Messico, la tragedia delle fosse comuni e dei desaparecidos

Il Paese è sempre più simile a un enorme cimitero clandestino. Soprattutto negli Stati in mano ai narcos. Mentre si stima che le persone scomparse siano ormai 90 mila. Il racconto.

da Guadalajara

Il Paese delle fosse. Dei desaparecidos. Dei narcos. Il Paese dove la morte non ha neanche più un nome, un’identità. È sempre dietro l’angolo, dentro camion frigoriferi, appesa a un cavalcavia o sotto un ponte. Spunta da sotto terra. Da alcuni anni in Messico si ha la sensazione di camminare su un immenso cimitero clandestino.

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Il recente ritrovamento a Jalisco di 119 borse contenenti resti umani è solo l’ultimo di una lunga serie. Secondo la Commissione nazionale di ricerca del governo messicano dal 2006 alla metà di agosto di quest’anno sono state individuate 3.024 fosse clandestine. Al loro interno «almeno» 4.974 corpi perché, come spiega Octavio Cotero dell’Istituto forense di Jalisco, la brutalità dei delinquenti è tale che «i corpi si presentano totalmente smembrati, braccia, gambe e testa a parte, e a volte, finito di ricomporli, resta fuori una mano».

Si stima che i desaparecidos in Messico siano 90 mila (foto dal profilo Fb de Las Rastreadoras del Fuerte).

LE FOSSE COMUNI A GUADALAJARA, TAMAULIPAS E VERACRUZ

Ma molte sepolture abusive sono state scoperte prima del 2006, e altre ancora saranno scoperte. Per questo si continua a scavare. Anche nel bosco La Primavera, zona della metropoli di Guadalajara, capitale dello Stato dove la settimana scorsa all’interno di un centinaio di sacchi sono stati trovati resti umani: finora sono stati ricomposti 13 corpi completi, 16 in modo parziale. Con Tamaulipas, nel Nord, e Veracruz, sull’oceano Atlantico, Jalisco – base del pericolosissimo cartello Nuova generazione – è uno degli Stati maggiormente colpiti da questo fenomeno. Dall’inizio di quest’anno, sono stati rinvenuti 123 cadaveri in 27 fosse clandestine: solo 20 di essi sono stati identificati. Sempre a Jalisco, un anno fa scoppiò uno scandalo che coinvolse le istituzioni, dalla Procura al governo fino all’Istituto forense: venne ritrovato in un comune dell’area metropolitana un camion frigorifero abbandonato con all’interno 157 cadaveri non ancora identificati. Allora, la versione ufficiale fu che nell’obitorio municipale non c’era più spazio per conservarli.

Un’area di ricerca (foto dal profilo Fb de Las Rastreadoras del Fuerte).

L’ORRORE DI SAN FERNANDO

Secondo un’indagine giornalistica indipendente del giornale online Quinto Elemento Lab, la prima fossa clandestina in Messico fu scoperta il 7 settembre 2006. In questa escalation di violenza c’è però una data cerchiata in rosso: il 24 agosto 2014. E un luogo: San Fernando, cittadina dello Stato di Tamaulipas, sulla frontiera con gli Stati Uniti, dove, grazie alle informazioni di un sopravvissuto, la polizia rinvenne in una fossa comune i corpi di 72 persone: tutti giustiziati, tutti migranti centroamericani massacrati dal cartello degli Zetas.

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IL DRAMMA DEI DESAPARECIDOS

Per l’enorme numero di cadaveri e la loro provenienza – migranti disperati originari del Guatemala, El Salvador, Nicaragua e Honduras – il ritrovamento di San Fernando commosse e risvegliò l’opinione pubblica internazionale. Anche perché il caso sollevava il dramma dei sequestri di migranti. Una tragedia umana che colpisce migliaia di persone che transitano in Messico per cercare una nuova vita negli Stati Uniti alla quale si aggiunge il dramma dei desaparecidos: si parla di 40 mila persone – tutte messicane. Secondo il Movimento nazionale per i desaparecidos, molte, troppe, dato che questa associazione stima che per ogni denuncia di scomparsa ce ne siano altre due che non sono state presentate. Questo significa che in Messico i desaparecidos potrebbero essere 90 mila.

Il lutto non esiste, neanche se abbiamo il corpo e possiamo finalmente piangere. Continuiamo a pensare ai motivi per i quali se li sono portati via, perché sono stati uccisi…

Un membro del gruppo di ricerca Las rastreadoras del Fuerte.

Una tragedia nazionale che sembra non avere fine, come la ricerca di diversi gruppi di famigliari che viaggiano in lungo e in largo per il Paese cercando i loro cari scomparsi. Un calvario che, in molti casi, non si conclude nemmeno quando si riesce a trovare il cadavere. «Il lutto non esiste, neanche se abbiamo il corpo e possiamo finalmente piangere», spiega a Lettera43.it una ragazza di 23 anni che fa parte del gruppo di ricerca Las rastreadoras del Fuerte, «perché continuiamo a pensare ai motivi per i quali se li sono portati via, perché sono stati uccisi e nascosti…». Spesso sono i genitori e i fratelli a indagare, fare pressione sulle autorità, scavare con le proprie mani di fronte all’indifferenza e inefficienza del governo e della polizia.

Un gruppo di famigliari (foto dal profilo Fb de Las Rastreadoras del Fuerte).

LE VITTIME COLLATERALI DI QUESTA VIOLENZA

Perché, come dice il giornalista e attivista Darwin Franco, la ricerca di una persona scomparsa è un processo solitario: «Tutti si allontanano da te, non solo le autorità, anche gli amici e i parenti». Che avrà conseguenze incalcolabili. «Ci sono moltissime vittime collaterali che sono principalmente i figli dei desaparecidos», continua Franco. «Una generazione di bambini orfani che crescono in uno scenario violento e lo Stato abbandona anche loro». Come la figlia di Aron Sánchez, un 25enne scomparso nel settembre 2017 a Guadalajara. «Non può vivere senza suo padre», spiega Adela Mendoza, madre di Aron e membro di un collettivo di famigliari di desaparecidos. «Parla da sola e dice che sta parlando con lui. Mi sa che è già morto, perché la bambina racconta che ogni tanto lo vede. Sapevo che queste cose accadevano, vedevo che gettavano cadaveri nel cimitero vicino casa mia. Ma non avrei mai immaginato che potesse succedere a mio figlio, perché era un bravo ragazzo».

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Trump voleva un fossato coi coccodrilli al confine col Messico

Secondo il New York Times il presidente degli Stati Uniti voleva una trincea piena di rettili. Poco dopo suggerì alla polizia che sparasse contro i migranti che usavano le pietre.

Donald Trump voleva fortificare il muro al confine col Messico con una trincea d’acqua piena di serpenti e coccodrilli. Lo rivela il New York Times. E dopo aver suggerito pubblicamente che i soldati sparassero ai migranti se tiravano pietre, il presidente fece marcia indietro ma poco dopo suggerì che sparassero loro alle gambe.

«DA CHIUDERE ENTRO MEZZOGIORNO DI DOMANI»

Sempre secondo il Nyt, lo scorso marzo Trump ordinò a suoi più stretti collaboratori di chiudere l’intero confine di 2000 chilometri col Messico entro il mezzogiorno del giorno dopo. Poi fu persuaso a non farlo ma si vendicò iniziando una serie di purghe di coloro che avevano tentato di contenerlo.

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Come gli autodefensas sfidano i narcos in Messico

Mentre il governo usa l'inutile politica di “abrazos no balazos” (abbracciare, non sparare), i cittadini si armano per combattere i cartelli della droga. E a Michoacán la situazione è esplosiva. Omicidi, impunità, lotta sociale: la storia.

Il messaggio del Cartello Jalisco nuova generazione (Cjng) era chiaro: entreremo a Tepalcatepec per scacciare i narcos rivali. E non solo lo hanno lanciato con video pubblicati su internet; alcuni giorni prima dell’attacco hanno sorvolato questa cittadina di Michoacán, stato centrale del Messico, gettando dall’aereo volantini dove ribadivano alla popolazione che il problema non era con la gente comune, bensì con “El Abuelo”, Juan José Farías, uno dei fondatori degli autodefensas e successivamente alleato locale del Cjng, l’organizzazione criminale guidata da Nemesio OsegueraEl Mencho”, il narcotrafficante più ricercato al mondo.

LE AUTORITÀ INCAPACI DI AFFRONTARE I CARTELLI

Da giorni Tepalcatepec sta vivendo una lotta tra gruppi rivali che si disputano questo territorio ricco di piantagioni di avocado e limoni, oltre a laboratori per la produzione di droghe sintetiche. Michoacán, 13 anni dopo la cosiddetta “guerra al narco” dichiarata dall’allora presidente Felipe Calderón, torna a essere il centro delle lotte intestine tra cartelli, e simbolo dell’incapacità di affrontarli da parte delle autorità.

IL GOVERNO VUOLE “ABRAZOS NO BALAZOS

A pochi giorni dal resoconto annuale che ha presentato il nuovo presidente Andrés Manuel López Obrador, nel quale nonostante abbia riconosciuto che la crisi in materia di sicurezza è uno dei principali problemi del Paese vi ha dedicato soltanto 40 secondi (su più di un’ora e mezza), la sua politica di “abrazos no balazos” (abbracciare, non sparare) per combattere la delinquenza non sembra dare risultati.

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Il presidente del Messico Andres Manuel Lopez Obrador. (Getty)

GUARDIA NAZIONALE DI FIANCO ALL’ESERCITO

La creazione della Guardia nazionale ha seguito le politiche dei governi precedenti di usare l’esercito nella lotta alla delinquenza organizzata, e addirittura, come pubblica El Economista, il numero dei soldati impiegati in operazioni civili ha raggiunto in 2018 la cifra record di 69 mila, ai quali all’inizio del 2019 se ne sono aggiunti altri 8 mila. La differenza è che la Guardia nazionale opera in coordinazione con le polizie di diversi livelli, per vigilare le zone più “calde” del Paese, ma con l’ordine di non intervenire.

MA NEL 2018 CI SONO STATI 100 OMICIDI AL GIORNO

Il risultato è che il 2018 si è chiuso con una quantità record di omicidi: quasi 40 mila, una media di 100 al giorno. E nei primi sei mesi del 2019 le morti violente hanno avuto un aumento del 4%. Per far fronte a questa situazione, in molte zone sono i cittadini, stanchi di subire i soprusi e lo strapotere dei narcos, a imbracciare le armi per difendersi. Ed è proprio nella zona di Tierra Caliente, nel cuore del Michoacán, come nel 2013 quando si ribellarono contro i Caballeros Templarios, che sono sorti gruppi di autodefensas per affrontare il Cjng.

CIVILI ARMATI DI MACHETE, AK-47 E MITRAGLIATRICI

Con un armamento che va da machete, vecchi fucili AK-47 e addirittura mitragliatrici Barrett calibro 50 anti-materia – armi che in alcuni casi hanno sottratto in “battaglia” ai narcos – carovane di mezzi corazzati nello stile Mad Max pattugliano le strade di cittadine dove, negli ultimi mesi, sono apparse decine di corpi smembrati o appesi a ponti e cavalcavia.

Membri di un gruppo di autodefensa in Messico. (Getty)

LA RIVOLTA DI “EL ABUELO” CONTRO EL MENCHO

Tepalcatepec è il fulcro di questa lotta. Lì la situazione è diventata più complessa da quando Farías, “El Abuelo”, ex leader degli autodefensas con una importante base sociale nella cittadina e poi socio del Cjng (che nel 2013 aiutò fornendo loro armi per combattere Los Templarios), ha costituito il suo cartello e si è rivoltato contro il suo vecchio alleato, El Mencho.

VIDEO MESSAGGI SU INTERNET ALLA CITTADINA

«Se volete che finisca questa guerra, cacciate “El Abuelo” e il suo cartello da Tepalcatepec, e vedrete che tornerà la tranquillità in questa cittadina», legge, in un messaggio da parte del “signor Mencho” alla cittadina e al governo federale, un incappucciato circondato da uomini armati di AK-47 e mitragliatrici Barrett, in uno dei video che il Cjng ha postato su internet.

DOPO I CAVALIERI TEMPLARI, SOTTO A CHI TOCCA

Ma gli unici a rispondere a questi messaggi sono gli autodefensas; con le armi. «Sei anni fa ci siamo giocati la vita per scacciare i Cavalieri Templari a suon di fucilate, e adesso non lasceremo che entrino “quelli di Jalisco” (il Cjng)”, ha dichiarato al giornale spagnolo El País Héctor Zepeda, “Teto”, leader di uno questi gruppi armati nella cittadina di Coahuayana, Michoacán. «E tu credi che a questi bastardi bisogna dare abbracci e non sparargli, come propone il governo», ha ribadito l’autodefensa ironizzando sulla politica di López Obrador.

LOTTA SOCIALE IN BUONA PARTE DEL PAESE

Politica che qui – e non solo – criticano in molti. Da una parte, per l’incapacità di risolvere una lotta sociale che si estende per buona parte del Paese, provocando vittime civili e militari, come il colonnello Víctor Manuel Maldonado, morto in uno scontro con un gruppo armato, a Ziracuaretiro, Michoacán, nell’agosto del 2019. Addirittura nel vicino paese Los Reyes un gruppo di cittadini ha aggredito un convoglio militare con vanghe e scope.

Soldati per le strade messicane. (Getty)

IL PRESIDENTE SI PREOCCUPA DEL CHAPO IN CARCERE

Sebbene il presidente abbia mandato un messaggio di cordoglio per la morte dell’ufficiale e di conforto alle forze armate, il suo silenzio di fronte alle critiche e altre sue dichiarazioni inopportune hanno suscitato forti critiche nell’opinione pubblica. Soprattutto l’annuncio, su petizione della madre di Joaquín “El Chapo” Guzmán, a proposito dell’inizio delle pratiche necessarie perché lei e le sorelle del narco incarcerato negli Stati Uniti possano andare a visitarlo nella prigione di New York. «Una condanna di carcere a vita, in un carcere ostile, duro e inumano, sì che commuove», ha dichiarato sulla pena all’ergastolo inflitta a “El Chapo”.

I MOTIVI PER COMMUOVERSI SONO ALTRI

In un Paese dove le carceri sono sovraffollate, dove l’impunità supera il 98% e migliaia di persona passano anni in prigione senza avere diritto a un regolare processo, dove il narcotraffico (dei quali uno dei principali e sanguinari boss è proprio Joaquín Guzmán) ha provocato negli ultimi 12 anni più di 250 mila morti, di motivi per commuoversi ce ne sono a migliaia.

AGRICOLTORI MINACCIATI E SOTTO SCORTA

A pochi chilometri da Tepalcatepec, Hipólito Mora vive trincerato nel suo ranch della località La Ruana. Vigilato notte e giorno da poliziotti e uomini armati, non può nemmeno uscire senza scorta. L’agricoltore di limoni e fondatore degli autodefensas nel 2013 sa che la sua testa ha un prezzo, e molti – governo, polizia, cartelli e alcuni suoi antichi compagni delle autodifese (che lui considera narcos) – sono pronti a riscuotere la taglia.

Questa gente non capisce nessun’altra lingua, e non c’è bisogno di parlare con loro, perché non si può parlare con il diavolo


Il contadino Hipólito Mora

«Abbracciare e non sparare?», risponde al reporter de El País rispetto alla politica di López Obrador. «Magari il governo si mettesse nei panni di noi contadini. Hanno ricominciato a sequestrare e a far pagare il pizzo, e non c’è altra soluzione che imbracciare di nuovo le armi. Questa gente non capisce nessun’altra lingua, e non c’è bisogno di parlare con loro, perché non si può parlare con il diavolo».

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