Macao rischia di essere contagiata dalle proteste di Hong Kong?

L'ex colonia portoghese, Mecca del gioco d'azzardo, è per Pechino un esempio riuscito del principio "un Paese, due sistemi". Ma solo il futuro potrà dire quanto la città di Dio riuscirà a essere fedele alla Repubblica Popolare.

da Macao

Al terminal degli aliscafi per Macao, nel centro di Hong Kong, la coda per l’imbarco è praticamente inesistente. Di solito, in questa stagione, tra gli hongkonghesi che vi si recano per tentare la fortuna in uno dei 1.000 casinò e i turisti che vogliono visitare l’ex colonia portoghese – tappa compresa nei pacchetti di tutti i tour operator – l’attesa ai moli di attracco è biblica. Ora invece, in una Hong Kong desertificata dalle proteste, anche l’afflusso di visitatori verso la Città di Dio (il significato del nome Macau) è ridotto ai minimi termini.

LA NOMINA DEL NUOVO GOVERNATORE HO IAT-SENG

Non hanno aiutato nemmeno le ultime dichiarazioni del presidente cinese Xi Jinping che ha elogiato la prosperità, la stabilità e l’armonia di Macao. Proprio mentre il governo centrale nominava, mercoledì scorso, l’uomo d’affari Ho Iat-seng prossimo governatore della capitale asiatica del gioco d’azzardo, aggiungendo con toni roboanti che Macao ha dimostrato che il principio «un Paese, due sistemi» può funzionare.

Il neo governatore di Macao Ho Iat-seng.

MACAO, DOVE DUE MONDI SI INCONTRANO

Allo sbarco al Terminal maritimo del Porto exterior a Macao, l’effetto-deserto non sembra in realtà confermare gli entusiasmi del presidente Xi: i controlli dell’immigrazione si passano in una manciata di minuti contro i soliti 20. Macao, la meravigliosa, accoglie con la stessa incredibile atmosfera di sempre, luogo magico di incontro tra due mondi, nato «da una storia d’amore tra Oriente e Occidente», come ha scritto Tiziano Terzani. Ed è unica l’opportunità di girare per le viuzze dai nomi portoghesi e cinesi senza l’assalto furioso delle orde di turisti alle quali è normalmente sottoposta. L’autobus della linea 3 della Sociedade de Transportes Urbanos de Macau arriva nel centro storico rapidamente, mentre l’altoparlante annuncia il nome di ogni fermata nelle tre lingue ufficiali di Macao: cinese, inglese e portoghese.

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LE ASPETTATIVE DI XI JINPING PER LA “CITTÀ DI DIO” E HONG KONG

Nella sua dichiarazione, Xi Jinping ha espresso la speranza che il nuovo governatore «si alzi e guardi lontano» per capire come la città si inserisca nella strategia di sviluppo nazionale. Uomo d’affari ed ex presidente dell’Assemblea legislativa di Macao, Ho è stato eletto dai rappresentanti del Partito con una votazione bulgara lo scorso 25 agosto, 392 voti a favore su 400, nel corso di una cerimonia molto coreografica. Si insedierà ufficialmente il prossimo 20 dicembre, in occasione del 20esimo anniversario del ritorno dell’ex colonia portoghese alla Cina.

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Gli osservatori più attenti hanno notato che probabilmente Xi, così come il premier Li Keqiang che si è espresso analogamente, nel dire «Macao» pensava a Hong Kong, riflettendo le aspettative di Pechino non solo nei confronti della disciplinata e sonnolenta ex città lusitana, ma più ancora nei confronti della “figlia ribelle” scossa ormai da più di tre mesi dalle proteste antigovernative che hanno sfidato l’autorità del governo centrale.

Macao significa la Città di Dio (foto di Marco Lupis).

IL PRINCIPIO UN PAESE, DUE SISTEMI

Incontrando Ho a Pechino, Xi ha tenuto ad affermare che i principi che governano la formula un Paese, due sistemi – in base al quale entrambe le ex colonie europee sono governate dalla Repubblica popolare ma dovrebbero vedere garantita una certa libertà politica e una sorta di semi-indipendenza per altri 30 anni circa – sono stati pienamente attuati dalla consegna della città alla Cina nel 1999 fino a oggi.

Macao è una ex colonia portoghese (foto di Marco Lupis).

«Il governo di Macao ha saputo unire vari settori sociali nella comprensione e attuazione completa e accurata del principio di un Paese, due sistemi, salvaguardando risolutamente l’autorità della Costituzione e il rispetto delle regole fondamenti del Partito», ha detto Xi. «L’economia a Macao è in rapida crescita», ha insistito, «con il sostentamento delle persone costantemente migliorato e la società armoniosa e stabile». Il capo della nuova superpotenza globale ha concluso affermando: «Ciò dimostra che il principio era completamente fattibile, e può essere raggiunto e ben accolto dai cittadini, in tutte le realtà dove è stato applicato». La frecciata diretta alla ribelle Hong Kong è stata più che evidente.

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LE SPERANZE DI PECHINO PER HONG KONG

Ma da queste parti non tutti sembrano vedere il futuro con lo stesso ottimismo del presidente cinese. Il docente di giornalismo della Baptist University di Hong Kong, Bruce Lui Ping-kuen, un vecchio analista della realtà cinese, afferma che Pechino attraverso Macao sta cogliendo l’occasione per rilanciare le sue speranze per Hong Kong. «Le lodi rivolte a Macao, nella visione di Pechino, evidenziano le carenze di Hong Kong», sostiene convinto. «Del resto Macao è sempre stata un modello di successo agli occhi di Pechino, con la sua società stabile e l’economia profondamente integrata con la terraferma», conclude.

Il jardim de S. Francisco a Macao (foto di Marco Lupis).

LE PAROLE D’ORDINE SONO ARMONIA E STABILITÀ

Johnny Lau Yui-siu, un analista economico di Hong Kong, concorda con il professor Lui, e afferma che i recenti disordini a Hong Kong hanno avuto anche l’effetto di evidenziare l’importanza per Pechino di garantire appunto, come ha detto il presidente Xi, la stabilità e l’armonia a Macao. Da parte sua il legislatore democratico di Hong Kong, James To Kun-sun, sostiene che l’esortazione di Xi di «alzarsi e guardare lontano» in riferimento a Macao, rappresenta un messaggio alla contestatissima governatrice di Hong Kong, Carrie Lam. Come dire: «L’influenza di Macao nel mondo è limitata. Chi governa Hong Kong ha compiti molto più urgenti e importanti da affrontare».

Macao è una delle capitali mondiali del gioco d’azzardo (foto di Marco Lupis).

LA SERA TRA CAMPANE E CASINÒ

Intanto nella grande cattedrale cattolica di Macao, la Igresa da Sé, le luci e le candele si accedono per la funzione serale. I pochi fedeli si siedono nei banchi anteriori, mentre fuori i campanili delle tante chiese cattoliche riempiono l’aria afosa e umida di questo avamposto portoghese in Asia, degli scampanii tipici delle nostre città e dei nostri Paesi, in un contrasto che lascia senza fiato il visitatore. Nel tramonto, la grande piazza del Leal Senado si va riempendo di macaensi che vengono a godersi un po’ di refrigerio nella brezza della sera, mentre le case da gioco fanno girare i tavoli delle roulette senza sosta e la città continua la sua sonnolenta esistenza.

Un angolo della ex colonia portoghese in cui vige il sistema del Paese e due sistemi.

LA CITTÀ «SEMPRE LEALE»

Qualche secolo fa Macao si conquistò da parte dei portoghesi la qualifica di “sempre leale”, che le venne accordata da re Giovanni VI, per aver tenuto issata la bandiera di Lisbona anche quando la monarchia spagnola subentrò sul trono del Portogallo. Un’antica lapide nel cortile del Palazzo del Governatore, il Leal Senado appunto, ricorda il titolo accordatole nel 1654: «Città di Dio, non ce n’è alcuna più leale». Saprà Macao dimostrarsi all’altezza di tanta fiducia e lealtà, anche nei confronti dei nuovi “padroni” che stanno a Pechino? Il presidente Xi Jinping se lo augura, ma solo il futuro ci dirà se il contagio proveniente dalla vicina Hong Kong riuscirà a colpire anche questa ex colonia.

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Diario di una giornata di scontri a Hong Kong

I manifestanti, molti dei quali in nero, si spostano velocemente da una parte all'altra della città. Dandosi appuntamento con una app. Da Mong Kok a Wan Chai fino al lussuoso quartiere di Causeway Bay. Il reportage.

da Hong Kong

Hong Kong, domenica 8 settembre. All’incrocio tra le centralissime Queen’s Road Central e Pedder Street, la folla dei manifestanti si aggira nervosa. Le strade sono strapiene di gente, un mare di magliette e foulard neri a coprire i volti.

ABITI NERI E OMBRELLI: TRA I MANIFESTANTI ANTI-PECHINO

La frangia più dura dei manifestanti mostra un abbigliamento più estremo, che ricorda i Black Block occidentali: maschere anti-gas, caschi, giubbotti rinforzati e spranghe di ferro. Ma la maggioranza sono ragazzetti e ragazzette comuni, esili, il volto coperto appena con una mascherina di tipo chirurgico. Però nera, non bianca. E poi gli ombrelli. Quelli ce li hanno quasi tutti, quasi sempre neri come le magliette e i pantaloni. Una specie di “coperta di Linus”, visto che risultano ben poco utili contro le violente cariche della polizia, i lacrimogeni, gli spray al peperoncino e i cannoni ad acqua addizionata di composti urticanti, colorata di azzurro per macchiarli e riconoscerli meglio dopo, per arrestarli più facilmente.

Manifestanti a Central Station (foto di Marco Lupis).

UNA PICCOLA RIVOLUZIONE EDUCATA E CERIMONIOSA

È domenica, perché qui a Hong Kong le manifestazioni si fanno principalmente di domenica. Al massimo di sabato. Perché scuole e uffici sono chiusi, e non sia mai che si perda un giorno di lavoro o di scuola per andare a manifestare, sarebbe davvero troppo maleducato. Questa sorta di piccola rivoluzione ha qualcosa di curiosamente educato per i nostri standard occidentali, qualcosa di molto orientale, quasi cerimonioso. Nel pieno degli scontri i poliziotti si rivolgono educatamente ai manifestanti che si spostano senza protestare, dopo essere stati spintonati, ma non troppo. Mentre i ragazzi raccolgono i rifiuti per ripulire le strade.

Agenti in assetto antisommossa in metropolitana (foto di Marco Lupis).

LA POLIZIA INCARNA LA PREPOTENZA DEL POTERE CINESE

Ciò non impedisce alla polizia di spaccare qualche testa, e ai dimostranti più violenti di rompere tutto quello che capita loro a tiro. Come è accaduto alla stazione Central della metropolitana le cui vetrate sono state distrutte a colpi di sampietrini. Venti minuti di botte da orbi, lancio di molti lacrimogeni, poi i poliziotti si sono ritirati e i manifestanti sono riusciti quasi tutti a scappare.

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Sono rimasti a terra in due, mentre gli agenti schiacciano i loro volti sull’asfalto per tenerli fermi e ammanettarli. Quando li hanno portati via uno aveva il volto insanguinato, l’altro stava zitto, i lunghi capelli neri, dritti, così cinesi, gli ricadevano sul volto infantile. Gli occhi di entrambi però erano indomiti, pieni di odio verso i poliziotti, che per loro incarnano tutta l’esecrabilità della prepotenza del potere cinese. Sono i simboli del potere schiacciante di Pechino che nel corso degli ultimi 20 anni, dopo il ritorno alla Cina dell’ex-colonia britannica, si è guadagnato un crescendo di risentimento ormai tramutatosi in odio.

Bastoncini di incenso e biglietti nel quartiere Mong Kok (foto di Marco Lupis).

LE PREGHIERE AL MURO DELLA DEMOCRAZIA

A Mong Kok, un quartiere molto popolare e commerciale, sulla penisola di Kowloon, la stazione della metropolitana di Prince Edwards è chiusa. All’esterno si trova una specie di “muro della democrazia” tappezzato di fiori, perché la stazione è stata teatro di scontri molto violenti ed e stata parzialmente bruciata. I manifestanti sostengono che nei tafferugli vi sono stati diversi morti tra le loro fila, ma la questione è controversa e non sono emerse finora prove certe che sia andata a finire davvero così tragicamente.

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Comunque i fiori bianchi, segno di lutto in Oriente, non sono lì solo per queste vittime discusse, ma in ricordo dei molti giovani che si sono tolti la vita per le rivolte.

Il muro della democrazia con fiori bianchi in segno di lutto alla fermata della metro Prince Edward (foto di Marco Lupis).

Una decina di giovani, infatti, si sono lanciati nel vuoto, chi da un ponte chi dalle finestre della propria casa, lasciando biglietti che esortavano i loro compagni a non mollare e in cui spiegavano che preferivano morire piuttosto che vivere in una Hong Kong sotto la dittatura della Cina. La gente si ferma: chi accende bastoncini di incenso e si inchina ripetutamente, nella tradizione buddista, chi prega con il rosario o nella sua fede, qualunque essa sia.

Presidio della stampa durante gli scontri di Hong Kong (foto di Marco Lupis).

IL PESTAGGIO DEI GIORNALISTI

Di colpo si sente una serie di spari a cui segue un fuggi-fuggi generale; tutti cominciano a correre verso il quartiere di Wan Chai, manifestanti e giornalisti, bardati anche questi ultimi con maschere anti-gas ed elmetti, ma riconoscibili facilmente per i gilet giallo fosforescente con la scritta «Press». Malgrado siano sempre facilmente distinguibili dai manifestanti, la locale associazione della stampa ha protestato in modo veemente contro il pestaggio di almeno tre colleghi da parte della polizia che ha indetto una conferenza stampa, ma non si è scusata: «Non si sono fatti riconoscere», ha insistito il portavoce, per questo «sono stati scambiati per manifestanti».

Polizia in assetto antisommossa (foto di Marco Lupis).

APP E HOT SPOT WIFI, LA COMUNICAZIONE DELLA PIAZZA

Qualcuno dà l’allarme e in fondo a Statue square si materializza una grande massa di poliziotti in assetto antisommossa con alle spalle molti veicoli di appoggio con sirene e lampeggianti. Manifestanti e poliziotti si infilano di corsa nella metropolitana, direzione Causeway Bay, nella zona Nord della città, per dare vita a nuovi scontri.

Manifestanti anti-Pechino (foto di Marco Lupis).

Da tempo ormai è questa la tecnica adottata da questo movimento senza leader, una guerriglia urbana che cerca di prendere di sorpresa la polizia con flash mob che si riuniscono e si sciolgono con rapidità in punti diversi della città. I manifestanti comunicano attraverso una app che usa gli hot spot wifi. Lasciano i loro Bluetooth aperti ai messaggi in arrivo, e in questo modo la voce si sparge a macchia d’olio da uno smartphone all’altro, evitando i blocchi della polizia come è accaduto in passato con Internet.

Cordone di polizia (foto di Marco Lupis).

LA RIVOLTA ALTO-BORGHESE

Passati i cancelli dell’uscita di Causeway Bay, un fumo denso fa lacrimare terribilmente gli occhi, e un sacco di gente cerca di rientrare in metropolitana, per trovare rifugio. In strada ancora scontri al grido di «Se bruciamo, tu bruci con noi!», «Liberate Hong Kong!», «Non potete ucciderci tutti!». Causeway Bay è un quartiere piuttosto elegante, diciamo pure lussuoso, pieno di negozi e frequentato dalla borghesia medio alta di Hong Kong.

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In strada, di fronte alla polizia, ci sono ragazze in minigonna e tacchi che insultano gli agenti. I commercianti fanno lo stesso, come giovani in camicia bianca e cravatta che si uniscono al coro di parolacce in cantonese e in inglese. Poi ricominciano i lanci di lacrimogeni. Per terra rimangono solo i “bossoli”, piccoli, come quelle candelette decorative che si accendono a Natale, con il rivestimento di alluminio.

Una scritta sui muri di Hong Kong (foto di Marco Lupis).

APPUNTAMENTO A UN’ALTRA DOMENICA DI SCONTRI

Quando scende la sera per le strade del ricco quartiere di Hong Kong pare essere tornata la calma. A parte il traffico in tilt perché la polizia ha bloccato le vie principali di Causeway Bay. Una Porsche Cayenne tirata a lucido sorpassa strombazzando un blindato, seguita da una Jaguar di ultimo tipo con la targa personalizzata: «Danielle».

Ogni weekend a Hong Kong si ripetono flash mob e scontri (foto di Marco Lupis).

Al volante una giovane signora elegante che lancia improperi all’indirizzo degli agenti. Ma non in favore dei manifestanti: è infuriata perché i poliziotti non la lasciano passare facendole perdere tempo. Si chiude così un’altra domenica di protesta nelle strade di Hong Kong.

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