiamo paura del futuro, non della guerra, siamo già abituati a tutto questo».

Ogni mezz’ora Jama, il coordinatore provvisorio dei combattimenti nel Rojava, appunta nomi di morti e feriti su un quaderno stropicciato per fare un elenco che a fine giornata viene trasferito su un file e mandato alla stampa. Sono i numeri di un massacro che di ora in ora diventa sempre più evidente.

BOMBE SUGLI SFOLLATI

L’esercito turco sta avanzando verso il Nord della Siria con milizie di terra e raid aerei che colpiscono soprattutto civili. Non lontano da Tell Temer un camion pieno di sfollati è stato centrato in pieno da una bomba. A bordo c’erano soprattutto bambini. Settantatre persone sono rimaste ferite e 11 sono morte, tra loro anche il giornalista curdo Seed Ehmed, corrispondente di Hawar News.

LEGGI ANCHE:Le voci dei civili e dei combattenti curdi in Siria

«Stavano cercando di allontanarsi dai combattimenti», racconta a Lettera43 Sozdar, una giovane attivista della Red Crescent, «perché credevano che il pericolo fossero gli ex jihadisti dell’Isis che i turchi stanno mandando avanti verso la trincea. Invece i soldati di Erdogan hanno usato gli aerei militari per oltrepassare la linea del fronte e colpire quanti più civili possibile».

Un uomo ferito nell’offensiva turca (foto di Khabat Abbas).

JIHADISTI E FOREIGN FIGHTER CONTRO I CURDI

A combattere contro i curdi ci sono molti ex membri di Al Nusra e foreign fighter che stanno aizzando anche i prigionieri Isis nei campi del Rojava. «Sono andata ad Ain Issa, 53 km a nord di Raqqa», dice la giornalista curda Khabat Abbas, «perché i soldati curdi si sono scontrati con alcune donne, mogli di ex soldati dell’Isis, che hanno iniziato a sparare: avevano armi, non so dove le abbiano prese, e quindi c’è stato uno scontro durissimo», ha aggiunto Khabat che ogni giorno insegue i combattimenti per testimoniare quanto sta accadendo.

LEGGI ANCHE: Con la guerra turca ai curdi la Siria torna nel 2011

L’ACCERCHIAMENTO DI KOBANE

Gli scontri si stanno spostando sempre più lontano dal confine turco verso l’interno della Siria. Conquistata Tal Abyad, a pochi km dalla frontiera, dove c’è stato un vero massacro, i soldati turchi sono avanzati sulla strada che taglia in due il confine da Est a Ovest e ora stanno provando ad accerchiare Manbij e Kobane. Anche se la città simbolo della resistenza curda appare sempre più fuori portata per Ankara, visto che i soldati di Damasco scortati dai russi sono pronti a occupare anche lì il posto lasciato vacante dagli americani. Lo stesso vale per Manbij, da anni al centro di una disputa tra eserciti turco, americano e russo, occupata dalle truppe governative di Damasco dopo che i curdi, abbandonati dagli americani, hanno chiesto aiuto.

Il cimitero di Kobane, nella Siria del Nord (foto di repertorio).

«Le forze curde hanno trovato un accordo con l’esercito siriano», spiega ancora Khabat Abbas. «I soldati saranno schierati lungo il confine, di fronte alle truppe turche e cercheranno di proteggere Kobane. Un mio amico mi ha detto che i soldati del regime siriano volevano già entrare in città ma sulla strada sono stati bloccati dagli americani che hanno chiesto di aspettare che sgomberassero le loro basi militari». Le forze speciali americane si sono poi velocemente ritirate dalla loro postazione a Sud di Kobane e la città, quindi, per ora è indifesa.

La desolazione delle città della Siria Nord-orientali in attesa dell’offensiva turca (foto Khabat Abbas).

SENZA TRAFFICO E PERSONE IN FUGA: LA SITUAZIONE A KOBANE

Recep Tayyp Erdogan ha detto di essere pronto a lanciare la sua offensiva contro Kobane e la città in queste ore è diventata spettrale, come se aspettasse di essere nuovamente ferita e massacrata dall’ennesima battaglia. «La città è quasi vuota», racconta il giornalista locale Guma Mohammad. «Non c’è traffico nelle strade e la poca gente che circola si dirige verso i villaggi del Sud. Ma una piccola percentuale di loro resiste e vuole restare ancora qui, a casa», aggiunge. «Ma sappiamo tutti che è questione di ore prima che i turchi arrivino a distruggere tutto. E se arrivano, per noi è finita».

L’esercito turco sta procedendo verso Kobane e il cuore del Rojava (foto Khabat Abbas).

In città è calato il silenzio, si sentono solo gli aerei che sfrecciano. «È come un momento di concentrazione, di riflessione, la calma che precede il disastro», continua Guma, «ma non me ne andrò. Rimarrò fino alla fine. Abbiamo paura del futuro sconosciuto, non abbiamo paura della guerra, siamo già abituati a tutto questo. Al momento il terrore è di entrare in un conflitto che alla fine perderemo».

Feriti nei combattimenti nel Nord Est della Siria (foto Khabat Abbas).

IL RICORDO DEGLI ORRORI DI AFRIN

Alle prime luci dell’alba fuori Kobane e fuori Manbij compaiono furgoni e carri pieni di valigie e sacchi che i profughi cercando di portar via. «La gente è terrorizzata», conferma Jaro, combattente curda, «perché ha ancora nella mente gli orrori di Afrin (il 20 gennaio 2018 la città è stata messa sotto assedio dalle Forze armate turche per annientare i combattenti curdi, ndr). Ciò spinge le persone a fuggire e ad allontanarsi dalle aree di confine con la Turchia. Ora ci sono migliaia di persone all’aperto e nei villaggi. Le condizioni sono difficili».

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Erdogan a muso duro contro Trump: escluso il cessate il fuoco in Siria

Il presidente turco ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell'offensiva.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto a quello americano Donald Trump che Ankara «non dichiarerà mai un cessate il fuoco nel nordest della Siria». La notizia è stata diffusa dall’emittente turca Ntv. Erdogan ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell’offensiva. Parlando con giornalisti in aereo mentre rientrava da Baku, il presidente turco ha aggiunto che l’ingresso delle truppe siriane a Manbij «non è un fatto negativo», a patto che «i militanti» della zona siano estromessi.

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L’Uefa indaga sulla Turchia per provocazione politica

Sotto inchiesta il saluto militare dei giocatori della nazionale a sostegno di Erdogan esibito nelle partite contro Albania e Francia. E la Bulgaria finisce a processo per cori razzisti e saluti nazi.

Era stata preannunciata dopo la partita con l’Albania, è diventata realtà con la “recidiva” del match a Parigi contro la Francia: il saluto militare dei giocatori della nazionale della Turchia nel corso delle due sfide di qualificazione a Euro 2020 è finito oggetto di un’inchiesta ufficialmente aperta dall’Uefa. Un’ispettore è stato incaricato di indagare su un «comportamento di potenziale provocazione politica». Non si tratta ancora di un deferimento, perché il gesto di sostegno dei calciatori all’azione militare in Siria portata avanti dal premier Recep Tayyip Erdogan non era evidentemente a referto degli ispettori presenti allo stadio.

L’Uefa ha anche aperto un procedimento disciplinare nei confronti della Bulgaria dopo la duplice interruzione della partita del 14 ottobre 2019 con l’Inghilterra. Cori razzisti, saluti nazisti, lancio di oggetti, fischi all’inno nazionale: sono alcuni dei capi di imputazione. Anche la federazione inglese è stata deferita per i fischi all’inno bulgaro. La data della discussione del procedimento disciplinare è ancora da stabilire.

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Perché l’ipotesi di sanzioni alla Turchia spaventa e l’Ue

Mentre Erdogan minaccia di inviare in Ue 3,6 milioni di profughi, la Francia non esclude una stretta commerciale. Ma Ankara è un partner strategico per il Vecchio Continente. E soprattutto per Germania e Italia. I numeri.

L’operazione Peace Spring lanciata in Siria da Recep Tayyp Erdogan rischia di innescare, oltre all’ennesima crisi umanitaria, una serie di rappresaglie diplomatiche e commerciali. Se la Turchia ha usato i 3,6 milioni di profughi che si trovano nel Paese come arma di ricatto in caso l’Ue ostacoli l’offensiva – «li manderò in Europa», ha minacciato Erdogan – il presidente Usa Donald Trump non ha escluso di colpire Ankara con sanzioni economiche. Lo ha stesso ha fatto la Francia mentre la Germania prende tempo. Aprendo uno scenario complesso, visto che la Turchia è un partner strategico per i Paesi Ue e per l’Italia.

LEGGI ANCHE: Con le minacce di Erdogan la ricostruzione siriana si allontana

LA FINE DEL “MIRACOLO TURCO”

L’economia turca ha molte fragilità ed è sull’orlo di quella che potrebbe essere definita una crisi sistemica. Se nei primi anni della presidenza Erdogan si parlò di “miracolo turco“, oggi la situazione è cambiata. Il grande sviluppo spinto dal settore edilizio e da politiche monetarie un po’ azzardate ha creato una bolla che sta per esplodere. L’inflazione annua (media mobile degli ultimi 12 mesi) è al 18,27%. Nella prima metà del 2019 la lira turca è crollata in valore rispetto al dollaro del 19,7%. Si è tentato di reagire con un l’aumento dei tassi di interesse arrivato al 24%. Negli ultimi cinque anni e mezzo, il Pil è calato da 950 miliardi di dollari a 722 miliardi. Il reddito medio pro capite (per una popolazione passata negli stessi anni da 76 milioni a 82 milioni) è sceso da 12.480 dollari a 8.767. Nell’ultimo anno gli investimenti sono scesi del 22,8%. Dati preoccupanti anche sul fronte della disoccupazione che ha raggiunto il 16,2%, mentre quella giovanile è salita al 25,5%. Eventuali sanzioni potrebbero avere conseguenze durissime per la Turchia, già colpita dai dazi voluti da Donald Trump che ha tolto il Paese dal Generalized System of Preferences (Gsp), negandogli cioè lo status commerciale preferenziale e aumentando le tariffe su acciaio e alluminio.

Il presidente Usa Donald Trump e quello turco Recepo Tayyp Erdogan.

LA TURCHIA È QUINTO PARTNER DELL’UE PER ESPORTAZIONI

Ma la crisi economica turca non è certo una buona notizia per l’Europa, né le sanzioni sarebbero indolore. Sul fronte commerciale importazioni ed esportazioni tra Unione europea e Turchia sono cresciute con regolarità dagli anni successivi alla crisi economica globale. Nel 2009 i Paesi Ue esportavano beni per 44,5 miliardi di euro e ne importavano per 36,4. Nel 2018 il bilancio è stato quasi pareggiato con esportazioni per 77,3 miliardi di euro e importazioni per 76,1 miliardi. La voce più importante delle esportazioni europee è quella dell’industria meccanica e automobilistica che ammonta a circa 30 miliardi.

La Turchia è anche una delle principali valvole di sfogo per i rifiuti europei: nel 2108 ne sono arrivati dall’Ue 13 milioni di tonnellate

Nel 2018 la Turchia è stata il quinto più importante partner commerciale europeo per beni esportati e il sesto per importazioni. Il Paese con il maggior interscambio è la Germania, dove la comunità turca è di circa 3 milioni di abitanti (di cui un milione e mezzo con doppia cittadinanza). La Turchia è anche una delle principali valvole di sfogo per i rifiuti europei, nel 2108 ne sono arrivati dall’Ue 13 milioni di tonnellate.

L’INTERSCAMBIO CON L’ITALIA

Anche per l’Italia le sanzioni rischiano di essere, dal punto di vista economico e commerciale, assai rischiose. Il nostro Paese è il quinto partner commerciale della Turchia, con 18 miliardi di interscambio totale. L’export italiano nel 2018 (secondo calcoli Ice su dati Turkstat) è stato di 8,083 miliardi di euro. La voce più consistente è rappresentata dall’industria automobilistica ( 2,5 miliardi). Seguono i prodotti di metallurgia (1,3 miliardi) e il tessile (767 milioni). L’Italia esporta anche 700 milioni in macchinari. Vengono poi i prodotti chimici (356 milioni nell’ultimo anno, ma 1,3 miliardi nel 2017), i beni agricoli e il settore agroalimentare. Altrettanto forti le importazioni che nel 2018 ammontavano a 8,5 miliardi, in gran parte rappresentate da prodotti dei settori chimico, meccanico, automobilistico e metallurgico. In Turchia operano 1.418 aziende italiane. Nel 2018 l’Italia ha investito per circa 465 milioni, una crescita del 297% rispetto al 2017.

LE ITALIANE PRESENTI IN TURCHIA

Alcune aziende italiane hanno asset di rilievo. Il gruppo Unicredit controlla all’82% assieme a Koc Holding (tramite una joint venture al 50%) l’istituto di credito Yapi Kredi Bank. Fca ha uno stabilimento a Bursa, nei pressi di Istanbul, e Pirelli produce a Izmir 2 milioni di pneumatici industriali l’anno. Ormai consolidata la partnership italo-turca del gruppo Leonardo. La controllata Alenia Aermacchi ha in essere con la Marina turca un contratto di fornitura per otto Atr72 (la prima consegna è stata nel 2013). Il gruppo poi ha lavorato alla fornitura di elicotteri di combattimento T129 ATAK, al programma satellitare Göktürk, a sistemi radar militari e civili e alla fornitura di armi per navi da guerra.

Il satellite Göktürk-1

Nel settore costruzioni, l’italiana Cementir ha acquistato le aziende locali Cimentas e Cimbeton. La Salini-Impregilo è impegnata in diversi maxi appalti, l’ultimo dei quali, da 530 milioni di euro, è per la costruzione di una tratta del cosiddetto “Nuovo Orient Express”, 153 chilometri di linea ferroviaria ad alta velocità da Istanbul fino alla Bulgaria. Il gruppo farmaceutico Recordati è in Turchia dal 2008 e vi genera circa il 8% dei ricavi complessivi. Il Paese è strategico anche per la Ferrero presente da oltre 25 anni. La Turchia infatti produce circa il 70% dei raccolti mondiali di nocciole, l’azienda di Alba ne acquista un terzo e negli ultimi anni si è inserita in tutta la filiera. Se la crisi militare sarà fronteggiata a colpi di ritorsioni commerciali per l’Italia in particolare la posta in gioco sarà altissima.

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Con le minacce di Erdogan la ricostruzione siriana si allontana

Le minacce di Ankara e le giravolte degli Usa nei confronti dei curdi rischiano di fare ripiombare l'area nel caos. Con Damasco, appoggiata da Teheran e Mosca, pronta a condannare la violazione della sovranità. E l'Ue che sta a guardare.

Aveva ripetutamente minacciato di farlo, ma ogni volta aveva frenato i suoi dichiarati intenti bellicosi. La ragione? Recep Tayyp Erdogan non voleva entrare in rotta di collisione con gli Stati Uniti con i quali si aspettava di raggiungere un’intesa di collaborazione visto che l’Amministrazione Trump si era da sempre dichiarata sensibile alle preoccupazioni turche ma nello stesso tempo aveva ribadito la volontà di trovare una soddisfacente soluzione politico-militare, salvaguardando gli interessi degli alleati curdi.

L’ANNUNCIO DI ERDOGAN

Poi era arrivata l’intesa: la creazione di una zona cuscinetto, in territorio siriano, per circa 480 km lungo il confine da sottoporre al controllo congiunto turco-americano. Un’intesa alquanto generica, per la verità, visto che restavano da precisare tutta una serie di dettagli geo-operativi, in primis la profondità della zona che Ankara voleva fosse stabilita in 30 km. Ma anche a causa del contrasto che divideva (e divide) la Casa Bianca e il Pentagono. Così il tempo passava e l’intesa rimaneva sospesa.

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Il presidente turco Erdogan (Getty).

Fino alla settimana scorsa, quando Erdogan, intervenendo all’apertura dell’assemblea annuale dell’Ak, il suo partito, ha dichiarato che il tempo dell’attesa era finito e che tra sabato 5 e domenica 6 ottobre la Turchia avrebbe dato corso a un’autonoma operazione militare, aerea e terrestre, finalizzata alla creazione della zona cuscinetto. Una vera e propria invasione del territorio siriano a est dell’Eufrate.

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ANKARA CONTRO LA «MINACCIA» DELLO YPG

Scopo dell’operazione? La realizzazione di uno spazio sufficiente a proteggere il suo Paese dalla minaccia delle unità curde dello Ypg, considerate una vera e propria appendice del Pkk, partito bollato come terrorista (anche dagli americani). Minaccia che le forze dello Ypg, preziose alleate degli Usa nella lotta contro l’Isis, hanno sempre dichiarato essere inconsistente, ma in nome della quale Ankara vuole «bonificare» quella parte del territorio siriano «per annaffiarla con fontane di pace», ha sottolineato Erdogan, «e trovarvi spazio per 2 milioni di rifugiati».

Un convoglio turco nella zona di confine con la Siria.

PER I CURDI L’OPERAZIONE DAREBBE OSSIGENO ALL’ISIS

La reazione dello Ypg non si è fatta attendere. Il portavoce Mustafa Bali ha dichiarato: «Non esiteremo a rispondere a un attacco turco con una guerra totale sull’intera linea di confine per difendere noi e il nostro popolo». Ha poi aggiunto una dura requisitoria nei riguardi degli americani per la loro (apparente) acquiescenza di fronte alla minaccia turca: «Le forze americane non hanno onorato il loro impegno con il ritiro dall’area del confine». Per i miliziani dell’Unità di Protezione Popolare tale operazione rappresenterebbe inoltre una boccata d’ossigeno per quel che resta del sedicente Stato islamico, attualmente alla macchia, ma ancora piuttosto pericoloso come i recenti attacchi hanno dimostrato, rimettendo in discussione i successi riportati in anni di lotta.

DAMASCO-MOSCA-TEHERAN CONTRO L’INVASIONE TURCA

Da parte del regime siriano non ci sono stati finora segnali, ma non v’è dubbio che arriveranno e saranno nel senso di una condanna di quella che è già stata definita una inaccettabile violazione della sovranità e integrità territoriale. Damasco può contare sull’appoggio di Mosca – che ha ribadito anche in queste ore, per bocca del portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, come l’integrità territoriale siriana debba essere preservata e come tutte le forze militari straniere, illegalmente presenti in Siria, debbano andarsene – e di Teheran.

Una bandiera della Siria con il volto del presidente Bashar al Assad.

LE CAPRIOLE DI WASHINGTON

E gli Usa? Diciamo subito che Washington ha confermato che la minaccia di Erdogan è arrivata dopo una telefonata intercorsa con il presidente Trump, nella quale la Turchia si sarebbe impegnata a prendere in custodia i foreign fighter catturati nel corso della campagna contro l’Isis e attualmente in mano alle forze curde. Ricordiamo anche che la Francia, la Germania e altre nazioni europee, tra le quali l’Italia, avevano risposto picche alla richiesta Usa di riprendersi i rispettivi connazionali che avevano combattuto sotto il vessillo del terrorismo jihadista. Si era trattato di una richiesta motivata anche dai rilevanti costi della custodia sostenuti dal contribuente americano, aveva sottolineato Stephanie Grisham, portavoce della Casa Bianca.

Veicoli militari turchi e Usa sul confine siriano.

Le forze americane, ha aggiunto, non sosterranno l’operazione, non saranno coinvolte e non stazioneranno più in quell’area operativa. Grisham non ha specificato se ciò comporterà il ritiro definitivo delle truppe americane (un migliaio di unità) dal Nord-est della Siria (ipotesi smentita da Trump l’8 ottobre) così come è stata silente in merito al futuro dei curdi . Già questo mutamento di rotta rappresenta però un cambio significativo, «raggelante» lo ha definito qualche commentatore americano, rispetto alla coerenza della politica americana non solo nei riguardi dell’alleanza, ma anche nella stessa azione contro l’Isis come giustamente lamentato da parte curda.

CURDI MARGINALIZZATI NEI COLLOQUI DI PACE

Val la pena rilevare al riguardo che, lotta all’Isis a parte, negli ormai otto anni di guerra civile i curdi siriani si sono preoccupati soprattutto di rafforzare le proprie istituzioni nelle aree sotto il loro controllo. Col risultato di essere, di fatto, marginalizzati nei colloqui di pace condotti alle Nazioni Unite così come in quelli portati avanti in parallelo da Mosca con l’Iran e la stessa Turchia. E ciò soprattutto a causa dell’opposizione turca a qualsivoglia partecipazione curda al tavolo negoziale. Per non parlare del regime siriano per il quale i curdi costituiscono «un problema da risolvere, prima o poi». E non certo casualmente è rimasta senza seguiti concreti la dimostrazione inscenata per protestare contro l’esclusione curda dal Comitato istituito in seno alle Nazioni Unite per la scrittura della nuova Costituzione della Siria dove sono state chiamate solo singole personalità curde perché parte dell’opposizione o della società civile.

LA PACIFICAZIONE E LA RICOSTRUZIONE DELLA SIRIA SONO LONTANE

In questo contesto – nel quale ci si deve preparare al peggio, come si dice a Palazzo di Vetro – appare davvero difficile apprezzare una Unione europea che, pur riconoscendo le legittime preoccupazioni turche, sostiene che nessuna soluzione sostenibile sarà conseguita attraverso misure militari. Stando così le cose non vi è certo bisogno di mettere a fuoco anche la situazione complessiva della Siria per affermare che l’orizzonte della pacificazione e ancor più della ricostruzione di quel Paese appare lontana.

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