I ventiquattro scalini e il rospo che divora la donnola

 

Di RINO MELE

Liberata in Somalia nei pressi di Mogadiscio, Silvia Romano. Impegnata in difficili e generose attività sociali in Kenya, era stata rapita nell’orfanotrofio di Chakama dove lavorava, martedì 20 novenbre 2018. Quel giorno c’era un diluvio d’acqua e lei scomparve tra lo sgomento dei ragazzi di cui aveva cura. Tutto sempre ruota intorno ai nostri poveri corpi. Nessuno, mai, possiede il suo. In Inghilterra Edoardo VI, nel 1547, nell’arroganza del suo illimitato potere, promulgò uno “statuto” terrificante contro i vagabondi. Per essere dichiarato tale bastava cadere nell’odio di un vicino: chiunque fosse incorso nella condizione delittuosa di trovarsi da tre giorni senza lavoro, doveva essere – era l’intimazione del re – dichiarato schiavo di chi l’avesse denunziato. Non stiamo parlando di un’epoca antichissima: era gloriosamente iniziata l’età moderna: l’America scoperta da cinquant’anni, Tiziano che aveva già dipinto la meravigliosa “Venere di Urbino”,1534, e si preparava a dipingere il fantastico “Carlo V a cavallo”, 1548 (e sono appena due esempi dell’altezza raggiunta dall ‘arte europea). Ebbene, nell’anno in cui diventa re, Edoardo VI promulga questo “statuto”, con cui intende perseguire i vagabondi trasformandoli in schiavi: secondo l’editto, una volta riconosciuta come reale l’accusa di vagabondaggio, i giudici “devono immediatamente far marcare sulla fronte del detto ozioso con acciaio rovente la lettera ‘V’ e affidare la detta persona che viveva così oziosamente a colui che l’ha denunziata perché sia suo schiavo e perché questi possegga e tenga il detto schiavo a disposizione  sua e dei suoi servitori per la durata di due anni”.    L’orribile rapporto col corpo e col suo possesso è passato anche in questi stretti cunicoli di legale follia.  Ma la storia non termina con questo marchio a fuoco sulla fronte di un innocente. L’editto aggiunge anche come debba essere trattato il novello schiavo: “A pane e acqua, può essere tenuto in catene e battuto”.  E, se il povero schiavo, disgustato di sé e dei suoi tirannici padroni, avesse tentato la fuga (il parossismo psicotico di re Edoardo aveva previsto anche questo) doveva essere condannato a una seconda marchiatura: e alla lettera ‘V’ impressa col fuoco si doveva aggiungere una ‘S’: e la schiavitù sarebbe diventata perpetua. Re Edoardo, infastidito conclude che, se lo schiavo dovesse ancora fuggire, “la recidività sia punita con la morte”.  A chi vuol saperne di più consiglio la lettura di “Mendicanti e miserabili nell’Europa moderna” di Bronislaw Geremek, Laterza 1989.                                                                                 Quel 1547 fu anche l’anno della vittoria di Carlo V a Muhlberg, dove le forze cattoliche sbaragliano quelle protestanti (lo stesso Giovanni Federico Elettore di Sassonia, comandante delle forze antimperiali, è fatto prigioniero). Ma erano anche anni di altissima cultura letteraria: in Spagna, a Madrid, tredici anni dopo sarebbe nato Calderón de la Barca, quindici quel grande genio che fu Lope de Vega e, nella stessa Inghilterra, diciassette anni dopo, Shakespeare. La cultura è sempre scistosa, come alcune rocce, infinitamente stratigrafica, disomogenea, inarrestabilmente obliqua, si nutre d’infinite stratificazioni autonome tra loro, e capaci di sopportare le contraddizioni del loro coesistere. Così, riusciamo a convivere con orrori dimenticati, o addomesticati, come se non ci fossero più. Altrimenti, come potremmo mai essere indifferenti, e non soffrire in maniera insopportabile, passando accanto a chi quotidianamente sbianca e muore di fame o di freddo? Come sopporteremmo di vivere a fianco di chi vediamo dormire in grandi scatole di cartone? Nell’essenzialità del suo linguaggio desertico, il nostro progenitore del Paleolitico e il pallido uomo contemporaneo (che trascorre intere giornate curvo sul suo smartphone, a inviare faccine gialle che ridono di niente) sono tra loro contemporanei, e l’intelligenza del primo convive con la sciocca arroganza del secondo. La violenza delle istituzioni è terrificante, convince l’innocente di essere colpevole, anche dell’errore nei suoi confronti. Ma, torniamo al nostro gioco dei riferimenti culturali. Quattro anni dopo Shakespeare, in un paesino della Calabria, a Stilo, nel 1568, nasce Giovan Domenico Campanella, entrerà nell’Ordine di San Domenico e, pronunciati i voti, nell’iniziare il noviziato, prende il nome di fra Tommaso. La sua storia è complessa, ma ci sono pochi fotogrammi della sua turbinosa e affascinante esistenza che voglio evocare: nel 1599 è denunziato al Sant’Uffizio per congiura contro il Viceré, il suo intento era la liberazione della Calabria dall’egemonia spagnola e l’istituzione (questo è straordinario) di una Repubblica comunitaria e teocratica. Costretto a fuggire dal Convento di Stilo, viene catturato e portato nel Castello di Squillace dove inizia il processo, all’inizio di settembre. Prima della fine dello stesso mese, si ha la sentenza: due congiurati sono uccisi a Catanzaro, quattro sono impiccati sugli alberi delle galere che conducono i condannati a Castel Nuovo (il Maschio angioino) a Napoli, altri due ancora, vengono squartati sul molo. La messa a morte s’intreccia alla tortura in una forma estrema di spettacolarità didattica.Nel 1600, fra Tommaso subisce un secondo processo per eresia (ne subirà altri), ma riesce nei primi mesi della carcerazione a scrivere (a dettare) un bellissimo libro di utopia politica, “La città del Sole”, 1602. Due anni dopo, nel 1604, temendo possa fuggire, viene trasferito a Castel sant’Elmo, e qui l’accanimento contro il corpo prigioniero diventa inimmaginabile, per ferocia. Questa la descrizione che Francesco Giancotti fa della cella sotterranea in cui Tommaso Campanella viene precipitato a Castel Sant’Elmo: “Scendendo per ventiquattro scalini si giunge a un vano cieco; il recluso, con ferri alle mani e ai piedi, è incatenato alle pareti di pietra, madide di umidità; per il riposo non ha che un giaciglio di paglia marcescente; un po’ di lume gli vien dato soltanto per mezz’ora al giorno, perché possa leggere il breviario; deve nutrirsi di rifiuti”. 

Un suo sonetto, scritto in carcere, già non più a Castel Sant’Elmo, inizia:

“Come va al centro ogni cosa pesante

dalla circonferenza, e come ancora

in bocca al rospo, che poi la devora,

donnola incorre timente e scherzante;

così di gran scienza ognuno amante (…)

nel nostro ospizio alfin ferma le piante”.

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