Come le cosche mafiose sono ancora padrone in Lombardia

Nonostante indagini e arresti, le infiltrazioni proliferano. La 'ndrangheta del traffico di stupefacenti, il riciclaggio camorrista, le rapine della criminalità pugliese. Ma anche lo sfruttamento sessuale degli albanesi, la droga cinese e le violenze dei latinos. Così la regione rischia di sottovalutare il problema.

Era il 5 luglio 2019 quando il procuratore aggiunto di Milano, Alessandra Dolci, commentava: «Negli ultimi 10 anni, nonostante le indagini e gli arresti, non è cambiato nulla. Le cosche sono ancora padrone del territorio». Parole che portano alla mente territori sanguinari come il Gargano o l’Aspromonte. E invece no: siamo in Lombardia, dove non necessariamente occorre ricorrere alla lupara affinché le mafie dimostrino la loro egemonia.

TERRA DI APPRODO DELLE CRIMINALITÀ

Anzi, come si legge nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia), «i sodalizi organizzati più evoluti prediligono ormai da tempo una strategia “di basso profilo” […] che si caratterizza per il forte mimetismo, risultando per questo ancor più pericolosa e soprattutto di difficile individuazione». La regione è ormai terra di approdo non solo per le criminalità nazionali, ma anche per quelle straniere: cinesi, balcaniche, nigeriane e sudamericane.

RISCHIO DI SOTTOVALUTAZIONE DEL PROBLEMA

Come ha spiegato Monica Forte, presidente della commissione antimafia in Lombardia e vicepresidente del coordinamento nazionale, «per molto tempo in regione si è sottovalutata la presenza mafiosa. E questo è un fatto gravissimo. Non so se si tratti di un errore consapevole, ma in ogni caso ha permesso alle mafie di muoversi liberamente». Il risultato è che oggi in Lombardia operano 25 locali di ‘ndrangheta, attivi soprattutto nella provincia di Milano.

DECISI A TAVOLINO I BUSINESS SU CUI PUNTARE

Quel che emerge è una rete asfissiante e quasi scientifica tra le famiglie per via di «una stretta connessione tra i locali presenti e la “casa madre” del crimine reggino, attraverso l’organo di coordinamento delle relazioni e delle attività illecite, giudiziariamente conosciuto come “la Lombardia”». Tutto deciso a tavolino, dunque. Esattamente come il business su cui puntare. A cominciare dal traffico internazionale di stupefacenti.

UNA RETE DA VIBO VALENTIA AL SUDAMERICA

A riguardo tra i più attivi c’è l’efferata famiglia Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), che ha messo su una rete che parte da Colombia e Venezuela per arrivare in Italia, dopo aver attraversato il territorio iberico. Le statistiche, d’altronde, non mentono. Secondo quanto denunciato dalla Direzione centrale per i servizi antidroga, «nel 2018 in Lombardia è stato registrato il 16,02% delle operazioni antidroga svolte sul territorio nazionale, il 7,21 % delle sostanze sequestrate e il 14,05% delle persone segnalate all’Autorità giudiziaria».

LOMBARDIA UTILIZZATA COME “LAVATRICE”

Non si pensi, però, che mafia e camorra non siano presenti sul territorio lombardo. Soprattutto nel riciclaggio dei grandi introiti illegali provenienti spesso da Sicilia o Campania. In questo caso, dunque, la Lombardia viene utilizzata come “lavatrice” anche grazie ai rapporti illeciti con imprenditori e pubblica amministrazione. Né si disdegnano i cosiddetti crimini “pendolari”, fronte su cui la concorrenza con i pugliesi è molto forte. «Oltre che negli stupefacenti», si legge non a caso nella relazione della Dia, «i gruppi pugliesi sono attivi nel traffico di armi e nelle rapine ai danni di caveau, depositi e furgoni blindati».

MAFIA PUGLIESE SPECIALIZZATA IN ASSALTI E RAPINE

E qui non si scherza: la criminalità organizzata pugliese, infatti, «è da ritenersi tra le organizzazioni più specializzate, efficaci e pericolose a livello nazionale, con la messa a punto di tecniche operative paramilitari negli assalti a bancomat o a furgoni portavalori», spiega la Dda. È la cronaca d’altronde a dimostrarlo. Uno degli ultimi casi risale al 2016, quando a Bollate un commando composto da una decina di banditi armati e travestiti erano riusciti ad impossessarsi di numerosi plichi di preziosi, per un valore di circa 4 milioni di euro.

LA ROTTA OLANDESE DEL NARCOTRAFFICO

La Lombardia è terra di approdo anche per i gruppi stranieri. Diversi anche in questo caso gli ambiti di interesse, ma a spiccare è ancora una volta il narcotraffico. A differenza della ‘ndrangheta, però, in questo caso a essere prediletta (soprattutto dalla criminalità albanese e balcanica) è la rotta olandese: cocaina e hashish arriva in Italia con corrieri spesso italiani assoldati dagli albanesi, attraverso auto appositamente modificate per l’occultamento nelle officine di Rotterdam.

ROMENE SCHIAVIZZATE PER LA PROSTITUZIONE

Ma gli albanesi sono molto attivi anche nella tratta di esseri umani e nello sfruttamento sessuale. A giugno 2019 la Dda di Brescia ha sgominato un’organizzazione che a partire dal 2014, con la promessa di un posto di lavoro, ha trasferito in Italia dalla Romania (in particolare dalle zone rurali più povere) decine e decine di ragazze poi avviate alla prostituzione sulle strade della Bergamasca, «trattate come schiave, private di denaro, della libertà di movimento e della possibilità di poter rientrare nel Paese d’origine».

TRATTA DI MIGRANTI DALL’AFRICA

Stesso discorso per la mafia nigeriana, dominus per quanto riguarda la tratta di migranti provenienti dall’Africa. Con una differenza netta, in questo caso: molto spesso a tenere sotto scacco le giovani ragazze – spesso anche ricorrendo a strumenti di coercizione psicologici come i riti vodoo – sono le donne. Una delle ultime inchieste è stata Glory (dal nome di una delle arrestate, residente a Busto Arsizio): tra le vittime c’erano anche ragazze marchiate a vita con due lame da rasoio, per il giuramento assoluto all’obbedienza una volta arrivate in Italia.

STUPEFACENTI CINESI E PUSHER FILIPPINI

Vista la grande comunità orientale in Lombardia, specie a Milano, attiva è anche la mafia cinese. Negli ultimi anni è cresciuta a dismisura l’importazione di shaboo, il principale stupefacente trattato da questa criminalità, rivenduto poi non solo all’interno della propria comunità, ma anche a italiani tramite una fitta rete di pusher filippini.

BANDE DI LATINOS VOTATE ALLA VIOLENZA

Ma non è tutto. Nell’area metropolitana sono molto attivi anche i pandillas, le bande di latinos composte prevalentemente da giovani di origine ecuadoregna e peruviana, con la sporadica presenza anche di italiani e nordafricani. In questo caso, spiega la Dda, la violenza non è solo uno strumento per il raggiungimento di uno scopo economico, ma un marchio di fabbrica.

COMMISSIONE AD HOC E FONDI PUBBLICI

Non tutto, però, è perduto. Già nella precedente legislatura, ha spiegato ancora la Forte, «la Regione Lombardia si è dotata di una commissione antimafia ad hoc» che ha goduto anche di corposi finanziamenti pubblici, «notevoli rispetto al panorama nazionale e con cui sono stati lanciati numerosi progetti». Uno di questi riguarda proprio la preoccupante presenza delle mafie straniere: «Già da due anni viene finanziato monitoraggio specifico. Ci siamo dati massimo nove mesi di tempo: questo lavoro ci porterà ad avanzare possibili interventi pratici che poi rivolgeremo alla Giunta regionale».

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Radiografia della mafia foggiana: clan e faide

L'attentato al centro per anziani ha riacceso i riflettori sulla criminalità organizzata locale. Il punto tra le lotte per il controllo del Gargano, terminal dei traffici dall'Albania, e le alleanze d'affari.

L’ultimo attentato a Foggia ha riguardato un centro per anziani: una bomba è stata fatta esplodere davanti all’istituto Il sorriso di Stefano, una struttura che fa parte del gruppo Sanità Più dei fratelli Luca e Cristian Vigilante.

Quest’ultimo, già vittima di un attentato dinamitardo la sera del 3 gennaio, è testimone in una delicatissima inchiesta che riguarda la mafia foggiana, la cosiddetta “quarta mafia“.

I numeri sono impressionanti: da inizio anno sono già 10 gli attentati commessi nel Foggiano. Cinque nel capoluogo e altrettanti in provincia, cui va aggiunto l’omicidio di Roberto D’Angelo il 2 gennaio scorso, avvenuto a Foggia poco distante dalla zona dalla bomba al centro anziani. Un quartiere in una zona semi-centrale a pochi passi da dove il 10 gennaio scorso è partita la marcia organizzata da Libera contro le mafie, che ha portato per strada 20 mila persone.

IL NUOVO MONDO DI MEZZO

Le marce, tuttavia, non bastano. Secondo la recente relazione della Dia aggiornata al primo semestre 2019, ciò che emerge nella provincia dauna è «il forte legame dei gruppi criminali con il territorio, i rapporti familistici di gran parte dei clan foggiani e la massiccia presenza di armi ed esplosivi» che «favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento». Gli investigatori, infatti, concordano su un punto: l’assoggettamento del tessuto socio-economico, quando non è direttamente connesso ad atti intimidatori, «è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella».

Una operazione delle squadre mobili di Foggia e Bari e del Servizio Centrale Operativo della Polizia, coordinati nelle indagini dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari (Ansa).

Cioè, con la morte. Tutto questo porta inevitabilmente alla creazione di un’area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori e pubbliche amministrazioni. Una «terra di mezzo», si legge ancora nel rapporto della Dia, «dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi e confondersi». Non è un caso che nel 2019 ben quattro Comuni siano stati sciolti per infiltrazioni mafiose: Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola.

VERSO UN NUOVO ASSETTO ORGANIZZATIVO DEI CLAN

In questa terra di nessuno è vietato ribellarsi. Ma il sangue scorre anche per la presenza magmatica di più clan. Nel capoluogo c’è la Società Foggiana, fondata sul modello della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che conta la presenza di tre batterie: i Sinesi-Francavilla, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Per anni, tutti contro tutti, così da dividersi non solo gli affari, ma anche i morti ammazzati. Oggi invece, rivelano gli investigatori, si starebbe andando verso «nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in un’ottica espansionistica, la ‘ndrangheta». Le ultime inchieste hanno infatti rivelato la gestione di una cassa comune e il controllo condiviso delle estorsioni, con tanto di ruoli interni, gerarchie e relativo “stipendio”. È uno dei pochissimi pentiti esistenti della quarta mafia a rivelarlo nell’operazione Decima Azione: «Tu incominci come picciotto, picciotto d’onore. Picciotto d’onore, dopo tu, se vuoi salire di livello, devi ammazzare la gente, e incominci a diventare sgarrista, incominci a prendere di più al mese…».

LA LOTTA PER IL CONTROLLO DEL GARGANO

Ma la pax mafiosa potrebbe essere solo apparente: nell’area garganica, le rivalità restano infuocate. Specie tra due famiglie: da una parte i Romito, dall’altra i Li Bergolis. Famiglie che sarebbero coinvolte nella famosa strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, quando furono freddate quattro persone. La pressione si riverbera su tutta la criminalità locale. A Vieste, per esempio, è ancora in piedi la faida tra i clan Perna e Raduano: diversi sono i ferimenti e i tentati omicidi nel 2019, culminati negli agguati del 21 marzo 2019, a Mattinata, e del 26 aprile 2019, a Vieste, in cui sono stati uccisi da una parte il reggente del clan Romito, Francesco Pio Gentile, cugino di Mario Luciano Romito (ucciso proprio a San Marco in Lamis); e dall’altra, in risposta, il capoclan Girolamo Perna.

Un omicidio nel Foggiano dopo la strage di San Marco in Lamis (Ansa).

CLE MANI SUI TERMINAL PER LE ROTTE DEI TRAFFICANTI ALBANESI

Il controllo delle coste garganiche, d’altronde, è fondamentale: come emerso in più inchieste (la più recente è stata Ultimo Avamposto), l’area è utilizzata come terminal per le rotte dei trafficanti di marijuana provenienti dall’Albania, da smerciare anche su scala nazionale. E quella zona, oggi, è in mano ai Perna. Dunque ai Li Bergolis. «Se questo sta in giro lo uccido col martello in mezzo alla strada che poi mi devo mangiare il cuore. Gli devo zappare in testa, gli devo tagliare le mani. Lo uccido, poi dobbiamo giocare a pallone con la testa sua», si sente in una delle intercettazioni captata nell’operazione Neve di marzo dell’ottobre scorso: a parlare è un membro della famiglia Raduano proprio contro il boss dei Perna.

IL TARIFFARIO DELLE ESTORSIONI E L’OMERTÀ DIFFUSA

La strategia dei foggiani è chiara: come rivelano anche gli ultimi attentati, chi osa parlare, rischia grosso, finanche la morte. E così il clima di omertà in territorio dauno è spaventoso. Basta leggere le carte dell’inchiesta, già citata, Decima Azione. Alle richieste estorsive che la criminalità faceva praticamente per qualunque tipo di attività (da quelle imprenditoriali fino alle onoranze funebri), il silenzio delle vittime era totale. Alla proprietaria di un negozio di alimentari i foggiani avevano estorto 4 mila euro nel periodo natalizio: davanti ai carabinieri e, soprattutto, alle intercettazioni, la titolare ha negato tutto. Cinquecento euro al mese era la somma ottenuta invece da una barista, alla quale avevano fatto capire che se non avesse pagato avrebbe subito diverse rapine. Agli inquirenti ha risposto: «Sono onesta […] Io non pago nessuno». Stesso copione con il proprietario di un agriturismo-resort, cui la mafia aveva chiesto il pagamento di 1.500 euro: quando la squadra mobile lo ha convocato, lui ha negato e poi è corso ad avvisare gli uomini del clan.

Inquirenti sul luogo in cui è stato ucciso Pasquale Ricucci, di 45 anni, presunto elemento di elemento di spicco di un clan mafioso del Gargano, nella frazione ‘Macchia’ di Monte Sant’Angelo (Foggia), 11 novembre 2019 (Ansa).

GLI AFFARI DELLA MAFIA CERIGNOLANA

Non ci sono, però, solo il Gargano e Foggia. In questa rete criminale in cui un giorno si è alleati e quello dopo si torna ad ammazzare per il controllo del territorio, c’è anche la malavita cerignolana che, a differenza delle faide garganiche, dimostra «una comprovata capacità di assoggettare il tessuto criminale locale in modo pragmatico, riducendo al minimo le frizioni in seno allo stesso, nonostante la pluralità di soggetti e di interessi illeciti in gioco», si legge nella relazione della Dia. Tutti d’accordo, dunque, sotto l’egida delle famiglie Ditommaso e Piarulli-Ferraro che a loro volta hanno base non in Puglia ma in Lombardia. Gli interessi riguardano soprattutto il settore agroalimentare. Non è un caso che a ottobre scorso anche il Comune di Cerignola sia stato sciolto per mafia. Ma, d’altronde, spiegano gli investigatori, quella cerignolana è «una mafia degli affari, sempre meno legata a una struttura rigida basata su vincoli familiari (aspetto peculiare delle mafie foggiana e garganica) e più proiettata al raggiungimento di obiettivi economico-criminali a medio-lungo termine».

I COLPI DEL BRACCIO ARMATO

Non manca il braccio armato, vero incubo delle società dei portavalori e dei tir. I cerignolani sono una vera e propria organizzazione para-militare che, nel corso degli anni, ha messo a punto furti da film d’azione: nel 2015 lungo la A14 “prelevarono” 4,7 milioni di euro dopo aver bloccato in due minuti esatti l’arteria autostradale, speronato i portavalori, azionato i kalashnikov e smantellato i blindati per andarsene con le casseforti. Lo scorso gennaio a Mellitto, Bari, un furgone diretto agli uffici postali di Matera carico dei soldi è stato letteralmente sfondato da due ruspe blindate. Due milioni di euro il bottino. Nulla in confronto a quanto accadde a Catanzaro nel 2016. Il sodalizio tra cerignolani e calabresi mise a segno uno dei furti più sensazionali degli ultimi anni: pochi minuti per bloccare le vie di fuga, aprire il caveau di un istituto di vigilanza con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubare 8,5 milioni di euro e fuggire via tra le campagne.

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La grande truffa della mafia dei Nebrodi all’Ue

I clan messinesi dei Batanesi e dei Bontempo Scavo avrebbero intascato fondi europei per oltre 5,5 milioni di euro. Arrestate 94 persone.

Puntano sui soldi dell’Ue i clan messinesi dei Nebrodi che, da quanto emerge dall’inchiesta del Ros e della Finanza che ha portato oggi all’arresto di 94 persone, avrebbero intascato indebitamente fondi europei per oltre 5,5 milioni di euro, mettendo a segno centinaia di truffe all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), l’ente che eroga i finanziamenti stanziati dall’Ue ai produttori agricoli.

A fiutare l’affare milionario sono stati i clan storici di Tortorici, paese dei Nebrodi, i Batanesi e i Bontempo Scavo, che, anche grazie all’aiuto di un notaio compiacente e di funzionari dei Centri Commerciali Agricoli (Cca) che istruiscono le pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, hanno incassato fiumi di denaro.

I due clan, invece di farsi la guerra, si sono alleati, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni. “Ciò, – scrive il gip che ha disposto gli arresti su richiesta della Dda di Messina- con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti”.

La truffa si basava sulla individuazione di terreni “liberi” (quelli, cioè, per i quali non erano state presentate domande di contributi). A segnalare gli appezzamenti utili spesso erano i dipendenti dei Cca che avevano accesso alle banche dati. La disponibilità dei terreni da indicare era ottenuta o imponendo ai proprietari reali di stipulare falsi contratti di affitto con prestanomi dei mafiosi o attraverso atti notarili falsi. Sulla base della finta disponibilità delle particelle, veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri.

“La percezione fraudolenta delle somme – scrive il gip – era possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi, collaboratori dell’Agea, un notaio, responsabili dei centri C.A.A., che avevano il know-how necessario per procurare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei gangli vitali di tali meccanismi di erogazione di spesa pubblica e che conoscevano i limiti del sistema dei controlli”.

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I mafiosi detenuti possono avere benefici anche se non collaborano con la giustizia

Ecco perché la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'articolo 4 bis, primo comma dell'ordinamento penitenziario.

Il detenuto per un reato di mafia può essere premiato se collabora con la giustizia, ma non può essere punito ulteriormente – negandogli benefici riconosciuti a tutti – se non collabora.

La Consulta ha infatti dichiarato incostituzionale l’articolo 4 bis, primo comma dell’ordinamento penitenziario. Le motivazioni della sentenza sono state pubblicate il 4 dicembre.

Per la Corte costituzionale se il mafioso detenuto non parla, si continua a presumere che sia socialmente pericoloso. Ma questa presunzione non va intesa in senso assoluto e può essere superata se il Tribunale di Sorveglianza raccoglie elementi tali da escludere che il detenuto stesso abbia ancora collegamenti con l’associazione criminale.

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Il clan Fasciani è la mafia di Ostia: la sentenza definitiva della Cassazione

Per la prima volta riconosciuta l'organizzazione criminale autoctonia della capitale. Raggi: «Sentenza storica».

Per la prima volta viene riconosciuta al massimo grado della giustizia italiana la presenza della mafia a Roma. La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato che il clan Fasciani è la mafia di Ostia, rendendo definitive le 10 condanne a vario titolo per associazione mafiosa e altri reati aggravati dall’uso del metodo mafioso e confermando in grand parte quanto stabilito dalla sentenza della Corte d’appello di Roma del 4 febbraio scorso.

27 ANNI DI RECLUSIONE CONFERMATI A CARMINE FASCIANI

Oltre 27 anni di reclusione al ‘patriarca’ Carmine Fasciani, 12 anni e 5 mesi alla moglie Silvia Franca Bartoli, 11 anni e 4 mesi alla figlia Sabrina e 6 anni e dieci mesi alla figlia Azzurra. Il collegio della seconda sezione penale della Cassazione, presieduta da Giovanni Diotallevi, ha condannato anche Alessandro Fasciani, nipote di Carmine, a 10 anni e cinque mesi (con uno sconto di pena di un mese), Terenzio Fasciani (8 anni e mezzo), Riccardo Sibio (25 anni e mezzo), Luciano Bitti (13 anni e tre mesi), a John Gilberto Colabella 13 anni, Danilo Anselmi 7 anni. Ci sarà un nuovo processo per la determinazione della pena a Mirko Mazzoni ed Eugenio Ferramo.

RAGGI: «SENTENZA STORICA»

La sindaca di Roma ha commentato: «È una sentenze storica, per la prima volta viene affermato in modo chiaro che a Roma c’è stata, che c’è, la mafia. È importante perché per iniziare la cura bisogna riconoscere la malattia. Ostia può voltare pagina e alzare la testa». L’avvocato Giulio Vasaturo, di Libera che è parte civile nel processo: «È la prima volta che la Cassazione riconosce la mafia a Roma, non era mai accaduto, nemmeno ai tempi della banda della Magliana». «Segna un nuovo corso della giurisprudenza. Vengono riconosciute le mafie autoctone al centro e al nord. È una sentenza che farà scuola», ha aggiunto il legale..

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Oltre 50 arresti per mafia tra Puglia, Basilicata e Lazio

Carabinieri in azione in tre regioni. In manette capi e affiliati del clan D'Abramo-Sforza di Altamura.

Dall’alba i carabinieri stanno eseguendo oltre 50 arresti ad Altamura (Bari), Foggia, Cerignola (Foggia), Matera, Lecce e Roma. Le ordinanze di custodia vengono notificate a presunti capi e affiliati del clan D’Abramo-Sforza di Altamura (Bari) ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso armata, detenzione e porto di armi anche da guerra, traffico di sostanze stupefacenti, omicidio, tentato omicidio, estorsione, turbativa d’asta.

OPERAZIONE ESEGUITA DAI CARABINIERI DI BARI

L’operazione è eseguita dai Carabinieri del Comando Provinciale di Bari, supportati dai reparti speciali “Cacciatori di Puglia“, Nucleo Cinofili e VI Elinucleo Cc di Bari. Le misure restrittive sono state emesse dal gip di Bari su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, a seguito di attività d’indagine condotta dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Bari. I particolari dell’operazione verranno resi noti alle 11 nel corso di una conferenza stampa, presieduta dal procuratore di Bari Giuseppe Volpe, negli uffici della Procura della Repubblica a Bari.

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Arrestato per mafia un esponente dei Radicali italiani

Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero di Italia viva, è accusato di aver sfruttato il suo ruolo per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all'esterno le direttive.

Assistente parlamentare e mafioso. Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero – passata da Liberi e uguali a Italia viva e non coinvolta nelle indagini – è stato arrestato con l’accusa di aver sfruttato il suo ruolo di assistente parlamentare per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all’esterno le direttive.

IL «NOSTRO PRIMO MINISTRO» MATTEO MESSINA DENARO

Fra le persone che Nicosia ha incontrato c’è anche il cognato di Matteo Messina Denaro. Nel corso di alcune intercettazioni rese pubbliche dagli inquirenti, lo stesso Nicosia definiva il capo di Cosa nostra latitante «il nostro primo ministro», mentre la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone veniva derubricata a «un incidente sul lavoro».

IN MANETTE ASSIEME AL BOSS DI SCIACCA

La procura di Palermo gli contesta il reato di associazione mafiosa. Assieme a lui sono state arrestate altre quattro persone: Accursio Dimino, considerato il boss di Sciacca in provincia di Agrigento, e tre presunti favoreggiatori. Dimino era stato scarcerato nel 2016 dopo due condanne per associazione mafiosa interamente scontate. E appena uscito di galera era tornato al suo posto, al vertice della famiglia mafiosa di Sciacca.

LA BATTAGLIA PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI CARCERARIE DEI DETENUTI

Nicosia, 48 anni, è originario della stessa città di Dimino. Oltre a portare all’esterno i messaggi dei mafiosi, avrebbe gestito gli affari del clan negli Stati Uniti e riciclato denaro sporco. Dopo essersi lasciato alle spalle una condanna per traffico di droga, aveva iniziato a battersi per migliorare le condizioni carcerarie dei detenuti. Conduceva anche un programma televisivo, Mezz’ora d’aria, sull’emittente locale AracneTv.

LE ISPEZIONI E I COLLOQUI “RISERVATI”

Nicosia ha accompagnato la deputata Occhionero in alcune ispezioni all’interno delle prigioni siciliane. E secondo gli inquirenti, durante quelle visite, i boss gli avrebbero affidato messaggi da recapitare all’esterno. Perché, come lui stesso spiegava, «quando entri con un deputato non è come quando entri con i Radicali, chiudono la porta».

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Il Tar sospende la revoca della protezione al Capitano Ultimo

Accolto il ricorso presentato dal legale del colonnello Sergio De Caprio, l'uomo che arrestò Riina. La scorta era stata sospesa nel settembre 2018.

Il Tar ha sospeso in via cautelare il provvedimento con cui il ministero dell’Interno aveva annullato il 3 settembre 2018 la protezione per il colonnello Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò Totò Riina, il boss mafioso morto il 17 novembre 2017.

ACCOLTO IL RICORSO DEL LEGALE DI DE CAPRIO

I giudici hanno accolto il ricorso presentato dal difensore di Ultimo, l’avvocato Antonino Galletti. «Ancora una volta il Tar di Roma accoglie le nostre ragioni, addirittura in sede d’urgenza», ha commentato il legale, «ulteriore testimonianza del fatto che il colonnello De Caprio tuttora vive in una condizione di pericolo concreto e attuale. Non ci risulta che la mafia sia stata ancora sconfitta e chi si è battuto a lungo contro di essa sacrificando la propria libertà e mettendo a rischio la vita ha diritto di essere tutelato dallo Stato».

«L’AVVOCATO E IL TAR RITENGONO LA MAFIA ANCORA UN PERICOLO»

«Ringrazio l’avvocato Antonino Galletti e il Tar del Lazio», ha detto De Caprio, «che evidentemente ritengono la mafia ancora un pericolo per i cittadini e la vita e la sicurezza del capitano Ultimo preziosa e in pericolo a differenza del prefetto Alberto Pazzanese direttore di Ucis e del generale dei carabinieri Giovanni Nistri».

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La sentenza europea su Contrada vale solo per lui

Secondo la Corte di Cassazione, il verdetto favorevole all'ex numero due dei servizi segreti civili non si estende ad altri condannati per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi prima dell'ottobre 1994.

Il verdetto della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Bruno Contrada non si estende ad altri condannati per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi prima dell’ottobre 1994. Secondo la Corte di Cassazione, infatti, il verdetto europeo non è una «sentenza pilota» e non è «espressione di una consolidata giurisprudenza» dell’Unione europea.

(notizia in aggiornamento)

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La Consulta apre ai permessi agli ergastolani per mafia

La condizione è che ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata.

La mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale decidendo sulla questione dell’ergastolo ostativo.

LA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIA UNA PARTE DELL’ART.4 BIS

La Corte ha in particolare dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. In questo caso, la Corte – pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici che hanno sollevato la questione – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti).

I PARERI DELLA PROCURA E LE VALUTAZIONI DEL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA

In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

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