Coronavirus, Arcuri: non è ancora il momento di tornare alla normalità

Il commissario per l'emergenza è stato chiaro: «dobbiamo però evitare di cominciare a pensare che stiamo vincendo, che abbiamo costretto l'avversario in un angolo e che stiamo per avere il sopravvento».

La lotta al Covid-19 è ancora nel suo pieno. Lo ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza e lo ha ribadito anche il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. «La nostra battaglia contro il coronavirus prosegue senza sosta», ha detto in conferenza stampa, «dobbiamo però evitare di cominciare a pensare che stiamo vincendo, che abbiamo costretto l’avversario in un angolo e stiamo per avere il sopravvento: gli indicatori ci dicono solo che stiamo cominciando a contenerne la portata. Ma la sua dimensione», spiega Arcuri, «seppure non uniforme è ancora rilevante. Bisogna astenersi dal pensare che sia già arrivato il momento di tornare a normalizzare comportamenti».

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I dati sui contagi da coronavirus in Italia del 30 marzo

Ecco i nuovi dati sui contagi da coronavirus in Italia del 30 marzo. In Lombardia i positivi sono 42.161, con..

Ecco i nuovi dati sui contagi da coronavirus in Italia del 30 marzo.

In Lombardia i positivi sono 42.161, con un incremento di 1.154 persone. Ieri l’incremento era stato di 1.592.

I pazienti ricoverati in ospedale sono 11.815, con un incremento di 202 persone. Ieri l’incremento era stato di 461.

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Borrelli: il rapporto di un malato certificato ogni 10 non censiti è «credibile»

Secondo il capo della Protezione civile il totale dei contagi in Italia potrebbe arrivare a oltre 630 mila. E in una intervista a Repubblica chiede per il dipartimento maggiore libertà d'azione: «Non siamo dei burocrati».

Per il secondo giorno consecutivo, il 23 marzo la crescita dei positivi al coronavirus ha rallentato sebbene timidamente.

Anche se sui numeri occorre fare alcune precisazioni. Lo ammette in una intervista a Repubblica il capo del dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli.

PER OGNI CASO CENSITO È CREDIBILE VE NE SIANO ALTRI 10

Per ogni malato censito, è «credibile» che ve ne siano almeno 10 non censiti. Questo significa portare il numero complessivo dei positivi a 630 mila, a fronte degli oltre 63 mila certificati. Che senso ha allora continuare a diffondere i dati nel bollettino delle 18? «Possono essere dati imperfetti», ammette il numero uno della Protezione civile, «ma dal primo giorno ho assicurato che avrei detto la verità, è un impegno che ho preso con il Paese. Se ora ci fermassimo ci accuserebbero di nascondere le cose».

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Circa il rallentamento della crescita dei contagi Borrelli spiega che evidentemente «le misure di due settimane fa cominciano a sentirsi». I numeri, però, restano ancora altissimi. Soprattutto in Lombardia. «Il numero dei casi lombardi», dice Borrelli, «è stato subito soverchiante, i medici si sono buttati nella cura e non hanno avuto più tempo di fare indagini». Il capo dipartimento punta il dito contro alcuni «comportamenti pubblici che hanno alimentato il problema nazionale». Anche la partita Atalanta-Valencia giocata a San Siro il 19 febbraio scorso «potenzialmente è stata un detonatore. Ma lo possiamo dire ora, con il senno di poi».

IL PROBLEMA PIÙ GRAVE È REPERIRE IL MATERIALE

Ora il problema più grave da risolvere è reperire il materiale medico sanitario: «Dovremmo poter comprare i ventilatori da terapia intensiva nei supermercati, le mascherine ad ogni angolo e invece stiamo faticando», attacca Borrelli. «India, Russia, Romania, Turchia: hanno bloccato le esportazioni. Vogliono essere pronti per i loro picchi. Siamo intervenuti con le ambasciate, ma temo che mascherine dall’estero non ne arriveranno più». Per questo è necessario che «riparta la produzione nazionale», il prima possibile. E anche la protezione civile deve essere rafforzata dopo i depotenziamento seguito alle gestioni di Bertolaso e di Gabrielli. In un momento come questo, è il ragionamento, il dipartimento ha bisogno di rapidità, «non siamo dei burocrati», aggiunge chiedendo maggiore «libertà d’azione».

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I dati dei contagi da coronavirus in Italia del 23 marzo

I casi totali sono 63.927, di cui 50.418 positivi, 6.077 le vittime e 7.432 i guariti. È il secondo giorno consecutivo in cui c'è una flessione sia nel numero dei malati, sia in quello dei decessi.

Superati i 50mila malati di coronavirus in Italia. Sono complessivamente 50.418, con un incremento rispetto a ieri di 3.780: domenica l’incremento era stato di 3.957. Il numero complessivo dei contagiati – comprese le vittime e i guariti – ha raggiunto i 63.927. Il dato è stato fornito dal commissario per l’emergenza Angelo Borrelli in conferenza stampa alla Protezione civile. Sono complessivamente 6.077 le vittime, con un aumento rispetto a ieri di 601, mentre l’aumento domenica era stato di 651. Sono, invece, 7.432 le persone guarite, 408 in più di ieri. Per il secondo giorno consecutivo subisce una flessione sia l’aumento dei malati che quello delle vittime.

GALLERA: «TREND IN CALO IN LOMBARDIA: È IL PRIMO GIORNO POSITIVO»

«Oggi si conferma il trend in calo, possiamo dire che è il primo giorno positivo, non è il momento per cantar vittoria ma finalmente vediamo una luce in fondo al tunnel». Lo ha detto L’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera, nella diretta Facebook per fare il punto sulla emergenza coronavirus nella regione aggiungendo che è il terzo giorno di dati in calo. «Il dato più bello» della giornata in Lombardia è il calo dei ricoveri, dato che è «il primo giorno che questo succede», ha continuato Gallera, spiegando che le persone ricoverate oggi sono 9.266, mentre ieri erano 9.439, quindi 173 in meno.

MILANO: CRESCITA NUOVI POSITIVI QUASI DIMEZZATA

Inoltre si è ridotta di quasi il 50% la crescita di casi positivi sia a Milano città che in tutta la provincia. Secondo i dati resi noti dall’assessore al Welfare, i positivi a Milano città sono 2.176 con un aumento di 137 casi, mentre ieri era di 210 e due giorni fa di 279. In tutta la provincia i positivi sono 5.326, con un aumento di 230, mentre ieri erano 424 in più e l’altro ieri 868-

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Lo chiamavano Mr Emergenza: profilo di Guido Bertolaso

Ex capo della Protezione Civile. Commissario praticamente a tutto. Ora qualcuno lo vorrebbe di nuovo in sella per gestire la crisi coronavirus. E lui, stando a sentire Berlusconi, non si tirerebbe indietro. Ma intanto salgono le quotazioni di De Gennaro.

«Ci vuole uno come Guido Bertolaso a dare una mano a Palazzo Chigi in questo momento. Anzi, forse ci vuole proprio Guido Bertolaso».

A lanciare il sasso nello stagno del dibattito politico, silenziato negli ultimi giorni dall’emergenza coronavirus, è ancora una volta, Matteo Renzi tramite un video pubblicato su Facebook.

Un nome, quello dell’ex numero 1 della Protezione civile, sicuramente divisivo vista la vicinanza a Silvio Berlusconi. Che infatti ha immediatamente benedetto un suo possibile ritorno in scena: «Sono certo sia disponibile», ha commentato il Cav, «e ha già dimostrato con i miei governi di essere capace di gestire gravi emergenze in modo esemplare». Secondo alcune indiscrezioni su Bertolaso convergerebbe anche Matteo Salvini, nonostante i passati attriti. Più difficile è fare digerire il nome a Pd e ai 5 stelle (è l’uomo degli inceneritori).

Ma Bertolaso non è l’unico candidato. Salgono infatti le quotazioni di Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia e attualmente presidente di Leonardo.

AL FIANCO DI SIRCHIA DURANTE LA SARS

Sicuramente a Bertolaso il cv non manca. Prima di essere l‘uomo in felpa cui affibbiare ogni grana italiana, è un medico, per di più specializzato in malattie tropicali (Master of Science in Public Health presso la Liverpool School of Tropical Medicine). Tra gli incarichi ricoperti anche quello di commissario straordinario per l’emergenza polmonite atipica. Scelto da Berlusconi nel 2003 per assistere l’allora ministro alla Salute Girolamo Sirchia nel periodo della Sars, finì per diventare più operativo del ministro stesso. «Il ministro della Salute è stato commissariato», accusò non a caso Rosy Bindi. Un rischio che si potrebbe ripresentare. Chiunque sarà nominato, potrebbe infatti commissariare Angelo Borrelli, capo della Protezione civile delegato all’emergenza coronavirus che gode della fiducia del premier Giuseppe Conte.

UN COMMISSARIO CHE PIACE AL CENTRODESTRA E AL CENTROSINISTRA

Una cosa è certa: Bertolaso fermo non ha mai saputo stare. Ci sarebbe il suo zampino anche dietro l‘apertura dello Spallanzani, l’ospedale romano che in queste settimane abbiamo imparato a conoscere. «Nel ’96 mi chiama Cosentino, assessore Ds della giunta Rutelli, per affidarmi lo Spallanzani, costruito e mai aperto», raccontò lui stesso. «Lo avverto: guardi che io sono amico di Andreotti. Mi risponde che non importa». Una volta si definì «democristiano», forse in onore all’amico Andreotti («un maestro»), ma presto divenne parecchio caro al centrosinistra. Fu Romano Prodi infatti a volerlo capo del dipartimento della Protezione Civile nel 1996.

Guido Bertolaso-

IL SOGNO DELLA PROTEZIONE CIVILE SPA

Fu poi scelto da Francesco Rutelli per gestire, nel 2000, l’organizzazione del Giubileo. Raccontò Rutelli: «A un certo punto monsignor Dziwisz si avvicina e dice: “Il papa vuole andare in mezzo ai ragazzi”. “Impossibile”, rispondiamo. “Insiste. Vuole andare”. E così Guido si mette alla guida della papamobile e apre la folla come il mar Rosso. Un vero miracolo». L’evento fu un miracolo tale che a Bertolaso nel 2005 vennero affidati pure i funerali di Giovanni Paolo II. Nel 2001 fu Berlusconi a volerlo alla guida della macchina della Protezione civile, incarico che ha mantenuto fino a novembre 2010. Erano gli anni d’oro. Quelli in cui il Cav vaneggiava di una Protezione Civile “Spa” che potesse agire al di fuori delle regole sulla trasparenza degli appalti per rispondere tempestivamente a ogni emergenza e di un Guido Bertolaso possibile ministro.

L’UOMO PER OGNI EMERGENZA

Durante la seconda esperienza al governo di Prodi, Bertolaso fu scelto come commissario straordinario per l‘emergenza rifiuti in Campania. Scelta condivisa anche da Silvio Berlusconi che lo nominò sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega all’Emergenza rifiuti. D’estate vanno in fumo ettari di macchia mediterranea? I roghi li estingue Bertolaso. Accade uno tsunami dall’altra parte del mondo? Si muove Bertolaso. Mezzo Paese frana con le alluvioni? Il fango lo spala Bertolaso. C’è da monitorare il Vesuvio? Arriva Bertolaso che lo monitora e forse lo placa pure. Riesce a uscirne bene anche quando accadono tragedie. È il caso del G8 di Genova. Bertolaso aveva messo agli atti da tempo il suo dissenso: «Non è la città più adatta». E infatti.

Guido Bertolaso durante la campagna elettorale a sindaco di Roma (Ansa)

LA CANDIDATURA (NAUFRAGATA) A SINDACO DI ROMA

I disastri li combinò invece in politica. Nel 2015, circa un anno prima delle Amministrative, venne scelto da tutto il centrodestra come candidato sindaco della Capitale. «Correrò per vincere», assicurò. Ma iniziò a inanellare una lunga serie di scivoloni. In una intervista a Repubblica arrivaò persino a dire: «Alle Comunali 2008, fra Rutelli e Alemanno votai per Rutelli». Non contento, aggiunse: «Sfida Rutelli-Berlusconi. Chi ha fatto la campagna elettorale di Rutelli? Io». In un’altra occasione, sparò a zero su Salvini: «Odia Roma» (dirà in seguito che scherzava) mentre sui rom argomentò: «Io mi metto sempre dalla parte dei più deboli e i rom sono una categoria che è stata vessata e penalizzata». Apriti cielo. La Lega Nord non volle più sapere di sostenerlo. «Salvini temeva diventassi ingombrante», sibilò a Panorama. Pure Fratelli d’Italia prese le distanze.

I PROCESSI E LE ASSOLUZIONI

E poi ci sono i processi. Da quello per il presunto coinvolgimento nello scandalo del G8 de La Maddalena, nei cui incartamenti finì un po’ di tutto, massaggi e favori di natura sessuale in cambio di appalti. Bertolaso ne uscì immacolato: il fatto non sussiste, sentenziarono i magistrati. Poi ci fu il processo Grandi Rischi bis in cui era accusato di aver sottovalutato i rischi di un possibile terremoto all’Aquila e di avere persino censurato gli allarmi. Anche qui assoluzione piena per non avere commesso il fatto. Una volta sbottò: «M’hanno accusato di ogni nefandezza, dallo sversamento illegale al procurato allarme passando per l’omicidio colposo. Pure di avere inviato troppi cessi all’Aquila. Tutto archiviato o prescritto». Già, le prescrizioni. Per il processo del G8 assicurò di non volersene avvalere, ma cambiò poi idea quando, nel 2007, il Pm chiese l’intervenuta prescrizione: «Il primo grado è durato 8 anni, poi ci sarebbe l’Appello e infine la Cassazione. E io dovrei stare ad aspettare?». Troppa attesa per l’uomo del fare.

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