Lucio Dalla, un miracolo senza tempo (anche rimasterizzato)

A 40 anni di distanza esce la Legacy Edition del disco del 1979. E riaffiora la poetica stralunata ma accessibile del cantautore bolognese. Un lavoro con tre "inediti" che è un documento della coscienza che non abbiamo più.

«Milano vicino all’Europa, Milano che banche, che cambi» ed era il 1979 e un decennio si chiudeva di passioni e di fumo, di spari e di piombo, di musica e di utilitarie nuove, di una dimensione metropolitana caotica e seducente.

IL DISCO DELLA SVOLTA

Crescevamo e Lucio Dalla era lì, col suo disco della svolta, un anno e mezzo in classifica, un milione e passa di copie vendute, canzoni più commerciali di prima, ma in modo intelligente, ma indimenticabili. La sinfonia di Notte, il sogno d’amore tenero e squallido di Anna e Marco, gl’incubi un po’ sinistri di Tango, la luce molto sinistra visionaria de La Settima Luna, il congedo da un’epoca di L’Anno Che Verrà. E l’elegia suprema per Milano.

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E noi ci si camminava dentro, sulle nostre scarpe da tennis fino a scuola o nei meandri della città, si camminava su quegli accordi ritmati di piano, sul climax che arrivava ma non lo capivamo, era solo una bella canzone da portarsi dentro, dentro la città che avvolgeva e stordiva e eccitava, dentro di noi che come alberi si cresceva inesorabili.

Il cantautore bolognese Lucio Dalla nel 2011.

DALLA RIMASTERIZZATO COME BATTISTI

Quarant’anni dopo è ancora tutto qui con Lucio Dalla – Legacy Edition (Sony). C’è ultimamente questa moda, perché il mercato deve pur rigenerare se stesso, in continuazione, questa moda di rimasterizzare i dischi a 24 bit/192KHZ, sigle di cui l’ascoltatore medio sa niente ma rappresentano, «la migliore definizione attualmente possibile», si dice. E in effetti è così, ascoltare roba antica che è stata scomposta, ripulita e ricombinata con nitore cristallino e profondità inusitata, te la fa riscoprire, ti sembra d’esser lì, in studio, quando veniva incisa. Quando veniva partorita. È già successo con Lucio Battisti, adesso tocca all’altro immenso Lucio.

DALL’ERA ROVERSI ALLA POETICA STRALUNATA

Punto di svolta della sua carriera, il disco omonimo con lui di faccia, la cuffietta di lana, Dio quella cuffia, portata estate e inverno, cosa ci fosse sotto meglio non sapere. Finiva un’altra decade cruciale e Dalla era pronto, archiviato il periodo col poeta Roversi che aveva intuizioni meravigliose, «Nuvolari ha 50 chili d’ossa, Nuvolari ha un fisico eccezionale», è piccolo, deforme come un ulivo contorto, ma indistruttibile inarrivabile italiano, «gli uccelli dell’aria perdono le ali quando passa Nuvolari».

Lucio Dalla e Tazio Nuvolari a cui dedicò una canzone.

Stille di poesia, ma il pubblico non era preparato, non capiva e poi quel Roversi in studio si vedeva poco, lui cercava la ribalta di piazza, l’impegno politico ma Lucio aveva già capito, la fine delle passioni ideologiche era lì, i cantautori classici avevano un po’ rotto i coglioni, meglio starsene defilato, giocar di sponda e spingere su una poetica ironica, stralunata ma accessibile. Con musicisti di prima scelta, parte session men della Rca, parte degli Stadio in fieri, come il chitarrista Ricky Portera.

UN VERO PERIODO DI GRAZIA

Lucio Dalla è disco di soluzioni sonore sofisticate ma accattivanti e sta qui il suo miracolo: difficile, criptico, ma a suo modo immediato, consumabile, le atmosfere cambiano di continuo e sono tutte belle. È sempre Dalla ma un altro Dalla, è per il pubblico ma poco gli concede. Poi verrà il seguito, ancora omonimo, Dalla, altri occhi in copertina, altre canzoni indimenticabili, tutte, Balla balla ballerino, Futura, La sera dei miracoli, era un periodo di grazia quello.

LA DIFFERENZA TRA VECCHIO E CLASSICO

Lucio Dalla non è un album vecchio, è un album classico. Nasce già fuori dal tempo, come le cose immortali. Non ti stancherai mai di sentirlo e ancor più dopo questo lifting sonico.

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Dentro, ci stanno tre inediti che inediti non sono, due sono versioni in studio di motivi consolidati, Angeli, prestata all’inizio a un altro piccoletto fenomenale, Bruno Lauzi (che bella che resta, però) e Ma come fanno i marinai, con De Gregori, che non ha bisogno di chiose. L’ultimo bonus è Stella di Mare in inglese, e va bè, che ce ne facciamo mai.

Due pezzi che meritavano di stare nell’album originale, ma allora andava così, c’erano limiti per un lp, poi si pensava che oltre quei 35, 38 minuti il pubblico si stancasse. Ma come stancarsi di canzoni come queste?

Dalla e De Gregori durante la tournée Banana Republic.

UN’OPERA FINALMENTE COMPLETA

In ogni modo, finalmente i due orfanelli perduti rifluiscono in quest’opera omnia e non ne escono più. Il loro posto era lì, dall’inizio, e ascoltare questo disco nella sua completezza è qualcosa di struggente come l’ingenuità sfiorita che ti faceva ragazzo, che inseguirai sempre più invecchiando. Col cuore appresso a una donna, una «donna senza cuore, chissà se ci pensano ancora, chissà».

Lucio Dalla.

GIÙ LE MANI DA L’ANNO CHE VERRÀ

C’è un libretto con varie testimonianze, Dente, Di Martino, Colapesce, insomma gli emuli, che mai arriveranno alla statura di Dalla, e i produttori Colombini e Biancani della Fonoprint, e ci sono le illustrazioni di Alessio Baronciani, i dischi storici diventano cimeli, oggetti da conservare, si può capire. Ma è il loro contenuto, volatile ed eterno, a contare davvero. Perché poi finisce nell’anima e non finisce d’intossicarla stupendamente. «La settima luna, era quella del luna park, lo scimmione s’aggirava». È roba che ci appartiene, alla quale apparteniamo. È roba suonata davvero e quelle sonorità com’erano intelligenti, e azzeccate, e squisite.

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Così si facevano i dischi, così non si fanno più oggi che L’anno che verrà è ridotto a una maledetta colonna sonora del Capodanno Rai con tutti quei disperati che stappano e ballano e fanno il trenino e invece è una poesia di cristallo bagnato di lacrime. Ma che avete da smandrappare, non le sentite quelle parole, i «sacchi di sabbia vicino alla finestra», la paura da respirare, e la speranza impossibile, «ogni Cristo scenderà dalla croce», e la resa definitiva al dolore, «vedi vedi vedi caro amico, cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare». Non lo capite che dovete lasciarla stare la storia di un anno in meno che rimane? Dovrebbero vietarla, L’anno che verrà come sigla. Dopo 40 anni, un disco così è un documento della coscienza che non abbiamo più.

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