Dal coronavirus alla Germania contro la Bce: quanto chiacchierano gli italiani

Peppino Caldarola commenta i temi più discussi nel nostro Paese, soprattutto da chi si crede colto.

Quanto piace la chiacchiera agli italiani, soprattutto a quelli che credono di essere colti. Oggi tocca allo Stato. Sono tutti preoccupati che ce ne sia troppo, anzi che stia tornando in voga. Peccato che solo con lo Stato il paese si sta salvando dalla pandemia grazie agli ospedali pubblici (pagati da noi che paghiamo le tasse). Questa crisi sanitaria dovrebbe essere la tomba (politica) per chi prevedeva più sanità privata, pochi medici di prossimità chiusura degli ospedali di zona.

SIAMO TUTTI VIROLOGI

Chiacchierano molto anche i virologi (in tv più di Vittorio Sgarbi e Senaldi) e con loro tutti gli italiani anche quelli che scambiano vaccino con terapia del plasma, dicendosi sicuri che l’epidemia sta tornano oppure, con altrettanta sicumera, che il Covid si sia indebolito.

QUELLI CHE SCAPPANO AL SUD

Il Sud c’entra sempre. Peccato per molti nordisti, infatti, che la crisi sia solo lombarda eppure i treni sono assaltati da meridionali che creeranno casini e giù con le foto. Che sono quasi tutte false.

GOVERNO CONTE VS GOVERNO DRAGHI

Tema appassionante è la caduta del governo Conte e la nascita del governo Draghi. Peccato che Mattarella, che è l’unico che nomina il premier che poi verrà votato dal parlamento, da mesi dice che dopo Conte c’è il voto. Molti però argomentano che di fronte a una crisi paurosa toccherebbe a Draghi. Fossi Draghi toccherei ferro o più giù.

ZAIA È MEGLIO DI SALVINI

La passione delle ultime ore è Zaia. Zaia è meglio di Salvini. È del tutto evidente. Tutti sono meglio di Salvini, lo sa anche la sua famiglia. Solo che la Lega prima di ammettere di avere al vertice un facinoroso inadeguato ci penserà decine di volte. Neppure la Lega può permettersi una crisi interna.

LA CATTIVERIA DEI TEDESCHI

Infine, fresca fresca, la discussione sull’Europa e i cattivi tedeschi. Sorpresa per la decisione dell’Alta corte germanica. Ma sorpresa de che? Si sa che una gran parte dell’establishment tedesco vuole comandare o liberarsi dell’Europa. Sono i più ricchi, ma anche i più stupidi. Senza il loro sì il meccanismo di salvataggio europeo salta e con quello salta l’Europa. Il giorno dopo la piccola Europa del Nord sarà preda della Cina oppure Trump se la mangerà come un piatto di crauti. Tutti però si appassionano alla cattiveria dei tedeschi, alla loro irriconoscenza. Peccato che si ignora che nel mondo c’è una cosa, e per fortuna che c’è, che si chiama “conflitto”. È in atto, ma non è una notizia, un conflitto in Germania fra europeisti e non europeisti, fra chi pensa che l’Italia sia solo Rimini (bellissima città) e chi invece immagina di aver bisogno della piccola impresa lombardo-veneta, dell’agricoltura meridionale, dei porti meridionali che allontanano lo spettro dell’immigrazione.

MENO CHIACCHIERE E PIÙ LUNGIMIRANZA

Stiamo dibattendo come se i tedeschi fossero tutti brutti sporchi e cattivi. No, è più semplice, ci sono molti cretini in cima all’establishment teutonico che stanno facendo il male dell’Europa e della Germania. Sarebbe più semplice, invece, affrontare le cose con pazienza e lungimiranza e avere un doloroso piano B in caso di tradimento tedesco. C’è l’Europa del Sud, piccola cosa, ma da qualche parte si potrà ripartire, poi non sarà la prima volta che i tedeschi partono in quarta e le prendono. Ricordare sempre che i tedeschi non hanno mai vinto niente. Non è così per i cinesi che hanno avuto il regalo della presidenza Trump. Gli elettori non si offendono, lo so, ma vorrei incontrare un elettore di Trump e guardarlo negli occhi, intensamente e dirgli: «Voi americani eravate un mito per noi: come cazzo vi siete ridotti». Ho solo paura che lui in un italiano approssimativo mi risponda: «Parli tu che c’hai Salvini?».

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Anas: Dibennardo non demorde, Simonini resiste

Amico di Zingaretti e Zaia, il primo sta riprovando la scalata, ma in questa fase di emergenza per il Paese non è il momento di sfiduciare il secondo.

Ugo Dibennardo, da una vita in Anas, non molla. L’uomo di tutte le stagioni politiche, amico dell’ex numero uno delle Infrastrutture in Italia Ercole Incalza, del segretario Pd Nicola Zingaretti e del governatore del Veneto Luca Zaia,  dopo aver tentato nel 2019 la scalata nella società che gestisce il sistema autostradale in Italia, sta provando di nuovo ad arrivare a sedersi sulla poltrona più importante di Anas.

FERMATO DAI 5 STELLE

All’epoca fu bloccato dal muro dei 5 Stelle, perché Massimo Simonini, attuale amministratore delegato, fu difeso minacciando anche rappresaglie anche in Senato. Siccome a Palazzo Madama i voti per tenere in piedi l’attuale maggioranza sono scarsi, i grillini hanno avuto buon gioco nel fermare l’assalto portato anche da diversi esponenti del Pd, soprattutto dell’area che fa capo a Dario Franceschini.

NON È IL MOMENTO DI SFIDUCIARE SIMONINI

Dibennardo ora aspetta un incarico per una società regionale o da Zingaretti o da Zaia. Ma il sogno resta sempre Anas, dove invece Simonini non è per nulla intenzionato a cedergli il passo. Nonostante le polemiche dopo il crollo di un ponte in Toscana e qualche attrito con la ministra dei Trasporti Paola De Micheli, ora tutto sembra rientrato.  Lo scontro era esploso a pochi giorni di distanza dal crollo del viadotto sul fiume Magra salendo di livello e coinvolgendo direttamente la ministra. La direzione generale del Mit aveva attaccato Simonini con una dura presa di posizione. Mentre il manager, che era stato nominato dal governo gialloverde, aveva replicato parlando di atti «inutilmente negativi». Del resto Simonini è stato nominato commissario alla fine di marzo. Se dovesse andarsene dovrà essere sfiduciato dal consiglio di amministrazione, un piano troppo complesso in una fase di emergenza come quella che sta attraversando il Paese.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Luca Zaia pronto a riaprire tutto il 4 maggio, forse prima

Dopo Fontana, anche il governatore del Veneto annuncia l'allentamento del lockdown. «O si muore con il virus o ci si convive». Intanto guadagna punti e potrebbe pestare i piedi a Salvini.

Riaprire tutto il 4 maggio. Ormai è diventato un mantra. Dopo l’annuncio del presidente della Regione Lombardia, seguito da una tempesta di polemiche visto il drammatico bilancio di morti e contagi, è arrivato quello del suo collega veneto.

«Se ci sono i presupposti di natura sanitaria dal mondo scientifico, dal 4 maggio o anche prima si può aprire con tutto», ha detto Luca Zaia. «Dal 4 maggio dobbiamo essere tutti pronti con dispositivi, regole, ovviamente negoziati con il mondo delle parti sociali e quello dei datori di lavoro. A me risulta che questo lavoro si stia facendo a livello nazionale con questa prospettiva. Non escludo che alcune attività possono essere anche messe in una griglia di partenza, magari, un po’ prima. Immagino che la dead line sia il 4 maggio».

TENERE CHIUSO O PUNTARE ALLA CONVIVENZA CON IL VIRUS

«Il vero tema oggi», ha spiegato il presidente della Regioe Veneto, «è tener tutto chiuso e morire in attesa che il virus se ne vada oppure puntare alla convivenza. A Wuhan è stato deciso di convivere e di aprire perché oltre un certo limite non è più sostenibile, sempre fatto salve le indicazioni del mondo scientifico. So per certo che il Comitato scientifico ha dato già le indicazioni, adesso attendiamo la risposta». Zaia ha fatto i compiti: «Abbiamo completato il nostro master plan per la riapertura, abbiamo voluto scrivere delle regole che siano uguali per tutti». Una road map che sarà discussa venerdì.

PREOCCUPAZIONE PER IL TURISMO

Un occhio particolare va al turismo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia non trovando, ha detto Zaia, «imprenditori che vogliono rinunciare alla stagione estiva». Per questo si attende una risposta dal governo. «Ai nostri operatori turistici servono delle regole che non sono necessariamente e solamente quelle delle aziende delle fabbriche, dei negozi. Pensiamo al tema della balneazione, alla gestione della spiaggia, o al buffet dei bar».

ZAIA PREMIER? PER SALVINI MEGLIO GOVERNATORE

Intanto Zaia guadagna punti. Tanto che Matteo Salvini intervenendo a Prima Serata su Tva Vicenza alla domanda se il presidente del Veneto potrebbe essere un buon premier dopo l’emergenza ha risposto: «Potrebbe fare benissimo tante cose, è uno dei migliori che abbiamo nella Lega. Ma è una risorsa in futuro per tutto il Paese». Ma il suo posto, per ora, sembra essere ancora il Veneto. Dove, ha detto Salvini, «si può votare a luglio, a ferragosto, a metà ottobre e, senza essere veggenti, è facile prevedere che ci sarà un’ampia riconferma per lui e la sua squadra». Meglio insomma tenerlo a Venezia che rischiare di confrontarsi con lui in un futuro a Roma.

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Riaperture e restrizioni, Regioni in ordine sparso

Il Veneto apre all'attività motoria oltre i 200 metri da casa, ma con buon senso. Lombardia e Piemonte, dove l'epidemia non cala, confermano le strette. In Trentino si riaprono i cantieri all'aperto ma con termoscan e mascherine. La Babele di ordinanze.

Anche nelle timide riaperture le Regioni vanno in ordine sparso. In gran parte d’Italia il 14 aprile riaprono librerie, cartolerie e negozi di abbigliamento per l’infanzia con le debite precauzioni. Ma non in Lombardia e Piemonte, dove l’epidemia da coronavirus non accenna a diminuire. Il risultato è una babele di ordinanze regionali.

Non è poi escluso che la prossima settimana possano riaprire i battenti anche altri settori dell’industria, come quello della moda, dell’auto o della metallurgia, anche se il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, invita alla calma. «Al momento», ha messo in guardia lunedì, «si tratta di ipotesi premature». In un Paese ancora blindato anche sul fronte della mobilità – con le limitazioni confermate domenica dal ministero dei Trasporti sul traffico aereo, automobilistico, ferroviario e marittimo – da oggi si tenterà, dunque, la lenta ripresa.

CHIUSURE CONFERMATE IN LOMBARDIA E PIEMONTE

In Lombardia, dove anche il 13 aprile si sono registrati 280 morti, restano le restrizioni. L’ordinanza firmata sabato dal governatore Attilio Fontana vieta la riaperture di librerie e cartolerie, anche se consente invece quella dei negozi di abbigliamento per l’infanzia. «In questi ultimi giorni dobbiamo cercare di essere più rigorosi possibile», ha detto il presidente, che ha disposto anche l’uso di mascherine all’aperto (o comunque l’obbligo di coprire naso e bocca con qualunque indumento) e lo stop ad alberghi e strutture ricettive. Gli studi professionali, poi, potranno aprire solo per servizi indifferibili e urgenti. Per chi è positivo, la Regione impone una quarantena di 28 giorni, non più di 14. Stop totale anche in Piemonte «per non vanificare gli sforzi fatti finora», come ha detto il governatore, Alberto Cirio.

RIGORE ANCHE IN CAMPANIA

La linea del rigore è seguita anche dal governatore della Campania Vincenzo De Luca che ha confermato la chiusura di librerie e cartolerie, limitando poi l’apertura dei negozi di abbigliamento per i più piccoli a due mattine la settimana, dalle 8 alle 14. In Campania sarà vietato anche il cibo d’asporto.

IN LAZIO LIBRERIE APERTE DAL 20 APRILE

Il Lazio ha posticipato al 20 aprile la riapertura delle librerie per consentire ai proprietari di mettere in sicurezza i locali.

EMILIA-ROMAGNA: STRETTA SULLE ZONE ARANCIONI

In Emilia-Romagna resta la stretta sulle cosiddette zone arancioni, cioè le province di Piacenza, Rimini e sulla città di Medicina, nel Bolognese.

LA LIGURIA APRE ALLA MANUTENZIONE DEGLI STABILIMENTI BALNEARI

Leggera riapertura, invece, in Liguria, dove il governatore Giovanni Toti ha firmato l’ordinanza che consente di andare agli orti e ai frutteti, di riprendere i lavori di giardinaggio e di procedere alla manutenzione degli stabilimenti balneari e dei chioschi in vista dell’imminente, ma quantomai incerta, stagione estiva (misure analoghe a quelle consentite in Abruzzo). Sì anche ai piccoli lavori di manutenzione edile e alle attività dei cantieri nautici propedeutiche alla consegna, alla manutenzione dei campi di calcio e da golf.

IL LOCKDOWN SOFT DEL VENETO

Lockdown soft in Veneto. La nuova ordinanza del presidente, Luca Zaia, consente di fare attività motoria anche oltre i 200 metri da casa, «ma non si può certo arrivare a 4-5 km, è ovvio, serve buonsenso», ha precisato. Per uscire di casa, però, ci sarà bisogno di mascherina, guanti, e gel, mentre chi ha più di 37.5 di febbre non potrà scendere in strada. Aumentato anche il distanziamento sociale che passa da uno a 2 metri. Obbligo di mascherine all’aperto in Friuli Venezia Giulia, dove sarà consentito fare attività motoria, ma solo vicino casa.

LA SICILIA PROROGA LE MISURE RESTRITTIVE

La Sicilia proroga le misure restrittive, con l’obbligo soft delle mascherine, seppur recependo le aperture del nuovo Dpcm.

TRENTINO: SÌ AI CANTIERI MA IN SICUREZZA

Sì alla riaperture di librerie e cartolibrerie in Toscana, ma solo se gestori e clienti indosseranno la mascherina. In Trentino restano chiusi i negozi per l’infanzia e le librerie, mentre potranno riprendere le attività produttive all’aperto e le attività nei cantieri, stradali ed edili. Sui luoghi di lavoro, però, vanno garantiti il termoscan, le mascherine e le distanze minime.

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Marzo Magno racconta l’anno della fame, quando a mangiare i topi erano i veneti

Lo scivolone di Zaia ha rischiato di trasformarsi in un incidente diplomatico con Pechino. Eppure subito dopo Caporetto, per non morire di inedia, sulle tavole venete finirono anche i ratti essiccati.

Chi non ha visto i cinesi mangiare di tutto, persino i topi vivi? Lo scivolone di Luca Zaia, governatore del Veneto – una delle regioni più colpite dal coronavirus con la Lombardia del suo collega “mascherato” Attilio Fontana – ha rischiato di innescare un incidente diplomatico con Pechino.

A poco è servita la toppa dell’amministratore leghista, solitamente sobrio nelle sue uscite. «È tutto il giorno che vengo massacrato per quel video. Nella migliore delle ipotesi sono stato frainteso, nella peggiore strumentalizzato», si è giustificato in una intervista al Corriere della Sera. Derubricando la gaffe a una frase che gli è «uscita male».

L’AN DE LA FAM E I TOPI ESSICCATI A BELLUNO

E dire che in momenti di estrema necessità, a mangiare i topi – e qualsiasi altro essere vivente commestibile – siamo stati anche noi italiani. E in particolare, proprio i veneti. Per ironia della sorte, era stato lo stesso Zaia a ricordarlo nel 2018 con un post su Facebook. «Topi messi ad essiccare a Belluno durante “l’an de la fam“, l’anno della fame. Questa straordinaria immagine è esposta, insieme a moltissime altre, nella straordinaria mostra documentaria, iconografica e multimediale su Belluno durante la Prima guerra mondiale appena inaugurata a Palazzo Crepadona», scriveva il 26 novembre 2018. Hashtag: non #ilVenetoriparte, ma #Venetodaamare.

«Con l’Anno della fame», spiega a Lettera43.it Alessandro Marzo Magno, scrittore e giornalista veneziano autore tra l’altro de Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo, «ci si riferisce al periodo dell’occupazione austriaca subito dopo Caporetto, tra la fine del 1917 e il 1918».

Alessandro Marzo Magno.

Mesi in cui anche in alcune zone del Veneto si moriva letteralmente di fame. «Si calcola che i morti di fame civili negli imperi centrali durante la Prima guerra mondiale furono circa 600 mila», sottolinea Marzo Magno, «più dei morti per i bombardamenti del secondo conflitto». Questo per dare un ordine di grandezza. «Ce ne fossero stati di topi da mangiare, erano spariti pure quelli».

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GABBIANI, VOLPI E GATTI NEL PIATTO

Non è un mistero del resto che in momenti di carestia tutto poteva finire nel piatto: dai gabbiani alle volpi, dai topi ai famosi gatti. Nelle cronache medievali, poi, «non mancano riferimenti all’autofagia» e al cannibalismo. Insomma quando si ha fame, non si ragiona né si va per il sottile: l’unico obiettivo è provare a sopravvivere. Per gli occidentali, e gli iper-tradizionalisti italiani, resiste un solo tabù, fa notare Marzo Magno. «Puoi mangiare un cadavere o un braccio che ti sei amputato, ma guai toccare un insetto. E dire che li apprezziamo nella loro versione marina: l’aragosta non è che uno scorpione e la granseola un ragno…». Questione di cultura.

LEGGI ANCHE: Alessandro Marzo Magno: «Per fortuna la cucina è bastarda»

Questo per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, che il cibo è il regno del relativismo. «I cinesi per esempio non si sognerebbero mai di mangiare carne di cavallo», ricorda lo scrittore. E anche parlare di “cucina cinese” non ha molto senso. «Per esempio nel Sud, a Canton, vengono mangiati i serpenti. A Pechino no». E i topi? «Quando sono andato in Cina», racconta Marzo Magno, «avrei voluto assaggiarli cotti. Sono una persona curiosa. Così ero andato in cerca di un ristorante che li aveva tra le sue specialità. Ma niente da fare era chiuso. Mi dissero che non venivano più consumati perché erano rischiosi, e potevano portare malattie. Ed era l’estate del 1993. Invece ho mangiato i serpenti: buoni».

LA RICETTA DELLO SCOIATTOLO

Tornando all’Italia basta tornare indietro nel tempo per scoprire come, per esempio, la gru fosse una vera leccornia, come racconta Boccaccio nella novella del Decamerone dedicata al cuoco veneziano Chichibio. «Chi si mangerebbe oggi una gru?», sorride Marzo Magno. Per non parlare, aggiunge, degli scoiattoli. Il cui «sapore accentuato», si legge in un ricettario del 1908 pubblicato da Sonzogno, «ha bisogno di essere attenuato con una forte marinata». Seguono le istruzioni per la preparazione: «Scorticate e sventrate come si fa con una lepre». E quindi «lasciate macerare per 48 ore, prima di arrostirlo allo spiedo». Buon appetito. O, se preferite, Xiǎngshòu nǐ de fàn.

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C’è vita a destra oltre Salvini e Meloni

Da Giorgetti a Crosetto fino a Carfagna e Zaia: per il dopo-Salvini esistono leader competenti che sanno governare e fare politica. Ma questi potenziali candidati dovranno combattere contro l’esercito dei facinorosi dei giornali di destra che alimenta l'incendio sociale e ideologico.

Noi di sinistra ci dovremmo fare i fatti nostri. Nel senso che dovremmo restare indifferenti alle prime avvisaglie di scontro nel centrodestra sulla leadership. Certo un po’ di magone viene all’idea che prima o poi Matteo Salvini verrà retrocesso (come un Luigi Di Maio qualsiasi) perché questo Salvini è stato una mano di Dio per noi.

Senza di lui non avremmo riacchiappato il vecchio elettorato, le sardine sarebbero rimaste nelle scatolette, staremmo a discutere di Matteo Renzi e Carlo Calenda. C’è stato un tempo – tutto il periodo berlusconiano – in cui la sinistra, che inseguì pure Gianfranco Fini, sognava il leader di destra di rango europeo immaginandolo ben vestito, antifascista, ragionevole, di mezza-Casta, lontano dal popolo urlante.

Invece ci siamo beccati il Cavaliere e, se non fosse per l’età e per i suoi “vizietti”, quel diavolo sarebbe ancora a comandare. Invece ha lasciato l’eredità del centrodestra a un giovane pasticcione che non si accorge mai quando sta per fare, o dire, la cazzata e non ha attorno a lui uno/a che lo metta in guardia. Ma possibile – dico io – che non vi avanzi un Rocco Casalino anche per lui?

DA GIORGETTI A CROSETTO FINO A ZAIA, TANTI LEADER A DESTRA

Il sogno di inverno della sinistra, che spera nella volata di Giorgia Meloni ma poi teme che la giovane politica di destra si infili in una china lepenista, è senza dubbio Giancarlo Giorgetti. Giorgetti, se ci pensate, assomiglia tanto al mitologico leader di destra che può piacere a tutti. Parla poco, sa di cosa parla, ha un buon aspetto, è bene educato ma qualche vaffanculo riesce a dirlo, è leghista cioè di quella famosa costola della sinistra che purtroppo ormai non ci vuole più bene. Un altro che non dispiacerebbe è Guido Crosetto, il gigante buono che sa tutto, parla di economia come un professore della Bocconi, conosce i segreti del parlamento, capisce di strategie militari.

Luca Zaia si muove bene, conosce lo Stato, sa come muoversi, sa come mettere le mani su un dossier piuttosto che su un boccale di birra

Molti di noi hanno sognato anche la irresistibile ascesa di Mara Carfagna, donna elegante, competente, di destra, battagliera sui diritti civili, con l’unico difetto di assomigliare (non fisicamente, si capisce) al principe Carlo essendo come lui in attesa dell’abdicazione della sua regina che nel suo caso è Silvio Berlusconi. L’elenco potrebbe ancora infittirsi. Perché tacere, ad esempio, di Luca Zaia, governatore veneto che veste Zara, si muove bene, riesce in certi momenti a dire anche cose peggiori di Salvini ma ha più appeal di lui non fosse altro perché conosce lo Stato, sa come muoversi, sa come mettere le mani su un dossier piuttosto che su un boccale di birra.

C’È CHI VUOLE TENERE VIVO L’INCENDIO SOCIALE E IDEOLOGICO

Il problema di questi e altri candidati e candidate è che dovranno fare i conti non con gli elettori, o con i parlamentari affezionati a Salvini, ma dovranno combattere all’arma bianca contro l’esercito dei facinorosi che sui giornali di destra e sulle tivù di destra cerca ogni giorno di vigilare che l’incendio sociale e ideologico non si spenga.

Da sinistra, Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro (foto Mauro Scrobogna/LaPresse).

Non penso solo a Vittorio Feltri, Nicola Porro, Maurizio Belpietro, Mario Giordano, Alessandro Sallusti, Franco Bechis ma anche a quegli altri che si nascondono, ad esempio l’esperta ultra-garantista, l’ex manager, l’ex scolorito ministro che pensavano di essere a un passo dalla presa (o ripresa) del potere al seguito di “Salvinuccio nostro” e che invece dovranno tornare alla casella di partenza.

Insomma in questi anni ci siamo presi uno spavento mica male, prima con Beppe Grillo poi con Salvini e non è detta che sia finita

Il successore di Salvini si dovrà chiedere anche come arrivare al cuore di Francesco Borgonovo, di Renato Farina, addirittura di Pietro Senaldi, per tacer della Maria Giovanna Maglie. Impresa quasi disperata. Insomma in questi anni ci siamo presi uno spavento mica male, prima con Beppe Grillo poi con Salvini e non è detta che sia finita e che non vengano anche tempi peggiori. Intanto sorridiamo, per qualche ora ancora, con Stefano Bonaccini. Solo che nessuno di noi avrebbe immaginato che ci fossero tanti nani e ballerine in giro per la Padania.

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Bufera su Zaia per la partecipazione alla convention leghista di Bologna

Il governatore del Veneto sotto attacco per la comparsata al PalaDozza al fianco di Salvini per sostenere la candidatura di Borgonzoni. Attacchi da M5s e Pd. Di Maio: «Presenza inopportuna».

La presenza di Luca Zaia sul palco del PalaDozza in occasione dell’evento col quale Matteo Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni alla presidenza della Regione Emilia Romagna ha dato al stura a un mare di polemiche. A molti non è andato giù lo spot inscenato dal governatore del Veneto nel bel mezzo dell’emergenza che ha colpito Venezia, alle prese il 15 novembre con una nuova ondata di acqua alta. E a farsi portavoce delle critiche a Zaia sono stati anche diversi rappresentanti della forze di governo.

PER DI MAIO UNA PRESENZA INOPPORTUNA

Per Luigi Di Maio, «non è stato bello vedere il governatore del Veneto andare ieri a un comizio elettorale a Bologna e dire ‘sarei arrivato anche a nuoto‘». Il capo politico del M5s ha giudicato «inopportuna» la presenza di Zaia, così come diversi esponenti del Partito democratico. «Zaia a Bologna mentre si discute il bilancio e di come dare sicurezza al nostro territorio è un’offesa per tutti i veneti», ha detto il capogruppo in Regione Veneto del Partito democratico Stefano Fracasso. «Zaia che alza il cartello della Borgonzoni mentre il Consiglio è impegnato a discutere il bilancio per dare risorse per la sicurezza del territorio di Venezia è un’offesa per tutti veneti prima ancora che al Consiglio regionale». E ancora: «Altro che ‘prima i veneti!’ Con la comparsata di ieri a Bologna il governatore svela la maschera: prima viene Salvini e, in questo caso, la campagna elettorale dell’Emilia Romagna».

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