Valentina Cuppi eletta presidente del Pd

Sindaca di Marazabotto, la sua candidatura era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti.

Nessuna sorpresa. Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, è stata eletta presidente del Pd dall’assemblea nazionale del partito a Roma. La candidata era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti. «Credo che Valentina possa rappresentare al meglio il percorso di apertura che stiamo costruendo», aveva detto Zingaretti, «se verrà eletta presidente, sarà affiancata dalle vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani e per la prima volta al vertice del partito ci saranno tre donne».

SINDACA DA UN ANNO

Cuppi è stata eletta sindaca di Marzabotto nel maggio del 2019, ottenendo il 71% delle preferenze, alla guida di una coalizione di centrosinistra. Nel 2013 era stata candidata alla Camera con Sel. Prima ancora era stata assessore, occupandosi, in particolare, di temi legati alla pace e alla memoria della strage nazifascista avvenuta nel suo paese. Sostenitrice della causa curda e di quella palestinese, di Podemos Syriza, fa l’insegnante di storia e filosofia.

«AMMINISTRARE PARTECIPATO»

«Credo tanto nell’amministrare partecipato, nel dialogo costante con la popolazione; progettare e fare insieme sono sempre stati il motore e il metodo di lavoro che mi sono data», ha scritto sul suo profilo Fb da candidata sindaca, «che ha caratterizzato anche il modo di rapportarsi ai cittadini di tutto il nostro gruppo consiliare. I progetti che abbiamo portato avanti sono nati con il coinvolgimento delle persone e spesso dalle loro idee e proposte, perché operando insieme per il bene comune si arricchisce la comunità tutta e si uniscono più punti di vista, mantenendo alta l’attenzione per le esigenze di tutti gli abitanti».

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Mario Draghi si difenderà da Renzi e Salvini

Il leader di Italia viva non solo accarezza un suo ruolo all'opposizione e il sogno di una grande destra, ma adesso si gioca pure la carta della candidatura a premier dell'ex presidente della Bce. Come aveva fatto il segretario della Lega. Usando il suo rispettabilissimo nome solo per fare un po' di casino.

Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi, scrive oggi sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli, che sarà bello fare opposizione.

Lo dice a noi che all’opposizione ci siamo stati fino al governo Prodi a parte quei mesi disperati del governo Andreotti mentre Aldo Moro era nelle prigioni delle Br.

Sì, è vero all’opposizione si sta bene e ci si ingrassa pure. Servono alcuni attrezzi, però. Serve una attrezzatura culturale che dia al partito che sta all’opposizione un’aura di forza necessaria, serve un progetto di lungo respiro che tenga in piedi la speranza, serve alternare momenti di filibustering con la collaborazione parlamentare per far fare cose utili per il popolo. Chi sta all’opposizione deve cioè essere una persona seria. Non si sta all’opposizione per giocare.

RENZI HA PERSO CREDIBILITÀ ED È SEMPRE PIÙ SOLO

È questo il primo vero problema che ha Renzi. Nessuno in Italia pensa più che lui sia una persona seria e anzi si moltiplicano quelli che pubblicamente dicono che si sono sbagliati ad appoggiarlo. Questi non mi piacciono. Scappare dopo le sconfitte non è mai bella cosa. Mi fa quasi più simpatia Roberto Giachetti che non avendo mai vinto nulla appena vede una sconfitta ci si avventa sopra.

LEGGI ANCHE: Le mosse di Zingaretti e del Pd per arginare Renzi

IL SOGNO DELLA GRANDE DESTRA

Un’altra ragione perché non sarà bello stare all’opposizione per Renzi e le sue girl è che quel luogo è affollato di gente che non ha bisogno di lui. L’ex premier, uno dei numerosi ego-mostri che girano per la politica italiana, è convinto che con il suo arrivo farebbe una flebo salvifica a Forza Italia, stingebbe il nero di Giorgia Meloni, e convincerebbe Matteo Salvini a bere di meno. Insomma, già si sente di dire ai nuovi amici di avventura: «Ora basta, la ricreazione è finita». Ma colui che disse questa frase, che chiuse un moto di popolo, era un generalone, un padre della patria, uno che parlava, come si dice dalle mie parti, «come un testamento» ovvero come dice Lino Banfi «una parola è poco e due sono troppe».

ANCHE L’EX ROTTAMATORE SI È GIOCATO LA CARTA DRAGHI

L’arrivo di Renzi nel circo in cui si esibiscono Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Vittorio Feltri e altri stupendi cabarettisti di destra aggiunge poco allo spettacolo. Cosa può dire Renzi di più e di peggio sul Pd? Quelli sono più avanti. Renzi però crede di essere furbissimo e ha lanciato, in vista della caduta del governo Conte, la candidatura di Mario Draghi. La stessa cosa che mesi fa fecero sia Salvini sia Giancarlo Giorgetti. Io ho notizia, da fonte sicura, che Mario Draghi sia stato visto recentemente in una falegnameria di Roma mentre ordinava due bastoni molto nodosi. Vuoi vede che vuole suonarli sulla testa di questi cretini che, non sapendo che diavolo fare, o dire, usano il suo rispettabilissimo nome per fare un po’ di casino?

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Le mosse di Zingaretti e del Pd per arginare Renzi

Tra i dem la parola d'ordine è minimizzare. E cercare di arginare le boutade del leader di Iv. Ma in caso la situazione diventasse insostenibile, il segretario è pronto ad andare al voto. Ipotesi che per Mattarella non sarebbe un tabù. Una linea che però è osteggiata dai governisti dem, Guerini e Lotti in primis. Il retroscena.

La parola d’ordine è minimizzare. Il Partito democratico deve concentrarsi sull’azione di governo e non sul «chiacchiericcio», Nicola Zingaretti dixit, che fa venire «mal di testa agli italiani».

Di fronte alle forzature di Matteo Renzi, i vertici di Largo del Nazareno hanno scelto una strategia precisa: rispondere con i fatti alle polemiche, ridimensionandole. Anche perché la convinzione più radicata è che il leader di Italia viva stia spingendo, seppure in maniera esagerata, per avere visibilità e un ruolo per le nomine delle partecipate, a partire da Eni ed Enel (dove il supporto dell’ex premier potrebbe addirittura danneggiare Francesco Starace vicino alla riconferma). Insomma, un bluff.

«Una guerra simulata», osserva un deputato dem. Intanto Zingaretti guarda avanti e propone alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, affiancata – in caso di elezione all’Assemblea nazionale Pd – dalle vice Anna Ascani e Debora Serracchiani. Insomma non si vive di solo Renzi.

IN CASO DI CRISI, ZINGARETTI PRONTO AL VOTO

Ma il senatore di Rignano è imprevedibile, come sanno bene dalle parti della segreteria dem. Per questo sono state vagliate tutte le opzioni e Zingaretti ha fissato un paletto. Nel caso in cui la situazione dovesse davvero precipitare, il Pd non si cimenterà in alchemiche operazioni per far nascere un altro esecutivo.

Il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti (Ansa).

Il segretario è giusto disposto ad appoggiare un governo elettorale, ammesso che il presidente Sergio Mattarella prospetti l’ipotesi, per poi andare al voto appena possibile, alla prima data utile nel 2020. La linea è netta: nessun assist a Renzi che vuole evitare le urne proponendo nuove formule di maggioranza. A quel punto meglio giocarsi la partita elettorale contro le destre.

L’INCOGNITA DEL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Spiega a Lettera43.it un deputato della maggioranza: «Renzi sa bene che è possibile votare quest’anno, a differenza di quanto dice. Dopo il più che probabile taglio dei parlamentari con il referendum, il presidente della Repubblica può sciogliere le Camere in estate senza alcun ostacolo». Peraltro, come qualcuno ricorda in Transatlantico, Mattarella non ha tabù in merito: nel 2018, quando faticava a decollare un accordo di governo, il Quirinale aveva addirittura ventilato l’ipotesi di un voto a luglio. Figurarsi se non può essere sdoganato il voto a fine estate, nei primi giorni di settembre. Sarebbe la tempesta perfetta per la quasi totalità dei parlamentari, compresi i renziani: andare al voto pochi mesi dopo l’entrata in vigore della riduzione del numero dei seggi alla Camera e al Senato. Uno scenario che Zingaretti non vuole escludere a priori. Intanto è un messaggio per gli alleati di Italia viva.

Il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini (Ansa).

LA TENTAZIONE RENZIANA: PALAZZO CHIGI A UN DEM

Nel Pd sono anche consapevoli che l’ex segretario, se accelerasse per lo showdown del governo, potrebbe preparare la tipica offerta che non si può rifiutare: un esecutivo con un esponente dem a Palazzo Chigi. L’identikit è quello di Dario Franceschini, capodelegazione del partito nel Conte bis e tessitore del dialogo con il Movimento 5 Stelle. Un’ipotesi che però viene smontata da un parlamentare di lungo corso: «Davvero Luigi Di Maio, o chi per lui nei 5 stelle, potrebbe accettare un premier del Pd, votando la fiducia come se niente fosse? Per carità, tutto è possibile. Però…». A quel punto lo smottamento tra i pentastellati sarebbe immediato. Con buona pace dei sogni di gloria renziani.

IL PD TRA GOVERNISTI E PONTIERI

La linea dura di Zingaretti è largamente condivisa nel partito. Qualche perplessità monta tra i governisti, di cui il punto di riferimento è proprio il ministro dei Beni culturali.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa.

Ma tra le fila di chi vuole assolutamente evitare il voto c’è la corrente Base riformista, ossia gli ex renziani rimasti nel Pd, capeggiati dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e da Luca Lotti, che è stato braccio destro e sinistro dell’ex presidente del Consiglio. Al momento, certo, non c’è alcuna intenzione di alimentare polemiche interne. Ma Renzi vuole incunearsi tra le divergenze. «Bisogna stare tranquilli. La maggioranza c’è, ha avuto la fiducia al Senato sul decreto Intercettazioni. Non ci concentriamo su ipotetici scenari, la legislatura a oggi va avanti», raccontano i dem nell’area di governo, sfoggiando ottimismo e indossando così i panni dei pontieri tra le varie forze politiche della maggioranza. E un altro deputato afferma sicuro: «Renzi non ha alcun interesse a provocare una crisi sulla prescrizione…».

L’IPOTESI RESPONSABILI IRRITA I VERTICI

In questa fase caotica c’è anche chi, come Goffredo Bettini, ha spinto per la sostituzione di Italia viva con una pattuglia di responsabili al Senato, e magari qualcuno alla Camera. Al Pd non dispiacerebbe. Per niente. Tuttavia, la fuga in avanti di Bettini ha suscitato qualche irritazione ai vertici del partito: ha favorito la propaganda vittimista di Renzi sulla volontà di «buttarlo fuori», come ha ripetuto in vari interventi amplificati dai suoi fedelissimi.

Nicola Zingaretti con Goffredo Bettini (Ansa).

Su questo punto un profondo conoscitore di meccanismi parlamentari osserva: «Queste operazioni non si annunciano, si portano avanti e si concludono. A fari spenti». Solo che al Senato il capogruppo del Pd è un ex renziano di ferro, Andrea Marcucci, che ha adottato una strategia di “non aggressione” verso Italia viva e nei confronti del suo collega presidente di gruppo di Iv, Davide Faraone. Gli spostamenti, nel caso in cui ci fossero in direzione Pd, sarebbero su base volontaria. O preparati da altri senatori dem, meno ossequiosi verso i renziani.

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Chi è Valentina Cuppi, la presidente del Pd designata

Sindaca di Marzabotto, 36 anni, sarà proposta dal segretario Zingaretti all'assemblea nazionale. Un passato in Sel, è insegnante di storia e filosofia.

Valentina Cuppi, 36 anni, proposta da Nicola Zingaretti alla presidenza del Pd, ha una lunga carriera da amministratrice del Comune di Marzabotto, dove è stata eletta sindaca nello scorso maggio con il 71% dei voti, alla guida di una coalizione di centrosinistra. Nel 2013 è stata candidata alla Camera per le liste di Sel. Negli anni precedenti era stata assessore, occupandosi, in particolare, di temi legati alla pace e alla memoria della strage nazifascista avvenuta nel suo paese. Sul suo profilo Facebook compaiono foto in difesa del Rojava curdo, della Palestina e a sostegno di Podemos e Syriza. È sposata con un figlio e di lavoro fa l’insegnante di storia e filosofia.

«All’assemblea nazionale del partito di sabato proporrò come presidente una giovane donna, Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto. Credo che Valentina possa rappresentare al meglio il percorso di apertura che stiamo costruendo», ha annunciato Zingaretti, «se Valentina verrà eletta presidente, sarà affiancata dalle vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani e per la prima volta al vertice del partito ci saranno tre donne».

«Credo tanto nell’amministrare partecipato, nel dialogo costante con la popolazione; progettare e fare insieme sono sempre stati il motore e il metodo di lavoro che mi sono data», si legge sempre profilo Fb da candidata sindaca, «che ha caratterizzato anche il modo di rapportarsi ai cittadini di tutto il nostro gruppo consiliare. I progetti che abbiamo portato avanti sono nati con il coinvolgimento delle persone e spesso dalle loro idee e proposte, perché operando insieme per il bene comune si arricchisce la comunità tutta e si uniscono più punti di vista, mantenendo alta l’attenzione per le esigenze di tutti gli abitanti».

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Matteo Renzi e il sogno della grande destra

È probabile che il senatore di Rignano voglia diventare il traghettatore di uno schieramento elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei. Zingaretti non commetta l'errore di sospingerlo in quella direzione: lasci fare tutto a lui.

La discussione sulla sopravvivenza del governo Conte allontanerà molti altri cittadini dalla politica e potrebbe ingrassare Matteo Salvini o Giorgia Meloni.

Il Pd dovrebbe tenerlo a mente. Il tema gli si presenta quotidianamente perché quotidianamente il Pd deve fare i conti con le esternazioni di Matteo Renzi e delle sue girl.

La “questione Renzi” l’hanno in parte risolta, e la risolveranno, gli elettori. A lui il Pd deve la grave sconfitta, a lui i naviganti disperati di Iv dovranno la non rielezione in parlamento. Tuttavia il Pd deve decidere come interloquire con lui. Può farlo alla maniera di Goffredo Bettini minacciando l’intervento di truppe cammellate parlamentari raccattate qui e là. E allora sceglierebbe la strada che potremmo definire “via Tafazzi”. Oppure potrebbe cominciare a porsi alcuni interrogativi e scegliere che fare.

RENZI, RE MIDA ALLA ROVESCIA

Renzi si agita molto non perché vuole il primato in politica, anche chi ha un ego mostruoso come il suo sa che il suo obiettivo massimo è sopravvivere anche per non essere stritolato dai magistrati. La questione che lo riguarda, e sulla quale lui non ha ancora preso una decisione, è dove collocare quel 4-5% dei voti che raccoglierà. Finora aveva dato l’idea di volersi collocare in posizione critica nel centrosinistra, addirittura allargato ai grillini, per fare quello che fanno i piccoli partiti: grande casino, grande potere. A mano a mano che le cose vanno avanti appare sempre più chiaro che questa prospettiva non eccita più il ragazzo che ha sfasciato tutto quello che gli è capitato di toccare, vero Re Mida alla rovescia.

L’OBIETTIVO È DIVENTARE TRAGHETTATORE DEL CENTRODESTRA

È molto probabile che quel Renzi che dichiara che dopo Conte c’è un altro Conte e che a quel punto lui andrà all’opposizione stia facendo le prime prove per un radicale cambio di prospettiva. Qualcuno avverta Teresa Bellanova che si volta gabbana un’altra volta. L’idea che, secondo me, Renzi ha in testa è di diventare il traghettatore di un centrodestra elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei e dalla presenza di una Meloni di cui tanti non si fidano.

LA CORREZIONE CENTRISTA

Collocandosi in questa area Renzi potrebbe diventare il dominus dello schieramento di destra fornendogli, con Forza Italia, il crisma della correzione centrista. Del resto le politiche di Renzi non hanno grandi conflitti con quelle della destra a parte l’immigrazione che resta un tema divisivo solo perché Salvini quando ne parla è già sovreccitato di suo. Detto in altre parole. Renzi a sinistra non sa chi è, a destra sa chi è o almeno crede di saperlo.

LE MOSSE DI ZINGARETTI

Nicola Zingaretti, al netto dei suoi consiglieri romani, può fare alcune cose. Può essere il leader della forza di governo che tiene in piedi a certe condizioni di contenuto. Oggi, per esempio, impedendo l’applicazione della riforma Bonafede e abolendo la legislazione securitaria. Lo stesso Zingaretti però deve avere una politica verso Renzi. Non si tratta di diplomatizzare i rapporti. Renzi è un maleducato e merita tutti i vaffa che ci sono in giro. Tuttavia sospingerlo o aiutarlo a sospingersi verso destra è un errore capitale. L’avvenire della sinistra sta nel fatto di cercare di radunare quante più forze è possibile. Poi accadrà che alcune di esse si sottrarranno all’incontro e andranno dall’altra parte, ma dovrà essere chiaro che l’hanno scelto loro. «Che fai mi cacci?», la frase di Gianfranco Fini che Renzi adopera contro Giuseppe Conte deve apparire per quello che è, cioè ridicola.  È tempo, quindi, che i dirigenti del Pd – ma qualcuno più nuovo e meno compromesso con pasticci romani precedenti non c’è? – si avvino sulla strada della politica perché i muscoli non servono, soprattutto quando non ci sono.

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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L’ultima follia Pd: morire per Bonafede e il giustizialimo M5s

Il no all'abolizione della prescrizione, oltre a una battaglia di civilità, significherebbe la revisione di una linea compiacente verso la peggiore magistratura che ha fatto della Seconda Repubblica un incubo democratico. Invece il partito di Zingaretti si è fatto infinocchiare e ora rischia di rilanciare Salvini e Meloni.

Matteo Renzi minaccia di sfiduciare Alfonso Bonafede un attimo dopo aver dato la fiducia al governo Conte che a sua volta dichiara che la sfiducia al proprio ministro della Giustizia equivale alla sfiducia all’intero esecutivo. Sullo stesso tono le dichiarazioni dei dirigenti del Partito democratico. Grande è la confusione ma la situazione non è eccellente.

Siamo di fronte a una sequenza di errori che regalano alla destra un nuovo vantaggio elettorale insperato. Il Pd ha commesso l’errore capitale di non capire che la prescrizione abolita da Bonafede su incitamento di tutto il mondo giustizialista, e in particolare da Pier Camillo Davigo e Marco Travaglio, è una palla al piede per il governo e per Nicola Zingaretti.

Nessun elettore civile riconoscerà come sensato un compromesso che permetta a una aberrazione giuridica come l’abolizione della prescrizione di modificare i diritti di cittadini ancora non condannati al terzo grado di giudizio. È paradossale che nel momento in cui i cinque stelle sono ridotti alla metà del proprio elettorato gli si consenta un vantaggio simile in una battaglia che non esito a definire di civiltà.

L’ENNESIMA CONFERMA DELL’AUTOLESIONISMO DEL PD

Renzi, l’eroe di cartapesta di queste ore, avrebbe potuto fare quello che non ha fatto Zingaretti. Avrebbe potuto cioè minacciare l’uscita dalla maggioranza quando il provvedimento è stato approvato dal parlamento. Invece è rimasto lì con la sua ministra. Ora vuole opportunisticamente votare la fiducia a Giuseppe Conte e fare la sceneggiata della sfiducia al peggior ministro della Giustizia dei nostri tempi. Gli elettori non capiranno né lui né Zingaretti. Al segretario dem addebiteranno l’eccesso di mediazione per tenere in vita il governo. Su Renzi voleranno i soliti, fondati, sospetti.

Gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine a Salvini e Meloni.

I due partiti che nascono da quella idea sciagurata di fare il Pd si trovano così infinocchiati da uno dei partiti che la storia sta sconfiggendo, il Movimento 5 stelle, a vantaggio del partito della guerra civile. Noi non siamo di fronte al pericolo che crolli la democrazia e arrivi il fascismo. Questa volta i carabinieri non rispondono a un re fellone. Tuttavia gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ZINGARETTI DICA PERCHÉ NON DIFENDE UNA CONCEZIONE DEMOCRATICA DELLA GIUSTIZIA

Questo è il momento di garantire vita a un governo che ha infilato alcune cose buone nella sua agenda, ma è anche il momento di grandi battaglie di civiltà, anche giuridica. Non può vincere Davigo, deve vincere una concezione democratica della giustizia. Dobbiamo dare certezza del diritto ai cittadini e non esporli agli umori di pm che vogliono rovesciare la società come un guanto.

Da sinistra, Nicola Zingaretti e Alfonso Bonafede (foto Roberto Monaldo / LaPresse). Photo Roberto Monaldo / LaPresse 16-05-2019 Rome (Italy) Presentation of the new judicial citadel project In the pic Nicola Zingaretti, Alfonso Bonafede

Il no a Bonafede avrebbe anche significato la revisione de facto di una linea compiacente verso il giustizialismo e la peggiore magistratura che hanno fatto di questa Seconda Repubblica un incubo democratico. Ora siamo alla resa dei conti. Evitiamo pagliacciate. Zingaretti dica perché ritiene che la Bonafede e Bonafede valgano il sacrificio di un valore non negoziabile come il diritto dei cittadini a non essere massacrati da magistrati avventurosi. E Renzi voti no non a Bonafede ma al governo se ha quelle cose di cui si parlava quando a parole si poteva essere maschilisti.

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I sondaggi politici elettorali del 10 febbraio 2020

Continua l'onda lunga delle Regionali in Emilia Romagna: Il Pd risale al 20,7%, la Lega cala al 32,3%. Stabile il M5s.

L’onda lunga delle elezioni in Emilia Romagna si fa ancora sentire sui sondaggi politici elettorali. Nelle rilevazioni di Swg per il TgLa7, il Pd continua la sua risalita passando dal 19,7% del 3 febbraio al 20,7% del 10 febbraio, la Lega cala dal 33,3% al 32,3%, il M5s passa dal 13,9% al 14%, FdI dal 10,2% al 10,8%, Forza Italia dal 6,3% al 5,4%, Italia viva dal 4,1% al 4,2%.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Dalle Sardine a Elly Schlein: la galassia a sinistra del Pd

Zingaretti pensa a un partito aperto e dialogante. Una sfida difficile, viste le tante - e diverse - anime che popolano l'area. Lo scenario.

Un campo largo, aperto, capace di includere varie forze di sinistra. Il progetto di Nicola Zingaretti, da segretario del Partito democratico, è quello di riuscire a mettere insieme nuove energie per il centrosinistra. Ma la missione non si annuncia facile, anzi.

Anche perché, guardando al centro, e agli ex, al momento c’è il deserto. I rapporti con Italia viva sono altalenanti. In occasione della prima Assemblea nazionale, Matteo Renzi ha confermato «l’appoggio totale» al governo Conte. Però ha posto paletti chiari: nessuna alleanza elettorale con il M5s e stop alla narrazione che vuole Giuseppe Conte leader del fronte progressista. Con buona pace di Zingaretti.

Non vanno certo meglio i rapporti con Azione di Carlo Calenda e Matteo Richetti, il cui obiettivo è costruire un terzo polo. Per ora l’ex ministro guarda a +Europa, ma anche ai moderati di centrodestra (leggi Mara Carfagna) e anime dem “riformiste” come Giorgio Gori.

L’ARCIPELAGO DELLA SINISTRA

A sinistra del Pd c’è un vasto arcipelago di partiti e movimenti, con diverse articolazioni. Per molti una vera diaspora. Il mito “dell’unità della sinistra”, dunque, sembra lontano. Del resto in Emilia-Romagna, dove la sinistra è apparsa unita, si contavano sei liste a supporto di Stefano Bonaccini, più altre tre di sinistra radicale in corsa contro il presidente della Regione. Dai bersaniani di Articolo 1 alla galassia comunista, insomma, la rassegna di forze politiche è ricca. A cominciare dai protagonisti delle ultime settimane: le Sardine.

Mattia Santori, leader delle Sardine (LaPresse).

SARDINE IN MARE APERTO

Sono l’unica novità politica. Le Sardine hanno riportato migliaia di persone in piazza, alimentando un nuovo ottimismo tra gli elettori di centrosinistra. Le manifestazioni anti-Salvini di Bologna, replicate in tutta Italia, sono un esempio del successo che hanno ottenuto. Il loro contributo è stato decisivo per la vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna. Il volto mediatico è Mattia Santori, fondatore con Roberto Morotti, Andrea Garreffa e Giulia Trappoloni. Il futuro? Chissà.

LEGGI ANCHE: Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

Le Sardine dicono di non voler fare un partito, ma sono pronti a condizionare l’agenda politica a sinistra. E chiedono un cambio di passo al governo, partendo da un incontro con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Faccia a faccia ribadito anche dopo l’«ingenuità» dell’incontro con la famiglia Benetton. («La foto con Benetton?», ha ammesso Santori al Corriere della Sera. «È stata un’ingenuità perché ha offerto un assist a tutti quelli che non vedevano l’ora di screditarci. È stato un errore, prima o poi doveva capitare. Ma anche chi ci apprezza deve capire che non siamo infallibili»). Un’ingenuità che però aveva provocato un piccolo terremoto nel gruppo: Stephen Ogongo, finora indicato come portavoce romano del movimento, aveva preso le distanze dai leader bolognesi, annunciando una posizione autonoma. Poco dopo il passo indietro. Ogongo si sarebbe mosso all’insaputa del gruppo. «L’attacco ai ragazzi di Bologna per la foto», hanno scritto le Sardine romane in un comunicato, «è una strumentalizzazione per scopi personali».

ELLY SCHLEIN E LE INDIPENDENTI PER UNA CASA COMUNE

Il buon risultato personale di Elly Schlein alle elezioni in Emilia-Romagna ha rilanciato l’idea di una “casa comune” di ecologisti e progressisti. L’ex eurodeputata e neo-consigliera regionale ha detto di volersi impegnare su questo progetto, in una posizione di dialogo con tutti.

Elly Schlein (Ansa).

Ma, al momento, senza una diretta appartenenza politica: con la lista Coraggiosa è stato già fatto un sforzo in questa direzione. Anche Anna Falcone, candidata (non eletta) con Liberi e uguali alle ultime elezioni, è annoverabile tra le “indipendenti”.

ARTICOLO 1 DI BERSANI E D’ALEMA

Articolo 1 è il partito che più viene identificato con il gruppo parlamentare di Liberi e uguali. Nato nel 2017, con la fuoriuscita dal Pd della Ditta di Pier Luigi Bersani, Articolo 1 ha oggi nel ministro della Salute, Roberto Speranza, il suo principale esponente nell’esecutivo.

Pier Luigi Bersani (Ansa).

Nella compagine governativa può contare anche sulla sottosegretaria all’Economia, Maria Cecilia Guerra, altra bersaniana di ferro. Un ruolo di primo piano è occupato inoltre da Federico Fornaro, capogruppo di LeU alla Camera. Il progetto è identificato, poi, con un altro leader storico della sinistra: Massimo D’Alema.

SINISTRA ITALIANA VERSO IL CONGRESSO

Gli eredi della vendoliana Sinistra ecologia e libertà (Sel) sono confluiti a inizio 2017 in Sinistra italiana (Si), che conta su alcuni parlamentari nei gruppi di LeU, tra cui i deputati Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto (di recente nominato presidente della commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni). L’unico rappresentante nella squadra di governo è il sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe De Cristofaro. Ma quali sono le prospettive? Fratoianni ha rassegnato le dimissioni da segretario a giugno 2019, dopo il risultato negativo alle Europee, quando il partito è stato il motore della (deludente) lista La Sinistra. Nelle prossime settimane ci sarà il percorso congressuale per indicare la guida e dettare la linea.

VOLT E LO SGUARDO ALL’EUROPA

Nella galassia di centrosinistra orbita anche Volt, il cosiddetto partito dei millenials. Anima pan-europea, progressista ed ecologista è stato fondato nel 2017 dal bocconiano Andrea Venzon.

Bonelli dei Verdi italiani.

I SEMPRE VERDI

In tema di ambientalismo, ci sono i rappresentanti storici di quella cultura politica: i Verdi. Dopo l’era di Alfonso Pecoraro Scanio, con ruoli di primo piano al governo, il “Sole che ride” ha nell’ex parlamentare Angelo Bonelli il suo leader storico. I due portavoce nazionale sono Elena Grandi e Matteo Badiali. La loro posizione è quella di dialogo con tutti, e la costruzione di alleanze elettorali con vari partiti come è già successo, ma sempre preservando l’identità della federazione dei Verdi.

POSSIBILE E GLI AMBIENTALISTI

Possibile è stato fondato nel 2015 da Pippo Civati, dopo il suo abbandono del Pd, ed è attualmente guidato dall’ex deputata Beatrice Brignone. Civati ha lasciato la guida del partito dopo le Politiche del 2018 in seguito al risultato deludente di LeU.

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Giuseppe Civati fondatore di Possibile.

Alle ultime Europee, Possibile si è presentato nelle liste di Europa Verde, rilanciando il suo impegno ambientalista. Alle elezioni in Emilia-Romagna ha candidato Ilaria Bonaccorsi nella lista di Bonaccini presidente.

ÈVIVA COSTOLA DI LEU

I parlamentari di LeU, Francesco Laforgia e Luca Pastorino, hanno raccolto le istanze degli “autoconvocati” di LeU, quegli elettori e militanti che avrebbero voluto la nascita di un partito di Liberi e uguali subito dopo il voto del 2018. Così è nato il movimento èViva con lo scopo di riprendere il discorso iniziale di LeU, quello di un soggetto unico e autonomo dal Pd.

L’ECO DI FIORAMONTI

L’ex ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, sta lavorando al progetto Eco, con un imprinting ecologista. La prima mossa, attesa nelle prossime settimane, dovrebbe essere la costituzione di un gruppo parlamentare alla Camera, coinvolgendo i delusi dal Movimento 5 stelle e cercando di attrarre anche altri deputati, non per forza ex grillini. Da qui potrebbe prendere il via il discorso di un partito.

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Lorenzo Fioramonti.

GREEN ITALIA DI MURONI

Il movimento di Green Italia vede tra i fondatori l’ex presidente di Legambiente e attuale deputata di LeU, Rossella Muroni. L’obiettivo è quello di dare impulso all’impegno ambientalista in politica. I due portavoce sono Annalisa Corrado, già candidata capolista nel Centro Italia alle ultime Europee con Europa Verde, e Carmine Maturo. Nel gruppo dirigente figurano, inoltre, gli ex parlamentari Francesco Ferrante e Roberto Della Seta.

DIEM25, PICCOLI VAROUFAKIS CRESCONO

Diem25 è l’organizzazione transnazionale lanciata dall’ex ministro greco, Yanis Varoufakis. Tuttavia, alle Europee il movimento ha preferito non presentarsi in alcuna lista, lasciando libertà di scelta. Alle ultime Regionali, invece, il gruppo dirigente ha preso parte alla formazione della lista Coraggiosa in Emilia-Romagna.

FASSINA E I SOVRANISTI DI SINISTRA

I sovranisti di sinistra hanno fondato Patria e Costituzione, con posizioni fortemente critiche nei confronti dell’Unione europea. Il deputato di LeU Stefano Fassina è l’anima dell’associazione, che punta alla rinascita di una «sinistra di popolo».

Stefano Fassina.

POTERE AL POPOLO

Dopo il discreto risultato (sopra l’1%) delle Politiche, la sinistra radicale di Potere al popolo (Pap) non è riuscita più ad avere performance simili. La portavoce Viola Carofalo ha ricevuto una grande attenzione mediatica nei mesi successivi al voto del marzo 2018, ma Pap ha pagato divisioni e fuoriuscite. Nel loro dna c’è il rifiuto delle politiche neoliberiste e il secco “no” a qualsiasi alleanza con partiti “di sistema”, ossia chi non si batte contro il capitalismo.

NOSTALGIA COMUNISTA

Nell’ampio arcipelago della sinistra, c’è una galassia a parte: i partiti che si richiamano ai valori del comunismo. Il più noto è Rifondazione comunista, ormai lontano dai tempi delle percentuali di consenso che lo avevano portato al governo. Il segretario attuale è Maurizio Acerbo, che lo scorso anno alle Europee ha portato il Prc nella lista La Sinistra. All’attenzione delle cronache è balzato, sempre alle Europee 2019, il Partito comunista guidato dall’ex deputato Marco Rizzo, che ha sfiorato l’1%. Ma in quest’area c’è pure il Partito comunista italiano, nato nel 2016, con Mauro Alboresi come segretario. In attività risulta inoltre il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, ex esponente di minoranza di Rifondazione comunista. E infine c’è Lotta comunista, noto per la rivista che talvolta viene distribuita in strada dai militanti.  

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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Prescrizione, Renzi sfida Pd e M5s sui numeri

Il leader di Italia viva ribadisce il no al Lodo Conte bis. E anche se assicura di non voler fare cadere il governo, in Aula è pronto a votare la proposta del forzista Costa per cancellare la riforma Bonafede.

«Se ci vogliono buttar fuori lo dicano, se ci dicono: “O cambiate idea o vi buttiamo fuori”, noi non cambiamo idea». Matteo Renzi ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ribadisce il suo no al Lodo Conte bis, e finianamente sfida l’esecutivo giallorosso e gli alleati di governo sulla riforma della prescrizione.

Il compromesso raggiunto nella serata di giovedì tra M5s, Pd e LeU – Il blocco della prescrizione scatterà in via definitiva non più dopo il primo grado ma solo dopo una condanna in appello – continua a non convincere Italia viva.

«Noi non vogliamo lasciare le postazioni, se poi il presidente del Consiglio vuole lo dica», insiste il senatore di Rignano assicurando che la sua intenzione non è quella di fare cadere il governo, ma «sulla giustizia noi non ci stiamo». Perché «Bonafede ha una visione giustizialista che io non condivido, è quello che se arriva Battisti in Italia fa il video», e «confonde il dolo e la colpa».

«L’ACCORDO A TRE NON HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO»

L’ultima parola, ricorda Renzi, l’avranno i numeri: «A mio avviso questo accordo a tre non ha la maggioranza in parlamento. Io non ho problemi, se trovano qualcuno che gli vota sta roba io sono contento per loro, un po’ meno per il Paese, ma noi non la votiamo». E, ancora: «Non capisco perché il Pd, che i numeri, dopo i risultati in Emilia-Romagna non usi l’occasione per dettare l’agenda».

RENZIANI FERMI SULL’EMENDAMENTO ANNIBALI

Già nella serata del 6 febbraio i renziani erano stati chiari: hanno blindato l‘emendamento Annibali che prevede il rinvio della riforma di un anno al decreto Milleproroghe, minacciando addirittura una mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Non solo: Iv senza mezzi termini ha accusato il Pd di aver abbracciato il «populismo M5s». I dem non ci stanno. Così facendo i renziani, sostengono, rischiano di fare cadere il governo, «fingendo di ignorare che, come dice Andrea Orlando, «Bonafede ha rinunciato all’80% delle sue pretese iniziali».

ITALIA VIVA PRONTA A VOTARE LA PROPOSTA DEL FORZISTA COSTA

Intanto il premier Giuseppe Conte ha annunciato per lunedì un Cdm straordinario per approvare la riforma del processo penale. I renziani dal canto loro hanno annunciato che il 24 febbraio alla Camera diranno sì alla proposta di legge del forzista Enrico Costa per cancellare la legge del ministro della Giustizia M5s. Se anche in questo caso fosse battuto, Renzi presenterebbe la stessa proposta in Senato: «Lì Bonafede non ha i numeri anche col sostegno del Pd, se non lo convincerà la politica, ci penserà la matematica», ha attaccato Iv.

L’AZZURRO: «BONAFEDE HA PIEGATO IL PD»

«Non c’è lodo che tenga. Resta il fine processo mai», sottolinea Costa in una nota. «Bonafede ha piegato il Pd. Tutto il resto sono sterili giochi di parole. I dem avevano giudicato la riforma Bonafede illiberale e incostituzionale, l’avevano respinta, avevano chiesto che non entrasse in vigore, avevano presentato una proposta di legge che la sopprimeva: oggi la sdoganano sperando che nessuno se ne accorga. Ci vediamo alla Camera il 24 febbraio».

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Qualcuno ha visto Zingaretti? La politica lo cerca

Il segretario del Pd, dopo la vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna, è tornato nell'ombra. Eppure col crollo dei grillini e la crisi del salvinismo avrebbe una prateria davanti a sé. Il suo stare un passo indietro è una scelta folle.

Il Movimento 5 stelle non ne sta azzeccando una. Purtroppo per loro la leadership di Marco Travaglio, così decisiva nella nascita e crescita del grillismo, si rivela inadatta a risollevare una formazione politica in caduta libera.

Né i vitalizi né la prescrizione, per cui i pentastellati scendono in piazza, danno l’impressione di colpire i sentimenti popolari. I vitalizi perché i grillini, ormai parte decisiva della Casta, sono sempre meno attendibili come moralizzatori. La prescrizione perché al solo apparire di Pier Camillo Davigo (e Nicola Gratteri) in tivù gli italiani onesti «si mettono paura».

Quel che non capiscono grillini e loro residui seguaci è che il 1992 è talmente lontano e lo sfascio provocato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio è talmente vicino che gran parte dei cittadini sono consapevoli che le schifezze di oggi nascono da come è state gestita e pubblicizzata Mani Pulite e non hanno alcuna nostalgia di procuratori e magistrati in genere.

LA MANCATA AUTOCRITICA SU MANI PULITE, ERRORE DELLA SINISTRA

È singolare che non paghino dazio quelli che alla cultura «dell’arresto per farti confessare», attuato dai pm di Milano, hanno dato grande appoggio. I vari Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti e tutto il giornalismo di destra era, con gran parte del giornalismo di sinistra, e anche l’Unità, dalla parte dei giudici e oggi invece finge di essere scesa giorni fa da Marte. Resta il dato che il mondo politico che va per la maggiore deve tutto a quel sommovimento giustizialista. La Prima Repubblica nacque dalla Resistenza, la Seconda l’hanno fondata Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli. E ho detto tutto.

Oggi ci troviamo al punto da dover difendere i cittadini dal tentativo che venga attuato il più grande abuso di potere contro gli italiani, con la prescrizione di matrice grillina

È un vero errore che la sinistra post comunista non dica oggi che in quegli anni, quando si gioiva per le disgrazie altrui, si metteva in bilico la democrazia. Oggi ci troviamo al punto da dover difendere i cittadini dal tentativo che venga attuato il più grande abuso di potere contro gli italiani, con la prescrizione di matrice grillina. È per questo che la lenta agonia dei cinque stelle non crea alcuna emozione. Si pone semmai il problema di dove andranno quei voti e di cosa faranno quei dirigenti grillini che si sono resi conto dei danni che hanno fatto all’Italia. Non mi aspetto un nuovo crollo verticale dei grillini, potrebbe anche succedere che si attestino su una percentuale bassa ma che resistano. Il tema è dove andranno i loro voi.

TROPPI PRESUNTI RIFORMISTI SONO UN COAGULO DI PEZZI DI CASTA

Leggo dichiarazioni piene di presunzione di esponenti di Italia Viva, di + Europa più e di Carlo Calenda che sono convinti di avere di fronte una prateria in cui correre felicemente. Non è la prima volta che un gruppo di funzionari politici si racconta una realtà che non esiste. Questi tre partitini danno ragione alla famosa battuta di Totò per cui «la somma non fa il totale» e oggi in qualsiasi competizione elettorale il loro risultato, sia se si presentano come singoli sia se si associano, è poco sopra il 4%.

Matteo Renzi all’Assemblea nazionale di Italia Viva.

Non sono felice per questi dati già verificati in elezioni vere. La presenza di un’area critica riformista, chiamiamola così, è cosa buona. Ma questa che si va formando è un’area riformista? Credo sia piuttosto un coagulo di pezzi della Casta che sopravvalutano la leadership di capi che sono manifestamente impopolari. E che agiscono più “contro” che “per”. L’unico che avrebbe una prateria davanti a sé è Nicola Zingaretti che finora non è pervenuto. Sarà che è il suo carattere, sarà che la fretta fa i gattini ciechi, ma star zitto così a lungo dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e mentre si avvicina altre elezioni regionali è abbastanza folle.

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Sanremo di distrazione di massa

Dalle Sardine al Pil che scende, dalla psicosi coronavirus alla crisi Whirlpool, fino all'allarme antisemitismo saranno molti i temi oscurati dai riflettori dell'Ariston. "Me ne frego", per cinque giorni, sarà solo la canzone di Achille Lauro. Del resto, come dice Elettra Lamborghini, «Musica. E il resto scompare».

«Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente». Era il 1978 e Rino Gaetano saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston (arrivando terzo, dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa).

Già allora, però, il cantautore aveva capito come il Festival della canzone italiana fosse una bolla. Un «niente», però, che finisce col cancellare tutto il resto.

Ogni argomento, anche il più delicato o drammatico, è oscurato dai riflettori dell’Ariston. D’altronde tutti (anche chi si vanta di non seguirlo) conoscono perfettamente la sigla di Sanremo, ricordano a menadito la rituale presentazione che si ripete come un mantra ad ogni canzone («dirige l’orchestra il maestro…. applausi…. canta…. applausi»), sono pienamente consapevoli dall’incubo scalinata che a ogni edizione inspiegabilmente ricompare.

SALVINI E LA SUA BESTIA GIÀ CAVALCANO LA KERMESSE

Il 2020 non sarà da meno. A dare il segnale di come anche quest’anno il Festival sarà al centro dell’interesse nazionalpopolare è stato Matteo Salvini, che ha ben pensato di sfruttare già le polemiche sui cachet degli ospiti e sulla presenza in gara di Junior Cally con due post tra i più cliccati sulla sua pagina Facebook negli ultimi giorni.

Dopo aver visto cantare donne e uomini che hanno fatto la storia musicale del nostro Paese, trovo vergognoso che a…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

E chissà se durante la gara, Salvini continuerà a gridare all’emergenza sbarchi. «Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, Pd e compagni hanno riaperto porti e portoni, per la gioia di scafisti e trafficanti», scriveva su Fb il 2 febbraio. «Sbarchi nel 2020 aumentati del 700%, pazzesco. Non mi spaventano minacce e processi, torneremo al governo per proteggere l’Italia e i nostri figli».

Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, PD e compagni hanno…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

UN DIVERSIVO MUSICALE PER OPEN ARMS E GREGORETTI

Il Festival, però, potrebbe essere anche un ottimo diversivo per il leader della Lega, dopo che sabato scorso è arrivata la notizia dell’inchiesta per sequestro di persona anche sulla Open Arms, a cui quest’estate è stato negato per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti. Un caso che si aggiunge a quello scoppiato con la Gregoretti (a bordo in quella circostanza c’erano 131 migranti): proprio all’indomani di Sanremo, il 12 febbraio, sapremo se il Senato manderà a processo Salvini o no.

IL DERBY TRA SANREMO E PSICOSI DA CORONAVIRUS

Ma la vera domanda è un’altra: Sanremo riuscirà a oscurare anche l’emergenza per il nuovo coronavirus? Presto, tra una canzone e l’altra di Sanremo, ci saremo dimenticati delle ricercatrici che lo hanno isolato in Italia. E forse abbandoneremo per qualche giorno la psicosi che ha portato a vedere tutti i cinesi come untori.

IL PIL SCENDE, L’ITALIA GORGHEGGIA

Non c’è dubbio, però, che appena le porte dell’Ariston si apriranno, altri temi cadranno inesorabilmente nel dimenticatoio. Solo pochi giorni fa l’Istat ha inchiodato il governo: il Pil italiano nel quarto trimestre del 2019 si è contratto dello 0,3% rispetto al periodo luglio-settembre (è stato il peggior trimestre dal 2013) mentre i dipendenti stabili sono calati di 75 mila unità. Meglio non pensarci. Troppi numeri. I soli che potranno interessare saranno quelli degli ascolti per capire se Amadeus farà meglio di Baglioni o no.

WHIRLPOOL E ILVA O DILETTA LEOTTA?

Figuriamoci, poi, se le storie di aziende sull’orlo di una crisi possano mai avere la meglio sulle performance di Georgina o di Diletta Leotta. E così prepariamoci a dimenticare i tanti tavoli aperti tra ministero del Lavoro e Sviluppo economico, a cominciare dallo stabilimento di Whirlpool a Napoli che, a dispetto delle promesse di Luigi Di Maio (allora al Mise), rischia di chiudere e lasciare a piedi 420 lavoratori. L’unico risultato finora ottenuto dal governo è la promessa che nessun impianto verrà ceduto prima di ottobre. Poi si vedrà.

LEGGI ANCHE: Da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un “poi si vedrà” che, invece, è già scaduto su ArcelorMittal. Qui la spada di Damocle si avvicina. Venerdì 7 febbraio si deciderà sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva, contro il recesso di Arcelor dal polo siderurgico di Taranto. Tutto dipenderà dall’eventuale compromesso politico che si raggiungerà. Le trattative saranno fittissime in questi giorni, ma niente paura: noi parleremo di Amadeus.

LA POLITICA SILENZIATA DALLE CANZONI

Con le Regionali in Emilia-Romagna alle spalle, ora anche le sorti delle Sardine – e la polemica per la foto con i Benetton – probabilmente ci interesseranno via via sempre meno. Non che vada meglio a M5s e Pd, anche loro costretti a cedere il passo dinanzi alla domanda, molto più succulenta, se Peppe Vessicchio tornerà mai a dirigere l’orchestra. Fa niente se entrambe le forze politiche si preparano a una renovatio profonda, con i pentastellati pronti a voltare pagina dopo Di Maio, e i dem addirittura a cambiare nome al partito. È anche vero, però, che in ottica governativa questa spirale del silenzio potrebbe essere un toccasana per mettere in ordine le idee su questioni capitali: dalla riforma della giustizia allo stop alle concessioni autostradali fino alla legge elettorale. Figuriamoci, poi, se qualcuno si ricorderà del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari (29 marzo): l’unico voto interessante è quello sui cantanti in gara.

IL DRAMMA DEL FEMMINICIDIO

Ci sono, però, anche temi su cui l’attenzione non dovrebbe mai calare. Come il femminicidio. In una settimana sono state uccise sei donne e poco o nulla è stato detto. Nell’ultimo anno si sono registrati 876 episodi di violenze, nelle varie forme. Nel 2018 i procedimenti erano stati 789. Anche se a dire il vero, Sanremo ha già fatto parlare della violenza di genere. Dopo le tante polemiche, la presidente dell’associazione Italia delle Donne Gisella Valenza, come ha scritto La Stampa, ha querelato Amadeus, i vertici Rai e Junior Cally – al secolo Antonio Signore – per «istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione».

IL “ME NE FREGO” PER 5 GIORNI SARÀ SOLO QUELLO DI ACHILLE LAURO

Per i cinque giorni della kermesse magari torneremo tutti critici musicali, scordandoci che il 15,6% di noi pensa che la Shoah non sia mai esistita e dell’antisemitismo crescente nel nostro Paese. E il Me ne frego sarà per un po’ solo il titolo della canzone di Achille Lauro. Ribadisce il concetto Elettra Lamborghini: Musica. E il resto scompare.

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Teresa Bellanova porta a destra il partito di Matteo Renzi

La ministra ha detto che Italia viva non voterà Emiliano in Puglia accusandolo di trasformismo. Proprio lei che è passata, con avanzamento di carriera, dalla prima linea dalemiana a quella del senatore di Rignano. Forse nella decisione di far perdere il candidato di centrosinistra c’è una strategia tesa a fare favori a Salvini & Co. Il Pd reagisca.

Come tutti i piccoli partiti, soprattutto quelli destinati all’irrilevanza elettorale, Italia viva, fondata con un gruppo di amici e amiche da Matteo Renzi ha bisogno di occupare ogni giorno la prima scena mediatica. Parlo dunque sono.

Domenica il meeting renziano si è prodotto su due temi e su due obiettivi. L’uno aveva come centro la polemica, giusta, contro il ministro Alfonso Bonafede, autore di una riforma sulla prescrizione aberrante. Renzi deve aver capito che il Pd uscito dalla battaglia emiliano-romagnola non sarà molto concessivo (almeno spero) verso l’alleato grillino e vuole perciò intestarsi la sperabile marcia indietro del governo sulla disgraziata prescrizione.

Ma dopo il colpo alla botte è venuto il colpo al cerchio che è stato affidato alla guardia regia renziana, sostanzialmente formata da una persona sola, Teresa Bellanova. Chi mi legge sa che non ho alcuna stima di questo personaggio. Non si passa dal socialismo a Emmanuel Macron senza pagare dazio. Io non ho mai criminalizzato i cambi di casacca. Mi piacciono poco quelli/e che cambiano casacca, anzi rovesciano casacca, negando di averlo fatto anzi accusando gli abbandonati di averli costretti al tradimento.

BELLANOVA ALL’ATTACCO DI EMILIANO

Bellanova, che non ha un voto in Puglia, appartiene a questa genìa di voltagabbana che sono capaci di sostenere che centinaia di migliaia di persone hanno cambiato orientamento per giustificare il fatto di essersi messi al servizio, con grandi vantaggi personali, di un’altra ditta politica. All’assemblea di Italia viva Bellanova si è prodotta nel più duro attacco a Michele Emiliano, governatore uscente della Puglia, preannunciando che il suo partito non lo voterà perché voterà un proprio candidato (se medesima?).

GLI ERRORI DEL GOVERNATORE

Sono stato amico di Emiliano, credo di aver svolto un ruolo decisivo nel favorire il suo ingresso in politica. Forse gli sono amico tuttora. Ma qui non c’entrano i rapporti personali. C’entra la politica. Emiliano è stato un ottimo sindaco di Bari e il suo successore e amico, Antonio De Caro, è ancora più bravo di lui. Poco si parla di quel che questo sindaco presidente dell’Anci sta facendo per trasformare la sua città anche nei quartieri meno ricchi e soprattutto sul terreno della legalità. Emiliano presidente di Regione ha commesso molti errori ovvero ha affrontato male molti dossier spinosi.

Il centrosinistra non è riuscito a opporre un altro candidato a Emiliano. Nessuno ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che Roma avrebbe risolto la grana come ha fatto con il povero Oliverio

L’ho criticato apertamente e non mi sono piaciute le sue iniziative tese a ingaggiare personaggi dell’altra parte del campo, anche se in sé non ci sarebbe nulla di male. Tuttavia il centrosinistra non è riuscito a opporre altro candidato a Emiliano. C’erano pretendenti espliciti o “coperti” ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che “Roma” avrebbe risolto la grana un po’ come ha fatto con il  governatore della Calabria il povero Mario Oliverio tagliato fuori da iniziative dei magistrati.

LE PRIMARIE PRODUCONO SOLO FALSA DEMOCRAZIA

Emiliano quindi ha vinto le primarie, uno strumento di partecipazione alla designazione dei candidati che andrebbe proibito per la sua capacità di produrre falsa democrazia. Ma le ha vinte. Ieri, però, il “randello di Renzi” cioè l’ineffabile Bellanova, notoriamente voto-repellente, ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano e lo ha accusato di trasformismo. Avete letto bene, accusandolo di trasformismo. Siano arrivati al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana alla prima linea renziana, con opportuno avanzamento di carriera, dal socialismo europeo a Macron accusa qualcun altro di trasformismo. Non ci si può credere.

ORA ZINGARETTI METTA IL VETO SU UN RENZIANO

È qui la ragione della disistima verso la politica. Quando accade che un personaggio del piccolo teatrino politico diventa prim’attore e dice cose che dovrebbe tacere per coprire i propri “vizi”, vuol dire che non c’è più religione.

Bellanova ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano. Siano al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana a quella renziana, con opportuno avanzamento di carriera, accusa qualcun altro di trasformismo

Bellanova dovrebbe ricordare il proverbio nostrano di quel bove che disse cornuto all’asino che, cadendo, si era fatto un bitorzolo sulla testa. Forse però non siamo di fronte all’estemporanea uscita di una politicante di serie B. Forse nella decisione di Renzi e Bellanova di far perdere Emiliano c’è l’inizio di una strategia dei due forni tesa a fare favori alla destra mentre si resta dall’altra parte. Spero che il Pd non porga l’altra guancia e che, se Renzi boicotta Emiliano, Nicola Zingaretti metta il veto da un’altra parte su un renziano. A brigante, brigante e mezzo.

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Quali sono i punti di forza e di debolezza del Pd di Zingaretti

Può contare su figure di primo piano come Bonaccini e la svolta a sinistra sta portando i suoi frutti. Ma questo partito sta volando ancora troppo basso, deve avere più coraggio: rinnovare la classe dirigente e abbandonare signori delle tessere e burocrati.

Quanto si deve aprire il Pd e verso chi? Inizia a prendere quota un dibattito francamente futile. Stiamo ai fatti, alcuni positivi altri no. Fra quelli positivi c’è la capacità di resistenza di questo partito che ha preso colpi terribili, grazie a Matteo Renzi, ma non è mai veramente morto anche se è stato lì lì per andarsene.

Questa partito ha un segretario che nei commenti riservati viene descritto come uomo di poco coraggio, troppo prudente ma che ha un volto rassicurante, non usa parole di guerra, gestisce al meglio la conflittualità interna e anche quella esterna.

In più in questo partito ci sono risorse da vendere, cosa che non ha alcun altro partito. Prendete il caso Stefano Bonaccini. Era difficile battere uno come lui e di Bonaccini nel Pd ce ne sono ancora molti.

IL PD DEVE PROCEDERE SENZA INDUGIO NELLA SUA SVOLTA A SINISTRA

Veniamo alle cose negative. Questo partito sta visibilmente attuando una svolta a sinistra ma si regge su una struttura preda, in molte regioni, di signori delle tessere. Chi avesse in mente di iscriversi e di dare una mano non saprebbe come fare e perché farlo. Questo partito manca tuttora di un “quid” che ne definisca la mission, vola troppo basso mentre il momento è di quelli che richiede una visione forte per attrarre voti e cittadini impauriti e delusi.

Il Pd deve tornare stabilmente nei quartieri popolari

Questo partito ha una classe dirigente in cui ci sono molti Bonaccini ma comandano anche molti burocrati. Aprirsi dunque è il minino atto che il Pd deve fare per mettere la crisi alle spalle. Deve però prendere decisioni serie. Alcune di carattere ideale. Il Pd è il partito più di sinistra e più di governo. Il che vuol dire che quando va al governo fa cose di sinistra, come cerca di fare Roberto Gualtieri con le buste paga dei lavoratori dipendenti.

Da sinistra, Stefano Bonaccini e Nicola Zingaretti.

L’idea che sia il partito dei ricchi, che sono benvenuti, è stata l’accusa che più gli ha nuociuto. Il Pd deve tornare stabilmente nei quartieri popolari. Perché Bonaccini, Elly Schlein, le sardine sono andati nei posti dove il conflitto con la destra era più acuto mentre il Pd, tranne eccezioni eroiche, sta rintanato nelle proprie sedi?

IL PARTITO DEVE RINNOVARE LA SUA CLASSE DIRIGENTE

Infine il Pd deve selezionare una nuova classe dirigente. Non fa niente se non saranno in grado di parlare subito bene in tivù. L’importante è che siano freschi, veri, figli del nostro popolo. Questo Pd rinato deve dotarsi di una cultura aperta ma fondata su criteri di interpretazione della storia e della realtà che siano del tutto autonomi da questa muffa cerchiobottista che ci sta avvelenando. Per far questo serve sciogliere il partito e rifondarlo? Lo si faccia. Quel che non serve è togliere la parola “partito” dalla sigla. Quella parola è una garanzia.

Dobbiamo molto a Romano Prodi, ad Arturo Parisi e Walter Veltroni, ma le loro teorie sono del Novecento

L’ultimo errore che il Pd deve evitare è quello di immaginarsi come un contenitore unico. Dobbiamo molto al prodismo, al suo fondatore, ad Arturo Parisi e Walter Veltroni, ma le loro teorie sono del Novecento. Oggi si torna a parlare di differenze e di alleanze e si deve tornare a sperare che tanti novi soggetti, anche locali, scendano in campo. Il Pd deve federare. Ci vuole una vocazione egemonica non una vocazione maggioritaria.

Romano Prodi.

E se fra questi alleati ve ne sarà qualcuno più vicino alla sensibilità di una sinistra moderna o avrà più successo fra i cittadini questo sarà l’alleato preferito. Nel frattempo che cosa fare con Renzi, Carlo Calenda e rumorosa compagnia bella? “Venghino avanti” anche loro. Vogliono comandare? Tutti hanno diritto di sognare, sapendo però che i loro sogni per la sinistra si sono rivelati incubi.

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Secondo D’Alema il Pd ha bisogno del M5s

Secondo l'ex premier la prospettiva non è la «liquidazione» dei grillini, ma un'alleanza tra loro e il centrosinistra. «Il fascismo? Non credo che torni, però Salvini ha una carica di violenza e un comportamento neofascista»

La benedizione sui giallorossi è di quelle pesanti. Perché arrivata da Massimo D’Alema. Che, commentando le elezioni regionali, ha parlato così del futuro politico del Paese: «La prospettiva non è la liquidazione dei grillini» ma «una alleanza tra il centrosinistra e il Movimento 5 stelle. Non c’è alternativa, altrimenti si consegna il Paese a Matteo Salvini».

«COL PD DA SOLO NASCEREBBE UN BIPOLARISMO ZOPPO»

D’Alema ha parlato a Il Fatto Quotidiano, spiegando che «nel centrosinistra c’è chi pensa che i voti del M5s in crisi possano essere assorbiti dal Partito democratico, da un lato, e dalla Lega dall’altro. Ma io non credo realizzabile questa ipotesi, basata su una visione troppo semplicistica della realtà. L’Emilia-Romagna non è l’Italia, diciamo. Il Pd da solo contro tutti farebbe nascere solamente un bipolarismo zoppo».

«I CINQUE STELLE HANNO MESSAGGI DI SINISTRA»

Secondo l’ex presidente del Consiglio «non sarebbe un fatto positivo la scomparsa dei cinque stelle. Ma dalla crisi possono uscire soltanto attraverso una coraggiosa operazione culturale e politica». Mettendo da parte il posizionamento post ideologico: «Il successo elettorale del M5s è nato da un messaggio contro i privilegi e di solidarietà verso i più poveri. È un messaggio che può trovare la sua naturale collocazione a sinistra. Certo che i privilegi da combattere vanno al di là del ceto politico».

«SALVINI FA PERCEPIRE UN PERICOLO»

Quanto a Matteo Salvini, D’Alema ha affermato che «il leader leghista è portatore di un messaggio ideologico forte, che evoca la percezione di un pericolo. Io non penso che stia tornando il fascismo, né che la Lega sia fascista ma in Salvini emergono tratti di una cultura e un comportamento neofascista. Questo è altro rispetto alla tradizione leghista e ha introdotto una carica di violenza nella società italiana».

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Il Pd abbandoni la vocazione maggioritaria di stampo prodiano

Quello che l'Emilia-Romagna può insegnare a Zingaretti: il partito coltivi il dialogo con le sardine senza fagocitarle e si apra ad alleati come la Schlein, lasciandosi alle spalle l'illusione del partito unico.

Il dopo-voto ha rilanciato la suggestione di un Pd che deve cambiare aprendosi ad altre forze e in cui possano contare persino i non iscritti.

Credo che ogni sforzo che il Pd farà per togliersi di dosso l’immagine del partito burocratico e elitario sia benvenuto e Nicola Zingaretti ha le caratteristiche anche umane del leader che può rappresentare una fase di apertura.

Tuttavia starei in guardia dal riproporre l’ipotesi del partito a vocazione maggioritaria. Se tutto ciò che si è messo in movimento in questi mesi dovesse entrare o rientrare nel Pd, elettoralmente si sposterebbero pochi voti.

IN EMILIA-ROMAGNA SI È APERTA UNA NUOVA FASE DEL CENTROSINISTRA

Il dato più interessante di questa fase, il vero segreto di un combattimento che ha arrestato l’ascesa di Matteo Salvini e forse ne ha avvicinato l’exitus politico, sta nel fatto che lo schieramento progressista si è presentato unitariamente attorno a un candidato ma rivendicando l’autonomia delle singole forze. Questo “polo” sta cambiando il Pd facendogli riscoprire la vocazione di sinistra che negli anni renziani era andata a farsi benedire e lo ha messo in condizione di dialogare senza arroganza con altri soggetti.

Il prossimo congresso del M5s potrebbe creare un raggruppamento in grado di pilotare il grillismo lontanissimo dalla destra e interlocutore scomodo della sinistra

Il primo è senza dubbi il M5s, ormai partito e come partito ormai destinato a scissioni. L’elettorato è in gran parte scappato, ma non sono state soppresse le domande a cui quel movimento aveva cercato di rispondere. Il prossimo congresso dei cinque stelle potrebbe segnarne la fine definitiva oppure creare un raggruppamento in grado di pilotare il grillismo lontanissimo dalla destra e interlocutore scomodo della sinistra. È la soluzione più opportuna perché l’idea che il movimento si squagli senza eredi lascerebbe un vuoto che oggi nessuna forza in campo è in grado di riempire.

SCHLEIN E SARDINE, LE DUE NOVITÀ DEL FRONTE PROGRESSISTA

La candidata Elly Schlein, vittoriosa in Emilia-Romagna, è un personaggio politico notevole di cui si sentiva la mancanza. Lei può rappresentare a sinistra un dopo-Vendola senza nostalgie e senza imitazioni di Nichi Vendola. È una giovane donna, combattiva, preparata, entusiasta, potrebbe diventare un soggetto significativo se decidesse di rappresentare a livello nazionale più che la versione radical della sinistra la versione moderna dell’ecologismo. Nel suo partito c’è un modello europeo che potrebbe, se sviluppato, portarla molto avanti.

Elly Schlein.

Poi ci sono le sardine a cui sconsiglierei di confluire nel Pd per il bene loro e per quello del Pd. Un movimento di popolo fonda un partito non entra in un partito che c’è. E fondando un partito deve stare attento a farne uno di tipo nuovo, cioè non burocratico, a mantenere le caratteristiche ideali che lo hanno sospinto nei favori popolari, a proporre soluzione concrete ai problemi del Paese, non necessariamente a tutti, basterà che si qualifichino su alcuni temi cruciali, e soprattutto che tenga alta la bandiera della tolleranza e della pacificazione.

ATTENZIONE ALLA SUGGESTIONE DI UN PD A VOCAZIONE MAGGIORITARIA

Credo che la sconfitta di Salvini è stata accelerata dalla sua citofonata. C’è una parte del Paese che ha il coltello fra i denti ed è quella parte che i commentatori più di moda hanno battezzato “popolo” come se fossimo di fronte a una mutazione antropologica degli italiani che avrebbe favorito caratteristiche belliche che mai hanno avuto. Invece gli italiani seguono le “rivoluzioni” ma dopo un po’ vogliono una tregua e soprattutto hanno voglia di urlare, di scontrarsi gli uni contro gli altri ma non di menare le mani.

Il contributo delle sardine può incivilire tutto il mondo politico dando voce a una Italia stanca di cialtroni

Fateci caso, in Calabria un leghista non avrebbe mai potuto vincere. Jole Santelli, che saluto caramente, non è invece un personaggio aggressivo, fa una politica di destra, ma uno di sinistra non si allarma nel vederla in cima a una grande regione. Il contributo delle sardine in questo momento è universale, può incivilire tutto il mondo politico dando voce a una Italia stanca di cialtroni, di quelli che fanno la guerra con motto «andate avanti voi che a me mi viene da ridere», con le persone deideologizzate ma socialmente pericolose perché non ci stanno con la testa (e non dico di chi sto parlando tanto si capisce lo stesso). Quindi eviterei la suggestione prodiana del partito a vocazione maggioritaria, eviterei persino la suggestione, in tema di leggi elettorali, di stampo ultra-maggioritario. Restiamo alla politica dei cento fiori.

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La sinistra ignori Salvini e gli editorialisti cerchiobottisti

Suggerisco a Zingaretti una “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere il capo della Lega, così che cuocia nel suo brodo. E lasciar perdere i consigli dei commentatori di Corriere e Repubblica.

Non so quanto tempo ci metterà la destra a liberarsi di Matteo Salvini. Molto dipende dall’ascesa di Giorgia Meloni che può innescare una gara ad eliminazione fra i due.

Da qui al momento dell’exitus di Salvini la sinistra, ovvero tutto ciò che è contrario alla destra, farebbe bene a ignorare il capo leghista. Generalmente sono contrario a strategie di questo tipo di fronte a un avversario arrembante che dice cose atroci.

Ora però siamo di fronte a un nemico che ha preso una botta molto forte, che finge che non gli sia successo nulla, che cerca, grazie ai giornali che lo appoggiano e alle televisioni amiche, di riprendere la marcia ma è visibilmente suonato, insomma un cadavere politico.

SALVINI VA IGNORATO, NON LE ISTANZE DEI SUOI ELETTORI

Due colpi nel giro di pochi mesi hanno significativamente appannato l’immagine di Salvini. Le forze che avevano puntato su di lui devono fare i conti con due cose: la prima è la strategia salviniana improntata solo su una linea di scontro, la seconda è la manifesta incapacità del capo leghista. La sua Bestia che, quando mosse i primi passi, stupì per il cinismo e la tempestività, ormai è diventata una macchina ripetitiva e lo stesso Salvini sta in tivù come Gabriele Paolini, quel personaggio che si infilava dietro i cronisti parlamentari del telegiornale con il suo faccione e che si prese un calcione dal povero Paolo Frajese.

Salvini è l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio

I piani da tenere rispetto a Salvini sono due. Uno dice che bisogna continuare ad analizzare il fenomeno di massa che è legato al suo nome, cioè analizzare quotidianamente le caratteristiche e le domande della gente che si è rivolta a lui. L’altro piano è quello che deve portare a sottolineare la totale irrilevanza del secondo Matteo. È l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio. Vince i sondaggi e perde le elezioni.

IL POPOLO CHE VIENE DAL PCI HA DIMOSTRATO DI ESISTERE ANCORA

In questi giorni e in queste ore Nicola Zingaretti sta ricevendo molti consigli. In maggioranza vengono da commentatori politici non sovranisti che avrebbero però visto volentieri la caduta dell’Emilia-Romagna per liberarsi finalmente dei “comunisti”. Non è successo e quindi, come si è già visto nelle tavole rotonde post elettorali, alzano l’asticella per il segretario del Pd e sono prodighi di suggerimenti, di indicazioni precettive, di ammonimenti che portano sempre a svalutare un voto che è di assoluta svolta.

Il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti.

Zingaretti faccia quel che gli pare ma non dia retta ai commentatori (ovviamente anche a me). Soprattutto lasci perdere quelli che non sanno più nascondere la loro tragedia personale nel vedere che malgrado errori, anche gravissimi, il mondo che viene dal Pci esiste, fa cose, è un argine contro la destra, addirittura qualche volta vince. Qui stiamo tutti bene e anche Massimo D’Alema, che ho visto qualche giorno fa, è in formissima. Rassegnatevi.

PROPONGO A ZINGARETTI LA STRATEGIA DELLA DISATTENZIONE

Ecco quindi il mio suggerimento (che Zingaretti può ignorare). La chiamerei la “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere Salvini, così che cuocia nel suo brodo. Lasciar perdere gli editorialisti di Corriere e Repubblica, in particolare i “cerchiobottisti”. Immagino che nel nostro futuro ci debba essere una sinistra rifomista che sappia volare alto, cosa impossibile se si perde la giornata a compulsare retroscena di Montecitorio, dichiarazioni di Tersesa Bellanova, editoriali pensosi. Per anni la sinistra è stata autonoma dal popolo. Ora ha iniziato, grazie alle autocritiche e alle sardine, a capire che questa connessione ci deve essere. La sinistra proclami, invece, la sua autonomia da editorialisti “cerchiobottisti” e dai giustizialisti alla Alfonso Bonafede e Marco Travaglio. Sarà una sinistra bellissima.

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Bonaccini, l’anti-Lega che tiene l’Emilia eclissando il Pd

Il governatore uscente si conferma alla Regione con ampio margine su Borgonzoni e infligge la prima vera sconfitta a Salvini. Un successo ottenuto grazie alla capacità di smarcarsi dalla politica nazionale. E facendo leva sul buon governo locale.

Per infliggere la prima cocente sconfitta a Matteo Salvini serviva un modenese di 53 anni, poche parole e tanti fatti, capace di anteporre in campagna elettorale il buon governo locale alle beghe della maggioranza giallorossa. Ha reso omaggio alle Sardine, Stefano Bonaccini, ma dietro il largo successo del governatore uscente in Emilia-Romagna, con quasi otto punti percentuali sulla leghista Lucia Borgonzoni, c’è soprattutto la scelta di andare avanti per la propria strada, ignorando la caciara degli avversari che lo accusavano di voler nascondere il simbolo del Pd in una tornata elettorale dall’esito alla vigilia mai così incerto «Se gli vai a dire che la devi liberare, le persone qui lo sanno perfettamente che eravamo già stati liberati 75 anni fa», ha detto il vecchio e nuovo presidente, silenziando gli slogan leghisti. Per poi aggiungere: «C’è chi ha cercato lo show suonando i campanelli. Ma l’arroganza non paga mai».

DECISIVA LA SCELTA DI UNA COALIZIONE AMPIA

D’altra parte ci ha sempre creduto Bonaccini alla possibilità di confermarsi alla guida della Regione, riuscendo nel compito di difendere il feudo del centrosinistra dal tentativo di conquista di Salvini. Nella sfida ha vinto grazie a una coalizione ampia, che comprendeva, oltre al Pd, Emilia-Romagna coraggiosa (un rassemblement della sinistra ‘governista’), Verdi, Volt, +Europa e una lista civica a suo nome. Nella sua lunga carriera politica è stato assessore in Comune a Modena, poi segretario nella sua città dei Ds, prima di guidare il Pd in Emilia-Romagna. È stato eletto per la prima volta nel novembre 2014, con un’ampia larga maggioranza sullo sfidante di allora, l’attuale sindaco leghista di Ferrara Alan Fabbri, ma con un’affluenza al voto bassissima, circa il 37%. Allora la vittoria era scontata, questa volta no.

QUALCHE RARA COMPARSA SOLO CON ZINGARETTI

Nel suo mandato da presidente, Bonaccini si vanta di aver visitato ogni singolo Comune dell’Emilia-Romagna e ha cercato di mantenere la campagna elettorale sui temi locali, tenendosi alla larga dai leader nazionali, con qualche rara eccezione per il segretario Pd Nicola Zingaretti. Ha incentrato la sua corsa sul riconoscimento dei risultati raggiunti su temi come la sanità, il lavoro e l’economia, affermando che se l’Italia fosse come l’Emilia-Romagna sarebbe un posto migliore.

UNA VITTORIA CONQUISTATA SUL TERRITORIO

Fra le sue proposte per la Regione c’è un investimento per rendere gratuiti e accessibili per tutti gli asili nido e il trasporto per gli studenti. In questi anni, anche se concentrato sul governo locale, non è stato avulso dal dibattito interno al Pd e al centrosinistra: allievo della scuola Pci, prima si è avvicinato a Renzi, per poi prenderne le distanze sostenendo, alle ultime primarie, l’attuale segretario Zingaretti. La sua campagna elettorale è stata un tour de force, cercando di raggiungere più luoghi possibile. E di respinger gli attacchi avversari sostenendo che, essendo candidato per una coalizione, non poteva utilizzare il simbolo di un solo partito nei manifesti.

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Elezioni suppletive Roma, Gualtieri è il candidato unitario del centrosinistra

Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo: «È la scelta più autorevole, unitaria e di apertura che il Pd e le altre forze di centrosinistra potessero mettere in campo».

Roberto Gualtieri sarà il candidato unitario del centrosinistra alle elezioni suppletive del collegio Roma 1 della Camera dei deputati, in programma il primo marzo 2020. Le forze politiche hanno chiesto al ministro dell’Economia la disponibilità per la candidatura, verificato che intorno a lui si è ricostruita «una vera e larga maggioranza». Prevale così, viene spiegato da fonti di centrosinistra, «l’unità di tutta la coalizione che sostiene il governo (Pd, Italia viva, Si, Psi, Art. 1) nel sostegno a Roberto Gualtieri», che ha accettato la sfida dicendo sì alla proposta.

«Roberto Gualtieri è la scelta più autorevole, unitaria e di apertura che il Pd e le altre forze di centrosinistra potessero mettere in campo per il collegio di Roma. Grazie a Gualtieri». Lo ha scritto su Twitter Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo.

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Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

Il nuovo movimento è la vera novità della campagna elettorale in Emilia-Romagna. Questi ragazzi hanno risposto alla mancanza di ideali, di memoria e di partecipazione della sinistra. E se Bonaccini riuscirà a sconfiggere la Lega sarà soprattutto merito loro.

Sciogliersi nel movimento. Dai situazionisti ai partiti e partitini post-sessantotto questo slogan è risuonato mille volte in altrettante assemblee movimentiste.

Ora quel che si invocava tra i militanti di Lotta Continua o Avanguardia Operaia si ripropone e auspica per il Pd. Che dopo avere annunciato, per bocca del suo segretario Nicola Zingaretti, il prossimo, imminente cambio di nome non gli resta che sciogliersi, appunto. Nel movimento delle Sardine. Sardinizzarsi. Se vuole avviare un percorso di rinnovamento che non sia solo nominale, di cosmetica politica, bensì di mutamento sostanziale di prospettiva e di classe dirigente.

Non quindi come – pensando male – credo abbiano in animo di fare gli attuali dirigenti. Ovvero cooptare i giovani leader di un movimento che è esploso appena comparso. Che ha riempito le piazze al primo appello via social. E che ha fatto quel che avrebbe dovuto fare e non ha fatto il Pd e in generale tutto il centrosinistra: chiamare, scendere in strada e contrastare la sedicente «guerra di liberazione dell’Emilia-Romagna rossa», lanciata dalla Lega di Matteo Salvini.

LA PARTITA SI GIOCA SUL VOTO DEI GIOVANI

È fra i giovani e nel voto giovanile che si gioca la partita e che il presidente uscente Stefano Bonaccini può sperare di vincere. Va ricordato infatti che nelle ultime elezioni regionali ha votato solo il 37% del corpo elettorale emiliano-romagnolo: record storico di disaffezione per la politica e di non voto giovanile.

LEGGI ANCHE: Quanto è da bulli divertirsi nel tiro alle Sardine

Ora le cause della disaffezione elettorale sono note e hanno molto a che fare con l’inadeguatezza della classe politica nel suo complesso. Ma che per quanto riguarda il Pd sono esemplarmente riassunte, e oserei dire illuminate, dalle figure dei due ultimi ex-segretari, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, che sono usciti dal partito e ne hanno fondato uno nuovo. 

UNA POLITICA TRA IL TRAGICO E IL RIDICOLO

La coesistenza di tragico e ridicolo in questi ultimi anni del Partito democratico è peraltro speculare al fronte avversario. Che è peggio sul piano delle idee e della proposta politica, della modernizzazione del Paese e dell’avvio di riforme strutturali vere. Ma che proprio per questo riesce a intercettare più profittevolmente insoddisfazione e malcontento popolare. Giocando duro e sporco con le paure e le speranze delle persone. Proponendo ricette semplici e soluzioni immediate a problemi complessi e di portata epocale. Facendo leva sull’immiserimento culturale delle classi popolari e anche dei ceti medi.

LEGGI ANCHE: Vinca o perda, è l’ultima battaglia di Salvini

Solo così, cose fuori dal mondo e dalla storia, come l’ultimo Muro del comunismo da abbattere in Emilia-Romagna, possono essere prese sul serio. Ancorché servite con le gote rubizze e l’occhio lucido di Salvini che bacia le coppe, pone il Parmigiano Reggiano come valore assoluto dopo la mamma, il papà e il Natale, si presenta a Maranello indossando la felpa rossa e a Brescello sentenzia che oggi Peppone voterebbe Lega.

I competitori di Salvini vivono in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita

Di nuovo però altrettanto stupefacente è che a tale narrazione il centrosinistra intero non abbia risposto a tono. Limitandosi alle ironie, però facili, e lasciando il territorio nella disponibilità assoluta di Salvini. Che se ha una qualità, una sola, è di essere un demagogo che non ha paura di niente. Di alternare come se niente fosse sceneggiate truci, come l’ultima del citofono suonato all’abitazione del supposto spacciatore, e buffonate invereconde, come il balletto su TikTok a uso dei giovanissimi, che però lo hanno spernacchiato alla grande.

LA SINISTRA HA DIMENTICATO LA SUA STORIA

«Viviamo nel vuoto, ma è un vuoto ricco di segni». La citazione di Henri Lefebvre sulla nostra contemporaneità s’applica mirabilmente a Salvini e al salvinismo. Segnalando come viceversa i suoi competitori vivano in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita. Comunisti ma sui generis: libertari, conviviali, aperti. Agli antipodi della predicazione populista e sovranista che oggi va di moda e che ha fatto breccia anche nella “rossa Emilia”. Alla faccia di quel che Palmiro Togliatti ripeteva ai compagni: «Ha un futuro chi ha una storia».

Quella delle Sardine è stata una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi

Oggi quel che resta di un partito che negli Anni 80 aveva ancora più di 300 mila iscritti è quasi niente. Tanto da dovere alzare la bandiera della buona amministrazione del presidente uscente, rinunciando anche a qualsiasi, anche minima, chiamata alle armi ideologica. Tant’è che il verde è diventato il colore dominante della comunicazione elettorale di Bonaccini, senza nemmeno più una sottolineatura, un accenno, una virgola di rosso. 

LA PACIFICA CHIAMATA LE ARMI DELLE SARDINE

Che questa scelta “condominiale” rischiasse di essere perdente in una campagna elettorale giocata tutta dal centrodestra sull’ideologia, sulla mobilitazione di piazza e il coinvolgimento emotivo è stata l’intuizione e la scommessa delle Sardine. Una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi.

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Una contrapposizione gentile, ma risoluta al salvinismo: «l’Emilia non si Lega» è statolo slogan scandito in tutte le piazze della regione. Ben più mobilitante del claim elettorale di Bonaccini: «Emilia-Romagna un passo avanti». Le facce nuove e giovani delle Sardine sono state la vera sorpresa di una competizione che si è riaccesa e che forse annuncia una fase in cui la storia ricomincia di nuovo. Mi chiedevo infatti, e con me tanti, come un popolo di sinistra, qual è stato quello emiliano-romagnolo per decenni, potesse avere smarrito completamente gli orientamenti ideali condivisi da più generazioni. E le Sardine hanno offerto una prima risposta. No, quella storia di associazionismo democratico e internazionalismo, di cooperazione e riformismo non si Lega proprio.  

IL M5S, DA PARTITO POST-IDEOLOGICO A PARTITO POST IT

Insomma se Bonaccini vincerà lo dovrà molto più alle Sardine che ai dati positivi della sua amministrazione: non sufficienti per vincere una sfida elettorale diventata una posta nazionale. L’inizio o la fine di una stagione politica. Non epocale, come hanno scritto molti. Perché già era accaduto nel 1999 che la rossa Bologna cessasse di essere tale. Tuttavia in grado di segnalare un’altra novità, che conferma il ritorno di una politica “calda” e non interpretabile come contratto, bensì come contrapposizione di valori e visioni del mondo: il partito che si definisce o meglio definiva post-ideologico, il M5s, né di sinistra né di destra, si sta rivelando in realtà un partito post-it. Cartoleria politica, usa e getta. Soprattutto se i suoi pochi voti risultassero decisivi per fare perdere l’alleato di governo.

ALL’ITALIA SERVE UNA SVEGLIA IDEOLOGICA

È l’energia identitaria e la sveglia ideologica suscitate dalla scesa in campo delle Sardine che hanno fatto la differenza. Restituita la dimensione popolare e di piazza alla sinistra. Le due piazze occupate simultaneamente da Salvini e le Sardine nel luogo forse più simbolico dello scontro, Bibbiano, sono state la plastica rappresentazione di una realtà che un paio di mesi fa nessuno avrebbe mai immaginato. Una piazza della paura («Giù le mani dai bambini») soverchiata, come presenza, da una piazza allegra, festosa e perfino spiritosa («Salvini suona a Willy»). Che al di là del risultato elettorale e perfino della politica restituisce l’idea e la pratica di una società, quale è quella italiana, che da troppi anni boccheggia, arretra, sopravvive. Incapace di risolversi fra malinconia e rabbia. Perciò più che mai bisognosa di positività e ottimismo, di idee coraggiose e facce nuove.

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Perché l’Emilia-Romagna è la croce di Zingaretti

Il futuro del segretario Pd è legato a doppio filo con il voto del 26 gennaio. In caso di sconfitta, certo. Ma anche di vittoria risicata. Essendo rimasto in panchina per tutta la campagna elettorale, l'eventuale tenuta del centrosinistra sarebbe attribuita solo alle Sardine. Lo scenario.

Non sarà una domenica qualunque per Nicola Zingaretti. Il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna è un crocevia del suo destino politico.

Nessuno, in caso di sconfitta, osa pronunciare la parola dimissioni in queste ore: nei giorni che precedono le elezioni prevale lo spirito unitario e qualsiasi polemica viene messa da parte, spingendo per la vittoria.

Ma il tema c’è, eccome. Anche se il diretto interessato ostenta ottimismo e nega l’eventualità di fare un passo indietro.

PER ZINGARETTI UNA PARTITA GIOCATA IN PANCHINA

Eppure, ironia della sorte, il segretario del Partito democratico gioca la sua partita dopo essere stato in panchina durante la campagna elettorale: salvo gli incontri programmati nell’ultima settimana, è stato visto poco in giro al fianco del candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini. Il presidente uscente della Regione Emilia-Romagna ha puntato su di sé, sulla sua amministrazione, promuovendo elettoralmente una lista civica forte con il suo nome. E lasciando molto sullo sfondo il Pd. Come se non bastasse, sul territorio i veri avversari mediatici della Lega sono i possibili competitor del partito di Zingaretti: le Sardine, che si riconoscono sempre più nella guida di Mattia Santori.

ANCHE UNA VITTORIA DI MISURA CAUSEREBBE UN MEZZO TERREMOTO

Nonostante le professioni di ottimismo, Zingaretti si trova in una lose-lose situation. In caso di sconfitta sarebbe difficile evitare la bufera, mentre di fronte a una vittoria di misura non ci sarebbero motivi per gioire. «Se il prevedibile ko in Umbria ha provocato fibrillazioni, figuriamoci cosa potrebbe accadere con una sconfitta in Emilia-Romagna», ammette un deputato della maggioranza off the records, come preferiscono esprimersi tutti in questo rush finale di campagna elettorale. Salvo fare gli scongiuri: «Comunque non andrà male, vedrete». L’unico a parlare chiaro è il capogruppo alla Camera del Pd, Graziano Delrio. «Ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla», ammette.

UNA LEADERSHIP IN DISCUSSIONE

Tra le possibili conseguenze ci sono le dimissioni del segretario. Un tema su cui nessuno si sbilancia. Fino alla mezzanotte di venerdì, ultimo minuto utile della campagna elettorale, l’ordine di scuderia è di fare quadrato. E nel caso di débâcle, la decisione spetterebbe solo a Zingaretti. Ma nessuno sarebbe pronto a salire sulle barricate per difenderlo. Con un’ulteriore amarezza per il presidente della Regione Lazio: passare alla storia come il segretario delle sconfitte; onorevoli, come alle Europee, ma pur sempre sconfitte. Proprio lui che ha vinto le elezioni quando il Pd perdeva dappertutto. Anche per questo motivo l’Emilia-Romagna è una scialuppa a cui aggrapparsi.

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Ma non è solo il Pd ad avere il timore dell’eventuale conquista dell’Emilia-Romagna da parte di Matteo Salvini. La vittoria del centrodestra è una mina sul percorso di crescita delle Sardine, che sono viste come il “nuovo” contro le destre. Un inizio con il ko non sarebbe il massimo. Ma si tratta pur sempre di un aspetto marginale: il tonfo del Pd sarebbe talmente forte da aprire delle praterie nel campo del centrosinistra. Per il movimento che anima le piazze sarebbe un’ammaccatura, ma riparabile. Poi, del resto, il candidato è Bonaccini, non una Sardina.

IL RISCHIO DI UNA NARRAZIONE SARDINO-CENTRICA

La preoccupazione ai vertici di largo del Nazareno è che nemmeno la riconferma di Bonaccini possa dare nuovo slancio alla leadership di Zingaretti, pur mettendola al riparo dalla buriana. «Conta comprendere l’entità dell’eventuale successo. I numeri sono fondamentali per fare un’analisi», dice una fonte dem. Una vittoria risicata, ragionano negli ambienti di partito, finirebbe per essere attribuita all’effetto Sardine. La ribalta per Santori&Co. è già pronta per l’uso con una narrazione tutta sardino-centrica: indicati come i nuovi salvatori del centrosinistra. Per il movimento che sta prendendo forma in queste settimane potrebbe essere proprio questo il miglior esito possibile, un successo di misura da intestarsi all’istante.

LE PARTITE APERTE CON IL CONGRESSO

Insomma, il risultato del voto in Emilia-Romagna è incerto, così come le conseguenze che potrà produrre. Solo un fatto è sicuro: dopo il voto è attesa un’accelerazione verso il congresso del Pd, peraltro già annunciato da Zingaretti in un’ottica di cambiamento e allargamento del partito. «Bisogna studiare la tempistica adeguata, visto che ci sono le altre Regionali in primavera», spiegano ancora dagli ambienti dem. Ma, al netto delle date, sembra farsi largo un’idea: comunque vada sarà congresso vero, primarie incluse, per mettere in gioco tutti gli incarichi, non solo il nome del partito.

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Care sardine, state lontane dal Pd e dai camaleonti di sinistra

Perché questo nuovo movimento dovrebbe entrare nei dem per rinnovarli? Santori e i suoi devono, maoisticamente, «contare sulle proprie forze» e portare il loro messaggio di civiltà nel dibattito politico sottraendosi all’egemonia dei vecchi partiti.

Viste rigorosamente dall’esterno (non partecipo alle loro manifestazioni e in verità ad alcun raduno), le sardine mostrano qualità che servono alla politica italiana. Sono un movimento di giovani, sono un movimento che è orientato dai valori della solidarietà e della civiltà, parlano un linguaggio comprensibile, hanno una buona dose di ironia, sanno sollevare dappertutto sentimenti positivi in grado di controbattere le cialtronate di Matteo Salvini.

Non so quanto dureranno, mi auguro molto a lungo, non so se la loro presenza sarà un benifico supporto al caro Stefano Bonaccini che combatte contro due attorucoli senza qualità, non so come si collocheranno nel futuro scacchiere politico. So che prima di loro lo scontro contro la “compagnia dell’odio” sembrava destinato solo a produrre altre compagnie dell’odio, oggi invece si può sperare che “una risata… seppellirà” tutto quanto.

Mi turba, però, vedere sui loro palchi i soliti noti del radicalismo italiano, quelli che hanno attraversato tutto il movimentismo, che hanno tenuto a battesimo la cultura da cui è nato il giustizialismo e quindi il grillismo e il salvinismo, e mi preoccupa il dibattito che si è aperto su di loro, se debbano o meno confluire nel Pd per rifondarlo o andare da soli.

FINORA DALL PD TANTE PAROLE E POCHI FATTI CONCRETI

Noi dobbiamo sapere che non siamo di fronte a un movimento che nasce dal profondo della società e che tutto sconvolge. Le sardine non sono il nuovo ’68. Sono molto meno e molto di più. Sono molto meno perché la contestazione sociale è molto meno radicale e sono molto di più perchè nascono esplicitamente per porre un argine alla corsa verso la guerra civile che il capo leghista sta provocando. La discussione, sia in questi giorni sia dopo il voto emiliano romagnolo, sul da fare è sostanzialmente inutile se rientra nelle logiche del sistema politico. Perché le sardine dovrebbero entrare nel Pd per rinnovarlo? Il Pd finora si è battuto come unico argine al salvinismo ma ha solo dichiarato, per la propria autoriforma, buone intenzioni.

A sonostra sono prevalse timidezze e anche viltà, come nel caso di Bettino Craxi e dell’operazione Mani pulite

È mancata la “mossa del cavallo”, quel gesto che segna il passaggio d’epoca e sono prevalse timidezze e anche viltà, come nel caso di Bettino Craxi e del giudizio ormai maturo da dare su quella disgrazia nazionale che è stata l’operazione Mani pulite. Le sardine dovrebbero tenersi lontane dal Pd. Il quale Pd, piuttosto che pescare le sardine o fra le sardine, dovrebbe occuparsi di analizzare il perché dopo decenni di ulivismo siamo al punto che sta vincendo la destra peggiore. Questo vuol dire che le “sardine” devono diventare esse stesse un partito? Sarebbe meglio se riusciranno a tenere lontano da sé i demagoghi alla Luigi De Magistris et similia.

I MOVIMENTI CHE HANNO SCOSSO LA SINISTRA SI SONO EMANCIPATI DAI VECCHI PARTITI

Le sardine devono, maoisticamente, «contare sulle proprie forze» e portare questo messaggio di civiltà nel dibattito politico. Ci sarà sempre in televisione un quarantenne rampante che cercherà di metterle in difficoltà perché non hanno ancora sviluppato una linea sulla Libia, ma ai saccenti di ogni colore devono contrapporre la forza di un movimento talmente nuovo che non ha paura di rimettere in piedi una politica su valori antichi.

Piazza XVIII agosto a Bologna durante la manifestazione delle Sardine.

Del resto in tutta Europa, e non solo in Europa, i nuovi movimenti che hanno scosso la sinistra e ridato una possibilità competitiva a essa si sono sottratti sia all’egemonia di vecchi partiti sia al camaleontismo di vecchi arnesi giustizialisti. I cinque stelle pescavano in un mare limaccioso che volevano restasse limaccioso. Le sardine vogliono vivere in una società aperta, di conflitti, ma impregnata di valori. È una bella differenza. E ora tutti al Papeete. Forse elettoralmente non servirà, ma passata la sbornia elettorale Salvini capirà che, per quanti voti potrà attrarre con le sue sceneggiate, resterà il leader più fragile di questa stagione della destra. Quando si scoccerà Vittorio Feltri, saranno cavoli amari per lui.

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La Puglia è ora il laboratorio pro-Salvini di Renzi e Calenda

I due leader di micro-partiti hanno deciso di non appoggiare Emiliano. Insomma, si sono messi sul mercato. Così una guerra di piccole nomenklature nazionali senza voto viene trasferita sulle spalle degli elettori di centro-sinistra pugliesi per avviare il primo vero inciucio con la destra.

In Puglia sta iniziando l’ultima, in ordine di tempo, delle guerre autolesioniste e strutturalmente cretine nel centro-sinistra. Michele Emiliano ha vinto le primarie con risultato eclatante e partecipazione al di sotto delle attese.

Le primarie ormai sono uno dei tanti modi per esercitare la democrazia dall’alto inventati in questa lunga transizione verso il nulla che caratterizza l’Italia.

Non si sa chi vota, c’è una larga partecipazione di gruppi organizzati, talvolta transfughi di altri partiti, i candidati dicono cose al vento e soprattutto si taglia la strada alla novità. Non a caso in Puglia contro Emiliano c’erano due personaggi della vecchia nomenklatura.

ANCHE A DESTRA CON FITTO SI FA RICORSO ALLA VECCHIA NOMENKLATURA

L’avversario di Emiliano che rappresenterà il centro-destra è un ex giovane Dc che poi è stato berlusconiano e infine si è accasato con Giorgia Meloni. Raffaele Fitto fu un enfante prodige della politica pugliese e italiana. Sembrava bravo ma del suo periodo di presidenza della Regione si ricorda poco. Non dico questo per pregiudizio verso un moderato di destra. Il sindaco di Bari Simeone Di Cagno Abbrescia, di Forza Italia, fece bene, a parer mio il primo cittadino del capoluogo.

Da Salvini alla Meloni e a Fitto, a destra c’è la stessa passione per i pachidermi del passato che c’è a sinistra

Fitto ha anche la caratteristica di parlare come una delibera prefettizia. Nel tempo in cui Matteo Salvini sembra uscito dal Roxy Bar, la destra propone un attempato ex enfante prodige per tornare al governo. Diciamolo: da Salvini alla Meloni e a Fitto, a destra c’è la stessa passione per i pachidermi del passato che c’è a sinistra. Emiliano, a mio parere, è un personaggio dalle molte facce, quasi nessuna da prediligere. È disinvolto fino all’opportunismo più intollerabile, è sleale, non ha una posizione politica se non quella che accresce il suo potere e la sua immagine. Insomma è uno di quei leader meridionali che non aiutano il Mezzogiorno. Ma non c’è altro.

RENZI E CALENDA IN PUGLIA SEGUONO INTERESSI PERSONALI

In questi anno, dal fronte interno al Pd, non è venuta alcuna alternativa. Anche negli anni di Matteo Renzi e nella breve stagione di Carlo Calenda. Tuttavia i due si scoprono scandalizzati dall’ipotesi che Emiliano rivinca e promettono di mettere in campo un proprio candidato. Escluso che sia una candidata perché Teresa Bellanova e il voto popolare sono alternativi l’uno all’altro. Chi sarà allora? Devo confessare che anche a un pugliese emigrato come me la faccenda appare del tutto irrilevante tranne che per una ragione. Per quanto gravi siano le colpe di Emiliano, dare la Puglia alla destra che si sta presentando in gara è una operazione politica criminale.

Da sinistra, Matteo Renzi e Carlo Calenda (Foto LaPresse – Mourad Balti Touati).

Non solo Emiliano è il meno peggio, ma c’è nella scelta di Renzi e Calenda un primato della propria visibilità come persone e come gruppo politico figlie del meridionalismo accattone. Non è per caso che né Renzi né Calenda siano meridionali e che Renzi negli anni di governo non abbia dimostrato alcuna sensibilità verso il Sud (ho un giudizio di verso su Calenda e il caso Italsider). Resta il dato che una guerra di piccole nomenklature nazionali senza voto viene trasferita sulle spalle degli elettori di centro-sinistra pugliesi per avviare il primo vero inciucio con la destra.

Io penso che la colpa maggiore della sinistra sia stata quella di sentirsi figlia di un dio minore per cui è potuto accadere che un Renzi qualsiasi l’abbia schiaffeggiata impunemente

I due ex ragazzi con l’operazione Puglia non vogliono solo vendicarsi di Emiliano o sfiduciarlo (cosa che non scandalizza), ma probabilmente avviare una fase politica di loro indifferenza verso i due schieramenti opposti. Insomma si sono messi sul mercato. Molti pensano che la sinistra abbia fra le sue colpe maggiori quella di aver fatto poco autocritica. Io penso che la colpa maggiore sia stata quella di sentirsi figlia di un dio minore per cui è potuto accadere che un Renzi qualsiasi l’abbia schiaffeggiata impunemente. Non amo Emiliano, non più. Ma se Renzi e Calenda lavorano per umiliare il mondo del centro-sinistra, è bene che vadano in pace dall’altra parte, dove culturalmente già sono.

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Pd in ripresa, frena Giorgia Meloni: i sondaggi politici del 14 gennaio

I dem crescono di un punto e mezzo e arrivano al 18,4%. FdI scende al 10,4%. Lega ancora stabile al 32,9%. Le rilevazioni Swg per La7.

Il Pd, in queste ore riunito nel Conclave nell’abbazia di Contigliano, è in ripresa. Secondo il sondaggio settimanale Swg per La7, infatti, i dem salgono di un punto e mezzo: dal 17 al 18,4%.

La Lega di Matteo Salvini è sostanzialmente ferma al 32,9%, mentre subisce una battuta d’arresto Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia scende dal 10,5% al 10,4%.

Forza Italia guadagna invece tre decimali passando al 5,8% dal 5,5%. Cambiamo del governatore della Liguria Giovanni Toti è fermo all’1%.

M5S IN CALO. ITALIA VIVA SOTTO IL 5%

Il sondaggio Swg registra anche il calo del M5s che passa dal 15,7 al 15,2%. Italia viva guadagna un decimale: dal 4,7 al 4,8%. Sempre sotto, sebbene di poco, della soglia di sbarramento ipotizzata dal Germanicum, la proposta di legge elettorale ora in commissione Affari costituzionali a Montecitorio.
Liberi e Uguali, partner di minoranza del governo, scende dal 3,7 al 3,1%. Non prende quota nemmeno Azione di Carlo Calenda passata al 2,9 dal 3,3%.

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Dal Pd a Prodi, fino ai seminari M5s: i conclave della politica

L'ultimo è stato Zingaretti che ha riunito i dem all'Abbazia di Contigliano. Ma si tratta di una vecchia strategia che ha portato fortuna solo alla Dc visti i risultati ottenuti da Prodi e Letta. E che è stata mutuata anche dal Movimento 5 stelle. La storia.

Conclave, raduno, ritiro per fare spogliatoio. Il campionario per definire gli incontri dei leader con le loro squadre, siano di governo o di partito, è molto vario.

Da Massimo D’Alema nel 1995 a Nicola Zingaretti in queste ore, sono in tanti ad aver fatto ricorso alla formula del seminario a porte chiuse, spesso in luoghi dal significato religioso, per ricompattare le fila e rilanciare l’azione politica.

I “SEMINARI” POLITICI NELLA STORIA

Non è stato un conclave, ma qualcosa di simile quello legato a Don Luigi Sturzo: nel 1918 nell’albergo Santa Chiara, vicino al Pantheon a Roma, preparò il suo appello a «tutti gli uomini liberi e forti» per invocare l’impegno dei cattolici in politica. Dopo la stesura del documento, raccontano gli storici, si raccolse letteralmente in preghiera. A un “conclave” è legata anche la nascita della corrente democristiana più famosa, quella dei dorotei: i vari esponenti centristi si ritrovarono nel convento delle suore di Santa Dorotea, a Roma nel 1959, per decidere la linea in seguito alle dimissioni da segretario di Amintore Fanfani.

LA PRIMA VOLTA DEL CAV

I raduni più recenti sono stati più laici. Silvio Berlusconi, nel 1994 al Grand Hotel delle Fonti di Fiuggi, tenne un incontro per studiare la tattica dei parlamentari eletti nella neonata Forza Italia. Nella località del Frusinate, l’ex presidente del Consiglio avviò, forse inconsapevolmente, una pratica che ha avuto molte repliche.

d'alema governo pd m5s
Massimo D’Alema.

D’ALEMA ALLA CERTOSA DI PONTIGNANO

Nel dicembre del 1995 Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, riunì dirigenti di partito e personalità della cultura nella Certosa di Pontignano, vicino Siena. Il ritiro di due giorni serviva per preparare il programma di governo del futuro centrosinistra. Si tratta probabilmente di uno dei rari casi di successo di un conclave politico.

I DUE TENTATIVI DI PRODI

Dopo la vittoria alle elezioni, nel marzo del 1997 il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ripropose l’iniziativa, scegliendo come sede il castello di Gargonza, in provincia di Arezzo. L’obiettivo era quello di scegliere «le 10 idee per l’Ulivo» e mettere insieme le forze di maggioranza. Al seminario parteciparono tutti i principali leader politici della coalizione, tra cui il futuro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oltre a Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Franco Marini. A rappresentare il mondo della cultura c’erano Umberto Eco, Pietro Scoppola, Maurizio Costanzo e Paolo Flores d’Arcais. L’esperienza non funzionò granché, vista la durata dell’esecutivo, caduto nel 1998.

Romano Prodi.

Eppure, nel 2006, sempre Prodi ritentò: riunì i ministri nella Villa Donini di San Martino in Campo, a Perugia. Il Professore cercò di fare squadra in una compagine governativa formata da oltre 20 ministri di forze politiche molto diverse tra loro. Anche in questo caso, tuttavia, il risultato non fu eccezionale: nel gennaio 2008 il governo Prodi cadde dopo la sfiducia in parlamento.

IL SUMMIT “SEGRETO” DEL M5S

Addirittura il Movimento 5 stelle, nato a colpi di streaming, scelse la formula del raduno in gran segreto. Beppe Grillo, a inizio aprile 2013, convocò i parlamentari per dettare la linea contro “l’inciucio” che avrebbe portato alla nascita del governo Letta. La sede di Tragliata, frazione di Fiumicino, venne scoperta dai cronisti che pedinavano gli esponenti pentastellati, facendo scoppiare l’ira dei vertici M5s. In questo summit, all’interno di un agriturismo, passò la linea barricadera contro qualsiasi ipotesi di alleanza di governo. Smentita qualche anno dopo.

IL TENTATIVO DI LETTA

Nel maggio 2013, Enrico Letta promosse da presidente del Consiglio l’operazione-conclave: il suo governo, nato grazie all’alleanza tra Pd, Scelta Civica e il Popolo delle Libertà, ebbe infatti la necessità di compattarsi. Come luogo del ritiro scelse l’Abbazia di Spineto, nel Senese, e tracciò le quattro priorità dell’esecutivo, dal lavoro ai giovani alle riforme per tagliare i costi della politica. Come per Prodi, l’esperimento non portò grandi frutti. Nemmeno un anno dopo, a febbraio, Letta rassegnò le dimissioni, passando la campanella a Matteo Renzi.

Virginia Raggi con Luigi Di Maio.

IL RADUNO DI CHIARA APPENDINO

Nonostante i precedenti poco incoraggianti, la sindaca di Torino, Chiara Appendino optò per la formula del raduno a porte chiuse, nel luglio del 2016. Il ritiro al santuario “Grotta di Nostra signora di Lourdes” a Forno di Coazze, poco lontano da Torino, aveva l’obiettivo di costruire lo spirito di squadra necessario alla realizzazione di un programma per la città. 

RAGGI IN “GITA” CON LA GIUNTA

Un altro incontro di grande impatto mediatico fu quello della sindaca di Roma, Virginia Raggi, nell’ottobre 2016 (a pochi mesi dalla vittoria elettorale). Ad Anguillara Sabazia, località sul lago di Bracciano, si ritrovò la Giunta della Capitale dopo le turbolenze degli esordi affiorate con le dimissioni di vari assessori. Come per il precedente raduno del M5s a Tragliata, anche in questo caso i giornalisti furono costretti a inseguire i partecipanti

LA TENTAZIONE DI CONTE

L’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha avuto la tentazione di organizzare un seminario di governo per approntare la verifica politica. L’idea è però tramontata ed è stato preferito un più fugace incontro in pizzeria poco prima di Natale. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha invece voluto sfidare la sorte, proponendo la formula, chiamando gli esponenti dem nell’Abbazia di Contigliano, nel Reatino. L’obiettivo? Serrare le fila, rilanciare il ruolo del partito nell’azione di governo e discutere la proposta di sciogliere il Pd dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria lanciata dal segretario sabato.

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Zingaretti vuole sciogliere il Pd dopo le elezioni regionali

Il segretario in un colloquio con Repubblica: «Vinciamo in Emilia e poi cambia tutto. Apro a Sardine, società civile, ecologisti». Non un «nuovo partito», ma un «partito nuovo».

Sciogliere il Pd. Non per fondare un nuovo partito, ma per creare «un partito nuovo». Aprendolo alle Sardine, agli ecologisti e alla società civile. In un lungo colloquio con il quotidiano la Repubblica, il segretario Nicola Zingaretti ha esplicitato la sua strategia, da mettere in atto subito dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria.

«Vinciamo in Emilia», dove «stiamo facendo la campagna elettorale per Stefano Bonaccini in splendida solitudine», ovvero senza l’appoggio di Italia viva e Movimento 5 stelle. E poi «cambio tutto», promette Zingaretti. Secondo il quale «in questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla».

Poi una sottile distinzione: «Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese». La nuova legge elettorale – ancora indefinita, ma che sembra andare in direzione di un proporzionale puro con sbarramento al 5% – «ci indica una sfida: dobbiamo costruire il soggetto politico dell’alternativa, convocando un congresso con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. Dobbiamo rivolgerci però alle persone, e non alla politica ‘organizzata». Tradotto: «Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane. Non voglio lanciare un’opa sulle Sardine, rispetto la loro autonomia. Ma voglio offrire un approdo a chi non ce l’ha».

Parlando del governo, Zingaretti puntualizza: «È inutile che ci giriamo intorno, non possiamo fare melina fino al 26 gennaio, non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza. Purtroppo questo è il risultato della cultura delle ‘bandierine’, in cui ci si illude di esistere solo se si difende una cosa. Lo dico ogni giorno a Conte e a Di Maio: un’alleanza è come un’orchestra, il giudizio si dà sull’esecuzione dell’opera, non sulla fuga di un solista che casomai dà pure fastidio alle orecchie». La linea unitaria «sta pagando, come dimostrano i sondaggi, e casomai apre contraddizioni in chi non vuole scegliere. L’Italia sta gradualmente tornando a uno schema bipolare».

Per il segretario, quindi, «non è il tempo di distruggere, ma di costruire subito una visione e poi un’azione comune, su pochi capitoli chiari: come creare lavoro, cosa significa green new deal, come si rilancia la conoscenza, come si ricostruiscono politiche industriali credibili nell’era digitale». E «questo salto di qualità lo può fare solo il nostro partito», che «ha retto l’urto di due scissioni e oggi i sondaggi ci danno al 20%. Siamo l’unico partito nazionale dell’alleanza, l’unico che si presenta ovunque alle elezioni, l’unico sul quale si può cementare il pilastro della resistenza alle destre».

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