Cattivo maestro coronavirus

Quanto vale la vita di un anziano? Il diritto alla salute si può conciliare con il diritto al lavoro? La nostra privacy è a rischio? Leader come Trump o Johnson avranno un futuro? Sono alcuni dei grandi temi su cui la pandemia ci costringe a riflettere. Un'antologia di articoli e saggi che offrono qualche risposta.

È meglio salvare un giovane cretino o un vecchio saggio? Sto estremizzando la riflessione di Louise Aronson, che sul New England Journal of Medicine si interroga sulle prospettive del post coronavirus.

Osservando come l’approccio alla terza e quarta età, le “persone fragili”, cambi enormemente se consideriamo una persona, mettiamo Sally, sotto l’aspetto geriatrico e sanitario (obesa, fibrillazione atriale, apnee notturne…), oppure umano e sociale («curiosa, piena di interessi, di amici, attivista politica…»).

La contrapposizione, che ho assunto un po’ arbitrariamente, serve anche per esplicitare la mia intenzione: abbozzare le questioni fondamentali sul Covid-19 attraverso una scelta estrema di articoli e contributi giornalistici. Un highlight superminimalista.

GRANDI ALLEVAMENTI CREANO GRANDI PANDEMIE

Società, economia e salute. Un triangolo in cui si gioca il conflitto secolare fra capitalismo e socialismo. «Il problema non è il capitalismo in sé, ma il capitalismo che è in noi», scrive Angel Luis Lara su El Diario, quotidiano spagnolo, proposto integralmente da il Manifesto. È un articolo lungo, quasi un saggio, che si concentra sulle cause economiche e antropologiche che hanno prodotto le epidemie. Che nell’ultimo secolo e soprattutto le più recenti hanno tutte un’origine animale e come focolaio iniziale la Cina. Dove esistono allevamenti sterminati, «50 volte più grandi del più grande esistente in Europa». Big Farms Make Big Flu è il titolo di un libro del biologo statunitense Rob Wallace che ricorda come la pandemia sia frutto del nostro modello economico e stile di vita. Che dobbiamo cambiare, perché altrimenti altre pestilenze epocali sono dietro l’angolo. «Noi non vogliamo ritornare alla normalità, perché la normalità è il problema».

VITE UMANE O PRODUZIONE? UN TRISTE CALCOLO

Naturalmente la ragione economica e finanziaria la pensa in tutt’altro modo: cinico che sia, e lo è, la salute e la malattia, al pari delle merci, hanno un costo. Come spiega The Economist, al di là delle ipocrisie ufficiali, ogni governo valuta i costi in vite umane e i costi del blocco della produzione. È un triste calcolo, A grim calculus, ma a prevalere, alla fine, sono i secondi. Governi e responsabili pubblici e sanitari sono sempre di fronte a questo dilemma: quale costo economico e sociale è sostenibile di fronte a un attacco pandemico?

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Secondo Lord Sumption siamo già ben oltre il sostenibile. I governi – per l’ex membro della Corte di giustizia inglese – in un’intervista a The Times, rilanciata da Milano Finanza, devono rapidamente decidere di correre rischi (calcolati) e riaprire tutto. «Ciò che è chiaro è che il Covid-19 non è la peste nera. È pericolosa per chi soffre di gravi condizioni mediche, soprattutto se è anziano. Per altri, i sintomi sono lievi nella stragrande maggioranza dei casi». D’altronde «non permettiamo forse alle automobili di circolare anche se sappiamo con certezza che ogni anno verranno uccise o mutilate migliaia di persone?».

L’OMBRA DEL GRANDE FRATELLO

Interrogativo questo quasi perfetto per l’apocalittico o complottista di turno. Che intravvede la società orwelliana nell’appropriazione dei nostri dati sanitari e nella sospensione di libertà personali e diritto alla privacy. Intrusioni che devono essere temporanee, chiede la Electronic Frontier Foundation. Ben più perentorio è invece Francesco Benozzo dell’Università di Bologna, candidato al Premio Nobel per la Letteratura dal 2015, che si dichiara «agli arresti domiciliari…in un momento di sospensione della democrazia».

DIRITTO ALLA SALUTE E DIRITTO AL LAVORO

A tutti noi credo però che oggi risulti più chiaro e concreto il dramma che da anni si consuma a Taranto fra salute e lavoro, fra morire di inquinamento o di fame. Nel caso del Covid-19 è infatti evidente la connessione fra pessima aria che si respira nella pianura padana e esplosione pandemica. Ma qui oltre alle cause ambientali giocano la diversa organizzazione sanitaria e le diverse politiche di contenimento messe in atto, soprattutto, dai poteri regionali.

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Il Financial Times evidenzia bene, con i dati e il tipo di provvedimenti assunti, la profonda diversità d’approccio e di risultati fra la Regione Lombardia (elevata ospedalizzazione, pochi tamponi e niente tracciamento dei potenziali contagiatori) e la Regione Veneto (molti tamponi, screening per gli asintomatici e diffusa assistenza domiciliare per i malati), entrambe leghiste, ma solo una funestata da una «ecatombe di massa».

DAVVERO NEL MONDO SI PRENDE L’ITALIA COME MODELLO?

Ma volendo allargare lo sguardo su scala globale, la comparazione delle politiche anti-pandemiche è offerta dal Mobility Google Report che attraverso gli spostamenti delle persone mostra quanto sia cambiata la percezione e dunque i comportamenti individuali durante il Covid-19. Ad esempio nella stessa giornata, il 30 marzo, in Australia la mobilità verso ristoranti, caffè e centri commerciali si è ridotta del 45% e del 19% quella verso negozi di cibo, mercatini, farmacie. In Italia invece è stata rispettivamente del 95% e dell’84%. Una differenza abissale. Ma la possibilità di confronti e raffronti concede anche una lettura “situazionista”, quella del collettivo Wu Ming che quotidianamente su Giap smonta le notizie Covid di giornata. Ad esempio è vero che «tutti i Paesi stanno seguendo l’esempio italiano» come ogni giorno ripete compiaciuto il premier Giuseppe Conte?

LA RISPOSTA DELLA GERMANIA AL COVID-19

Più seriamente il New York Times spiega perché la Germania abbia un alto numero di contagi, ma il minore numero di morti rispetto a tutti gli altri Paesi. Fattori decisivi sono una rete ospedaliera che non ha aspettato l’aggravarsi delle condizioni dei malati per ricoverarli come è avvenuto ad esempio in Italia, Spagna e Francia. Ossia una sanità pubblica che ha giocato d’anticipo, disponendo di un alto numero di letti e di unità di terapia intensiva. Oltre che di un’organizzazione preparata all’emergenza e capace di proteggere i propri medici e infermieri.

L’INADEGUATEZZA DI DONALD TRUMP

Ma la pandemia è stata combattuta con identica virulenza sul piano mediatico. Boris Johnson è forse la vittima più illustre delle fake, oltre che del coronavirus. Prima Sky in patria e poi tutti i media italiani gli hanno messo in bocca dichiarazioni sull’effetto gregge e sui tanti morti che il suo Paese avrebbe dovuto aspettarsi, che in realtà non ha mai detto. Già Antipatico e vanaglorioso il premier inglese è diventato ancor più odioso. Nessun dubbio invece sulla pessima gestione di Donald Trump, oscillante fra roboanti annunci e insulti dispensati ora ai cinesi ora all’Organizzazione mondiale della sanità. Addirittura c’è chi, Peter Wehner sull’Atlantic, sostiene autorevolmente, essendo anche della sua parte politica, che si è già giocato la rielezione: The Trump Presidency is over.

I DATI E LA STATISTICA

Per concludere un’ultima rilevazione. Proprio in senso statistico: i dati anticipati, in un’intervista a Avvenire, dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo. Uno su tutti: i morti di marzo 2019 per malattie respiratorie e polmonari sono stati maggiori di quelli per coronavirus di marzo 2020. In attesa delle cifre complete e ufficiali non c’è dubbio che questa sorprendente comparazione rafforza molto il partito dei «ritorniamo appena possibile alla normalità». Però, è sommamente augurabile, non come prima!

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Perché Tik Tok preoccupa il Garante per la privacy

L'authority italiana ha chiesto al Comitato europeo per la protezione dei dati personali di attivare una task force specifica sul social network, molto popolare tra i giovanissimi.

Il Garante per la privacy italiano ha chiesto al Comitato europeo per la protezione dei dati personali, che riunisce tutte le authority nazionali in materia, di attivare una specifica task force per analizzare i rischi derivanti dall’uso del social network Tik Tok. Il Garante ha segnalato la necessità di procedere «in maniera forte e coordinata, anche in considerazione della delicatezza e della rilevanza» della piattaforma e della sua popolarità tra gli utenti più giovani.

Nella lettera inviata al Comitato, il presidente Antonello Soro ha ricordato che il Garante italiano ha già ricevuto «alcune segnalazioni in merito alle possibili vulnerabilità» di Tik Tok. E che anche altre autorità, come l’Ico britannica e la Ftc americana, hanno avviato «indagini autonome».

Soro ha chiesto quindi che la questione venga trattata in occasione della prossima riunione plenaria del Comitato europe, che si terrà a Bruxelles il 28 e 29 febbraio.

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Il Garante della privacy contro l’archiviazione integrale delle fatture elettroniche

Secondo l'authority i dati memorizzati dall'Agenzia delle entrate comprendono anche informazioni non rilevanti ai fini tributari. Parlamento invitato a modificare la norma contenuta nel decreto fiscale.

L’archiviazione integrale per otto anni di tutte le fatture elettroniche emesse e ricevute da parte dell’Agenzia delle entrate, compresi i dati non fiscalmente rilevanti e quelli relativi alle prestazioni fornite, per il Garante delle privacy è «sproporzionata». L’authority ha quindi invitato il parlamento a «vagliare l’effettiva necessità» di questa norma, valutando la possibilità di sostituirla con procedure «meno invasive» per i cittadini o semplicemente di «oscurare i dati non fiscalmente rilevanti».

LA NORMA È CONTENUTA NEL DECRETO FISCALE

Nella memoria che il Garante ha trasmesso alla commissione Finanze della Camera, dove sono in corso le audizioni sul decreto fiscale, ci si concentra sull’articolo 14 del provvedimento, che consente per l’appunto all’Agenzia delle entrate di memorizzare i file delle fatture elettroniche per gli otto anni successivi alla presentazione della dichiarazione dei redditi.

ARCHIVIAZIONE FINALIZZATA ALL’ANALISI DEL RISCHIO-EVASIONE

L’archiviazione è finalizzata all’analisi del rischio-evasione e all’esecuzione di controlli sia da parte della stessa Agenzia delle entrate, sia da parte della Guardia di finanza in caso di inchieste giudiziarie. Ma secondo il Garante per la privacy, quantità e qualità dei dati archiviati sarebbero eccessive. Anche perché l’intero patrimonio di informazioni sarebbe esposto a rischi di «esfiltrazione o attacchi informatici», per fronteggiare i quali servirebbero apposite leggi.

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