Da Renzi a Confindustria e Figc: chi vuole riaprire il Paese

Mentre il governo ha intenzione di prorogare le misure anti-coronavirus e i virologi chiedono di continuare il lockdown, il leader di Italia viva spinge per la ripresa delle attività produttive e delle scuole. Seguendo gli industriali, l'Abi e il mondo del calcio.

A giudicare dalle reazioni indignate che ha scatenato la sua proposta di riaprire quanto prima il Paese imparando a «convivere» con il coronavirus, Matteo Renzi sembra essere inciampato clamorosamente.

L’idea del leader di Italia viva non solo è stata duramente attaccata dai virologi, ma non ha nemmeno avuto seguito nel mondo politico. Insomma tutti – maggioranza e opposizione – paiono concordare su un punto: non è ancora il momento di far cessare la quarantena.

Anche se non si va molto oltre, visto che mancano ancora proposte concrete su come, prima o poi, il Paese debba ripartire. La proroga del lockdown, almeno fino al 18 aprile, dovrebbe essere approvata poco prima del 3 aprile, cioè alla scadenza delle misure previste dal Dpcm del 9 marzo.

TUTTI CONTRO RENZI

La proposta di Renzi è stata attaccata da tutte le parti. Matteo Salvini, che solo un mese fa si appellava a Sergio Mattarella per chiedere di riaprire il Paese, ha tagliato corto: «Non è il momento». Sempre dalla Lega, gli ha fatto eco Gian Marco Centinaio: «Ancora una volta da Renzi una proposta che fa capire quanta incapacità di ascolto ci sia da parte sua. Mentre la comunità scientifica implora il “tutto chiuso”, lui lancia l’ennesima provocazione della disperazione». Fredda Forza Italia, che affida la replica ad Antonio Tajani: «Si ascolti solo la voce degli scienziati, bisogna tutelare la salute dei cittadini». Tranciante anche Carlo Calenda: «Caro Matteo, la tua dichiarazione è poco seria».

L’ex ministro dello Sviluppo economico su Twitter ha ribadito la sua posizione: «La politica sul #coronavirus ha preferito annunci e retorica. Vogliamo affrontare la riapertura? Facciamo gruppo di lavoro subito governo/opposizione + tecnici. Cagnoli per strategia e Ricciardi per sanità. E i segretari di partito, così chiacchierano di meno e lavorano di più».

MAGGIORANZA COMPATTA: NESSUNA APERTURA

E se l’intento del leader di Italia viva era aprire qualche crepa nella maggioranza pare fallito, perché dal Movimento 5 stelle (Luigi Di Maio: «Per la riapertura dobbiamo attendere il parere degli esperti del comitato scientifico: per non annunciare date che poi possono essere smentite», ha detto a Storie italiane su RaiUno) a Liberi e Uguali (Nicola Frattoianni: «Non abbiamo bisogno di apprendisti stregoni irresponsabili») è stato un fiorire di critiche. Il ministro per gli Affari regionali, il dem Francesco Boccia ha definito il tema della riapertura «un dibattito legittimo», che però deve avvenire considerando la situazione sanitaria attuale. La priorità insomma è: «Raddoppiare le terapie intensive, curare nel miglior modo possibile gli italiani, rafforzare gli ospedali e rafforzare le regioni che sono in particolar modo in condizioni maggiormente critiche, e rafforzare tutti il Centro-Sud nel caso che i contagi aumentino, far arrivare il cibo in ogni casa».

L’IPOTESI DI RIPARTENZA A SCAGLIONI

Forse Renzi, che non è nuovo a simili ballon d’essai, ha intuito però che, mentre il mondo politico e la comunità scientifica impongono una cosa, il Paese sta iniziando a chiederne un’altra. Se così fosse, Italia viva si farebbe portatrice degli interessi di quella parte della società che è per la riapertura immediata. E l’intervista di Renzi rilasciate ad Avvenire («Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua») non lasciano spazio a dubbi. «Se non ripartiamo ora», ha rincarato la dose anche nella sua ultima newsletter, «moriremo di fame, non di Covid. E dunque bisogna ripartire. I giovani potranno uscire prima degli anziani. Brutto dirlo ma è così. Se hai più di 70 anni riacquisterai le tue libertà dopo i ragazzi di 20. Scrivere queste cose fa male. Ma non scriverle significa disertare davanti al compito che ha un politico: indicare una via, non cercare solo il consenso».

CONFINDUSTRIA VENETO: «AL LAVORO ANCHE I SETTORI NON ESSENZIALI»

Sulla stessa lunghezza d’onda, e non è certo una novità, l’intera Confindustria che ha battagliato a lungo con il governo nella definizione del decreto Serra Italia. Dal Veneto, una delle regioni più colpite dall’epidemia, Enrico Carraro, presidente degli industriali, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, ha detto: «Le imprese non essenziali devono poter continuare al lavorare perché c’è bisogno che la macchina del Paese continui, c’è bisogno di fare versamenti alil fronte dello stop al lockdownlo Stato, ci sono problemi impellenti. Se andiamo avanti così tutto il Paese si blocca. Così non reggiamo, bisogna pensare da subito come ridare ossigeno al Paese».

L’ALLARME DI VINCENZO BOCCIA

Il più duro, in merito, era stato proprio il numero 1 di Confindustria, Vincenzo Boccia, che commentando il Serra Italia aveva detto: «dall’emergenza economica si entra nell’economia di guerra». E, ancora: «Se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuole dire che produciamo 150 mld al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni trenta giorni. L’economia non deve prevalere sulla salute ma dobbiamo far sì che tantissime aziende per crisi di liquidità non riaprano».

ABI: «LE BANCHE RESTINO APERTE»

Tira dritto anche l‘Associazione bancaria italiana che da giorni sta battagliando con i sindacati che avrebbero preferito la chiusura degli istituti di credito per garantire la sicurezza agli impiegati. «Chiediamo», si legge nella lettera che le sigle sindacali hanno indirizzato al presidente del Consiglio, dopo avere incassato il rifiuto di Abi, «la chiusura per 15 giorni di tutti gli sportelli bancari su tutto il territorio nazionale». Ma Abi si è limitata a replicare che «le banche si sono impegnate ad adottare le necessarie soluzioni organizzative per mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro nonché l’adozione di ulteriori misure per ridurre il rischio di contagio», mentre continua a diramare inviti ai clienti di non recarsi direttamente allo sportello se non strettamente necessario.

LA FIGC IN PRESSING PER RICOMINCIARE IL CAMPIONATO

Scalpita per ripartire anche il mondo del calcio italiano: «La priorità è terminare i campionati entro l’estate, senza compromettere la stagione 2020-21», ha detto Gabriele Gravina, presidente della Figc, parlando a Radio Cusano Tv Italia, aggiungendo: «Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha dichiarato che proporrà il blocco delle attività sportive fino alla fine di aprile compresi gli allenamenti, aspetterei la decisione del Consiglio dei ministri». Ancora più duro il Presidente della Lega Serie A, Paolo Dal Pino, che al governo ha ricordato i numeri macinati dal settore: «Il calcio produce 3 miliardi di euro di ricavi e un indotto di 8, oltre a una contribuzione fiscale e previdenziale di 1 miliardo di euro». E dato che non sarà intenzione dei club ripartire con gli stadi vuoti, è chiaro il pressing perché la quarantena finisca per tutti.

IL NODO DELLE SCUOLE E LO SCREENING DI MASSA

E le scuole? Renzi anche in questo caso aveva dettato una sua tempistica: «Si torni a scuola il 4 maggio. Almeno i 700 mila studenti delle medie e i 2 milioni 700 mila delle superiori. Tutti di nuovo in classe, mantenendo le distanze e dopo aver fatto comunque tutti un esame sierologico una puntura su un dito e con una goccia di sangue si vede se hai avuto il virus». Anche questa proposta è stata bocciata dalla quasi totalità del mondo scientifico che continua a ripetere che non si potrà lasciare le proprie abitazioni fino a quando l’epidemia non sarà passata. Eppure, alla possibilità dello screening di massa ci si sta davvero lavorando. In prima linea è l’Università di Torino con i virologi del dipartimento di Scienze veterinarie che propone un test del sangue per scovare chi ormai è immune e decidere sulla base di questi dati quanti e quali soggetti fare uscire di casa per primi. Del resto, si sta consolidando l’ipotesi che l’80% delle persone che hanno contratto il Covid-19 lo abbiano fatto in modo asintomatico. Avremmo quindi una platea che va dalle 250 mila alle 300 mila unità che potrebbero tornare al lavoro. Questo, naturalmente, nella speranza che i nostri anticorpi conservino memoria della battaglia vita contro il coronavirus. Una speranza cruciale.

LA POSIZIONE DELL’ISS

L’Istituto superiore di Sanità invece prende tempo. «Arriviamo fino a Pasqua e poi guardiamo i dati per stabilire come procedere. Va vista l’evoluzione dell’epidemia», ha ribadito in una intervista a Repubblica il presidente Silvio Brusaferro. Mettendo in guardia: anche quando i casi di coronavirus scenderanno a zero, la vita non tornerà come prima finché non verrà trovato un vaccino o un farmaco efficace contro la malattia. Sulle riaperture, ha aggiunto Brusaferro, «il problema è capire quali forme di apertura garantiscono che la curva non ritorni a crescere. Certamente le riaperture avverranno in modo graduale e dovremo organizzarci per essere capaci di intercettare rapidamente eventuali nuove persone positive. Stiamo anche valutando un’idea degli inglesi, quella dello ‘stop and go’. Prevede di aprire per un certo periodo e poi chiudere di nuovo». Tra le ipotesi al vaglio anche la possibilità di tenere a casa «anziani e malati fragili».

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Le frizioni nella maggioranza sul decreto Cura Italia

Il pacchetto di aiuti nei fatti è una manovra. E ha fatto riemergere vecchie tensioni e spaccature interne. Il Pd è allergico all'autonomia di Gualtieri e nel M5s Di Maio cerca di depotenziare Patuanelli. Mentre Renzi ha preso atto dell'impossibilità di ogni piano anti-Conte. Ma è pronto a tornare alla carica con il suo piano choc.

La pax nel governo è già finita. Non appena sul tavolo sono arrivate misure economiche anti coronavirus, sono riapparse le vecchie tensioni, portando tutti sull’orlo di una crisi di nervi.

Il decreto, ribattezzato ‘Cura Italia’, ha quindi fatto risalire la temperatura tra i partiti di maggioranza. Un provvedimento così importante (25 miliardi) dal peso di una Legge di Bilancio, ha scatenato gli appetiti di tutti: Pd, M5s, Italia viva e Liberi e uguali hanno cercato di piazzare le rispettive bandierine, riportando indietro le lancette della politica alla fase pre-coronavirus.

L’unica differenza è che nessuno si è sognato di agitare lo spettro di una crisi di governo. Il momento è troppo delicato per fughe in avanti di questo tipo.

IL DECRETO È UNA MANOVRA COMPRESSA IN POCHE ORE

«La Finanziaria richiede un iter di mesi, con le polemiche e le solite tensioni che ben conosciamo», spiega a Lettera43.it una fonte di maggioranza. «Immaginate cosa possa aver causato un decreto che è di fatto una manovra, compressa in poche ore, in una situazione di emergenza sanitaria». L’effetto è stato un tutti contro tutti, in continuità con le abitudini di questa maggioranza. Con la presenza sulla scena di un evergreen della politica e dell’economia italiana: il destino di Alitalia; salvata dall’ennesimo intervento pubblico e indirizzata verso la nazionalizzazione.

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Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE SEMPRE PIÙ INTOCCABILE

Rispetto ai mesi scorsi c’è una novità: il crescente malumore per gli spazi di autonomia che si stanno ritagliando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Tuttavia, adesso il numero uno di Palazzo Chigi è visto quasi come un intoccabile: gli indici di gradimento dei sondaggi volano in alto e non è il caso di metterlo in discussione. Almeno per ora. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos il premier è salito al 52% di gradimento, mentre il 62% degli italiani promuove l’operato del governo. A mettere in dubbio Conte ha provato il leader di Iv, Matteo Renzi, bacchettando il governo con la stampa estera sulla gestione del coronavirus nella prima fase. Ma non ha attecchito. 

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LA FUGA IN AVANTI DI GUALTIERI

Il discorso è diverso per Gualtieri: secondo gli alleati, già da qualche tempo, ha il “vizietto” di presentare dei pacchetti quasi preconfezionati che suscitano una certa irritazione. E talvolta si rivelano un boomerang perché allungano i tempi di confronto, osserva una fonte parlamentare, in una serie di dispetti e veti incrociati. Così si spiega il lungo confronto, seppure a distanza per ragioni di sicurezza sanitaria, tra i ministri impegnati a a infilare misure a loro gradite all’interno del provvedimento.

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

ALITALIA E LE SPACCATURE ALL’INTERNO DEL M5S

Il Cura Italia è anche un Salva Alitalia. La compagnia di bandiera beneficerà di un nuovo sostegno statale, con la motivazione della pandemia che ha provocato la cancellazione di voli e quasi l’azzeramento de traffico aereo. Ma il via libera è stato foriero di tensione: il Pd ha spinto per la sostanziale nazionalizzazione, trovando la contrarietà di parte dei 5 stelle, che avrebbero voluto destinare quei fondi ad altri capitoli. Una posizione sorprendente anche perché la partita è nelle mani del ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli. Il tracollo della compagnia lo avrebbe messo in difficoltà e proprio il ministro aveva parlato a novembre di una possibile nazionalizzazione di Alitalia. La spiegazione di questa strategia si può rintracciare nelle spaccature interne al Movimento: Luigi Di Maio, che di fatto continua a muoversi da vero leader del M5s, vede nel collega di governo (e suo successore al Mise) un antagonista alla guida dei grillini. Lasciargli una situazione scottante non avrebbe provocato grossi dispiaceri, specie su un tema così controverso.

LEU CHIEDE MAGGIOR PRESSING SULL’EUROPA

Anche da LeU, uno degli alleati più accomodanti, è arrivato un attacco: la richiesta di fare pressioni sull’Europa. «Dalla Ue dichiarazioni ma pochi fatti. O l’Europa cambia e si dimostra entità istituzionale e politica in grado di proteggere i propri cittadini e i Paesi che la compongono oppure finirà per apparire inutile agli occhi degli europei», hanno attaccato i capigruppo alla Camera e al Senato, Federico Fornaro e Loredana De Petris. Una presa di posizione che ha fatto seguito alla proposta del senatore di Leu, Francesco Laforgia, di seguire la Spagna sull’emergenza coronavirus con la sostanziale requisizione delle strutture sanitarie private da mettere a disposizione del pubblico.

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Matteo Renzi.

IL PRESSING (PER ORA SPUNTATO) DI RENZI

Renzi ha dovuto prendere atto che l’emergenza rende impraticabile qualsiasi operazione anti-Conte. Ma può sempre pungolare il governo sul merito dei provvedimenti. Nell’ultimo decreto Italia viva ha cercato di rivendicare le misure per la famiglia, con la ministra Elena Bonetti, ma soprattutto l’impegno per gli autonomi su cui, ha scandito il coordinatore di Iv, Ettore Rosato, «bisogna fare uno sforzo aggiuntivo nel prossimo provvedimento». La mira è già spostata in avanti, al decreto che sarà vaglio del Consiglio dei ministri tra qualche settimana. Quando i renziani torneranno alla carica con il piano choc da 120 miliardi di euro, rilanciando un loro cavallo di battaglia. Da sempre inviso agli alleati.

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C’è Mattarella e gli anti-italiani: da Lagarde a Renzi-Salvini

Il delitto contro l’Europa che stanno consumando alcune élite di stupidi e stupide leader del Vecchio continente e del nostro Paese è incalcolabile. Bisogna trattarli male. Il presidente della Repubblica è stato bravo, ma troppo educato.

Date una calmata a Matteo Salvini (non è difficile, basta un bicchierone di quella cosa estiva che gli ha fatto fare tante cazzate), non si può ogni giorno invocare misure sempre più estreme. Siamo al limite del coprifuoco e non escludo che possa arrivare il momento che dovrà essere dichiarato. Intanto sono state prese decisioni severe che la maggioranza della popolazione sta rispettando e abbiamo il dovere di attendere gli effetti.

Si è capito che il coronavirus non si abbatte dalla sera alla mattina né con una piccola pillola. Persino il farmaco proposto con successo dai valorosi medici di Napoli richiede il suo tempo per agire. Né serve che ci siano degli inguaribili presuntuosi che vadano in giro per il mondo a citare il proprio Paese come il luogo in cui si sono fatti solo errori. Bugiardi/o.

Alcuni errori sono stati fatti e condannati: comunicare per esempio è stato un limite del governo. Perdere troppo tempo con chi diceva che eravamo di fronte a una banale influenza e oggi, sempre di Salvini si tratta, immagina la guerra totale contro le mosche, pure.

I PESSIMI ESEMPI DI RENZI E SALVINI

Tuttavia questo Paese, ditelo a Matteo Renzi, sta dando esempio di serietà, di avere un nerbo fondato su una classe medico-infermieristica di primo ordine, su ospedali smantellati da coglioni liberisti, su una burocrazia che fa il suo dovere, su una classe politica che, a parte i soliti chiacchieroni, si è messa in disparte e non infastidisce il guidatore. L’impressione che quasi tutti sentono che è arrivato il momento del dovere fa venire con più nettezza allo scoperto quelli che non lo hanno capito o i vanesi. Che cosa ha da insegnare Teresa Bellanova al professor Roberto Burioni o Luigi Marattin al medico Raffaele Bruno. Siete miracolati della politica, state zitti.

Se Salvini fosse stato al governo, dato una prova pessima di sé e sarebbe stato una rovina per il Paese

L’opposizione sembra essere tornata distinta. La focosa Giorgia Meloni ogni tanto ritrova la via del dialogo. Salvini è perso per sempre. D’altra parte un uomo che ha trascorso metà della sua vita a insultare i meridionali e poi con la faccia come quella parte del corpo lì si presenta al Sud, è capace di tutto. Io detesto i meridionali che lo votano. Non vorrei mai veder tornare Salvini al governo perché ho in mente le sue frasi e i suoi cori contro di noi. Poi è uno inaffidabile che avrebbe, se fosse stato al governo, dato una prova pessima di sé e sarebbe stato una rovina per il Paese.

IL DANNO DI MOLTI LEADER EUROPEI È INCALCOLABILE

Meglio Giuseppe Conte, meglio Roberto Gualtieri, meglio Roberto Speranza e altri/e. Persino Luigi Di Maio sembra aver trovato la sua strada. Personaggi che sanno anche assumere decisioni serie e difficili. Meglio su tutti Sergio Mattarella a cui spetta il compito quasi impossibile di giustificare il nostro europeismo che dopo le ultime settimane e le dichiarazioni della Christine Lagarde sento in pericolo. Il delitto contro l’Europa che stanno consumando alcune élite di stupidi e stupide leader europee è incalcolabile. Bisogna trattarli male. Mattarella è stato bravo ma troppo educato. Se vogliamo che non riparta il solito antieuropeismo sovranista il “vaffa” presidenziale deve essere a tutto tondo.

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Ci basta il coronavirus, un governo con Renzi e Salvini è troppo

Se davvero si vuole dare vita a un esecutivo d'emergenza, allora si scelgano persone per bene, dal profilo tecnico e al di sopra delle parti. La sola ipotesi di dare in mano il Paese ai due senatori è più terrificante dell'emergenza contagi.

Nessuno nasce imparato, diceva un vecchio motto materno. Forse è per questo che di fronte all’apparire, improvviso e spaventoso, del coronavirus tanti, soprattutto chi occupa ruoli pubblici, hanno fatto errori e sbagliato comunicazione

Ad alcune settimane dall’apparire del figlioccio del pipistrello, la quantità di errori si può riassumere in due categorie. La prima è stata sicuramente il dare l’idea di essere di fronte a un mostro imbattibile, proprio mentre un Paese serio come la Cina aveva, a suo modo, messo in campo tutte le risorse per sconfiggere l’epidemia.

Il secondo errore è stato quello di barcamenarsi fra allarmismo e il suo contrario. Errore che non hanno compiuto solo alcune persone, in particolare la dottoressa del Sacco di Milano, l’équipe dello Spallanzani e la mitica Ilaria Capua.

IL GOVERNO PRESO DALLA FRENESIA DA GRANDE FRATELLO

Il governo ha avuto giornate buone quando è stato governo, quando, invece, si è fatto prendere dalla frenesia da Grande fratello ha fatto pena.

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Alcuni ministri, ad esempio Roberto Speranza, hanno tuttavia mantenuto un profilo giusto e sullo stesso Giuseppe Conte se ha sbagliato negli ultimi giorni (così come Attilio Fontana. il governatore della Lombardia), ha anche cercato di dire e fare cose rassicuranti. Non siamo meno peggio dei Paesi che ci circondano e che rifiutano i nostri aerei e le nostre navi senza dire nulla di chiaro su se stessi. A noi è toccata la fine del cane che annega, quello che tutti bastonano.

LA SOBRIETÀ ROTTA DALLA PROPOSTA DEL “GOVERNO DI TUTTI”

Per qualche giorno, a parte lo solita dose di sciocchezze di Matteo Salvini, il mondo della politica è apparso sobrio. Fino all’annuncio della proposta del governo di tutti. Proposta, come ha chiarito il governatore Fontana, che Matteo Renzi avrebbe fatto in odio a Conte. Questo Renzi dovrebbe usare il numero chiuso per i suoi odi perché ormai l’elenco è infinito. Il tema susciterebbe poco interesse, data l’inesistente consistenza elettorale del Renzi medesimo, se non avvelenasse il dibattito politico.

SERVIREBBE UNA SQUADRA AL DI SOPRA DELLE PARTI

Vorrei insistere quindi su un punto. Il governo di emergenza per far fuori un governo in carica è una ipotesi vile e che non passerà. Il Pd e i 5 stelle non lo accetterebbero mai. Neppure Sergio Mattarella può far cadere un governo per far giocare Renzi. Il tema può essere proposto solo in altro modo. E cioè se cresce la convinzione, e soprattutto se cresce al Quirinale e nel cuore pulsante del Paese, che non ce la facciamo se non incarichiamo un uomo al di sopra delle parti accompagnato da uomini e donne al di sopra delle parti (purché non rompano i coglioni sulle pensioni) di guidare l’uscita dell’Italia da questo cono d’ombra in cui è situata con una brutta fama internazionale e una sfiducia interna molto estesa. Un governo fortissimo, di pochi mesi, fatto da persone per bene. Per fortuna l’Italia ne ha tante. E per evitare che appaia un governo che “commissaria” la politica si possono scegliere per farne parte politici con un forte profilo tecnico o d’esperienza. Quindi nessun capo partito o legittimo aspirante a dirigere il governo successivo. Se non è questo il governo d’emergenza, desistete. L’idea di far fare un governo ai due Mattei è spaventosa. Meglio il coronavirus. È più leale.

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Mario Draghi si difenderà da Renzi e Salvini

Il leader di Italia viva non solo accarezza un suo ruolo all'opposizione e il sogno di una grande destra, ma adesso si gioca pure la carta della candidatura a premier dell'ex presidente della Bce. Come aveva fatto il segretario della Lega. Usando il suo rispettabilissimo nome solo per fare un po' di casino.

Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi, scrive oggi sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli, che sarà bello fare opposizione.

Lo dice a noi che all’opposizione ci siamo stati fino al governo Prodi a parte quei mesi disperati del governo Andreotti mentre Aldo Moro era nelle prigioni delle Br.

Sì, è vero all’opposizione si sta bene e ci si ingrassa pure. Servono alcuni attrezzi, però. Serve una attrezzatura culturale che dia al partito che sta all’opposizione un’aura di forza necessaria, serve un progetto di lungo respiro che tenga in piedi la speranza, serve alternare momenti di filibustering con la collaborazione parlamentare per far fare cose utili per il popolo. Chi sta all’opposizione deve cioè essere una persona seria. Non si sta all’opposizione per giocare.

RENZI HA PERSO CREDIBILITÀ ED È SEMPRE PIÙ SOLO

È questo il primo vero problema che ha Renzi. Nessuno in Italia pensa più che lui sia una persona seria e anzi si moltiplicano quelli che pubblicamente dicono che si sono sbagliati ad appoggiarlo. Questi non mi piacciono. Scappare dopo le sconfitte non è mai bella cosa. Mi fa quasi più simpatia Roberto Giachetti che non avendo mai vinto nulla appena vede una sconfitta ci si avventa sopra.

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IL SOGNO DELLA GRANDE DESTRA

Un’altra ragione perché non sarà bello stare all’opposizione per Renzi e le sue girl è che quel luogo è affollato di gente che non ha bisogno di lui. L’ex premier, uno dei numerosi ego-mostri che girano per la politica italiana, è convinto che con il suo arrivo farebbe una flebo salvifica a Forza Italia, stingebbe il nero di Giorgia Meloni, e convincerebbe Matteo Salvini a bere di meno. Insomma, già si sente di dire ai nuovi amici di avventura: «Ora basta, la ricreazione è finita». Ma colui che disse questa frase, che chiuse un moto di popolo, era un generalone, un padre della patria, uno che parlava, come si dice dalle mie parti, «come un testamento» ovvero come dice Lino Banfi «una parola è poco e due sono troppe».

ANCHE L’EX ROTTAMATORE SI È GIOCATO LA CARTA DRAGHI

L’arrivo di Renzi nel circo in cui si esibiscono Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Vittorio Feltri e altri stupendi cabarettisti di destra aggiunge poco allo spettacolo. Cosa può dire Renzi di più e di peggio sul Pd? Quelli sono più avanti. Renzi però crede di essere furbissimo e ha lanciato, in vista della caduta del governo Conte, la candidatura di Mario Draghi. La stessa cosa che mesi fa fecero sia Salvini sia Giancarlo Giorgetti. Io ho notizia, da fonte sicura, che Mario Draghi sia stato visto recentemente in una falegnameria di Roma mentre ordinava due bastoni molto nodosi. Vuoi vede che vuole suonarli sulla testa di questi cretini che, non sapendo che diavolo fare, o dire, usano il suo rispettabilissimo nome per fare un po’ di casino?

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Storia e funzionalità del modello “sindaco d’Italia” di Renzi

Il leader di Italia viva propone l'elezione diretta del premier. Lo slogan era di Segni, poi la formula fu ripresa da D'Alema, Prodi e Veltroni. Darebbe più poteri al capo del governo. Ma in Israele l'idea non ha funzionato. E per diversi costituzionalisti anche da noi è inapplicabile. L'analisi.

Un capo di governo eletto direttamente dal popolo e di cui si sappia il nome «un minuto dopo il risultato delle elezioni»: è la proposta che Matteo Renzi ha portato a Porta a porta. «Siccome non si può andare avanti così con le scene che abbiamo visto, fermi tutti: faccio un appello a tutte le forze politiche. Dico: portiamo il sistema del sindaco d’Italia a livello nazionale. Si vota una persona che sta lì cinque anni ed è responsabile. Per me la soluzione è l’elezione diretta del presidente del Consiglio», è stato il tono dell’appello. E per arrivarci il leader di Italia viva ha annunciato l’inizio di una raccolta di firme.

L’ORIGINE: DA UN’IDEA DI SEGNI

Lo stesso termine “sindaco d’Italia” indica che l’idea viene dal modello di elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione. Il primo caso è a due turni, l’altro a un turno unico, ma entrambi sono riforme che hanno funzionato e che a cui i cittadini si sono abituati. Vennero fatte in contemporanrea alla riforma elettorale per il parlamento, in seguito alla stessa campagna iniziata da Mariotto Segni. E dopo queste riforme si parlò di un passaggio da una Prima a una Seconda Repubblica: anche perché Tangentopoli aveva nel frattempo completamente scombussolato il sistema dei partiti, pur se la Costituzione non era stata formalmente toccata.

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Dopo le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, però, il sistema dei due terzi di seggi uninominali e un terzo proporzionale soprannominato Mattarellum fu sostituito nel 2006 da un sistema proporzionale con premio di maggioranza soprannominato Porcellum. Nel gennaio 2014 la Corte costituzionale dichiarò però l’illegittimità costituzionale parziale della legge, annullando il premio di maggioranza e introducendo la possibilità di esprimere un voto di preferenza.

CONSULTELLUM E POI ITALICUM

La legge elettorale proporzionale così risultante, soprannominata Consultellum, rimase in vigore, senza peraltro essere mai stata effettivamente utilizzata, per l’elezione della Camera, fino alla sua sostituzione con l’Italicum a decorrere dal primo luglio 2016, e per l’elezione del Senato fino al novembre del 2017.

LA SCURE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

L’Italicum prevedeva un sistema proporzionale con eventuale doppio turno, premio di maggioranza, soglia di sbarramento e 100 collegi plurinominali con capilista bloccati, con la possibilità per lo stesso candidato di partecipare all’elezione in 11 collegi. Nel gennaio 2017 la Corte costituzionale dichiarò però incostituzionale sia il turno di ballottaggio sia la possibilità per i capilista bloccati che fossero stati eletti in più collegi di scegliere discrezionalmente l’effettivo collegio di elezione.

IL ROSATELLUM E LA NUOVA POSSIBILE LEGGE

Senza essere stata mai utilizzata, anche qesta legge è stata abrogata in seguito all’entrata in vigore del Rosatellum, con cui si è votato nel 2018, e che ha reintrodotto un 37% di seggi uninominali. Ma di nuovo si sta discutendo su una possibile nuova legge elettorale (il Germanicum?), che sarebbe comunqe necessaria se va in porto il taglio dei parlamentari.

LA PROPOSTA: RIDARE CREDIBILITÀ ALLE ISTITUZIONI

«Eleggiamo il sindaco d’Italia», spiega il sito di Italia viva che raccoglie le firme. «L’Italia non può restare ancora ferma bloccata dai litigi quotidiani dei partiti. E noi che siamo parte di questo spettacolo siamo i primi a riconoscerlo. Per questo proponiamo di cambiare. Il mondo fuori da noi corre. Le sfide del futuro richiedono un Paese capace di decidere. I cittadini hanno votato per partiti che hanno visto i propri rappresentanti – tutti – allearsi con forze politiche radicalmente diverse. La distanza tra gli impegni pre-elettorali di non fare accordi con nessuno e la realtà del giorno dopo sta diventando insopportabile e rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni, ma soprattutto la fiducia delle persone verso la politica».

I MOTIVI: CON LE REGOLE ATTUALI NON SI PUÒ GOVERNARE DA SOLI

La critica è che «con le regole di oggi nessuno può governare da solo. E infatti negli ultimi anni si sono succeduti governi con maggioranze diverse ma con il medesimo tasso di litigiosità. Così l’Italia dell’economia che stava faticosamente riprendendosi è tornata alla crescita zero». Italia viva quindi osserva: «C’è solo un modello istituzionale che piace alla grande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria elettorale: è il modello delle amministrazioni locali. I sindaci possono governare, i sindaci devono farlo. E chi viene eletto per questo incarico sa di poter lavorare per anni con tranquillità perché protetto da un sistema istituzionale che garantisce la stabilità».

PETIZIONE PER UNA MODIFICA NELLA NOSTRA CARTA

La petizione chiede che l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri sia introdotta non con sola legge, ma tramite modifica costituzionale: una “blindatura” che richiederebbe a quante più forze politiche possibile di lavorarci assieme.

PIÙ POTERI AL PREMIER: ANCHE LA REVOCA DEI MINISTRI

Renzi da Bruno Vespa ha specificato che il presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo «potrà revocare i ministri. Con il sistema di oggi serve una mozione di sfiducia o le dimissioni. Il premier sarebbe un premier più forte, come i sindaci. Il presidente della Repubblica terrebbe la funzione di garanzia, verrebbe meno quello di designazione».

LE REAZIONI: CONTRARIO IL PD

Malgrado l’appello, Partito democratico e Liberi e uguali hanno manifestato ostilità. Pur in passato renziano di ferro, il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ha detto che «le riforme istituzionali non sono la prima emergenza del Paese». Secondo lui la legislatura deve andare avanti «dedicando tutte le energie del governo e del parlamento alla crescita e al lavoro». Meglio dunque se Renzi concorda «su priorità che sono indiscutibili» e se Italia viva contribuisce con le sue proposte «a questa maggioranza in modo leale».

FRECCIATINA DI FRANCESCHINI VIA TWITTER

Senza entrare in dettagli Dario Franceschini, capo delegazione del Pd all’interno dell’esecutivo, via Twitter ha icasticamente paragonato Renzi allo scorpione che nella favola di Esopo aveva chiesto un passaggio alla rana, che poi aveva punto pur al costo di annegare.

Per suo conto il rappresentante di Leu al governo, il ministro della Salute e segretatrio di Articolo 1-Mdp Roberto Speranza, ha ricordato che «il modello dell’Italicum è stato già bocciato definitivamente dagli italiani il 4 dicembre 2016. Non si torna indietro».

FAVOREVOLI: FORZA ITALIA E FRATELLI D’ITALIA

Per Forza Italia, la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini ha preso atto di come «dopo anni» Renzi sia venuto sulle «posizioni storiche» forziste. Aggiungendo però: «È ovvio che Italia viva, per essere credibile su questi temi, deve sciogliere il nodo in merito al sostegno al governo Conte 2. Renzi per essere coerente e concreto deve far cadere questo esecutivo. Provvedimenti scandalosi come lo stop alla prescrizione o il decreto intercettazioni non possono e non devono andare avanti».

Prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme


La posizione di Fratelli d’Italia

Per Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Francesco Lollobriga si è detto favorevole, ma ha respinto la proposta di larghe intese: almeno per il momento. «Solo un nuovo parlamento può mettere mani alle riforme», ha spiegato. Prima di aggiugere: «Noi, a differenza di Renzi, abbiamo sempre avuto una posizione chiara sull’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. È naturale la nostra disponibilità a convergere su questa proposta, ma non vorremo che sia una scusa per tenere in vita un governo che fa danni all’Italia. Per questo prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme».

LA LEGA RILANCIA: MODELLO PRESIDENZIALISTA

La Lega dal canto suo ha rilanciato, chiedendo a Renzi di schierarsi direttamente per la sua proposta presidenzialista: «Sull’elezione diretta del presidente della Repubblica abbiamo raccolto 100 mila firme in un fine settimana. Quindi chiunque sostenga questo cambiamento di modernità ed efficienza proposto dalla Lega può andare in tutti i Comuni italiani a firmare», ha commentato Matteo Salvini.

DI MODA IN PASSATO: D’ALEMA, PRODI E VELTRONI

Il “sindaco d’Italia” fu uno slogan di Mariotto Segni. Anche Leoluca Orlando, quando uscì dal fronte del maggioritario per passare alla difesa del proporzionale, specificò però che restava a favore dell’elezione diretta degli esecutivi. In seguito la formula fu di nuovo ripresa da Massimo D’Alema quando fu presidente della fallita Commissione bicamerale per le riforme istituzionali del 1997. Poi da Romano Prodi e Walter Veltroni, come leader del centrosinistra nel 2006 e 2008.

C’È GIÀ STATO L’OBBLIGO DI INDICARE LEADER E PROGRAMMA

In teoria, l’elezione diretta del presidente del Consiglio fu implicitamente introdotta con il Porcellum, che prevedeva per le coalizioni l’obbligo di indicare il leader e il programma, aggiungendo un premio di maggioranza a quella arrivata prima. Il principio costituzionale per cui la rappresentanza del Senato è regionale impedì però di stabilirvi un premio di maggioranza nazionale, e in più il divieto costituzionale di vincolo di mandato permetteva che eletti e partiti uscissero dalle coalizioni.

LE MAGGIORANZE PERSE DA BERLUSCONI E BERSANI

Già nel 2006 Prodi vinse con una maggioranza risicata al Senato, che poi perse in capo a due anni. Ma anche Silvio Berlusconi dopo aver vinto nel 2008 con una maggioranza molto più ampia la perse, e nel 2013 Pier Luigi Bersani non poté diventare presidente del Consiglio pur avendo vinto le elezioni.

COME BLINDARE I GOVERNI: GLI ESEMPI ALL’ESTERO

In effetti nel mondo la posizione dei capi di governo piuttosto che con l’elezione diretta viene blindata o attraverso sistemi elettorali che assicurano una maggioranza, secondo il modello britannico. O con procedure di sfiducia costruttiva che impediscono di rimuovere un capo di governo se non si elegge contestualmente il suo successore, secondo il modello tedesco e spagnolo. In alternativa, si va sui sistemi presidenziali puri in stile Usa. O semi-presidenziali alla francese. Lì a essere eletto dal popolo è il capo dello Stato, anche capo del governo: nella variante semi-presidenziale, con un primo ministro.

IN ISRAELE L’ESPERIMENTO È FALLITO

Una elezione diretta del capo del governo separatamente dal voto per la Knesset fu introdotta in Israele nel 1992. Nel 1996 e 1999 gli israeliani votarono dunque per deputati e primo ministro, nel 2001 per il solo primo ministro: fu eletto Ariel Sharon, ma restava una Knesset in cui i laburisti erano primo partito, e il vincitore dovette costituire un goverrno di unità nazionale. Nello stesso 2001 l’elezione diretta del primo ministro fu dunque abolita.

E IN ITALIA? SARTORI STORICO CRITICO

Noto antipatizzante dell’idea, l’insigne politologo Giovanni Sartori commentò: «L’elezione diretta del premier fu inventata in Israele con l’intento di contrastare la frammentazione partitica dovuta a un proporzionalismo che è il più proporzionale al mondo. Israele si è gia rimangiato dopo tre elezioni questo esperimento, che è risultato disastroso». In Israele il proporzionale è ineliminabile, per via di una società altamente frammentata, con minoranze che non si possono escudere dsalla Knesset: dagli arabi ai religiosi passando per sefarditi o “russi”.

PER MOLTI COSTITUZIONALISTI È IMPRATICABILE

Scriveva ancora Sartori: «Che l’esperimento sia fallito nell’unico Paese che l’ha tentato risulta del tutto indifferente ai nostri aspiranti premier. E ai suddetti non importa un fico che per una lunghissima maggioranza di costituzionalisti la formula del “sindaco d’Italia” sia ingannevole e impraticabile».

SERVIREBBERO COMUNQUE DIVERSI AGGIUSTAMENTI

Anche se in teoria il sistema di elezione diretta israeliano era esplicito e quello italiano del Porcellum solo implicito, il secondo avrebbe dovuto essere più solido. Incentivava infatti i partiti ad allearsi, e garantiva al vincitore un premio di maggioranza. Il tallone d’Achille fu però l’obbligo della fiducia da parte di entrambe le Camere: una particolarità che c’è solo in Italia. La riforma costituzionale di Renzi puntava appunto a rimuovere l’obbligo della fiducia in Senato, ma fu bocciata per referendum. Anche adesso la riforma dovrebbe essere completata da vari aggiustamenti costituzionali. Il riferimento alla legge dei sindaci lascia intuire che verrebbe richiesto perlomeno un doppio turno.

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Renzi chiede un incontro a Conte per mettere fine al «teatrino»

Il leader di Iv chiede un incontro al premier Conte. Per mettere fine al «teatrino». Poi però non si presenta al voto di fiducia al decreto intercettazioni in Senato. Che passa con i sì anche di Italia viva.

Dopo la bombetta lanciata a Porta a Porta, Matteo Renzi ha chiesto un incontro al premier Giuseppe Conte. «Ci siamo scritti in questi giorni e credo che la cosa più pulita, più seria sia quella di vederci di persona la settimana prossima», ha detto il leader di Italia viva. «Gli porteremo il nostro decreto per lo sblocco dei cantieri e lui farà le valutazioni che crede e noi faremo le nostre».

«Le telenovelas funzionano quando poi c’è un elemento di chiarezza», ha aggiunto. «La settimana prossima conto di poter mettere la parola fine a questo teatrino». E, ancora: «Noi non abbiamo il desiderio di rompere, ma cerchiamo di trovare dei compromessi, finché sarà possibile. Un chiarimento si imporrà. Mi ero dato un arco di tempo fino a Pasqua. Forse sono stato troppo morbido». Renzi ha sottolineato come la sua compagine sia stata «argine del buonsenso». «Continueremo a farlo», ha aggiunto, «sia che stiamo nella maggioranza sia che stiamo nell’opposizione».

All’osservazione di Piero Grasso che faceva notare come votare la fiducia al governo sul decreto intercettazioni equivalesse a confermare la fiducia anche al Guardasigilli Alfonso Bonafede, Renzi ha risposto che no, «il decreto intercettazioni non è di fiducia a un singolo ministro. Grasso non è ancora fra le fonti normative». E poi l’affondo: «Se Grasso ha interesse a vedere una mozione di sfiducia a un ministro non ha che da attendere», ha detto il senatore di Rignano ribadendo la volontà di sfiduciare Bonafede se non ci sarà un passo indietro sulla prescrizione.

Detto questo al voto di fiducia sul decreto legge intercettazioni al Senato non si è presentato (risultava in congedo). Assente anche la new entry di Italia viva Tommaso Cerno. L’Aula ha confermato la fiducia al governo con 156 voti favorevoli, tra cui quelli dei renziani, 118 contrari e nessuna astensione.

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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Enel, il supporto di Renzi a Starace rischia di nuocergli

La certezza della riconferma è venuta un po' meno. Nel Pd e nel M5s è ancora vivo il ricordo dell'entente cordiale tra l'ad e l'ex rottamatore. E ora che nella maggioranza si è vicini al punto di rottura, il supporto del leader di Iv potrebbe essere controproducente.

Finora il suo nome era rimasto fuori dalla mischia: per tutti la riconferma di Francesco Starace alla guida di Enel era sicura.

E se il manager proprio avesse dovuto lasciare gli uffici romani di viale Regina Margherita lo avrebbe fatto per andare in Eni, al posto di Claudio Descalzi.

Ma nel gran bailamme delle nomine prossime venture, dove come nella maggioranza vige il tutti contro tutti, ora questa sicurezza è venuta un po’ meno. 

L’ECCESSIVO DECISIONISMO DEL “NAPOLEONE DELL’ENEL”

Il Bonaparte dell’Enel – in azienda lo hanno ribattezzato Napoleone per il piglio decisionista talvolta un po’ sopra le righe che lo contraddistingue – ha infatti rotto qualche uovo nel paniere. Per esempio, non è piaciuto a nessuno, né al Pd né tantomeno ai 5 stelle, il fatto che abbia posto con un tono da “prendere o lasciare” il tema della riconferma, oltre che sua, della presidente Maria Patrizia Grieco, con cui evidentemente Starace si è trovato a suo agio in questi anni. Si sa infatti che al tavolo delle nomine prudono le mani verso i presidenti uscenti, in particolare proprio Grieco (qualcuno non dimentica i suoi trascorsi socialisti) ed Emma Marcegaglia, per cui entrambe hanno chance vicine allo zero di essere riconfermate.

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«E quindi», è stata la reazione degli addetti alle nomine, «se Starace la mette in questi termini, vanno fuori sia lei che lui». Anche perché a quel tavolo l’ad di Enel non riscuote eccessive simpatie, anzi. 

Matteo Renzi con l’ad di Enel Francesco Starace, nel 2016 (Ansa).

L’ENDORSEMENT DI RENZI RISCHIA DI ESSERE CONTROPRODUCENTE

Nel Pd, come nei 5 stelle, è ancora vivo il ricordo della sua entente cordiale con Matteo Renzi, sia ai tempi della sua nomina in Enel sia ora, visto che l’ex presidente del Consiglio non si esime dal ribadire pubblicamente che Starace è il miglior manager italiano e che «o lo mandiamo all’Eni o gli dovremo chiedere la cortesia di restare all’Enel». Sapendo l’insofferenza di Palazzo Chigi e del Pd verso l’ex rottamatore, tanto da essere arrivati ormai a un punto di rottura, il suo reiterato supporto rischia per Starace di essere assai controproducente.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Il tatticismo di Renzi non ha fatto i conti col M5s in subbuglio

Il leader di Italia viva tira la corda della crisi di governo. Convinto che la paura del voto anticipato prevalga tra i partiti. Ma lo sfaldamento della maggioranza creerebbe un "liberi tutti" tra i grillini. Col ritorno di Di Battista e degli anti-renziani. Il rischio harakiri "alla Salvini" è concreto.

Un gioco pericoloso, sul filo dell’alta tensione, con il più classico dei conti fatti senza l’oste. Matteo Renzi, dalle alture dell’Himalaya, ha preconizzato lunga vita a questa legislatura. Con un altro governo, come se lo avesse già in tasca. Parole che sono state un calmante per i parlamentari di Italia viva, inquieti per il possibile precipitare degli eventi e del Conte 2.

L’EX ROTTAMATORE VUOLE COMANDARE IL GIOCO

L’ex rottamatore è andato ancora all’attacco, convinto di poter dettare i tempi, sfruttando il vuoto di potere nel Movimento 5 stelle e dando dunque per scontato che gli altri lo seguano. Compreso il Partito democratico, a meno che non si materializzino i fantomatici responsabili al Senato.

FINO A SETTEMBRE FINESTRA ELETTORALE CHIUSA

Certo, la paura delle elezioni anticipate e la voglia di evitarle restano le uniche certezze in un periodo molto caotico. Ed è la leva su cui Renzi fa forza, consapevole che comunque fino a settembre la finestra elettorale è praticamente chiusa (ammesso che vincano i “sì” al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari). Ma il leader di Iv ignora una questione: il M5s continua a essere una pentola a pressione. E la (eventuale) deflagrazione dell’esecutivo produrrebbe effetti imprevedibili.

CON CRIMI SAREBBE UN’IMPRESA TENERE IL M5S UNITO

L’ulteriore sfarinamento dei cinque stelle può rendere alquanto complicato cercare una nuova maggioranza. Del resto già nell’estate del 2019 è stata una fatica mettere in piedi l’alleanza, nonostante ci fosse Luigi Di Maio in carica come capo politico e la pressoché unanime convinzione di confermare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ora, con Vito Crimi nel ruolo di reggente e un Conte azzoppato, ci vorrebbe un’impresa per tenere unito il Movimento. Per molti sarebbe l’occasione per un “liberi tutti”.

Beppe Grillo e Vito Crimi. (Ansa)

I MALUMORI INTERNI AI GRILLINI NON SONO FINITI

Spiega a Lettera43.it un parlamentare pentastellato: «I malumori interni non sono finiti con le dimissioni di Di Maio. Tutt’altro. Attendiamo gli Stati generali, che già non si annunciano una passeggiata perché ci sono molti aspetti su cui confrontarci. Ma arrivarci con una crisi di governo complicherebbe le cose…». Mette in evidenza un altro deputato del Movimento: «Abbiamo perso gli elettori, vero, ma non gli eletti. Qualsiasi maggioranza non può prescindere dai parlamentari dei cinque stelle nella loro interezza».

ALTRO CHE SOSTITUZIONE INDOLORE DI CONTE

Insomma, i grillini lanciano un avvertimento: lo sfaldamento della maggioranza potrebbe risultare letale per la legislatura, nonostante la tenace resistenza contro il ritorno al voto. Perché è vero che settembre non è dietro l’angolo, ma nemmeno è una prospettiva a lunga scadenza. E così salterebbero del tutto i piani di Renzi, che immagina una sostituzione quasi indolore di Conte a Palazzo Chigi, continuando a essere al centro della scena fino al 2023.

PRONTI A TORNARE ALLA CARICA GLI ANTI-RENZIANI COME DIBBA

Uno dei principali nemici di questo esecutivo, Alessandro Di Battista, non spera altro che l’implosione del Conte 2. Dal suo “auto esilio” iraniano sta studiando la strategia per rientrare in grande stile nella vita del Movimento, riportandolo sulle sue posizioni: anti-liberista, anti-europeista, anti-Casta. Di sicuro contro il centrosinistra. Una linea da competitor – e chissà se non da possibile alleato – della Lega. La crisi di governo, insomma, è l’assist perfetto per Dibba che aspetta tornare in scena e cannoneggiare sull’alleanza con l’odiato Pd e l’odiatissimo Renzi.

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Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. (Ansa)

DI MAIO HA UNO STRANO APLOMB, MA SE LE SCINTILLE CONTINUANO…

Nei Palazzi non passa inosservato l’aplomb di Di Maio. Dopo le dimissioni da capo politico, ha solo lanciato la mobilitazione contro i vitalizi, dedicandosi poi quasi esclusivamente al lavoro di ministro degli Esteri. Una compostezza di stile che prima o poi è destinata a interrompersi di fronte alle provocazioni di Italia viva. Altri affondi contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sarebbero inaccettabili. E a quel punto sarebbe messa sul tavolo l’opzione più dura, una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”: una replica dura a Renzi per lo showdown definitivo e l’archiviazione di questo governo.

RENZI RESTA IL NEMICO GIURATO ANCHE DI GRILLO

Scenario che al titolare della Farnesina non dispiace tanto, perché gli consentirebbe di ritrovare la sintonia con Di Battista. Nemmeno Beppe Grillo avrebbe possibilità di obiettare alcunché: ha riabilitato l’alleanza con il Pd, ma non l’ex sindaco di Firenze che resta nemico giurato.

OCCHIO AL BOOMERANG IN STILE SALVINI-PAPEETE

Renzi continua una partita pericolosa, muovendosi sul crinale di sondaggi tutt’altro che lusinghieri. Le minacce di rottura lanciate a Palazzo Chigi non sono affatto prive di rischi. Osserva un parlamentare della maggioranza: «Negli ultimi mesi ci siamo abituati a tutto. Ma immaginare i cinque stelle a rimorchio di Renzi, in un nuovo governo, rischia di superare la fantasia». Così il tatticismo renziano che ha beffato Matteo Salvini può diventare un boomerang. E colpire Italia viva.

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La battaglia tra Renzi e il governo sulla giustizia non è ancora finita

Continua il braccio di ferro tra il governo e Italia viva. Trovata in extremis l'intesa sul decreto intercettazioni. Ma la partita sulla prescrizione è ancora tutta da giocare.

La battaglia tra il governo e Italia viva è ancora nel vivo e il clima nella maggioranza resta tesa. Il nodo resta quello della giustizia, sospeso tra il decreto sulle intercettazioni e la riforma della prescrizione. In mezzo continuano le frecciate a distanza tra Matteo Renzi e il premier Giuseppe Conte.

SUPERATO L’OSTACOLO INTERCETTAZIONI

L’ultima schermaglia in ordine di tempo è stata quella sul dl intercettazioni. Alla fine, in serata, la maggioranza ha trovato l’intesa grazie a in un subemendamento all’emendamento del relatore firmato dai quattro capigruppo in Commissione, compreso Giuseppe Cucca di Italia Viva. Ma nel pomeriggio non sono mancati attriti. Tutto è iniziato con il ritiro dell’emendamento di Pietro Grasso sull’utilizzo di trojan nelle intercettazioni per essere poi sostituito con una proposta del grillino Giarrusso. La mossa ha fatto subito agitare i renziani: «Ci va bene il testo di Bonafede uscito dal Cdm o un testo che rispetti la sentenza della Cassazione, non capiamo perché ci si intestardisca su altro», aveva fatto sapere una fonte di Iv, poi le ultime mediazioni fino all’intesa finale, che verrà testata il 19 febbraio in Commissione Giustizia del Senato con l’ultimo voto prima del passaggio in Aula.

TUTTA DA GIOCARE LA PARTITA SULLA PRESCRIZIONE

Partita decisamente diversa per la prescrizione, vera faglia tra il premier e Renzi. Sul lodo Conte bis Italia viva ha posto un veto e difficilmente arretrerà, mettendo così la maggioranza sotto pressione: «Se c’è un governo senza di noi, noi rispettiamo il parlamento. Però se non hanno i numeri e se siamo decisivi per la maggioranza, allora dico: ‘Ascoltate anche noi”», ha detto Matteo Renzi parlando coi cronisti nel Transatlantico del Senato, «Il punto è che c’è una norma sulla prescrizione che io non condivido, la porto in discussione in aula e su questo vado avanti fino in fondo». «Sulla giustizia», ha aggiunto con una stoccata a Conte, «io non ho detto: ‘Conte ti minaccio’, ma la reazione del presidente del Consiglio è stata muscolare. Ha detto alcune cose e io ho pensato probabilmente hanno i numeri. Se così fosse, bene».

E CONTE INSISTE A EVITARE LO SCONTRO

Dal canto suo il premier ha preferito continuare a rimanere in secondo piano: «Personalmente», ha detto Conte arrivando in giornata a Palazzo Chgi, «ho sempre preferito impiegare tempo e risorse per lavorare e non per alimentare polemiche. E così continuerò a fare, nella convinzione che gli italiani ci guardano e ci giudicano per quello che facciamo e per l’impegno che siamo capaci di profondere nel perseguire il bene comune. Non mi interessa e non ci deve interessare conquistare i titoli dei giornali, ci deve interessare conquistare e meritare la fiducia dei cittadini», ha concluso.

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Matteo Renzi e il sogno della grande destra

È probabile che il senatore di Rignano voglia diventare il traghettatore di uno schieramento elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei. Zingaretti non commetta l'errore di sospingerlo in quella direzione: lasci fare tutto a lui.

La discussione sulla sopravvivenza del governo Conte allontanerà molti altri cittadini dalla politica e potrebbe ingrassare Matteo Salvini o Giorgia Meloni.

Il Pd dovrebbe tenerlo a mente. Il tema gli si presenta quotidianamente perché quotidianamente il Pd deve fare i conti con le esternazioni di Matteo Renzi e delle sue girl.

La “questione Renzi” l’hanno in parte risolta, e la risolveranno, gli elettori. A lui il Pd deve la grave sconfitta, a lui i naviganti disperati di Iv dovranno la non rielezione in parlamento. Tuttavia il Pd deve decidere come interloquire con lui. Può farlo alla maniera di Goffredo Bettini minacciando l’intervento di truppe cammellate parlamentari raccattate qui e là. E allora sceglierebbe la strada che potremmo definire “via Tafazzi”. Oppure potrebbe cominciare a porsi alcuni interrogativi e scegliere che fare.

RENZI, RE MIDA ALLA ROVESCIA

Renzi si agita molto non perché vuole il primato in politica, anche chi ha un ego mostruoso come il suo sa che il suo obiettivo massimo è sopravvivere anche per non essere stritolato dai magistrati. La questione che lo riguarda, e sulla quale lui non ha ancora preso una decisione, è dove collocare quel 4-5% dei voti che raccoglierà. Finora aveva dato l’idea di volersi collocare in posizione critica nel centrosinistra, addirittura allargato ai grillini, per fare quello che fanno i piccoli partiti: grande casino, grande potere. A mano a mano che le cose vanno avanti appare sempre più chiaro che questa prospettiva non eccita più il ragazzo che ha sfasciato tutto quello che gli è capitato di toccare, vero Re Mida alla rovescia.

L’OBIETTIVO È DIVENTARE TRAGHETTATORE DEL CENTRODESTRA

È molto probabile che quel Renzi che dichiara che dopo Conte c’è un altro Conte e che a quel punto lui andrà all’opposizione stia facendo le prime prove per un radicale cambio di prospettiva. Qualcuno avverta Teresa Bellanova che si volta gabbana un’altra volta. L’idea che, secondo me, Renzi ha in testa è di diventare il traghettatore di un centrodestra elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei e dalla presenza di una Meloni di cui tanti non si fidano.

LA CORREZIONE CENTRISTA

Collocandosi in questa area Renzi potrebbe diventare il dominus dello schieramento di destra fornendogli, con Forza Italia, il crisma della correzione centrista. Del resto le politiche di Renzi non hanno grandi conflitti con quelle della destra a parte l’immigrazione che resta un tema divisivo solo perché Salvini quando ne parla è già sovreccitato di suo. Detto in altre parole. Renzi a sinistra non sa chi è, a destra sa chi è o almeno crede di saperlo.

LE MOSSE DI ZINGARETTI

Nicola Zingaretti, al netto dei suoi consiglieri romani, può fare alcune cose. Può essere il leader della forza di governo che tiene in piedi a certe condizioni di contenuto. Oggi, per esempio, impedendo l’applicazione della riforma Bonafede e abolendo la legislazione securitaria. Lo stesso Zingaretti però deve avere una politica verso Renzi. Non si tratta di diplomatizzare i rapporti. Renzi è un maleducato e merita tutti i vaffa che ci sono in giro. Tuttavia sospingerlo o aiutarlo a sospingersi verso destra è un errore capitale. L’avvenire della sinistra sta nel fatto di cercare di radunare quante più forze è possibile. Poi accadrà che alcune di esse si sottrarranno all’incontro e andranno dall’altra parte, ma dovrà essere chiaro che l’hanno scelto loro. «Che fai mi cacci?», la frase di Gianfranco Fini che Renzi adopera contro Giuseppe Conte deve apparire per quello che è, cioè ridicola.  È tempo, quindi, che i dirigenti del Pd – ma qualcuno più nuovo e meno compromesso con pasticci romani precedenti non c’è? – si avvino sulla strada della politica perché i muscoli non servono, soprattutto quando non ci sono.

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Renzi apre la crisi e va in Pakistan a sciare

L'ex premier immortalato in una foto insieme al primo ministro Imran Khan, Jose Maria Aznar, un top manager di Tim, la principessa Beatrice di York e alcuni finanzieri. Poco chiari i motivi della visita.

Dopo aver messo il governo in stand by con lo scontro sulla prescrizione, Matteo Renzi è volato in Pakistan a sciare con l’alta società. In una foto pubblicata su Facebook dal primo ministro pakistano Imran Khan si vedono, oltre a Renzi, la principessa Beatrice di York, l’ex premier spagnolo Jose Maria Aznar, i finanzieri Zia Chishti e Sayed Zulfikar Bukhari, il top manager di Tim Federico Rigoni e il rappresentante del Pakistan per gli investimenti stranieri Ali Jehangir Siddiqui. «Il gruppo è in visita per uno “ski-trip”», scrive lo stesso Khan.

HRH Princess Beatrice of York , Jose Maria Aznar(Former Prime Minister of Spain), Matteo Renzi (Former Prime Minister of…

Posted by Imran Khan (official) on Friday, February 14, 2020

«Avevo preso l’impegno di incontrare il presidente della Repubblica, il primo ministro, il Capo dell’Esercito a Islamabad assieme all’ex premier spagnolo José María Aznar. Un politico degno di questo nome ha anche relazioni internazionali. Se ad altri non capita non so che farci. Poi, con alcuni amici, siamo andati due giorni a sciare a 4 mila metri, in luoghi bellissimi. Posso fare due giorni sugli sci o devo chiedere il permesso al Tribunale dell’antirenzismo?», ha scritto Renzi il giorno dopo nella e-news spiegando le ragioni della scelta di andare in Pakistan.

LA SOCIETÀ DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE AFINITI

L’escursione è stata organizzata in teoria per promuovere il turismo sciistico in Pakistan. Secondo il quotidiano La Verità c’è però un’altra ipotesi: «nel gruppo di “amici” ritratti nello scatto in questione, ci sono almeno tre persone che hanno legami forti con Afiniti, una società di intelligenza artificiale: si tratta di Aznar, attualmente nel board di Afiniti, che tra i fondatori vede anche Ziullah Chishti e come ex membro del cda (al pari di David Cameron) Jehangari Siddiqui. Collegamenti tra la presenza di Renzi e la società di intelligenza artificiale? Nessuno può dirlo. Ciò che appare certo, invece, è che nei giorni in cui il governo italiano è attraversato da forti fibrillazioni interne, colui che ha provocato queste tensioni si trovi in Pakistan, nella più semplice delle ipotesi per sciare».

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Il teatrino di Renzi che non vuole né il voto né il Conte ter

Il leader di Italia viva: «Cercano 10 Scilipoti dal mio partito però non ci sono. Non hanno i numeri per la terza maggioranza diversa in tre anni. Ma niente elezioni subito. La prescrizione non vale la fine del governo».

Cosa vuole davvero Matteo Renzi? Il protagonista del braccio di ferro interno alla maggioranza che sta agitando il governo sul tema della giustizia ha fatto il punto della situazione. Voto anticipato? No grazie. Conte ter? Impossibile. E allora cosa?

«SE CADE IL CONTE BIS? UN NUOVO GOVERNO»

Il leader di Italia viva ha ridimensionato diversi scenari politici nella sua e-news: «Alt! Io non voglio andare a elezioni. Erano altri quelli che avevano già fatto l’accordo con Salvini. In più le elezioni non ci saranno per mesi, perché dopo il referendum di marzo vanno rifatti i collegi e dunque servono tempi tecnici. Per cui, se cade il governo Conte bis, ci sarà un nuovo governo. Non le elezioni».

«POSSIAMO STARE FELICEMENTE ALL’OPPOSIZIONE»

Ma non sarà un governo Conte ter. Visto che secondo Renzi mancano i numeri: «Da giorni, molti nostri senatori sono avvicinati da inviti a lasciare Italia viva. Se 10 senatori di Iv passassero dall’altra parte ci sarebbe il Conte ter: terzo governo in tre anni, con terza maggioranza diversa. Io non ci credo, anche perché conosco i senatori di Iv e non ne vedo 10 pronti ad andarsene, per adesso non ne vedo nemmeno uno. Per me, non hanno i numeri e se ne stanno accorgendo proprio in queste ore. Non ci sono i 10 Scilipoti. Ma se avranno i senatori che stanno cercando e i numeri per il Conte ter noi saremo felicemente all’opposizione».

«NOI NON SFIDUCIAMO. MA BONAFEDE SI FERMI PRIMA»

Chi continua a tirare la corda? «Nessuno di noi ha detto che vuole sfiduciare Conte. Abbiamo detto che non condividiamo la battaglia sulla prescrizione. E che faremo valere su quella i nostri numeri. Punto. Noi su questo non torniamo indietro. Per noi la prescrizione non vale la fine del governo: ecco perché Bonafede farebbe bene a fermarsi lui, prima di combinare il patatrac», ha detto Renzi.

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Renzi istiga Conte a estrometterlo dalla maggioranza

Il leader di Italia viva: «Se vuole cacciarci, faccia pure». Il gioco del cerino aumenta il rischio di una crisi di governo.

Matteo Renzi istiga il premier Giuseppe Conte a estromettere Italia viva dalla maggioranza che sostiene il governo: «Se il premier vuole cacciarci, faccia pure: è un suo diritto! E Conte è il massimo esperto nel cambiare maggioranze. Se invece vogliono noi, devono prendersi anche le nostre idee. Alleati, non sudditi. Trovo il tono di Conte sbagliato, ma ai falli da dietro del premier rispondiamo senza commettere falli di reazione».

ULTIMO (speriamo!) POST SULLA PRESCRIZIONE.1. Pd e Cinque Stelle hanno la stessa posizione sulla giustizia. Pur di fare…

Posted by Matteo Renzi on Friday, February 14, 2020

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Un grande e sontuoso vaffa a Renzi e Bonafede

Succeda quel che succeda, Zingaretti non si lasci impelagare nel governismo. Se necessario faccia saltare il banco indicando l'ex premier e il Guardasigilli come coloro che hanno fatto naufragare l'intesa. E poi vada al voto. Almeno contro la destra non sentiremo il vocio delle Bellanova e delle Boschi.

L’unica critica che ho fatto a Nicola Zingaretti è di essersi infilato nella trappola Bonafede. Poi ha cercato rimedio con i successivi “lodi” che ambivano a prender tempo prima che la mostruosità dell’abolizione della prescrizione entrasse in vigore.

Non è stato un piccolo errore, non è stata una piccola generosità aver cercato di rimediare. 

Matteo Renzi ha colto la palla al balzo per fare l’unica cosa che sa fare: sfasciare. Renzi appartiene, con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e i colleghi giornalisti della sagrestia di destra, a quella genìa di garantisti a uso personale.

QUEL GARANTISMO TAKE AWAY

Come i lettori sanno c’è un fronte giustizialista che è l’ultimo retaggio di un secolo pre-moderno e c’è un’area garantista che è divisa in due parti, una, diciamo così, si ispira alla Costituzione, l’altra difende interessi personali. L’una critica i magistrati che abusano, l’altra attacca i magistrati che mettono becco sui loro affari o su quelli della famiglia. Renzi appartiene a questa genìa di garantisti take away. Per di più ha capito che il consolidarsi del governo Conte, che come vedremo con animo sereno alcune cose sta facendo soprattutto per merito di ministri come Roberto Gualtieri e Giuseppe Provenzano, sarebbe la sua fine e quindi sceglie la strada del ricatto.

Se il presidente Sergio Mattarella nega la possibilità che vi sia un altro governo con Conte o con un nuovo personaggio, per Renzi iniziano a suonare le campane a morto

Ora ha giocato la carta difficile: o va a sbattere o gli altri perdono. Può accadere che gli altri perdano e che lui vada a sbattere, contemporaneamente. Se il presidente Sergio Mattarella nega la possibilità che vi sia un altro governo con Conte o con un nuovo personaggio, per Renzi iniziano a suonare le campane a morto.

LE CONVERGENZE CON IL SALVINISMO

Renzi non ha un voto, le sue attempate girl molto meno di lui, l’opinione pubblica lo considera uno sbruffone, a sinistra lo detestano e a destra c’è tanta gente. L’unica carta che ha in mano è il “metodo Bellanova”, cioè voltare gabbana, che in questo caso non vuol dire cambiare partito dentro lo stesso campo ma cambiare campo. Personalmente sono convinto che il mondo di Renzi debba stare, e possa stare utilmente, in una area che continuiamo a chiamare centrosinistra.

La collocazione nel centrosinistra di Renzi è sempre stata virtuale. Renzi si è collocato nel renzismo come Salvini non si è collocato nel neo-fascismo ma nel salvinismo

Tuttavia appare chiaro che Renzi, anche per divincolarsi dall’assedio giudiziario, sta immaginando un salto di sistema politico, dove la destra, quella più aggressiva della storia d’Italia, si allea con il più spregiudicato e cinico esponente dell’ex centrosinistra. Non griderei al tradimento. La collocazione nel centrosinistra di Renzi è sempre stata virtuale. Renzi si è collocato nel renzismo come Salvini non si è collocato nel neo-fascismo ma nel salvinismo. Sono due fenomeni degradanti della crisi democratica che solo il riaffacciarsi di una destra sicura di sé e di una sinistra senza paure potranno estirpare.

ZINGARETTI NON SI FACCIA IMPELAGARE NEL GOVERNISMO

Oggi, come si dice, succeda quel che succeda. Zingaretti sta dando qualche sicurezza, pur fra alcuni errori, al Pd. Non si faccia impelagare nel “governismo”, chi lo vota e lo voterà vuole che tiri fuori i cosiddetti e, se è il caso, sia lui a far saltare il banco indicando in Alfonso Bonafede e Renzi i due personaggi che hanno fatto naufragare l’intesa. Poi si vada con serenità al voto. Sarà un voto difficile ma anche per Stefano Bonaccini era difficile. Dopo il voto avremo una destra che inizierà a farsi del male e un’area a lei contrapposta in cui non sentiremo il vocìo petulante di Renzi, Teresa Bellanova, Maria Elena Boschi.

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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Il governo è ostaggio di Renzi ma Italia viva mugugna

Come su sugar tax, plastic tax e legge di bilancio, Conte resta prigioniero dell'altro Matteo. Anche se a una parte del partito nato da una costola del Pd non piacciono le forzature dell'ex rottamatore. Che rischiano di portare all'autolesionismo del voto anticipato. Il retroscena.

Un rinvio dopo l’altro. A colpi di polemiche e di veti. Era stato così su sugar tax e plastic tax, durante la discussione della legge di bilancio, e si sta ripetendo sul tema della prescrizione. Si prevede una navigazione a vista, con varie turbolenze, in un governo che ha una sola certezza: è ostaggio di Matteo Renzi.

QUANTE FIBRILLAZIONI DAL KING MAKER DELL’ALLEANZA

Il leader che nell’estate del 2019 ha voluto questa alleanza si sta confermando il king maker dell’operazione politica. Tanto che adesso tiene prigioniero Palazzo Chigi, trascinando i parlamentari di Italia viva a compiere una serie di forzature. Con il rischio che gli stessi renziani ci rimettano il posto nel caso dovessero precipitare gli eventi in direzione elezioni anticipate. Non a caso qualche malumore, tra uno sparuto gruppo di parlamentari di Iv, si è manifestato. Per loro il voto sarebbe una iattura.

GOVERNO “SENZA INTESE” PER COLPA DI TUTTI I PALETTI

Nei partiti di maggioranza il malessere verso Italia viva è evidente. Anche il leader dem, Nicola Zingaretti, è intervenuto con forza contro l’ex compagno di partito. Eppure, stando ai fatti, l’azione di governo è appesa ai desiderata di Renzi. La tensione sulla prescrizione è uno dei tanti episodi che costringe l’esecutivo a non decidere, a rimandare qualsiasi provvedimento. Dalle approvazioni “salvo intese” dell’era gialloverde si è passati al “senza intese” del Conte 2. Il motivo? I paletti piantati da Italia viva.

ALTRI SCONTRI IN ARRIVO SU ECONOMIA E CRESCITA

Il remake della scena è atteso a breve su altri capitoli, sempre che l’alleanza tenga sulla giustizia. I punti sotto osservazione sono economia e crescita. Il piano choc da 120 miliardi di euro, annunciato da Iv, è destinato a diventare un nuovo capitolo divisivo. «È una versione riveduta e corretta dello Sblocca Italia del governo Renzi», spiegano fonti di maggioranza. E quel decreto non fu accolto da tappeti rossi, anche a sinistra. Figurarsi tra i cinque stelle. Così, nei corridoi della Camera, c’è chi scommette che sono in arrivo ulteriori fibrillazioni.

LA FORZA ATTRATTIVA DI ITALIA VIVA SEMBRA FINITA

Italia viva conta su 46 parlamentari, suddivisi tra 29 deputati e 17 senatori. La forza di attrazione sembra già esaurita, visto che lo stesso Renzi aveva dichiarato di puntare a «50 parlamentari» entro la fine del 2019. Un obiettivo non raggiunto, seppure di poco. L’ultimo ad aggregarsi alla Camera è stato, il 20 dicembre, l’ex Forza Italia Davide Bendinelli. Dopo lo smottamento iniziale dal Pd, con la fondazione del nuovo partito renziano, solo i deputati Catello Vitiello (eletto nel Movimento 5 stelle ma subito espulso) e Giuseppina Occhionero (proveniente da Liberi e uguali), e la senatrice ex Pd Annamaria Parente hanno scelto di traslocare sotto le insegne di Iv. Una frenata che i dem guardano con soddisfazione e anche con sollievo rispetto ai timori di un ulteriore smottamento. A settembre, quando è nato il progetto di Italia viva, si paventavano sconquassi.

SCETTICISMO INTERNO SULLA STRATEGIA RENZIANA

Tra i gruppi di Iv inizia a serpeggiare un certo scetticismo sulla strategia di Renzi. In alcuni casi cresce un vero dissenso. Certo, nelle dichiarazioni pubbliche il mantra è che «i principi vengono prima delle poltrone», rispolverando peraltro un linguaggio più affine ai toni degli “odiati alleati” del M5s. Una facciata di unità granitica. Dietro agli interventi ufficiali, in privato monta più di qualche preoccupazione. La battaglia sulla prescrizione, nel merito, viene condivisa con reale convinzione. Molto meno apprezzata è la strategia arrembante con l’ipotesi di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il Guardasigilli è uno dei volti di primo piano dei cinque stelle e soprattutto il nuovo capo delegazione nella squadra di governo. Una dichiarazione di guerra che viene interpretata come un avviso di crisi. E nel caso di strappo definitivo, le urne sono un incubo per i parlamentari renziani: avrebbero tutto da perdere e nulla da guadagnare.

IL PD GUARDA CON INTERESSE A EVENTUALI DEFEZIONI

Il Pd segue con interesse le dinamiche interne a Italia viva. Il primo motivo è chiaro: lo strappo di Renzi sarebbe il colpo di grazia all’esperienza del Conte 2. E il secondo non è da meno: eventuali defezioni all’interno di Iv sarebbero vissute come un trionfo, un pentimento dei parlamentari visto come il riscatto dopo i patemi inflitti dall’ex presidente del Consiglio. Certo, i deputati e senatori di Italia viva più scettici si muovono con prudenza. Qualsiasi segnale di retromarcia verso il Pd sarebbe difficile da spiegare: di sicuro si esporrebbero a feroci critiche. E forse a Largo del Nazareno l’accoglienza sarebbe calorosa solo in un primo momento, un perdono concesso nel breve tempo del rientro all’ovile. Senza dare poi un ampio spazio politico. L’alternativa non è più esaltante: finire nel Gruppo Misto, con certificata condanna all’irrilevanza. E quindi i meno contenti della linea politica di Renzi devono, volenti o nolenti, stringersi intorno al leader, magari sussurrando di non esagerare nelle polemiche. Per scongiurare fughe in avanti, tipo l’ipotesi ventilata (e poi negata) di ritirare la delegazione dal governo, optando per l’appoggio esterno.

MATTEO HA CHIESTO COMPATTEZZA AI SUOI FEDELISSIMI

Renzi sta seguendo l’evoluzione degli eventi da vicinissimo e ha chiesto ai fedelissimi di non fare alcun distinguo: pure una dichiarazione dissonante suonerebbe come un segnale di debolezza. La sua volontà è quella di mostrare la totale coesione nei gruppi, puntando magari a qualche nuovo ingresso da Forza Italia, in cui la situazione resta magmatica. Una strategia tutta orientata sui suoi progetti. Mentre il governo è paralizzato da quel che fu il principale sponsor.

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Dopo aver ‘abiurato’ Gramsci Renzi lasci stare anche Berlinguer

Nella sede di Roma di Italia Viva è stato tolto il ritratto dell'intellettuale comunista perseguitato dai fascisti. I renziani ora rinuncino anche a quello del segretario del Pci, evitando così di sfregiare ulteriormente la cultura della sinistra.

Non bisogna sempre parlar male di Matteo Renzi. Lunedì 10 febbraio ha fatto una cosa buona. Con Teresa Bellanova ha deciso di togliere il ritratto di Antonio Gramsci dalla sede della nuova sezione di Italia Viva di Roma, che un tempo era del Pd e prima ancora del Pci.

Se Renzi e Bellanova vogliono fare un lavoro pulito dovrebbero farmi la cortesia, non chiedo molto, di togliere anche il ritratto di Enrico Berlinguer. Il Pantheon definisce una forza politica.

Togliere Gramsci ha un significato profondo. In primo luogo definisce la caratura culturale del partito e dei suoi dirigenti. È del tutto evidente che nessuno di loro ha mai letto Gramsci. Sono rimasti al manuale Cencelli. In secondo luogo c’è in Gramsci, ma non vi annoio con riferimenti teorici, una interpretazione dei fenomeni di degenerazione parlamentare in cui il renzismo si incastona perfettamente.

BERLINGUERA ERA UN VERO COMUNISTA

Non capisco come possano, lui, la Bellanova e la fanfaniana Maria Elena Boschi, mantenere il ritratto di Enrico Berlinguer. In primo luogo era il segretario del Pci era una persona moralmente ineccepibile. E ho detto tutto. In secondo luogo dichiarò che sarebbe voluto morire, come poi tragicamente avvenne, con gli ideali di gioventù mentre ad esempio la Bellanova morirà, spero fra cent’anni, con gli ideali dei suoi avversari di gioventù. In terzo luogo Enrico era comunista. Molti cercano di oscurare questo dato, anche gli apologeti. Berlinguer non era un socialdemocratico camuffato, un socialista che non poteva dirsi tale.

Era un leader della seconda generazione del Pci ossessionato dalla fragilità democratica della Repubblica

No, Berlinguer era un comunista italiano, con i pregi e i difetti del comunismo italiano. Era un leader politico ossessionato dal terrore dell’agguato golpista e fascista. La riflessione sul Cile non colpisce solo per il “compromesso storico”, ma soprattutto per l’idea che non si possa governare con 51%. Era cioè un leader della seconda generazione del Pci ossessionato dalla fragilità democratica della Repubblica e per questo in linea con tutte le intuizioni di Palmiro Togliatti, dal partito di massa al dialogo con i cattolici. Tutto si doveva fare per salvaguardare la democrazia. Per questo comunismo italiano e democrazia sono stati in simbiosi.

RENZI, BOSCHI, BELLANOVA NON C’ENTRANO NULLA CON IL SEGRETARIO PCI

Piaccia o no è una figura della “nostra” storia. Che cosa c’entrano con lui Renzi, privo di ideali anche nel cattolicesimo democratico, la Boschi fanfaniana (Amintore Fanfani fu un grande personaggio della Dc che avrebbe meritato una erede migliore) e la Bellanova, tipico esempio di trasformismo meridionale per questo suo passare da un leader al suo opposto, da un partito al suo avversario, dall’ecologia alla agricoltura trumpizzata? Togliete Berlinguer, non fate questo nuovo sfregio alla nostra storia. So bene che i ritratti sono di tutti. Il “Che” è un mito anche per molti ragazzi di destra. Ma sono ragazzi che sognano l’eroismo, non una poltrona di sottogoverno.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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Prescrizione, Renzi sfida Pd e M5s sui numeri

Il leader di Italia viva ribadisce il no al Lodo Conte bis. E anche se assicura di non voler fare cadere il governo, in Aula è pronto a votare la proposta del forzista Costa per cancellare la riforma Bonafede.

«Se ci vogliono buttar fuori lo dicano, se ci dicono: “O cambiate idea o vi buttiamo fuori”, noi non cambiamo idea». Matteo Renzi ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ribadisce il suo no al Lodo Conte bis, e finianamente sfida l’esecutivo giallorosso e gli alleati di governo sulla riforma della prescrizione.

Il compromesso raggiunto nella serata di giovedì tra M5s, Pd e LeU – Il blocco della prescrizione scatterà in via definitiva non più dopo il primo grado ma solo dopo una condanna in appello – continua a non convincere Italia viva.

«Noi non vogliamo lasciare le postazioni, se poi il presidente del Consiglio vuole lo dica», insiste il senatore di Rignano assicurando che la sua intenzione non è quella di fare cadere il governo, ma «sulla giustizia noi non ci stiamo». Perché «Bonafede ha una visione giustizialista che io non condivido, è quello che se arriva Battisti in Italia fa il video», e «confonde il dolo e la colpa».

«L’ACCORDO A TRE NON HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO»

L’ultima parola, ricorda Renzi, l’avranno i numeri: «A mio avviso questo accordo a tre non ha la maggioranza in parlamento. Io non ho problemi, se trovano qualcuno che gli vota sta roba io sono contento per loro, un po’ meno per il Paese, ma noi non la votiamo». E, ancora: «Non capisco perché il Pd, che i numeri, dopo i risultati in Emilia-Romagna non usi l’occasione per dettare l’agenda».

RENZIANI FERMI SULL’EMENDAMENTO ANNIBALI

Già nella serata del 6 febbraio i renziani erano stati chiari: hanno blindato l‘emendamento Annibali che prevede il rinvio della riforma di un anno al decreto Milleproroghe, minacciando addirittura una mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Non solo: Iv senza mezzi termini ha accusato il Pd di aver abbracciato il «populismo M5s». I dem non ci stanno. Così facendo i renziani, sostengono, rischiano di fare cadere il governo, «fingendo di ignorare che, come dice Andrea Orlando, «Bonafede ha rinunciato all’80% delle sue pretese iniziali».

ITALIA VIVA PRONTA A VOTARE LA PROPOSTA DEL FORZISTA COSTA

Intanto il premier Giuseppe Conte ha annunciato per lunedì un Cdm straordinario per approvare la riforma del processo penale. I renziani dal canto loro hanno annunciato che il 24 febbraio alla Camera diranno sì alla proposta di legge del forzista Enrico Costa per cancellare la legge del ministro della Giustizia M5s. Se anche in questo caso fosse battuto, Renzi presenterebbe la stessa proposta in Senato: «Lì Bonafede non ha i numeri anche col sostegno del Pd, se non lo convincerà la politica, ci penserà la matematica», ha attaccato Iv.

L’AZZURRO: «BONAFEDE HA PIEGATO IL PD»

«Non c’è lodo che tenga. Resta il fine processo mai», sottolinea Costa in una nota. «Bonafede ha piegato il Pd. Tutto il resto sono sterili giochi di parole. I dem avevano giudicato la riforma Bonafede illiberale e incostituzionale, l’avevano respinta, avevano chiesto che non entrasse in vigore, avevano presentato una proposta di legge che la sopprimeva: oggi la sdoganano sperando che nessuno se ne accorga. Ci vediamo alla Camera il 24 febbraio».

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Teresa Bellanova porta a destra il partito di Matteo Renzi

La ministra ha detto che Italia viva non voterà Emiliano in Puglia accusandolo di trasformismo. Proprio lei che è passata, con avanzamento di carriera, dalla prima linea dalemiana a quella del senatore di Rignano. Forse nella decisione di far perdere il candidato di centrosinistra c’è una strategia tesa a fare favori a Salvini & Co. Il Pd reagisca.

Come tutti i piccoli partiti, soprattutto quelli destinati all’irrilevanza elettorale, Italia viva, fondata con un gruppo di amici e amiche da Matteo Renzi ha bisogno di occupare ogni giorno la prima scena mediatica. Parlo dunque sono.

Domenica il meeting renziano si è prodotto su due temi e su due obiettivi. L’uno aveva come centro la polemica, giusta, contro il ministro Alfonso Bonafede, autore di una riforma sulla prescrizione aberrante. Renzi deve aver capito che il Pd uscito dalla battaglia emiliano-romagnola non sarà molto concessivo (almeno spero) verso l’alleato grillino e vuole perciò intestarsi la sperabile marcia indietro del governo sulla disgraziata prescrizione.

Ma dopo il colpo alla botte è venuto il colpo al cerchio che è stato affidato alla guardia regia renziana, sostanzialmente formata da una persona sola, Teresa Bellanova. Chi mi legge sa che non ho alcuna stima di questo personaggio. Non si passa dal socialismo a Emmanuel Macron senza pagare dazio. Io non ho mai criminalizzato i cambi di casacca. Mi piacciono poco quelli/e che cambiano casacca, anzi rovesciano casacca, negando di averlo fatto anzi accusando gli abbandonati di averli costretti al tradimento.

BELLANOVA ALL’ATTACCO DI EMILIANO

Bellanova, che non ha un voto in Puglia, appartiene a questa genìa di voltagabbana che sono capaci di sostenere che centinaia di migliaia di persone hanno cambiato orientamento per giustificare il fatto di essersi messi al servizio, con grandi vantaggi personali, di un’altra ditta politica. All’assemblea di Italia viva Bellanova si è prodotta nel più duro attacco a Michele Emiliano, governatore uscente della Puglia, preannunciando che il suo partito non lo voterà perché voterà un proprio candidato (se medesima?).

GLI ERRORI DEL GOVERNATORE

Sono stato amico di Emiliano, credo di aver svolto un ruolo decisivo nel favorire il suo ingresso in politica. Forse gli sono amico tuttora. Ma qui non c’entrano i rapporti personali. C’entra la politica. Emiliano è stato un ottimo sindaco di Bari e il suo successore e amico, Antonio De Caro, è ancora più bravo di lui. Poco si parla di quel che questo sindaco presidente dell’Anci sta facendo per trasformare la sua città anche nei quartieri meno ricchi e soprattutto sul terreno della legalità. Emiliano presidente di Regione ha commesso molti errori ovvero ha affrontato male molti dossier spinosi.

Il centrosinistra non è riuscito a opporre un altro candidato a Emiliano. Nessuno ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che Roma avrebbe risolto la grana come ha fatto con il povero Oliverio

L’ho criticato apertamente e non mi sono piaciute le sue iniziative tese a ingaggiare personaggi dell’altra parte del campo, anche se in sé non ci sarebbe nulla di male. Tuttavia il centrosinistra non è riuscito a opporre altro candidato a Emiliano. C’erano pretendenti espliciti o “coperti” ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che “Roma” avrebbe risolto la grana un po’ come ha fatto con il  governatore della Calabria il povero Mario Oliverio tagliato fuori da iniziative dei magistrati.

LE PRIMARIE PRODUCONO SOLO FALSA DEMOCRAZIA

Emiliano quindi ha vinto le primarie, uno strumento di partecipazione alla designazione dei candidati che andrebbe proibito per la sua capacità di produrre falsa democrazia. Ma le ha vinte. Ieri, però, il “randello di Renzi” cioè l’ineffabile Bellanova, notoriamente voto-repellente, ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano e lo ha accusato di trasformismo. Avete letto bene, accusandolo di trasformismo. Siano arrivati al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana alla prima linea renziana, con opportuno avanzamento di carriera, dal socialismo europeo a Macron accusa qualcun altro di trasformismo. Non ci si può credere.

ORA ZINGARETTI METTA IL VETO SU UN RENZIANO

È qui la ragione della disistima verso la politica. Quando accade che un personaggio del piccolo teatrino politico diventa prim’attore e dice cose che dovrebbe tacere per coprire i propri “vizi”, vuol dire che non c’è più religione.

Bellanova ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano. Siano al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana a quella renziana, con opportuno avanzamento di carriera, accusa qualcun altro di trasformismo

Bellanova dovrebbe ricordare il proverbio nostrano di quel bove che disse cornuto all’asino che, cadendo, si era fatto un bitorzolo sulla testa. Forse però non siamo di fronte all’estemporanea uscita di una politicante di serie B. Forse nella decisione di Renzi e Bellanova di far perdere Emiliano c’è l’inizio di una strategia dei due forni tesa a fare favori alla destra mentre si resta dall’altra parte. Spero che il Pd non porga l’altra guancia e che, se Renzi boicotta Emiliano, Nicola Zingaretti metta il veto da un’altra parte su un renziano. A brigante, brigante e mezzo.

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Le polemiche per lo spot di Porta a Porta con Salvini durante Juventus-Roma

Rabbia di Pd e Iv per lo spazio dedicato al leader del carroccio durante la sfida di Coppa Italia. Già pronto l'esposto all'Agcom. E Vespa corre ai ripari: proporrò un riequilibrio.

Pd e Iv all’attacco della Rai, o meglio di Porta a Porta. Il 22 gennaio, durante l’intervallo della partita Juventus-Roma di Coppa Italia, è andata in onda un’anticipazione della puntata dell’intervista a Matteo Salvini sulle Regionali. Apriti cielo. «A Salvini è consentito dalla Rai un solitario comizio durante l’intervallo della partita in piena campagna elettorale», ha tuonato il segretario dem Nicola Zingaretti, «Mai così in basso, altro che libertà e autonomia e lo chiamano servizio pubblico». Michele Anzaldi, segretario della commissione di vigilanza di Italia viva, ha poi suggerito di «rimuovere Foa dal cda per dare all’azienda un vero presidente di garanzia».

VERSO UN ESPOSTO ALL’AGCOM

Duro anche l’intervento di Andrea Rossi, deputato Pd e responsabile della campagna elettorale di Stefano Bonaccini: «Lo spot di Salvini, un lungo sonoro in cui spiega perché votare per la Lega in Emilia-Romagna ed in Calabria andato in onda durante l’intervallo di Juventus-Roma è un fatto gravissimo e senza precedenti. Il 23 gennaio presenteremo un esposto urgente all’Agcom». «Il comportamento della Rai è gravissimo», ha aggiunto Rossi, «inaccettabile, inqualificabile. L’Emilia-Romagna non merita questo trattamento, né di essere raccontata in questo modo».

VESPA CORRE AI RIPARTI: «PROPORRÒ RIEQUILIBRIO»

Il 23 intanto Bruno Vespa ha provato a correre ai riparti con una nota: «Secondo le tradizioni di Porta a porta ieri e oggi Nicola Zingaretti e Matteo Salvini sono stati nostri ospiti entrambi per 53 minuti. Identico tempo in video e in voce abbiamo dato a Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni, non trascurando di dar brevemente voce anche alle liste minori. Gli spot con Zingaretti e con Salvini sono andati entrambi in onda nell’intervallo delle partite di Coppa Italia. Per una svista della redazione – di cui mi assumo come sempre la responsabilità – il tempo di parola di Salvini è stato maggiore di quello di Zingaretti (che ha condiviso lo spazio con Giorgia Meloni) e di maggiore impatto politico. Proporrò», ha aggiunto il giornalista, «alla direzione di Raiuno di riequilibrare le posizioni ‪domani sera‬ nello spot che andrà durante Don Matteo‘».

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La Puglia è ora il laboratorio pro-Salvini di Renzi e Calenda

I due leader di micro-partiti hanno deciso di non appoggiare Emiliano. Insomma, si sono messi sul mercato. Così una guerra di piccole nomenklature nazionali senza voto viene trasferita sulle spalle degli elettori di centro-sinistra pugliesi per avviare il primo vero inciucio con la destra.

In Puglia sta iniziando l’ultima, in ordine di tempo, delle guerre autolesioniste e strutturalmente cretine nel centro-sinistra. Michele Emiliano ha vinto le primarie con risultato eclatante e partecipazione al di sotto delle attese.

Le primarie ormai sono uno dei tanti modi per esercitare la democrazia dall’alto inventati in questa lunga transizione verso il nulla che caratterizza l’Italia.

Non si sa chi vota, c’è una larga partecipazione di gruppi organizzati, talvolta transfughi di altri partiti, i candidati dicono cose al vento e soprattutto si taglia la strada alla novità. Non a caso in Puglia contro Emiliano c’erano due personaggi della vecchia nomenklatura.

ANCHE A DESTRA CON FITTO SI FA RICORSO ALLA VECCHIA NOMENKLATURA

L’avversario di Emiliano che rappresenterà il centro-destra è un ex giovane Dc che poi è stato berlusconiano e infine si è accasato con Giorgia Meloni. Raffaele Fitto fu un enfante prodige della politica pugliese e italiana. Sembrava bravo ma del suo periodo di presidenza della Regione si ricorda poco. Non dico questo per pregiudizio verso un moderato di destra. Il sindaco di Bari Simeone Di Cagno Abbrescia, di Forza Italia, fece bene, a parer mio il primo cittadino del capoluogo.

Da Salvini alla Meloni e a Fitto, a destra c’è la stessa passione per i pachidermi del passato che c’è a sinistra

Fitto ha anche la caratteristica di parlare come una delibera prefettizia. Nel tempo in cui Matteo Salvini sembra uscito dal Roxy Bar, la destra propone un attempato ex enfante prodige per tornare al governo. Diciamolo: da Salvini alla Meloni e a Fitto, a destra c’è la stessa passione per i pachidermi del passato che c’è a sinistra. Emiliano, a mio parere, è un personaggio dalle molte facce, quasi nessuna da prediligere. È disinvolto fino all’opportunismo più intollerabile, è sleale, non ha una posizione politica se non quella che accresce il suo potere e la sua immagine. Insomma è uno di quei leader meridionali che non aiutano il Mezzogiorno. Ma non c’è altro.

RENZI E CALENDA IN PUGLIA SEGUONO INTERESSI PERSONALI

In questi anno, dal fronte interno al Pd, non è venuta alcuna alternativa. Anche negli anni di Matteo Renzi e nella breve stagione di Carlo Calenda. Tuttavia i due si scoprono scandalizzati dall’ipotesi che Emiliano rivinca e promettono di mettere in campo un proprio candidato. Escluso che sia una candidata perché Teresa Bellanova e il voto popolare sono alternativi l’uno all’altro. Chi sarà allora? Devo confessare che anche a un pugliese emigrato come me la faccenda appare del tutto irrilevante tranne che per una ragione. Per quanto gravi siano le colpe di Emiliano, dare la Puglia alla destra che si sta presentando in gara è una operazione politica criminale.

Da sinistra, Matteo Renzi e Carlo Calenda (Foto LaPresse – Mourad Balti Touati).

Non solo Emiliano è il meno peggio, ma c’è nella scelta di Renzi e Calenda un primato della propria visibilità come persone e come gruppo politico figlie del meridionalismo accattone. Non è per caso che né Renzi né Calenda siano meridionali e che Renzi negli anni di governo non abbia dimostrato alcuna sensibilità verso il Sud (ho un giudizio di verso su Calenda e il caso Italsider). Resta il dato che una guerra di piccole nomenklature nazionali senza voto viene trasferita sulle spalle degli elettori di centro-sinistra pugliesi per avviare il primo vero inciucio con la destra.

Io penso che la colpa maggiore della sinistra sia stata quella di sentirsi figlia di un dio minore per cui è potuto accadere che un Renzi qualsiasi l’abbia schiaffeggiata impunemente

I due ex ragazzi con l’operazione Puglia non vogliono solo vendicarsi di Emiliano o sfiduciarlo (cosa che non scandalizza), ma probabilmente avviare una fase politica di loro indifferenza verso i due schieramenti opposti. Insomma si sono messi sul mercato. Molti pensano che la sinistra abbia fra le sue colpe maggiori quella di aver fatto poco autocritica. Io penso che la colpa maggiore sia stata quella di sentirsi figlia di un dio minore per cui è potuto accadere che un Renzi qualsiasi l’abbia schiaffeggiata impunemente. Non amo Emiliano, non più. Ma se Renzi e Calenda lavorano per umiliare il mondo del centro-sinistra, è bene che vadano in pace dall’altra parte, dove culturalmente già sono.

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Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Chi è Eleonora Cimbro, l’ex deputata Pd passata da LeU alla Lega

Parabola a destra per l'ex dem passata prima dalle fila di Articolo Uno e poi approdata al Carroccio. Nel 2017 le prime crepe con Renzi, fino alla svolta sovranista del 2019.

Uscire per andare alla sinistra dei Partito democratico per poi approdare alla Lega di Matteo Salvini. È stata la parabola di Eleonora Cimbro. Classe 1978, di Bollate, laureata in lettere classiche, insegnante e madre di cinque figli, Cimbro è stata deputata dal 2013 per il Pd e recentemente, stando a quanto scritto dal portale ilnotiziario.net, è approdata al Carroccio dopo un breve periodo dentro Leu.

DALL’ATTIVISMO ALLA ROTTURA COI DEM

La notizia ha fatto molto discutere sopratutto per il passato dell’ex deputata e il suo attivismo locale tra le fila dem. In passato era stata consigliera comunale e anche segretaria del circolo locale del Pd. Dal 2013, dopo l’elezione a Montecitorio, ha sempre votato la fiducia ai vari governi, da Letta a Gentiloni, passando per Renzi, anche se non ha mai nascosto le sue critiche all’ex segretario. Nel 2017 la prima svolta con il passaggio alla neonata formazione Articolo Uno-Mdp. Un passaggio non senza polemiche dato che la federazione milanese del Pd la indicò con altri colleghi come morosa nei confronti del partito.

LA MANCATA ELEZIONE E L’APPRODO AL CARROCCIO

Con la fine della legislatura è arrivata la candidatura con Leu alle politiche del 2018 per il Senato nel collegio uninominale di Rozzano. Il voto, però, non è andato come previsto. Cimbro ha infatti raccolto solo il 2,6% con il seggio poi vinto da Ignazio La Russa. Nei mesi successivi è arrivata una progressiva virata verso destra. A ottobre, sempre su ilnotiziario.net, ha rilasciato un’intervista in cui confermava il passaggio nell’aria sovranista poi sancito anche da post sui social in cui mostrava di gradire libri e interventi di Diego Fusaro. Un percorso culminato il 7 gennaio con l’iscrizione e con la tessera firmata dallo stesso Salvini, come sancito da una foto tra i due.

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Le sfide del 2020 su cui il governo si gioca la sopravvivenza

Il nodo prescrizione. Il voto sulla Gregoretti. Le Regionali. Ma anche la questione banche, i decreti Sicurezza (che una parte del Pd vuole cancellare) e il Reddito di cittadinanza, nel mirino di Renzi. I dossier che metteranno a dura prova la tenuta della maggioranza.

C’è Giuseppe Conte che guarda a «una maratona» fino al 2023 e c’è Nicola Zingaretti che con più cautela parla di agenda per il 2020, invocando «crescita e giustizia fiscale». In mezzo ci sono Luigi Di Maio e Matteo Renzi che giurano lealtà, ma devono districarsi tra reciproche diffidenze e problemi di varia natura. Ed è proprio il rapporto tra Movimento 5 Stelle e Italia Viva ad aumentare i pericoli di una crisi, con Palazzo Chigi spettatore interessato delle scintille tra gli alleati-nemici. Il nuovo anno del governo non si annuncia affatto tranquillo. E più che un progetto annuale, se non addirittura triennale come vaticinato dal presidente del Consiglio, la realtà racconta di una navigazione sempre più a vista. 

Pensare a una scadenza a lungo tempo è complicato

Fonti di maggioranza

L’ottimismo professato da Conte non trova grandi riscontri nei fatti. «Pensare a una scadenza a lungo tempo è complicato», ammette un parlamentare della maggioranza. Fin dai prossimi primi giorni ci saranno degli ostacoli da saltare, aggirare. O, come è avvenuto nelle ultime settimane, da spostare qualche mese più in avanti, cercando di rinviare e temporeggiare. Dal voto su Matteo Salvini per il caso Gregoretti alle elezioni regionali, l’inizio del 2020 sarà ricco di insidie, con le varie forze di maggioranza che devono accorciare distanze siderali. Ma il principale problema resta la tenuta del Movimento 5 Stelle: non trascorre giorno senza le voci di possibili transfughi, in qualsiasi direzione. E principalmente verso la Lega.

I MALUMORI DI ITALIA VIVA SULLA PRESCRIZIONE

A parole nessuno vuole creare l’incidente sulla Giustizia, in particolare sulla cancellazione della prescrizione prevista dalla riforma del ministro Bonafede. Ma la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, così il Partito democratico ha piantato un paletto: senza un accordo di maggioranza, sarà portata in Aula una proposta di legge alternativa che non elimina la prescrizione, ma la regolamenta con una sospensione massima di tre anni e sei mesi. Come se non bastasse Italia Viva ha ribadito che è pronta anche a votare il testo di Forza Italia, presentato dal deputato Enrico Costa. Questa proposta punta a neutralizzare la norma voluta dal Guardasigilli. Una mossa che spalanca le porte a un’eventuale, ulteriore, spaccatura tra i cinque stelle. Una retromarcia sulla prescrizione, infatti, potrebbe essere la scusa buona per i malpancisti del Senato a lasciare il Movimento. Senza dimenticare il dossier sulla revoca della concessione ad Autostrade, che potrebbe provocare la stessa dinamica tra i dissidenti M5s. 

IL REFERENDUM CHE PUÒ AVVICINARE LE ELEZIONI

Pochi giorni e gli italiani sapranno se ci sarà un referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Il 12 gennaio scade il termine per le firme sulla richiesta del referendum: al Senato il quorum è stato raggiunto, ma qualcuno potrebbe decidere di ritirare la firma, facendo saltare la consultazione (che si terrebbe in primavera). Il passaggio è molto delicato: intorno a questa decisione c’è un interesse di Palazzo, ossia la possibilità di far terminare anticipatamente la legislatura per tornare subito al voto ed eleggere, per l’ultima volta, 945 parlamentari invece di 600 come previsto dalla riforma approvata. A questo si aggiunge un’altra atavica questione: la legge elettorale, su cui la maggioranza fatica a trovare un’intesa. Ma c’è una certezza: nelle prossime settimane la Corte costituzionale si esprimerà sull’ammissibilità del referendum proposto dalla Lega; l’obiettivo è quello di introdurre un maggioritario puro, cancellando la quota proporzionale prevista dal Rosatellum.

IL VOTO SU SALVINI ALIMENTA LE TENSIONI

Il 20 gennaio ci sarà il voto su Salvini e la vicenda giudiziaria relativa alla nave Gregoretti: i magistrati chiedono di poter processare il leader della Lega. La vicenda accresce gli imbarazzi dei cinque stelle, che sul caso della Diciotti avevano respinto la richiesta della magistratura. Ma quella era l’epoca del Salvini alleato di Di Maio, ora la fase politica è diversa. E anche l’orientamento sembra cambiato. I leghisti scrutano perciò le intenzioni di Italia Viva, che non si è sbilanciata sulla decisione. L’aria che tira nei corridoi parlamentari è che il dialogo tra i “due Mattei”, Renzi e Salvini, potrebbe manifestarsi proprio il 20 gennaio. Facendo esplodere ulteriori tensioni. 

LE REGIONALI COME PUNTO DI SVOLTA

Le Regionali in Emilia-Romagna e Calabria, in calendario il 26 gennaio, hanno una valenza nazionale. Al di là delle smentite di rito, l’eventuale sconfitta di Stefano Bonaccini provocherebbe uno smottamento nel Pd, rischiando seriamente di trascinare con sé l’intero governo. Facile prevedere pure le accuse rivolte al Movimento che ha voluto presentare un proprio candidato. Nelle ultime settimane, il barometro segnala un moderato ottimismo: il centrosinistra è dato in vantaggio nei sondaggi sull’alleanza di centrodestra, guidata dalla leghista Lucia Borgonzoni. Ma c’è un altro tornante fondamentale nel voto per l’Emilia-Romagna. Un risultato molto deludente di Simone Benini, candidato del M5s, aprirebbe l’ennesimo fronte polemico interno nei confronti di Di Maio. Con la messa in discussione della sua leadership e l’aumento del malcontento tra i parlamentari pentastellati. Sull’esito del voto in Calabria, invece, l’attenzione è al momento minore.

EX ILVA, MA NON SOLO: LE VERTENZE CHE SCOTTANO

La «maratona» di tre anni annunciata da Conte parte quindi con un primo chilometro durissimo. Tutto in salita. Oltre al rapporto tra i partiti, sul tavolo ci sono questioni che tirano in ballo il destino di decine di migliaia di lavoratori. In questo caso spetterà al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, dirimere le problematiche più delicate. Il futuro dell’ex Ilva e di Alitalia è incerto: lo stabilimento di Taranto è al centro di una complicata trattativa con ArcelorMittal, mentre la compagnia aerea ha ricevuto l’ennesimo prestito-ponte. Ma all’orizzonte non si delinea una soluzione definitiva. Tra le vertenze ci sono anche quelle della Whirpool, dell’ex Embraco e della Bosch di Bari. Sempre nel capoluogo pugliese c’è un’altra criticità: la Popolare di Bari. Il salvataggio in extremis dell’istituto non ha risolto la questione. Anzi.

DALLE BANCHE A QUOTA 100: GLI ALTRI FRONTI DELICATI

La questione banche è pronta ad acuire le divisioni. I lavori della commissione di inchiesta dovranno comunque partire nel 2020: non è immaginabile un ulteriore slittamento. E le scintille tra Movimento 5 Stelle e Italia Viva sono facilmente prevedibili. Un altro terreno di scontro è rappresentato dai decreti Sicurezza: una parte del Pd chiede la totale cancellazione dei provvedimenti voluti da Salvini nel corso della precedente esperienza di governo. Conte ha detto di voler conservare l’impianto normativo, prevedendo solo ritocchi. Zingaretti sarà costretto a battere i pugni sul tavolo e comunque dovrà accettare una mediazione, rischiando di alimentare le polemiche interne. Sempre tra i dem c’è la volontà di rilanciare la battaglia sullo Ius Culturae, sfidando il niet di Di Maio. Tra i tanti dossier aperti e quelli da aprire, si inserisce l’attivismo di Renzi, che ha bisogno di ritagliarsi uno spazio per aumentare i consensi della sua creatura politica. Italia Viva al momento non sfonda nei sondaggi. Così l’ex presidente del Consiglio, attraverso i suoi fedelissimi, ha già annunciato una campagna contro Reddito di cittadinanza e Quota 100, cavalli di battaglia del M5s. Una provocazione che non è passata inosservata. Insomma, all’ordine del giorno delle criticità del Conte 2 c’è un ricco capitolo di “varie ed eventuali”.

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La regia di Verdini dietro al possibile asse Renzi-Salvini

Si vocifera che abbia ospitato un incontro toscano tra i due Mattei. Che meditano di coalizzarsi per disfarsi dei rispettivi nemici: Zingaretti e Di Maio. Il retroscena.

A Firenze gli orfani del Nazareno ne parlano da mesi: Denis è tornato. Denis di cognome fa Verdini ed è l’ex richelieu di Berlusconi. Il ‘coordinatore’ del Pdl che per Silvio ha gestito per anni col bilancino quorum, premi di maggioranza, soglie di sbarramento e le poltrone. Colui che ha tessuto pazientemente le relazioni tra gli Azzurri e l’allora presidente della Provincia diventato poi sindaco grazie anche alla scelta tutta verdiniana dell’avversario, l’ex calciatore Giovanni Galli. Poi le inchieste giudiziarie, i processi, l’addio a Forza Italia fondando il gruppo parlamentare Ala (Alleanza liberalpopolare Autonomie) e lo sfaldamento del Patto del Nazareno saltato lo hanno allontanato dalla scena. Ma Denis, abituato a lavorare nel retrobottega, non si è mai fermato, ripetono in riva all’Arno. E ora è tornato. Anche se sta sempre a Roma e non solo per andare a cena al ristorante del figlio Tommaso (frequentatore della Leopolda) o con la figlia Francesca, fidanzata con Salvini. Dagli spifferi di palazzo echeggia la voce che partecipi pure alle riunioni strategiche della Lega.

QUEL PRESUNTO INCONTRO TRA RENZI E SALVINI A CASA VERDINI

L’indiscrezione raccolta da La Stampa su un presunto incontro tra i due Mattei «sorseggiando Chianti» nella casa di Denis al Pian de’ Giullari è stata smentita: «Renzi e Salvini non si sono incontrati a Firenze, meno che mai nella casa di Denis Verdini. I due senatori si sono invece incrociati in Senato come peraltro rivelato dai numerosi giornalisti presenti in occasione della seduta parlamentare. Ma non vi è stato invece alcun incontro toscano. E meno che mai si è bevuto Chianti in una casa privata», riporta una nota dell’ufficio stampa di Italia Viva. Seguita da una risposta de La Stampa che ha ribadito quanto scritto: «L’incontro c’è stato». Di certo, sono state scattate le foto della stretta di mano tra la moglie di Verdini, Simonetta Fossombroni, e Salvini  al convegno organizzato dal Tempo sull’Europa, intitolato Il ratto di Europa. Obiettivi dei Padri, delusione dei figli. Presente anche Denis con i suoi fedelissimi. Tra gossip, smentite, conferme e foto di Pizzi su Dagospia, qualcosa bolle in pentola. Non è un caso se Matteo Renzi si sta salvinizzando nella comunicazione, soprattutto quella sui social, ma anche berlusconizzando quando attacca le procure.

UN TRAGHETTATORE DALLA GRANDE ESPERIENZA

Serviva un regista come Verdini, dicono ancora le voci, per portare avanti il piano diabolico dei due Mattei: coalizzarsi temporaneamente per liberarsi in un colpo solo dei due rispettivi nemici: Renzi di Zingaretti e Salvini di Di Maio. Dopo aver fatto varare la manovra al governo Conte, così gli elettori sapranno già con chi prendersela nelle urne. Fantapolitica? Chissà. Di certo sarebbe un gioco da ragazzi per l’ex coordinatore nazionale di Forza Italia, traghettatore di grande esperienza. L’uomo che organizzava la vita politica di Berlusconi e specialmente quella parlamentare, mago dei numeri, capace di prevedere al millimetro l’andamento di un voto, il numero di tradimenti. L’uomo ombra: non partecipa ai talk show, non rilascia interviste, non cinguetta su Twitter. E in più fiorentino. «Verdini è un pragmatico, che conosce la prima regola della politica: i rapporti di forza», diceva di lui lo stesso Renzi. «Un comunista più anticomunista di questo non s’è visto mai», diceva di Renzi lo stesso Verdini. «Tutti mi chiedono cosa ci guadagnano a venire con me. Gli rispondo che sono il taxi. Vuoi rimanere al potere? Solo io ti conduco in dieci minuti da Berlusconi a Matteo», diceva Verdini di se stesso.

IL SOLDATO DENIS E UN ESERCITO CON DUE GENERALI

Un po’ Sassaroli di Amici Miei, un po’ Machiavelli di provincia, in realtà adora Pirandello e ha sempre preferito i personaggi in cerca d’autore per accompagnarli meglio da un partito all’altro. In Toscana, dove Verdini ha ancora molti contatti, Salvini non ha presentato una sua candidatura per le elezioni regionali. Un ottimo test per l’ex coordinatore azzurro che si chiama così perché il padre era un prigioniero di guerra e quando ritornò in Italia il primo soldato cui rivolse la parola aveva questo nome. A Firenze e nella Capitale ora qualcuno comincia a chiedersi come farà il soldato Denis a gestire un esercito con due generali

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