È tutto sulle spalle del Pd. Zingaretti ora dica basta

Il segretario non deve confondere la tradizione di responsabilità del partito con la vocazione al sacrificio. Morire per Crimi o perdere la fiducia degli italiani a causa delle incursioni di Salvini non vale la pena. È il momento di dettare all'alleato M5s le condizioni per proseguire. Altrimenti un bel vaffa si vada al voto.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire. Questa parte politica e questo suo elettorato non sono premiati dai sondaggi che, invece, indicano come vi sia una maggioranza favore di chi con la crisi sta giocando e mettendo a rischio la comunità nazionale.

Il partito è il Pd che deve fronteggiare quotidianamente un premier vanesio e scattante su qualsiasi nomina pubblica e un alleato di governo cialtronesco che si muove come una variabile impazzita su tutto lo scacchiere politico-sociale.

ANDREBBE APPLICATA LA “DIPLOMAZIA DEL VAFFA”

Non si capisce perché questo partito responsabile e il suo elettorato debbano farsi carico di una componente così irresponsabile. D’altro canto all’opposizione ci sono due forze di cui una torna a vivere le suggestioni di uno scontro frontale in una guerra senza limiti agli avversari politici, alle istituzioni, alla convivenza civile e un’altra attratta dalle proprie urla nel timore di perdere quel vantaggio che i sondaggi le stanno dando. La domanda è semplice. Fino a che punto è utile che il Pd e la sua gente si facciano carico di questa situazione? Non è arrivato il momento di applicare quella aurea “diplomazia del vaffa”, chiudere baracca e burattini, e fare al Paese un discorso di verità?

LA LEGA E IL DISASTRO LOMBARDO

Il discorso di verità non è lungo, anzi lo è ma è sintetizzabile con esempi lampanti. C’è un partito di opposizione che ha sottratto soldi allo Stato ma che pretende di fare il giustiziere di sprechi altri. Questo partito aveva una classe dirigente periferica fra buona e eccellente. Il giudizio non è cambiato solo se sottraiamo dal calcolo i governanti della principale regione d’Italia, la Lombardia. I dati del Covid-19 ci dicono che il caso italiano non sarebbe così clamoroso se la Lombardia fosse stata guidata da persone serie e non da due incapaci.

IL M5S BLOCCA OGNI INIZIATIVA PER SALVARE IL PAESE

C’è dall’altro canto un inutile partito di governo che ha un leader provvisorio che è più ridicolo di chi l’ha preceduto e che blocca ogni iniziativa tesa a salvare il Paese. La sanatoria per i migranti impegnati in agricoltura, prima di essere un atto di giustizia, è una necessità per l’impresa agricola. La discussione sul Mes è diventata infantile e cialtronesca. La corsa alla prima scena, da parte di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio all’arrivo di Silvia Aisha è stata indecente. Si può continuare e si vedrà che si inanellano episodi di malgoverno, di approssimazione, di cialtroneria dilagante che giustificano una scelta di rottura da parte del Pd o almeno un suo discorso solenne al Paese in cui si denunciano questi avversari e questi alleati e si indicano le condizioni tassative per proseguire. Altrimenti si vada verso il governo del presidente e poi verso il voto.

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ NON È VOCAZIONE AL SACRIFICIO

L’esasperazione che corre veloce nelle vene del Paese rischia di essere canalizzata contro chi sta tenendo in piedi la baracca. Il livello morale e di responsabilità delle forze indicate sta tutto negli editoriali di Vittorio Feltri e dei suoi seguaci giornalisti, una versione italiana della setta del reverendo Moon con annesso istinto suicida collettivo. Rischia di arrivare un momento in cui la fragile barriera costituita da un partito debole ma di volenterosi come il Pd crollerà su se stessa. Nicola Zingaretti è stato bravo finora, al netto delle sue titubanze e malgrado la malattia che lo ha per un certo periodo fermato. Tuttavia il leader del Pd non può scambiare la tradizione di responsabilità che “viene da lontano” nella vocazione al sacrificio. Morire per Vito Crimi? Consegnarsi alle contumelie dell’ex compagno di Daniela Santanchè? Perdere la fiducia degli italiani per le incursioni di un ex giovane politicante con il vizio del moijto? Ma dai.

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Anche la storia della liberazione di Silvia si presenta con una discussione demenziale. La domanda vera è se questa liberazione poteva essere ottenuta quando vicepremier era il noto “cazzaro verde” risparmiando sofferenze alla ragazza e se non sono venuti dal leghista input a non darsi troppo da fare per portare la ragazza qui da noi. Troppi moralisti non dicono la verità agli italiani. Io non voglio salire in cattedra, collocazione che non mi appartiene. Vorrei semplicemente suggerire a Zingaretti and company di mettere l’orologio su un giorno e un’ora precisa e arrivato quel momento scatenare l’inferno.

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L’accordo sul Mes spacca maggioranza e M5s: Conte cerca la quadra

La mancanza di condizionalità paradossalmente divide governo e pentastellati. Il premier cerca di ricompattare i suoi portando in Aula l'intero pacchetto Ue. Pressing di Iv e Pd. Delrio: «Il fondo va usato, il M5s non si senta sconfitto».

L’accordo raggiunto sul Mes dall’Eurogruppo paradossalmente complica la posizione di Giuseppe Conte. Se la linea di credito avesse contenuto delle palesi condizionalità, i rischi di spaccature nella maggioranza sarebbero infatti stati pari a zero. E invece così non è stato.

Il premier si ritrova così a percorrere un sentiero strettissimo, delimitato da una parte dal pressing di Pd e Iv per attivare il fondo e, dall’altra da un M5s che rischia a sua volta di spaccarsi.

Per questo, per Conte, solo il parlamento potrà decidere il da farsi. E, l’unica strada per evitare plateali fratture in Aula è portare al voto l‘intero pacchetto di aiuti europei, incluso quel Recovery Fund che, per Palazzo Chigi, resta il piano A da seguire.

CONTE LAVORA PER PORTARE IN AULA L’INTERO PACCHETTO UE

Fonti di governo assicurano che, nonostante l’accordo arrivato all’Eurogruppo, la strategia europea di Conte non sia cambiata. Il Recovery Fund, da mettere in campo già nei prossimi mesi per il premier è la sola arma che può rendere efficiente l’intero pacchetto, costituito anche da Sure, Bei e, appunto, dal Mes. Le prossime settimane saranno decisive per Conte che, in Europa, punta anche sulla relazione, innanzitutto temporale, tra il Recovery Fund e il Quadro Finanziario Pluriennale che va ancora approvato. Quadro che, con l’ok al fondo finanziato dalla Commissione Ue, potrebbe prevedere una percentuale in più peil-mes-spacca-maggioranza-e-m5s-conte-cerca-la-quadrar i contributi di ciascun Stato membro.

IL PRESSING DI PD E ITALIA VIVA

Ma è sul piano interno che il Mes pone più di un problema a Conte. Il pressing del Pd è tornato a farsi sentire e a questo si aggiunge quello di Iv che, nonostante la tregua siglata giovedì, non perde occasione per allargare i suoi aut aut al premier.

DELRIO OTTIMISTA: «NESSUNO SI SENTA SCONFITTO»

«Anche io ero contrario all’uso del Mes in stile Grecia», ha ribadito il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio in una intervista a La Stampa. «Ma se le condizionalità non ci sono, se c’è uno strumento nuovo, prendiamone atto e usiamolo». Delrio confida che l’alleato pentastellato cambi idea. «Da parte del M5s c’è stata molta prudenza, ma nel momento in cui il no alle condizionalità sarà nero su bianco sarà difficile non usare quelle risorse», osserva, assicurando che sul tema si discuterà «con calma da buoni alleati. Se c’è uno strumento nuovo dobbiamo prenderne atto: nessuno si senta sconfitto da questa scelta. Quei circa 37 miliardi sono più di un quarto del bilancio della sanità».

I DURI E PURI DEL M5S IN FIBRILLAZIONE

I duri e puri del Movimento 5 stelle, da Ignazio Corrao a Giovanni Currò, restano in fibrillazione.

Avete sentito suonare le trombe in segno di vittoria? Nei tg, nelle tv e nelle dichiarazioni roboanti di lorsignori…

Posted by Ignazio Corrao on Friday, May 8, 2020

E la nota finale del Movimento è quasi un avvertimento a Conte: sul Mes i cinque stelle non sono compatti. Sottotraccia i pontieri sono al lavoro. Non a caso, Luigi Di Maio non si spinge a bocciare il Mes mentre l’ala più moderata prepara la lunga opera di convincimento per non spaccare i gruppi. Anche perché al Senato, se i dissidenti nel M5s – come sembra – saranno numerosi, il Mes non otterrà la maggioranza: i voti di Pd, Iv, Fi e parte del gruppo Misto non sarebbero sufficienti a farlo approvare. Conte lo sa e, per questo, prende tempo.

I FRONTI APERTI NELLA MAGGIORANZA

Ma non è solo il Mes ad agitare il M5s. Sulla regolarizzazione degli stagionali proposta dalla ministra Teresa Bellanova il “no a una sanatoria” resta fermissimo, tanto che l’intesa nel governo stenta a decollare. E poi c’è la bufera sul Guardasigilli Alfonso Bonafede, costretto a fronteggiare una mozione di sfiducia sulla quale Iv resta volutamente ambigua. I tecnici di via Arenula sono al lavoro per un nuovo decreto sulle scarcerazioni dei boss: l’idea è quella di accorciare i tempi per il riesame, legando la decisione al mutamento (in positivo) della curva dei contagi e dando così ai giudici di sorveglianza l’opportunità di una il-mes-spacca-maggioranza-e-m5s-conte-cerca-la-quadra. Il dl, chiaramente, sarà vagliato dal presidente Sergio Mattarella anche se, al Quirinale, c’è fiducia nella sua costituzionalità. Anche perché, con il decreto che potrebbe vedere luce già tra domenica e lunedì, il governo può fare ben poco di più. L’ordinanza che dava ai magistrati la possibilità di decidere la scarcerazione a causa dell’emergenza Covid vale, di fatto, come una sentenza e gode, quindi, della totale autonomia.

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Zingaretti mette in guardia Conte: «Se il governo non ce la fa, si va al voto»

Dopo le bordate di Renzi e Italia viva al premier, il segretario del Pd invita l'esecutivo a dialogare con le opposizioni escludendo però maggioranze alternative.

«Il governo deve dialogare con le opposizioni. Se non ce la fa, vedo difficile che si possa riproporre una maggioranza diversa». È questa la posizione di Nicola Zingaretti, segretario del Pd.

Intervistato a SkyTg24 Zingaretti ha “messo in guardia” il premier Giuseppe Conte dopo il fuoco incrociato delle opposizioni e di Matteo Renzi. In caso in cui all’esecutivo venisse meno l’appoggio necessario, l’unica via d’uscita per il leader dem sarà «il voto».

«IL PD NON SI PRESTA AI GIOCHI DELLA POLITICA»

Circa la polemica sollevata dal caso Di Matteo-Bonafede, Zingaretti ha messo in chiaro che il Pd «non si presterà a giochi di Palazzo o alla politica del chiacchiericcio e degli sgambetti». Alla politica, ha aggiunto, «dico che la priorità è capire come combattere le mafie nelle carceri e come contrastarne l‘inquinamento dell’economia legale. Su questo dobbiamo trovare insieme le soluzioni e questo non c’entra nulla con il chiacchiericcio del sistema politico in queste ore».

«STATALIZZAZIONI? SOLO BALLE»

Per quanto riguarda invece la fase 2, Zingaretti ha bocciato ogni ipotesi di statalizzazione delle imprese. Lo Stato, ha chiarito, deve dare «sostegno alle imprese non per governarle o statalizzarle. Quelle sono balle». Sì invece al «sostegno pubblico per costruire un rapporto serio con chi vuole riprendere a produrre e difendere le aziende». Mentre sulla minaccia di dimissioni della ministra all’Agricoltura renziana Teresa Bellanova Zingaretti spera che «si trovi una soluzione. Il piano proposto è corretto ed è una esigenza sotto tanti aspetti. C’è rigidità soprattutto per ragioni di visibilità politica».

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I sondaggi politici elettorali del 4 maggio 2020

Salvini e Berlusconi lasciano sul campo rispettivamente lo 0,9% e lo 0,8%. In crescita invece Fratelli d'Italia e il Movimento 5 stelle. Stabile il Pd. Tutti i numeri diffusi da Swg.

Occupare il parlamento non ha regalato nuovi consensi alla Lega di Matteo Salvini. Anzi. Secondo le rilevazioni di Swg per il TgLa7 il Caroccio negli ultimi sette giorni ha perso lo 0,9%. Tutt’altra storia per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che porta a casa un +1,1%. Stabile invece il Pd che dal 20,3% passa al 20,2%. Va meglio al Movimento 5 stelle che in una settimana ha guadagnato quasi un punto percentuale (+0,8%). Segno meno anche per Forza Italia di Silvio Berlusconi che si attesta sul 5,3% (era al 6,1% il 27 aprile). Non può fare i salti di gioia nemmeno Matteo Renzi che con Italia Viva scende al 3% perdendo per strada lo 0,4% dopo il suo attacco a Conte in Senato.

IL SONDAGGIO FAKE DI DOMENICA 3 MAGGIO

Questi i dati ufficiali dopo che nel pomeriggio del 3 maggio un falso sondaggio attribuito alla stessa Swg ha iniziato a circolare su Twitter. I dati segnalavano un crollo dei voti della Lega e di Fratelli d’Italia, rispettivamente del 4,7% e dell’1,8%, e il sorpasso sia del Partito Democratico che del Movimento 5 Stelle sul Caroccio. Numeri che Swg ha subito smentito: «La slide in circolazione stasera con proprio marchio è totalmente falsa e contiene quindi dati non veritieri. Il prossimo rilascio di dati autentici avverrà la sera di lunedì 4 maggio come di consueto durante il tg de La7 diretto da Enrico Mentana. SWG spa tutelerà la propria immagine in tutte le sedi e presenterà formale denuncia per l’accaduto alle autorità competenti», si legge sul profilo Twitter ufficiale della società.

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In Rai il virus è sovranista e non fa bene al Pd

A viale Mazzini regge ancora l'asse M5s-Lega che non fa toccare palla ai dem. Lo dimostra il ritorno in azienda di Gerardo Greco. Intanto resta aperto il capitolo Reti e palinsesti e preoccupa la programmazione di RaiTre: la neo direttrice Silvia Calandrelli già nel mirino.

Acque molto agitate in Rai dove continua a reggere l’asse M5s-Lega, figlio del fu Conte Uno a maggioranza gialloverde, a discapito del Pd messo ormai all’angolo su ogni tipo di decisione cruciale per l’azienda. In questo contesto, il presidente Marcello Foa e i suoi uomini sono tornati a guidare l’azienda come all’indomani delle loro nomine, forti di un mandato pieno del governo in cui Matteo Salvini e compagnia la facevano da padrone. Cosa che per altro continuano a fare. Incontrano direttori, ascoltano richieste, valutano programmi, segnalano conduttori, registi, programmisti e molto altro.

Pare proprio, ad esempio, che dietro il ritorno a viale Mazzini di Gerardo Greco dopo una sfortunata parentesi in Mediaset ci sia l’avvallo politico della Lega. La vicenda Greco introduce lo scottante tema dell’informazione. Che fine ha fatto il famoso portale più volte evocato dalla massima dirigenza? Si tratta di un capitolo chiuso per un’azienda che voleva innovare e ripensarsi in chiave digitale? Un membro della Commissione di vigilanza Rai ha definito il nuovo piano sull’informazione, fiore all’occhiello dell’ad Fabrizio Salini e del direttore generale Alberto Matassino, pura archeologia industriale.

Intanto resta aperto il capitolo Reti e palinsesti. Quindi programmi. Geo, il programma di viaggi e scoperte di RaiTre condotto da Sveva Sagramola, che nei mesi prima del coronavirus batteva in ascolti la più scolorita Vita in diretta degli ultimi anni e insidiava Pomeriggio 5 di Barbara D’Urso, è stato ridimensionato e condannato a share molto più bassi della sua media consolidata negli anni dalla. Nel palinsesto, infatti, la neo direttrice della Rete Silvia Calandrelli ha dato spazio prima alle repliche sui grandi della letteratura e poi da lunedì 27 aprile alle nuove puntate de I Maestri di Edoardo Camurri che oscilla tra il 3 e il 5% (il 28 aprile al 4.6% con dentro il messaggio di Sergio Mattarella che naturalmente è andato meglio del programma).

In azienda cominciano a essere preoccupati dalla programmazione di RaiTre

Camurri è bravissimo, è adorato dalla critica in particolare da Aldo Grasso che ne ha sempre elogiato i programmi, ma ovviamente per i contenuti alti che tratta piace di meno ai telespettatori: 681 mila sono davvero pochi in tempi in cui la platea televisiva è aumentata di 5 milioni per colpa del Covid-19. Traino per Geo quindi praticamente nullo, e in azienda cominciano a essere preoccupati dalla programmazione della Rete. Tra i più inquieti e scalpitanti Franco DiMare, che ogni giorno ricorda al ministro Vincenzo Spadafora (Di Mare è in quota cinque stelle) il doppio incarico della direttora Calandrelli (RaiTre e Rai Cultura), mentre a lui dopo il rinvio del piano industriale è di fatto saltata la direzione del Day time.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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M5s e Pd ancora ai ferri corti sul Mes

I pentastellati accusano l'alleato dem di andare contro il governo e il premier. La risposta del capogruppo Marcucci: «In Europa è stato fatto un capolavoro».

Non c’è pace nella maggioranza sul Mes e sul possibile ricorso dell’Italia al Salva Stati. Continua a distanza il braccio di ferro tra il M5s, contrario, e il Pd favorevole insieme con Italia viva (e Silvio Berlusconi che si è smarcato da Lega e FdI).

A mettere l’ennesimo paletto è stato il capo politico dei 5 stelle Vito Crimi che in una intervista al Fatto Quotidiano ha accusato l’alleato dem di mettere «in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi». Un atteggiamento che, a suo dire, rischia di danneggiare anche la trattativa in Europa. Rispetto a un’ipotesi di un chiarimento nella maggioranza Crimi ha poi tagliato corto: «No, serve che il Pd chiarisca al Paese perché ha cambiato posizione».

MARCUCCI: «IL GOVERNO HA FATTO UN CAPOLAVORO»

La risposta piddina è arrivata a stretto giro. «Il governo non rischia sul Mes, è il governo che ha ottenuto questo miracolo, trasformando il Mes», ha ribadito a Repubblica.it il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci. «Legarsi alla terminologia senza andare a vedere che cosa è cambiato, vuol dire rifiutare l’oggettività dei risultati ottenuti da Conte, che è riuscito a fare una rivoluzione. Il Mes ora è a disposizione dei Paesi su interventi prioritari nel campo sanitario senza condizionamenti. È cassa disponibile e bisogna accedervi». Insomma, il governo in Europa ha fatto un «capolavoro».

DELRIO: «PERCHÉ NON USARE MILIARDI PRESTATI SENZA INTERESSI?»

Sulla stessa linea Graziano Delrio, capogruppo dei dem alla Camera. «Accettare il Mes mette in discussione Conte? Non si mette in discussione nulla, il 99% degli italiani capisce che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve usare tutte le risorse necessarie: se ci vengono prestati senza interessi dei miliardi perché non dobbiamo usarli?», ha detto a Radio Anch’io. E ha aggiunto: «È un successo aver ottenuto il Mes senza condizionalità, il governo deciderà ma non può dire di non averne bisogno e poi non finanziare alcune cose perché non ci sono le risorse. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica».

DI STEFANO: «DELRIO VA ALLA CIECA CONTRO IL GOVERNO»

Nel ping pong di dichiarazioni, è intervenuto per il Movimento il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. «La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza», ha attaccato, «vieni spinto dentro l’austerity passando dalla porta di servizio, invece che dall’ingresso principale». Mentre Delrio, secondo il grillino, «va alla cieca contro il governo».

BUFFAGNI INSISTE SUGLI EUROBOND

In un’intervista a Radio24 il viceministro al Mise Stefano Buffagni è tornato invece a insistere sulla necessità degli eurobond. Il Mes, ha detto «ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni. Si tratta di ulteriore debito che verrebbe dato in cambio di alcuni limiti che sono previsti dai Trattati. Allora o si cambiano i Trattati, oppure sono solo parole. Noi abbiamo bisogno di uno strumento che permetta all’Italia e a tutta l’Europa di ripartire. Gli eurobond devono servire a far ripartire il Paese e l’Europa».

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Nomine, fumata nera ma tanti nomi sul piatto

Stamattina riunione della maggioranza. Pd conservativo, 5 Stelle scatenati. Verso la riconferma Starace in Enel e Descalzi in Eni. Per le presidenze in pole, rispettivamente, Bernabè e De Gennaro. In Leonardo quasi certo l'arrivo di Carta dall'Aise. In caso il ceo Profumo saltasse, tra i candidati Caio, Donnarumma, Ferraris. Con l'incognita Altavilla. Tutte le caselle aperte.

È finita con una fumata nera anche la riunione nella mattinata del 14 aprile per la scelta dei prossimi vertici delle società partecipate dallo Stato. E, d’altra parte, nessuno si aspettava un accordo a sette giorni dalla scadenza della presentazione delle liste.

Come capita più o meno dall’inizio del Conte bis, fino all’ultimo M5s e Pd si scontreranno. I primi chiedono un ricambio profondo, gli altri la conferma di tutti gli amministratori delegati.

Finirà con una mediazione, come si confà a un governo di coalizione che ha tra i suoi azionisti il M5s al 50%, il Pd al 30%, i renziani al 15% e LeU al 5%. Vediamo allora casella per casella cosa è sul tavolo del comitato composto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, dal ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, dal viceministro all’Economia Antonio Misiani. E, last but not least, Maria Elena Boschi per i renziani di Italia viva.

LE ROSE DEI CANDIDATI

ENEL. Conferma scontata per l’attuale ad Francesco Starace, che nel gioco delle attribuzioni sarà assegnato in quota Renzi (che lo avrebbe voluto in Eni). Alla presidenza si fa largo l’ipotesi di Franco Bernabè, grande amico di Casaleggio padre.

ENI. Anche qui nessuna novità per il capoazienda, Claudio Descalzi, che si è conquistato l’appoggio del Pd e del premier Giuseppe Conte grazie alla sua costante consulenza di politica estera. Alla presidenza circola con insistenza il nome del prefetto Gianni De Gennaro, ora in Leonardo, che dovrà garantire il governo verso le procure che hanno messo Eni nel mirino.

Alessandro Profumo.

POSTE. Matteo Del Fante, che piace a Renzi ma anche ai 5 stelle, grazie al grande supporto dato dalla sua azienda al reddito di cittadinanza, resta al suo posto. Alla presidenza il Pd spinge per Alessandro Profumo, ammesso che l’ex banchiere si sottragga alla regola della riconferma degli ad, per via della pletora di appetiti che si addensa su Leonardo.

LEONARDO. Per l’ex Finmeccanica la pattuglia dei pretendenti non è certo smilza. Quasi sicura la casella della presidenza per Luciano Carta, direttore dell’Aise e apprezzato generale della Finanza. Per l’ad, se non venisse confermato Profumo, molti i nomi che girano. Da Francesco Caio, attuale presidente di Saipem, a Stefano Donnarumma, ora in Acea, ma con un trascorso anche nel mondo dell’industria (Bombardier, etc). Da Luigi Ferraris, ad di Terna, con una lunga precedente esperienza di Cfo in Enel e Poste a Giuseppe Giordo, spinto dai grillini e ben visto anche da Renzi. Giordo, attualmente direttore generale della divisione navi militari di Fincantieri, è già stato in Finmeccanica come capo di Alenia, per poi passare alla concorrente cecoslovacca Aero Vodochody Aerospace perché entrato in rotta di collisione con l’allora ad Mauro Moretti. Tra le possibili sorprese anche Alfredo Altavilla, ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fca e ora consigliere in Tim.

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Francesco Caio (Ansa)

TERNA. Il Mef insiste per la conferma di Luigi Ferraris al vertice della società che gestisce la rete elettrica, al suo primo mandato. Ma Fraccaro gioca anche qui la carta Donnarumma, manager che gode della sua stima. Nel caso succedesse, per Acea si è fatto avanti l’ex ad della municipalizzata milanese A2A Luca Valerio Camerano. Alla presidenza, finita l’era di Catia Bastioli, potrebbe arrivare Lucia Calvosa, docente all’università di Pisa e consigliere d’amministrazione indipendente di Tim.

ENAV. Lotta in corso anche per la società quotata del trasporto aereo. L’ad Roberta Neri è stimata dalle parti del ministro Roberto Gualtieri e del mondo dalemiano, ma nessuno crede ce la farà. Il M5s rivendica la poltrona per un suo uomo. Sarà Paolo Simioni, che guida ora la disastrata Atac? Qualcuno sussurra che potrebbe essere un giovane emergente gradito dalle alte sfere militari.

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Sondaggi Ixé: Lega al 26%, Pd al 22,6

La quarantena vale 15 punti in più di consenso per il premier Giuseppe Conte che trascina anche il M5s in leggero rialzo al 16%.

Il consenso in aumento per il premier Conte traina il Movimento Cinque Stelle, la Lega resta il primo partito ma cala ancora. Sono questi i principali risultati del sondaggio condotto da Ixé per Carta Bianca – Rai tra il 6 e il 7 aprile.

LA QUARANTENA VALE 15 PUNTI DI CONSENSO PER GIUSEPPE CONTE

Secondo la ricerca che ha un margine di errore del +-3,10%, la Lega resta in testa con il 26% (dal 26,2 della scorsa settimana), otto punti sotto il dato delle elezioni Europee, seguita dal Pd, stabile al 22,6. Si conferma anche il tendenziale recupero del Movimento 5 Stelle, al 16% dal 15,6 della scorsa settimana, probabilmente da collegare all’ulteriore balzo del gradimento del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che arriva a toccare il 57% (15 punti in più dall’inizio della quarantena).

FDI AL 12,5%, FI AL 7,5%, SINISTRA AL 3,5%, ITALIA VIVA ALL’1,9

Nella maggioranza Italia Viva è al 2 dall’1,9, La Sinistra al 3,5 dal 3,9 mentre all’opposizione Fdi è al 12,5 dal 12,8 e Fi al 7,5 dal 7,4.

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I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Padoan punta alla Bers, ok dei 5 stelle solo con Selvetti a Mps

Pur di portare a Siena il manager dell'ex Credito Valtellinese, Di Maio ha proposto al Pd uno scambio: bloccare la candidatura di Minali sponsorizzato dal Mef, per ottenere il via libera del M5s all'ex ministro dell'Economia in Europa. Per ora i dem hanno risposto picche. Ma il nodo si scioglierà solo nel cda di giovedì.

C’è un ex ministro che tiene banco nella travagliata scelta del nuovo amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

Si tratta di Pier Carlo Padoan, già titolare dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni, che non contento del seggio alla Camera conquistato nel 2018 ora vuole andare alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), scalando uno dei posti più ambiti nel mondo delle istituzioni finanziarie internazionali.

Ma per puntare a quella prestigiosa poltrona, l’economista piddino che è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fmi e vicesegretario generale dell’Ocse, non deve affrontare solo la temibile concorrenza della direttrice generale del Tesoro francese Odile Renaud-Basso, ma anche la possibile ostilità dei 5 stelle, che minacciano di individuare un altro candidato italiano (anche se non hanno in mano un nome all’altezza).

LO SCAMBIO PROPOSTO DA DI MAIO AL PD

Cosa c’entra in tutto questo la scelta del successore di Marco Morelli in quel di Siena? Semplice: come ha raccontato Lettera43.it, Luigi Di Maio (ma non tutto il Movimento) vuole a tutti i costi che si nomini un manager poco conosciuto, Mauro Selvetti, ex Credito Valtellinese, in questo scontrandosi con il Tesoro, che invece vuole l’ex ad di Cattolica ed direttore generale di Generali, Alberto Minali. Posizione, quest’ultima condivisa sia dal ministro Roberto Gualtieri sia dal direttore generale di via XX Settembre, Alessandro Rivera. Ed ecco che Di Maio, dimostrandosi un lottizzatore che non ha nulla da invidiare ai vecchi Dc di una volta, ha detto al Pd: se mi date via libera a Selvetti, bloccando Gualtieri e il Tesoro, noi diamo luce verde a Padoan alla Bers; viceversa mettiamo il veto. Il Pd ha respinto lo scambio proposto dal ministro degli Esteri e punta a far valere il fatto che se salta Padoan non ci sarà un altro italiano, ma un (anzi, una) francese. Ma si tratta di vedere se saprà resistere fino in fondo, cioè fino a giovedì quando il nodo Mps andrà definitivamente sciolto per poter presentare in tempo utile la lista dei candidati al cda della banca, che terrà l’assemblea degli azionisti il 6 aprile (coronavirus permettendo).

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Gli iscritti del M5s dicono sì all’alleanza col Pd in Liguria

Rousseau benedice la trattativa coi dem e con altre forze civiche. A favore il 58%.

Il Movimento 5 stelle aprirà una trattativa con il Partito democratico e altre forze civiche e politiche per le elezioni regionali in Liguria. Lo ha sancito l’esito della votazione online degli iscritti sulla piattaforma Rousseau pubblicato sul ‘Blog delle Stelle’. Sono state espresse complessivamente 1.664 preferenze da parte degli aventi diritto al voto. I voti favorevoli alla trattativa sono stati 960 (57.7%), i contrari 704 (42.3%).

IL PRIMO TENTATIVO DI ALLEANZA PRE ELETTORALE

Per la prima volta, dunque, M5S e Pd in Liguria proveranno a stringere un’alleanza pre elettorale nella corsa per le Regionali con un candidato presidente ‘civico’. Gli iscritti hanno potuto esprimere la loro opinione sulla proposta fatta dal capo politico reggente Vito Crimi. Tra le condizioni imprescindibili poste da Crimi al Pd: un piano straordinario emergenziale per il contrasto al dissesto idrogeologico, un piano di riordino delle normative urbanistiche per la riduzione del consumo di suolo (Obiettivo Cemento Zero), iniziative di contrasto ai cambiamenti climatici e riduzione delle fonti fossili, il rilancio della sanità pubblica e uno stop alla privatizzazione degli ospedali. Ma anche l’impegno a promuovere presso il governo nazionale ogni iniziativa volta a revocare le concessioni ad Autostrade per l’Italia, la realizzazione del progetto esecutivo della Gronda secondo gli esiti dell’analisi costi/benefici effettuata dal ministero Infrastrutture e Trasporti nel 2019, sentiti gli enti locali.

PD: «SEGNALE IMPORTANTE CHE RAFFORZA IL GOVERNO»

In una nota, la responsabile Enti locali della segreteria nazionale Pd Caterina Bini ha commentato: «L’esito positivo della consultazione sulla piattaforma Rousseau, relativa all’apertura di un confronto con il Partito democratico e con altre forze civiche e politiche per le prossime elezioni regionali in Liguria, è un segnale importante che accogliamo con soddisfazione. Un risultato che costituisce un importante passo in avanti in vista del prossimo appuntamento elettorale, che rafforza la coesione delle forze di governo andando nella direzione da noi auspicata e che può produrre una coalizione competitiva in grado di battere la destra».

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Valentina Cuppi eletta presidente del Pd

Sindaca di Marazabotto, la sua candidatura era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti.

Nessuna sorpresa. Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, è stata eletta presidente del Pd dall’assemblea nazionale del partito a Roma. La candidata era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti. «Credo che Valentina possa rappresentare al meglio il percorso di apertura che stiamo costruendo», aveva detto Zingaretti, «se verrà eletta presidente, sarà affiancata dalle vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani e per la prima volta al vertice del partito ci saranno tre donne».

SINDACA DA UN ANNO

Cuppi è stata eletta sindaca di Marzabotto nel maggio del 2019, ottenendo il 71% delle preferenze, alla guida di una coalizione di centrosinistra. Nel 2013 era stata candidata alla Camera con Sel. Prima ancora era stata assessore, occupandosi, in particolare, di temi legati alla pace e alla memoria della strage nazifascista avvenuta nel suo paese. Sostenitrice della causa curda e di quella palestinese, di Podemos Syriza, fa l’insegnante di storia e filosofia.

«AMMINISTRARE PARTECIPATO»

«Credo tanto nell’amministrare partecipato, nel dialogo costante con la popolazione; progettare e fare insieme sono sempre stati il motore e il metodo di lavoro che mi sono data», ha scritto sul suo profilo Fb da candidata sindaca, «che ha caratterizzato anche il modo di rapportarsi ai cittadini di tutto il nostro gruppo consiliare. I progetti che abbiamo portato avanti sono nati con il coinvolgimento delle persone e spesso dalle loro idee e proposte, perché operando insieme per il bene comune si arricchisce la comunità tutta e si uniscono più punti di vista, mantenendo alta l’attenzione per le esigenze di tutti gli abitanti».

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Mario Draghi si difenderà da Renzi e Salvini

Il leader di Italia viva non solo accarezza un suo ruolo all'opposizione e il sogno di una grande destra, ma adesso si gioca pure la carta della candidatura a premier dell'ex presidente della Bce. Come aveva fatto il segretario della Lega. Usando il suo rispettabilissimo nome solo per fare un po' di casino.

Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi, scrive oggi sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli, che sarà bello fare opposizione.

Lo dice a noi che all’opposizione ci siamo stati fino al governo Prodi a parte quei mesi disperati del governo Andreotti mentre Aldo Moro era nelle prigioni delle Br.

Sì, è vero all’opposizione si sta bene e ci si ingrassa pure. Servono alcuni attrezzi, però. Serve una attrezzatura culturale che dia al partito che sta all’opposizione un’aura di forza necessaria, serve un progetto di lungo respiro che tenga in piedi la speranza, serve alternare momenti di filibustering con la collaborazione parlamentare per far fare cose utili per il popolo. Chi sta all’opposizione deve cioè essere una persona seria. Non si sta all’opposizione per giocare.

RENZI HA PERSO CREDIBILITÀ ED È SEMPRE PIÙ SOLO

È questo il primo vero problema che ha Renzi. Nessuno in Italia pensa più che lui sia una persona seria e anzi si moltiplicano quelli che pubblicamente dicono che si sono sbagliati ad appoggiarlo. Questi non mi piacciono. Scappare dopo le sconfitte non è mai bella cosa. Mi fa quasi più simpatia Roberto Giachetti che non avendo mai vinto nulla appena vede una sconfitta ci si avventa sopra.

LEGGI ANCHE: Le mosse di Zingaretti e del Pd per arginare Renzi

IL SOGNO DELLA GRANDE DESTRA

Un’altra ragione perché non sarà bello stare all’opposizione per Renzi e le sue girl è che quel luogo è affollato di gente che non ha bisogno di lui. L’ex premier, uno dei numerosi ego-mostri che girano per la politica italiana, è convinto che con il suo arrivo farebbe una flebo salvifica a Forza Italia, stingebbe il nero di Giorgia Meloni, e convincerebbe Matteo Salvini a bere di meno. Insomma, già si sente di dire ai nuovi amici di avventura: «Ora basta, la ricreazione è finita». Ma colui che disse questa frase, che chiuse un moto di popolo, era un generalone, un padre della patria, uno che parlava, come si dice dalle mie parti, «come un testamento» ovvero come dice Lino Banfi «una parola è poco e due sono troppe».

ANCHE L’EX ROTTAMATORE SI È GIOCATO LA CARTA DRAGHI

L’arrivo di Renzi nel circo in cui si esibiscono Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Vittorio Feltri e altri stupendi cabarettisti di destra aggiunge poco allo spettacolo. Cosa può dire Renzi di più e di peggio sul Pd? Quelli sono più avanti. Renzi però crede di essere furbissimo e ha lanciato, in vista della caduta del governo Conte, la candidatura di Mario Draghi. La stessa cosa che mesi fa fecero sia Salvini sia Giancarlo Giorgetti. Io ho notizia, da fonte sicura, che Mario Draghi sia stato visto recentemente in una falegnameria di Roma mentre ordinava due bastoni molto nodosi. Vuoi vede che vuole suonarli sulla testa di questi cretini che, non sapendo che diavolo fare, o dire, usano il suo rispettabilissimo nome per fare un po’ di casino?

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Le mosse di Zingaretti e del Pd per arginare Renzi

Tra i dem la parola d'ordine è minimizzare. E cercare di arginare le boutade del leader di Iv. Ma in caso la situazione diventasse insostenibile, il segretario è pronto ad andare al voto. Ipotesi che per Mattarella non sarebbe un tabù. Una linea che però è osteggiata dai governisti dem, Guerini e Lotti in primis. Il retroscena.

La parola d’ordine è minimizzare. Il Partito democratico deve concentrarsi sull’azione di governo e non sul «chiacchiericcio», Nicola Zingaretti dixit, che fa venire «mal di testa agli italiani».

Di fronte alle forzature di Matteo Renzi, i vertici di Largo del Nazareno hanno scelto una strategia precisa: rispondere con i fatti alle polemiche, ridimensionandole. Anche perché la convinzione più radicata è che il leader di Italia viva stia spingendo, seppure in maniera esagerata, per avere visibilità e un ruolo per le nomine delle partecipate, a partire da Eni ed Enel (dove il supporto dell’ex premier potrebbe addirittura danneggiare Francesco Starace vicino alla riconferma). Insomma, un bluff.

«Una guerra simulata», osserva un deputato dem. Intanto Zingaretti guarda avanti e propone alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, affiancata – in caso di elezione all’Assemblea nazionale Pd – dalle vice Anna Ascani e Debora Serracchiani. Insomma non si vive di solo Renzi.

IN CASO DI CRISI, ZINGARETTI PRONTO AL VOTO

Ma il senatore di Rignano è imprevedibile, come sanno bene dalle parti della segreteria dem. Per questo sono state vagliate tutte le opzioni e Zingaretti ha fissato un paletto. Nel caso in cui la situazione dovesse davvero precipitare, il Pd non si cimenterà in alchemiche operazioni per far nascere un altro esecutivo.

Il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti (Ansa).

Il segretario è giusto disposto ad appoggiare un governo elettorale, ammesso che il presidente Sergio Mattarella prospetti l’ipotesi, per poi andare al voto appena possibile, alla prima data utile nel 2020. La linea è netta: nessun assist a Renzi che vuole evitare le urne proponendo nuove formule di maggioranza. A quel punto meglio giocarsi la partita elettorale contro le destre.

L’INCOGNITA DEL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Spiega a Lettera43.it un deputato della maggioranza: «Renzi sa bene che è possibile votare quest’anno, a differenza di quanto dice. Dopo il più che probabile taglio dei parlamentari con il referendum, il presidente della Repubblica può sciogliere le Camere in estate senza alcun ostacolo». Peraltro, come qualcuno ricorda in Transatlantico, Mattarella non ha tabù in merito: nel 2018, quando faticava a decollare un accordo di governo, il Quirinale aveva addirittura ventilato l’ipotesi di un voto a luglio. Figurarsi se non può essere sdoganato il voto a fine estate, nei primi giorni di settembre. Sarebbe la tempesta perfetta per la quasi totalità dei parlamentari, compresi i renziani: andare al voto pochi mesi dopo l’entrata in vigore della riduzione del numero dei seggi alla Camera e al Senato. Uno scenario che Zingaretti non vuole escludere a priori. Intanto è un messaggio per gli alleati di Italia viva.

Il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini (Ansa).

LA TENTAZIONE RENZIANA: PALAZZO CHIGI A UN DEM

Nel Pd sono anche consapevoli che l’ex segretario, se accelerasse per lo showdown del governo, potrebbe preparare la tipica offerta che non si può rifiutare: un esecutivo con un esponente dem a Palazzo Chigi. L’identikit è quello di Dario Franceschini, capodelegazione del partito nel Conte bis e tessitore del dialogo con il Movimento 5 Stelle. Un’ipotesi che però viene smontata da un parlamentare di lungo corso: «Davvero Luigi Di Maio, o chi per lui nei 5 stelle, potrebbe accettare un premier del Pd, votando la fiducia come se niente fosse? Per carità, tutto è possibile. Però…». A quel punto lo smottamento tra i pentastellati sarebbe immediato. Con buona pace dei sogni di gloria renziani.

IL PD TRA GOVERNISTI E PONTIERI

La linea dura di Zingaretti è largamente condivisa nel partito. Qualche perplessità monta tra i governisti, di cui il punto di riferimento è proprio il ministro dei Beni culturali.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa.

Ma tra le fila di chi vuole assolutamente evitare il voto c’è la corrente Base riformista, ossia gli ex renziani rimasti nel Pd, capeggiati dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e da Luca Lotti, che è stato braccio destro e sinistro dell’ex presidente del Consiglio. Al momento, certo, non c’è alcuna intenzione di alimentare polemiche interne. Ma Renzi vuole incunearsi tra le divergenze. «Bisogna stare tranquilli. La maggioranza c’è, ha avuto la fiducia al Senato sul decreto Intercettazioni. Non ci concentriamo su ipotetici scenari, la legislatura a oggi va avanti», raccontano i dem nell’area di governo, sfoggiando ottimismo e indossando così i panni dei pontieri tra le varie forze politiche della maggioranza. E un altro deputato afferma sicuro: «Renzi non ha alcun interesse a provocare una crisi sulla prescrizione…».

L’IPOTESI RESPONSABILI IRRITA I VERTICI

In questa fase caotica c’è anche chi, come Goffredo Bettini, ha spinto per la sostituzione di Italia viva con una pattuglia di responsabili al Senato, e magari qualcuno alla Camera. Al Pd non dispiacerebbe. Per niente. Tuttavia, la fuga in avanti di Bettini ha suscitato qualche irritazione ai vertici del partito: ha favorito la propaganda vittimista di Renzi sulla volontà di «buttarlo fuori», come ha ripetuto in vari interventi amplificati dai suoi fedelissimi.

Nicola Zingaretti con Goffredo Bettini (Ansa).

Su questo punto un profondo conoscitore di meccanismi parlamentari osserva: «Queste operazioni non si annunciano, si portano avanti e si concludono. A fari spenti». Solo che al Senato il capogruppo del Pd è un ex renziano di ferro, Andrea Marcucci, che ha adottato una strategia di “non aggressione” verso Italia viva e nei confronti del suo collega presidente di gruppo di Iv, Davide Faraone. Gli spostamenti, nel caso in cui ci fossero in direzione Pd, sarebbero su base volontaria. O preparati da altri senatori dem, meno ossequiosi verso i renziani.

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Chi è Valentina Cuppi, la presidente del Pd designata

Sindaca di Marzabotto, 36 anni, sarà proposta dal segretario Zingaretti all'assemblea nazionale. Un passato in Sel, è insegnante di storia e filosofia.

Valentina Cuppi, 36 anni, proposta da Nicola Zingaretti alla presidenza del Pd, ha una lunga carriera da amministratrice del Comune di Marzabotto, dove è stata eletta sindaca nello scorso maggio con il 71% dei voti, alla guida di una coalizione di centrosinistra. Nel 2013 è stata candidata alla Camera per le liste di Sel. Negli anni precedenti era stata assessore, occupandosi, in particolare, di temi legati alla pace e alla memoria della strage nazifascista avvenuta nel suo paese. Sul suo profilo Facebook compaiono foto in difesa del Rojava curdo, della Palestina e a sostegno di Podemos e Syriza. È sposata con un figlio e di lavoro fa l’insegnante di storia e filosofia.

«All’assemblea nazionale del partito di sabato proporrò come presidente una giovane donna, Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto. Credo che Valentina possa rappresentare al meglio il percorso di apertura che stiamo costruendo», ha annunciato Zingaretti, «se Valentina verrà eletta presidente, sarà affiancata dalle vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani e per la prima volta al vertice del partito ci saranno tre donne».

«Credo tanto nell’amministrare partecipato, nel dialogo costante con la popolazione; progettare e fare insieme sono sempre stati il motore e il metodo di lavoro che mi sono data», si legge sempre profilo Fb da candidata sindaca, «che ha caratterizzato anche il modo di rapportarsi ai cittadini di tutto il nostro gruppo consiliare. I progetti che abbiamo portato avanti sono nati con il coinvolgimento delle persone e spesso dalle loro idee e proposte, perché operando insieme per il bene comune si arricchisce la comunità tutta e si uniscono più punti di vista, mantenendo alta l’attenzione per le esigenze di tutti gli abitanti».

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Matteo Renzi e il sogno della grande destra

È probabile che il senatore di Rignano voglia diventare il traghettatore di uno schieramento elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei. Zingaretti non commetta l'errore di sospingerlo in quella direzione: lasci fare tutto a lui.

La discussione sulla sopravvivenza del governo Conte allontanerà molti altri cittadini dalla politica e potrebbe ingrassare Matteo Salvini o Giorgia Meloni.

Il Pd dovrebbe tenerlo a mente. Il tema gli si presenta quotidianamente perché quotidianamente il Pd deve fare i conti con le esternazioni di Matteo Renzi e delle sue girl.

La “questione Renzi” l’hanno in parte risolta, e la risolveranno, gli elettori. A lui il Pd deve la grave sconfitta, a lui i naviganti disperati di Iv dovranno la non rielezione in parlamento. Tuttavia il Pd deve decidere come interloquire con lui. Può farlo alla maniera di Goffredo Bettini minacciando l’intervento di truppe cammellate parlamentari raccattate qui e là. E allora sceglierebbe la strada che potremmo definire “via Tafazzi”. Oppure potrebbe cominciare a porsi alcuni interrogativi e scegliere che fare.

RENZI, RE MIDA ALLA ROVESCIA

Renzi si agita molto non perché vuole il primato in politica, anche chi ha un ego mostruoso come il suo sa che il suo obiettivo massimo è sopravvivere anche per non essere stritolato dai magistrati. La questione che lo riguarda, e sulla quale lui non ha ancora preso una decisione, è dove collocare quel 4-5% dei voti che raccoglierà. Finora aveva dato l’idea di volersi collocare in posizione critica nel centrosinistra, addirittura allargato ai grillini, per fare quello che fanno i piccoli partiti: grande casino, grande potere. A mano a mano che le cose vanno avanti appare sempre più chiaro che questa prospettiva non eccita più il ragazzo che ha sfasciato tutto quello che gli è capitato di toccare, vero Re Mida alla rovescia.

L’OBIETTIVO È DIVENTARE TRAGHETTATORE DEL CENTRODESTRA

È molto probabile che quel Renzi che dichiara che dopo Conte c’è un altro Conte e che a quel punto lui andrà all’opposizione stia facendo le prime prove per un radicale cambio di prospettiva. Qualcuno avverta Teresa Bellanova che si volta gabbana un’altra volta. L’idea che, secondo me, Renzi ha in testa è di diventare il traghettatore di un centrodestra elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei e dalla presenza di una Meloni di cui tanti non si fidano.

LA CORREZIONE CENTRISTA

Collocandosi in questa area Renzi potrebbe diventare il dominus dello schieramento di destra fornendogli, con Forza Italia, il crisma della correzione centrista. Del resto le politiche di Renzi non hanno grandi conflitti con quelle della destra a parte l’immigrazione che resta un tema divisivo solo perché Salvini quando ne parla è già sovreccitato di suo. Detto in altre parole. Renzi a sinistra non sa chi è, a destra sa chi è o almeno crede di saperlo.

LE MOSSE DI ZINGARETTI

Nicola Zingaretti, al netto dei suoi consiglieri romani, può fare alcune cose. Può essere il leader della forza di governo che tiene in piedi a certe condizioni di contenuto. Oggi, per esempio, impedendo l’applicazione della riforma Bonafede e abolendo la legislazione securitaria. Lo stesso Zingaretti però deve avere una politica verso Renzi. Non si tratta di diplomatizzare i rapporti. Renzi è un maleducato e merita tutti i vaffa che ci sono in giro. Tuttavia sospingerlo o aiutarlo a sospingersi verso destra è un errore capitale. L’avvenire della sinistra sta nel fatto di cercare di radunare quante più forze è possibile. Poi accadrà che alcune di esse si sottrarranno all’incontro e andranno dall’altra parte, ma dovrà essere chiaro che l’hanno scelto loro. «Che fai mi cacci?», la frase di Gianfranco Fini che Renzi adopera contro Giuseppe Conte deve apparire per quello che è, cioè ridicola.  È tempo, quindi, che i dirigenti del Pd – ma qualcuno più nuovo e meno compromesso con pasticci romani precedenti non c’è? – si avvino sulla strada della politica perché i muscoli non servono, soprattutto quando non ci sono.

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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L’ultima follia Pd: morire per Bonafede e il giustizialimo M5s

Il no all'abolizione della prescrizione, oltre a una battaglia di civilità, significherebbe la revisione di una linea compiacente verso la peggiore magistratura che ha fatto della Seconda Repubblica un incubo democratico. Invece il partito di Zingaretti si è fatto infinocchiare e ora rischia di rilanciare Salvini e Meloni.

Matteo Renzi minaccia di sfiduciare Alfonso Bonafede un attimo dopo aver dato la fiducia al governo Conte che a sua volta dichiara che la sfiducia al proprio ministro della Giustizia equivale alla sfiducia all’intero esecutivo. Sullo stesso tono le dichiarazioni dei dirigenti del Partito democratico. Grande è la confusione ma la situazione non è eccellente.

Siamo di fronte a una sequenza di errori che regalano alla destra un nuovo vantaggio elettorale insperato. Il Pd ha commesso l’errore capitale di non capire che la prescrizione abolita da Bonafede su incitamento di tutto il mondo giustizialista, e in particolare da Pier Camillo Davigo e Marco Travaglio, è una palla al piede per il governo e per Nicola Zingaretti.

Nessun elettore civile riconoscerà come sensato un compromesso che permetta a una aberrazione giuridica come l’abolizione della prescrizione di modificare i diritti di cittadini ancora non condannati al terzo grado di giudizio. È paradossale che nel momento in cui i cinque stelle sono ridotti alla metà del proprio elettorato gli si consenta un vantaggio simile in una battaglia che non esito a definire di civiltà.

L’ENNESIMA CONFERMA DELL’AUTOLESIONISMO DEL PD

Renzi, l’eroe di cartapesta di queste ore, avrebbe potuto fare quello che non ha fatto Zingaretti. Avrebbe potuto cioè minacciare l’uscita dalla maggioranza quando il provvedimento è stato approvato dal parlamento. Invece è rimasto lì con la sua ministra. Ora vuole opportunisticamente votare la fiducia a Giuseppe Conte e fare la sceneggiata della sfiducia al peggior ministro della Giustizia dei nostri tempi. Gli elettori non capiranno né lui né Zingaretti. Al segretario dem addebiteranno l’eccesso di mediazione per tenere in vita il governo. Su Renzi voleranno i soliti, fondati, sospetti.

Gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine a Salvini e Meloni.

I due partiti che nascono da quella idea sciagurata di fare il Pd si trovano così infinocchiati da uno dei partiti che la storia sta sconfiggendo, il Movimento 5 stelle, a vantaggio del partito della guerra civile. Noi non siamo di fronte al pericolo che crolli la democrazia e arrivi il fascismo. Questa volta i carabinieri non rispondono a un re fellone. Tuttavia gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ZINGARETTI DICA PERCHÉ NON DIFENDE UNA CONCEZIONE DEMOCRATICA DELLA GIUSTIZIA

Questo è il momento di garantire vita a un governo che ha infilato alcune cose buone nella sua agenda, ma è anche il momento di grandi battaglie di civiltà, anche giuridica. Non può vincere Davigo, deve vincere una concezione democratica della giustizia. Dobbiamo dare certezza del diritto ai cittadini e non esporli agli umori di pm che vogliono rovesciare la società come un guanto.

Da sinistra, Nicola Zingaretti e Alfonso Bonafede (foto Roberto Monaldo / LaPresse). Photo Roberto Monaldo / LaPresse 16-05-2019 Rome (Italy) Presentation of the new judicial citadel project In the pic Nicola Zingaretti, Alfonso Bonafede

Il no a Bonafede avrebbe anche significato la revisione de facto di una linea compiacente verso il giustizialismo e la peggiore magistratura che hanno fatto di questa Seconda Repubblica un incubo democratico. Ora siamo alla resa dei conti. Evitiamo pagliacciate. Zingaretti dica perché ritiene che la Bonafede e Bonafede valgano il sacrificio di un valore non negoziabile come il diritto dei cittadini a non essere massacrati da magistrati avventurosi. E Renzi voti no non a Bonafede ma al governo se ha quelle cose di cui si parlava quando a parole si poteva essere maschilisti.

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I sondaggi politici elettorali del 10 febbraio 2020

Continua l'onda lunga delle Regionali in Emilia Romagna: Il Pd risale al 20,7%, la Lega cala al 32,3%. Stabile il M5s.

L’onda lunga delle elezioni in Emilia Romagna si fa ancora sentire sui sondaggi politici elettorali. Nelle rilevazioni di Swg per il TgLa7, il Pd continua la sua risalita passando dal 19,7% del 3 febbraio al 20,7% del 10 febbraio, la Lega cala dal 33,3% al 32,3%, il M5s passa dal 13,9% al 14%, FdI dal 10,2% al 10,8%, Forza Italia dal 6,3% al 5,4%, Italia viva dal 4,1% al 4,2%.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Dalle Sardine a Elly Schlein: la galassia a sinistra del Pd

Zingaretti pensa a un partito aperto e dialogante. Una sfida difficile, viste le tante - e diverse - anime che popolano l'area. Lo scenario.

Un campo largo, aperto, capace di includere varie forze di sinistra. Il progetto di Nicola Zingaretti, da segretario del Partito democratico, è quello di riuscire a mettere insieme nuove energie per il centrosinistra. Ma la missione non si annuncia facile, anzi.

Anche perché, guardando al centro, e agli ex, al momento c’è il deserto. I rapporti con Italia viva sono altalenanti. In occasione della prima Assemblea nazionale, Matteo Renzi ha confermato «l’appoggio totale» al governo Conte. Però ha posto paletti chiari: nessuna alleanza elettorale con il M5s e stop alla narrazione che vuole Giuseppe Conte leader del fronte progressista. Con buona pace di Zingaretti.

Non vanno certo meglio i rapporti con Azione di Carlo Calenda e Matteo Richetti, il cui obiettivo è costruire un terzo polo. Per ora l’ex ministro guarda a +Europa, ma anche ai moderati di centrodestra (leggi Mara Carfagna) e anime dem “riformiste” come Giorgio Gori.

L’ARCIPELAGO DELLA SINISTRA

A sinistra del Pd c’è un vasto arcipelago di partiti e movimenti, con diverse articolazioni. Per molti una vera diaspora. Il mito “dell’unità della sinistra”, dunque, sembra lontano. Del resto in Emilia-Romagna, dove la sinistra è apparsa unita, si contavano sei liste a supporto di Stefano Bonaccini, più altre tre di sinistra radicale in corsa contro il presidente della Regione. Dai bersaniani di Articolo 1 alla galassia comunista, insomma, la rassegna di forze politiche è ricca. A cominciare dai protagonisti delle ultime settimane: le Sardine.

Mattia Santori, leader delle Sardine (LaPresse).

SARDINE IN MARE APERTO

Sono l’unica novità politica. Le Sardine hanno riportato migliaia di persone in piazza, alimentando un nuovo ottimismo tra gli elettori di centrosinistra. Le manifestazioni anti-Salvini di Bologna, replicate in tutta Italia, sono un esempio del successo che hanno ottenuto. Il loro contributo è stato decisivo per la vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna. Il volto mediatico è Mattia Santori, fondatore con Roberto Morotti, Andrea Garreffa e Giulia Trappoloni. Il futuro? Chissà.

LEGGI ANCHE: Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

Le Sardine dicono di non voler fare un partito, ma sono pronti a condizionare l’agenda politica a sinistra. E chiedono un cambio di passo al governo, partendo da un incontro con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Faccia a faccia ribadito anche dopo l’«ingenuità» dell’incontro con la famiglia Benetton. («La foto con Benetton?», ha ammesso Santori al Corriere della Sera. «È stata un’ingenuità perché ha offerto un assist a tutti quelli che non vedevano l’ora di screditarci. È stato un errore, prima o poi doveva capitare. Ma anche chi ci apprezza deve capire che non siamo infallibili»). Un’ingenuità che però aveva provocato un piccolo terremoto nel gruppo: Stephen Ogongo, finora indicato come portavoce romano del movimento, aveva preso le distanze dai leader bolognesi, annunciando una posizione autonoma. Poco dopo il passo indietro. Ogongo si sarebbe mosso all’insaputa del gruppo. «L’attacco ai ragazzi di Bologna per la foto», hanno scritto le Sardine romane in un comunicato, «è una strumentalizzazione per scopi personali».

ELLY SCHLEIN E LE INDIPENDENTI PER UNA CASA COMUNE

Il buon risultato personale di Elly Schlein alle elezioni in Emilia-Romagna ha rilanciato l’idea di una “casa comune” di ecologisti e progressisti. L’ex eurodeputata e neo-consigliera regionale ha detto di volersi impegnare su questo progetto, in una posizione di dialogo con tutti.

Elly Schlein (Ansa).

Ma, al momento, senza una diretta appartenenza politica: con la lista Coraggiosa è stato già fatto un sforzo in questa direzione. Anche Anna Falcone, candidata (non eletta) con Liberi e uguali alle ultime elezioni, è annoverabile tra le “indipendenti”.

ARTICOLO 1 DI BERSANI E D’ALEMA

Articolo 1 è il partito che più viene identificato con il gruppo parlamentare di Liberi e uguali. Nato nel 2017, con la fuoriuscita dal Pd della Ditta di Pier Luigi Bersani, Articolo 1 ha oggi nel ministro della Salute, Roberto Speranza, il suo principale esponente nell’esecutivo.

Pier Luigi Bersani (Ansa).

Nella compagine governativa può contare anche sulla sottosegretaria all’Economia, Maria Cecilia Guerra, altra bersaniana di ferro. Un ruolo di primo piano è occupato inoltre da Federico Fornaro, capogruppo di LeU alla Camera. Il progetto è identificato, poi, con un altro leader storico della sinistra: Massimo D’Alema.

SINISTRA ITALIANA VERSO IL CONGRESSO

Gli eredi della vendoliana Sinistra ecologia e libertà (Sel) sono confluiti a inizio 2017 in Sinistra italiana (Si), che conta su alcuni parlamentari nei gruppi di LeU, tra cui i deputati Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto (di recente nominato presidente della commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni). L’unico rappresentante nella squadra di governo è il sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe De Cristofaro. Ma quali sono le prospettive? Fratoianni ha rassegnato le dimissioni da segretario a giugno 2019, dopo il risultato negativo alle Europee, quando il partito è stato il motore della (deludente) lista La Sinistra. Nelle prossime settimane ci sarà il percorso congressuale per indicare la guida e dettare la linea.

VOLT E LO SGUARDO ALL’EUROPA

Nella galassia di centrosinistra orbita anche Volt, il cosiddetto partito dei millenials. Anima pan-europea, progressista ed ecologista è stato fondato nel 2017 dal bocconiano Andrea Venzon.

Bonelli dei Verdi italiani.

I SEMPRE VERDI

In tema di ambientalismo, ci sono i rappresentanti storici di quella cultura politica: i Verdi. Dopo l’era di Alfonso Pecoraro Scanio, con ruoli di primo piano al governo, il “Sole che ride” ha nell’ex parlamentare Angelo Bonelli il suo leader storico. I due portavoce nazionale sono Elena Grandi e Matteo Badiali. La loro posizione è quella di dialogo con tutti, e la costruzione di alleanze elettorali con vari partiti come è già successo, ma sempre preservando l’identità della federazione dei Verdi.

POSSIBILE E GLI AMBIENTALISTI

Possibile è stato fondato nel 2015 da Pippo Civati, dopo il suo abbandono del Pd, ed è attualmente guidato dall’ex deputata Beatrice Brignone. Civati ha lasciato la guida del partito dopo le Politiche del 2018 in seguito al risultato deludente di LeU.

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Giuseppe Civati fondatore di Possibile.

Alle ultime Europee, Possibile si è presentato nelle liste di Europa Verde, rilanciando il suo impegno ambientalista. Alle elezioni in Emilia-Romagna ha candidato Ilaria Bonaccorsi nella lista di Bonaccini presidente.

ÈVIVA COSTOLA DI LEU

I parlamentari di LeU, Francesco Laforgia e Luca Pastorino, hanno raccolto le istanze degli “autoconvocati” di LeU, quegli elettori e militanti che avrebbero voluto la nascita di un partito di Liberi e uguali subito dopo il voto del 2018. Così è nato il movimento èViva con lo scopo di riprendere il discorso iniziale di LeU, quello di un soggetto unico e autonomo dal Pd.

L’ECO DI FIORAMONTI

L’ex ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, sta lavorando al progetto Eco, con un imprinting ecologista. La prima mossa, attesa nelle prossime settimane, dovrebbe essere la costituzione di un gruppo parlamentare alla Camera, coinvolgendo i delusi dal Movimento 5 stelle e cercando di attrarre anche altri deputati, non per forza ex grillini. Da qui potrebbe prendere il via il discorso di un partito.

fioramonti lascia m5s
Lorenzo Fioramonti.

GREEN ITALIA DI MURONI

Il movimento di Green Italia vede tra i fondatori l’ex presidente di Legambiente e attuale deputata di LeU, Rossella Muroni. L’obiettivo è quello di dare impulso all’impegno ambientalista in politica. I due portavoce sono Annalisa Corrado, già candidata capolista nel Centro Italia alle ultime Europee con Europa Verde, e Carmine Maturo. Nel gruppo dirigente figurano, inoltre, gli ex parlamentari Francesco Ferrante e Roberto Della Seta.

DIEM25, PICCOLI VAROUFAKIS CRESCONO

Diem25 è l’organizzazione transnazionale lanciata dall’ex ministro greco, Yanis Varoufakis. Tuttavia, alle Europee il movimento ha preferito non presentarsi in alcuna lista, lasciando libertà di scelta. Alle ultime Regionali, invece, il gruppo dirigente ha preso parte alla formazione della lista Coraggiosa in Emilia-Romagna.

FASSINA E I SOVRANISTI DI SINISTRA

I sovranisti di sinistra hanno fondato Patria e Costituzione, con posizioni fortemente critiche nei confronti dell’Unione europea. Il deputato di LeU Stefano Fassina è l’anima dell’associazione, che punta alla rinascita di una «sinistra di popolo».

Stefano Fassina.

POTERE AL POPOLO

Dopo il discreto risultato (sopra l’1%) delle Politiche, la sinistra radicale di Potere al popolo (Pap) non è riuscita più ad avere performance simili. La portavoce Viola Carofalo ha ricevuto una grande attenzione mediatica nei mesi successivi al voto del marzo 2018, ma Pap ha pagato divisioni e fuoriuscite. Nel loro dna c’è il rifiuto delle politiche neoliberiste e il secco “no” a qualsiasi alleanza con partiti “di sistema”, ossia chi non si batte contro il capitalismo.

NOSTALGIA COMUNISTA

Nell’ampio arcipelago della sinistra, c’è una galassia a parte: i partiti che si richiamano ai valori del comunismo. Il più noto è Rifondazione comunista, ormai lontano dai tempi delle percentuali di consenso che lo avevano portato al governo. Il segretario attuale è Maurizio Acerbo, che lo scorso anno alle Europee ha portato il Prc nella lista La Sinistra. All’attenzione delle cronache è balzato, sempre alle Europee 2019, il Partito comunista guidato dall’ex deputato Marco Rizzo, che ha sfiorato l’1%. Ma in quest’area c’è pure il Partito comunista italiano, nato nel 2016, con Mauro Alboresi come segretario. In attività risulta inoltre il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, ex esponente di minoranza di Rifondazione comunista. E infine c’è Lotta comunista, noto per la rivista che talvolta viene distribuita in strada dai militanti.  

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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Prescrizione, Renzi sfida Pd e M5s sui numeri

Il leader di Italia viva ribadisce il no al Lodo Conte bis. E anche se assicura di non voler fare cadere il governo, in Aula è pronto a votare la proposta del forzista Costa per cancellare la riforma Bonafede.

«Se ci vogliono buttar fuori lo dicano, se ci dicono: “O cambiate idea o vi buttiamo fuori”, noi non cambiamo idea». Matteo Renzi ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ribadisce il suo no al Lodo Conte bis, e finianamente sfida l’esecutivo giallorosso e gli alleati di governo sulla riforma della prescrizione.

Il compromesso raggiunto nella serata di giovedì tra M5s, Pd e LeU – Il blocco della prescrizione scatterà in via definitiva non più dopo il primo grado ma solo dopo una condanna in appello – continua a non convincere Italia viva.

«Noi non vogliamo lasciare le postazioni, se poi il presidente del Consiglio vuole lo dica», insiste il senatore di Rignano assicurando che la sua intenzione non è quella di fare cadere il governo, ma «sulla giustizia noi non ci stiamo». Perché «Bonafede ha una visione giustizialista che io non condivido, è quello che se arriva Battisti in Italia fa il video», e «confonde il dolo e la colpa».

«L’ACCORDO A TRE NON HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO»

L’ultima parola, ricorda Renzi, l’avranno i numeri: «A mio avviso questo accordo a tre non ha la maggioranza in parlamento. Io non ho problemi, se trovano qualcuno che gli vota sta roba io sono contento per loro, un po’ meno per il Paese, ma noi non la votiamo». E, ancora: «Non capisco perché il Pd, che i numeri, dopo i risultati in Emilia-Romagna non usi l’occasione per dettare l’agenda».

RENZIANI FERMI SULL’EMENDAMENTO ANNIBALI

Già nella serata del 6 febbraio i renziani erano stati chiari: hanno blindato l‘emendamento Annibali che prevede il rinvio della riforma di un anno al decreto Milleproroghe, minacciando addirittura una mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Non solo: Iv senza mezzi termini ha accusato il Pd di aver abbracciato il «populismo M5s». I dem non ci stanno. Così facendo i renziani, sostengono, rischiano di fare cadere il governo, «fingendo di ignorare che, come dice Andrea Orlando, «Bonafede ha rinunciato all’80% delle sue pretese iniziali».

ITALIA VIVA PRONTA A VOTARE LA PROPOSTA DEL FORZISTA COSTA

Intanto il premier Giuseppe Conte ha annunciato per lunedì un Cdm straordinario per approvare la riforma del processo penale. I renziani dal canto loro hanno annunciato che il 24 febbraio alla Camera diranno sì alla proposta di legge del forzista Enrico Costa per cancellare la legge del ministro della Giustizia M5s. Se anche in questo caso fosse battuto, Renzi presenterebbe la stessa proposta in Senato: «Lì Bonafede non ha i numeri anche col sostegno del Pd, se non lo convincerà la politica, ci penserà la matematica», ha attaccato Iv.

L’AZZURRO: «BONAFEDE HA PIEGATO IL PD»

«Non c’è lodo che tenga. Resta il fine processo mai», sottolinea Costa in una nota. «Bonafede ha piegato il Pd. Tutto il resto sono sterili giochi di parole. I dem avevano giudicato la riforma Bonafede illiberale e incostituzionale, l’avevano respinta, avevano chiesto che non entrasse in vigore, avevano presentato una proposta di legge che la sopprimeva: oggi la sdoganano sperando che nessuno se ne accorga. Ci vediamo alla Camera il 24 febbraio».

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Qualcuno ha visto Zingaretti? La politica lo cerca

Il segretario del Pd, dopo la vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna, è tornato nell'ombra. Eppure col crollo dei grillini e la crisi del salvinismo avrebbe una prateria davanti a sé. Il suo stare un passo indietro è una scelta folle.

Il Movimento 5 stelle non ne sta azzeccando una. Purtroppo per loro la leadership di Marco Travaglio, così decisiva nella nascita e crescita del grillismo, si rivela inadatta a risollevare una formazione politica in caduta libera.

Né i vitalizi né la prescrizione, per cui i pentastellati scendono in piazza, danno l’impressione di colpire i sentimenti popolari. I vitalizi perché i grillini, ormai parte decisiva della Casta, sono sempre meno attendibili come moralizzatori. La prescrizione perché al solo apparire di Pier Camillo Davigo (e Nicola Gratteri) in tivù gli italiani onesti «si mettono paura».

Quel che non capiscono grillini e loro residui seguaci è che il 1992 è talmente lontano e lo sfascio provocato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio è talmente vicino che gran parte dei cittadini sono consapevoli che le schifezze di oggi nascono da come è state gestita e pubblicizzata Mani Pulite e non hanno alcuna nostalgia di procuratori e magistrati in genere.

LA MANCATA AUTOCRITICA SU MANI PULITE, ERRORE DELLA SINISTRA

È singolare che non paghino dazio quelli che alla cultura «dell’arresto per farti confessare», attuato dai pm di Milano, hanno dato grande appoggio. I vari Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti e tutto il giornalismo di destra era, con gran parte del giornalismo di sinistra, e anche l’Unità, dalla parte dei giudici e oggi invece finge di essere scesa giorni fa da Marte. Resta il dato che il mondo politico che va per la maggiore deve tutto a quel sommovimento giustizialista. La Prima Repubblica nacque dalla Resistenza, la Seconda l’hanno fondata Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli. E ho detto tutto.

Oggi ci troviamo al punto da dover difendere i cittadini dal tentativo che venga attuato il più grande abuso di potere contro gli italiani, con la prescrizione di matrice grillina

È un vero errore che la sinistra post comunista non dica oggi che in quegli anni, quando si gioiva per le disgrazie altrui, si metteva in bilico la democrazia. Oggi ci troviamo al punto da dover difendere i cittadini dal tentativo che venga attuato il più grande abuso di potere contro gli italiani, con la prescrizione di matrice grillina. È per questo che la lenta agonia dei cinque stelle non crea alcuna emozione. Si pone semmai il problema di dove andranno quei voti e di cosa faranno quei dirigenti grillini che si sono resi conto dei danni che hanno fatto all’Italia. Non mi aspetto un nuovo crollo verticale dei grillini, potrebbe anche succedere che si attestino su una percentuale bassa ma che resistano. Il tema è dove andranno i loro voi.

TROPPI PRESUNTI RIFORMISTI SONO UN COAGULO DI PEZZI DI CASTA

Leggo dichiarazioni piene di presunzione di esponenti di Italia Viva, di + Europa più e di Carlo Calenda che sono convinti di avere di fronte una prateria in cui correre felicemente. Non è la prima volta che un gruppo di funzionari politici si racconta una realtà che non esiste. Questi tre partitini danno ragione alla famosa battuta di Totò per cui «la somma non fa il totale» e oggi in qualsiasi competizione elettorale il loro risultato, sia se si presentano come singoli sia se si associano, è poco sopra il 4%.

Matteo Renzi all’Assemblea nazionale di Italia Viva.

Non sono felice per questi dati già verificati in elezioni vere. La presenza di un’area critica riformista, chiamiamola così, è cosa buona. Ma questa che si va formando è un’area riformista? Credo sia piuttosto un coagulo di pezzi della Casta che sopravvalutano la leadership di capi che sono manifestamente impopolari. E che agiscono più “contro” che “per”. L’unico che avrebbe una prateria davanti a sé è Nicola Zingaretti che finora non è pervenuto. Sarà che è il suo carattere, sarà che la fretta fa i gattini ciechi, ma star zitto così a lungo dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e mentre si avvicina altre elezioni regionali è abbastanza folle.

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Sanremo di distrazione di massa

Dalle Sardine al Pil che scende, dalla psicosi coronavirus alla crisi Whirlpool, fino all'allarme antisemitismo saranno molti i temi oscurati dai riflettori dell'Ariston. "Me ne frego", per cinque giorni, sarà solo la canzone di Achille Lauro. Del resto, come dice Elettra Lamborghini, «Musica. E il resto scompare».

«Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente». Era il 1978 e Rino Gaetano saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston (arrivando terzo, dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa).

Già allora, però, il cantautore aveva capito come il Festival della canzone italiana fosse una bolla. Un «niente», però, che finisce col cancellare tutto il resto.

Ogni argomento, anche il più delicato o drammatico, è oscurato dai riflettori dell’Ariston. D’altronde tutti (anche chi si vanta di non seguirlo) conoscono perfettamente la sigla di Sanremo, ricordano a menadito la rituale presentazione che si ripete come un mantra ad ogni canzone («dirige l’orchestra il maestro…. applausi…. canta…. applausi»), sono pienamente consapevoli dall’incubo scalinata che a ogni edizione inspiegabilmente ricompare.

SALVINI E LA SUA BESTIA GIÀ CAVALCANO LA KERMESSE

Il 2020 non sarà da meno. A dare il segnale di come anche quest’anno il Festival sarà al centro dell’interesse nazionalpopolare è stato Matteo Salvini, che ha ben pensato di sfruttare già le polemiche sui cachet degli ospiti e sulla presenza in gara di Junior Cally con due post tra i più cliccati sulla sua pagina Facebook negli ultimi giorni.

Dopo aver visto cantare donne e uomini che hanno fatto la storia musicale del nostro Paese, trovo vergognoso che a…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

E chissà se durante la gara, Salvini continuerà a gridare all’emergenza sbarchi. «Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, Pd e compagni hanno riaperto porti e portoni, per la gioia di scafisti e trafficanti», scriveva su Fb il 2 febbraio. «Sbarchi nel 2020 aumentati del 700%, pazzesco. Non mi spaventano minacce e processi, torneremo al governo per proteggere l’Italia e i nostri figli».

Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, PD e compagni hanno…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

UN DIVERSIVO MUSICALE PER OPEN ARMS E GREGORETTI

Il Festival, però, potrebbe essere anche un ottimo diversivo per il leader della Lega, dopo che sabato scorso è arrivata la notizia dell’inchiesta per sequestro di persona anche sulla Open Arms, a cui quest’estate è stato negato per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti. Un caso che si aggiunge a quello scoppiato con la Gregoretti (a bordo in quella circostanza c’erano 131 migranti): proprio all’indomani di Sanremo, il 12 febbraio, sapremo se il Senato manderà a processo Salvini o no.

IL DERBY TRA SANREMO E PSICOSI DA CORONAVIRUS

Ma la vera domanda è un’altra: Sanremo riuscirà a oscurare anche l’emergenza per il nuovo coronavirus? Presto, tra una canzone e l’altra di Sanremo, ci saremo dimenticati delle ricercatrici che lo hanno isolato in Italia. E forse abbandoneremo per qualche giorno la psicosi che ha portato a vedere tutti i cinesi come untori.

IL PIL SCENDE, L’ITALIA GORGHEGGIA

Non c’è dubbio, però, che appena le porte dell’Ariston si apriranno, altri temi cadranno inesorabilmente nel dimenticatoio. Solo pochi giorni fa l’Istat ha inchiodato il governo: il Pil italiano nel quarto trimestre del 2019 si è contratto dello 0,3% rispetto al periodo luglio-settembre (è stato il peggior trimestre dal 2013) mentre i dipendenti stabili sono calati di 75 mila unità. Meglio non pensarci. Troppi numeri. I soli che potranno interessare saranno quelli degli ascolti per capire se Amadeus farà meglio di Baglioni o no.

WHIRLPOOL E ILVA O DILETTA LEOTTA?

Figuriamoci, poi, se le storie di aziende sull’orlo di una crisi possano mai avere la meglio sulle performance di Georgina o di Diletta Leotta. E così prepariamoci a dimenticare i tanti tavoli aperti tra ministero del Lavoro e Sviluppo economico, a cominciare dallo stabilimento di Whirlpool a Napoli che, a dispetto delle promesse di Luigi Di Maio (allora al Mise), rischia di chiudere e lasciare a piedi 420 lavoratori. L’unico risultato finora ottenuto dal governo è la promessa che nessun impianto verrà ceduto prima di ottobre. Poi si vedrà.

LEGGI ANCHE: Da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un “poi si vedrà” che, invece, è già scaduto su ArcelorMittal. Qui la spada di Damocle si avvicina. Venerdì 7 febbraio si deciderà sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva, contro il recesso di Arcelor dal polo siderurgico di Taranto. Tutto dipenderà dall’eventuale compromesso politico che si raggiungerà. Le trattative saranno fittissime in questi giorni, ma niente paura: noi parleremo di Amadeus.

LA POLITICA SILENZIATA DALLE CANZONI

Con le Regionali in Emilia-Romagna alle spalle, ora anche le sorti delle Sardine – e la polemica per la foto con i Benetton – probabilmente ci interesseranno via via sempre meno. Non che vada meglio a M5s e Pd, anche loro costretti a cedere il passo dinanzi alla domanda, molto più succulenta, se Peppe Vessicchio tornerà mai a dirigere l’orchestra. Fa niente se entrambe le forze politiche si preparano a una renovatio profonda, con i pentastellati pronti a voltare pagina dopo Di Maio, e i dem addirittura a cambiare nome al partito. È anche vero, però, che in ottica governativa questa spirale del silenzio potrebbe essere un toccasana per mettere in ordine le idee su questioni capitali: dalla riforma della giustizia allo stop alle concessioni autostradali fino alla legge elettorale. Figuriamoci, poi, se qualcuno si ricorderà del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari (29 marzo): l’unico voto interessante è quello sui cantanti in gara.

IL DRAMMA DEL FEMMINICIDIO

Ci sono, però, anche temi su cui l’attenzione non dovrebbe mai calare. Come il femminicidio. In una settimana sono state uccise sei donne e poco o nulla è stato detto. Nell’ultimo anno si sono registrati 876 episodi di violenze, nelle varie forme. Nel 2018 i procedimenti erano stati 789. Anche se a dire il vero, Sanremo ha già fatto parlare della violenza di genere. Dopo le tante polemiche, la presidente dell’associazione Italia delle Donne Gisella Valenza, come ha scritto La Stampa, ha querelato Amadeus, i vertici Rai e Junior Cally – al secolo Antonio Signore – per «istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione».

IL “ME NE FREGO” PER 5 GIORNI SARÀ SOLO QUELLO DI ACHILLE LAURO

Per i cinque giorni della kermesse magari torneremo tutti critici musicali, scordandoci che il 15,6% di noi pensa che la Shoah non sia mai esistita e dell’antisemitismo crescente nel nostro Paese. E il Me ne frego sarà per un po’ solo il titolo della canzone di Achille Lauro. Ribadisce il concetto Elettra Lamborghini: Musica. E il resto scompare.

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Teresa Bellanova porta a destra il partito di Matteo Renzi

La ministra ha detto che Italia viva non voterà Emiliano in Puglia accusandolo di trasformismo. Proprio lei che è passata, con avanzamento di carriera, dalla prima linea dalemiana a quella del senatore di Rignano. Forse nella decisione di far perdere il candidato di centrosinistra c’è una strategia tesa a fare favori a Salvini & Co. Il Pd reagisca.

Come tutti i piccoli partiti, soprattutto quelli destinati all’irrilevanza elettorale, Italia viva, fondata con un gruppo di amici e amiche da Matteo Renzi ha bisogno di occupare ogni giorno la prima scena mediatica. Parlo dunque sono.

Domenica il meeting renziano si è prodotto su due temi e su due obiettivi. L’uno aveva come centro la polemica, giusta, contro il ministro Alfonso Bonafede, autore di una riforma sulla prescrizione aberrante. Renzi deve aver capito che il Pd uscito dalla battaglia emiliano-romagnola non sarà molto concessivo (almeno spero) verso l’alleato grillino e vuole perciò intestarsi la sperabile marcia indietro del governo sulla disgraziata prescrizione.

Ma dopo il colpo alla botte è venuto il colpo al cerchio che è stato affidato alla guardia regia renziana, sostanzialmente formata da una persona sola, Teresa Bellanova. Chi mi legge sa che non ho alcuna stima di questo personaggio. Non si passa dal socialismo a Emmanuel Macron senza pagare dazio. Io non ho mai criminalizzato i cambi di casacca. Mi piacciono poco quelli/e che cambiano casacca, anzi rovesciano casacca, negando di averlo fatto anzi accusando gli abbandonati di averli costretti al tradimento.

BELLANOVA ALL’ATTACCO DI EMILIANO

Bellanova, che non ha un voto in Puglia, appartiene a questa genìa di voltagabbana che sono capaci di sostenere che centinaia di migliaia di persone hanno cambiato orientamento per giustificare il fatto di essersi messi al servizio, con grandi vantaggi personali, di un’altra ditta politica. All’assemblea di Italia viva Bellanova si è prodotta nel più duro attacco a Michele Emiliano, governatore uscente della Puglia, preannunciando che il suo partito non lo voterà perché voterà un proprio candidato (se medesima?).

GLI ERRORI DEL GOVERNATORE

Sono stato amico di Emiliano, credo di aver svolto un ruolo decisivo nel favorire il suo ingresso in politica. Forse gli sono amico tuttora. Ma qui non c’entrano i rapporti personali. C’entra la politica. Emiliano è stato un ottimo sindaco di Bari e il suo successore e amico, Antonio De Caro, è ancora più bravo di lui. Poco si parla di quel che questo sindaco presidente dell’Anci sta facendo per trasformare la sua città anche nei quartieri meno ricchi e soprattutto sul terreno della legalità. Emiliano presidente di Regione ha commesso molti errori ovvero ha affrontato male molti dossier spinosi.

Il centrosinistra non è riuscito a opporre un altro candidato a Emiliano. Nessuno ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che Roma avrebbe risolto la grana come ha fatto con il povero Oliverio

L’ho criticato apertamente e non mi sono piaciute le sue iniziative tese a ingaggiare personaggi dell’altra parte del campo, anche se in sé non ci sarebbe nulla di male. Tuttavia il centrosinistra non è riuscito a opporre altro candidato a Emiliano. C’erano pretendenti espliciti o “coperti” ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che “Roma” avrebbe risolto la grana un po’ come ha fatto con il  governatore della Calabria il povero Mario Oliverio tagliato fuori da iniziative dei magistrati.

LE PRIMARIE PRODUCONO SOLO FALSA DEMOCRAZIA

Emiliano quindi ha vinto le primarie, uno strumento di partecipazione alla designazione dei candidati che andrebbe proibito per la sua capacità di produrre falsa democrazia. Ma le ha vinte. Ieri, però, il “randello di Renzi” cioè l’ineffabile Bellanova, notoriamente voto-repellente, ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano e lo ha accusato di trasformismo. Avete letto bene, accusandolo di trasformismo. Siano arrivati al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana alla prima linea renziana, con opportuno avanzamento di carriera, dal socialismo europeo a Macron accusa qualcun altro di trasformismo. Non ci si può credere.

ORA ZINGARETTI METTA IL VETO SU UN RENZIANO

È qui la ragione della disistima verso la politica. Quando accade che un personaggio del piccolo teatrino politico diventa prim’attore e dice cose che dovrebbe tacere per coprire i propri “vizi”, vuol dire che non c’è più religione.

Bellanova ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano. Siano al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana a quella renziana, con opportuno avanzamento di carriera, accusa qualcun altro di trasformismo

Bellanova dovrebbe ricordare il proverbio nostrano di quel bove che disse cornuto all’asino che, cadendo, si era fatto un bitorzolo sulla testa. Forse però non siamo di fronte all’estemporanea uscita di una politicante di serie B. Forse nella decisione di Renzi e Bellanova di far perdere Emiliano c’è l’inizio di una strategia dei due forni tesa a fare favori alla destra mentre si resta dall’altra parte. Spero che il Pd non porga l’altra guancia e che, se Renzi boicotta Emiliano, Nicola Zingaretti metta il veto da un’altra parte su un renziano. A brigante, brigante e mezzo.

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Quali sono i punti di forza e di debolezza del Pd di Zingaretti

Può contare su figure di primo piano come Bonaccini e la svolta a sinistra sta portando i suoi frutti. Ma questo partito sta volando ancora troppo basso, deve avere più coraggio: rinnovare la classe dirigente e abbandonare signori delle tessere e burocrati.

Quanto si deve aprire il Pd e verso chi? Inizia a prendere quota un dibattito francamente futile. Stiamo ai fatti, alcuni positivi altri no. Fra quelli positivi c’è la capacità di resistenza di questo partito che ha preso colpi terribili, grazie a Matteo Renzi, ma non è mai veramente morto anche se è stato lì lì per andarsene.

Questa partito ha un segretario che nei commenti riservati viene descritto come uomo di poco coraggio, troppo prudente ma che ha un volto rassicurante, non usa parole di guerra, gestisce al meglio la conflittualità interna e anche quella esterna.

In più in questo partito ci sono risorse da vendere, cosa che non ha alcun altro partito. Prendete il caso Stefano Bonaccini. Era difficile battere uno come lui e di Bonaccini nel Pd ce ne sono ancora molti.

IL PD DEVE PROCEDERE SENZA INDUGIO NELLA SUA SVOLTA A SINISTRA

Veniamo alle cose negative. Questo partito sta visibilmente attuando una svolta a sinistra ma si regge su una struttura preda, in molte regioni, di signori delle tessere. Chi avesse in mente di iscriversi e di dare una mano non saprebbe come fare e perché farlo. Questo partito manca tuttora di un “quid” che ne definisca la mission, vola troppo basso mentre il momento è di quelli che richiede una visione forte per attrarre voti e cittadini impauriti e delusi.

Il Pd deve tornare stabilmente nei quartieri popolari

Questo partito ha una classe dirigente in cui ci sono molti Bonaccini ma comandano anche molti burocrati. Aprirsi dunque è il minino atto che il Pd deve fare per mettere la crisi alle spalle. Deve però prendere decisioni serie. Alcune di carattere ideale. Il Pd è il partito più di sinistra e più di governo. Il che vuol dire che quando va al governo fa cose di sinistra, come cerca di fare Roberto Gualtieri con le buste paga dei lavoratori dipendenti.

Da sinistra, Stefano Bonaccini e Nicola Zingaretti.

L’idea che sia il partito dei ricchi, che sono benvenuti, è stata l’accusa che più gli ha nuociuto. Il Pd deve tornare stabilmente nei quartieri popolari. Perché Bonaccini, Elly Schlein, le sardine sono andati nei posti dove il conflitto con la destra era più acuto mentre il Pd, tranne eccezioni eroiche, sta rintanato nelle proprie sedi?

IL PARTITO DEVE RINNOVARE LA SUA CLASSE DIRIGENTE

Infine il Pd deve selezionare una nuova classe dirigente. Non fa niente se non saranno in grado di parlare subito bene in tivù. L’importante è che siano freschi, veri, figli del nostro popolo. Questo Pd rinato deve dotarsi di una cultura aperta ma fondata su criteri di interpretazione della storia e della realtà che siano del tutto autonomi da questa muffa cerchiobottista che ci sta avvelenando. Per far questo serve sciogliere il partito e rifondarlo? Lo si faccia. Quel che non serve è togliere la parola “partito” dalla sigla. Quella parola è una garanzia.

Dobbiamo molto a Romano Prodi, ad Arturo Parisi e Walter Veltroni, ma le loro teorie sono del Novecento

L’ultimo errore che il Pd deve evitare è quello di immaginarsi come un contenitore unico. Dobbiamo molto al prodismo, al suo fondatore, ad Arturo Parisi e Walter Veltroni, ma le loro teorie sono del Novecento. Oggi si torna a parlare di differenze e di alleanze e si deve tornare a sperare che tanti novi soggetti, anche locali, scendano in campo. Il Pd deve federare. Ci vuole una vocazione egemonica non una vocazione maggioritaria.

Romano Prodi.

E se fra questi alleati ve ne sarà qualcuno più vicino alla sensibilità di una sinistra moderna o avrà più successo fra i cittadini questo sarà l’alleato preferito. Nel frattempo che cosa fare con Renzi, Carlo Calenda e rumorosa compagnia bella? “Venghino avanti” anche loro. Vogliono comandare? Tutti hanno diritto di sognare, sapendo però che i loro sogni per la sinistra si sono rivelati incubi.

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Secondo D’Alema il Pd ha bisogno del M5s

Secondo l'ex premier la prospettiva non è la «liquidazione» dei grillini, ma un'alleanza tra loro e il centrosinistra. «Il fascismo? Non credo che torni, però Salvini ha una carica di violenza e un comportamento neofascista»

La benedizione sui giallorossi è di quelle pesanti. Perché arrivata da Massimo D’Alema. Che, commentando le elezioni regionali, ha parlato così del futuro politico del Paese: «La prospettiva non è la liquidazione dei grillini» ma «una alleanza tra il centrosinistra e il Movimento 5 stelle. Non c’è alternativa, altrimenti si consegna il Paese a Matteo Salvini».

«COL PD DA SOLO NASCEREBBE UN BIPOLARISMO ZOPPO»

D’Alema ha parlato a Il Fatto Quotidiano, spiegando che «nel centrosinistra c’è chi pensa che i voti del M5s in crisi possano essere assorbiti dal Partito democratico, da un lato, e dalla Lega dall’altro. Ma io non credo realizzabile questa ipotesi, basata su una visione troppo semplicistica della realtà. L’Emilia-Romagna non è l’Italia, diciamo. Il Pd da solo contro tutti farebbe nascere solamente un bipolarismo zoppo».

«I CINQUE STELLE HANNO MESSAGGI DI SINISTRA»

Secondo l’ex presidente del Consiglio «non sarebbe un fatto positivo la scomparsa dei cinque stelle. Ma dalla crisi possono uscire soltanto attraverso una coraggiosa operazione culturale e politica». Mettendo da parte il posizionamento post ideologico: «Il successo elettorale del M5s è nato da un messaggio contro i privilegi e di solidarietà verso i più poveri. È un messaggio che può trovare la sua naturale collocazione a sinistra. Certo che i privilegi da combattere vanno al di là del ceto politico».

«SALVINI FA PERCEPIRE UN PERICOLO»

Quanto a Matteo Salvini, D’Alema ha affermato che «il leader leghista è portatore di un messaggio ideologico forte, che evoca la percezione di un pericolo. Io non penso che stia tornando il fascismo, né che la Lega sia fascista ma in Salvini emergono tratti di una cultura e un comportamento neofascista. Questo è altro rispetto alla tradizione leghista e ha introdotto una carica di violenza nella società italiana».

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