I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Il veto dei 5 stelle fa saltare i 40 milioni alla Rai

Gli uomini vicini a Conte e l'asse Crimi-Patuanelli sono in guerra con l'ad Salini (voluto da Di Maio) per la copertura dell'emergenza coronavirus. E così i fondi per il servizio pubblico dal Mise non sono considerati una priorità.

Per la Rai è stato un colpo duro. Previsti fini all’ultimo, nella versione
finale del decreto del governo per fronteggiare l’emergenza
coronavirus
sono invece saltati i 40 milioni di euro che viale Mazzini
chiedeva per i mancati introiti pubblicitari futuri (ma senza Europei
di calcio e probabilmente Olimpiadi ne risparmierà molti di più).

A dare lo stop è stato il Movimento 5 stelle dove sia gli uomini vicini
al premier Giuseppe Conte sia l’asse Crimi-Patuanelli sono sempre
più in guerra con l’ad Fabrizio Salini (voluto da Luigi Di Maio) e sono
molto critici su come il servizio pubblico sta coprendo con
l’informazione la
pandemia. E proprio il ministro dello Sviluppo è stato netto sui fondi alla Rai: «Non è una priorità», ha detto Stefano Patuanelli intervistato dal Corriere della Sera.

SALVINI E FONTANA INSIEME AL TG2

Ma il malumore dei pentastellati è cresciuto ieri sera quando hanno
visto Matteo Salvini e il governatore della Lombardia Attilio Fontana
collegati insieme nello speciale dedicato dal Tg2 all’emergenza
virus. I due esponenti leghisti in bella mostra e in apertura quando ancora
su RaiUno non era cominciato l’ammazza-ascolti (degli altri)
Montalbano.

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E un autorevole uomo di governo pentastellato ha commentato: non possiamo nemmeno protestare, questo è il prezzo che paghiamo all’immobilismo di Salini e al presenzialismo del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora che ultimamente, anche complici le tribolate e pasticciate vicende del campionato di calcio, tra Domenica in, Novantesimo minuto, La vita in diretta, è oramai una presenza stabile sugli schermi della tivù di Stato.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Per la guida di Mps spunta un altro candidato: Andrea Rovellini

Nelle ultime fasi del braccio di ferro tra Mef e partiti, M5s in testa, si era trovata una via d'uscita: il Tesoro rinunciava a sostenere Minali e Di Maio Selvetti. Così l'attuale Cfo del Monte Paschi avrebbe avuto la strada spianata. L'emergenza coronavirus ha però congelato ogni decisione. E ora non resta che aspettare.

Se alla fine non si fosse deciso di sospendere ogni trattativa e rimandare il deposito delle liste, così come il rinvio delle assemblee degli azionisti, oggi il Monte dei Paschi di Siena avrebbe in Andrea Rovellini il suo nuovo amministratore delegato.

Nelle ultime concitate fasi del braccio di ferro tra Tesoro e partiti, movimento 5 stelle in testa, si era infatti trovata una via d’uscita: il Mef rinunciava alla candidatura di Alberto Minali, manager di comprovate capacità nel mondo assicurativo (già direttore generale di Generali e ad di Cattolica), così come Luigi Di Maio e Riccardo Fraccaro avrebbero ritirato il loro candidato, l’ex Creval Mauro Selvetti. E Rovellini sarebbe stato il classico terzo che godeva tra i due litiganti. Ma poi la cosa ha preso un’altra piega, e per ora non ci sono né vinti né vincitori.

LA CARRIERA DI ROVELLINI DA BPM A MPS

Ma chi è Andrea Rovellini? Entrato in Mps nel gennaio 2013, a maggio 2019 è stato nominato vicedirettore generale vicario. Nel frattempo è stato responsabile della Direzione Chief Risk Officer e quindi Cfo. Laureato in Economia e Commercio a Parma, dopo alcune significative esperienze nel Gruppo Barilla in ambito controllo di gestione, amministrazione e internal auditing, dal 1990 è passato al settore bancario in Banca Popolare di Milano, dove ha rivestito ruoli di responsabilità crescente in ambito controllo di gestione e risk management sino a divenire responsabile della Direzione Pianificazione, Controllo e Risk Management. Dal 2009 al 2012 è stato condirettore generale di Profamily Spa, start-up di Bpm nel settore dei prestiti alle famiglie, con responsabilità della parte amministrativa, It, operation e risorse umane. E sempre in Bpm è stato anche membro dei Comitati di Gestione, Commerciale, Liquidità, Alm, Politiche Creditizie e Controllo Costi e del Consiglio di amministrazione di Anima Sgr.

ATTESA PER L’EMERGENZA CORONAVIRUS

Ora sia a Rovellini che a Selvetti e Minali – gli altri nomi circolati, da Fabio Innocenzi a Gianni Franco Papa passando per Marina Natale non sono mai stati davvero in gara – non resta che attendere che la curva dell’emergenza coronavirus cominci a scendere e si tornino a prendere decisioni.

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Mps, i grillini divisi fanno muro su Selvetti

Il manager semisconosciuto sponsorizzato da Di Maio non convince. Un po' perché il M5s dovrebbe stare fuori dalla grande spartizione dei partiti, un po' perché sarebbe meglio puntare su una figura con un'esperienza più consolidata.

C’è maretta nel Movimento 5 stelle intorno alla scelta del candidato per la delicata posizione di amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

L’idea di Luigi Di Maio, sostenuta solo formalmente dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, di sponsorizzare il nome del semisconosciuto Mauro Selvetti non piace a molti grillini. Specie a quelli che in parlamento occupano (o hanno occupato) posizioni apicali nelle più importanti commissioni di tipo economico: dal presidente della commissione Bilancio al Senato, Daniele Pesco, a Carla Ruocco, che alla Camera ha lasciato la presidenza della commissione Finanze per andare a guidare la commissione di inchiesta sulle banche.

La contestazione potrebbe anche assumere caratteri evidenti, specie ora che ha funzionato l’imboscata preparata a Nicola Grimaldi, candidato (vicino a Di Maio) a succedere a Ruocco e battuto dal fuoco amico, grazie ai franchi tiratori, da Raffaele Trano, nella squadra dei grillini potenziali “responsabili”.

LA RIVOLTA DEL M5S NELLA CORSA PER LE NOMINE IN MPS

Tra chiacchiere alla buvette e giri vorticosi di Whatsapp, la rivolta si basa su due punti. Primo: il movimento deve star fuori dalla grande spartizione che si sta profilando, nella quale la scelta dei vertici della travagliata banca senese è solo il primo appuntamento, altrimenti i 5 stelle finiranno per confondersi con tutti gli altri partiti perdendo le loro primigenie caratteristiche. Secondo: nel merito, non si può portare avanti per una posizione così delicata un signore privo del curriculum adatto e dell’esperienza necessaria. In effetti Salvetti, 60 anni, ha lavorato esclusivamente al Credito Valtellinese, e per di più nell’area della gestione del personale. Nel 2018 era poi stato nominato, sempre al Creval, amministratore delegato e direttore generale, ma l’incarico è durato solamente 8 mesi perché gli stessi azionisti che lo avevano scelto per succedere a Miro Fiordi gli hanno dato il benservito, preferendogli il ben più titolato Luigi Lovaglio (top manager di Unicredit).

A DECIDERE DOVREBBE ESSERE IL MEF

I contestatori non indicano un nome alternativo a quello di Salvetti – in queste ore ne sono girati parecchi – ma suggeriscono che di queste cose si debba occupare il ministero del Tesoro, titolato formalmente e anche sostanzialmente a scegliere, se non l’intero cda del Paschi, almeno l’amministratore delegato.

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Coronavirus, mascherine vendute a 5.000 euro: scatta il sequestro della Gdf

Le Fiamme gialle hanno perquisito 20 persone, denunciate per frode in commercio e abusivismo commerciale. Rischiano fino a due anni di carcere. Tra il materiale trovato, integratori, guanti, salviette e gel venduti a prezzi esorbitanti.

Da quando è cominciata l’emergenza coronavirus in Italia, i due oggetti più richiesti sono stati (e sono) gel disinfettante per le mani e mascherine. Il problema è che entrambi i prodotti sono andati esauriti in pochissimo tempo. Qualche venditore, quindi, ha approfittato della scarsa reperibilità per alzare i prezzi e trarre così un alto profitto. Secondo quanto scoperto dalla Guardia di finanza, alcune mascherine sono state vendute anche a 5 mila euro. Proprio per questo, il 27 febbraio, le Fiamme gialle, con il coordinamento della procura di Torino, hanno intrapreso una vasta operazione in varie località italiane, perquisendo circa 20 soggetti.

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SEQUESTRATI ANCHE INTEGRATORI “ANTI-CORONAVIRUS”

Ma non ci sono le solo mascherine. Qualche venditore avrebbe speculato anche su un integratore alimentare, in commercio a 29 euro su eBay e pubblicizzato come “Protezione Coronavirus – Rafforza difese immunitarie”, rientrato nel materiale sequestrato dalla Guardia di finanza durante le perquisizioni, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Torino coordinata dai magistrati Vincenzo Pacileo e Alessandro Aghemo.

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VENTI PERSONE DENUNCIATE PER FRODE IN COMMERCIO E ABUSIVISMO COMMERCIALE

Venti persone sono state denunciate per frode in commercio e abusivismo commerciale. Tra loro ci sono imprenditori, privati cittadini e anche un operatore sanitario. Rischiano sino a due anni di carcere. «Il monitoraggio continua – ha spiegato il comandante provinciale della Guardia di finanza di Torino, generale Guido Mario Geremia – e i profili saranno oscurati. Abbiamo sequestrato anche interi kit compresi di guanti, salviette, gel e venduti a prezzi esorbitanti. Queste persone hanno fatto leva sul panico, presentando normali prodotti per l’igiene e la protezione come prodotti per una protezione totale dal Covid-19».

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DI MAIO: «PUNIREMO CHI SPECULA SU GEL E MASCHERINE»

Sul tema è intervenuto anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. «Condanniamo tutte le speculazioni – ha detto durante la conferenza stampa all’Associazione stampa estera – che qualche sciacallo sta facendo su gel e mascherine. Queste persone saranno punite. In Italia – ha aggiunto Di Maio – è stata aperta un’inchiesta dalle procure e nel nuovo decreto in scrittura, che entro la settimana porteremo in cdm, introdurremo misure che servano a calmierare alcuni abusi rispetto a esigenze legate a mascherine e gel. Il nostro obiettivo è agevolarne l’acquisto ove serva».

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Il M5s in piazza il 15 febbraio contro il ripristino dei vecchi vitalizi per gli ex senatori

Appello di Crimi e Di Maio su Facebook: «Manifestiamo pacificamente contro questo oscena atto di restaurazione».

Il M5s è pronto a scendere in piazza il 15 febbraio a Roma, per protestare contro l’imminente decisione del Senato di ripristinare i vitalizi a 700 ex membri di Palazzo Madama “colpiti” retroattivamente dal ricalcolo su base contributiva.

A dare l’annuncio della mobilitazione il reggente Vito Crimi, che ha subito incassato l’appoggio dell’ex capo politico Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri è tornato a parlare con una diretta Facebook dopo il lungo silenzio seguito alle sue dimissioni: «Sapevamo che il sistema voleva cancellare le nostre leggi, ma allora c’è una sola risposta: il popolo italiano, che deve manifestare pacificamente contro questo osceno atto di restaurazione che inizia con i vitalizi. Io il 15 febbraio sarò con voi».

Per Di Maio il comportamento delle altre forze politiche, Italia viva compresa, sarebbe «veramente indescrivibile». Perché «i vitalizi se li vogliono riprendere, abbiamo fatto la prescrizione, che è legge dello Stato, e adesso stanno provando a metterla in discussione per cancellarla. E c’è chi sta lanciando un referendum contro il reddito di cittadinanza, per mettere quei soldi in chissà quale privilegio».

Sulla stessa linea l’appello di Crimi, sempre su Facebook: «Vi chiedo di tornare a far sentire la nostra voce, tutti insieme. Non la voce del solo M5s, ma la voce di un popolo che è stanco di regalare poltrone e pensioni a vita a vecchi politici di professione. Ricordate l’abolizione dei vitalizi? Adesso i professionisti della vecchia politica stanno cercando di farli rientrare dalla finestra. E non gli basterà, perché vogliono anche salvare le poltrone che eravamo riusciti a togliergli».

Di ritorno alle origini ha parlato invece la senatrice Paola Taverna, in un post sul Blog delle Stelle: «In tanti ce lo stanno chiedendo. Tornare a quando Beppe Grillo ci chiese di essere cittadini con l’elmetto. Noi lo siamo ancora, siamo in guerra. Una guerra gentile ma pur sempre una guerra, contro soprusi e privilegi, contro la casta».

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Sanremo di distrazione di massa

Dalle Sardine al Pil che scende, dalla psicosi coronavirus alla crisi Whirlpool, fino all'allarme antisemitismo saranno molti i temi oscurati dai riflettori dell'Ariston. "Me ne frego", per cinque giorni, sarà solo la canzone di Achille Lauro. Del resto, come dice Elettra Lamborghini, «Musica. E il resto scompare».

«Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente». Era il 1978 e Rino Gaetano saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston (arrivando terzo, dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa).

Già allora, però, il cantautore aveva capito come il Festival della canzone italiana fosse una bolla. Un «niente», però, che finisce col cancellare tutto il resto.

Ogni argomento, anche il più delicato o drammatico, è oscurato dai riflettori dell’Ariston. D’altronde tutti (anche chi si vanta di non seguirlo) conoscono perfettamente la sigla di Sanremo, ricordano a menadito la rituale presentazione che si ripete come un mantra ad ogni canzone («dirige l’orchestra il maestro…. applausi…. canta…. applausi»), sono pienamente consapevoli dall’incubo scalinata che a ogni edizione inspiegabilmente ricompare.

SALVINI E LA SUA BESTIA GIÀ CAVALCANO LA KERMESSE

Il 2020 non sarà da meno. A dare il segnale di come anche quest’anno il Festival sarà al centro dell’interesse nazionalpopolare è stato Matteo Salvini, che ha ben pensato di sfruttare già le polemiche sui cachet degli ospiti e sulla presenza in gara di Junior Cally con due post tra i più cliccati sulla sua pagina Facebook negli ultimi giorni.

Dopo aver visto cantare donne e uomini che hanno fatto la storia musicale del nostro Paese, trovo vergognoso che a…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

E chissà se durante la gara, Salvini continuerà a gridare all’emergenza sbarchi. «Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, Pd e compagni hanno riaperto porti e portoni, per la gioia di scafisti e trafficanti», scriveva su Fb il 2 febbraio. «Sbarchi nel 2020 aumentati del 700%, pazzesco. Non mi spaventano minacce e processi, torneremo al governo per proteggere l’Italia e i nostri figli».

Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, PD e compagni hanno…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

UN DIVERSIVO MUSICALE PER OPEN ARMS E GREGORETTI

Il Festival, però, potrebbe essere anche un ottimo diversivo per il leader della Lega, dopo che sabato scorso è arrivata la notizia dell’inchiesta per sequestro di persona anche sulla Open Arms, a cui quest’estate è stato negato per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti. Un caso che si aggiunge a quello scoppiato con la Gregoretti (a bordo in quella circostanza c’erano 131 migranti): proprio all’indomani di Sanremo, il 12 febbraio, sapremo se il Senato manderà a processo Salvini o no.

IL DERBY TRA SANREMO E PSICOSI DA CORONAVIRUS

Ma la vera domanda è un’altra: Sanremo riuscirà a oscurare anche l’emergenza per il nuovo coronavirus? Presto, tra una canzone e l’altra di Sanremo, ci saremo dimenticati delle ricercatrici che lo hanno isolato in Italia. E forse abbandoneremo per qualche giorno la psicosi che ha portato a vedere tutti i cinesi come untori.

IL PIL SCENDE, L’ITALIA GORGHEGGIA

Non c’è dubbio, però, che appena le porte dell’Ariston si apriranno, altri temi cadranno inesorabilmente nel dimenticatoio. Solo pochi giorni fa l’Istat ha inchiodato il governo: il Pil italiano nel quarto trimestre del 2019 si è contratto dello 0,3% rispetto al periodo luglio-settembre (è stato il peggior trimestre dal 2013) mentre i dipendenti stabili sono calati di 75 mila unità. Meglio non pensarci. Troppi numeri. I soli che potranno interessare saranno quelli degli ascolti per capire se Amadeus farà meglio di Baglioni o no.

WHIRLPOOL E ILVA O DILETTA LEOTTA?

Figuriamoci, poi, se le storie di aziende sull’orlo di una crisi possano mai avere la meglio sulle performance di Georgina o di Diletta Leotta. E così prepariamoci a dimenticare i tanti tavoli aperti tra ministero del Lavoro e Sviluppo economico, a cominciare dallo stabilimento di Whirlpool a Napoli che, a dispetto delle promesse di Luigi Di Maio (allora al Mise), rischia di chiudere e lasciare a piedi 420 lavoratori. L’unico risultato finora ottenuto dal governo è la promessa che nessun impianto verrà ceduto prima di ottobre. Poi si vedrà.

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Un “poi si vedrà” che, invece, è già scaduto su ArcelorMittal. Qui la spada di Damocle si avvicina. Venerdì 7 febbraio si deciderà sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva, contro il recesso di Arcelor dal polo siderurgico di Taranto. Tutto dipenderà dall’eventuale compromesso politico che si raggiungerà. Le trattative saranno fittissime in questi giorni, ma niente paura: noi parleremo di Amadeus.

LA POLITICA SILENZIATA DALLE CANZONI

Con le Regionali in Emilia-Romagna alle spalle, ora anche le sorti delle Sardine – e la polemica per la foto con i Benetton – probabilmente ci interesseranno via via sempre meno. Non che vada meglio a M5s e Pd, anche loro costretti a cedere il passo dinanzi alla domanda, molto più succulenta, se Peppe Vessicchio tornerà mai a dirigere l’orchestra. Fa niente se entrambe le forze politiche si preparano a una renovatio profonda, con i pentastellati pronti a voltare pagina dopo Di Maio, e i dem addirittura a cambiare nome al partito. È anche vero, però, che in ottica governativa questa spirale del silenzio potrebbe essere un toccasana per mettere in ordine le idee su questioni capitali: dalla riforma della giustizia allo stop alle concessioni autostradali fino alla legge elettorale. Figuriamoci, poi, se qualcuno si ricorderà del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari (29 marzo): l’unico voto interessante è quello sui cantanti in gara.

IL DRAMMA DEL FEMMINICIDIO

Ci sono, però, anche temi su cui l’attenzione non dovrebbe mai calare. Come il femminicidio. In una settimana sono state uccise sei donne e poco o nulla è stato detto. Nell’ultimo anno si sono registrati 876 episodi di violenze, nelle varie forme. Nel 2018 i procedimenti erano stati 789. Anche se a dire il vero, Sanremo ha già fatto parlare della violenza di genere. Dopo le tante polemiche, la presidente dell’associazione Italia delle Donne Gisella Valenza, come ha scritto La Stampa, ha querelato Amadeus, i vertici Rai e Junior Cally – al secolo Antonio Signore – per «istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione».

IL “ME NE FREGO” PER 5 GIORNI SARÀ SOLO QUELLO DI ACHILLE LAURO

Per i cinque giorni della kermesse magari torneremo tutti critici musicali, scordandoci che il 15,6% di noi pensa che la Shoah non sia mai esistita e dell’antisemitismo crescente nel nostro Paese. E il Me ne frego sarà per un po’ solo il titolo della canzone di Achille Lauro. Ribadisce il concetto Elettra Lamborghini: Musica. E il resto scompare.

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Il futuro di Di Maio tra Gattopardo e modello Renzi

Ora che non è più capo politico, Di Maio potrebbe seguire la strada del senatore di Rignano e come "ministro semplice" pungolare Conte. Oppure da Gattopardo tornare alla carica in occasione degli Stati generali del M5s. Dimostrando di essere l'unico leader possibile. Più difficile un asse con Dibba o un ticket con Appendino. Le ipotesi in campo.

Tornare in scena, da capo politico, o restare battitore libero, portando avanti l’idea del Movimento 5 stelle come “terza via”. L’ago della bilancia tra destra e sinistra: la sua visione preferita. In attesa di tempi migliori.

Un fatto è a prova di smentita: Luigi Di Maio, a soli 33 anni, non ha affatto intenzione di diventare un “ex” della politica.

E ha chiaramente scandito di non voler mollare. Ha tolto la cravatta, certo, ma più come segno di sfida che di resa. Le strade davanti a sé sono numerose. E da qui agli Stati generali di marzo resterà comunque il punto di riferimento del M5s, mentre per il futuro nessuno scommette un centesimo sull’ipotesi che possa defilarsi. Così la domanda circola con insistenza: cosa farà Di Maio da grande?

1. DI MAIO IL GATTOPARDO

Tutto cambia, perché nulla cambi. Tra le versioni più accreditate nella giornata di mercoledì al Tempio di Adriano, a Roma, circolava proprio questa: le dimissioni come strumento di rafforzamento. Di Maio, in queste settimane, può far emergere che il Movimento non ha leadership alternative. Con buona pace dei Patuanelli, dei Fico e delle Lombardi, che ambiscono a diventare leader o comunque ad aprire a una guida collegiale. Una posizione gattopardesca per mettere a nudo il vuoto intorno a sé, silenziando con i fatti le numerose critiche dei detrattori, grande bersaglio del suo intervento. Un’operazione-maquillage, messa in campo con Davide Casaleggio (definito un «fratello maggiore») per restare in sella. Più forte di prima e con gli avversari interni, «i pugnalatori», sbaragliati. 

2. NUME TUTELARE DI APPENDINO

La presentazione dei facilitatori nazionali ha evidenziato la volontà di puntare sulle donne: da Paola Taverna a Barbara Floridia, un M5S a trazione femminile. Per il “nuovo” Di Maio esiste anche una valida opzione: il ticket con la sindaca di Torino, Chiara Appendino. Le difficoltà amministrative, infatti, non hanno oscurato l’immagine della prima cittadina torinese: è sempre molto amata dalla Base e rispetto alla sua collega romana, Virginia Raggi, gode di una buona stampa, almeno sul piano nazionale. Una verniciata di rinnovamento ancora più significativa rispetto al ritorno alla leadership solitaria. E non sarà sfuggito che Appendino ha prontamente manifestato la sua vicinanza al capo politico dimissionario. Di Maio potrebbe anche preferire il ruolo di nume tutelare della sindaca, trasformata in leader del Movimento.

3. IL FANTASCIENTICO ASSE CON DIBBA

C’è anche una possibilità, per certi versi clamorosa: rilanciare l’asse con Alessandro Di Battista. Nei mesi scorsi c’era stata una spaccatura, nemmeno tanto velata, salvo poi ricompattarsi per necessità sulle battaglie più infuocate del Movimento 5 stelle. A cominciare dalla revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia. Alla fine, però, è maturata la rottura definitiva con l’espulsione di Gianluigi Paragone, il senatore difeso a spada tratta da Dibba.

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Le incognite sull’ipotetico asse tra i due Di (Di Maio e Di Battista) sono comunque pesanti: significherebbe il ritorno di un Di Maio di lotta, con il vigore delle origini e la conseguente caduta del governo. Perché nessuno immagina un Movimento con Di Battista in primo piano, alleato del Pd. Questo scenario, tuttavia, imporrebbe il superamento delle tensioni tra i due, dopo che l’ormai ex capo politico ha lanciato delle frecciate a chi non si è assunto le proprie responsabilità. Ed è difficile non cogliere in filigrana un riferimento a Di Battista, che ha continuato a fare da battitore libero, spostandosi dal Sudamerica all’Iran. Ma il personaggio Di Maio ci ha abituato a clamorosi ribaltamenti di fronte, come l’alleanza con il Pd, da lui etichettato qualche giorno prima «il partito di Bibbiano».

4. IL MODELLO RENZI

C’è chi adombra un’altra eventualità: seguire la strategia di Matteo Renzi, che per qualche mese si è professato «senatore semplice», prima di tornare prepotentemente alla ribalta. Con la regia per la nascita del Conte 2, di cui oggi è uno dei principali fustigatori. Ecco, Di Maio può limitarsi a fare il “ministro semplice”, bacchettando costantemente l’attività dell’esecutivo e spingendo sui dossier più cari al Movimento, spesso molto divisivi. Già nell’incontro di mercoledì, dall’immigrazione ai tagli alla Giustizia, ha dettato un’agenda alquanto indigesta agli alleati con la rivendicazione della denuncia sul ruolo delle Ong e l’abolizione della prescrizione. Dalla Farnesina, con le mani libere, sarebbe pronto a fare il controcanto quotidiano, pungolando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e dimostrando all’eventuale nuovo capo politico dei 5 stelle che il vero leader resta lui, Luigi da Pomigliano.

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Così il gaffeur Vito Crimi è diventato reggente del M5s

Dal 2013, quando debuttò nello streaming con Bersani, ne ha infilate di perle. Napolitano poco sveglio, le battute sulla prostata di Berlusconi, il complotto dei piedini sporchi, le battaglia contro i giornalisti e Radio radicale. Tutti gli scivoloni del "successore" di Di Maio.

Qualcuno le gaffe le ha pagate a caro prezzo. A Danilo Toninelli, per esempio, l’interminabile sequela di uscite infelici è costata prima il posto al ministero delle Infrastrutture (si sfarinò il governo a causa di Matteo Salvini, ma la sua poltrona era pronta per essere offerta alla Lega in caso di rimpasto), poi l’espulsione dalla squadra del Conte 2. Qualcuno, invece, di gaffe in gaffe avanza. Lentamente ma inesorabilmente. Non silenziosamente. Il Movimento 5 stelle si trova all’alba di una nuova era, l’era di Vito Crimi, reggente con un unico merito: essere il membro anziano del comitato di garanzia.

EX ASSISTENTE GIUDIZIARIO A BRESCIA

Nella sua ormai considerevole carriera politica annovera comunque un numero significativo di uscite sopra le righe. Ecco le migliori perle che l’ex assistente giudiziario alla Corte di appello di Brescia (qui il suo curriculum) ha regalato ai posteri.

PRESE IL 3% DA CANDIDATO GOVERNATORE LOMBARDO

Attivista pentastellato della prima ora, candidato presidente della Lombardia alle Regionali del 2010 dove ottenne il 3%, (gli andrò meglio alle parlamentarie, quando riuscì a raccogliere i 381 voti sufficienti a finire in lista), debuttò davanti al grande pubblico nel 2013, durante lo streaming – ormai sbiadito – delle consultazioni tra Pier Luigi Bersani e la delegazione dei cinque stelle. L’incontro passò alla storia non tanto per la sua presenza ma per le dichiarazioni di Roberta Lombardi che, in quanto a gaffe, si pone come sua diretta rivale (disse: «Bersani, qui non siamo a Ballarò» e «Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali»). In quell’occasione Crimi parlò poco. Si limitò a rivolgersi alla Lombardi apostrofandola come «onorevole» per ottenere in cambio il rimbrotto: «cittadina, prego».

SARCASMO FUORI LUOGO SUL CAPO DELLO STATO

Del resto, le volte che esternava, lo scivolone era subito dietro l’angolo. Come quando decise di documentare l’incontro tra Beppe Grillo e l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Abbastanza surreale», disse, «una situazione anacronistica, perché siamo entrati in questo palazzo tra corazzieri e uno stuolo di persone ovunque. È stato un colloquio riservato, c’eravamo solo noi tre e Napolitano con il segretario generale del Quirinale». «Napolitano», aggiunse Crimi con sarcasmo, «ha ascoltato molto Beppe e Beppe l’ha visto un po’ più sveglio rispetto a quello che pensava». Scoppiò una prevedibile polemica. Crimi si giustificò dicendo: «Ricordo che le nostre riunioni si svolgono in diretta streaming e si parla liberamente, senza discorsi preparati e preconfezionati o artefatti e può capitare di dire qualcosa che risulti infelice come esposizione… Questa è comunque trasparenza». Non poteva certo immaginare che, di lì a poco, sarebbe stato più e più volte immortalato dai cronisti appisolato, in treno e persino a Palazzo Madama.

VITO LO SMENTITO DA GRILLO IN PERSONA

Tra una pennica e l’altra, sempre nel 2013 non fece in tempo a esprimere un giudizio politico («Meglio un incarico a Bersani che una prorogatio a Mario Monti») che subito fu silenziato pubblicamente da Grillo in persona: «Sono uguali». E la Rete si scatenava con l’hashtag #Romanzocrimi con il soprannome «Vito, detto lo smentito». Nel 2014, ospite della trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, rivelò il suo background politico: «Ho votato per i Verdi, Rifondazione comunista, Alleanza nazionale, l’Ulivo, l’Italia dei valori… anche Pd, Ds, anzi, no Pd no… sceglievo le persone». A Oggi invece confessò: «Ho ancora poca conoscenza dei regolamenti parlamentari». Ed era capogruppo al Senato (in compenso, aveva le idee molto chiare sulla linea che esigeva dai suoi, come disse al Corriere: «I parlamentari non devono occuparsi di strategie politiche, di alleanze. Se lo fanno, non hanno capito niente. Tu, parlamentare, devi dire: sei d’accordo sulla mozione Ogm?»).

Beppe Grillo e Vito Crimi durante una conferenza stampa del Movimento 5 stelle nel 2013. (Ansa)

CRIMI L’UMORISTA SUL PROLASSO DEL CAV

Strappò poche risate quando provò a canzonare un manifesto di Forza Italia: «Silvio non mollare». Crimi scrisse su Facebook: «Vista l’età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali, e l’ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con “Non mollare” non è che intende “Non rilasciare peti e controlla l’incontinenza”?». Del resto, che abbia uno strano senso dell’umorismo lo si sa da tempo. Quando Grillo rilanciò un video che aveva come tema: «Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?», il solito Crimi commentò così l’opera: «Ironica, satirica, senza alcuna volgarità ma simpatica anche».

COMPLOTTO DEI PIEDINI SPORCHI: LA PROVA DELLE POLVERI SOTTILI

Da membro del Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) si fece notare, nel 2015, con una inchiesta pubblicata sulla sua pagina Facebook: il complotto dei piedini sporchi. «Leggete, prima di ridere», scrisse, pubblicando la lettera di «un amico che risiede a Ghedi, in provincia di Brescia» che inoltrava al senatore pentastellato le foto dei piedini sporchi del figlio sostenendo che fossero la prova delle polveri sottili penetrate in casa. Insomma, la sicurezza pubblica con Crimi era in ottime mani. Anzi, piedi.

I GIORNALISTI? «MI STANNO SUL C…O, CERCANO LO SCOOP»

E poi c’è la sua personale crociata contro la categoria dei giornalisti, iniziata prestissimo e che forse gli è valsa nel 2018 la delega all’Editoria da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Nel 2013 esordì facendosi scappare: «Mi stanno tutti sul c…o» perché «cercano solo lo scoop». Da sottosegretario si sbizzarrì mettendo nel mirino prima l’intera categoria («Bisogna superare il termine giornalisti, oggi servono professionisti dell’informazione»), quindi il finanziamento pubblico ai giornali («Lo aboliremo con grande orgoglio»), poi l’ordine professionale («Scatola vuota, o cambia o va abolito») e infine l’Inpgi, la cassa pensione della categoria («Prodotto del poltronificio Pd che oggi vive a spese dei giornalisti e delle loro pensioni»). Ma l’apice lo ha toccato nella sua personalissima battaglia contro la sovvenzione pubblica a Radio radicale, nonostante svolgesse un pubblico servizio trasmettendo le sedute parlamentari. Battaglia che gli valse il soprannome, da parte del giornalista della radio Massimo Bordin (scomparso ad aprile 2019) di «gerarca minore». Ora il «gerarca minore» si appresta a diventare reggente. Se sarà un reggente minore o maggiore lo dirà il tempo. In quanto a gaffeur è sicuramente maggiore.

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Che fine farà il M5s dopo l’addio di Luigi Di Maio

Nel Movimento rischia di scoppiare il tutti contro tutti dopo l'addio di Di Maio. Nodo principale: aprire al Pd o porsi come alternativa a destra e sinistra? Primo bivio in Campania. Capitolo leadership: potrebbe correre Di Battista (in quel caso addio dem), ma avanza la Appendino. Mentre Grillo osserva preoccupato.

E adesso? Dopo il passo indietro di Luigi Di Maio si annuncia un periodo di caos dentro il Movimento 5 stelle, arrivato al momento del suo Big Bang. Uno scoppio che potrebbe portare al tutti contro tutti, ora che non c’è più la figura del ministro degli Esteri a catalizzare su di sé ogni tensione. Basterà la reggenza di Vito Crimi, uomo della vecchia guardia e vicino al garante Beppe Grillo ma anche all’ala casaleggiana, a rassicurare lo stato maggiore del Movimento? Probabilmente no.

PRIMA BATTAGLIA CONGRESSUALE TRA GRILLINI

A marzo 2020 arriva la battaglia congressuale, la prima nella storia dei grillini, con mozioni contrapposte e una forza politica potenzialmente scalabile. Un assaggio di democrazia partitita a cui non erano abituati. Il tema non tanto è “chi” guiderà il Movimento, ma piuttosto “dove” andrà.

ALLEARSI COL PD O PORSI COME ALTERNATIVA?

C’è chi preme per un’alleanza con il Partito democratico e chi, come sostiene lo stesso Di Maio, vuole un Movimento che sia alternativa al centrodestra e al centrosinistra. Una linea che vede peraltro da tempo in trincea Alessandro Di Battista, il cui futuro è tutto da decifrare. “Dibba”, di ritorno dall’Iran, potrebbe anche metterci la faccia e correre per la leadership.

Alessandro Di Battista.

PRIMO TEST: LA CAMPANIA DELL’INGOMBRANTE DE LUCA

In Campania primo test: ci sarà l’apertura al Pd alle Regionali del 2020? Un documento potrebbe certificarla presto. Ma se venisse accettato Vincenzo De Luca come candidato, una parte della base protesterebbe. Meglio quindi una figura terza, condivisa tra Pd e M5s. Magari Sergio Costa, ministro dell’Ambiente.

PER IL DOPO DI MAIO AVANZA LA APPENDINO

Agli Stati Generali bisogna affrontare un’altra questione, quella della leadership: collegiale o singola? Con la prima opzione sostenuta dagli ortodossi Di Maio, come ha già chiarito a tutti, non sparirà dai radar del Movimento. E il suo riferimento ai sindaci non è stato casuale: voci insistenti nei corridoi parlamentari indicano in Chiara Appendino il possibile futuro. In ticket o da sola. Di certo sponsorizzata dall’ex capo politico.

Luigi Di Maio e Chiara Appendino.

LUIGI TRADITO PROPRIO DAI SUOI FEDELISSIMI?

L’addio di Di Maio era atteso, ma ha comunque spiazzato i parlamentari. Anche se, più di un fedelissimo dell’ex leader, ha sottolineato il ghigno che, dietro l’applauso d’ordinanza, nascondevano eletti e pure qualche ministro. Tanto che un senatore della vecchia guardia non nasconde che, a suo parere, il vero tradimento al leader sia stato messo in atto proprio da chi gli era più vicino. Grillo osserva in silenzio, preoccupato. Preferendo la leadership unica. Ma ora bisogna scovare il nuovo Di Maio.

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Matteo Salvini farà presto la fine di Luigi Di Maio

Il leader della Lega sta sfasciando la classe dirigente locale della Lega. Sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta in Emilia-Romagna, si svelerà come il capo del Carroccio sia un bluff.

Ogni tanto in Italia qualcuno proclama che si è di fronte alla battaglia decisiva, quella che delineerà l’identikit definitivo del vincitore e consegnerà il perdente alle lacrime. Ora questa data sembra essere domenica 26 gennaio quando gli abitanti della regione tradizionalmente più rossa d’Italia dovranno scegliere fra un presidente efficiente ma rappresentante dell’ancien regime e una candidata improvvisata che il suo leader sospinge con le mille trovate inventate da un club di simpatici imbroglioni che si fa chiamare la Bestia.

Non succederà niente di epocale, invece. Sarà un dolore e un danno la sconfitta di Stefano Bonaccini, persona seria e capace. Sarà un problema la vittoria della Virginia Raggi in salsa emiliana. Al tempo stesso sarà una boccata d’ossigeno la conferma del caro Bonaccini e l’inizio della nuova via crucis per Matteo Salvini, il più vetusto arnese della politica con sul groppone sentenze che fanno invidia ai tanto deprecati partiti della Prima repubblica.

Non succederà, quindi, niente di epocale perché nessuno dei fenomeni in campo è in grado di stabilizzare l’Italia ovvero di radunare attorno a sé un durevole e importante blocco elettorale che possa esprimere una classe dirigente.

LA LEGA LABORATORIO PER LA CLASSE DIRIGENTE LOCALE NON C’È PIÙ

Per Salvini siamo di fronte al tema classico se sia o non sia in grado di governare il Paese. Sappiamo solo che sa come sfasciarlo. Per di più negli anni della sua guida della Lega sta disperdendo le competenze che avevano fatto del Carroccio di Umberto Bossi un bel laboratorio di classe dirigente locale. Oggi siamo di fronte a un partito di urlatori, roba da Rete 4. Questo Salvini, come scrivo da tempo e ormai se ne sono accorti anche altri, dovrà anche fare i conti con la destra rappresentata da Giorgia Meloni, tostissima politica, che è riuscita a trovare un equilibrio fra nostalgia e presente. Un vero osso duro per quel pasticcione di Salvini.

L’eventuale vittoria di Salvini avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini

Il popolo che segue il leader della Lega non ha più una fisionomia tale da definirlo come blocco elettorale in grado di esprimere una idea di Paese. Non c’è più dietro la Lega la fabbrica del Nord e del Nord Est, ovvero ci sarà pure ma sempre meno come fabbrica e sempre più come imprenditore incazzato. Anche qui roba da Rete 4. Insomma l’eventuale vittoria di Salvini, lo dico per suggerire agli intellettuali moderati di destra un po’ di prudenza nel soccorrerlo, avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini. Insomma se Giorgetti and company diranno: «Ora basta, ragazzo, fatti una birretta e lasciaci lavorare». Per la Lega vittoriosa si aprirà la stessa stagione feroce e distruttiva che sta vivendo il Movimento 5 stelle.

IN CASO DI SCONFITTA LA SINISTRA DEVE FARE TABULA RASA

Se perderà Bonaccini la sinistra scoprirà per l’ennesima volta di stare sulle palle al Paese e non avrà altra scelta se non quella di accantonare tutta, dicesi tutta, la sua classe dirigente. Non c’è accordo con Luigi de Magistris, non c’è lusinga verso le sardine che possa salvarla: prego andare a casa. Si ricomincia riunificando la sinistra, restituendo radici e storia a un grande movimento di emancipazione.

Il segretario della Lega Matteo Salvini durante il giro elettorale alla fiera di Rimini.

Se invece Bonaccini riuscirà nell’impresa di restituire Luicia Borgonzoni al suo papà, la sinistra e Giuseppe Conte avranno la possibilità di tirare un sospiro di sollievo, ma poco alla volta questo sospiro tornerà a essere asmatico, perché i polmoni politici non funzionano più. Resta la speranza che le sardine ci sorprendano. Resta la certezza che la strada per tirar fuori l’Italia da questa melma sarà lunga e faticosa. Ma ci vorrà una vera rivoluzione, pacifica ovviamente, perché la scena è occupata da mezze calzette prive di progetto, di ambizione grandi, di moralità, di senso di responsabilità.

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Le nuove ipotesi di dimissioni di Di Maio

Voci parlamentari parlano di un passo indietro del capo politico. Ipotesi di reggenza fino a marzo. Mercoledì mattina incontro coi ministri cinque stelle.

Luigi Di Maio non più capo politico del Movimento 5 stelle? Si torna a parlare di passo indietro dopo che lo scenario delle dimissioni era stato smentito all’inizio dell’anno, nonostante i rapporti coi fedelissimi fossero da tempo deteriorati.

IL MOMENTO DI CHIARIRE IL FUTURO

Ora però voci parlamentari, che comunque non fanno riferimento a tempi certi, hanno rilanciato l’ipotesi. Mercoledì 22 gennaio il leader è impegnano a presentare a Roma i nuovi facilitatori regionali del Movimento e, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe essere il momento per un chiarimento sul suo futuro. Alle 10 c’è in agenda anche un incontro coi ministri del M5s.

RUOLO DI REGGENTE FINO AGLI STATI GENERALI

Tra le indiscrezioni che circolano in Transatlantico c’è anche quella che parla di Di Maio pronto ad arrivare agli Stati generali di marzo come “dimissionario” mantenendo fino all’assise M5s il suo ruolo di reggente.

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Il M5s sceglie i facilitatori e i candidati governatori per Liguria, Toscana e Puglia

La base vota su Rousseau. In vista degli Stati generali, Di Battista potrebbe presentare una sua proposta politica. Ma il nodo restituzioni potrebbe portare altri 15 eletti alla sospensione e al passaggio nel gruppo Misto.

Gli iscritti del M5s sono chiamati il 20 gennaio a scegliere su Rousseau i nuovi facilitatori regionali. In ballo anche i candidati governatori per Liguria, Toscana e Puglia e la decisione su come impiegare le risorse che derivano dalle restituzioni dei parlamentari. Tre le opzioni disponibili: finanziare un fondo dello Stato a sostegno dell’infanzia, della disabilità oppure contro la violenza sulle donne. Urne virtuali aperte dalle 10 alle 19.

La scelta dei facilitatori e dei candidati governatori si intreccia alla strategia di Luigi Di Maio per arrivare agli Stati generali, la manifestazione che i pentastellati stanno preparando per il 13-15 marzo e la cui organizzazione è stata affidata all’ex ministro Danilo Toninelli. Lasciare alla base l’individuazione dei nomi potrebbe servire al capo politico per evitare nuove contrattazioni con il Pd. È già accaduto nelle Marche e in occasione delle elezioni suppletive per il seggio uninominale del Senato da rivotare a Napoli: qui il M5s si è orientato su Luigi Napolitano, mentre il Pd candiderà Sandro Ruotolo, appoggiato anche dal sindaco Luigi De Magistris.

Per quanto riguarda invece la Liguria, il deputato-coordinatore Marco Rizzone ha fatto incontrare i candidati alla presidenza con gli attivisti. È molto probabile che se la vedranno alla pari due donne, entrambe 37enni: Silvia Malivindi, consigliere comunale a Ventimiglia, candidata anche alle Europee di maggio, e Alice Salvatore, capogruppo uscente del M5s in Regione. In Liguria, però, la possibilità di un’alleanza con i dem resta aperta, con l’ipotesi di individuare un nome indipendente della società civile su cui far convergere M5s e Pd. In tal caso il candidato pentastellato dovrebbe fare un passo indietro, come previsto dal regolamento. Ma bisognerebbe tornare al voto su Rousseau.

Nel frattempo, a livello nazionale, aumentano le voci che vorrebbero Alessandro Di Battista pronto a presentare una sua proposta politica in vista degli Stati generali. Ma il percorso è ancora lungo e prima bisogna risolvere il rebus delle restituzioni. Secondo il Corriere della Sera, nel M5s avrebbe prevalso una linea simile a quella adottata per l’ex capogruppo Riccardo Nuti. Poche espulsioni dirette, ma una quindicina di parlamentari “morosi” potrebbero ricevere una maxi-sospensione, anticamera del passaggio al gruppo Misto.

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Riorganizzazione di Rousseau: Bugani esce dai soci, Di Battista referente

L'esponente bolognese si occuperà con Marco Piazza dell'area Sharing. Rientra Dibba, con Taverna e Croatti agli Eventi.

Il M5s corre ai ripari. E lavora a una riorganizzazione per evitare una nuova emorragia di parlamentari – gli ultimi a confluire nel Misto sono stati Massimiliano De Toma e Rachele Silvestri il 9 gennaio.

Poco prima avevano lasciato Nunzio Angiola e Gianluca Rospi – oltre a quella dei consensi: secondo gli ultimi sondaggi il M5s veleggia intorno al 15,2%.

BUGANI NON È PIÙ SOCIO DI ROUSSEAU

Una riorganizzazione che non riguarda solo il partito. Se i residui dei fondi versati al Comitato per le rendicontazioni e rimborsi del M5s non finiranno più in Rousseau ma al fondo per la micro imprenditorialità per volere di Luigi Di Maio, la piattaforma del Movimento si rinnova.

dimissioni bugani segreteria di maio
Massimo Bugani.

Come scritto sul Blog delle Stelle alcune funzioni sono state «riprogettate e potenziate» e il «team dei referenti» cresce. Un “rimpasto” che riguarda anche l’omonima associazione. Max Bugani non figura più tra i soci con Davide Casaleggio, Enrica Sabatini e Pietro Dettori. Consigliere comunale bolognese e fedelissimo di Davide Casaleggio e Beppe Grillo, Bugani dopo aver lasciato lo scorso agosto la segreteria di Di Maio a causa di incomprensioni è diventato capo staff di Virginia Raggi a Roma. Resta però tra i referenti della piattaforma per l’area Sharing con il concittadino Marco Piazza.

IL RITORNO DI DI BATTISTA TRA I REFERENTI

Torna invece tra i referenti Alessandro Di Battista che con Marco Croatti e Paola Taverna si occuperà del Portale Eventi Movimento 5 stelle. Proprio Dibba era stato chiamato in causa due giorni fa dal senatore espulso dal M5s Gianluigi Paragone. «Io e Alessandro di Battista vogliamo mettere insieme qualcosa di culturale che si richiama alle origini del Movimento», aveva detto a Mezz’ora in più su RaiTre, «magari un gruppo di lavoro o uno spettacolo teatrale. Siamo in contatto da tempo e abbiamo le idee chiare».

LASCIANO DADONE, PATUANELLI E CANCELLERI

L’eurodeputata Eleonora Evi sarà referente del settore Lex Eletti Area Europa, suoi omologhi per il parlamento saranno invece Manlio Di Stefano, Anna Macina e Giorgio Fede. Per l’area Regioni Davide Bono e Andrea Liberati. L’area E-Learning sarà gestita da Barbara Floridia; Francesco Berti e Susy Matrisciano si occuperanno della Lex Iscritti, mentre per lo Scudo della Rete arriva Vittoria Baldino al posto della ministra Fabiana Dadone. «Rousseau cresce e prosegue il suo cammino», ha scritto la titolare della Pa su Twitter. «È stato un piacere dare il mio piccolo contributo. In bocca al lupo a Vittoria Baldino e a tutti i nuovi referenti di uno strumento così importante al servizio di attivisti ed eletti M5s».

Oltre a Dadone, escono dalla squadra i ministri Stefano Patuanelli, Nunzia Catalfo e il viceministro Giancarlo Cancelleri.

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In Libia l’Italia si è condannata all’irrilevanza

Il nostro Paese si è accorto con otto mesi di ritardo che il conflitto si stava giocando al Cairo, Abu Dhabi e Riad. Lasciando un vuoto riempito da Mosca e Turchia. Ora Di Maio e Guerini propongono un modello Libano. Che però nell'’ex Jamahiriya è inapplicabile.

Regge malamente la tregua in Libia, ma regge. Per ora. Ma manca una proposta, una idea per andare oltre, per definire una pace.

Troppo lo squilibrio tra i due campi. Khalifa Haftar controlla tre quarti del Paese. Fayez al-Serraj solo tre quarti di Tripoli e l’intera Misurata.

In termini politici non è possibile congelare questo disequilibrio, anche se Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin ci lavorano.

L’ITALIA SCONTA UN DISASTRO LUNGO OTTO MESI

Quanto all’Italia, scontiamo il disastro di otto lunghi mesi nei quali Giuseppe Conte, Enzo Moavero Milanesi e Luigi di Maio non si sono semplicemente accorti che il conflitto libico era diventato tutt’altra cosa. Sino all’aprile 2019 la Libia era attraversata da una complessa rete di conflitti tribali e clinici, polarizzati su Tripoli e Bengasi.

LEGGI ANCHE: La cronistoria della guerra in Libia

Il risultato era un conflitto a bassa, bassissima intensità e un mare di parole e proclami. Ma con la decisione di Haftar di conquistare Tripoli si è subito visto – ma i governi italiani e l’Europa non hanno saputo vedere – che si era fatto un passo avanti, decisivo. Il conflitto ha assunto una dinamica diversa, è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non venivano più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca).

Il conflitto è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non vengono più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca)

La totale incompetenza e inesperienza di Conte e di Maio si sono sposate con l’ignavia della Ue nel tardare a prendere atto del cambiamento e a intervenire. Il vertiginoso tour delle capitali e delle telefonate di queste ore di Di Maio e Conte avrebbe dovuto essere fatto otto mesi fa, un ritardo abnorme, determinante dentro un conflitto. Ma non è stato fatto e l’Italia ne paga ora le conseguenze in termini di prestigio. Poi, si aggiungono le gaffe e gli svarioni.

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Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar.

PERCHÉ IL MODELLO LIBANO È INAPPLICABILE

Infine, le proposte avventuriste: il “modello Libano” a cui mirano Di Maio e Lorenzo Guerini è pericolosissimo per le truppe di interposizione in Libia. In Libano, infatti, c’era e c’è una linea naturale: il confine nazionale tra Libano e Israele. In Libia, a Tripoli, quel confine naturale non solo è inesistente, ma segna, come si è detto, un equilibrio instabile tra i due fronti che uno dei due contendenti tenderà ineluttabilmente a modificare a proprio vantaggio. È più che realistico che i combattimenti riprendano, probabilmente con l’apporto determinante dei militari turchi che si stanno posizionando a favore di al Serraj. È più che probabile che la mediazione tra Putin ed Erdogan si sposti in avanti, in una fase più avanzata del conflitto. È solo certo che in tutto questa dinamica, nel futuro della Libia, l’Italia è la Ue faranno solo la parte delle comparse.

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Un gruppo di senatori M5s ha chiesto di abolire il capo politico

Il documento verrà presentato all'assemblea congiunta degli eletti pentastellati. Si domanda anche di togliere il controllo della piattaforma Rousseau alla Casaleggio Associati.

Abolire la figura del capo politico, togliere alla Casaleggio Associati il controllo della piattaforma Rousseau e lasciare a Beppe Grillo soltanto il ruolo di presidente, non più quello di garante del M5s: sono le proposte che un gruppo di senatori pentastellati – capitanato da Primo Di Nicola, Emanuele Dessì e Mattia Crucioli – ha messo nero su bianco e intende presentare all’assemblea congiunta degli eletti in programma nella serata del 9 gennaio.

IL TESTO HA GIÀ RACCOLTO UNA DECINA DI FIRME

Come riferisce Il Fatto Quotidiano, che per primo ha dato la notizia, il testo è già stato sottoscritto da una decina di senatori. L’obiettivo è di raccogliere più firme possibili e far partire il dibattito interno. Nel frattempo anche i deputati Massimiliano De Toma e Rachele Silvestri hanno deciso di passare al gruppo Misto, facendo scendere a 211 il numero totale dei pentastellati che siedono a Montecitorio.

SI PUNTA SU UNA MAGGIORE «DEMOCRAZIA INTERNA»

Nel documento si chiede di ristrutturare profondamente la “governance” del M5s. Prevedendo una gestione collegiale della futura linea politica e diverse modalità di rendicontazione per la restituzione parziale degli stipendi. Su quest’ultimo punto, in particolare, si propone che in caso di scioglimento del Comitato rendicontazioni le giacenze non vengano più destinate all’Associazione Rousseau, bensì direttamente al Fondo per il Microcredito. Nessun attacco, tuttavia, alla tenuta del governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte, che anzi «non deve saltare». Il messaggio è dunque rivolto ai vertici del M5s e in primis a Luigi Di Maio, cui si domanda un cambiamento radicale in direzione di una «maggiore democrazia interna».

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Come l’Italia ha condannato il contrattacco dell’Iran

Il titolare della Farnesina Di Maio ha parlato di «atto grave» che «accresce la tensione». Mentre il ministro della Difesa Guerini ha chiesto «moderazione e prudenza» confermando che i militari italiani in Iraq stanno bene.

Alla fine la risposta dell’Iran all’uccisione di Soleimani è arrivata l’8 gennaio. Con il bombardamento delle basi americane in Iraq. Lì dove sono impegnati anche i militari italiani, che però non hanno subito dirette conseguenze. Come hanno preso la notizia i vertici politici del nostro Paese? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha affidato il suo commento a Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato».

«RISCHIO DI CELLULE TERRORISTICHE E MIGRAZIONI»

Il titolare della Farnesina nel suo post ha proseguito così: «Purtroppo è la storia che si ripete. Invitiamo entrambe le parti alla moderazione e alla responsabilità. La regione vive una instabilità da decenni, una nuova guerra spingerà la proliferazione di cellule terroristiche e di nuovi flussi migratori. Non è più accettabile tutto questo. Si apprenda dagli errori del passato e si torni al dialogo».

COALIZIONE INTERNAZIONALE DI CUI FA PARTE L’ITALIA

Poi ha espresso a nome del governo vicinanza ai nostri militari, ringraziandoli per il loro impegno: «È accaduto quello che temevamo. L’Iran ha risposto al raid Usa lanciando decine di missili contro le basi militari di Ayn al-Asad e di Erbil in Iraq. Entrambe ospitano personale della coalizione internazionale anti-Isis, di cui fa parte anche l’Italia».

La sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza


Il ministro della Difesa Guerini

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha ribadito che «la sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza, da parte mia e di tutte le istituzioni», sottolineando poi che fin dall’inizio dell’attacco iraniano alle basi statunitensi in Iraq la Difesa sta seguendo «la situazione e le evoluzioni con la massima attenzione». Guerini nel corso della notte ha sentito il comandante del contingente italiano, il generale Fortezza, che lo ha rassicurato sulle condizioni dei nostri militari.

GUERINI CHIEDE «MODERAZIONE E PRUDENZA»

«In questo momento è indispensabile agire con moderazione e prudenza», ha detto Guerini in un colloquio telefonico con il collega iracheno Al Shammari. E infine: «Ogni possibile soluzione sarà affrontata insieme alla coalizione, con un approccio flessibile, anche per non vanificare gli sforzi fino a oggi profusi».

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Vertice a sorpresa tra Di Maio e Zingaretti

Incontro di 45 minuti a Palazzo Chigi. Sul tavolo i prossimi obiettivi di governo.

Incontro di 45 minuti a Palazzo Chigi tra il leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Stando a quanto si legge in una nota congiunta degli staff dei due leader, nel corso del colloquio si è parlato della situazione politica generale e si è fatto un primo confronto sul percorso da avviare per definire i prossimi obiettivi di governo. Il clima è stato definito come molto positivo e costruttivo.

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Il caso Paragone spacca un M5s in agonia

Il senatore espulso è pronto a dare battaglia pure in Tribunale. E Di Battista lo appoggia. Potrebbe essere l'ultimo atto della dissoluzione di un partito che ha perso per strada 17 parlamentari dall'inizio della legislatura, in crisi di identità e nei consensi.

Il senatore Gianluigi Paragone, espulso dal «nulla» che secondo lui è diventato il Movimento 5 stelle, è pronto a dare battaglia anche in Tribunale. E il Movimento, ormai in agonia, stavolta rischia davvero l’implosione. Prima le dimissioni natalizie del ministro Lorenzo Fioramonti, passato al gruppo Misto; poi le polemiche sui mancati rimborsi di molti parlamentari; infine la “cacciata” di Paragone, reo di aver votato contro la manovra e di predicare un ritorno alle origini che ha subito incassato il sostegno di Alessandro Di Battista.

Nel mirino ci sono i vertici, a partire da Luigi Di Maio. «Farò ricorso e se mi gira, mi rivolgerò anche alla giustizia ordinaria per far capire l’arbitrarietà delle regole», ha detto Paragone in un video postato su Facebook a meno di 24 ore dalla decisione del Collegio dei Probiviri. Il M5s, per l’ennesima volta, si è spaccato. Di Battista non solo ha difeso Paragone, ma lo ha incorona «infinitamente più grillino di tanti altri».

Al fianco del senatore espulso anche l’altra ‘dissidente’ ed ex ministra Barbara Lezzi, che apprezza l’autonomia di pensiero del collega e attacca il Movimento che «espelle gli anticorpi». Poco dopo il suo post viene condiviso dal senatore Mario Giarrusso, che ha già attaccato frontalmente Di Maio sul tema dei rimborsi, sostenendo di non averli pagati perché ha dovuto provvedere alle «spese legali legate alla sua attività politica» e invitando il capo politico a dimettersi.

Ma non mancano nemmeno quanti si sono posizionati contro Paragone, non perdonando all’ex conduttore tv il giudizio tranchant sul «nulla» che sarebbe diventato il ‘sogno’ di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. Di Maio stesso gli ha risposto su Facebook, pur se indirettamente: «In appena 20 mesi abbiamo già approvato 40 provvedimenti. Niente male per un Movimento per la prima volta al governo, no?». Di fatto, però, con l’ultima ‘cacciata’ sono 17 i parlamentari che il M5s ha perso per strada dall’inizio della legislatura, ossia dal 23 marzo 2018. Tra loro, 11 gli espulsi mentre tre senatori sono passati direttamente al “nemico” leghista (Francesco Urraro, Stefano Lucidi e Ugo Grassi), oltre al recentissimo addio di Fioramonti dal ministero dell’Istruzione.

Su Paragone nessuna sorpresa: l’ex direttore della Padania non ha mai digerito l’alleanza con il Pd e mai l’ha nascosto. A parole, con toni sempre più accesi, e nei fatti con il voto. Da sempre contrario allo scudo penale ad ArcelorMittal per l’Ilva, a dicembre aveva votato ‘no’ anche alla risoluzione di maggioranza sul fondo salva-Stati. Fino al colpo di grazia del no alla manovra. Lui si difende appellandosi alla forza rivoluzionaria del Movimento che rischia di sparire: «Possiamo litigare con qualche collega, ma il grosso, fuori nel Paese, crede che ci sia ancora bisogno di una forza che dica che ci sono delle ingiustizie. Questa era la forza dei Cinque Stelle».

Un approccio che ha subito trovato la sponda di Di Battista e di quanti nel M5s guardano a lui per una nuova leadership: «Non c’è mai stata una volta che non fossi d’accordo con Paragone. Vi esorto a leggere quel che dice e a trovare differenze con quel che dicevo io nell’ultima campagna elettorale che ho fatto». Paragone ovviamente ringrazia e rafforza l’asse: «Ale rappresenta quell’idea di azione e di intransigenza che mi hanno portato a conoscere il Movimento: stop allo strapotere finanziario, stop con l’Europa di Bruxelles. Io quel programma lo difendo perché con quel programma sono stato eletto».

Il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, ribatte: «Se ci definisci il nulla, perché rimanevi nel nulla prima di essere espulso?». Mentre Paola Taverna usa il sarcasmo: «Ehi Gianluigi, a quando il nuovo libro con tutte le rivelazioni?». Toni duri anche dal vice presidente del Parlamento europeo, Fabio Castaldo: «Criticare le scelte operate a livello nazionale è un conto, ma dare del nulla a chi ha lottato, a chi si è sacrificato per un sogno, è per me inaccettabile. Se questo è quello che intendeva, dovrebbe scusarsi». Luigi Gallo, altro M5s tra i più fedeli e presidente della commissione Cultura della Camera, rilancia: «Sarebbe bello interrogarsi su quello che ha fatto Paragone in due anni da parlamentare. Il nulla cosmico».

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Continua lo scontro tra Fioramonti e il M5S sui rimborsi

L'ex ministro dell'Istruzione ribadisce le sue critiche al sistema delle restituzioni. Il Movimento minaccia sanzioni ed espulsioni. Ipotesi però poco concreta.

È alta tensione all’interno del Movimento Cinque Stelle sul tema dei rimborsi, al centro del dibattito pentastellato dopo il clamoroso addio di Lorenzo Fioramonti al governo e le sue frizioni con i vertici dello stesso Movimento. L’ex ministro dell’Istruzione ha ribadito le sue critiche al sistema delle restituzioni a carico dei parlamentari Cinque Stelle di parte dei loro emolumenti. Su questo punto – scrive su Facebook – c’è «il risentimento dei parlamentari e l’imbarazzo dei gruppi dirigenti per un sistema gestito da una società il cui ruolo rimane a tutti poco chiaro». Pronta la replica dei vertici del Movimento che, attraverso il blog delle Stelle, lanciano una sorta di ultimatum a chi non restituisce: «Per coloro che dopo il 31 dicembre saranno ancora in ritardo si attiveranno i Probiviri», spiega il post. Difficile, tuttavia, che l’avvertimento abbia affetto. Anche perché, nei gruppi del M5S, il nodo delle restituzioni unisce malpancisti di varia origine.

Gli esperti di comunicazione mi hanno spiegato che alle fake news non si replica, perché rischi di dare la notizia due…

Posted by Lorenzo Fioramonti on Saturday, December 28, 2019

FIORAMONTI: «METODO FERRAGINOSO E POCO TRASPARENTE»

Sui rimborsi, Fioramonti parla di «metodo farraginoso e poco trasparente con cui si gestiscono le nostre restituzioni». Ma l’ex ministro va oltre, lanciando un appello ai capigruppo 5S per chiedere loro di «chiarire la situazione», perché, aggiunge, «gli attacchi di questi giorni nei miei confronti sono davvero inaccettabili». E infine rimarca: «Le mie posizioni si conoscevano benissimo quando, a Settembre, venni nominato Ministro. Ed erano note anche quando tutti si congratulavano con me, per il lavoro svolto e per chiedermi di non mollare». Parole che per ora si infrangono sul muro dei vertici del Movimento e di Luigi Di Maio. «A partire dal mese di novembre tutti i parlamentari in ritardo con le rendicontazioni e le relative restituzioni sono stati raggiunti da mail per ricordare loro gli impegni giuridici e morali assunti, all’atto della candidatura con il M5S», ricorda il post.

DIFFICILE CHE SI ARRIVI A SANZIONI O ESPULSIONI

Detto questo, chi conosce bene le dinamiche interne al Movimento fa notare che l’ipotesi di sanzione o addirittura di espulsione ai danni dei morosi sia poco concreta. Il team di legali che coadiuva il Movimento da settimane sta studiando modalità e tempistiche di eventuali azioni. Ma la strada è in salita. L’adesione alla regola delle restituzioni è basata sì su un contratto, ma sottoscritto volontariamente, per cui difficilmente la violazione di tale impegno può portare in qualche modo a reali sanzioni giudiziarie. Né, in questo momento, a Di Maio preme procedere con nuove espulsioni, dando così una sponda preziosa a chi medita di uscire dal Movimento.

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Di Maio insiste: «Nel 2020 stop ad Autostrade, concessioni affidate a Anas»

Il leader del M5s nega che il costo dell'operazione possa essere di 23 miliardi: «Un'enorme sciocchezza»

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è tornato a dare battaglia sul nodo delle concessioni autostradali ad Autostrade per l’Italia. «Nel 2020, una delle prime cose da inserire nella nuova agenda di governo dovrà essere la revoca delle concessioni ad Autostrade, con l’affidamento ad Anas e il conseguente abbassamento dei pedaggi autostradali. Le famiglie delle vittime del Ponte Morandi aspettano una risposta. E noi gliela daremo.
Non solo a loro, ma a tutto il Paese», ha scritto su Facebook il leader
del M5S Di Maio. Il ministro ha anche definito una «enorme sciocchezza» il fatto che la revoca costi 23 miliardi allo Stato.

Il messaggio postato da Luigi Di Maio il 27 dicembre ANSA / Facebook

IL CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI UE

Oggi però uno studio della società di analisi Brattle esamina il sistema delle concessioni nei tre paesi europei che hanno un sistema simile a quello italiano ed un simile sistema di calcolo degli indennizzi: Francia, Spagna e Portogallo. Dallo studio emerge che generalmente l’ eventuale indennizzo è valutato sul valore di mercato dei beni, determinato o sui flussi di cassa o con un’asta. La disputa continua. Ma il governatore della Liguria Toti denuncia l’eccesso di litigiosità nel governo sulla questione: «La gazzarra tra ministri con opinioni diverse, maggioranza politica, ritiro della concessione o non ritiro della concessione ha di fatto paralizzato ogni tipo di dialogo» dice chiedendo subito un piano di emergenza e un intervento straordinario più strutturato per le autostrade della Liguria con il ministero dei Trasporti ed Aspi al tavolo.

TARIFFE AGEVOLATE PER I TRATTI CRITICI

Un tavolo con Aspi che si è già svolto al ministero dei Trasporti e che è stato dedicato «alle criticità della rete, con specifico riferimento alla Liguria, alle Marche e all’Abruzzo» fa sapere il Mit, che spiega anche che Aspi si è impegnata a valutare anche agevolazioni tariffarie per gli utenti per compensare i disagi. Inoltre la società in una nota ha annunciato la «proroga della sospensione su base volontaria dell’incremento tariffario già approvato relativo all’anno 2019». Nel frattempo il Mit ha chiesto ai concessionari anche una mappatura delle barriere acustiche presenti con la rete. In attesa dei prossimi sviluppi oggi i titoli del settore hanno tirato un sospiro di sollievo con Atlantia in ripresa (+0,9%) e gli altri concessionari autostradali positivi con Astm (+0,43%), Autostrade Meridionali (+1,31%) e Sias (+0,2%).

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Di Maio non vede che Tripoli sta per cadere in mano russa

La crisi libica mette in risalto tutta l'inadeguatezza del ministro degli Esteri. Troppo preso dalle grane interne al M5s per accorgersi che l'Italia si sta condannando all'ininfluenza.

L’inesperienza e l’insipienza di Luigi di Maio – e del premier Giuseppe Conte – hanno ormai espulso l’Italia da un qualsiasi ruolo nella crisi libica. Il ministro degli Esteri infatti si muove all’insegna di un dogma: «Non esiste soluzione militare: rinnoviamo l’impegno dell’Italia per una soluzione pacifica». Ma il punto è che invece proprio la soluzione militare si sta imponendo con l’imminente conquista armata di Tripoli da parte del generale Khalifa Haftar. L’allarme non è nostro, ma è stato lanciato con toni drammatici dallo stesso inviato dell’Onu Ghassam Salamé che ha dato per certa la caduta di Tripoli, non grazie alla abilità militare di Haftar (che non ha mai vinto né una guerra né una battaglia), ma come conseguenza ovvia della decisione strategica della Russia di Vladimir Putin di gettare nella battaglia attorno alla capitale libica la potente forza d’urto di 1.400-2.000 mercenari della Organizzazione Wagner –una macchina da guerra efficientissima- che stanno facendo capitolare le difese delle milizie di Misurata.

L’ANNUNCIO DI ERDOGAN E LA MINACCIA DI HAFTAR

L’imporsi imminente di una drammatica soluzione militare è tale che immediata e speculare è stata la reazione del presidente turco Tayyp Erdogan che ha annunciato che –su richiesta del governo legittimo di Fayez al Serraj– è pronto a inviare a Tripoli una forza di 5 mila militari per garantirne la difesa. Il governo di al Serraj ha immediatamente accolto con favore questa opzione. Anche Haftar ha preso sul serio questa opzione, tanto che ha minacciato «di affondare tutte le navi turche che portino soldati in Libia». Tuoni crescenti di guerra. Dunque, lo stallo della guerra civile libica che dura da anni, ha avuto una improvvisa accelerazione bellica dovuta alla decisione di Putin di applicare il “modulo ucraino”: un forte e determinante impegno militare russo affidato non già a truppe regolari (come in Siria), ma grazie agli “uomini verdi”, ex membri delle Forze speciali russe –formidabili combattenti reduci dal conflitto ceceno- inquadrati in una organizzazione privata, ma funzionale alla politica di Putin e coordinata col Cremlino.

DI MAIO SI GUARDA BENE DAL VOLARE A MOSCA E AD ANKARA

Il governo italiano non ha minimamente preso atto di questo drammatico cambiamento di scenario e ha rifiutato di compiere l’unica mossa indispensabile se vuole continuare a giocare in Libia: un intervento diplomatico diretto sulla Russia (e sulla Turchia). Ma Di Maio –preso come è dalle grane interne al M5s– si guarda bene dal volare a Mosca e ad Ankara. Pure, vi sarebbe un ampio spazio di manovre diplomatica per il nostro Paese. Putin ed Erdogan, infatti, hanno ampiamente dimostrato in Siria che –pur con interessi a volte divergenti- sono in grado di mediare le proprie strategia. Sono in contatto telefonico sulla crisi libica e si apprestano ad un vertice l’8 gennaio. L’Italia ha (avrebbe) tutti i titoli per inserirsi in questa dinamica di trattativa su Tripoli. Ma dà segno di non essersi nemmeno accorta che la propria visione del conflitto è scaduta, che i vertici non servono a nulla quando è la forza delle armi che determina i rapporti di forza. Un esempio raro e drammatico di dilettantismo.

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Nel M5s anche Castaldo contro Di Maio sul listino bloccato

Il vicepresidente del parlamento Ue Castaldo, capo delegazione del M5s in Europa, contro il leader i suoi "facilitatori". E cioè la segreteria del M5s, di cui sei membri scelti direttamente dal ministro degli Esteri.

Dopo le fuoriuscite di Lucidi e Grassi, i due senatori che sono passati alla Lega, il M5s prova a cambiare pagina con il voto su Rousseau di quella che in altri partiti si sarebbe chiamata segreteria. Ma quel voto è un prendere o lasciare comprese le sei persone scelte direttamente dal capo politico Luigi Di Maio. Un metodo che non è piaciuto affatto a un nome che nel movimento sta acquisendo sempre più peso cioè quel Fabio Massimo Castaldo eletto vice presidente del parlamento europeo e che guida il gruppo grillino che a Bruxelles ha segnato il divorzio dalla Lega votando a favore della commissione di Ursula Von der Leyen.

Fabio Massimo Castaldo durante il convegno ”Open Democracy ? Democrazia in rete e nuove forme di partecipazione cittadina”, organizzato dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati presso la Sala Mappamondo, 18 aprile 2016 a Roma. ANSA/FABIO CAMPANA

«UNA SCELTA AMPIA DI INCOERENZA»

«Una scelta d’ampia incoerenza: #iodicono alle liste bloccate!». Così in un post il vicepresidente M5s del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo commenta il voto in blocco su Rousseau del listino dei cosiddetti facilitatori nazionali scelti dal capo politico del Movimento Luigi Di Maio. «La trovo una scelta ampiamente incoerente: abbiamo portato avanti per anni la battaglia a favore delle preferenze nella legge elettorale, abbiamo combattuto sempre contro i listini bloccati e imposti dall’alto, e ora poniamo i nostri attivisti davanti a un voto del genere?», ha chiesto. «Credo che non sia affatto corretto presentare un listino bloccato e dare la possibilità di votare solamente Si o No all’intera lista: si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Mi sembra non solo incoerente, ma anche limitante», ha scritto su Fb, Castaldo protestando sulla scelta di far semplicemente ratificare dalla rete i sei facilitatori M5S scelti dal capo politico.

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio.

18 FACILITATORI, SEI SCELTI DAL CAPO

Il ragionamento del vicepresidente del parlamento europeo prosegue: «Si sceglie, infatti, una squadra di 18 persone che affiancherà il capo politico del Movimento nei processi decisionali e nelle scelte programmatiche. In questo percorso «sei facilitatori sono indicati direttamente dal capo politico, con funzioni estremamente rilevanti, e oggi si vota anche per confermare o declinare tale scelta». Nel listino, sottolinea l’eurodeputato, ci sono nomi «diversi di assoluto valore per competenze, capacità e impegno dimostrato in questi anni. Ma in tutta franchezza non posso tacere sul fatto che ci sia un problema non tanto di merito, sul quale non voglio esprimermi per non influenzare in alcun modo il vostro giudizio». «Si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Svolgeranno funzioni molto diverse gli uni dagli altri, pertanto il voto avrebbe dovuto essere sulla competenza dei singoli» sostiene. Il problema, invece, è «di metodo. E per questo vorrei porre una riflessione a tutti noi attivisti».

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Il Mes spacca il M5s, Di Maio a un bivio

Il capo politico vuole evitare di appiattirsi sul Pd presentando una risoluzione solitaria sul Salva Stati. Dall'altro sa che non può tirare troppo la corda. Lo scenario.

Archiviato il braccio di ferro sulla manovra su cui la maggioranza pare essere arrivata a un accordo, Luigi Di Maio deve vedersela con il dossier Mes. Permanenza al governo, tenuta di una leadership sempre più in discussione e sopravvivenza dello stesso Movimento 5 stelle.

Lunedì mattina comincia il conto alla rovescia. I pentastellati hanno 48 ore per cercare di assottigliare il fronte contrario a una risoluzione di maggioranza con il Pd sul fondo Salva Stati. Portare in Aula una risoluzione in solitaria per il M5s equivarrebbe infatti accendere la miccia della crisi di governo.

DI MAIO ABBASSA I TONI

I dissidenti, in Senato e alla Camera, ci sono e ci saranno. E Di Maio lo sa. Tutto dipende dal loro numero. Difficile convincere parlamentari come Paragone, Grassi, Giarrusso, Maniero o Raduzzi, i duri e puri contro il Mes. Giuseppe Conte dal canto suo ostenta sicurezza e tranquillità. Mentre il capo politico M5s, dopo aver teso la mano ad Alessandro Di Battista, abbassando i toni. Né Beppe Grillo, né la maggior parte degli eletti vuole la crisi. Lo confermano le parole di Roberta Lombardi che sabato a SkyTg24 ha difeso il governo chiedendo di fatto a Di Maio «meno tweet e più mediazione». Il capo politico M5s è di fronte a un bivio. Da un lato vuole difendere l’identità del Movimento senza appiattirsi sul Pd, dall’altro sa che è necessario non tirare troppo la corda con gli alleati visto che in caso di una vittoria in Emilia-Romagna Nicola Zingaretti potrebbe rompere facendo di fatto cadere l’esecutivo.

MESSAGGI DI PACE NEL M5S

Un primo risultato Di Maio lo ha raggiunto. In una nota congiunta del vice capogruppo M5s alla Camera Francesco Silvestri e dei 14 capicommissioni viene negata con forza la stesura di un documento politico contro di lui. Resta però «la necessità di un confronto periodico perché ognuno deve essere un pezzo di un ingranaggio collegiale», è la linea dei capicommissione. Una linea che un parlamentare sintetizza così: «Non vogliamo più sapere cosa farà il M5s dai giornali».

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M5s, Lombardi: «Da Di Maio vorrei meno tweet e più mediazione»

La capogruppo pentastellata alla Regione Lazio a SkyTg24 difende il governo. E critica l'atteggiamento del capo politico troppo «muscolare».

Luigi Di Maio, sempre più isolato all’interno del M5s, lo ha negato con insistenza: l’idea che il M5s voglia fare cadere il governo «è una sciocchezza», ha ribadito il 6 dicembre a Radio Capital. «Lo abbiamo fatto nascere noi, altrimenti non lo facevamo partire». Eppure le acque pentastellate restano increspate.

LOMBARDI DIFENDE IL GOVERNO CON IL PD

Sabato a lanciare la frecciata quotidiana all’indirizzo del ministro degli Esteri e capo politico del M5s è stata Roberta Lombardi. «Io so che Di Maio sta cercando di porre all’attenzione del governo dei punti di vista tipici del M5s ma preferirei ci fosse molto meno la ricerca del tweet e molto più la voglia di conciliare punti di vista diversi che però hanno pari dignità e devono trovare una forma di mediazione», ha detto la capogruppo pentastellata alla Regione Lazio ospite de L’intervista di Maria Latella su Skytg24. Insomma l’atteggiamento di Di Maio «è quello del capo politico di una forza che sta cercando di mantenere la propria identità all’interno del governo ma», ha messo in chiaro, «lo fa in una modalità molto muscolare che non condivido, preferirei che fosse più mediata».

LOMBARDI: «DIAMO UN’OPPORTUNITÀ A QUESTO PAESE»

Alla domanda su cosa pensi Di Maio di questo governo, Lombardi ha risposto in pieno stile pentastellato delle origini. «Io vengo da una scuola del M5s dove quello che interessa non è l’opinione del singolo. Sono stata uno degli sponsor di questo governo perché ho detto che c’è la possibilità di fare delle cose bene insieme. Diamo un’opportunità a questo Paese, adesso questo governo deve continuare a essere utile». Del resto, ha ricordato la capogruppo 5 stelle alla Pisana, anche il garante Beppe Grillo ha sempre detto che «ci sono dei temi» su cui Pd e M5s possono trovare un punto di accordo. Come M5s, ha aggiunto, «abbiamo fatto un investimento su questo governo perché volevamo fare delle cose utili per il Paese. Quindi sicuramente questo modo continuo di porre dei distinguo, anche semplificando il messaggio politico alla ricerca sempre del titolo o dell’agenzia che ti ponga più in evidenza, è stancante», ha messo in chiaro Lombardi.

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I temi al centro dell’incontro fra Di Maio e Lavrov

Il ministro degli Esteri ha chiesto all'omologo russo di rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano. E sulla Libia ha invitato Mosca ad agire nell'alveo della Conferenza di Berlino.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Roma Sergej Lavrov, capo della diplomazia russa. Tanti i temi al centro del bilaterale: dalla guerra in Libia alle sanzioni che l’Unione europea ha imposto alla Russia, passando per le contromisure di Mosca che hanno colpito, tra le altre cose, anche le esportazioni italiane di parmigiano reggiano.

ITALIA PREOCCUPATA PER L’ESCALATION MILITARE IN LIBIA

«Questo confronto conferma l’importanza della Russia per l’Italia come interlocutore fondamentale», ha detto Di Maio nella conferenza stampa finale, «ho rappresentato al ministro Lavrov le nostre preoccupazioni per l’intensificarsi della guerra civile in Libia, ribadendo che per noi non esiste una soluzione militare».

SUL CAMPO INTERESSI DIVERGENTI

Mosca, tuttavia, appoggia il generale Khalifa Haftar e sarebbe presente sul campo con alcune migliaia di mercenari: una scelta opposta rispetto a quella fatta da Roma, che al contrario sostiene il governo del premier Fayez al-Serraj. In Libia, ha detto non a caso Di Maio, ci sono «troppe interferenze, mentre ogni iniziativa dovrebbe entrare nell’alveo della Conferenza di Berlino. Non perché ci sia una presunzione di superiorità europea, ma perché se tutti sono impegnati a lavorare sul cessate il fuoco è importante non promuovere fughe in avanti».

LA STOCCATA DI LAVROV ALLA NATO

Lavrov, intervenendo ai Med Dialogues, non ha risparmiato una stoccata all’Alleanza atlantica: «In Libia la Nato ha svolto un’avventura pericolosa, che ha avuto un impatto negativo sull’economia del Paese. Solo con un dialogo inclusivo e internazionale si potrà risolvere la crisi. Plaudiamo all’iniziativa della cancelliera Merkel, che ha organizzato la Conferenza di Berlino per proseguire quella di Parigi e quella di Palermo».

UNA «RIFLESSIONE POLITICA» SULLE SANZIONI EUROPEE

Quanto alle sanzioni europee in risposta alle azioni russe contro l’integrità territoriale dell’Ucraina, Di Maio ha detto che l’Italia «si muove nel solco dell’Unione europea», ma vuole «promuovere una riflessione politica che preveda gli effetti sulle nostre aziende delle sanzioni e delle contromisure russe».

IL DOSSIER PARMIGIANO

Allo stesso tempo «servono passi avanti sugli accordi di Minsk, fondamentali per riuscire a scongelare la situazione». Il titolare della Farnesina ha quindi chiesto a Lavrov di «rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano», perché a suo giudizio «non rientrano nei parametri di quelle ideate nei confronti dell’Unione europea». Una mossa spendibile anche in ottica elettorale, visto che in Emilia-Romagna si vota il 26 gennaio. Il leader del M5s ha infine annunciato che a luglio sarà in Russia per ricambiare la visita diplomatica e per partecipare all’Innoprom, la fiera sulla tecnologia.

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Perché sulla prescrizione Di Maio e il governo si giocano il futuro

Trovare un'intesa o far crollare tutto: giustizia decisiva per le sorti dei giallorossi. E anche per quelle del capo M5s: in caso di elezioni sarebbe sostituito da Di Battista. Ma tra paletti renziani e scenari di asse Pd-Forza Italia l'accordo sembra lontano.

La prescrizione potrebbe essere la miccia accesa per far deflagrare il governo. La preoccupazione rimbalza da Palazzo Chigi alle Camere, attraversando le segreterie dei partiti. È il tema su cui Luigi Di Maio manifesterà le reali intenzioni sull’alleanza con Partito democratico e Italia viva. Nei fatti può tirare la corda fino a spezzarla, senza che nessuno gli possa rinfacciare alcunché: la cancellazione della prescrizione è una misura bandiera del Movimento 5 stelle.

BONAFEDE IN PRIMA FILA

Fonti della maggioranza osservano: «Nessuno potrà polemizzare sulla prescrizione. Nemmeno i suoi più tenaci detrattori». Di sicuro al fianco di Di Maio c’è il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha voluto questo provvedimento quando era al governo con la Lega e che lo sta difendendo anche dai rilievi del Pd.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede all’epoca del governo gialloverde con la Lega di Matteo Salvini.

ATTESO UN GESTO DI CHIAREZZA DAI CINQUE STELLE

Dunque se il numero uno della Farnesina vuole davvero far cadere il Conte II ha l’occasione giusta: quasi irripetibile. Al contrario se dovesse mostrare disponibilità a trovare un’intesa, allora agli alleati arriverebbe un messaggio chiaro: la volontà, nonostante tutto, di proseguire con il governo. Insomma, sulla prescrizione è atteso il gesto di chiarezza invocato da più parti, qualunque sia la direzione.

DI MAIO PERÒ RISCHIA ANCHE LA SUA FINE POLITICA

La partita presenta un alto coefficiente di rischio per Di Maio: la fine di questo esecutivo sarebbe in pratica la fine della sua parabola politica. Una prescrizione delle sue ambizioni. La coalizione con i dem è tuttora sponsorizzata da Beppe Grillo: resta convinto che il Conte II sia un’opportunità per il M5s. La sola idea di staccare la spina fa virare i suoi umori verso il nero. E chissà che l’Elevato, come si è proclamato l’ex comico, in caso di crisi di governo non decida di avviare “il processo” di destituzione del capo politico, raccogliendo tutti i malumori nel Movimento. Che sono tanti e solidi, come testimonia il costante sbandamento dei gruppi parlamentari.

DA ESCLUDERE UN RITORNO CON LA LEGA

Di Maio dovrebbe avere un piano B da tirar fuori come un coniglio dal cilindro per garantirsi un futuro politico. Neppure nella più incallita professione di ottimismo può immaginare di tirare dritto, come se nulla fosse, di fronte all’eventuale showdown che porterebbe il Paese alle elezioni. Perché non ci sono altre strade percorribili. Il remake dell’alleanza con la Lega è impraticabile per varie ragioni. Prima di tutto i gruppi parlamentari del M5s sono nettamente contrari a un ritorno al passato; inoltre Matteo Salvini non avrebbe alcun motivo per tornare indietro.

DI BATTISTA PRONTO A DIVENTARE NUOVO UOMO IMMAGINE

E infine il Quirinale ha fatto filtrare più volte l’orientamento: dopo il Conte II è quasi impossibile pensare che possano esserci altri esecutivi in questa legislatura. Quindi resta solo lo scenario elettorale e l’ipotesi del tandem con Alessandro Di Battista: l’ex deputato sarebbe l’uomo immagine con il capo politico a fare da regista alle spalle. Ma si torna al punto di partenza: è una sfida spericolata, che finge di non considerare gli effetti del trauma di una rottura. E che ignora il calo nei sondaggi.

di maio di battista prescrizione
Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista. (Ansa)

M5S CONTRO I «PALETTI RENZIANI»

Guarda caso, però, proprio Di Battista è tornato a pestare duro sulla cancellazione della prescrizione, rinsaldando la ritrovata intesa con il leader del Movimento. «I politici del Pd, che osano mettere a rischio questa norma di civiltà, dovrebbero avere il coraggio di andare dai familiari dei morti di Casale Monferrato, guardarli negli occhi e imbastire le ormai ventennali supercazzole sul tema», ha attaccato ricordando le vittime dell’Eternit e parlando poi di «pali renziani» all’interno del Pd.

CONTE, FIUTATA L’ARIA, VUOLE MEDIARE

Praticamente in contemporanea Di Maio ha evocato un Nazareno 2.0 sulla Giustizia, una rinnovata intesa PdForza Italia, sfoderando il lessico marcatamente ostile ai dem. Giuseppe Conte ha fiutato l’aria ed è intervenuto dicendosi di sicuro che sarà «trovata una soluzione». Le ostilità sono aperte e la tensione è troppo alta: per questo il presidente del Consiglio ha cercato di stemperare la polemica.

IL PD OSSERVA E NON FA PASSI INDIETRO

A Largo del Nazareno, intanto, non c’è alcuna intenzione di giocare al ruolo di “responsabili” a ogni costo. Sul tema della prescrizione men che meno. Il segretario Nicola Zingaretti ha lanciato avvertimenti chiari: c’è stato il tweet di Pierluigi Castagnetti, figura molto vicina al Quirinale, sulla chiusura del sipario di questo esecutivo, poi l’intervista di Goffredo Bettini, in estate grande tifoso del “governo di legislatura” con il Movimento, che ha avvertito come la pazienza stia per finire. A seguire le dure prese di posizione dei capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, che hanno vestito i panni delle colombe durante la nascita del Conte II. Ma anche loro sono irritati. Segnali di fumo non trascurabili. Per il momento la linea politica è quella di osservare cosa accade nel Movimento, senza cedere, cercando di comprendere il progetto di Di Maio. Che continua a muoversi su un filo.

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E ora serve un bel “vaffa” di Zingaretti a Di Maio

Farsi imbottigliare dalle stupidaggini del M5s, che continua a guardare verso destra è un errore fatale. Meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri.

La cronaca politica propone due domande: ma che cosa vogliono Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista? Ovvero vogliono qualcosa? L’unica cosa chiara è che i due baciati in fronte da Beppe Grillo hanno il terrore di finire male.

Per loro finire male significa uscire dall’orbita reale, per l’uno, potenziale per l’altro, del governo. E oggi l’orbita del governo ruota attorno a Salvini-Meloni.

L’altra paura è che hanno la matematica certezza che se non fanno ammuina il loro movimento arriva alle elezioni “sminchiato”, quindi con pochi voti e probabilmente senza quelli che potrebbero eleggere l’uno e l’altro o l’uno o l’altro.

DI MAIO E DI BATTISTA CONTINUANO A GUARDARE A DESTRA

Era sembrato, nelle scorse settimane, che Beppe Grillo riuscisse a portare i pentastellati fuori dall’attrazione pericolosa della destra. Grillo aveva addirittura immaginato di progettare cose in comune con il Pd. Di Maio e Di Battista, e forse Casaleggio, hanno detto di “sì”, ma si sono mossi lungo la strada opposta. Nessuno di noi sa se Matteo Salvini e soprattutto la sua temibile competitrice Giorgia Meloni vorranno aggregare questi due giovani cadaveri della politica nel governo che faranno dopo le elezioni, tuttavia Di Maio e Di Battista, fedeli figli di cotanti padri di destra, cercano da quelle parti la soluzione che li porti ad una più che dignitosa sopravvivenza economica.

Quando cadrà il governo Conte sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto

Il dramma dei cinque stelle, nati sulla base di una cultura che definimmo populista, di decrescita felice, di guerra alla democrazia rappresentativa, è che oggi sono il nulla assoluto. Da quelle parti ci sono solo “no”, sulle cose che capiscono, e ancora “no” su quelle che non capiscono. E tutto ciò accade mentre gran parte del loro elettorato è scappato e altro andrà via quando cadrà il governo Conte e sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto, una sistemazione, una cosa per campare. Sta arrivando il momento in cui la voracità della destra riuscirà a cancellare l’episodio grillino.

LA SINISTRA DEVE MOLLARE IL M5S PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Chi di noi analizzò il fenomeno dei cinque stelle non in base alla composizione sociale ma in relazione alla cultura che esprimevano e alla direzione di marcia che avevano preso, non sono sorpresi né dalla svolta a destra né dalla loro prossima fine. Questo non vorrà dire che il sistema politico si sistemerà. La pattuglia grillina nel prossimo parlamento, a meno che non vengano fatti fuori Di Maio e i suoi e che Di Battista vaghi a fare niente per il mondo, sarà il più massiccio episodio di ascarismo parlamentare. «Accattataville».

Manifestazione delle Sardine in Piazza Duomo a Milano.

Salvini dovrà far digerire ai suoi il ritorno dei traditori, per giunta statalisti. La Meloni non li ha mai sopportati. Resta la sinistra che tarda a comprendere che farsi imbottigliare dalle stupidaggini di Di Maio e Salvini su un fondo salva Stati che quei due conoscevano e che, lo vogliano o no, ci sarà, è un errore, meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri. Perché l’unica campagna elettorale che si può fare richiede di rubare alle sardine il tema della civiltà politica e alla destra “sovranista e antitaliana” la questione dell’onore della patria che la destra attuale vorrebbe nuovamente serva di una potenza straniera.

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Di Maio fa il pompiere sul Mes

Il leader del M5s dopo il gelo con il premier: «Ho sentito Conte e siamo in piena sintonia». Ma l'asse con Di Battista preoccupa il Pd. Occhi puntati sul ministro Gualtieri, che all'Eurogruppo tratterà modifiche alla riforma del fondo salva-Stati.

Negoziare all’Eurogruppo e con i leader europei, ottenere almeno un rinvio della firma del Meccanismo europeo di stabilità.

Per raffreddare gli animi in Senato ed evitare che l’11 dicembre una spaccatura della maggioranza apra una crisi politica. Il rischio c’è, affermano dal Pd, anche perché il gruppo M5s è spaccato e imprevedibile. In più, preoccupa l’asse di Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista contro la riforma del fondo salva-Stati: «Il M5s è l’ago della bilancia, decidiamo noi».

Il ministro degli Esteri invia un segnale distensivo: «Conte l’ho sentito due ore fa e siamo in piena sintonia, sia sul Mes sia sul tema della prescrizione», ha detto a Di Martedì su La7. Ma i dem non si fidano e le fibrillazioni preoccupano anche Italia viva.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

Nelle prossime ore gli occhi saranno tutti puntati sul ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che all’Eurogruppo tratterà con gli alleati europei sul Mes. In discussione non c’è l’impianto del Meccanismo, ma regolamenti secondari ancora oggetto di negoziato. In più, in una “logica di pacchetto”, si avvierà la trattativa sull’Unione bancaria, che è ancora a una prima stesura: il ministro, come più volte affermato, dirà che l’Italia si oppone al meccanismo – sostenuto dalla Germania ma per noi svantaggioso – che punta a ponderare i titoli di Stato detenuti dalle banche sulla base del rating dei singoli Paesi.

LA FIRMA DEL MES NON PRIMA DI FEBBRAIO

Anche Conte, nei suoi colloqui a margine del vertice Nato di Londra, discuterà del “pacchetto” europeo con gli altri leader, a partire da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ma è il fattore tempo quello su cui il governo spera di far leva, nell’immediato. La firma del Mes, anche per ragioni tecniche, non dovrebbe arrivare prima di febbraio. Da quel momento i singoli Paesi dovranno ratificare il trattato. La speranza è che i dubbi emersi anche in Francia e fattori come la crisi di governo a Malta possano spingere la lancetta un po’ più in là.

LA DIFFICILE RICERCA DI UN’INTESA IN PARLAMENTO

Negoziazioni nell’ambito del “pacchetto” Ue e rinvii saranno la leva sulla quale si cercherà di plasmare un’intesa di maggioranza sulla risoluzione che dovrà essere votata l’11 dicembre in Parlamento, alla vigilia della partecipazione di Conte al Consiglio europeo. «Sono legittime diverse sensibilità», dichiara il premier cercando di placare gli animi e assicurando che «l’ultima parola spetta al Parlamento» e che «lavoriamo per rendere questo progetto utile agli interessi dell’Italia».

BASTA UNA MANCIATA DI VOTI PER METTERE IN CRISI IL GOVERNO

Da Bruxelles, però, Matteo Salvini incalza e rilancia Mario Draghi come candidato al Colle: «Il trattato non è emendabile, bisogna bloccarlo. Conte ha lo sguardo di chi ha paura e scappa». Lega e Fratelli d’Italia non faranno sconti in Aula. Ed è in Aula che può scoppiare l’incidente. Perché, spiegano fonti dem dal Senato, è impossibile prevedere i comportamenti dei senatori M5s (Paragone e Giarrusso già si sono smarcati). I “contiani” lavorano a un’intesa, ma basta una manciata di voti a far andare in minoranza il governo. Di qui il pressing su Di Maio perché lavori per compattare le truppe su una posizione unica e chiara in asse con il governo. Il M5s sta lavorando a una risoluzione di maggioranza, a partire dalle proprie posizioni. Ma i dem non sono disposti a cedere. Per chiudere, servirà probabilmente un nuovo vertice di maggioranza. Ma, come emerge da un incontro di Italia viva con Conte, i punti di divergenza sono tanti e il clima sempre più agitato.

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Nel M5s Di Battista in soccorso di Di Maio contro il Mes

Dopo il gelo con Conte, il capo politico grillino rialza la testa: «Si firma tutto il pacchetto del Salva-Stati. Saremo noi a decidere se e come passa». E Dibba approva sui social. Ma il Pd: «Non è un governo monocolore». Salvini: «Trattato non emendabile, da bloccare».

Nel day after sul Mes Luigi Di Maio ha provato a rialzare la testa. Dopo l’informativa alle Camere, il gelo col premier Giuseppe Conte e il clima da separati in casa nel governo, con lo spauracchio della crisi che riaffiora costantemente, il capo politico del Movimento 5 stelle è intervenuto su Facebook: «Conte ha detto che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Sapevamo che il Mes era arrivato a un punto della sua riforma, ma sapevamo che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi. Per il M5s queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta».

DI BATTISTA: «COSÌ NON CONVIENE ALL’ITALIA»

Col ministro degli Esteri si è schierato anche un altro “big” grillino, Alessandro Di Battista, lui che è stato “accusato” di voler spostare il M5s verso destra proprio assieme a Di Maio. E in un commento social Dibba ha appoggiato la linea del capo: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

DI MAIO: «SIAMO L’AGO DELLA BILANCIA»

Di Maio tra le altre cose ha spiegato che «il M5s dice che c’è una riforma in corso, prendiamoci del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo. Siamo al governo. Questo significa che abbiamo la possibilità, ma anche la responsabilità, di agire per migliorare le cose». E infine: «Il M5s continua a essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes».

MA IL PD LO FRENA: «NON È UN GOVERNO MONOCOLORE»

Non ha proprio la stessa idea degli equilibri di maggioranza il capogruppo del Partito democratico al Senato, Andrea Marcucci. Che intervistato da La Stampa sui pericoli di rottura ha detto: «Inutile ignorare i rischi, io però scommetto sul buon senso». E con Di Maio cosa sta accadendo? «Avute le necessarie spiegazioni dal premier sull’iter del provvedimento, si ravveda. Se non lo facesse, sarebbe chiamato a trarne le conseguenze sulla vita del governo», ha risposto Marcucci, ricordando che «il M5s non è alla guida di un monocolore, questo è un governo di coalizione, dove le posizioni di tutta la maggioranza devono essere tenute in considerazione».

SALVINI: «DA BRUXELLES DICONO CHE IL TRATTATO È CHIUSO»

Dal centrodestra Matteo Salvini ha tenuto la sua linea parlando da Bruxelles: «La nostra posizione è quella dei cinque stelle, il trattato così come è non è accettabile, va visito, ridiscusso, ridisegnato, emendato, che è l’esatto contrario di quello che arrivava da Bruxelles dicendo il pacchetto è chiuso. Mi sembra che il premier abbia diversi problemi, non lo invidio».

Siamo contro le modifiche, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto


Matteo Salvini

Poi ha chiuso ulterioremente ogni margine di trattativa: «Noi non abbiamo cambiato posizione rispetto a sette anni fa, eravamo contro allora e siamo contro le modifiche oggi, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto. Quando parlavo di emendabilità riportavo le parole del vice capogruppo dei cinque stelle Silvestri che esprimeva tutti i suoi dubbi alla Camera. Per noi è una esperienza chiusa, che non è utile né modificare né ripetere».

«NESSUNO MI HA MOSTRATO IL TESTO CON LE MODIFICHE»

Prima, su Rai Radio1 a Radio anch’io, aveva detto: «Stiamo parlando di un trattato che coinvolge 124 miliardi di euro degli italiani con delle regole di distribuzione e di prestito a decenni che in questo momento andrebbero ad avvantaggiare il sistema economico e bancario tedesco. Nessuno mi ha mai fatto vedere il testo delle modifiche di questo trattato. Io non ho mai letto il testo ed è grazie a noi che ne stiamo parlando altrimenti Conte e Gualtieri non sarebbero mai venuti in Aula. Il parlamento deve poter intervenire su quel testo».

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