Il vero nemico di Salvini è la Meloni, non Renzi

Mentre il leader di Italia viva è politicamente stracotto, la fondatrice di Fratelli d'Italia appare in grande forma e in forte recupero sul capo della Lega. Il voto di destra sta tornando a casa.

Non è da Matteo Renzi che deve guardarsi Matteo Salvini, ma da un altro personaggio assai vicino a lui che lo insidierà nei prossimi mesi. Non entro nel dibattito se a Porta a Porta abbia vinto l’ex presidente del Consiglio o l’ex ministro degli Interni. Ciascuno di voi si sarà fatta una sua idea. Io no.

So però che se guardo ai sondaggi e alle tendenze che mi sembra di intravvedere è Giorgia Meloni il vero nemico che Salvini ha di fronte a sé. L’ex ragazza di Garbatella, ormai cresciuta, un po’ “imparata”, meno guascona, sta elettoralmente macinando centimetro su centimetro. È come in una gara ciclistica dove l’uomo in fuga comincia a vedere dietro di se l’inseguitore, in questo caso l’inseguitrice, che distanzia di alcuni minuti ma lei ha già un altro passo.

IL VOTO DI DESTRA CON MELONI PUÒ TORNARE A CASA

La crescita della Meloni non deriva solo dallo sgonfiamento di Forza Italia. Né forse dal recupero del voto che Gianfranco Fini ha disperso. In parte credo stia iniziando il rientro a casa del voto di destra. C’è una destra profonda nel nostro Paese che è stata a lungo alla ricerca di una leadership e di una patria. Fini sembrava aver dato a questo mondo una possibilità. Poi l’ha buttata via. A quel punto la mossa di Salvini si è rivelata geniale.

Fino a che Salvini appariva il cavallo vincente, la povera Meloni ha dovuto fare anticamera

L’uomo del moijto ha abbandonato la Lega tradizionale e ha cercato di diventare il capo della destra. L’ha fatto alla sua maniera. Con proclami, scelte patriottiche inattendibili, proclami anti-Stato che alla destra storica piacevano poco, tuttavia questo mondo lo ha adottato. Non aveva di meglio. Più semplicemente non aveva altro.

Da sinistra, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.

Giorgia Meloni sembrava, è sembrata anche a me, una giovane politica che cercava di racimolare voti di nostalgia, non tanto del fascismo, quanto dei valori della destra post-fascista. Fino a che Salvini appariva il cavallo vincente, la povera Meloni ha dovuto fare anticamera e l’ha fatta dignitosamente con una “tigna”, direbbero a Roma con una espressione che lei conosce bene, encomiabile.

LA SINISTRA DOVRÀ SCEGLIERE TRA UN LEADER MODERATO E UNO IDENTITARIO

Ora tutto sta cambiando. Salvini va su e giù nei sondaggi, vince o perde con Renzi ma è stracotto. Meloni appare invece in grande forma. Lo dico col dispiacere di un avversario tenace. Nasce da qui la mia convinzione che se la fondatrice di Fratelli d’Italia riuscirà a spogliarsi dall’immagine della urlatrice di destra (una Daniela Santanché romanizzata), verso di lei si dirigerà tutto il voto di destra che lascerà Silvio Berlusconi e che smetterà di investire su Salvini.

Avremo a destra due partiti alleati ma in forte competizione

A quel punto il gioco si farà divertente. Avremo a destra due partiti alleati ma in forte competizione, e solo uno dei due avrà come leader una personalità non ancora segnata dalla sconfitta. La sinistra che potrà fare a questo punto? Tifare per l’uno o per l’altra è tempo perso. Dovrà decidere se affidarsi al leader moderato che si affaccerà, si tratti di Giuseppe Conte, di Renzi o di Urbano Cairo, o se proverà a tirare fuori dalla propria storia il proprio futuro. Sono pessimista.

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Tutte le frecciate che si sono lanciati Renzi e Salvini a Porta a porta

Il leader di Italia viva al leghista: «Fa una politica di spot da 27 anni e non ha portato a casa nulla». La risposta: «È un genio incompreso, gli italiani non se ne sono accorti». Il meglio del duello tivù.

Era una sfida attesa. Matteo Renzi contro Matteo Salvini. Un duello tivù fra i due leader politici che hanno maturato l’ossessione dell’altro. A Porta a porta è andato in onda lo scontro tra “perdenti di lusso”. E non sono mancare le frecciate al veleno.

Renzi, dando del lei a Salvini, ha detto: «Sono 27 anni che fa politica, non ha portato a casa nulla, Salvini. Solo spot. La sua è la politica degli spot».

Salvini ha risposto: «Renzi è un genio incompreso, ha fatto di tutto di buono ma gli italiani non se ne sono accorti».

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La sfida tivù tra i perdenti Renzi-Salvini è una lezione sulla potenza dell’Ego

I Matteo si scontrano da Vespa. Come una lotta personale nel Colosseo. Due inconsapevoli masochisti che si sono fatti male da soli. Tra referendum 2016 e ricerca dei pieni poteri. Un monito anche per noi.

Fosse con noi la buonanima di Fantozzi, è probabile che si preparerebbe allo spettacoloallestendo la mitica triade “frittatona di cipolle, birra e rutto libero”. Al baraccone della politica luna park nella tarda serata di martedì 15 ottobre va infatti in scena (Porta a Porta, RaiUno, ore 22.50) lo scontro tra colossi Matteo RenziMatteo Salvini.

VESPA PRONTO AD AIZZARE L’AGGRESSIVITÀ DI ENTRAMBI

«Niente regole d’ingaggio», si precisa nell’annuncio, il che vuol dire che tutto è permesso, anche morsi e colpi bassi, mentre si può supporre che Bruno Vespa, anziché fare da arbitro per contenere l’esuberanza dialettica dei duellanti, ne aizzerà invece l’aggressività, come lo show mediatico giustamente richiede.

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Matteo Renzi, di Italia viva, e dietro una foto del leghista Matteo Salvini con un rosario in mano. (Ansa)

LA POLITICA CHE SI RIDUCE A LOTTA PERSONALE

Lo scontro tra Renzi e Salvini sta alla politica attuale come quello leggendario tra Orazi e Curiazi sta alla lotta tra Roma e Albalonga nell’antichità più remota: anziché far combattere interi eserciti, spargendo inutile sangue, si scelse una rappresentanza di entrambe le parti per risolvere il conflitto tra le due città. Stavolta ciascun Matteo rappresenterà una parte di popolo, con visioni opposte su tanti temi ma la stessa idea che la politica si possa ridurre alla lotta personale tra due uomini, che si batteranno come Ursus e Maciste nel Colosseo.

RIVENDICAZIONI, ACCUSE E DISCORSI FURBETTI

Niente partiti, niente mediazioni, solo media, attori protagonisti e spettacolo, voce dell’uno che ribatterà alle parole dell’altro, in un crescendo (ci aspettiamo) di rivendicazioni, accuse, forse anche insulti, e discorsi furbetti rivolti alla platea televisiva, in un bagno di vera Propaganda Live, titolo della trasmissione de La7, che appare ora quanto mai profetico.

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Salvini sorridente durante un incontro con i giornlisti successivo all’annuncio delle dimissioni di Renzi nel dicembre del 2016. (Ansa)

DUE MASOCHISTI A LORO INSAPUTA

Assisteremo, dunque, alla lotta tra due gladiatori che invece di mangiare la polvere dell’arena divoreranno 75 minuti di ribalta mediatica, con tutti i social a commentare, tifare, esaltare o sbeffeggiare i contendenti. Comunque vada, è già un successo, un format: il duello televisivo non tra due campioni vincenti della politica, bensì tra due perdenti che si sono fatti del male da soli (uno col referendum del 2016 e l’altro con la ricerca dei «pieni poteri»), due masochisti, in fondo, che non sanno di esserlo. Per tutti noi che li seguiremo, una lezione sulla potenza dell’Ego, capace di esaltare e obnubilare le menti, combattendo per se stesso, senza arrendersi mai.

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A Porta a Porta lo scontro senza regole tra Renzi e Salvini

Il leader leghista e quello di Italia viva si affrontano nello studio di Bruno Vespa in un duello senza esclusione di colpi. Partendo dalle manifestazioni del week-end per arrivare al nemico comune Conte. Le cose da sapere.

Lo studio di Porta a Porta, 75 minuti di tempo e un duello senza esclusione di colpi: sono questi gli ingredienti dello scontro tra i due Matteo, Renzi e Salvini, che alle 18 si chiuderanno nel salotto di Bruno Vespa per registrare la puntata del talk show di RaiUno, in onda alle 22.50 del 15 ottobre.

UN CONFRONTO A BRIGLIA SCIOLTA

Una sfida senza regole, all’italiana, dove i minuti a disposizione non saranno scanditi dalla logica del diritto di replica, della claque o del cronometro. E l’unica cosa a fare la differenza sarà l’arte oratoria dei due contendenti, già in campagna elettorale per conquistare il voto degli italiani. Lo spunto al dibattito lo daranno gli appuntamenti del fine settimana che vedranno impegnati i due leader. Se ad attendere Renzi nel weekend c’è la kermesse della Leopolda – in cui il leader di Italia viva presenterà il simbolo ufficiale del nuovo partito, Salvini sarà, invece impegnato ad affilare i coltelli per il ritrovo di sabato 19 ottobre a Roma, dove il capo leghista, al grido di ‘orgoglio italiano’, intende guidare una manifestazione contro i nuovi colori dell’esecutivo Conte Bis.

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UN NEMICO COMUNE PER RENZI E SALVINI

E anche se i due ci tengono a ribadire le loro differenze, è sempre più evidente che nel mirino di entrambi c’è almeno un obiettivo comune, che risponde al nome del premier Giuseppe Conte. Salvini, che i sondaggi danno al 33,2%, ha attaccato il premier criticando la firma della nota di aggiornamento al Def, secondo lui un tradimento del popolo italiano. Renzi (per ora al 5,3% secondo la rivelazione di Swg) ha tutto l’interesse a sedurre l’elettorato che ha il presidente del Consiglio come punto di riferimento, conscio com’è che in quello stesso bacino si nascondono voti utili a rimpolpare la sua neonata creatura politica.

QUEL PRIMO CONFRONTO NEL 2009

A lanciare la sfida, negli stessi studi di Porta a porta era stato proprio l’ex segretario Pd. Vespa non aveva perso tempo e aveva scritto un messaggio su WhatsApp a Salvini, che aveva risposto dicendosi pronto ad accettare l’appuntamento. Non è la prima volta che i due sono protagonisti dello stesso salotto televisivo. Correva l’anno 2009 quando furono ricevuti negli studi di Omnibus, su La7. Un’occasione in cui i due leader cercavano di costruirsi una credibilità politica, per imporsi come leader degli opposti schieramenti. All’epoca Renzi (chiamato ripetutamente Nardi per errore) era presidente della provincia di Firenze, mentre Salvini avrebbe dovuto attendere ancora tre anni prima di diventare il segretario della Lega.

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Italia Viva si schiera contro quota 100

Il partito di Renzi chiede l'abolizione completa della riforma pensionistica. Catalfio nega, Salvini insorge.

La maggioranza che sostiene il governo torna a scricchiolare su quota 100. La misura figlia del precedente governo, ma tenuta stretta dal Movimento 5 stelle anche col cambio di alleanza parlamentare, non piace a Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi, che dopo essere stato il più grande sponsor dentro il Pd dell’asse giallorosso ne è diventato il più insidioso critico interno. «A fronte del fatto che le risorse per la legge di bilancio 2020 non sono ancora del tutto definite, Italia Viva propone l’abolizione totale di Quota 100», ha dichiarato il deputato di Italia Viva Luigi Marattin. «Perché si tratta della politica più ingiusta degli ultimi 25 anni, perché spende risorse ingenti a carico dei giovani lavoratori. In sua sostituzione proponiamo di rendere strutturale l’Ape Social, per consentire il prepensionamento a chi ha svolto lavori gravosi e usuranti, e non a tutti».

CATALFO: «QUOTA 100 NON SI TOCCA»

All’obiezione ha immediatamente risposto la ministra del Lavoro e delle politiche sociali Nunzia Catalfo, del Movimento 5 stelle: «Quota 100 non si tocca», ha ribadito. «È una misura sperimentale che scade nel 2021 e come tale va portata a termine senza fare modifiche. Con i sindacati mi sono impegnata espressamente ad avviare subito un confronto su come rendere il nostro sistema pensionistico più equo. Lo faremo e proprio per questo le cose restano come stanno».

SALVINI: «ULTIMA FOLLIA DEL GOVERNO DELLE POLTRONE»

A difesa della misura si è schierato anche Matteo Salvini, leader della Lega, che sulla riforma pensionistica ha investito buona parte della sua esperienza di governo: «Renzi propone l’abolizione totale di quota 100. È solo l’ultima follia del governo delle poltrone», ha detto Salvini, «che ha annunciato nuove tasse su gasolio, merendine e denaro contante mentre gli sbarchi aumentano e la politica estera non esiste. Non glielo permetteremo! È ancora più importante essere in piazza a Roma, il 19 ottobre, per mandare l’avviso di sfratto a questi traditori sia dal governo dell’Umbria che da quello del Paese».

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Cosa sapere della spy story che coinvolge Conte, Trump e i servizi italiani

Incontri tra alti funzionari Usa e 007. Professori maltesi spariti nel nulla. Atenei nel mirino. Il Russiagate e il rapporto Mueller. I personaggi, i fatti, le ipotesi e le dichiarazioni intorno all'affaire.

«Non risulta alcuna informativa al Quirinale sul caso in argomento, anche perché il Quirinale non riceve abitualmente notizia di singole operazioni di collaborazione in corso tra Paesi alleati». Il Capo dello Stato non ci sta a essere tirato in mezzo nella spy story che sta mettendo in imbarazzo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E fa pervenire al Messaggero la secca smentita circa l’esistenza del presunto messaggio con cui Palazzo Chigi avrebbe avvertito il Colle delle richieste fatte pervenire dall’amministrazione Trump al governo italiano.

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GLI INCONTRI TRA BARR E I SERVIZI ITALIANI

Conte è infatti accusato di aver autorizzato incontri tra gli 007 italiani e il procuratore generale Usa William Barr arrivato in Italia per scoprire le prove di un altrettanto presunto complotto ai danni del presidente Usa. Ma cosa è avvenuto? E quale è la portata di questo potenziale scandalo? Per provare a capire non basta riordinare i fatti, ma anche i singoli personaggi al centro di un giallo che in più occasioni scivola nella farsa.

Il professore Joseph Mifsud.

CHE FINE HA FATTO JOSEPH MIFSUD?

Come nei migliori romanzi, tutto ruota attorno alla figura di un convitato di pietra, un personaggio oggi irreperibile: il professor Joseph Mifsud, docente maltese che, nel marzo 2016, avrebbe incontrato a Roma George Papadopoulos, consigliere della campagna elettorale di Donald Trump. Secondo le ricostruzioni della stampa, i due sarebbero vecchi conoscenti, un’amicizia che risalirebbe ai tempi di una comune collaborazione a Londra. Ma torniamo al 2016, a quando cioè Mifsud avrebbe avvisato l’amico di poter far da tramite con russi in possesso di migliaia di e-mail compromettenti della sfidante democratica Hillary Clinton da usare per mettere in moto una macchina del fango elettorale.

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Robert Mueller.

Un anno dopo, alla fine del mese di ottobre 2017, il procuratore speciale Robert Mueller, che indagava sul Russiagate, rende pubblico il nome di Mifsud e del professore si perde ogni traccia. Per gli statunitensi gli 007 italiani avrebbero un ruolo nella faccenda.

IL RUOLO DELLA LINK UNIVERSITY

C’è un particolare che merita attenzione: l’incontro del 2016 tra Joseph Mifsud e George Papadopoulos potrebbe essere avvenuto all’interno della Link University, ateneo presso il quale per la stampa il docente maltese presiedeva il corso di Relazioni internazionali. Non solo. Come ha scritto Luciano Capone su Il Foglio Mifsud è socio al 35% della Link International, società controllata da Link Campus (e per questo Scotti ha minacciato di querela per calunnia il giornalista). L’ateneo, che presenta diversi collegamenti con il Movimento 5 stelle (da lì provengono l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, l’attuale sottosegretaria agli Esteri Emanuela Del Re ed è stato frequentato da Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa) comparirebbe anche nel Rapporto Mueller. Sempre alla Link University, a fine ottobre 2017 Mifsud viene avvicinato dal giornalista de La Repubblica Paolo G. Brera che gli chiede conto delle indagini che lo hanno coinvolto e che stanno facendo tanto rumore negli Usa. «Quello che ha raccontato Papadopoulos non è vero», risponde seccamente Mifsud. Ma poi aggiunge: «Tutto ciò che ho fatto è favorire rapporti tra fonti non ufficiali e tra fonti ufficiali e non, per risolvere una crisi».

LA REPLICA DI SCOTTI

Per chi indaga oltreoceano, insomma, l’ateneo lo avrebbe nascosto dagli americani con il supporto dei nostri Servizi. Intervistato da Repubblica, Vincenzo Scotti, ex ministro democristiano, oggi 86enne, presidente e fondatore della Link University ha però respinto ogni presunto coinvolgimento dell’ateneo: «Mifsud qui da noi», ha dichiarato Scotti, «ha tenuto dei seminari. Non c’è un solo lavoro a sua firma nella nostra produzione accademica». Non solo: «Parlava troppo per essere una spia», continua Scotti secondo cui il docente è finito in questa storia «per superficialità e credo una certa dose di millanteria».

LA VERSIONE DI PAPADOPOULOS…

Sparito il professore, il solo che potrebbe saperne qualcosa è George Papadopoulos. Intervistato dal quotidiano La Verità, ha dichiarato che a metterlo in contatto con il docente maltese fu proprio Vincenzo Scotti, smentendo dunque qualsiasi rapporto pregresso fatto risalire ai tempi in cui entrambi vivevano a Londra. Eppure si fa sempre più largo l’ipotesi che i due si siano conosciuti lavorando per il London Centre of International Law Practice (Lcilp). Anche supportata dal fatto che, appena il nome del Lcilp (di cui Mifsud è stato direttore) ha iniziato a circolare, il sito internet della organizzazione (che ha sede al numero 8 di Lincoln’s Inn Fields, nel quartiere di Holborn), misteriosamente è sparito.

George Papadopoulos e la moglie Simona Mangiante.

…E DELLA MOGLIE ITALIANA

Nel frattempo, Repubblica intervista la moglie di Papadopoulos, la modella Simona Mangiante, casertana, ex avvocatessa, per sette anni fino al 2016 assistente legale nella Commissione Juri all’Europarlamento, che sul London Center dice: «Quel posto era un fake, una copertura». Mangiante descrive la sede del Lcilp come un’unica stanza con «un tavolo ovale al centro»: se suo marito e il professore hanno lavorato entrambi in quei pochi metri quadri, di sicuro si sono anche conosciuti. In più, Mangiante aggiunge un particolare: fu lei la prima a incontrare Joseph Mifsud. Le fu presentato, nel 2011, dal deputato europeo del Pd Gianni Pittella. Dal canto suo il dem all‘Adnkronos ha smentito ogni suo coinvolgimento nell’affaire. «Del presunto Russiagate, tranne quello che leggo sui giornali, non so nulla. Io non c’entro niente», ha assicurato confermando di aver conosciuto Mifsud e di avergli presentato Simona Mangiante. «Sono due anni che dicono sempre le stesse cose per quanto mi riguarda. Ovvero, che io conoscevo Mifsud e che nel corso di una conferenza tenuta a Bruxelles gli ho presentato la signora Mangiante, che allora lavorava al parlamento europeo. Dopodiché ho confermato che ho conosciuto Mifsud, il che non mi pare che sia un fatto rilevante, perché conosceva migliaia di persone».

PAPADOPOULOS TIRA IN BALLO RENZI

Ma, torniamo alle dichiarazioni che l’ex membro della campagna elettorale di Donald Trump ha rilasciato a La Verità, perché in quell’occasione Papadopoulos ha tirato in ballo Matteo Renzi che, a suo dire, sarebbe stato usato da Barack Obama per realizzare un complotto ai danni dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, il precedente governo di centrosinistra avrebbe fornito riparo a Mifsud che avrebbe a sua volta teso una trappola a chi lavorava per Trump.

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L’EX PREMIER ANNUNCIA QUERELE

Durissima la replica del senatore di Rignano: «Il signor George Papadopoulos ha rilasciato dichiarazioni false e gravemente lesive della mia reputazione sul giornale La Verità. Chi sbaglia, paga. Chi diffama, pure. Ci vediamo in tribunale». Renzi è poi passato al contrattacco: «Penso che se si vuole fare chiarezza, come Conte ha detto», ha subito attaccato il leader di Italia viva a Mezz’ora in più, su RaiTre, «è giusto che il presidente del Consiglio vada al Copasir e spieghi tutto. La domanda è: perché il ministro della Giustizia americano è venuto segretamente a incontrare il capo del Dis?». L’ex premier si riferisce all’esatto istante in cui la spy story statunitense sembra tramutarsi in un Italian Job. Quando, cioè ci sarebbero stati almeno due incontri autorizzati dal presidente del Consiglio, che ha la delega ai Servizi segreti, tra il procuratore generale William Barr, accompagnato dal procuratore John Durham, e i vertici della nostra intelligence.

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Donald Trump e Giuseppe Conte.

IL RUOLO DI «GIUSEPPI» E LA PAROLA AL COPASIR

Guai per «Giuseppi», come il presidente Usa definì Conte nel famoso tweet con cui, in modo irrituale, irrompeva nella politica italiana augurandosi che restasse premier. Dalle ricostruzioni sembra infatti che il presidente del Consiglio abbia messo a disposizione i nostri 007. Con tutto ciò che comporta a livello di rapporti internazionali, di rapporti europei sulla nostra affidabilità e – in particolar modo – di sicurezza nazionale. Quello che sta montando, dunque, è uno scandalo potenzialmente esplosivo. Su tutto ciò indagherà il Copasir, il comitato di controllo sui Servizi (che nel frattempo ha trovato un presidente, il leghista Raffaele Volpi), cui spetta il compito di accertare la legittimità dei contatti autorizzati da Palazzo Chigi.

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Quella tra Renzi e Conte è una guerra senza senso

Se fossero intelligenti dovrebbero garantire al governo qualche mese di vita operosa così da consegnare Salvini definitivamente ai peggiori pub di Varese e solo allora vedere chi di loro due è più forte.

È un Paese con grande senso dell’umorismo, o pieno di cinismo, quello che assiste alle annuali manifestazioni della destra sulla famiglia, celebrate da sfascia-famiglie titolati/e. Tutti legati a quella, alcuni addirittura con il crocefisso in mano e la patta dei pantaloni sempre aperta. Divertente, davvero divertente.

La destra, infatti, attraversa il suo momento di comicità. Matteo Salvini, visto in tivù, sembra ogni giorno più suonato. Dopo la trovata anti-Zuppi (evviva il nostro cardinale preferito!) sui tortellini al pollo, non riesce a inventarsi un’altra stupidata. Silvio Berlusconi è esattamente come nelle parodie di Maurizio Crozza. Giorgia Meloni è sempre più incazzata perché la sua “Bestia”, intendo il suo inner circle che la consiglia, le ha fatto notare che nel campo in cui lei milita si sta aprendo un varco gigantesco dopo il fallimento di Berlusconi, Fini e Salvini. Tuttavia la somma non fa il totale. Perchè se è vero che i sondaggi sono sempre pro-destra, l’andamento delle cose non va in quella direzione.

L’ELETTORATO COMINCIA A GUARDARE A UN LEADER CENTRISTA

Mi dispiace per i miei amici intellettuali di destra. È come se una forte domanda politica di destra si fosse improvvisamente ammosciata dopo le follie salviniane estive e molti elettori, fra cui l’ancor piccola pattuglia che ha già deciso di astenersi, comincino a guardarsi attorno per vedere se c’è qualche altra proposta nuova. Giuseppe Conte e Matteo Renzi in quella direzione guardano ma con un occhio sempre attento a ciò che può regalare l’ineffabile Luigi Di Maio. Prima o poi accadrà anche in questo Paese che una forza centrista o ultra moderata si prenderà il vessillo della vittoria.

Dalla destra non verrà alcun personaggio, le destre moderne non si moderano, si camuffano come Viktor Orban

L’area politica e la domanda politica ci sono. In questi anni sono mancate le figure di riferimento: Mariotto Segni, Pier Ferdinando Casini, persino Gianfranco Fini sono apparsi troppo pallidi e gli ultimi due troppo interessati agli amori più che alla politica. Dalla destra non verrà alcun personaggio, le destre moderne non si moderano, si camuffano come Viktor Orban, ma vengono sempre al naturale. Non è sbagliato immaginare, quindi, che una nuova proposta possa venire da chi ha militato o persino guidato il campo avverso.

RENZI E CONTE PRIMA DI FARSI LA GUERRA DOVREBBERO DISINNESCARE SALVINI

Qui le possibilità di due personaggi opposti e ormai frontalmente contrapposti, appunto Conte e Renzi. Il loro guaio è che hanno biografie voto-repellenti. Renzi è l’uomo più antipatico d’Italia, vetta che ha raggiunto solo per merito proprio e della propria family, tranne la cortese consorte. Conte appare come un voltagabbana, garbato, cerimonioso, ma molto voltagabbana. I due sono assai determinati. Renzi in modo più vistoso, Conte in modo ferocemente felpato. Tutti e due hanno l’attitudine alla cazzata imprevista. Pensate Conte che si è infilato come un dilettante in questa storia Usa-007 italiani.

Matteo Renzi ospite di Mezz’ora in più su RaiTre.

L’ideale per il Paese sarebbe se decidessero di farsi la guerra domani e non oggi. Voglio dire che se fossero intelligenti dovrebbero entrambi garantire al governo qualche mese di vita operosa così da consegnare Salvini definitivamente ai peggiori pub di Varese e solo allora vedere chi di loro due è più forte. Forse chiedo troppo. Il terzo incomodo potrebbe essere Nicola Zingaretti al quale non assegnerei per ora alcuna speranza di sfondamento elettorale.

Se Renzi la scaglia contro il Pd e il governo, Conte e Zingaretti gli devono fare male

È uomo da quarto posto in serie A e col tempo potrebbe puntare allo scudetto, ma ci vogliono una strategia e giocatori/trici di ben altro valore. La storia della Leopolda è tutta qui, almeno così la vede un antipatizzante come me. Se Renzi la scaglia contro il Pd e il governo, Conte e Zingaretti gli devono fare male. Se servirà ad accumulare forze per un partito di destra-sinistra, noi di sinistra non ci rammaricheremo. Senza Renzi abbiamo vissuto gli anni migliori della nostra vita, figuriamoci i prossimi.

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I sondaggi politici elettorali del 7 ottobre 2019

Carroccio in affanno a 32,3% ma sempre primo partito. Bene i dem, giù i grillini sotto il 19%. Sale ancora il partito di Renzi che si attesta al 5,6%.

Situazione poco mossa nei sondaggi del 7 ottobre per le principali forze politiche. Nella rilevazione settimanale di Swg per il Tg di La7 la Lega si conferma primo partito con il 32,3%, in leggero affanno dello 0,5% rispetto al 30 settembre.

Nella maggioranza recupera un po’ di terreno il Partito democratico che passa dal 19,4% al 20%. Male invece il M5s che passa dal 19,6% al 18,5%. Continua a crescere invece la nuova creatura di Matteo Renzi. Italia Viva prende un altro 0,7% supeando la quota del 5% e assestandosi al 5,6.

NEL CENTRODESTRA STABILE FORZA ITALIA

Nel centrodestra stabile al 5% Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia si conferma seconda forza al 7,1% con un meno 0,2 rispetto alla settimana prima. Qualche segnale anche negli altri partiti dell’opposizione. I Verdi crescono al 2,3% con un +0,3%. +Europa passa a 1,8% dall’1,6%. Male la lista di Sinistra che scende a 1,8%. Cambiamo, del presidente della Liguria Giovanni Toti, dall’1,7% è scivolato dello 1,6%.

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Condannati i genitori di Renzi per fatture false

Tiziano Renzi e Laura Bovoli condannati in primo grado per fatture false. Due anni all'imprenditore Luigi Dagostino. Al centro della vicenda due pagamenti per 20 mila e 140 mila euro.

Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori dell’ex premier Matteo Renzi, sono stati condannati a un anno e nove mesi di reclusione dal giudice di Firenze Fabio Gugliotta al processo per due fatture false che li vedeva imputati insieme all’imprenditore Luigi Dagostino. Quest’ultimo è stato a sua volta condannato, a due anni di reclusione. Il pm Christine von Borries nella sua requisitoria odierna aveva chiesto per i genitori di Renzi una condanna a un anno e nove mesi, e a due anni e tre mesi per Dagostino. La difesa aveva chiesto l’assoluzione, sostenendo che le consulenze per l’outlet di Dagostino a Reggello, in provincia di Firenze, fossero genuine e regolarmente pagate, rispettivamente per 20 mila e 140 mila euro.

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La Leopolda licenzierà Conte: Zingaretti fermi il gioco

Se il premier non ce la fa, se Renzi vuole giocare, se Di Maio traballa è meglio mandare tutti a casa prima della kermesse renziana e dare al capo dello Stato il tempo di fare un esecutivo elettorale.

Nicola Zingaretti ha ormai molto materiale per una riflessione seria. Il governo Conte traballa malgrado il buon lavoro che stanno facendo il ministro Roberto Gualtieri e la ministra Luciana Lamorgerse. La vicenda Usa-007 italiani è indubbiamente imbarazzante e rivela l’errore di Giuseppe Conte di tenere per sé la delega ai servizi segreti. Quel che conta, però, è che il clima nel governo è diventato improvvisamente rissoso. Tutto merito di Matteo Renzi.

I renziani fanno le vittime e si lamentano per le critiche che vengono rivolte al loro leader e a molti suoi collaboratori voltagabbana. Peccato. Peccato perché la politica che Renzi pratica non è fatta di sentimenti e di eleganza verso gli altri ma è impostata sull’aggressione e sull’interesse personale e della propria ditta. È legittimo da parte sua. Non è qui la critica. Se il giovane ex premier crede di avere carte per coagulare una inedita forza di destra-sinistra e per candidarsi a guidare il Paese, nessuno può contestargli l’ambizione. Purché questo disegno non si risolva in un danno generale. Il governo Conte non è nato per far giocare Renzi.

ZINGARETTI DICA CHE LA RICREAZIONE PER RENZI E DI MAIO È FINITA

A destra sono ancora sotto botta perché Matteo Salvini non riesce a uscire dalla sbornia estiva. Silvio Berlusconi è quello che è, ormai. Solo Giorgia Meloni sta ramazzando un po’ di scappati da casa dai due partiti alleati. Gualtieri e la ministra Lamorgese hanno messo in grave difficoltà la strategia sovranista. In poche settimane l’Italia non ha cambiato idea sulle grandi scelte partitiche ma gli urlatori sono sotto schiaffo e perdono consensi. Il governo Conte, se fosse operoso e silenzioso ed evitasse cazzate come quella sugli 007, potrebbe fare del bene sia al Paese sia al sistema politico. Non sta accadendo. Soprattutto la scissione di Renzi tiene in perenne ansia il quadro politico.

Se l’obiettivo fondamentale di questo esecutivo era quello di impedire la vittoria fragorosa di Salvini, l’obiettivo fra un po’ si rivelerà irraggiungibile

La domanda che deve farsi Zingaretti è questa: vale la pena investire il capitale, ormai piccolo, del Pd in questa operazione o non sta arrivando il momento di dire a Conte, a Luigi Di Maio e soprattutto a Renzi che la ricreazione è finita e che si va al voto? Se l’obiettivo fondamentale di questo esecutivo era quello di impedire la vittoria fragorosa di Salvini, l’obiettivo fra un po’ si rivelerà irraggiungibile. Se l’obiettivo era quello di dare tranquillità al Paese e impedire un collasso economico, basteranno altre due dichiarazioni di Renzi e la Leopolda per mandare tutto in crisi. Perché allora non accogliere la Leopolda con una crisi di governo?

IL PD DEVE DARSI UNA IDENTITÀ RIFORMATRICE

Oggi il voto lo vuole solo la Meloni. Salvini potrebbe avere brutte sorprese. Di Maio potrebbe essere costretto al ritiro. Renzi vedrebbe sparire il proprio gruppo parlamentare. Il Pd potrebbe raggiungere quella cifra elettorale intorno al 20%, o poco più, tipica delle socialdemocrazie europee che cercano di restare in vita. Ma soprattutto si avrebbe un chiarimento generale. Insisto su quel che ho già scritto: il Pd non può farsi carico del governo Conte. Se Conte non ce la fa, se Renzi vuole giocare, se Di Maio traballa è meglio mandare tutti a casa e dare al capo dello Stato il tempo di fare un governo elettorale decente risparmiandoci così anche la cazzata della riduzione del numero dei parlamentari.

Matteo Renzi al Senato.

Zingaretti potrebbe dire al Paese: ci abbiamo provato, ma siamo circondati da irresponsabili, se gli italiani vogliono evitare il baratro diano solidità a una forza tranquilla. Nel frattempo questa forza tranquilla dovrebbe darsi una identità riformatrice. Renzi sarebbe così a metà del guado. Farebbe una campagna elettorale contro il Pd ma così facendo inseguirebbe Salvini. Il nuovo parlamento avrebbe una probabile maggioranza di destra contrastata da una opposizione politica e sociale molto forte. Sarà inevitabile. Poi andremo tutti in fila a ringraziare Renzi, Bellanova, Boschi per aver, per ben due volte, consegnato il Paese alle destre.

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