Mafia, maxi-blitz tra Palermo e Milano: 91 arresti

Nel mirino anche storici esponenti dei clan palermitani dell'Arenella e dell'Acquasanta. Sequestrati beni per 15 milioni. Santoianni accusato di essere un prestanome dei boss. Il Gip: «Pronti a sfruttare la crisi Covid».

Sono nomi noti da decenni agli inquirenti quelli finiti nell‘inchiesta della Guardia di Finanza di Palermo che ha portato il 12 maggio a 91 arresti tra boss, gregari ed estortori dei clan dell’Arenella e dell’Acquasanta. Come i Fontana, “famiglia” storica di Cosa nostra palermitana descritta dal pentito Tommaso Buscetta come una delle più pericolose. Sequestrati anche beni per 15 milioni di euro.

IL RUOLO DELLA FAMIGLIA FONTANA

Dalle indagini è emerso il ruolo di vertice di Gaetano Fontana, scarcerato per decorrenza dei termini nel 2013 dall’accusa di mafia, tornato in cella nel 2014 e nel 2017 uscito nuovamente dopo aver scontato la pena. Sono finiti dietro le sbarre anche i fratelli Giovanni, un lungo elenco di precedenti per ricettazione, omicidio, porto abusivo di armi e resistenza a pubblico ufficiale, e Angelo, dal 2012 sottoposto all’obbligo di soggiorno a Milano. Per gli inquirenti Gaetano Fontana sarebbe il punto di riferimento indiscusso dei “picciotti” dell’Acquasanta, ruolo che avrebbe mantenuto anche mentre era detenuto.

DALLA CANTIERISTICA ALLE SLOT MACHINE: GLI INTERESSI DEL CLAN

I Fontana gestivano le imprese che operano nella cantieristica navale, nella produzione e commercializzazione di caffè, e avrebbero il controllo di decine di supermercati, bar e macellerie e del mercato ortofrutticolo, delle scommesse online e delle slot machine. I fratelli Gaetano, Giovanni e Angelo Fontana vivevano da tempo a Milano, ma hanno mantenuto forti interessi nel capoluogo siciliano. Altro personaggio di rilievo dell’indagine è Giovanni Ferrante, braccio operativo del clan Fontana. Ferrante usava attività commerciali del quartiere per riciclare i soldi sporchi, ordinava estorsioni e imponeva l’acquisto di materie prime e generi di consumo scelti dall’organizzazione. Già condannato per mafia, dal 2016 è stato ammesso all’affidamento in prova ai servizi sociali. Uscito dal carcere, ha consolidato la propria posizione di leader all’interno della famiglia mafiosa e per la gestione degli affari illeciti usava come intermediatrice la compagna, Letizia Cinà. Molto temuto, modi violenti, in una intercettazione dopo essere stato scarcerato dice: «Oramai non ho più pietà per nessuno! Prima glieli davo con schiaffi, ora glieli do con cazzotti… a colpi di casco… cosa ho in mano… cosa mi viene». Personaggio di spicco è anche Domenico Passarello, a cui era stata delegata la gestione dei giochi e delle scommesse a distanza, del traffico di stupefacenti, della gestione della cassa e della successiva consegna del denaro ai vertici della famiglia per versamento nella cassa comune.

TRA GLI INDAGATI ANCHE UN EX GIEFFINO

Tra gli indagati c’è anche un ex concorrente del Grande Fratello. Si tratta di Daniele Santoianni, che ha partecipato alla decima edizione del reality, e che ora è ai domiciliari con l’accusa di essere un prestanome del clan. Santoianni era stato nominato rappresentante legale della Mok Caffè Srl. ditta che commerciava in caffè, di fatto nella disponibilità della cosca. «Con ciò», scrive il Gip, «alimentando la cassa della famiglia dell’Acquasanta e agevolando l’attività dell’associazione mafiosa»

GLI AFFARI DELLA MAFIA FAVORITI DALL’EMERGENZA COVID

Il lockdown e la pesante crisi economica, con numerose imprese sull’orlo della chiusura rappresentano, scrive sempre il Gip, «un contesto assai favorevole per il rilancio dei piani dell’associazione criminale sul territorio d’origine e non solo». Il quadro dipinto, non frutto di prognosi ma basato su dati di inchiesta, è allarmante. «Le misure di distanziamento sociale e il lockdown su tutto il territorio nazionale, imposti dai provvedimenti governativi per il contenimento dell’epidemia, hanno portato alla totale interruzione di moltissime attività produttive, destinate, tra qualche tempo, a scontare una modalità di ripresa del lavoro comunque stentata e faticosa, se non altro», scrive il giudice, «per le molteplici precauzioni sanitarie da adottare nei luoghi di produzione». Da una parte, si sottolinea, «l’attuale condizione di estremo bisogno persino di cibo di tante persone senza una occupazione stabile, o con un lavoro nell’economia sommersa, può favorire forme di soccorso mafioso prodromiche al reclutamento di nuovi adepti», dall’altra, «il blocco delle attività di tanti esercizi commerciali o di piccole e medie imprese ha cagionato una crisi di liquidità difficilmente reversibile per numerose realtà produttive, in relazione alle quali un ‘interessato sostegno’ potrebbe manifestarsi nelle azioni tipiche dell’organizzazione criminale, vale a dire l’usura, il riciclaggio, l’intestazione fittizia di beni, suscettibili di evolversi in forme di estorsione o, comunque, di intera sottrazione di aziende ai danni del titolare originario».

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Bonafede prepara una norma per riportare in carcere i mafiosi

Il ministro della Giustizia al lavoro per rimettere in cella i boss usciti durante l'emergenza coronavirus. Non ci sono più scuse: «La situazione sanitaria è cambiata».

«Continuo a rispettare l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati. I giudici prendono le decisioni applicando la legge, a noi però tocca farle le leggi», così parlerebbe, secondo quanto riportato da Repubblica, coi suoi il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dopo lo scandalo scatenato dalla scarcerazione di 376 mafiosi per gravi patologie durante l’emergenza coronavirus. E proprio a una nuova norma per rivalutare queste scarcerazioni starebbe lavorando il ministro ora che siamo nella Fase 2 della gestione della crisi: «La situazione sanitaria è cambiata».

«I MAFIOSI NON SONO USCITI CON UNA LEGGE DI QUESTO GOVERNO»

«Mi amareggia il fatto che la lotta alla mafia venga strumentalizzata per attaccare il governo», aveva detto il Guardasigilli in un’intervista al Fatto quotidiano. «È sbagliato mentire, sostenendo che sono usciti con leggi di questo governo, che invece ha risposto con un segnale molto forte», aggiungeva poi Bonafede. Che ribadiva di non sentirsi comunque responsabile: «Assolutamente no. Basta leggere la Costituzione per capire che i magistrati decidono nella piena autonomia. Non entro certo nel merito delle decisioni, ci mancherebbe. Il mio compito è portare avanti proposte e avviare verifiche, come ho fatto in queste ore. Per il resto, voglio ricordare che un detenuto al 41-bis è il più isolato di un carcere, quindi al riparo da possibili contagi».

CRIMI: «LA DECISIONE È STATA DEI MAGISTRATI DI SORVEGLIANZA»

Una posizione ribadita anche dal capo politico del Movimento 5 stelle, Vito Crimi a Radio24: «Le persone che sono state scarcerate lo sono state su decisione dei magistrati di sorveglianza. Le decisioni vengono prese dai giudici. Quelle leggi che hanno applicato sono leggi precedenti al ministro Bonafede».

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Il Covid aumenta l’appetito delle mafie: il Viminale scrive ai prefetti

In una circolare la ministra dell'Interno invita a presidiare la legalità. L'emergenza infatti può scatenare tensioni e il bisogno di liquidità aumenta il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nell'economia legale.

L’emergenza coronavirus non si abbatte solo su imprese e mondo del lavoro. A questo «potrebbero accompagnarsi gravi tensioni a cui possono fare eco, da un lato, la recrudescenza di tipologie di delittuosità comune e il manifestarsi di focolai di espressione estremistica, dall’altro, il rischio che nelle pieghe dei nuovi bisogni si annidino perniciose opportunità per le organizzazioni criminali».

L’allarme è stato lanciato dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese che, in una circolare, invita i prefetti a mettere in campo «una strategia complessiva di presidio della legalità»

Occhi puntati, dunque, all’assegnazione degli appalti in cui è necessario «prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata, attraverso un’attenta e accurata valutazione di tutti i possibili indicatori di rischio di condizionamento dei processi decisionali pubblici». La titolare del Viminale sottolinea quindi «l’esigenza di rafforzare la tutela dell’economia legale dagli appetiti criminali, precludendo spazi di agibilità che potrebbero aprirsi in questo contesto difficile e in quello che ci attende».

LE MANIFESTAZIONI DI DISAGIO NON VANNO SOTTOVALUTATE

La ministra invita anche a non sottovalutare le manifestazioni di disagio che «possono verosimilmente avere risvolti anche sotto il profilo dell’ordine e sicurezza pubblica». Per questo, i prefetti vengono sollecitati a «dare massimo impulso alle attività di ascolto, di dialogo e di confronto con gli attori istituzionali, i rappresentanti territoriali delle categorie produttive, delle parti sociali e del sistema finanziario e creditizio al fine di intercettare ogni segnale di possibile disgregazione del tessuto sociale ed economico, con particolare riguardo alle esigenze delle categorie più deboli». Per questo Lamorgese auspica «un’opera di sensibilizzazione rivolta agli enti territoriali competenti ad adottare ulteriori misure di sostegno a situazioni di disagio sociale ed economico e di assistenza alla popolazione, anche attraverso l’attivazione di sportelli di ascolto e la promozione di iniziative di solidarietà a vantaggio delle fasce di cittadini con maggiori difficoltà». Con particolare attenzione al «tema del disagio abitativo che nell’attuale scenario è destinato a subire un incremento significativo, a maggior ragione in quei contesti territoriali nei quali più alto è il rischio di tensioni».

CONTRASTO ALL’USURA

L’altro grande rischio è rappresentato dagli appetiti delle mafie. La ministra segnala infatti che «la libertà di iniziativa economica, per le difficoltà del momento, può risultare maggiormente permeabile a rischi di condizionamento mafioso». I prefetti vengono quindi invitati a svolgere un’attività di contenimento della diffusione «di quei fenomeni criminali che costituiscono una grave minaccia agli equilibri di mercato di beni e servizi e al rispetto delle ordinarie regole di concorrenza. Ciò ricomprende anche la salvaguardia dell’accesso al credito legale da parte degli operatori economici e delle famiglie, indispensabile premessa per un’effettiva libertà di esercizio e ripresa dell’attività economica, costituzionalmente tutelata, oltre che fattore di prevenzione dell’odioso – e in questo scenario vieppiù pervasivo – fenomeno dell’usura».

LA CARENZA DI LIQUIDITÀ PUÒ FAVORIRE INGRESSO CAPITALI DI PROVENIENZA ILLECITA

I fenomeni di disagio correlati a possibili difficoltà della ripresa economica e produttiva, continua la direttiva del Viminale, «possono determinare l’insorgere di condizioni favorevoli per un’espansione degli interessi illeciti e criminali». Un rischio che riguarda innanzitutto quelle realtà caratterizzate «da un minor sviluppo e da già elevati livelli di disoccupazione, in cui un possibile aggravamento della situazione economica rischia di comportare il ricorso a forme di ‘sostegno’ da parte delle organizzazioni criminali, che in tal modo mirano anche ad accrescere il consenso nei loro confronti». Un rischio che non riguarda solo le classi più disagiate, anzi. «Anche nei contesti economicamente più progrediti», sottolinea Lamorgese, «la carenza di liquidità può rappresentare un’ulteriore occasione per l’ingresso di capitali di provenienza illecita nei settori produttivi e nell’economia legale».

AUMENTARE LA SEMPLIFICAZIONE CONTRO LE INFILTRAZIONI

Particolare attenzione va inoltre rivolta «al mondo delle imprese anche al fine di favorire un rapporto ancora più agevole con le amministrazioni pubbliche». In questa fase, i ritardi, le disfunzioni organizzative e le sovrapposizioni procedurali «rappresenterebbero un peso intollerabile per le aziende, penalizzando inevitabilmente la ripresa e la competitività del nostro sistema produttivo». Tuttavia, aggiunge la ministra, «poiché le deroghe consentite dalla normativa emergenziale all’utilizzo delle risorse ed erogazioni pubbliche possono alimentare il rischio di infiltrazioni criminali nei circuiti legali, è necessaria una puntuale promozione e attuazione delle disposizioni volte alla semplificazione amministrativa dei rapporti tra amministrazioni e imprese, ma per il regolare svolgimento delle dinamiche imprenditoriali a vantaggio della sana ripresa dell’economia risulta, altresì, fondamentale l’azione di prevenzione e contrasto dei tentativi della criminalità organizzata di penetrare il tessuto produttivo».

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Contrada risarcito con 670 mila euro per ingiusta detenzione

La Corte d'Appello di Palermo ha accolto la richiesta. L'ex poliziotto e numero due del Sisde era stato condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Ma i danni che ho subito sono irreparabili».

E alla fine la Corte d’Appello di Palermo ha accolto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione presentata da Bruno Contrada, ex numero due del Sisde – il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, un servizio segreto italiano operativo dal 1977 al 2007 – condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

LA SUA CONDANNA GIUDICATA ILLEGITTIMA DUE VOLTE

A Contrada, difeso dall’avvocato Stefano Giordano, sono stati liquidati 670 mila euro. La condanna dell’ex poliziotto venne giudicata illegittima dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo e dalla Cassazione.

«IO CAMPO CON 10 EURO AL GIORNO»

Dopo aver appreso della decisione, Contrada ha commentato così: «I danni che io, la mia famiglia, la mia storia personale, abbiamo subito sono irreparabili e non c’è risarcimento che valga. Io campo con 10 euro al giorno. Stare chiuso per il coronavirus non mi pesa: sono stato recluso 8 anni».

FATTI PRECEDENTI ALLA DATA CHIAVE DEL 1994

Contrada ha scontato 8 anni tra carcere e arresti domiciliari. Dopo un tentativo di revisione della sentenza, dichiarato inammissibile, si rivolse alla Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo. Nel 2015 i giudici della Cedu hanno condannato l’Italia a risarcire il funzionario, nel frattempo radiato dalla polizia, sostenendo che non andava processato né condannato perché il reato di concorso esterno in associazione mafiosa ha assunto una dimensione chiara e precisa solo con la sentenza Demitry, del 1994. E Contrada era finito davanti ai giudici per fatti precedenti a quella data.

TUTTO FU RIBALTATO DALLA CASSAZIONE

Uno spunto, quello della pronuncia della Cedu, che il legale di Contrada ha usato per chiedere, tramite un incidente di esecuzione, la revoca della condanna. Ma la Corte d’appello di Palermo giudicò il ricorso inammissibile. Tutto fu ribaltato dalla Cassazione che revocò la condanna privando il verdetto della eseguibilità e degli effetti penali. Ora l’ultimo traguardo del risarcimento per la detenzione illegittima.

L’ARRESTO LA VIGILIA DI NATALE DEL 1992

Bruno Contrada venne arrestato il 24 dicembre del 1992. In primo grado fu condannato a 10 anni, ma la sentenza fu ribaltata in Appello e il funzionario venne assolto. L’ennesimo colpo di scena ci fu in Cassazione, quando l’assoluzione fu annullata con rinvio e il processo tornò alla corte d’appello di Palermo che, il 25 febbraio del 2006, confermò la condanna a 10 anni.

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Coronavirus, non solo mascherine: le mafie puntano a nuovi business

Il lockdown non ha fermato le organizzazioni criminali. Che si stanno guardando intorno per trovare ulteriori opportunità di guadagni durante l'emergenza Covid-19. Secondo il procuratore aggiunto della Dda di Milano Alessandra Dolci, bisogna stare attenti perché le cosche hanno «una grande liquidità a disposizione».

Nel mirino delle mafie non ci sono solo mascherine e gel disinfettanti per mani. I business dell’emergenza coronavirus, per le organizzazioni criminali, sono molti. Sì, perché la crisi che stiamo vivendo, altro non è che «un’opportunità di nuovi guadagni, perché qualunque business attira la loro attenzione», spiega all’Ansa il procuratore aggiunto della Dda di Milano Alessandra Dolci. «Dobbiamo fare molta attenzione e puntare il nostro focus investigativo anche sul mercato nero dei presidi sanitari».

LEGGI ANCHE: Come le cosche mafiose sono ancora padrone in Lombardia

LE MAFIE NON SOFFRONO IL LOCKDOWN

Nei giorni in cui nella città e in tutta la Lombardia sono ferme anche molte imprese e altre attività apparentemente legali ma nelle mani delle cosche, le mafie, chiarisce il capo della Dda milanese, continuano, comunque, ad avere «una grande liquidità a disposizione e prova ne sia il fatto che solo pochi giorni fa nella piana di Gioia Tauro sono stati sequestrati oltre 500 kg di cocaina». Non soffrono il “lockdown“, dunque, anzi si stanno «organizzando», spiega ancora Dolci, «in vista dei futuri guadagni e puntano ai nuovi business» di questa fase di emergenza, «perché sono assolutamente in grado di entrarci».

Puntano ai nuovi business perché sono assolutamente in grado di entrarci

Alessandra Dolci, procuratore aggiunto della Dda di Milano 

INFRASTRUTTURE E INTERMEDIARI

I clan sanno, ad esempio, riferisce il procuratore aggiunto, che più avanti per far ripartire il Paese «ci saranno grossi piani di investimenti pubblici nelle infrastrutture e, dunque, su questo fronte bisognerà fare molta attenzione». Allo stesso modo va tenuta la guardia alta su altri nuovi affari illeciti nel mirino dei boss, «come il business delle mascherine», introvabili e quindi redditizie e spesso oggetto di compravendite attraverso canali esteri, nei quali si muovono anche figure di intermediari. In più, le associazione mafiose potranno trovare maggiori spazi per incassi «nelle loro attività illecite caratteristiche: usura, recupero crediti, estorsioni, l’alimentazione di un sistema parallelo di accesso al credito».

DOLCI: «BISOGNA RIFLETTERE SU UNA RIORGANIZZAZIONE ECONOMICA»

Se gli imprenditori milanesi e lombardi ma non solo, infatti, non verranno protetti adeguatamente con norme ad hoc, in tantissimi rischieranno di fallire «e di ritrovarsi», spiega Dolci, «per stato di necessità stavolta nelle mani della criminalità organizzata». Da questo punto di vista, «bisognerà riflettere su una riorganizzazione economica» di molti settori. In più, le mafie, anche se in un contesto diverso da quello del Sud ma comunque «in una Lombardia che potrebbe essere più povera», potrebbero riuscire «a pescare nuovi affiliati e “simpatizzanti” nel disagio sociale».

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DOLCI: «OK SVUOTARE I PENITENZIARI DAI DETENUTI “COMUNI”»

Sul fronte delle carceri, infine, il procuratore aggiunto è favorevole al tentativo, che si sta facendo in questi giorni, di «svuotare i penitenziari dai detenuti cosiddetti “comuni”, anche per evitare che la situazione finisca fuori controllo e ci si ritrovi costretti a far uscire anche quelli in regime di alta sicurezza».

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Strage di Capaci: arrestato per mafia il fratello della vedova Schifani

Giuseppe Costa è finito in manette dopo il blitz della Dia contro il boss Gaetano Scotto. Sarebbe stato uno degli uomini del clan che aveva il compito di riscuotere il pizzo. 28 anni fa la sorella perse il marito nell'agguato contro il giudice Falcone.

Il ricordo della strage di Capaci resta legato alla sua immagine: una giovane donna in lacrime, appena rimasta vedova, che non riesce a seguire il “copione” suggerito dal sacerdote che le sta accanto. E durante i funerali di Giovanni Falcone e dei tre agenti della scorta, in una chiesa stracolma e disperata, rivolgendosi ai mafiosi che le hanno ucciso il marito urla «io vi perdono ma vi dovete inginocchiare».

IN MANETTE NELL’AMBITO DEL BLITZ CONTRO IL BOSS SCOTTO

Rosaria Schifani, vedova di Vito Schifani, saltato in aria su una montagna di tritolo il 23 maggio del 1992, è diventata l’emblema del dolore di una intera nazione. Oggi, a distanza di 28 anni dall’attentato, si torna a parlare di lei e della sua famiglia perché tra gli arrestati nel blitz della Dia che ha riportato in cella il boss palermitano Gaetano Scotto c’è suo fratello, Giuseppe Costa, ufficialmente muratore, di fatto, dicono gli investigatori, riscossore del pizzo per conto del clan. La notizia circolata come indiscrezione in giornata è stata confermata in serata dagli inquirenti.

SAREBBE STATO TRA GLI ESATTORI DEL PIZZO

Giuseppe Costa è accusato di associazione mafiosa: sarebbe affiliato alla famiglia di Vergine Maria. Per conto della cosca avrebbe tenuto la cassa, gestito le estorsioni, «convinto» con minacce le vittime – imprenditori e commercianti – a pagare la “tassa” mafiosa, assicurato alle famiglie dei mafiosi detenuti il sostentamento. Ristoranti, negozi, concessionarie di auto, imprese: nel quartiere pagavano tutti e Costa sarebbe stato tra i collettori del pizzo. Gli inquirenti lo descrivono come pienamente inserito nelle dinamiche mafiose della “famiglia”, tanto che, alla scarcerazione del boss della zona, Gaetano Scotto, per rispetto al padrino invita le sue vittime a dare il denaro direttamente a lui.

LE INDAGINI SUI FRATELLI SCOTTO

L’indagine fotografa anche il ruolo di vertice che Scotto aveva riconquistato nel clan. Già accusato di mafia, il boss è ora parte civile nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Accusato ingiustamente da falsi pentiti fu condannato all’ergastolo e poi scarcerato. Oggi siede come vittima davanti ai tre poliziotti accusati di aver depistato l’indagine. Nel blitz del 18 febbraio è stato coinvolto anche il fratello Pietro, tecnico di una società di telefonia, anche lui accusato nell’inchiesta sull’uccisione di Paolo Borsellino. Per la polizia aveva captato la chiamata con cui il magistrato comunicava alla madre che stava per andare a farle visita nella sua abitazione di via D’Amelio davanti alla quale fu piazzata l’autobomba. Pietro Scotto, condannato in primo grado, era stato poi assolto in appello.

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Come le cosche mafiose sono ancora padrone in Lombardia

Nonostante indagini e arresti, le infiltrazioni proliferano. La 'ndrangheta del traffico di stupefacenti, il riciclaggio camorrista, le rapine della criminalità pugliese. Ma anche lo sfruttamento sessuale degli albanesi, la droga cinese e le violenze dei latinos. Così la regione rischia di sottovalutare il problema.

Era il 5 luglio 2019 quando il procuratore aggiunto di Milano, Alessandra Dolci, commentava: «Negli ultimi 10 anni, nonostante le indagini e gli arresti, non è cambiato nulla. Le cosche sono ancora padrone del territorio». Parole che portano alla mente territori sanguinari come il Gargano o l’Aspromonte. E invece no: siamo in Lombardia, dove non necessariamente occorre ricorrere alla lupara affinché le mafie dimostrino la loro egemonia.

TERRA DI APPRODO DELLE CRIMINALITÀ

Anzi, come si legge nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia), «i sodalizi organizzati più evoluti prediligono ormai da tempo una strategia “di basso profilo” […] che si caratterizza per il forte mimetismo, risultando per questo ancor più pericolosa e soprattutto di difficile individuazione». La regione è ormai terra di approdo non solo per le criminalità nazionali, ma anche per quelle straniere: cinesi, balcaniche, nigeriane e sudamericane.

RISCHIO DI SOTTOVALUTAZIONE DEL PROBLEMA

Come ha spiegato Monica Forte, presidente della commissione antimafia in Lombardia e vicepresidente del coordinamento nazionale, «per molto tempo in regione si è sottovalutata la presenza mafiosa. E questo è un fatto gravissimo. Non so se si tratti di un errore consapevole, ma in ogni caso ha permesso alle mafie di muoversi liberamente». Il risultato è che oggi in Lombardia operano 25 locali di ‘ndrangheta, attivi soprattutto nella provincia di Milano.

DECISI A TAVOLINO I BUSINESS SU CUI PUNTARE

Quel che emerge è una rete asfissiante e quasi scientifica tra le famiglie per via di «una stretta connessione tra i locali presenti e la “casa madre” del crimine reggino, attraverso l’organo di coordinamento delle relazioni e delle attività illecite, giudiziariamente conosciuto come “la Lombardia”». Tutto deciso a tavolino, dunque. Esattamente come il business su cui puntare. A cominciare dal traffico internazionale di stupefacenti.

UNA RETE DA VIBO VALENTIA AL SUDAMERICA

A riguardo tra i più attivi c’è l’efferata famiglia Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), che ha messo su una rete che parte da Colombia e Venezuela per arrivare in Italia, dopo aver attraversato il territorio iberico. Le statistiche, d’altronde, non mentono. Secondo quanto denunciato dalla Direzione centrale per i servizi antidroga, «nel 2018 in Lombardia è stato registrato il 16,02% delle operazioni antidroga svolte sul territorio nazionale, il 7,21 % delle sostanze sequestrate e il 14,05% delle persone segnalate all’Autorità giudiziaria».

LOMBARDIA UTILIZZATA COME “LAVATRICE”

Non si pensi, però, che mafia e camorra non siano presenti sul territorio lombardo. Soprattutto nel riciclaggio dei grandi introiti illegali provenienti spesso da Sicilia o Campania. In questo caso, dunque, la Lombardia viene utilizzata come “lavatrice” anche grazie ai rapporti illeciti con imprenditori e pubblica amministrazione. Né si disdegnano i cosiddetti crimini “pendolari”, fronte su cui la concorrenza con i pugliesi è molto forte. «Oltre che negli stupefacenti», si legge non a caso nella relazione della Dia, «i gruppi pugliesi sono attivi nel traffico di armi e nelle rapine ai danni di caveau, depositi e furgoni blindati».

MAFIA PUGLIESE SPECIALIZZATA IN ASSALTI E RAPINE

E qui non si scherza: la criminalità organizzata pugliese, infatti, «è da ritenersi tra le organizzazioni più specializzate, efficaci e pericolose a livello nazionale, con la messa a punto di tecniche operative paramilitari negli assalti a bancomat o a furgoni portavalori», spiega la Dda. È la cronaca d’altronde a dimostrarlo. Uno degli ultimi casi risale al 2016, quando a Bollate un commando composto da una decina di banditi armati e travestiti erano riusciti ad impossessarsi di numerosi plichi di preziosi, per un valore di circa 4 milioni di euro.

LA ROTTA OLANDESE DEL NARCOTRAFFICO

La Lombardia è terra di approdo anche per i gruppi stranieri. Diversi anche in questo caso gli ambiti di interesse, ma a spiccare è ancora una volta il narcotraffico. A differenza della ‘ndrangheta, però, in questo caso a essere prediletta (soprattutto dalla criminalità albanese e balcanica) è la rotta olandese: cocaina e hashish arriva in Italia con corrieri spesso italiani assoldati dagli albanesi, attraverso auto appositamente modificate per l’occultamento nelle officine di Rotterdam.

ROMENE SCHIAVIZZATE PER LA PROSTITUZIONE

Ma gli albanesi sono molto attivi anche nella tratta di esseri umani e nello sfruttamento sessuale. A giugno 2019 la Dda di Brescia ha sgominato un’organizzazione che a partire dal 2014, con la promessa di un posto di lavoro, ha trasferito in Italia dalla Romania (in particolare dalle zone rurali più povere) decine e decine di ragazze poi avviate alla prostituzione sulle strade della Bergamasca, «trattate come schiave, private di denaro, della libertà di movimento e della possibilità di poter rientrare nel Paese d’origine».

TRATTA DI MIGRANTI DALL’AFRICA

Stesso discorso per la mafia nigeriana, dominus per quanto riguarda la tratta di migranti provenienti dall’Africa. Con una differenza netta, in questo caso: molto spesso a tenere sotto scacco le giovani ragazze – spesso anche ricorrendo a strumenti di coercizione psicologici come i riti vodoo – sono le donne. Una delle ultime inchieste è stata Glory (dal nome di una delle arrestate, residente a Busto Arsizio): tra le vittime c’erano anche ragazze marchiate a vita con due lame da rasoio, per il giuramento assoluto all’obbedienza una volta arrivate in Italia.

STUPEFACENTI CINESI E PUSHER FILIPPINI

Vista la grande comunità orientale in Lombardia, specie a Milano, attiva è anche la mafia cinese. Negli ultimi anni è cresciuta a dismisura l’importazione di shaboo, il principale stupefacente trattato da questa criminalità, rivenduto poi non solo all’interno della propria comunità, ma anche a italiani tramite una fitta rete di pusher filippini.

BANDE DI LATINOS VOTATE ALLA VIOLENZA

Ma non è tutto. Nell’area metropolitana sono molto attivi anche i pandillas, le bande di latinos composte prevalentemente da giovani di origine ecuadoregna e peruviana, con la sporadica presenza anche di italiani e nordafricani. In questo caso, spiega la Dda, la violenza non è solo uno strumento per il raggiungimento di uno scopo economico, ma un marchio di fabbrica.

COMMISSIONE AD HOC E FONDI PUBBLICI

Non tutto, però, è perduto. Già nella precedente legislatura, ha spiegato ancora la Forte, «la Regione Lombardia si è dotata di una commissione antimafia ad hoc» che ha goduto anche di corposi finanziamenti pubblici, «notevoli rispetto al panorama nazionale e con cui sono stati lanciati numerosi progetti». Uno di questi riguarda proprio la preoccupante presenza delle mafie straniere: «Già da due anni viene finanziato monitoraggio specifico. Ci siamo dati massimo nove mesi di tempo: questo lavoro ci porterà ad avanzare possibili interventi pratici che poi rivolgeremo alla Giunta regionale».

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Radiografia della mafia foggiana: clan e faide

L'attentato al centro per anziani ha riacceso i riflettori sulla criminalità organizzata locale. Il punto tra le lotte per il controllo del Gargano, terminal dei traffici dall'Albania, e le alleanze d'affari.

L’ultimo attentato a Foggia ha riguardato un centro per anziani: una bomba è stata fatta esplodere davanti all’istituto Il sorriso di Stefano, una struttura che fa parte del gruppo Sanità Più dei fratelli Luca e Cristian Vigilante.

Quest’ultimo, già vittima di un attentato dinamitardo la sera del 3 gennaio, è testimone in una delicatissima inchiesta che riguarda la mafia foggiana, la cosiddetta “quarta mafia“.

I numeri sono impressionanti: da inizio anno sono già 10 gli attentati commessi nel Foggiano. Cinque nel capoluogo e altrettanti in provincia, cui va aggiunto l’omicidio di Roberto D’Angelo il 2 gennaio scorso, avvenuto a Foggia poco distante dalla zona dalla bomba al centro anziani. Un quartiere in una zona semi-centrale a pochi passi da dove il 10 gennaio scorso è partita la marcia organizzata da Libera contro le mafie, che ha portato per strada 20 mila persone.

IL NUOVO MONDO DI MEZZO

Le marce, tuttavia, non bastano. Secondo la recente relazione della Dia aggiornata al primo semestre 2019, ciò che emerge nella provincia dauna è «il forte legame dei gruppi criminali con il territorio, i rapporti familistici di gran parte dei clan foggiani e la massiccia presenza di armi ed esplosivi» che «favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento». Gli investigatori, infatti, concordano su un punto: l’assoggettamento del tessuto socio-economico, quando non è direttamente connesso ad atti intimidatori, «è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella».

Una operazione delle squadre mobili di Foggia e Bari e del Servizio Centrale Operativo della Polizia, coordinati nelle indagini dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari (Ansa).

Cioè, con la morte. Tutto questo porta inevitabilmente alla creazione di un’area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori e pubbliche amministrazioni. Una «terra di mezzo», si legge ancora nel rapporto della Dia, «dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi e confondersi». Non è un caso che nel 2019 ben quattro Comuni siano stati sciolti per infiltrazioni mafiose: Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola.

VERSO UN NUOVO ASSETTO ORGANIZZATIVO DEI CLAN

In questa terra di nessuno è vietato ribellarsi. Ma il sangue scorre anche per la presenza magmatica di più clan. Nel capoluogo c’è la Società Foggiana, fondata sul modello della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che conta la presenza di tre batterie: i Sinesi-Francavilla, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Per anni, tutti contro tutti, così da dividersi non solo gli affari, ma anche i morti ammazzati. Oggi invece, rivelano gli investigatori, si starebbe andando verso «nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in un’ottica espansionistica, la ‘ndrangheta». Le ultime inchieste hanno infatti rivelato la gestione di una cassa comune e il controllo condiviso delle estorsioni, con tanto di ruoli interni, gerarchie e relativo “stipendio”. È uno dei pochissimi pentiti esistenti della quarta mafia a rivelarlo nell’operazione Decima Azione: «Tu incominci come picciotto, picciotto d’onore. Picciotto d’onore, dopo tu, se vuoi salire di livello, devi ammazzare la gente, e incominci a diventare sgarrista, incominci a prendere di più al mese…».

LA LOTTA PER IL CONTROLLO DEL GARGANO

Ma la pax mafiosa potrebbe essere solo apparente: nell’area garganica, le rivalità restano infuocate. Specie tra due famiglie: da una parte i Romito, dall’altra i Li Bergolis. Famiglie che sarebbero coinvolte nella famosa strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, quando furono freddate quattro persone. La pressione si riverbera su tutta la criminalità locale. A Vieste, per esempio, è ancora in piedi la faida tra i clan Perna e Raduano: diversi sono i ferimenti e i tentati omicidi nel 2019, culminati negli agguati del 21 marzo 2019, a Mattinata, e del 26 aprile 2019, a Vieste, in cui sono stati uccisi da una parte il reggente del clan Romito, Francesco Pio Gentile, cugino di Mario Luciano Romito (ucciso proprio a San Marco in Lamis); e dall’altra, in risposta, il capoclan Girolamo Perna.

Un omicidio nel Foggiano dopo la strage di San Marco in Lamis (Ansa).

CLE MANI SUI TERMINAL PER LE ROTTE DEI TRAFFICANTI ALBANESI

Il controllo delle coste garganiche, d’altronde, è fondamentale: come emerso in più inchieste (la più recente è stata Ultimo Avamposto), l’area è utilizzata come terminal per le rotte dei trafficanti di marijuana provenienti dall’Albania, da smerciare anche su scala nazionale. E quella zona, oggi, è in mano ai Perna. Dunque ai Li Bergolis. «Se questo sta in giro lo uccido col martello in mezzo alla strada che poi mi devo mangiare il cuore. Gli devo zappare in testa, gli devo tagliare le mani. Lo uccido, poi dobbiamo giocare a pallone con la testa sua», si sente in una delle intercettazioni captata nell’operazione Neve di marzo dell’ottobre scorso: a parlare è un membro della famiglia Raduano proprio contro il boss dei Perna.

IL TARIFFARIO DELLE ESTORSIONI E L’OMERTÀ DIFFUSA

La strategia dei foggiani è chiara: come rivelano anche gli ultimi attentati, chi osa parlare, rischia grosso, finanche la morte. E così il clima di omertà in territorio dauno è spaventoso. Basta leggere le carte dell’inchiesta, già citata, Decima Azione. Alle richieste estorsive che la criminalità faceva praticamente per qualunque tipo di attività (da quelle imprenditoriali fino alle onoranze funebri), il silenzio delle vittime era totale. Alla proprietaria di un negozio di alimentari i foggiani avevano estorto 4 mila euro nel periodo natalizio: davanti ai carabinieri e, soprattutto, alle intercettazioni, la titolare ha negato tutto. Cinquecento euro al mese era la somma ottenuta invece da una barista, alla quale avevano fatto capire che se non avesse pagato avrebbe subito diverse rapine. Agli inquirenti ha risposto: «Sono onesta […] Io non pago nessuno». Stesso copione con il proprietario di un agriturismo-resort, cui la mafia aveva chiesto il pagamento di 1.500 euro: quando la squadra mobile lo ha convocato, lui ha negato e poi è corso ad avvisare gli uomini del clan.

Inquirenti sul luogo in cui è stato ucciso Pasquale Ricucci, di 45 anni, presunto elemento di elemento di spicco di un clan mafioso del Gargano, nella frazione ‘Macchia’ di Monte Sant’Angelo (Foggia), 11 novembre 2019 (Ansa).

GLI AFFARI DELLA MAFIA CERIGNOLANA

Non ci sono, però, solo il Gargano e Foggia. In questa rete criminale in cui un giorno si è alleati e quello dopo si torna ad ammazzare per il controllo del territorio, c’è anche la malavita cerignolana che, a differenza delle faide garganiche, dimostra «una comprovata capacità di assoggettare il tessuto criminale locale in modo pragmatico, riducendo al minimo le frizioni in seno allo stesso, nonostante la pluralità di soggetti e di interessi illeciti in gioco», si legge nella relazione della Dia. Tutti d’accordo, dunque, sotto l’egida delle famiglie Ditommaso e Piarulli-Ferraro che a loro volta hanno base non in Puglia ma in Lombardia. Gli interessi riguardano soprattutto il settore agroalimentare. Non è un caso che a ottobre scorso anche il Comune di Cerignola sia stato sciolto per mafia. Ma, d’altronde, spiegano gli investigatori, quella cerignolana è «una mafia degli affari, sempre meno legata a una struttura rigida basata su vincoli familiari (aspetto peculiare delle mafie foggiana e garganica) e più proiettata al raggiungimento di obiettivi economico-criminali a medio-lungo termine».

I COLPI DEL BRACCIO ARMATO

Non manca il braccio armato, vero incubo delle società dei portavalori e dei tir. I cerignolani sono una vera e propria organizzazione para-militare che, nel corso degli anni, ha messo a punto furti da film d’azione: nel 2015 lungo la A14 “prelevarono” 4,7 milioni di euro dopo aver bloccato in due minuti esatti l’arteria autostradale, speronato i portavalori, azionato i kalashnikov e smantellato i blindati per andarsene con le casseforti. Lo scorso gennaio a Mellitto, Bari, un furgone diretto agli uffici postali di Matera carico dei soldi è stato letteralmente sfondato da due ruspe blindate. Due milioni di euro il bottino. Nulla in confronto a quanto accadde a Catanzaro nel 2016. Il sodalizio tra cerignolani e calabresi mise a segno uno dei furti più sensazionali degli ultimi anni: pochi minuti per bloccare le vie di fuga, aprire il caveau di un istituto di vigilanza con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubare 8,5 milioni di euro e fuggire via tra le campagne.

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La grande truffa della mafia dei Nebrodi all’Ue

I clan messinesi dei Batanesi e dei Bontempo Scavo avrebbero intascato fondi europei per oltre 5,5 milioni di euro. Arrestate 94 persone.

Puntano sui soldi dell’Ue i clan messinesi dei Nebrodi che, da quanto emerge dall’inchiesta del Ros e della Finanza che ha portato oggi all’arresto di 94 persone, avrebbero intascato indebitamente fondi europei per oltre 5,5 milioni di euro, mettendo a segno centinaia di truffe all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), l’ente che eroga i finanziamenti stanziati dall’Ue ai produttori agricoli.

A fiutare l’affare milionario sono stati i clan storici di Tortorici, paese dei Nebrodi, i Batanesi e i Bontempo Scavo, che, anche grazie all’aiuto di un notaio compiacente e di funzionari dei Centri Commerciali Agricoli (Cca) che istruiscono le pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, hanno incassato fiumi di denaro.

I due clan, invece di farsi la guerra, si sono alleati, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni. “Ciò, – scrive il gip che ha disposto gli arresti su richiesta della Dda di Messina- con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti”.

La truffa si basava sulla individuazione di terreni “liberi” (quelli, cioè, per i quali non erano state presentate domande di contributi). A segnalare gli appezzamenti utili spesso erano i dipendenti dei Cca che avevano accesso alle banche dati. La disponibilità dei terreni da indicare era ottenuta o imponendo ai proprietari reali di stipulare falsi contratti di affitto con prestanomi dei mafiosi o attraverso atti notarili falsi. Sulla base della finta disponibilità delle particelle, veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri.

“La percezione fraudolenta delle somme – scrive il gip – era possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi, collaboratori dell’Agea, un notaio, responsabili dei centri C.A.A., che avevano il know-how necessario per procurare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei gangli vitali di tali meccanismi di erogazione di spesa pubblica e che conoscevano i limiti del sistema dei controlli”.

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I mafiosi detenuti possono avere benefici anche se non collaborano con la giustizia

Ecco perché la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'articolo 4 bis, primo comma dell'ordinamento penitenziario.

Il detenuto per un reato di mafia può essere premiato se collabora con la giustizia, ma non può essere punito ulteriormente – negandogli benefici riconosciuti a tutti – se non collabora.

La Consulta ha infatti dichiarato incostituzionale l’articolo 4 bis, primo comma dell’ordinamento penitenziario. Le motivazioni della sentenza sono state pubblicate il 4 dicembre.

Per la Corte costituzionale se il mafioso detenuto non parla, si continua a presumere che sia socialmente pericoloso. Ma questa presunzione non va intesa in senso assoluto e può essere superata se il Tribunale di Sorveglianza raccoglie elementi tali da escludere che il detenuto stesso abbia ancora collegamenti con l’associazione criminale.

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Il clan Fasciani è la mafia di Ostia: la sentenza definitiva della Cassazione

Per la prima volta riconosciuta l'organizzazione criminale autoctonia della capitale. Raggi: «Sentenza storica».

Per la prima volta viene riconosciuta al massimo grado della giustizia italiana la presenza della mafia a Roma. La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato che il clan Fasciani è la mafia di Ostia, rendendo definitive le 10 condanne a vario titolo per associazione mafiosa e altri reati aggravati dall’uso del metodo mafioso e confermando in grand parte quanto stabilito dalla sentenza della Corte d’appello di Roma del 4 febbraio scorso.

27 ANNI DI RECLUSIONE CONFERMATI A CARMINE FASCIANI

Oltre 27 anni di reclusione al ‘patriarca’ Carmine Fasciani, 12 anni e 5 mesi alla moglie Silvia Franca Bartoli, 11 anni e 4 mesi alla figlia Sabrina e 6 anni e dieci mesi alla figlia Azzurra. Il collegio della seconda sezione penale della Cassazione, presieduta da Giovanni Diotallevi, ha condannato anche Alessandro Fasciani, nipote di Carmine, a 10 anni e cinque mesi (con uno sconto di pena di un mese), Terenzio Fasciani (8 anni e mezzo), Riccardo Sibio (25 anni e mezzo), Luciano Bitti (13 anni e tre mesi), a John Gilberto Colabella 13 anni, Danilo Anselmi 7 anni. Ci sarà un nuovo processo per la determinazione della pena a Mirko Mazzoni ed Eugenio Ferramo.

RAGGI: «SENTENZA STORICA»

La sindaca di Roma ha commentato: «È una sentenze storica, per la prima volta viene affermato in modo chiaro che a Roma c’è stata, che c’è, la mafia. È importante perché per iniziare la cura bisogna riconoscere la malattia. Ostia può voltare pagina e alzare la testa». L’avvocato Giulio Vasaturo, di Libera che è parte civile nel processo: «È la prima volta che la Cassazione riconosce la mafia a Roma, non era mai accaduto, nemmeno ai tempi della banda della Magliana». «Segna un nuovo corso della giurisprudenza. Vengono riconosciute le mafie autoctone al centro e al nord. È una sentenza che farà scuola», ha aggiunto il legale..

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Oltre 50 arresti per mafia tra Puglia, Basilicata e Lazio

Carabinieri in azione in tre regioni. In manette capi e affiliati del clan D'Abramo-Sforza di Altamura.

Dall’alba i carabinieri stanno eseguendo oltre 50 arresti ad Altamura (Bari), Foggia, Cerignola (Foggia), Matera, Lecce e Roma. Le ordinanze di custodia vengono notificate a presunti capi e affiliati del clan D’Abramo-Sforza di Altamura (Bari) ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso armata, detenzione e porto di armi anche da guerra, traffico di sostanze stupefacenti, omicidio, tentato omicidio, estorsione, turbativa d’asta.

OPERAZIONE ESEGUITA DAI CARABINIERI DI BARI

L’operazione è eseguita dai Carabinieri del Comando Provinciale di Bari, supportati dai reparti speciali “Cacciatori di Puglia“, Nucleo Cinofili e VI Elinucleo Cc di Bari. Le misure restrittive sono state emesse dal gip di Bari su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, a seguito di attività d’indagine condotta dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Bari. I particolari dell’operazione verranno resi noti alle 11 nel corso di una conferenza stampa, presieduta dal procuratore di Bari Giuseppe Volpe, negli uffici della Procura della Repubblica a Bari.

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Arrestato per mafia un esponente dei Radicali italiani

Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero di Italia viva, è accusato di aver sfruttato il suo ruolo per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all'esterno le direttive.

Assistente parlamentare e mafioso. Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero – passata da Liberi e uguali a Italia viva e non coinvolta nelle indagini – è stato arrestato con l’accusa di aver sfruttato il suo ruolo di assistente parlamentare per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all’esterno le direttive.

IL «NOSTRO PRIMO MINISTRO» MATTEO MESSINA DENARO

Fra le persone che Nicosia ha incontrato c’è anche il cognato di Matteo Messina Denaro. Nel corso di alcune intercettazioni rese pubbliche dagli inquirenti, lo stesso Nicosia definiva il capo di Cosa nostra latitante «il nostro primo ministro», mentre la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone veniva derubricata a «un incidente sul lavoro».

IN MANETTE ASSIEME AL BOSS DI SCIACCA

La procura di Palermo gli contesta il reato di associazione mafiosa. Assieme a lui sono state arrestate altre quattro persone: Accursio Dimino, considerato il boss di Sciacca in provincia di Agrigento, e tre presunti favoreggiatori. Dimino era stato scarcerato nel 2016 dopo due condanne per associazione mafiosa interamente scontate. E appena uscito di galera era tornato al suo posto, al vertice della famiglia mafiosa di Sciacca.

LA BATTAGLIA PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI CARCERARIE DEI DETENUTI

Nicosia, 48 anni, è originario della stessa città di Dimino. Oltre a portare all’esterno i messaggi dei mafiosi, avrebbe gestito gli affari del clan negli Stati Uniti e riciclato denaro sporco. Dopo essersi lasciato alle spalle una condanna per traffico di droga, aveva iniziato a battersi per migliorare le condizioni carcerarie dei detenuti. Conduceva anche un programma televisivo, Mezz’ora d’aria, sull’emittente locale AracneTv.

LE ISPEZIONI E I COLLOQUI “RISERVATI”

Nicosia ha accompagnato la deputata Occhionero in alcune ispezioni all’interno delle prigioni siciliane. E secondo gli inquirenti, durante quelle visite, i boss gli avrebbero affidato messaggi da recapitare all’esterno. Perché, come lui stesso spiegava, «quando entri con un deputato non è come quando entri con i Radicali, chiudono la porta».

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Il Tar sospende la revoca della protezione al Capitano Ultimo

Accolto il ricorso presentato dal legale del colonnello Sergio De Caprio, l'uomo che arrestò Riina. La scorta era stata sospesa nel settembre 2018.

Il Tar ha sospeso in via cautelare il provvedimento con cui il ministero dell’Interno aveva annullato il 3 settembre 2018 la protezione per il colonnello Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò Totò Riina, il boss mafioso morto il 17 novembre 2017.

ACCOLTO IL RICORSO DEL LEGALE DI DE CAPRIO

I giudici hanno accolto il ricorso presentato dal difensore di Ultimo, l’avvocato Antonino Galletti. «Ancora una volta il Tar di Roma accoglie le nostre ragioni, addirittura in sede d’urgenza», ha commentato il legale, «ulteriore testimonianza del fatto che il colonnello De Caprio tuttora vive in una condizione di pericolo concreto e attuale. Non ci risulta che la mafia sia stata ancora sconfitta e chi si è battuto a lungo contro di essa sacrificando la propria libertà e mettendo a rischio la vita ha diritto di essere tutelato dallo Stato».

«L’AVVOCATO E IL TAR RITENGONO LA MAFIA ANCORA UN PERICOLO»

«Ringrazio l’avvocato Antonino Galletti e il Tar del Lazio», ha detto De Caprio, «che evidentemente ritengono la mafia ancora un pericolo per i cittadini e la vita e la sicurezza del capitano Ultimo preziosa e in pericolo a differenza del prefetto Alberto Pazzanese direttore di Ucis e del generale dei carabinieri Giovanni Nistri».

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La sentenza europea su Contrada vale solo per lui

Secondo la Corte di Cassazione, il verdetto favorevole all'ex numero due dei servizi segreti civili non si estende ad altri condannati per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi prima dell'ottobre 1994.

Il verdetto della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Bruno Contrada non si estende ad altri condannati per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi prima dell’ottobre 1994. Secondo la Corte di Cassazione, infatti, il verdetto europeo non è una «sentenza pilota» e non è «espressione di una consolidata giurisprudenza» dell’Unione europea.

(notizia in aggiornamento)

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La Consulta apre ai permessi agli ergastolani per mafia

La condizione è che ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata.

La mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale decidendo sulla questione dell’ergastolo ostativo.

LA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIA UNA PARTE DELL’ART.4 BIS

La Corte ha in particolare dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. In questo caso, la Corte – pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici che hanno sollevato la questione – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti).

I PARERI DELLA PROCURA E LE VALUTAZIONI DEL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA

In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

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