Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Il tatticismo di Renzi non ha fatto i conti col M5s in subbuglio

Il leader di Italia viva tira la corda della crisi di governo. Convinto che la paura del voto anticipato prevalga tra i partiti. Ma lo sfaldamento della maggioranza creerebbe un "liberi tutti" tra i grillini. Col ritorno di Di Battista e degli anti-renziani. Il rischio harakiri "alla Salvini" è concreto.

Un gioco pericoloso, sul filo dell’alta tensione, con il più classico dei conti fatti senza l’oste. Matteo Renzi, dalle alture dell’Himalaya, ha preconizzato lunga vita a questa legislatura. Con un altro governo, come se lo avesse già in tasca. Parole che sono state un calmante per i parlamentari di Italia viva, inquieti per il possibile precipitare degli eventi e del Conte 2.

L’EX ROTTAMATORE VUOLE COMANDARE IL GIOCO

L’ex rottamatore è andato ancora all’attacco, convinto di poter dettare i tempi, sfruttando il vuoto di potere nel Movimento 5 stelle e dando dunque per scontato che gli altri lo seguano. Compreso il Partito democratico, a meno che non si materializzino i fantomatici responsabili al Senato.

FINO A SETTEMBRE FINESTRA ELETTORALE CHIUSA

Certo, la paura delle elezioni anticipate e la voglia di evitarle restano le uniche certezze in un periodo molto caotico. Ed è la leva su cui Renzi fa forza, consapevole che comunque fino a settembre la finestra elettorale è praticamente chiusa (ammesso che vincano i “sì” al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari). Ma il leader di Iv ignora una questione: il M5s continua a essere una pentola a pressione. E la (eventuale) deflagrazione dell’esecutivo produrrebbe effetti imprevedibili.

CON CRIMI SAREBBE UN’IMPRESA TENERE IL M5S UNITO

L’ulteriore sfarinamento dei cinque stelle può rendere alquanto complicato cercare una nuova maggioranza. Del resto già nell’estate del 2019 è stata una fatica mettere in piedi l’alleanza, nonostante ci fosse Luigi Di Maio in carica come capo politico e la pressoché unanime convinzione di confermare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ora, con Vito Crimi nel ruolo di reggente e un Conte azzoppato, ci vorrebbe un’impresa per tenere unito il Movimento. Per molti sarebbe l’occasione per un “liberi tutti”.

Beppe Grillo e Vito Crimi. (Ansa)

I MALUMORI INTERNI AI GRILLINI NON SONO FINITI

Spiega a Lettera43.it un parlamentare pentastellato: «I malumori interni non sono finiti con le dimissioni di Di Maio. Tutt’altro. Attendiamo gli Stati generali, che già non si annunciano una passeggiata perché ci sono molti aspetti su cui confrontarci. Ma arrivarci con una crisi di governo complicherebbe le cose…». Mette in evidenza un altro deputato del Movimento: «Abbiamo perso gli elettori, vero, ma non gli eletti. Qualsiasi maggioranza non può prescindere dai parlamentari dei cinque stelle nella loro interezza».

ALTRO CHE SOSTITUZIONE INDOLORE DI CONTE

Insomma, i grillini lanciano un avvertimento: lo sfaldamento della maggioranza potrebbe risultare letale per la legislatura, nonostante la tenace resistenza contro il ritorno al voto. Perché è vero che settembre non è dietro l’angolo, ma nemmeno è una prospettiva a lunga scadenza. E così salterebbero del tutto i piani di Renzi, che immagina una sostituzione quasi indolore di Conte a Palazzo Chigi, continuando a essere al centro della scena fino al 2023.

PRONTI A TORNARE ALLA CARICA GLI ANTI-RENZIANI COME DIBBA

Uno dei principali nemici di questo esecutivo, Alessandro Di Battista, non spera altro che l’implosione del Conte 2. Dal suo “auto esilio” iraniano sta studiando la strategia per rientrare in grande stile nella vita del Movimento, riportandolo sulle sue posizioni: anti-liberista, anti-europeista, anti-Casta. Di sicuro contro il centrosinistra. Una linea da competitor – e chissà se non da possibile alleato – della Lega. La crisi di governo, insomma, è l’assist perfetto per Dibba che aspetta tornare in scena e cannoneggiare sull’alleanza con l’odiato Pd e l’odiatissimo Renzi.

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Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. (Ansa)

DI MAIO HA UNO STRANO APLOMB, MA SE LE SCINTILLE CONTINUANO…

Nei Palazzi non passa inosservato l’aplomb di Di Maio. Dopo le dimissioni da capo politico, ha solo lanciato la mobilitazione contro i vitalizi, dedicandosi poi quasi esclusivamente al lavoro di ministro degli Esteri. Una compostezza di stile che prima o poi è destinata a interrompersi di fronte alle provocazioni di Italia viva. Altri affondi contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sarebbero inaccettabili. E a quel punto sarebbe messa sul tavolo l’opzione più dura, una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”: una replica dura a Renzi per lo showdown definitivo e l’archiviazione di questo governo.

RENZI RESTA IL NEMICO GIURATO ANCHE DI GRILLO

Scenario che al titolare della Farnesina non dispiace tanto, perché gli consentirebbe di ritrovare la sintonia con Di Battista. Nemmeno Beppe Grillo avrebbe possibilità di obiettare alcunché: ha riabilitato l’alleanza con il Pd, ma non l’ex sindaco di Firenze che resta nemico giurato.

OCCHIO AL BOOMERANG IN STILE SALVINI-PAPEETE

Renzi continua una partita pericolosa, muovendosi sul crinale di sondaggi tutt’altro che lusinghieri. Le minacce di rottura lanciate a Palazzo Chigi non sono affatto prive di rischi. Osserva un parlamentare della maggioranza: «Negli ultimi mesi ci siamo abituati a tutto. Ma immaginare i cinque stelle a rimorchio di Renzi, in un nuovo governo, rischia di superare la fantasia». Così il tatticismo renziano che ha beffato Matteo Salvini può diventare un boomerang. E colpire Italia viva.

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Identikit del prossimo Presidente della Repubblica

Oggi può diventare capo dello Stato chi ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

Quelli che sanno le cose della politica dicono, e scrivono, che la fibrillazione di questi giorni è dovuta all’avvicinarsi delle nomine nelle partecipate e, sullo sfondo, all’avvio della gara per il Quirinale

Le nomine sono un passaggio importante che in un Paese serio andrebbe affrontato con uno spirito, diciamo così, oggettivo. Chi ha fatto bene va confermato, chi no lascia.

In un Paese serio le aziende non andrebbero sottoposte a numerosi cambi di vertice ma bisognerebbe lasciare che le leadership abbiano il tempo di  realizzare un programma di medio periodo. Invece in Italia accade come per le leggi sulla giustizia, sui criteri elettorali o sulla scuola. L’ultimo che arriva fa a modo suo nella certezza che il successore butterà tutto per aria. Per le nomine il criterio meritocratico non è difficile da realizzare: si guardano le singole aziende, le si confronta con il loro recente passato, si decide se il programma di chi c’è ha avvenire e quindi si decide. Dovrebbe essere così. Dovrebbe.

GLI INTERVENTI DEL COLLE NELLA VITA POLITICA

Per il Quirinale è un terno al lotto. Il Colle è passato dall’essere raffigurato come il luogo di elezione per una figura notarile, a sede della politica-politica. Diciamo da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibili. Tanto per non fare nomi hanno dominato la scena politica sia Sandro Pertini, sia Oscar Luigi Scalfaro, sia Francesco Cossiga, sia Giorgio Napolitano con interventi spesso necessari ma non sempre rispettosi dell’autonomia della politica.

Da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibil.

Sergio Mattarella è un presidente attento, che non si mette la maglietta di alcuna squadra politica e che cerca di fare l’arbitro. Talvolta esagera in timidezza. Ma nessuno può accusarlo di avere invaso campi non suoi. È però anche lui un presidente molto attivo sullo scenario della politica dove si è confrontato con una situazione inedita che ha visto l’apparente affacciarsi di un nuovo sistema politico fondato su Lega e 5 stelle che poi è crollato perché gli uni si stanno squagliando e l’altra ha uno sconsiderato alla guida del partito più forte.

IN CORSA PER IL POST MATTARELLA ANCHE CARTABIA

In queste settimane però si sono moltiplicati i boatos su chi potrebbe aspirare al Quirinale. Finalmente si sussurra anche il nome di una donna, la dottoressa Marta Cartabia che presiede l’Alta Corte. L’aspetto più surreale è che tutti i candidati, quasi sempre auto-candidati, sono del centrosinistra malgrado questa componente abbia pochi voti in parlamento. E i pettegolezzi girano in modo esasperato e spesso ingiustificato e ingiusto.

L’ANSIA DI PIACERE A DESTRA

Perché quel noto politico scrive su un ragazzo di destra ucciso dalla sinistra? Perché l’ex magistrato che ha guidato il partito dei giudici, rovinando l’Italia, fa sforzi tarantolati per accreditarsi come il legittimatore della destra di Salò? E che cosa pensa di fare l’uomo simbolo dell’Ulivo e il giovane-vecchio Dc che comanda su tutto? Tutti vengono da un mondo diventato minoritario e tutti sembrano impegnati nella corsa per piacere a destra.

UNA MAGGIORANZA QUIRINALIZIA INEDITA

Potrei continuare l’elenco facendo una scommessa. Nessuno di loro arriverà al Colle per due ragioni. La prima è che nella partita ci sono i voti dei 5 stelle, ormai “grandi elettori” privi di una guida, e soprattutto ci sono i voti della destra. Molto probabilmente potrebbe nascere una maggioranza quirinalizia inedita che faccia fuori i soliti noti. Se quello che scrivo è vero o verosimile, chi aspira al Quirinale, compreso l’attuale inquilino, deve mostrarsi come la persona che può risolvere le crisi che si succederanno da qui al voto per la Presidenza della Repubblica. Altre volte ha vinto un outsider. Lo era Pertini, lo era Scalfaro, lo è stato Giorgio Napolitano. Oggi può diventare presidente solo uno che fa cose per la Patria e che ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

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Il debunking dell’intervista di Casaleggio a Porta a Porta

L'erede di Gianroberto glissa o non risponde alle domande di Bruno Vespa. Da Rousseau ai rapporti tra l'omonima associazione e il M5s fino al conflitto di interessi.

Non risposte. Questo sostanzialmente ha dato Davide Casaleggio a Bruno Vespa. Ospite di Porta a Porta, l’erede di Gianroberto come al solito non ha trovato contradittorio e ha ripetuto il solito copione. Ecco qualche passaggio dell’intervista.

Davide Casaleggio con Luigi Di Maio e Beppe Grillo.

VESPA: Il padrone del M5s è lei?
CASALEGGIO: I padroni sono i cittadini, gli iscritti al M5s.

Chi controlla il M5s sono coloro che fanno parte dell’Associazione Movimento 5 stelle, costituita il 20 Dicembre 2017 nello studio del notaio milanese Valerio Tacchini. E cioè Davide Casaleggio e Luigi Di Maio.

V: Perché non ha pubblicato immediatamente l’atto di costituzione dell’Associazione M5s fatta tra lei e Di Maio nel dicembre 2017?
C: Lo Statuto è stato pubblicato 10 giorni dopo. La nuova associazione è stata fatta per motivi di adeguamento alla legge elettorale.

Vespa ha chiesto “l’atto” e Casaleggio risponde “Statuto”. Come ricorda l’avvocato Lorenzo Borrè, «quello che è stato pubblicato dieci giorni dopo la fondazione della nuova associazione è lo Statuto, che nulla diceva sull’identità dei due fondatori e sulle dinamiche inerenti all’attribuzione della cariche apicali e all’appalto dei servizi di comunicazione all’associazione Rousseau, di cui Casaleggio era – al contempo – presidente.
Né è predicabile che la nuova associazione sia nata per le necessità correlate alla nuova legge elettorale (il cosiddetto Rosatellum) per le quali bastava l’associazione ancillare del 2012 capeggiata da Beppe Grillo».

Porta a porta, faccia a faccia.L'atto costitutivo del Movimento 5 Stelle fondato da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio…

Posted by Lorenzo Borrè on Thursday, February 13, 2020

V: Da Statuto del M5s, Rousseau si lega al M5s in maniera irreversibile, giusto?
C: Rousseau è un metodo.

Un’altra non risposta. Tra l’altro Rousseau non è un metodo, è una Associazione e una piattaforma per il voto online.

V: Ma il M5s potrebbe scegliere un altro “metodo”?
C: Può farlo come quando uno fa un trapianto di cuore a suo rischio e pericolo.

Per farlo bisognerebbe cambiare lo Statuto che identifica la piattaforma Rousseau come luogo delle votazioni del partito. Non è esattamente una passeggiata anche perché l’operazione dovrebbe essere vidimata da Casaleggio.

V: Quindi M5s e Rousseau sono inscindibili?!
C: Rousseau è parte del M5s.

Da Statuto M5s e Rousseau sono di fatto inscindibili.

V: Quindi che ruolo ha lei? Luigi Di Maio la presenta come un tecnico informatico, mi sembra riduttivo.
C: Io do un mano al M5s…e siamo al primo posto al mondo per partecipazione online.

Casaleggio è il dominus dell’Associazione Rousseau, tramite la cui piattaforma vengono decise le politiche e la selezione dei candidati del M5s.

V: Ma lei ha ricevuto finanziamenti/donazioni per 1,5 milioni di euro per Rousseau nell’ultimo anno.
C: Abbiamo dimostrato che la politica si può fare senza soldi, i partiti spendono di più.

Avrebbe potuto dire “con meno soldi” dato che il gruppo Camera e Senato del M5S costano svariati milioni di euro all’anno di soldi pubblici. Detto questo nelle casse di Rousseau arrivano 300 euro mensili da ogni eletto circa 1,1 milioni di euro l’anno. Come ha scritto il Corriere della Sera, la piattaforma dal 2017 al 2018 «ha quasi triplicato i suoi costi. Le spese sono passate da 493 mila euro a 1,1 milioni di euro».

V: Lei è in conflitto di interessi? Tra i suoi clienti c’è Moby Line, per esempio. Potrebbe favorirli anche solo in linea teorica?!
C: Nessuno può affermare di avere influito a favore di un mio cliente.

In linea teorica può favorirli, è ovvio. Quindi il suo ruolo è in conflitto di interessi. Il fatto che non vi siano prove non vuol dire che non ci sia un potenziale conflitto di interessi.

V: L’ex ministro Lorenzo Fioramonti ha detto che, dopo due anni al governo, non capisce chi comanda nel M5s.
C: Comandano i cittadini.

La solita risposta “non sense”. Quando non sa cosa dire “comandano i cittadini”.

V: Ma il voto online non è certificato e non basta un notaio.
C: C’è una società esterna che certifica.

E qual è il nome della società terza? Con questa domanda Vespa lo avrebbe messo k.o. Casaleggio stesso dichiarava al Fatto Quotidiano il 24 febbraio 2019 che il ricorso a un ente esterno «è stato escluso perché ha costi troppo alti. Oggi abbiamo uno strumento di certificazione del voto che passa da una serie di procedure che noi seguiamo e da un notaio che ne valuta l’adozione e fotografa il risultato finale. In futuro adotteremo la certificazione distribuita (blockchain ndr)». Sul Blog delle Stelle si spiegava: «Le votazioni sono certificate da un notaio che ha accesso in tempo reale al monitoraggio del sistema di voto. Questo permette di verificare e certificare eventuali anomalie».

V: Profilavate utenti tramite l’app “attivista a 5 stelle” nel 2013?
C: L’ app è vecchia, di 6 anni fa, e non esiste più.

Ciò non vuol dire che non abbiano potuto profilare gli utenti all’epoca e che poi abbiano cancellato l’app. Un’altra “non risposta” a una domanda molto scomoda.

V: Il Garante vi ha multati perché non custodivate adeguatamente i dati degli iscritti.
C: Era una multa relativa alla vecchia piattaforma, oggi è sicura.

Sono stati cambiati lo strumento di login e il server. E il Garante ha multato Casaleggio anche perché non garantiva l’anonimato del voto online. Ergo, Casaleggio avrebbe potuto sapere come votavano gli iscritti. 

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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Prescrizione, Renzi sfida Pd e M5s sui numeri

Il leader di Italia viva ribadisce il no al Lodo Conte bis. E anche se assicura di non voler fare cadere il governo, in Aula è pronto a votare la proposta del forzista Costa per cancellare la riforma Bonafede.

«Se ci vogliono buttar fuori lo dicano, se ci dicono: “O cambiate idea o vi buttiamo fuori”, noi non cambiamo idea». Matteo Renzi ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ribadisce il suo no al Lodo Conte bis, e finianamente sfida l’esecutivo giallorosso e gli alleati di governo sulla riforma della prescrizione.

Il compromesso raggiunto nella serata di giovedì tra M5s, Pd e LeU – Il blocco della prescrizione scatterà in via definitiva non più dopo il primo grado ma solo dopo una condanna in appello – continua a non convincere Italia viva.

«Noi non vogliamo lasciare le postazioni, se poi il presidente del Consiglio vuole lo dica», insiste il senatore di Rignano assicurando che la sua intenzione non è quella di fare cadere il governo, ma «sulla giustizia noi non ci stiamo». Perché «Bonafede ha una visione giustizialista che io non condivido, è quello che se arriva Battisti in Italia fa il video», e «confonde il dolo e la colpa».

«L’ACCORDO A TRE NON HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO»

L’ultima parola, ricorda Renzi, l’avranno i numeri: «A mio avviso questo accordo a tre non ha la maggioranza in parlamento. Io non ho problemi, se trovano qualcuno che gli vota sta roba io sono contento per loro, un po’ meno per il Paese, ma noi non la votiamo». E, ancora: «Non capisco perché il Pd, che i numeri, dopo i risultati in Emilia-Romagna non usi l’occasione per dettare l’agenda».

RENZIANI FERMI SULL’EMENDAMENTO ANNIBALI

Già nella serata del 6 febbraio i renziani erano stati chiari: hanno blindato l‘emendamento Annibali che prevede il rinvio della riforma di un anno al decreto Milleproroghe, minacciando addirittura una mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Non solo: Iv senza mezzi termini ha accusato il Pd di aver abbracciato il «populismo M5s». I dem non ci stanno. Così facendo i renziani, sostengono, rischiano di fare cadere il governo, «fingendo di ignorare che, come dice Andrea Orlando, «Bonafede ha rinunciato all’80% delle sue pretese iniziali».

ITALIA VIVA PRONTA A VOTARE LA PROPOSTA DEL FORZISTA COSTA

Intanto il premier Giuseppe Conte ha annunciato per lunedì un Cdm straordinario per approvare la riforma del processo penale. I renziani dal canto loro hanno annunciato che il 24 febbraio alla Camera diranno sì alla proposta di legge del forzista Enrico Costa per cancellare la legge del ministro della Giustizia M5s. Se anche in questo caso fosse battuto, Renzi presenterebbe la stessa proposta in Senato: «Lì Bonafede non ha i numeri anche col sostegno del Pd, se non lo convincerà la politica, ci penserà la matematica», ha attaccato Iv.

L’AZZURRO: «BONAFEDE HA PIEGATO IL PD»

«Non c’è lodo che tenga. Resta il fine processo mai», sottolinea Costa in una nota. «Bonafede ha piegato il Pd. Tutto il resto sono sterili giochi di parole. I dem avevano giudicato la riforma Bonafede illiberale e incostituzionale, l’avevano respinta, avevano chiesto che non entrasse in vigore, avevano presentato una proposta di legge che la sopprimeva: oggi la sdoganano sperando che nessuno se ne accorga. Ci vediamo alla Camera il 24 febbraio».

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Il M5s in piazza il 15 febbraio contro il ripristino dei vecchi vitalizi per gli ex senatori

Appello di Crimi e Di Maio su Facebook: «Manifestiamo pacificamente contro questo oscena atto di restaurazione».

Il M5s è pronto a scendere in piazza il 15 febbraio a Roma, per protestare contro l’imminente decisione del Senato di ripristinare i vitalizi a 700 ex membri di Palazzo Madama “colpiti” retroattivamente dal ricalcolo su base contributiva.

A dare l’annuncio della mobilitazione il reggente Vito Crimi, che ha subito incassato l’appoggio dell’ex capo politico Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri è tornato a parlare con una diretta Facebook dopo il lungo silenzio seguito alle sue dimissioni: «Sapevamo che il sistema voleva cancellare le nostre leggi, ma allora c’è una sola risposta: il popolo italiano, che deve manifestare pacificamente contro questo osceno atto di restaurazione che inizia con i vitalizi. Io il 15 febbraio sarò con voi».

Per Di Maio il comportamento delle altre forze politiche, Italia viva compresa, sarebbe «veramente indescrivibile». Perché «i vitalizi se li vogliono riprendere, abbiamo fatto la prescrizione, che è legge dello Stato, e adesso stanno provando a metterla in discussione per cancellarla. E c’è chi sta lanciando un referendum contro il reddito di cittadinanza, per mettere quei soldi in chissà quale privilegio».

Sulla stessa linea l’appello di Crimi, sempre su Facebook: «Vi chiedo di tornare a far sentire la nostra voce, tutti insieme. Non la voce del solo M5s, ma la voce di un popolo che è stanco di regalare poltrone e pensioni a vita a vecchi politici di professione. Ricordate l’abolizione dei vitalizi? Adesso i professionisti della vecchia politica stanno cercando di farli rientrare dalla finestra. E non gli basterà, perché vogliono anche salvare le poltrone che eravamo riusciti a togliergli».

Di ritorno alle origini ha parlato invece la senatrice Paola Taverna, in un post sul Blog delle Stelle: «In tanti ce lo stanno chiedendo. Tornare a quando Beppe Grillo ci chiese di essere cittadini con l’elmetto. Noi lo siamo ancora, siamo in guerra. Una guerra gentile ma pur sempre una guerra, contro soprusi e privilegi, contro la casta».

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Sanremo di distrazione di massa

Dalle Sardine al Pil che scende, dalla psicosi coronavirus alla crisi Whirlpool, fino all'allarme antisemitismo saranno molti i temi oscurati dai riflettori dell'Ariston. "Me ne frego", per cinque giorni, sarà solo la canzone di Achille Lauro. Del resto, come dice Elettra Lamborghini, «Musica. E il resto scompare».

«Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente». Era il 1978 e Rino Gaetano saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston (arrivando terzo, dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa).

Già allora, però, il cantautore aveva capito come il Festival della canzone italiana fosse una bolla. Un «niente», però, che finisce col cancellare tutto il resto.

Ogni argomento, anche il più delicato o drammatico, è oscurato dai riflettori dell’Ariston. D’altronde tutti (anche chi si vanta di non seguirlo) conoscono perfettamente la sigla di Sanremo, ricordano a menadito la rituale presentazione che si ripete come un mantra ad ogni canzone («dirige l’orchestra il maestro…. applausi…. canta…. applausi»), sono pienamente consapevoli dall’incubo scalinata che a ogni edizione inspiegabilmente ricompare.

SALVINI E LA SUA BESTIA GIÀ CAVALCANO LA KERMESSE

Il 2020 non sarà da meno. A dare il segnale di come anche quest’anno il Festival sarà al centro dell’interesse nazionalpopolare è stato Matteo Salvini, che ha ben pensato di sfruttare già le polemiche sui cachet degli ospiti e sulla presenza in gara di Junior Cally con due post tra i più cliccati sulla sua pagina Facebook negli ultimi giorni.

Dopo aver visto cantare donne e uomini che hanno fatto la storia musicale del nostro Paese, trovo vergognoso che a…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

E chissà se durante la gara, Salvini continuerà a gridare all’emergenza sbarchi. «Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, Pd e compagni hanno riaperto porti e portoni, per la gioia di scafisti e trafficanti», scriveva su Fb il 2 febbraio. «Sbarchi nel 2020 aumentati del 700%, pazzesco. Non mi spaventano minacce e processi, torneremo al governo per proteggere l’Italia e i nostri figli».

Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, PD e compagni hanno…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

UN DIVERSIVO MUSICALE PER OPEN ARMS E GREGORETTI

Il Festival, però, potrebbe essere anche un ottimo diversivo per il leader della Lega, dopo che sabato scorso è arrivata la notizia dell’inchiesta per sequestro di persona anche sulla Open Arms, a cui quest’estate è stato negato per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti. Un caso che si aggiunge a quello scoppiato con la Gregoretti (a bordo in quella circostanza c’erano 131 migranti): proprio all’indomani di Sanremo, il 12 febbraio, sapremo se il Senato manderà a processo Salvini o no.

IL DERBY TRA SANREMO E PSICOSI DA CORONAVIRUS

Ma la vera domanda è un’altra: Sanremo riuscirà a oscurare anche l’emergenza per il nuovo coronavirus? Presto, tra una canzone e l’altra di Sanremo, ci saremo dimenticati delle ricercatrici che lo hanno isolato in Italia. E forse abbandoneremo per qualche giorno la psicosi che ha portato a vedere tutti i cinesi come untori.

IL PIL SCENDE, L’ITALIA GORGHEGGIA

Non c’è dubbio, però, che appena le porte dell’Ariston si apriranno, altri temi cadranno inesorabilmente nel dimenticatoio. Solo pochi giorni fa l’Istat ha inchiodato il governo: il Pil italiano nel quarto trimestre del 2019 si è contratto dello 0,3% rispetto al periodo luglio-settembre (è stato il peggior trimestre dal 2013) mentre i dipendenti stabili sono calati di 75 mila unità. Meglio non pensarci. Troppi numeri. I soli che potranno interessare saranno quelli degli ascolti per capire se Amadeus farà meglio di Baglioni o no.

WHIRLPOOL E ILVA O DILETTA LEOTTA?

Figuriamoci, poi, se le storie di aziende sull’orlo di una crisi possano mai avere la meglio sulle performance di Georgina o di Diletta Leotta. E così prepariamoci a dimenticare i tanti tavoli aperti tra ministero del Lavoro e Sviluppo economico, a cominciare dallo stabilimento di Whirlpool a Napoli che, a dispetto delle promesse di Luigi Di Maio (allora al Mise), rischia di chiudere e lasciare a piedi 420 lavoratori. L’unico risultato finora ottenuto dal governo è la promessa che nessun impianto verrà ceduto prima di ottobre. Poi si vedrà.

LEGGI ANCHE: Da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un “poi si vedrà” che, invece, è già scaduto su ArcelorMittal. Qui la spada di Damocle si avvicina. Venerdì 7 febbraio si deciderà sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva, contro il recesso di Arcelor dal polo siderurgico di Taranto. Tutto dipenderà dall’eventuale compromesso politico che si raggiungerà. Le trattative saranno fittissime in questi giorni, ma niente paura: noi parleremo di Amadeus.

LA POLITICA SILENZIATA DALLE CANZONI

Con le Regionali in Emilia-Romagna alle spalle, ora anche le sorti delle Sardine – e la polemica per la foto con i Benetton – probabilmente ci interesseranno via via sempre meno. Non che vada meglio a M5s e Pd, anche loro costretti a cedere il passo dinanzi alla domanda, molto più succulenta, se Peppe Vessicchio tornerà mai a dirigere l’orchestra. Fa niente se entrambe le forze politiche si preparano a una renovatio profonda, con i pentastellati pronti a voltare pagina dopo Di Maio, e i dem addirittura a cambiare nome al partito. È anche vero, però, che in ottica governativa questa spirale del silenzio potrebbe essere un toccasana per mettere in ordine le idee su questioni capitali: dalla riforma della giustizia allo stop alle concessioni autostradali fino alla legge elettorale. Figuriamoci, poi, se qualcuno si ricorderà del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari (29 marzo): l’unico voto interessante è quello sui cantanti in gara.

IL DRAMMA DEL FEMMINICIDIO

Ci sono, però, anche temi su cui l’attenzione non dovrebbe mai calare. Come il femminicidio. In una settimana sono state uccise sei donne e poco o nulla è stato detto. Nell’ultimo anno si sono registrati 876 episodi di violenze, nelle varie forme. Nel 2018 i procedimenti erano stati 789. Anche se a dire il vero, Sanremo ha già fatto parlare della violenza di genere. Dopo le tante polemiche, la presidente dell’associazione Italia delle Donne Gisella Valenza, come ha scritto La Stampa, ha querelato Amadeus, i vertici Rai e Junior Cally – al secolo Antonio Signore – per «istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione».

IL “ME NE FREGO” PER 5 GIORNI SARÀ SOLO QUELLO DI ACHILLE LAURO

Per i cinque giorni della kermesse magari torneremo tutti critici musicali, scordandoci che il 15,6% di noi pensa che la Shoah non sia mai esistita e dell’antisemitismo crescente nel nostro Paese. E il Me ne frego sarà per un po’ solo il titolo della canzone di Achille Lauro. Ribadisce il concetto Elettra Lamborghini: Musica. E il resto scompare.

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Il M5s ha espulso sei eletti non in regola con i rimborsi

Colpiti i deputati Aprile, Nitti, Frate, De Roma, Cappellani e il senatore Ciampolillo.

La scure dei probiviri M5s si abbatte sugli eletti non in regola con i rimborsi. Un post sul Blog delle Stelle comunica infatti che sei parlamentari sono stati espulsi.

Si tratta dei deputati Nadia Aprile, Michele Nitti, Flora Frate, Massimiliano De Roma, Santi Cappellani e del senatore Alfonso Ciampolillo. I probiviri spiegano che «chi non rispetta le regole va allontanato», principio che vale anche come titolo del post pubblicato sul Blog delle Stelle.

«Il percorso iniziato ad inizio novembre per la regolarizzazione di rendicontazioni e restituzioni degli eletti in parlamento, ha portato alla regolarizzazione della maggioranza delle posizioni pendenti», si legge nel testo. Anche perché «sul totale di 30 casi aperti alcuni portavoce hanno controdedotto in merito ai rilievi posti loro dal Collegio dei Probiviri, il quale, riscontrata la buonafede e la volontà di adempimento, ha intrapreso un dialogo per risolvere positivamente i casi».

Ma i sei espulsi non rientrano fra quanti hanno dato segnali di voler sanare la loro posizione, ottemperando alle regole interne del M5s. Pertanto «saranno allontanati dal gruppo parlamentare», a causa del «venir meno degli impegni presi».

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Secondo D’Alema il Pd ha bisogno del M5s

Secondo l'ex premier la prospettiva non è la «liquidazione» dei grillini, ma un'alleanza tra loro e il centrosinistra. «Il fascismo? Non credo che torni, però Salvini ha una carica di violenza e un comportamento neofascista»

La benedizione sui giallorossi è di quelle pesanti. Perché arrivata da Massimo D’Alema. Che, commentando le elezioni regionali, ha parlato così del futuro politico del Paese: «La prospettiva non è la liquidazione dei grillini» ma «una alleanza tra il centrosinistra e il Movimento 5 stelle. Non c’è alternativa, altrimenti si consegna il Paese a Matteo Salvini».

«COL PD DA SOLO NASCEREBBE UN BIPOLARISMO ZOPPO»

D’Alema ha parlato a Il Fatto Quotidiano, spiegando che «nel centrosinistra c’è chi pensa che i voti del M5s in crisi possano essere assorbiti dal Partito democratico, da un lato, e dalla Lega dall’altro. Ma io non credo realizzabile questa ipotesi, basata su una visione troppo semplicistica della realtà. L’Emilia-Romagna non è l’Italia, diciamo. Il Pd da solo contro tutti farebbe nascere solamente un bipolarismo zoppo».

«I CINQUE STELLE HANNO MESSAGGI DI SINISTRA»

Secondo l’ex presidente del Consiglio «non sarebbe un fatto positivo la scomparsa dei cinque stelle. Ma dalla crisi possono uscire soltanto attraverso una coraggiosa operazione culturale e politica». Mettendo da parte il posizionamento post ideologico: «Il successo elettorale del M5s è nato da un messaggio contro i privilegi e di solidarietà verso i più poveri. È un messaggio che può trovare la sua naturale collocazione a sinistra. Certo che i privilegi da combattere vanno al di là del ceto politico».

«SALVINI FA PERCEPIRE UN PERICOLO»

Quanto a Matteo Salvini, D’Alema ha affermato che «il leader leghista è portatore di un messaggio ideologico forte, che evoca la percezione di un pericolo. Io non penso che stia tornando il fascismo, né che la Lega sia fascista ma in Salvini emergono tratti di una cultura e un comportamento neofascista. Questo è altro rispetto alla tradizione leghista e ha introdotto una carica di violenza nella società italiana».

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Bonafede è il nuovo capodelegazione del M5s al governo

Il ministro della Giustizia sostituisce Di Maio come rappresentante del Movimento nell'esecutivo.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, a quanto si apprende, è stato eletto per capo delegazione del M5s al governo.

“Raccolgo il testimone dal mio amico Luigi Di Maio a cui vanno i nostri ringraziamenti per tutto quello che ha fatto. So che ci sarà bisogno di grande determinazione in un momento così delicato nella storia del MoVimento, così come importanti saranno le sfide da affrontare nei prossimi mesi. In questo cammino continuerò ad avvalermi dello stesso metodo che ho utilizzato finora, quello del dialogo e del confronto. L’obiettivo è chiaro: portare avanti il cambiamento!”.

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La battaglia nel M5s dopo il flop Regionali

Il Movimento tenta di ripartire dopo le elezioni, ma è diviso tra chi vuole l'abbraccio con il Pd e chi resta fedele alla "terza via". La sponda del referendum.

Essere l’ago della bilancia senza diventare un ago nel pagliaio. In questo agrodolce gioco di parole c’è tutta la mission impossible di un Movimento 5 Stelle che esce letteralmente a pezzi dalle Regionali. E il day after del voto già prelude al grande scontro che si avrà da qui agli Stati generali: quello tra chi persegue la linea della “terza via” e chi, soprattutto dopo l’ennesimo flop elettorale, vede oramai come inevitabile l’abbraccio al Pd. Sarà uno scontro tra titani e il rischio è che finisca invischiato anche il premier Giuseppe Conte. Il capo del governo, infatti, oggi torna a delineare la sua strategia “giallo-rosa”, quello di un campo largo contro le destre. È una strategia che Conte, non a caso, infarcisce di temi “cari” al Movimento, come lo sviluppo sostenibile, la svolta green, la digitalizzazione. Ma, per ora, dai vertici arriva un netto no. Vito Crimi, il nuovo capo politico del M5S post-Di Maio traccia infatti una linea non dissimile da quella del ministro degli Esteri: il Movimento deve correre da solo, partendo dalle origini, ovvero dal fallimento del bipolarismo. Altri “big”, però, si muovono in direzione opposta. È noto che, da tempo, Beppe Grillo persegue la strategia dell’avvicinamento al Pd. È una strategia che, in molti parlamentari e in qualche ministro, trova dei decisi fautori. E, pur nel suo silenzio, la linea probabilmente non dispiace neppure a Roberto Fico. Dall’altro lato della trincea c’è invece chi vuole un Movimento “terzo” rispetto a sinistra e destra, chi crede, con fermezza, che aderire ad un campo del centro-sinistra significherebbe estinguersi. Lo pensava Di Maio, lo pensa Alessandro Di Battista, lo mettono nero su bianco sui social “big” come Ignazio Corrao, Stefano Buffagni, Laura Castelli. È la posizione delle origini, quella che ideò Gianroberto Casaleggio e che il figlio Davide di certo non disdegna. È tutta qui la battaglia che si consumerà da qui a marzo. Con un’appendice. Dopo l’ennesimo flop il passo dallo scontro interno alla scissione è più breve. Anche perché, ad intaccare le convinzioni di chi pensa ad un M5S ago della bilancia c’è il dato del voto in Emilia-Romagna, culla del Movimento ma teatro di un trasferimento massiccio di voti dall’universo pentastellato al Pd. «La linea dell’ago della bilancia è una linea coerente, ma per esserlo bisogna essere forti», spiega una fonte vicinissima ai vertici del Movimento. Un gancio alla difficile risalita è offerto dal referendum sul taglio dei parlamentari. «È un tema prioritario», assicura Crimi. Un tema che, nel mare di divisioni interne, potrebbe rivedere il Movimento unito. E forse non è un caso che nei vertici pentastellati si stia pensando ad uno slittamento degli Stati generali. Dal 15 marzo, data annunciata nei giorni scorsi da Di Maio, al 29 marzo, data del referendum sul taglio agli eletti. È su questo tema che Crimi potrebbe chiedere quel rilancio all’unità a cui il capo politico fa appello nelle primissime ore del post-Regionali. Non sarà facile. Il Movimento in queste ore è un mix di facce scure e mutismi congegnati ad hoc. In rigoroso silenzio sta Di Maio, l’uomo che sul flop alle Regionali non ha voluto metterci la faccia con una motivazione ben chiara: lui era contrario alla discesa in campo. Non parla Grillo, non parla Casaleggio, non parla il “Dibba” dall’Iran. Anche Fico evita di esporsi. Parlano, eccome, quei parlamentari che già nelle scorse settimane chiedevano una svolta nella struttura e nella direzione politico del Movimento: da Paolo Lattanzio a Giorgio Trizzino. Parlamentari che, in fondo, si ritrovano nella mozione di Emanuele Dessì, che guarda a un Movimento “riformista”. Parla chi come Buffagni ammette con nettezza che, da quando è andato al governo, il «il M5s ha sbagliato a rincorrere gli altri». E, sullo sfondo, resta il tema della leadership. Il nome verrà solo dopo la linea che il M5S vorrà adottare. L’idea di un volto femminile piace e non sono apparse inosservate le nette parole di Chiara Appendino («Il M5s deve ritrovare fiducia in sé»). Ma ogni ipotesi deve fare i conti con Di Maio. L’ex leader non ha alcuna intenzione di farsi da parte e già domani alla congiunta notturna, la sua presenza non sarà certo marginale.

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Il flop M5s in Emilia-Romagna? Citofonare Bugani

Nel 2010 il M5s esordì alle Regionali con il 7% conquistato da Giovanni Favia. Dieci anni dopo è finito al 3,7%. Un declino che è il risultato di una lunga serie di errori. E il primo imputato è il "segretario" cittadino.

Con le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna si chiude il capitolo Movimento 5 stelle.

Le Sardine avevano già anticipato questo risultato.

Ad animare le piazze non erano più i grillini, ma quattro ragazzi bolognesi che, con toni ben diversi da quelli usati da Beppe Grillo nel 2007, hanno riempito Piazza Maggiore prima e Piazza VIII Agosto poi. 

L’EXPLOIT DEL 2010 E POI LA DISCESA

Alle Regionali del 2010, la lista M5s ottenne il 6% mentre il candidato presidente Giovanni Favia il 7% (161 mila voti). L’affluenza fu del 68% (simile a quella di oggi) e così i 5 stelle elessero due consiglieri regionali.

LEGGI ANCHE: Favia commenta il flop M5s

Nel 2014, il M5s emiliano-romagnolo dava già primi segnali di crisi. I voti furono 159 mila, mentre la candidata presidente Giulia Gibertoni riuscì a ottenere 167 mila preferenze (il 13%). Grazie a un’affluenza del 37%, il M5s portò in Regione cinque consiglieri. Sempre nel 2014 il segretario regionale era Massimo Bugani che condusse la campagna elettorale mettendo la sua faccia a fianco dei fedelissimi. Dopo il risultato deludente, addossò le colpe ai soliti detrattori, senza fare la minima autocritica.

IL FLOP DI BENINI

Il risultato odierno riporta il M5s indietro nel tempo: due consiglieri eletti con il 4,7% dei voti alla lista. E con il candidato governatore Simone Benini fermo al 3,5%. Ben al di sotto dell’esordio del 2010. Benini ha infatti totalizzato 80 mila preferenze. La metà di quelle di Giovanni Favia nel 2010.

UNA FINE ANNUNCIATA DA TEMPO

Questa fine era annunciata da tempo e la responsabilità è da imputare principalmente al fautore di tutti gli insuccessi comunali e regionali: Massimo Bugani. L’uomo di Casaleggio in Emilia-Romagna ha plasmato il Movimento 5 stelle a sua immagine e somiglianza, formando le liste elettorali di fedelissimi durante le serate in pizzeria invece che in assemblea, eliminando le primarie per il sindaco di Bologna nel 2016, autoproclamandosi «candidato naturale» (alle Comunali si fermò al 16%) ed espellendo centinaia di attivisti in tutta la regione che non erano allineati.

LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI INCARICHI

Ha vestito il ruolo di consigliere comunale, vice capo di gabinetto di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi e socio dell’associazione Rousseau allo stesso tempo. Lui che aveva sempre gridato contro i doppi incarichi ne ha avuti tre in colpo solo. Pur essendosi dimesso dalla segreteria di Di Maio lo scorso agosto e non essendo più socio di Rousseau (resta referente della funzione Sharing), resta comunque capo staff della sindaca di Roma Virginia Raggi, mantenendo anche il suo posto in Consiglio comunale a Bologna.

UNA LUNGA SCIA DI INSUCCESSI

Ai motivi del declino pentastellato si devono aggiunge l’inchiesta sulle presunte firme irregolari raccolte dal M5s in occasione delle Regionali del 2014 in Emilia Romagna – che vede il braccio destro di Bugani, il consigliere comunale Marco Piazza, rinviato a giudizio con il suo collaboratore e una ex attivista – e le defezioni di consiglieri comunali e regionali che si sono ribellati ai continui voltafaccia del partito a livello nazionale. Tra i grandi risultati di Bugani va poi annoverata la perdita di Imola, conquistata dal M5s nel 2018, che ha visto la sindaca Manuela Sangiorgi dimettersi dopo appena un anno di governo. «Il M5s non esiste più. Il M5s è morto ed è morto quando è morto Gianroberto Casaleggio», si era sfogata la prima cittadina a fine ottobre in una intervista a ÈTv. «Abbiamo visto appropriarsi di ruoli apicali da parte di persone senza arte né parte, perdere 6 milioni di voti in un anno e fare finta di niente». Prima o poi, però, arriva il conto. Sono comunque serviti sette anni di gestione Bugani (2013-2019) per far capire agli emiliano-romagnoli che il M5s è totalmente cambiato e non è più il movimento trasparente e fatto di gente intellettualmente onesta che era nel 2010. Meglio tardi che mai, ma non scordiamoci i responsabili. Sono gli stessi che oggi vanno in tivù a dire «Io ve l’avevo detto che era meglio non presentarsi». Basterebbe conoscere la storia del M5s in Emilia per saper rispondere adeguatamente a queste facce di bronzo e inchiodarle alle loro responsabilità.

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Giovanni Favia commenta il tonfo del M5s a Bologna e in Emilia-Romagna

Alle Regionali del 2010, il M5s appena nato conquistava un insperato 7%. Oggi Simone Benini è fermo al 4. «La culla del Movimento è diventata la sua tomba», spiega il protagonista di quel boom finito espulso da Grillo e Casaleggio. L'intervista.

Quello del Movimento 5 stelle alle Regionali è stato «il più grande tonfo della storia repubblicana».

E segna la «tomba» del progetto là dove era nato elettoralmente, in Emilia-Romagna e a Bologna. Per questo gli Stati Generali di marzo saranno «un’operazione metafisica, che porterà a una fine mesta».

Giovanni Favia, candidato presidente del M5s in Emilia-Romagna nel 2010, consigliere regionale e poi espulso – ufficialmente – per la sua partecipazione alla trasmissione di Michele Santoro Servizio Pubblico, torna ad attaccare i vertici pentastellati. E, risultati alla mano, elogia le Sardine. «Non ho simpatie per loro», dice a Lettera43.it, «ma sono i veri vincitori».

Giovanni Favia (LaPresse).

DOMANDA. Lei nel 2010 ottenne il 7%, un boom per il nascente M5s. Dieci anni dopo, Simone Benini è al 4%…
RISPOSTA. E dire che eravamo all’1% sul livello nazionale. Bologna e l’Emilia-Romagna sono state la culla del Movimento 5 stelle e ora ne sono la tomba. È il più grande tonfo della storia repubblicana non causato da alcuna bomba giudiziaria. Un partito dal 32% è quasi sceso a percentuali da prefisso telefonico: è stato il più grande inganno organizzato da un’agenzia di marketing.

Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini

Più di una volta il Movimento è stato dato per finito.
Il partito che non era né di destra né di sinistra è diventato sia di destra sia di sinistra. E ci consegna degli elettori strapazzati dalla fregatura che hanno preso. I principi del Movimento sono finiti da parecchio. Certo, il potere può avere un’onda lunga. 

Però bisogna ammettere che in questi anni sono stati raggiunti risultati impensabili…
Hanno puntato sull’ambivalenza mischiando un po’ di populismo di sinistra e un po’ di populismo di destra. Hanno creato un polpettone che ha funzionato finché erano all’opposizione. Sono stati ossessionati dalla comunicazione. E dire che era il partito che non voleva andare in tivù. Ma il successo non si è basato su un nuovo Movimento, anzi.

Quindi davvero non si può risollevare, o almeno salvare, il M5s?
Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini. Da lui è arrivato un fortuito abbraccio del cobra: con Luigi Di Maio c’era un amore politico corrisposto. Alla fine però li ha soffocati.

A proposito, cosa pensa delle dimissioni di Di Maio?
Era il capo politico, ma in realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo.

A marzo ci saranno gli Stati Generali. Che compito spetta all’erede di Di Maio?
È un’operazione metafisica, sarà poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno un po’ di qua, un po’ di là. Qualcuno tenterà di fare qualcosa: è una parabola a cui ho già assistito.

In questa dinamica di perdita di consensi ha inciso di più l’alleanza con il Pd o con la Lega?
È stato un destro-sinistro, come si direbbe nel linguaggio del pugilato. Forse è stata più fatale l’alleanza con il Pd. L’accordo con la Lega poteva essere giustificato con la necessità di sbloccare uno stallo politico e fare un governo. Dopo si è visto che era solo un gioco di poltrone: i moralizzatori del sistema hanno creato un sistema peggiore di quello che criticavano.

Di Maio? In realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo

Quindi il M5S non avrebbe dovuto avallare l’alleanza con alcuna forza politica?
Per stare al governo c’è bisogno di avere delle capacità, una visione. Il progetto politico non c’era, esistevano solo degli spot e dei meme su Facebook per prendersi gli applausi. Una linea ondivaga con una retorica populista. Ma adesso gli italiani lo hanno capito, si sono scottati provando il Movimento 5 stelle.

E quale impatto ci sarà sul piano nazionale?
Nonostante quello che dice Vito Crimi, si tornerà al bipolarismo. Ci sarà un post Salvini nel centrodestra, perché il bipolarismo non può sostenere un leader eccessivo come lui. Quindi ci sarà una guida diversa. A sinistra non si vede nulla. Questa fase politica è una sconfitta anche per Matteo Renzi. Non so se partirà qualcosa dal movimento delle Sardine.

Gli Stati Generali saranno poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno, qualcuno tenterà di fare qualcosa, ma è una parabola a cui ho già assistito

Pensa che le Sardine possano essere qualcosa di simile al Movimento 5 stelle?
Il leader delle Sardine si è dimostrato molto più abile di quanto si credesse nei primi giorni dopo la manifestazione di Bologna. Non ho particolari simpatie nei loro confronti, ma sono i veri vincitori di queste elezioni. Sono riusciti a occupare per 40 giorni la campagna elettorale, sia sul piano culturale che mediatico, togliendo la scena a Salvini.

Un’ultima domanda personale: Favia può tornare in politica?
Oggi non c’è lo spazio. Mi piacerebbe una realtà di centro moderato capace di andare fuori dalle vecchie logiche e dai soliti schemi. Siamo in tanti gli orfani di un progetto diverso.

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Le elezioni regionali confermano l’irrilevanza del M5s

I pentastellati escono con le ossa rotte dalla competizione in Emilia Romagna e Calabria. E pensare che alle Politiche del 2018 avevano fatto il pieno di voti. Salvini: «Sono scomparsi». E Zingaretti celebra il ritorno del bipolarismo.

C’è uno spettro che si aggira sulla scena politica italiana. Il Movimento 5 stelle esce con le ossa rotte anche dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Elezioni alle quali l’ex capo politico, Luigi Di Maio, non avrebbe nemmeno voluto presentarsi, ma è stato costretto a farlo dalla base e da alcuni maggiorenti pentastellati, il cui obiettivo principale forse era proprio quello di indebilire ulteriormente la sua leadership.

L’Emilia-Romagna e la Calabria non sono due terre qualunque per il Movimento. Nella prima il M5s è nato con il VaffaDay e ha avuto il primo sindaco, eleggendo Federico Pizzarotti a Parma. Qui alle Politiche del 2018 aveva preso il 27,5%, diventando il primo partito e superando di un punto il Pd. Mentre alle ultime Europee si è fermato al 12%. In Calabria le dimensioni della disfatta sono ancora più macroscopiche: nel 2018 i pentastellati fecero il botto con il 43,4% dei consensi, mentre il successo alle Europee è stato molto più contenuto (26,7% contro il 22,6% della Lega).

I risultati delle regionali del 26 gennaio sono impietosi e confermano l’irrilevanza cui il M5s sembra ormai essersi condannato in modo irreversibile. Secono le proiezioni, infatti, in Emilia la coalizione che sostiene Simone Benini si è fermato sotto al 4%, mentre in Calabria i consensi accreditati a Francesco Aiello (“scomunicato” dal presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra) sarebbero inferiori all’8%. Scavalcato anche dal civico Tansi, ex presidente della Protezione civile.

Commentando a caldo i risultati, il leader della Lega Matteo Salvini ne ha approfittato per affondare il colpo contro gli ex alleati di governo, ai quali adesso spera di rosicchiare altri voti: «Se i dati del M5s csaranno confermati, il Movimento scompare dalla regione Emilia-Romagna e quasi scompare anche dalla Calabria. È evidente che domani a Roma qualcosa cambierà».

Meno dure, ma ugualmente significative le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «Non mi permetto di dire nulla al M5s, ma c’è un travaglio che è sotto gli occhi di tutti. Si sta tornando a un sistema bipolare. Come accaduto in Calabria e in Emilia Romagna, si sceglie tra i due principali contendenti. Lo dico da alleato, non da avversario». Quello che Zingaretti non dice, però, è che una legge elettorale proporzionale potrebbe fare da salvagente ai pentastellati. E il Germanicum sostenuto dal Pd va esattamente in questa direzione.

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Se il M5s piange, Salvini e Borghi non rideranno

I cinque stelle si sono sgretolati. E non sorprende nessuno. Ma chi crede che la Lega sovranista con ricette economiche folli e senza fondamento salverà questo disastrato Paese vaneggia.

Non c’è nessuna sorpresa nella crisi che ha portato il Movimento 5 stelle giù dal firmamento.

Era prevedibile il logoramento del suo leader (su delega) Luigi Di Maio,  lo erano da molti mesi le grigie a dir poco prospettive elettorali, ed era prevedibile la spaccatura fra due anime, una più “pura” e un’altra genericamente progressista, come si usa dire in Italia da tempo con vago significato. Le cose non vanno bene e una parte addossa la colpa all’altra. 

Qualcuno a parte gli aventi causa pensava forse che un Movimento – termine già in sé  destabilizzante –  con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e pantomime e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo potesse avere un brillante futuro politico?

IL BORGHISMO LEGHISTA NON RISOLVERÀ NULLA

E ugualmente, qualcuno al di fuori di quanti palpitano per i tweet salviniani (e non sono pochi) pensa forse che la Lega di Matteo Salvini,  che pure ha una storia assai diversa dal M5s e molta più esperienza, possa  gestire gli anni difficili che l’Italia sta vivendo e vivrà centrando tutto su un  non meglio precisato nazionalismo, chiamato goffamente oggi sovranismo

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Come dire: se possiamo fare a modo nostro risolviamo tutto. È stata questa nel 2018-2019 e forse è ancora la cosiddetta linea Borghi, da Claudio Borghi Aquilini, il padre dei minibot e di varie altre fantasie tra l’incredibile e il folle, portato da Salvini ai vertici del parlamento italiano. Si aspetta con una certa impazienza di sapere se le sue sparate sono ancora, nella Lega, moneta sonante (in lire naturalmente) o carta straccia. Nell’incertezza sui destini del borghismo, a ogni rafforzamento del salvinismo lo spread sale. 

I MOTIVI DEL TRIONFO DEL M5S NEL 2018

L’incredibile dell’Italia è che a fronte di nodi ormai storici, di portata cioè tale da interessare e richiedere gli sforzi non di pochi anni ma di un’intera generazione per fermare e invertire il declino socio-economico della nazione, ci sia stata una forza che sull’onda del reddito di cittadinanza e di un vago programma di “giustizia e onestà” via Internet è riuscita a dominare le ultime elezioni politiche del marzo 2018.

Qualcuno pensava forse che un Movimento con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo, potesse avere un brillante futuro politico?  

I cinque stelle portavano infatti in parlamento 348 eletti provenienti per lo più dal nulla, la voce del popolo insomma, e stravincevano grazie alla distribuzione di denaro pubblico, in larghe zone del Paese e con risultati spesso plebiscitari. La falange parlamentare pentastellata partiva con numeri superiori a quelli avuti dalla Dc nelle ultime elezioni politiche della Prima Repubblica, nel 1992 (348 eletti scesi ora a 325 dopo varie defezioni contro i 313 Dc di 28 anni fa) e quasi pari a quelli dei parlamentari democristiani del 1987 (359). Nemmeno con il cambio di alleanze, Lega prima e Pd adesso, sono riusciti a combinare un granché oltre al reddito di cittadinanza. Cioè la distribuzione di mance elettorali, non sempre ma spesso, con un costo complessivo di circa 470 milioni di euro al mese, secondo stime ricavate dagli ultimi dati Inps.  

LA BATTAGLIA ELETTORALE PER QUOTA 100

Avendo i 5 stelle il reddito di cittadinanza, Matteo Salvini pensò bene di prepararsi al voto politico che poi si tenne il 4 marzo 2018 con Quota 100,  cioè la parziale correzione della legge Fornero, consentendo fino a tutto il 2021 di andare in pensione con un minimo di 62 anni di età e 38 di versamenti, in aggiunta alla precedente cosiddetta “opzione donna”. Nulla da dire, anzi una correzione più che giusta per lavori pesanti e usuranti, caso più citato l’edilizia, dove dopo i 60 anni spesso il fisico è meno adatto a certi compiti. Ma poiché a Salvini interessavano i voti, non si è limitato a categorie e ruoli specifici e ha spinto un provvedimento che ha visto, per esempio, una notevole adesione di dipendenti pubblici, settore dove il lavoro usurante, cioè pesante, non è particolarmente diffuso. 

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento

E adesso il segretario generale CgilMaurizio Landini, è all’attacco della legge Fornero (che, sia chiaro, ha vari punti da rivedere, a partire dall’adeguamento troppo rigido alle aspettative medie di vita) e chiede il pensionamento per tutti a 62 anni, richiesta in linea con un sindacato che ormai ha il suo nerbo di iscritti in pensionati e pensionandi. E per nulla in linea con le risorse disponibili e un serio patto generazionale. I giovani o semi-giovani sono infatti chiamati a pagare quello che mai potranno a suo tempo ricevere. Ma si premiano gli elettori pensionandi di oggi, per i minipensionati imbufaliti di domani si vedrà.  

LE RISORSE NAZIONALI NON SONO ELASTICHE

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero,  per arrivare alla recentissima affermazione di Salvini «siamo noi leghisti i veri socialisti», c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento (e in parte lo sono, fino a quando ci si può indebitare), e che la logica distributiva possa continuare indisturbata. Dietro a questo c’è la grave sottovalutazione di almeno tre dati di fondo.

IL DRAMMA DEL CROLLO DEMOGRAFICO

La prima e più drammatica realtà è il crollo demografico, che ha portato  nella fascia 0-24 anni a 6 milioni di italiani in meno rispetto alla fascia 55-84; in pratica dagli Anni 90 la natalità è crollata, e milioni di legittime decisioni individuali legate alla sfera più personale e sacra hanno creato un grosso problema collettivo, che pesa molto sulla mancata crescita economica del Paese

Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante

Chi è totalmente contrario all’immigrazione fa male a ignorarlo. È un buco demografico che non accenna a ridursi e ormai segna profondamente la realtà italiana e la segnerà fino a fine secolo, anche se la natalità in futuro dovesse riprendere tassi meno distruttivi. In questo  siamo una anomalia in Europa, dove ovunque o quasi la natalità è bassa ma non ai livelli italiani, e anche per questo la crescita altrove nella Ue è stata nell’ultimo quindicennio più alta. 

LA SCURE DEL DEBITO PUBBLICO E LA PERDITA DI COMPETITIVITÀ

La seconda realtà che se non affrontata diventerà drammatica, e già in parte lo è, è il debito pubblico, che deve cominciare a diminuire dopo aver trovato politici sufficientemente coraggiosi e capaci di dire al Paese la verità. Non basta il calo del disavanzo primario, deve scendere il debito in assoluto. La terza è la perdita di competitività produttiva e l’indebolimento in vari settori industriali, finora compensato dalla vitalità complessiva del sistema, ma occorre occuparsene seriamente.

LE RISPOSTE INSUFFICIENTI DI M5S E CARROCCIO

Il mondo dei 5 stelle e della loro robustissima, numericamente, compagine ministeriale viene da un altro pianeta rispetto a questi problemi e i più fra loro nemmeno sanno bene di che si tratta. Il vate di Sant’Ilario, Beppe Grillo, sa fare a proposito solo degli spettacolini, non troppo diversi dalla pantomima messa in scena nel febbraio 2018 sotto la statua ginevrina a  Rousseau (Jean-Jacques), patrono della semidefunta piattaforma web grillina per la democrazia diretta. Salvini è diverso, ha un vero partito a confronto, non ha giocato la carta fasulla de “la Rete” ma quella più pericolosa del nazionalismo, pericolosa perché nell’Europa di oggi ben poche soluzioni sono strettamente nazionali. In particolare a fronte di problemi serissimi come i tre indicati (demografia, debito, competitività economica) Salvini, che pure sulla demografia alcune cose le ha dette, ha giocato la carta del borghismo.

LE FROTTOLE NO EURO E NAZIONALISTE

Il borghismo è il principio per cui se tutto torna nazionale, e “facciamo da noi”, risolviamo tutto. Sono indimenticabili  le campagne no euro di Borghi e Salvini e gli attacchi costanti alla Ue, a proposito e a sproposito. Il borghismo è la scelta nazionalistica, a partire dalla follia davvero incredibile di una banca centrale nazionale, basta euro e basta Bce, che potrebbe finalmente colmare il debito riappropriandosi del potere di creare moneta, così, all’infinito. Questo Borghi ha detto e voluto far credere. È la strada già percorsa con risultati disastrosi in Argentina da Juan Domingo Perón. Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante. Salvini parla adesso anche di socialismo, in Emilia-Romagna, una terra  che dal socialismo di vari colori (anche quello nero) è stata per oltre un secolo affascinata. Il suo è un socialismo nazionale, ovviamente, lo si può dire scartando nettamente ogni parentela con il lontano passato, ogni analogia con la violenza di allora, e ogni rischio per la democrazia oggi inesistente, ma sempre di socialismo nazionale si tratta. Questo se Salvini resterà fedele al borghismo e alle sue ricette demagogiche e false, fatte di soluzioni facili per problemi difficili.   

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Il futuro di Di Maio tra Gattopardo e modello Renzi

Ora che non è più capo politico, Di Maio potrebbe seguire la strada del senatore di Rignano e come "ministro semplice" pungolare Conte. Oppure da Gattopardo tornare alla carica in occasione degli Stati generali del M5s. Dimostrando di essere l'unico leader possibile. Più difficile un asse con Dibba o un ticket con Appendino. Le ipotesi in campo.

Tornare in scena, da capo politico, o restare battitore libero, portando avanti l’idea del Movimento 5 stelle come “terza via”. L’ago della bilancia tra destra e sinistra: la sua visione preferita. In attesa di tempi migliori.

Un fatto è a prova di smentita: Luigi Di Maio, a soli 33 anni, non ha affatto intenzione di diventare un “ex” della politica.

E ha chiaramente scandito di non voler mollare. Ha tolto la cravatta, certo, ma più come segno di sfida che di resa. Le strade davanti a sé sono numerose. E da qui agli Stati generali di marzo resterà comunque il punto di riferimento del M5s, mentre per il futuro nessuno scommette un centesimo sull’ipotesi che possa defilarsi. Così la domanda circola con insistenza: cosa farà Di Maio da grande?

1. DI MAIO IL GATTOPARDO

Tutto cambia, perché nulla cambi. Tra le versioni più accreditate nella giornata di mercoledì al Tempio di Adriano, a Roma, circolava proprio questa: le dimissioni come strumento di rafforzamento. Di Maio, in queste settimane, può far emergere che il Movimento non ha leadership alternative. Con buona pace dei Patuanelli, dei Fico e delle Lombardi, che ambiscono a diventare leader o comunque ad aprire a una guida collegiale. Una posizione gattopardesca per mettere a nudo il vuoto intorno a sé, silenziando con i fatti le numerose critiche dei detrattori, grande bersaglio del suo intervento. Un’operazione-maquillage, messa in campo con Davide Casaleggio (definito un «fratello maggiore») per restare in sella. Più forte di prima e con gli avversari interni, «i pugnalatori», sbaragliati. 

2. NUME TUTELARE DI APPENDINO

La presentazione dei facilitatori nazionali ha evidenziato la volontà di puntare sulle donne: da Paola Taverna a Barbara Floridia, un M5S a trazione femminile. Per il “nuovo” Di Maio esiste anche una valida opzione: il ticket con la sindaca di Torino, Chiara Appendino. Le difficoltà amministrative, infatti, non hanno oscurato l’immagine della prima cittadina torinese: è sempre molto amata dalla Base e rispetto alla sua collega romana, Virginia Raggi, gode di una buona stampa, almeno sul piano nazionale. Una verniciata di rinnovamento ancora più significativa rispetto al ritorno alla leadership solitaria. E non sarà sfuggito che Appendino ha prontamente manifestato la sua vicinanza al capo politico dimissionario. Di Maio potrebbe anche preferire il ruolo di nume tutelare della sindaca, trasformata in leader del Movimento.

3. IL FANTASCIENTICO ASSE CON DIBBA

C’è anche una possibilità, per certi versi clamorosa: rilanciare l’asse con Alessandro Di Battista. Nei mesi scorsi c’era stata una spaccatura, nemmeno tanto velata, salvo poi ricompattarsi per necessità sulle battaglie più infuocate del Movimento 5 stelle. A cominciare dalla revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia. Alla fine, però, è maturata la rottura definitiva con l’espulsione di Gianluigi Paragone, il senatore difeso a spada tratta da Dibba.

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Le incognite sull’ipotetico asse tra i due Di (Di Maio e Di Battista) sono comunque pesanti: significherebbe il ritorno di un Di Maio di lotta, con il vigore delle origini e la conseguente caduta del governo. Perché nessuno immagina un Movimento con Di Battista in primo piano, alleato del Pd. Questo scenario, tuttavia, imporrebbe il superamento delle tensioni tra i due, dopo che l’ormai ex capo politico ha lanciato delle frecciate a chi non si è assunto le proprie responsabilità. Ed è difficile non cogliere in filigrana un riferimento a Di Battista, che ha continuato a fare da battitore libero, spostandosi dal Sudamerica all’Iran. Ma il personaggio Di Maio ci ha abituato a clamorosi ribaltamenti di fronte, come l’alleanza con il Pd, da lui etichettato qualche giorno prima «il partito di Bibbiano».

4. IL MODELLO RENZI

C’è chi adombra un’altra eventualità: seguire la strategia di Matteo Renzi, che per qualche mese si è professato «senatore semplice», prima di tornare prepotentemente alla ribalta. Con la regia per la nascita del Conte 2, di cui oggi è uno dei principali fustigatori. Ecco, Di Maio può limitarsi a fare il “ministro semplice”, bacchettando costantemente l’attività dell’esecutivo e spingendo sui dossier più cari al Movimento, spesso molto divisivi. Già nell’incontro di mercoledì, dall’immigrazione ai tagli alla Giustizia, ha dettato un’agenda alquanto indigesta agli alleati con la rivendicazione della denuncia sul ruolo delle Ong e l’abolizione della prescrizione. Dalla Farnesina, con le mani libere, sarebbe pronto a fare il controcanto quotidiano, pungolando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e dimostrando all’eventuale nuovo capo politico dei 5 stelle che il vero leader resta lui, Luigi da Pomigliano.

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Così il gaffeur Vito Crimi è diventato reggente del M5s

Dal 2013, quando debuttò nello streaming con Bersani, ne ha infilate di perle. Napolitano poco sveglio, le battute sulla prostata di Berlusconi, il complotto dei piedini sporchi, le battaglia contro i giornalisti e Radio radicale. Tutti gli scivoloni del "successore" di Di Maio.

Qualcuno le gaffe le ha pagate a caro prezzo. A Danilo Toninelli, per esempio, l’interminabile sequela di uscite infelici è costata prima il posto al ministero delle Infrastrutture (si sfarinò il governo a causa di Matteo Salvini, ma la sua poltrona era pronta per essere offerta alla Lega in caso di rimpasto), poi l’espulsione dalla squadra del Conte 2. Qualcuno, invece, di gaffe in gaffe avanza. Lentamente ma inesorabilmente. Non silenziosamente. Il Movimento 5 stelle si trova all’alba di una nuova era, l’era di Vito Crimi, reggente con un unico merito: essere il membro anziano del comitato di garanzia.

EX ASSISTENTE GIUDIZIARIO A BRESCIA

Nella sua ormai considerevole carriera politica annovera comunque un numero significativo di uscite sopra le righe. Ecco le migliori perle che l’ex assistente giudiziario alla Corte di appello di Brescia (qui il suo curriculum) ha regalato ai posteri.

PRESE IL 3% DA CANDIDATO GOVERNATORE LOMBARDO

Attivista pentastellato della prima ora, candidato presidente della Lombardia alle Regionali del 2010 dove ottenne il 3%, (gli andrò meglio alle parlamentarie, quando riuscì a raccogliere i 381 voti sufficienti a finire in lista), debuttò davanti al grande pubblico nel 2013, durante lo streaming – ormai sbiadito – delle consultazioni tra Pier Luigi Bersani e la delegazione dei cinque stelle. L’incontro passò alla storia non tanto per la sua presenza ma per le dichiarazioni di Roberta Lombardi che, in quanto a gaffe, si pone come sua diretta rivale (disse: «Bersani, qui non siamo a Ballarò» e «Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali»). In quell’occasione Crimi parlò poco. Si limitò a rivolgersi alla Lombardi apostrofandola come «onorevole» per ottenere in cambio il rimbrotto: «cittadina, prego».

SARCASMO FUORI LUOGO SUL CAPO DELLO STATO

Del resto, le volte che esternava, lo scivolone era subito dietro l’angolo. Come quando decise di documentare l’incontro tra Beppe Grillo e l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Abbastanza surreale», disse, «una situazione anacronistica, perché siamo entrati in questo palazzo tra corazzieri e uno stuolo di persone ovunque. È stato un colloquio riservato, c’eravamo solo noi tre e Napolitano con il segretario generale del Quirinale». «Napolitano», aggiunse Crimi con sarcasmo, «ha ascoltato molto Beppe e Beppe l’ha visto un po’ più sveglio rispetto a quello che pensava». Scoppiò una prevedibile polemica. Crimi si giustificò dicendo: «Ricordo che le nostre riunioni si svolgono in diretta streaming e si parla liberamente, senza discorsi preparati e preconfezionati o artefatti e può capitare di dire qualcosa che risulti infelice come esposizione… Questa è comunque trasparenza». Non poteva certo immaginare che, di lì a poco, sarebbe stato più e più volte immortalato dai cronisti appisolato, in treno e persino a Palazzo Madama.

VITO LO SMENTITO DA GRILLO IN PERSONA

Tra una pennica e l’altra, sempre nel 2013 non fece in tempo a esprimere un giudizio politico («Meglio un incarico a Bersani che una prorogatio a Mario Monti») che subito fu silenziato pubblicamente da Grillo in persona: «Sono uguali». E la Rete si scatenava con l’hashtag #Romanzocrimi con il soprannome «Vito, detto lo smentito». Nel 2014, ospite della trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, rivelò il suo background politico: «Ho votato per i Verdi, Rifondazione comunista, Alleanza nazionale, l’Ulivo, l’Italia dei valori… anche Pd, Ds, anzi, no Pd no… sceglievo le persone». A Oggi invece confessò: «Ho ancora poca conoscenza dei regolamenti parlamentari». Ed era capogruppo al Senato (in compenso, aveva le idee molto chiare sulla linea che esigeva dai suoi, come disse al Corriere: «I parlamentari non devono occuparsi di strategie politiche, di alleanze. Se lo fanno, non hanno capito niente. Tu, parlamentare, devi dire: sei d’accordo sulla mozione Ogm?»).

Beppe Grillo e Vito Crimi durante una conferenza stampa del Movimento 5 stelle nel 2013. (Ansa)

CRIMI L’UMORISTA SUL PROLASSO DEL CAV

Strappò poche risate quando provò a canzonare un manifesto di Forza Italia: «Silvio non mollare». Crimi scrisse su Facebook: «Vista l’età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali, e l’ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con “Non mollare” non è che intende “Non rilasciare peti e controlla l’incontinenza”?». Del resto, che abbia uno strano senso dell’umorismo lo si sa da tempo. Quando Grillo rilanciò un video che aveva come tema: «Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?», il solito Crimi commentò così l’opera: «Ironica, satirica, senza alcuna volgarità ma simpatica anche».

COMPLOTTO DEI PIEDINI SPORCHI: LA PROVA DELLE POLVERI SOTTILI

Da membro del Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) si fece notare, nel 2015, con una inchiesta pubblicata sulla sua pagina Facebook: il complotto dei piedini sporchi. «Leggete, prima di ridere», scrisse, pubblicando la lettera di «un amico che risiede a Ghedi, in provincia di Brescia» che inoltrava al senatore pentastellato le foto dei piedini sporchi del figlio sostenendo che fossero la prova delle polveri sottili penetrate in casa. Insomma, la sicurezza pubblica con Crimi era in ottime mani. Anzi, piedi.

I GIORNALISTI? «MI STANNO SUL C…O, CERCANO LO SCOOP»

E poi c’è la sua personale crociata contro la categoria dei giornalisti, iniziata prestissimo e che forse gli è valsa nel 2018 la delega all’Editoria da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Nel 2013 esordì facendosi scappare: «Mi stanno tutti sul c…o» perché «cercano solo lo scoop». Da sottosegretario si sbizzarrì mettendo nel mirino prima l’intera categoria («Bisogna superare il termine giornalisti, oggi servono professionisti dell’informazione»), quindi il finanziamento pubblico ai giornali («Lo aboliremo con grande orgoglio»), poi l’ordine professionale («Scatola vuota, o cambia o va abolito») e infine l’Inpgi, la cassa pensione della categoria («Prodotto del poltronificio Pd che oggi vive a spese dei giornalisti e delle loro pensioni»). Ma l’apice lo ha toccato nella sua personalissima battaglia contro la sovvenzione pubblica a Radio radicale, nonostante svolgesse un pubblico servizio trasmettendo le sedute parlamentari. Battaglia che gli valse il soprannome, da parte del giornalista della radio Massimo Bordin (scomparso ad aprile 2019) di «gerarca minore». Ora il «gerarca minore» si appresta a diventare reggente. Se sarà un reggente minore o maggiore lo dirà il tempo. In quanto a gaffeur è sicuramente maggiore.

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Che fine farà il M5s dopo l’addio di Luigi Di Maio

Nel Movimento rischia di scoppiare il tutti contro tutti dopo l'addio di Di Maio. Nodo principale: aprire al Pd o porsi come alternativa a destra e sinistra? Primo bivio in Campania. Capitolo leadership: potrebbe correre Di Battista (in quel caso addio dem), ma avanza la Appendino. Mentre Grillo osserva preoccupato.

E adesso? Dopo il passo indietro di Luigi Di Maio si annuncia un periodo di caos dentro il Movimento 5 stelle, arrivato al momento del suo Big Bang. Uno scoppio che potrebbe portare al tutti contro tutti, ora che non c’è più la figura del ministro degli Esteri a catalizzare su di sé ogni tensione. Basterà la reggenza di Vito Crimi, uomo della vecchia guardia e vicino al garante Beppe Grillo ma anche all’ala casaleggiana, a rassicurare lo stato maggiore del Movimento? Probabilmente no.

PRIMA BATTAGLIA CONGRESSUALE TRA GRILLINI

A marzo 2020 arriva la battaglia congressuale, la prima nella storia dei grillini, con mozioni contrapposte e una forza politica potenzialmente scalabile. Un assaggio di democrazia partitita a cui non erano abituati. Il tema non tanto è “chi” guiderà il Movimento, ma piuttosto “dove” andrà.

ALLEARSI COL PD O PORSI COME ALTERNATIVA?

C’è chi preme per un’alleanza con il Partito democratico e chi, come sostiene lo stesso Di Maio, vuole un Movimento che sia alternativa al centrodestra e al centrosinistra. Una linea che vede peraltro da tempo in trincea Alessandro Di Battista, il cui futuro è tutto da decifrare. “Dibba”, di ritorno dall’Iran, potrebbe anche metterci la faccia e correre per la leadership.

Alessandro Di Battista.

PRIMO TEST: LA CAMPANIA DELL’INGOMBRANTE DE LUCA

In Campania primo test: ci sarà l’apertura al Pd alle Regionali del 2020? Un documento potrebbe certificarla presto. Ma se venisse accettato Vincenzo De Luca come candidato, una parte della base protesterebbe. Meglio quindi una figura terza, condivisa tra Pd e M5s. Magari Sergio Costa, ministro dell’Ambiente.

PER IL DOPO DI MAIO AVANZA LA APPENDINO

Agli Stati Generali bisogna affrontare un’altra questione, quella della leadership: collegiale o singola? Con la prima opzione sostenuta dagli ortodossi Di Maio, come ha già chiarito a tutti, non sparirà dai radar del Movimento. E il suo riferimento ai sindaci non è stato casuale: voci insistenti nei corridoi parlamentari indicano in Chiara Appendino il possibile futuro. In ticket o da sola. Di certo sponsorizzata dall’ex capo politico.

Luigi Di Maio e Chiara Appendino.

LUIGI TRADITO PROPRIO DAI SUOI FEDELISSIMI?

L’addio di Di Maio era atteso, ma ha comunque spiazzato i parlamentari. Anche se, più di un fedelissimo dell’ex leader, ha sottolineato il ghigno che, dietro l’applauso d’ordinanza, nascondevano eletti e pure qualche ministro. Tanto che un senatore della vecchia guardia non nasconde che, a suo parere, il vero tradimento al leader sia stato messo in atto proprio da chi gli era più vicino. Grillo osserva in silenzio, preoccupato. Preferendo la leadership unica. Ma ora bisogna scovare il nuovo Di Maio.

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Le nuove ipotesi di dimissioni di Di Maio

Voci parlamentari parlano di un passo indietro del capo politico. Ipotesi di reggenza fino a marzo. Mercoledì mattina incontro coi ministri cinque stelle.

Luigi Di Maio non più capo politico del Movimento 5 stelle? Si torna a parlare di passo indietro dopo che lo scenario delle dimissioni era stato smentito all’inizio dell’anno, nonostante i rapporti coi fedelissimi fossero da tempo deteriorati.

IL MOMENTO DI CHIARIRE IL FUTURO

Ora però voci parlamentari, che comunque non fanno riferimento a tempi certi, hanno rilanciato l’ipotesi. Mercoledì 22 gennaio il leader è impegnano a presentare a Roma i nuovi facilitatori regionali del Movimento e, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe essere il momento per un chiarimento sul suo futuro. Alle 10 c’è in agenda anche un incontro coi ministri del M5s.

RUOLO DI REGGENTE FINO AGLI STATI GENERALI

Tra le indiscrezioni che circolano in Transatlantico c’è anche quella che parla di Di Maio pronto ad arrivare agli Stati generali di marzo come “dimissionario” mantenendo fino all’assise M5s il suo ruolo di reggente.

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Raggi battuta sui rifiuti dalla sua stessa maggioranza

I consiglieri M5s votano no alla discarica di Monte Carnevale assieme alle opposizioni. Stop alla decisione della Giunta.

Schiaffo alla sindaca Virginia Raggi dalla sua stessa maggioranza. In Campidoglio i consiglieri M5s hanno infatti votato no alla discarica di Monte Carnevale, schierandosi con le opposizioni.

Approvate le mozioni proposte da Pd e Fratelli d’Italia contro il sito per lo smaltimento dei rifiuti che dovrebbe sorgere nella Valle Galeria, a pochi chilometri da Malagrotta, dove nel 2013 fu chiusa la discarica più grande d’Europa. Per anni il M5s ha sposato le battaglie dei comitati territoriali contrari all’arrivo dei rifiuti.

La mozione di Fratelli d’Italia, in particolare, è stata votata da 12 consiglieri M5s su 26, che hanno così sconfessato la decisione presa dalla Giunta Raggi lo scorso 31 dicembre, d’intesa con la Regione Lazio. I consiglieri “ribelli” sono Roberto Allegretti, Agnese Catini, Andrea Coia, Roberto Di Palma, Daniele Diaco, Simona Donati, Paolo Ferrara, Simona Ficcardi, Eleonora Guadgno, Cristiana Paciocco, Sara Seccia e Angelo Sturni.

Altri tre consiglieri pentastellati si sono astenuti. Mentre in sei hanno votato a favore della mozione proposta dal Pd. Ma secondo quanto riportato dal quotidiano il Messaggero, la sindaca sarebbe intenzionata ad andare avanti e a non ritirare la delibera della Giunta.

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Continua la diaspora dal M5s: escono Aprile e Nitti

I due deputati hanno aderito al gruppo Misto. Dei 227 eletti alla Camera nel 2018 ne sono rimasti 212, 15 in meno. Al Senato si contano 12 seggi in meno, da 112 a 100.

I deputati M5s Michele Nitti e Nadia Aprile hanno lasciato il Movimento 5 Stelle e formalmente fatto richiesta di aderire al gruppo Misto. Tra chi ha scelto di andarsene in dissenso con i vertici e chi è stato espulso, il Movimento affronta un impressionante calo dei numeri in parlamento. Dei 227 deputati conquistati alle elezioni del 4 marzo 2018 ne sono rimasti 212, 15 in meno. Al Senato si contano 12 seggi in meno, da 112 a 100. È un’emorragia che nessuno ormai si azzarda a dare per finita e di cui Luigi Di Maio è ben consapevole.

«Non posso nascondere che i fatti che mi hanno visto protagonista nell’ultimo periodo mi hanno seriamente scossa. La situazione in cui mi sono trovata è dipesa esclusivamente da un’inesorabile deriva autoritativa del MoVimento e dalla mancata considerazione in cui sono stata tenuta come Parlamentare e come persona», ha dichiarato in una nota Nadia Aprile, «dopo aver riflettuto a fondo e ritenendo illegittimo ed infondato il procedimento a mio carico ho deciso di non continuare più a militare nel MoVimento».

«Basta andare sul sito tirendiconto.it per vedere che la deputata Nadia Aprile ha effettuato la sua ultima restituzione a dicembre 2018, mentre per Michele Nitti le restituzioni sono ferme ad Aprile 2019. Per tale motivo i due, che oggi hanno annunciato di lasciare il gruppo M5s alla Camera, andavano incontro ad un provvedimento disciplinare», sottolineano fonti del M5s.

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Il M5s sceglie i facilitatori e i candidati governatori per Liguria, Toscana e Puglia

La base vota su Rousseau. In vista degli Stati generali, Di Battista potrebbe presentare una sua proposta politica. Ma il nodo restituzioni potrebbe portare altri 15 eletti alla sospensione e al passaggio nel gruppo Misto.

Gli iscritti del M5s sono chiamati il 20 gennaio a scegliere su Rousseau i nuovi facilitatori regionali. In ballo anche i candidati governatori per Liguria, Toscana e Puglia e la decisione su come impiegare le risorse che derivano dalle restituzioni dei parlamentari. Tre le opzioni disponibili: finanziare un fondo dello Stato a sostegno dell’infanzia, della disabilità oppure contro la violenza sulle donne. Urne virtuali aperte dalle 10 alle 19.

La scelta dei facilitatori e dei candidati governatori si intreccia alla strategia di Luigi Di Maio per arrivare agli Stati generali, la manifestazione che i pentastellati stanno preparando per il 13-15 marzo e la cui organizzazione è stata affidata all’ex ministro Danilo Toninelli. Lasciare alla base l’individuazione dei nomi potrebbe servire al capo politico per evitare nuove contrattazioni con il Pd. È già accaduto nelle Marche e in occasione delle elezioni suppletive per il seggio uninominale del Senato da rivotare a Napoli: qui il M5s si è orientato su Luigi Napolitano, mentre il Pd candiderà Sandro Ruotolo, appoggiato anche dal sindaco Luigi De Magistris.

Per quanto riguarda invece la Liguria, il deputato-coordinatore Marco Rizzone ha fatto incontrare i candidati alla presidenza con gli attivisti. È molto probabile che se la vedranno alla pari due donne, entrambe 37enni: Silvia Malivindi, consigliere comunale a Ventimiglia, candidata anche alle Europee di maggio, e Alice Salvatore, capogruppo uscente del M5s in Regione. In Liguria, però, la possibilità di un’alleanza con i dem resta aperta, con l’ipotesi di individuare un nome indipendente della società civile su cui far convergere M5s e Pd. In tal caso il candidato pentastellato dovrebbe fare un passo indietro, come previsto dal regolamento. Ma bisognerebbe tornare al voto su Rousseau.

Nel frattempo, a livello nazionale, aumentano le voci che vorrebbero Alessandro Di Battista pronto a presentare una sua proposta politica in vista degli Stati generali. Ma il percorso è ancora lungo e prima bisogna risolvere il rebus delle restituzioni. Secondo il Corriere della Sera, nel M5s avrebbe prevalso una linea simile a quella adottata per l’ex capogruppo Riccardo Nuti. Poche espulsioni dirette, ma una quindicina di parlamentari “morosi” potrebbero ricevere una maxi-sospensione, anticamera del passaggio al gruppo Misto.

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Anche il senatore Luigi Di Marzio ha lasciato il M5s

Il passaggio al gruppo misto avvenuto dopo le critiche per la firma per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. «Mi hanno bollato come un traditore».

Il senatore Luigi Di Marzio ha annunciato in Aula di aver deciso di lasciare il Movimento 5 stelle per aderire al gruppo Misto. «Di fronte a un’epurazione di fatto, di cui non posso che prenderne atto e ancorché con il rammarico di separarmi da colleghi integerrimi, per fugare qualsiasi dubbio in merito, formalizzo la mia decisione di aderire al gruppo misto», ha detto.

DI MARZIO: «BOLLATO COME TRADITORE PER LA FIRMA SUL REFERENDUM»

L’addio del senatore è il frutto della «delusione» nei confronti del Movimento, di cui ha rimarcato il «disinteresse ad accogliere qualsivoglia contributo ulteriore, rispetto a quello di dover pigiare pulsanti». In particolare, nel suo intervento in Aula in cui ha annunciato il passaggio al Misto, Di Marzio ha denunciato di essere stato additato come «eretico ovvero, meno eufemisticamente, traditore», per aver firmato la richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari. Il senatore ha premesso di aver votato quel provvedimento, pur condividendo le perplessità di studiosi e le critiche sui risparmi effettivi del taglio. Da qui, successivamente la decisione di «mettere anche la mia firma sulla richiesta di referendum confermativo e dunque indipendentemente dall’esito della consultazione, la convinzione di dover sottoporre la decisione al vaglio del popolo sovrano, essendo per formazione, purtroppo, incapace – a differenza di molti – di reputarmi depositario di verità indubitabili».

«INFONDATE LE ACCUSE SULLO STIPENDIO»

«Sorprendentemente questo gesto improntato al più rigoroso rispetto per la democrazia si è trasformato in motivo di stigma», ha detto riferendosi alle accuse ricevute sui social. «Ma verso simili censure, nessuna presa di posizione ufficiale c’è stata», ha sottolineato, «in difesa di un essenziale principio democratico, lasciando così che venissi additato come traditore». Infine a proposito delle restituzioni di parte degli stipendi al Movimento, Di Marzio ha chiarito: «Del tutto casualmente nelle ultime settimane hanno visto anche me infondatamente additato, e contrariamente al vero, di non aver fatto alcun versamento da oltre un anno».

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Morra silura Aiello, candidato M5s in Calabria

Il presidente della Commissione Antimafia accusa: «Non può non sapere di avere un cugino ammazzato nel 2014 in una faida di 'ndrangheta».

«Non possiamo, soprattutto come M5s, accettare una candidatura di questo tipo». Il presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra, silura senza mezzi termini Francesco Aiello, candidato pentastellato alla presidenza della Regione Calabria, dove si voterà il 26 gennaio. Il motivo? Non avrebbe rivelato la sua parentela con un boss della ‘ndrangheta.

La notizia è stata pubblicata il 10 gennaio sul Fatto Quotidiano: Aiello sarebbe cugino di primo grado di Luigi Aiello, ucciso nel 2014 nella cosiddetta faida del Reventino per il controllo dei boschi nella zona di Lamezia Terme. La faida contrappone da 20 anni due famiglie: gli Scalise e i Mezzatesta. Secondo la magistratura, Luigi Aiello era un pezzo grosso della ’ndrangheta ed era affiliato ai Mezzatesta. Negli Anni 80 era stato condannato per omicidio preterintenzionale, rapina, furto, detenzione illegale di armi e tentata estorsione. E dopo aver scontato la sua pena, non aveva mai abbandonato gli ambienti mafiosi.

«A precisa domanda due volte ripetuta», ha spiegato Morra a margine di una visita della commissione Antimafia negli Stati Uniti, «il professor Aiello avrebbe risposto di non avere affatto problemi di alcuna natura nell’ambito delle relazioni di parentela. Ora: o sei consapevole del fatto di avere un cugino ammazzato a pallettoni nel 2014 in una faida che finora ha causato sei morti; oppure, se non ne sei consapevole, hai qualche problema con il principio di realtà, direbbe Sigmund Freud. Inoltre, se lo sapevi e l’hai omesso scientemente, allora c’è un problema di buona o cattiva fede».

Morra ha proseguito così: «Io sono dell’avviso che soprattutto in alcuni contesti, come quello calabrese, non si possa non tener conto della valenza simbolica di certe scelte. Se noi oggi omaggiamo magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, tra i defunti, e tributiamo grandi onori ad altri come Nino di Matteo e Nicola Gratteri, non possiamo accettare una candidatura di questo tipo».

Il M5s, ha ricordato infine Morra, «già nel 2014 per le Regionali e nel 2016 per le elezioni comunali a Cutro si è confrontato con situazioni analoghe e ha preso decisioni radicali. Decisioni che ci hanno connotato a livello nazionale come un Movimento che non accetta il puzzo del compromesso morale».

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Riorganizzazione di Rousseau: Bugani esce dai soci, Di Battista referente

L'esponente bolognese si occuperà con Marco Piazza dell'area Sharing. Rientra Dibba, con Taverna e Croatti agli Eventi.

Il M5s corre ai ripari. E lavora a una riorganizzazione per evitare una nuova emorragia di parlamentari – gli ultimi a confluire nel Misto sono stati Massimiliano De Toma e Rachele Silvestri il 9 gennaio.

Poco prima avevano lasciato Nunzio Angiola e Gianluca Rospi – oltre a quella dei consensi: secondo gli ultimi sondaggi il M5s veleggia intorno al 15,2%.

BUGANI NON È PIÙ SOCIO DI ROUSSEAU

Una riorganizzazione che non riguarda solo il partito. Se i residui dei fondi versati al Comitato per le rendicontazioni e rimborsi del M5s non finiranno più in Rousseau ma al fondo per la micro imprenditorialità per volere di Luigi Di Maio, la piattaforma del Movimento si rinnova.

dimissioni bugani segreteria di maio
Massimo Bugani.

Come scritto sul Blog delle Stelle alcune funzioni sono state «riprogettate e potenziate» e il «team dei referenti» cresce. Un “rimpasto” che riguarda anche l’omonima associazione. Max Bugani non figura più tra i soci con Davide Casaleggio, Enrica Sabatini e Pietro Dettori. Consigliere comunale bolognese e fedelissimo di Davide Casaleggio e Beppe Grillo, Bugani dopo aver lasciato lo scorso agosto la segreteria di Di Maio a causa di incomprensioni è diventato capo staff di Virginia Raggi a Roma. Resta però tra i referenti della piattaforma per l’area Sharing con il concittadino Marco Piazza.

IL RITORNO DI DI BATTISTA TRA I REFERENTI

Torna invece tra i referenti Alessandro Di Battista che con Marco Croatti e Paola Taverna si occuperà del Portale Eventi Movimento 5 stelle. Proprio Dibba era stato chiamato in causa due giorni fa dal senatore espulso dal M5s Gianluigi Paragone. «Io e Alessandro di Battista vogliamo mettere insieme qualcosa di culturale che si richiama alle origini del Movimento», aveva detto a Mezz’ora in più su RaiTre, «magari un gruppo di lavoro o uno spettacolo teatrale. Siamo in contatto da tempo e abbiamo le idee chiare».

LASCIANO DADONE, PATUANELLI E CANCELLERI

L’eurodeputata Eleonora Evi sarà referente del settore Lex Eletti Area Europa, suoi omologhi per il parlamento saranno invece Manlio Di Stefano, Anna Macina e Giorgio Fede. Per l’area Regioni Davide Bono e Andrea Liberati. L’area E-Learning sarà gestita da Barbara Floridia; Francesco Berti e Susy Matrisciano si occuperanno della Lex Iscritti, mentre per lo Scudo della Rete arriva Vittoria Baldino al posto della ministra Fabiana Dadone. «Rousseau cresce e prosegue il suo cammino», ha scritto la titolare della Pa su Twitter. «È stato un piacere dare il mio piccolo contributo. In bocca al lupo a Vittoria Baldino e a tutti i nuovi referenti di uno strumento così importante al servizio di attivisti ed eletti M5s».

Oltre a Dadone, escono dalla squadra i ministri Stefano Patuanelli, Nunzia Catalfo e il viceministro Giancarlo Cancelleri.

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Liberi, Uguali ma un po’ incazzati

Germanicum. Jobs Act. Articolo 18. Dossier Alitalia e Autostrade. Tutti i mal di pancia della sinistra, socia di minoranza del governo giallorosso.

All’improvviso, l’emergenza più impellente da risolvere in casa giallorossa nei primi giorni del 2020 è diventata trovare una nuova legge elettorale per pensionare il Rosatellum, la norma vigente che ha avuto la sua epifania alle Politiche del 2018 mentre ora viene disconosciuta da tutti, a iniziare dal Pd.

Al fotofinish il Partito democratico e il Movimento 5 stelle sono riusciti a presentare il testo alla Camera prima che la Corte Costituzionale si pronunci sull’ammissibilità del referendum leghista con l’obiettivo di disinnescare una potenzialmente insidiosa consultazione popolare finalizzata a ripristinare il maggioritario.

La bozza, però, non piace a tutti gli alleati: a puntare i piedi è Liberi e uguali, l’alleato finora più fedele e oscurato dalle continue rivendicazioni di Italia viva. Qualcosa, invece, si muove anche alla sinistra del Pd e la legge elettorale potrebbe non essere l’unico fronte che potrebbe aprirsi nel corso dell’anno.

I DUBBI SULLA LEGGE ELETTORALE

La deadline è appunto il 15 gennaio, termine entro cui è prevista la pronuncia della Consulta. Da qui la necessità di anteporre il tema su tutti gli altri che affollano l’agenda di una maggioranza ancora in cerca d’autore. L’anno è iniziato da sole 96 ore e già Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti si sono incontrati a Palazzo Chigi proprio per discutere della riforma, già ribattezzata Germanicum. Un vertice di appena 45 minuti senza renziani e senza Leu, utile a comunicare che tra i due principali azionisti del Conte bis c’è la comune volontà di disegnare assieme le future regole del gioco. Regole che rischiano di escludere però Liberi e uguali, che da mesi ribadisce la propria predilezione per un impianto spagnolo (inviso però a Italia viva) e, soprattutto, teme le conseguenze dello sbarramento al 5%.

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Un timore che lo ha portato ad addurre motivazioni peculiari. La senatrice di Leu Loredana De Petris qualche tempo fa aveva dichiarato: «L’ultima volta, con la soglia al 3%, siamo passati solo noi. Alzandola al 5, in quanti entrerebbero in parlamento? Cinque? Anche Forza Italia sarebbe a rischio…».

LAVORO: RIPRISTINO DELL’ART. 18 E SUPERAMENTO DEL JOBS ACT

Potrebbe essere stata proprio la decisione del Pd di sacrificare Leu sull’altare della speditezza dei lavori a spingere il ministro della Salute Roberto Speranza a riaprire l’annosa questione della regolamentazione del diritto del lavoro. «Al tavolo della verifica dovremo trovare il coraggio di correggere radicalmente gli errori commessi sul mercato del lavoro», ha dichiarato al Corsera.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro della Salute Roberto Speranza.

L’accondiscendenza dimostrata finora da Leu non paga e Speranza lo dice a chiare lettere: «Renzi chiede di rivedere reddito e Quota 100 e i 5 stelle non sono contenti. Io chiedo di rivedere il Jobs act. Non siamo un governo monocolore». E sono proprio i renziani, artefici della riforma, i più risentiti, come dimostra l’avvertimento arrivato, sempre dalle colonne del Corriere della Sera, dalla ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova: «La priorità è far ripartire il lavoro e l’economia, non gingillarsi con il Jobs Act che il lavoro lo ha creato. Non servono slogan, servono soluzioni».

MES, L’OLTRANZISMO SOVRANISTA DI FASSINA

C’è poi un altro tema che potrebbe tornare a tenere banco nelle prossime settimane, quando si acuirà lo scontro in vista delle Regionali emiliano-romagnole e calabresi: la nostra eventuale adesione al Meccanismo europeo di stabilità (Mes).  A dicembre la maggioranza aveva solo rinviato all’anno nuovo la decisione se continuare a fare parte o uscire dal Fondo salva-Stati. Decisione che adesso dovrà essere presa: il 20 gennaio prossimo, infatti, dovrebbe tenersi l’Eurogruppo per procedere con la ratifica dei Paesi interessati e non sembrano esserci spazi né per un ulteriore rinvio né per eventuali correzioni. Il presidente dell’organismo, l’economista portoghese Mario Centeno, era stato chiaro: «La decisione era stata presa in giugno. Il testo non si tocca, non c’è motivo per farlo, c’è già l’accordo politico». La firma potrebbe esporre il governo alle facili bordate di Lega e Fratelli d’Italia. E se il M5s potrebbe ingoiare la pillola amara, non è del medesimo avviso Leu, almeno per voce di Stefano Fassina che, è noto, negli ultimi tempi ha lavorato sodo per dare una casa, Movimento patria e costituzione, ai sovranisti di sinistra (ammesso esistano).

Su Twitter l’ex viceministro all’Economia parla di «potenziali gravi conseguenze per i lavoratori» e sostiene che la riforma «renda il default e la ristrutturazione del debito non l’eccezione ma uno strumento ordinario», spronando il Pd a essere «meno subalterno all’Europa».

SU AUTOSTRADE E ALITALIA ASSE LEU E M5S

Ci sono poi altri due possibili punti di frizione tra i dem e Leu che rischiano di avvicinare gli esponenti di Liberi e uguali ai 5 stelle: il dibattito sulla possibile revoca delle concessioni ad Autostrade e quello sul futuro di Alitalia. Quanto al primo, benché lo stesso Giuseppe Conte sembri sposare la proposta del Pd e di Italia viva – una maximulta da fare pagare alla società del gruppo Atlantia controllata dalla famiglia Benetton -, Liberi e uguali non demorde. Sempre Fassina ha definito «immorali» le concessioni vigenti, in quanto «fatte scrivere a garanzia di enormi rendite». Quindi, via Twitter, ha definito la linea, mai così vicina a quella dei pentastellati più oltranzisti: «Avanti tutta con le revoche!».

Situazione simile su Alitalia dove, seppur in formula temporanea (ma in Italia, si sa, non c’è nulla di più permanente di ciò che nasce come provvisorio), Leu batte la strada della nazionalizzazione. Fassina, intervistato da Radio Radicale, ha chiesto di «chiudere l’amministrazione straordinaria e costituire una Newco in cui partecipi allo Stato per procedere entro 24 mesi alla scelta di un partner strategico», ritenendo il piano industriale del consorzio Ferrovie dello Stato, Atlantia e Delta «un “piano biennale di fallimento”, nonostante l’enorme numero di esuberi che prevedrebbe».

I TENTATIVI DI DIALOGO DEL PD

Insomma, le convergenze tra Leu e M5s potrebbero impensierire il Pd che, da parte sua, non ha mancato di fare arrivare segnali di disgelo che non si vedevano dai tempi della fuoriuscita di Bersani & Co dalla Ditta. Come per esempio la recente partecipazione di alcuni dem di spicco (su tutti Graziano Delrio e Andrea Orlando) a un seminario su Stato e mercato organizzato da Alfredo D’Attorre. L’intenzione sembra quella di evitare che Leu si avvicini troppo ai 5 stelle, ricordando all’alleato le origini comuni. E, soprattutto, ricordandogli che ormai Matteo Renzi è uscito dal Partito democratico.

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Un gruppo di senatori M5s ha chiesto di abolire il capo politico

Il documento verrà presentato all'assemblea congiunta degli eletti pentastellati. Si domanda anche di togliere il controllo della piattaforma Rousseau alla Casaleggio Associati.

Abolire la figura del capo politico, togliere alla Casaleggio Associati il controllo della piattaforma Rousseau e lasciare a Beppe Grillo soltanto il ruolo di presidente, non più quello di garante del M5s: sono le proposte che un gruppo di senatori pentastellati – capitanato da Primo Di Nicola, Emanuele Dessì e Mattia Crucioli – ha messo nero su bianco e intende presentare all’assemblea congiunta degli eletti in programma nella serata del 9 gennaio.

IL TESTO HA GIÀ RACCOLTO UNA DECINA DI FIRME

Come riferisce Il Fatto Quotidiano, che per primo ha dato la notizia, il testo è già stato sottoscritto da una decina di senatori. L’obiettivo è di raccogliere più firme possibili e far partire il dibattito interno. Nel frattempo anche i deputati Massimiliano De Toma e Rachele Silvestri hanno deciso di passare al gruppo Misto, facendo scendere a 211 il numero totale dei pentastellati che siedono a Montecitorio.

SI PUNTA SU UNA MAGGIORE «DEMOCRAZIA INTERNA»

Nel documento si chiede di ristrutturare profondamente la “governance” del M5s. Prevedendo una gestione collegiale della futura linea politica e diverse modalità di rendicontazione per la restituzione parziale degli stipendi. Su quest’ultimo punto, in particolare, si propone che in caso di scioglimento del Comitato rendicontazioni le giacenze non vengano più destinate all’Associazione Rousseau, bensì direttamente al Fondo per il Microcredito. Nessun attacco, tuttavia, alla tenuta del governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte, che anzi «non deve saltare». Il messaggio è dunque rivolto ai vertici del M5s e in primis a Luigi Di Maio, cui si domanda un cambiamento radicale in direzione di una «maggiore democrazia interna».

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