Il nuovo coronavirus minaccia anche il Partito Comunista cinese

ORIENTE ESTREMO. Accuse di insabbiamenti. E di aver gestito malissimo l'emergenza sul nascere. Cadono le teste dei funzionari dell'Hubei, ma potrebbe essere solo l'inizio. E mentre Amnesty international denuncia il mancato rispetto dei diritti umani, il «nuovo demone» rischia di minare anche la solidità del Pcc.

In Cina rotolano le prime teste, direttamente colpite dal nuovo coronavirus, ora ribattezzato ufficialmente dagli esperti Sars-CoV-2 (una nuova Sars, insomma).

Sono quelle dei funzionari locali dell’onnipotente Partito comunista cinese dell’Hubei, la regione focolaio del virus letale.

Gli alti papaveri di Pechino li hanno accusati di avere gestito male, anzi malissimo, l’emergenza. Un’emergenza che lo stesso presidente Xi Jinping ha paragonato a quella causata dal disastro di Chernobyl.

PECHINO HA PUNITO I FUNZIONARI DELL’HUBEI

Come sempre in questi casi è stato il Quotidiano del popolo – organo del Partito – a dare la notizia della caduta in disgrazia di Zhang Jin, segretario della commissione Santità di Hubei, e di Liu Yingzi, direttore della commissione, rimossi dal loro incarico dal comitato permanente del Partito comunista della provincia. Al loro posto è subentrato il numero due della commissione sanitaria nazionale cinese, Wang Hesheng, molto vicino a Xi Jinping che la scorsa settimana lo aveva nominato membro del Comitato centrale provinciale del Partito.

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In Cina, in realtà, quando si dice che “le teste rotolano”, l’immagine rischia di non restare soltanto una metafora, visto che capita spesso che i funzionari del Pcc caduti nella polvere, spesso da un giorno all’altro, si ritrovino presto o tardi in ginocchio davanti al boia e poi con una pallottola nella nuca. Non è per nulla infrequente, infatti, che a loro carico i solerti giudici a Pechino trovino qualche capo d’imputazione, uno almeno tra i tanti che prevedono la pena capitale. In Cina, si sa, il boia non va mai in ferie.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Ce lo ricorda ancora una volta Amnesty International che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme diritti umani in Cina come conseguenza delle misure straordinarie e draconiane messe in atto dal governo, nel tentativo di circoscrivere l’epidemia e vincere la battaglia contro il virus. Ribattezzato anche «il nuovo demone» dal presidente-a-vita Xi al quale il disastro in cui rischia di sprofondare il suo Paese, il suo Partito e forse egli stesso, invece che togliere il sonno sembra piuttosto stimolare una certa vena creativa nell’inventare definizioni sempre nuove del microscopico nemico.

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Commentando l’ulteriore stretta alle libertà fondamentali di stampa e di espressione, già più che precarie e ora ulteriormente colpite dall’epidemia, il direttore di Amnesty International per l’Asia, Nicholas Bequelin, ha parlato senza mezzi termini di «fallimento dei diritti umani». Riferendosi alla tragica storia del medico Li Wenliang, che per primo cercò di mettere in guardia la Cina e il mondo sullo scoppio dell’epidemia del coronavirus finendo per essere fermato dalle autorità e poi riabilitato divenendo eroe, Bequelin ha detto: «Nessuno dovrebbe essere minacciato o sanzionato per aver denunciato un pericolo per la salute pubblica solo perché ciò potrebbe mettere in imbarazzo le autorità. La Cina apprenda questa lezione e, nel combattere l’epidemia, adotti un approccio basato sui diritti umani».

L’EPIDEMIA METTE A RISCHIO I DIRITTI UMANI

Gli appelli di Amnesty rischiano però ancora una volta di cadere nel vuoto in un Paese come la Cina dove le preoccupazioni che il governo possa approfittare della situazione per aumentare ulteriormente la stretta autoritaria e totalitaria sembrano più che condivisibili. Approfondendo tutti i rischi legati al momento drammatico che sta attraversando il Paese, il direttore di Amnesty per l’Asia ha dichiarato: «Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l’epidemia da coronavirus». «Durante un’epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità» ha insistito. «Sebbene l’Organizzazione mondiale della Sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà», ha concluso il responsabile di Amnesty, «è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica». Del resto Xi Jinping e i suoi, assisi al vertice di quel Partito Comunista che da ormai più di 70 anni governa con mano decisa e pugno di ferro l’antico Regno di Mezzo, sanno molto bene che su questo virus rischiano di giocarsi tutto: la loro credibilità nei confronti del popolo cinese e la stessa legittimità del loro potere assoluto. 

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Come ha correttamente notato l’autorevole opinionista Wang Xiangwei sul quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, «ciò che Xi teme di più è che la Cina si rivolti contro il Partito Comunista. Non sono solo le vite, la salute e l’economia dei cinesi a essere minacciate dalla malattia mortale. Anche il sistema di regole centralizzato autoritario della Cina lo è».

IL NEMICO INVISIBILE CHE MINA LA SOLIDITÀ DEL PARTITO

In altre parole, possiamo dire che l’attuale crisi potrebbe minacciare il dominio del partito, ed erodere la fiducia del popolo nel sistema centralizzato autoritario sul quale i leader cinesi hanno fondato la loro credibilità per costruire la seconda economia più grande nel mondo. Ciò che preoccupa maggiormente i burocrati di Pechino è proprio che l’epidemia, e l’iniziale insabbiamento da parte dei funzionari locali, possano indurre i cinesi a dirigere la loro rabbia verso il sistema centralizzato autoritario del partito. Da quando Xi è salito al potere alla fine del 2012, il massiccio apparato di propaganda ha esaltato la retorica secondo cui la dittatura del partito ha reso la Cina forte economicamente, militarmente e tecnologicamente esibendo, come in un grande e ininterrotto spot pubblicitario di se stesso, i treni ad alta velocità, le applicazioni all’avanguardia dell’intelligenza artificiale, le ambizioni spaziali e le nuove portaerei, nonché il grandioso progetto della Nuova via della Seta che promette trilioni di yuan per lo sviluppo di infrastrutture dall’Asia all’Europa all’Africa. Ora tutto questo rischia di venire messo seriamente in crisi e forse distrutto da un minuscolo e invisibile virus. Letale non solo per il numero di vite umane che sta reclamando, ma per lo stesso Partito Comunista cinese.

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Cari ex compagni, è il momento di riabilitare Craxi

Il leader socialista era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva con una visione che tuttora è legittimo non condividere. Ma sarebbe un gesto esemplare chiedere rispetto per la sua figura. E se Davigo non è d’accordo, pazienza.

Fra qualche settimana, comunque all’inizio del nuovo anno, vedremo nelle sale il film di Gianni Amelio dedicato a Bettino Craxi.

Chi l’ha visto ne parla molto bene ed elogia l’interpretazione di Pierfrancesco Favino, già straordinario interprete di tanti film, fra cui Il Traditore di Marco Bellocchio che racconta la storia di Masino Buscetta.

Fra qualche mese è anche l‘anniversario, 20 anni, della morte di Craxi quindi è normale e positivo che alcuni organi di stampa, in primo luogo il Corriere della Sera se ne occupino, diffusamente. Il Corriere lo ha fatto ieri con un articolo di Pigi Battista e un dibattito fra storici, Giovanni Scirocco, Silvio PonsRoberto Chiarini. Chi ha letto questi testi ha trovato sicuramente riflessioni di grande interesse.

IL DIBATTITO PIENO DI LUOGHI COMUNI SU CRAXI

C’è un doppio tema che accende la discussione sulla figura di Craxi ed è da un lato la sua demonizzazione criminale e dall’altro, non slegato da esso, il riproporsi delle ragioni della contrapposizione fra Craxi e il Pci e ancora oggi fra il socialismo che si richiama al suo leader e i post comunisti.

La riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni

È una discussione difficile, ancora piena di acrimonie, di luoghi comuni, di incapacità di guardare lontano, sia all’indietro, sia, soprattutto, davanti. Ovviamente non è possibile un giudizio definitivo che metta pace fra i contraddittori. Per tanti Craxi resta un innovatore vittima del giustizialismo, per altri il simbolo della corruzione della politica. Né è facile rasserenare gli animi fra la componente comunista e quella socialista che negli anni di Craxi e Berlinguer si divisero in modo irrevocabile.

PER LA SINISTRA LA SOCIALDEMOCRAZIA ERA L’UNICA PROSPETTIVA

La beffa della storia è che oggi molte di quelle ragioni di divisione sono irrilevanti. La socialdemocrazia, ancorché cadente, era l’unica prospettiva  per la sinistra di fronte a un comunismo fallimentare  e persino di fronte all’italo-comunismo. È chiaro a tutti che dopo il 2008 si è fatta strada l’idea socialista che non c’è salvezza fuori da una logica che porti la sinistra a fare a cazzotti con il capitalismo (idea di Lombardi) senza aspirare alla fuoriuscita.

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È chiaro davanti a noi che la riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni che sembra destinata a grandi successi elettorali. Infine, come dato saliente e clamoroso, appare sempre più chiaro che nella lettura ex post delle vicende che portarono l’Italia al fascismo una  responsabilità cade sulla testa dei comunisti che si scissero dal Psi. Quella scissione è storicamente spiegabile ma oggi nessuno che si dica comunista la farebbe.

CRAXI NON È UNA PAGINA DI STORIA CRIMINALE

Craxi in questo contesto che cosa è stato? Non è stato il malandrino politico che ha preso il potere. Prima e dopo di lui altre figure meritano questa definizione, soprattutto in questi anni recenti. Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito come pochi la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni. È stato un leader socialdemocratico occidentale, più encomiabile per aver accettato dal cancelliere Helmut Schmidt la proposta di mettere i missili di quando venne elogiato per aver consentito a Sigonella di impedire l’arresto di terroristi palestinesi. Comunque ognuno la pensi come vuole.

Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni

Il tema di oggi non è la classifica dei meriti e dei demeriti. Il tema di oggi è che dobbiamo farla finita con questa discussione primordiale e primitiva. Craxi non è un pezzo di storia criminale. Questo giudizio non riguarda solo lui, riguarda l’intera Prima Repubblica. La vittoria del “mostri” che da anni invadono le stanze del potere nasce dall’aver accettato questa lettura della storia italiana.

IL GIUSTIZIALISMO NON HA GRANDI PADRI

I magistrati sono diventati storici, maestri di morale, leader di massa. Prevalentemente sono gli stessi che hanno tradito Giovanni Falcone quando aspirava a diventare, legittimamente, capo della Procura antimafia. Il giustizialismo non ha grandi padri. Non lo era Falcone, basta leggere tutti i suoi scritti, non lo era neppure Paolo Borsellino, uomo d’ordine ma non uomo da guerra civile strisciante.

LE DUE IDEE SBAGLIATE DEGLI EX COMUNISTI

Gli ex comunisti hanno pensato due idee sbagliate. Ne hanno, ne abbiamo avute tante, ma le prime due sono queste: l’idea che la fine del comunismo fosse anche merito nostro e fosse una gioia e che la fine di Craxi liberasse il campo dal nemico interno. Il comunismo è caduto malgrado i comunisti italiani, che erano cosa diversa ma che non avevano mai intaccato quel sistema.

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Craxi era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva, con una visione che è legittimo tuttora non condividere. È per questo che io penso che che un gesto esemplare che riguardi la “riabilitazione” sia Craxi sia necessario. Immagino che alcuni dirigenti ex Pci scrivano un breve documento e dicano che Craxi era un nostro compagno da cui abbiamo dissentito ma che chiediamo a tutti di rispettare e ammirare per le sue idee. Se Davigo non è d’accordo, chissenefrega.

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La memoria corta degli ex comunisti italiani

In occasione della caduta del Muro di Berlino in molti ex si sono affannati a prendere le distanze con il loro passato. Ed è questo sentimento di vergogna una delle cause delle sconfitte della sinistra di oggi.

L’anniversario della caduta del Muro di Berlino è stato ricordato con articoli, interviste, speciali televisivi (ottimo quello di Ezio Mauro), confessioni di dirigenti del Pci e testimonianze varie. Tutti protagonisti, todos caballeros.

Accade, non so se solo in Italia, che i grandi fatti storici abbiamo ormai numerosi personaggi che rivelano di aver svolto ruoli che nell’anniversario dell’evento nessuno aveva preso in considerazione. Capita così di leggere che moltissimi italiani, e fra questi moltissimi comunisti, abbiano abbattuto il Muro assieme a quei poveri disgraziati di Berlino Est.

Mi capita spesso anche di ascoltare racconti sulla politica del Pci e su l’Unità di chi sostiene di aver vissuto da protagonista quelle pagine ed io (che c’ero) non mi ricordo della loro esistenza o soprattutto del loro ruolo. Stranezze!

C’È ANCORA CHI CONFONDE IL PCI CON IL COMUNISMO DELL’EST

Due cose mi colpiscono di questi racconti. Una è la prosopopea di intellettuali e giornalisti di destra, spesso con un netto profilo fascista, che sono saliti in cattedra come maestri di libertà. L’altro è l’imbarazzo dei comunisti, ex o post. Mi interessano questi ultimi.

Molti oggi sembrano non capire perché sono stati comunisti e si affannano o a negare di esserlo stati ovvero a pentirsi di aver fatto questa scelta di vita

Si coglie, leggendo interviste e memorie, che tutti loro (tranne ovviamente quelli che non hanno cambiato idea) non capiscono perché sono stati comunisti e si affannano o a negare di esserlo stati ovvero a pentirsi di aver fatto questa scelta di vita, talvolta giovanile. Ci sono pezzi di verità in queste imbarazzanti ricostruzioni autobiografiche. Una delle verità è che il comunismo italiano non era la fotocopia di quello dell’Est, cosa che sanno tutti tranne Matteo Salvini, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Ce ne siamo fatti una ragione. Tuttavia resta il buco nell’anima di chi si ritrova con una biografia di cui oggi si imbarazza. A me non è capitato.

IL PCI È STATA UNO SCUOLA POLITICA E DI VITA

Io sono stato comunista e comunista nel Pci. Ho anche avuto un breve trascorso nel Psiup, militando in una segreteria nazionale dei giovani in cui c’erano Mauro Rostagno, Luigi Bobbio e Pietro Marcenaro, e da quel partito ne sono uscito dopo i carri armati di Praga che i dirigenti pisuppini non criticavano abbastanza. L’intera mia vita di cittadino ha coinciso con quella del mio partito, quando decisi, adolescente, che era arrivato il momento di schierarmi con la sinistra e formarmi, da solo, alla cultura marxista e leninista. Metto la “e” e non il trattino.

Alcuni momenti della ‘Festa de l’Unità’ di Firenze nell’edizione del 1948.

Nessuno mi ha ingannato, come sembrano dire molti comunisti pentiti di oggi, e tornassi indietro farei le stesse cose, più o meno. Diventai comunista perché al Sud l’alternativa era la destra neofascista, aggressivissima, e l’altra alternativa era la “clientela” democristiana, ma soprattutto perché il comunismo e il suo partito sembravano il luogo e il mezzo del riscatto. Mi/ci muoveva l’ansia per una società diversa, egualitaria, solidale e internazionalista.

Nel Pci ho imparato a essere un cittadino rispettoso della Costituzione e delle legalità

Non c’è una sola battaglia, un solo sciopero, un solo corteo che non rifarei. Nessuno dei miei compagni e compagne dell’epoca è stato un incontro inutile. Nel Pci ho imparato a essere un cittadino rispettoso della Costituzione e delle legalità. Ho imparato anche che per lasciare libere le ambizioni bisognava anche disciplinarsi e tener conto degli altri. Ho imparato a obbedire e comandare. A provare la gioia della promozione e l’amarezza della caduta. Ho imparato che in questa gara per diventare dirigente era fondamentale studiare molto e non aver paura, fisicamente, di niente.

I COMUNISTI ITALIANI NON SI SENTIVANO STRANIERI IN PATRIA

Non butto via niente di quel passato. Tutto ciò non è avvenuto per una “fede”. Non siamo stati un gruppo neo-catacumenale. La fidelizzazione verso il partito era molto laica. Lo rispettavamo, era casa nostra e questo partito, a differenza di quello che accadeva ai ragazzi di destra, non ci spingeva a considerarci estranei alla nostra patria rinata con la Liberazione e la Costituzione. Quando il partito ci impose di mettere sempre accanto alla bandiera rossa quella italiana, pochissimi di noi recalcitrono.

Enrico Berlinguer nel 1984 durante una manifestazione del Pci.

Siamo cresciuti, noi che fummo poi quelli del ’68, avendo di fronte un gruppo dirigente comunista ineguagliabile, con intellettuali-politici di straordinaria cultura (ascoltare Paolo Bufalini, Alessandro Natta: che vi siete persi!), persone che stavano in mezzo al popolo e ti giudicavano in base al fatto che anche tu sapevi stare lì. E poi il carisma inspiegabile di Enrico Berlinguer, che era forse un gradino al di sotto di Giorgio Amendola e Pietro Ingrao sul piano della profondità culturale, ma rappresentava i valori di tenacia, generosità, onestà che volevamo fossero le nostre bandiere.

LE SCONFITTE DELLA SINISTRA PARTONO DALLA VERGOGNA VERSO IL PASSATO

Ecco io sono stato comunista. Di che mi dovrei pentire? Posso elencare gli errori del partito (dal legame con l’Urss fino ai pessimi rapporti con Bettino Craxi) ma che cosa c’è oggi che sia superiore a quel che eravamo? La nostra fine è stata una malattia autoprodotta.

Massimo D’Alema con Achille Occhetto e Piero Fassino in un’immagine d’archivio del 3 febbraio 1991 a Rimini, durante il 20/mo e ultimo congresso del Pci, che sarebbe diventato Pds.

Non abbiamo visto che il mondo accelerava, molte cose non le abbiamo percepite, siamo arrivati alla scelta della Bolognina tardi e male. Ma noi ci siamo arrivati. Tanti saccenti di oggi, comunisti pentiti, intellettuali liberali, addirittura “destri” che ci governeranno nel prossimo futuro non hanno mai messo in discussione le proprie certezze, la propria storia come abbiamo fatto noi.

Il popolo comunista non c’è più, il Pd non è la sua ultima ridotta,

Oggi persino dire “noi” è esagerato. Il popolo comunista non c’è più, il Pd non è la sua ultima ridotta, siamo sparsi nella società ma, a modo nostro, ci siamo. Ecco perché ogni volta che vedo un compagno (spesso si tratta solo di maschi) che si ri-pente, che si vergogna di quel che è stato, che raffigura la sua/nostra storia secondo categorie ridicole (una chiesa, una struttura autoritaria, un mondo di conservatori) capisco le ragioni delle sconfitte di oggi e domani. Mi chiedo solo come sia potuto succedere che un partito che ha avuto alcuni milioni di iscritti e oltre una decina di milioni di voti sia stato così affollato di idioti che erano capitati lì per caso.

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