Serve un governo e questo non lo è

Basta chiacchiere su migranti, Mes e mascherine. Se Conte non è capace di fare un salto di qualità, deve saltare e lasciare il posto.

L’Italia, sempre ma soprattutto nel tempo del Covid, ha bisogno di un governo. Quali caratteristiche deve avere questo governo? Deve essere innanzitutto autorevole. L’autorevolezza non significa il consenso bulgaro, ma che il governo sappia comandare la macchina dello stato, sappia prendere decisioni tempestive, indichi ai cittadini i comportamenti che in fase di emergenza si possono temere o no, sappia guidare il sistema regionale, dia agli imprenditori prospettive serie in tempi stabiliti, sappia alleviare le sofferenze dei più poveri.

BASTA CON LE CHIACCHIERE

Queste cose le può fare un governo di sinistra o di destra. A scelta vostra, io ovviamente ho la mia scelta. Non è necessario che questo governo abbia applausi o like sui social, l’importante è che faccia. Una volta Cuore fece l’elenco delle correnti del Pci, che ufficialmente non esistevano, e ne indicò una a guida Gerardo Chiaromonte, storico leader riformista, che aveva come nome “Basta con le chiacchiere”. Ecco: basta con le chiacchiere. Con quelle sui migranti, sul Mes, sulle mascherine ecc. ecc.

UNA SITUAZIONE DI PERICOLO, A PARTIRE DA SILVIA ROMANO

Senza un governo con queste caratteristiche diventa difficile anche la cosa più semplice e si discute di stupidaggini ogni giorno che dio manda in terra. I giornali di destra stanno massacrando la povera Silvia creando attorno a lei una situazione di pericolo che merita di essere vigilata. Un governo serio, in via informale, suggerisce alla prefettura di Milano di non perdere tempo nel darle la tutela. Magari il conto lo mandiamo a Feltri.

SULLE MASCHERINE SI MUOVA IL MINISTRO DEGLI INTERNI

Mancano la mascherine? Oppure ci sono nei depositi delle regioni? Il ministro degli Interni scateni l’inferno e trovi le mascherine e se 0,50 non è remunerativo per i farmacisti (e non lo è) si stabilisca un prezzo equo.

Il Mes, basta con le chiacchiere appunto, chissenefrega delle opinioni dei 5 stelle. Più parlano, più l’Italia appare un debitore inaffidabile.

ORGANIZZAZIONI CRIMINALI IN PIENA FASE 3

E poi occhio a quel che succede nel grande mondo della piccola e media distribuzione: usurai, finanziamenti fasulli ad esercizi per riciclare denaro sporco. Anche le organizzazioni criminali sono uscite dal letargo della Fase 1 e sono in piena Fase 3.

Queste cose ed altre le può fare un governo vero.

Soprattutto una deve fare. Abbiamo sempre saputo qual era la collocazione internazionale dell’Italia. Ora invece c’è chi tira per Putin e chi per la Cina. L’innamoramento cinese è trasversale. Dovremmo essere, invece, europeisti e atlantisti. Invece siamo tornati una Italietta che si è messa sul mercato. Uno squallore prima che un errore.

O CONTE FA IL SALTO DI QUALITÁ O DEVE SALTARE

Questo governo che servirebbe con tutta evidenza non è il governo Conte. Penso che il premier abbia fatto cose che altri suoi sodali giallo verdi non avrebbero mai fatto. Ha avuto alle spalle un partito generoso, il Pd. Ora non basta più. Ora serve un salto di qualità, o lui fa il salto o deve saltare e lasciare il posto a un altro.

P.S. Leggo che fra qualche giorno questo giornale chiuderà. Mi dispiace molto e sono grato alla redazione e a Paolo Madron pe lo spazio di libertà che mi hanno dato. Io scendo qui. I funerali non mi piacciono.

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È tutto sulle spalle del Pd. Zingaretti ora dica basta

Il segretario non deve confondere la tradizione di responsabilità del partito con la vocazione al sacrificio. Morire per Crimi o perdere la fiducia degli italiani a causa delle incursioni di Salvini non vale la pena. È il momento di dettare all'alleato M5s le condizioni per proseguire. Altrimenti un bel vaffa si vada al voto.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire. Questa parte politica e questo suo elettorato non sono premiati dai sondaggi che, invece, indicano come vi sia una maggioranza favore di chi con la crisi sta giocando e mettendo a rischio la comunità nazionale.

Il partito è il Pd che deve fronteggiare quotidianamente un premier vanesio e scattante su qualsiasi nomina pubblica e un alleato di governo cialtronesco che si muove come una variabile impazzita su tutto lo scacchiere politico-sociale.

ANDREBBE APPLICATA LA “DIPLOMAZIA DEL VAFFA”

Non si capisce perché questo partito responsabile e il suo elettorato debbano farsi carico di una componente così irresponsabile. D’altro canto all’opposizione ci sono due forze di cui una torna a vivere le suggestioni di uno scontro frontale in una guerra senza limiti agli avversari politici, alle istituzioni, alla convivenza civile e un’altra attratta dalle proprie urla nel timore di perdere quel vantaggio che i sondaggi le stanno dando. La domanda è semplice. Fino a che punto è utile che il Pd e la sua gente si facciano carico di questa situazione? Non è arrivato il momento di applicare quella aurea “diplomazia del vaffa”, chiudere baracca e burattini, e fare al Paese un discorso di verità?

LA LEGA E IL DISASTRO LOMBARDO

Il discorso di verità non è lungo, anzi lo è ma è sintetizzabile con esempi lampanti. C’è un partito di opposizione che ha sottratto soldi allo Stato ma che pretende di fare il giustiziere di sprechi altri. Questo partito aveva una classe dirigente periferica fra buona e eccellente. Il giudizio non è cambiato solo se sottraiamo dal calcolo i governanti della principale regione d’Italia, la Lombardia. I dati del Covid-19 ci dicono che il caso italiano non sarebbe così clamoroso se la Lombardia fosse stata guidata da persone serie e non da due incapaci.

IL M5S BLOCCA OGNI INIZIATIVA PER SALVARE IL PAESE

C’è dall’altro canto un inutile partito di governo che ha un leader provvisorio che è più ridicolo di chi l’ha preceduto e che blocca ogni iniziativa tesa a salvare il Paese. La sanatoria per i migranti impegnati in agricoltura, prima di essere un atto di giustizia, è una necessità per l’impresa agricola. La discussione sul Mes è diventata infantile e cialtronesca. La corsa alla prima scena, da parte di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio all’arrivo di Silvia Aisha è stata indecente. Si può continuare e si vedrà che si inanellano episodi di malgoverno, di approssimazione, di cialtroneria dilagante che giustificano una scelta di rottura da parte del Pd o almeno un suo discorso solenne al Paese in cui si denunciano questi avversari e questi alleati e si indicano le condizioni tassative per proseguire. Altrimenti si vada verso il governo del presidente e poi verso il voto.

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ NON È VOCAZIONE AL SACRIFICIO

L’esasperazione che corre veloce nelle vene del Paese rischia di essere canalizzata contro chi sta tenendo in piedi la baracca. Il livello morale e di responsabilità delle forze indicate sta tutto negli editoriali di Vittorio Feltri e dei suoi seguaci giornalisti, una versione italiana della setta del reverendo Moon con annesso istinto suicida collettivo. Rischia di arrivare un momento in cui la fragile barriera costituita da un partito debole ma di volenterosi come il Pd crollerà su se stessa. Nicola Zingaretti è stato bravo finora, al netto delle sue titubanze e malgrado la malattia che lo ha per un certo periodo fermato. Tuttavia il leader del Pd non può scambiare la tradizione di responsabilità che “viene da lontano” nella vocazione al sacrificio. Morire per Vito Crimi? Consegnarsi alle contumelie dell’ex compagno di Daniela Santanchè? Perdere la fiducia degli italiani per le incursioni di un ex giovane politicante con il vizio del moijto? Ma dai.

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Anche la storia della liberazione di Silvia si presenta con una discussione demenziale. La domanda vera è se questa liberazione poteva essere ottenuta quando vicepremier era il noto “cazzaro verde” risparmiando sofferenze alla ragazza e se non sono venuti dal leghista input a non darsi troppo da fare per portare la ragazza qui da noi. Troppi moralisti non dicono la verità agli italiani. Io non voglio salire in cattedra, collocazione che non mi appartiene. Vorrei semplicemente suggerire a Zingaretti and company di mettere l’orologio su un giorno e un’ora precisa e arrivato quel momento scatenare l’inferno.

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L’accordo sul Mes spacca maggioranza e M5s: Conte cerca la quadra

La mancanza di condizionalità paradossalmente divide governo e pentastellati. Il premier cerca di ricompattare i suoi portando in Aula l'intero pacchetto Ue. Pressing di Iv e Pd. Delrio: «Il fondo va usato, il M5s non si senta sconfitto».

L’accordo raggiunto sul Mes dall’Eurogruppo paradossalmente complica la posizione di Giuseppe Conte. Se la linea di credito avesse contenuto delle palesi condizionalità, i rischi di spaccature nella maggioranza sarebbero infatti stati pari a zero. E invece così non è stato.

Il premier si ritrova così a percorrere un sentiero strettissimo, delimitato da una parte dal pressing di Pd e Iv per attivare il fondo e, dall’altra da un M5s che rischia a sua volta di spaccarsi.

Per questo, per Conte, solo il parlamento potrà decidere il da farsi. E, l’unica strada per evitare plateali fratture in Aula è portare al voto l‘intero pacchetto di aiuti europei, incluso quel Recovery Fund che, per Palazzo Chigi, resta il piano A da seguire.

CONTE LAVORA PER PORTARE IN AULA L’INTERO PACCHETTO UE

Fonti di governo assicurano che, nonostante l’accordo arrivato all’Eurogruppo, la strategia europea di Conte non sia cambiata. Il Recovery Fund, da mettere in campo già nei prossimi mesi per il premier è la sola arma che può rendere efficiente l’intero pacchetto, costituito anche da Sure, Bei e, appunto, dal Mes. Le prossime settimane saranno decisive per Conte che, in Europa, punta anche sulla relazione, innanzitutto temporale, tra il Recovery Fund e il Quadro Finanziario Pluriennale che va ancora approvato. Quadro che, con l’ok al fondo finanziato dalla Commissione Ue, potrebbe prevedere una percentuale in più peil-mes-spacca-maggioranza-e-m5s-conte-cerca-la-quadrar i contributi di ciascun Stato membro.

IL PRESSING DI PD E ITALIA VIVA

Ma è sul piano interno che il Mes pone più di un problema a Conte. Il pressing del Pd è tornato a farsi sentire e a questo si aggiunge quello di Iv che, nonostante la tregua siglata giovedì, non perde occasione per allargare i suoi aut aut al premier.

DELRIO OTTIMISTA: «NESSUNO SI SENTA SCONFITTO»

«Anche io ero contrario all’uso del Mes in stile Grecia», ha ribadito il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio in una intervista a La Stampa. «Ma se le condizionalità non ci sono, se c’è uno strumento nuovo, prendiamone atto e usiamolo». Delrio confida che l’alleato pentastellato cambi idea. «Da parte del M5s c’è stata molta prudenza, ma nel momento in cui il no alle condizionalità sarà nero su bianco sarà difficile non usare quelle risorse», osserva, assicurando che sul tema si discuterà «con calma da buoni alleati. Se c’è uno strumento nuovo dobbiamo prenderne atto: nessuno si senta sconfitto da questa scelta. Quei circa 37 miliardi sono più di un quarto del bilancio della sanità».

I DURI E PURI DEL M5S IN FIBRILLAZIONE

I duri e puri del Movimento 5 stelle, da Ignazio Corrao a Giovanni Currò, restano in fibrillazione.

Avete sentito suonare le trombe in segno di vittoria? Nei tg, nelle tv e nelle dichiarazioni roboanti di lorsignori…

Posted by Ignazio Corrao on Friday, May 8, 2020

E la nota finale del Movimento è quasi un avvertimento a Conte: sul Mes i cinque stelle non sono compatti. Sottotraccia i pontieri sono al lavoro. Non a caso, Luigi Di Maio non si spinge a bocciare il Mes mentre l’ala più moderata prepara la lunga opera di convincimento per non spaccare i gruppi. Anche perché al Senato, se i dissidenti nel M5s – come sembra – saranno numerosi, il Mes non otterrà la maggioranza: i voti di Pd, Iv, Fi e parte del gruppo Misto non sarebbero sufficienti a farlo approvare. Conte lo sa e, per questo, prende tempo.

I FRONTI APERTI NELLA MAGGIORANZA

Ma non è solo il Mes ad agitare il M5s. Sulla regolarizzazione degli stagionali proposta dalla ministra Teresa Bellanova il “no a una sanatoria” resta fermissimo, tanto che l’intesa nel governo stenta a decollare. E poi c’è la bufera sul Guardasigilli Alfonso Bonafede, costretto a fronteggiare una mozione di sfiducia sulla quale Iv resta volutamente ambigua. I tecnici di via Arenula sono al lavoro per un nuovo decreto sulle scarcerazioni dei boss: l’idea è quella di accorciare i tempi per il riesame, legando la decisione al mutamento (in positivo) della curva dei contagi e dando così ai giudici di sorveglianza l’opportunità di una il-mes-spacca-maggioranza-e-m5s-conte-cerca-la-quadra. Il dl, chiaramente, sarà vagliato dal presidente Sergio Mattarella anche se, al Quirinale, c’è fiducia nella sua costituzionalità. Anche perché, con il decreto che potrebbe vedere luce già tra domenica e lunedì, il governo può fare ben poco di più. L’ordinanza che dava ai magistrati la possibilità di decidere la scarcerazione a causa dell’emergenza Covid vale, di fatto, come una sentenza e gode, quindi, della totale autonomia.

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Bonardi: «Il M5s ha cavalcato Di Matteo per vincere poi lo ha dimenticato»

I cinque stelle hanno corteggiato il pm per propaganda elettorale. Poi pur continuando sulla linea «manettara» lo hanno dimenticato. Lui due anni dopo accusa Bonafede. Dando uno spettacolo costituzionalmente «indecoroso». L'opinione del direttore de L'incontro.

Dopo che il 25 luglio 2017 la sindaca di Roma Virginia Raggi conferì a Nino Di Matteo la cittadinanza onoraria di Roma, Beniamino Bonardi per il movimento la Marianna pubblicò un dossier che riepilogava tutte le cittadinanze onorarie che allo stesso Di Matteo erano state date, arrivando alla cifra di 37.

Il gesto di Raggi era il culmine di una campagna avviata nell’aprile dello stesso anno dal Blog di Beppe Grillo con un post intitolato «Solidarietà al pm Di Matteo» firmato dei neo-eletti. Mentre il 12 luglio la Stampa pubblicava l’indiscrezione che i 5 stelle avrebbero nominato Di Matteo ministro dell’Interno.

Meno di tre anni dopo, lo stesso Di Matteo chiede conto pubblicamente al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede perché non gli è stata più data nessuna carica e insinua addirittura che possano esserci stati di mezzo interessi mafiosi.

In realtà, spiega Bonardi a Lettera43.it, direttore della rivista L’Incontro, «la campagna era stata iniziata dal Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino. E, successivamente, era stata fatta propria dal M5s. Di fatto però le forze politiche di ogni schieramento si sono accodate». Una campagna, aggiunge, che ha mostrato «una politica inginocchiata. Nessuno aveva la forza di sollevare una obiezione». Anche ora «un ministro e un membro del Consiglio Superiore della Magistratura che litigano per telefono in un talk show…Diciamo che è uno spettacolo costituzionalmente indecoroso».

DOMANDA. Perché a distanza di anni Di Matteo ha risollevato la questione?
RISPOSTA. Dovrebbe spiegarlo Di Matteo. Perché ha scelto questa modalità, una telefonata in una trasmissione televisiva, due anni dopo i fatti che ha raccontato. Armando Spataro è stato un magistrato che ha avuto il coraggio di fare un commento, in mezzo a tanti che sono rimati zitti. E ha detto né più né meno che Di Matteo così disonora le istituzioni. Alla fine è stata confermata l’antica regola secondo cui ogni ghigliottinatore finisce ghigliottinato.

Forse proprio pensando alla ghigliottina Pietro Nenni amava ripetere: “Il y a toujours un pur, plus pur, qui t’èpure”. C’è sempre un puro più puro che ti epura…
Certo, C’è sempre qualcuno più puro di te. C’è sempre qualcuno più giustizialista di te. Quando ti incammini sulla via del giustizialismo alla fine troverai sempre qualcuno che usa la via della ghigliottina contro di te. Cosa preoccupante e vergognosa, nel silenzio di tutta la politica.

E la politica?
È un clima generale. La politica tace perché ha paura della magistratura: almeno dal 1992. È una politica che è messa nelle mani della magistratura.

Che i cinque stelle dopo aver pompato i magistrati nella loro propaganda non ne abbiamo premiato nessuno, non dimostra uno scenario un po’ diverso?
Facciamo un passo indietro. Alla fine del 2014 il blog di Beppe Grillo aveva nominato “l’onesto” persona dell’anno, pubblicando una falsa copertina del Time con la foto di Di Matteo. Poi una delegazione composta dacon Di Maio, Di Battista e Fico, che erano andati da Di Matteo chiedendo una dichiarazione di Mattarella in solidarietà allo stesso Di Matteo. È seguita la campagna delle cittadinanze onorarie, e prima delle elezioni del 2018 è stata fatta uscire la voce di Di Matteo ministro. Così i cinque stelle hanno ottenuto il 33%, ma al ministero della Giustizia è andato Bonafede, e di Di Matteo si sono perse le tracce per due anni. Fino a quando non è arrivata la telefonata a Giletti.

Ma perché i cinque stelle una volta al potere hanno dimenticato Di Matteo?
Dal punto di vista politico i cinque stelle hanno continuato a essere giustizialisti, manettari e forcaioli. Non hanno cambiato di una virgola. Cosa sia successo nei rapporti con Di Matteo lo sanno loro, ed è anche una questione di scarso interesse, a un certo punto. Quello che erano prima hanno continuato a esserlo, senza cambiare di una virgola.

Di Matteo protesta a nome di chi si sente espropriato di un merito?
L’unica cosa certa è che Di Matteo è un membro del Csm. Indubbiamente guardando le ultime nomine viene il dubbio su cosa ci sia ancora in comune tra i cinque stelle di governo e i cinque stelle che avevano preso il 33% nel 2018. L’unica linea di continuità, in pratica, è il giustizialismo.

Sant’Agostino parlava di “felix culpa”. Non è che la non troppo edificante voglia di poltrone abbia comunque avuto l’effetto positivo di far affermare ai 5 stelle il principio dell’autonomia della politica?
Fatto è che da domenica sera abbiamo assistito a una scena dal punto di vista istituzional incomprensibile. Un membro del Csm contro un ministro. Il ministro che dice: «Le tue sono percezioni». Il membro del Csm che risponde: «No, sono fatti». Delusione, risentimento, «non mi hai nominato per nominare quest’altro», «nomino chi pare a me». Sono problemi tra di loro che hanno però portato a un grande danno istituzionale per tutti.

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I sondaggi politici elettorali del 4 maggio 2020

Salvini e Berlusconi lasciano sul campo rispettivamente lo 0,9% e lo 0,8%. In crescita invece Fratelli d'Italia e il Movimento 5 stelle. Stabile il Pd. Tutti i numeri diffusi da Swg.

Occupare il parlamento non ha regalato nuovi consensi alla Lega di Matteo Salvini. Anzi. Secondo le rilevazioni di Swg per il TgLa7 il Caroccio negli ultimi sette giorni ha perso lo 0,9%. Tutt’altra storia per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che porta a casa un +1,1%. Stabile invece il Pd che dal 20,3% passa al 20,2%. Va meglio al Movimento 5 stelle che in una settimana ha guadagnato quasi un punto percentuale (+0,8%). Segno meno anche per Forza Italia di Silvio Berlusconi che si attesta sul 5,3% (era al 6,1% il 27 aprile). Non può fare i salti di gioia nemmeno Matteo Renzi che con Italia Viva scende al 3% perdendo per strada lo 0,4% dopo il suo attacco a Conte in Senato.

IL SONDAGGIO FAKE DI DOMENICA 3 MAGGIO

Questi i dati ufficiali dopo che nel pomeriggio del 3 maggio un falso sondaggio attribuito alla stessa Swg ha iniziato a circolare su Twitter. I dati segnalavano un crollo dei voti della Lega e di Fratelli d’Italia, rispettivamente del 4,7% e dell’1,8%, e il sorpasso sia del Partito Democratico che del Movimento 5 Stelle sul Caroccio. Numeri che Swg ha subito smentito: «La slide in circolazione stasera con proprio marchio è totalmente falsa e contiene quindi dati non veritieri. Il prossimo rilascio di dati autentici avverrà la sera di lunedì 4 maggio come di consueto durante il tg de La7 diretto da Enrico Mentana. SWG spa tutelerà la propria immagine in tutte le sedi e presenterà formale denuncia per l’accaduto alle autorità competenti», si legge sul profilo Twitter ufficiale della società.

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Nuove fibrillazioni dentro il M5s sull’uso del Mes

Il capo politico dei pentastellati esclude l'utilizzo dello strumento di finanziamento europeo da parte dell'Italia, ma nel Movimento si teme la spaccatura sull'ordine del giorno presentato da Fratelli d'Italia contro il Fondo salva Stati.

Il leader politico del M5s Vito Crimi, palando a Radio 1, chiude all’utilizzo del Mes, almeno per ora. «Non abbiamo bisogno di attivarlo, non è utile allo scopo», ha affermato, per poi aggiungere che senza condizionalità vere i 5 stelle non potrebbero non valutare lo strumento ma – ha spiegato – «in realtà ora è uno strumento con condizionalità future imprevedibili». Il leader pentastellato ha rilevato la necessità di remare tutti, Stato ed enti locali, nella stessa direzione. E definisce «fake news» quelle di Fratelli d’Italia sul Fondo salva Stati, riferendosi alla presentazione dell’ordine del giorno di Fdi contro il Mes, sul quale nella giornata del 24 aprile l’Aula della Camera si deve esprimere dopo la votazione finale sul Cura Italia. «C’è bisogno di liquidità subito e l’Italia non può più attendere i capricci della Germania e dei suoi satelliti. È tempo di mettere da subito in campo i Bot patriottici cinquantennali a zero tasse garantiti dalla Bce. In ogni caso aspettiamo i grupp, dove abbiamo depositato un odg contro l’utilizzo del Mes che non lascia scampo a equivoci, sul quale tutti dovranno assumersi le loro responsabilità», aveva fatto sapere la leader di FdI, Giorgia Meloni

Votando no all’ordine del giorno si aprirebbe di fatto al Mes, che nel Movimento continua a dividere, anche dopo il sì del Consiglio Ue a un Recovery Fund «urgente». E, non a caso, nella tarda serata del 23 aprile è intervenuto Beppe Grillo, con un nuovo endorsement via Twitter al premier Giuseppe Conte: «Forse l’Europa comincia a diventare una Comunita. ”Giuseppi” sta aprendo la strada a qualcosa di nuovo. Continuiamo così ». «Quella della Meloni è una trappola che non va nel merito del Mes, non possiamo caderci», spiega un deputato tra i più vicini ai dossier europei. Il voto è previsto nella tarda mattinata del 24 aprile e sarà preceduto dal parere del governo, che potrebbe essere formulato da uno dei due viceministri al Mef, presenti per il Cura Italia.

Nel frattempo a lasciare il gruppo è il deputato Antonio Zennaro. «Il cambiamento si è fermato per qualche cerchio magico di troppo e l’arroganza di qualche membro del governo a cui per errore il M5S ha affidato ”pieni poteri” in materia economica, che non ha fatto altro che boicottare persone come il sottoscritto», è la stoccata di Zennaro. Tra gli eurodeputati è invece il vice presidente del Parlamento Ue Fabio Massimo Castaldo a farsi portavoce della linea più dialogante: «La tenacia di Conte ha strappato il Recovery Fund», spiega. Ma il nodo, nel Movimento, resta il Mes.

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M5s e Pd ancora ai ferri corti sul Mes

I pentastellati accusano l'alleato dem di andare contro il governo e il premier. La risposta del capogruppo Marcucci: «In Europa è stato fatto un capolavoro».

Non c’è pace nella maggioranza sul Mes e sul possibile ricorso dell’Italia al Salva Stati. Continua a distanza il braccio di ferro tra il M5s, contrario, e il Pd favorevole insieme con Italia viva (e Silvio Berlusconi che si è smarcato da Lega e FdI).

A mettere l’ennesimo paletto è stato il capo politico dei 5 stelle Vito Crimi che in una intervista al Fatto Quotidiano ha accusato l’alleato dem di mettere «in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi». Un atteggiamento che, a suo dire, rischia di danneggiare anche la trattativa in Europa. Rispetto a un’ipotesi di un chiarimento nella maggioranza Crimi ha poi tagliato corto: «No, serve che il Pd chiarisca al Paese perché ha cambiato posizione».

MARCUCCI: «IL GOVERNO HA FATTO UN CAPOLAVORO»

La risposta piddina è arrivata a stretto giro. «Il governo non rischia sul Mes, è il governo che ha ottenuto questo miracolo, trasformando il Mes», ha ribadito a Repubblica.it il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci. «Legarsi alla terminologia senza andare a vedere che cosa è cambiato, vuol dire rifiutare l’oggettività dei risultati ottenuti da Conte, che è riuscito a fare una rivoluzione. Il Mes ora è a disposizione dei Paesi su interventi prioritari nel campo sanitario senza condizionamenti. È cassa disponibile e bisogna accedervi». Insomma, il governo in Europa ha fatto un «capolavoro».

DELRIO: «PERCHÉ NON USARE MILIARDI PRESTATI SENZA INTERESSI?»

Sulla stessa linea Graziano Delrio, capogruppo dei dem alla Camera. «Accettare il Mes mette in discussione Conte? Non si mette in discussione nulla, il 99% degli italiani capisce che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve usare tutte le risorse necessarie: se ci vengono prestati senza interessi dei miliardi perché non dobbiamo usarli?», ha detto a Radio Anch’io. E ha aggiunto: «È un successo aver ottenuto il Mes senza condizionalità, il governo deciderà ma non può dire di non averne bisogno e poi non finanziare alcune cose perché non ci sono le risorse. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica».

DI STEFANO: «DELRIO VA ALLA CIECA CONTRO IL GOVERNO»

Nel ping pong di dichiarazioni, è intervenuto per il Movimento il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. «La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza», ha attaccato, «vieni spinto dentro l’austerity passando dalla porta di servizio, invece che dall’ingresso principale». Mentre Delrio, secondo il grillino, «va alla cieca contro il governo».

BUFFAGNI INSISTE SUGLI EUROBOND

In un’intervista a Radio24 il viceministro al Mise Stefano Buffagni è tornato invece a insistere sulla necessità degli eurobond. Il Mes, ha detto «ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni. Si tratta di ulteriore debito che verrebbe dato in cambio di alcuni limiti che sono previsti dai Trattati. Allora o si cambiano i Trattati, oppure sono solo parole. Noi abbiamo bisogno di uno strumento che permetta all’Italia e a tutta l’Europa di ripartire. Gli eurobond devono servire a far ripartire il Paese e l’Europa».

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Nomine, fumata nera ma tanti nomi sul piatto

Stamattina riunione della maggioranza. Pd conservativo, 5 Stelle scatenati. Verso la riconferma Starace in Enel e Descalzi in Eni. Per le presidenze in pole, rispettivamente, Bernabè e De Gennaro. In Leonardo quasi certo l'arrivo di Carta dall'Aise. In caso il ceo Profumo saltasse, tra i candidati Caio, Donnarumma, Ferraris. Con l'incognita Altavilla. Tutte le caselle aperte.

È finita con una fumata nera anche la riunione nella mattinata del 14 aprile per la scelta dei prossimi vertici delle società partecipate dallo Stato. E, d’altra parte, nessuno si aspettava un accordo a sette giorni dalla scadenza della presentazione delle liste.

Come capita più o meno dall’inizio del Conte bis, fino all’ultimo M5s e Pd si scontreranno. I primi chiedono un ricambio profondo, gli altri la conferma di tutti gli amministratori delegati.

Finirà con una mediazione, come si confà a un governo di coalizione che ha tra i suoi azionisti il M5s al 50%, il Pd al 30%, i renziani al 15% e LeU al 5%. Vediamo allora casella per casella cosa è sul tavolo del comitato composto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, dal ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, dal viceministro all’Economia Antonio Misiani. E, last but not least, Maria Elena Boschi per i renziani di Italia viva.

LE ROSE DEI CANDIDATI

ENEL. Conferma scontata per l’attuale ad Francesco Starace, che nel gioco delle attribuzioni sarà assegnato in quota Renzi (che lo avrebbe voluto in Eni). Alla presidenza si fa largo l’ipotesi di Franco Bernabè, grande amico di Casaleggio padre.

ENI. Anche qui nessuna novità per il capoazienda, Claudio Descalzi, che si è conquistato l’appoggio del Pd e del premier Giuseppe Conte grazie alla sua costante consulenza di politica estera. Alla presidenza circola con insistenza il nome del prefetto Gianni De Gennaro, ora in Leonardo, che dovrà garantire il governo verso le procure che hanno messo Eni nel mirino.

Alessandro Profumo.

POSTE. Matteo Del Fante, che piace a Renzi ma anche ai 5 stelle, grazie al grande supporto dato dalla sua azienda al reddito di cittadinanza, resta al suo posto. Alla presidenza il Pd spinge per Alessandro Profumo, ammesso che l’ex banchiere si sottragga alla regola della riconferma degli ad, per via della pletora di appetiti che si addensa su Leonardo.

LEONARDO. Per l’ex Finmeccanica la pattuglia dei pretendenti non è certo smilza. Quasi sicura la casella della presidenza per Luciano Carta, direttore dell’Aise e apprezzato generale della Finanza. Per l’ad, se non venisse confermato Profumo, molti i nomi che girano. Da Francesco Caio, attuale presidente di Saipem, a Stefano Donnarumma, ora in Acea, ma con un trascorso anche nel mondo dell’industria (Bombardier, etc). Da Luigi Ferraris, ad di Terna, con una lunga precedente esperienza di Cfo in Enel e Poste a Giuseppe Giordo, spinto dai grillini e ben visto anche da Renzi. Giordo, attualmente direttore generale della divisione navi militari di Fincantieri, è già stato in Finmeccanica come capo di Alenia, per poi passare alla concorrente cecoslovacca Aero Vodochody Aerospace perché entrato in rotta di collisione con l’allora ad Mauro Moretti. Tra le possibili sorprese anche Alfredo Altavilla, ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fca e ora consigliere in Tim.

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Francesco Caio (Ansa)

TERNA. Il Mef insiste per la conferma di Luigi Ferraris al vertice della società che gestisce la rete elettrica, al suo primo mandato. Ma Fraccaro gioca anche qui la carta Donnarumma, manager che gode della sua stima. Nel caso succedesse, per Acea si è fatto avanti l’ex ad della municipalizzata milanese A2A Luca Valerio Camerano. Alla presidenza, finita l’era di Catia Bastioli, potrebbe arrivare Lucia Calvosa, docente all’università di Pisa e consigliere d’amministrazione indipendente di Tim.

ENAV. Lotta in corso anche per la società quotata del trasporto aereo. L’ad Roberta Neri è stimata dalle parti del ministro Roberto Gualtieri e del mondo dalemiano, ma nessuno crede ce la farà. Il M5s rivendica la poltrona per un suo uomo. Sarà Paolo Simioni, che guida ora la disastrata Atac? Qualcuno sussurra che potrebbe essere un giovane emergente gradito dalle alte sfere militari.

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Dopo l’Eurogruppo è ancora polemica sul Mes

Eurogruppo, il giorno dopo. È ancora bufera sul Mes. Nonostante le rassicurazioni arrivate nella notte da fonti del Mef sulla..

Eurogruppo, il giorno dopo. È ancora bufera sul Mes. Nonostante le rassicurazioni arrivate nella notte da fonti del Mef sulla decisione del nostro Paese di non fare ricorso al fondo Salva Stati.

«È bene chiarire che l’Italia ha solo concorso a definire un rapporto che prevede la possibilità di istituire quattro nuovi strumenti per affrontare la crisi del Covid-19», hanno fatto sapere fonti del ministero dell’Economia subito dopo la riunione aggiungendo che la nuova linea di credito per le spese per cure e prevenzione sanitarie legate all’epidemia è «senza alcuna condizionalità» e attivabile da qualsiasi Paese membro che lo voglia.

Eppure le opposizioni sono partite all’attacco chiedendo la sfiducia al governo, e la testa del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE: «NON HO CAMBIATO POSIZIONE SUL MES»

Ulteriori chiarimenti sono arrivati in mattinata sia dal premier Giuseppe Conte sia dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Io ho una sola parola: la mia posizione e quella del governo sul Mes non è mai cambiata e mai cambierà», ha chiarito in un tweet il presidente del Consiglio, annunciando una conferenza stampa in mattinata.

GUALTIERI: «INTRODOTTA UNA LINEA DI LIQUIDITÀ FINO AL 2% DEL PIL»

«Sul Mes è stata eliminata ogni condizionalità, si è introdotto uno strumento facoltativo, una linea di liquidità fino al 2% del Pil, che può essere attivato senza condizione», ha spiegato Gualtieri a Uno Mattina. «Non chiediamo la mutualizzazione del debito passato, ma che le risorse necessarie per la sfida contro il virus siano risorse comuni. Più saranno tante, più saremo forti per superare la crisi e far ripartire l’economia», ha aggiunto.

I QUATTRO STRUMENTI PROPOSTI

Gli strumenti proposti dall’Eurogruppo per affrontare la crisi sono quattro: il fondo per la ripresa finanziato da titoli comuni; un grande fondo Bei per sostenere la liquidità; il meccanismo Shure per la cassa integrazione; e l’utilizzo di una linea di credito del Mes senza condizionalità. Al primo punto Gualtieri ha ricordato «la proposta di un fondo per la ripresa finanziato con titoli comuni, che è esattamente la proposta dell’Italia». Poi, ha aggiunto, «è stata proposta la costituzione di un grande fondo da 200 miliardi della Bei per sostenere il credito e la liquidità delle imprese di tutti i paesi europei. Inoltre un meccanismo della commissione che si chiama Shure che con 100 miliardi alimenterà strumenti quali la cassa integrazione di vari Paesi. Infine sul Mes, contrariamente alla proposta originaria, è stata eliminata ogni condizionalità per cui ai Paesi che lo vorranno, perché si tratta di uno strumento facoltativo al quale l’Italia non ha deciso di accedere, si mette a disposizione un’altra linea di liquidità che può arrivare fino al 2% del Pil che può essere attivata senza alcuna condizione».

IL MURO DEL M5S

A mettere la croce sopra il ricorso al Mes ci ha pensato il capo politico M5s Vito Crimi. «Non è stato firmato o attivato nessun Mes e non lo faremo, basta bufale», ha scritto su Facebook. «Non importa quanto siano ridotte le condizionalità. Il M5s continua a sostenere la linea di sempre, che è anche la linea del governo più volte rivendicata dal presidente Conte: sì eurobond, no Mes». In ogni caso, ha aggiunto Crimi a Radio Anch’io, «noi non accettiamo il Mes perché le condizioni non ci sono ora ma ci saranno: il testo dice di no ma il Trattato dice di sì. Noi riteniamo il Mes uno strumento non idoneo ad affrontare la crisi: non adesso ma nel futuro. Certo potremmo avere un atteggiamento opportunistico, procediamo ora, poi un domani si vedrà: ma non lo faremo»

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Sondaggi Ixé: Lega al 26%, Pd al 22,6

La quarantena vale 15 punti in più di consenso per il premier Giuseppe Conte che trascina anche il M5s in leggero rialzo al 16%.

Il consenso in aumento per il premier Conte traina il Movimento Cinque Stelle, la Lega resta il primo partito ma cala ancora. Sono questi i principali risultati del sondaggio condotto da Ixé per Carta Bianca – Rai tra il 6 e il 7 aprile.

LA QUARANTENA VALE 15 PUNTI DI CONSENSO PER GIUSEPPE CONTE

Secondo la ricerca che ha un margine di errore del +-3,10%, la Lega resta in testa con il 26% (dal 26,2 della scorsa settimana), otto punti sotto il dato delle elezioni Europee, seguita dal Pd, stabile al 22,6. Si conferma anche il tendenziale recupero del Movimento 5 Stelle, al 16% dal 15,6 della scorsa settimana, probabilmente da collegare all’ulteriore balzo del gradimento del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che arriva a toccare il 57% (15 punti in più dall’inizio della quarantena).

FDI AL 12,5%, FI AL 7,5%, SINISTRA AL 3,5%, ITALIA VIVA ALL’1,9

Nella maggioranza Italia Viva è al 2 dall’1,9, La Sinistra al 3,5 dal 3,9 mentre all’opposizione Fdi è al 12,5 dal 12,8 e Fi al 7,5 dal 7,4.

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Il senso dei 5 stelle per le poltrone e la lobby del Prosecco

Il M5s non molla la partita delle Partecipate. In Terna punta su Donnarumma ora in Acea mentre per Enav insiste su Simioni, attuale presidente di Atac. Trevigiano di Valdobbiadene, il manager è sostenuto da due conterranei: il suo traghettatore nella Capitale Colomban, ex assessore al Bilancio, e il sottosegretario Fraccaro.

Ci sono voluti quasi due anni di governo, prima gialloverde poi giallorosso, ma alla fine hanno imparato anche loro, i cosiddetti “cittadini portavoce”, a rinchiudersi davanti a un caminetto – rigorosamente a distanza di sicurezza, se non addirittura in conference call per paura del virus – e a inciuciare un po’ su chi nominare qui e lì. D’altronde, per il partito di maggioranza relativa nominare è un dovere.

LE MIRE DEL M5S SU ENAV E TERNA

E allora, di fronte a un Pd che vorrebbe confermare tutti gli amministratori delegati delle partecipate pubbliche in scadenza (Eni, Enel, Leonardo, Terna, Poste ed Enav) che in questa fase emergenziale sono di grande supporto al governo, il Movimento 5 stelle invece non ci pensa proprio. Vogliono la loro parte in piena regola lottizzatoria. E sapendo di non avere nomi adeguati per i colossi pubblici della Borsa italiana ripiegano su Enav, la società che gestisce il traffico aereo civile. E su Terna, quella che ha in carico la trasmissione elettrica nazionale. Per quest’ultima in corsa c’è Stefano Donnarumma, amministratore della utility romana Acea, che ha saputo risanare e rilanciare. Ha fatto un tale buon lavoro che le perplessità per una sua promozione vengono soprattutto dall’area romana del M5s, in particolare dalla sindaca Virginia Raggi che, a un anno dalle elezioni, si troverebbe a cercare un ad pro-tempore e a sacrificare l’unica storia di successo della sua amministrazione.

I GRILLINI SOSTENGONO SIMIONI, IL MEF STORCE IL NASO

Riflettori puntati, dunque, su Enav, dove ci si aspetterebbe che si pescasse uno fuori dal giro, come si addice al miglior spirito grillino. E invece ecco, come già riportato dalle cronache, che salta fuori fortemente supportato dal sottosegretario Riccardo Fraccaro, il nome di Paolo Simioni, l’attuale presidente di Atac, appena costretto a mettere in cassa integrazione 4000 dipendenti e a chiedere ai suoi dirigenti di tagliarsi un giorno di retribuzione, e 200 milioni di euro in più pena il crac definitivo. L’indicazione di Simioni ha però fatto storcere il naso all’azionista Mef: perché la poltrona dell’uscente Roberta Neri, che pure ha dimostrato notevoli capacità di management e che il 12 marzo ha annunciato per il 2019 un utile netto in crescita del 3,4%, dovrebbe essere dato a uno il cui track record manageriale certo non brilla?

DALLA AERTRE AD ATAC

Quando, dal 2000 al 2002, si trovò a gestire la veneziana Save Engineering, controllata del Gruppo Save (la società che gestisce gli aeroporti di Venezia e Treviso) Simioni dimezzò in un colpo solo il conto economico. Passato poi alla guida dell’intero gruppo e dell’aeroporto di Treviso, la prova non fu migliore. Dal 2007 al 2016 Save ha accumulato 238 milioni di debiti, mentre nel 2014 la Aertre, la società che gestisce l’aeroporto Canova di Treviso, dopo 7 anni di cura Simioni, si è ritrovata con i conti in rosso e con quasi 18 milioni di indebitamento netto. Numeri che non hanno certo dissuaso l’amministrazione di Roma Capitale guidata da Virginia Raggi e il Movimento 5 stelle tutto ad affidargli una delle municipalizzate più discusse e in crisi come l’azienda dei trasporti. Quella che per riaprire la stazione della Metro A di Repubblica ci ha messo solo 246 giorni dopo l’incidente occorso ai tifosi del CSKA Mosca crollati rovinosamente sotto le scale mobili.

INTRODOTTO NELLA CAPITALE DA COLOMBAN

Ma sul nome del manager i grillini non deflettono. Anzi. Catapultato nell’ambiente della Capitale da Massimo Colomban, l’industriale che per un annetto è stato nel pantheon dal Movimento 5 stelle tanto da ricoprire il ruolo di assessore al Bilancio della Capitale, a spingere Simioni anche la comune origine trevigiana dei protagonisti: Fraccaro è di Montebelluna, Simioni di Valdobbiadene, la patria del Prosecco. Colomban, il suo traghettatore nei palazzi romani, è di Santa Lucia di Piave.

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Libero: «Il partito di Conte è pronto»

Secondo il giornale di Pietro Senaldi, il premier sta per attuare il suo «piano segreto». La nuova organizzazione sarà composta da ex M5s, grillini scontenti e una parte del mondo cattolico, scrive Luigi Bisignani.

E se Giuseppe Conte stesse pensando di fondare un suo partito? Luigi Bisignani, firma del quotidiano Libero, ne è convinto. Tanto che nell’articolo pubblicato il 4 aprile sul giornale di Pietro Senaldi, spiega passo per passo la genesi della nuova organizzazione politica. L’idea, spiega il giornalista, non è arrivata durante l’emergenza coronavirus ma a febbraio, quando «l’avvocato del popolo aveva raggruppato fedelissimi disponibili a sostenerlo».

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GRILLINI SCONTENTI E MONDO CATTOLICO TRA I FEDELISSIMI

Tra questi, i fuoriusciti del Movimento 5 stelle «e altri parlamentari grillini stanchi delle scelte autoritarie del M5s». Ma non solo. Secondo l’articolo di Libero, il premier Conte vorrebbe tirare dentro al suo partito anche una parte del mondo cattolico, «per le sue passate frequentazioni».

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TEMPI MATURI PER ATTUARE IL «PIANO SEGRETO»

Con l’emergenza Covid-19, inevitabilmente, i riflettori sono finiti sul governo e, in particolare, sul presidente del Consiglio. È cresciuta l’esposizione mediatica, sono aumentate le apparizioni in tivù e, allo stesso tempo, anche i follower sui social network. Secondo Libero, quindi, questo potrebbe essere il momento buono per Conte per attuare il «piano segreto».

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I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Gualtieri, Di Maio: l’opposizione che sta dentro al governo

L'ultimatum dei 5 stelle, già divisi al loro interno, al ministro dell'Economia perché a Bruxelles insista per i coronabond facendo la voce grossa contro l'Olanda e i rigoristi del Nord preoccupa il Quirinale. In questa fase di emergenza una crisi sarebbe drammatica.

L’ultimo motivo di discordia è quella che qualcuno ha chiamato la dichiarazione di guerra all’Olanda.

C’è chi vorrebbe che l’Italia lasciasse perdere linutile richiesta di sostegno attraverso il Mes – che intanto a capo del Meccanismo europeo di stabilità c’è l’economista tedesco Klaus Regling che ci odia e non farà mai passare nulla a nostro favore – e si concentrasse nel pretendere la nascita di un debito federale attraverso l’emissione di eurobond (nello specifico coronabond).

E siccome ad opporsi a questa ipotesi è il governo olandese guidato da Mark Rutte – cui probabilmente una componente importante dei popolari tedeschi, ostili ad Angela Merkel e oltranzisti, ha delegato il compito di costituire il fronte anti-eurobond – ecco che si è chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di battere i pugni sul tavolo, ricordare a L’Aja che quello dei tulipani è un Paese paradiso fiscale che ci porta via tasse (vedi gli Agnelli), e se del caso rompere.

L’ULTIMATUM DEI 5 STELLE CHE PREOCCUPA IL QUIRINALE

Ma Gualtieri, che ha passato la vita a Bruxelles e si sente integrato nella comunità dei politici e dei burocrati europei, si è rifiutato, in questo spalleggiato da Giuseppe Conte. Ecco, allora, che i 5 stelle si sono mossi, mandando ultimatum neanche troppo velati al premier e all’uomo di via XX Settembre. Scatenando così una rissa che preoccupa il Quirinale, convinto che in una fase di emergenza come questa una crisi sarebbe esiziale. Anche perché questi scontri si sommano a quelli già in corso da tempo del fronte Di Maio-Fraccaro – quasi sempre uniti, nonostante non manchino distinzioni, non fosse altro perché entrambi devono fronteggiare sia l’area Fico, da un lato, che quella Di Battista, dall’altro – sia con il duo Conte-Casalino per quanto riguarda la gestione del governo e della sua comunicazione, considerate in entrambi i casi individualistiche e accentratrici, sia con il Tesoro (Gualtieri ma anche il direttore generale Alessandro Rivera), soprattutto sul fronte delle nomine.

IL PROBLEMA POLITICO È TUTTO INTERNO AL GOVERNO

Insomma, altro che le opposizioni indisciplinate. Con il parlamento in quarantena e i partiti desaparecidi, compreso quello di Matteo Renzi, il problema politico, ai fini della tenuta del Conte bis, è tutto dentro il governo.

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Il complottista novax Barillari espulso dal M5s per colpa del coronavirus

Il consigliere regionale del Lazio aveva creato un sito di "controinformazione" sul Covid-19. Beccandosi una denuncia alla polizia postale e la presa di distanza di tutto il gruppo grillino. Fino alla cacciata. Ma lui: «Un pretesto, in realtà do fastidio al Pd di Zingaretti». Le posizioni anti-vaccini, contro la scienza e i battibecchi con Burioni: la sua "carriera".

Tempi duri per i novax. Anche in politica. Nel mezzo dell’emergenza coronavirus è saltata la testa del consigliere regionale del Lazio Davide Barillari, espulso dal Movimento 5 stelle. Anti-vaccini, spesso contro la scienza, “rivale” del virologo Roberto Burioni su Twitter, complottista, nemico giurato di Nicola Zingaretti – tanto da aver partecipato a un dossieraggio contro di lui da parte di neofascisti – e da sempre contrario all’alleanza di governo “giallorossa” tra i grillini e il Partito democrativo: questo il curriculum di Barillari, inciampato infine sul Covid-19.

QUEL DOMINIO TROPPO SIMILE ALL’ASSESSORATO ALLA SANITÀ

Tutta colpa del suo sito di “controinformazione” sulla pandemia e la sanità nel Lazio, aperto però su un dominio un po’ troppo simile a quello dell’assessorato alla Sanità, con tanto di simbolo del Movimento. Iniziativa che gli è valsa una denuncia alla polizia postale. E nessuno tra i cinque stelle l’ha difeso, anzi. Il gruppo del Movimento nel Lazio ha parlato di «gravità inaudita» e «azione infantile» visto che «siamo in una pandemia, ci vuole serietà». Così è arrivato il “cartellino rosso”, come da lui stesso annunciato.

ANNUNCIATA LA VIDEOCONFERENZA PER CACCIARLO

«Oggi è il mio ultimo giorno nel M5s. Domani verrò espulso, in videoconferenza», ha detto su Facebook e Twitter. Il suo sito era stato apertamente sconfessato anche dal Blog delle Stelle. Ma secondo il consigliere il motivo della cacciata è un altro: «La verità è che do fastidio al Pd».

Barillari ha pubblicato sui social network il testo di una convocazione da parte della capogruppo Roberta Lombardi di una videoconferenza del prevista per mercoledì sera alle 21. All’ordine del giorno si legge “espulsione dal gruppo consiliare e dall’Associazione del consigliere Davide Barillari”. Game over, insomma.

LUI RILANCIA: «MOZIONE DI SFIDUCIA ALLA LOMBARDI»

Eppure il consigliere non si è dato per vinto: «Io invece ho chiesto che all’ordine del giorno come primo punto ci sia la mozione di sfiducia a Roberta Lombardi. La motivazione ufficiale è aver creato un sito internet che “confonde” i cittadini, ma che in realtà contiene solo atti presentati in Regione e informazioni sull’emergenza coronavirus. Un pretesto. La vera motivazione è che do fastidio al Pd e non mi sono mai allineato a Zingaretti, svolgendo il mio ruolo di opposizione senza mai abbassare la testa».

Luigi Di Maio e Roberta Lombardi.

Poi Barillari ha fatto una sorta di bilancio della sua esperienza: «Dieci anni di battaglie nel M5s. Ci ho messo sempre anima e cuore. Ho lavorato con migliaia di attivisti, denunciando sempre impicci, ingiustizie e corruzione. Sono stato il primo candidato presidente che ha sfidato Zingaretti. Ma il M5s ormai è cambiato, e abbiamo perso oltre a milioni di voti anche la coerenza e l’onestà che ci caratterizzava. Oggi è il mio ultimo giorno nel M5s e dedico a tutti voi, che credete in me, ogni attimo di lavoro di oggi. Vi assicuro che non smetterò mai di combattere».

CONTRO I VACCINI E LE CASE FARMACEUTICHE

Durante la crisi sanitaria Barillari, da sempre contro la vaccinazione obbligatoria, aveva detto che «quando c’è un’emergenza c’è sempre qualcuno che ci guadagna. Abbiamo evidenza di chi ci sta guadagnando: le case farmaceutiche. Chi produce il vaccino ci guadagna tanto».

Inizialmente si era detto contrario alla chiusura delle scuole. E dopo le misure di contenimento all’insegna dello “state a casa” aveva mosso dubbi sulla legittimità di certe decisioni governative in riferimento ai diritti costituzionali.

Su Twitter ha spesso battibeccato con Burioni, su tematiche scientifiche ma non solo. E adesso la carriera politica di Barillari nel Movimento è arrivata al capolinea.

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Raffaele Trano espulso dal Gruppo M5s alla Camera

Il deputato pentastellato era stato eletto grazie all'opposizione e a qualche falco tiratore alla presidenza della commissione Finanza alla Camera. Aveva avuto la meglio sul candidato indicato dalla maggioranza Nicola Grimaldi.

L’emergenza coronavirus non ferma le espulsioni in casa M5s. Il 18 marzo è toccato al deputato Raffaele Trano, recentemente eletto – con scia di polemiche – presidente della commissione Finanze alla Camera al posto di Carla Ruocco passata alla presidenza della commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario

L’ELEZIONE DELLE POLEMICHE

L’elezione di Trano aveva suscitato maldipancia nella maggioranza. Il commercialista, infatti, aveva avuto la meglio per un solo voto (20 a 19) sul collega pentastellato (e medico) Nicola Grimaldi – indicato ufficialmente non solo dal M5s, ma anche da Pd e Italia viva – grazie al voto compatto dell’opposizione (Lega, FdI e Fi), di qualche franco tiratore della maggioranza e di almeno due ex M5s passati al Misto.

IL J’ACCUSE DEL CAPOGRUPPO M5S DAVIDE CRIPPA

Una batosta per la maggioranza che aveva fatto pensare a un primo tentativo di mettere insieme una maggioranza alternativa di centrodestra e responsabili per un governo senza Giuseppe Conte. Non a caso il capogruppo 5 stelle a Montecitorio Davide Crippa aveva definito «inaccettabile» l’elezione del collega. «Questo risultato può essere il frutto di giochetti politici portati avanti dall’opposizione, con l’aiuto di qualche membro della maggioranza», aveva attaccato Crippa. Che, rivolgendosi a Trano aveva aggiunto: «Auspichiamo che non consentirà che la sua elezione possa essere strumentalizzata, lasciando così, alla maggioranza, la possibilità di procedere a una nuova votazione per la presidenza della commissione». A pochi giorni dall’elezione arriva l’espulsione comunicata da Vito Crimi, capo politico reggente del Movimento, senza nemmeno la ratifica degli iscritti.

DA TRANO NESSUN PASSO INDIETRO

Dura la reazione di Trano. «Stiamo vivendo i giorni più difficili dalla nascita della Repubblica e, anziché pensare a come gestire l’emergenza coronavirus, tutelando la salute pubblica e sostenendo l’economia fiaccata dal Covid-19, apprendo con stupore che il direttivo Movimento 5 stelle si preoccupa delle poltrone, procedendo con la mia espulsione dal gruppo senza darmi neppure la possibilità di un confronto», ha dichiarato il deputato. «La mia unica colpa è quella di essere stato democraticamente eletto presidente della Commissione finanze della Camera. Il Movimento 5 stelle in cui ho sempre creduto e credo è quello del rispetto delle regole, dell’onestà, della democrazia e dell’uno vale uno. Se il direttivo ha cambiato orientamento sono loro e non io ad essersi discostati dalle 5 stelle. E come parlamentare non posso che difendere le libere scelte che vengono fatte da tutti gli organi del parlamento. Compresa quella di eleggermi presidente. Continuerò dunque a lavorare con l’impegno di sempre, per contribuire a sostenere il nostro Paese e per svolgere al meglio possibile il mio ruolo di presidente della commissione Finanze». E, ancora: «Sull’espulsione valuterò con i miei legali se fare ricorso. All’Italia serve unità e non manovre di potere portate avanti da chi si interessa a una poltrona anziché al progetto».

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Il veto dei 5 stelle fa saltare i 40 milioni alla Rai

Gli uomini vicini a Conte e l'asse Crimi-Patuanelli sono in guerra con l'ad Salini (voluto da Di Maio) per la copertura dell'emergenza coronavirus. E così i fondi per il servizio pubblico dal Mise non sono considerati una priorità.

Per la Rai è stato un colpo duro. Previsti fini all’ultimo, nella versione
finale del decreto del governo per fronteggiare l’emergenza
coronavirus
sono invece saltati i 40 milioni di euro che viale Mazzini
chiedeva per i mancati introiti pubblicitari futuri (ma senza Europei
di calcio e probabilmente Olimpiadi ne risparmierà molti di più).

A dare lo stop è stato il Movimento 5 stelle dove sia gli uomini vicini
al premier Giuseppe Conte sia l’asse Crimi-Patuanelli sono sempre
più in guerra con l’ad Fabrizio Salini (voluto da Luigi Di Maio) e sono
molto critici su come il servizio pubblico sta coprendo con
l’informazione la
pandemia. E proprio il ministro dello Sviluppo è stato netto sui fondi alla Rai: «Non è una priorità», ha detto Stefano Patuanelli intervistato dal Corriere della Sera.

SALVINI E FONTANA INSIEME AL TG2

Ma il malumore dei pentastellati è cresciuto ieri sera quando hanno
visto Matteo Salvini e il governatore della Lombardia Attilio Fontana
collegati insieme nello speciale dedicato dal Tg2 all’emergenza
virus. I due esponenti leghisti in bella mostra e in apertura quando ancora
su RaiUno non era cominciato l’ammazza-ascolti (degli altri)
Montalbano.

LEGGI ANCHE: Le frizioni nella maggioranza sul decreto Cura Italia

E un autorevole uomo di governo pentastellato ha commentato: non possiamo nemmeno protestare, questo è il prezzo che paghiamo all’immobilismo di Salini e al presenzialismo del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora che ultimamente, anche complici le tribolate e pasticciate vicende del campionato di calcio, tra Domenica in, Novantesimo minuto, La vita in diretta, è oramai una presenza stabile sugli schermi della tivù di Stato.

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Padoan punta alla Bers, ok dei 5 stelle solo con Selvetti a Mps

Pur di portare a Siena il manager dell'ex Credito Valtellinese, Di Maio ha proposto al Pd uno scambio: bloccare la candidatura di Minali sponsorizzato dal Mef, per ottenere il via libera del M5s all'ex ministro dell'Economia in Europa. Per ora i dem hanno risposto picche. Ma il nodo si scioglierà solo nel cda di giovedì.

C’è un ex ministro che tiene banco nella travagliata scelta del nuovo amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

Si tratta di Pier Carlo Padoan, già titolare dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni, che non contento del seggio alla Camera conquistato nel 2018 ora vuole andare alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), scalando uno dei posti più ambiti nel mondo delle istituzioni finanziarie internazionali.

Ma per puntare a quella prestigiosa poltrona, l’economista piddino che è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fmi e vicesegretario generale dell’Ocse, non deve affrontare solo la temibile concorrenza della direttrice generale del Tesoro francese Odile Renaud-Basso, ma anche la possibile ostilità dei 5 stelle, che minacciano di individuare un altro candidato italiano (anche se non hanno in mano un nome all’altezza).

LO SCAMBIO PROPOSTO DA DI MAIO AL PD

Cosa c’entra in tutto questo la scelta del successore di Marco Morelli in quel di Siena? Semplice: come ha raccontato Lettera43.it, Luigi Di Maio (ma non tutto il Movimento) vuole a tutti i costi che si nomini un manager poco conosciuto, Mauro Selvetti, ex Credito Valtellinese, in questo scontrandosi con il Tesoro, che invece vuole l’ex ad di Cattolica ed direttore generale di Generali, Alberto Minali. Posizione, quest’ultima condivisa sia dal ministro Roberto Gualtieri sia dal direttore generale di via XX Settembre, Alessandro Rivera. Ed ecco che Di Maio, dimostrandosi un lottizzatore che non ha nulla da invidiare ai vecchi Dc di una volta, ha detto al Pd: se mi date via libera a Selvetti, bloccando Gualtieri e il Tesoro, noi diamo luce verde a Padoan alla Bers; viceversa mettiamo il veto. Il Pd ha respinto lo scambio proposto dal ministro degli Esteri e punta a far valere il fatto che se salta Padoan non ci sarà un altro italiano, ma un (anzi, una) francese. Ma si tratta di vedere se saprà resistere fino in fondo, cioè fino a giovedì quando il nodo Mps andrà definitivamente sciolto per poter presentare in tempo utile la lista dei candidati al cda della banca, che terrà l’assemblea degli azionisti il 6 aprile (coronavirus permettendo).

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Perché Rocco Casalino è intoccabile

Nonostante le accuse di Pd e Italia viva e la crescente diffidenza nel M5s, il portavoce del presidente del Consiglio non è in discussione. Merito di Conte che di fatto lo ha blindato. E del suo controllo a distanza sulla comunicazione pentastellata al Senato e alla Camera.

Nessuno tocchi Rocco Casalino. Anche dopo il pasticcio della fuga di notizie circa i contenuti della bozza del decreto sull’estensione della zona rossa che ha scatenato il panico e la fuga verso il Sud Italia, la linea di Palazzo Chigi non cambia: il portavoce del presidente del Consiglio non è in discussione. 

Anche perché sul caso specifico, persino i detrattori del grillino sono meno duri del solito, sollevandolo da ogni responsabilità o avanzando l’ipotesi di un concorso di colpa con le Regioni.

CASALINO GODE DELLA FIDUCIA INCONDIZIONATA DI CONTE

Certo, nella maggioranza e nello stesso Movimento 5 stelle si sono ingrossate le fila di chi, per usare un eufemismo, non ama il suo modo di lavorare. Ma l’ipotesi di sostituirlo o di ridimensionarne il ruolo non è all’ordine del giorno: il rapporto con Giuseppe Conte è solido.

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Sulla comunicazione, e non solo, il presidente del Consiglio si fida ciecamente di Casalino. Sfidando critiche, polemiche e ignorando, puntualmente, le richieste di dimissioni.

GLI ATTACCHI DI ITALIA VIVA E PD

L’ex gieffino, diventato potente consigliere di Conte, è finito sotto pressione in più di qualche occasione dall’inizio della legislatura. Ma nelle ultime settimane, di fronte all’emergenza coronavirus, gli attacchi si sono moltiplicati. Un esempio? La decisione del governo di chiudere le scuole prima annunciata poi smentita dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e infine ufficializzata dopo qualche ora in conferenza stampa. Conte ha derubricato la vicenda come «un’improvvida fuga di notizie», ma Partito democratico e Italia viva hanno individuato in Casalino il responsabile del «capolavoro di dilettantismo», come la ha definito un parlamentare in quelle ore concitate.

LA PREOCCUPAZIONE DEL M5S

«Il comportamento di Casalino è quello che è», spiega a Lettera43.it un esponente della maggioranza. «È molto attento alla sua persona e poco incline all’ascolto. Spesso va ben oltre il ruolo di consigliere della comunicazione». Non un dettaglio visto che, soprattutto nella gestione dell’emergenza coronavirus, «la comunicazione è fondamentale almeno quanto le decisioni politiche». Anche nel Movimento 5 stelle si vive con insofferenza il protagonismo dell’uomo forte della comunicazione del governo. «Ormai coltiva le sue ambizioni personali», si osserva in ambienti pentastellati, «le sorti del Movimento gli interessano ben poco». Una critica che Casalino condivide con Conte: non è infatti un mistero che alcuni 5 stelle guardino con diffidenza anche la crescente autonomia che si è conquistato il premier.

Giuseppe Conte e Rocco Casalino (Ansa).

IL CONTROLLO SULLA COMUNICAZIONE DI CAMERA E SENATO

La progressiva presa di distanza di Casalino dai vertici del M5s è evidenziata dalla mancata frequentazione degli uffici dei gruppi parlamentari. «Effettivamente non si vede mai da queste parti», confermano fonti interne. Eppure dietro l’allontanamento c’è un aspetto da considerare: a capo della comunicazione M5s alla Camera c’è Fabio Urgese, un suo fedelissimo, e al Senato è in sella Ilaria Loquenzi, con cui Casalino ha collaborato fin dalla scorsa legislatura. I posti chiave sono quindi occupati da figure tutt’altro che ostili: Casalino ha così la possibilità di esercitare una forma di controllo a distanza.

PER ANZALDI (IV) LO STAFF DEVE ESSERE RINFORZATO

Che nemmeno il caos sul decreto abbia scalfito il potere di Casalino è dimostrato dal fatto che pure il renziano Michele Anzaldi, da sempre critico con il portavoce di Conte (che in passato ha adombrato una possibile querela contro di lui), è meno severo del solito. «Le colpe sono condivise in questo caso», dice il parlamentare a Lettera43.it. «È stato come portare un piano segreto in una palestra affollata». E sulle possibili correzioni di rotta in termini di comunicazione, Anzaldi osserva: «La squadra era insufficiente già da prima, ora in una situazione delicata è fondamentale integrare l’organico dello staff. L’Italia è finita al centro del mondo. Ecco, non vorrei difendere Casalino, ma a un certo punto dovrà riposare pure lui qualche ora…». Il punto, anche in questo caso, è che spetta a Conte decidere il rafforzamento della sua squadra. Decisione che difficilmente il suo portavoce ha intenzione di avallare senza batter ciglio.

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Le trame di Di Battista per affondare Descalzi in Eni

Ci sarebbe l'ex parlamentare-reporter dietro l'interrogazione presentata da cinque grillini contro la riconferma del manager. E sempre a lui farebbero riferimento i circa 20 eletti pronti a passare col centrodestra. Che stanno logorando sia Conte sia il Movimento stesso.

C’è Alessandro Di Battista dietro i parlamentari pentastellati (Giovanni Vianello, Raphael Raduzzi, Paolo Ficara, Luciano Cillis e Luca Sut) che attraverso un’interrogazione rivolta a Giuseppe Conte e alcuni ministri hanno chiesto lumi sull’eventuale riconferma per il terzo mandato di Claudio Descalzi al vertice dell’Eni, giudicandola una sciagura peggio del coronavirus.

LA PATTUGLIA DEI GRILLINI “RESPONSABILI”

Ne sono convinti quei dirigenti dei 5 stelle che hanno visto con raccapriccio l’imboscata preparata a Nicola Grimaldi, candidato (vicino a Luigi Di Maio) a succedere a Carla Ruocco alla presidenza della commissione Finanze della Camera. Grimaldi, infatti, è stato battuto da Raffaele Trano, eletto con i voti del centrodestra grazie al lavoro di cecchinaggio di alcuni franchi tiratori. Chi sono? A quanto pare appartengono alla squadra dei grillini cosiddetti “responsabili”, una ventina di parlamentari (tra Camera e Senato) che sarebbero pronti a passare armi e bagagli con il centrodestra. E che stanno logorando sia Conte sia il movimento. Orchestrati appunto da Di Battista.

LEGGI ANCHE: Mps, i grillini divisi fanno muro su Selvetti

Lo stesso che di ritorno dall’Iran, un Paese dove l’epidemia di coronavirus è fortissima, se ne è andato in Serbia nell’affollatissimo stadio di Belgrado per vedere una partita di calcio. E lo stesso che su Facebook, non più tardi del 26 febbraio, ha elencato una serie di emergenze che non suscitano lo stesso allarme del Covid-19, eppure non sono meno gravi. Per esempio, ha scritto Dibba, «ogni anno nel mondo circa 1.000 persone vengono folgorate dai fulmini. Dal 2002 a oggi i fulmini hanno ucciso 18 mila persone. Presto da Lidl venderanno parafulmini portatili… va fermata questa strage!». Così, giusto per capire il tipo.

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Gli iscritti del M5s dicono sì all’alleanza col Pd in Liguria

Rousseau benedice la trattativa coi dem e con altre forze civiche. A favore il 58%.

Il Movimento 5 stelle aprirà una trattativa con il Partito democratico e altre forze civiche e politiche per le elezioni regionali in Liguria. Lo ha sancito l’esito della votazione online degli iscritti sulla piattaforma Rousseau pubblicato sul ‘Blog delle Stelle’. Sono state espresse complessivamente 1.664 preferenze da parte degli aventi diritto al voto. I voti favorevoli alla trattativa sono stati 960 (57.7%), i contrari 704 (42.3%).

IL PRIMO TENTATIVO DI ALLEANZA PRE ELETTORALE

Per la prima volta, dunque, M5S e Pd in Liguria proveranno a stringere un’alleanza pre elettorale nella corsa per le Regionali con un candidato presidente ‘civico’. Gli iscritti hanno potuto esprimere la loro opinione sulla proposta fatta dal capo politico reggente Vito Crimi. Tra le condizioni imprescindibili poste da Crimi al Pd: un piano straordinario emergenziale per il contrasto al dissesto idrogeologico, un piano di riordino delle normative urbanistiche per la riduzione del consumo di suolo (Obiettivo Cemento Zero), iniziative di contrasto ai cambiamenti climatici e riduzione delle fonti fossili, il rilancio della sanità pubblica e uno stop alla privatizzazione degli ospedali. Ma anche l’impegno a promuovere presso il governo nazionale ogni iniziativa volta a revocare le concessioni ad Autostrade per l’Italia, la realizzazione del progetto esecutivo della Gronda secondo gli esiti dell’analisi costi/benefici effettuata dal ministero Infrastrutture e Trasporti nel 2019, sentiti gli enti locali.

PD: «SEGNALE IMPORTANTE CHE RAFFORZA IL GOVERNO»

In una nota, la responsabile Enti locali della segreteria nazionale Pd Caterina Bini ha commentato: «L’esito positivo della consultazione sulla piattaforma Rousseau, relativa all’apertura di un confronto con il Partito democratico e con altre forze civiche e politiche per le prossime elezioni regionali in Liguria, è un segnale importante che accogliamo con soddisfazione. Un risultato che costituisce un importante passo in avanti in vista del prossimo appuntamento elettorale, che rafforza la coesione delle forze di governo andando nella direzione da noi auspicata e che può produrre una coalizione competitiva in grado di battere la destra».

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Mps, i grillini divisi fanno muro su Selvetti

Il manager semisconosciuto sponsorizzato da Di Maio non convince. Un po' perché il M5s dovrebbe stare fuori dalla grande spartizione dei partiti, un po' perché sarebbe meglio puntare su una figura con un'esperienza più consolidata.

C’è maretta nel Movimento 5 stelle intorno alla scelta del candidato per la delicata posizione di amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

L’idea di Luigi Di Maio, sostenuta solo formalmente dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, di sponsorizzare il nome del semisconosciuto Mauro Selvetti non piace a molti grillini. Specie a quelli che in parlamento occupano (o hanno occupato) posizioni apicali nelle più importanti commissioni di tipo economico: dal presidente della commissione Bilancio al Senato, Daniele Pesco, a Carla Ruocco, che alla Camera ha lasciato la presidenza della commissione Finanze per andare a guidare la commissione di inchiesta sulle banche.

La contestazione potrebbe anche assumere caratteri evidenti, specie ora che ha funzionato l’imboscata preparata a Nicola Grimaldi, candidato (vicino a Di Maio) a succedere a Ruocco e battuto dal fuoco amico, grazie ai franchi tiratori, da Raffaele Trano, nella squadra dei grillini potenziali “responsabili”.

LA RIVOLTA DEL M5S NELLA CORSA PER LE NOMINE IN MPS

Tra chiacchiere alla buvette e giri vorticosi di Whatsapp, la rivolta si basa su due punti. Primo: il movimento deve star fuori dalla grande spartizione che si sta profilando, nella quale la scelta dei vertici della travagliata banca senese è solo il primo appuntamento, altrimenti i 5 stelle finiranno per confondersi con tutti gli altri partiti perdendo le loro primigenie caratteristiche. Secondo: nel merito, non si può portare avanti per una posizione così delicata un signore privo del curriculum adatto e dell’esperienza necessaria. In effetti Salvetti, 60 anni, ha lavorato esclusivamente al Credito Valtellinese, e per di più nell’area della gestione del personale. Nel 2018 era poi stato nominato, sempre al Creval, amministratore delegato e direttore generale, ma l’incarico è durato solamente 8 mesi perché gli stessi azionisti che lo avevano scelto per succedere a Miro Fiordi gli hanno dato il benservito, preferendogli il ben più titolato Luigi Lovaglio (top manager di Unicredit).

A DECIDERE DOVREBBE ESSERE IL MEF

I contestatori non indicano un nome alternativo a quello di Salvetti – in queste ore ne sono girati parecchi – ma suggeriscono che di queste cose si debba occupare il ministero del Tesoro, titolato formalmente e anche sostanzialmente a scegliere, se non l’intero cda del Paschi, almeno l’amministratore delegato.

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Cosa sapere sull’eventuale rinvio del referendum sul taglio dei parlamentari

La consultazione prevista per il 29 marzo potrebbe slittare a causa dell'emergenza. E magari essere accorpata con le Regionali. Un'ipotesi che permetterebbe di risparmiare 300 milioni ma che divide comitati e politica.

Con l’emergenza coronavirus Sars-Cov-2 è passata in secondo piano la quotidiana dialettica politica.

Silenziato il dibattito, resta però un interrogativo: il prossimo 29 marzo si terrà ugualmente il referendum sul taglio dei parlamentari o è destinato a essere posticipato proprio come le partite di calcio, le fiere internazionali e, più in generale, qualsiasi evento destinato a creare assembramenti?

LA SFORBICIATA ALLE CAMERE

In attesa di una risposta, ricordiamo l’oggetto della consultazione. Dopo i quattro passaggi di rito, la legge sul taglio dei parlamentari è stata approvata definitivamente dalla Camera lo scorso 8 ottobre. Con la nuova norma si passerà da 945 membri ai futuri 600. Una sforbiciata degli eletti, fortemente voluta dal Movimento 5 stelle, che nella sostanza prevede un dimagrimento della rappresentanza democratica pari al 36,5%. Montecitorio passerà da 630 a 400 deputati, mentre il Senato da 315 a 200 rappresentati.

UN RISPARMIO IRRISORIO SE PARAGONATO ALL’INTERA SPESA PUBBLICA

Il Movimento 5 stelle, che voleva la riforma costituzionale fin dai tempi del governo gialloverde ed è riuscito a portarla a compimento con l’esecutivo Conte bis, sostiene che consenta di risparmiare mezzo miliardo a legislatura, ovvero 100 milioni di euro l’anno. Cifre che possono apparire di un certo rilievo ma che sono destinate a sparire rispetto alle leggi di Bilancio sui 30 miliardi varate annualmente nell’ultimo periodo. Comunque, l‘Osservatorio dei Conti pubblici dell’economista Carlo Cottarelli ha in più occasioni contestato i calcoli dei pentastellati: l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori permetterebbe, al più, di risparmiare 57 milioni di euro annui, appena lo 0,007% della spesa pubblica.

FAVOREVOLI E CONTRARI: LE POSIZIONI (ALTALENANTI) DEI PARTITI

Ma a parte i 5 stelle chi è a favore e chi contro? Bella domanda. Perché la geografia parlamentare dei partiti a favore e contro la riforma costituzionale è mutata più e più volte, assieme agli assetti del governo. Dando per buona la fotografia scattata l’8 ottobre, all’ultimo passaggio alla Camera, i favorevoli alla sforbiciata erano M5s, Pd, Iv, Leu e, tra le forze di opposizione, Lega, FdI e Forza Italia. Tra i contrari solo +Europa, Pier Ferdinando Casini e qualche esponente del Gruppo Misto. Ma se quel voto fosse realmente una fotografia, sarebbe una istantanea molto mossa. Tutti ricordano per esempio che, all’inizio il Partito democratico era fortemente contrario al taglio. Emanuele Fiano parlò di «rischio per la democrazia», Roberto Giachetti lo definì «una cazzata». Poi, caduto il Conte uno, salito il Conte due, tutto è cambiato. Il Pd è passato dal “no” al “sì”. Giachetti, che nel frattempo era passato dal Pd a Italia viva, giustificò così il suo voto favorevole «alla cazzata»: «Un secondo dopo aver votato sì mi adopererò per costituire il Comitato per il referendum per il no», cristallizzando in una unica dichiarazione la confusione in seno alla maggioranza.

I PROMOTORI DELLA CONSULTAZIONE

E si arriva così al referendum per confermare la riforma costituzionale, che ha visto nuovamente variare i contorni della schizofrenica geografia parlamentare tra forze contrarie e quelle favorevoli. I promotori sono, oltre al già citato Giachetti, il dem Tommaso Nannicini e gli azzurri Andrea Cangini (ex direttore del Resto del Carlino) e Nazario Pagano cui si sono presto aggiunte le firme degli ex 5 stelle Gregorio De Falco e Paola Nugnes (entrambi votarono già contro la riforma nel luglio 2019). Il solo a essere rimasto al proprio posto è il gruppo di +Europa, che votò contro in Aula e ora sostiene il comitato promotore del referendum. Ma anche la Lega, che pure ha sempre sostenuto il taglio dei parlamentari in tutte e quattro le votazioni, sotto-sotto vorrebbe che fosse abrogato, più forse per dare un colpo al Conte bis che per motivi di sostanza.

IL QUESITO E L’ASSENZA DEL QUORUM

Veniamo alle questioni tecniche. Partiamo dal quesito che, da decreto del Presidente della Repubblica del 28 gennaio scorso, sarà: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvato dal parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?». C’è poi un aspetto che rende incerto l’esito così come la tenuta dell’esecutivo (a livello politico, se il taglio venisse bocciato sarebbe una ecatombe per i 5 stelle, che sulla lotta agli sprechi della politica hanno fondato la loro esistenza). Contrariamente a quanto prevedono i referendum abrogativi, per la validità della consultazione non servirà il quorum (non serve, cioè, che si rechi alle urne la metà più uno degli aventi diritto). Basta un voto in più per decretare la conferma (“sì”) o l’abrogazione (“no”) della riforma costituzionale varata dal parlamento.

L’IPOTESI DI ELECTION DAY

Per questo, i radicali (oggi riconducibili a +Europa) già da qualche tempo hanno iniziato a ventilare l’ipotesi di rinviarlo per l’emergenza coronavirus. Le notizie del contagio, del resto, hanno assorbito così tanto l’opinione pubblica che non si è ancora iniziata la campagna elettorale. Ma c’è di più, perché il voto stesso potrebbe confliggere con le misure per contenere i contagi. Quindi niente comizi, niente gazebo e, parrebbe logico, niente chiamata alle urne il prossimo 29 marzo. Il referendum, in caso di rinvio, potrebbe essere accorpato alle prossime Regionali e fissato per il 17 o il 31 maggio. Così scatterebbe l’Election Day in Veneto, Puglia, Campania, Toscana, Liguria, Marche. Questa ipotesi, comporterebbe un risparmio di 300 milioni.

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Contrari all’ipotesi di accorpare i due voti sono i Comitati noiNO. «Non è una questione di convenienza di parte, è una questione tecnica che, per la sua complessità, non può essere affrontata in tempi così stretti», hanno fatto sapere chiedendo «maggiore spazio nell’informazione radiotelevisiva». Contraria a un rinvio anche Giorgia Meloni. «Politicamente mi dispiacerebbe che fosse rinviato o che il tema sanitario fosse utilizzato per scopi politici», ha dichiarato la leader di FdI. «Finché non si fa il referendum», ha aggiunto, «si dirà che non si può andare a votare. Una volta fatto si potrà chiedere di mandare a casa il governo e di votare». «In una scala da zero a dieci il mio interesse rispetto al referendum è meno diciassette», ha invece tagliato corto Matteo Renzi. «È il trionfo del populismo, è una discussione che non tocca il cuore dei problemi del Paese».

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Il tatticismo di Renzi non ha fatto i conti col M5s in subbuglio

Il leader di Italia viva tira la corda della crisi di governo. Convinto che la paura del voto anticipato prevalga tra i partiti. Ma lo sfaldamento della maggioranza creerebbe un "liberi tutti" tra i grillini. Col ritorno di Di Battista e degli anti-renziani. Il rischio harakiri "alla Salvini" è concreto.

Un gioco pericoloso, sul filo dell’alta tensione, con il più classico dei conti fatti senza l’oste. Matteo Renzi, dalle alture dell’Himalaya, ha preconizzato lunga vita a questa legislatura. Con un altro governo, come se lo avesse già in tasca. Parole che sono state un calmante per i parlamentari di Italia viva, inquieti per il possibile precipitare degli eventi e del Conte 2.

L’EX ROTTAMATORE VUOLE COMANDARE IL GIOCO

L’ex rottamatore è andato ancora all’attacco, convinto di poter dettare i tempi, sfruttando il vuoto di potere nel Movimento 5 stelle e dando dunque per scontato che gli altri lo seguano. Compreso il Partito democratico, a meno che non si materializzino i fantomatici responsabili al Senato.

FINO A SETTEMBRE FINESTRA ELETTORALE CHIUSA

Certo, la paura delle elezioni anticipate e la voglia di evitarle restano le uniche certezze in un periodo molto caotico. Ed è la leva su cui Renzi fa forza, consapevole che comunque fino a settembre la finestra elettorale è praticamente chiusa (ammesso che vincano i “sì” al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari). Ma il leader di Iv ignora una questione: il M5s continua a essere una pentola a pressione. E la (eventuale) deflagrazione dell’esecutivo produrrebbe effetti imprevedibili.

CON CRIMI SAREBBE UN’IMPRESA TENERE IL M5S UNITO

L’ulteriore sfarinamento dei cinque stelle può rendere alquanto complicato cercare una nuova maggioranza. Del resto già nell’estate del 2019 è stata una fatica mettere in piedi l’alleanza, nonostante ci fosse Luigi Di Maio in carica come capo politico e la pressoché unanime convinzione di confermare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ora, con Vito Crimi nel ruolo di reggente e un Conte azzoppato, ci vorrebbe un’impresa per tenere unito il Movimento. Per molti sarebbe l’occasione per un “liberi tutti”.

Beppe Grillo e Vito Crimi. (Ansa)

I MALUMORI INTERNI AI GRILLINI NON SONO FINITI

Spiega a Lettera43.it un parlamentare pentastellato: «I malumori interni non sono finiti con le dimissioni di Di Maio. Tutt’altro. Attendiamo gli Stati generali, che già non si annunciano una passeggiata perché ci sono molti aspetti su cui confrontarci. Ma arrivarci con una crisi di governo complicherebbe le cose…». Mette in evidenza un altro deputato del Movimento: «Abbiamo perso gli elettori, vero, ma non gli eletti. Qualsiasi maggioranza non può prescindere dai parlamentari dei cinque stelle nella loro interezza».

ALTRO CHE SOSTITUZIONE INDOLORE DI CONTE

Insomma, i grillini lanciano un avvertimento: lo sfaldamento della maggioranza potrebbe risultare letale per la legislatura, nonostante la tenace resistenza contro il ritorno al voto. Perché è vero che settembre non è dietro l’angolo, ma nemmeno è una prospettiva a lunga scadenza. E così salterebbero del tutto i piani di Renzi, che immagina una sostituzione quasi indolore di Conte a Palazzo Chigi, continuando a essere al centro della scena fino al 2023.

PRONTI A TORNARE ALLA CARICA GLI ANTI-RENZIANI COME DIBBA

Uno dei principali nemici di questo esecutivo, Alessandro Di Battista, non spera altro che l’implosione del Conte 2. Dal suo “auto esilio” iraniano sta studiando la strategia per rientrare in grande stile nella vita del Movimento, riportandolo sulle sue posizioni: anti-liberista, anti-europeista, anti-Casta. Di sicuro contro il centrosinistra. Una linea da competitor – e chissà se non da possibile alleato – della Lega. La crisi di governo, insomma, è l’assist perfetto per Dibba che aspetta tornare in scena e cannoneggiare sull’alleanza con l’odiato Pd e l’odiatissimo Renzi.

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Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. (Ansa)

DI MAIO HA UNO STRANO APLOMB, MA SE LE SCINTILLE CONTINUANO…

Nei Palazzi non passa inosservato l’aplomb di Di Maio. Dopo le dimissioni da capo politico, ha solo lanciato la mobilitazione contro i vitalizi, dedicandosi poi quasi esclusivamente al lavoro di ministro degli Esteri. Una compostezza di stile che prima o poi è destinata a interrompersi di fronte alle provocazioni di Italia viva. Altri affondi contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sarebbero inaccettabili. E a quel punto sarebbe messa sul tavolo l’opzione più dura, una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”: una replica dura a Renzi per lo showdown definitivo e l’archiviazione di questo governo.

RENZI RESTA IL NEMICO GIURATO ANCHE DI GRILLO

Scenario che al titolare della Farnesina non dispiace tanto, perché gli consentirebbe di ritrovare la sintonia con Di Battista. Nemmeno Beppe Grillo avrebbe possibilità di obiettare alcunché: ha riabilitato l’alleanza con il Pd, ma non l’ex sindaco di Firenze che resta nemico giurato.

OCCHIO AL BOOMERANG IN STILE SALVINI-PAPEETE

Renzi continua una partita pericolosa, muovendosi sul crinale di sondaggi tutt’altro che lusinghieri. Le minacce di rottura lanciate a Palazzo Chigi non sono affatto prive di rischi. Osserva un parlamentare della maggioranza: «Negli ultimi mesi ci siamo abituati a tutto. Ma immaginare i cinque stelle a rimorchio di Renzi, in un nuovo governo, rischia di superare la fantasia». Così il tatticismo renziano che ha beffato Matteo Salvini può diventare un boomerang. E colpire Italia viva.

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Identikit del prossimo Presidente della Repubblica

Oggi può diventare capo dello Stato chi ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

Quelli che sanno le cose della politica dicono, e scrivono, che la fibrillazione di questi giorni è dovuta all’avvicinarsi delle nomine nelle partecipate e, sullo sfondo, all’avvio della gara per il Quirinale

Le nomine sono un passaggio importante che in un Paese serio andrebbe affrontato con uno spirito, diciamo così, oggettivo. Chi ha fatto bene va confermato, chi no lascia.

In un Paese serio le aziende non andrebbero sottoposte a numerosi cambi di vertice ma bisognerebbe lasciare che le leadership abbiano il tempo di  realizzare un programma di medio periodo. Invece in Italia accade come per le leggi sulla giustizia, sui criteri elettorali o sulla scuola. L’ultimo che arriva fa a modo suo nella certezza che il successore butterà tutto per aria. Per le nomine il criterio meritocratico non è difficile da realizzare: si guardano le singole aziende, le si confronta con il loro recente passato, si decide se il programma di chi c’è ha avvenire e quindi si decide. Dovrebbe essere così. Dovrebbe.

GLI INTERVENTI DEL COLLE NELLA VITA POLITICA

Per il Quirinale è un terno al lotto. Il Colle è passato dall’essere raffigurato come il luogo di elezione per una figura notarile, a sede della politica-politica. Diciamo da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibili. Tanto per non fare nomi hanno dominato la scena politica sia Sandro Pertini, sia Oscar Luigi Scalfaro, sia Francesco Cossiga, sia Giorgio Napolitano con interventi spesso necessari ma non sempre rispettosi dell’autonomia della politica.

Da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibil.

Sergio Mattarella è un presidente attento, che non si mette la maglietta di alcuna squadra politica e che cerca di fare l’arbitro. Talvolta esagera in timidezza. Ma nessuno può accusarlo di avere invaso campi non suoi. È però anche lui un presidente molto attivo sullo scenario della politica dove si è confrontato con una situazione inedita che ha visto l’apparente affacciarsi di un nuovo sistema politico fondato su Lega e 5 stelle che poi è crollato perché gli uni si stanno squagliando e l’altra ha uno sconsiderato alla guida del partito più forte.

IN CORSA PER IL POST MATTARELLA ANCHE CARTABIA

In queste settimane però si sono moltiplicati i boatos su chi potrebbe aspirare al Quirinale. Finalmente si sussurra anche il nome di una donna, la dottoressa Marta Cartabia che presiede l’Alta Corte. L’aspetto più surreale è che tutti i candidati, quasi sempre auto-candidati, sono del centrosinistra malgrado questa componente abbia pochi voti in parlamento. E i pettegolezzi girano in modo esasperato e spesso ingiustificato e ingiusto.

L’ANSIA DI PIACERE A DESTRA

Perché quel noto politico scrive su un ragazzo di destra ucciso dalla sinistra? Perché l’ex magistrato che ha guidato il partito dei giudici, rovinando l’Italia, fa sforzi tarantolati per accreditarsi come il legittimatore della destra di Salò? E che cosa pensa di fare l’uomo simbolo dell’Ulivo e il giovane-vecchio Dc che comanda su tutto? Tutti vengono da un mondo diventato minoritario e tutti sembrano impegnati nella corsa per piacere a destra.

UNA MAGGIORANZA QUIRINALIZIA INEDITA

Potrei continuare l’elenco facendo una scommessa. Nessuno di loro arriverà al Colle per due ragioni. La prima è che nella partita ci sono i voti dei 5 stelle, ormai “grandi elettori” privi di una guida, e soprattutto ci sono i voti della destra. Molto probabilmente potrebbe nascere una maggioranza quirinalizia inedita che faccia fuori i soliti noti. Se quello che scrivo è vero o verosimile, chi aspira al Quirinale, compreso l’attuale inquilino, deve mostrarsi come la persona che può risolvere le crisi che si succederanno da qui al voto per la Presidenza della Repubblica. Altre volte ha vinto un outsider. Lo era Pertini, lo era Scalfaro, lo è stato Giorgio Napolitano. Oggi può diventare presidente solo uno che fa cose per la Patria e che ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

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Il debunking dell’intervista di Casaleggio a Porta a Porta

L'erede di Gianroberto glissa o non risponde alle domande di Bruno Vespa. Da Rousseau ai rapporti tra l'omonima associazione e il M5s fino al conflitto di interessi.

Non risposte. Questo sostanzialmente ha dato Davide Casaleggio a Bruno Vespa. Ospite di Porta a Porta, l’erede di Gianroberto come al solito non ha trovato contradittorio e ha ripetuto il solito copione. Ecco qualche passaggio dell’intervista.

Davide Casaleggio con Luigi Di Maio e Beppe Grillo.

VESPA: Il padrone del M5s è lei?
CASALEGGIO: I padroni sono i cittadini, gli iscritti al M5s.

Chi controlla il M5s sono coloro che fanno parte dell’Associazione Movimento 5 stelle, costituita il 20 Dicembre 2017 nello studio del notaio milanese Valerio Tacchini. E cioè Davide Casaleggio e Luigi Di Maio.

V: Perché non ha pubblicato immediatamente l’atto di costituzione dell’Associazione M5s fatta tra lei e Di Maio nel dicembre 2017?
C: Lo Statuto è stato pubblicato 10 giorni dopo. La nuova associazione è stata fatta per motivi di adeguamento alla legge elettorale.

Vespa ha chiesto “l’atto” e Casaleggio risponde “Statuto”. Come ricorda l’avvocato Lorenzo Borrè, «quello che è stato pubblicato dieci giorni dopo la fondazione della nuova associazione è lo Statuto, che nulla diceva sull’identità dei due fondatori e sulle dinamiche inerenti all’attribuzione della cariche apicali e all’appalto dei servizi di comunicazione all’associazione Rousseau, di cui Casaleggio era – al contempo – presidente.
Né è predicabile che la nuova associazione sia nata per le necessità correlate alla nuova legge elettorale (il cosiddetto Rosatellum) per le quali bastava l’associazione ancillare del 2012 capeggiata da Beppe Grillo».

Porta a porta, faccia a faccia.L'atto costitutivo del Movimento 5 Stelle fondato da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio…

Posted by Lorenzo Borrè on Thursday, February 13, 2020

V: Da Statuto del M5s, Rousseau si lega al M5s in maniera irreversibile, giusto?
C: Rousseau è un metodo.

Un’altra non risposta. Tra l’altro Rousseau non è un metodo, è una Associazione e una piattaforma per il voto online.

V: Ma il M5s potrebbe scegliere un altro “metodo”?
C: Può farlo come quando uno fa un trapianto di cuore a suo rischio e pericolo.

Per farlo bisognerebbe cambiare lo Statuto che identifica la piattaforma Rousseau come luogo delle votazioni del partito. Non è esattamente una passeggiata anche perché l’operazione dovrebbe essere vidimata da Casaleggio.

V: Quindi M5s e Rousseau sono inscindibili?!
C: Rousseau è parte del M5s.

Da Statuto M5s e Rousseau sono di fatto inscindibili.

V: Quindi che ruolo ha lei? Luigi Di Maio la presenta come un tecnico informatico, mi sembra riduttivo.
C: Io do un mano al M5s…e siamo al primo posto al mondo per partecipazione online.

Casaleggio è il dominus dell’Associazione Rousseau, tramite la cui piattaforma vengono decise le politiche e la selezione dei candidati del M5s.

V: Ma lei ha ricevuto finanziamenti/donazioni per 1,5 milioni di euro per Rousseau nell’ultimo anno.
C: Abbiamo dimostrato che la politica si può fare senza soldi, i partiti spendono di più.

Avrebbe potuto dire “con meno soldi” dato che il gruppo Camera e Senato del M5S costano svariati milioni di euro all’anno di soldi pubblici. Detto questo nelle casse di Rousseau arrivano 300 euro mensili da ogni eletto circa 1,1 milioni di euro l’anno. Come ha scritto il Corriere della Sera, la piattaforma dal 2017 al 2018 «ha quasi triplicato i suoi costi. Le spese sono passate da 493 mila euro a 1,1 milioni di euro».

V: Lei è in conflitto di interessi? Tra i suoi clienti c’è Moby Line, per esempio. Potrebbe favorirli anche solo in linea teorica?!
C: Nessuno può affermare di avere influito a favore di un mio cliente.

In linea teorica può favorirli, è ovvio. Quindi il suo ruolo è in conflitto di interessi. Il fatto che non vi siano prove non vuol dire che non ci sia un potenziale conflitto di interessi.

V: L’ex ministro Lorenzo Fioramonti ha detto che, dopo due anni al governo, non capisce chi comanda nel M5s.
C: Comandano i cittadini.

La solita risposta “non sense”. Quando non sa cosa dire “comandano i cittadini”.

V: Ma il voto online non è certificato e non basta un notaio.
C: C’è una società esterna che certifica.

E qual è il nome della società terza? Con questa domanda Vespa lo avrebbe messo k.o. Casaleggio stesso dichiarava al Fatto Quotidiano il 24 febbraio 2019 che il ricorso a un ente esterno «è stato escluso perché ha costi troppo alti. Oggi abbiamo uno strumento di certificazione del voto che passa da una serie di procedure che noi seguiamo e da un notaio che ne valuta l’adozione e fotografa il risultato finale. In futuro adotteremo la certificazione distribuita (blockchain ndr)». Sul Blog delle Stelle si spiegava: «Le votazioni sono certificate da un notaio che ha accesso in tempo reale al monitoraggio del sistema di voto. Questo permette di verificare e certificare eventuali anomalie».

V: Profilavate utenti tramite l’app “attivista a 5 stelle” nel 2013?
C: L’ app è vecchia, di 6 anni fa, e non esiste più.

Ciò non vuol dire che non abbiano potuto profilare gli utenti all’epoca e che poi abbiano cancellato l’app. Un’altra “non risposta” a una domanda molto scomoda.

V: Il Garante vi ha multati perché non custodivate adeguatamente i dati degli iscritti.
C: Era una multa relativa alla vecchia piattaforma, oggi è sicura.

Sono stati cambiati lo strumento di login e il server. E il Garante ha multato Casaleggio anche perché non garantiva l’anonimato del voto online. Ergo, Casaleggio avrebbe potuto sapere come votavano gli iscritti. 

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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