Aya Ben Ron e l’arte che risveglia la coscienza critica

L'installazione Field Hospital dell'artista israeliana riflette sulle cure possibili per le tante voci dissenzienti che vengono messe a tacere, per gli insulti che accompagnano la diversità, per la paura di mostrarsi differenti rispetto a ciò che la società si aspetta da noi.

Non essendo riuscita a visitare il Padiglione di Israele ai Giardini della Biennale di Venezia lo scorso maggio per via delle inenarrabili code, un po’ come il Padiglione del Giappone all’Expo di Milano del 2015 che mai saprò che cosa offrisse per generare quella fiumana di gente in attesa, nei giorni scorsi ho preso un treno con l’obiettivo di scoprire se davvero valesse la pena di visitare il progetto dell’artista Aya Ben Ron.

UN VERO AMBULATORIO IN CUI FARSI VISITARE

Ne avevo sentito parlare moltissimo, soprattutto dagli amici stranieri (quelli italiani non ci stanno andando, un po’ perché in gran numero covano sentimenti ambivalenti nei confronti del Paese pur non osando confessarlo; un po’ perché, come ho scoperto arrivando e prendendo il “numerino di prenotazione”, era richiesta una conoscenza molto approfondita dell’inglese per poter interagire con i “dottori”). L’installazione si intitola Field Hospital, e “visita” è il sostantivo improprio per descriverla: è un ambulatorio vero e proprio, con sala d’attesa, moduli da riempire, sintomi da descrivere, e due diverse fasi di trattamento a cui sottoporsi.

AL CENTRO LE NOSTRE REAZIONI A PROBLEMI SOCIALI COMPLESSI

Ne scrivo adesso per due motivi. Il primo: dopo la chiusura della Biennale, il prossimo 24 novembre, girerà il mondo, e negli obiettivi dell’artista dovrebbe arricchirsi e ampliarsi. Il secondo: esplora il nostro modo di agire e di reagire di fronte a problemi sociali e controverse tematiche personali. Quando sono arrivata davanti al Padiglione di Israele, un piccolo edificio bianco che costeggia il viale principale dei Giardini, ero incerta se dedicare questo appuntamento domenicale che, grazie al direttore Paolo Madron, ho con i lettori di Lettera43 da molti anni, a un’intervista che la redazione sportiva di Repubblica online ha fatto mercoledì scorso al presidente della Lazio Claudio Lotito lasciandogli dire l’indicibile contro i giocatori di colore (“i buu li fanno anche a chi ha la pelle normale”), senza nemmeno incalzarlo e caricando come nulla fosse la sua intervista sul web, prima di intervenire con un secondo articolo di stigma qualche ora dopo, forse a seguito di proteste o di un improvviso soprassalto del desk centrale del quotidiano, chissà.

LE INGIUSTIZIE SUBITE DALLE DONNE

L’atroce sfondone dialettico, rivelatore dei sentimenti autentici che albergano non certo solo nel presidente della squadra bianco-celeste, ma in migliaia e migliaia di tifosi e di quella che si definisce banalmente la “gente normale” (Lotito era stato intervistato proprio a margine di un Consiglio Federale della Lega Calcio che voleva responsabilizzare le società obbligandole a prendere provvedimenti per combattere il razzismo), è uno dei temi che permeano questa Biennale, come s’è molto scritto in questi mesi, e che allignano anche nell’opera di Aya Ben Ron. A quante ingiustizie di natura sociale dobbiamo assistere, e quante noi donne siamo anche costrette a subire ogni giorno? (Pensate ai messaggi di insulti e alle offese di natura sessuale che hanno accompagnato la notizia, pubblicata dall’Ansa, sulla maggiore percentuale di studentesse che vincono una borsa Erasmus rispetto ai colleghi di sesso maschile, come se le donne dovessero vergognarsi dei propri risultati accademici e del desiderio di metterli alla prova in un ambiente diverso da quello della propria casa).

I QUATTRO TRATTAMENTI PREVISTI

L’installazione dell’artista israeliana riflette proprio su questo punto, e cioè sulle cure possibili per le tante voci dissenzienti o libere che vengono messe a tacere, per gli insulti che accompagnano la diversità, per la paura di mostrarsi differenti da ciò che la società si aspetta. Uno spazio in cui le disparità possono essere viste, i dubbi ascoltati, qualche domanda trovare una risposta o, almeno, un conforto. Superata l’attesa nella sala d’aspetto e dopo aver assistito a un video informativo, ci si trova di fronte a una sorta di “infermiera capo” che, dopo qualche domanda, invita a scegliere uno fra i quattro “trattamenti” previsti per altrettanti disagi: con la famiglia, per esempio, con la paura dell’altro (nel caso specifico, i palestinesi: dicono che il video da guardare e commentare sia particolarmente crudo) oppure, ed è quello che ho scelto io, con il transgender.

I RAGAZZI CHE SCELGONO DI CAMBIARE GENERE

Non so perché abbia scelto questo. Forse perché, provenendo per mia fortuna da una famiglia felice e risolta pur nella sua eterogeneità confessionale e in una forte disparità anagrafica fra i suoi componenti (o forse proprio per queste ragioni), disposta (quasi sempre) a sostenermi, ero interessata a capire come medici e psicologi avrebbero interpretato il lungo e doloroso cammino di chi, sentendo di appartenere a un genere diverso da quello in cui è nato, sceglie di sottoporsi a cure, trattamenti e, talvolta, un’operazione di escissione e ricostruzione. Volevo anche capire come mai, essendo il genere femminile il più difficile da vivere e in cui affermarsi da quando il patriarcato ha vinto sul matriarcato, qualche decina di migliaia di anni fa, cancellandone il più possibile le tracce, i riti, le consuetudini, siano decisamente più numerosi i ragazzi che scelgono di diventare donne che non il contrario.

IL RISVEGLIO DELLA COSCIENZA CRITICA

Non ho avuto, com’era logico attendersi, una risposta univoca e precisa, ma molti spunti su cui riflettere, oltre a una fantastica sessione di espulsione delle ansie a mezzo di urla liberatorie in una stanza insonorizzata. Lo spunto più significativo che ho portato con me è però la coscienza della fondamentale importanza del messaggio artistico di oggi, il suo ruolo capitale nel risveglio di una coscienza critica che, trascinati come siamo fra mille impegni e sotto l’incalzare continuo dei social, tendiamo a lasciare sopita. Non mi sono fatta nemmeno togliere il braccialetto di gomma che viene chiesto ai “pazienti” di infilare. Reca la scritta: “Here anyone can live free”. Da un paio di giorni, lo guardo appena mi viene voglia di scrivere una parola in più sui tifosi e i presidenti che hanno il razzismo inscritto nel dna e sui ragazzi anonimi che danno delle “tr..” alle compagne che li hapnno battuti al liceo e all’università.

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Confermata in Appello la condanna per Luca Traini

Dodici anni di reclusione per la sparatoria con cui ferì sei migranti di colore a colpi di pistola per le strade di Macerata.

Dopo quattro ore di camera di consiglio, la Corte d’Appello di Ancona ha confermato la condanna, inflitta in primo grado, a 12 anni di reclusione per Luca Traini, il 30enne di Tolentino che il 3 febbraio 2018 ferì sei migranti di colore a colpi di pistola per le strade di Macerata. Un raid che Traini aveva tentato di “giustificare” dicendo di voler vendicare l’uccisione della giovane Pamela Mastropietro.

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La svolta anti-razzista della Roma con Juan Jesus

Il difensore ha segnalato al club gli insulti ricevuti su Instagram. E la società ha annunciato un Daspo a vita contro il responsabile. È la prima applicazione del codice etico del 2017, quasi sempre ignorato. Ma può invertire la rotta.

«Staresti meglio al giardino zoologico, li m… tua». Sono diventati virali gli insulti razzisti di un “tifoso” della Roma, che ha scritto in privato su Instagram al difensore Juan Jesus dopo la sconfitta del 26 settembre 2019 contro l’Atalanta.

JUAN JESUS SI È RIVOLTO AL CLUB, CHE HA ALLERTATO LA POLIZIA

Ai messaggi, che contenevano epiteti come «maledetto scimmione» e «negro», il giocatore ha risposto pubblicandoli su una storia rivolta alla sua società: «Roma, sai già cosa fare con un tifoso così». La risposta del club non si è fatta attendere: «L’account è stato segnalato a Instagram e alla polizia e il responsabile sarà daspato a vita dalle partite della Roma».

IL CODICE ETICO ESISTE DAL 2017

Si può adottare un provvedimento simile per un post sui social? La risposta è sì. La strada scelta dalla Roma è la prima significativa applicazione del cosiddetto codice etico, il regolamento che dal 2017 permette alle squadre di calcio italiane di punire i tifosi ritenuti responsabili di comportamenti non appropriati. Nonostante alcuni passi avanti, pochissime squadre si sono prese la responsabilità di applicarlo e anche da questo approccio blando nascono i cori razzisti sentiti a Cagliari contro Romelu Lukaku, a Verona contro Franck Kessié e a Parma dai tifosi dell’Atalanta contro Dalbert. I tifosi pensano che un’azione del genere non abbia conseguenze. Per questo il gesto della Roma potrebbe segnare una possibile inversione di rotta.

LO SCARSO IMPEGNO DA PARTE DEI CLUB DI SERIE A

Nel 2018 i giallorossi erano stati i primi in Italia a dotarsi di un codice etico, su indicazione dei ministeri dello Sport e dell’Interno. Dopo l’ennesimo insulto razzista di un tifoso, stavolta nei confronti di Juan Jesus, il club ha deciso di applicarlo ritenendo di rientrare nel regolamento nonostante il fatto non sia accaduto all’interno dello Stadio Olimpico di Roma. Se altri club seguissero l’esempio e la collaborassero con le forze dell’ordine si potrebbe risolvere il problema del razzismo negli stadi, come succede da anni all’estero. Ma il primo passo è l’applicazione del codice etico, come sostiene frequentemente l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. La presidente dell’ente, Daniela Stradiotto, ha parlato più volte negli ultimi anni di «profonde carenze e assenze delle società calcistiche e delle leghe, con eccezioni in rari casi, le quali lasciano che il modello di gestione sia applicato unicamente dalle forze dell’ordine».

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I cori razzisti contro Dalbert e l’appello del presidente della Fifa Infantino

Atalanta-Fiorentina è stata sospesa per tre minuti per i fischi contro il terzino viola. Allarme della federazione: «In Italia la situazione non è migliorata»

Slogan e striscioni nel derby di Milano non sono bastati, il razzismo resta protagonista negativo in Serie A, anche se in questo caso, seppur per soli 3′, il calcio si è fermato. Dopo i casi Lukaku e Kessie, stavolta nel mirino è finito Dalbert, terzino della Fiorentina, oggetto di cori e insulti da parte della tifoseria dell’Atalanta a Parma. Il terzino brasiliano ha chiesto un intervento da parte dell’arbitro Orsato durante la sfida al Tardini (scelto dai bergamaschi come impianto di casa per i lavori all’Atleti Azzurri d’Italia): la partita ha subito uno stop di tre minuti intorno al 30′, fino a quando non è stato fatto l’annuncio all’altoparlante per ribadire che è vietato scandire cori razzisti o di matrice territoriale. Un messaggio che è stato accolto con copiosi fischi provenienti dalle tribune.

LE DICHIARAZIONI POST-PARTITA DEGLI ALLENATORI POST-PARTITA

«Cori? Io non li sento, a me dicono sempre che sono di Napoli e li ringrazio», è stato il pensiero di Vincenzo Montella, allenatore della Fiorentina. «I cori non li ha sentiti nessuno, poi se qualche imbecille ha detto qualcosa è diverso. È grave, succede in tutti gli stadi, anche a Firenze. Bisogna stare attenti», le parole invece di Gasperini, tecnico dell’Atalanta.

L’ALLARME DEL PRESIDENTE FIFA INFANTINO

L’episodio tuttavia ha scatenato l’indignazione del presidente della Fifa Gianni Infantino. «Il razzismo si combatte con l’educazione, condannando, parlandone. In Italia la situazione non è migliorata e questo è grave», ha detto ospite di 90mo Minuto su Rai 2. «Bisogna identificare gli autori e buttarli fuori dagli stadi. Ci vuole, come in Inghilterra, la certezza della pena. Non bisogna avere paura di condannare i razzisti, dobbiamo combatterli fino alla fine». La Fifa intanto ha accolto positivamente le ultime iniziative in Italia contro il razzismo, tra le quali la task force creata dal Milan e lo slogan “Derby against racism” nella sfida di San Siro. «Non sono atti dovuti», ha spiegato Federico Addiechi, responsabile della sostenibilità Fifa, a margine del Fifa Diversity Award a Milano, «ma benvenuti. I casi di razzismo in Italia sono situazioni inaccettabili, siamo per la tolleranza zero. Serve una reazione forte. C’è un protocollo per fermare le partite, per mandare le squadre in spogliatoio e per cancellare la gara. Aspettiamo che questi meccanismi vengano recepiti anche in Italia», ha concluso Addiechi.

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Aggressione razzista di due ragazzi contro un migrante

Vicino a Roma un 18enne e un 17enne hanno picchiato con dei bastoni un cittadino nigeriano. Bloccati dai carabinieri.

Nel giorno del derby di Milano accompagnato da una campagna “Derby Against Racism” per dire no al razzismo, l’Italia ha dimostrato ancora di avere un problema con le discriminazioni. Vicino a Roma due giovanissimi hanno picchiato, anche con bastoni, un cittadino nigeriano 24enne in strada nei pressi della stazione di Anzio, località sul litorale a Sud della Capitale.

LESIONI PERSONALI AGGRAVATE DALLA DISCRIMINAZIONE

I due sono stati bloccati dai carabinieri. Si tratta di un 18enne, arrestato, e di un 17enne denunciato. Sono accusati di lesioni personali aggravate dalla discriminazione razziale in concorso. La vittima ha riportato ferite alla testa e alla spalla giudicate guaribili in sette giorni.

NOTATI COI BASTONI DA CARABINIERI IN BORGHESE

A quanto ricostruito dai carabinieri, i due hanno visto camminare in strada il giovane migrante e lo hanno aggredito una prima volta in un’area di parcheggio pubblica. Il nigeriano è riuscito a scappare verso la stazione, ma i due a quel punto si sono procurati i due bastoni e lo hanno inseguito e lo hanno colpito più volte. A notare i due ragazzi che armati di bastoni correvano dietro al migrante è stata una pattuglia di carabinieri in borghese che ha allertato i colleghi.

SOLO MOTIVI RAZZISTI DIETRO IL PESTAGGIO

Alla vista dei carabinieri i due amici hanno provato a scappare e ad abbandonare le mazze, ma sono stati bloccati. Secondo gli investigatori, alla base del gesto ci sarebbero motivi razziali. Non sarebbero emersi al momento altre ragioni pregresse dietro al pestaggio. I due, entrambi incensurati, abitano nello stesso palazzo che è poco distante dalla struttura che accoglie la vittima.

IL PRECEDENTE CONTRO UN TASSISTA INDIANO

A Roma giovedì 19 settembre c’è stata un’altra aggressione razzista, ai danni di un tassista 57enne di origine indiana. I responsabili sarebbero stati due fratelli di 18 e 19 anni, mentre un terzo aggressore è scappato ed è ricercato. I tre hanno preso a calci e pugni il taxi, per poi picchiare l’uomo e rubargli il cellulare e l’incasso della giornata. I due fratelli sono stati rintracciati, trovati in possesso di droga e arrestati, mentre continua la caccia al loro complice. Per i due l’accusa è di rapina con l’aggravante dell’odio razziale e detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

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Il Milan ha creato una task force contro il razzismo

Il club rossonero ha annunciato la formazione di una squadra per monitorare i comportamenti negli stadi e sui social. «Il calcio italiano deve prendere coscienza e assumere una posizione forte contro questi comportamenti».

Una task force interna contro il razzismo. Il Milan inizia la sua battaglia contro l’intolleranza e i pregiudizi. Ma soprattutto nei confronti di quei tifosi che si lasciano andare a cori vergognosi e ululati nei confronti di calciatori di colore o nazionalità diverse.

Ecco che prima del derby tra rossoneri e l’Inter le due società, insieme ai loro giocatori, hanno deciso di esporre uno striscione in solidarietà delle vittime di eventi discriminatori. Sia all’interno del campo che al di fuori.

IL COMPITO DELLA TASK-FORCE ANTI RAZZISMO

Il gruppo, come ha spiegato lo stesso club, «ha il compito di sviluppare un programma articolato di attività per sensibilizzare l’opinione pubblica». In particolare è chiamato a «monitorare e affrontare episodi o comportamenti razzisti» tanto sui social media quanto allo stadio. Il club «dopo alcuni mesi di analisi, pianificazione e valutazioni interne ha deciso di accelerare l’avvio del progetto in seguito ai recenti gravi episodi avvenuti in alcuni stadi italiani che hanno generato una reputazione mediatica negativa sull’intero sistema calcio». L’amministratore del Milan Gazidis è stato tra i promotori dell’iniziativa: «Il calcio italiano deve prendere coscienza e assumere una posizione forte contro i comportamenti razzisti, promuovendo dei valori umani fondamentali» che devono essere insiti in ogni persona.

ATTACCHI RAZZISTI A KESSIE E LUKAKU

Del resto le due società milanesi sono state colpite direttamente da questo incivile atteggiamento. Lukaku, attaccante dell’Inter, e Kessie, centrocampista del Milan, sono stati bersagliati a Cagliari e Verona da parte della tifoseria avversaria. In entrambi i casi gli ululati razzisti sono piovuti dalle tribune per arrivare sino in campo. Negli anni passati erano stati tanti altri i calciatori vittime di razzismo da Moise Kean a Samuel Eto’o, passando da George Weah e Kevin Prince Boateng.

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Lo scivolone di Trudeau e il Minstrel Show

Lo scivolone del primo ministro canadese, costretto a chiedere scusa per essersi dipinto la faccia di nero, richiama i vecchi spettacoli Usa e l'utilizzo della blackface. La storia di un genere da sempre al centro di polemiche.

L’ombra del Minstrel Show ha messo in imbarazzo il premier canadese Justin Trudeau che, in piena campagna elettorale, è stato costretto a chiedere scusa pubblicamente per essersi tinto la faccia di nero in un party in maschera del 2001.

justin trudeau foto volto dipinto nero
L’immagine, pubblicata su Time, ritrae il primo ministro canadese Justin Trudeau a un party del 2001.

IL MINSTREL SHOW: TEATRO MADE IN USA

Il Minstrel Show era una forma di teatro che si sviluppò nel Sud degli Stati Uniti a partire dal 1830-40 (anche se un primo esempio è stato documentato addirittura nel 1799). In qualche modo può essere considerato l’equivalente locale della nostra Commedia dell’Arte. Un intrattenimento popolare che non solo rappresenta la prima forma di spettacolo autenticamene statunitense, ma ha anche dato origine a generi che poi hanno sfondato in tutto il mondo: assieme al Café-chantant francese è tra i padri del varietà e, contaminato dall’operetta, ha portato fino al musical. Il cantante di jazz, primo film sonoro del 1927, si colloca nella stessa tradizione tanto che il protagonista Al Jolson – al secolo Asa Yoelson, figlio di un rabbino ebreo lituano emigrato a New York nel 1891 – venne definito «l’ultimo dei minstrels» proprio perché si tingeva spesso la faccia di nero.

LA BLACKFACE E GLI STEREOTIPI RAZZISTI

Cifra del Minstrel Show era proprio la “blackface” che ha messo nei guai Trudeau. Una sorta di maschera interpretata da attori bianchi che si tingevano col nerofumo, ritoccando poi labbra e occhi di bianco. I neri venivano rappresentati in modo caricaturale: ignoranti, pigri, superstiziosi, dediti in maniera smodata al canto e alla danza. E che per di più si esprimevano sul palco nell’inglese sgrammaticato attribuito agli schiavi. Per intenderci la parlata che in italiano è resa con zi badrone e simili. Una parlata che caratterizzava anche le canzoni composte per gli show. La più famosa è forse Gwine to Run All Night, or De Camptown Races scritta nel 1850 da Stephen Foster, autore anche di altri brani celeberrimi come Oh Susanna, My Old Kentucky Homee e Old Folks at Home.

DALLO SCHIAVO ALLA MAMY

Personaggi tipici dei Minstrel erano lo schiavo, il dandy, la mamy ripresa anche in Via col vento, il vecchio zio Old Darky, la provocante ragazza mulatta, il soldato nero. Dal 1870 i Minstrel cominciarono a essere interpretati da veri attori di colore. Mentre dopo la stagione delle grandi battaglie per i diritti civili degli Anni 50 l’intero Minstrel fu bollato come politicamente scorretto

Un manifesto di Minstrel Show.

LA LEZIONE DI MEL BROOKS

In realtà il modo di affrontare la questione senza scadere nell’anacronismo era stato mostrato da Mel Brooks nel 1974 in una irresistibile scena all’inizio del suo Blazing Saddles, Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Un gruppo di bianchi razzisti chiede a un gruppo di neri di cantare. Questi intonano Frank Sinatra e i bianchi delusi chiedono «real negro songs».

I neri allora rispondono con perfetta pronuncia inglese che quella roba non la hanno mai sentita. A quel punto sono i razzisti che cominciano a eseguire Camptwon Races, facendo la figura dei cretini. Più recentemente la nuova versione di Dumbo ha eliminato il coro di cornacchie nere del film del 1941: evidente richiamo al Minstrel Show. Nel nostro Paese a luglio è stato cancellato per lo stesso motivo uno spot di Alitalia: a promuovere la tratta Roma-Washington appariva un finto Barack Obama truccato con la tecnica della blackface.

QUANDO A TINGERSI DI BIANCO SONO NERI E INDIOS

Ma accade anche il contrario. In gran parte del continente americano il grande crogiuolo di etnie e culture ha lasciato una quantità di eventi folklorici in cui sono neri, indios e meticci a tingersila faccia di bianco, per prendere in giro i vecchi “padroni”. Dal Carnevale Vudu di Haiti al Carnaval de Negros y Blancos in Colombia. Non solo questi eventi non suscitano alcuna polemica, ma alcuni sono addirittura proclamati patrimonio dell’Umanità.

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