La censura di Pechino sull’origine cinese del Covid che irrita l’Ue

Nella lettera aperta scritta dall'ambasciatore europeo in Cina sul China Daily scompare il passaggio sull'inizio della pandemia. Il ministero degli Esteri del Dragone non ha dato il via libera. Uno sgarbo diventato un caso diplomatico.

Si apre un nuovo fronte per la Cina, questa volta con l’Unione europea. Non si tratta certo di accuse pensanti come quelle partite dagli Usa, ma al centro dei malumori c’è ancora l’origine del coronavirus.

Secondo il Financial Times «l’Ue ha accusato la Cina di censurare un articolo co-firmato dal suo ambasciatore a Pechino e pubblicato sul China Daily», voce del Partito comunista cinese, «rimuovendo un riferimento allo scoppio del coronavirus in Cina».

«È deplorevole vedere che la frase sulla diffusione del virus è stata modificata», ha detto Nicolas Chapuis, ambasciatore europeo a Pechino, al Ft. «La censura», sottolinea sempre il Ft, «è l’ultimo esempio degli sforzi di Pechino per far fronte a chi l’accusa di avere gestito male i primi giorni della pandemia, che si ritiene abbia avuto inizio nella città cinese di Wuhan alla fine del 2019».

IL NIET DEL MINISTERO DEGLI ESTERI CINESE

Un tema caldo che tocca anche gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che da settimane punta il dito contro Pechino e la sua narrativa sul coronavirus. Della vicenda si è occupato anche Politico.eu che rivela altri dettagli, citando «un portavoce del servizio di azione esterna della Ue che si è rammaricato che la lettera originale non sia stata pubblicata integralmente dal China Daily» e ha «osservato che non poteva essere pubblicata senza il via libera del ministero degli Esteri cinese». Politico.eu riferisce inoltre che «in segno di malcontento tra i membri dell’Ue, le ambasciate a Pechino di Paesi come Germania, Francia e Italia hanno pubblicato la lettera completa con riferimento alla malattia originata in Cina e che poi si è diffusa da lì nel mondo».

LA LETTERA PER IL 45ESIMO ANNIVERSARIO DELLE RELAZIONI DIPLOMATICHE

L’Ansa ha pubblicato alcuni passaggi della lettera aperta scritta per il 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Ue e Cina evidenziando le parti modificate. «Quest’anno celebriamo il 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra l’Ue e la Cina, istituite il 6 maggio 1975. È una pietra miliare importante in una relazione sempre più importante tra la nostra Unione di 27 Stati europei e la Cina», si apre la missiva. «Abbiamo fatto molta strada dal 1975. A quel tempo, l’Ue era composta da soli nove Stati membri. La Cina stava solo iniziando ad aprirsi al mondo e non aveva ancora subito la sua formidabile trasformazione economica. Il commercio tra le nostre due parti era minimo. Ora, in tempi normali, l’Ue e la Cina intrattengono scambi commerciali per 1,8 miliardi di euro al giorno. Collaboriamo in più settori che mai, compresi quello politico, economico, finanziario, scientifico, educativo e culturale. Entrambi abbiamo evidenti interessi condivisi nella risoluzione pacifica dei conflitti globali, mitigazione dei cambiamenti climatici, sviluppo sostenibile, sicurezza alimentare ed energetica, non proliferazione nucleare e giustizia sociale. E condividiamo l’aspirazione comune a portare la nostra relazione a un livello ancora più produttivo negli anni a venire, con l’aumentare della connettività tra Europa e Asia. Mentre abbiamo le nostre differenze, in particolare per quanto riguarda i diritti umani, la nostra partnership è diventata abbastanza matura da consentire discussioni franche su questi temi. Entrambi vediamo i meriti nel sostenere e difendere il multilateralismo, con le Nazioni Unite e il Wto al centro. Fino a metà gennaio, l’anno 2020 era stato salutato come cruciale per le relazioni Ue-Cina, con numerosi incontri di alto livello volti ad approfondire la cooperazione».

IL PASSAGGIO CENSURATO

Fin qui nessun problema. Poi il passaggio oggetto della censura da parte di Pechino. La lettera nella sua versione originale proseguiva infatti: «Ma l’esplosione del coronavirus in Cina, e la sua successiva diffusione nel resto del mondo negli ultimi tre mesi, ha portato temporaneamente a mettere da parte i nostri piani preesistenti perché sia l’Ue sia la Cina sono completamente mobilitate per affrontare quella che ora è diventata una sfida di proporzioni veramente globali». Il passaggio è stato così “epurato”: «Ma l’epidemia del coronavirus ha portato temporaneamente a mettere da parte i nostri piani preesistenti perché sia l’Ue che la Cina sono completamente mobilitate per affrontare quella che ora è diventata una sfida di proporzioni veramente globali». Insomma lo sforzo del Dragone, dopo gli aiuti ai Paesi colpiti e la propaganda, si conferma quello di operare una sorta di rimozione sull’origine geografica del Covid-19.

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Coronavirus, la Cina diede l’allarme su una possibile epidemia con 6 giorni di ritardo

Secondo la ricostruzione dell'agenzia, Pechino fu informata della minaccia di una possibile epidemia a Wuhan il 14 gennaio ma la rese pubblica solo il 20 permettendo feste e banchetti nella città focolaio dello Hubei.

Un ritardo che può essere costato la vita di migliaia di persone. Secondo quanto riferisce lAssociated Press sul suo sito, Pechino dopo aver ricevuto l’allerta circa una possibile pandemia di un nuovo coronavirus nella città di Wuhan, per sei giorni avrebbe taciuto la minaccia.

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Come ricostruisce l’agenzia, il 14 gennaio 2020 in una riunione, la leadership cinese era stata messa al corrente del rischio, eppure nella città focolaio dell’Hubei si tennero ugualmente banchetti e feste popolari per il Capodanno lunare. Questo mentre milioni di cittadini erano in viaggio per raggiungere le famiglie nelle città di origine.

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Il presidente Xi Jinping lanciò un avviso pubblico solo sei giorni dopo, cioè il 20 gennaio. Ma a quel punto, più di 3 mila persone erano già contagiate.

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La Cina non conteggiava gli asintomatici: la mezza ammissione di Pechino

La Commissione per la salute martedì ha annunciato che comincerà a includerli nelle statistiche e a monitorarli «per far fronte alle preoccupazioni» del popolo cinese. Adesso si aspetta la verità sul numero dei decessi.

La Commissione nazionale cinese cinese ha diffuso il 31 marzo un comunicato ufficiale, subito ripreso dalla stampa asiatica, annunciando che inizierà a includere i casi asintomatici nelle sue statistiche di Covid-19, «per far fronte alle preoccupazioni» – e alle montanti proteste – del popolo cinese.

Dati ufficiali secretati e pubblicati dalla stampa di Hong Kong hanno suggerito che considerando anche i portatori asintomatici i numeri dei casi in Cina potrebbero lievitare. E adesso in molti cominciano a chiedersi: quando la verità anche sul numero dei morti?

La notizia è una prima ammissione da parte delle autorità cinesi, messe sotto pressione anche dalle recenti fughe di notizie sulle file interminabili di urne cinerarie a Wuhan. E dimostra che i sospetti lanciati fin dai primi tempi dell’epidemia dalla John Hopkins University erano fondati: qualcosa non tornava e non torna nei conteggi.

GLI ASINTOMATICI FUORI DALLE STATISTICHE UFFICIALI

Già a metà febbraio, infatti, gli specialisti della John Hopkins avevano denunciato che la Cina stava usando un trucco per alterare la crescita del numero di infetti. In pratica non rientrava nelle statistiche chi risultava positivo al test, ma non manifestava sintomi quali febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Ufficialmente la Cina, fino a oggi, aveva precisato che per i pazienti asintomatici la classificazione andava «rivista a caso confermato». C’era però il forte sospetto – ora confermato dalle dichiarazioni di Pechino – che stesse barando sui dati reali dell’epidemia fin dall’inizio.

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Tra l’altro i numeri ufficiali diffusi dalle autorità cinesi erano in evidente contrasto con quelli dell’Oms che invece ha sempre considerato e incluso nelle statistiche, come contagiati, tutti i pazienti positivi indipendentemente dai sintomi.

ANNUNCIATI MONITORAGGI PIÙ STRINGENTI

Nel comunicato, I funzionari cinesi hanno affermato che le nuove misure aiuteranno ad affrontare le crescenti preoccupazioni sui rischi di infezione da Covid-19 veicolato anche da questi portatori silenziosi. La Commissione ha aggiunto che ha già richiesto agli operatori sanitari locali di segnalare gli asintomatici.

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L’annuncio segue la riunione di lunedì del gruppo di gestione del Covid-19 del governo centrale di Pechino, presieduto dal premier Li Keqiang che ha ufficialmente esortato i funzionari sanitari e politici locali a essere più proattivi nelle indagini sull’entità numerica di questi vettori asintomatici. Secondo il principale quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, che ha avuto accesso ai dati sull’epidemia secretati dal governo cinese, la percentuale dei positivi asintomatici potrebbe elevare in modo estremamente significativo le statistiche ufficiali.

I NUMERI REALI FUORI DALLA PROVINCIA DELL’HUBEI

Questi dati indicherebbero fra l’altro come, già alla fine di febbraio, oltre 43 mila persone fuori dalla regione dell’Hubei, ovvero nel resto della Cina continentale, erano risultate positive al coronavirus, ma non avendo sintomi immediati non erano state incluse nel conteggio ufficiale dei casi confermati. Chang Jile, direttore dell’Ufficio per la prevenzione e il controllo delle malattie della Commissione, ha dichiarato che il governo intensificherà lo screening e le indagini sui casi asintomatici. «Con effetto dal primo aprile, includeremo segnalazioni di casi asintomatici, compreso qualsiasi cambiamento di stato clinico, nei nostri aggiornamenti quotidiani sulle epidemie, per rispondere alle preoccupazioni del pubblico», ha assicurato Chang.

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«Rafforzeremo il nostro lavoro di monitoraggio, sorveglianza, quarantena e trattamento dei portatori asintomatici e effettueremo il campionamento in aree chiave per indagare e analizzare questi portatori». «Sia i positivi privi di sintomi che i loro contatti stretti», ha aggiunto, «verranno messi in quarantena per 14 giorni». In una dichiarazione sul suo sito web, poi, la Commissione ha confermato che i pazienti asintomatici potrebbero essere infettivi. Da mercoledì dunque, tutti gli ospedali e le cliniche cinesi saranno obbligati a segnalare i casi positivi asintomatici ai centri locali per la prevenzione e il controllo delle malattie entro due ore dalla rilevazione e a indagare sui contatti stretti di questi positivi riferendo i dati al sistema di sorveglianza centrale per le malattie trasmissibili entro 24 ore.

I NUMERI DELLE RICERCHE INDIPENDENTI

Secondo ricerche indipendenti di medici cinesi circa il 60% delle persone che hanno contratto la malattia nella città di Wuhan erano asintomatiche, o presentavano sintomi molto lievi. Non sono dunque state segnalate. I medici, il cui documento è stato pubblicato sulla piattaforma online di ricerche scientifiche medRxiv all’inizio di questo mese, hanno basato le loro stime su circa 26 mila casi confermati in laboratorio registrati a Wuhan tra dicembre e febbraio. Secondo il professor Ben Cowling, specialista in epidemiologia e biostatistica presso l’Università di Hong Kong, sussistono ancora ambiguità nella definizione di caso asintomatico. Per esempio, se è classificabile come tale anche un paziente che in un secondo momento ha sviluppato i sintomi dell’infezione. Cowling ha anche affermato che è importante monitorare e testare i contatti stretti indipendentemente dalla presenza o meno dei sintomi. «Il monitoraggio dei contatti stretti può darci un’ottima idea dello spettro di gravità clinica delle infezioni», ha dichiarato.

UN PASSO AVANTI DI PECHINO?

L’annuncio potrebbe essere un primo passo che manifesta la volontà di squarciare il velo propagandistico che ha finora ricoperto la verità sull’epidemia in Cina. Secondo alcuni osservatori, potrebbe anche essere una strategia comunicativa per preparare l’opinione pubblica cinese e quella mondiale ad accettare gradualmente la verità. Resta da vedere se – messe alle strette dalle rivelazioni della stampa nei giorni scorsi sui morti a Wuhan – le autorità di Pechino compiranno anche il passo successivo, cioè rivelare le vere cifre dei decessi.

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Quelle migliaia di urne di Wuhan che smentiscono Pechino

File lunghissime di persone davanti alle agenzie funebri della città. E camion carichi di contenitori. Le foto e i video circolano insieme con l'indignazione di chi ha perso i parenti a causa del virus. E rompono il muro della censura cinese.

Lunghe file di parenti in attesa di ricevere le ceneri dei loro cari morti di Covid-19 nell’area di Wuhan ed enormi pile di urne cinerarie presso le agenzie di pompe funebri rinnovano i dubbi sulla reale entità dei decessi per coronavirus in Cina e sulla veridicità della narrazione ufficiale sulla lotta all’epidemia diffusa dalle autorità di Pechino.

Dalla giornata di giovedì, infatti, le famiglie delle vittime del virus nella metropoli della Cina centrale, dove la malattia sarebbe apparsa non a dicembre come riferito inizialmente ma il 17 novembre (se non prima), sono state autorizzate a raccogliere le ceneri in otto crematori locali.

E mentre lunghissime file si snodavano di fronte ai siti funerari, le foto e i video dei camion su cui venivano trasportate migliaia di urne hanno cominciato a circolare sui social media cinesi, rilanciate dal sito di Bloomberg e dal principale quotidiano in lingua inglese di Singapore, lo Straits Times.

LE FILE DAVANTI ALLE AGENZIE FUNEBRI

Il sito cinese Caixin è stato il primo a pubblicare le immagini delle lunghe code all’esterno delle agenzie. Sia mercoledì che giovedì i camion avrebbero spedito circa 2.500 urne, mentre un’altra immagine pubblicata sempre da Caixin mostra altre 3.500 urne accatastate all’interno, anche se finora non si è potuto verificare se fossero piene. Gli addetti di sei delle otto imprese funebri di Wuhan interpellati dal sito hanno affermato di non avere dati su quante urne fossero in attesa di venire raccolte o di non essere autorizzati a rivelare i numeri. Le altre due imprese non hanno risposto alle chiamate. Malgrado le strettissime maglie della censura cinese, le foto però hanno cominciato comunque a circolare sui social, sotto la spinta emotiva delle informazioni – arrivate anche in Cina – circa l’enorme aumento dei casi e dei decessi in tutto l’Occidente, da Milano a Madrid fino a New York.

LA PROVINCIA DELL’HUBEI VERSO LA RIAPERTURA

Va ricordato che secondo le autorità di Pechino, a Wuhan ci sarebbero stati in tutto 2.535 decessi, numeri contestati subito da molti media indipendenti fin dall’inizio dell’epidemia e che appaiono incredibilmente bassi anche solo se rapportati ai morti italiani. Nei giorni scorsi anche i dati che riportavano la cessazione di oltre 21 milioni di utenze mobili in Cina negli ultimi tre mesi avevano rilanciato a livello internazionale l’ipotesi che il numero effettivo dei casi e dei morti potesse essere molto più alto di quanto dichiarato da Pechino. Questo mentre il governo annunciava che il blocco in atto da gennaio nella regione più colpita, l’Hubei, verrà gradualmente revocato, visto che la conta dei nuovi casi avrebbe ormai raggiunto lo zero. Contestualmente Pechino ha intensificato sia gli sforzi della propaganda per negare l’origine cinese del Sars-Cov-2, sia quelli della diplomazia, inviando aiuti e forniture mediche in molti Paesi.

MOLTI MORTI NON RIENTRANO NEL CONTEGGIO UFFICIALE

Ma i dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali aumentano, alimentati dai tentativi delle autorità – ormai comprovati – di coprire l’epidemia nelle sue fasi iniziali. Anche molti residenti di Wuhan e della regione, inondando i social media di post indignati, hanno richiesto un’azione disciplinare contro i massimi funzionari locali. Sempre secondo le informazioni raccolte da Caixin, molte persone che sono decedute in Cina hanno avuto sintomi di Covid-19, ma non sono state testate e quindi non risultano nel conteggio dei casi ufficiali. Ci sono stati anche molti pazienti che sono morti per altre malattie a causa della mancanza di un trattamento adeguato, quando gli ospedali cinesi sono andati in tilt per trattare i pazienti affetti da coronavirus.

IMPOSSIBILE PIANGERE E SEPPELLIRE I PROPRI MORTI

Giovedì il governo di Wuhan ha emesso un’ordinanza che vieta alle persone in città di recarsi nei cimiteri o sulle tombe dei loro cari fino al 30 aprile, il che significa che non potranno osservare il tradizionale Ching Ming Festival (la festa dei morti in Cina) del 4 aprile, che prevede fra l’altro la rituale pulizia delle tombe ed è infatti anche detta Giorno degli Antenati. Anche altre province, tra cui il Guangxi e lo Zhejiang, hanno annunciato restrizioni simili.

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Intanto alcune testimonianze rompono il muro di silenzio. Due cittadini di Wuhan, che hanno perso membri della famiglia a causa del virus, hanno raccontato di avere avuto l’ordine di farsi accompagnare dai loro datori di lavoro o dai funzionari dei comitati di quartiere a raccogliere le urne, motivando la disposizione come «misura contro le riunioni pubbliche». «Mi è stato detto dal governo del distretto di aspettare fino a quando non potrò raccogliere le ceneri di mio padre», ha scritto su Weibo un residente di Wuhan usando lo pseudonimo Xue Zai Shou Zhong, che significa “neve in mano”. Un’altra utente di Weibo, nick name Adagier, ha dichiarato di aver perso suo marito a causa del coronavirus e di essere stata contattata dalla polizia che l’ha «caldamente invitata» a non essere «troppo emotiva», chiedendole poi chiaramente di interrompere la pubblicazione di post online. Prima di fare quello che le è stato ordinato, la donna ha scritto però un ultimo messaggio: «Ho solo una richiesta. Voglio dare a mio marito una sepoltura degna, il prima possibile»

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In Cina dopo l’emergenza coronavirus scatta quella dei rifiuti sanitari

Mentre i contagi sembrano essere stati bloccati, Pechino ora ha un altro problema: più di 20 città sono letteralmente sommerse da mascherine, tute, guanti usati provenienti dagli ospedali. Lo smaltimento procede a rilento e il rischio per la salute pubblica resta alto.

Proprio mentre Pechino annuncia trionfalmente di avere registrato zero casi di contagio da Covid-19 nel Paese, la Cina si trova di fronte a un nuovo problema da risolvere.

Un problema bello grosso: lo smaltimento di tonnellate di rifiuti sanitari altamente pericolosi, accumulati nei mesi dell’emergenza coronavirus.

Più di 20 città della Cina continentale sono letteralmente sommerse da rifiuti sanitari, con Wuhan, il centro dell’epidemia di Covid-19, che ha prodotto fino sei volte in più di rifiuti sanitari del solito, secondo quanto dichiarato dalle autorità.

Raccolta di rifiuti sanitari a Yangzhou, nella provincia dello Jiangsu (Getty Images).

Gli impianti di trattamento dei rifiuti medici in altre 28 città stanno lavorando a pieno ritmo, secondo quanto dichiarato nel corso di una conferenza stampa dal ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente che però non ha specificato quali fossero i centri interessati, forse per non creare un allarme intossicazione nella popolazione, già duramente provata dai mesi di segregazione e quarantena forzata.

A WUHAN PRODOTTE FINO A 240 TONNELLATE DI RIFIUTI AL GIORNO

Gli ospedali di Wuhan, una megalopoli da 11 milioni di persone, hanno prodotto più di 240 tonnellate di rifiuti sanitari al giorno durante il picco dell’epidemia, rispetto alle 40 tonnellate di prima dell’emergenza, ha affermato Zhao Qunying, capo dell’ufficio di emergenza del ministero.

A Wuhan durante il picco della pandemia sono stati prodotti fino a 240 tonnellate di rifiuti al giorno (Getty Images).

Il governo centrale ha implementato 46 strutture mobili per il trattamento dei rifiuti sanitari nella città e ha annunciato la costruzione di un nuovo impianto di smaltimento con una capacità di 30 tonnellate, negli ormai usuali tempi-record cinesi: 15 giorni.

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«Abbiamo anche aggiornato le strutture per i rifiuti pericolosi per renderle in grado di trattare in sicurezza anche quelli sanitari», ha aggiunto Zhao. Del resto, l’inadeguatezza nella capacità di trattamento dei rifiuti sanitari è un problema di vecchia data in Cina. Secondo Hu Longhua, del centro per la gestione dei rifiuti solidi e delle sostanze chimiche del ministero, stando ai dati forniti dal National Bureau of Statistics cinese, nel 2018 sono stati prodotti in Cina oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti sanitari, ma ben 76 città non sono state in grado di trattarli nei tempi previsti e senza rischiare di mettere a repentaglio la salute pubblica.

Il governo ha annunciato la costruzione di nuovi siti di smaltimento (Getty Images).

PRODOTTI 116 MILIONI DI MASCHERINE AL GIORNO

Le mascherine usate, ovviamente, sono la quota più importante dell’enorme mole di rifiuti sanitari da smaltire e rappresentano una potenziale fonte di alto pericolo, considerato che non è ancora chiaro quanto a lungo il virus possa resistere sulle superfici. Durante la pandemia in Cina si è raggiunta e superata l’impressionate quantità di più di 116 milioni di mascherine prodotte al giorno, 12 volte in più rispetto all’inizio di febbraio, secondo i dati forniti dalla National Development and Reform Commission, la principale agenzia di pianificazione economica del Paese.

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Non è chiaro quante di queste mascherine vengano usate e poi gettate via quotidianamente, perché la quantità che ogni residente può acquistare è severamente contingentata e controllata dal governo.

Trasferimento di rifiuti a Wuhan (Getty mages).

I FATTORI DI BIORISCHIO

Ci sono poi i rifiuti prodotti dagli ospedali, che presentano un fattore di biorischio altissimo: camici, occhiali e altri presidi di protezione usa e getta degli operatori sanitari che lavorano a stretto contatto con i malati più infettivi; rifiuti biologici, garze, fluidi, sangue infetto, medicinali usati e così via. Una massa di rifiuti ad alto rischio che spesso finisce in discarica o viene destinata agli inceneritori, dopo la sterilizzazione. O meglio dovrebbe, perché in realtà si sono registrati casi in cui questi rifiuti sono stati raccolti e trattati come normai rifiuti domestici.

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Pechino torna lentamente alla normalità (vigilata)

Superato il picco della pandemia da coronavirus, la Capitale cinese ricomincia a popolarsi. Ma nonostante i nuovi casi siano prossimi allo zero, il governo non allenta le misure. Si temono altri focolai e i controlli personali restano stringenti. Il reportage.

da Pechino

Al parco di Beihai, a nord della Città Proibita, i cittadini escono di casa per sgranchirsi le gambe intorno al grande stupa bianco che domina il lago.

Coppie di anziani tirano briciole alle anatre mentre signori seri si danno da fare con macchine fotografiche e treppiedi per catturare uno scatto della primavera pechinese.

Il ritorno nei parchi è una delle prime prove di normalità in Cina. Dopo che il Paese è stato al centro dell’epidemia di coronavirus che ora sconvolge il mondo. Apparso a Wuhan, ufficialmente a dicembre, il virus ha infettato oltre 80 mila persone, uccidendone almeno 3 mila. La risposta del governo, dopo un inizio esitante è stata dura: la parola d’ordine è stata chiudere tutto e farlo il prima possibile.

I parchi di Pechino tornano lentamente a popolarsi (Getty Images).

I CASI CALANO E LA CITTÀ TORNA A VIVERE

Sembra aver funzionato. I nuovi casi di coronavirus sono ormai sporadici (per la prima volta il 19 marzo non se ne è registrato nessuno, mentre in Italia il numero di decessi ha superato quelli cinesi). Recentemente il presidente Xi Jinping si è recato a Wuhan, epicentro della crisi, dove ha dichiarato che il virus di fatto è stato bloccato con la stabilizzazione della situazione nella provincia dello Hubei e a Wuhan.

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Nelle città le vie spettrali del mese scorso si ripopolano di persone e le grandi arterie tornano a essere trafficate. «I clienti sono ancora pochi. Molto pochi, ma crescono. Ad aprile andrà bene», dice il gestore di un 7-11, la catena di negozi di convenienza che solo una settimana fa si disperava per l’assenza di clienti. Pechino può permettersi addirittura di inviare contributi all’estero e l’Italia, al centro della crisi europea, è stata uno dei principali destinatari. Nel nostro Paese sono arrivate 31 tonnellate di materiale e una squadra di medici: un vero colpo mediatico, soprattutto dopo le le dure critiche rivolte a Pechino nelle prime settimane della crisi, quando le autorità tentarono di minimizzare l’esplosione del virus.

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Da allora si è invertita la rotta. Con successo. Come ha riconosciuto a febbraio il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus: «I passi fatti dalla Cina per contenere l’epidemia alla sorgente hanno dato tempo al mondo».

Bambini a Piazza Tienanmen a Pechino, il 16 marzo (Getty Images).

RESTANO I CONTROLLI SULLE QUARANTENE

Il governo non ha però abbassato la guardia a casa. Tutt’altro: nonostante la situazione migliori, restano misure stringenti su quarantene e controlli. A preoccupare il grande rientro nei centri urbani che potrebbe originare nuovi focolai. Ed è indubbio che le autorità facciano sul serio. Per rendersene conto basta seguire la signora che passa di casa in casa per le vie del centro consegnando tessere rosse: vengono date solo a chi si trova in città da almeno 14 giorni, il periodo di quarantena, e sono necessarie per lasciare casa. «Senza tessera non si può uscire!», esclama lei con aria stupita quando le si chiede se almeno si può andare da uno dei fruttivendoli ancora aperti. La stessa signora ripassa poi a distribuire disinfettante per le mani.

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Anche se ora non ce n’è bisogno: il materiale medico-sanitario era scomparso dalla città all’inizio della crisi, ma è ora ampiamente disponibile. In un popolare supermercato specializzato in merce estera, per esempio, lo scaffale per i prodotti scontati è stato svuotato: niente più birre, succhi di frutta e latte australiano, solo alcol, guanti in lattice e mascherine. Nemmeno un’economia in picchiata sembra essere in grado di distogliere le autorità dal loro obiettivo. La produzione industriale è crollata del 13,5% nei primi due mesi dell’anno, mentre le vendite al dettaglio sono calate di oltre il 20%. Nonostante una prevedibile picchiata del Pil Pechino però non ha intenzione di allentare la stretta.

Passeggeri all’aeroporto di Pechino il 16 marzo (Getty Images).

SPOSTAMENTI MONITORATI E LASCIAPASSARE

Oltre ai controlli capillari, la tecnologia è stata l’arma segreta sfoderata dal governo nella battaglia contro il virus. Negli ultimi anni la Cina ha fatto passi da gigante sviluppando una serie di app. Quando il contagio è scoppiato, le autorità hanno capito che potevano servire a monitorare la diffusione del Covid-19 e non hanno esitato a usarle in modo massiccio. Anche chi è confinato al proprio domicilio, per esempio, deve contribuire attivamente al monitoraggio: è infatti obbligatorio registrarsi online e inviare giornalmente la propria temperatura corporea a un centro di raccolta dati. Gli spostamenti da una regione all’altra sono possibili solo dopo aver immesso tutta una serie di informazioni online e aver ottenuto un codice verde (se il codice è rosso si deve fare una quarantena preventiva una volta arrivati a destinazione).

Clienti all’Ikea di Pechino (Getty Images).

SERVE UN CODICE A BARRE PER ENTRARE NEI LOCALI

In alcune aree vige poi l’obbligo di scansionare un codice a barre, sempre usando Wechat, prima di entrare in negozi, alberghi e ristoranti: sarà così possibile rintracciare l’esatto percorso fatto dal paziente, se quest’ultimo dovesse risultare positivo al Covid-19. Pechino affina ora anche la mira, concentrandosi sugli stranieri e tutti coloro che arrivano dall’estero. Prima da Corea del Sud e Giappone, poi da Italia ed Europa. Le ultime misure prevedono che chi atterra all’aeroporto con un volo internazionale venga isolato non in casa ma in speciali alberghi gestiti da personale medico, con spese di vitto e alloggio a carico del viaggiatore. Insomma, continua quella che a febbraio il presidente Xi Jinping aveva definito una «guerra del popolo» contro la minaccia virale. Si tratta di una battaglia che Pechino deve vincere. A ogni costo.

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Il nuovo coronavirus minaccia anche il Partito Comunista cinese

ORIENTE ESTREMO. Accuse di insabbiamenti. E di aver gestito malissimo l'emergenza sul nascere. Cadono le teste dei funzionari dell'Hubei, ma potrebbe essere solo l'inizio. E mentre Amnesty international denuncia il mancato rispetto dei diritti umani, il «nuovo demone» rischia di minare anche la solidità del Pcc.

In Cina rotolano le prime teste, direttamente colpite dal nuovo coronavirus, ora ribattezzato ufficialmente dagli esperti Sars-CoV-2 (una nuova Sars, insomma).

Sono quelle dei funzionari locali dell’onnipotente Partito comunista cinese dell’Hubei, la regione focolaio del virus letale.

Gli alti papaveri di Pechino li hanno accusati di avere gestito male, anzi malissimo, l’emergenza. Un’emergenza che lo stesso presidente Xi Jinping ha paragonato a quella causata dal disastro di Chernobyl.

PECHINO HA PUNITO I FUNZIONARI DELL’HUBEI

Come sempre in questi casi è stato il Quotidiano del popolo – organo del Partito – a dare la notizia della caduta in disgrazia di Zhang Jin, segretario della commissione Santità di Hubei, e di Liu Yingzi, direttore della commissione, rimossi dal loro incarico dal comitato permanente del Partito comunista della provincia. Al loro posto è subentrato il numero due della commissione sanitaria nazionale cinese, Wang Hesheng, molto vicino a Xi Jinping che la scorsa settimana lo aveva nominato membro del Comitato centrale provinciale del Partito.

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In Cina, in realtà, quando si dice che “le teste rotolano”, l’immagine rischia di non restare soltanto una metafora, visto che capita spesso che i funzionari del Pcc caduti nella polvere, spesso da un giorno all’altro, si ritrovino presto o tardi in ginocchio davanti al boia e poi con una pallottola nella nuca. Non è per nulla infrequente, infatti, che a loro carico i solerti giudici a Pechino trovino qualche capo d’imputazione, uno almeno tra i tanti che prevedono la pena capitale. In Cina, si sa, il boia non va mai in ferie.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Ce lo ricorda ancora una volta Amnesty International che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme diritti umani in Cina come conseguenza delle misure straordinarie e draconiane messe in atto dal governo, nel tentativo di circoscrivere l’epidemia e vincere la battaglia contro il virus. Ribattezzato anche «il nuovo demone» dal presidente-a-vita Xi al quale il disastro in cui rischia di sprofondare il suo Paese, il suo Partito e forse egli stesso, invece che togliere il sonno sembra piuttosto stimolare una certa vena creativa nell’inventare definizioni sempre nuove del microscopico nemico.

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Commentando l’ulteriore stretta alle libertà fondamentali di stampa e di espressione, già più che precarie e ora ulteriormente colpite dall’epidemia, il direttore di Amnesty International per l’Asia, Nicholas Bequelin, ha parlato senza mezzi termini di «fallimento dei diritti umani». Riferendosi alla tragica storia del medico Li Wenliang, che per primo cercò di mettere in guardia la Cina e il mondo sullo scoppio dell’epidemia del coronavirus finendo per essere fermato dalle autorità e poi riabilitato divenendo eroe, Bequelin ha detto: «Nessuno dovrebbe essere minacciato o sanzionato per aver denunciato un pericolo per la salute pubblica solo perché ciò potrebbe mettere in imbarazzo le autorità. La Cina apprenda questa lezione e, nel combattere l’epidemia, adotti un approccio basato sui diritti umani».

L’EPIDEMIA METTE A RISCHIO I DIRITTI UMANI

Gli appelli di Amnesty rischiano però ancora una volta di cadere nel vuoto in un Paese come la Cina dove le preoccupazioni che il governo possa approfittare della situazione per aumentare ulteriormente la stretta autoritaria e totalitaria sembrano più che condivisibili. Approfondendo tutti i rischi legati al momento drammatico che sta attraversando il Paese, il direttore di Amnesty per l’Asia ha dichiarato: «Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l’epidemia da coronavirus». «Durante un’epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità» ha insistito. «Sebbene l’Organizzazione mondiale della Sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà», ha concluso il responsabile di Amnesty, «è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica». Del resto Xi Jinping e i suoi, assisi al vertice di quel Partito Comunista che da ormai più di 70 anni governa con mano decisa e pugno di ferro l’antico Regno di Mezzo, sanno molto bene che su questo virus rischiano di giocarsi tutto: la loro credibilità nei confronti del popolo cinese e la stessa legittimità del loro potere assoluto. 

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Come ha correttamente notato l’autorevole opinionista Wang Xiangwei sul quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, «ciò che Xi teme di più è che la Cina si rivolti contro il Partito Comunista. Non sono solo le vite, la salute e l’economia dei cinesi a essere minacciate dalla malattia mortale. Anche il sistema di regole centralizzato autoritario della Cina lo è».

IL NEMICO INVISIBILE CHE MINA LA SOLIDITÀ DEL PARTITO

In altre parole, possiamo dire che l’attuale crisi potrebbe minacciare il dominio del partito, ed erodere la fiducia del popolo nel sistema centralizzato autoritario sul quale i leader cinesi hanno fondato la loro credibilità per costruire la seconda economia più grande nel mondo. Ciò che preoccupa maggiormente i burocrati di Pechino è proprio che l’epidemia, e l’iniziale insabbiamento da parte dei funzionari locali, possano indurre i cinesi a dirigere la loro rabbia verso il sistema centralizzato autoritario del partito. Da quando Xi è salito al potere alla fine del 2012, il massiccio apparato di propaganda ha esaltato la retorica secondo cui la dittatura del partito ha reso la Cina forte economicamente, militarmente e tecnologicamente esibendo, come in un grande e ininterrotto spot pubblicitario di se stesso, i treni ad alta velocità, le applicazioni all’avanguardia dell’intelligenza artificiale, le ambizioni spaziali e le nuove portaerei, nonché il grandioso progetto della Nuova via della Seta che promette trilioni di yuan per lo sviluppo di infrastrutture dall’Asia all’Europa all’Africa. Ora tutto questo rischia di venire messo seriamente in crisi e forse distrutto da un minuscolo e invisibile virus. Letale non solo per il numero di vite umane che sta reclamando, ma per lo stesso Partito Comunista cinese.

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Perché il coronavirus potrebbe aiutare le specie a rischio estinzione

Pechino ha vietato la vendita di animali selvatici, spesso in pericolo come il pangolino, perché principali indiziati dell'origine dell'epidemia. Ma il bushfood o la bushmeat sono diffusi in altre aree del Pianeta. Dall'Africa all'Australia.

Il nuovo coronavirus è una minaccia per l’umanità, ma potrebbe essere per il Wwf e altre organizzazioni ambientaliste un vantaggio per molte specie in pericolo.

Questo dopo che il governo cinese ha vietato il consumo di carne di animali selvatici spesso in via di estinzione, sospettati di aver potuto avviare il contagio come pipistrelli, serpenti e visoni. Anche se secondo gli ultimi studi della South China Agricoltural University l’anello di congiunzione tra animale e uomo sarebbe il pangolino. La sequenza genetica del nuovo coronavirus isolata in questo mammifero infatti risulta al 99% identica a quella delle persone infette. E proprio il pangolino in tutta l’Asia rischia l’estinzione perché considerato un cibo da ricchi, uno status symbol.

Si dirà: ripetere che i cinesi si sono ammalati mangiando carni che per la gran parte dell’umanità sono schifezze sa di fake news razzista. Però sono ipotesi diffuse dagli stessi media cinesi e da pubblicazioni scientifiche. Non solo: ora sono accreditate proprio dal divieto di consumo imposto da Pechino.

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LE DIFFERENZE CULTURALI A TAVOLA

In realtà tutte le culture alimentari hanno gusti non condivisi da altre. Dalla pastissada veronese alla pignata pugliese passando per il pist di Parma o per le coppiette romane, solo per fare qualche esempio, la gastronomia italiana è piena di ricette con carne di cavallo, cosa che nei Paesi anglosassoni fa orrore e negli Stati Uniti è addirittura fuori legge. Mentre i cinesi storicamente non consumavano latticini e avevano un particolare disgusto per i formaggi, anche se la globalizzazione sta cambiando rapidamente questa situazione.

Un macellaio a Pechino (Getty Images).

IL BOOM DEL BUSHMEAT IN AFRICA

In compenso, hanno una particolare passione per il gusto definito yewei: “selvatico”. Non solo i cinesi, in realtà. Anche in Africa occidentale e centrale la domanda di quella che è definita bushmeat è altissima. Nel 2016 almeno 301 specie di mammiferi terrestri erano considerate a rischio d’estinzione. Ogni anno, si stima, il consumo di bushmeat oscilla tra l’1 e i 5 milioni di tonnellate. Perfino i gorilla e gli scimpanzé finiscono cucinati. In Gabon si stima che il loro numero si sia ridotto del 56% proprio per via del loro utilizzo alimentare. E anche in Africa il consumo di animali selvatici è stato individuato come origine di varie malattie. Secondo alcune teorie, sia l’ebola sia l‘hiv sarebbero partite dal consumo di primati.  Anche il bushfood degli aborigeni australiani o il country food di indiani ed eschimesi del Canada comportano un forte consumo di animali selvatici inconsueti nelle diete occidentali, ma in questo caso l’impatto è minore.

Un mercato di Pechino (Getty Images).

LE SPECIALITÀ VENDUTE NEL MERCATO DI WUHAN

Bushmeat, bushfood e country food hanno invece in comune l’essere gastronomia di popolazioni rurali, anche con un forte carattere identitario. Al contrario, il gusto yewei è considerato raffinato. Era proprio della Corte imperiale e costituisce spesso una ostentazione di ricchezza. Il mercato di Wuhan era conosciuto per la grande offerta di animali selvatici come serpenti, procioni o porcospini, che nonostante il divieto della legge erano esposti in gabbie per essere venduti.

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Ma tutta la Cina è oggi ritenuta il maggior consumatore mondiale di animali selvatici, sia in forma legale che illegale. A parte la zuppa di pipistrello – una delle principali indiziate dell’origine del nuovo virus – ci sono la zuppa di testicoli di tigre, quella di civetta delle palme (che non è un uccello ma un mammifero viverride), i serpenti secchi, usati per trattare l’artrite nella medicina tradizionale cinese, il cobra fritto, la zampa d’orso stufata e il vino all’osso di tigre.

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La domanda che nessuno fa: l’Italia saprebbe gestire un’epidemia di coronavirus?

Lo Spallanzani di Roma è un centro di altissimo livello. Ma non sappiamo cosa accadrebbe se invece di pochi casi, i contagiati fossero centinaia. Disinnescare la psicosi è corretto, ma non deve impedire una informazione completa.

Il nuovo virus nato in Cina ha avuto il suo eroe: ed è un eroe tutto cinese. Giovedì sera, dopo un balletto di smentite e conferme da parte delle autorità di Pechino, la stampa indipendente di Hong Kong ha dato la notizia della morte di Li Wenliang.

Li, medico oftalmologo di Wuhan, è stato il primo a dare l’allarme sul nuovo virus, ma non è stato creduto. Anzi, le autorità lo hanno fermato e interrogato accusandolo di diffondere notizie false e «fomentare il disordine sociale».

È stato completamente scagionato e riabilitato quando ormai la Cina non ha potuto più nascondere il disastro. Li, a quel punto, non ha perso tempo con i vittimismi ma silenziosamente è tornato in corsia, in mezzo agli ammalati, agli infettati. Senza pensare ai rischi per la sua vita, come i veri eroi.

LI WENLIANG, EROE COME CARLO URBANI

È triste ripensare a quanto la sua storia ricalchi in buona parte quella di un altro drammatico contagio – quello della Sars – che vide un altro medico-eroe, questa volta italiano: Carlo Urbani. Infettivologo dell’Oms, fu il primo a riconoscere l’allora misterioso virus-killer, il primo a indossare lo “scafandro” e, silenziosamente, a darsi da fare tra gli infettati in un ospedale thailandese. E anche lui si ammalò, sacrificando la sua vita. Carlo Ubani, Li Wenliang sono i veri eroi di questi nostri tempi di emergenza da virus. 

coronavirus primo medico allarme Li Wenliang
Li Wenliang.

A 17 ANNI DALLA SARS, LA CINA NON È ANCORA TRASPARENTE

Ripercorrere le ultime settimane di vita del medico cinese ci consente però anche di renderci conto di quanto questo nuovo virus sia in qualche modo anche il virus dell’ipocrisia. Quella della autorità cinesi e della stessa Organizzazione mondiale della Sanità. Se è vero che Pechino ha in qualche modo “imparato” dalla terribile lezione della Sars (17 anni fa nascose per mesi e mesi l’insorgere dei casi di polmonite letale specie nella regione del Guangdong), nemmeno questa volta la trasparenza è stata quella che ci saremmo aspettati da una nazione che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. Una nazione che vuole candidarsi a prima potenza globale ed esportare nel mondo il suo modello di sviluppo.

I RITARDI COLPEVOLI DI PECHINO E DELL’OMS

Adesso sappiamo che i primi casi si conoscevano nella regione di Wuhan, l’Hubei, fin dai primi di dicembre 2019 e che le autorità hanno atteso settimane, perdendo tempo prezioso, anzi preziosissimo, prima di dichiarare l’emergenza e adottare le misure draconiane di contenimento dell’epidemia che poi, effettivamente, hanno adottato. 

coronavirus quarantena italia europa
Controlli medici in Cina.

E adesso sappiamo che Pechino ha utilizzato tutto il peso che ha all’interno dell’Oms per far sì che procastinasse la decisione di dichiarare il nuovo coronavirus emergenza sanitaria globale. Ammissione arrivata solo qualche giorno fa. Ritardi, ancora una volta ritardi, tentativi di copertura, responsabilità rimpallate tra i vari funzionari dell’immensa macchina burocratica cinese. E poco importa che lo stesso sindaco di Wuhan abbia ammesso la responsabilità del ritardo, e con lui anche il capo della locale commissione sanitaria. Scuse, ammissioni anch’esse tardive.

La Borsa di Shanghai alla riapertura (Getty Images).

C’è poi un altro rischio che corriamo. Perché un conto è tentare di disinnescare la psicosi dilagante per non alimentare ulteriormente fake news e complottismi (e razzismo), un altro è non porsi domande più che lecite. Per esempio, in Italia si parla della coppia di cinesi ricoverati allo Spallanzani e del 30enne italiano rimpatriato da Wuhan e in quarantena con altri 54 connazionali. Nessuno però, nell’opinione pubblica, si pone apertamente il problema di cosa potrebbe succedere se questi casi diventassero non dico 2 mila, ma anche solo 200. Lo Spallanzani è una struttura di eccellenza nel trattamento di virus pericolosi, con ricercatori e medici che hanno dimostrato, ancora una volta, di essere altamente specializzati. Ma chi ci assicura che il nostro sistema sanitario sarebbe in grado di gestire un numero elevato di pazienti in assoluto isolamento?Aspettando una risposta ci consoliamo omaggiando il coraggioso medico Li Wenliang. Ma, ancora una volta, dovremmo anche ricordare quanto sia sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

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Perché la Cina non può permettersi una nuova Sars

ORIENTE ESTREMO. Nel 2003 Pechino nascose il contagio per mesi. Con il nuovo coronavirus le cose sembrano essere cambiate. La potenza iper-tecnologica e in competizione con gli Usa ha una reputazione globale da difendere. E si spera che stavolta non ci siano vasi di Pandora da scoperchiare come 17 anni fa.

Mentre scrivo le notizie disponibili dicono che la Cina ha messo in quarantena più di 40 milioni di persone, pari a tre quarti della popolazione italiana, blindando 13 città, la più grande delle quali, Wuhan, da sola fa più abitanti di Londra e Parigi messe assieme.

E tutto questo con la consapevolezza di non rischiare sommosse e panico incontrollato come nella Los Angeles di Blade Runner.

Ci sono alcune considerazioni da fare di fronte a questo dato e di fronte alla cronaca della nuova epidemia di Coronavirus.

SOLO UN REGIME PUÒ PERMETTERSI MISURE SIMILI

La prima, la più immediata, è che solo un regime veramente autoritario e assolutista può permettersi una cosa simile. E la Cina di oggi lo è. Persino di più della Cina di 17 anni fa, quella della primavera 2003 quando scoppiò la catastrofica epidemia di Sars. Anche allora si parlò di chiudere addirittura la Capitale cinese, Pechino, ma il governo del presidente Hu Jintao e del premier Wen Jiabao non ne ebbe la forza. Basterebbe questa constatazione, in un momento drammatico come questo di fronte all’insorgere del nuovo virus, a dare il metro di come la Cina attuale, sotto i lustrini delle sue sfide tecnologiche e del suo benessere “americano”, abbia fatto ben pochi passi avanti sostanziali verso la democrazia, i diritti e la trasparenza. 

LA CINA DI OGGI È PIÙ TRASPARENTE DI QUELLA DEL 2003?

La seconda considerazione ci porta dritti alla domanda: ma la Cina di oggi, di fronte a un’emergenza sanitaria globale come quella di queste ore, sarà più trasparente, è stata finora più trasparente e onesta di quanto lo fu di fronte alla Sars? Apparentemente la risposta è affermativa, ma probabilmente è ancora troppo presto per dirlo.

L’operazione di copertura per la Sars fu scandalosa. Si accertò che Pechino già dal novembre del 2002 sapeva di casi di polmonite sospetta nella regione cinese del Guangdong e tenne nascosta la notizia

Con la Sars si dimostrò che Pechino sapeva del virus già più di sei mesi prima che la notizia divenisse ufficiale e l’epidemia incontrollabile. L’operazione di copertura, cover-up come direbbero gli inglesi, per la Sars fu a dir poco scandalosa. Il 27 marzo 2003 scrissi per Repubblica un articolo dal titolo «Virus killer, 1300 casi sospetti: la Cina ha taciuto l’epidemia».

Manifesti a Pechino nel novembre 2003 (Getty Images).

Si accertò che Pechino già dal novembre del 2002 sapeva di casi di polmonite sospetta nella regione cinese del Guangdong, al confine con Hong Kong. E sarà un caso o una coincidenza (non credo alle coincidenze) ma anche allora il Capodanno cinese giocò un ruolo fondamentale  – un tragico ruolo – nella vicenda: Pechino infatti tenne nascosta l’entità del contagio fino agli inizi di marzo, proprio per attendere la fine delle festività lunari, per non rovinare gli affari miliardari legati alla festa più importante dell’anno per i cinesi di tutto il mondo, che allora come oggi si mettono in viaggio a centinaia di milioni alla volta per raggiungere i parenti nelle campagne o per tornare dall’estero a visitarli. 

IL TIMORE DI RIPERCUSSIONI SULL’ECONOMIA CINESE

Certo, si può sostenere che adesso il governo cinese abbia imparato la lezione, visto che stavolta non ha esitato nel prendere provvedimenti a dir poco drastici: quarantena per intere metropoli, sospensione di tutti i festeggiamenti anche a Pechino eccetera eccetera. Ma il punto è: perché fa tutto questo? Per una legittima preoccupazione per la salute dei suoi concittadini o per il timore che – tacendo l’entità del contagio – le ripercussioni sull’economia cinese sarebbe esponenziali? Propenderei per la seconda ipotesi.

Controlli a Wuhan, nella provincia di Hubei, focolaio del nuovo coronavirus (Getty Images).

È stato calcolato che la Sars costò allora alla Cina una cifra variabile tra i 40 e i 50 miliardi di dollari dell’epoca, creò un ritardo all’economia cinese  – che proprio in quegli anni iniziava il suo travolgente cammino – di oltre due anni e tagliò radicalmente il Pil per diverso tempo. E i soldi, lo si sa, sono l’unico dio in cui i cinesi credono devotamente. La speranza è che mi stia sbagliando e che questa nuova Cina, la potenza iper-tecnologica che vuole competere con l’America e anche scalzare quest’ultima dal podio mondiale delle superpotenze, abbia davvero imparato la lezione. E che stavolta non ci sia nessun vaso di Pandora da scoperchiare, pieno di omissioni e segreti inconfessabili, come accadde per la Sars. Perché questo nuovo virus fa paura, tanta paura, anche se la contabilità dei morti per ora si può ancora definire irrisoria. 

UN TERRORE IRRAZIONALE AL QUALE NON CI SI ABITUA

Ho ancora fisso nella mente il ricordo di quella sera calda e umida a Hong Kong, nell’aprile del 2003. Dovevo girare un servizio per il Tg2 proprio nel complesso di condomini popolari dove si era verificato il primo massiccio focolaio del virus della Sars. Indossai la mia mascherina, impugnai il microfono, diedi l’ok al cameraman dell’Aptn (ricordo che vidi in un lampo i suoi occhi sopra la mascherina, prima che la telecamera li coprisse, che mi rimandarono come in uno specchio tutta la paura e l’angoscia che erano anche mie) e cominciai a raccontare.

La speranza è che questa nuova Cina, la potenza iper-tecnologica, abbia davvero imparato la lezione. E che stavolta non ci sia nessun vaso di Pandora da scoperchiare, pieno di omissioni e segreti inconfessabili

Più tardi, tornato sull’Isola di Lantau dove vivevo, un attimo prima di varcare la porta di casa mi prese, improvviso, il terrore di poter infettare la mia famiglia, la mia bambina, Caterina, che aveva solo due anni. Allora, con un gesto irrazionale, un po’ disperato e – visto oggi – magari anche un po’ ingenuo e stupido, mi spogliai di tutti i vestiti in giardino. Rimasi in mutande e chiesi a mia moglie di lanciarmi dalla porta un sacco in cui metterli, da mandare in lavanderia. Da quel giorno ho capito a mie spese che si può imparare a gestire la paura delle guerre, delle pallottole, delle bombe. Ma nulla assomiglia al terrore irrazionale che ci prende tutti, nessuno escluso, di fronte alla malattia e al contagio. Stavolta ci tocca sperare che la Cina sia davvero cambiata.

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La Cina rivendica il possesso di Taiwan

L'isola, per Pechino, «è parte inalienabile» del proprio territorio. È la risposta alla sfida lanciata dalla presidente Tsai Ing-wen, che aveva chiesto il riconoscimento dell'indipendenza.

Taiwan «è parte inalienabile della Cina». Pechino risponde a muso duro alla sfida lanciata dalla presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, che in un’intervista alla Bbc ha chiesto alla Repubblica popolare di «affrontare la realtà» dell’indipendenza dell’isola, avvertendo che un’eventuale invasione «costerebbe molto caro» alle truppe del presidente Xi Jinping. «Non abbiamo bisogno di dichiararci Stato sovrano, siamo già un Paese indipendente e abbiamo un governo, un esercito e le elezioni», aveva aggiunto Tsai ing-wen. La risposta di Ma Xiaoguang, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo di Pechino, è stata altrettanto chiara.

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Perché l’aumento dei divorzi in Cina è un’ottima notizia

Sempre più donne non accettano più matrimoni infelici, frustranti e umilianti. E decidono di dire basta nonostante i tabù e la vergogna. Una rivoluzione silenziosa che nemmeno gli sforzi del governo riusciranno ad arginare.

Dopo la scelta coraggiosa di Yuya Mika che ha denunciato pubblicamente le violenze subite dal suo ex compagno, dalla Cina arriva un’altra buona notizia sul fronte delle conquiste femminili: i divorzi sono in aumento.

Qualcuno dirà: «Ma che buona notizia è questa? Più matrimoni che falliscono ti sembrano una buona notizia?» Ebbene sì, nel caso della Cina si tratta di una buona, anzi di un’ottima notizia. Perché significa che le donne cinesi non vogliono più accettare matrimoni infelici. Per questo bisogna festeggiare.

La mentalità delle generazioni meno giovani, infatti, si basa ancora oggi in massima parte –  e non solo tra i maschi ma anche tra le donne – sul vecchio proverbio cinese che, tradotto, fa più o meno così: «Se sposi un cane, vivi con un cane; se sposi un gallo, vivi con un gallo». Il matrimonio visto come destino immutabile che non si può cambiare, ma solo accettare.

UNA RIVOLUZIONE SILENZIOSA

Le donne in Cina ottennero il diritto al divorzio solo nel 1950, quando il vittorioso Partito comunista cinese introdusse la nuova legge sul matrimonio. Durante l’era di Mao però, solo una piccola percentuale di donne ha esercitato questo diritto, e di solito per ragioni politiche: per esempio per lasciare un marito “controrivoluzionario”. Ma la buona notizia è che le cose stanno cambiando.

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Si è davanti a una rivoluzione silenziosa. All’inizio di novembre, Zhou Qiang, presidente della Corte suprema del popolo, ha rivelato in un discorso che ormai in Cina circa il 74% dei divorzi è richiesto da donne.  Zhou ha anche aggiunto che la cosiddetta crisi del settimo anno si è ormai spostata al terzo. Esaminando le statistiche cinesi, si scopre che il tasso di divorzi è schizzato alle stelle nell’era della riforma. Il dato generale, che misura il numero di separazioni per ogni 1.000 persone, era solo dello 0,018% nel 1978, anno in cui la Cina ha aperto alle politiche sociali che hanno trasformato la nazione, e da allora è salito fino a 0,320% nel 2018: un record. L’accelerazione più significativa si è avuta dopo il 2003, quando la Cina ha reso il divorzio più semplice e veloce, in primis abolendo la necessità dell’approvazione dei datori di lavoro. Nel 2016, 4,2 milioni di coppie, per lo più abitanti delle città, si sono separate. 

SEMPRE PIÙ DONNE NON ACCETTANO RELAZIONI FRUSTRANTI

Man mano che la Cina è diventata più ricca e moderna, sempre più donne hanno iniziato a preoccuparsi della qualità dei loro matrimoni. Una maggiore indipendenza finanziaria significa infatti, anche in Cina, maggiore possibilità di autonomia e di scelte consapevoli. Se il marito è infedele o anche soltanto se si sente insoddisfatta della sua vita sessuale, non esita a chiedere il divorzio, rifiutandosi di continuare a rimanere rinchiusa in una relazione frustrante e spesso umiliante.

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Ma sebbene gradualmente la mentalità stia cambiando, le vecchie generazioni ancora vedono il divorzio come una vergogna da nascondere agli occhi degli altri. «Mia madre non ha mai parlato ai vicini del mio divorzio, avvenuto quasi 14 anni fa», ha scritto di recente una 40enne sul social network Weibo. «Perché dovrei stendere la biancheria sporca?», mi ripeteva. «Per lei il divorzio è sempre stato una vergogna, per la donna e per la sua famiglia». 

SE IL DIVORZIO È UNA VERGOGNA

Ma sebbene gradualmente la mentalità stia cambiando, le vecchie generazioni ancora vedono il divorzio come una vergogna da nascondere agli occhi degli altri. «Mia madre non ha mai parlato ai vicini del mio divorzio, avvenuto quasi 14 anni fa», ha scritto di recente una 40enne sul social network Weibo. «Perché dovrei stendere la biancheria sporca?», mi ripeteva. «Per lei il divorzio è sempre stato una vergogna, per la donna e per la sua famiglia». 

GLI SFORZI DEL GOVERNO PER FRENARE LA TENDENZA

Fortunatamente questo modo di vedere il divorzio come un tabù sta diventando sempre meno comune e la fine del matrimonio una realtà sempre più accettata, soprattutto nelle città. Il crescente numero di divorzi, in verità, ha apparentemente turbato le autorità, prese alla sprovvista dal fenomeno. Ossessionato dal mantenimento della stabilità sociale, il governo vede nel grande aumento dei divorzi una fattore destabilizzante e per questo ha intensificato gli sforzi per frenare la tendenza. Nel 2016, la Corte suprema del Popolo ha incaricato i giudici di bilanciare il rispetto dei desideri delle persone con la difesa della stabilità della famiglia che, a loro avviso, è la base per una società armoniosa. L’anno scorso, i tribunali locali hanno introdotto metodi come un periodo di riflessione, la mediazione gratuita e persino un quiz per dissuadere le coppie dal divorziare. Non sorprende che oltre la metà dei casi di divorzio presentati siano stati respinti dai tribunali. 

AUMENTA LA CONSAPEVOLEZZA DELLE DONNE

I nascenti movimenti femministi però sono convinti che il governo non debba interferire nella sfera privata delle persone. Anche se, anche in Cina, è chiaro a tutti che un divorzio non sia mai da prendere alla leggera, specialmente quando sono coinvolti bambini. Ma la consapevolezza che impedire alle donne di uscire da un cattivo matrimonio riduce drasticamente la loro libertà e il libero arbitrio si sta facendo strada nell’opinione pubblica. Così come la convinzione che la libertà di divorziare sia un caposaldo del diritto civile che deve essere rispettato.

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L’aumento di richieste di divorzio da parte delle donne è un dato in linea con la traiettoria di un Paese in grande sviluppo e sulla via di una rapida modernizzazione. Un Paese che sta cercando, almeno in questo campo, di omologarsi al nazioni dove i diritti civili sono più rispettati, come gli Stati Uniti e i Paesi europei. Per questo la notizia che in Cina i divorzi sono in forte aumento è ottima. Una notizia da celebrare.


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Perché nel confronto con la Cina il pugno di ferro di Trump è fallimentare

Non potendo più controllare il sistema multilaterale, il tycoon ha scelto di danneggiare concorrenti e alleati. Sposando un approccio dirigista in cui la Pechino, che si sta aprendo al mercato, continua a prevalere. Per avere la meglio a Washington non resta che indossare il guanto di velluto. Soprattutto con l'Ue.

Se c’era una cosa che sembrava acquisita e assodata fino a pochi anni fa è che l’ascesa dell’economia cinese sullo scacchiere globale sarebbe stata accompagnata dalla trasformazione, lenta e graduale, di un’economia dirigista a una economia di mercato. Si trattava in un certo senso della vittoria culturale del modello capitalista occidentale.

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IL DIRIGISMO DI TRUMP E LA VITTORIA DEL MODELLO CINESE

Dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, però, le cose sembrano decisamente cambiate. Mentre il presidente cinese Xi Jinping dichiara il suo impegno di fornire al Paese sempre maggiori opportunità di mercato, da Washington giungono segnali sempre più chiari: per contrastare l’ascesa cinese, l’economia più potente del mondo sta retrocedendo dalle logiche di mercato e sposando un approccio dirigista, in cui è lo Stato a dettare le regole. In un certo senso è la vittoria culturale del modello comunista cinese.

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DAL GUANTO DI VELLUTO AL PUGNO DI FERRO

Curioso come questo sia avvenuto passando dalla politica del guanto di velluto a quella del pugno di ferro. Esercitare un’influenza politica attraverso l’assistenza economica, la diffusione di standard ambientali, sanitari e di sicurezza civile, l’esportazione di beni culturali e altri strumenti flessibili e non vincolanti. O attraverso l’esempio. Questo è il guanto di velluto. L’uso della forza militare e del potere economico come strumento per piegare gli altri alla propria volontà è invece usare il pugno di ferro. «Si ottiene di più con una buona parola e una pistola, che con una buona parola soltanto», dice Al Capone ne Gli Intoccabili.

Il presidente Usa Donald Trump.

SOMMERSI DA EQUIVOCI E COMPLOTTISMI

Talvolta capita che il passaggio da un approccio all’altro venga per effetto di una sorta di equivoco: quando si sta troppo a lungo in uno dei due sistemi si rischia di confondere l’uno con l’altro. Si scambia lo spread sui titoli di Stato di un’area valutaria comune come un “ricatto dei mercati”, iniziando a vedere malvagità e complotti dove non ci sono. Da lì a interpretare commercio e norme giuridiche come strumenti per usare la forza allargando le braccia come a dire: «È solo un’offerta che non puoi rifiutare…», il passo può essere breve. In pochi attimi, in un’escalation di toni, ci si ritrova ad usare la “sicurezza nazionale” per giustificare l’elusione delle regole del sistema commerciale multilaterale.

LE SCELTE DI TRUMP DENOTANO UNA IMPLICITA DEBOLEZZA

Le scelte politiche di Trump denotano chiaramente un’implicita debolezza: non potendo più controllare il sistema multilaterale da soli, o temendo di non primeggiare più, gli Usa hanno scelto – attraverso Trump – di danneggiare i concorrenti (scoprendo rapidamente che anche gli alleati lo sono) cercando confronti bilaterali. Maggiori sono le ingerenze della politica nel commercio, e più si sposta il baricentro verso un’economia dirigista guidata dallo Stato, uno scenario dove la Cina prevale per esperienza sul campo, tra l’altro.

Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è la cinese Huawei.

IL CONFRONTO CINA-USA SUL 5G

Il prossimo campo di confronto è senza dubbio quello tecnologico: le reti 5G. A differenza dei sistemi a banda larga 3G e 4G, la diffusione del 5G ha implicazioni geopolitiche e di sicurezza di vasta portata, perché promette non solo di migliorare la telefonia mobile, ma anche di accelerare lo sviluppo dell’Internet degli oggetti e la digitalizzazione di intere economie. Pertanto, qualsiasi intervento malevolo nell’architettura 5G incorpora la potenzialità di causare notevoli danni economici, sociali o anche fisici.

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Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è Huawei, un’azienda legata al Partito comunista cinese e – dunque – ai servizi segreti e di sicurezza. L’attenzione del governo americano su questi temi è evidente e sensata, e su questo è possibile tessere la trama di un nuovo clima di accordi tra le due sponde dell’Atlantico, ma per farlo serve che Washington faccia qualche passo indietro sull’uso del pugno di ferro, smettendola di tirare bordate alla Ue invitando i singoli Paesi a uscirne. Sarebbe bello che tornassimo a parlare col guanto di velluto dimenticato, riscoprendone i tanti non detti, come accade fra le due protagoniste del romanzo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, in cui pagina dopo pagina ricordano quanto si sono sempre amate, pur dopo una lunga fase di incomprensione.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Le cose da sapere sulla crisi che ha colpito la Cina rurale

Produttività troppo bassa, reddito pro-capite in picchiata, costi in ascesa: complici i dazi, il settore agricolo è vicino al collasso e i contadini non riescono a pagarsi nemmeno i beni primari. Ora Pechino teme che il crollo contagi anche l'economia nazionale.


«Non abbiamo soldi e quando i giovani agricoltori di questa generazione avranno dei figli, non potranno permettersi di pagare per la loro educazione».

A scriverlo su uno dei più popolari social media cinesi è un contadino senza nome del cuore agricolo del Paese, la provincia centrale di Henan, che in un post diventato subito virale ha affermato di riuscire a guadagnare a malapena circa 5 mila yuan (circa 600 euro) all’anno dalle arachidi che raccoglie sui suoi 10 mu (0,67 ettari) di terra: una somma che non lascia quasi nulla alla sua famiglia, dopo aver sottratto il cibo e le spese di base.

«Noi agricoltori qui viviamo nella costante paura di ammalarci o di dover sostenere costi imprevisti», ha continuato, «ci dicono sempre che la Corea del Nord è arretrata, ma almeno lì le persone non hanno bisogno di pagare per l’istruzione o per vedere un medico. Qui, noi, un medico non possiamo permetterci di pagarlo!».

DALLA CINA RURALE DATI ECONOMICI ALLARMANTI

Questa è l’amara sorpresa che arriva da quella che ormai tutti considerano la grande superpotenza globale: in Cina ci sono ancora i poveri, sono tanti, anzi tantissimi. Stanno nelle sterminate campagne del Paese e rischiano di diventare ancora più poveri, se i burocrati del Partito Comunista non faranno le scelte giuste, in termini di riforme e di incentivi. E rapidamente.

Non esiste solo la Cina luccicante delle grandi metropoli della fascia costiera, delle Shanghai, Pechino e Shenzen

La sterminata Cina rurale, infatti – le regioni delle campagne che occupano una larga parte del territorio del continente – sta regredendo, e sta tornando verso la miseria. Gli analisti e gli studiosi sia cinesi che internazionali parlano di dati economici allarmanti. Insomma, non esiste solo la Cina luccicante delle grandi metropoli della fascia costiera, delle Shanghai, Pechino Shenzen, la Cina dell’economia dalle performance strabilianti: ne esiste un’altra, dove gli agricoltori campano con meno di 700 euro all’anno, e non possono permettersi di mandare a studiare i loro figli. E ogni anno il divario tra queste “due Cine” si allarga, sempre di più.

UN CONTANDINO CINESE GUADAGNA IN MEDIA 103 EURO AL MESE

Per Ma Wenfeng, analista al Beijing Orient Agribusiness e consulente del ministero per l’Agricoltura e gli Affari Rurali cinese, «mettendo da parte la quantità non trascurabile di denaro che i lavoratori migranti spediscono a casa, ai loro parenti nelle campagne, il reddito rurale è in declino dal 2014, e si è abbassato di un ulteriore 20% nella prima metà di quest’anno». Secondo l’analisi della sua società di consulenza, basata su dati governativi, il reddito pro-capite rurale del mese di giugno di quest’anno – esclusa la percentuale di lavoratori migranti, appunto- è sceso a 809 yuan (103 euro), rispetto ai 1.023 yuan (130 euro) dello stesso mese del 2018.

Lavoratori agricoli in Cina (Foto di STR/AFP/Getty Images).

E i dati annuali forniti dal governo fanno ancora più impressione. La crescita del reddito pro-capite rurale totale della Cina – compresi i lavoratori migranti – è precipitata nel 2018, rispetto al 2012, dal 13 al 9%, secondo il National bureau of statistics cinese. Non solo, la cifra dell’anno scorso pari a 14.617 yuan (1863 euro) corrispondeva a meno della metà dei 39.250 yuan (circa 5 mila euro) registrati come reddito pro-capite annuale nelle aree urbane. E il 90% del dato rurale era rappresentato da lavoratori migranti nelle città che inviavano rimesse a casa.

SOTTO ACCUSA LA NAZIONALIZZAZIONE AGRICOLA

La maggior parte delle aziende agricole cinesi sono imprese familiari, il che significa che sono piccole e prive di economie di scala, la qual cosa limita molto le loro possibilità di poter realizzare utili significativi. Inoltre, gli agricoltori non possiedono la loro terra (tutta la terra, in Cina, è proprietà dello Stato, gli agricoltori, come chiunque – costruttori, industriali etc. – possono solo prenderla in affitto dal governo con contratti di varia lunghezza), ma affrontano costi crescenti – dai fertilizzanti, all’elettricità, alla manodopera – per coltivarla e in più vengono gravemente colpiti dalla caduta dei prezzi del grano.

Dagli Anni 50 i terreni coltivabili sono rimasti di proprietà del governo

Per questi motivi la produttività media delle aziende agricole è molto bassa: rispetto alle economie agricole avanzate per esempio nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti, dove la produzione di una fattoria alimenta in media 256 persone e 146 persone, rispettivamente, una fattoria cinese nutre solo sette persone, secondo le stime di Rabobank. Molti accademici ed economisti mettono ormai apertamente sotto accusa la politica fondiaria cinese, che risale ai primi anni del dominio del Partito comunista, negli Anni 50, quale principale causa dei problemi rurali. Dopo aver ridistribuito la terra da agricoltori ricchi a poveri, il partito passò rapidamente alla nazionalizzazione dei terreni agricoli, che da allora sono rimasti di proprietà del governo.

Contadini lavorano i campi (foto di STR/AFP/Getty Images).

LA GUERRA DEI DAZI CON GLI USA HA PEGGIORATO LA SITUAZIONE

La Cina ha solo il 6% delle risorse idriche mondiali e il 9% delle sue terre coltivabili, ma deve alimentare il 21% della popolazione mondiale, secondo l’agenzia di stampa governativa Xinhua. La posta in gioco è aumentata drasticamente nel corso della lunga guerra commerciale di 15 mesi con gli Stati Uniti. Pechino infatti ha tagliato le importazioni agricole dall’America – compresi i semi di soia per l’alimentazione animale – aumentando così la pressione sulla sua industria agricola nazionale per far fronte alla carenza di prodotto, mentre nello stesso tempo contava sui consumatori rurali per aumentarne il consumo e il commercio interni. Ma la crisi che attraversa le sterminate campagne cinesi e la ridotta, se non ridottissima, capacità d’acquisto e disponibilità di liquidità degli agricoltori ha fatto fallire questa strategia. Inoltre, i dazi doganali di Pechino sulle merci agricole americane hanno reso più costoso per gli importatori cinesi acquistare i prodotti di importazione.

SE COLLASSA LA CINA RURALE, COLLASSA L’INTERO PAESE

Mentre l’agricoltura è stata a lungo al centro della strategia di sicurezza nazionale della Cina – producendo abbastanza per nutrire il Paese e aumentando anche i redditi nelle campagne – negli ultimi quattro decenni il settore rurale è rimasto molto più indietro rispetto ad altri settori dell’economia. Il prodotto interno lordo (Pil) rurale ha triplicato le sue dimensioni negli ultimi venti anni, ma questa espansione resta irrisoria se confrontata a quella del Pil manifatturiero – aumentato di otto volte nello stesso periodo – e di quello della produzione economica totale, cresciuto di ben nove volte.

Un momento della semina (foto di STR/AFP via Getty Images).

Quest’anno il documento di programmazione politica del Consiglio di Stato è stato nuovamente incentrato sul progresso dello sviluppo rurale. Il documento comprendeva otto sezioni, tra cui le politiche per combattere la povertà, migliorare i servizi pubblici, rafforzare le infrastrutture agricole e ampliare le fonti di reddito degli agricoltori, appunto. Il presidente cinese Xi Jinping ha spinto al massimo per accelerare le riforme rurali, rendendo la riduzione della povertà nelle campagne uno dei principali obiettivi del governo per il 2019 e il 2020. A marzo Xi ha detto ai delegati al Congresso nazionale del popolo di quest’anno che il «Paese fiorirà solo quando la campagna fiorirà a sua volta, ma si impoverirà, se le zone rurali si impoveriranno». Questa è la grande sfida che deve affrontare Xi Jinping, con un programma di investimenti e riforme che, se dovesse fallire, trascinerà la Cina, tutta la Cina e la sua intera economia, indietro di molti decenni.

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