I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Gualtieri, Di Maio: l’opposizione che sta dentro al governo

L'ultimatum dei 5 stelle, già divisi al loro interno, al ministro dell'Economia perché a Bruxelles insista per i coronabond facendo la voce grossa contro l'Olanda e i rigoristi del Nord preoccupa il Quirinale. In questa fase di emergenza una crisi sarebbe drammatica.

L’ultimo motivo di discordia è quella che qualcuno ha chiamato la dichiarazione di guerra all’Olanda.

C’è chi vorrebbe che l’Italia lasciasse perdere linutile richiesta di sostegno attraverso il Mes – che intanto a capo del Meccanismo europeo di stabilità c’è l’economista tedesco Klaus Regling che ci odia e non farà mai passare nulla a nostro favore – e si concentrasse nel pretendere la nascita di un debito federale attraverso l’emissione di eurobond (nello specifico coronabond).

E siccome ad opporsi a questa ipotesi è il governo olandese guidato da Mark Rutte – cui probabilmente una componente importante dei popolari tedeschi, ostili ad Angela Merkel e oltranzisti, ha delegato il compito di costituire il fronte anti-eurobond – ecco che si è chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di battere i pugni sul tavolo, ricordare a L’Aja che quello dei tulipani è un Paese paradiso fiscale che ci porta via tasse (vedi gli Agnelli), e se del caso rompere.

L’ULTIMATUM DEI 5 STELLE CHE PREOCCUPA IL QUIRINALE

Ma Gualtieri, che ha passato la vita a Bruxelles e si sente integrato nella comunità dei politici e dei burocrati europei, si è rifiutato, in questo spalleggiato da Giuseppe Conte. Ecco, allora, che i 5 stelle si sono mossi, mandando ultimatum neanche troppo velati al premier e all’uomo di via XX Settembre. Scatenando così una rissa che preoccupa il Quirinale, convinto che in una fase di emergenza come questa una crisi sarebbe esiziale. Anche perché questi scontri si sommano a quelli già in corso da tempo del fronte Di Maio-Fraccaro – quasi sempre uniti, nonostante non manchino distinzioni, non fosse altro perché entrambi devono fronteggiare sia l’area Fico, da un lato, che quella Di Battista, dall’altro – sia con il duo Conte-Casalino per quanto riguarda la gestione del governo e della sua comunicazione, considerate in entrambi i casi individualistiche e accentratrici, sia con il Tesoro (Gualtieri ma anche il direttore generale Alessandro Rivera), soprattutto sul fronte delle nomine.

IL PROBLEMA POLITICO È TUTTO INTERNO AL GOVERNO

Insomma, altro che le opposizioni indisciplinate. Con il parlamento in quarantena e i partiti desaparecidi, compreso quello di Matteo Renzi, il problema politico, ai fini della tenuta del Conte bis, è tutto dentro il governo.

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Il complottista novax Barillari espulso dal M5s per colpa del coronavirus

Il consigliere regionale del Lazio aveva creato un sito di "controinformazione" sul Covid-19. Beccandosi una denuncia alla polizia postale e la presa di distanza di tutto il gruppo grillino. Fino alla cacciata. Ma lui: «Un pretesto, in realtà do fastidio al Pd di Zingaretti». Le posizioni anti-vaccini, contro la scienza e i battibecchi con Burioni: la sua "carriera".

Tempi duri per i novax. Anche in politica. Nel mezzo dell’emergenza coronavirus è saltata la testa del consigliere regionale del Lazio Davide Barillari, espulso dal Movimento 5 stelle. Anti-vaccini, spesso contro la scienza, “rivale” del virologo Roberto Burioni su Twitter, complottista, nemico giurato di Nicola Zingaretti – tanto da aver partecipato a un dossieraggio contro di lui da parte di neofascisti – e da sempre contrario all’alleanza di governo “giallorossa” tra i grillini e il Partito democrativo: questo il curriculum di Barillari, inciampato infine sul Covid-19.

QUEL DOMINIO TROPPO SIMILE ALL’ASSESSORATO ALLA SANITÀ

Tutta colpa del suo sito di “controinformazione” sulla pandemia e la sanità nel Lazio, aperto però su un dominio un po’ troppo simile a quello dell’assessorato alla Sanità, con tanto di simbolo del Movimento. Iniziativa che gli è valsa una denuncia alla polizia postale. E nessuno tra i cinque stelle l’ha difeso, anzi. Il gruppo del Movimento nel Lazio ha parlato di «gravità inaudita» e «azione infantile» visto che «siamo in una pandemia, ci vuole serietà». Così è arrivato il “cartellino rosso”, come da lui stesso annunciato.

ANNUNCIATA LA VIDEOCONFERENZA PER CACCIARLO

«Oggi è il mio ultimo giorno nel M5s. Domani verrò espulso, in videoconferenza», ha detto su Facebook e Twitter. Il suo sito era stato apertamente sconfessato anche dal Blog delle Stelle. Ma secondo il consigliere il motivo della cacciata è un altro: «La verità è che do fastidio al Pd».

Barillari ha pubblicato sui social network il testo di una convocazione da parte della capogruppo Roberta Lombardi di una videoconferenza del prevista per mercoledì sera alle 21. All’ordine del giorno si legge “espulsione dal gruppo consiliare e dall’Associazione del consigliere Davide Barillari”. Game over, insomma.

LUI RILANCIA: «MOZIONE DI SFIDUCIA ALLA LOMBARDI»

Eppure il consigliere non si è dato per vinto: «Io invece ho chiesto che all’ordine del giorno come primo punto ci sia la mozione di sfiducia a Roberta Lombardi. La motivazione ufficiale è aver creato un sito internet che “confonde” i cittadini, ma che in realtà contiene solo atti presentati in Regione e informazioni sull’emergenza coronavirus. Un pretesto. La vera motivazione è che do fastidio al Pd e non mi sono mai allineato a Zingaretti, svolgendo il mio ruolo di opposizione senza mai abbassare la testa».

Luigi Di Maio e Roberta Lombardi.

Poi Barillari ha fatto una sorta di bilancio della sua esperienza: «Dieci anni di battaglie nel M5s. Ci ho messo sempre anima e cuore. Ho lavorato con migliaia di attivisti, denunciando sempre impicci, ingiustizie e corruzione. Sono stato il primo candidato presidente che ha sfidato Zingaretti. Ma il M5s ormai è cambiato, e abbiamo perso oltre a milioni di voti anche la coerenza e l’onestà che ci caratterizzava. Oggi è il mio ultimo giorno nel M5s e dedico a tutti voi, che credete in me, ogni attimo di lavoro di oggi. Vi assicuro che non smetterò mai di combattere».

CONTRO I VACCINI E LE CASE FARMACEUTICHE

Durante la crisi sanitaria Barillari, da sempre contro la vaccinazione obbligatoria, aveva detto che «quando c’è un’emergenza c’è sempre qualcuno che ci guadagna. Abbiamo evidenza di chi ci sta guadagnando: le case farmaceutiche. Chi produce il vaccino ci guadagna tanto».

Inizialmente si era detto contrario alla chiusura delle scuole. E dopo le misure di contenimento all’insegna dello “state a casa” aveva mosso dubbi sulla legittimità di certe decisioni governative in riferimento ai diritti costituzionali.

Su Twitter ha spesso battibeccato con Burioni, su tematiche scientifiche ma non solo. E adesso la carriera politica di Barillari nel Movimento è arrivata al capolinea.

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Raffaele Trano espulso dal Gruppo M5s alla Camera

Il deputato pentastellato era stato eletto grazie all'opposizione e a qualche falco tiratore alla presidenza della commissione Finanza alla Camera. Aveva avuto la meglio sul candidato indicato dalla maggioranza Nicola Grimaldi.

L’emergenza coronavirus non ferma le espulsioni in casa M5s. Il 18 marzo è toccato al deputato Raffaele Trano, recentemente eletto – con scia di polemiche – presidente della commissione Finanze alla Camera al posto di Carla Ruocco passata alla presidenza della commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario

L’ELEZIONE DELLE POLEMICHE

L’elezione di Trano aveva suscitato maldipancia nella maggioranza. Il commercialista, infatti, aveva avuto la meglio per un solo voto (20 a 19) sul collega pentastellato (e medico) Nicola Grimaldi – indicato ufficialmente non solo dal M5s, ma anche da Pd e Italia viva – grazie al voto compatto dell’opposizione (Lega, FdI e Fi), di qualche franco tiratore della maggioranza e di almeno due ex M5s passati al Misto.

IL J’ACCUSE DEL CAPOGRUPPO M5S DAVIDE CRIPPA

Una batosta per la maggioranza che aveva fatto pensare a un primo tentativo di mettere insieme una maggioranza alternativa di centrodestra e responsabili per un governo senza Giuseppe Conte. Non a caso il capogruppo 5 stelle a Montecitorio Davide Crippa aveva definito «inaccettabile» l’elezione del collega. «Questo risultato può essere il frutto di giochetti politici portati avanti dall’opposizione, con l’aiuto di qualche membro della maggioranza», aveva attaccato Crippa. Che, rivolgendosi a Trano aveva aggiunto: «Auspichiamo che non consentirà che la sua elezione possa essere strumentalizzata, lasciando così, alla maggioranza, la possibilità di procedere a una nuova votazione per la presidenza della commissione». A pochi giorni dall’elezione arriva l’espulsione comunicata da Vito Crimi, capo politico reggente del Movimento, senza nemmeno la ratifica degli iscritti.

DA TRANO NESSUN PASSO INDIETRO

Dura la reazione di Trano. «Stiamo vivendo i giorni più difficili dalla nascita della Repubblica e, anziché pensare a come gestire l’emergenza coronavirus, tutelando la salute pubblica e sostenendo l’economia fiaccata dal Covid-19, apprendo con stupore che il direttivo Movimento 5 stelle si preoccupa delle poltrone, procedendo con la mia espulsione dal gruppo senza darmi neppure la possibilità di un confronto», ha dichiarato il deputato. «La mia unica colpa è quella di essere stato democraticamente eletto presidente della Commissione finanze della Camera. Il Movimento 5 stelle in cui ho sempre creduto e credo è quello del rispetto delle regole, dell’onestà, della democrazia e dell’uno vale uno. Se il direttivo ha cambiato orientamento sono loro e non io ad essersi discostati dalle 5 stelle. E come parlamentare non posso che difendere le libere scelte che vengono fatte da tutti gli organi del parlamento. Compresa quella di eleggermi presidente. Continuerò dunque a lavorare con l’impegno di sempre, per contribuire a sostenere il nostro Paese e per svolgere al meglio possibile il mio ruolo di presidente della commissione Finanze». E, ancora: «Sull’espulsione valuterò con i miei legali se fare ricorso. All’Italia serve unità e non manovre di potere portate avanti da chi si interessa a una poltrona anziché al progetto».

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Il veto dei 5 stelle fa saltare i 40 milioni alla Rai

Gli uomini vicini a Conte e l'asse Crimi-Patuanelli sono in guerra con l'ad Salini (voluto da Di Maio) per la copertura dell'emergenza coronavirus. E così i fondi per il servizio pubblico dal Mise non sono considerati una priorità.

Per la Rai è stato un colpo duro. Previsti fini all’ultimo, nella versione
finale del decreto del governo per fronteggiare l’emergenza
coronavirus
sono invece saltati i 40 milioni di euro che viale Mazzini
chiedeva per i mancati introiti pubblicitari futuri (ma senza Europei
di calcio e probabilmente Olimpiadi ne risparmierà molti di più).

A dare lo stop è stato il Movimento 5 stelle dove sia gli uomini vicini
al premier Giuseppe Conte sia l’asse Crimi-Patuanelli sono sempre
più in guerra con l’ad Fabrizio Salini (voluto da Luigi Di Maio) e sono
molto critici su come il servizio pubblico sta coprendo con
l’informazione la
pandemia. E proprio il ministro dello Sviluppo è stato netto sui fondi alla Rai: «Non è una priorità», ha detto Stefano Patuanelli intervistato dal Corriere della Sera.

SALVINI E FONTANA INSIEME AL TG2

Ma il malumore dei pentastellati è cresciuto ieri sera quando hanno
visto Matteo Salvini e il governatore della Lombardia Attilio Fontana
collegati insieme nello speciale dedicato dal Tg2 all’emergenza
virus. I due esponenti leghisti in bella mostra e in apertura quando ancora
su RaiUno non era cominciato l’ammazza-ascolti (degli altri)
Montalbano.

LEGGI ANCHE: Le frizioni nella maggioranza sul decreto Cura Italia

E un autorevole uomo di governo pentastellato ha commentato: non possiamo nemmeno protestare, questo è il prezzo che paghiamo all’immobilismo di Salini e al presenzialismo del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora che ultimamente, anche complici le tribolate e pasticciate vicende del campionato di calcio, tra Domenica in, Novantesimo minuto, La vita in diretta, è oramai una presenza stabile sugli schermi della tivù di Stato.

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Padoan punta alla Bers, ok dei 5 stelle solo con Selvetti a Mps

Pur di portare a Siena il manager dell'ex Credito Valtellinese, Di Maio ha proposto al Pd uno scambio: bloccare la candidatura di Minali sponsorizzato dal Mef, per ottenere il via libera del M5s all'ex ministro dell'Economia in Europa. Per ora i dem hanno risposto picche. Ma il nodo si scioglierà solo nel cda di giovedì.

C’è un ex ministro che tiene banco nella travagliata scelta del nuovo amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

Si tratta di Pier Carlo Padoan, già titolare dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni, che non contento del seggio alla Camera conquistato nel 2018 ora vuole andare alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), scalando uno dei posti più ambiti nel mondo delle istituzioni finanziarie internazionali.

Ma per puntare a quella prestigiosa poltrona, l’economista piddino che è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fmi e vicesegretario generale dell’Ocse, non deve affrontare solo la temibile concorrenza della direttrice generale del Tesoro francese Odile Renaud-Basso, ma anche la possibile ostilità dei 5 stelle, che minacciano di individuare un altro candidato italiano (anche se non hanno in mano un nome all’altezza).

LO SCAMBIO PROPOSTO DA DI MAIO AL PD

Cosa c’entra in tutto questo la scelta del successore di Marco Morelli in quel di Siena? Semplice: come ha raccontato Lettera43.it, Luigi Di Maio (ma non tutto il Movimento) vuole a tutti i costi che si nomini un manager poco conosciuto, Mauro Selvetti, ex Credito Valtellinese, in questo scontrandosi con il Tesoro, che invece vuole l’ex ad di Cattolica ed direttore generale di Generali, Alberto Minali. Posizione, quest’ultima condivisa sia dal ministro Roberto Gualtieri sia dal direttore generale di via XX Settembre, Alessandro Rivera. Ed ecco che Di Maio, dimostrandosi un lottizzatore che non ha nulla da invidiare ai vecchi Dc di una volta, ha detto al Pd: se mi date via libera a Selvetti, bloccando Gualtieri e il Tesoro, noi diamo luce verde a Padoan alla Bers; viceversa mettiamo il veto. Il Pd ha respinto lo scambio proposto dal ministro degli Esteri e punta a far valere il fatto che se salta Padoan non ci sarà un altro italiano, ma un (anzi, una) francese. Ma si tratta di vedere se saprà resistere fino in fondo, cioè fino a giovedì quando il nodo Mps andrà definitivamente sciolto per poter presentare in tempo utile la lista dei candidati al cda della banca, che terrà l’assemblea degli azionisti il 6 aprile (coronavirus permettendo).

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Perché Rocco Casalino è intoccabile

Nonostante le accuse di Pd e Italia viva e la crescente diffidenza nel M5s, il portavoce del presidente del Consiglio non è in discussione. Merito di Conte che di fatto lo ha blindato. E del suo controllo a distanza sulla comunicazione pentastellata al Senato e alla Camera.

Nessuno tocchi Rocco Casalino. Anche dopo il pasticcio della fuga di notizie circa i contenuti della bozza del decreto sull’estensione della zona rossa che ha scatenato il panico e la fuga verso il Sud Italia, la linea di Palazzo Chigi non cambia: il portavoce del presidente del Consiglio non è in discussione. 

Anche perché sul caso specifico, persino i detrattori del grillino sono meno duri del solito, sollevandolo da ogni responsabilità o avanzando l’ipotesi di un concorso di colpa con le Regioni.

CASALINO GODE DELLA FIDUCIA INCONDIZIONATA DI CONTE

Certo, nella maggioranza e nello stesso Movimento 5 stelle si sono ingrossate le fila di chi, per usare un eufemismo, non ama il suo modo di lavorare. Ma l’ipotesi di sostituirlo o di ridimensionarne il ruolo non è all’ordine del giorno: il rapporto con Giuseppe Conte è solido.

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Sulla comunicazione, e non solo, il presidente del Consiglio si fida ciecamente di Casalino. Sfidando critiche, polemiche e ignorando, puntualmente, le richieste di dimissioni.

GLI ATTACCHI DI ITALIA VIVA E PD

L’ex gieffino, diventato potente consigliere di Conte, è finito sotto pressione in più di qualche occasione dall’inizio della legislatura. Ma nelle ultime settimane, di fronte all’emergenza coronavirus, gli attacchi si sono moltiplicati. Un esempio? La decisione del governo di chiudere le scuole prima annunciata poi smentita dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e infine ufficializzata dopo qualche ora in conferenza stampa. Conte ha derubricato la vicenda come «un’improvvida fuga di notizie», ma Partito democratico e Italia viva hanno individuato in Casalino il responsabile del «capolavoro di dilettantismo», come la ha definito un parlamentare in quelle ore concitate.

LA PREOCCUPAZIONE DEL M5S

«Il comportamento di Casalino è quello che è», spiega a Lettera43.it un esponente della maggioranza. «È molto attento alla sua persona e poco incline all’ascolto. Spesso va ben oltre il ruolo di consigliere della comunicazione». Non un dettaglio visto che, soprattutto nella gestione dell’emergenza coronavirus, «la comunicazione è fondamentale almeno quanto le decisioni politiche». Anche nel Movimento 5 stelle si vive con insofferenza il protagonismo dell’uomo forte della comunicazione del governo. «Ormai coltiva le sue ambizioni personali», si osserva in ambienti pentastellati, «le sorti del Movimento gli interessano ben poco». Una critica che Casalino condivide con Conte: non è infatti un mistero che alcuni 5 stelle guardino con diffidenza anche la crescente autonomia che si è conquistato il premier.

Giuseppe Conte e Rocco Casalino (Ansa).

IL CONTROLLO SULLA COMUNICAZIONE DI CAMERA E SENATO

La progressiva presa di distanza di Casalino dai vertici del M5s è evidenziata dalla mancata frequentazione degli uffici dei gruppi parlamentari. «Effettivamente non si vede mai da queste parti», confermano fonti interne. Eppure dietro l’allontanamento c’è un aspetto da considerare: a capo della comunicazione M5s alla Camera c’è Fabio Urgese, un suo fedelissimo, e al Senato è in sella Ilaria Loquenzi, con cui Casalino ha collaborato fin dalla scorsa legislatura. I posti chiave sono quindi occupati da figure tutt’altro che ostili: Casalino ha così la possibilità di esercitare una forma di controllo a distanza.

PER ANZALDI (IV) LO STAFF DEVE ESSERE RINFORZATO

Che nemmeno il caos sul decreto abbia scalfito il potere di Casalino è dimostrato dal fatto che pure il renziano Michele Anzaldi, da sempre critico con il portavoce di Conte (che in passato ha adombrato una possibile querela contro di lui), è meno severo del solito. «Le colpe sono condivise in questo caso», dice il parlamentare a Lettera43.it. «È stato come portare un piano segreto in una palestra affollata». E sulle possibili correzioni di rotta in termini di comunicazione, Anzaldi osserva: «La squadra era insufficiente già da prima, ora in una situazione delicata è fondamentale integrare l’organico dello staff. L’Italia è finita al centro del mondo. Ecco, non vorrei difendere Casalino, ma a un certo punto dovrà riposare pure lui qualche ora…». Il punto, anche in questo caso, è che spetta a Conte decidere il rafforzamento della sua squadra. Decisione che difficilmente il suo portavoce ha intenzione di avallare senza batter ciglio.

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Le trame di Di Battista per affondare Descalzi in Eni

Ci sarebbe l'ex parlamentare-reporter dietro l'interrogazione presentata da cinque grillini contro la riconferma del manager. E sempre a lui farebbero riferimento i circa 20 eletti pronti a passare col centrodestra. Che stanno logorando sia Conte sia il Movimento stesso.

C’è Alessandro Di Battista dietro i parlamentari pentastellati (Giovanni Vianello, Raphael Raduzzi, Paolo Ficara, Luciano Cillis e Luca Sut) che attraverso un’interrogazione rivolta a Giuseppe Conte e alcuni ministri hanno chiesto lumi sull’eventuale riconferma per il terzo mandato di Claudio Descalzi al vertice dell’Eni, giudicandola una sciagura peggio del coronavirus.

LA PATTUGLIA DEI GRILLINI “RESPONSABILI”

Ne sono convinti quei dirigenti dei 5 stelle che hanno visto con raccapriccio l’imboscata preparata a Nicola Grimaldi, candidato (vicino a Luigi Di Maio) a succedere a Carla Ruocco alla presidenza della commissione Finanze della Camera. Grimaldi, infatti, è stato battuto da Raffaele Trano, eletto con i voti del centrodestra grazie al lavoro di cecchinaggio di alcuni franchi tiratori. Chi sono? A quanto pare appartengono alla squadra dei grillini cosiddetti “responsabili”, una ventina di parlamentari (tra Camera e Senato) che sarebbero pronti a passare armi e bagagli con il centrodestra. E che stanno logorando sia Conte sia il movimento. Orchestrati appunto da Di Battista.

LEGGI ANCHE: Mps, i grillini divisi fanno muro su Selvetti

Lo stesso che di ritorno dall’Iran, un Paese dove l’epidemia di coronavirus è fortissima, se ne è andato in Serbia nell’affollatissimo stadio di Belgrado per vedere una partita di calcio. E lo stesso che su Facebook, non più tardi del 26 febbraio, ha elencato una serie di emergenze che non suscitano lo stesso allarme del Covid-19, eppure non sono meno gravi. Per esempio, ha scritto Dibba, «ogni anno nel mondo circa 1.000 persone vengono folgorate dai fulmini. Dal 2002 a oggi i fulmini hanno ucciso 18 mila persone. Presto da Lidl venderanno parafulmini portatili… va fermata questa strage!». Così, giusto per capire il tipo.

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Gli iscritti del M5s dicono sì all’alleanza col Pd in Liguria

Rousseau benedice la trattativa coi dem e con altre forze civiche. A favore il 58%.

Il Movimento 5 stelle aprirà una trattativa con il Partito democratico e altre forze civiche e politiche per le elezioni regionali in Liguria. Lo ha sancito l’esito della votazione online degli iscritti sulla piattaforma Rousseau pubblicato sul ‘Blog delle Stelle’. Sono state espresse complessivamente 1.664 preferenze da parte degli aventi diritto al voto. I voti favorevoli alla trattativa sono stati 960 (57.7%), i contrari 704 (42.3%).

IL PRIMO TENTATIVO DI ALLEANZA PRE ELETTORALE

Per la prima volta, dunque, M5S e Pd in Liguria proveranno a stringere un’alleanza pre elettorale nella corsa per le Regionali con un candidato presidente ‘civico’. Gli iscritti hanno potuto esprimere la loro opinione sulla proposta fatta dal capo politico reggente Vito Crimi. Tra le condizioni imprescindibili poste da Crimi al Pd: un piano straordinario emergenziale per il contrasto al dissesto idrogeologico, un piano di riordino delle normative urbanistiche per la riduzione del consumo di suolo (Obiettivo Cemento Zero), iniziative di contrasto ai cambiamenti climatici e riduzione delle fonti fossili, il rilancio della sanità pubblica e uno stop alla privatizzazione degli ospedali. Ma anche l’impegno a promuovere presso il governo nazionale ogni iniziativa volta a revocare le concessioni ad Autostrade per l’Italia, la realizzazione del progetto esecutivo della Gronda secondo gli esiti dell’analisi costi/benefici effettuata dal ministero Infrastrutture e Trasporti nel 2019, sentiti gli enti locali.

PD: «SEGNALE IMPORTANTE CHE RAFFORZA IL GOVERNO»

In una nota, la responsabile Enti locali della segreteria nazionale Pd Caterina Bini ha commentato: «L’esito positivo della consultazione sulla piattaforma Rousseau, relativa all’apertura di un confronto con il Partito democratico e con altre forze civiche e politiche per le prossime elezioni regionali in Liguria, è un segnale importante che accogliamo con soddisfazione. Un risultato che costituisce un importante passo in avanti in vista del prossimo appuntamento elettorale, che rafforza la coesione delle forze di governo andando nella direzione da noi auspicata e che può produrre una coalizione competitiva in grado di battere la destra».

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Mps, i grillini divisi fanno muro su Selvetti

Il manager semisconosciuto sponsorizzato da Di Maio non convince. Un po' perché il M5s dovrebbe stare fuori dalla grande spartizione dei partiti, un po' perché sarebbe meglio puntare su una figura con un'esperienza più consolidata.

C’è maretta nel Movimento 5 stelle intorno alla scelta del candidato per la delicata posizione di amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

L’idea di Luigi Di Maio, sostenuta solo formalmente dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, di sponsorizzare il nome del semisconosciuto Mauro Selvetti non piace a molti grillini. Specie a quelli che in parlamento occupano (o hanno occupato) posizioni apicali nelle più importanti commissioni di tipo economico: dal presidente della commissione Bilancio al Senato, Daniele Pesco, a Carla Ruocco, che alla Camera ha lasciato la presidenza della commissione Finanze per andare a guidare la commissione di inchiesta sulle banche.

La contestazione potrebbe anche assumere caratteri evidenti, specie ora che ha funzionato l’imboscata preparata a Nicola Grimaldi, candidato (vicino a Di Maio) a succedere a Ruocco e battuto dal fuoco amico, grazie ai franchi tiratori, da Raffaele Trano, nella squadra dei grillini potenziali “responsabili”.

LA RIVOLTA DEL M5S NELLA CORSA PER LE NOMINE IN MPS

Tra chiacchiere alla buvette e giri vorticosi di Whatsapp, la rivolta si basa su due punti. Primo: il movimento deve star fuori dalla grande spartizione che si sta profilando, nella quale la scelta dei vertici della travagliata banca senese è solo il primo appuntamento, altrimenti i 5 stelle finiranno per confondersi con tutti gli altri partiti perdendo le loro primigenie caratteristiche. Secondo: nel merito, non si può portare avanti per una posizione così delicata un signore privo del curriculum adatto e dell’esperienza necessaria. In effetti Salvetti, 60 anni, ha lavorato esclusivamente al Credito Valtellinese, e per di più nell’area della gestione del personale. Nel 2018 era poi stato nominato, sempre al Creval, amministratore delegato e direttore generale, ma l’incarico è durato solamente 8 mesi perché gli stessi azionisti che lo avevano scelto per succedere a Miro Fiordi gli hanno dato il benservito, preferendogli il ben più titolato Luigi Lovaglio (top manager di Unicredit).

A DECIDERE DOVREBBE ESSERE IL MEF

I contestatori non indicano un nome alternativo a quello di Salvetti – in queste ore ne sono girati parecchi – ma suggeriscono che di queste cose si debba occupare il ministero del Tesoro, titolato formalmente e anche sostanzialmente a scegliere, se non l’intero cda del Paschi, almeno l’amministratore delegato.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Cosa sapere sull’eventuale rinvio del referendum sul taglio dei parlamentari

La consultazione prevista per il 29 marzo potrebbe slittare a causa dell'emergenza. E magari essere accorpata con le Regionali. Un'ipotesi che permetterebbe di risparmiare 300 milioni ma che divide comitati e politica.

Con l’emergenza coronavirus Sars-Cov-2 è passata in secondo piano la quotidiana dialettica politica.

Silenziato il dibattito, resta però un interrogativo: il prossimo 29 marzo si terrà ugualmente il referendum sul taglio dei parlamentari o è destinato a essere posticipato proprio come le partite di calcio, le fiere internazionali e, più in generale, qualsiasi evento destinato a creare assembramenti?

LA SFORBICIATA ALLE CAMERE

In attesa di una risposta, ricordiamo l’oggetto della consultazione. Dopo i quattro passaggi di rito, la legge sul taglio dei parlamentari è stata approvata definitivamente dalla Camera lo scorso 8 ottobre. Con la nuova norma si passerà da 945 membri ai futuri 600. Una sforbiciata degli eletti, fortemente voluta dal Movimento 5 stelle, che nella sostanza prevede un dimagrimento della rappresentanza democratica pari al 36,5%. Montecitorio passerà da 630 a 400 deputati, mentre il Senato da 315 a 200 rappresentati.

UN RISPARMIO IRRISORIO SE PARAGONATO ALL’INTERA SPESA PUBBLICA

Il Movimento 5 stelle, che voleva la riforma costituzionale fin dai tempi del governo gialloverde ed è riuscito a portarla a compimento con l’esecutivo Conte bis, sostiene che consenta di risparmiare mezzo miliardo a legislatura, ovvero 100 milioni di euro l’anno. Cifre che possono apparire di un certo rilievo ma che sono destinate a sparire rispetto alle leggi di Bilancio sui 30 miliardi varate annualmente nell’ultimo periodo. Comunque, l‘Osservatorio dei Conti pubblici dell’economista Carlo Cottarelli ha in più occasioni contestato i calcoli dei pentastellati: l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori permetterebbe, al più, di risparmiare 57 milioni di euro annui, appena lo 0,007% della spesa pubblica.

FAVOREVOLI E CONTRARI: LE POSIZIONI (ALTALENANTI) DEI PARTITI

Ma a parte i 5 stelle chi è a favore e chi contro? Bella domanda. Perché la geografia parlamentare dei partiti a favore e contro la riforma costituzionale è mutata più e più volte, assieme agli assetti del governo. Dando per buona la fotografia scattata l’8 ottobre, all’ultimo passaggio alla Camera, i favorevoli alla sforbiciata erano M5s, Pd, Iv, Leu e, tra le forze di opposizione, Lega, FdI e Forza Italia. Tra i contrari solo +Europa, Pier Ferdinando Casini e qualche esponente del Gruppo Misto. Ma se quel voto fosse realmente una fotografia, sarebbe una istantanea molto mossa. Tutti ricordano per esempio che, all’inizio il Partito democratico era fortemente contrario al taglio. Emanuele Fiano parlò di «rischio per la democrazia», Roberto Giachetti lo definì «una cazzata». Poi, caduto il Conte uno, salito il Conte due, tutto è cambiato. Il Pd è passato dal “no” al “sì”. Giachetti, che nel frattempo era passato dal Pd a Italia viva, giustificò così il suo voto favorevole «alla cazzata»: «Un secondo dopo aver votato sì mi adopererò per costituire il Comitato per il referendum per il no», cristallizzando in una unica dichiarazione la confusione in seno alla maggioranza.

I PROMOTORI DELLA CONSULTAZIONE

E si arriva così al referendum per confermare la riforma costituzionale, che ha visto nuovamente variare i contorni della schizofrenica geografia parlamentare tra forze contrarie e quelle favorevoli. I promotori sono, oltre al già citato Giachetti, il dem Tommaso Nannicini e gli azzurri Andrea Cangini (ex direttore del Resto del Carlino) e Nazario Pagano cui si sono presto aggiunte le firme degli ex 5 stelle Gregorio De Falco e Paola Nugnes (entrambi votarono già contro la riforma nel luglio 2019). Il solo a essere rimasto al proprio posto è il gruppo di +Europa, che votò contro in Aula e ora sostiene il comitato promotore del referendum. Ma anche la Lega, che pure ha sempre sostenuto il taglio dei parlamentari in tutte e quattro le votazioni, sotto-sotto vorrebbe che fosse abrogato, più forse per dare un colpo al Conte bis che per motivi di sostanza.

IL QUESITO E L’ASSENZA DEL QUORUM

Veniamo alle questioni tecniche. Partiamo dal quesito che, da decreto del Presidente della Repubblica del 28 gennaio scorso, sarà: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvato dal parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?». C’è poi un aspetto che rende incerto l’esito così come la tenuta dell’esecutivo (a livello politico, se il taglio venisse bocciato sarebbe una ecatombe per i 5 stelle, che sulla lotta agli sprechi della politica hanno fondato la loro esistenza). Contrariamente a quanto prevedono i referendum abrogativi, per la validità della consultazione non servirà il quorum (non serve, cioè, che si rechi alle urne la metà più uno degli aventi diritto). Basta un voto in più per decretare la conferma (“sì”) o l’abrogazione (“no”) della riforma costituzionale varata dal parlamento.

L’IPOTESI DI ELECTION DAY

Per questo, i radicali (oggi riconducibili a +Europa) già da qualche tempo hanno iniziato a ventilare l’ipotesi di rinviarlo per l’emergenza coronavirus. Le notizie del contagio, del resto, hanno assorbito così tanto l’opinione pubblica che non si è ancora iniziata la campagna elettorale. Ma c’è di più, perché il voto stesso potrebbe confliggere con le misure per contenere i contagi. Quindi niente comizi, niente gazebo e, parrebbe logico, niente chiamata alle urne il prossimo 29 marzo. Il referendum, in caso di rinvio, potrebbe essere accorpato alle prossime Regionali e fissato per il 17 o il 31 maggio. Così scatterebbe l’Election Day in Veneto, Puglia, Campania, Toscana, Liguria, Marche. Questa ipotesi, comporterebbe un risparmio di 300 milioni.

LEGGI ANCHE: Il coronavirus, la clausura degli anziani e quel «ricordati che devi morire»

Contrari all’ipotesi di accorpare i due voti sono i Comitati noiNO. «Non è una questione di convenienza di parte, è una questione tecnica che, per la sua complessità, non può essere affrontata in tempi così stretti», hanno fatto sapere chiedendo «maggiore spazio nell’informazione radiotelevisiva». Contraria a un rinvio anche Giorgia Meloni. «Politicamente mi dispiacerebbe che fosse rinviato o che il tema sanitario fosse utilizzato per scopi politici», ha dichiarato la leader di FdI. «Finché non si fa il referendum», ha aggiunto, «si dirà che non si può andare a votare. Una volta fatto si potrà chiedere di mandare a casa il governo e di votare». «In una scala da zero a dieci il mio interesse rispetto al referendum è meno diciassette», ha invece tagliato corto Matteo Renzi. «È il trionfo del populismo, è una discussione che non tocca il cuore dei problemi del Paese».

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

LEGGI ANCHE: Renzi e il sogno della grande destra

Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Il tatticismo di Renzi non ha fatto i conti col M5s in subbuglio

Il leader di Italia viva tira la corda della crisi di governo. Convinto che la paura del voto anticipato prevalga tra i partiti. Ma lo sfaldamento della maggioranza creerebbe un "liberi tutti" tra i grillini. Col ritorno di Di Battista e degli anti-renziani. Il rischio harakiri "alla Salvini" è concreto.

Un gioco pericoloso, sul filo dell’alta tensione, con il più classico dei conti fatti senza l’oste. Matteo Renzi, dalle alture dell’Himalaya, ha preconizzato lunga vita a questa legislatura. Con un altro governo, come se lo avesse già in tasca. Parole che sono state un calmante per i parlamentari di Italia viva, inquieti per il possibile precipitare degli eventi e del Conte 2.

L’EX ROTTAMATORE VUOLE COMANDARE IL GIOCO

L’ex rottamatore è andato ancora all’attacco, convinto di poter dettare i tempi, sfruttando il vuoto di potere nel Movimento 5 stelle e dando dunque per scontato che gli altri lo seguano. Compreso il Partito democratico, a meno che non si materializzino i fantomatici responsabili al Senato.

FINO A SETTEMBRE FINESTRA ELETTORALE CHIUSA

Certo, la paura delle elezioni anticipate e la voglia di evitarle restano le uniche certezze in un periodo molto caotico. Ed è la leva su cui Renzi fa forza, consapevole che comunque fino a settembre la finestra elettorale è praticamente chiusa (ammesso che vincano i “sì” al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari). Ma il leader di Iv ignora una questione: il M5s continua a essere una pentola a pressione. E la (eventuale) deflagrazione dell’esecutivo produrrebbe effetti imprevedibili.

CON CRIMI SAREBBE UN’IMPRESA TENERE IL M5S UNITO

L’ulteriore sfarinamento dei cinque stelle può rendere alquanto complicato cercare una nuova maggioranza. Del resto già nell’estate del 2019 è stata una fatica mettere in piedi l’alleanza, nonostante ci fosse Luigi Di Maio in carica come capo politico e la pressoché unanime convinzione di confermare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ora, con Vito Crimi nel ruolo di reggente e un Conte azzoppato, ci vorrebbe un’impresa per tenere unito il Movimento. Per molti sarebbe l’occasione per un “liberi tutti”.

Beppe Grillo e Vito Crimi. (Ansa)

I MALUMORI INTERNI AI GRILLINI NON SONO FINITI

Spiega a Lettera43.it un parlamentare pentastellato: «I malumori interni non sono finiti con le dimissioni di Di Maio. Tutt’altro. Attendiamo gli Stati generali, che già non si annunciano una passeggiata perché ci sono molti aspetti su cui confrontarci. Ma arrivarci con una crisi di governo complicherebbe le cose…». Mette in evidenza un altro deputato del Movimento: «Abbiamo perso gli elettori, vero, ma non gli eletti. Qualsiasi maggioranza non può prescindere dai parlamentari dei cinque stelle nella loro interezza».

ALTRO CHE SOSTITUZIONE INDOLORE DI CONTE

Insomma, i grillini lanciano un avvertimento: lo sfaldamento della maggioranza potrebbe risultare letale per la legislatura, nonostante la tenace resistenza contro il ritorno al voto. Perché è vero che settembre non è dietro l’angolo, ma nemmeno è una prospettiva a lunga scadenza. E così salterebbero del tutto i piani di Renzi, che immagina una sostituzione quasi indolore di Conte a Palazzo Chigi, continuando a essere al centro della scena fino al 2023.

PRONTI A TORNARE ALLA CARICA GLI ANTI-RENZIANI COME DIBBA

Uno dei principali nemici di questo esecutivo, Alessandro Di Battista, non spera altro che l’implosione del Conte 2. Dal suo “auto esilio” iraniano sta studiando la strategia per rientrare in grande stile nella vita del Movimento, riportandolo sulle sue posizioni: anti-liberista, anti-europeista, anti-Casta. Di sicuro contro il centrosinistra. Una linea da competitor – e chissà se non da possibile alleato – della Lega. La crisi di governo, insomma, è l’assist perfetto per Dibba che aspetta tornare in scena e cannoneggiare sull’alleanza con l’odiato Pd e l’odiatissimo Renzi.

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Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. (Ansa)

DI MAIO HA UNO STRANO APLOMB, MA SE LE SCINTILLE CONTINUANO…

Nei Palazzi non passa inosservato l’aplomb di Di Maio. Dopo le dimissioni da capo politico, ha solo lanciato la mobilitazione contro i vitalizi, dedicandosi poi quasi esclusivamente al lavoro di ministro degli Esteri. Una compostezza di stile che prima o poi è destinata a interrompersi di fronte alle provocazioni di Italia viva. Altri affondi contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sarebbero inaccettabili. E a quel punto sarebbe messa sul tavolo l’opzione più dura, una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”: una replica dura a Renzi per lo showdown definitivo e l’archiviazione di questo governo.

RENZI RESTA IL NEMICO GIURATO ANCHE DI GRILLO

Scenario che al titolare della Farnesina non dispiace tanto, perché gli consentirebbe di ritrovare la sintonia con Di Battista. Nemmeno Beppe Grillo avrebbe possibilità di obiettare alcunché: ha riabilitato l’alleanza con il Pd, ma non l’ex sindaco di Firenze che resta nemico giurato.

OCCHIO AL BOOMERANG IN STILE SALVINI-PAPEETE

Renzi continua una partita pericolosa, muovendosi sul crinale di sondaggi tutt’altro che lusinghieri. Le minacce di rottura lanciate a Palazzo Chigi non sono affatto prive di rischi. Osserva un parlamentare della maggioranza: «Negli ultimi mesi ci siamo abituati a tutto. Ma immaginare i cinque stelle a rimorchio di Renzi, in un nuovo governo, rischia di superare la fantasia». Così il tatticismo renziano che ha beffato Matteo Salvini può diventare un boomerang. E colpire Italia viva.

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Identikit del prossimo Presidente della Repubblica

Oggi può diventare capo dello Stato chi ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

Quelli che sanno le cose della politica dicono, e scrivono, che la fibrillazione di questi giorni è dovuta all’avvicinarsi delle nomine nelle partecipate e, sullo sfondo, all’avvio della gara per il Quirinale

Le nomine sono un passaggio importante che in un Paese serio andrebbe affrontato con uno spirito, diciamo così, oggettivo. Chi ha fatto bene va confermato, chi no lascia.

In un Paese serio le aziende non andrebbero sottoposte a numerosi cambi di vertice ma bisognerebbe lasciare che le leadership abbiano il tempo di  realizzare un programma di medio periodo. Invece in Italia accade come per le leggi sulla giustizia, sui criteri elettorali o sulla scuola. L’ultimo che arriva fa a modo suo nella certezza che il successore butterà tutto per aria. Per le nomine il criterio meritocratico non è difficile da realizzare: si guardano le singole aziende, le si confronta con il loro recente passato, si decide se il programma di chi c’è ha avvenire e quindi si decide. Dovrebbe essere così. Dovrebbe.

GLI INTERVENTI DEL COLLE NELLA VITA POLITICA

Per il Quirinale è un terno al lotto. Il Colle è passato dall’essere raffigurato come il luogo di elezione per una figura notarile, a sede della politica-politica. Diciamo da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibili. Tanto per non fare nomi hanno dominato la scena politica sia Sandro Pertini, sia Oscar Luigi Scalfaro, sia Francesco Cossiga, sia Giorgio Napolitano con interventi spesso necessari ma non sempre rispettosi dell’autonomia della politica.

Da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibil.

Sergio Mattarella è un presidente attento, che non si mette la maglietta di alcuna squadra politica e che cerca di fare l’arbitro. Talvolta esagera in timidezza. Ma nessuno può accusarlo di avere invaso campi non suoi. È però anche lui un presidente molto attivo sullo scenario della politica dove si è confrontato con una situazione inedita che ha visto l’apparente affacciarsi di un nuovo sistema politico fondato su Lega e 5 stelle che poi è crollato perché gli uni si stanno squagliando e l’altra ha uno sconsiderato alla guida del partito più forte.

IN CORSA PER IL POST MATTARELLA ANCHE CARTABIA

In queste settimane però si sono moltiplicati i boatos su chi potrebbe aspirare al Quirinale. Finalmente si sussurra anche il nome di una donna, la dottoressa Marta Cartabia che presiede l’Alta Corte. L’aspetto più surreale è che tutti i candidati, quasi sempre auto-candidati, sono del centrosinistra malgrado questa componente abbia pochi voti in parlamento. E i pettegolezzi girano in modo esasperato e spesso ingiustificato e ingiusto.

L’ANSIA DI PIACERE A DESTRA

Perché quel noto politico scrive su un ragazzo di destra ucciso dalla sinistra? Perché l’ex magistrato che ha guidato il partito dei giudici, rovinando l’Italia, fa sforzi tarantolati per accreditarsi come il legittimatore della destra di Salò? E che cosa pensa di fare l’uomo simbolo dell’Ulivo e il giovane-vecchio Dc che comanda su tutto? Tutti vengono da un mondo diventato minoritario e tutti sembrano impegnati nella corsa per piacere a destra.

UNA MAGGIORANZA QUIRINALIZIA INEDITA

Potrei continuare l’elenco facendo una scommessa. Nessuno di loro arriverà al Colle per due ragioni. La prima è che nella partita ci sono i voti dei 5 stelle, ormai “grandi elettori” privi di una guida, e soprattutto ci sono i voti della destra. Molto probabilmente potrebbe nascere una maggioranza quirinalizia inedita che faccia fuori i soliti noti. Se quello che scrivo è vero o verosimile, chi aspira al Quirinale, compreso l’attuale inquilino, deve mostrarsi come la persona che può risolvere le crisi che si succederanno da qui al voto per la Presidenza della Repubblica. Altre volte ha vinto un outsider. Lo era Pertini, lo era Scalfaro, lo è stato Giorgio Napolitano. Oggi può diventare presidente solo uno che fa cose per la Patria e che ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

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Il debunking dell’intervista di Casaleggio a Porta a Porta

L'erede di Gianroberto glissa o non risponde alle domande di Bruno Vespa. Da Rousseau ai rapporti tra l'omonima associazione e il M5s fino al conflitto di interessi.

Non risposte. Questo sostanzialmente ha dato Davide Casaleggio a Bruno Vespa. Ospite di Porta a Porta, l’erede di Gianroberto come al solito non ha trovato contradittorio e ha ripetuto il solito copione. Ecco qualche passaggio dell’intervista.

Davide Casaleggio con Luigi Di Maio e Beppe Grillo.

VESPA: Il padrone del M5s è lei?
CASALEGGIO: I padroni sono i cittadini, gli iscritti al M5s.

Chi controlla il M5s sono coloro che fanno parte dell’Associazione Movimento 5 stelle, costituita il 20 Dicembre 2017 nello studio del notaio milanese Valerio Tacchini. E cioè Davide Casaleggio e Luigi Di Maio.

V: Perché non ha pubblicato immediatamente l’atto di costituzione dell’Associazione M5s fatta tra lei e Di Maio nel dicembre 2017?
C: Lo Statuto è stato pubblicato 10 giorni dopo. La nuova associazione è stata fatta per motivi di adeguamento alla legge elettorale.

Vespa ha chiesto “l’atto” e Casaleggio risponde “Statuto”. Come ricorda l’avvocato Lorenzo Borrè, «quello che è stato pubblicato dieci giorni dopo la fondazione della nuova associazione è lo Statuto, che nulla diceva sull’identità dei due fondatori e sulle dinamiche inerenti all’attribuzione della cariche apicali e all’appalto dei servizi di comunicazione all’associazione Rousseau, di cui Casaleggio era – al contempo – presidente.
Né è predicabile che la nuova associazione sia nata per le necessità correlate alla nuova legge elettorale (il cosiddetto Rosatellum) per le quali bastava l’associazione ancillare del 2012 capeggiata da Beppe Grillo».

Porta a porta, faccia a faccia.L'atto costitutivo del Movimento 5 Stelle fondato da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio…

Posted by Lorenzo Borrè on Thursday, February 13, 2020

V: Da Statuto del M5s, Rousseau si lega al M5s in maniera irreversibile, giusto?
C: Rousseau è un metodo.

Un’altra non risposta. Tra l’altro Rousseau non è un metodo, è una Associazione e una piattaforma per il voto online.

V: Ma il M5s potrebbe scegliere un altro “metodo”?
C: Può farlo come quando uno fa un trapianto di cuore a suo rischio e pericolo.

Per farlo bisognerebbe cambiare lo Statuto che identifica la piattaforma Rousseau come luogo delle votazioni del partito. Non è esattamente una passeggiata anche perché l’operazione dovrebbe essere vidimata da Casaleggio.

V: Quindi M5s e Rousseau sono inscindibili?!
C: Rousseau è parte del M5s.

Da Statuto M5s e Rousseau sono di fatto inscindibili.

V: Quindi che ruolo ha lei? Luigi Di Maio la presenta come un tecnico informatico, mi sembra riduttivo.
C: Io do un mano al M5s…e siamo al primo posto al mondo per partecipazione online.

Casaleggio è il dominus dell’Associazione Rousseau, tramite la cui piattaforma vengono decise le politiche e la selezione dei candidati del M5s.

V: Ma lei ha ricevuto finanziamenti/donazioni per 1,5 milioni di euro per Rousseau nell’ultimo anno.
C: Abbiamo dimostrato che la politica si può fare senza soldi, i partiti spendono di più.

Avrebbe potuto dire “con meno soldi” dato che il gruppo Camera e Senato del M5S costano svariati milioni di euro all’anno di soldi pubblici. Detto questo nelle casse di Rousseau arrivano 300 euro mensili da ogni eletto circa 1,1 milioni di euro l’anno. Come ha scritto il Corriere della Sera, la piattaforma dal 2017 al 2018 «ha quasi triplicato i suoi costi. Le spese sono passate da 493 mila euro a 1,1 milioni di euro».

V: Lei è in conflitto di interessi? Tra i suoi clienti c’è Moby Line, per esempio. Potrebbe favorirli anche solo in linea teorica?!
C: Nessuno può affermare di avere influito a favore di un mio cliente.

In linea teorica può favorirli, è ovvio. Quindi il suo ruolo è in conflitto di interessi. Il fatto che non vi siano prove non vuol dire che non ci sia un potenziale conflitto di interessi.

V: L’ex ministro Lorenzo Fioramonti ha detto che, dopo due anni al governo, non capisce chi comanda nel M5s.
C: Comandano i cittadini.

La solita risposta “non sense”. Quando non sa cosa dire “comandano i cittadini”.

V: Ma il voto online non è certificato e non basta un notaio.
C: C’è una società esterna che certifica.

E qual è il nome della società terza? Con questa domanda Vespa lo avrebbe messo k.o. Casaleggio stesso dichiarava al Fatto Quotidiano il 24 febbraio 2019 che il ricorso a un ente esterno «è stato escluso perché ha costi troppo alti. Oggi abbiamo uno strumento di certificazione del voto che passa da una serie di procedure che noi seguiamo e da un notaio che ne valuta l’adozione e fotografa il risultato finale. In futuro adotteremo la certificazione distribuita (blockchain ndr)». Sul Blog delle Stelle si spiegava: «Le votazioni sono certificate da un notaio che ha accesso in tempo reale al monitoraggio del sistema di voto. Questo permette di verificare e certificare eventuali anomalie».

V: Profilavate utenti tramite l’app “attivista a 5 stelle” nel 2013?
C: L’ app è vecchia, di 6 anni fa, e non esiste più.

Ciò non vuol dire che non abbiano potuto profilare gli utenti all’epoca e che poi abbiano cancellato l’app. Un’altra “non risposta” a una domanda molto scomoda.

V: Il Garante vi ha multati perché non custodivate adeguatamente i dati degli iscritti.
C: Era una multa relativa alla vecchia piattaforma, oggi è sicura.

Sono stati cambiati lo strumento di login e il server. E il Garante ha multato Casaleggio anche perché non garantiva l’anonimato del voto online. Ergo, Casaleggio avrebbe potuto sapere come votavano gli iscritti. 

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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Prescrizione, Renzi sfida Pd e M5s sui numeri

Il leader di Italia viva ribadisce il no al Lodo Conte bis. E anche se assicura di non voler fare cadere il governo, in Aula è pronto a votare la proposta del forzista Costa per cancellare la riforma Bonafede.

«Se ci vogliono buttar fuori lo dicano, se ci dicono: “O cambiate idea o vi buttiamo fuori”, noi non cambiamo idea». Matteo Renzi ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ribadisce il suo no al Lodo Conte bis, e finianamente sfida l’esecutivo giallorosso e gli alleati di governo sulla riforma della prescrizione.

Il compromesso raggiunto nella serata di giovedì tra M5s, Pd e LeU – Il blocco della prescrizione scatterà in via definitiva non più dopo il primo grado ma solo dopo una condanna in appello – continua a non convincere Italia viva.

«Noi non vogliamo lasciare le postazioni, se poi il presidente del Consiglio vuole lo dica», insiste il senatore di Rignano assicurando che la sua intenzione non è quella di fare cadere il governo, ma «sulla giustizia noi non ci stiamo». Perché «Bonafede ha una visione giustizialista che io non condivido, è quello che se arriva Battisti in Italia fa il video», e «confonde il dolo e la colpa».

«L’ACCORDO A TRE NON HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO»

L’ultima parola, ricorda Renzi, l’avranno i numeri: «A mio avviso questo accordo a tre non ha la maggioranza in parlamento. Io non ho problemi, se trovano qualcuno che gli vota sta roba io sono contento per loro, un po’ meno per il Paese, ma noi non la votiamo». E, ancora: «Non capisco perché il Pd, che i numeri, dopo i risultati in Emilia-Romagna non usi l’occasione per dettare l’agenda».

RENZIANI FERMI SULL’EMENDAMENTO ANNIBALI

Già nella serata del 6 febbraio i renziani erano stati chiari: hanno blindato l‘emendamento Annibali che prevede il rinvio della riforma di un anno al decreto Milleproroghe, minacciando addirittura una mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Non solo: Iv senza mezzi termini ha accusato il Pd di aver abbracciato il «populismo M5s». I dem non ci stanno. Così facendo i renziani, sostengono, rischiano di fare cadere il governo, «fingendo di ignorare che, come dice Andrea Orlando, «Bonafede ha rinunciato all’80% delle sue pretese iniziali».

ITALIA VIVA PRONTA A VOTARE LA PROPOSTA DEL FORZISTA COSTA

Intanto il premier Giuseppe Conte ha annunciato per lunedì un Cdm straordinario per approvare la riforma del processo penale. I renziani dal canto loro hanno annunciato che il 24 febbraio alla Camera diranno sì alla proposta di legge del forzista Enrico Costa per cancellare la legge del ministro della Giustizia M5s. Se anche in questo caso fosse battuto, Renzi presenterebbe la stessa proposta in Senato: «Lì Bonafede non ha i numeri anche col sostegno del Pd, se non lo convincerà la politica, ci penserà la matematica», ha attaccato Iv.

L’AZZURRO: «BONAFEDE HA PIEGATO IL PD»

«Non c’è lodo che tenga. Resta il fine processo mai», sottolinea Costa in una nota. «Bonafede ha piegato il Pd. Tutto il resto sono sterili giochi di parole. I dem avevano giudicato la riforma Bonafede illiberale e incostituzionale, l’avevano respinta, avevano chiesto che non entrasse in vigore, avevano presentato una proposta di legge che la sopprimeva: oggi la sdoganano sperando che nessuno se ne accorga. Ci vediamo alla Camera il 24 febbraio».

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Il M5s in piazza il 15 febbraio contro il ripristino dei vecchi vitalizi per gli ex senatori

Appello di Crimi e Di Maio su Facebook: «Manifestiamo pacificamente contro questo oscena atto di restaurazione».

Il M5s è pronto a scendere in piazza il 15 febbraio a Roma, per protestare contro l’imminente decisione del Senato di ripristinare i vitalizi a 700 ex membri di Palazzo Madama “colpiti” retroattivamente dal ricalcolo su base contributiva.

A dare l’annuncio della mobilitazione il reggente Vito Crimi, che ha subito incassato l’appoggio dell’ex capo politico Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri è tornato a parlare con una diretta Facebook dopo il lungo silenzio seguito alle sue dimissioni: «Sapevamo che il sistema voleva cancellare le nostre leggi, ma allora c’è una sola risposta: il popolo italiano, che deve manifestare pacificamente contro questo osceno atto di restaurazione che inizia con i vitalizi. Io il 15 febbraio sarò con voi».

Per Di Maio il comportamento delle altre forze politiche, Italia viva compresa, sarebbe «veramente indescrivibile». Perché «i vitalizi se li vogliono riprendere, abbiamo fatto la prescrizione, che è legge dello Stato, e adesso stanno provando a metterla in discussione per cancellarla. E c’è chi sta lanciando un referendum contro il reddito di cittadinanza, per mettere quei soldi in chissà quale privilegio».

Sulla stessa linea l’appello di Crimi, sempre su Facebook: «Vi chiedo di tornare a far sentire la nostra voce, tutti insieme. Non la voce del solo M5s, ma la voce di un popolo che è stanco di regalare poltrone e pensioni a vita a vecchi politici di professione. Ricordate l’abolizione dei vitalizi? Adesso i professionisti della vecchia politica stanno cercando di farli rientrare dalla finestra. E non gli basterà, perché vogliono anche salvare le poltrone che eravamo riusciti a togliergli».

Di ritorno alle origini ha parlato invece la senatrice Paola Taverna, in un post sul Blog delle Stelle: «In tanti ce lo stanno chiedendo. Tornare a quando Beppe Grillo ci chiese di essere cittadini con l’elmetto. Noi lo siamo ancora, siamo in guerra. Una guerra gentile ma pur sempre una guerra, contro soprusi e privilegi, contro la casta».

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Sanremo di distrazione di massa

Dalle Sardine al Pil che scende, dalla psicosi coronavirus alla crisi Whirlpool, fino all'allarme antisemitismo saranno molti i temi oscurati dai riflettori dell'Ariston. "Me ne frego", per cinque giorni, sarà solo la canzone di Achille Lauro. Del resto, come dice Elettra Lamborghini, «Musica. E il resto scompare».

«Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente». Era il 1978 e Rino Gaetano saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston (arrivando terzo, dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa).

Già allora, però, il cantautore aveva capito come il Festival della canzone italiana fosse una bolla. Un «niente», però, che finisce col cancellare tutto il resto.

Ogni argomento, anche il più delicato o drammatico, è oscurato dai riflettori dell’Ariston. D’altronde tutti (anche chi si vanta di non seguirlo) conoscono perfettamente la sigla di Sanremo, ricordano a menadito la rituale presentazione che si ripete come un mantra ad ogni canzone («dirige l’orchestra il maestro…. applausi…. canta…. applausi»), sono pienamente consapevoli dall’incubo scalinata che a ogni edizione inspiegabilmente ricompare.

SALVINI E LA SUA BESTIA GIÀ CAVALCANO LA KERMESSE

Il 2020 non sarà da meno. A dare il segnale di come anche quest’anno il Festival sarà al centro dell’interesse nazionalpopolare è stato Matteo Salvini, che ha ben pensato di sfruttare già le polemiche sui cachet degli ospiti e sulla presenza in gara di Junior Cally con due post tra i più cliccati sulla sua pagina Facebook negli ultimi giorni.

Dopo aver visto cantare donne e uomini che hanno fatto la storia musicale del nostro Paese, trovo vergognoso che a…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

E chissà se durante la gara, Salvini continuerà a gridare all’emergenza sbarchi. «Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, Pd e compagni hanno riaperto porti e portoni, per la gioia di scafisti e trafficanti», scriveva su Fb il 2 febbraio. «Sbarchi nel 2020 aumentati del 700%, pazzesco. Non mi spaventano minacce e processi, torneremo al governo per proteggere l’Italia e i nostri figli».

Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, PD e compagni hanno…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

UN DIVERSIVO MUSICALE PER OPEN ARMS E GREGORETTI

Il Festival, però, potrebbe essere anche un ottimo diversivo per il leader della Lega, dopo che sabato scorso è arrivata la notizia dell’inchiesta per sequestro di persona anche sulla Open Arms, a cui quest’estate è stato negato per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti. Un caso che si aggiunge a quello scoppiato con la Gregoretti (a bordo in quella circostanza c’erano 131 migranti): proprio all’indomani di Sanremo, il 12 febbraio, sapremo se il Senato manderà a processo Salvini o no.

IL DERBY TRA SANREMO E PSICOSI DA CORONAVIRUS

Ma la vera domanda è un’altra: Sanremo riuscirà a oscurare anche l’emergenza per il nuovo coronavirus? Presto, tra una canzone e l’altra di Sanremo, ci saremo dimenticati delle ricercatrici che lo hanno isolato in Italia. E forse abbandoneremo per qualche giorno la psicosi che ha portato a vedere tutti i cinesi come untori.

IL PIL SCENDE, L’ITALIA GORGHEGGIA

Non c’è dubbio, però, che appena le porte dell’Ariston si apriranno, altri temi cadranno inesorabilmente nel dimenticatoio. Solo pochi giorni fa l’Istat ha inchiodato il governo: il Pil italiano nel quarto trimestre del 2019 si è contratto dello 0,3% rispetto al periodo luglio-settembre (è stato il peggior trimestre dal 2013) mentre i dipendenti stabili sono calati di 75 mila unità. Meglio non pensarci. Troppi numeri. I soli che potranno interessare saranno quelli degli ascolti per capire se Amadeus farà meglio di Baglioni o no.

WHIRLPOOL E ILVA O DILETTA LEOTTA?

Figuriamoci, poi, se le storie di aziende sull’orlo di una crisi possano mai avere la meglio sulle performance di Georgina o di Diletta Leotta. E così prepariamoci a dimenticare i tanti tavoli aperti tra ministero del Lavoro e Sviluppo economico, a cominciare dallo stabilimento di Whirlpool a Napoli che, a dispetto delle promesse di Luigi Di Maio (allora al Mise), rischia di chiudere e lasciare a piedi 420 lavoratori. L’unico risultato finora ottenuto dal governo è la promessa che nessun impianto verrà ceduto prima di ottobre. Poi si vedrà.

LEGGI ANCHE: Da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un “poi si vedrà” che, invece, è già scaduto su ArcelorMittal. Qui la spada di Damocle si avvicina. Venerdì 7 febbraio si deciderà sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva, contro il recesso di Arcelor dal polo siderurgico di Taranto. Tutto dipenderà dall’eventuale compromesso politico che si raggiungerà. Le trattative saranno fittissime in questi giorni, ma niente paura: noi parleremo di Amadeus.

LA POLITICA SILENZIATA DALLE CANZONI

Con le Regionali in Emilia-Romagna alle spalle, ora anche le sorti delle Sardine – e la polemica per la foto con i Benetton – probabilmente ci interesseranno via via sempre meno. Non che vada meglio a M5s e Pd, anche loro costretti a cedere il passo dinanzi alla domanda, molto più succulenta, se Peppe Vessicchio tornerà mai a dirigere l’orchestra. Fa niente se entrambe le forze politiche si preparano a una renovatio profonda, con i pentastellati pronti a voltare pagina dopo Di Maio, e i dem addirittura a cambiare nome al partito. È anche vero, però, che in ottica governativa questa spirale del silenzio potrebbe essere un toccasana per mettere in ordine le idee su questioni capitali: dalla riforma della giustizia allo stop alle concessioni autostradali fino alla legge elettorale. Figuriamoci, poi, se qualcuno si ricorderà del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari (29 marzo): l’unico voto interessante è quello sui cantanti in gara.

IL DRAMMA DEL FEMMINICIDIO

Ci sono, però, anche temi su cui l’attenzione non dovrebbe mai calare. Come il femminicidio. In una settimana sono state uccise sei donne e poco o nulla è stato detto. Nell’ultimo anno si sono registrati 876 episodi di violenze, nelle varie forme. Nel 2018 i procedimenti erano stati 789. Anche se a dire il vero, Sanremo ha già fatto parlare della violenza di genere. Dopo le tante polemiche, la presidente dell’associazione Italia delle Donne Gisella Valenza, come ha scritto La Stampa, ha querelato Amadeus, i vertici Rai e Junior Cally – al secolo Antonio Signore – per «istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione».

IL “ME NE FREGO” PER 5 GIORNI SARÀ SOLO QUELLO DI ACHILLE LAURO

Per i cinque giorni della kermesse magari torneremo tutti critici musicali, scordandoci che il 15,6% di noi pensa che la Shoah non sia mai esistita e dell’antisemitismo crescente nel nostro Paese. E il Me ne frego sarà per un po’ solo il titolo della canzone di Achille Lauro. Ribadisce il concetto Elettra Lamborghini: Musica. E il resto scompare.

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Il M5s ha espulso sei eletti non in regola con i rimborsi

Colpiti i deputati Aprile, Nitti, Frate, De Roma, Cappellani e il senatore Ciampolillo.

La scure dei probiviri M5s si abbatte sugli eletti non in regola con i rimborsi. Un post sul Blog delle Stelle comunica infatti che sei parlamentari sono stati espulsi.

Si tratta dei deputati Nadia Aprile, Michele Nitti, Flora Frate, Massimiliano De Roma, Santi Cappellani e del senatore Alfonso Ciampolillo. I probiviri spiegano che «chi non rispetta le regole va allontanato», principio che vale anche come titolo del post pubblicato sul Blog delle Stelle.

«Il percorso iniziato ad inizio novembre per la regolarizzazione di rendicontazioni e restituzioni degli eletti in parlamento, ha portato alla regolarizzazione della maggioranza delle posizioni pendenti», si legge nel testo. Anche perché «sul totale di 30 casi aperti alcuni portavoce hanno controdedotto in merito ai rilievi posti loro dal Collegio dei Probiviri, il quale, riscontrata la buonafede e la volontà di adempimento, ha intrapreso un dialogo per risolvere positivamente i casi».

Ma i sei espulsi non rientrano fra quanti hanno dato segnali di voler sanare la loro posizione, ottemperando alle regole interne del M5s. Pertanto «saranno allontanati dal gruppo parlamentare», a causa del «venir meno degli impegni presi».

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Secondo D’Alema il Pd ha bisogno del M5s

Secondo l'ex premier la prospettiva non è la «liquidazione» dei grillini, ma un'alleanza tra loro e il centrosinistra. «Il fascismo? Non credo che torni, però Salvini ha una carica di violenza e un comportamento neofascista»

La benedizione sui giallorossi è di quelle pesanti. Perché arrivata da Massimo D’Alema. Che, commentando le elezioni regionali, ha parlato così del futuro politico del Paese: «La prospettiva non è la liquidazione dei grillini» ma «una alleanza tra il centrosinistra e il Movimento 5 stelle. Non c’è alternativa, altrimenti si consegna il Paese a Matteo Salvini».

«COL PD DA SOLO NASCEREBBE UN BIPOLARISMO ZOPPO»

D’Alema ha parlato a Il Fatto Quotidiano, spiegando che «nel centrosinistra c’è chi pensa che i voti del M5s in crisi possano essere assorbiti dal Partito democratico, da un lato, e dalla Lega dall’altro. Ma io non credo realizzabile questa ipotesi, basata su una visione troppo semplicistica della realtà. L’Emilia-Romagna non è l’Italia, diciamo. Il Pd da solo contro tutti farebbe nascere solamente un bipolarismo zoppo».

«I CINQUE STELLE HANNO MESSAGGI DI SINISTRA»

Secondo l’ex presidente del Consiglio «non sarebbe un fatto positivo la scomparsa dei cinque stelle. Ma dalla crisi possono uscire soltanto attraverso una coraggiosa operazione culturale e politica». Mettendo da parte il posizionamento post ideologico: «Il successo elettorale del M5s è nato da un messaggio contro i privilegi e di solidarietà verso i più poveri. È un messaggio che può trovare la sua naturale collocazione a sinistra. Certo che i privilegi da combattere vanno al di là del ceto politico».

«SALVINI FA PERCEPIRE UN PERICOLO»

Quanto a Matteo Salvini, D’Alema ha affermato che «il leader leghista è portatore di un messaggio ideologico forte, che evoca la percezione di un pericolo. Io non penso che stia tornando il fascismo, né che la Lega sia fascista ma in Salvini emergono tratti di una cultura e un comportamento neofascista. Questo è altro rispetto alla tradizione leghista e ha introdotto una carica di violenza nella società italiana».

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Bonafede è il nuovo capodelegazione del M5s al governo

Il ministro della Giustizia sostituisce Di Maio come rappresentante del Movimento nell'esecutivo.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, a quanto si apprende, è stato eletto per capo delegazione del M5s al governo.

“Raccolgo il testimone dal mio amico Luigi Di Maio a cui vanno i nostri ringraziamenti per tutto quello che ha fatto. So che ci sarà bisogno di grande determinazione in un momento così delicato nella storia del MoVimento, così come importanti saranno le sfide da affrontare nei prossimi mesi. In questo cammino continuerò ad avvalermi dello stesso metodo che ho utilizzato finora, quello del dialogo e del confronto. L’obiettivo è chiaro: portare avanti il cambiamento!”.

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La battaglia nel M5s dopo il flop Regionali

Il Movimento tenta di ripartire dopo le elezioni, ma è diviso tra chi vuole l'abbraccio con il Pd e chi resta fedele alla "terza via". La sponda del referendum.

Essere l’ago della bilancia senza diventare un ago nel pagliaio. In questo agrodolce gioco di parole c’è tutta la mission impossible di un Movimento 5 Stelle che esce letteralmente a pezzi dalle Regionali. E il day after del voto già prelude al grande scontro che si avrà da qui agli Stati generali: quello tra chi persegue la linea della “terza via” e chi, soprattutto dopo l’ennesimo flop elettorale, vede oramai come inevitabile l’abbraccio al Pd. Sarà uno scontro tra titani e il rischio è che finisca invischiato anche il premier Giuseppe Conte. Il capo del governo, infatti, oggi torna a delineare la sua strategia “giallo-rosa”, quello di un campo largo contro le destre. È una strategia che Conte, non a caso, infarcisce di temi “cari” al Movimento, come lo sviluppo sostenibile, la svolta green, la digitalizzazione. Ma, per ora, dai vertici arriva un netto no. Vito Crimi, il nuovo capo politico del M5S post-Di Maio traccia infatti una linea non dissimile da quella del ministro degli Esteri: il Movimento deve correre da solo, partendo dalle origini, ovvero dal fallimento del bipolarismo. Altri “big”, però, si muovono in direzione opposta. È noto che, da tempo, Beppe Grillo persegue la strategia dell’avvicinamento al Pd. È una strategia che, in molti parlamentari e in qualche ministro, trova dei decisi fautori. E, pur nel suo silenzio, la linea probabilmente non dispiace neppure a Roberto Fico. Dall’altro lato della trincea c’è invece chi vuole un Movimento “terzo” rispetto a sinistra e destra, chi crede, con fermezza, che aderire ad un campo del centro-sinistra significherebbe estinguersi. Lo pensava Di Maio, lo pensa Alessandro Di Battista, lo mettono nero su bianco sui social “big” come Ignazio Corrao, Stefano Buffagni, Laura Castelli. È la posizione delle origini, quella che ideò Gianroberto Casaleggio e che il figlio Davide di certo non disdegna. È tutta qui la battaglia che si consumerà da qui a marzo. Con un’appendice. Dopo l’ennesimo flop il passo dallo scontro interno alla scissione è più breve. Anche perché, ad intaccare le convinzioni di chi pensa ad un M5S ago della bilancia c’è il dato del voto in Emilia-Romagna, culla del Movimento ma teatro di un trasferimento massiccio di voti dall’universo pentastellato al Pd. «La linea dell’ago della bilancia è una linea coerente, ma per esserlo bisogna essere forti», spiega una fonte vicinissima ai vertici del Movimento. Un gancio alla difficile risalita è offerto dal referendum sul taglio dei parlamentari. «È un tema prioritario», assicura Crimi. Un tema che, nel mare di divisioni interne, potrebbe rivedere il Movimento unito. E forse non è un caso che nei vertici pentastellati si stia pensando ad uno slittamento degli Stati generali. Dal 15 marzo, data annunciata nei giorni scorsi da Di Maio, al 29 marzo, data del referendum sul taglio agli eletti. È su questo tema che Crimi potrebbe chiedere quel rilancio all’unità a cui il capo politico fa appello nelle primissime ore del post-Regionali. Non sarà facile. Il Movimento in queste ore è un mix di facce scure e mutismi congegnati ad hoc. In rigoroso silenzio sta Di Maio, l’uomo che sul flop alle Regionali non ha voluto metterci la faccia con una motivazione ben chiara: lui era contrario alla discesa in campo. Non parla Grillo, non parla Casaleggio, non parla il “Dibba” dall’Iran. Anche Fico evita di esporsi. Parlano, eccome, quei parlamentari che già nelle scorse settimane chiedevano una svolta nella struttura e nella direzione politico del Movimento: da Paolo Lattanzio a Giorgio Trizzino. Parlamentari che, in fondo, si ritrovano nella mozione di Emanuele Dessì, che guarda a un Movimento “riformista”. Parla chi come Buffagni ammette con nettezza che, da quando è andato al governo, il «il M5s ha sbagliato a rincorrere gli altri». E, sullo sfondo, resta il tema della leadership. Il nome verrà solo dopo la linea che il M5S vorrà adottare. L’idea di un volto femminile piace e non sono apparse inosservate le nette parole di Chiara Appendino («Il M5s deve ritrovare fiducia in sé»). Ma ogni ipotesi deve fare i conti con Di Maio. L’ex leader non ha alcuna intenzione di farsi da parte e già domani alla congiunta notturna, la sua presenza non sarà certo marginale.

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Il flop M5s in Emilia-Romagna? Citofonare Bugani

Nel 2010 il M5s esordì alle Regionali con il 7% conquistato da Giovanni Favia. Dieci anni dopo è finito al 3,7%. Un declino che è il risultato di una lunga serie di errori. E il primo imputato è il "segretario" cittadino.

Con le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna si chiude il capitolo Movimento 5 stelle.

Le Sardine avevano già anticipato questo risultato.

Ad animare le piazze non erano più i grillini, ma quattro ragazzi bolognesi che, con toni ben diversi da quelli usati da Beppe Grillo nel 2007, hanno riempito Piazza Maggiore prima e Piazza VIII Agosto poi. 

L’EXPLOIT DEL 2010 E POI LA DISCESA

Alle Regionali del 2010, la lista M5s ottenne il 6% mentre il candidato presidente Giovanni Favia il 7% (161 mila voti). L’affluenza fu del 68% (simile a quella di oggi) e così i 5 stelle elessero due consiglieri regionali.

LEGGI ANCHE: Favia commenta il flop M5s

Nel 2014, il M5s emiliano-romagnolo dava già primi segnali di crisi. I voti furono 159 mila, mentre la candidata presidente Giulia Gibertoni riuscì a ottenere 167 mila preferenze (il 13%). Grazie a un’affluenza del 37%, il M5s portò in Regione cinque consiglieri. Sempre nel 2014 il segretario regionale era Massimo Bugani che condusse la campagna elettorale mettendo la sua faccia a fianco dei fedelissimi. Dopo il risultato deludente, addossò le colpe ai soliti detrattori, senza fare la minima autocritica.

IL FLOP DI BENINI

Il risultato odierno riporta il M5s indietro nel tempo: due consiglieri eletti con il 4,7% dei voti alla lista. E con il candidato governatore Simone Benini fermo al 3,5%. Ben al di sotto dell’esordio del 2010. Benini ha infatti totalizzato 80 mila preferenze. La metà di quelle di Giovanni Favia nel 2010.

UNA FINE ANNUNCIATA DA TEMPO

Questa fine era annunciata da tempo e la responsabilità è da imputare principalmente al fautore di tutti gli insuccessi comunali e regionali: Massimo Bugani. L’uomo di Casaleggio in Emilia-Romagna ha plasmato il Movimento 5 stelle a sua immagine e somiglianza, formando le liste elettorali di fedelissimi durante le serate in pizzeria invece che in assemblea, eliminando le primarie per il sindaco di Bologna nel 2016, autoproclamandosi «candidato naturale» (alle Comunali si fermò al 16%) ed espellendo centinaia di attivisti in tutta la regione che non erano allineati.

LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI INCARICHI

Ha vestito il ruolo di consigliere comunale, vice capo di gabinetto di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi e socio dell’associazione Rousseau allo stesso tempo. Lui che aveva sempre gridato contro i doppi incarichi ne ha avuti tre in colpo solo. Pur essendosi dimesso dalla segreteria di Di Maio lo scorso agosto e non essendo più socio di Rousseau (resta referente della funzione Sharing), resta comunque capo staff della sindaca di Roma Virginia Raggi, mantenendo anche il suo posto in Consiglio comunale a Bologna.

UNA LUNGA SCIA DI INSUCCESSI

Ai motivi del declino pentastellato si devono aggiunge l’inchiesta sulle presunte firme irregolari raccolte dal M5s in occasione delle Regionali del 2014 in Emilia Romagna – che vede il braccio destro di Bugani, il consigliere comunale Marco Piazza, rinviato a giudizio con il suo collaboratore e una ex attivista – e le defezioni di consiglieri comunali e regionali che si sono ribellati ai continui voltafaccia del partito a livello nazionale. Tra i grandi risultati di Bugani va poi annoverata la perdita di Imola, conquistata dal M5s nel 2018, che ha visto la sindaca Manuela Sangiorgi dimettersi dopo appena un anno di governo. «Il M5s non esiste più. Il M5s è morto ed è morto quando è morto Gianroberto Casaleggio», si era sfogata la prima cittadina a fine ottobre in una intervista a ÈTv. «Abbiamo visto appropriarsi di ruoli apicali da parte di persone senza arte né parte, perdere 6 milioni di voti in un anno e fare finta di niente». Prima o poi, però, arriva il conto. Sono comunque serviti sette anni di gestione Bugani (2013-2019) per far capire agli emiliano-romagnoli che il M5s è totalmente cambiato e non è più il movimento trasparente e fatto di gente intellettualmente onesta che era nel 2010. Meglio tardi che mai, ma non scordiamoci i responsabili. Sono gli stessi che oggi vanno in tivù a dire «Io ve l’avevo detto che era meglio non presentarsi». Basterebbe conoscere la storia del M5s in Emilia per saper rispondere adeguatamente a queste facce di bronzo e inchiodarle alle loro responsabilità.

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Giovanni Favia commenta il tonfo del M5s a Bologna e in Emilia-Romagna

Alle Regionali del 2010, il M5s appena nato conquistava un insperato 7%. Oggi Simone Benini è fermo al 4. «La culla del Movimento è diventata la sua tomba», spiega il protagonista di quel boom finito espulso da Grillo e Casaleggio. L'intervista.

Quello del Movimento 5 stelle alle Regionali è stato «il più grande tonfo della storia repubblicana».

E segna la «tomba» del progetto là dove era nato elettoralmente, in Emilia-Romagna e a Bologna. Per questo gli Stati Generali di marzo saranno «un’operazione metafisica, che porterà a una fine mesta».

Giovanni Favia, candidato presidente del M5s in Emilia-Romagna nel 2010, consigliere regionale e poi espulso – ufficialmente – per la sua partecipazione alla trasmissione di Michele Santoro Servizio Pubblico, torna ad attaccare i vertici pentastellati. E, risultati alla mano, elogia le Sardine. «Non ho simpatie per loro», dice a Lettera43.it, «ma sono i veri vincitori».

Giovanni Favia (LaPresse).

DOMANDA. Lei nel 2010 ottenne il 7%, un boom per il nascente M5s. Dieci anni dopo, Simone Benini è al 4%…
RISPOSTA. E dire che eravamo all’1% sul livello nazionale. Bologna e l’Emilia-Romagna sono state la culla del Movimento 5 stelle e ora ne sono la tomba. È il più grande tonfo della storia repubblicana non causato da alcuna bomba giudiziaria. Un partito dal 32% è quasi sceso a percentuali da prefisso telefonico: è stato il più grande inganno organizzato da un’agenzia di marketing.

Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini

Più di una volta il Movimento è stato dato per finito.
Il partito che non era né di destra né di sinistra è diventato sia di destra sia di sinistra. E ci consegna degli elettori strapazzati dalla fregatura che hanno preso. I principi del Movimento sono finiti da parecchio. Certo, il potere può avere un’onda lunga. 

Però bisogna ammettere che in questi anni sono stati raggiunti risultati impensabili…
Hanno puntato sull’ambivalenza mischiando un po’ di populismo di sinistra e un po’ di populismo di destra. Hanno creato un polpettone che ha funzionato finché erano all’opposizione. Sono stati ossessionati dalla comunicazione. E dire che era il partito che non voleva andare in tivù. Ma il successo non si è basato su un nuovo Movimento, anzi.

Quindi davvero non si può risollevare, o almeno salvare, il M5s?
Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini. Da lui è arrivato un fortuito abbraccio del cobra: con Luigi Di Maio c’era un amore politico corrisposto. Alla fine però li ha soffocati.

A proposito, cosa pensa delle dimissioni di Di Maio?
Era il capo politico, ma in realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo.

A marzo ci saranno gli Stati Generali. Che compito spetta all’erede di Di Maio?
È un’operazione metafisica, sarà poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno un po’ di qua, un po’ di là. Qualcuno tenterà di fare qualcosa: è una parabola a cui ho già assistito.

In questa dinamica di perdita di consensi ha inciso di più l’alleanza con il Pd o con la Lega?
È stato un destro-sinistro, come si direbbe nel linguaggio del pugilato. Forse è stata più fatale l’alleanza con il Pd. L’accordo con la Lega poteva essere giustificato con la necessità di sbloccare uno stallo politico e fare un governo. Dopo si è visto che era solo un gioco di poltrone: i moralizzatori del sistema hanno creato un sistema peggiore di quello che criticavano.

Di Maio? In realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo

Quindi il M5S non avrebbe dovuto avallare l’alleanza con alcuna forza politica?
Per stare al governo c’è bisogno di avere delle capacità, una visione. Il progetto politico non c’era, esistevano solo degli spot e dei meme su Facebook per prendersi gli applausi. Una linea ondivaga con una retorica populista. Ma adesso gli italiani lo hanno capito, si sono scottati provando il Movimento 5 stelle.

E quale impatto ci sarà sul piano nazionale?
Nonostante quello che dice Vito Crimi, si tornerà al bipolarismo. Ci sarà un post Salvini nel centrodestra, perché il bipolarismo non può sostenere un leader eccessivo come lui. Quindi ci sarà una guida diversa. A sinistra non si vede nulla. Questa fase politica è una sconfitta anche per Matteo Renzi. Non so se partirà qualcosa dal movimento delle Sardine.

Gli Stati Generali saranno poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno, qualcuno tenterà di fare qualcosa, ma è una parabola a cui ho già assistito

Pensa che le Sardine possano essere qualcosa di simile al Movimento 5 stelle?
Il leader delle Sardine si è dimostrato molto più abile di quanto si credesse nei primi giorni dopo la manifestazione di Bologna. Non ho particolari simpatie nei loro confronti, ma sono i veri vincitori di queste elezioni. Sono riusciti a occupare per 40 giorni la campagna elettorale, sia sul piano culturale che mediatico, togliendo la scena a Salvini.

Un’ultima domanda personale: Favia può tornare in politica?
Oggi non c’è lo spazio. Mi piacerebbe una realtà di centro moderato capace di andare fuori dalle vecchie logiche e dai soliti schemi. Siamo in tanti gli orfani di un progetto diverso.

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Le elezioni regionali confermano l’irrilevanza del M5s

I pentastellati escono con le ossa rotte dalla competizione in Emilia Romagna e Calabria. E pensare che alle Politiche del 2018 avevano fatto il pieno di voti. Salvini: «Sono scomparsi». E Zingaretti celebra il ritorno del bipolarismo.

C’è uno spettro che si aggira sulla scena politica italiana. Il Movimento 5 stelle esce con le ossa rotte anche dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Elezioni alle quali l’ex capo politico, Luigi Di Maio, non avrebbe nemmeno voluto presentarsi, ma è stato costretto a farlo dalla base e da alcuni maggiorenti pentastellati, il cui obiettivo principale forse era proprio quello di indebilire ulteriormente la sua leadership.

L’Emilia-Romagna e la Calabria non sono due terre qualunque per il Movimento. Nella prima il M5s è nato con il VaffaDay e ha avuto il primo sindaco, eleggendo Federico Pizzarotti a Parma. Qui alle Politiche del 2018 aveva preso il 27,5%, diventando il primo partito e superando di un punto il Pd. Mentre alle ultime Europee si è fermato al 12%. In Calabria le dimensioni della disfatta sono ancora più macroscopiche: nel 2018 i pentastellati fecero il botto con il 43,4% dei consensi, mentre il successo alle Europee è stato molto più contenuto (26,7% contro il 22,6% della Lega).

I risultati delle regionali del 26 gennaio sono impietosi e confermano l’irrilevanza cui il M5s sembra ormai essersi condannato in modo irreversibile. Secono le proiezioni, infatti, in Emilia la coalizione che sostiene Simone Benini si è fermato sotto al 4%, mentre in Calabria i consensi accreditati a Francesco Aiello (“scomunicato” dal presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra) sarebbero inferiori all’8%. Scavalcato anche dal civico Tansi, ex presidente della Protezione civile.

Commentando a caldo i risultati, il leader della Lega Matteo Salvini ne ha approfittato per affondare il colpo contro gli ex alleati di governo, ai quali adesso spera di rosicchiare altri voti: «Se i dati del M5s csaranno confermati, il Movimento scompare dalla regione Emilia-Romagna e quasi scompare anche dalla Calabria. È evidente che domani a Roma qualcosa cambierà».

Meno dure, ma ugualmente significative le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «Non mi permetto di dire nulla al M5s, ma c’è un travaglio che è sotto gli occhi di tutti. Si sta tornando a un sistema bipolare. Come accaduto in Calabria e in Emilia Romagna, si sceglie tra i due principali contendenti. Lo dico da alleato, non da avversario». Quello che Zingaretti non dice, però, è che una legge elettorale proporzionale potrebbe fare da salvagente ai pentastellati. E il Germanicum sostenuto dal Pd va esattamente in questa direzione.

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Se il M5s piange, Salvini e Borghi non rideranno

I cinque stelle si sono sgretolati. E non sorprende nessuno. Ma chi crede che la Lega sovranista con ricette economiche folli e senza fondamento salverà questo disastrato Paese vaneggia.

Non c’è nessuna sorpresa nella crisi che ha portato il Movimento 5 stelle giù dal firmamento.

Era prevedibile il logoramento del suo leader (su delega) Luigi Di Maio,  lo erano da molti mesi le grigie a dir poco prospettive elettorali, ed era prevedibile la spaccatura fra due anime, una più “pura” e un’altra genericamente progressista, come si usa dire in Italia da tempo con vago significato. Le cose non vanno bene e una parte addossa la colpa all’altra. 

Qualcuno a parte gli aventi causa pensava forse che un Movimento – termine già in sé  destabilizzante –  con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e pantomime e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo potesse avere un brillante futuro politico?

IL BORGHISMO LEGHISTA NON RISOLVERÀ NULLA

E ugualmente, qualcuno al di fuori di quanti palpitano per i tweet salviniani (e non sono pochi) pensa forse che la Lega di Matteo Salvini,  che pure ha una storia assai diversa dal M5s e molta più esperienza, possa  gestire gli anni difficili che l’Italia sta vivendo e vivrà centrando tutto su un  non meglio precisato nazionalismo, chiamato goffamente oggi sovranismo

LEGGI ANCHE: Vinca o perda, è l’ultima battaglia di Salvini

Come dire: se possiamo fare a modo nostro risolviamo tutto. È stata questa nel 2018-2019 e forse è ancora la cosiddetta linea Borghi, da Claudio Borghi Aquilini, il padre dei minibot e di varie altre fantasie tra l’incredibile e il folle, portato da Salvini ai vertici del parlamento italiano. Si aspetta con una certa impazienza di sapere se le sue sparate sono ancora, nella Lega, moneta sonante (in lire naturalmente) o carta straccia. Nell’incertezza sui destini del borghismo, a ogni rafforzamento del salvinismo lo spread sale. 

I MOTIVI DEL TRIONFO DEL M5S NEL 2018

L’incredibile dell’Italia è che a fronte di nodi ormai storici, di portata cioè tale da interessare e richiedere gli sforzi non di pochi anni ma di un’intera generazione per fermare e invertire il declino socio-economico della nazione, ci sia stata una forza che sull’onda del reddito di cittadinanza e di un vago programma di “giustizia e onestà” via Internet è riuscita a dominare le ultime elezioni politiche del marzo 2018.

Qualcuno pensava forse che un Movimento con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo, potesse avere un brillante futuro politico?  

I cinque stelle portavano infatti in parlamento 348 eletti provenienti per lo più dal nulla, la voce del popolo insomma, e stravincevano grazie alla distribuzione di denaro pubblico, in larghe zone del Paese e con risultati spesso plebiscitari. La falange parlamentare pentastellata partiva con numeri superiori a quelli avuti dalla Dc nelle ultime elezioni politiche della Prima Repubblica, nel 1992 (348 eletti scesi ora a 325 dopo varie defezioni contro i 313 Dc di 28 anni fa) e quasi pari a quelli dei parlamentari democristiani del 1987 (359). Nemmeno con il cambio di alleanze, Lega prima e Pd adesso, sono riusciti a combinare un granché oltre al reddito di cittadinanza. Cioè la distribuzione di mance elettorali, non sempre ma spesso, con un costo complessivo di circa 470 milioni di euro al mese, secondo stime ricavate dagli ultimi dati Inps.  

LA BATTAGLIA ELETTORALE PER QUOTA 100

Avendo i 5 stelle il reddito di cittadinanza, Matteo Salvini pensò bene di prepararsi al voto politico che poi si tenne il 4 marzo 2018 con Quota 100,  cioè la parziale correzione della legge Fornero, consentendo fino a tutto il 2021 di andare in pensione con un minimo di 62 anni di età e 38 di versamenti, in aggiunta alla precedente cosiddetta “opzione donna”. Nulla da dire, anzi una correzione più che giusta per lavori pesanti e usuranti, caso più citato l’edilizia, dove dopo i 60 anni spesso il fisico è meno adatto a certi compiti. Ma poiché a Salvini interessavano i voti, non si è limitato a categorie e ruoli specifici e ha spinto un provvedimento che ha visto, per esempio, una notevole adesione di dipendenti pubblici, settore dove il lavoro usurante, cioè pesante, non è particolarmente diffuso. 

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento

E adesso il segretario generale CgilMaurizio Landini, è all’attacco della legge Fornero (che, sia chiaro, ha vari punti da rivedere, a partire dall’adeguamento troppo rigido alle aspettative medie di vita) e chiede il pensionamento per tutti a 62 anni, richiesta in linea con un sindacato che ormai ha il suo nerbo di iscritti in pensionati e pensionandi. E per nulla in linea con le risorse disponibili e un serio patto generazionale. I giovani o semi-giovani sono infatti chiamati a pagare quello che mai potranno a suo tempo ricevere. Ma si premiano gli elettori pensionandi di oggi, per i minipensionati imbufaliti di domani si vedrà.  

LE RISORSE NAZIONALI NON SONO ELASTICHE

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero,  per arrivare alla recentissima affermazione di Salvini «siamo noi leghisti i veri socialisti», c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento (e in parte lo sono, fino a quando ci si può indebitare), e che la logica distributiva possa continuare indisturbata. Dietro a questo c’è la grave sottovalutazione di almeno tre dati di fondo.

IL DRAMMA DEL CROLLO DEMOGRAFICO

La prima e più drammatica realtà è il crollo demografico, che ha portato  nella fascia 0-24 anni a 6 milioni di italiani in meno rispetto alla fascia 55-84; in pratica dagli Anni 90 la natalità è crollata, e milioni di legittime decisioni individuali legate alla sfera più personale e sacra hanno creato un grosso problema collettivo, che pesa molto sulla mancata crescita economica del Paese

Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante

Chi è totalmente contrario all’immigrazione fa male a ignorarlo. È un buco demografico che non accenna a ridursi e ormai segna profondamente la realtà italiana e la segnerà fino a fine secolo, anche se la natalità in futuro dovesse riprendere tassi meno distruttivi. In questo  siamo una anomalia in Europa, dove ovunque o quasi la natalità è bassa ma non ai livelli italiani, e anche per questo la crescita altrove nella Ue è stata nell’ultimo quindicennio più alta. 

LA SCURE DEL DEBITO PUBBLICO E LA PERDITA DI COMPETITIVITÀ

La seconda realtà che se non affrontata diventerà drammatica, e già in parte lo è, è il debito pubblico, che deve cominciare a diminuire dopo aver trovato politici sufficientemente coraggiosi e capaci di dire al Paese la verità. Non basta il calo del disavanzo primario, deve scendere il debito in assoluto. La terza è la perdita di competitività produttiva e l’indebolimento in vari settori industriali, finora compensato dalla vitalità complessiva del sistema, ma occorre occuparsene seriamente.

LE RISPOSTE INSUFFICIENTI DI M5S E CARROCCIO

Il mondo dei 5 stelle e della loro robustissima, numericamente, compagine ministeriale viene da un altro pianeta rispetto a questi problemi e i più fra loro nemmeno sanno bene di che si tratta. Il vate di Sant’Ilario, Beppe Grillo, sa fare a proposito solo degli spettacolini, non troppo diversi dalla pantomima messa in scena nel febbraio 2018 sotto la statua ginevrina a  Rousseau (Jean-Jacques), patrono della semidefunta piattaforma web grillina per la democrazia diretta. Salvini è diverso, ha un vero partito a confronto, non ha giocato la carta fasulla de “la Rete” ma quella più pericolosa del nazionalismo, pericolosa perché nell’Europa di oggi ben poche soluzioni sono strettamente nazionali. In particolare a fronte di problemi serissimi come i tre indicati (demografia, debito, competitività economica) Salvini, che pure sulla demografia alcune cose le ha dette, ha giocato la carta del borghismo.

LE FROTTOLE NO EURO E NAZIONALISTE

Il borghismo è il principio per cui se tutto torna nazionale, e “facciamo da noi”, risolviamo tutto. Sono indimenticabili  le campagne no euro di Borghi e Salvini e gli attacchi costanti alla Ue, a proposito e a sproposito. Il borghismo è la scelta nazionalistica, a partire dalla follia davvero incredibile di una banca centrale nazionale, basta euro e basta Bce, che potrebbe finalmente colmare il debito riappropriandosi del potere di creare moneta, così, all’infinito. Questo Borghi ha detto e voluto far credere. È la strada già percorsa con risultati disastrosi in Argentina da Juan Domingo Perón. Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante. Salvini parla adesso anche di socialismo, in Emilia-Romagna, una terra  che dal socialismo di vari colori (anche quello nero) è stata per oltre un secolo affascinata. Il suo è un socialismo nazionale, ovviamente, lo si può dire scartando nettamente ogni parentela con il lontano passato, ogni analogia con la violenza di allora, e ogni rischio per la democrazia oggi inesistente, ma sempre di socialismo nazionale si tratta. Questo se Salvini resterà fedele al borghismo e alle sue ricette demagogiche e false, fatte di soluzioni facili per problemi difficili.   

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Il futuro di Di Maio tra Gattopardo e modello Renzi

Ora che non è più capo politico, Di Maio potrebbe seguire la strada del senatore di Rignano e come "ministro semplice" pungolare Conte. Oppure da Gattopardo tornare alla carica in occasione degli Stati generali del M5s. Dimostrando di essere l'unico leader possibile. Più difficile un asse con Dibba o un ticket con Appendino. Le ipotesi in campo.

Tornare in scena, da capo politico, o restare battitore libero, portando avanti l’idea del Movimento 5 stelle come “terza via”. L’ago della bilancia tra destra e sinistra: la sua visione preferita. In attesa di tempi migliori.

Un fatto è a prova di smentita: Luigi Di Maio, a soli 33 anni, non ha affatto intenzione di diventare un “ex” della politica.

E ha chiaramente scandito di non voler mollare. Ha tolto la cravatta, certo, ma più come segno di sfida che di resa. Le strade davanti a sé sono numerose. E da qui agli Stati generali di marzo resterà comunque il punto di riferimento del M5s, mentre per il futuro nessuno scommette un centesimo sull’ipotesi che possa defilarsi. Così la domanda circola con insistenza: cosa farà Di Maio da grande?

1. DI MAIO IL GATTOPARDO

Tutto cambia, perché nulla cambi. Tra le versioni più accreditate nella giornata di mercoledì al Tempio di Adriano, a Roma, circolava proprio questa: le dimissioni come strumento di rafforzamento. Di Maio, in queste settimane, può far emergere che il Movimento non ha leadership alternative. Con buona pace dei Patuanelli, dei Fico e delle Lombardi, che ambiscono a diventare leader o comunque ad aprire a una guida collegiale. Una posizione gattopardesca per mettere a nudo il vuoto intorno a sé, silenziando con i fatti le numerose critiche dei detrattori, grande bersaglio del suo intervento. Un’operazione-maquillage, messa in campo con Davide Casaleggio (definito un «fratello maggiore») per restare in sella. Più forte di prima e con gli avversari interni, «i pugnalatori», sbaragliati. 

2. NUME TUTELARE DI APPENDINO

La presentazione dei facilitatori nazionali ha evidenziato la volontà di puntare sulle donne: da Paola Taverna a Barbara Floridia, un M5S a trazione femminile. Per il “nuovo” Di Maio esiste anche una valida opzione: il ticket con la sindaca di Torino, Chiara Appendino. Le difficoltà amministrative, infatti, non hanno oscurato l’immagine della prima cittadina torinese: è sempre molto amata dalla Base e rispetto alla sua collega romana, Virginia Raggi, gode di una buona stampa, almeno sul piano nazionale. Una verniciata di rinnovamento ancora più significativa rispetto al ritorno alla leadership solitaria. E non sarà sfuggito che Appendino ha prontamente manifestato la sua vicinanza al capo politico dimissionario. Di Maio potrebbe anche preferire il ruolo di nume tutelare della sindaca, trasformata in leader del Movimento.

3. IL FANTASCIENTICO ASSE CON DIBBA

C’è anche una possibilità, per certi versi clamorosa: rilanciare l’asse con Alessandro Di Battista. Nei mesi scorsi c’era stata una spaccatura, nemmeno tanto velata, salvo poi ricompattarsi per necessità sulle battaglie più infuocate del Movimento 5 stelle. A cominciare dalla revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia. Alla fine, però, è maturata la rottura definitiva con l’espulsione di Gianluigi Paragone, il senatore difeso a spada tratta da Dibba.

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Le incognite sull’ipotetico asse tra i due Di (Di Maio e Di Battista) sono comunque pesanti: significherebbe il ritorno di un Di Maio di lotta, con il vigore delle origini e la conseguente caduta del governo. Perché nessuno immagina un Movimento con Di Battista in primo piano, alleato del Pd. Questo scenario, tuttavia, imporrebbe il superamento delle tensioni tra i due, dopo che l’ormai ex capo politico ha lanciato delle frecciate a chi non si è assunto le proprie responsabilità. Ed è difficile non cogliere in filigrana un riferimento a Di Battista, che ha continuato a fare da battitore libero, spostandosi dal Sudamerica all’Iran. Ma il personaggio Di Maio ci ha abituato a clamorosi ribaltamenti di fronte, come l’alleanza con il Pd, da lui etichettato qualche giorno prima «il partito di Bibbiano».

4. IL MODELLO RENZI

C’è chi adombra un’altra eventualità: seguire la strategia di Matteo Renzi, che per qualche mese si è professato «senatore semplice», prima di tornare prepotentemente alla ribalta. Con la regia per la nascita del Conte 2, di cui oggi è uno dei principali fustigatori. Ecco, Di Maio può limitarsi a fare il “ministro semplice”, bacchettando costantemente l’attività dell’esecutivo e spingendo sui dossier più cari al Movimento, spesso molto divisivi. Già nell’incontro di mercoledì, dall’immigrazione ai tagli alla Giustizia, ha dettato un’agenda alquanto indigesta agli alleati con la rivendicazione della denuncia sul ruolo delle Ong e l’abolizione della prescrizione. Dalla Farnesina, con le mani libere, sarebbe pronto a fare il controcanto quotidiano, pungolando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e dimostrando all’eventuale nuovo capo politico dei 5 stelle che il vero leader resta lui, Luigi da Pomigliano.

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