I sondaggi politici elettorali del 16 ottobre 2019

La Lega torna a guadagnare consensi e si conferma primo partito nella rilevazione Ixè per Carta bianca. Calano sia Pd che M5s. Italia viva sale di mezzo punto percentuale.

La Lega si conferma il primo partito con il 30,7% dei consensi, in crescita rispetto alle rilevazioni della settimana precedente che davano il partito di Matteo Salvini al 30%. In calo il Partito democratico, che passa dal 21,9% al 20,4%, cala anche il Movimento 5 stelle che si attesta al 19,7% scendendo dal al 20,2%.

ITALIA VIVA GUADAGNA MEZZO PUNTO PERCENTUALE

A rivelarlo è un sondaggio Ixè condotto per la trasmissione Carta Bianca in onda su RaiTre. I dati del sondaggio evidenziano che Fratelli d’Italia scende all’8,2% dall’8,6% dei consensi mentre Forza Italia sale al 7,8% dal 7,2%. Italia Viva di Matteo Renzi cresce al 4% dal 3,5% della settimana passata. In calo invece +Europa, che passa dal 2,9% al 2,5%. Per la prima volta si rileva la formazione di Toti sopra l’1%.

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Zingaretti freni col M5s: Di Maio non è Aldo Moro

Ho un po’ paura di un partito, e “per” un partito, che dedica ossessivamente tutte le sue attenzioni alla questione delle alleanze. Il segretario Pd si dovrebbe invece occupare di dare un quid alla sua forza politica.

Nicola Zingaretti vuole l’alleanza strategica con il M5s ed è contento che Beppe Grillo a Napoli sembri – con Grillo è sempre bene essere prudenti – dargli ragione. Goffredo Bettini va ancora più in là annunciando un libro in cui motiverà la necessità di una alleanza larga che comprenda tutta la sinistra, i cinque stelle, Matteo Renzi e pezzi di Forza Italia. Sembra il Fantacalcio.

Ho un po’ paura di un partito, e “per” un partito, che dedica ossessivamente tutte le sue attenzioni alla questione delle alleanze. Avendo studiato Palmiro Togliatti e da vecchio militante del Pci, so che questo tema è centrale nella sinistra. Enrico Berlinguer dette il tormentone alla Dc per anni proponendogli quel compromesso storico persino come bandiera di campagna elettorale.

Il segretario del PD, Nicola Zingaretti, durante la fiaccolata della memoria contro l’antisemitismo e in ricordo della deportazione degli ebrei a piazza Santa Maria In Trastevere. Roma 12 ottobre 2019 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Faccio notare una differenza. Lì il vecchio, compianto segretario partiva da un assunto e cioè che fosse impossibile governare con il 51% e, in secondo luogo, che il dialogo con la Dc costituiva il necessario allargamento della democrazia in quanto due popoli diversi ma “costituiti” si sarebbero messi insieme per un viaggio riformista comune. Se la prima tesi berlingueriana, quella dell’inutile 51%, era sbagliata in radice, la seconda aveva un fondamento nella società e nella cultura politica dell’epoca.

IL M5S POLITICAMENTE È ANCORA TROPPO MUTEVOLE

Oggi si governa con molto meno del 51%, persino senza un voto che dica a che punto sono le forze politiche. Le medesime esprimono mutevoli orientamenti di opinione pubblica piuttosto che consolidati sentimenti e interessi. Anche la Lega, che ha una lunga storia, oggi è cosa indefinibile, sappiamo che è di destra, che è sovranista, che vuole l’autonomia delle Regioni del Nord, poi non sappiamo più nulla nemmeno se il suo leader è in condizioni di guidare sobriamente un partito.

Il comizio finale di Luigi Di Maio lo hanno ascoltato poche centinaia di persone mentre eravamo abituati a vedere folle immense

Lo stesso dicasi per i pentastellati. Il comizio finale di Luigi Di Maio lo hanno ascoltato poche centinaia di persone mentre eravamo abituati a vedere folle immense. Lo stesso Di Maio proclama la centralità del suo movimento dal “basso” del suo scarso 20%, essendo partito “dall’alto” del 30% e tuttora identifichiamo il popolo grillino, che il fondatore vuole far diventare “governista”, in una bella ammucchiata di incazzati, anche con il Pd, se non soprattutto col Pd. Parlare di alleanze strategiche, ha ragione Giuliano Ferrara, è, in queste circostanze, una cosa poco seria.

ZINGARETTI SI PREOCCUPI DI DARE UNA IDENTITÀ RICONOSCIBILE AL PD

È un bene che un governo si sia fatto ma che sia davvero un bene lo vedremo dal lavoro di Roberto Gualtieri. Tenere lontano Matteo Salvini da tutto ciò che può distruggere è utile per il Paese e persino per lui. Ma non si fonda una strategia su Salvini. L’uomo, come dimostra l’intervista alla giornalista amica Annalisa Chirico sul Foglio, è confuso, cambia idea con straordinaria rapidità, ha quelle giravolte che, come dice l’ottimo Alessandro Campi, solo il Mussolini nascente si poteva permettere.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti all’apertura della campagna elettorale del partito per le regionali in Umbria.

Salvini non è né Mussolini né un fascista, è un politicante che gode in Italia, grazie alla sua furbizia, del vento a favore del movimento sovranista mondiale, cioè di quella svolta a destra che dal Dopoguerra a oggi costituisce il maggior pericolo per il mondo e persino per le nazioni che vorrebbe difendere. Nicola Zingaretti si occupi di dare un quid al suo partito. Non tema etichette, lo faccia di sinistra, socialdemocratico, lo vesta con abiti vintage. La moda attuale fa schifo, prenda dall’armadio cose belle e le rimetta in sesto per le nuove battaglie, poi vada con chi incontra per strada, persino con Di Maio. Evitando tuttavia la mortificazione di benedire la peggiore sindaca di Roma.

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Così è andata l’ultima giornata di Italia a 5 Stelle

Il Movimento chiude la kermesse per i 10 anni a Napoli, tra discorsi istituzionali e la necessità di tranquillizzare una base scontenta dell'accordo col Pd. Insulti ai giornalisti in piazza.

Il gran finale è cominciato nel pomeriggio di domenica 13 ottobre, quando sul palco di Italia a 5 Stelle è salito Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e leader politico del Movimento. «Il M5S sarà sempre l’ago della bilancia di ogni governo», ha assicurato agli attivisti, «saremo sempre in parlamento, per noi è difficile tornare indietro». Quindi Di Maio ha iniziato a parlare delle priorità del governo: «Il superticket, una delle nostre battaglie, nella legge di bilancio, a inizio 2020 o al massimo entro la metà del 2020 deve sparire per le famiglie», ha promesso prima di iniziare a parlare di politica estera e dell’invasione turca in Siria: «Domani mattina alle 6 parto per il consiglio Ue degli Affari Esteri e lì noi saremo categorici: la Turchia deve cessare questa azione militare ma soprattutto noi chiederemo come Italia di bloccare la vendita di armamenti ad Ankara», ha detto precisando che prima della riunione sarà impegnato in un bilaterale con il ministro degli Esteri francese Le Drian».

VERTICE DEI MINISTRI IN MATTINATA

Intanto la mattinata è trascorsa con una riunione dei ministri e degli esponenti di governo pentastellati convocata dallo stesso Di Maio per fare il punto sulla legge di bilancio. Riduzione del cuneo fiscale per le imprese e legare questa misura al salario minimo, queste le priorità emerse dal vertice durato più di un’ora nel quale Di Maio ha ribadito che sul carcere per i grandi evasori, misura che al momento è ancora inserita nel dl fisco, il M5s non cede. E, sottolineano fonti M5S, sulla legge di bilancio non ci dovranno essere «scherzi» sulle tasse, come è accaduto per le sim ricaricabili.

DI MAIO: «ALLEANZA ORGANICA COL PD NON PREVISTA»

Intanto i capi del Movimento hanno il loro ben da fare tra tensioni interne («avervi ieri tutti sul palco è stata la migliore risposta alle scissioni di cui parlano i giornali», ha detto Di Maio) e maldipancia di una base che si è spaccata sull’asse creatasi col Pd. Il «vaffa» lanciato da Grillo ai simpatizzanti polemici è un chiaro segnale della tensione attuale. Di Maio ha provato a gettare ancora acqua sul fuoco in una serie di interviste: «Io non sono assolutamente affascinato dall’idea di alleanze, patti. Adesso abbiamo da realizzare la riforma della giustizia, abbiamo da abbassare le tasse nella legge di bilancio. Stiamo al governo con chi ci sta, con chi mette i propri voti per realizzare questo», ha spiegato al Tg3. «Al momento non c’è alcun dibattito su un’alleanza organica con il Pd», ha chiarito invece ai microfoni del Tg2.

FICO: «CAMBIATI DALLE ISTITUZIONI»

Eppure un cambio di rotta rispetto all’accesa dialettica passata con i «pidioti» c’è e non si può negare. A spiegarne le ragioni ci ha provato il presidente della Camera Roberto Fico: «Siamo entrati nelle istituzioni, un movimento così giovane ha fatto percorsi velocissimi, complessi, ha dovuto fare i conti con il parlamento, le commissioni e la gestione del governo. È chiaro che siamo cambiati, ci sono modiche forti, ma è avvenuto perché doveva avvenire per forza, non potevamo restare uguali a noi stessi», ha detto a In mezz’ora in più, su RaiTre. «Questa è l’era della maturità», gli ha fatto eco Virginia Raggi dal palco di Napoli, «si raccolgono i frutti di quanto si è seminato tanto che oggi abbiamo capito chi parla alla pancia della gente per il consenso, come sull’immigrazione, senza capire che il tema non è quanti entrano ma cosa fargli fare, l’inclusione. Parliamo di temi seri. Dobbiamo essere orgogliosi, stiamo facendo ciò per cui abbiamo sempre lottato».

PARAPIGLIA TRA ATTIVISTI E GIORNALISTI A NAPOLI

Ma il clima a Napoli continua a restare caldissimo. All’arrivo della sindaca di Roma si è acceso un parapiglia tra militanti e giornalisti, coi primi che cercavano di impedire ai secondi di fare domande alla prima cittadina della Capitale. «Fatemi parlare un minuto con i cronisti, poi vengo a salutarvi», ha provato a calmarli Raggi, ma l’arrivo di Filippo Roma de Le Iene ha fatto rialzare i toni: «Venduto, venduto», hanno urlato gli attivisti. La sicurezza ha quindi scelto di portare la Raggi nel retropalco per evitare che la situazione peggiorasse.

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A Napoli va in scena la kermesse grillina Italia cinque stelle

Militanti e leader del M5s si radunano nel capoluogo campano. E lo fanno non senza polemiche o punzecchiature da parte di Casaleggio a chi ha disertato la giornata.

L’attacco è di quelli frontali. Ancora prima che la grande kermesse grillina di Napoli avesse inizio. Bersaglio chi ha disertato Italia cinque stelle e chi si sta montando un po’ troppo la testa all’interno del Movimento. A sferrarlo è stato Massimo Bugani, uno dei quattro soci dell’Associazione Rousseau di cui Davide Casaleggio è leader e fondatore.

ITALIA5STELLE NAPOLI – 10 ANNI DI M5SVi ricordate da dove siamo partiti? Vi ricordate chi eravamo? Vi ricordate l'…

Posted by Massimo Bugani M5S on Friday, October 11, 2019

«Vi ricordate da dove siamo partiti? Vi ricordate chi eravamo? Vi ricordate l’emozione per il 3% in un comune e un consigliere eletto? Il brivido vissuto? Davide contro Golia», scrive su Facebook prima di passare all’offensiva. «Ora dobbiamo ammettere che ci siamo un po’ montati la testa, un pochino sì, dai, vogliamo tutti fare i ministri», aggiunge con ironia spiegando che «persone che 10 anni fa avevano paura di fare il consigliere comunale, o il candidato sindaco del piccolo paesino, oggi vorrebbero fare i ministri. E se non diventano ministri si arrabbiano».

CASALEGGIO APPOGGIA BUGANI

Sulla stessa lunghezza d’onda di Bugani anche Davide Casaleggio. Il fondatore dell’Associazione Rousseau ha infatti redarguito i ministri assenti alla kermesse: «Secondo me hanno sbagliato, avrebbero dovuto partecipare a questa grande festa del Movimento», ha detto. Per poi aggiungere che «le persone che dissentono all’interno del Movimento ci sono sempre state. Ricordo che accadeva già nel 2005 quando siamo partiti ancora prima della nascita del M5s. Ci sono tante opinioni diverse, l’importante è riuscire sempre a far sintesi». Augurandosi anche che la nuova alleanza di governo con il Pd sia più solida e duratura rispetto a quella durata poco più di un anno con la Lega.

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Zingaretti vuole trasformare l’accordo col M5s in un’alleanza

Il segretario del Pd tende una mano ai pentastellati in chiave anti-Salvini: «Insieme arriviamo al 40%». Ma sulle Regionali non transige: «In Emilia Romagna il candidato resta Bonaccini».

Nicola Zingaretti ammicca al Movimento 5 stelle, ma mette le cose in chiaro in vista delle Regionali, specificando che in Emilia Romagna il candidato del Partito democratico resta Stefano Bonaccini. «Il Pd e il M5s insieme rappresentano oltre il 40% dell’elettorato italiano, se allarghiamo anche agli altri alleati abbiamo un’alleanza che sta intorno al 47-48%%», ha detto Zingaretti parlando a Otto e mezzo. «Anche Renzi? Per quanto mi riguarda ovviamente sì, poi va chiesto a lui».

«SE NON FACCIAMO UN’ALLEANZA TORNA SALVINI»

«Noi oggi abbiamo forze politiche che rappresentano il 45-48% degli italiani, Pd e M5s sono oltre il 40% assieme», ha spiegato Zingaretti. «Vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico di sì, sennò torna Salvini». Tuttavia, alla domanda se in caso di accordo per le Regionali il Pd sia intenzionato a trovare un altro candidato rispetto a Bonaccini, il segretario dem è stato netto. «No, in Emilia c’è un bravissimo presidente e un ottimo bilancio di quella amministrazione».

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Fra D’Alema e il Movimento 5 stelle è scoppiato il vero amore?

Secondo il Foglio l'ex premier sarebbe il suggeritore segreto di Conte e guarderebbe con simpatia al M5s per federarlo alla sinistra. Rischia però di essere sedotto e abbandonato.

Salvatore Merlo sul Foglio di oggi 11 ottobre scrive che Massimo D’Alema è il suggeritore “segreto” del premier Giuseppe Conte e che gli piace farlo sapere in giro. Tutto sarebbe nato da un colloquio fra il fondatore di “ ItalianiEuropei e l’avvocato Guido Alpa, uomo di grande cultura giuridica e di grande capacità di convinzione verso i politici, in cui il “maestro” storico di Conte avrebbe rivelato a D’Alema che il premier era storicamente un elettore del Pd. La “rivelazione” avrebbe fatto scattare la curiosità, l’interesse e l’amore di D’Alema verso l’avvocato appulo e quindi avrebbe dato vita a una relazione che oggi sorregge il governo.

D’ALEMA GUARDA DA TEMPO AL MOVIMENTO DI GRILLO

Non escludo che sia tutto vero, sia che D’Alema “suggerisca” a Conte sia che gli piaccia farlo sapere. In effetti di tutti i difetti diabolici che sono stati elencati ogni volta che si è parlato e scritto su D’Alema ci si è dimenticati di quello forse più vero: la sua incredibile vanità. Non è politicamente un difetto, è più semplicemente l’ostinazione a tener viva l’idea di una propria capacità di influenza sul mondo della politica anche, e soprattutto, se c’è in giro un cretino che ti vuole rottamare. In ogni caso, senza togliere lo scoop all’ottimo Merlo, la notizia è un po’ vecchia perché è stata preceduta prima che dai fatti dalla ideologia, diciamo così.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

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Nella cultura politica di D’Alema non esistono due cose: l’idea che la sconfitta sia definitiva e l’idea che l’avversario sia irraggiungibile, soprattutto se figlio di un movimento di popolo. Anche quando il popolo stava decidendo di allontanarsi da D’Alema, il vecchio premier lo ha guardato con amore, scartando, ovviamente, quella parte di popolo che urlava festante alle chiacchieere superalcoliche del ragazzaccio del Nord ma interessandosi a quei ragazzi con il vestito della domenica che Beppe Grillo aveva tirato fuori dalla disoccupazione e messo alla guida del Paese.

L’OPERAZIONE DI AVVICINAMENTO DEL LIDER MAXIMO AL M5S

L’idea che D’ Alema ha della sinistra è molto larga e da quando è morto il comunismo (quello reale non quello sentimentale, che vive e lotta insieme a noi), gli capita spesso di guardare ai movimenti di popolo come l’alba di una rinascita. Se il suo vecchio maestro Alfredo Reichlin lo avrebbe messo in guardia dal guardare al popolo senza chiedersi dove diavolo stesse andando, l’allievo D’Alema si accontenta che il popolo si sia fosse messo in movimento.

Dopo il fallimento di LeU, D’Alema ha cercato tignosamente di convincere i suoi a voler bene ai ragazzi a cinque stelle

Se si muove, noi non siamo ancora finiti: questo è la sua certezza. E non potendo contare sulla rinascita di un movimento a propria somiglianza, dopo il fallimento di LeU, ha cercato tignosamente di convincere i suoi a voler bene ai ragazzi a cinque stelle. In fondo una coppia di maestri come Grillo e D’Alema non sarebbe male dietro la follia confusionaria di deputati che nacquero con il “vaffa” incorporato. Grillo dà loro l‘anima, Massimo la scienza della politica. Se il il federatore di questa operazione a lungo raggio, che in prospettiva può sostituire il vecchio movimento operaio, è un allievo di scuole cattoliche sfuggite all’attenzione della stampa, è molto meglio.

L’EX PREMIER SPESSO È STATO SEDOTTO E ABBANDONATO

C’è un “ma” in tutto questo retroscena. Ed è che a D’Alema non riesce quasi mai di tenere in piedi una relazione, anche umana, lunga. Se lo scenario a cui guarda è plausibile, se l’ipotesi a cui lavora ha buone possibilità di successo, quello che gli manca è la capacità di fare veramente scuola. Perché al politico che tutti descrivono, anche Merlo, come il più cattivo del mondo, capita sempre di essere abbandonato sul più bello. Lui parte in quarta per conquistare e poi viene sedotto e abbandonato. Come si fa a non voler bene a un uomo così fervido e sfortunato?

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Cosa sapere della spy story che coinvolge Conte, Trump e i servizi italiani

Incontri tra alti funzionari Usa e 007. Professori maltesi spariti nel nulla. Atenei nel mirino. Il Russiagate e il rapporto Mueller. I personaggi, i fatti, le ipotesi e le dichiarazioni intorno all'affaire.

«Non risulta alcuna informativa al Quirinale sul caso in argomento, anche perché il Quirinale non riceve abitualmente notizia di singole operazioni di collaborazione in corso tra Paesi alleati». Il Capo dello Stato non ci sta a essere tirato in mezzo nella spy story che sta mettendo in imbarazzo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E fa pervenire al Messaggero la secca smentita circa l’esistenza del presunto messaggio con cui Palazzo Chigi avrebbe avvertito il Colle delle richieste fatte pervenire dall’amministrazione Trump al governo italiano.

LEGGI ANCHE: Servizi segreti: ecco perché la testa di Vecchione fa comodo a tutti

GLI INCONTRI TRA BARR E I SERVIZI ITALIANI

Conte è infatti accusato di aver autorizzato incontri tra gli 007 italiani e il procuratore generale Usa William Barr arrivato in Italia per scoprire le prove di un altrettanto presunto complotto ai danni del presidente Usa. Ma cosa è avvenuto? E quale è la portata di questo potenziale scandalo? Per provare a capire non basta riordinare i fatti, ma anche i singoli personaggi al centro di un giallo che in più occasioni scivola nella farsa.

Il professore Joseph Mifsud.

CHE FINE HA FATTO JOSEPH MIFSUD?

Come nei migliori romanzi, tutto ruota attorno alla figura di un convitato di pietra, un personaggio oggi irreperibile: il professor Joseph Mifsud, docente maltese che, nel marzo 2016, avrebbe incontrato a Roma George Papadopoulos, consigliere della campagna elettorale di Donald Trump. Secondo le ricostruzioni della stampa, i due sarebbero vecchi conoscenti, un’amicizia che risalirebbe ai tempi di una comune collaborazione a Londra. Ma torniamo al 2016, a quando cioè Mifsud avrebbe avvisato l’amico di poter far da tramite con russi in possesso di migliaia di e-mail compromettenti della sfidante democratica Hillary Clinton da usare per mettere in moto una macchina del fango elettorale.

robert mueller russiagate congresso
Robert Mueller.

Un anno dopo, alla fine del mese di ottobre 2017, il procuratore speciale Robert Mueller, che indagava sul Russiagate, rende pubblico il nome di Mifsud e del professore si perde ogni traccia. Per gli statunitensi gli 007 italiani avrebbero un ruolo nella faccenda.

IL RUOLO DELLA LINK UNIVERSITY

C’è un particolare che merita attenzione: l’incontro del 2016 tra Joseph Mifsud e George Papadopoulos potrebbe essere avvenuto all’interno della Link University, ateneo presso il quale per la stampa il docente maltese presiedeva il corso di Relazioni internazionali. Non solo. Come ha scritto Luciano Capone su Il Foglio Mifsud è socio al 35% della Link International, società controllata da Link Campus (e per questo Scotti ha minacciato di querela per calunnia il giornalista). L’ateneo, che presenta diversi collegamenti con il Movimento 5 stelle (da lì provengono l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, l’attuale sottosegretaria agli Esteri Emanuela Del Re ed è stato frequentato da Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa) comparirebbe anche nel Rapporto Mueller. Sempre alla Link University, a fine ottobre 2017 Mifsud viene avvicinato dal giornalista de La Repubblica Paolo G. Brera che gli chiede conto delle indagini che lo hanno coinvolto e che stanno facendo tanto rumore negli Usa. «Quello che ha raccontato Papadopoulos non è vero», risponde seccamente Mifsud. Ma poi aggiunge: «Tutto ciò che ho fatto è favorire rapporti tra fonti non ufficiali e tra fonti ufficiali e non, per risolvere una crisi».

LA REPLICA DI SCOTTI

Per chi indaga oltreoceano, insomma, l’ateneo lo avrebbe nascosto dagli americani con il supporto dei nostri Servizi. Intervistato da Repubblica, Vincenzo Scotti, ex ministro democristiano, oggi 86enne, presidente e fondatore della Link University ha però respinto ogni presunto coinvolgimento dell’ateneo: «Mifsud qui da noi», ha dichiarato Scotti, «ha tenuto dei seminari. Non c’è un solo lavoro a sua firma nella nostra produzione accademica». Non solo: «Parlava troppo per essere una spia», continua Scotti secondo cui il docente è finito in questa storia «per superficialità e credo una certa dose di millanteria».

LA VERSIONE DI PAPADOPOULOS…

Sparito il professore, il solo che potrebbe saperne qualcosa è George Papadopoulos. Intervistato dal quotidiano La Verità, ha dichiarato che a metterlo in contatto con il docente maltese fu proprio Vincenzo Scotti, smentendo dunque qualsiasi rapporto pregresso fatto risalire ai tempi in cui entrambi vivevano a Londra. Eppure si fa sempre più largo l’ipotesi che i due si siano conosciuti lavorando per il London Centre of International Law Practice (Lcilp). Anche supportata dal fatto che, appena il nome del Lcilp (di cui Mifsud è stato direttore) ha iniziato a circolare, il sito internet della organizzazione (che ha sede al numero 8 di Lincoln’s Inn Fields, nel quartiere di Holborn), misteriosamente è sparito.

George Papadopoulos e la moglie Simona Mangiante.

…E DELLA MOGLIE ITALIANA

Nel frattempo, Repubblica intervista la moglie di Papadopoulos, la modella Simona Mangiante, casertana, ex avvocatessa, per sette anni fino al 2016 assistente legale nella Commissione Juri all’Europarlamento, che sul London Center dice: «Quel posto era un fake, una copertura». Mangiante descrive la sede del Lcilp come un’unica stanza con «un tavolo ovale al centro»: se suo marito e il professore hanno lavorato entrambi in quei pochi metri quadri, di sicuro si sono anche conosciuti. In più, Mangiante aggiunge un particolare: fu lei la prima a incontrare Joseph Mifsud. Le fu presentato, nel 2011, dal deputato europeo del Pd Gianni Pittella. Dal canto suo il dem all‘Adnkronos ha smentito ogni suo coinvolgimento nell’affaire. «Del presunto Russiagate, tranne quello che leggo sui giornali, non so nulla. Io non c’entro niente», ha assicurato confermando di aver conosciuto Mifsud e di avergli presentato Simona Mangiante. «Sono due anni che dicono sempre le stesse cose per quanto mi riguarda. Ovvero, che io conoscevo Mifsud e che nel corso di una conferenza tenuta a Bruxelles gli ho presentato la signora Mangiante, che allora lavorava al parlamento europeo. Dopodiché ho confermato che ho conosciuto Mifsud, il che non mi pare che sia un fatto rilevante, perché conosceva migliaia di persone».

PAPADOPOULOS TIRA IN BALLO RENZI

Ma, torniamo alle dichiarazioni che l’ex membro della campagna elettorale di Donald Trump ha rilasciato a La Verità, perché in quell’occasione Papadopoulos ha tirato in ballo Matteo Renzi che, a suo dire, sarebbe stato usato da Barack Obama per realizzare un complotto ai danni dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, il precedente governo di centrosinistra avrebbe fornito riparo a Mifsud che avrebbe a sua volta teso una trappola a chi lavorava per Trump.

LEGGI ANCHE: La lettera del fedelissimo di Trump a Conte sul Russiagate

L’EX PREMIER ANNUNCIA QUERELE

Durissima la replica del senatore di Rignano: «Il signor George Papadopoulos ha rilasciato dichiarazioni false e gravemente lesive della mia reputazione sul giornale La Verità. Chi sbaglia, paga. Chi diffama, pure. Ci vediamo in tribunale». Renzi è poi passato al contrattacco: «Penso che se si vuole fare chiarezza, come Conte ha detto», ha subito attaccato il leader di Italia viva a Mezz’ora in più, su RaiTre, «è giusto che il presidente del Consiglio vada al Copasir e spieghi tutto. La domanda è: perché il ministro della Giustizia americano è venuto segretamente a incontrare il capo del Dis?». L’ex premier si riferisce all’esatto istante in cui la spy story statunitense sembra tramutarsi in un Italian Job. Quando, cioè ci sarebbero stati almeno due incontri autorizzati dal presidente del Consiglio, che ha la delega ai Servizi segreti, tra il procuratore generale William Barr, accompagnato dal procuratore John Durham, e i vertici della nostra intelligence.

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Donald Trump e Giuseppe Conte.

IL RUOLO DI «GIUSEPPI» E LA PAROLA AL COPASIR

Guai per «Giuseppi», come il presidente Usa definì Conte nel famoso tweet con cui, in modo irrituale, irrompeva nella politica italiana augurandosi che restasse premier. Dalle ricostruzioni sembra infatti che il presidente del Consiglio abbia messo a disposizione i nostri 007. Con tutto ciò che comporta a livello di rapporti internazionali, di rapporti europei sulla nostra affidabilità e – in particolar modo – di sicurezza nazionale. Quello che sta montando, dunque, è uno scandalo potenzialmente esplosivo. Su tutto ciò indagherà il Copasir, il comitato di controllo sui Servizi (che nel frattempo ha trovato un presidente, il leghista Raffaele Volpi), cui spetta il compito di accertare la legittimità dei contatti autorizzati da Palazzo Chigi.

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I sondaggi politici del 10 ottobre 2019

Il Carroccio ha il 32,7% dei consensi, seguito dal Pd (19,2%I e M5s (18,7%). Leader con maggior fiducia è il capo del leghisti, a seguire il premier Conte.

Se si votasse in questo momento la Lega sarebbe il primo partito con il 32,7%, seguono il Pd al 19,2% e il M5s al 18,7%. Il partito di Giorgia Meloni, Fratelli D’Italia si attesta al 7,8%, seguita da Forza Italia con il 7,0%. Italia Viva di Matteo Renzi è al 4,5%, Più Europa al 2,0%, La Sinistra 1,7%. Sono i dati che emergono da un sondaggio Emg Acqua effettuato per la trasmissione Agorà su Rai3.

MATTEO SALVINI IL LEADER DI PARTITO CHE HA MAGGIOR FIDUCIA

Sempre secondo il sondaggio è Matteo Salvini il leader che riscuote maggiore fiducia in Italia con il 40% dei consensi. Segue Giuseppe Conte al 36%, Giorgia Meloni al 29% e Luigi Di Maio al 25%. Nicola Zingaretti al quinto posto, 23%. Silvio Berlusconi al 17%. Matteo Renzi col 15%, come Carlo Calenda, infine Giovanni Toti al 12%.

IL M5S «È PEGGIORATO» PER LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI

Il Movimento 5 stelle compie 10 anni e sempre secondo un sondaggio Emg Acqua, per il 54% degli intervistati totali è “peggiorato” rispetto alle origini. Il M5s invece è “migliorato” per il 15%. Tra i soli elettori del Movimento, invece, il 41% degli intervistati pensa sia “migliorato”, il 47% “peggiorato”. Il 51% degli intervistati ha “poca” fiducia nel governo o “per nulla”. Per il 26% degli intervistati la fiducia è “molta” o “abbastanza”.

Nota Metodologica: Autore: Emg Acqua Committente/Acquirente: RAI PER AGORA’ Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne per sesso, età, regione, classe d’ampiezza demografica dei comuni Metodo di raccolta delle informazioni: Rilevazione telematica su panel Numero delle persone interpellate, universo di riferimento, intervallo fiduciario: Universo: popolazione italiana maggiorenne; campione: 1.624 casi; intervallo fiduciario delle stime: 2,3%; totale contatti: 2.000 (tasso di risposta: 81%); rifiuti/sostituzioni: 376 (tasso di rifiuti: 19%). Periodo in cui è stato realizzato il sondaggio: 09 ottobre 2019. Per info completa: www.sondaggipoliticoelettorali.it

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Basta coi piagnistei per la riduzione dei parlamentari

Sul taglio voluto dal M5s c’è una eccessiva drammatizzazione. Non esiste un pericolo per la democrazia. Serve ora avere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento bassa per garantire anche alle minoranze di accedere alle Camere.

Con una maggioranza sbalorditiva il parlamento ha approvato in via definitiva la riduzione del numero dei propri componenti. Sono anni che questo Paese è afflitto dal tema delle riforme istituzionali, tema serissimo però piegato agli umori del momento.

È invece del tutto evidente che il problema dell’Italia è principalmente il bisogno di avere una grande politica. Comunque ormai è fatta e difficilmente il referendum, se ci sarà, ripristinerà lo status quo ante.
È un dramma aver ridotto il numero dei parlamentari? Siamo al fascismo? La mia opinione è che c’è una eccessiva drammatizzazione. Serve ora avere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento bassa per garantire anche alle minoranze di accedere alle Camere.

MENO PARLAMENTARI NON SIGNIFICA MENO EFFICIENZA

Nel merito del taglio del numero, invece di piangere basta fare poche osservazioni. La prima, cioè quel che in questo modo il parlamento lavorerebbe poco e male, è una vera sciocchezza. Chiunque abbia avuto la fortuna di sedere o di lavorare nel parlamento, ad esempio centinaia di giornalisti, lobbisti, funzionari ecc., sa che i parlamentari erano troppi e che se talvolta le commissioni o l’aula non funzionavano dipendeva solo dall’assenteismo.

Dovremmo smetterla, soprattutto a sinistra, di gridare al fascismo ogni volta che c’è qualcosa che non ci va a genio

Il nostro numero di parlamentari era pletorico, non a livello di un grande Paese che funziona a partire dalle istituzioni rappresentative e politiche. Quindi, per cortesia, poca lagna. Diminuisce la rappresentatività dei territori? Il parlamento europeo viene eletto sulla base di collegi elettorali assai ampi e il deputato europeo che fa il suo mestiere deve lavorare molto sia a Bruxelles sia per mantenere i contatti con gli elettori. Lavorare stanca e io non sarò fra quelli che negherà la pesantezza del lavoro parlamentare (se fatto bene), ma trovatemi altri mestieri che non siano impegnativi. Non faccio esempi per ragioni di buon gusto.

Aula della Camera durante la discussione della proposta di legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari.

Meno riunioni di partito e di corrente e più riunioni con gli elettori. Lo scandalo dei capi partito, un nome a caso: Matteo Salvini, che non frequentano il parlamento europeo e oggi il Senato dimostra come il tema sia la laboriosità e non altro. È il fascismo? Dovremmo smetterla, soprattutto a sinistra, di gridare al fascismo ogni volta che c’è qualcosa che non ci va a genio. Il fascismo fu una cosa seria e tragica. Niente oggi gli assomiglia, né l’irruzione di Salvini né la riduzione del numero dei parlamentari. Mai tanto antifascismo si è rivelato così lontano dai propri obiettivi con questo urlare «al lupo, al lupo».

ORA SPAZIO A RIFORME CONTRO L’INGIUSTIZIA SOCIALE

L’Italia ha già perso una occasione, per colpa del modo con cui Matteo Renzi ha fatto la riforma e l’ha difesa di fronte all’elettorato, per modificare il bicameralismo perfetto, vero guaio della democrazia parlamentare. Oggi non commettiamo lo stesso errore lamentandoci del taglio dei parlamentari. Voltiamo pagina. Il centro sinistra è morto sulla ossessione per queste materie. Riforme istituzionali e primarie sono stati la malattia del centro sinistra e, diciamolo, del prodismo. Avevamo invece di fronte la montagna dell’ingiustizia sociale da scavalcare. Oggi il governo sta iniziando ad affrontare il tema del cuneo fiscale, dell’assegno per i figli fino al diciottesimo anno di età, se facesse anche un piano straordinario di lavori utili sarebbe un bella cosa. E poi se il parlamento ha deciso di ridursi, evviva il parlamento. Come disse un vecchio comunista di fronte ai figli recalcitranti per la svolta di Achille Occhetto: «Se il partito ha deciso di sciogliersi, ha ragione il partito». Amen.

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Lega e Pd in crescita nei sondaggi politici del 9 ottobre 2019

Il Carroccio torna a toccare il 30%. Male il M5s. Rallenta anche Italia viva. In Umbria si va verso il testa a testa tra il giallorosso Bianconi e Tesei (centrodestra).

Crescono Lega e Partito democratico (Pd), mentre rallenta il Movimento 5 stelle ma anche Italia viva di Matteo Renzi. Sono questi i dati principali che emergono dai sondaggi politici elettorali dell’Istituto Ixè, presentati in anteprima la sera di martedì 8 ottobre 2019 nel corso del programma Cartabianca su Rai 3.

INDECISI E ASTENUTI VICINI AL 35%

La Lega torna a salire, guadagnando lo 0,3% rispetto alla settimana precedente. Stesso aumento per il Pd, mentre perde terreno l’altro azionista del governo giallorosso, il M5s, che passa dal 21% al 20,2%. Alle spalle del terzetto di testa, stabile Fratelli d’Italia (8,6%), mentre cresce ancora Forza Italia (dal 6,9% al 7,2%). Rallenta Italia viva, dal 3,9% al 3,5%, come anche La Sinistra. Crescono, infine, +Europa ed Europa Verde. In questo quadro, s’ingrossa l’esercito di indecisi e astenuti, che passa dal 31,2% al 34,9%, guadagnando ben 3,7% punti percentuali.

PartitoStima 9 ottobreStima 2 ottobre
Lega30,0%29,7%
Partito democratico21,9%21,6%
Movimento 5 stelle20,2%21,0%
Fratelli d’Italia8,6%8,6%
Forza Italia7,2%6,9%
Italia viva3,5%3,9%
+Europa2,9%2,3%
La Sinistra2,1%2,3%
Europa Verde1,8%1,5%
Altri 2,0%2,2%
Indecisi/Astenuti34,9%31,2%

L’88% DEGLI ITALIANI A FAVORE DEL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Stando alle rilevazioni di Ixè, inoltre, riscuote un consenso elevatissimo e trasversale il taglio dei parlamentari, approvato proprio l’8 ottobre dal parlamento: l’88% degli italiani si dice a favore.

ELEZIONI IN UMBRIA, TESTA A TESTA TRA BIANCONI E TESEI

Capitolo elezioni in Umbria: si va verso un testa a testa tra il candidato di M5s e Pd Vincenzo Bianconi e la candidata del centrodestra, Donatella Tesei. Al momento, quest’ultima risulta avanti nelle intenzioni di voto degli elettori umbri. Quando mancano circa due settimane all’appuntamento alle urne, anche qui – come a livello nazionale – gli indecisi si attestano «su un livello insolitamente elevato» pari al 34%.

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