Pensione giugno 2020 in pagamento con trattenute fiscali


La pensione di giugno 2020 in banca viene accreditata lunedì 1° giugno 2020, mentre il pagamento tramite Poste Italiane in contanti o con accredito viene effettuato secondo l'ordine alfabetico in base al cognome del pensionato. Il calendario pagamento va da martedì 26 maggio a lunedì 1 giugno, anche per l'assegno ordinario di invalidità. La pensione di giugno 2020 per alcuni pensionati è più bassa: l'Inps ha annunciato trattenute per debiti di natura fiscale, accanto a trattenute Irpef e addizionali regionali e comunali, contenute nella Certificazione unica 2020.
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Poste e Carabinieri, accordo per portare a domicilio la pensione agli anziani

Il servizio è dedicato ai cittadini con età pari o superiore a 75 anni che percepiscono prestazioni previdenziali presso gli uffici postali, che riscuotono normalmente la pensione in contanti.

Poste e l’Arma dei Carabinieri hanno stretto un accordo per «tutti i cittadini di età pari o superiore a 75 anni che percepiscono prestazioni previdenziali presso gli uffici postali, che riscuotono normalmente la pensione in contanti», spiega l’azienda in una nota. In questo modo, circa «23 mila pensionati potranno richiedere, delegando al ritiro i Carabinieri, la consegna della pensione a domicilio per tutta la durata dell’emergenza da Covid-19, evitando così di doversi recare negli uffici postali».

UN SERVIZIO PER CONTENERE ULTERIORMENTE IL CONTAGIO

Il servizio, spiegano, «non potrà essere reso a coloro che abbiano già delegato altri soggetti alla riscossione, abbiano un libretto o un conto postale o che vivano con familiari o comunque questi siano dimoranti nelle vicinanze della loro abitazione». L’accordo, sottolinea il comunicato congiunto, «è parte del più ampio sforzo messo in atto dai due partner istituzionali, ciascuno nel proprio ambito di attività, per contrastare la diffusione del Covid-19 e mitigarne gli effetti, anche mediante l’adozione di misure straordinarie volte ad evitare gli spostamenti fisici delle persone, ed in particolare dei soggetti a maggior rischio, in ogni caso garantendo il mantenimento della distanza interpersonale di almeno un metro».

INIZIATIVA ATTIVA PER TUTTA LA DURATA DELL’EMERGENZA COVID-19

L’iniziativa permette anche di tutelare i soggetti beneficiari dalla commissione di reati a loro danno, quali, truffe, rapine e scippi. In base alla convenzione «i Carabinieri si recheranno presso gli sportelli degli uffici uostali per riscuotere le indennità pensionistiche per poi consegnarle al domicilio dei beneficiari che ne abbiano fatto richiesta a Poste Italiane rilasciando un’apposita delega scritta. I pensionati potranno contattare il numero verde 800.556670 messo a disposizione da Poste o chiamare la più vicina Stazione dei Carabinieri per richiedere maggiori informazioni». Il nuovo servizio verrà assicurato «per l’intera durata dell’emergenza Covid-19».

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Coronavirus, anticipo alle Poste a 850 mila pensionati

Lo fa sapere Spi-Cgil: «Misura positiva perché punta ad evitare assembramenti, in particolare di persone che corrono gravi rischi se contagiati».

Sono 850 mila i pensionati che potranno beneficiare dell’anticipo e dello scaglionamento su più giorni del pagamento delle pensioni per i mesi di aprile, maggio e giugno. Si tratta nello specifico di tutti quelli che riscuotono la pensione direttamente in contanti presso le Poste e di quelli che hanno il libretto ma non il Postamat. Lo fa sapere lo Spi-Cgil, che parla di misura «positiva perché punta ad evitare assembramenti, in particolare di persone che più di altre corrono gravi e pesanti rischi se contagiati dal virus» ma chiede la messa in onda di spot televisivi.

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L’Italia dei pensionati felici e dei giovani impoveriti

Nel nostro Paese regna la retorica della vecchiaia miserabile e indigente. Non che non esista, ma i dati dicono che la vera emergenza è rappresentata dalla fascia compresa dai 15 ai 24 anni. Che si chiede perché dovrebbe pagare contributi per un assegno che forse non percepirà mai.

«Che succede, ragazzo?». «Niente vecchio, non mi tornavano i conti, ne mancava uno». È il dialogo finale di Per qualche dollaro in più fra Lee Van Cleef e Clint Eastwood.

Perfetto per sintetizzare in una riga le tante questioni aperte del rapporto giovani-vecchi nel nostro Paese.

A partire dai conti (anagrafici, generazionali, sociali, lavorativi, pensionistici) che non tornano più. E dunque ci obbligano a rifarli, ma in un contesto e in uno scenario letteralmente sottosopra. Per dirne solo una, mentre l’Istat certificava che nel 2019 sono crollate le nascite, un dato che ci riporta al 1861, la popolazione egiziana ha toccato quota 100 milioni.

I GIOVANI SONO VITTIME DI POLITICHE SCIAGURATE

Il crescente invecchiamento della popolazione è in tutto l’Occidente una questione epocale. Però in Italia aggravata dalla sottovalutazione di un fenomeno che investe pesantemente giovani e giovanissimi che stanno pagando il conto, via via più salato, di politiche sciagurate. Perché di breve respiro, non sostenibili a medio-lungo termine, soprattutto se, come concordano le previsioni più accreditate, aumenterà la durata media della vita e si ridurranno le nascite, in un contesto di bassa crescita economica, inefficienza di sistema, dispersione del capitale umano giovanile.

LA GUERRA DI RELIGIONE PENSIONISTICA

Ma preliminare a ogni altra considerazione è lo scarto enorme, che da 20 anni non viene scalfito, esistente tra l’infinità di studi seri e la messa in campo di efficaci interventi correttivi. Al punto da trasformare una legittima, ma sconsiderata, opposizione alla Legge Fornero, in una guerra di religione pensionistica, che ha prodotto il populistico Quota 100. Ovvero come mandare in pensione anticipata gente di 60 anni, dunque ancora giovane secondo gli standard attuali di longevità, che aveva un lavoro, in nome di una fantomatica liberazione di posti per i più giovani.

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Il risultato, al momento il solo, è stata la messa in crisi di numerosi settori (in primis la sanità pubblica), trovatisi con molti ruoli e funzioni scoperti, in assenza di un turnover programmato. Con colpevole disprezzo di un’evidenza conclamata che registra tassi d’occupazione complessivi maggiori in Paesi dove l’età pensionabile è più elevata (Svezia) o dove si può continuare a lavorare senza limiti d’età (Usa), o se si è dipendenti pubblici si può restare al lavoro sino a 80 anni (Giappone). 

L’ITALIA È IL PAESE PIÙ VECCHIO D’EUROPA

Tuttavia non è sugli effetti deleteri del populismo pensionistico che voglio puntare l’attenzione. Bensì sulla situazione sociale, che è anche psicologica e, se mi passate il termine, sentimentale della Terza età e pure della Quarta. Che da un po’ di anni vede aumentare in modo consistente le persone che superano largamente gli 80 anni, andando a costituire una platea di popolazione destinata ad allargarsi sensibilmente. Con tutti i problemi sanitari, economici, sociali del caso.

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Già oggi gli over 65 – dati Eurostat sulla popolazione 2017- sono il 34,8% della popolazione e con tale dato siamo il Paese più vecchio dell’Europa comunitaria (29,9% è la media). E il secondo al mondo dopo il Giappone (con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani). Nel contempo, come abbiamo già detto, la natalità ha registrato il picco più basso nell’anno appena passato. 

ABBIAMO TASSI DI LONGEVITÀ DA PRIMATO

Tuttavia gli over 60 italiani rispetto ai loro coetanei europei e mondiali hanno un tasso di longevità da primato. A integrazione di alcune considerazioni di due settimane fa, riporto testuale dall’Osservatorio salute 2019, «l’Italia secondo gli ultimi dati disponibili di fonte europea Eurostat, nel 2016 si colloca al primo posto per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (81,0 anni) e al terzo posto dopo Spagna e Francia per le donne (85,6 anni), a fronte di una media dei Paesi dell’Unione europea di 78,2 anni per gli uomini e di 83,6 anni per le donne. Anche rispetto agli anni di vita attesa all’età di 65 anni gli uomini e le donne italiane vivono più a lungo rispetto alla media europea (rispettivamente, 19,4 anni vs 18,2 anni e 22,9 anni vs 21,6 anni)».

LA RETORICA DELLA VECCHIAIA INDIGENTE E MISERABILE

Insomma chi ha l’età in Italia se la passa piuttosto bene anche dal punto di vista del benessere psico-fisico e della qualità della vita. È sempre Eurostat a certificare che in Italia ci si ammala meno, anche nelle patologie più gravi e diffuse come il diabete. E che problemi di minore autosufficienza o ridotta capacità di amministrarsi da soli cominciano a porsi dopo i 75 anni. Però a tenere banco mediatico sono di norma i casi di vecchiaie indigenti e miserabili. Che certo esistono e sono avvilenti. Ma che fanno velo e spesso distorcono o addirittura nascondono una realtà molto migliore di quella raccontata, soprattutto dalla tivù ultra-populista di Rete4 e dai sindacati. 

LA CLASSIFICA DELLA POVERTÀ

Che l’Italia non sia un Paese per giovani è noto da tempo. Ma non si pensava, e credo molti converranno, che l’Italia fosse, anzi sia, visto che il dato è molto recente, uno dei Paesi in cui la popolazione over 65 è meno povera, o ben più ricca di quel che si pensa, di tanti altri Paesi che nella percezione comune dovrebbero stare molto meglio di noi. Spectator Index sulla base di dati Ocse ha twittato a inizio settimana una tabella sulle persone oltre i 65 anni che vivono in condizioni di povertà, che è clamorosa. Ma forse proprio per questo passata sotto silenzio mediatico.

In testa a questa poco onorevole classifica troviamo Australia (35,5%), Usa (21,5%) e Giappone ( 19,4%) che sono rispettivamente il quarto, primo e secondo Paese più ricco al mondo. L’Italia è in posizione mediana, ma migliore di Gran Bretagna e Germania. Però ancor più sorprendente è il 6,9% della Grecia. Mentre il 2% dell’Olanda è l’ulteriore conferma di una Paese che è primatista in tutti i campi civili e sociali. Il 3,9% della Francia indirettamente spiega, invece, perché i francesi si stanno rivelando i più accaniti in Europa nell’opporsi a ogni riforma pensionistica.

SONO I GIOVANI A PASSARSELA PEGGIO

Ora se provassimo a fare gli stessi conti chiedendoci quanti sono i giovani fra i 15-24 anni che vivono in condizioni di povertà avremmo la prova, visto che in questa fascia d’età la disoccupazione è al 28,9% (dati Eurostat e Istat di ottobre 2019), che è giovanile la vera emergenza, economica e sociale. I veri poveri, i nuovi poveri sono loro: giovani uomini e giovani donne che trovano difficile capire perché dovrebbero pagare contributi per una pensione che non percepiranno. Ma la misura di questa realtà italiana capovolta, e sempre più ingiustificabile, visto il crescente depauperamento della meglio gioventù che scappa all’estero (nel 2018 sono partiti 117 mila italiani di cui 30 mila laureati) lo offre l’impietoso confronto fra pensioni dei vecchi e stipendi dei giovani. Lo stipendio medio d’ingresso dei 24-35enni (Osservatorio JobPricing) è di 23.586 euro, fra i più bassi d’Europa, mentre un pensionato su quattro (24,7%) si colloca nella fascia di reddito superiore ai 2.000 euro lordi. Ribadire che i conti  proprio non tornano è il minimo. Anche perché leggendo per bene il settimo Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano, come ha fatto nei giorni scorsi Alberto Brambilla sul Corriere della Sera, si scopre che la pensione in Italia è come vincere un terno al lotto. Visto che, per quanto basse siano, il 36% delle pensioni viene pagato a persone che non hanno mai pagato i contributi e che su 16 milioni di pensionati circa il 50% è parzialmente o del tutto assistito dallo Stato.

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Come potrebbe cambiare la riforma delle pensioni in funzione di quota 100

L'eventuale pacchetto al vaglio del governo potrebbe entrare in vigore solo dal 2022, quando finirà la sperimentazione della misura voluta dalla Lega. Muro dei sindacati: no a una fine anticipata.

La riforma della previdenza alla quale sta lavorando il governo e sulla quale è partito il confronto con il sindacato potrebbe entrare in vigore solo nel 2022, a meno che non si decida l’anticipo della fine della sperimentazione di quota 100 al termine di quest’anno. In pratica l’entrata in vigore delle nuove misure dovrebbe essere simultanea all’interruzione della possibilità di uscita con 62 anni di età e 38 di contributi. A spiegarlo è stato il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta parlando di operazione «in contemporanea».

AL CENTRO LA QUESTIONE DELLA FLESSIBILITÀ

«Io non escludo», ha detto, «di anticipare la conclusione di quota 100. La partenza deve essere simultanea». Il problema principale resta quello della flessibilità in uscita che eviti di tornare allo scalone (67 anni di età per tutti coloro che non hanno almeno 42 anni e 10 mesi di contributi se uomini o 41 e 10 mesi se donna) una volta esaurita la misura fortemente voluta dalla Lega. La sperimentazione scade a fine 2021 e i sindacati hanno più volte detto che deve arrivare alla scadenza naturale. Ma il governo non ha intenzione di mettere sul tema risorse superiori a quelle già ingenti previste per quota 100. «Occorre che gli incontri», ha detto il segretario confederale Uil Domenico Proietti, «portino a definire una flessibilità in uscita più diffusa intorno ai 62 anni per rispondere alle esigenze delle diverse tipologie di lavoro».

CGIL CONTRARIA ALLA FINE ANTICIPATA DI QUOTA 100

Quota 100 lascia fuori i lavoratori più deboli a partire dalle donne che difficilmente raggiungono i 38 anni di contributi e quindi la richiesta è di una flessibilità più diffusa che però naturalmente costerebbe di più. «Il governo», ha aggiunto Proietti, «deve postare risorse sufficienti, superiori ai risparmi» ottenuti dal minore utilizzo di quota 100 rispetto alle previsioni. Al momento il governo ha solo ascoltato senza fare proposte ma quando il confronto entrerò nel vivo «bisognerà parlare di tutto», ha detto Baretta, anche del calcolo contributivo degli assegni delle persone che dovessero anticipare l’uscita. «Apprezziamo che si riconosca il tema della flessibilità in uscita», ha detto il segretario confederale Cgil Roberto Ghiselli, «ma confermiamo la nostra contrarietà ad anticipare la fine della sperimentazione di quota 100 e al ricalcolo contributivo».

NEL 2019 PREVISTO UN AUMENTO DELLA SPESA

Intanto il Centro studi Itinerari previdenziali ha presentato il Rapporto annuale dal quale si evince che quasi la metà dei pensionati italiani (quasi otto su sedici) ha prestazioni totalmente o parzialmente “assistite” e quindi a carico della fiscalità generale e non basate sui contributi versati. Ogni pensionato ha in media 1,42 assegni, emerge dal Rapporto: mentre un pensionato su quattro ha due pensioni, il 6,7% ne ha tre e l’1,3% addirittura 4. In pratica – si sottolinea – se è vero che circa il 40% dei pensionati ha redditi da pensione inferiori a due volte il trattamento minimo (1.014 euro) è anche vero che molti di loro hanno versato pochi contributi o non ne hanno versati affatto. La spesa assistenziale nel 2018 è calata a 105 miliardi dopo una crescita sostenuta dal 2008 ma già nel 2019, secondo le stime, ha ripreso la sua crescita per sfondare di nuovo quota 110 miliardi, anche grazie al Reddito di cittadinanza.

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Pensione febbraio 2020 in pagamento tra arretrati e trattenute


Il pagamento della pensione di febbraio 2020 arriva sabato 1 febbraio 2020 tramite Poste Italiane e lunedì 3 febbraio 2020 tramite banche. L'Inps dovrebbe erogare gli arretrati dopo gli errori nella pensione di gennaio 2020 tra trattenute in eccesso e disapplicazione degli aumenti post Bonus Poletti. Per molti pensionati la pensione di febbraio può risultare più bassa come netto percepito per effetto della tassazione Irpef e delle addizionali regionali e comunali che supera l'aumento della pensione da gennaio 2020. Eccome come controllare i calcoli della pensione Inps.
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I dati Inps sulle pensioni concesse nel 2019

Lo scorso anno si è chiuso con un numero di domande invariato sul 2018. Ma aumentano i trattamenti anticipati: +29,4%. E solo il 20% dei lavoratori si ritira a 67 anni.

Nel 2019 l’Inps ha liquidato 535.573 nuove pensioni, un dato sostanzialmente in linea con il 2018 (537.160) ma ha registrato un aumento consistente dei trattamenti anticipati (+29,4%) a 196.857 unità anche grazie all’introduzione della cosiddetta Quota 100 e all’aumento di cinque mesi per l’età di vecchiaia che dall’inizio dell’anno scorso è accessibile a 67 anni. Per le pensioni di vecchiaia nel complesso si registra un calo del 15,6% a 121.495, un numero molto inferiore alle uscite anticipate.

SOLO IL 20% DEI DIPENDENTI VA IN PENSIONE A 67 ANNIS

Secondo il monitoraggio Inps sui flussi di pensionamento solo 33.123 dipendenti nel 2019 hanno lasciato il lavoro a 67 anni con la pensione di vecchiaia mentre 126.107 sono andati in pensione anticipata quindi prima di questa età. L’istituto di previdenza ha fatto sapere che tra le pensioni liquidate ai lavoratori dipendenti nell’anno il 20,8% ha riguardato le pensione di vecchiaia e il 79,2% quelle legate all’anzianità contributiva. Per le pensioni di vecchiaia si è registrato un calo del 29,81% rispetto al 2018 mentre per le pensioni di anzianità l’aumento è stato del 32,81%.

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Stop del Portogallo alle pensioni senza tasse per gli stranieri

Il governo socialista di Lisbona vuole introdurre un'imposta massima del 10%, con un pagamento minimo di 7.500 euro, sul reddito annuo dei residenti non abituali.

La pacchia non è ancora finita, ma presto i pensionati stranieri in Portogallo non potranno più godere di assegni completamente senza tasse.

Il governo socialista di Lisbona ha infatti presentato un emendamento alla legge di stabilità con cui introduce un’imposta massima del 10%, con un pagamento minimo di 7.500 euro, sul reddito annuo dei pensionati che hanno lo status di residenti non abituali.

Manca ancora il via libera del parlamento, ma è molto probabile che arrivi visto che i socialisti hanno 108 seggi su 230. Ottenere la maggioranza necessaria per far passare la misura non dovrebbe essere un’impresa troppo ardua.

Il provvedimento, in ogni caso, non sarà retroattivo e si applicherà solo ai nuovi arrivati. E gli imprenditori del settore edile sono già sul piede di guerra: «Scoraggiare gli investimenti stranieri è un crimine contro la nazione», ha detto Luis Lima, numero uno dell’associazione portoghese degli intermediari immobiliari.

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Pensioni, le ipotesi per superare Quota 100

Quota 102. No, 99. Con bonus alle madri. Uscita dal lavoro a 62 anni. La discussione sulla riforma previdenziale in vista del tavolo del 27 gennaio.

Se il governo giallorosso supererà indenne le Regionali di domenica 26 gennaio, la prossima sfida che il Conte Bis troverà sul proprio cammino sarà provare a pensionare Quota 100 nel modo meno traumatico possibile per i lavoratori interessati.

Il 27 gennaio si apre il tavolo delle trattative con i sindacati per decidere il contenuto della riforma che, comunque, non potrà essere attuata prima del 2021, quando cioè chiuderà la finestra della norma vigente voluta dalla Lega.

Un arco temporale sostanzioso, utile tanto a reperire le risorse necessarie quanto a stemperare eventuali e inevitabili frizioni, dato che tutte le parti interessate si presenteranno all’incontro con proposte molto diverse tra loro. Il governo è orientato a fissare l‘età pensionabile a 64 anni. Numero che non va affatto bene alle parti sociali.

COSA ACCADE DOPO QUOTA 100

Senza interventi volti a rifinanziare Quota 100 (ipotesi improbabile: non solo mancherebbero le risorse e torneremmo a essere gli attenzionati d’Europa, ma è una misura su cui Matteo Renzi e Italia viva non sono disposti a trattare) o a mettere in campo riforme cuscinetto, dal primo gennaio 2022 non si potrà più andare in pensione a 62 anni d’età, avendo maturato 38 anni di contributi, ma bisognerà aspettare i 67 anni e due mesi.

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Il 27 gennaio si apre il tavolo delle trattative con i sindacati per decidere il contenuto della riforma che, comunque, non potrà essere attuata prima del 2021.

Tra le 23.59 del 30 dicembre e la mezzanotte di Capodanno pochi italiani avranno voglia di festeggiare: chi è in procinto di andare in pensione dovrebbe rimanere al lavoro per oltre cinque anni. Un balzo significativo, che supera persino quello di tre anni causato dalla riforma Maroni (legge 243/2004) e che rischia di tirare la volata alla Lega, la quale invece potrà agevolmente provare agli elettori di essersi dimostrata molto attenta alle esigenze dei pensionandi. In un Paese anagraficamente vecchio come il nostro, nessuna forza politica ha voglia di presentarsi alle prossime Politiche (nel 2023?) senza prima aver disinnescato una potenziale bomba.

QUOTA 102 PER EVITARE LO SCALONE

Tra le ultime proposte c’è la Quota 102 avanzata da Alberto Brambilla, presidente del centro studi Itinerari Previdenziali ed esperto ascoltato dalla Lega. La soluzione permetterebbe ai lavoratori di andare in pensione una volta raggiunti i 64 anni di età e i 38 anni di contributi, così da attutire per quanto possibile le diseguaglianze tra chi è riuscito a ritirarsi dal lavoro anticipatamente sfruttando la finestra aperta da Matteo Salvini e chi, invece, dovrà sottostare al nuovo regime. 

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In realtà Quota 102 è una versione dolce di quella Quota 103 che sempre Brambilla avanzò lo scorso autunno. Un leggero ritocco a favore dei lavoratori, indice del fatto che i tecnici stiano grattando il fondo delle casse dell’istituto previdenziale pur di trovare le risorse necessarie. E non sarà affatto facile dato che, proprio a causa di Quota 100, nel 2022 la spesa pensionistica sfonderà il ragguardevole tetto dei 300 miliardi di euro. Ma l’imperativo per gli azionisti del governo è mettere in piedi una riforma che non faccia rimpiangere troppo la norma leghista, evitando così di fornire un ennesimo assist elettorale a Salvini.

Pasquale Tridico, n. 1 dell’Inps (La Presse).

VERSO UNA QUOTA 99 PIÙ BONUS ALLE MAMME

Un’altra proposta di mediazione è arrivata martedì 21 gennaio dal Pd. Una sorta di Quota 99. «Uscire a 64 anni e 35 di contributi, senza penalizzazioni», ha anticipato a Repubblica Francesca Puglisi, sottosegretario dem al Lavoro. Che aggiunge i bonus: «Un anno di contributi in più alle madri per ogni figlio. E ai giovani una pensione di garanzia fino a 750 euro al mese, a integrazione dei contributi versati, a patto che abbiano almeno 20 anni di contributi». Una proposta simile a quella del senatore Pd Tommaso Nannicini che però prevede, continua Puglisi, «un’uscita a 64 anni e 20 di contributi, ma con il ricalcolo contributivo per chi è nel sistema misto».

LA VERSIONE DELL’INPS

Il numero 1 dell’Inps Pasquale Tridico, pentastellato certamente non favorevole a misure d’austerità (è stato il super consulente di Luigi Di Maio sul reddito di cittadinanza), intervistato da Repubblica ha detto che «la flessibilità rispetto ai 67 anni va garantita. Si fissa», ha spiegato, «una linea di età per l’uscita, poi il lavoratore deve essere libero di scegliere quando andare in pensione». Con una precisazione che non farà piacere ai sindacati: «Ovviamente», ha infatti aggiunto, «con ricalcolo contributivo come avverrà per tutti dal 2036». I rappresentanti dei lavoratori non troveranno davanti a loro quel muro invalicabile che avrebbe rappresentato il rigorista Tito Boeri, pensionato in fretta e furia dal passato esecutivo gialloverde, ma le divergenze non mancheranno.

landini piazza governo
Il segretario della Cgil Maurizio Landini.

LANDINI PUNTA AI 62 ANNI E AL SUPERAMENTO DELLE FORNERO

E le ha anticipate dalle colonne della Stampa il segretario della Cgil Maurizio Landini: «In pensione a partire da 62 anni» e la necessità di «superare la legge Fornero», in quanto, ha spiegato, «è evidente a tutti che ha aumentato le diseguaglianze e non ha risolto i problemi». E sempre sul quotidiano piemontese Fornero ha risposto sottolineando che «il futuro previdenziale che Landini prospetta è analogo al passato, fatto di instabilità, assistenzialismo misto a ingiustizia, mancanza di risorse per i giovani, le famiglie e anche gli anziani bisognosi di cure». Landini, secondo l’ex ministra del Lavoro, «non cede al “mantra” politicamente popolare di “cancellare la Fornero” ma è difficile non vedere l’ampia dose di populismo nelle sue proposte».

L’ALLARME OCSE: GIOVANI IN PENSIONE A 71 ANNI

Su tutto ciò incombe poi l’allarme lanciato a fine 2019 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico nel report Pensions at a Glance 2019 secondo cui la maggior parte dei giovani italiani che oggi si affaccia sul mondo del lavoro non riuscirà ad andare in pensione prima dei 71 anni. Questo non perché il legislatore aggancerà nuovamente l’età pensionabile all’allungamento della speranza di vita, ma perché sarà la sola tipologia di pensione accessibile per chi oggi deve vedersela con un mondo del lavoro così ostile. Attualmente, la pensione di vecchiaia, ovvero la pensione che spetta a chi non è riuscito a versarsi un numero sufficiente di contributi, presenta due opzioni: 67 anni di età e 20 anni di contributi, oppure, ultima spiaggia, 71 anni di età e appena 5 anni di contributi. Ecco: i 20 anni di contributi saranno un miraggio per i più. 

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Perché l’Italia è un Paese fondato sulle pensioni

Secondo l'Istat per 7,4 milioni di famiglie quella dei "nonni" è la prima fonte di reddito. Utile per allontanare il rischio povertà. Nel 2018 la spesa pubblica previdenziale è salita a 293 milioni. Ma restano diverse disparità. Soprattutto per le donne. I dati.

Nel Paese di Quota 100 tutti i politici inseguono il consenso dei pensionati. E il motivo è presto spiegato, dall’Istat: «Per quasi 7 milioni e 400 mila famiglie con pensionati i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile e nel 21,9% dei casi le prestazioni ai pensionati sono l’unica fonte monetaria di reddito, in oltre 2 milioni e 600 mila di famiglie».

UNA TUTELA PER LE FAMIGLIE “VULNERABILI”

Insomma in base a dati del 2017 «la presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari “vulnerabili” (genitori soli o famiglie in altra tipologia) consente quasi di dimezzare l’esposizione al rischio di povertà».

REDDITO MEDIO 1.527 EURO LORDI MENSILI

Ma a quanti ammonta il reddito medio pensionistico? Il calcolo per il 2018, ottenuto considerando che un percettore può cumulare più trattamenti, è pari a 1.527 euro lordi mensili. Il problema sono le disparità.

MA IL 36,3% NE PRENDE MENO DI 1.000

Sempre stando all’Istat «il 36,3% dei pensionati riceve ogni mese meno di 1.000 euro lordi, il 12,2% non supera i 500 euro. Un pensionato su quattro (24,7%) si colloca, invece, nella fascia di reddito superiore ai 2 mila euro». È definita dunque «ampia la disuguaglianza di reddito tra i pensionati: al quinto con redditi pensionistici più alti va il 42,4% della spesa complessiva».

IMPORTO PER LE DONNE PIÙ BASSO DEL 36,7% RISPETTO AGLI UOMINI

Le più discriminate, tra l’altro, sono le donne: «Sono la maggioranza sia come percettrici di pensioni (55,5%) sia come pensionate (52,2%), ma ricevono il 44,1% della spesa complessiva. L’importo medio delle pensioni di vecchiaia è più basso rispetto a quello degli uomini del 36,7%, quello delle pensioni di invalidità è del 33,8%. Per le pensioni di reversibilità invece le donne percepiscono 1,5 volte l’importo degli uomini». Questo svantaggio delle donne «si spiega con il differenziale salariale dovuto a carriere contributive più brevi e a una minore partecipazione al mercato del lavoro».

SALE LA SPESA PUBBLICA PENSIONISTICA: IL 16,6% DEL PIL

In generale la spesa pubblica per i pensionati è cresciuta: «Nel 2018 i pensionati sono stati circa 16 milioni, per un numero complessivo di trattamenti pensionistici erogati pari a poco meno di 23 milioni. La spesa totale pensionistica (inclusa la componente assistenziale) nello stesso anno ha raggiunto i 293 miliardi di euro (+2,2% su variazione annuale). Il peso relativo della spesa pensionistica sul Pil si attesta al 16,6%, valore appena più alto rispetto al 2017 (16,5%), segnando un’interruzione del trend decrescente osservato nel triennio precedente».

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Pensioni, braccio di ferro per il dopo Quota 100

La sperimentazione voluta dai gialloverdi scade nel 2021. Si fa largo l'ipotesi di una Quota 102, ma i sindacati sono sul piede di guerra. Il 27 gennaio tavolo al ministero del Lavoro.

Lunedì 27 gennaio, all’indomani delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, considerate uno spartiacque per il governo, la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, ha convocato Cgil, Cisl e Uil per riprendere il confronto sui temi previdenziali.

LA SPERIMENTAZIONE FINISCE NEL 2021

La sperimentazione di Quota 100 terminerà nel 2021. E con buona probabilità non sarà rinnovata. In assenza di interventi dal 2022 si potrà andare in pensione, a meno che non vengano mantenute misure come l’Ape sociale, con 67 anni di età o con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi per le donne) oltre a tre mesi di finestra mobile.

L’IPOTESI QUOTA 102

Per superare Quota 100, l’ultima ipotesi rilanciata il 10 gennaio dall’esperto di previdenza vicino alla Lega Alberto Brambilla sul Sole24Ore è una Quota 102 (64 anni di anzianità e 38 di contributi). Idea rigettata dai sindacati che invece chiedono di andare in pensione a 62 anni con almeno 20 di contributi. Nell’ipotesi di Brambilla è previsto anche per chi dovesse decidere di uscire in anticipo dal lavoro rispetto all’età di vecchiaia, anche il ricalcolo con il metodo contributivo, nella maggior parte dei casi penalizzante rispetto al metodo retributivo (ormai agli sgoccioli perché valido solo per chi ha cominciato a lavorare prima del 1978) ma anche a quello misto (retributivo fino al 1995 e poi contributivo). Quota 102 e ricalcolo costerebbero 2,5 miliardi l’anno, meno di Quota 100 che secondo la stima contenuta nel Bilancio preventivo Inps approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza nel 2019 è stata di 5,2 miliardi.

LA BOCCIATURA DI TITO BOERI

Contro l’abbassamento dell’età chiesto dai sindacati (e non solo) si è schierato con un editoriale su Repubblica Tito Boeri definendo la proposta «un attentato al patto tra generazioni». «Nell’era del populismo», scrive l’economista, «si intende sostituire la lotta di classe con la lotta fra le classi di età. Salvini ha schierato la classe 1959, beneficiaria di Quota 100, contro la classe 1960, tagliata fuori dalla misura bandiera del “suo” governo, ha messo gli uomini con le loro lunghe carriere contro le donne che hanno molte interruzioni di carriera e che avevano come un’unica via d’uscita l’opzione donna, assai meno vantaggiosa di Quota 100». E, ancora: «Ora si vogliono introdurre nuove quote, nuovi regimi particolari, a beneficio di qualche coorte. Ci si dimentica che questo continuo creare delle eccezioni mina alle basi il sistema pensionistico perché corrompe la solidarietà tra generazioni di cui il sistema si nutre per assicurare il pagamento delle prestazioni. Come dare torto ai giovani che, lasciando il nostro Paese, decidono di smettere di pagare le pensioni a chi li ha preceduti, sapendo che verranno trattati molto peggio di loro?».

FORNERO: ABBASSARE L’ETÀ È UN «ESERCIZIO DI IRRESPONSABILITÀ»

E se qualcuno guarda alla Francia plaudendo alla parziale “retromarche” di Emmanuel Macron sulle pensioni dopo settimane di scioperi, non mancano i bagni di realismo. A partire dall’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero – e non poteva essere altrimenti – che ha definito la proposta dei sindacati «un esercizio di irresponsabilità». Dal punto di vista dei conti «non è sostenibile mandare in modo generalizzato in pensione le persone a 62 anni. Se poi si vuole decidere di accelerare il declino del Paese allora si può aumentare la spesa per le pensioni, che è già tra le più elevate». Secondo Fornero bisognerebbe uscire da Quota 100 puntando invece su strumenti come l’Ape sociale che hanno consentito il sostegno alle persone più in difficoltà (con 63 anni di età e 30 di contributi per coloro che erano disoccupati, ndr), magari ampliandone l’accesso e utilizzando spesa assistenziale finanziata con imposte e non con contributi sociali. Un’altra strada potrebbe essere abbassare il limite di importo di pensione necessario per uscire qualche anno in anticipo rispetto all’età di vecchiaia per chi ha l’intero calcolo contributivo. Al momento il limite è a 2,8 volte la pensione minima e potrebbe essere portato a 2,4 consentendo una maggiore libertà di scelta. «Ma attenzione a non creare futuri poveri», conclude Fornero, «perché solo tenendo le persone un po’ più a lungo al lavoro si possono avere buone pensioni».

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In Francia ritirata la proposta sull’età pensionabile

Tolto «provvisoriamente» dal progetto di legge il punto più contestato dai sindacati, quello dei 64 anni per ottenere l'assegno previdenziale a tasso pieno. Dopo 38 giorni metropolitana di Parigi pronta a riaprire. Ma la città aveva fatto registrare ancora manifestazioni e scontri.

Alla fine le proteste di piazza in Francia hanno portato a un primo risultato: il governo ha annunciato il ritiro «provvisorio» dal progetto di legge per la riforma delle pensioni del punto che creava più problemi con i sindacati, cioè l’instaurazione di un’età di equilibrio a 64 anni per ottenere la pensione a tasso pieno.

DOMENICA RIAPRE LA METROPOLITANA CHIUSA DAL 5 DICEMBRE

E così domenica 12 gennaio 2020, per la prima volta dopo 38 giorni, «tutte le linee della metropolitana di Parigi e le Rer A e B saranno aperte almeno parzialmente», ha annunciato la direzione dei trasporti metropolitani, Ratp.

ANCORA SCONTRI A PARIGI DURANTE LE MANIFESTAZIONI

Anche la giornata di sabato 11 era stata comunque caratterizzata da violenti scontri nella capitale francese alla manifestazione contro la controversa riforma, ancora prima dell’arrivo del corteo alla Bastiglia. Lacrimogeni, cassonetti in fiamme, lancio di oggetti contro la polizia, cariche: l’intero quartiere è stato teatro di incidenti.

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Il governo smentisce la revisione di reddito di cittadinanza e Quota 100

Dopo le polemiche fra Italia viva e M5s, Palazzo Chigi chiude a eventuali modifiche delle due misure-simbolo del governo gialloverde.

Il governo ha ufficialmente smentito di essere al lavoro su eventuali modifiche da apportare al reddito di cittadinanza e alle pensioni con Quota 100. «Dopo l’approvazione della manovra, non è all’ordine del giorno alcuna revisione», ha fatto sapere Palazzo Chigi.

Il riferimento è alla ricostruzione giornalistica offerta dal quotidiano La Stampa in edicola il 30 dicembre, ma la nota del governo suona anche come una risposta alla polemica aperta dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova. L’esponente di Italia viva, infatti, aveva chiesto all’esecutivo di cancellare il reddito e di ridiscutere quota 100. L’ex ministra M5s Barbara Lezzi aveva replicato: «Se il reddito le fa schifo allora si dimetta e faccia cadere il governo».

Secondo La Stampa, tuttavia, il premier Giuseppe Conte sarebbe disponibile a ridiscutere entrambe le misure. In particolare, per quanto riguarda il reddito, Conte vorrebbe intervenire sui navigator, sul ruolo dell’Anpal e sui rapporti con gli enti locali, mentre il Pd vorrebbe una stretta sui criteri d’accesso al sussidio. Per quanto riguarda invece Quota 100, per il quotidiano torinese non sarebbe da escludere una riforma strutturale del sistema pensionistico in grado di superare sia tale meccanismo, sia la legge Fornero. Ma la secca smentita di Palazzo Chigi fa capire che non ci sono margini per procedere in questo senso.

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Il premier francese promette pensioni minime di mille euro

La soglia dei 62 anni non verrà modificata. Ma lo Stato «inciterà i cittadini a lavorare più a lungo».

Il premier francese Edouard Philippe ha illustrato i contenuti della riforma delle pensioni che il governo di Parigi intende varare. E ha fatto una promessa: «Garantiremo una pensione minima di mille euro al mese per ogni carriera completa» e «i più ricchi pagheranno un contributo di solidarietà più elevato rispetto a oggi».

LEGGI ANCHE: Cosa prevede la riforma delle pensioni al centro delle proteste in Francia

L’età pensionabile, fissata in Francia a 62 anni, «non cambierà». Ma Philippe è tornato a sottolineare la necessità di lavorare di più: «Senza forzarli, inciteremo i cittadini a lavorare più a lungo, è necessario». Il sistema pensionistico del futuro «sarà lo stesso per tutti i francesi, senza eccezioni. Quello che proponiamo è un nuovo patto fra le generazioni».

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Cosa prevede la riforma delle pensioni al centro delle proteste in Francia

Nessun innalzamento dell'età pensionistica, né tagli alla spesa previdenziale: nel mirino dei manifestanti c'è l'abolizione dei regimi speciali. Tabù intoccabile su cui Macron si gioca tutto.

Un milione e mezzo di persone sono scese in piazza il 5 dicembre in Francia per protestare contro la riforma delle pensioni. La legge, promessa dal presidente Emmanuel Macron durante la campagna elettorale che nel 2017 lo portò all’Eliseo, non prevede (almeno sulla carta) alcun innalzamento dell’età pensionistica o tagli al bilancio previdenziale. Il motivo alla base di tanto malcontento è l’introduzione di un regime universale e l’abolizione dei regimi speciali. In Francia un tabù intoccabile, impersonificato dai cheminot, i lavoratori di metro e ferrovie in testa ai cortei anti Macron.

UN REGIME UNICO AL POSTO DEI 42 ATTUALI

I contenuti della riforma sono ancora vaghi, nonché oggetto di concertazione. L’unico punto fermo è l’introduzione di un sistema universale a punti – ogni giorno di attività lavorativa viene ricompensato da un punteggio che permette di accumulare contributi pensionistici – che sostituisca i 42 regimi attuali. Il premier Edouard Philippe, che promette di fornire nuovi dettagli entro la metà di dicembre, parla di un sistema «più equo e leggibile», mentre gli oppositori temono una «precarizzazione» dei pensionati. In pratica, assicura il governo, tutti i dipendenti del settore privato e pubblico, nonché i liberi professionisti, potranno beneficiare degli stessi diritti e delle stesse condizioni, abolendo complessità e privilegi del passato. Nel corso di un recente intervento a Rodez, nel Sud del Paese, Macron ha inoltre detto che non ci saranno più pensioni sotto ai 1.000 euro per chi ha contribuito a tasso pieno durante tutta la sua carriera professionale.

ETÀ PENSIONABILE FERMA A 62 ANNI

Quanto all’età per andare in pensione, già innalzata da 60 a 62 anni durante la presidenza di Nicolas Sarkozy, non dovrebbe subire modifiche. Questo, almeno, è quanto promesso nel 2017 da Macron. Tanto che tra i falchi della maggioranza c’è chi dietro alle quinte storce il naso, considerando che il presidente rischia di giocarsi il quinquennato per una riforma considerata fin troppo prudente. Alla rivolta dei cosiddetti regimi speciali, come i macchinisti, si aggiunge anche quella delle professioni liberali, come avvocati o medici. Raramente in piazza, questi ultimi rifiutano infatti che il loro regime previdenziale finora autonomo possa fondersi nel nuovo sistema universale proposto nel rapporto dell’alto commissario alla Previdenza, Jean-Paul Delevoye, finora l’unico testo ufficiale sui cui si basano le discussioni avviate con le parti sociali ormai da circa un anno.

UNA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA O CONTRO IL PRESIDENTE?

La riforma pensionistica, che dovrebbe progressivamente entrare in vigore a partire dal 2025, è attesa da una strada ancora lunga e tortuosa. Il premier ha espresso l’auspicio di un voto in parlamento entro la prossima estate. Secondo un sondaggio Ifop per Le Journal Du Dimanche, tre francesi su quattro vogliono riformare il sistema previdenziale armonizzando i diversi regimi, ma il 64% non ha fiducia in Macron per raggiungere questo obiettivo. E tra gli osservatori sono in molti a credere che dietro alla contesa sulle pensioni sia soprattutto lui l’obiettivo della protesta.

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Per i geriatri la pensione nuoce gravemente alla salute

Nei primi due anni aumentano problemi cardiovascolari e casi di depressione. Quota 100? «Fa male al corpo e alla società: è immorale».

Entro i primi due anni dal momento in cui si va in pensione aumentano i problemi cardiovascolari, la depressione e il ricorso a medici e specialisti. Secondo i dati forniti da studi internazionali, l’incremento è tra il 2 e il 2,5%. È quanto emerso nell’ambito del 64esimo Congresso nazionale della Società italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg) a Roma. «Andare in pensione fa male alla salute. Lavorare stanca, ma protegge corpo e mente. A parte le persone che hanno avuto una vita lavorativa molto usurante, chi è malato, chi ha cominciato in età molto giovane, in generale la pensione crea fragilità e peggiora lo stato di salute», dice Niccolò Marchionni, Ordinario di Geriatria all’Università di Firenze e direttore di Cardiologia generale all’ospedale Careggi. «Andare poi in pensione prima del previsto, come prevede Quota 100, ad un’età di appena 60 anni, quando si è ancora in forze e si sta bene, non fa solo male alla salute, fa male alla società. Andare via prima di poter contare sul reddito che viene dal lavoro, è immorale», afferma con forza Raffaele Antonelli Incalzi, presidente di Sigg, «specie se pensiamo alla situazione drammatica dell’economia nel Paese».

TRA I REDDITI BASSI SONO MAGGIORI I PROBLEMI DI SALUTE

Non solo. La pensione per la maggior parte delle persone, rappresenta una soglia che coincide con l’idea di essere inutili. «Quello che avvertiamo noi medici, è che uscire dal mondo del lavoro sia peggiorativo anche per la salute percepita, cioè che essere fuori dal lavoro incida sul modo di sentirsi dalle persone stesse, sia fisicamente che psicologicamente: essere pensionati innesca un meccanismo che fa sentire nell’ultima fase della vita, non più coinvolti, fuori da tutto», spiega Nicola Ferrara, Ordinario di Geriatria all’Università Federico II di Napoli. L’uscita dal processo produttivo, la mancanza di un impegno nella società, il senso di marginalizzazione – dicono gli esperti Sigg – ha una ricaduta sulla salute che i medici toccano con mano. Il periodo post-pensione coincide con una fase di fragilità con sintomatologia fisica e cognitiva. «Dagli studi emerge una esperienza diversa tra ceti abbienti e non, tra persone istruite e pensionati con minori risorse culturali – chiariscono gli esperti – chi ha meno strumenti e reddito più basso, ha anche maggiori problemi di salute».

IL RISCHIO DI NON POTERSI PERMETTERE LE CURE

«Non è da sottovalutare inoltre», aggiunge Ferrara, «un dato molto importante. Con la pensione la maggior parte delle persone vede diminuire il proprio potere di acquisto. Peggio ancora per chi decide di usufruire di leggi che consentono l’uscita anni prima rispetto al raggiungimento dell’età e che perdono una percentuale notevole di reddito. Con il risultato che un settantenne, pur avendo lavorato per 40 anni, rischia di diventare un nuovo povero e di non potersi permettere le cure di cui ha bisogno». Il messaggio che arriva dai geriatri riuniti in congresso insomma è chiaro: «Non desiderate pazzamente di andare in pensione, perchè non sapete che cosa vi aspetta. Preparatevi per tempo ad affrontare quel senso di vuoto e inutilità che può nuocere gravemente alla salute».

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L’Italia spende in pensioni il 16% del Pil

Nel nostro Paese il reddito medio delle persone con più di 65 anni è simile a quello dell'intera popolazione mentre nella media Ocse è più basso del 13%.

Un Paese in cui la distribuzione dei redditi e la spesa sociale favorisce gli anziani che non lavorano. La fotografia scattata dall’Ocse nel suo rapporto Pension at a Glance presentato il 27 novembre è chiara. Secondo l’Ocse l’Italia spende per il sistema pensionistico il 16% del Pil, il secondo livello più alto nell’area Ocse.

REDDITO DEGLI ULTRA 65ENNI IN LINEA CON QUELLO DI CHI LAVORA

Secondo l’organizzazione con sede a Parigi nel nostro Paese inoltre il reddito medio delle persone con più di 65 anni è simile a quello dell’intera popolazione mentre nella media Ocse è più basso del 13%. L’Ocse sottolinea che l’età di ritiro legale è 67 anni, tre anni superiore a quella della media Ocse ma che di recente «è andata indietro rispetto alle recenti riforme introducendo Quota 100».

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La beffarda mini rivalutazione delle pensioni

Nella manovra 2020 previsto un aumento di 3 euro l'anno (25 centesimi al mese) per 2,8 milioni di persone con redditi tra i 1.522 e i 2.029 euro lordi. I sindacati parlano di «elemosina» e confermano la manifestazione di sabato 16 novembre.

Tecnicamente è un aumento, in sostanza un’elemosina. E i sindacati non l’hanno presa bene. Per i pensionati è arrivata la beffa di una mini rivalutazione per i redditi tra i 1.522 e i 2.029 euro lordi al mese che muove cifre risibili.

RECUPERO DELL’INFLAZIONE DAL 97% AL 100%

Nella manovra di bilancio 2020 pronta ad approdare in parlamento si prevede il recupero dell’inflazione piena per i trattamenti tra le tre e le quattro volte il trattamento minimo che nel 2019 percepivano il 97% dell’inflazione. Nel 2020 quindi si recupera il 100% dell’aumento dei prezzi a fronte del 97%: il problema è che questo passaggio equivale ad appena tre euro l’anno in più (25 centesimi al mese) per 2,8 milioni di pensionati, mentre nulla cambia per quelli che hanno assegni pensionistici superiori a 2.029 euro lordi al mese.

CHIESTA L’ESTENSIONE DELLA 14ESIMA

I sindacati hanno subito bocciato la misura, confermando la manifestazione a Roma della categoria prevista per sabato 16 novembre e ribadendo le richieste sulla rivalutazione piena per una fascia più ampia dei pensionati oltre all’estensione della 14esima anche alle persone che hanno redditi pensionistici tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese.

LUNEDÌ 4 NOVEMBRE INCONTRO CON LA MINISTRA DEL LAVORO

Intanto dovrebbe essere confermato l’incontro tra la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, e i leader dei sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil previsto per lunedi 4 novembre. Il leader dei pensionati Cgil Ivan Pedretti ha dichiarato: «Negli ultimi sette anni di blocco della perequazione i pensionati hanno lasciato allo Stato 44 miliardi. Il passaggio dal 97% al 100% della rivalutazione solo per le pensioni tra i 1.522 e i 2.029 euro lordi è un’elemosina. Confermiamo la manifestazione del 16 novembre».

UNA RIVALUTAZIONE DEFINITA «IMBARAZZANTE»

In pratica a fronte di un’inflazione allo 0,3% invece che 76 euro circa in un anno di recupero dell’aumento dei prezzi se ne percepirebbero 79. Il segretario confederale della Uil Domenico Proietti ha sottolineato: «È una rivalutazione imbarazzante, si tratta di pochissimi euro l’anno. Abbiamo chiesto di tornare alla rivalutazione pre MontiFornero e l’estensione della 14esima. Ci batteremo per questo durante l’iter parlamentare».

Chiediamo che il governo ci ripensi e abbia attenzione anche alla dignità dei pensionati e a quello che rappresentano per il Paese


Patrizia Volponi della Fnp-Cisl

La segretaria nazionale Fnp-Cisl Patrizia Volponi ha chiesto che «il governo garantisca il potere d’acquisto a tutte le pensioni anche se in materia decrescente in base all’importo della pensione, ma comunque minimo al 75%. Quello che c’è in manovra è un’elemosina. Chiediamo che il governo ci ripensi e abbia attenzione anche alla dignità dei pensionati e a quello che rappresentano per il Paese. Meritiamo rispetto. Confermiamo la manifestazione del 16. Vogliamo essere ascoltati».

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In Italia ci sono 5,8 milioni di pensionati con meno di 1.000 euro al mese

Il 36,3% del totale dei dipendenti a riposo riceve un assegno a tre cifre. Per le donne la percentuale sale al 44,5%.

In Italia nel 2018 c’erano 5,8 milioni di pensionati, il 36,3% del totale, che avevano redditi da pensione inferiori o pari a 1.000 euro al mese. Lo si legge nell’Osservatorio Inps su prestazioni pensionistiche e beneficiari dal quale emerge anche che sono 285.445 coloro che hanno redditi superiori a 5.000 euro al mese. Nel complesso la spesa raggiunge i 293,3 miliardi. Per il 36,3% con i redditi più bassi si spendono 40,2 miliardi mentre per la parte con i redditi più alti (l’1,8% del totale) la spesa è di 23,3 miliardi. Nel 2018 i pensionati italiani erano 16 milioni, in calo di 37.000 unità rispetto al 2017.

IL 44,5% DELLE DONNE CON ASSEGNI SOTTO I 1.000 EURO

I redditi da pensione delle donne sono in media molto più bassi di quelli degli uomini anche a causa della scarsa partecipazione al mercato del lavoro e ai periodi discontinui di attività: nel 2018 il 44,5% delle donne pensionate poteva contare su redditi da pensione complessivi inferiori o pari a 1.000 euro a fronte di appena il 27,4% degli uomini.

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