Ginecologia e ostetricia, carenza di personale e criticità

di Pina Ferro

Gravi carenze di personale e criticità nei repati di ostetricia e ginecologia dell’ospedal “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno. A chiedere un intervento concreto e, a fare una radiografia della situazione è la Cgil attraverso una nota inviata al commissario straordinario Vincenzo D’Amato, al sub commissario Sanitario Anna Borrelli, al responsabile del Sitra Luigi Memoli, al direttore medico di presidio Angelo Gerbasio. “Spiace dover constatare ancora una volta la grave sottovalutazione della problematica legata alla carenza del personale di comparto assegnato alle strutture di ostetricia e ginecologia”. Si legge nella nota. Le strutture in questione sono dotate di una rooming-in, 3 sale parto ed una sala post- partum – risveglio, un pronto soccorso ostetrico, 2 sale operatorie e due reparti di degenza ostetricia e ginecologia(quest’ultima ha momentaneamente sospeso l’attività). Nella nota la Cgil ha evidenziato che attualmente risultano in servizio 35 unitàche presumibilmente diventeranno 32 nel 2020 per pensionamento; di queste 5 sono esonerate dalla turnazione sulle 24 ore per ragioni legate alle condizioni di salute personali o per motivi familiari, 5 sono assenti per gravidanza/maternitàed infortunio non sostituite. La turnazione sulle 24 ore pertanto viene effettuata da 25 unità. “Le ostetriche sono presenti in tutte le linee di attivita, in collaborazione con ̀ le altre figure di comparto o in forma esclusiva ed in particolare: pronto soccorso ostetrico – circa 25 prestazioni/die – l’unica figura professionale presente è quella 3 ostetriche dal lunedìal venerdì(compatibilmente con congedi per ferie o malattia) e 2 nel fine settimana; ostetricia- (25 posti letto)1 ostetrica per turno h 24; Ginecologia. “Con la riapertura della ginecologia l’unica infermiera presente al rooming-in sarà presumibilmente dislocata in reparto lasciando una sola ostetrica a fronte di una situazione così complessa. Non dovrebbe essere necessario sottolineare gli elementi di criticitàpresenti in questa e nelle altre analoghe situazioni che si verificano nelle diverse linee di attivitàsia rispetto alla sicurezza dei pazienti, sia in ordine alla responsabilitàprofessionale delle operatrici coinvolte. Le infermiere assegnate sono 15 di cui 13 turnanti h 24 e 2 in turno antimeridiano che si occupano della pre-ospedalizzazione, del Gom, del dh per Ivg .Le operatrici socio sanitarie sono 11 di cui 2 a turno fisso( 1 per benefici legge 104 ) e 9 turnanti h 24 che a metàgennaio 2020 diventeranno 8 per 1 pensionamento preceduto da circa 60 giorni di ferie residue”. La situazione non è certamente migliore in sala operatoria. “L’assoluta inadeguatezza del numero di infermieri ha già avuto notevoli ricadute sulle liste di attesa per interventi di elezione a causa del ridotto numero di sedute programmabili, ( numero che nel mese di dicembre si riduce addirittura a 4) e sta creando enormi difficoltà anche per la gestione dell’attivitàdi urgenza”.

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I Pronto soccorso rischiano lo stop: mancano 2 mila medici

Secondo una valutazione del Simeu nei prossimi anni i turni nei reparti di emergenza degli ospedali potrebbero saltare. Sul piatto una maggiore integrazione degli specializzandi nelle attività d'urgenza.

I Pronto soccorso (Ps), dal Nord al Sud, «sono a rischio chiusura: i medici mancanti sono ormai oltre 2.000 e non si riescono più a coprire i turni». A lanciare l’allarme è stato il presidente della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu), Francesco Rocco Pugliese che, con un documento firmato da 200 direttori di Ps, ha lanciato una proposta «urgente per tamponare i prossimi 5 anni»: assumere medici non specialisti, anche neo-laureati, da iscrivere però contemporaneamente in sovrannumero alle Scuole di specializzazione in Medicina d’urgenza.

IL PIANO PER INTEGRARE GLI SPECIALIZZANDI

Il documento dell’Accademia dei direttori Simeu è indirizzato in primis al capo dello Stato Sergio Mattarella ed al ministro della Salute Roberto Speranza. La prima proposta «per evitare l’esplosione del sistema», si legge nel documento presentato il 15 novembre in un incontro al Senato, è proprio l’introduzione dell’«ospedale d’insegnamento»: ovvero prevedere l’assunzione temporanea nei Pronto Soccorso di medici non specialisti, anche neo-laureati, o con una specializzazione diversa, da iscrivere contestualmente in sovrannumero alle scuole di specializzazione di Medicina di emergenza. La loro formazione avverrebbe per la parte pratica nei dipartimenti d’emergenza, integrata poi dalla formazione teorica nelle sedi universitarie.

In questa maniera, ha sottolineato Pugliese, «si ovvierebbe in tempi rapidi alla drammatica carenza di medici nei Pronto Soccorso, con un provvedimento che consentirebbe nell’arco dei prossimi cinque anni di comporre i futuri organici di Ps con soli specialisti in Medicina d’emergenza urgenza». Tali medici sarebbero destinati nell’immediato, ha chiearito il documento, «alla gestione di pazienti con codice a minore priorità ed eseguirebbero la formazione pratica sul campo sotto la supervisione dei direttori». Non si tratta di «dequalificare i medici d’urgenza ma è necessario tamponare l’emergenza. La nostra è una proposta urgentissima, una misura-tampone temporanea ed eccezionale».

LE ALTRE PROPOSTE: POSTI LETTO, DIFESA DALLE AGGRESSIONI E RISORSE

La Simeu ha chiesto anche di «risolvere le carenze strutturali e organizzative», a partire dalla previsione di un numero congruo di posti letto, e di intervenire sul «grave disagio lavorativo cui sono sottoposti i medici d’urgenza, e che rende poco attrattiva questa professione». Ciò anche intervenendo decisamente contro il fenomeno delle aggressioni sul luogo di lavoro e prevedendo una valorizzazione economica del lavoro in Emergenza. L’obiettivo, ha concluso Pugliese, è pure «arrestare l’attuale fuga dai Ps di professionisti preziosi e difficilmente sostituibili».

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Cosa sono le case della salute e perché funzionano

Ospedali riconvertiti, ma non solo. Offrono strutture alternative a quelle del servizio pubblico. Riducendo accessi al pronto soccorso e ricoveri. In attesa di una riforma, ecco a chi (e a quali patologie) servono questi punti di assistenza.

Spesso sono ospedali riconvertiti, ma non solo. Le case della salute, previste in via sperimentale dal decreto del ministero del 10 luglio 2007 e poi implementate da molte Regioni, stanno diventando un punto di riferimento in tutto il territorio nazionale. Ed è una buona notizia, dal momento che il servizio pubblico continua a perdere strutture e ospedali. Solo nel 2018 si sono perse almeno 91 strutture di ricovero, pari al 6% del totale. Conforta sapere che il Lazio, con 20 case attivate (l’ultima nata a settembre all’interno dello storico presidio di Trastevere annesso all’antichissima Chiesa di San Cosimato) ha raggiunto 1,8 milioni di prestazioni totali nel primo semestre del 2019, in crescita del 5,3% rispetto a quelle eseguite nel primo semestre del 2018. In particolare sono in crescita i dati delle strutture nella Asl Roma 2. Il governatore Nicola Zingaretti e la sua Giunta ne avevano annunciate 48, ma al momento non si parla di nuove strutture. Il Sud laziale è il territorio più penalizzato nonostante sia prevista la trasformazione di 11 punti di primo intervento, sette dei quali in provincia di Latina, in punti di erogazione di assistenza primaria entro il 31 dicembre 2019.

PRESIDI SPARSI IN TUTTE LE REGIONI ITALIANE

Al momento la Regione Lazio ha preferito concentrare le risorse sulle case esistenti e i risultati sembrano darle ragione. Questo dato permette di allargare l’orizzonte ad altre regioni. In Toscana l’obiettivo è arrivare a una casa della salute per aggregazione funzionale di 10 medici ogni 30 mila abitanti, che offra servizi infermieristici e diagnostica di primo livello. In Umbria accanto a una trentina di centri di salute in zone spopolate, le case della salute, intese come ospedali pubblici riconvertiti, sono funzionanti a Marsciano e a Trevi. In Calabria sono finanziate sei case su otto in progetto; in Piemonte ne sono operative una sessantina, di cui 25 in provincia di Torino. Le Marche hanno un crono-programma che dovrebbe essere avviato dal 2020 e portato a regime entro un paio di anni, in Lombardia molti pazienti coinvolti nel piano cronicità fanno teoricamente capo ai Presst, i presidi socio sanitari territoriali: poliambulatori per visite, esami e terapie più semplici, che evitano il ricorso all’ospedale.

IMPATTO SUI “CODICI BIANCHI”

In Emilia-Romagna esistono 70 strutture suddivise in tre livelli a seconda della grandezza e dei servizi e sono già un punto di riferimento per un quarto della popolazione. L’obiettivo è arrivare a circa 120 case e coprire tutto il territorio regionale. E proprio dall’assessorato regionale alla Salute è arrivata una conferma: le case della salute funzionano. È stato infatti somministrato un questionario in 64 strutture, escluse quelle dei Comuni capoluogo di provincia, attive da almeno nove mesi nel periodo dal 2009 al 2016. Le risposte hanno fatto segnare un calo dal 40 a 60% di accessi al pronto soccorso in 14 centri, dal 50 al 20% in 26 e dal 20 al 12% in altri 14 località. In media, dove c’è una casa della salute, si riducono del 21,1% gli accessi al pronto soccorso per cause che non richiedevano un intervento urgente, i cosiddetti “codici bianchi”. Percentuale che ha sfiorato il 30% quando il medico di medicina generale opera all’interno della casa. E calano contemporaneamente (-3,6%) i ricoveri ospedalieri per le patologie trattabili a livello ambulatoriale, come diabete, scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva, polmonite batterica. Anche in questo caso l’effetto è ancora maggiore (-5,5%) se presente il medico di medicina generale. Non solo, perché nei territori serviti dalle case della salute si è intensificata nel tempo (+5,5%) l’assistenza domiciliare al paziente, sia infermieristica sia medica.

FOCUS SOPRATTUTTO SUGLI ANZIANI

Francesco Longo, direttore del Cergas, il Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale dell’Università Bocconi, spiega: «La casa della salute è un investimento infrastrutturale per le Regioni. Le nuove strutture provengono dalla trasformazione di piccoli ospedali arricchiti dalla presenza del medico di famiglia e dell’infermiere territoriale a lui riferito, o di personale ad hoc per le cure domiciliari. I loro obiettivi sono eterogenei per ora. La mission principale, al momento, riguarda case orientate più sugli anziani e sulla home-care con letti per subacuti e postacuti o di hospice, con l’obiettivo prevalente di evitare ricoveri impropri di anziani. Spesso queste case insistono su un territorio isolato che non ha una popolazione residente sufficiente per un ospedale, dal quale dista in media 20 chilometri o più. Una seconda funzione è orientata a gestire patologie croniche leggere come diabete, ipertensione, o di media entità come scompenso e Bpco. Ad affrontarle, non ci sono solo medici di famiglia ma anche specialisti che, per esempio, una volta ogni 15 giorni effettuano visite dedicate per patologia».

QUANDO UNA GRANDE RIFORMA?

Quale può essere il futuro delle case della salute? I tanti governi che si sono succeduti hanno spesso parlato di una grande riforma della medicina del territorio da attuare, sia per reperire nuove risorse sia per aiutare molti ospedali che sono al collasso in particolare nei pronto soccorso. Mai nessuno però ha preso concretamente a cuore la vicenda. Si chiede da più parti, non ultima la Fondazione Gimbe, la creazione di un sistema di cure intermedie, assistenza domiciliare, hospice, e un sistema socio sanitario integrato. Laddove le case della salute funzionano è perché i cittadini trovano soddisfatti i loro bisogni e in quel luogo trovano le risposte e non si rivolgono al pronto soccorso.

PROBLEMI DI SPESA, SPECIALMENTE AL SUD

Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, dice: «Dobbiamo immaginare degli staff in setting diversi. E poi anche qui c’è un problema di spesa, soprattutto al Sud si spende troppo per l’ospedale, mentre dobbiamo assolutamente investire nelle cure primarie. Auspico nuovi standard per il territorio e credo che sarebbe anche il caso di istituire un Fondo socio sanitario nazionale in modo da mettere ordine alla frammentazione che abbiamo oggi tra i vari livelli istituzionali».

NUOVO PROGETTO IN EMILIA-ROMAGNA

Dai Comuni dell’alta Verbania a Piombino, fino alla Puglia, dove nel giugno 2018 è stato approvato il piano regionale per la creazione di 33 nuovi Pta, i punti territoriali di assistenza, la discussione sulla riorganizzazione territoriale è molto accesa. In Emilia-Romagna è nato da poco il progetto “Romagna salute” che integra i servizi dell’Università di Bologna con quelli delle Asl romagnole e prevede la nascita di nuove case della salute. La strada è avviata, le case della salute sembrano godere di ottima… salute anche per il futuro.

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Arrestato l’anziano pistolero, intervenuto a difesa del figlio medico

di Adriano Rescigno

Ha sparato in difesa del figlio. Questo è quanto trapela dalla tenenza dei carabinieri di Cava de’ Tirreni dopo che nel pomeriggio di lunedì dinanzi al pronto soccorso dell’ospedale cittadino si è assistito a scene di far west. L’arrestato dunque è Antonio Lambiase, settantenne, padre del medico Carlo Lambiase, aggredito a causa di un diverbio nato per un diniego verso due infermieri, padre e figlio, rispettivamente, Saturnino Stellato e Pietro Stellato, 60 e 35 anni, infermieri al San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, ed al 118, che volevano accelerare la visita del nonno ottantenne, ma al «No» del medico si è scatenato l’inferno. Stando al punto delle indagini portate avanti dalla tenenza dei carabinieri di Cava de’ Tirreni, comandata dal tenente Vincenzo Pessolano e coordinate dalla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore, Carlo Lambiase, medico chirurgo, avrebbe chiamato il padre Antonio, residente alla frazione Annunziata, che accorso pistola in mano ha gambizzato Saturnino Stellato scappando successivamente verso casa ma nella fuga, rincorso da Pietro Stellato, è stato ferito al tallone da un colpo esploso accidentalmente. Estratto il proiettile, Antonio Lambiase, professore di educazione fisica, geometra, imprenditore e con una passione per le cicas, è stato interrogato nei locali della tenenza di via Atenolfi, e successivamente trasportato al Ruggi d’Aragona in stato di arresto, presso il reparto dedicato ai detenuti con l’accusa di: porto abusivo d’arma da fuoco e lesioni dolose aggravate. Pietro Stellato, figlio di Saturnino è stato denunciato a piede libero. Proseguono le indagini per stabilire l’esatta dinamica ma tutto lascia pensare che il figlio medico avrebbe allertato il padre dopo la prima discussione al pronto soccorso con i due infermieri e che quest’ultimo avrebbe sparato in difesa del figlio coinvolto per due volte in accese discussioni prima all’interno del Santa Maria dell’Olmo e poi di seguito all’esterno nei pressi del parcheggio delle autoambulanze.

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