Harvey Weinstein condannato a 23 anni

Il produttore che ha fatto esplodere il movimento #MeToo colpevole in primo grado per l'aggressione sessuale dell'assistente Miriam Hailey e per il rapporto non consensuale con l'aspirante attrice Jessica Mann.

Harvey Weinstein è stato condannato a 23 anni di prigione. Il giudice James Burke avrebbe potuto condannare Weinstein da un minimo di cinque anni a un massimo di 29.

AGGRESSIONE SESSUALE E RAPPORTO NON CONSENSUALE

Ha deciso per l’ex produttore 20 anni di reclusione per l’aggressione sessuale dell’assistente Miriam Hailey e tre anni per il rapporto sessuale non consensuale con l’aspirante attrice Jessica Mann. Le due pene dovranno essere scontate consecutivamente. Sia Weinstein che le sue accusatrici hanno parlato nel corso dell’udienza.

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Perché il verdetto su Weinstein è il tassello finale sul risveglio #MeToo

A oltre due anni dalle denunce di abusi che hanno cambiato la coscienza mondiale, la Corte di New York decide sull'ex boss di Miramax. Su di lui pendono cinque gravi capi di accusa. Tra cui quella di predatore sessuale che potrebbe portarlo all'ergastolo. Ma la sua avvocata sostiene non ci siano sufficienti prove. Il punto.

Era l’ottobre 2017 quando il giornalista e attivista Ronan Farrow (figlio di Mia Farrow e Woody Allen) pubblicò sul New Yorker un’inchiesta sulle molestie sessuali denunciate da alcune attrici per mano di uno degli uomini più potenti di tutta Hollywood. La vita e la carriera di Harvey Weinstein (classe 1952, di New York) boss e fondatore di Miramax, nell’industria cinematografica americana da oltre 30 anni, stavano per cambiare irreversibilmente. Come la coscienza collettiva mondiale.

IL RISVEGLIO COLLETTIVO CHIAMATO #METOO

Sono passati oltre due anni e in mezzo c’è stato un risveglio sociale all’inizio inarrestabile chiamato #MeToo: le testimonianze degli abusi subiti da milioni di donne che una dopo l’altra hanno deciso di raccontare le loro storie, le manifestazioni nelle piazze, le moltissime teste cadute di imprenditori, Ceo, chef e direttori di orchestra. Il mondo è cambiato almeno un po’, ma nonostante l’opinione pubblica lo abbia già condannato da tempo, manca ancora un tassello all’era #MeToo, quello finale: l’assoluzione o colpevolezza di Weinstein. Il processo a New York è iniziato il 6 gennaio 2020 e il verdetto è atteso per il 18 febbraio.

Harvey Weinstein in aula a New York il 6 febbraio 2020.

UNA DENUNCIA DOPO L’ALTRA

Sposato dal 2007 con la stilista Georgina Chapman che lo ha lasciato dopo lo scandalo, padre di due figli, contro di lui hanno puntato il dito centinaia di dipendenti e attrici, da Ashley Judd ad Asia Argento, da Gwyneth Paltrow a Rose McGowan, scatenando, dopo alcune testimonianze pubblicate sul New York Times, un effetto domino di denunce senza fine. La caduta di Weinstein è stata rapida e inesorabile: espulso anche dal club degli Accademy degli Oscar, aveva realizzato assieme al fratello grandi successi come Shakespeare in Love, Genio Ribelle, The Iron Lady , The Imitation Game, Il discorso del re. I suoi film hanno ottenuto oltre 300 nomination agli Oscar, vincendone 70.

IN GIURIA CINQUE DONNE E SETTE UOMINI

Come nel celebre film del 1957 di Sidney Lumet e in tante altre produzioni di Hollywood ispirate alle aule giudiziarie, la parola va adesso alla giuria: cinque donne e sette uomini devono decidere se riconoscere l’ex boss della Miramax è colpevole di molestie e stupri: in questo caso Weinstein, 68 anni, potrebbe passare in prigione il resto dei suoi giorni. Potrebbero volerci giorni prima del verdetto: basterà che nell’aula della Corte Suprema di Manhattan uno solo dei 12 abbia un «ragionevole dubbio» sulla colpevolezza per spedire il caso costruito dalla procura di New York contro l’ex produttore su un binario morto. Su Weinstein pendono in totale cinque capi di accusa: uno di atti sessuali criminali, due di stupro e due di atti da predatore sessuale, reato che si commette quando si compiono più stupri (accusa più grave per la quale rischia l’ergastolo).

L’avvocata Donna Rotunno assieme ad Harvey Weinstein.

L’AVVOCATA CHE DIFENDE WEINSTEIN

Weinstein, che ha sempre sostenuto di aver fatto sesso con partner consenzienti, è stato accusato di molestie e stupri da un centinaio di donne – 105 per la precisione – ma solo due, l’ex assistente della Miramax Mimi Haleyi e l’allora aspirante attrice Jessica Mann, avevano superato gli standard della procura per metterlo sul banco degli imputati. Sono casi difficili quelli di stupro, perché non ci sono quasi mai testimoni presenti: la parola di lui si scontra con quella di lei. Ed è su questo che si sono basati i difensori di Weinstein. «Le prove sono dalla nostra parte», sostiene l’avvocata Donna Rotunno, fortemente attaccata dalle femministe – non è curioso che ci sia una giovane donna a difenderlo? – che dopo oltre un mese di dibattito aveva accusato la magistratura di New York di aver creato un «universo alternativo» che «toglie alle donne senso comune, autonomia e responsabilità». Per la Rotunno, che durante il processo aveva prodotto come prove una serie di email in cui le due accusatrici mostravano di esser rimaste in contatto con Weinstein anche dopo le presunte violenze, «il ripensamento non esiste in questo universo. Solo il ripensamento ribattezzato come stupro».

PER LA PROCURATRICE LE ATTRICI COME «MERCE A DISPOSIZIONE»

Per corroborare le deposizioni della Haley e della Mann i procuratori avevano invitato altre quattro donne a testimoniare usando una strategia risultata vincente al secondo processo contro il papà dei Robinson Bill Cosby (la sua è stata la prima condanna penale nell’epoca #MeToo) dopo che, nel primo procedimento, la giuria non era riuscita a mettersi d’accordo e il comico era uscito dal palazzo di giustizia un uomo libero. «Weinstein pensava di essere un tale pezzo grosso a Hollywood» e che le aspiranti attrici erano «merce completamente a sua disposizione», ha detto la sostituta procuratrice Joan Illuzzi-Orbon nella requisitoria, mentre su un monitor vicino al palco sfilavano le foto delle sei attrici, tra cui Annabella Sciorra della serie tivù I Soprano, che avevano deposto contro Weinstein. A parte la Sciorra, le altre erano «completamente spendibili», ha detto la Iluzzi, passando in rassegna le diverse testimonianze e osservando che «non ci sono sfumature. C’e’stato un crimine e un totale disprezzo di altre persone». Resta da sapere se la giuria la penserà allo stesso modo.

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I Boy Scouts of America dichiarano bancarotta

La più grande associazione scout degli Usa in fallimento: troppe richieste di risarcimento presentate da ex membri rimasti vittime di abusi sessuali.

I Boy Scouts of America hanno presentato domanda di bancarotta, a causa delle numerose richieste di risarcimento presentate da ex membri del gruppo giovanile rimasti vittime di abusi sessuali. L’organizzazione ha dichiarato di volere istituire un fondo di compensazione.

OGGETTO DI ABUSI 12 MILA MEMBRI

L’avvocato delle vittime Jeff Anderson lo scorso anno ha denunciato che più di 12 mila membri dei Boy Scouts sarebbero stati oggetto di abusi sessuali a partire dal 1944. Lo scandalo era esploso per la prima volta in un caso giudiziario del 2012. Fondati nel 1910, i Boy Scouts of America hanno circa 2,2 milioni di membri tra i 5 e i 21 anni, secondo l’organizzazione.

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