Vivere con il velo a Bologna tra pregiudizi e islamofobia

Maria, 22 anni, indossa il hijab. Per scelta. Ma ai colloqui di lavoro viene respinta. E per strada le danno della terrorista. «Non sono sottomessa agli uomini. Nessuna imposizione maschilista. Vorrei che la gente lo capisse. L'Italia è casa mia». La sua storia.

Maria Morabito vive a Bologna, ha 22 anni e nonostante abbia appena terminato brillantemente gli studi universitari in lingue, a ogni colloquio di lavoro si sente rispondere: «Per me andresti benissimo, ma devo chiedere cosa ne pensino i clienti. Sai, in Italia va così». La sua colpa? Portare il hijab, il velo islamico.

Maria spiega a Lettera43.it: «È una scelta personale della quale sono sempre più convinta ogni giorno che passa». Anche se è consapevole di vivere una quotidianità non semplice visto che nel nostro Paese il sentimento che accompagna più spesso la visione di una persona dal capo coperto è, nella migliore delle ipotesi, quello della diffidenza. Nella peggiore la tristezza o la compassione, espressa da parte di chi, erroneamente, è convinto non possa mai trattarsi di una libera decisione.

«Sicuramente esistono molti casi di ragazze costrette, non lo nego affatto, ma fortunatamente non è il mio», chiarisce la 22enne. «Non ho mai vissuto con mio padre, che è italiano, o con mio fratello, che conosco pochissimo, quindi non c’è nessun uomo nella mia vita che abbia mai imposto atteggiamenti da tenere o abiti da indossare. Anzi, quando un paio d’anni fa ho deciso di metterlo, perfino mia madre, marocchina, era contraria perché credeva non fossi abbastanza grande per prendere una decisione tanto importante».

DOMANDA. Cosa l’ha spinta a farlo?
RISPOSTA. Si è trattato di un atto di fede, una prescrizione divina alla quale ho sentito di voler sottostare dopo un percorso graduale verso l’islam effettuato soprattutto durante gli anni di frequentazione del liceo delle Scienze umane e lo studio di filosofia e sociologia.

Che rapporto ha con la religione?
Inizialmente per me non era prioritaria perché nessuno nella famiglia, seppur musulmana, era praticante. Ma quando stavo terminando le elementari mia madre ha passato un periodo difficile e si è avvicinata al credo, coinvolgendo da quel momento anche me.

Che significato ha per lei il velo?
Sottolinea la volontà di dare maggiore importanza all’interiorità delle persone piuttosto che all’esteriorità, cosa che non avviene molto spesso, visto che nel momento dell’incontro con l’altro ci si ferma quasi sempre alle apparenze senza approfondire l’animo di chi si ha di fronte.

E il suo lato estetico?
Non lo trascuro affatto, ma preferisco essere giudicata, apprezzata o criticata per l’intelletto, per ciò che sono e per le idee che porto avanti.

Come hanno reagito le persone le prime volte che l’hanno vista a capo coperto?
All’inizio quando arrivavo a scuola con il hijab venivo subissata di domande da parte dei miei compagni, anche le più stupide.

Tipo?
Se facessi la doccia senza togliermelo. Ma non mi sono mai offesa. Credo fossero quesiti in buona fede, frutto della scarsa conoscenza sul velo e sull’islam in generale, percepito ancora come qualcosa di alieno e assolutamente incompatibile con la società occidentale.

Con il tempo è andata meglio?
Per alcuni versi sì, anche se degli anni del liceo ricordo la difficoltà di dover sempre dimostrare di valere il doppio rispetto agli altri. Se durante un dibattito si parlava di integrazione e veniva chiesto il mio parere, non mi era concesso tentennare o non avere la risposta pronta.

Questo l’ha cambiata?
Nel tempo mi ha aiutato a non accontentarmi e a prepararmi sempre al meglio per le sfide quotidiane quindi alla fine è stato positivo, ma è indubbio che su di me spesso siano stati usati parametri di valutazione differenti dallo standard.

Esistono diversi tipi di velo. Quali sono le differenze?
Il più comune, che è quello che indosso e che viene espressamente chiesto nel Corano, copre testa e capelli ma tiene scoperto il volto. Poi esistono quelli integrali tipo burqa, ma sono figli di una cultura retrograda radicata in certe aree geografiche, che nulla ha a che vedere con la religione.

Chi vede nel copricapo islamico un simbolo di sottomissione all’uomo sbaglia?
Assolutamente sì e non potrebbe commettere errore più grave. Molte persone non lo sanno, ma secondo quanto scritto nel Corano l’unico a cui ci si può sottomettere è Dio.

Quindi?
Se una donna lo fa verso un uomo sbaglia enormemente perché si permette di mettere i due sullo stesso livello. Stesso discorso per l’uomo, che arrogandosi il diritto di sentirsi superiore a un’altra persona si paragona implicitamente a Dio.

Però in molti luoghi dove è in vigore la legge della Sharia le donne hanno un ruolo subordinato nella società, espresso anche attraverso l’uso di indumenti che ne celino il più possibile la figura.
Certamente, ma si tratta di culture maschiliste radicate in zone specifiche soprattutto del Medio Oriente, che prescindono dall’islam. I precetti sono una cosa, i singoli comportamenti altri. Molti musulmani sbagliano, basandosi su una tradizione profondamente sessista che affonda le radici nell’ignoranza e che di spirituale non ha nulla.

L’Italia, soprattutto negli ultimi periodi, ha diversi problemi con ciò che percepisce come diverso dall’ordinario. Ha mai subito episodi di intolleranza?
Purtroppo sì perché il velo è un indicatore che qualifica subito la persona che si ha di fronte come musulmana e da noi l’islamofobia è ancora abbastanza accentuata.

Qualche episodio?
Un giorno stavo tranquillamente passeggiando per strada quando una persona mi ha urlato «Terroristi, dovete andare via da qui». Ma non è l’unico esempio possibile.

Come reagisce quando le capitano eventi simili?
Non rispondo perché capisco siano figli di molta ignoranza, forse innocente o forse no. Seguo l’esempio di Dante che rivolto agli ignavi disse «non ti curar di loro ma guarda e passa», anche se è indubbio che trascorri una brutta giornata. Mi chiedo dove dovrei andare visto che sono nata in Italia e, seppur di origini marocchine da parte di madre, in quella cultura non mi rivedo affatto. Questa è casa mia, perché dovrei lasciarla?

Di cosa crede abbia paura la gente?
Non saprei, alla fine si tratta solo di un pezzo di stoffa in testa. Penso sia soprattutto l’idea di affrontare la diversità normalizzandola. Se si introduce qualcosa di nuovo nella quotidianità la si fa diventare un’abitudine e di conseguenza parte integrante di un tessuto sociale, ed è proprio questo il timore più grande.

Cioè?
Che l’islam si faccia un po’ di spazio nella comunità italiana. Veniamo visti come invasori, quando invece siamo solo persone con idee diverse e con le quali si può tranquillamente vivere in pace e serenità.

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Cacciato il consigliere leghista contro la modella italo-senegalese «non veneta»

Daniele Beschin, che è anche coordinatore di Forza Nuova per la provincia di Vicenza, è stato espulso dal gruppo dopo un post in cui criticava la copertina di Vogue con Maty Fall Diba.

Quelle poche parole sulla «bellezza veneta bianca» gli hanno attirato prima le critiche di razzismo da parte della sinistra, cui il 10 febbraio si sono aggiunte quelle di Luca Zaia, e infine Daniele Beschin è stato espulso dal gruppo della Lega al Comune di Arzignano (Vicenza). Fatale a Beschin, che è anche coordinatore di Forza Nuova della provincia di Vicenza, sono stati i commenti su Facebook all’esultanza del sindaco di Chiampo (Vicenza) per la modella concittadina Maty Fall Diba, diciottenne di origini senegalesi e italiana a tutti gli effetti, finita in copertina su Vogue Italia con tanto di scritta «Italia».

ZAIA: «PER ME È VENETA AL 100%»

«Per me una chiampese doc è una ragazza solare, bianca», aveva postato Beschin, e subito era stato ripreso dal sottosegretario all’Interno Achille Variati che il 9 l’ha definita «una posizione semplicemente, incontrovertibilmente, disgustosamente razzista. Che non possiamo accettare e che è incompatibile con la funzione pubblica di un consigliere comunale». Ventiquattro ore dopo il presidente leghista del Veneto Luca Zaia ha rincarato la dose, sottolineando che «per noi è veneta al 100%, figurarsi se sto qui a fare distinzioni su dove è nata, è vissuta o si è formata», e auspicando «una legge che tappasse la bocca» a chi in rete dice «cazzate».

DESCHIN: «IO VITTIMA DI GIOCHI DI PALAZZO»

Stamani Beschin in un comunicato ha reso noto l’espulsione dal gruppo comunale leghista di Arzignano, sostenendo di essere stato vittima di «giochi di palazzo e guerre fratricide interne alla Lega che non mi riguardano». Quanto alle sue frasi «di razzismo non c’era nulla». «Il mio commento», si è difeso, «era riferito solo a dei canoni di bellezza e non al fatto che la bellissima Mati sia una ragazza italiana, fatto indiscutibile. La stessa cosa per intenderci varrebbe se un ragazza italiana vivesse da tempo in Cina. Pur essendo integrata in quel paese rimarrebbe una bellezza italiana. Negare che ci sia una bellezza tipica della nostra terra, così come una tipicamente africana, asiatica, sudamericana e così via, è cadere nell’ipocrisia. Un’ipocrisia pericolosa che nega le differenze, anziché riconoscerne la bellezza e il valore. Il vero razzismo è di chi non vede la bellezza nelle diversità. Evviva dunque le diversità. Evviva chi non rinuncia ad essere se stesso, e auguro sinceramente a Mati», conclude, «il grande successo che merita».

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Cosa sappiamo sull’aggressione razzista a Palermo

Un giovane di 20 anni, originario del Senegal è stato insultato e picchiato da un gruppo di giovani nella centrale via Cavour. Poi i ringraziamenti social ai giovani intervenuti in suo soccorso.

Un palermitano di 20 anni, originario del Senegal, è stato aggredito la notte tra l’8 e 9 febbraio a Palermo, in via Cavour, centro della movida, da un gruppo di adolescenti che gli hanno dato un pugno in faccia, gridando «negro di m…, vai via da qui». Il giovane è stato soccorso dal 118 e portato all’ospedale Civico. La prognosi è stata di 10 giorni. «Stanotte mio figliolo ritornava a casa da lavoro. Perché tutto questo odio solo per il colore della pelle?», ha detto la madre che ha denunciato l’accaduto alla polizia.

I RINGRAZIAMENTI SOCIAL A CHI È CORSO IN SOCCORSO

Il ragazzo ha postato un messaggio sul proprio profilo Facebook, ringraziando le persone, in quel momento la strada era molto affollata, intervenute in suo soccorso: «Vi ringrazio ancora e urlo con voce alta che Palermo è una bellissima città, accogliente e antirazzista. Ci sono pochi stronzi ai quali consiglio di girare un po’ il mondo e vedere come funzionano le cose. Sono veramente animali, troppo chiusi, essere nero o bianco che senso ha?». La vicenda è stata raccontata sui social. In un post di Ignazio Penna si legge che due giovani sono intervenuti in soccorso del ragazzo quando «si sono accorti che c’era una grande folla disposta a semicerchio, mentre al centro della carreggiata un giovane di colore veniva selvaggiamente picchiato da circa trenta adolescenti». Dopo l’intervento dei due «gli aggressori sono fuggiti, lasciando la vittima piena di lividi e con la faccia sanguinante. Una folla in giro per la movida non è riuscita a fare di meglio che assistere allo spettacolo».

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Vetrina rotta e svastiche nel bar di un’italo-marocchina nel Bresciano

Gli autori del gesto indegno e criminale hanno anche lasciato una scritta sul pavimento: «Negra».

Hanno sfondato nella notte la vetrina del bar Casablanca. E poi sul pavimento hanno lasciato una scritta: «Negra». Con una svastica disegnata al contrario, mentre sono in corso le celebrazioni della Giornata della memoria. È accaduto in un bar di Rezzato, in provincia di Brescia, gestito da una ragazza italiana di origini marocchine. Sulla vicenda indagano le forze dell’ordine.

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Perché la Segre ha dato forfait all’invito di Salvini

Il leghista la voleva a un convegno sull'antisemitismo a Roma. La senatrice a vita ha rifiutato per gli impegni milanesi in occasione della Giornata della memoria. Non risparmiando una frecciatina: «Tema altrettanto importante è il razzismo».

Tra Liliana Segre e Matteo Salvini proprio non scocca la scintilla politica. Dopo le polemiche di fine 2019 con tutto il centrodestra sull’istituzione della discussa Commissione anti-odio, ora la senatrice a vita è stata invitata dal leader della Lega al convegno “Le nuove forme dell’antisemitismo” in programma il 16 gennaio a Palazzo Giustiniani a Roma. Ma lei ha rifiutato perché «impegnatissima» tutto il mese a Milano con le iniziative per il Giorno della memoria (lunedì 27 gennaio).

FRECCIATA SUL RAZZISMO

Nella sua garbata risposta a Salvini, la Segre ha detto di apprezzare «l’iniziativa sull’antisemitismo, un problema che si riaffaccia virulento nelle cronache del nostro tempo in tanti Paesi d’Europa e del mondo intero». Però ha anche avvertito che è un tema che non va separato da quello del razzismo. Una frecciata all’ex ministro dell’Interno? Proprio per il suo impegno a non far dimenticare l’Olocausto, lei che fu deportata nei campi di concentramento, la Segre è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e in seguito le è stata assegnata la scorta per le minacce ricevute via social.

ASTENSIONE DELLA LEGA SULLA COMMISSIONE

A novembre si parlò di una visita privata tra la senatrice a vita e Salvini – con tanto di figlia al seguito – anche se poi il segretario della Lega smentì. Adesso la senatrice auspica alla collaborazione nella Commissione parlamentare contro l’odio che lei ha fortemente voluto e che presiederà, istituita nonostante l’astensione del Carroccio nella votazione al Senato: «Confido che il vostro convegno potrà dare un contributo in questo senso e che anche nella Commissione contro lo hate speech deliberata dal Senato».

Matteo Salvini. (Ansa)

Salvini ha preso atto replicando: «La capisco, la ringrazio per la risposta. Sarà una bellissima giornata in cui lanceremo dentro e fuori il parlamento una grande campagna in difesa di Israele perché nel 2020 gli antisemiti, quelli che odiano Israele, non possono essere compresi nel contesto civile, quindi i nemici di Israele sono miei nemici».

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Roma e Milan chiudono le porte al Corriere dello Sport dopo il caso Black Friday

I due club prendono posizione sulla prima pagina del quotidiano che ha scatenato polemiche e accuse di razzismo. Negato l'accesso ai centri tecnici fino al termine del 2019.

Porte chiuse ai giornalisti del Corriere dello Sport fino alla fine dell’anno: lo hanno deciso Roma e Milan, dopo che il quotidiano sportivo aveva titolato nella prima pagina dell’edizione in edicola Black Friday con una foto di Lukaku e Smalling, a proposito della sfida tra Inter e Roma in programma venerdì 6 dicembre. Una scelta che aveva scatenato un vespaio di polemiche e le accuse di razzismo strisciante in arrivo anche dal Regno Unito.

«GIOCATORI, CLUB, TIFOSI E MEDIA DEVONO ESSERE UNITI CONTRO IL RAZZISMO»

I due club, in un comunicato congiunto, «condannano pubblicamente il titolo di oggi del Corriere dello Sport in prima pagina. Crediamo», si legge, «che tutti i giocatori, i club, i tifosi e i media debbano essere uniti nella lotta contro il razzismo nel mondo del calcio ed è responsabilità di tutti noi essere estremamente precisi nella scelta delle parole e dei messaggi che trasmettiamo».

«NEGATO L’ACCESSO FINO ALLA FINE DELL’ANNO»

«In risposta al titolo Black Friday pubblicato oggi dal giornale» – prosegue la nota – «la Roma e il Milan hanno deciso di negare al Corriere dello Sport l’accesso ai centri di allenamento per il resto dell’anno e hanno stabilito che i rispettivi giocatori non svolgeranno alcuna attività mediatica con il giornale durante questo periodo. Entrambi i club sono consapevoli che comunque l’articolo di giornale associato al titolo Black friday contenga un messaggio anti-razzista ed è questa la ragione per la quale sarà vietato l’accesso al Corriere dello Sport solo fino a gennaio. Restiamo totalmente impegnati nella lotta contro il razzismo».

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Il caso De Siervo sui cori razzisti negli stadi della Serie A

Diffuso un audio "rubato" in cui l'ad della Lega afferma di aver chiesto ai registi di «spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più». L'interessato si difende e annuncia la querela.

I cori razzisti negli stadi della Serie A fanno il giro del mondo e danneggiano l’immagine dei club? Allora meglio non farli sentire, come fosse polvere da mettere sotto il tappeto. Fa discutere l’audio “rubato” di Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A e diffuso dal quotidiano la Repubblica.

Il file, registrato di nascosto il 23 settembre 2019 durante il consiglio di Lega, raccoglie uno scambio di battute tra lo stesso De Siervo e Paolo Scaroni, presidente del Milan. Scaroni si dice preoccupato: «Sul New York Times hanno fatto un articolo grande così sui buu razzisti». E De Siervo risponde: «Ti faccio una confessione, non la mettiamo a verbale. Ho chiesto ai nostri registi di spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più i cori razzisti».

De Siervo ha riconosciuto che l’audio è autentico, ma ha annunciato anche di volere sporgere querela: «Nessuna censura, è stato tagliato un audio all’interno di un contesto più grande. Si parlava di produzione televisiva e di come valorizzare al meglio il nostro prodotto. A controllare la regolarità dello svolgimento della gara e documentare a fini legali e sportivi ciò che capita dentro lo stadio ci pensano già gli organi preposti: la polizia, gli ispettori di Lega e Federazione e, non ultimi, gli arbitri. Abbiamo dato istruzioni precise ai registi e sospeso chi, a Cagliari, aveva indugiato troppo sulla curva durante un controllo Var e su chi, a Milano, aveva ripreso l’omaggio della curva interista a Diabolik. Io ho solo suggerito di gestire in maniera più precisa il direzionamento dei microfoni. Capita spesso infatti che da casa si sentano dettagli che allo stadio nemmeno si percepiscono».

Ma le polemiche non si placano, anche perché si tratta dello stesso De Siervo che a ottobre 2019, partecipando all’Ey Digital Summit di Capri, dichiarava: «Non comunichiamo solo un evento sportivo, ma un insieme di valori. Negli stadi ci sono i razzisti e noi – che su questo abbiamo tolleranza zero – li andremo a prendere uno per uno. Lo faremo attraverso la tecnologia, grazie al riconoscimento visivo prenderemo il singolo responsabile di un atto e faremo in modo che non entri più in uno stadio».

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Il razzismo sulla calciatrice della Juventus Aluko scuote Torino

L'attaccante nigeriana naturalizzata britannica saluta l'Italia dopo un anno e mezzo: «Città indietro di decenni, io trattata come una ladra o tipo Escobar». La sindaca Appendino: «Parole che pesano, ma la colpa è solo di alcune persone».

Italia e calcio, anno 2019: un altro caso di razzismo. Questa volta non riguarda il mondo maschile del pallone, ma ha coinvolto una giocatrice della Juventus femminile: Eniola Aluko, 32enne nigeriana naturalizzata britannica. Era arrivata in bianconero soltanto a giugno 2018. Ma ha già detto addio per tornare in Inghilterra. E tra i motivi ci sono anche le discriminazioni che ha subito qui da noi.

«NEI NEGOZI SI ASPETTAVANO CHE RUBASSI»

«A volte Torino sembra un paio di decenni indietro nei confronti dei differenti tipi di persona. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi», ha detto Aluko in una intervista al Guardian che ha fatto molto discutere. «Ci sono non poche volte in cui arrivi all’aeroporto e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar».

«IL RAZZISMO È PARTE DELLA CULTURA DEL TIFO»

L’attaccante ha precisato «di non avere avuto esperienza di razzismo dai tifosi della Juventus né tantomeno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c’è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo». “Eni” ha invitato la società, per continuare ad attrarre i talenti dell’Europa dall’Italia, a «farli sentire a casa». Questa infatti «è una parte importante di un progetto a lungo termine».

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Eniola Aluko quando giocava in Inghilterra. (Getty)

APPENDINO: «TORINO HA UNA STORIA DI PORTE APERTE»

La sindaca di Torino Chiara Appendino è intervenuta sul caso dicendo che le sue parole «pesano come un macigno». Su Facebook ha ricordato che quella della città piemontese è «storia di porte aperte». Ma «purtroppo nel nostro Paese episodi di discriminazione sono tornati a diffondersi, a essere tornata indietro però non è la città, solo alcune persone che non rappresentano che loro stesse. Torino non si rassegna».

Si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre


Chiara Appendino

Poi la sindaca ha aggiunto: «Negli ultimi tempi qualcosa in Italia è cambiato. In alcuni frangenti si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre, nelle pagine più vergognose dei libri di storia. Studiati sempre troppo poco». E ancora: «Non mi rassegno io, non si rassegnano migliaia di cittadini che quei pensieri li combattono ogni giorno, non si rassegna Torino. Perché Torino non è così».

La sindaca di Torino Chiara Appendino.

«SERVONO RISPOSTE CULTURALI E POLITICHE»

Com’è allora Torino? «Consapevole delle difficoltà, ma profondamente determinata nel rifiutare che queste possano essere ridotte al colore della pelle, alla religione, o a qualsiasi altra caratteristica della persona», ha concluso Appendino. «Rimango convinta che la discriminazione si combatta con risposte culturali e politiche, a tutti i livelli, che non possono tardare ad arrivare. La città proseguirà nel suo costante impegno in questa direzione, con tutti gli strumenti a sua disposizione».

ASCANI DEL PD: «UN COLPO AL CUORE»

La viceministra dell’Istruzione Anna Ascani del Partito democratico ha detto sempre su Facebook: «Il clima di intolleranza nel nostro Paese sta diventando insostenibile. La lettera con la quale la calciatrice della Juventus Eniola Aluko annuncia di lasciare l’Italia per questa motivazione è davvero un colpo al cuore. Mi ha colpito la frase “mi sono stancata di entrare nei negozi e sentirmi come se il proprietario si aspettasse che potessi rubare qualcosa”. Perché, davvero, fa capire come ci si sente, nella vita di tutti i giorni. E stupisce che tutto questo avvenga oggi, nel 2019».

La scuola ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze


Anna Ascani, viceministra dell’Istruzione

Quindi Ascani ha osservato: «Davvero incredibile come stiamo tornando indietro. È inaccettabile. Non possiamo permetterlo. Per questo la sua denuncia va presa sul serio: in Italia esiste un problema “razzismo” nel calcio, e non solo. E deve farci riflettere tutti. E soprattutto deve farci reagire. La scuola da questo punto di vista ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze. Dobbiamo chiederci dove il sistema fallisce e intervenire immediatamente. Dobbiamo garantire il rispetto dei diritti di ogni persona. È il razzismo che se ne deve andare via dal nostro Paese!».

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Imbrattate a Roma le targhe per le vittime delle leggi razziali

Erano recentemente state apposte dal Campidoglio al posto di quelle intitolate ai firmatari del manifesto della razza. La sindaca Raggi: «Una vergogna, ripuliremo subito».

Sono state imbrattate a Roma le due targhe dedicate alle vittime delle leggi razziali che la scorsa settimana per volere del Campidoglio avevano sostituito altre targhe che intitolavano le stesse strade ai firmatari del Manifesto della razza. A darne l’annuncio è stata la sindaca Virginia Raggi con un tweet. «Gesto vergognoso, ripuliamo subito», ha promesso.

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Il razzismo di Cellino con Balotelli e i precedenti nel calcio

Per il presidente del Brescia «Mario è nero, sta lavorando per schiarirsi». Poi parla di battuta fraintesa. Un po' come quelle di Passirani sulle banane a Lukaku, di Tavecchio e il famigerato Opti Pobà, di Lotito che parlò di «pelle normale» dei bianchi e poi ancora di Malagò, Sacchi, Eranio e pure Belloli sulle donne. Il vizietto discriminatorio degli uomini nel pallone.

Il 25 novembre era la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ma mentre si parlava di femminicidi qualcuno è riuscito a esibirsi in dichiarazioni razziste. Nel mondo del calcio, tanto per cambiare. Troppo difficile portare avanti più di una sensibilizzazione alla volta: probabilmente il presidente del Brescia Massimo Cellino non è dotato di questa abilità di multitasking. Così sì è fatto sfuggire un commento poco “tecnico”: «Cos’è successo a Mario Balotelli? Che è nero, cosa devo dire, che sta lavorando per schiarirsi, però c’ha molte difficoltà». Mario Balotelli sarebbe (è, in attesa di sviluppi dal mercato) un suo giocatore, il secondo più prezioso della rosa (valore 20 milioni, dietro solo a Sandro Tonali stando ai dati Transfermarkt). E per di più fresco bersaglio dei versi da scimmia che gli hanno riservato i tifosi delll’Hellas Verona il 3 novembre.

ENNESIMO TASSELLO NEL MOMENTO-NO DI SUPER MARIO

Ma Cellino non deve aver pensato a tutto questo e ha provato a motivare così l’attaccante dopo il periodo-no che oltre a questioni extra campo ha riguardato aspetti di gioco: prima la discussa sostituzione all’intervallo nella partita persa 4-0 in casa contro il Torino, poi la mancata convocazione in Nazionale – la qualificazione a Euro 2020 era già in tasca – nonostante il suggerimento del presidente della Figc, Gabriele Gravina, che voleva chiamare Super Mario come gesto simbolico anti-razzista. Infine, dopo la sosta del campionato, la cacciata dall’allenamento per scarso impegno e l’esclusione di Balo dalla trasferta di Roma.

IL RITORNELLO DELLA BATTUTA FRAINTESA

Dopo l’uscita di Cellino, il Brescia ha cercato di cancellare il guaio fatto: «Una battuta a titolo di paradosso, palesemente fraintesa, rilasciata nel tentativo di sdrammatizzare un’esposizione mediatica eccessiva e con l’intento di proteggere il giocatore stesso», è stato scritto in un comunicato. Ma ormai era tardi. E comunque Cellino si consoli: è solo l’ultimo di una lunga lista di esternazioni razziste che sono arrivate dai protagonisti del calcio italiano.

PASSIRANI E LE BANANE DA LANCIARE A LUKAKU

Luciano Passirani, ex dirigente di diversi club calcistici e opinionista nelle tivù locali, il 16 settembre 2019 parlando del centravanti dell’Inter Romelu Lukaku aveva detto: «Questo ti trascina la squadra. Questo nell’uno contro uno ti uccide, se gli vai contro cadi per terra. O c’hai 10 banane qui per mangiare che gliele dai, altrimenti…». Telelombardia ha deciso di non invitarlo più alle sue trasmissioni.

TAVECCHIO E IL FAMIGERATO OPTI POBÀ

Restando alla frutta, l’esternazione più famigerata è quella di Carlo Tavecchio del 2014: «L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare. Noi, invece, diciamo che Opti Pobà (nome inventato, ndr) è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio». Concetto che non gli impedì di diventare presidente della Federazione italiana giuoco calcio.

LOTITO E I BIANCHI CON LA PELLE «NORMALE»

La Lazio un presidente vero e non inventato ce l’ha, si chiama Claudio Lotito e il 2 ottobre 2019 ha parlato di razzismo dicendo che «non sempre la vocazione “buuu” corrisponde effettivamente a un atto discriminatorio razzista» perché tra le vittime ci sono anche «persone di non colore, che avevano la pelle normale, bianca, e non di colore».

LE CALCIATRICI «LESBICHE» E «HANDICAPPATE»

Parentesi femminile, nel senso delle vittime delle offese. L’ex presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, nel 2015 definì le giocatrici di calcio «queste quattro lesbiche», secondo quanto riportò il verbale di una riunione. Fu inibito per quattro mesi. Il già citato Tavecchio invece nel 2014, in un’intervista a Report, parlò così del movimento: «Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sotto l’aspetto della resistenza, del tempo, dell’espressione atletica. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili».

MALAGÒ E I SIMULATORI PEGGIO DEI RAZZISTI

Tornando al razzismo, il 25 settembre 2019 il presidente del Coni Giovanni Malagò ha detto che «è sbagliato se qualcuno fa “buuu” a un giocatore di colore, ma è ancora più sbagliato quando uno che guadagna 3 milioni di euro si lascia cadere in area e magari è anche contento di prendere un calcio di rigore». Poi si è corretto: «Non dico che il comportamento di chi simula sia peggiore di chi fa cori razzisti, ma ogni attore protagonista deve fare la sua parte nel modo eticamente migliore». Compreso il presidente del Coni.

SACCHI E L’ORGOGLIO ITALIANO ANTI-STRANIERI

Arrigo Sacchi, ex commissario della Nazionale e storico allenatore del Milan, nel 2015 dichiarò: «Io mi vergogno di essere italiano. Per avere successo siamo disposti a vendere l’anima al diavolo. Non abbiamo una dignità, non abbiamo un orgoglio italiano. Ci sono squadre con 15 stranieri. Oggi vedevo il torneo di Viareggio: io non sono un razzista, ho avuto Rijkaard, ma vedere così tanti giocatori di colore, vedere così tanti stranieri, è un’offesa per il calcio italiano».

ERANIO E I NERI NON CONCENTRATI QUANDO C’È DA PENSARE

Sacchi in rossonero incrociò Stefano Eranio, ex centrocampista. Una volta diventato commentatore televisivo, nel 2015 ai microfoni della tivù svizzera Rsi Eranio spiegò che «i giocatori di colore, quando sono sulla linea difensiva, spesso certi errori li fanno perché non sono concentrati. Sono potenti fisicamente però, quando c’è da pensare, spesso e volentieri fanno questi errori». Parlava del difensore della Roma Antonio Rüdiger. Fu licenziato.

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Il consiglio regionale della Lombardia dice no alla commissione Segre

Proposta dal Pd per contrastare intolleranza, razzismo e antisemitismo su modello di quella del Senato, è stata respinta con 42 no e 30 sì. Contrari Lega, Fdi, Forza Italia e tutto il centrodestra.

Il Consiglio regionale della Lombardia ha respinto con 42 No e 30 Sì la proposta del Pd di istituire una commissione consiliare speciale «per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza» sul modello di quella approvata in Senato su proposta della senatrice a vita Liliana Segre. Contrari Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, il gruppo Misto e gli altri esponenti del centrodestra, favorevoli Pd, M5S e gli altri consiglieri di opposizione.

RESTA L’INVITO PER UNA VISITA NEL GIORNO DELLA MEMORIA

La richiesta era stata inserita su proposta del consigliere Pd Pietro Bussolati tra i punti della mozione urgente presentata da Monica Forte del Movimento 5 Stelle, che è stata votata per parti separate. Gli altri punti sono stati approvati da tutte le forze politiche tranne Fratelli d’Italia e Viviana Beccalossi del Gruppo Misto, ma con alcune modifiche richieste dalla maggioranza. In sintesi il testo definitivo votato dall’Aula impegna la giunta regionale a invitare la senatrice Segre a una visita istituzionale in Consiglio regionale, «con l’auspicio – aggiunto da Forza Italia – che tale visita avvenga in una data vicina al giorno della memoria». Inoltre, a «manifestare a Liliana Segre la stima e la profonda solidarietà per le ignobili aggressioni di cui è stata oggetto e il nostro profondo rispetto per la sua storia personale sulla quale non è tollerabile alcuna forma di negazionismo e sottovalutazione». Su richiesta della Lega, infine, nelle premesse è stato posto un accenno di condanna alle contestazioni subite dalla Brigata Ebraica nel corso del corteo del 25 Aprile a Milano

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E ora i consiglieri comunali di Verona vogliono denunciare Balotelli

Dopo gli insulti razzisti al giocatore, mozione firmata da Lega e lista civica del sindaco contro «chi diffama la città».

Prima i versi della scimmia in Curva, poi il tentantivo di minimizzare da parte del sindaco. Ora il Comune di Verona potrebbe persino adire le vie legali nei confronti di Mario Balotelli e di chi ha diffamato la città. È quello che hanno proposto quattro consiglieri comunali in una mozione che ha come primo firmatario Andrea Bacciga, eletto con “Battiti“, la lista civica del sindaco Federico Sboarina. Gli altri firmatari sono i consiglieri della Lega Alberto Zelger, Paolo Rossi e Anna Grassi. Mentre il capo ultrà dell’Hellas è stato bandito dagli stadi fino al 2030.

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Il sindaco di Verona e Salvini minimizzano il caso Balotelli

Per Sboarina «è inaccettabile quello che sta succedendo alla città», visto che «nessuno allo stadio ha sentito quei cori». E il leader della Lega attacca Super Mario: «Fenomeno, vale più un operaio dell'Ilva che 10 come lui».

In mezzo a un coro di solidarietà c’è stato anche chi proprio non è riuscito a condannare gli ululati razzisti contro Mario Balotelli. A partire dal sindaco di Verona Federico Sboarina, che intervistato da Sky Tg24 e dall’Ansa ha minimizzato i cori dei tifosi dell’Hellas durante la partita contro il Brescia: «Sembra che la sentenza sia già stata scritta. È oggettivamente inaccettabile quello che sta succedendo alla nostra città».

IL SINDACO: «NESSUNO CAPIVA QUEL GESTO»

La linea del primo cittadino è derubricare il caso a poche urla di qualche persona in Curva: «Ribadisco, ero allo stadio e quando Balotelli ha calciato via la palla la sensazione di tutti è stata di stupore. Nessuno riusciva a spiegarsi perché».

RIPETUTA LA LINEA NEGAZIONISTA

Ci sono dei video dove però i buuu si sentono chiaramente. Ma Sboarina è andato dritto per la sua strada: «Non può esistere che da un presupposto che non esiste, perché allo stadio non ci sono stati cori razzisti, venga messa alla gogna una tifoseria e una città». A proposito di tifoseria, il discusso capo ultrà Luca Castellini ha detto, tra le altre cose, che «Balotelli non potrà mai essere del tutto italiano».

Balotelli è l’ultima mia preoccupazione, vale più un operaio dell’Ilva che 10 Balotelli, non abbiamo bisogno di fenomeni


Matteo Salvini

Non poteva mancare un commento al veleno di Matteo Salvini. L’ex ministro dell’Interno ha sempre lanciato frecciatine al centravanti («Non mi piaceva in campo, mi piace ancor meno fuori») e anche stavolta ha sviato davanti alle domande dei giornalisti in Senato: «Con 20 mila posti di lavori a rischio Balotelli è l’ultima mia preoccupazione, vale più un operaio dell’Ilva che 10 Balotelli, non abbiamo bisogno di fenomeni». Ribadendo in generale la solita condanna di antisemitismo e razzismo, la stessa peraltro annunciata dopo il mancato voto in favore della Commissione Segre.

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IL VESCOVO ZENTI: «VERONA NON È QUELLA DELLO STADIO»

Pure il vescovo Giuseppe Zenti ha difeso la città: «Verona non è quella che si vede allo stadio». Ambiente che però lui ha ammesso di non conoscere, sottolineando poi che Verona è da sempre «una città accogliente, inclusiva, ricca di associazioni di volontariato», che «non merita di essere infangata».

TOMMASI: «LA CITTÀ NON È RAZZISTA»

Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione italiana calciatori e veronese, ha detto: «Inutile girarci intorno, se qualcuno fa il verso della scimmia a un giocatore perché è di colore, quello è razzismo. Sento troppi “sì, ma”. E anche se sono solo due, sono troppi». Poi ha aggiunto: «Pochi sanno che il patrono, San Zeno, è un vescovo di colore, e che qui sono nati i comboniani attivi in Africa. Razzista non è una città, ma i comportamenti sì, quelli sono razzisti».

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Razzismo, Spadafora chiede all’Hellas e al sindaco di Verona di dissociarsi

Il ministro dello Sport: «La battaglia contro il razzismo, nello sport e nella società, deve essere ferma e condivisa». SuperMario su Instagram: «Qua state impazzendo ignoranti… Siete la rovina».

Nella polemica sui buu razzisti indirizzati da alcuni tifosi dell’Hellas Verona a Mario Balotelli infiammata dalle dichiarazioni del capo ultrà Luca Castellini è entrato a gamba tesa anche il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora.

«Troppo spesso le Società calcistiche hanno minimizzato e difeso – per ignavia, connivenza o timore – le frange estreme delle proprie tifoserie. Negli ultimi mesi qualcosa sta cambiando, ma ancora i passi da fare sono molti», ha scritto su Facebook il ministro. «In attesa che gli organi competenti svolgano gli accertamenti previsti chiedo all’Hellas Verona di condannare fermamente quanto avvenuto e prendere i necessari provvedimenti, anche alla luce delle dichiarazioni del suo capo ultrà, che non si addicono di certo a chi dovrebbe avere l’onere e l’onore di guidare una tifoseria». 

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Spadafora ha tirato in ballo anche il primo cittadino della città scaligera Federico Sboarina. Il ministro ha infatti chiesto anche al sindaco di Verona, «che ha negato che ieri ci siano stati cori razzisti e incolpato il giocatore Balotelli di aver avviato una gogna mediatica contro la città, di rivedere i filmati e prendere le distanze da quei cori, proprio a tutela della comunità cittadina che rappresenta. La battaglia contro il razzismo, nello sport e nella società, deve essere ferma e condivisa».

LA PROCURA FIGC: «ERANO IN 20, GLI ALTRI APPLAUDIVANO BALOTELLI»

Cori che, come hanno riferito fonti della procura Figc all’Ansa, ci sono effettivamente stati ma limitati a una ventina di tifosi, mentre il resto della curva avrebbe applaudito il giocatore del Brescia.

SUPERMARIO: «STATE IMPAZZENDO IGNORANTI, SIETE LA ROVINA»

Anche SuperMario è tornato a dire la sua, questa volta sui social. «Qua amici miei non c’entra più il calcio, state facendo riferimento a situazioni sociali e storiche più grandi di voi, piccoli esseri», ha scritto il giocatore in una story di Instagram dopo le dichiarazioni di Luca Castellini, il capo ultrà dell’Hellas. «Qua state impazzendo ignoranti… Siete la rovina. Però quando Mario faceva, e vi garantisco farà ancora gol per l’Italia vi stava bene vero? Le persone così vanno ‘radiate’ dalla società, non solo dal calcio. Basta mandare giù ora, basta lasciare stare».

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Cosa ha detto il capo ultrà del Verona dopo i buu razzisti a Balotelli

«Ha la cittadinanza, ma non potrà mai essere del tutto italiano». E poi ancora: «Ce l'abbiamo anche noi un negro in squadra». La delirante intervista di Luca Castellini, esponente di Forza Nuova.

Per Luca Castellini, capo della tifoseria dell’Hellas Verona ed esponente di Forza Nuova, Mario Balotelli «è italiano perché ha la cittadinanza, ma non potrà mai essere del tutto italiano». E alla domanda se la tifoseria veronese sia razzista, ha risposto così: «Ce l’abbiamo anche noi un negro in squadra, che ha segnato ieri, e tutta Verona gli ha battuto le mani». Non contento, Castellini ha aggiunto: «Ci sono problemi a dire la parola negro? Mi viene a prendere la commissione Segre perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?». Queste parole deliranti sono state raccolte dall’emittente Radio Cafè il 4 ottobre, all’indomani dei buu razzisti all’indirizzo del giocatore del Brescia.

Luca Castellini.

Ma per Castellini va tutto bene, è solo folklore: «Noi abbiamo una cultura identitaria di un certo tipo, siamo una tifoseria dissacrante, che prende per il culo il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo fa con istinti politici o razzisti. Questo è folklore, si ferma tutto lì. Come con il Milan due anni fa abbiamo esultato, abbiamo battuto le mani a Mario. Infatti l’arbitro, quando Balotelli ha buttato il pallone, non si è neanche reso conto del perché. E voi dovreste aspettare il giudice sportivo. Vedrete che la curva di Verona non sarà sanzionata. Quegli ululati sono di quattro persone che sono stati sentiti solo da chi ha fatto il video. Balotelli li ha sentiti nella sua testa».

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