Batterio killer e morti sospette, l’ospedale di Eboli diventa un lazzaretto

Di Erika Noschese

Un vero e proprio sterminio quello che si starebbe verificando all’ospedale di Eboli a causa di un batterio killer incurabile che ha colonizzato tutto l’ospedale. A denunciarlo N. marito della figlia di un paziente ricoverato presso il nosocomio locale, morto a causa di un’infezione ospedaliera da Acinetobacter baumannii, il batterio killer incurabile che avrebbe colonizzato tutto l’ospedale, provocando altre morti, come avrebbero riferito in via confidenziale alcuni medici dell’ospedale. L’uomo era ricoverato presso il nosocomio di Eboli dallo scorso 11 agosto, a causa di una frattura che avrebbe provocato una serie di fatture. A causa dell’emergenza coronavirus ai familiari dei pazienti è ancora vietato l’accesso al nosocomio ma quotidianamente il primario del reparto di rianimazione aggiornava la figlia sulle condizioni di salute del padre, telefonicamente. Pochi giorni e la situazione precipita. Eppure, solo poche ore prima della morte, circa 36, il primario del reparto di rianimazione avrebbe rassicurato la figlia dicendo che si trattava di una infezione intestinale che si è allargata al sangue e che era fiducioso, tutto sarebbe andato per il meglio. a cercare di ricostruire quanto realmente accaduto e dare una spiegazione familiari dell’uomo sarebbero stati i medici del Cotugno che, attraverso la lettura della cartella clinica, sarebbero risaliti alla causa del decesso. Ma c’è di più: proprio i medici del nosocomio di Napoli avrebbero confermato alla famiglia che l’uomo era in coma da diversi giorni, dopo che il virus aveva letteralmente mangiato una parte del cervello, fegato, polmoni. Il tutto senza che la famiglia fosse aggiornata. “Già sapeva invece il primario, da tre giorni, di aver davanti l’ennesimo caso di infezione ambientale killer del suo reparto e da li a poche ore l’ennesima morte”, ha dichiarato l’uomo che ha già provveduto a sporgere regolare denuncia agli organi competenti e sollecitare il primo cittadino per provare a far luce su quanto accade all’ospedale di Eboli. “Abbiamo anche le registrazioni di qualche medico che sottovoce ci dice di non poterne più di avere a che fare con tante morti ingiuste oltre ad altre telefonate del primario”, ha aggiunto il genero della vittima.
La situazione è precipitata belle ultime settimane, quando si è reso necessario il trasferimento il Cotugno di Napoli dove l’uomo è morto 40 minuti dopo il ricovero. “Non ho mai visto una cosa del genere,  un corpo ridotto così di un paziente che viene da un altro ospedale, sembra qualcuno trovato per strada.  Dalle lesioni infettive cerebrali, polmonari, renali ed epatiche era già in come da almeno 7 giorni!”, avrebbe detto il medico del Cotugno ai familiari della vittima che ora chiedono di conoscere la verità e di accettare eventuali responsabilità.

Consiglia

Contagiati da Covid-19 più di 2.600 medici e operatori sanitari

Rappresentano l'8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe. Sala: «Trovo inaccettabile che non venga fatto loro il tampone».

Sempre più medici e operatori sanitari contraggono il Covid-19. Il numero dei contagiati è salito a 2.629, l’8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe aggiornata al 17 marzo 2020 su dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo ha reso noto in un tweet il presidente Gimbe Nino Cartabellotta.

Il «numero di operatori sanitari infetti», ribadisce Cartabellotta all’Ansa, «è enorme. L’8,3% dei casi totali è una percentuale più che doppia rispetto alla Cina». Per questo sono necessari in tutta Italia «dispositivi di protezione adeguati».

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Gli operatori sanitari, aggiunge il presidente Gimbe, «devono essere protetti al meglio per proteggere se stessi e per poter svolgere il loro lavoro in massima sicurezza». E proprio mercoledì si è registrata un’altra vittima tra i medici di famiglia: si è spento Marcello Natali, segretario della federazione di medici di Medicina Generale di Lodi. Aveva 57 anni e non aveva particolari patologie pregresse.

SALA: «INACCETTABILE CHE NON VENGA FATTO TAMPONE»

Un appello per una maggiore tutela del personale sanitario arriva anche dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. «Trovo inaccettabile che ai medici, al personale sanitario, ai medici di base non venga fatto il tampone», ha ribadito nel video quotidiano postato sui social il primo cittadini. «Lo trovo francamente inaccettabile da parte della nostra sanità».

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Il caso di Elena Casetto e la psichiatria che ha dimenticato Basaglia

È morta carbonizzata durante un incendio in ospedale perché era legata al letto, metodo di coercizione violento e spesso inutile. Ma questa è solo la punta dell'iceberg di un sistema che sta collassando.

Qualche giorno prima di ferragosto, mentre mi divertivo al mare con gli amici, Elena Casetto, diciannove anni, moriva carbonizzata in un incendio nel reparto di psichiatria di Bergamo, la mia città natale. Pare ormai accertato che le fiamme siano partite proprio dalla stanza in cui la ragazza era stata sedata e «contenuta». «Contenuta». Il linguaggio psichiatrico è sempre così squisitamente politically correct. Noi che invece non lo siamo o perlomeno cerchiamo di non esserlo, preferiamo scrivere che a Elena, a fronte – scrive la stampa – di un forte stato di agitazione – sono stati somministrati dei sedativi ed è stata legata al letto.

Quando è scattato l’allarme antincendio, nel rispetto delle procedure di evacuazione, gli infermieri hanno aperto la porta della sua stanza per portarla in salvo ma, nonostante l’uso dell’estintore, non è stato possibile raggiungerla in tempo. Sembra che la giovane avesse con sé un accendino. L’Azienda sanitaria ha parlato di suicidio. Un’altra possibilità, si legge sulla stampa locale, è che abbia usato l’accendino per liberarsi dalle fasce di contenzione.

Ora il pubblico ministero sta indagando per capire la dinamica dei fatti e stabilire le responsabilità. Ai fini della nostra riflessione poco importa comprendere ciò che ha causato il divampare dell’incendio perché la tragedia ha avuto inizio molto prima del dilagare delle fiamme. Perché nel terzo millennio scegliamo ancora di usare la pratica aberrante e profondamente inumana di legare una persona che sta male? La sofferenza si accoglie e si gestisce, non si imbavaglia.

LA LEZIONE DI BASAGLIA SEMBRA ESSERE DIMENTICATA

Senza paura di abbandonare il politically correct esplicitiamolo una volta per tutte: legare una persona ad un letto è commettere deliberatamente una violenza. Senza se e senza ma. E giustificare questo crimine con la teoria della pericolosità per se stessi e per gli altri è una scusa abusata in ambito medico ed è ora di tacciarla pubblicamente come inammissibile. Non perché non sia vero il fatto che a volte l’essere umano possa compiere azioni potenzialmente nocive contro di sé e/o i suoi simili ma in quanto immobilizzare una persona contro la sua volontà può portare a conseguenze altrettanto devastanti. E la drammatica morte di Elena ne è solo un esempio: forse, se avesse avuto mani e piedi liberi dai legacci, avrebbe potuto salvarsi.

Basaglia e tutto il movimento politico e culturale che l’ha accompagnato hanno reso visibili le terribili conseguenze di un trattamento spacciato come scientifico ma che in realtà era puro abuso di potere

Ma che la storia non insegna l’aveva già capito Manzoni due secoli fa. Non è poi trascorso molto tempo dagli orrori praticati nei manicomi. In Italia li abbiamo chiusi poco più di quarant’anni fa. Liberando quelli che io chiamo “matti”, Basaglia e tutto il movimento politico e culturale che l’ha accompagnato (ricordiamo lui ma sono stati molti quelli che hanno creduto e praticato una diversa presa in carico dei “pazienti psichiatrici”, come sono definiti dal modello medico) hanno anche reso visibili agli occhi di tutti le terribili conseguenze di un trattamento spacciato come scientifico ma che in realtà era puro abuso di potere su persone spesso ai margini della società perché ritenute devianti. Letti di contenzione, gabbie, elettroshock. E anche coercizioni più sottili ma altrettanto lesive della dignità umana.

LA REGOLAMENTAZIONE DEI CASI PSICHATRICI È ANCORA LACUNOSA

Non ricordiamo niente? Evidentemente no, è finito tutto nel calderone dell’oblio. Ma ci sono anche tragedie più recenti, persone morte “di contenzione fisica” nel nuovo millennio. La regolamentazione a livello legale di questo metodo di coercizione dopo la chiusura dei manicomi è molto complessa, lacunosa e affidata soprattutto a una serie di pronunce della Corte di Cassazione e ai codici deontologici di alcune professioni.

Per farci un’idea il nuovo codice deontologico delle professioni infermieristiche (Fnopi, 2019) stabilisce che: «L’Infermiere riconosce che la contenzione non è atto terapeutico. Essa ha esclusivamente carattere cautelare di natura eccezionale e temporanea […]». Dovrebbe quindi essere usata solo come extrema ratio e «[…] monitorata nel corso del tempo […]» ma chissà se davvero succede così nei reparti di psichiatria.

Affrontare l’argomento è urgente ma la contenzione fisica è solo la punta dell’iceberg di un sistema

A questo delicato tema sarà dedicato un incontro organizzato dall’Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale Lombardia e il Forum delle Associazioni per la Salute Mentale di Bergamo che si terrà nella città lombarda il prossimo 13 febbraio. Affrontare l’argomento è urgente ma la contenzione fisica è solo la punta dell’iceberg di un sistema di presa in carico degli utenti dei servizi di salute mentale che davvero sembra andare in fiamme.

L’ABUSO DI PSICOFARMACI, NUOVO METODO DI COERCIZIONE

Le nuove camicie di forza della psichiatria sono gli psicofarmaci di cui spessissimo in ambito psichiatrico si abusa non senza conseguenze sulla salute di chi li assume. Penso – e con me un’intera corrente di medici che abbraccia i principi dell’antipsichiatria – che gli psicofarmaci dovrebbero essere utilizzati con parsimonia, solo nelle situazioni emergenziali e con l’obiettivo di farne un uso temporaneo. Questo perché possono creare dipendenza, assuefazione e molti altri effetti collaterali, primo tra tutti l’annichilimento di chi li assume. Invece spesso ne viene fatto un uso spropositato. Perché? Il motivo è che vengono usati come tampone per sedare momentaneamente la sofferenza delle persone.

E morta perché legata al letto durante un incendio, metodo di coercizione violento e spesso inutile. Ma questa è solo la punta dell'iceberg di un sistema che sta collassando.

Ma viene anche utilizzato per nascondere le falle di un sistema – in generale quello sanitario e nello specifico quello relativo alla salute mentale – che sta inesorabilmente collassando. Se è vero infatti che l’uso della coercizione – fisica o farmacologica che sia – ha una forte matrice culturale, è altrettanto innegabile che le strutture socio-sanitarie ospedaliere e residenziali abbiano oggi carenze strutturali e gestionali spaventose. Manca il personale che dovrebbe prendere in carico gli utenti e i pochi operatori rimasti – che siano infermieri, Oss o educatori, sono costretti a fare turni di lavoro massacranti. È ovvio che in queste condizioni disastrose chi lavora in trincea si trova a dover gestire una situazione di emergenza costante e gli unici interventi possibili sono appunto di tipo contenitivo.

OPERATORI IN CARENZA DI ORGANICO COSTRETTI A TURNI MASSACRANTI

Nicola Draoli, consigliere della Federazione nazionale degli infermieri dichiara che in Italia mancano dai 50 ai 70 mila infermieri su un organico di 450 mila. Un amico lavora come operatore socio-sanitario in una comunità per utenti di sesso maschile del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste. Mi racconta che negli ultimi anni lui e i suoi colleghi sono costretti a turni di lavoro pesantissimi (e si tratta di un lavoro psicologicamente e, spesso anche fisicamente, molto impegnativo) a causa di riduzioni del personale. Inoltre – mi spiega – anche la composizione degli ospiti è cambiata. Alcuni sono deceduti, altri invecchiando sono diventati sedentari. Utenti più giovani sono subentrati a riempire i posti vacanti ma la scarsità del personale non consente più di pianificare attività ad hoc per loro.

Il numero degli operatori è quasi sempre insufficiente per permettere ai pazienti di uscire all’aria aperta

Avrebbero bisogno di uscire dalla struttura – e chi sarebbe contento di trascorrere intere giornate in casa – ma il numero degli operatori è quasi sempre insufficiente per permetterlo (dovendo essere comunque sempre accompagnati da un professionista) quindi spesso rimangono in comunità con gli altri. Uno di loro ha spesso crisi violente: voi pensate che non sia normale, essendo costretto a stare rinchiuso in casa per giornate intere di seguito? Tale è la situazione. Ma ovviamente, in questo come in molti altri casi, è molto più comodo definire “da psichiatria” degli esseri umani piuttosto che riconoscere la follia dell’istituzione psichiatrica.

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I Pronto soccorso rischiano lo stop: mancano 2 mila medici

Secondo una valutazione del Simeu nei prossimi anni i turni nei reparti di emergenza degli ospedali potrebbero saltare. Sul piatto una maggiore integrazione degli specializzandi nelle attività d'urgenza.

I Pronto soccorso (Ps), dal Nord al Sud, «sono a rischio chiusura: i medici mancanti sono ormai oltre 2.000 e non si riescono più a coprire i turni». A lanciare l’allarme è stato il presidente della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu), Francesco Rocco Pugliese che, con un documento firmato da 200 direttori di Ps, ha lanciato una proposta «urgente per tamponare i prossimi 5 anni»: assumere medici non specialisti, anche neo-laureati, da iscrivere però contemporaneamente in sovrannumero alle Scuole di specializzazione in Medicina d’urgenza.

IL PIANO PER INTEGRARE GLI SPECIALIZZANDI

Il documento dell’Accademia dei direttori Simeu è indirizzato in primis al capo dello Stato Sergio Mattarella ed al ministro della Salute Roberto Speranza. La prima proposta «per evitare l’esplosione del sistema», si legge nel documento presentato il 15 novembre in un incontro al Senato, è proprio l’introduzione dell’«ospedale d’insegnamento»: ovvero prevedere l’assunzione temporanea nei Pronto Soccorso di medici non specialisti, anche neo-laureati, o con una specializzazione diversa, da iscrivere contestualmente in sovrannumero alle scuole di specializzazione di Medicina di emergenza. La loro formazione avverrebbe per la parte pratica nei dipartimenti d’emergenza, integrata poi dalla formazione teorica nelle sedi universitarie.

In questa maniera, ha sottolineato Pugliese, «si ovvierebbe in tempi rapidi alla drammatica carenza di medici nei Pronto Soccorso, con un provvedimento che consentirebbe nell’arco dei prossimi cinque anni di comporre i futuri organici di Ps con soli specialisti in Medicina d’emergenza urgenza». Tali medici sarebbero destinati nell’immediato, ha chiearito il documento, «alla gestione di pazienti con codice a minore priorità ed eseguirebbero la formazione pratica sul campo sotto la supervisione dei direttori». Non si tratta di «dequalificare i medici d’urgenza ma è necessario tamponare l’emergenza. La nostra è una proposta urgentissima, una misura-tampone temporanea ed eccezionale».

LE ALTRE PROPOSTE: POSTI LETTO, DIFESA DALLE AGGRESSIONI E RISORSE

La Simeu ha chiesto anche di «risolvere le carenze strutturali e organizzative», a partire dalla previsione di un numero congruo di posti letto, e di intervenire sul «grave disagio lavorativo cui sono sottoposti i medici d’urgenza, e che rende poco attrattiva questa professione». Ciò anche intervenendo decisamente contro il fenomeno delle aggressioni sul luogo di lavoro e prevedendo una valorizzazione economica del lavoro in Emergenza. L’obiettivo, ha concluso Pugliese, è pure «arrestare l’attuale fuga dai Ps di professionisti preziosi e difficilmente sostituibili».

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Cosa sono le case della salute e perché funzionano

Ospedali riconvertiti, ma non solo. Offrono strutture alternative a quelle del servizio pubblico. Riducendo accessi al pronto soccorso e ricoveri. In attesa di una riforma, ecco a chi (e a quali patologie) servono questi punti di assistenza.

Spesso sono ospedali riconvertiti, ma non solo. Le case della salute, previste in via sperimentale dal decreto del ministero del 10 luglio 2007 e poi implementate da molte Regioni, stanno diventando un punto di riferimento in tutto il territorio nazionale. Ed è una buona notizia, dal momento che il servizio pubblico continua a perdere strutture e ospedali. Solo nel 2018 si sono perse almeno 91 strutture di ricovero, pari al 6% del totale. Conforta sapere che il Lazio, con 20 case attivate (l’ultima nata a settembre all’interno dello storico presidio di Trastevere annesso all’antichissima Chiesa di San Cosimato) ha raggiunto 1,8 milioni di prestazioni totali nel primo semestre del 2019, in crescita del 5,3% rispetto a quelle eseguite nel primo semestre del 2018. In particolare sono in crescita i dati delle strutture nella Asl Roma 2. Il governatore Nicola Zingaretti e la sua Giunta ne avevano annunciate 48, ma al momento non si parla di nuove strutture. Il Sud laziale è il territorio più penalizzato nonostante sia prevista la trasformazione di 11 punti di primo intervento, sette dei quali in provincia di Latina, in punti di erogazione di assistenza primaria entro il 31 dicembre 2019.

PRESIDI SPARSI IN TUTTE LE REGIONI ITALIANE

Al momento la Regione Lazio ha preferito concentrare le risorse sulle case esistenti e i risultati sembrano darle ragione. Questo dato permette di allargare l’orizzonte ad altre regioni. In Toscana l’obiettivo è arrivare a una casa della salute per aggregazione funzionale di 10 medici ogni 30 mila abitanti, che offra servizi infermieristici e diagnostica di primo livello. In Umbria accanto a una trentina di centri di salute in zone spopolate, le case della salute, intese come ospedali pubblici riconvertiti, sono funzionanti a Marsciano e a Trevi. In Calabria sono finanziate sei case su otto in progetto; in Piemonte ne sono operative una sessantina, di cui 25 in provincia di Torino. Le Marche hanno un crono-programma che dovrebbe essere avviato dal 2020 e portato a regime entro un paio di anni, in Lombardia molti pazienti coinvolti nel piano cronicità fanno teoricamente capo ai Presst, i presidi socio sanitari territoriali: poliambulatori per visite, esami e terapie più semplici, che evitano il ricorso all’ospedale.

IMPATTO SUI “CODICI BIANCHI”

In Emilia-Romagna esistono 70 strutture suddivise in tre livelli a seconda della grandezza e dei servizi e sono già un punto di riferimento per un quarto della popolazione. L’obiettivo è arrivare a circa 120 case e coprire tutto il territorio regionale. E proprio dall’assessorato regionale alla Salute è arrivata una conferma: le case della salute funzionano. È stato infatti somministrato un questionario in 64 strutture, escluse quelle dei Comuni capoluogo di provincia, attive da almeno nove mesi nel periodo dal 2009 al 2016. Le risposte hanno fatto segnare un calo dal 40 a 60% di accessi al pronto soccorso in 14 centri, dal 50 al 20% in 26 e dal 20 al 12% in altri 14 località. In media, dove c’è una casa della salute, si riducono del 21,1% gli accessi al pronto soccorso per cause che non richiedevano un intervento urgente, i cosiddetti “codici bianchi”. Percentuale che ha sfiorato il 30% quando il medico di medicina generale opera all’interno della casa. E calano contemporaneamente (-3,6%) i ricoveri ospedalieri per le patologie trattabili a livello ambulatoriale, come diabete, scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva, polmonite batterica. Anche in questo caso l’effetto è ancora maggiore (-5,5%) se presente il medico di medicina generale. Non solo, perché nei territori serviti dalle case della salute si è intensificata nel tempo (+5,5%) l’assistenza domiciliare al paziente, sia infermieristica sia medica.

FOCUS SOPRATTUTTO SUGLI ANZIANI

Francesco Longo, direttore del Cergas, il Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale dell’Università Bocconi, spiega: «La casa della salute è un investimento infrastrutturale per le Regioni. Le nuove strutture provengono dalla trasformazione di piccoli ospedali arricchiti dalla presenza del medico di famiglia e dell’infermiere territoriale a lui riferito, o di personale ad hoc per le cure domiciliari. I loro obiettivi sono eterogenei per ora. La mission principale, al momento, riguarda case orientate più sugli anziani e sulla home-care con letti per subacuti e postacuti o di hospice, con l’obiettivo prevalente di evitare ricoveri impropri di anziani. Spesso queste case insistono su un territorio isolato che non ha una popolazione residente sufficiente per un ospedale, dal quale dista in media 20 chilometri o più. Una seconda funzione è orientata a gestire patologie croniche leggere come diabete, ipertensione, o di media entità come scompenso e Bpco. Ad affrontarle, non ci sono solo medici di famiglia ma anche specialisti che, per esempio, una volta ogni 15 giorni effettuano visite dedicate per patologia».

QUANDO UNA GRANDE RIFORMA?

Quale può essere il futuro delle case della salute? I tanti governi che si sono succeduti hanno spesso parlato di una grande riforma della medicina del territorio da attuare, sia per reperire nuove risorse sia per aiutare molti ospedali che sono al collasso in particolare nei pronto soccorso. Mai nessuno però ha preso concretamente a cuore la vicenda. Si chiede da più parti, non ultima la Fondazione Gimbe, la creazione di un sistema di cure intermedie, assistenza domiciliare, hospice, e un sistema socio sanitario integrato. Laddove le case della salute funzionano è perché i cittadini trovano soddisfatti i loro bisogni e in quel luogo trovano le risposte e non si rivolgono al pronto soccorso.

PROBLEMI DI SPESA, SPECIALMENTE AL SUD

Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, dice: «Dobbiamo immaginare degli staff in setting diversi. E poi anche qui c’è un problema di spesa, soprattutto al Sud si spende troppo per l’ospedale, mentre dobbiamo assolutamente investire nelle cure primarie. Auspico nuovi standard per il territorio e credo che sarebbe anche il caso di istituire un Fondo socio sanitario nazionale in modo da mettere ordine alla frammentazione che abbiamo oggi tra i vari livelli istituzionali».

NUOVO PROGETTO IN EMILIA-ROMAGNA

Dai Comuni dell’alta Verbania a Piombino, fino alla Puglia, dove nel giugno 2018 è stato approvato il piano regionale per la creazione di 33 nuovi Pta, i punti territoriali di assistenza, la discussione sulla riorganizzazione territoriale è molto accesa. In Emilia-Romagna è nato da poco il progetto “Romagna salute” che integra i servizi dell’Università di Bologna con quelli delle Asl romagnole e prevede la nascita di nuove case della salute. La strada è avviata, le case della salute sembrano godere di ottima… salute anche per il futuro.

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