Crisi in Siria, Di Maio: «Stop all’export di armi in Turchia e istruttoria sui contratti in essere»

Riferendo in Aula, il ministro degli Esteri alza i toni e non esclude l'embargo anche per gli ordini già concordati. Giorgetti: «L'Ue si vergogni. Speriamo in Putin».

Durante l’informativa urgente alla Camera sulla crisi siriana – presenti un centinaio di deputati – il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha alzato i toni contro Ankara: «La Turchia è il solo responsabile dell’escalation» in Siria e «deve sospendere immediatamente le operazioni militari». Non solo. Il capo politico M5s ha ricordato che oltre alla sospensione delle esportazioni future di armi alla Turchia, che avverrà per decreto, l’Italia avvierà anche «un’istruttoria dei contratti in essere»: «Nelle prossime ore, come ministro degli Esteri, formalizzerò tutti gli atti necessari affinché l’Italia blocchi le esportazioni di armamenti verso Ankara», ha ribadito Di Maio. «Vi comunico inoltre di aver dato immediate disposizioni per l’apertura di un’istruttoria dei contratti in essere. E in questo senso ribadisco la mia ferma intenzione di esercitare pienamente tutti i poteri che ci conferisce la legge».

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GIORGETTI: «SPERIAMO IN PUTIN»

«Alla situazione in Turchia e in Siria gli Usa non pensano più. Magari la situazione la risolve quel ‘cattivone’ di Putin, se ha la forza di interporsi a questo massacro… Speriamo che ci pensi lui», ha dichiarato il leghista Giancarlo Giorgetti. «In questa Aula si sarebbe in passato invocato l’intervento dell’Onu: oggi non lo fa più nessuno. Esiste ancora?».

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L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi aggiunto: «La Turchia fa parte della Nato. In Turchia abbiamo una batteria di missili: ora che facciamo, la riportiamo a casa visto che Ankara aggredisce un Paese terzo? La Ue si deve vergognare del fatto che per dichiarare un embargo militare ci vogliano mesi e del fatto che sentiamo solo le voci di Merkel e Macron ma non quella dell’Unione». Concludendo: «Solo la Lega per tanti anni si è opposta al negoziato per l’adesione della Turchia alla Ue, perché ha valori diversi».

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Zingaretti freni col M5s: Di Maio non è Aldo Moro

Ho un po’ paura di un partito, e “per” un partito, che dedica ossessivamente tutte le sue attenzioni alla questione delle alleanze. Il segretario Pd si dovrebbe invece occupare di dare un quid alla sua forza politica.

Nicola Zingaretti vuole l’alleanza strategica con il M5s ed è contento che Beppe Grillo a Napoli sembri – con Grillo è sempre bene essere prudenti – dargli ragione. Goffredo Bettini va ancora più in là annunciando un libro in cui motiverà la necessità di una alleanza larga che comprenda tutta la sinistra, i cinque stelle, Matteo Renzi e pezzi di Forza Italia. Sembra il Fantacalcio.

Ho un po’ paura di un partito, e “per” un partito, che dedica ossessivamente tutte le sue attenzioni alla questione delle alleanze. Avendo studiato Palmiro Togliatti e da vecchio militante del Pci, so che questo tema è centrale nella sinistra. Enrico Berlinguer dette il tormentone alla Dc per anni proponendogli quel compromesso storico persino come bandiera di campagna elettorale.

Il segretario del PD, Nicola Zingaretti, durante la fiaccolata della memoria contro l’antisemitismo e in ricordo della deportazione degli ebrei a piazza Santa Maria In Trastevere. Roma 12 ottobre 2019 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Faccio notare una differenza. Lì il vecchio, compianto segretario partiva da un assunto e cioè che fosse impossibile governare con il 51% e, in secondo luogo, che il dialogo con la Dc costituiva il necessario allargamento della democrazia in quanto due popoli diversi ma “costituiti” si sarebbero messi insieme per un viaggio riformista comune. Se la prima tesi berlingueriana, quella dell’inutile 51%, era sbagliata in radice, la seconda aveva un fondamento nella società e nella cultura politica dell’epoca.

IL M5S POLITICAMENTE È ANCORA TROPPO MUTEVOLE

Oggi si governa con molto meno del 51%, persino senza un voto che dica a che punto sono le forze politiche. Le medesime esprimono mutevoli orientamenti di opinione pubblica piuttosto che consolidati sentimenti e interessi. Anche la Lega, che ha una lunga storia, oggi è cosa indefinibile, sappiamo che è di destra, che è sovranista, che vuole l’autonomia delle Regioni del Nord, poi non sappiamo più nulla nemmeno se il suo leader è in condizioni di guidare sobriamente un partito.

Il comizio finale di Luigi Di Maio lo hanno ascoltato poche centinaia di persone mentre eravamo abituati a vedere folle immense

Lo stesso dicasi per i pentastellati. Il comizio finale di Luigi Di Maio lo hanno ascoltato poche centinaia di persone mentre eravamo abituati a vedere folle immense. Lo stesso Di Maio proclama la centralità del suo movimento dal “basso” del suo scarso 20%, essendo partito “dall’alto” del 30% e tuttora identifichiamo il popolo grillino, che il fondatore vuole far diventare “governista”, in una bella ammucchiata di incazzati, anche con il Pd, se non soprattutto col Pd. Parlare di alleanze strategiche, ha ragione Giuliano Ferrara, è, in queste circostanze, una cosa poco seria.

ZINGARETTI SI PREOCCUPI DI DARE UNA IDENTITÀ RICONOSCIBILE AL PD

È un bene che un governo si sia fatto ma che sia davvero un bene lo vedremo dal lavoro di Roberto Gualtieri. Tenere lontano Matteo Salvini da tutto ciò che può distruggere è utile per il Paese e persino per lui. Ma non si fonda una strategia su Salvini. L’uomo, come dimostra l’intervista alla giornalista amica Annalisa Chirico sul Foglio, è confuso, cambia idea con straordinaria rapidità, ha quelle giravolte che, come dice l’ottimo Alessandro Campi, solo il Mussolini nascente si poteva permettere.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti all’apertura della campagna elettorale del partito per le regionali in Umbria.

Salvini non è né Mussolini né un fascista, è un politicante che gode in Italia, grazie alla sua furbizia, del vento a favore del movimento sovranista mondiale, cioè di quella svolta a destra che dal Dopoguerra a oggi costituisce il maggior pericolo per il mondo e persino per le nazioni che vorrebbe difendere. Nicola Zingaretti si occupi di dare un quid al suo partito. Non tema etichette, lo faccia di sinistra, socialdemocratico, lo vesta con abiti vintage. La moda attuale fa schifo, prenda dall’armadio cose belle e le rimetta in sesto per le nuove battaglie, poi vada con chi incontra per strada, persino con Di Maio. Evitando tuttavia la mortificazione di benedire la peggiore sindaca di Roma.

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Così è andata l’ultima giornata di Italia a 5 Stelle

Il Movimento chiude la kermesse per i 10 anni a Napoli, tra discorsi istituzionali e la necessità di tranquillizzare una base scontenta dell'accordo col Pd. Insulti ai giornalisti in piazza.

Il gran finale è cominciato nel pomeriggio di domenica 13 ottobre, quando sul palco di Italia a 5 Stelle è salito Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e leader politico del Movimento. «Il M5S sarà sempre l’ago della bilancia di ogni governo», ha assicurato agli attivisti, «saremo sempre in parlamento, per noi è difficile tornare indietro». Quindi Di Maio ha iniziato a parlare delle priorità del governo: «Il superticket, una delle nostre battaglie, nella legge di bilancio, a inizio 2020 o al massimo entro la metà del 2020 deve sparire per le famiglie», ha promesso prima di iniziare a parlare di politica estera e dell’invasione turca in Siria: «Domani mattina alle 6 parto per il consiglio Ue degli Affari Esteri e lì noi saremo categorici: la Turchia deve cessare questa azione militare ma soprattutto noi chiederemo come Italia di bloccare la vendita di armamenti ad Ankara», ha detto precisando che prima della riunione sarà impegnato in un bilaterale con il ministro degli Esteri francese Le Drian».

VERTICE DEI MINISTRI IN MATTINATA

Intanto la mattinata è trascorsa con una riunione dei ministri e degli esponenti di governo pentastellati convocata dallo stesso Di Maio per fare il punto sulla legge di bilancio. Riduzione del cuneo fiscale per le imprese e legare questa misura al salario minimo, queste le priorità emerse dal vertice durato più di un’ora nel quale Di Maio ha ribadito che sul carcere per i grandi evasori, misura che al momento è ancora inserita nel dl fisco, il M5s non cede. E, sottolineano fonti M5S, sulla legge di bilancio non ci dovranno essere «scherzi» sulle tasse, come è accaduto per le sim ricaricabili.

DI MAIO: «ALLEANZA ORGANICA COL PD NON PREVISTA»

Intanto i capi del Movimento hanno il loro ben da fare tra tensioni interne («avervi ieri tutti sul palco è stata la migliore risposta alle scissioni di cui parlano i giornali», ha detto Di Maio) e maldipancia di una base che si è spaccata sull’asse creatasi col Pd. Il «vaffa» lanciato da Grillo ai simpatizzanti polemici è un chiaro segnale della tensione attuale. Di Maio ha provato a gettare ancora acqua sul fuoco in una serie di interviste: «Io non sono assolutamente affascinato dall’idea di alleanze, patti. Adesso abbiamo da realizzare la riforma della giustizia, abbiamo da abbassare le tasse nella legge di bilancio. Stiamo al governo con chi ci sta, con chi mette i propri voti per realizzare questo», ha spiegato al Tg3. «Al momento non c’è alcun dibattito su un’alleanza organica con il Pd», ha chiarito invece ai microfoni del Tg2.

FICO: «CAMBIATI DALLE ISTITUZIONI»

Eppure un cambio di rotta rispetto all’accesa dialettica passata con i «pidioti» c’è e non si può negare. A spiegarne le ragioni ci ha provato il presidente della Camera Roberto Fico: «Siamo entrati nelle istituzioni, un movimento così giovane ha fatto percorsi velocissimi, complessi, ha dovuto fare i conti con il parlamento, le commissioni e la gestione del governo. È chiaro che siamo cambiati, ci sono modiche forti, ma è avvenuto perché doveva avvenire per forza, non potevamo restare uguali a noi stessi», ha detto a In mezz’ora in più, su RaiTre. «Questa è l’era della maturità», gli ha fatto eco Virginia Raggi dal palco di Napoli, «si raccolgono i frutti di quanto si è seminato tanto che oggi abbiamo capito chi parla alla pancia della gente per il consenso, come sull’immigrazione, senza capire che il tema non è quanti entrano ma cosa fargli fare, l’inclusione. Parliamo di temi seri. Dobbiamo essere orgogliosi, stiamo facendo ciò per cui abbiamo sempre lottato».

PARAPIGLIA TRA ATTIVISTI E GIORNALISTI A NAPOLI

Ma il clima a Napoli continua a restare caldissimo. All’arrivo della sindaca di Roma si è acceso un parapiglia tra militanti e giornalisti, coi primi che cercavano di impedire ai secondi di fare domande alla prima cittadina della Capitale. «Fatemi parlare un minuto con i cronisti, poi vengo a salutarvi», ha provato a calmarli Raggi, ma l’arrivo di Filippo Roma de Le Iene ha fatto rialzare i toni: «Venduto, venduto», hanno urlato gli attivisti. La sicurezza ha quindi scelto di portare la Raggi nel retropalco per evitare che la situazione peggiorasse.

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A Napoli va in scena la kermesse grillina Italia cinque stelle

Militanti e leader del M5s si radunano nel capoluogo campano. E lo fanno non senza polemiche o punzecchiature da parte di Casaleggio a chi ha disertato la giornata.

L’attacco è di quelli frontali. Ancora prima che la grande kermesse grillina di Napoli avesse inizio. Bersaglio chi ha disertato Italia cinque stelle e chi si sta montando un po’ troppo la testa all’interno del Movimento. A sferrarlo è stato Massimo Bugani, uno dei quattro soci dell’Associazione Rousseau di cui Davide Casaleggio è leader e fondatore.

ITALIA5STELLE NAPOLI – 10 ANNI DI M5SVi ricordate da dove siamo partiti? Vi ricordate chi eravamo? Vi ricordate l'…

Posted by Massimo Bugani M5S on Friday, October 11, 2019

«Vi ricordate da dove siamo partiti? Vi ricordate chi eravamo? Vi ricordate l’emozione per il 3% in un comune e un consigliere eletto? Il brivido vissuto? Davide contro Golia», scrive su Facebook prima di passare all’offensiva. «Ora dobbiamo ammettere che ci siamo un po’ montati la testa, un pochino sì, dai, vogliamo tutti fare i ministri», aggiunge con ironia spiegando che «persone che 10 anni fa avevano paura di fare il consigliere comunale, o il candidato sindaco del piccolo paesino, oggi vorrebbero fare i ministri. E se non diventano ministri si arrabbiano».

CASALEGGIO APPOGGIA BUGANI

Sulla stessa lunghezza d’onda di Bugani anche Davide Casaleggio. Il fondatore dell’Associazione Rousseau ha infatti redarguito i ministri assenti alla kermesse: «Secondo me hanno sbagliato, avrebbero dovuto partecipare a questa grande festa del Movimento», ha detto. Per poi aggiungere che «le persone che dissentono all’interno del Movimento ci sono sempre state. Ricordo che accadeva già nel 2005 quando siamo partiti ancora prima della nascita del M5s. Ci sono tante opinioni diverse, l’importante è riuscire sempre a far sintesi». Augurandosi anche che la nuova alleanza di governo con il Pd sia più solida e duratura rispetto a quella durata poco più di un anno con la Lega.

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Di Maio e il dissenso nel M5s oltre il taglio dei parlamentari

Linea dura del capo politico. Alla fine la riforma non è stata votata da 10 deputati. I vertici derubricano il rischio di diaspora. Ma ora scatta la conta sull'elezione dei capigruppo.

Sotto gli slogan, i forbicioni e lo striscione con le poltrone serpeggia una punta di dissenso. Che ha rischiato di rovinare la “festa” per il raggiungimento di una misura-bandiera del Movimento 5 stelle, il tanto agognato taglio dei parlamentari approvato dalla Camera. Al di là di qualche cifra un po’ troppo gonfiata sul risparmio per le casse dello Stato, Luigi Di Maio temeva che i malumori interni portassero a qualche defezione al momento del voto in Aula. Invece nessun contrario e “ribellione” congelata, per il momento. Nonostante la verà unità sia mancata: nel flash mob in piazza a Montecitorio per celebrare la sforbiciata non tutti i deputati sono usciti (alcuni lo hanno fatto in ritardo) come segno, simbolico, di distacco.

Il flashmob del M5s dopo il taglio dei parlamentari.

Ci sono stati solo cinque non votanti e cinque in missione. In tutto, quindi, nel M5s erano presenti 205 deputati su 215. Impegnati lontano dal parlamento Francesca Businarolo, Andrea Colletti, Federica Dieni, Maria Marzana e Leda Volpi. I cinque non votanti sono stati invece Sebastiano Cubeddu, Paolo Giuliodori, Roberto Rossini, Stefania Mammì e Massimiliano De Toma.

di maio ribelli m5s taglio dei parlamentari
I deputati del M5s che non hanno votato il taglio dei parlamentari. Da sinistra Massimiliano De Toma, Roberto Rossini, Stefania Mammì, Sebastiano Cubeddu e Paolo Giuliodori.

Di Maio già prima della votazione aveva fatto trapelare la sua linea dura su un eventuale “no” di qualche deputato a una delle battaglie “madri” del Movimento. E quella linea dura, anche dopo l’ok dell’Aula, resta.

Chi è contro allora voti e si prenda le sue responsabilità sulle conseguenze sul governo

I vertici del M5s

Il senso del messaggio trasmesso dai vertici pentastellati è stato chiaro: «Chi è contro allora voti e si prenda le sue responsabilità sulle conseguenze sul governo». È andato tutto liscio, ma la fibrillazione nel M5s rimane oltre il limite di guardia. E avanza parallelamente al momento dell’elezione dei capigruppo al Senato e alla Camera.

ELEZIONE IMPOSSIBILE AL PRIMO SLOT

Qui lo scrutinio inizia nella serata dell’8 ottobre, contestualmente alla presentazione dei candidati all’assemblea, e prosegue per 24 ore. Ma il fatto che per eleggere il capogruppo sia necessaria la maggioranza assoluta e il numero di candidature (Anna Macina, Francesco Silvestri e Raffaele Trano alla Camera; Danilo Toninelli, Gianluca Perilli, Marco Pellegrini e Stefano Lucidi) rendono impossibile l’elezione al primo “slot”. E dunque tutto è possibile.

IL RISCHIO CHE SI SCATENI UNA CONTA

Il rischio è che la gara fra capogruppo si trasformi in una conta tra “pro” e “contro” Di Maio. Alla Camera, per esempio, Macina e Trano rappresentano, di fatto, sensibilità opposte rispetto ai vertici pentastellati dove Silvestri, nella sua “squadra”, ha inserito qualche critico e qualche esponente ortodosso. Al Senato la battaglia è ancora più aspra, tra sirene renziane, ex ministri tagliati fuori dal governo giallorosso, e malpancisti sul nuovo corso sulle alleanze civiche.

RESTA CALDO IL TEMA DELLE ALLEANZE

I giochi, insomma, sono aperti e il rischio, per Di Maio, di trovarsi un capogruppo non proprio allineato è alto. Anche perché, per dirla come uno dei parlamentari più in vista nel M5s, «un capogruppo deve fare il capogruppo, ossia deve fare sintesi». Il capo politico, al momento, ha derubricato i malumori a sortite singole. Ma il tema delle alleanze alle Regionali resta caldo e Di Maio deve affrontarlo a Italia 5 Stelle, quando è previsto il lancio della nuova organizzazione fatta dai 12 facilitatori nazionali e dai referenti. Una riforma che i dissidenti interni vorrebbero però più decisa. Ci si avvia, insomma, a una kermesse – a Napoli, nel weekend – delicata. Dove l’unità, per ora resta un’utopia.

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Sui migranti è nuovo scontro tra Di Maio e Salvini

Botta e risposta tra il leader della Lega e quello del M5s. «Con voi al governo sbarchi moltiplicati». La replica: «Fa solo propaganda. Con lui eravamo all'anno zero».

A lanciare il sasso ci ha pensato Matteo Salvini. A raccoglierlo e rispedirlo al mittente è stato invece Luigi Di Maio. Tutto è iniziato con un tweet beffardo dell’ex ministro dell’Interno. Un cinguettio in cui attaccava l’esecutivo giallorosso. «La grande differenza tra il governo con la Lega e il governo senza Lega è semplice: con la Lega gli sbarchi diminuivano e i grandi centri per migranti come Mineo, Cona e Bagnoli venivano chiusi», ha scritto sui social il leader del Carroccio. Che poi ha aggiunto: «Col governo del tradimento, invece, gli sbarchi si sono subito moltiplicati, le strutture di accoglienza sono tornate nel caos e il governo manda clandestini in giro per l’Italia».

Una stoccata non andata giù a Luigi Di Maio che l’ex alleato di governo lo conosce bene. Tanto nella politica quanto nelle metodologie comunicative. Da qui la replica del pentastellato che ha chiarito come l’attuale esecutivo stia «affrontando il tema dei migranti con il decreto sui rimpatri perché eravamo all’anno zero». Per poi partire al contrattacco: «Sul dislocamento dei migranti seguiamo semplicemente il suo metodo da ministro degli Interni. Nei 14 mesi di Governo ha ridistribuito i migranti che arrivavano in tutti i centri sul territorio nazionale. È bene che in questi casi si taccia invece che fare propaganda».

IL RILANCIO DI MATTEO SALVINI

Replica questa a cui non è tardata ad arrivare la controreplica del leader del Carroccio. «Con la Lega al governo gli sbarchi erano diminuiti del 70%, con il governo del Tradimento e delle Poltrone gli arrivi sono triplicati. Questi sono i fatti», ha detto Salvini commentando le affermazioni di Di Maio.

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Cosa prevede il decreto interministeriale sui migranti

Di Maio presenta la misure del nuovo provvedimento interministeriale: «Riduciamo a quattro mesi i tempi per i rimpatri». E punge Salvini: «Tutto fermo negli ultimi 14 mesi».

«Un lavoro di squadra». Così, ringraziando «il ministro Bonafede, il presidente Conte e la ministra Lamorgese», Luigi Di Maio ha introdotto alla stampa i contenuti del decreto miranti. «Stamattina firmiamo il decreto ministeriale che ci permette di portare le misure per stabilire se un migrante può stare in Italia da due anni a quattro mesi», ha esordito il ministro degli Esteri.

«UN DECRETO CHE NON URLA»

Sui migranti presentiamo un decreto «che non urla, ma fa i fatti», ha proseguito il capo del Movimento 5 stelle illustrando alla Farnesina il decreto interministeriale Esteri-Giustizia-Interni. Si tratta solo del «primo step del nostro piano per i rimpatri sicuri».

«TUTTO FERMO NEGLI ULTIMI 14 MESI»

Di Maio ha anche tracciato un solco col precedente governo gialloverde. «Anche negli ultimi 14 mesi è stato tutto fermo sui rimpatri, siamo ancora all’anno zero». E ancora: «Non credo che la redistribuzione sia la soluzione definitiva», ma «lo step importante è fermare le partenze». I Paesi inseriti nel nuovo decreto che prevede di accorciare i tempi per i rimpatri dei migranti sono 13: Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina.

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Incontro Di Maio-Pompeo: tensione su dazi e Cina

Il neo ministro degli Esteri ha incontrato il segretario di Stato Usa a Villa Madama. Al centro del bilaterale le possibili tariffe americane e il 5G.

«Il tema dei dazi ci preoccupa, è molto preoccupante, abbiamo imprese che vivono di export. Le nostre aziende devono potere avere certezze e tra queste c’è il rapporto commerciale con gli Usa», ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in conferenza stampa dopo il colloquio con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo.

«L’Italia è un Paese sovrano» ma ribadisco anche in Italia che «la Cina ha un approccio predatorio negli scambi commerciali, negli investimenti» e altro e quindi rappresenta «una minaccia comune per i nostri Paesi». Lo ha detto il segretario di Stato Mike Pompeo nella conferenza stampa con Luigi Di Maio a Villa Madama.

«Siamo alleati degli Usa e condividiamo le preoccupazioni su determinate infrastrutture strategiche come il 5G. Non abbiamo nessuna intenzione di partecipare ad accordi commerciali che possano ledere la nostra sovranità come Stato» Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in conferenza stampa dopo il colloquio con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo. Di Maio ha anche ricordato che tuttavia «la nuova normativa in Italia ci rende tra i più avanzati sulla sicurezza in Europa».

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Le reazioni al Def varato dal governo

Di Maio festeggia: «Manteniamo le promesse scongiurando l'aumento dell'Iva. E ora tocca al taglio dei parlamentari».

«Sono molto contento di questa nota di aggiornamento al Def perché manteniamo una promessa: non fare aumentare l’Iva. E lunedì ne manteniamo un’altra con il taglio dei parlamentari». Parola del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, intervistato durante la trasmissione di RaiTre Agorà, all’indomani del varo del Def. «Non c’è solo la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia» sull’Iva, ha spiegato il capo politico del Movimento 5 stelle. «Ci sono misure per famiglie che fanno figli, il Family act con l’assegno unico per famiglie e infine gli asili nido che devono essere gratuiti e che sarà nella legge di Bilancio».

«PIÙ SOLDI PER L’ISTRUZIONE»

»Per quanto c’è scritto nella nota di aggiornamento del Def, ci sono più soldi per gli investimenti per università e ricerca. E questo per me è importantissimo anche perché se non ripartiamo dalla scuola anche il voto ai 16enni… Questi ragazzi a quest’età in Italia possono anche lavorare, avere una vita quasi da maggiorenni, è giusto che abbiano il diritto al voto. Però dobbiamo accelerare con l’educazione civica nelle scuole».

«RENZI? NON IL MASSIMO, MA ERA PREVEDIBILE»

Poi, rispondendo a una domanda su Matteo Renzi e la sua nuova formazione politica Italia viva: «C’era da aspettarselo, anche se creare un nuovo gruppo parlamentare senza passare dalle elezioni non è il massimo». E ancora: «Era chiaro che sarebbe andata così, è una di quelle persone da cui te lo aspetti. Ma non lo dico né in positivo né in negativo e mi meraviglio che sia stato preso come uno scandalo quando era nell’aria da tempo».

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Perché si è tornato a parlare del voto ai 16enni

La proposta è stata rilanciata da Enrico Letta sull'onda lunga dei Fridays for future. E Di Maio l'ha subito cavalcata: «È da sempre una battaglia del M5s».

L’onda lunga dei Fridays for future e il massiccio impegno civile dimostrato dai più giovani sul fronte del cambiamento climatico hanno rilanciato un evergreen della politica nostrana, vale a dire la richiesta di estendere il diritto di voto ai 16enni. A riproporre un’idea già fatta propria, in passato, tra gli altri da Beppe Grillo e Walter Veltroni, è stato stavolta l’ex premier Enrico Letta, chiedendo «una riforma costituzionale». È un modo, secondo Letta, per dire a quei ragazzi «vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi».

DI MAIO: «IL VOTO AI 16ENNI È UNA NOSTRA BATTAGLIA DA SEMPRE»

Una proposta che sembra avere riscontrato l’immediato favore del Movimento 5 stelle, da sempre fervido sostenitore di questa battaglia. «Il voto ai 16enni è una proposta che portiamo avanti da sempre e che sosteniamo con forza», ha detto Luigi Di Maio. «I giovani in Italia vengono definiti, a seconda del momento, choosy, viziati, ‘gretini’: per noi questi giovani vanno soprattutto rispettati, ascoltati e messi al centro della nostra politica. Se a 16 anni un giovane può lavorare e pagare le tasse, dovrebbe almeno avere il diritto anche di votare e scegliere chi decide della sua vita».

«IN MOLTI PAESI È GIÀ PREVISTO»

«I giovani» – ha aggiunto il ministro degli Esteri e capo politico del M5s – «sono una risorsa preziosa e sono il futuro di un’Italia che si informa, che partecipa e che deve essere valorizzata sempre di più. In alcuni Paesi il voto ai 16enni è già previsto: in Scozia, Austria, in alcuni länder tedeschi, in Argentina e Brasile ad esempio. Discutiamone subito in parlamento, perché queste sono le riforme costituzionali che cambiano le prospettive di un Paese e che ci spronano a fare sempre meglio».

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